LA DISTRUZIONE DEL DIRITTO DEL LAVORO IN ITALIA

•ottobre 26, 2020 • Lascia un commento

  L’origine dell’attacco alle condizioni materiali di esistenza delle masse popolari da parte della Borghesia Imperialista che ha portato nel nostro paese la distruzione del diritto del lavoro è la crisi del sistema capitalista iniziata all’incirca alla metà degli anni Settanta. La caratteristica di questa crisi si possono riassumere nel fatto che la crisi è generale (cioè nasce come crisi economica e poi si trasforma in crisi politica e culturale), di lunga durata e coinvolge tutto il mondo, cioè riguarda, sia pure con tempi e intensità diversa, tutti i paesi del mondo.

   È di dominio pubblico che i paesi semicoloniali e dipendenti vengono ricolonizzati, che i governi raddoppiano e triplicano i prezzi dei beni essenziali,  che milioni di persone sono cacciate dai loro paesi e costrette all’emigrazione.

   In Italia nel periodo che va dall’inizio degli anni Novanta (dove – non certamente a caso – ha operato in funzione di guerra ortodossa la Falange Armata) fino ad oggi, è stato anche (e non sarà certo un caso) quello della demolizione del diritto del lavoro e delle conquiste che i lavoratori italiani le avevano ottenute dal secondo dopoguerra dopo dure lotte.

   C’è stato anche il cambiamento del significato delle parole in uso. Fino all’altro ieri per riforme s’intendeva miglioramento (certamente graduale) delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, da un certo periodo in poi ha solamente significato un continuo e costante peggioramento. Se poi ci si opponeva a tali “riforme” ci si tirava dietro l’accusa di essere “conservatori” che si oppongono al “progresso”.

   Quest’attività di “riforma” e di abolizione del diritto del lavoro è stata portata avanti con l’apporto dei partiti di sinistra (compresi quelle definiti “radicali” come Rifondazione) e dai sindacati confederali.

   Ci sono state due modalità diverse per portare avanti questo tipo di attacco ai diritti dei lavoratori:

  • Da parte dei governi di Centro-Sinistra la “riforma” del diritto del lavoro deve avvenire di concerto con i sindacati confederali in modo da farla accettare ai lavoratori senza alcuna protesta.
  • L’orientamento dei governi di Centro-Destra, invece, prevedeva più l’immediato e diretto intervento del potere legislativo.

   In effetti, queste cosiddette “riforme” sono avvenute in prevalenza mediante accordi sindacali che, una volta consolidati ed evitato la protesta dei lavoratori, alla fine sono state consolidate.

   Agli accordi sindacali, è stato attribuito un vero e attribuito un vero e proprio ruolo normativo.

   Un esempio. In maniera di contratti a termine, la legge n. 56 del 1987 riconosceva ai sindacati la possibilità di derogare in peggio il divieto di apposizione del termine. Con tali accordi, il termine si poteva apporre liberamente ed anche all’attività ordinaria. In pratica, con gli accordi sindacali si legalizzava la violazione della legge. Una volta consolidatigli accordi ed evitato la protesta dei lavoratori, nel 2001 è stata emanata la nuova normativa sulla liberalizzazione del contratto a termine.

   Per il resto, basta confrontare la successione dei contratti collettivi per comprendere facilmente come i sindacati sottoscrittori hanno gradualmente introdotto la flessibilità e compresso, se non abolito, i diritti dei lavoratori.

   Il ruolo di CGIL-CISL-UIL è stato quello di far passare la “riforma” in peggio dei diritti dei lavoratori in silenzio e senza sorprese.

   A garanzia di tale ruolo, l’ordinamento e la giurisprudenza hanno riconosciuto a tali sindacati l’esclusivo riconoscimento di rappresentatività per legalizzare la loro preminenza rispetto a sindacati molto più conflittuali di loro.

SULLA FLESSIBILITA’

   La flessibilità la si fa ma non si dice. In 1.127 accordi sindacali sottoscritti tra il 1990 e il 1995 la parola compare solo su 137 documenti mentre esiste nei fatti molto di più di quanto compariva nei testi che venivano poi modificati. Flessibilità soprattutto negli orari. Ciò costituisce una linea guida che poi scatterà anche in tema di salario.

   Gli accordi gradino prevedono salari inferiori ai minimi previsti dai contratti.

   Un accordo gradino è stato stipulato nell’estate del 1996 per i tessili e costituisce una clausola aggiuntiva inserita nel C.C.N.L. del 1995. Con l’affermazione che “Gli accordi gradino salvano posti di lavoro e fanno aumentare al sindacato la presenza nei posti di lavoro” (Antonio Megale della CGIL Tessili). In sostanza sindacati e imprenditori tessili sono concordi nel ritenere che la clausola dei tessili dimostra l’approccio alle deroghe salariali risulti più efficace se affidato alle singole categorie e non imposto con intese centralizzate troppo condizionate da querelle politiche. Quello dei tessili è stato uno dei settori apripista nell’emersione del sommerso: nel 1996 aveva 30.00 addetti; 2.000 aziende; 10.000 addetti già emersi; 70 aziende emerse nel leccese, 20 a Martina Franca.[1]

   Altri accordi “brillanti” sottoscritti nel 1996: la CISL sigla un accordo territoriale a Brindisi in base al quale le nuove aziende possono pagare salari inferiori ai minimi contrattuali. La Barilla sottoscrive delle intese con i sindacati in base alle quali il personale è retribuito con un gradino inferiore a Melfi e Foggia. Il Contratto Collettivo nazionale del Legno prevede per i nuovi assunti stipendi inferiori del 20%. Mentre il Contratto Collettivo nazionale Lapidei e manufatti hanno allungato il periodo di avviamento da due a cinque anni.[2]

I   n base all’art. 36 della Costituzione, ogni lavoratore deve percepire una retribuzione in misura comunque sufficiente per garantire una vita libera e dignitosa per sé e alla sua famiglia. Tale misura è stata individuata nei minimi sindacali stabiliti dalle singole contrattazioni collettive nazionali.

   Il primo intervento per ridurre la retribuzione dei lavoratori è stato quello di non aumentare più i suddetti minimi, ormai fermi da oltre venti anni. Ciò è avvenuto con la complicità dei sindacati confederali e dei governi di Centro-Sinistra (con dentro la sinistra cosiddetta “radicale”).

   Le altre azioni sono state le più svariate.

   Con gli accordi gradino, come si diceva prima, è stato previsto un salario d’ingresso inferiore per i primi anni di lavoro. Questo tipo di azione, essendo anticostituzionale per violazione del diritto di uguaglianza, era prevista solo per qualche anno e in via transitoria invece dura dal 1990 perché è sempre stata prorogata.

   Con la leggi sui Lavoratori Socialmente Utili (LSU) di cui il decreto legislativo 468/98, lo Stato e gli enti pubblici possono assumere personale precario senza tutele e con garanzie ridottissime per la realizzazione di opere o fornitura servizi, con contratti temporanei e a scadenza. L’art. 8 esclude espressamente che tale personale possa essere considerato come lavoratori subordinati.

   Con i Contratti d’Area e i Patti Territoriali si sono introdotte forme di assunzione e retribuzione precaria. Nonostante tali azioni consistano in strumenti di finanziamento statale delle attività produttive, con il beneplacito di CGIL-CISL-UIL sono state introdotte politiche per la riduzione dei salari e per nuove forme di lavoro meno garantito e meno tutelato. I Contratti d’Area sono previsti dall’accordo per il lavoro del 24.09.1996 (Governo Prodi) per le aree industriali in crisi e ad alto tasso di disoccupazione, mentre i Patti Territoriali sono stati introdotti con le leggi nn. 104/95 e 662/96 per tutto il territorio. In realtà questi strumenti che riducono le tutele dei lavoratori sono stati applicati anche in zone non in difficoltà, come Pavia, Trieste, Crema. Un posto di lavoro creato con tali strumenti costa allo Stato 300.000€, quindi per gli imprenditori è quasi a costo zero. Ciò ha prodotto nuova occupazione precaria e con reddito insufficiente ed è stata un’operazione di sostituzione dei lavoratori a costo intero con quelli a costo ridotto.

   Con l’uso indiscriminato dei Contratti di Formazione si è provveduto all’assunzione finanziata di lavoratori per un massimo di due anni con il ricatto per essere confermato il rapporto a tempo indeterminato.

   Ora l’istituto è stato sostituito con le varie forme di apprendistato della durata di quattro anni ed applicabile liberamente anche a lavoratori qualificati (ingegneri, tecnici ecc.). Come apprendisti, i lavoratori svolgono un lavoro qualificato ma sono retribuiti secondo livelli d’inquadramento inferiori.

Per quanto riguarda, la flessibilità occupazionale che abolisce la garanzia di stabilità con il Decreto Legislativo 368/2001 e la Legge 133/2008 è stata introdotta la libertà dei Contratti a termine con i quali si ottiene lo stesso risultato della totale libertà di licenziamento in favore dei padroni: stipulando ripetuti contratti a termine o brevissimo termine mensile o settimanale il lavoratore deve sottostare ai ricatti datoriali, per non ottenere il rinnovo e rimanere disoccupato e senza reddito.

   Con la legge 428/90 è possibile licenziare i lavoratori in caso di cessione di azienda per assumere altri a condizioni più svantaggiose.

   Nei casi in cui non interessa la cessione di azienda, la flessibilità è attuata mediante la pratica dello “svecchiamento” che consiste nel porre in cassa integrazione i lavoratori garantiti per indurli alle dimissioni stante il ridotto ammontare dell’assegno rispetto allo stipendio ed i limiti imposti al cassintegrato. I lavoratori con maggiore anzianità sono posti in mobilità lunga per la pensione anticipata. In entrambi i casi, cassa integrazione e mobilità con prepensionamento, i costi sono a carico dello Stato e il datore si libera di quei lavoratori garantiti per assumere nuovo personale a condizioni peggiori.

   Con l’operazione “svecchiamento” il datore di lavoro ottiene anche un altro obiettivo: liberarsi del personale “anziano” anche se efficiente per assumere personale giovane, “fresco” di studi, proprio come avviene con un computer funzionante ma sostituito con un altro di ultima generazione.

La legge Biagi del 2003 ha introdotto ulteriori forme di flessibilità, tra cui: contratti a progetto, a chiamata, lavoro intermittente, a somministrazione, ripartito, accessorio, il distacco, il trasferimento, appalto di manodopera, cessione di ramo d’azienda.

   Tutte queste tipologie comportano una retribuzione inferiore, un’insicurezza del posto di lavoro, la mancanza di copertura delle ulteriori forme di retribuzione, come quella collaterale e differita (tredicesima, quattordicesima, ferie, TFR), ed assicurativa (malattie, maternità, previdenza, indennità di disoccupazione).

   Fino alla serie di leggi che il Governo Renzi, ha varato che sono raggruppate col nome di Jobs Acts che sono un sistema di ricatto permanente a favore dei padroni e contro i lavoratori e le lavoratrici.

   Infatti, questo ricatto procede su due gambe: quella dei contratti a termine a casuali (per cui il padrone può assumere a termine quando vuole e per il tempo che vuole) e quella dei contratti a tutele crescenti (per cui il padrone può assumerne a tempo indeterminato, ma licenziare quando e come vuole pagando una miseria di indennità)

   Tutti questi interventi sindacali e legislativi hanno avuto come conseguenza che in Italia la forza lavoro è tonalmente svalorizzata. Con il ricatto della disoccupazione di massa e con il lavoro nero (che nella sostanza con questi interventi sopra descritti è stato legalizzato), il padronato ha abbassato anno dopo anno i salari.

   I bassi e bassissimi salari cono la carta che i padroni italiani e i loro governi giocano sul tavolo della competitività contro gli altri capitalisti europei e mondiali.

   Per questo motivo anche in città come Milano c’è gente che lavoro per 3-4-3 euro l’ora!

   Per questo motivo un fronte unitario di lotta e di massa dovrebbe battersi che ci sia una paga oraria che non sia inferiore a 9€ l’ora (niente di estremistico è la media della paga base oraria europea) e un salario minimo garantito per i disoccupati che non sia inferiore almeno a 1.250€ mensili.

   In sostanza bisogna combattere il sottosalario, contro la condizione sempre più schiavistica imposta dal padronato e dalle leggi dello Stato, contro l’attacco alla dignità dei lavoratori e delle lavoratrici.

INCIDENTI E INFORTUNI SUL LAVORO

   Secondo dati ufficiali (molto inferiori alla realtà) i morti ufficiali sul lavoro sarebbero oltre 1.000 all’anno. In questa cifra sono compresi solo i lavoratori che muoiono in seguito ad un incidente violento entro i primi cinque giorni.

   Sono quindi escluse, tutte le morti successive ai cinque giorni e quelle causate da malattie contratte sul lavoro.

   Perciò questo numero aumenterebbe a diverse migliaia di morti all’anno. Una vera propria guerra che la Borghesia sta effettuando contro i proletari.

   Qual è la causa degli incidenti sul lavoro e quali potrebbero essere le soluzioni?   Una delle cause è la mancata predisposizione di mezzi e sistemi infortunistici ritenuti dalle aziende troppo costosi oppure elementi che frenano la produttività. Il motivo fondamentale di quest’atteggiamento delle aziende risiede nella legge economica del sistema capitalistico della competitività: la riduzione dei costi di produzione.

   Non applicare mezzi e sistemi anti infortunistici significa risparmiare soldi, quindi aumentare i profitti.

   Un’altra causa è l’aumento dei ritmi di lavorazione. La produzione aumenta con l’aumento della velocità di lavorazione.

   È un dato economico che un prodotto è tanto più competitivo quanto viene fabbricato nel minor tempo possibile. La velocità della lavorazione, però, non permette di rispettare le regole di sicurezza. Non permette di effettuare un lavoro con attenzione e precisione. Ciò crea motivo di incidenti ed infortuni.

   Un esempio è quanto sì e registrato nei supermercati della grande distribuzione, dove i commessi dovevano correre su pattini a rotelle per rifornire gli scafali.[3]

   Inoltre, aumentare i ritmi di lavoro e ridurre e abolire le pause (si potrebbe definire il “modello Marchionne” fatto di diminuzione pause, cassa integrazione e straordinari)[4] ed i riposi, tutto ciò significa maggiore produzione ma anche maggiore rischio di incidenti per stanchezza e mancanza di lucidità.

   Egli ultimi anni è aumentato anche il numero dei lavoratori minorenni, finanche bambini. In Italia si stima che nel 2013 erano 260.000 i minori sotto i 16 anni coinvolti, più di 1 su 20.[5]

I minorenni sono i più esposti agli incidenti e alla contrazione di malattie professionali vista la loro debole condizione fisica e la mancanza di esperienza e preparazione professionale. E chi fa lavorare i bambini viola, la legge sul diritto del lavoro, figuriamoci quelle sulla sicurezza.

I governi italiani – nel 1997 quello di Centro-Sinistra (appoggiato da un grande “comunista” come Bertinotti) e nel 2003 quello di Centro-Destra hanno abolito il limite dell’orario giornaliero fissato nel 1924 in otto ore. In base alla legge n. 66/03, un lavoratore può essere obbligato anche 16 ore al giorno senza alcun aumento di retribuzione. Quello che non ha fatto il fascismo storico al governo (ma all’epoca c’era un Movimento Comunista Internazionale degno tal nome con dirigenti come Lenin non intellettuali da salotto arrivati ai posti dirigenti grazie ai revisionisti come Ingrao), lo ha fatto il tecno-fascismo attuale con la complicità di tutti i partiti politici di centro, destra e della sinistra borghese (e dei sindacati che praticano la collaborazione di classe).

   Il limite della giornata di 8 ore è stata una grande conquista dei lavoratori sugellata con gli eccidi proletari del 1° maggio.

   La richiesta di limitare la giornata lavorativa al massimo di otto ore era motivata che più ore di lavoro provocavano maggiore stanchezza psico fisica. A causa della stanchezza avvenivano maggiori incidenti.

   La stessa legge n. 66/30 che ha abolito le otto ore, prevede che possono beneficiare di una pausa di 15 minuti per il riposo solo coloro che svolgono un lavoro ripetitivo e solo dopo le prime sei ore di lavoro. Pausa che non costituisce un diritto del lavoratore ma una concessione del datore di lavoro. Se il lavoratore decide di utilizzare la pausa dopo sei ore di lavoro contro la volontà del datore di lavoro, è passibile di sanzione disciplinare per insubordinazione che può essere punita con il licenziamento.

   È chiaro che il lavoratore evita di riposarsi per non perdere il posto di lavoro.

   Ma è anche chiaro che la stanchezza e la perdita di lucidità provocano incidenti la cui colpa viene posta sempre a carico del lavoratore, ritenuto disattento.

   Questi sono gli effetti della legislazione italiana.

   Pertanto, non si può parlare di soluzione della problematica degli infortuni se non si aboliscono queste leggi, se non si abolisce la legge n. 66/03, se non si affronta la questione dei ritmi di lavoro.

   Le imprese, per risparmiare sui costi, non predispongono adeguati mezzi, né attrezzature antiinfortunistiche. Sempre per risparmiare sui costi, gli imprenditori assumono personale non specializzato e senza esperienza in modo da pagarli di meno. La mancanza di conoscenze e d’informazioni è una causa degli incidenti.

   Le imprese che ricorrono maggiormente a questi espedienti sono quelle pressate dal contenimento dei costi rispetto agli introiti stabiliti da un appalto.

   Il prezzo con cui un’impresa concorre per l’aggiudicazione di un appalto è frutto di un calcolo complessivo dei costi di esecuzione. Quanto più riduce i costi, maggiore è la possibilità di aggiudicarsi la gara di appalto.

   I costi che in genere sin riducono sono proprio quelli destinati alla sicurezza poiché ritenuti non produttivi. La conseguenza è l’esposizione agli incidenti.

   Esposizione che aumenta vertiginosamente con i subappalti. In questi casi la riduzione del costo dei costi è ancora maggiore perché il subappaltante ottiene per il medesimo lavoro un prezzo di prezzo di appalto minore. Il subappaltante per ricavare degli introiti deve risparmiare sui lavoratori e sulla loro sicurezza.

   Appare chiaro che un terreno di lotta sta nell’abolire tutte le leggi e le norme che permettono il subappalto e disporne il divieto totale.

   Il subappalto è stato sempre una causa degli incidenti sul lavoro, inoltre, ha fatto riemergere la figura del caporale che era stata vietata dalla Legge 1369/60.

   Ebbene, prima della Legge Treu (approvato da quel grande “rivoluzionario” che era Bertinotti), poi con la Legge Biagi si è abolita la Legge 1369/60 e liberalizzato gli appalti e i subappalti di manodopera e legalizzato in sostanza il caporalato con il lavoro interinale e a somministrazione.

   I lavoratori assunti con contratti flessibili e precari, come il lavoro a termine, part time, a progetto, a chiamata ecc. sono maggiormente esposti agli infortuni. La loro condizione di riscattabilità li obbliga a non protestare e ad accettare lavorazioni pericolose o, comunque faticose, compresi i ritmi elevati e senza sicurezza.

   Pertanto, non è vero che le istituzioni vogliono eliminare le stragi sul lavoro. I partiti e i governi sono stati promotori (o comunque non si sono contrapposti) di leggi che facilitano e aumentano gli incidenti sul lavoro.

   Quindi, finché esisterà questo sistema economico che si basa sullo sfruttamento delle persone, il problema degli infortuni non sarà mai risolto ed i lavoratori saranno destinati a rischiare la vita.

   Ma, intanto è importante ed obbligatorio combattere affinché siano abolite tutte quelle leggi che facilitano gli incidenti e gli infortuni. Quindi occorre immediatamente ottenere l’abolizione della legge n. 666/03 e ristabilire l’orario massimo di lavoro a otto ore per cinque giorni a settimana (e ovviamente se si hanno i rapporti di forza sufficienti lottare per ulteriori riduzioni di orario senza perdita di salario); l’abolizione delle leggi che permettono il subappalto e stabilire il divieto dell’appalto di manodopera e del caporalato; l’abolizione totale della legge Treu e della legge Biagi; l’abolizione della Jobs Act e di ogni forma di precarietà e flessibilità del lavoro.

   Il prezzo che i lavoratori stanno pagando non è solo una retribuzione inferiore o il licenziamento, ma la loro sopravvivenza fisica.

LA DELOCALIZZAZIONE DELLE IMPRESE

   Gli imprenditori italiani hanno deciso di confermare la loro politica aziendale che prevede il licenziamento degli operai, la chiusura delle fabbriche in Italia ed il loro trasferimento nel Tricontinente o nei paesi dell’ex “campo socialista” (pensiamo che al 31 dicembre 2014 risultavano in Romania ben 18.433 imprese italiane).[6]

   Questa politica di licenziamento e trasferimento delle fabbriche è a completamento di quanto gli industriali hanno già fatto negli anni ’90 e che ha comportato il licenziamento di migliaia di lavoratori.

   Tutto questo è avvenuto ed avviene nonostante l’aumento delle commesse e la concessione di enormi benefici e finanziamenti pubblici in favore degli industriali per garantire l’occupazione.

   Le imprese italiane, infatti, hanno beneficiato di enormi aiuti finanziari e agevolazioni per creare e mantenere l’occupazione in Italia. La concessione di finanziamenti, immobili, stabili, infrastrutture, macchinari, sgravi fiscali, è stata la costante di questi aiuti.

   Quasi sempre gli industriali occupavano un numero di dipendenti inferiore a quello per cui beneficiavano degli aiuti.

   Spesso gli industriali, cambiando solo il nome dell’impresa e mantenendo le medesime strutture, macchinari e dipendenti, beneficiavano di ulteriori finanziamenti come se fosse una nuova azienda che dava occupazione.

   In maniera ricorrente, gli industriali assumevano i lavoratori con contratti precari per risparmiare sul costo della manodopera. Molte volte si è scoperto il pagamento con la doppia busta paga: una fittizia secondo i minimi salariali quale documentazione per ottenere i benefici pubblici e un’altra reale, riportante un importo inferiore che era corrisposto al lavoratore.

   A partire dal 1993, gli industriali italiani hanno cominciato a trasferire la produzione all’estero (coincidente l’aperta e dichiarata restaurazione capitalista nei paesi dell’Est), iniziando dall’Albania (storico terreno di caccia dell’imperialismo italiano), grazie ad accordi e concessioni effettuati dal governo italiano.

   In conformità a questi il governo italiano finanziava la chiusura degli stabilimenti in Italia, finanziava l’apertura all’estero. Lo Stato italiano, sempre in conformità a questi accordi, non richiede agli industriali nemmeno le tasse e i dazi di ritorno dei prodotti dall’estero. L’operazione è chiamata TPP (Traffico di perfezionamento Passivo).

   Con successivi accordi governativi, gli industriali hanno aperto stabilimenti, nell’Est Europa, in America Latina, in Africa e in Asia.

   Il principale, se non unico, motivo del trasferimento è costituito dallo scorso costo della manodopera. In Albania un operaio è pagato sulla media tre euro il giorno, mentre in Bulgaria (sempre sulla media) con soli 70 centesimi

   Non c’è mai stata nessuna riduzione delle commesse. La crescita delle imprese e la produzione. È aumentata la percentuale di vendita del prodotto, e i mercati, con relativo aumento di fatturato, di capitale e di profitto (ma di posti di lavoro in Italia).

   Anzi. Le aziende del settore interessato che nel 1990 avevano in tutto 700.000 operai in Italia, fino al 1998 hanno portato all’estero la lavorazione, operando 330.000 licenziamenti.

   Gli industriali non solo non hanno portato il lavoro fuori dall’Italia, ma non hanno fatto rientrare nel paese i profitti ottenuti. Questi profitti prendono la via dei paradisi fiscali, dei fondi pensione, dei fondi di investimento in altri paesi.

   La delocalizzazione ha coinciso largamente con l’esplosione della “fuga dei capitali all’estero”. Dei profitti ottenuti, solo nel 1998 sono stati esportati all’estero 80 mila miliardi di lire, pari a 41 miliardi di euro.

   Nei primi anni della delocalizzazione, gli industriali avevano mantenuto in Italia il 40-50% della produzione solo per limitare il rischio che si poteva determinare dalla realizzazione produttiva in paesi istituzionalmente ed economicamente non ancora sicuri (cosiddetto rischio Paese).

   Tale margine d’insicurezza è stato ridotto e quasi eliminato mediante l’intervento e la presenza militare italiana. Le forze speciali dell’esercito, dietro la scusa delle missioni di pace, garantiscono all’estero gli affari degli industriali italiani. Non è un caso che i militari italiani sono presenti in almeno 36 paesi e si parla addirittura, di sottoporli al comando del Ministero degli Esteri quale strumento di politica di espansione internazionale. La Marina Militare Italiana garantisce la scorta del trasporto merci.[7]

   Ora gli industriali che si apprestano a traferire quasi tutta la produzione lasciando in Italia solo il ciclo a più alto valore aggiunto (design, marketing ecc.).

   Oltre al trasferimento delle produzioni di beni si stanno delocalizzando anche le attività di servizi (per esempio i call center).

   Nonostante ciò, nonostante gli industriali abbiano da anni dichiarato a più riprese che chiuderanno gli stabilimenti, lo Stato continua ad elargire finanziamenti in loro favore anche per ammodernamento e ristrutturazione degli impianti affinché mantengano l’occupazione di operai, che invece, quasi sempre vengono messi in cassa integrazione e in mobilità.

   I finanziamenti sono elargiti anche a quegli industriali che sono stati più volte inquisiti per truffa ai danni dello Stato.

  Gli effetti di questa delocalizzazione, che in alcuni casi è definita “impetuosa”, sono facilmente leggibili. Nel “mitico” Nordest i laboratori contoterzisti che lavorano in subappalto sono stati sostituiti da aziende situate nell’Est Europa. Mentre nel più modesto Sudest, nel Salento in particolare, solo nel comparto calzaturiero si sono registrati dagli anni ’90 si calcola secondo dati prudenti sci siano stati almeno 13.000 licenziamenti.

  La chiusura delle fabbriche in Italia, il licenziamento dei lavoratori e il trasferimento all’estero è avvenuto ed il trasferimento con la complicità dei partiti e dei sindacati che non hanno perso il tempo a firmare accordi per la cassa integrazione e la mobilità.

  I sindacati non solo non hanno accennato ad una minima protesta, mentre venivano portati via i macchinari alla luce del sole, ma hanno fatto di tutto per convincere gli operai a subire le politiche aziendali poiché “esistono le supreme leggi del mercato”.

   Nessuna istituzione ha chiesto agli industriali la restituzione dei finanziamenti ottenuti con la scusa di creare e mantenere occupazione in Italia.

   La delocalizzazione è avvenuta e avviene in base ad accordi ed a norme emanate dallo Stato italiano che permette i licenziamenti in Italia ed invoglia il trasferimento all’estero.

   I padroni rimangono impuniti e continuano a speculare. Per loro la disoccupazione è un affare.

   Il trasferimento all’estero, come si diceva prima, avviene per sfruttare i bassissimi costi della manodopera. È evidente che non si può proporre a nessuno in Italia (almeno fino a oggi) di guadagnare asolo un euro il giorno. Altrettanto è chiaro che (almeno fino ad oggi ed è sempre bene ripeterlo) che un salario del genere difficilmente si può proporre nemmeno in Francia e in Germania. Il trasferimento avviene verso quei paesi ricattati dalla miseria, dalla fame e dalle guerre scatenate degli stessi paesi imperialisti occidentali.

   Pagare un operaio, un euro al giorno significa mantenerlo alla fame, nella disperazione più totale.

   Ecco perché queste popolazioni emigrano nei paesi imperialisti come l’Italia, essi scappano dalla fame generata dagli industriali occidentali (tra i quali molti italiani e padani). Gli stessi che licenziano nei loro paesi di origine (tra i quali l’Italia) creando così disoccupazione e marginalità (la criminalità diffusa è solo un prodotto di questi fenomeni sociali creati dai padroni).

   Gli immigrati sono vittime del medesimo disegno speculativo dei padroni.

  La questione dei licenziamenti e delle delocalizzazioni è collegata, quindi, a quella dell’immigrazione.

   La delocalizzazione, tra l’altro, è utilizzata per scardinare i diritti dei lavoratori.

  In pratica, si “invitano” i lavoratori ad accettare un lavoro flessibile, una drastica riduzione dei loro diritti e garanzie, dietro la minaccia di chiudere l’azienda trasferirla all’estero dove i lavoratori costano meno.

 Il messaggio che gli industriali danno ai lavoratori è chiaro: se accettate condizioni simili a quello che vivono i lavoratori del Tricontinente o quelli dell’Est europeo, la fabbrica non chiude e l’occupazione è salva.

  Partiti e sindacati non contrastano questa politica dando per scontato la “normalità” delle condizioni di lavoro dei lavoratori dei paesi esteri in cui si delocalizza.

   Con la guerra si afferma, demistificando e mentendo, di esportare quello che dicono di essere la “democrazia” (e i regimi che sorgono da queste aggressioni nella realtà sono solo dei satelliti e dei burattini degli imperialisti), con la delocalizzazione si vuole importare l’abolizione dei diritti dei lavoratori, si vuole scatenare la concorrenza e lo scontro tra lavoratori, tra italiani e immigrati.

   Questa tendenza deve essere invertita. Bisogna estendere a tutti i lavoratori, i diritti. L’internazionalismo non è solo un ideale, ma soprattutto una necessità concreta degli operai, il capitale agisce globalmente e globalmente deve agire la classe, un punto di partenza è stabilire dei collegamenti con i lavoratori degli altri paesi dove le aziende italiane sono andate a investire, per aprire lotte comuni dove si devono omologare (non al ribasso ovviamente) sia la parte salariale che quella normativa.

IL DIRITTO DEL LAVORO

   In quasi in tutto il mondo si fa risalire la nascita del diritto al periodo dell’impero romano. Già duemila anni fa, infatti, erano state descritte ed elaborate le varie branche del diritto, per esempio quello del matrimonio, dell’eredità, dei contratti, della proprietà ecc. L’unica branca che nel diritto romano non esisteva era quello del diritto del lavoro. Ai lavoratori non era riconosciuto nessun diritto.

   Il diritto del lavoro nel diritto romano non esisteva se non come proprietà dello schiavo. In sostanza, il lavoratore, era paragonato a un attrezzo, a una macchina di lavoro, che il padrone poteva disporre a suo piacimento. Lo poteva usare, spostare, abbandonare e vendere come voleva.

   Anche dopo l’impero romano, la condizione di schiavitù è continuata senza che ai lavoratori fosse riconosciuto alcun diritto da tutte le legislazioni del mondo.

   Solo nel XVIII secolo si sono si sono registrati i primi sporadici interventi per frenare alcune situazioni schiavistiche, mentre le prime elaborazioni di diritto del lavoro sono nate tra il 1800 e il 1865.

   Tale periodo noto come rivoluzione industriale, vede la borghesia affermarsi definitivamente come classe egemone dal punto di vista politico, subentrando a quella feudale.

   Durante la rivoluzione industriale le condizioni di lavoro degli operai di fabbrica furono molto pesanti, anche l’assoluta mancanza di ogni tutela dei loro diritto e per il divieto imposto dai governi di associarsi per ottenere miglioramenti salariali e normativi.

   La giornata lavorativa era di quattordici ore e spesso fu portata a sedici. La disciplina in fabbrica era ferrea: le macchine dovevano lavorare a un ritmo continuo e veloce e non c’era spazio per riposarsi, né per le pause. Allontanarsi dal proprio posto di lavoro o parlare con un compagno di lavoro venivano considerale mancanze gravi e costavano pesanti sanzioni fino al licenziamento.

   Era l’essere umano a doversi adattare alla macchina e non il contrario. Al lavoratore si chiedeva di svolgere un ruolo meccanico e non attivo o intelligente.

   I salari erano bassissimi perché i disoccupati erano così tanti che un operaio se scontento poteva essere sostituito in qualsiasi momento.

   Particolarmente grave fu la condizione dei bambini e delle donne che, essendo pagati meno, erano utilizzati in gran numero. Costavano meno perché ricevevano un salario più basso e rendevano allo stesso modo. Nelle fabbriche della Scozia nel 1816 su 10.000 operai, 6.850 erano donne e bambini.

In nessun paese esistevano leggi per tutelare i bambini, nemmeno quelli più piccoli.

   Dopo le prime lotte operaie, molte delle quali duramente represse,[8]   lo Stato inglese approvò la prima legge nel 1819 che prevedeva il limite di età di assunzione dei bambini dai dieci anni in poi e il limite dell’orario giornaliero stabilito in dieci ore. Non c’era, però, alcuna autorità che prevedeva il controllo. Quindi la legge minorile non è stata mai applicata.

  Dal 1800 era enormemente aumentata l’esasperazione dei lavoratori causata non solo dallo sfruttamento ma anche dalle ripercussioni lavorative consistenti in moltissime morti sul lavoro (storia vecchia nel capitalismo come si vede), malattie professionali, infortuni, miseria, sopraffazioni sulla persona, insomma, gli operai erano (e lo sono tuttora se non si difendono e mettono in discussione questo Modo di Produzione) carne da macello.

   Tutto questo era la dimostrazione pratica che gli interessi delle due classi, borghese e proletaria sono inconciliabili. La borghesia ritiene che qualunque sia la sorte dell’operaio, non è compito del padrone migliorarla.

   Dalla loro esperienza pratica, gli operai hanno imparato che per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro devono contare essenzialmente sulle loro forze. Impresa difficile perché i padroni hanno dalla loro parte anche i governi i quali rappresentano le classi più elevate che si schierano con i padroni e non con gli operai.

   I governi hanno sempre vietato l’associazione dei lavoratori e impedito le varie forme di lotta, in primis lo sciopero. In Germania, addirittura, nel 1845 ogni interruzione del lavoro era severamente punita anche con la pena di morte.

  La libertà di sciopero e di associazione alla classe operaia non è stata certamente regalata.

   In una società divisa in classi, una classe subalterna, che quindi non detiene il potere, riesce con la lotta a strappare alla classe dominante una concreta libertà, anche se parziale, e sempre in costante pericolo che le sia nuovamente tolta. Questo significa che quando si parla di conquista di concrete libertà in regime borghese, queste non possono che essere libertà che la classe soggetta strappa alla classe dominante, anche se parzialmente e anche se possono essere rimesse in discussione.

   Vediamo alcuni esempi. La libertà di riunione e di associazione fu nel periodo della Rivoluzione Francese e precisamente il 14 giugno 1791 con la legge Le Chapelier, abolita per gli operai, in quanto proibiva a loro il diritto di riunione e di associazione, e comminava ai proletari che non osservavano il divieto multe e perdita a tempo determinato dei diritti civili.

   Ugualmente in Inghilterra, in periodo di affermazione della dittatura della classe borghese a cavallo tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo è un susseguirsi di leggi che vietano ogni diritto di riunione e associazione per ogni tipo di lavoratori. Lo stesso avverrà in Italia e in altri paesi di più tarda industrializzazione a metà del XIX secolo, dove ogni diritto di coalizione e di resistenza operaia sarà proibita.

   Sia in Inghilterra che in Francia e successivamente negli altri paesi, occorreranno decenni di lotte durissime, migliaia e migliaia di morti, centinaia di migliaia di feriti e carcerati, insurrezioni e rivolte, scioperi di milioni di uomini e donne, per strappare ai governi borghesi di questi paesi la libertà di sciopero, di associazione, di coalizione e di resistenza per i lavoratori. In Francia occorreranno le rivoluzioni del 1830 e del 1848 in Inghilterra le lotte del 1825, 1832 e 1859 e la dura cruenta lotta del movimento cartista.

   Un’altra battaglia è stata quella di eleggere o essere eletti dei proletari nel parlamento borghese, la richiesta del suffragio universale (dei maschi adulti) era il primo punto della Carta del 28 febbraio 1837 che segna il momento più alto e di massa del movimento operaio inglese. Gli altri punti erano: parlamenti annuali, voto a scrutinio segreto, stipendio ai membri del parlamento, abolizione dei requisiti di censo per i candidati al parlamento, distretti uguali.

   Si noti che il cartismo, specie in quel periodo non fu emanazione di ceti piccolo-medio borghesi, ma espressione di tutto il mondo proletario mobilitato a livello di massa. Occorreranno cinquant’anni di lotte per ottenere in Inghilterra il suffragio universale, che sarà concesso solo nel 1918. Lo stesso avverrà nei decessi successivi nelle altre nazioni europee dove, il proletariato chiederà il potere per sé non per le altre classi.

   Vediamo ancora la libertà di stampa, in pratica la libertà di scrivere e diffondere le proprie idee.

   Nell’Inghilterra dell’Ottocento dove vigevano grosse tasse di bollo su ogni copia di giornale (quotidiano o settimanale) venduto. Il prezzo di vendita diveniva così altissimo, tanto che per i proletari era concretamente irraggiungibile l’acquisto di un giornale. Occorsero campagne operaie durate decenni e la sfida lanciata da giornali operai, venduti al prezzo di pochi centesimi e illegalmente senza bollo, per far abolire la legge. Il primo a lanciare la campagna fu il The poor man’s guardian che, su iniziativa del suo direttore Cobbet, fu venduto al prezzo di un penny come protesta “contro la tassa sul sapere”. Altri giornali operai seguirono, in una lotta che durò alcuni lustri, per arrivare al 1836 quando la tassa sui giornali fu ridotta, e infine nel 1855 quando fu abolita.

   Il limite di tutte queste libertà che sono state conquistate da parte del proletariato con lotte durissime (durate decenni se non addirittura due secoli) sono avvenute nell’ambito e nel quadro dello Stato borghese, permanendo la dittatura della classe borghese. E quindi in ultima analisi sono state utilizzate dallo Stato borghese per mantenere il proprio dominio. Ciò conferma la correttezza dell’analisi marxista e leninista sullo Stato, secondo cui lo Stato della classe opprime, non può essere utilizzato dalla classe oppressa, ma deve essere demolito dalle fondamenta.

   Poiché questo non è avvenuto negli ultimi due secoli, tutte le conquiste operaie, per quanto ottenute attraverso lotte asprissime e prolungate, sono state utilizzate e fatte proprie dalla classe dominante. Se da una parte la conquista di queste liberà, ha allargato le possibilità del proletariato, ma dall’altro sono state utilizzate e “catturate” dalla borghesia che le ha mistificate come proprie libertà. La libertà operaia di associarsi e di costituire leghe e sindacati sono stati utilizzati dalla borghesia per istituzionalizzare il sindacato come ulteriore struttura di sostegno alla dittatura della classe borghese. La libertà di eleggere e di essere eletti è stata usata dalla borghesia per strappare alla loro classe di provenienza gli eletti operai e farne dei borghesi. La libertà di stampa, per l’enorme differenza economica di chi finanzia i giornali (monopoli) è utilizzata dalla borghesia per creare un’opinione contraria agli interessi proletari, e si può continuare con infiniti esempi.

   Su tutte queste libertà incombe il continuo ricatto da parte della borghesia di essere abolite tutte in una notte (attraverso uno stato fascista per esempio) ove le strutture democratiche-parlamentari non dovessero più essere funzionali per il domino capitalista.

   Tutto questo per dire che il diritto del lavoro non è stato un’elargizione da parte dello Stato borghese, ma è un prodotto delle lotte operaie (soprattutto se sono rivolte al cambiamento radicale del sistema).

   Ecco perché nel linguaggio giuridico il diritto del lavoro è definito come “elemento che resiste e che restringe lo sviluppo economico”.

   Pertanto, il diritto del lavoro non è mai riconosciuto come una delle tante branche giuridiche ma come la forza dei lavoratori di rivendicare la tutela dei loro interessi. È evidente che la sua esistenza dipende dall’espressione di tale forza. Quando i lavoratori smettono di lottare in maniera radicale al di fuori delle compatibilità del sistema, il diritto del lavoro sarà sempre limitato fino ad essere abolito.


[1] Il Sole 24 0re, 28 agosto 1996.

[2] Il Sole 24 0re, 29 agosto 1996, pag. 13.

[3] http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/13/manager_commessi_negozio_muoveranno

[4] http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/21/pause-ridotte-cassa-integrazione-straordinari-pilastri-%E2%80%9Cmodello-pomigliano%E2%80%9D/172169/

[5] http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/All/IT/Tool/Press/Single?id_press=592&year=2013

[6] http://www.icebucarestnews.ro/userfiles/file/LA%20PRESENZA%20ITALIANA%20IN%20ROMANIA%202014.pdf

[7] Ci ricordiamo i due marò questi “eroi” uccisori di pescatori indifesi, dove erano? Su una nave mercantile. E nessuno si è chiesto cosa ci stavano a fare? Se c’è una normativa che li consente? Ebbene sì, in base al DECRETO-LEGGE 12 luglio 2011, n. 107 Proroga (delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l’attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonché degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione). Misure urgenti antipirateria. (11G0148) (GU n.160 del 12-7-201) ha permesso la convenzione tra gli armatori e il Ministero della “Difesa” (ma forse si intende difesa degli armatori e degli industriali in genere).

   Ci si chiederà se è possibile che un corpo di élite della marina non abbia nulla di più importante a cui pensare che fare la guardia giurata dei privati?    Esso è possibile poiché è un nuovo modo per fare cassa, poiché gli armatori sono pagati dal ministero. Dopo dismissioni e svendite del patrimonio, tasse e tagli a spese sociali, istruzione e ricerca, ecco a voi affitto di militari scelti. Un’ulteriore dimostrazione che l’austerità non ha come conseguenza solo il peggioramento delle condizioni sociali ma arricchimento di chi è già ricco.

   Del resto, ci siamo abituati all’impiego dell’esercito per cose che non gli competono istituzionalmente, per spot elettorali, tipo la “sicurezza” o l’emergenza neve; situazioni nate per dare solennità e importanza ad alcuni temi.

[8] L’episodio più grave di repressione si ebbe a St Peter’s Fields, vicino a Manchester, nel 1819, quando fu usata la cavalleria per disperdere un raduno di 50 000 persone che chiedevano una riforma parlamentare, provocando undici morti e 500 feriti. Questa strage fu approvata da tutta la classe politica inglese: e poiché anche il duca di Wellington, il vincitore della battaglia di Waterloo, espresse pubblicamente il suo sostegno nei confronti degli ufficiali che avevano ordinato la carica dei dimostranti, l’episodio venne sarcasticamente ribattezzato massacro di Peterloo.

LA PANDEMIA DEL DEBITO

•ottobre 25, 2020 • Lascia un commento

   In questi mesi la maggior parte della popolazione  (giustamente) si è concentrata sul Covid 19. Dal mio modesto punto di vista ritengo che bisognerebbe concentrarsi anche su un altro tipo di pandemia: quella dei debiti pubblici e privati che si stanno propagando nel mondo.

   Gli effetti del debito sono descritti dal compianto Gianfranco Bellini[1] e uscito postumo nel 2013, nel libro intitolato La bolla del dollaro – Ovvero i giorni che sconvolgeranno il mondo, edito da Odradek. Nella Bolla del dollaro si trovano riferimenti teorici, storici ed analitici che possono essere utili ad analizzare la situazione attuale. Nel frastuono di parole che i media, con ore di trasmissioni televisive sempre fuorvianti, di valanghe di notizie molte volte inattendibili  che servono ad anestetizzare la pubblica opinione, poco spazio si è dato al summit che si è tenuto il 27 – 29 agosto 2020  a Jackson Hole, in Wyoming, che è stato uno degli appuntamenti economici più attesi e importanti dell’anno, utilizzato dai banchieri centrali per mandare messaggi di politica monetaria.[2] Il tema di discussione era senza dubbio molto impegnativo: Navigare nel prossimo decennio: implicazioni per la politica monetaria. Star dell’evento è stato Jerome Powell presidente della Federal Reserve (Fed) e custode della valuta più indebitata, ma si badi bene non inflazionata, dell’intero globo terrestre,  se consideriamo che un debito di 26.712 miliardi di dollari non può più essere contenuto nei ristretti confini del pianeta Terra. Powell ha dichiarato che la Fed non si opporrà ideologicamente ad un livello di inflazione intorno al 2%, se questo sarà da stimolo alla crescita dell’occupazione. Non un accenno sul vertiginoso aumento del debito americano, di oltre 3.000 miliardi di dollari realizzatosi da marzo ad oggi, oppure per il suo improbabile contenimento, pensando alle tensioni inflazionistiche previste in percentuale assai contenute se rapportate alla massa monetaria espressa in dollari. Bisogna intendersi cosa intende dire Powell quando parla di tolleranza al 2%. Magari il capo della Fed sta mandando un messaggio alle classi dirigenti americane che si apprestano a scegliere il prossimo presidente attraverso la pantomima delle elezioni.  Powell ad esempio potrebbe sottendere che arrivare a un cambio di 1 dollaro per 0,70£ nei prossimi mesi non sarebbe tollerabile (oggi al cambio 1 dollaro per il 0,84£).  Bisognerebbe tenere d’occhio i rapporti di cambio tra le monete da novembre in avanti. Inoltre, bisognerebbe prestare attenzione al titolo del convegno Navigare nel prossimo decennio, assieme a un ulteriore riflessione: i banchieri centrali si stanno dando un orizzonte temporale definito e neppure troppo ampio. Nelle segrete stanze, e non in convegni pubblici, essi sanno che qualcosa dovrà succedere per forza nei prossimi anni.  

   Nel mondo occidentale il debito pubblico dilaga: il debito delle   corporation cresce, il debito delle aziende aumenta, il debito privato s’ingrandisce. Il Covid-19 sta accelerando questi processi, la cui velocità aumenta costantemente senza sapere effettivamente dove si vada a finire, nell’incerta certezza che per pura magia (magari per eredità culturale di Harry Potter o meglio ancora di Mago Merlino) non si andrà a sbattere contro nessun ostacolo. Ma sarà davvero così?

   Nella Bolla del Debito capitale reale e capitale fittizio vengono correttamente presentati in completa antitesi. Per quanto riguarda il capitale reale non si può che fare riferimento alla fondamentale opera di Marx DasKapital  (in italiano Il Capitale). Per quanto riguarda il capitale fittizio. Bellini fa notare che l’approfondimento teorico è ancora lacunoso e soggetto a critiche  e allo stato attuale una definizione di capitale fittizio, di potrebbe dire che c’è in esso il superamento del classico della formula classica di Marx  D-M-D’ (denaro-merce-più denaro).[3] Nella sostanza “Il Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere  simultaneamente convertita in valori d’uso esistenti. È un’invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro. Si tratta di una finzione necessaria ma costosa e prima o poi crolla a terra”. Lavoriamo su questa definizione dove troviamo essenziali per comprendere perché il fittizio è il debito ed il debito è il capitale fittizio. Analizziamola la prima parte della definizione: “Il Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere simultaneamente convertita in valori d’uso esistenti…”. Nel  Capitale di Marx è la merce che contiene valori d’uso e valore di scambio, la continua trasformazione di denaro in merce e di merce in denaro genera il capitale reale. Il capitale fittizio è invece avulso da questo meccanismo, la sua generazione non dipende da fattori produttivi e commerciali, è una sorta di auto generazione perpetrata da enti che sono in grado di creare e moltiplicare denaro (banche centrali ed istituti privati). Essi hanno storicamente avuto freni inibitori in quest’azione speculativa dove alla fine sono progressivamente indeboliti. Freni inibitori importanti fino allo scoppio della prima guerra mondiale: lo sterling era il derivato (capitale fittizio) della sterlina,[4] il quale era convertibile in oro secondo i sacri dettami del Gold Standard. Una delle ragioni a fondamento della prima guerra mondiale fu lo squilibrio fra gli Sterling Bills circolanti e l’insufficiente riserva d’oro della Banca d’Inghilterra per garantirli. Un successivo indebolimento avvenne nel primo dopoguerra, allorché il dollaro di fatto affiancò la sterlina quale moneta di riferimento del commercio mondiale e quindi gli inglesi e gli americani poterono creare capitale fittizio tramite i rispettivi bills (cambiali, titoli di credito commerciali ecc.) fortemente utilizzati per le transazioni internazionali, ma a loro volta soggetti alla speculazione finanziaria. Un ulteriore ridimensionamento vi fu a seguito degli accordi di Bretton Woods del 1944, ed al passaggio al Gold Exchange Standard. Le monete europee rappresentanti di paesi accumunati dalla distruzione fisica ed economica dovute alla seconda guerra mondiale (senza particolari distinzioni tra vincitori e vinti), persero la possibilità di convertirsi in oro, delegando al solo dollaro questa possibilità. La sterlina abdicò definitivamente al proprio ruolo di moneta di riferimento a favore del biglietto verde USA.  Negli Cinquanta e Sessanta, le necessità vere o presunte di far fronte alla cosiddetta guerra fredda contro il “blocco socialista” a guida revisionista e la Repubblica Popolare Cinese, sia dalle due guerre calde determinate dalle guerre di liberazione rivoluzionaria della Corea e del Vietnam, indussero ben presto le autorità monetarie a premere sull’acceleratore dell’indebitamento e della conseguente creazione di capitale fittizio fino a giungere al primo default del debito americano dell’agosto 1971, allorché il presidente Richard Nixon decretò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro (35 dollari per un oncia Troy[5]). Dal Gold Exchange Standard si passò al Dollar Standard, attualmente in vigore, ed alla possibilità per le autorità monetarie USA di creare debito senza limiti e quindi generare capitale fittizio a profusione per alimentare la voracità di Wall Street da un lato, e l’enorme costosissima macchina militare, compreso il suo notevole indotto industriale, dall’altro. Mai dimenticare che il privilegio di avere la valuta di riferimento lo si conquista e lo si difende sul campo di battaglia. Veniamo ora alla seconda parte della definizione: “E’ un’invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro…”. Il capitale fittizio è invenzione, è frutto della fantasia di banche ed istituiti finanziari che operano anche tramite il mercato borsistico, loro complice in nefandezze bancarie. Facciamo l’esempio dei Subprime oggetto della bolla esplosa nel 2008. Al rapporto reale di erogazione di un mutuo a fronte dell’acquisto di una casa, banche e finanziarie costruiscono una serie di prodotti finanziari derivati costruiscono una serie di prodotti finanziari derivati che inglobano il rapporto mutualistico, per poi venire a loro volta inclusi in altri prodotti finanziari, moltiplicando così il valore del debito originario. Fino al momento dell’esplosione della bolla, la vendita sul mercato tali prodotti speculativi genera denaro vero che ritorna “impropriamente” sotto forma di capitale investito, in questo senso ai alimenta il capitale reale, il capitale fittizio costituisce il simbolo di fiducia nel futuro perché tale sistema si fonda sulla convinzione che il sottostante rapporto reale, un debitore in carne ed ossa che paga regolarmente le rate del mutuo, non cesserà mai di adempiere al proprio dovere “sociale”. Su questa fiducia la speculazione moltiplica i valori senza porsi limiti. Allorché tale debitore viene meno a tale obbligo abbiamo è la crisi del 2008.

LA FASE TERMINALE DELLA CRISI?

   E’ errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, con la mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista e, il passaggio del capitale finanziario a ruolo guida del processo economico capitalista, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia, di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzarsi il loro capitale e accumulare e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli USA il monte salari è stato una percentuale decrescente del PIL) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato milioni di famiglie si sono indebitate, le imprese sono riuscite  a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.

   Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso generalizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (persino anche a chi ha avuto problemi di pagamento!). Questo fenomeno si è diffuso dagli USA a tutti i paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie hanno sempre teso al risparmio), l’indebitamento delle famiglie occidentali è salito in pochi anni, in Spagna è salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

   Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stata evitata e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari USA e del crollo  del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

   Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi  atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

   Le chiavi attorno a cui ruotò l’intero meccanismo furono essenzialmente quattro:

  1. I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartorizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamati Morgtgagebaked Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli a debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso di interesse è agganciato al tasso di interesse interbancario (LIBORrate) – che servivano per acquistare le obbligazioni rischiose dalla “banca madre”, cartorizzarle nella forma di collateralizet debt obligation (Cdo)  e rivenderle ad altre istituzioni bancarie, oppure a investitori come fondi pensione o hedge fund. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e i tassi di interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  2. Colleteralized Debt Obligation (Cdo).  La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine, oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  3. Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente, sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista dell’ambiente dove operano, anche se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  4. Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prelevare denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando profitti. Per quanto riguarda la bolla, l’inflazione dei prezzi immobiliari sta alla base della continua rivalutazione dei titoli cartolarizzati che ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi della commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma su pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare.

Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

   La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie informatiche (TIC): ma alla fine i forti incrementi di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale al lavoro.[6]

   L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, l’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, la finanziarizzazione dell’economia e l’attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa in quanto avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

   Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% al 1% . Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi di interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio, chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

   Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni  finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto.  Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

   Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

   Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

  1. Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.
  2. Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.
  3. Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

   Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari. Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

   Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche – qui in Italia in questo quadro bisogna vedere il superamento della divisione tra fascismo/antifascismo).

IL RUOLO DELLO STATO NELLA CREAZIONE DEL CAPITALE FITTIZIO

   la borghesia finanziaria[7] fa un uso privatistico dello Stato per creare capitale fittizio a costante sostentamento delle attività speculative. La Bolla del dollaro ci richiama alla genesi dell’intervento dello Stato in economia, nota eresia per il pensiero liberista classico, come soluzione della crisi economia del 1929.

   Gli economisti che sostengono l’intervento statale nell’economia sostenevano la tesi che il capitalismo sia governabile. Ideologi borghesi quali Sombart, Liefman, Schulze-Gaevenitz e riprese poi dai teorici della Seconda Internazionale quali Kautsky e Hiferding sostenevano la tesi del “capitalismo organizzato”.[8] Queste posizioni erano favorite dal fatto che nel periodo 1870/1914 ci fu un lungo periodo di assenza fra i paesi imperialisti.[9] I teorici del “capitalismo organizzato” sostenevano che nella società borghese moderna si riduceva progressivamente il campo delle leggi economiche operanti e ampliava in modo straordinario quello della regolamentazione cosciente dell’attività economica per opera delle banche.

   Queste teorie del “capitalismo organizzato “naufragarono nelle trincee della prima guerra mondiale, ma furono riprese all’inizio della grande depressione degli anni Trenta. In quel periodo nei circoli academici anglo-americani, in particolare Keynes ripresero il tentativo di dare un governo all’economia capitalista.

   Partendo dalla tesi che la stagnazione era causata dalla mancanza di investimenti produttivi ad un livello adeguato da parte dei capitalisti, che sono gli unici in una società borghese hanno i mezzi e sono nelle condizioni prendere l’iniziativa in campo economica. Secondo Keynes gli Stati devono creare una domanda di consumo finanziata col disavanzo statale. Keynes sosteneva che manovrando questa domanda attraverso la spesa pubblica e mettendo “degli incentivi a spendere” si poteva mantenere un livello di produzione che limitasse la disoccupazione.

   Le diverse soluzioni politiche che le borghesie dei vari paesi imperialisti hanno assunto negli anni Trenta (New Deal negli USA, nazionalsocialismo in Germania) erano caratterizzate da elementi comuni quali l’intervento dello Stato per razionalizzare l’economia.

   A essere precisi questo fenomeno dell’intervento dello Stato nell’economia era cominciato molto prima, ma fino al 1914 era rimasto sporadico o solo abbozzato:

   Vi sono stati due modelli di intervento statale nel mondo capitalista, da un lato la modalità degli Stati Uniti di Roosevelt e della Germania di Hitler, dall’altra la modalità dell’Italia di Mussolini. Il periodo è lo stesso: il primo lustro degli anni Trenta.

   In questo periodo  negli Stati Uniti l’azione del neo presidente Franklin Delano Roosevelt, a partire dai famosi primi 100 giorni del 1933, sinteticamente si rivolgono a tre aree d’intervento: l’area finanziaria, mettendo qualche briglia alle attività di Borsa tramite l’istituzione di una commissione di controllo sulle operazioni, ma soprattutto dividendo in modo netto l’attività delle banche commerciali (raccolta del piccolo e medio risparmio privato e loro investimento nei settori produttivi tradizionali) da quello delle banche di affari (gestione dei grandi patrimoni ed attività speculative); la seconda area riguarda il ruolo dello Stato (tramite apposite agenzie) come datore di lavoro, la più famosa delle quali fu certamente la Tennessee Valley Authority, con lo scopo di rilanciare economicamente la valle del fiume Tennessee soprattutto tramite la sua completa elettrificazione; infine nel campo fiscale dove, cosa incredibile se pensiamo alle risibili aliquote delle imposte dirette sugli alti redditi di oggi (in Italia la maggiore è il 43 per cento). Roosevelt gravò i redditi maggiori con aliquote fino al 79 per cento. Tutte queste azioni, tuttavia, non misero mai in discussione la proprietà privata di aziende ed istituti finanziari.

   Adolf Hitler, andato al potere agli inizi del 1933, si affidò per il rilancio dell’economia del Reich “millenario” ad un veterano della finanza tedesca del primo dopoguerra: Hjalmar Schacht. Già responsabile dell’economia nella Repubblica di Weimar nel 1923, presidente della Reichbank nel 1924. Nella sua azione governativa in economia, Schacht aderì al modello Rooseveltiano delle grandi opere pubbliche, che nel caso tedesco furono necessariamente ed immediatamente finanziate generando debito (capitale fittizio), che qualcuno tra Lombard Street[10] e Wall Street pensò bene di garantire, essendo la Reichbank impossibilitata a farlo. Il rapporto dello Stato con le grandi corporation tedesche fu subito quello di un’economia volta alla preparazione di un grande esercito e di una potente aeronautica: quindi soldi a profusione ai settori degli armamenti, meccanici ed automobilistici (come la Volkswagen, nata da un accordo siglato tra Hitler e Ferdinand Porsche). Anche nel caso tedesco le grandi banche ed i grandi agglomerati industriali (Krupp, Siemens, Bosch) non ebbero mai nulla da temere circa la saldezza dei pacchetti azionari nelle mani delle famiglie fondatrici.

   Come Roosevelt, anche Mussolini varò una legge bancaria nel 1933 che prevedeva la divisione tra banche di affari e banche commerciali. Ma in Italia si fece un passo che USA e Germania non si sognarono mai di fare: il salvataggio di banche ed industrie venne pagato proprio dai possessori dei pacchetti azionari, che dovettero cederli all’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI) fondato da Alberto Beneduce[11]. In ogni caso, in misura diversa e con modalità differenti, Stati Uniti, Germania ed Italia vararono ufficialmente e come politica strutturale l’era dell’intervento statale nell’economia. Anche la Gran Bretagna diede il suo contributo accademico, tramite l’opera di John Maynard Keynes, la cui divulgazione di uno dei due modelli, ovviamente quello che non metteva in pericolo i pacchetti azionari dei benefattori di denaro pubblico, contribuì alla diffusione dell’intervento statale nell’economia  nel mondo occidentale, soprattutto nel secondo dopoguerra. I due modelli di intervento statale ebbero diverse evoluzioni, dovute anche agli esiti della seconda guerra mondiale. Di fatto, il modello rooseveltiano venne quasi subito sostituito da un intervento di tipo finanziario: le agenzie governative del New Deal scemarono d’importanza, e lo Stato Federale da “datore di lavoro” diventò “committente” soprattutto nei confronti delle industrie belliche.

   Per ricapitolare: l’intervento dello Stato a partire dagli anni Trenta divenne permanente e più massiccio; la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale dell’economia nazionale si è affermato in tutti i paesi dominati dalla borghesia. Questa tendenza al capitalismo di Stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta nessuna novità qualitativa nei confronti del capitalismo classico, anzi ne è l’estrema conseguenza. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali, ecc. non sorgono, in sistema capitalistico, come conseguenze della prosperità economico, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo dell’industria; il controllo dello Stato sull’economia nazionale serve ad impedire attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni.

   Tornando all’epoca contemporanea, le esigenze della cosiddetta guerra fredda portarono il Tesoro americano all’indebitamento progressivo che costringerà Washington ad abbandonare il Gold Exchange System nel 1971.

 Il modello italiano, invece, si sviluppò ulteriormente: al gigante IRI si affiancano i giganti pubblici ENI ed ENEL. È il boom economico di questo paese, che è bene sottolineare, non fu mai a trazione privata. Il modello italiano di intervento pubblico ha dei tratti diversi rispetti a quello degli altri paesi occidentali, poiché tendeva a formare quella che veniva definita un “economia mista”, quando in realtà sarebbe corretto che si creavano delle FAUS (Forme Antitetiche dell’Unità Sociale).

   Le FAUS sono istituzioni e procedure con cui la borghesia cerca di far fronte al carattere collettivo oramai assunto dalle forze produttive, restando però sul terreno della proprietà e dell’iniziativa individuale dei capitalisti. Per farvi fronte crea istituzioni e procedure che sono in contraddizione con i rapporti di produzione capitalisti. Sono mediazioni tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione che ancora sopravvivono. Sono ad esempio FAUS le banche centrali, il denaro fiduciario, la contrattazione collettiva dei rapporti di lavoro salariato, la politica economica dello Stato, ecc.

    In tale sistema la produzione di capitale fittizio da parte dello Stato è sostituita dalla crescita del PIL agevolata dal ruolo direttivo dello Stato esercitato tramite il Ministero delle Partecipazioni statali. Nel 1964, in pieno boom economico, quando l’economia italiana cresce in media del 5% annuo sostanzialmente senza inflazione, il rapporto debito-Pil si trova al 33%.

   Nonostante gli anni Settanta vedono un oggettivo aumento dell’inflazione e della spesa pubblica, anche grazie alle conquiste dei lavoratori, lo Stato non genera debito: nel 1981 si trova ancora al 60% del Pil. Negli anni Ottanta, al ruolo dello Stato “direttore” dell’economia si affianca il ruolo di “sovvenzionatore” sia dell’economia privata che di un Welfare che si sbilancia sul lato della spesa (ad esempio le baby pensioni). La produzione del debito inizia ad eccedere la capacità di crescita del sistema di “economia mista”.

   La  caduta del muro di Berlino in Italia decreta la fine di molte FAUS per abbracciare un liberismo spinto al suo estremo. Il fallimento morale, politico, economico e sociale delle famigerate privatizzazioni selvagge degli anni Novanta guidate da Mario Draghi e Romano Prodi sono sotto gli occhi di tutti, basta pensare alla gestione Benetton delle autostrade italiane ed alle vicende legate al ponte Morandi di Genova.

   Gli anni Novanta rappresentano il trionfo del liberismo più o meno estremo (in Italia estremissimo) in tutto il mondo; tuttavia questo passaggio alla magia del mercato ha bisogno subito della generazione di tanto debito e quindi di capitale fittizio: dal 1991 al 2001 ultimo decennio della lira si passa dal 98,6 al 108,7 del rapporto debito Pil. L’ingresso del bel paese nella moneta unica non muta il trend: si passa dal 105,5 del 2002 al 126,1 del 2012 (complice la crisi dei Subprime), per poi superare brillantemente il 135 per cento nel 2019, per non parlare del 2020 ancora in corso.

CAPITALE FITTIZIO E LOTTA DI CLASSE

   La lotta di classe non è mai finita, lo sappiamo bene, semplicemente dalla caduta del muro di Berlino ad oggi nei paesi imperialisti centrali, la borghesia ne ha maggior coscienza ed è all’offensiva. Altro discorso è quello che avviene nei paesi del Sud del mondo poiché a livello politico la contraddizione principale è imperialismo (principalmente U.S.A.)/popoli oppressi. Massima espressione di questa contraddizione sono le guerre popolari in atto condotte da partiti comunisti guidati dal marxismo leninismo maoismo. Contraddizione che si sta fondendo con la contraddizione fondamentale classe operaia/capitale, poiché la classe operaia si è allargata a livello mondiale in termini assoluti, se si considera (pur con dati parziali) che la classe operaia mondiale abbia superato il miliardo di componenti e tendendo conto delle migrazioni verso i paesi imperialisti, dove ormai i lavoratori migranti sono una quota rilevante della classe operaia di questi paesi, per questo motivo nelle metropoli imperialiste si può tranquillamente dire che siamo di fronte ad una classe operaia multinazionale.

   Come si diceva prima in Italia (come negli agli altri paesi imperialisti) è stata combattuta strenuamente ed efficacemente da una classe sola: la borghesia “finanziaria” internazionale, quella che frequenta Wall Street, la City di Londra, che partecipa al World Economic Forum di Davos; la stessa che detiene la proprietà dei mass media, che crea partiti e leader di plastica che, a loro volta, allestiscono il “palco delle elezioni democratiche”. La crescita di debito e la conseguente produzione di capitale fittizio sono un segnale dello sfacciato uso privatistico che la classe dominante fa dello Stato.  Poniamoci una domanda: come mai i paesi occidentali soffrono di deficit costanti e debiti pubblici e privati crescenti? Il caso Italia è illuminante sotto questo profilo. Le ragioni del maggior debito non risiedono, come comunemente viene fatto credere dai mass media di regime, dalla crescita della spesa pubblica, la quale in Europa ha avuto un aumento limitato e fisiologico a causa degli accordi di Maastricht. La ragione sta nella diminuzione tendenziale delle entrate, le cui cause sono ideologiche e politiche; vediamole. La principale e fondamentale causa, che accomuna tutti i paesi occidentali, è la progressiva diminuzione della tassazione sia sui redditi delle persone fisiche più elevati sia sulle grandi aziende, e l’inevitabile spostamento del peso della tassazione diretta quasi interamente sulla classe dei salariati. Il sistema fiscale dei paesi democratici borghesi funziona come lo sceriffo di Nottingham: prende tanto ai poveri per dare a piene mani ai ricchi (vedasi il recente “prestito Covid-19” ottenuto dalla Fiat per 6,3 miliardi di euro da Intesa San Paolo, garantiti dallo Stato e che molto probabilmente non saranno mai restituiti[12]). La classe dominante non sopporta l’offesa di pagare le tasse. Gli Stati Uniti sono passati dalle aliquote rooseveltiane (ma anche del predecessore Herbert Hoover) del 79% sui redditi più alti agli attuali 39% per redditi oltre i 500.000 dollari: hai voglia a restituire il debito USA. Per quanto riguarda le grandi corporation, il culto del mercato globale ha ispirato legislazioni fiscali che permettono ai grandi gruppi di eludere il fisco dei paesi dove producono il proprio reddito tramite complesse architetture societarie, che finiscono sempre per avere “holding” in paesi offshore oppure a tassazione agevolata come Olanda e Lussemburgo. Cercare poi di far pagare le giuste tasse ad Amazon, Google, Apple nei paesi europei, ad esempio, rappresenta un oltraggio per gli Stati Uniti che su questo tema sono pronti alle ritorsioni commerciali (ultima crisi è datata dicembre 2019).

   In Italia è tradizionalmente tollerata un’elevata evasione fiscale il cui dato esatto è un vero e proprio segreto di stato, ma che viene mediamente calcolata tra i 170 e 190 miliardi di euro l’anno. Siccome nel Bel Paese le grandi corporation sono poche e le piccole e medie imprese sono molte e tutte private, l’aver creato un fisco caotico, inefficiente e profondamente ingiusto ha agevolato la media e piccola borghesia nostrana ad escogitare numerose e fantasiose pratiche evasive quasi mai perseguite. Allora chi paga le tasse per intero? Ovviamente la classe dei salariati, soggetta al sostituto d’imposta e quindi impossibilitata ad evadere.

   Tuttavia, tartassare e dileggiare i salariati è necessario ma non sufficiente. La performance tributaria di questa classe si è fortemente deteriorata dagli anni Novanta in avanti, grazie alla solerte opera dei partiti di governo (partendo da quelli di sinistra, vedi le riforme Treu) votati allo smantellamento progressivo dei contratti nazionali e rendendo possibile ed estremamente conveniente precarizzare il lavoro. In Italia il gettito fiscale da salari e stipendi è diminuito per ragioni quantitative: l’epoca della privatizzazione e del liberismo senza appello ha fortemente diminuito il numero degli assunti in valore assoluto; e per ragioni qualitative: il valore e la stabilità dei contratti degli assunti è progressivamente diminuito, deprimendo quindi il relativo gettito fiscale. La soluzione è stata quella di alzare la tassazione indiretta, ulteriore decisione a sfavore delle classi meno abbienti.

   Oggi l’aliquota principale sul valore aggiunto in Italia è del 22%, e vi sono meccanismi “automatici” che prevedono l’inasprimento delle percentuali IVA in caso di deficit eccessivo. Negli Stati Uniti invece esiste una Sales Tax[13] che arriva solo all’11% (nondimeno il gettito IVA è determinato dai consumi domestici, anch’essi diminuiti seguendo fatalmente il declino del reddito delle persone fisiche, altro elemento depressivo delle entrate. Last butnotleast (come dicono i bravi scrittori anglosassoni), l’aumento del debito è dovuto alle politiche delle banche centrali come il Quantitative easing e dei tassi d’interesse vicini allo zero oppure negativi. Federal Reserve e Banca Centrale Europea hanno inondato il mercato di denaro a bassissimo costo, ma non è arrivato a tutti. Le Banche private debbono prestare denaro a tassi forzatamente bassi e che non permettono di coprire adeguatamente il rischio delle insolvenze. Trincerandosi dietro agli accordi di Basilea ed al sistema dei rating su famiglie ed aziende, gli istituti di credito prestano a sicuri solventi, cioè a coloro che non hanno bisogno di soldi, e difficilmente a coloro che ne hanno realmente necessità, quindi potenzialmente a rischio. Il risultato di questo giochino è una montagna di denaro messa a disposizione per acquisto di titoli del debito pubblico, per alimentare i private equity, gli edgefound e per le speculazioni di borsa anche a causa dello smantellamento di un altro pilastro delle politiche economiche degli anni Trenta: la distinzione tra banche commerciali e banche d’affari, tornate in un’inquietante simbiosi. Il Quantitative Easing tiene il denaro lontano dall’economia reale ed è uno strumento di generazione di capitale fittizio. Sommando tutti questi elementi, che sono i principali ma non gli unici, possiamo comprendere perché il mantenimento di un sistema occidentale, democratico borghese e liberista non può che avvenire attraverso i deficit dei bilanci annuali, quindi dell’aumento del debito complessivo ed in ultima istanza di produzione di capitale fittizio: le stigmate della classe borghese dominante.

IL CAPITALE FITTIZIO PUO’ ESSERE DISTRUTTO?

   Riprendiamo l’ultima parte della definizione di Capitale fittizio: “Si tratta di una finzione necessaria ma costosa, e prima o poi crolla a terra”. Fino ad ora abbiamo visto che il capitale fittizio, essendo frutto di invenzioni ed architetture finanziarie è totalmente estraneo alla produzione di capitale reale, e quindi viene necessariamente distrutto. Il capitale fittizio è generato dalla grande disponibilità di denaro derivante dall’espansione dei debiti pubblici, e moltiplicato dalle attività speculative della finanza.

Spostiamo quindi l’oggetto della riflessione sui debiti sovrani e sul loro futuro. Un assunto: un debito pubblico che supera una certa soglia (per convenzione diciamo il 100% del proprio PIL) non è rimborsabile né ora né mai. Tali debiti possono avere altri destini. Quando il debito non è espresso da una moneta di riserva e di riferimento internazionali come la sterlina fino al 1944 oppure il dollaro oggi, la sua distruzione è accompagnata dall’evaporazione della moneta che lo esprime. Il debito della Germania sconfitta nella Grande Guerra e vessata dal trattato di Versailles ha cessato di esistere e pagare interessi distruggendo il Papiermark[14], sostituito dal Rentenmark[15] prima e dal Reichmark[16] subito dopo.

   Queste monete tedesche, prive di significative riserve d’oro e valutarie a seguito delle sanzioni post belliche ed espressioni di un paese allo sbando economico, erano interamente garantite da dollaro e sterlina (quante cose non sappiamo dell’ascesa al potere di Hitler). Quando il debito è espresso nella moneta di riserva e riferimento internazionale, come oggi è il dollaro, esso è “protetto” dall’esercito, dalla marina e dell’aviazione della metropoli imperiale, che non esitano a persuadere, chiunque voglia utilizzare monete più sane, a cambiare immediatamente idea.

   Agli inizi del XXI secolo  vi fu un leader che non fu accorto e lesto nel mutare opinione a proposito di vendere petrolio contro euro. Gli americani prima devastarono il suo paese per la seconda volta e poi lo impiccarono: si chiamava Saddam Hussein[17]. Il debito americano sembrerebbe quindi eterno finché protetto dalle portaerei USA. Esistono infine debiti che, se fossero espressi nella moneta nazionale, sarebbero già dissolti evaporandone la moneta, ma avendo nominato tale debito con una valuta comunitaria, esso è garantito da tale moneta e quindi da altri paesi: è il debito italiano denominato in euro. Proviamo ora ad immaginare il Bel Paese che perdesse la garanzia di paesi creditori, siano essi UE oppure la Cina, se volessimo trattare l’arduo tema dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Possiamo immaginare uno scenario dove gli italiani dovrebbero ridurre le proprie attività e gli spostamenti al minimo indispensabile; se i lavoratori dovrebbero essere legati ad un delimitato territorio, con divieto di oltrepassare determinati confini. Andrebbero dotati di un salvacondotto (anche sotto forma di autocertificazione) che dichiari i confini del fondo” all’interno del quale potersi muovere, ispirandosi in questo alla figura intermedia tra schiavo e uomo libero che fu per secoli il servo della gleba; chi invece non lavora, dovrebbe essere confinato nel proprio alloggio e basta. I servizi pubblici andrebbero ridotti sensibilmente: sportelli d’utilità generale come uffici comunali, INPS, Agenzia delle Entrate, Catasto eccetera dovrebbero rimanere chiusi il più possibile. Le scuole andrebbero chiuse e sostituite da forme d’istruzione (come le lezioni a distanza, anche in assenza di una infrastruttura di trasmissione dati dignitosa) che permetta agli scolari di stare a casa, con un risparmio anche su questa voce; l’accesso agli ospedali andrebbe regolato e concesso a chi può pagare, per talune malattie e non per altre, dando ai dirigenti sanitari la discrezionalità impunibile di scegliere di curare e chi lasciare al proprio destino; intere classi di pensionati, che beneficiano di forme di contribuzione antiche e quindi redditizie, andrebbero eliminati senza che nessuno fiati.

   Ad esempio, per una regione ricca di lavoratori a riposo provenienti dall’industria come la Lombardia, circa 17.000 persone morte  sarebbero un target adeguato. Luoghi e modalità di assemblamento andrebbero vietati, le assemblee sindacali nei posti di lavoro interdetti, i governi dovrebbero perpetrare stati di emergenza per prevenire sommosse, eccetera. Questo scenario, “del tutto ipotetico”, sarebbe compatibile per la sopravvivenza di un paese con un debito di 2.600 miliardi e nessuna possibilità di fare deficit. Ma se arrivassero 209 miliardi dai creditori, che per motivi geopolitici, sapendo di dare denaro a potenziali incapaci e disonesti scialacquatori, decidessero di salvare il debitore…. Per gli Stati Uniti il discorso è diverso. Il capitale fittizio primo o poi crolla a terra, eppure il congresso americano ha varato un allargamento di debito mai visto in un lasso di tempo ridottissimo: circa 3.000 miliardi di debiti creati da marzo 2020 ad oggi esta inondando Walle Street, banche private, private equity[18], società finanziarie, ecc. Quale destino può quindi avere un debito di 26.712 miliardi? Personalmente per quanto ne sappia ritengo impossibile che possa essere rimborsato. Potrebbe implodere internamente, il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione mai vista prima della storia dell’umanità, rigorosamente accompagnato da uno spaventoso conflitto domestico che potrebbe avere connotati raziali, ad esempio inasprendo la tradizionale e diffusa brutalità della polizia ai danni delle minoranze, aggiungendo l’azione repressiva delle guardie nazionali dei vari  stati federali, magari (speriamo veramente di no) comprendendo come strumento repressivo l’uso di testate nucleari. Questo debito potrebbe esplodere esternamente, tramite un poderoso tentativo di dollarizzazione di altri importanti paesi attraverso l’aggressione militare. La Cina sarebbe l’obiettivo ideale per numero di abitanti e le dimensioni della sua economia. Con l’aiuto di ottimi eserciti ausiliari come quello giapponese e  coreano la guerra alla Cina (che viene fatta ovviamente per portare “democrazia” e “libertà” – sarebbe un’impresa ardua ma possibile. Non è impossibile che ci possa essere un conflitto interno alla NATO ad esempio fra la Turchia e la Grecia[19] che rischierebbe di infiammare tutto il Medio Oriente, che potrebbe determinare il blocco della produzione di petrolio, e non sarebbe da scartare un conflitto con la Russia magari con la scusa di soccorrere un governo con la facciata democratica guido ad arte da amici dell’occidente come Tikhanovskaya.

   Non bisogna scordare che ci saranno le elezioni americane per la presidenza e che non possiamo suddividerli tra presidenti “buoni” o “cattivi”, ma presidenti di  quello che è tutt’ora il maggior paese imperialista.  


[1] Gianfranco Bellini (Milano, 1952-Milano, 2012). Manager, esperto di sistemi informatici, studioso e critico di economia internazionale. Di famiglia proletaria e comunista dà vita con i fratelli Andrea e Marco, al Collettivo di quartiere Casoretto, passato alle cronache come “la banda Bellini”. Si iscrive alla Boccon, durante il servizio militare, milita nel Movimento dei soldati. Si laurea in Economia alla Bocconi, con una tesi sull’Economia di Piano in Unione Sovietica, sviluppata con la matematica lineare di Kantorovic, che lo indirizza ai temi dell’economia globale e a una propria visione geopolitica. Manager in molte multinazionali, dalla Barclays Bank alla Montedison alla IBM, successivamente e fino alla sua morte continua la sua militanza nella sezione Tematica Laika del PdCI che ha come elemento fondante la ricerca teorica sul Capitale e l’inchiesta militante alla maoista.

[2]  Questi summit sono l’appuntamento annuale per economisti e banchieri centrali organizzato dalla Fed. Prende il nome dalla vallata del Wyoming dove gli esperti di tutto il mondo dovrebbero avere un momento di riflessione. Un momento di relax favorito dalla pace della vallata e dalla splendida vista sulle montagne Grand Teton, tra boschi di conifere e fiumi blu. Negli ultimi anni tuttavia su Jackson Hole si sono proiettate le tensioni dell’economia mondiale. https://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/jackson-hole.html

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/08/27/news/fed_l_inflazione_non_conta_piu_-265651271/

[3] Marx ritiene che tale “più” monetario, ovvero Plusvalore, non debba essere cercato a livello di scambio di merci, bensì a livello della produzione capitalistica delle medesime.

[4] Sterlina è il nome italiano della valuta ufficiale del Regno Unito e di alcune parti di territorio sparse nel mondo, compresa un’area del Polo Sud definita “Territorio Antartico Britannico”. All’origine del suo nome deriva da “Sterling Silver“, una lega metallica composta per il 92.5% di argento e il 7.5% rame.

[5] L’oncia troy è un’unità di misura del sistema imperiale britannico. Al 2013, è la più comune unità di massa per i metalli preziosi, le gemme e la polvere da sparo e, come tale, è utilizzata per definire il prezzo di questi beni nel mercato internazionale

[6] Spinte dalla concorrenza le imprese se non volevano essere spazzate via hanno investito in nuove tecnologie e modernizzato il capitale produttivo, tutto ciò ha causato un aumento fortissimo dei costi.

[7] Questa frazione (dominante) della borghesia è l’espressione del  capitale finanziario che  si determina la fusione e l’equiparazione del capitale industriale con quello industriale e la stretta unione di entrambi con il potere dello Stato monopolista.

[8] All’interno del Movimento Comunista N. Bucharin sosteneva la tesi che il capitalismo dalla fine del XIX secolo ha avviato un processo di organizzazione che ha modificato seriamente il libero gioco delle forze della concorrenza.

[9] Non è certamente un caso che in questo periodo all’interno del movimento operaio nasce e si consolida il revisionismo.

[10] Lombard Street è una strada della Città di Londra, nota per i suoi legami, risalenti al Medioevo, con i mercanti, i banchieri e gli assicuratori della City. Viene perciò spesso paragonata a Wall Street a New York.

[11] Alberto Beneduce è stato un dirigente pubblico, economista, politico (era un socialista riformista)  e accademico italiano, amministratore di importanti aziende statali nell’Italia liberale e fascista, amministratore delegato dell’INA, tra gli artefici della creazione dell’IRI e suo primo presidente, oltre che ministro e deputato.

[12] https://www.ilsole24ore.com/art/fiat-chrysler-stretta-prestito-garantito-63-miliardi-la-filiera-italia-ADlxC6Q

[13] La sales tax è la tassa sulla vendita di prodotti e servizi applicata in America ed è pagata dal consumatore finale al momento dell’acquisto.

[14] Il nome Papiermark si applica alla valuta tedesca dal 1914 quando il collegamento tra il Marco e l’oro fu abbandonato, a causa dello scoppio della I guerra mondiale. In particolare, il nome fu usato per le banconote emesse durante il periodo dell’iperinflazione in Germania nel 1922 e specialmente nel 1923.

[15] Il Rentenmark è stato la valuta emessa il 15 novembre 1923 per fermare l’inflazione del 1922-1923 in Germania. Sostituì la Papiermark, che era stata completamente svalutata. La Rentenmark fu solo una valuta temporanea, e non ebbe valore legale.

[16] Reichsmark è stato la valuta della Germania dal 1924 fino al 20 giugno 1948, quando è stato sostituito dal marco tedesco nella Germania Ovest.

[17] https://m.facebook.com/Coscienzeinrete/posts/291343917557482/?_rdr

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=11366

[18] Il private equity è un’attività finanziaria mediante la quale un’entità rileva quote di una società definita obiettivo, sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno dell’obiettivo.

[19] Non sarebbe la prima volta già nel 1974, quando La Turchia invase Cipro sabato 20 luglio 1974. … L’operazione, il cui nome in codice era Operazione Atilla, fu chiamata nella zona turca di Cipro “Operazione di pace del 1974”. Le forze turche dispiegarono una chiara e decisa strategia, costringendo numerosi greco-ciprioti a riparare nel sud dell’isola.

   Secondo un’intervista di Cem Gurdeniz, che nella Marina turca ha rivestito il grado di contrammiraglio ed ora dirige il centro studi marittimi della Koc University tale conflitto nel Mar Egeo significherebbe la fine della Nato e spingerebbe la Turchia definitivamente nell’orbita russa.  https://www.agi.it/estero/news/2020-08-12/guerra-grecia-turchia-trivellazioni-cipro-9403144/

ALCUNE RIFLESSIONI IN MERITO ALLA PANDEMIA

•maggio 21, 2021 • 1 commento

   Se fosse un film tutti gli avvenimenti inerenti alla Pandemia lo si potrebbe intitolare Operazione COVID-19, ma se si facesse un’analisi più accurata farebbe pensare che ci troviamo di fronte a una sperimentazione attuata dal capitale multinazionale dell’industria farmaceutica e sanitaria che così assume a ruolo guida della Borghesia Imperialista  insieme all’industria delle telecomunicazioni.

   Questa assunzione a ruolo guida di una parte del Capitale multinazionale deve essere vista dentro un  quadro che vede il Capitale nazionale e internazionale   fondersi  con i centri della burocrazia, dell’esercito e degli apparati repressivi, diventando così Capitale Monopolistico di Stato (CMS). Questa forma di Capitale rappresenta la borghesia monopolistica di Stato, ossia l’alta borghesia, che comprende l’insieme delle frazioni economicamente, politicamente e militarmente dominanti sul proletariato e sulle masse popolari ed egemoni  rispetto alla media e alla piccola borghesia privilegiata (comprendente anche l’aristocrazia operaia e dei servizi).

  Le situazioni più o meno rilevanti del CMS di un determinato Stato-nazione sono strettamente collegati al capitale imperialistico internazionale ed eventualmente ne rappresentano al proprio interno, in forme mediate, gli interessi.

   Da quando le istituzioni politiche e sanitarie hanno ufficialmente dichiarato che è in atto la pandemia la maggioranza delle organizzazioni che si definiscono comuniste, rivoluzionarie e antagoniste ritengono che la Pandemia sia effettivamente tale, che i dati che vengono forniti dai governi borghesi tramite i loro apparati tecnico-scientifici e i loro mezzi di propaganda siano reali.

   Queste organizzazioni dimenticano o rimuovono il fatto e che chiunque voglia opporsi nei fatti, e non solo a parole, contro il sistema capitalista, deve accettare il fatto di essere in guerra contro la borghesia, che è la classe che personifica questo sistema.

Partiamo dal fatto che la guerra non è solo fuoco e mitragliatrici: è anche gioco di potere, alleanze, imbrogli, falsità profuse a piene mani al fine di disorientare, distrarre, indebolire il nemico. In questo la borghesia è maestra. Ha strumenti ed esperienza per ottenere il grosso dei risultati combattendo sul campo “non cruento” dello scontro. Per esperienza la borghesia ha capito che scendere sul terreno dello scontro aperto significa correre il rischio di perdere tutto. La Rivoluzione d’Ottobre, la Rivoluzione Cinese, e tutte le altre vittoriose lotte per la liberazione dal giogo capitalista glielo hanno insegnato  che è molto meglio fin che può permetterselo, adottare la controrivoluzione preventiva, con tutto il suo arsenale di distrazione di massa, di inquinamento della realtà, di controllo e di condizionamento delle coscienze, di repressione mirata e di controllo mentale contro le teste calde più o meno organizzate, prima che si trasformino in un problema più serio.

Il controllo mentale è attuato in buona parte con l’uso di armi a energia diretta, il cui uso clandestino è stato per alcuni anni sperimentato in alcune città e  che ora è estremamente diffuso dove reparti clandestini e illegali sparano microonde dannosissime, cancerogene e foriere di produrre ictus, emorragie cerebrali, nonché ustioni e danni non stimabili nella loro natura dai Pronti soccorso, in quanto la classe medica italiana è in gran parte all’oscuro del binomio ARMI AD ENERGIA DIRETTE – CONTROLLO MENTALE dagli stessi loro “colleghi” che conoscono le possibili conseguenze nefaste di quelle che spacciano come “nuove tecniche” e soluzioni mediche a svariati problemi.[1]

   Non bisogna mai dimentica che  nell’imperialismo lo Stato si “allarga” enormemente e la “società civile”[2]  che nell’Ottocento era solo una dimensioni sostanzialmente parallela alla macchina burocratico-repressiva statale, diviene invece una dimensione dello stesso Stato deputata alla gestione dell’egemonia. La “società civile”, che a sua volta è soggetta ad un processo di ampliamento, si ritrova  così ad operare strettamente legata alla macchina burocratico-militare, in funzione della conciliazione forzosa della lotta di classe. lo Stato moderno si sviluppa come una gigantesca  macchina burocratica, egemonica e militare. Una parte anche rilevante, sotto il profilo quantitativo, della società viene in questo modo foraggiata dal proletariato e delle masse popolari. I redditi di questa parte della società possono essere fatti rientrare nelle “rendite”. Considerato che la società civile è strettamente connessa e intrecciata con svariati strati borghesi e piccolo borghesi privilegiati (compresa l’aristocrazia operaia e dei servizi) che, sotto il profilo politico e ideologico, si “posizionano al suo interno”, ne deriva che tali strati le “rendite” provenienti dalla spesa pubblica si legano inscindibilmente con altre fonti di guadagno derivanti direttamente o indirettamente dallo sfruttamento  dei lavoratori.

    Inoltre, bisogna precisare  che oggi la borghesia non è certamente una  classe che scenda a più miti consigli, che non sia disposta a fare di tutto per difendere i propri interessi, anche le cose più subdole. Quanti massacri si stanno perpetrando nel mondo in nome del profitto? Quanti morti di fame, di guerra, di malattie curabili ci sono ogni giorno nel mondo proprio a causa delle manovre che la borghesia introduce per tenere a galla il suo odioso sistema? Milioni, ogni giorno milioni! Pensate che solo per fame (non per una malattia ancora non curabile! Ma per fame!) ogni giorno muoiono circa 12.000 persone di cui 8.000 bambini. Ogni santo giorno del cazzo muoiono 8.000 bambini! Perché non hanno un merdoso pezzo di pane che noi a volte buttiamo pure nella spazzatura perché si è fatto secco. Vuol dire la bella cifra di 4.380.000 persone ogni anno!

La popolazione viene bombardata attraverso i mezzi di intossicazione di massa (giornali, televisione, notizie via web ecc.) a non dare reta  a quello che dicono  coloro che sono definiti “complottisti”. Termine al quale viene associato chiunque abbia una visione non corrispondente alle “verità” istituzionalmente dichiarate.

Per una visione accurata della società bisogna partire dal fatto che la borghesia  non è una classe bella unita e compatta che procede in file ordinate contro chi gli oppone. La borghesia è invece una classe divisa al suo interno. Anzi: spesso sono proprio le battaglie combattute tra le varie sue fazioni l’una contro l’altra che arrecano i danni peggiori all’umanità: dal massacro di innocenti, alla devastazione del pianeta, alle guerre. Non è quindi una classe in grado di fare grandi piani in favore dei suoi complessivi interessi come fosse un unico organismo. Però è una classe composta da elementi (singoli individui, élite, governi, lobby di potere, organismi repressivi, di propaganda, di controllo, ecc.) che hanno sufficiente esperienza per coordinare in una certa misura delle risposte quasi “automatiche” a certe situazioni.

Nella repressione, ad esempio ed in particolare contro chi gli si oppone direttamente, esiste un ben rodato sistema che vede una buona sincronia tra i soggetti, gli apparati, le strutture di cui il sistema borghese di gestione della società e di difesa degli interessi dei padroni è dotato. Ad esempio non c’è bisogno che due padroni si mettano d’accordo per vederli schierati tutti e due come un sol uomo contro i loro rispettivi operai che lottano per difendere i loro diritti. C’è un istinto di classe che li guida!

Tornando al discorso del “complottismo” questa accusa  –  come si diceva prima  – viene  usa contro chi ha delle visioni critiche rispetto alla versione data dalla classe dominante.

Accusa che fa ridere, poiché chi lo lancia è totalmente subalterno alle logiche imperialiste. Bisogna sapere che il concetto di “teoria del complotto” è un’arma ideologica contro le ricostruzioni storiche e cronachistiche che non godono di un imprimatur ufficiale. Il concetto venne elaborato dalla CIA, e da allora si è imposto nei media internazionali.[3]

Negli anni  Sessanta, il pubblico statunitense aveva reagito con scetticismo crescente ai risultati della Commissione Warren, che pretendeva che un solitario uomo armato, Lee Harvey Oswald, fosse l’unico responsabile dell’assassinio del presidente Kennedy, mentre era diffuso il sospetto di un coinvolgimento di personalità di alto livello. Per tentare di ridurre il danno, la CIA distribuì un memo segreto a tutti i suoi uffici periferici, chiedendo ai media da essa controllati di ridicolizzare e attaccare questi critici, facendoli passare per seguaci irrazionali della “teoria del complotto”.

Subito dopo, è cominciato ad apparire questo tipo di argomentazione, con termini, motivazioni e modelli di utilizzazione esattamente conformi alle linee guida fornite dalla CIA. Ne è derivato un enorme picco nell’uso peggiorativo dell’espressione, che si è rapidamente diffusa in tutti i media statunitensi, e il cui impatto dura ancora oggi. Vi sono quindi prove considerevoli per spiegare le ragioni dei tanti attacchi contro le “teorie del complotto” da parte dei media.[4]

   A voler essere precisi l’espressione “teoria del complotto” è stata utilizzata per la prima volta nella storia dalla Cia nel 1967[5].

   Perciò al di là delle accuse di complottismo bisognerebbe partire  dal fatto che il modo di produzione capitalista attuale non è lo stesso di 100 anni fa. Lo sviluppo imperialistico non consiste solamente nell’estensione del dominio del capitale su tutto il pianeta, ma anche della accresciuta capacità della borghesia di “amministrare” in una certa misura i propri interessi a dimensione globale, pur permanendo le divisioni al suo interno.

   Voglio precisare che non c’è bisogno che la Borghesia Imperialista tutta si sieda a tavolino e prepari un piano “Covid19”: è sufficiente che una fazione molto potente prenda l’iniziativa, che alcuni soggetti e istituzioni colgano l’occasione, anche in modo scoordinato e che altri si accodino (perché la borghesia – lo ripeto costantemente –  ha l’egemonia culturale), affinché una reale e forse un po’ più grave epidemia influenzale risulti un’ottima occasione per volgere la partita a favore di alcuni soggetti sociali e a danno di altri.

È ormai sotto gli occhi di tutti che le misure prese dal nostro governo al pari di quelle di tanti altri governi imperialisti sono l’assurdità fatta legge.

Alcuni, mettono in rilievo il fatto che comunque gli ospedali è vero che si sono intasati, che i morti ci sono davvero. Quindi il governo starebbe facendo l’unica cosa possibile. Però ci sono anche tante altre voci di lavoratori della sanità, di medici, di esperti del settore che spiegano il perché. Naturalmente lo smantellamento del sistema sanitario pubblico messo in opera da oltre 30 anni è una delle cause principali dei decessi. Ma non si può trascurare il fatto che oggi gli ospedali sono intasati per la campagna di terrorismo che spinge chiunque sia positivo ma asintomatico (il 95% dei positivi è asintomatico!) o abbia anche solo l’impressione di qualcosa che non va di recarsi al pronto soccorso.

Fin dall’inizio della pandemia si è sparsa a gran voce l’idea che la vera soluzione la troveremo solo quando avremo trovato un vaccino. Ma anche i poco esperti di vaccini sanno che i virus, in particolare i coronavirus che sono i tipi di virus responsabili delle cosiddette malattie da raffreddamento (compreso il banale raffreddore) non rispondono facilmente ai vaccini. Perché? Semplicemente perché questo tipo di virus, come tanti altri, mutano velocemente e già solo nell’ambito di una stessa stagione influenzale ne vengono prodotti diversi tipi differenti tra loro a partire da uno stesso ceppo. Il coronavirus, per giunta, sembra sia tra quelli che mutano più velocemente e frequentemente. Quindi qualsiasi vaccino sarebbe eventualmente utile per un virus che già non c’è più.

Infatti da quando la vaccinazione anti-influenzale è stata distribuita a tappeto, i malati e i morti di influenza non sono affatto diminuiti.

Ma, dissentono alcuni, se fornisco di diversi vaccini il mio sistema immunitario, comunque lo rendo in grado di affrontare una vasta gamma di possibili virus futuri. Nemmeno così funziona. Anzi! Proprio bombardando il sistema immunitario con diversi virus (per quanto indeboliti) ricevo da esso una risposta che è ancora peggiore del problema che volevo risolvere. Non a caso si vanno diffondendo in modo esponenziale le malattie autoimmuni. Il nostro sistema immunitario reagisce in modo sempre più indiscriminato, attaccando anche cellule sane del nostro organismo.

Perché ridurrebbe il rischio di contagio mandare tutti a far la spesa al supermercato e non, invece, nei singoli negozi, sparsi sul territorio su un’area ben più vasta? Consideriamo pure che ci siano merci che il supermercato può vendere mentre i negozianti che vendono le stesse merci debbano tenere chiuso. Non sarebbe più logico lasciare aperte le piccole attività locali che permetterebbero una minore concentrazione di persone?

In fabbrica si sta tutti insieme vicini appassionatamente (anche nel tragitto casa lavoro) ad arricchire il padrone, ma al cinema (dove stai zitto e guardi avanti per due ore) mai e poi mai. Men che meno in teatro o nei musei, che, come si sa, sono ben noti luoghi dove tutti si ammassano in orge appassionate scambiandosi virus e batteri come segni di pace!

I medici di base non andavano a casa dei pazienti che così sono costretti, anche solo per una diagnosi, ad andare ad intasare i pronto soccorsi.

I famosi runner, per garantire un maggior distanziamento, dovevano correre vicino a casa invece che andarsene dove cazzo gli pareva, al fiume o per le strade di campagna; così si poteva assistere ad un via vai mai visto di gente che correva intorno all’isolato passando per decine di volte negli stessi posti ed incontrando per decine di volte altri che facevano la stessa cosa nell’arco di un solo chilometro quadrato: come criceti rincoglioniti nella ruota!

Gli orari dei negozi più ristretti, che costringono così il pubblico ad un lasso di tempo minore in cui concentrare la spesa, e quindi lo costringono ad incontrare più facilmente altri compratori.

I supermercati con reparti chiusi, che limitavano quindi lo spazio di mobilità anziché estenderlo come logica fisica vorrebbe per evitare più facilmente il contatto.

Sono stati spesi 11 milioni di euro per banchi singoli, quando è ovvio che sarebbe bastato mettere un solo studente per banco doppio che già si era fatto distanziamento senza spendere un soldo.

Tutte misure, queste ed altre che qui non riportiamo, all’apparenza solo ridicole. In realtà rispondono ad interessi sia economici, sia di distrazione di massa. Il bello e il tragico della faccenda è che queste misure sono il risultato del sudore e della fatica intellettuale profusa dal cosiddetto Comitato Tecnico Scientifico! Nientepopodimeno…

A noi non preoccupano solo gli oltre 60.000 morti per questa “pandemia” che sono contati da marzo a dicembre 2020. A noi preoccupano anche i 250.000 morti per malattie cardiovascolari, i 180.000 per tumore e tutti gli altri. È ormai scientificamente riconosciuto che il cibo di merda industriale che ci fanno mangiare, il fumo, l’alcool, la vita sedentaria, l’inquinamento, lo stress e lo sfruttamento del lavoro sono le principali cause di morte nel mondo. Eppure nessuno alza un dito per affrontare questo problema.

E ci preoccupano anche tutti coloro che a causa del terrorismo propagato e dello spostamento di impegno sanitario tutto incentrato sul covid, non hanno potuto fare analisi, interventi e/o iniziare o proseguire cure per malattie anche gravi.

Quando sarà superata questa epidemia, quanti morti di influenza saremo disposti ad accettare senza cambiare il nostro stile di vita, senza che i governi impongano delle misure restrittive e di controllo? 25.000? Sì: più o meno possono bastare, in fondo li abbiamo accettati fino ad oggi senza battere ciglio! Allora facciamo così: se il prossimo anno, alla prossima epidemia influenzale, la tendenza dei decessi si dimostrerà contenibile nella cifra di 25.000 potremo far finta di niente e vivere come abbiamo fatto fino a marzo 2019! Cinico eh? No: è quello che abbiamo fatto fino ad oggi!

Alcuni affermano che di fronte a questa pandemia prima di tutto noi dobbiamo adottare disciplinatamente le misure restrittive imposte dal governo, che dobbiamo essere un esempio ma soprattutto tutelare la nostra salute . Ma a persone (magari militanti duri e puri) che magari da anni fumano come turchi non diciamo nulla? Se vogliamo essere davvero coerenti dovremmo pretendere e imporre il divieto di fumare anche per i militanti duri e puri.  E a fianco di questa misura dovremmo adottare anche tutte le altre necessarie a tutelarci dai danni provocati dal cibo di merda, dall’alcool, ecc. ecc. E invece, no, prima di tutto la mascherina, che tra l’altro, come noto a tutta la comunità scientifica, non ferma alcun virus e usata così prolungatamente alla cazzo di cane fa pure male, soprattutto ai soggetti più fragili: anziani e bambini. Fa male non solo fisicamente: anche psicologicamente il danno sociale è rilevante. Prima riusciamo a finirla con questa grave pantomima, meglio sarà per tutti.

E’ anche una questione di coerenza. Perché ci dovremmo difendere in modo così determinato da questa epidemia influenzale e non dovremmo fare nulla per i ben più gravi ed influenti (in termini di decessi e di peso per le strutture sanitarie del paese) problemi di salute derivanti dallo stile di vita dannoso, imposto o meno che sia?

A proposito del famigerato Comitato Tecnico Scientifico (come di ogni organismo e istituzione scientifica nella società borghese) bisogna, dal mio punto di vista, aprire una questione importante: cosa intendiamo, come materialisti dialettici, con il termine scienza?

A mio parere occorre un cambio di paradigma  per contrastare la tendenza antiscientifica a prendere per buono tutto quello che viene catalogato dai media come “scienza”. Con una concezione interclassista del ruolo della scienza nella società non andremo da nessuna parte.

Sempre dal mio modesto punto di vista, bisognerebbe adottare  il materialismo dialettico (MD) come strumento per comprendere e per cambiare il mondo.  Il materialismo dialettico non è una religione. E’ una concezione del mondo basata sulla validità, da secoli dimostrata, del metodo scientifico quale strumento di indagine e di trasformazione del reale. Il MD però non si esaurisce in applicazione del metodo scientifico. Il MD da una spiegazione giusta dei processi di trasformazione del reale, afferma che è lo sviluppo delle contraddizioni il motore che determina la continua trasformazione del reale.

A fianco del MD Marx ed Engels elaborarono anche il materialismo storico (MS), che in sintesi è il MD applicato allo sviluppo delle società umane. Con il MS possiamo comprendere più chiaramente il processo di trasformazione della società, in particolare individuando la lotta di classe come elemento fondamentale di ogni trasformazione, da quando si è determinata la divisione in classe agli albori della nostra storia e perdurante tutt’ora.

Quindi, bisognerebbe, sempre dal mio punto di vista,  sempre avere presente che l’analisi dei fenomeni che riguardano la nostra società, il modo di produzione capitalistico, non possono essere compresi se non dando una risposta alla domanda “cui prodest?”, quale classe trae vantaggio da un determinato processo di sviluppo? Quale classe trae vantaggio dal diffondersi di una determinata concezione o visione delle cose che ci circondano e ci riguardano? Tutto questo vale per ogni ambito delle attività umane, compresa la ricerca e la sperimentazione scientifica.

La scienza non è un mondo a parte. L’ambito scientifico è composto da individui, società, istituti, strutture e sovrastrutture (per brevità chiamiamolo apparato scientifico) sottoposte alla stessa legge che il materialismo storico ha individuato: anche nel mondo della scienza vige la lotta di classe, non esistono interpretazioni scientifiche non soggette alla lotta di classe. Questo non significa che non vi siano leggi assolutamente valide per un determinato contesto di applicazione. Significa però che anche l’apparato scientifico di ogni paese e complessivamente del mondo intero è storicamente determinato, cioè anche su esso agisce il procedere della lotta di classe, e quindi anche gli interessi di classe (il cui prodest di cui sopra).

È importante porsi la domanda su cosa badiamo nostra conoscenza.

Facciamo un esempio. Quando dai mass media ci giunge la notizia che “il popolo venezuelano si rivolta contro Maduro reo di aver provocato, in continuità con Chavez, il peggioramento delle condizioni di vita delle larghe masse”, noi giustamente non è che prendiamo la notizia per oro colato, anzi: ci diamo da fare per dire come stanno realmente le cose, basiamo la nostra controinformazione su quanto le nostre conoscenze storiche e le nostre relazioni internazionali ci permettono di affermare, denunciamo il tentativo dei paesi imperialisti di bloccare e far fallire l’esperimento di emancipazione dal capitalismo che il popolo venezuelano sta sostenendo, ecc.

Noi ci comportiamo in questo modo perché sappiamo che la lotta di classe si compone molto spesso di notizie false propagate da chi detiene il controllo dei mass media, notizie la cui diffusione favorisce gli interessi della borghesia e ostacola quelli del proletariato. Noi ci chiediamo: cui prodest?

Quando ci giunge la notizia, attraverso i mass media, che è stato scoperto un modo per curare una malattia, la prima cosa che dobbiamo fare è chiederci: sarà davvero così? Quali effetti sulla vita del proletariato avrà lo sviluppo della scoperta? Quali conseguenze ha per la lotta di classe in corso? A chi giova questa scoperta? Cui prodest?

Se non ci poniamo queste domande noi comunisti non svolgiamo il ruolo che abbiamo scelto di svolgere, non ci schieriamo dalla parte della nostra classe, dalla parte del proletariato.

L’atteggiamento passivo di fronte alle dichiarazioni di supposti indiscutibili “scienziati” che vengono spacciati per luminari, che spesso sono anche direttamente al soldo delle lobby farmaceutiche, che vengono presentati dai media come gli unici veri scienziati, che si arrogano il diritto di radiare dagli albi i loro concorrenti, è un atteggiamento che ci fa abdicare al nostro ruolo. Ma anche quando tali scienziati hanno fatto onestamente e in relativa autonomia – che è sempre relativa l’autonomia di uno scienziato che opera nel modo di produzione capitalista – il loro lavoro, non è detto che:

  1. Quanto hanno scoperto sia indiscutibile.
  2. Quanto hanno scoperto sia solo un vantaggio per il proletariato.
  3. Non vi siano altri scienziati altrettanto onesti che hanno posizioni divergenti.

Da una parte il metodo scientifico, lo sappiamo, trova il suo motore principale di sviluppo nel mettere in dubbio quanto fino al momento acquisito.

Dall’altra parte Galilei venne condannato e costretto dal potere costituito a ritrattare le sue teorie valide.

Nell’ambito scientifico la lotta per affermare determinate concezioni non è una lotta tra gentiluomini che credono fermamente nel principio “vinca il migliore”. Essa è una lotta all’ultimo sangue (antagonista) per affermare le concezioni che favoriscono l’una o l’altra classe. Quindi non solo gli scienziati che vogliono svolgere onestamente il loro lavoro, ma ancor ritengo  che bisognerebbe assumere un atteggiamento critico verso tutto quanto prodotto dall’apparato scientifico della società capitalista.

La scienza non è neutra. Se in Tv ci dicono che Burioni ha affermato che i vaccini sono sicuri e indispensabili, oppure che è in corso una pandemia alla quale non si può che rispondere con le misure che il governo (borghese) decide, di mettere in dubbio queste affermazioni e sviluppare in modo il più possibile autonomo le nostre ricerche e le nostre valutazioni e proposte. Ci sono ormai centinaia di scienziati, molti di fama mondiale, che hanno posizioni differenti o opposte a quelle dei cosiddetti esperti di regime. Come minimo dovremmo ascoltarli, valutarne la validità e studiare le loro teorie e le loro scoperte per interpretare la realtà, più di quanto facciamo con gli “esperti” di regime.[6] Se non altro, proprio perché sono avversati dal regime, dovrebbero metterci una pulce nell’orecchio.

Voglio precisare che io non nego che questo virus sia forse più “cattivo” dei suoi predecessori, ma voglio dimostrare che:

  1. Le misure prese dai governi (sotto suggerimento dei loro comitati tecnico-scientifici) non risolvono il problema perché il problema è risolvibile, solo in una certa misura, facendo quello che non hanno fatto fino ad ora, anche se avevano promesso di farlo e anche se avevano il tempo per farlo: in tutta l’estate si potevano creare tutte le strutture necessarie (posti letto, posti in terapia intensiva, medici, pronti soccorso, ecc.) a far fronte al procedere dell’epidemia influenzale.
  2. Che le ragioni per cui non l’hanno fatto e per cui impongono questo sistema di controllo e di smantellamento dell’apparato produttivo del paese, fatto di piccole imprese, artigiani, piccoli commercianti, ecc. è a tutto vantaggio delle grandi multinazionali del commercio, dell’informatica, della farmaceutica, dalle quali prendono ordini e soldi.
  3. Che non è assecondando e credendo ad ogni cazzata che i nostri governi sparano che ci capiremo di più su come realmente stanno le cose e che, proprio per questo dovremmo smetterla di tacciare di negazionista, complottista e catastrofista chiunque sollevi più di un ragionevole dubbio; anche perché lo scenario ipotizzato dai “complottisti” della prima ora si è poi realizzato. Quindi, faremmo bene ad ascoltarli attentamente.
  4. Contrastare il terrorismo che la borghesia profonde a piene mani, perché la paura immobilizza le masse.

    In aggiunta sottolineo il fatto che la strategia delle classi reazionarie di mezzo mondo, per affrontare la Pandemia è stata inizialmente quella delle minimizzazione.

   Questa strategia volta alla soluzione della situazione pandemica, attraverso lo scaricamento, in primo luogo sul piano sanitario, sulle masse popolari, si basa sulla teoria del contenimento e della risoluzione della situazione pandemica attraverso il raggiungimento di  quello che viene definita “immunità di gregge” come via principale e a cui eventualmente affiancare i vaccini per conseguire una qualche soluzione del problema.

   La “dell’immunità di gregge” è una teoria visceralmente classista, fortemente e drammaticamente antioperaia e antipopolare che prevede e promuove a tutti i livelli la gestione delle pandemie a danno delle masse popolari. Si tratta di una teoria che prevede esattamente quel massacro in termini di costi umani, sociali e politici, che il proletariato e le masse popolari hanno dovuto pagare.

   Tutto questo passando dagli Stati Uniti all’America Centrale e Meridionale, per arrivare alla Spagna (dove la questione è stata effettivamente studi empirico-scientifici che hanno preso in considerazione non solo le singole città, ma persino quartieri) è stato inconfutabilmente dimostrato dalle inchieste e dalle indagini che hanno evidenziato l’elevata incidenza della pandemia nelle realtà urbane e territoriali a elevata concentrazione proletaria e popolare a fronte di una bassissima incidenza tra le classi sociali privilegiate delle aree residenziali,

   la “teoria dell’immunità di gregge” che non è solo una teoria quanto un ben precisa pratica economica sociale, politica e sanitaria, può peraltro venire legittimamente fatta rientrare per quanto attiene al lato ideologico nella classe delle teorie che si richiamano all’eugenetica.

   Come ogni concezione reazionaria, anche l’eugenetica si presenta in forma pseudo-oggettiva e quindi non necessariamente deve esplicitare il suo riferimento all’eugenetica e soprattutto non ha generalmente scritto in faccia il proprio carattere classista.  

Un cambiamento epocale in un sistema economico e politico è sempre accompagnato da un cambiamento sovrastrutturale: cioè culturale e sociale e questo cambiamento è in parte guidato e voluto e in parte è spontaneo (per questo l’accusa di complottismo è ridicola). Il cambiamento che sta avvenendo oggi sul lato sanitario è segnale di un cambiamento culturale sulla concezione dell’uomo e della sua vita. Questa tendenza a considerare la salute il bene supremo, considerando la salute come mancanza totale di malattia e sganciando l’uomo dal suo ambiente naturale – cioè dalla sua relazione con l’ambiente (virus compresi) – sta comportando un arricchimento delle multinazionali del farmaco e delle nuove tecnologie e un continuo abbandono dell’ambiente in cui viviamo: creiamo le condizioni per ammalarci tutti e poi big pharma crea i farmaci adatti per superare questi problemi con tutte le conseguenze annesse. E’ questo il tipo di vita che  al quale le masse aspirano? Oppure questo tipo di vita è funzionale ai padroni, quelle veri, che fanno profitti su tutti gli aspetti della nostra vita?  

Sussumere totalmente l’uomo e la sua vita sotto le leggi di valorizzazione nel capitale vuol dire fare profitti su ogni aspetto della nostra esistenza, (sesso, affettività, salute), vuol dire renderci schiavi completamente asserviti al capitale. L’esempio dei brevetti del genoma umano è lampante. Ma fare profitto su qualunque aspetto della nostra vita implica un cambiamento nella mentalità, nei costumi ecc. delle masse affinché questo diventi possibile. Sono le masse che devono rinunciare a tutto (relazioni affettive, libertà di associazione, socialità, ecc.) in nome di una supposta salute senza germi e senza virus; sono le masse che in nome di una salute a tutti costi (purezza?) devono essere disposti a farsi manipolare il genoma; sono le masse che devono concepire la loro vita in modo tale che non importa se il mare è inquinato, l’aria è inquinata ecc., l’importante è fare dei parchi speciali dove puoi incontrarti con gli scampoli di natura selvaggia… magari a pagamento.

Per questo davanti alla crisi attuale è importante unire alle lotte per i diritti dei lavoratori anche la lotta contro il terrore del covid, seguendo i ragionamenti sin qui fatti (cifre, dati e incongruenze ecc.). Perché questo terrore con cui ci stanno opprimendo è funzionale a creare una disponibilità ad un cambiamento nelle nostre vite, un cambiamento che significherà consegnarci totalmente alla schiavitù del capitale.

A ben guardare ci sembra di descrivere una realtà distopica, ma non scordiamoci che quando masse intere furono disposte a perseguitare gli ebrei, ad accettare campi di concentramento, ad accettare la sterilizzazione dei disabili ecc., anche allora poteva sembrare che i più arguti parlassero di una realtà distopica e fantascientifica. Chi mai avrebbe potuto credere che di lì a pochi anni dai camini dei forni crematori uscisse il fumo di centinaia di migliaia di corpi di essere umani gasati e poi bruciati perché razza inferiore? Eppure questo accadde.

E’ quindi possibile che stiamo andando verso una realtà nella quale se non ti inietti i veleni o i vaccini che big pharma e le grandi corporation tecnologiche impongono non avrai più la possibilità di viaggiare o di andare a scuola, come già avviene ora per i bambini i cui genitori non accettano di fargli iniettare dieci vaccini alla volta, contro malattie tra l’altro spesso poco aggressive. E in futuro ci verrà impedito di lavorare, di accedere a un conto in banca, di viaggiare e così via. Fantasia complottista? Noi crediamo che il nazismo ce l’abbia insegnato dove possa arrivare il capitale e dove possano arrivare le masse sottomesse ad esso.

Nel famigerato Comitato Tecnico Scientifico alcuni sostengono che dovremo in futuro imparare a convivere con questo virus. In realtà conviviamo da sempre con miliardi di virus e anche i muri ormai sanno che i virus mutano continuamente. Ma facciamo finta che sia come dicono loro, che quei capoccioni del Comitato Tecnico Scientifico abbiano indovinato tutto e che anche i prossimi virus siano così micidiali da provocare decine di migliaia di morti ogni anno.

Così posta la questione apre un dilemma di non poco conto.

In fin dei conti, per brutto che possa sembrare, dobbiamo dare una risposta alla domanda di cui sopra: quale numero di decessi per influenza siamo disposti ad accettare per condurre una vita “normale”? Se ci sembra brutto porci questa domanda, facciamo allora come gli struzzi: mettiamo la testa sotto la sabbia. E chissenefrega di tutti gli altri morti per fame, guerra, inquinamento, ecc. dei quali ci ricordiamo solo ogni tanto in qualche nostra bella iniziativa di denuncia delle malefatte del capitalismo.

Perché a guardare bene i comportamenti e le posizioni più diffuse nel nostro ambito politico, oggi sembra che siamo disposti a fare ferro e fuoco perché non sopportiamo i morti per il coronavirus, ma allo stesso tempo in tante parti del mondo migliaia e migliaia di oppressi danno la vita senza esitare per combattere contro chi ammazza di fame e di guerra i loro figli. Tiriamola fuori la testa dalla sabbia e con coraggio attrezziamoci concretamente per combattere più efficacemente contro i responsabili di tutto questo scempio, che sono poi i personaggi, gli organismi e le istituzioni che abitano in casa nostra (nei paesi imperialisti). Li abbiamo sotto il naso tutti i santi giorni, rispettiamo addirittura i loro diktat su cosa sia importante e cosa no per la nostra vita: nostra e di tutti gli oppressi del pianeta.

Io penso che, arrivati a questo punto, un conto sia sostenere che serva più sanità pubblica, un conto sia smontare il presupposto sul quale tutti questi diktat si basano. E ci pare proprio che gli elementi per farlo non manchino.

Come abbiamo cercato di dimostrare, la tendenza fondamentale del modo di produzione capitalista alle prese con la crisi attuale di sovrapproduzione segue la logica di accentuazione della concentrazione dei capitali, dello sfruttamento estensivo e intensivo della forza-lavoro, della sussunzione di ogni aspetto dell’esistenza al processo di valorizzazione del capitale (quindi anche della salute), del condizionamento ideologico e del controllo di ogni dissenso che, anche solo potenzialmente, tende a contrastare questa logica di massimizzazione del profitto e del sì salvino i ricchi e i potenti e paghino i poveri e gli sfruttati.

   In sostanza quella che si potrebbe definire l’operazione coronavirus (virus influenzale ribattezzato ad arte Covid19) è solo uno dei tanti inganni più o meno globali della storia recente, non c’è nulla di particolarmente nuovo sotto il Sole. Ne citiamo solo alcuni, senza fare grande sforzo di memoria: la strage di Peral Harbour e il conseguente ingresso degli USA in guerra; le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e da qui l’invasione dell’Iraq; l’11 settembre e la conseguente promulgazione del Patrioct Act con successiva invasione in forze dell’Afghanistan. Patrioct Act che peraltro è ancora in vigore! Dopo l’11 settembre ve lo ricordate Bush? Diceva a destra e a manca che si trattava solo di un provvedimento di emergenza… e invece ecco qua: 14 disposizioni su 16 previste da quella legge liberticida sono state rese permanenti.  Covid19 è una sorta di Patrioct Act esteso a livello globale  basato sullo stesso assunto: dobbiamo rinunciare alla nostra libertà per salvarci la vita. Prima il nemico era il terrorismo islamico, ora è il coronavirus. Questa volta però hanno trovato la Gallina dalle Uova d’oro… bisogna dargliene atto, l’influenza è l’influenza, chi la ferma? Sono stati geniali nel loro progetto criminale. Però l’hanno fatta talmente grossa che gli si potrebbe ritorcere contro. Affinché ciò accada bisogna prendere delle iniziative, principalmente insieme a quella parte della popolazione che ha dimostrato di essere ben più avanti della maggioranza dei compagni nella comprensione della situazione attuale. E in questo ambito promuoveremo la rivoluzione socialista.

   Covid19 non è soltanto un grande inganno, è innanzitutto un vero e proprio atto di guerra. Una guerra non dichiarata, scatenata dal gotha del capitale contro i popoli del mondo, anche contro il piccolo capitale come è evidente. Il sistema capitalista è entrato in crisi acuta e irreversibile almeno dal 2008 e generalmente, come noto, le sue crisi trovano soluzione nella guerra. Oggi, pur in assenza di bombardamenti, siamo sprofondati e sempre più sprofonderemo esattamente in un’economia di guerra. L’elemento di novità, semmai, è che la crisi del sistema capitalista, almeno per ora, almeno apparentemente, non si sta risolvendo in una guerra tra Stati o tra alleanze di Stati, ma in una guerra scatenata dall’alto verso il basso. Attenzione però, non è che l’occupazione israeliana della Palestina sia finita o che nel sudest dell’Ucraina sia stata siglata la pace, nemmeno in Afganistan e in Kurdistan tacciono le armi. Altrove si combatte. USA, UE, Russia continuano a guerreggiare per interposta persona e la Cina sta potenziando notevolmente il proprio arsenale militare. Questo per dire che i conflitti tra i vari “Comitati d’Affari” non sono stati del tutto sanati con l’operazione coronavirus. Casomai l’operazione è servita a quasi tutti i Comitati per regolare i conti con il popolo, sottometterlo ulteriormente e farne fuori una quota parte attraverso l’eliminazione del sistema sanitario (30 milioni di interventi chirurgici nel mondo rimandati per l’influenza da coronavirus, 700.000 in Italia), condizioni di vita sempre più opprimenti, suicidi alle stelle, malattie non curate, ignoranza e milioni di dosi di vaccini in arrivo. Per molte persone, non pochi a dire il vero, questo è “complottismo” o addirittura negazionismo. In realtà chi nega la realtà sono proprio loro. Anche negli anni dell’olocausto, era molto diffuso questo loro modo di fare, cioè negare la realtà perché troppo orribile e pesante da accettare.

   Durante la prima fase dell’operazione coronavirus, vigeva il divieto di effettuare autopsie, fatto grave e inaudito in presenza di una nuova malattia. Se tu, Stato, veramente ti occupi della mia salute, la prima cosa che devi pretendere dai tuoi medici in presenza di una nuova malattia è l’esame autoptico, per poter verificare come la malattia agisce su organi e tessuti. Niente, autopsie vietate e per molte persone  è stato del tutto normale. Un cadavere evidentemente può starnutire e contagiarti. Ci sarebbe da ridere, ma purtroppo c’è da piangere, soprattutto se pensiamo ai parenti che hanno visto i loro cari entrare in ospedale vivi e gli sono stati restituiti in cenere, cremati senza neanche il funerale. Cosa dire poi dei protocolli imposti dall’OMS di Bill Gates che hanno portato ad intubare e uccidere persone che non avevano alcun bisogno di essere intubate? Niente, tutto normale.


[1] Il sito http://www.associazionevittimearmielettroniche-mentali.org/ della Associazione Vittime Armi Elettroniche Mentali ci sono le denunce delle vittime dell’uso illegale e criminale di queste armi

[2] La “società civile” nell’imperialismo è costituita da tutti quegli organismi e da quelle istituzioni (sistemi di rappresentanza, partiti, sindacati, apparato ecclesiastico, apparati culturali, compreso la scuola e l’università,  mass media, organismi sportivi, terzo settore e ONG ecc.) che a diversi livelli, interfacciandosi con vari strati borghesi intermedi, hanno il compito di gestire, direttamente o meno, la società e quindi il proletariato e le masse popolari in funzione della costruzione del consenso necessario al dominio economico, politico e militare del capitale finanziario di Stato. La società civile esercita quindi il dominio egemonico poggiando sui centri economici dominanti e sulla macchina burocratico-militare. Il suo compito principale è quello di garantire il massimo consenso possibile al capitale finanziario e ai suoi apparati repressivi. La società civile, soggetta al logoramento ciclico dei processi di costruzione del consenso, deve provvedere di volta in volta a “rinnovarsi” e quindi a contribuire a rinnovare la classe intellettuale e di governo al fine di ripristinare il consenso su nuove basi. Ciò avviene o almeno viene tentato attraverso rivoluzioni passive . il fascismo, la socialdemocrazia, il liberalismo ecc. emergono di volta in volta come esito dell’affermazione di una determinata rivoluzione passiva. Le rivoluzioni passive cercano di chiudere fasi di profonda crisi economica e di acute contraddizioni politiche, sociali, e ideologiche a favore degli interessi e delle finalità strategiche del capitale finanziario. In questo modo imponendo tali rivoluzioni passive il Sistema del Capitalismo di Stato cerca di sopravvivere, di ristrutturarsi e persino rinnovarsi, pur rimanendo in generale nella fase generale del capitalismo morente e pur preparando direttamente o in prospettiva le condizioni per situazioni critiche ancora profonde.

[3] https://www.attivismo.info/il-concetto-di-teoria-del-complotto-fu-inventato-dalla-cia/

[4]                                                                               C.s.

[5] https://www.andreabizzocchi.it/come-nata-e-perche-lespressione-teoria-del-complotto-con-un-memo-segreto-della-cia/

[6] Questi “esperti” sono parte del regime pensiamo a Andrea Crisanti. Egli non nasce oggi e vanta diverse collaborazioni nazionali e internazionali. Dal suo curriculum pubblicate online   –  https://www.unipg.it/files/pagine/146/Crisanti.pdf –  apprendiamo che le sue attività di ricerca erano state finanziate dalla Commissione Europea, dal Governo USA, dalla Fondazione Bill e Melinda Gates. Quest’ultima ha girato a Crisanti ben 5 milioni e 150.000 sterline. La famigerata DARPA ha girato due milioni e 600.000 dollari. –  http://www.lavocedellevoci.it/2020/06/29/andrea-crisanti-il-parassitologo-super-finanziato-da-stati-uniti-bill-gates/     https://iltirreno.gelocal.it/focus/2018/03/26/news/la-guerra-genetica-per-eliminare-virus-ora-lo-scontro-e-etico-1.16638381   –   leggendo il suo curriculum bisogna notare che il suo principale intessere scientifico consiste nelle tecniche di manipolazione genetica e non compare alcuna specializzazione in virologia.

IL R.I.S.

•maggio 19, 2021 • 1 commento

   L’aria e il cielo sono intrisi di segnali elettronici. Intercettarli è facile come raccogliere la pioggia con un secchio. Numerosi cittadini con la fedina penale immacolata, ora sono schedati elettronicamente, grazie ai prodigi di un braccio supersegreto dell’ex Sismi, specializzato in spionaggio d’ogni genere e guerra elettronica.

   La prima domanda da porsi è chi gestisce questa struttura, quale tipo di informazione utilizza e di quale mandato politico gode?


   Esistono fondati sospetti che tale sistema di spionaggio al di fuori del controllo parlamentare, possa venire utilizzato per fini difformi da quelli della sicurezza del paese (sicurezza nel senso da ogni attività aggressiva nel paese  e della pace. Ma di che si tratta realmente?

   Emerge che questa  è sicuramente la struttura più potente mai realizzata in Italia, nata anche per intercettare – senza alcuna autorizzazione della magistratura e all’insaputa di una fetta del Parlamento italiano – particolari soggetti: magistrati, giornalisti, industriali, politici scomodi (pochi in realtà), ecologisti, ambasciatori; ma anche a chi si oppone alla guerra o all’installazione di basi militari straniere nel proprio Paese. E addirittura poliziotti, carabinieri e finanzieri che non sono allineati ai vari gruppi di potere. Una rete riservata che non fa capo ad apparati pubblici dello Stato, ma al Reparto Informazioni e Sicurezza, che è un reparto dell’intelligence militare che dipende dallo stato maggiore della difesa.

   Il Reparto Informazioni e Sicurezza  venne istituito dalla legge 18 febbraio 1997 n. 25, e assorbì i tre Servizi informazioni operative e situazione (SIOS) di Esercito, Marina militare e Aeronautica.

   Nel  1999 acquisì l’Ufficio di Polizia Militare, retto da un Colonnello dei Carabinieri. Fu pienamente operativo dal 2000, operando fino al 2007 in collegamento con il  SISMI, da quella data con l’AISE.[1]

   Uno dei compiti di questa struttura è quella  di accedere, captare ed elaborare qualsiasi forma elettronica di comunicazione in transito nel Mediterraneo ed anche oltre.

   Se ufficialmente questa struttura  ha compiti militari  si dedurrebbe che non esisterebbe dunque una Echelon italiana di uno spionaggio diffuso anche ad ambiti politici ed economici.

   Quello che potrebbe essere il  cuore di questa Intelligence fantasma – collegato a varie stazioni di ascolto distribuite capillarmente nella Penisola –  potrebbe essere  mimetizzato all’interno di una caserma dell’esercito nel territorio di Cerveteri in provincia di Roma.

   Un lungo recinto e poi un muro protetto all’interno da un terrapieno, filo spinato e telecamere difendono due palazzine basse, una decina fra antenne paraboliche – in collegamento col sistema satellitare Sicral – e alcune casematte per la sorveglianza.[2]La base viene utilizzata attualmente come orecchio elettronico per intercettare comunicazioni radio militari e civili (Sigint), segnali elettromagnetici militari (Elint), comunicazioni via satellite (Comint), trasmissioni immagini (Imint), telefonia di vario genere[3] attesta la documentazione  dello Stato Maggiore Difesa. I messaggi vengono trasferiti, trascritti e analizzati a Roma, all’aeroporto militare di Ciampino e a Forte Braschi.

    Secondo un’inchiesta di Panorama fatta assieme alla rivista di geopolitica Look out, a Cerveteri ci sarebbe il centro di ascolto italiano di un sistema italiano di intercettazione e spionaggio.[4]

   Secondo l’articolo, a firma Luciano Tirinnanzi, in Italia esiste effettivamente un “Grande Fratello” capace di ascoltare ogni comunicazione pubblica e privata e in grado di intercettare mail, fax, telefonia mobile e fissa: si chiama Echelon[5].  

   La struttura sarebbe parte del ben più ampio programma d’intercettazione mondiale messo in piedi dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, che portò alla progressiva creazione di un sistema di respiro mondiale, basato su stazioni di ascolto posizionate in diversi angoli della terra, in grado di garantire un’adeguata copertura satellitare e l’ascolto di ogni parola scritta o pronunciata in tutto il globo.

   L’inchiesta ricorda l’importanza del programma Echelon, a cui il nostro Paese aderisce – sotto segreto di Stato – attraverso la base di ascolto di Cerveteri, dove una stazione orientabile collegata a numerosi satelliti spia USA può teoricamente intercettare le comunicazioni di qualsiasi cittadino. Ed Echelon è l’antenato del programma di sorveglianza PRISM[6] degli Stati Uniti, gestito dalla National Security Agency (NSA)

.

   Riporta l’articolo: “La base di Cerveteri  è gestita ovviamente da personale militare e le operazioni d’intercettazione sono coordinate dall’Aise, il servizio segreto di sicurezza esterna, ex SISMI. Qui lavorano almeno trecento persone, tra personale militare, civile e contrattisti, tra i quali soprattutto informatici e traduttori. Questi ultimi, in particolare, sono il fiore all’occhiello di ECHELON Italia e il fatto che una delle sezioni più sviluppate sia proprio il reparto traduzioni chiarisce gli scopi per i quali la base in provincia di Roma è predisposta: l’ascolto delle reti diplomatiche”.[7]

   “Cerveteri, infatti, è adibito a monitorare soprattutto le trasmissioni delle sedi diplomatiche estere grazie a sistemi crypto, ovvero sofisticati software crittografici e di decrittazione, programmati in funzione sia attiva sia difensiva. Scopo ultimo è, infatti, provvedere a intercettare conversazioni specifiche e accuratamente selezionate, a scopi politici. E non, come verrebbe da credere, a scopi archivistici per catalogare le conversazioni degli italiani. Oltre alle apparecchiature di ascolto, il centro ECHELON Italia riceve – questo sì – la massa di notizie provenienti dall’NSA riguardanti soprattutto il nostro Paese, per vagliarle e analizzarle”.[8]

   Spiega il settimanale che la funzione di tale sistema  è bypassare le normali procedure d’intercettazione previste dalla legge italiana (il cui iter renderebbe l’intercettazione difficilmente fruibile).

   Proprio a Cerveteri sarebbero state intercettate le comunicazioni private di Yasser Arafat e le comunicazioni tra funzionari diplomatici e militari durante la guerra dei Balcani, e, su richiesta della Turchia, furono intercettati Abdullah Ocalan e numerosi altri leader del PKK. Così come l’Imam di Milano, Abu Omar.

   Ovviamente, tutto in nome della lotta al cosiddetto “terrorismo internazionale e della sicurezza generale”. Ma al servizio di chi? In Italia, come si dice prima,  non si può intercettare nessuno senza l’autorizzazione della magistratura. Nel caso dei Servizi segreti occorre il nulla osta delle Procure Generali della Repubblica presso le Corti d’Appello. L’assoluta discrezionalità e l’assenza di regole trasparenti sembrano essere i tratti essenziali del RIS, peraltro – a quanto se ne sappia – non risulterebbe mai sottoposto finora ad un controllo parlamentare. Sembra uno scherzo: un organo dello Stato non sottoposto a controlli, che occupa due interi edifici a 37 km da Roma.


   Ma la faccenda diventa seria se si pensa che il RIS è la mente operativa dell’Intelligence italiana dove si concentra la massima mole di notizie riservate esistente nel Paese: informazioni particolari su aziende e privati cittadini. Singolare coincidenza. “L’attuale normativa sulla privacy riconosce ampie deroghe proprio ed esclusivamente per i servizi di informazione e sicurezza[9] dichiara Antonio Martino il 20 ottobre 2004, allora in veste di ministro della “Difesa”[10], nel corso dell’audizione presso la Commissione Affari costituzionali. E aggiunge, a tale proposito: “In questo ambito, ho indicato soluzioni strutturali per assicurare un rapporto sempre più efficace tra il Sismi ed il reparto informazioni e sicurezza dello stato maggiore della Difesa (…) Gli ambiti di competenza del Ris sono complementari a quelli del Sismi.


   Il Ris realizza un sistema informativo organico ed integrato, a disposizione del capo di Stato maggiore della Difesa (…) In quanto servizio specialistico a supporto diretto dello strumento militare in tutte le sue componenti, quindi non destinatario di un controllo politico diretto
”.[11] Un altro riferimento ufficiale è racchiuso in uno scarno paragrafo del Libro Bianco pubblicato dal ministero della Difesa nel 2002. A pagina 41, a proposito del R.I.S. si legge: “I SIOS (Servizi Informazioni Operative e Situazione) di Forza Armata sono stati sciolti e l’attività informativa è stata portata a livello interforze[12] presso lo Stato maggiore della Difesa. Il trasferimento di competenza è stato sancito dalla direttiva del Ministro della Difesa n.1/30863/14.8/97 in data 15 maggio 1997 e l’attività, dopo una fase sperimentale, ha assunto una definitiva configurazione in data 1° settembre 2000 con la costituzione del Reparto Informazioni e Sicurezza ed i dipendenti Centro Intelligence Interforze e Scuola Interforze Intelligence/Guerra Elettronica”. [13]


  “E ancora: “L’attività di ricerca informativa e di sicurezza s’inquadra naturalmente in quella del SISMI che, operando a più ampio raggio, è in grado di fornire l’inquadramento generale della situazione ed il sostegno di riferimento con i servizi collegati. Non va peraltro trascurata la funzione di sicurezza interna svolta a tutela delle strutture ed infrastrutture militari in Patria, in stretto collegamento, in questo caso, con l’Arma dei Carabinieri e con gli organi specializzati del servizio stesso a tutti i livelli ordinativi”.[14] Chi controlla i controllori? Spiega una nota ministeriale “Il Centro Interforze di Formazione Intelligence/GE è un istituto militare, dipendente dal II Reparto Informazioni e Sicurezza (RIS) dello Stato Maggiore della Difesa. In particolare il centro provvede a qualificare ed aggiornare il personale, appartenente alla Difesa, per l’impiego nel settore dell’Intelligence. In tale ottica i corsi afferiscono in maniera peculiare a tutte le discipline dell’Intelligence (IMINT, SIGINT, HUMINT, OSINT, ACINT, MSINT) e della guerra elettronica, in funzione di quelle che sono le necessità addestrative formulate dal RIS o dagli Stati maggiori di singola Forza Armata”. Computer di ultima generazione sono la mente operativa. Software ultraveloci in grado di entrare nelle nostre case, ascoltare e registrare le telefonate, setacciare la posta elettronica e le altre forme di comunicazione che viaggiano su Internet, aprire e decifrare tutto quanto viene trasmesso dalle banche dati. Penetrare nel mondo della finanza, svelare i movimenti di denaro, individuare le scelte strategiche dei gruppi industriali, rivelare notizie riservate sulle indagini giudiziarie in corso, sui politici sotto inchiesta, sui boss mafiosi sotto controllo, sui giornalisti ficcanaso. Una concentrazione senza precedenti di informazioni sensibili – inaccessibile ai parlamentari della Repubblica – gestita da un ramo speciale dei servizi segreti e conservate senza limiti di tempo.


   Il sistema è attualmente in grado di captare e analizzare miliardi di comunicazioni private al giorno che passano attraverso il telefono, il fax, la rete internet. Creato nel 1997 dall’ammiraglio Fulvio Martini (direttore del Sismi dal 5 maggio 1984 al 26 febbraio 1991) il RIS ha avuto come primo responsabile l’ammiraglio Sergio Biraghi. Il suo successore è stato un altro ufficiale di marina, l’ammiraglio Sirio Pianigiani. Le voci ben mimetizzate di spesa sui bilanci dell’ultimo decennio del ministero della Difesa ne documentano inequivocabilmente l’attività. Un esempio? La «costruzione di un inceneritore per documenti classificati a Udine», oppure la «realizzazione di impianto palazzina Tlc a Jacotenente» in piena Foresta Umbra, all’interno del Parco nazionale del Gargano.


   Quali satelliti utilizzano i servizi segreti? Il SICRAL (Sistema italiano per comunicazioni riservate ed allarmi) – costato 500 milioni di euro – è il primo satellite italiano per telecomunicazioni ideato completamente dalla Difesa e sviluppato dal consorzio Sitab (Alenia, Fiat Avio, Telespazio). Il 7 febbraio 2001 è stato posto in un’orbita geostazionaria. “Il sistema militare di osservazione da satellite HELIOS ed il sistema satellitare duale italiano COSMO Sky-Med, sono utilizzati da parte italiana tramite strutture risalenti alle responsabilità dello Stato Maggiore della Difesa, in collegamento con il Sismi” decreta il 6 marzo 2006, il ministro Martino. Humint e Sigint corrono insieme.

    Quando i servizi segreti si interessano  a personaggi su cui non avrebbero titolo per indagare, usano la tecnica dei galleggianti: si apre cioè un fascicolo genericamente intestato a un certo affare, o ad una fonte, e poi si allegano ad esso i fascicoli galleggianti sul personaggio che interessa. Un calcolo preciso è impossibile farlo.
E’ possibile ipotizzare che circa 1 milione di persone siano state schedate dai nostri infaticabili 007 con la divisa. Molto in voga è l’abitudine di archiviare fascicoli particolarmente delicati non a Forte Braschi, ma in uffici di copertura dislocati in tutto il territorio nazionale. Tali operazioni non richiedono e nemmeno presumono che chi è oggetto delle intercettazioni stia violando la legge. Già nel ’95 venne alla luce un’attività informativa  attuata negli anni 1989-91 per conto dell’allora capo del Sismi, Martini, dal colonnello Demetrio Cogliandro: in sostanza, un’illegittima raccolta di informazioni di natura personale su uomini politici, ed esponenti del mondo finanziario, sindacale ed industriale.[15] Il Comitato parlamentare che sovrintende all’attività dei servizi aveva esaminato la documentazione concludendo il 5 marzo 1996: “Salvo qualche nota sporadica, il contenuto delle carte è del tutto estraneo alle finalità istituzionali del Servizio (…) Essi appaiono destinati ad offrire strumenti di pressione e di ricatto (…) contro soggetti politici ben individuati (…) Sono state raccolte informazioni di ogni genere, notizie relative agli intrighi che si sviluppavano nel sistema di governo”.[16]


[1] https://it.wikipedia.org/wiki/II_Reparto_informazioni_e_sicurezza 

[2] https://www.militariassodipro.org/echelon-italia-ris-lorecchio-tecnologico-dei-servizi/

[3]                                                                     C.s.

[4] https://www.terzobinario.it/datagate-a-cerveteri-la-megabase-italiana-di-ascolto-satellitare/

[5] https://www.panorama.it/news/prism-italia-echelon

[6] PRISM è un programma di sorveglianza elettronica, guerra cibernetica e Signal Intelligence, classificato come di massima segretezza, usato per la gestione di informazioni raccolte attraverso Internet e altri fornitori di servizi elettronici e telematici.

[7] https://www.panorama.it/news/prism-italia-echelon

[8]                                                C.s.

[9]    https://www.militariassodipro.org/echelon-italia-ris-lorecchio-tecnologico-dei-servizi/

[10] È lo stesso ministro che dichiarò nel 2003 che l’Iraq aveva acquistato l’uranio dal Niger.

[11] https://www.militariassodipro.org/echelon-italia-ris-lorecchio-tecnologico-dei-servizi/

[12] Vicino a Termini c’è la caserma di Castro Pretorio dell’Esercito, all’entrata c’è la Targa INTERFORZE, che vuol dire che non solo una struttura dell’Esercito ma della polizia e dell’Esercito e della Polizia. Quindi c’è scambio tra Esercito e Polizia.

[13]                                                      C.s. 

[14]                                                      C.s.

[15] https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/765488.pdf

[16]                                            C.s.

https://www.radioradicale.it/scheda/78993/commissione-parlamentare-di-inchiesta-sul-terrorismo-in-italia-e-sulle-cause-della

https://www.camera.it/_bicamerali/sis/documen/xii34_4.htm

LA GUERRA SEGRETA DEI PREDATOR ITALIANI

•maggio 17, 2021 • 1 commento

   Nel 2011 l’Aeronautica militare italiana ha effettuato in Libia almeno tre missioni avvalendosi di velivoli UAV di nuova generazione.[1]

   Per capire i motivi di questa guerra bisogna partire dal fatto che i vari gruppi di potere dominanti negli USA devono fronteggiare enormi problemi che li costringono perennemente alla ricerca di una strategia risolutiva ed al necessario ma anche arduo allineamento tra loro: il fantastico debito pubblico americano che, nel all’inizio del 2020 si attesta intorno ai 22.000 miliardi di dollari (il debito pubblico italiano si attesta intorno ai 2.400 miliardi, se proprio vogliamo fare un paragone); che comporta come diretta conseguenza che il tempo lavora contro gli USA.

   L’enorme debito americano rende il dollaro tecnicamente privo di un suo valore economico, e solo la minaccia della ritorsione militare statunitense in caso di rifiuto dell’uso del dollaro nelle transazioni internazionali, a costringere mondo ad accettare ancora il biglietto verde come elemento di scambio con beni e servizi reali e tangibili. Per difendere il ruolo indifendibile del dollaro, a partire dall’inizio del XXI secolo i presidenti USA hanno adottato la strategia del perenne stato di guerra a bassa intensità, che è la continuazione della controffensiva che l’imperialismo porta avanti dal 1991.

      Dal 1991 di fronte alla crisi generale in atto, approfittando del crollo del revisionismo nei paesi dell’Est dove ancora sussistevano alcune precedenti conquiste della fase della costruzione del socialismo cessata nel 1956 e di fronte alle prime avanguardie della Rivoluzione Proletaria Mondiale (Perù, Filippine ecc.), l’imperialismo scatena un’offensiva controrivoluzionaria generale che pretende di scongiurare la rivoluzione come tendenza generale, storica e politica. Dalla guerra del golfo del 1991 gli USA si ergono a superpotenza generale. Quest’offensiva controrivoluzionaria è diretta contro il proletariato mondiale.

   La Guerra permanente viene portata avanti con tutto ciò ad essa è accessorio (colpi di Stato, guerre locali per procura condotte da organizzazioni mercenarie tipo Al Qaida, ISIS, deposizioni si presidenti, assassini mirati come quello occorso del generale iraniano Soleimani ecc). I successi di questa strategia non sono mancati: ad esempio il vento bolivariano che aveva soffiato forte in Sud America è stato soffocato (grazie anche dei limiti e degli errori delle direzioni di questo movimento). Tuttavia il quadro mondiale è sempre più sfuggente al ferreo controllo di Washington e non potrebbe essere altrimenti considerando che la politica imperialista americana è ridotta di fatto alla sola minaccia militare.

   Gli analisti statunitensi ne sono più che convinti. I velivoli senza pilota schierati dalla coalizione internazionale per le operazioni di guerra in Libia hanno contribuito in modo rilevante al successo dell’offensiva sferrata dalle forze ribelli contro i santuari del potere del colonnello Gheddafi a Tripoli. Frederic Wehrey, politologo della RAND Corporation ed esperto di conflitti mediorientali, sostiene che la scelta degli obiettivi e gli attacchi delle forze anti-governative sono stati “molto più efficaci e meglio coordinati e controllati” grazie all’uso di “tecnologia fornita individualmente dagli alleati Nato e al maggiore sostegno diretto e indiretto dell’alleanza militare“. Un anziano diplomatico della NATO, in forma anonima, ha spiegato alla Cnn che i ribelli sono stati aiutati in particolare dalle “operazioni di intelligence e sorveglianza, intensificatesi nelle ultime settimane di conflitto, grazie all’uso dei velivoli armati senza pilota UAV Predator che hanno individuato, segnalato e colpito occasionalmente gli obiettivi“.[2] Secondo i dati forniti dal Pentagono, le sortite degli aerei UAV statunitensi contro le forze terrestri e le difese aeree libiche sono più che raddoppiate negli ultimi 18 giorni in comparazione al periodo compreso tra il 1° aprile e il 10 agosto scorso (1,4 attacchi al giorno contro gli 0,6 antecedenti). Principale base operativa dei Predator USA la stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia. 

   Alla guerra più o meno occulta dei sofisticatissimi velivoli senza pilota non ha fatto mancare il suo apporto l’aeronautica. Secondo quanto è stato possibile verificare, l’uso dei Predator del modello di ultima generazione “B” avrebbe preso il via tra il 10 e l’11 agosto e sino ad oggi sarebbero state effettuate non meno di tre missioni in Libia. Sotto il controllo del 28° Gruppo “Le Streghe” del 32° Stormo dell’Ami, i Predator sarebbero partiti dalla base di Amendola (Foggia), dove avrebbero fatto rientro a conclusione di missioni di volo durate all’incirca 12 ore ciascuna. “Un velivolo a pilotaggio remoto Predator B è entrato a far parte degli assetti aerei italiani messi a disposizione della NATO per l’operazione Unified Protector congiuntamente ai cacciabombardieri Tornado ed AMX, ai caccia F-16 Falcon e agli aerifornitori KC-767A e KC-130J“, conferma il ministero della Difesa con un comunicato stampa.

   Il possibile schieramento in Libia degli UAV italiani era stato annunciato il 29 giugno da Il Sole 24 Ore. “Per superare lo stallo nelle operazioni militari contro le truppe di Gheddafi la NATO potrebbe mettere in campo i velivoli teleguidati dell’Aeronautica militare già tra due settimane in compiti di sorveglianza, intelligence e ricognizione“, riferiva il quotidiano. Fonte autorevole, il colonnello Fabio Giunchi, comandante del 32° Stormo di Amendola, l’unico reparto italiano dotato di velivoli senza pilota (sei Predator modello “A” e due “B”). “Affiancando i due velivoli dello stesso tipo messi in campo dagli statunitensi, che li basano a Sigonella, gli UAS (Unmanned aerial system) italiani sono in grado di restare in volo sul bersaglio per molte ore esplorando il terreno grazie a telecamere e sensori, individuando i bersagli e “agganciandoli” a favore di missili e bombe dei jet alleati o degli elicotteri da combattimento franco-britannici“, annunciava il colonnello. “Stiamo affinando le ultime preparazioni, al momento i Predator B sono impiegati con compiti di ricognizione ma possono volare armati, se si volesse andare su questa strada. Noi ci auguriamo che accada, perché questo darebbe una maggiore flessibilità di impiego“. 

   Aggiungeva l’estensore dell’inchiesta de Il Sole 24Proprio in vista delle operazioni di attacco contro target libici l’Aeronautica militare sta per ricevere dalle forze armate statunitensi i kit necessari a imbarcare bombe a guida laser e Gps e missili, le stesse armi impiegate dai velivoli di questo tipo che gli statunitensi impiegano per colpire le basi talebane e di al-Qaeda in Pakistan. Una vera e propria rivoluzione per l’Aeronautica italiana che finora, per motivi squisitamente politici, aveva potuto utilizzare queste macchine senza sfruttarne le capacità d’attacco“. L'”operazione umanitaria” contro Gheddafi, alla fine, ha consentito di far superare gli ultimi tabù del governo e delle forze politiche di maggioranza e d’opposizione, consentendo il battesimo di fuoco dei Predator tricolore. 

   L’MQ-9 Predator B è operativo in Italia dall’estate 2010. Noto negli Stati Uniti come Reaper, il velivolo è un’evoluzione del Predator A già utilizzato dall’Ami in Iraq ed Afghanistan. Con una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20, il Reaper assicura maggiori prestazioni in termini di raggio d’azione, autonomia di volo (tra le 24 e le 40 ore), velocità (440 Km/h) e carico trasportabile (quasi 1.800 chili contro i 200 dei Predator A). “L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile”, segnalano le riviste specializzate in strumenti di morte. “Si tratterà di missili Hellfire, bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps“. Un “gioiello” che la casa produttrice, la General Atomics Aeronautcal Systems Incorporated di San Diego (California), vende a10,5 milioni di dollari l’uno, contro i 3,2 milioni dell’esemplare di prima generazione. “La manutenzione dei Predator B sarà gestita per ancora due anni ad Amendola da personale americano della General Atomics“, specifica il sito web Dedalonews. “Entro un anno gli UAV diverranno sei per modello, consentendo al 32° Stormo dell’Aeronautica di gestire in contemporanea fino a tre velivoli, anche dall’altra parte del pianeta. In attesa di diventare nel 2014 la prima base italiana per i nuovi cacciabombardieri Lockheed Martin F-35A, destinati a sostituire prima gli AMX e poi i Tornado, ad Amendola sono in via di ampliamento gli hangar per gli UAV“. 

   Per consentire ai Predator B di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, il ministero della Difesa ha predisposto la creazione di “corridoi di volo” riservati tra la Puglia, il poligono sperimentale di Salto di Quirra e lo scalo di Decimomannu in Sardegna, le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia e l’isola di Pantelleria. Alcuni di questi “corridoi” sono stati messi a disposizione dei velivoli senza pilota Global Hawks e Reaper schierati dalle forze armate USA a Sigonella. I decolli e gli atterraggi degli aerei USA, sempre più numerosi negli ultimi mesi, stanno creando gravi difficoltà al traffico del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa. Ne sanno qualcosa i passeggeri del volo di linea Alitalia “Venezia-Catania” che la mattina del 18 agosto sono stati dirottati a Palermo – Punta Raisi “a causa di intenso traffico militare nell’aeroporto di Sigonella” e costretti poi ad un interminabile viaggio in pulman tra il capoluogo siciliano e Fontanarossa. Alle ore 11.18 del giorno successivo, i piloti degli aerei in partenza o diretti allo scalo etneo hanno ricevuto un NOTAM, l’informazione sull’efficienza dei sistemi di sicurezza dell’aeroporto, che ha imposto una breve sospensione delle operazioni sullo scalo “a causa delle attività di un aereo senza pilota”, presumibilmente un Global Hawk dell’Us Air Force operativo a Sigonella.

   L’Italia e la Sicilia in particolare è diventata una base anche per quanto riguarda i droni.

      Nel gennaio 2016, il governo italiano ha accordato agli Usa l’autorizzazione a lanciare droni armati dalla stazione aeronavale siciliana di Sigonella della Marina degli Stati Uniti (base aerea di Sigonella). Un primo accordo limitava tale autorizzazione ad attacchi “difensivi” per proteggere le Forze speciali impegnate in operazioni contro il gruppo armato autoproclamatosi Stato Islamico (Si) in Libia. Il 1° agosto 2016 la stampa ha riferito l’impiego di droni MQ-9 Reaper di base all’aeroporto di Sigonella, per l’effettuazione di attacchi contro posizioni dello Stato islamico nei dintorni di Sirte, in Libia. In Sicilia sono anche ubicate importanti infrastrutture per le comunicazioni utilizzate per operazioni letali statunitensi (ivi compreso il programma statunitense sui droni). La regione ospita uno dei quattro impianti di stazioni terreste comprendenti il Mobile User Objective System (Muos) del dipartimento di “Difesa” degli Stati Uniti; un sistema di comunicazione satellitare globale per le forze armate Usa finalizzato all’integrazione delle forze navali, aerei e terrestri statunitensi in tutto il mondo, che agevola le comunicazioni di dati, audio e video. Sono attualmente in corso i lavori di costruzione del sito di Uas Satcom [comunicazioni satellitari] denominato Relay Pads and Facility, che sarà d’appoggio alle comunicazioni satellitari per operazioni letali statunitensi, anche implicanti droni. Fornirà anche un “sostegno critico alla sua omologa stazione ripetitrice Satcom a Rammstein, in Germania”. [3]


[1] http://www.cadoinpiedi.it/2011/08/29/la_guerra_segreta_dei_predator_italiani_in_libia.html

[2]                                                                                 C.s.

[3] https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2018/06/droni-militari-milex-2018.pdf

ARTICOLI PRESI DALLA RIVISTA GNOSIS COMMENTATI

•maggio 9, 2021 • 1 commento

   Gnosis[1] è la rivista telematica dell’ Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI) il servizio segreto nato in seguito alla legge del 3 agosto 2007 n. 124, quando il SISDE divenne AISI, che risponde  risponde al Presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il Ministro dell’interno, il Ministro degli affari esteri e il Ministro della difesa per le materie di rispettiva competenza. Il SISDE era rimasto “vittima” (è un eufemismo ovviamente) di diversi scandali, il primo del quale legato alla loggia massonica P2.[2]

ARTICOLO DI RAPETTO

   In quest’articolo del 1997, dal titolo Minaccia virtuale, pericolo concreto,[3] Umberto Rapetto ex generale della Guardia di Finanza, specialista della criminalità elettronica (ha avuto come consulente M. Landi), che scrisse assieme a Di Nunzio (giornalista, capo ufficio stampa della BNL, consulente delle strategie di comunicazione dello Stato Maggiore dell’Esercito) il libro Le nuove guerre, pubblicato nel 2001 dalle edizioni Rizzoli, BUR, dove si ammette l’esistenza del controllo mentale. Il capitolo 10 di questo testo s’intitola proprio Il cervello nel mirino, dove parla dei metodi di disinformazione del nemico, tramite armi indirizzate alla manipolazione delle opinioni, ma si parla anche direttamente di controllo mentale tramite farmaci, assenza di sonno e cibo, finalizzate al lavaggio del cervello della persona. Sono inoltre citate alcune attività di controllo mentale dell’agenzia USA NSA tramite l’utilizzo di microspie o elettrodi sottocutanei.


   Nell’articolo Minaccia virtuale, pericolo concreto Rapetto parla del “computer crime”, il crimine commesso con l’impiego del computer. L’importanza di quest’attività è dovuta dal fatto che la vita di istituzioni, industrie, imprese commerciali, professionisti e anche di singoli individui sono legata a doppio filo alla disponibilità di strumenti informatici, quali computer e reti di trasmissione dati. Colpire questi mezzi significa bersagliare mortalmente chi se ne serve e non ne può fare a meno. Esistono numerose possibilità di attacchi, che i tecnici paragonano a vere e proprie attività belliche e che sono classificati come “hacker warfare”. Questi attacchi Rapetto indica:

  1. “inquinamento software”: consistente nell’inserimento fraudolento di istruzioni all’interno di programmi informatici allo scopo di modificare o alterare le loro funzionalità, in modo l’utilizzatore ottenga risultati differenti dalle procedure di cui è solito avvalersi, il processo decisionale sia deviato da elementi informativi inattendibili o errati, i dati disponibili non possano in futuro essere riutilizzati o ripristinati nel loro corretto stato
  2. “virus”: programma nato per scopi ludici e sempre più spesso utilizzato con finalità di guerriglia tecnologica, si guadagnò quest’accezione grazie alla sua potenziale capacità di riprodursi e “contagiare” altri dischi, è costituito da una serie di particolari istruzioni che gli attribuiscono proprietà, autoreplicanti e trasmissive, è capace di cancellare date procedure, di distruggere le informazioni vitali su cui si basa il funzionamento del computer.
  3. “worm”: programmi che riescono a fare danni con il loro semplice proliferare.
  4. “bomba logica”: programma che attiva la cancellazione di dati o di software al verificarsi di una determinata condizione (ad esempio la digitazione di una determinata parola, l’esecuzione di una specifica richiesta all’elaboratore).
  5. “bomba a tempo”: programma distruttivo che può essere innescato quando il calendario interno al computer raggiunge una certa data, quando trascorre il numero di ore o di giorni che sono stati stabiliti da chi ha progettato la procedura nociva.
  6. “cavallo di troia”: programma – magari distribuito gratuitamente o inserito in un prodotto standard – che offre nuovi servizi e in realtà è congegnato per rubare parole chiave o codici di accesso oppure per dribblare o disabilitare meccanismi di protezione a tutela di sistemi elettronici a elevata criticità.
  7. “botola procedurale” (backdoor[4] e trapdoor[5] sistema di accesso agevolato alle procedure che permette ai programmatori di muoversi nel software da loro realizzato senza dover seguire i passaggi previsti e soggetti a controllo; nasce dall’esigenza di facilitare le attività di manutenzione e aggiornamento software, ma si rivela di pericolosità estrema per il committente/acquirente del programma che può essere – in qualsiasi momento – “visitato” dal creatore della procedura.

  8.  

Rapetto parla anche delle cosiddette “armi non letali” applicate all’informatica (e non solo a questo campo) infatti, parla di:

  1. “RFW” (Radio Frequency Weapons): ovvero le armi a radio frequenza, capaci, di emettere segnali particolarmente intensi su frequenze inferiori a 3000 Ghz che possono “stordire” o altri apparati, impedendone il regolare funzionamento e determinando inconvenienti facili a immaginarsi;
    2) “DEW” (Directed Energy Weapons): vale a dire le armi ad emissione mirata di energia, in grado di sparare forti impulsi di carattere radioelettrico in condizione di: bloccare un elaboratore in funzione, agire sull’ABS di un’auto in corsa (frenando di colpo o impedendo la frenata, a seconda dei gusti del balordo in azione), bloccare i sistemi di controllo di un treno ad alta velocità.[6] Le armi DEW hanno la caratteristica di poter indirizzare impulsi di energia (in prevalenza elettromagnetica) di tale potenza da essere in grado di recare danni fisici sull’obiettivo preso di mira. Queste armi rappresentano la quarta generazione di una classificazione che è così sintetizzabile:

Generazione Tipologia di armi

GenerazioneTipologia di armi
1Basate sulla potenza muscolare e sulla forza di gravità (quali mazze, pietre e lame).  
2Basate sull’accumulo di esplosivi convenzionali (dalla polvere da sparo alla dinamite).  
3Basate sull’impiego di energia nucleare.  
4Improntate sulla concentrazione di energia e sul suo indirizzamento in unico punto o bersaglio. Questo tipo di armi a energia sono state usate dagli americani in Iraq.[7]    
  


   L’evoluzione tecnologica a messo a disposizione alle organizzazioni criminali che sono i servizi segreti:

  1. “Armi a radiazioni acustiche”, che impiegano onde sonore a larga ampiezza, in grado di determinare choc o vibrazioni sul bersaglio, tra cui infrasuoni, “phonic driver”[8] micidiale strumento bellico che provoca vertigini, nausea, svenimenti e persino crisi epilettiche.
  2. “Squawk box”[9] mezzo ideato a metà degli anni ’80 per il controllo dei rivoltosi caratterizzato dalla particolare selettività che permette di “puntare” una persona anche in mezzo alla folla, determinando disturbi neurologici”, con effetti variabili secondo l’intensità, e più precisamente quelli individuati nel prospetto qui di seguito.

Effetti delle armi DEW secondo l’intensità

IntensitàEffetti
110 dB[10]Nausea, capogiri, stato di apprensione, brividi sull’epidermide
120 dBFastidio alle orecchie, vibrazioni nelle cavità nasali
130 dBVibrazione dell’orizzonte ottico, vibrazione delle pareti toraciche, incremento delle pulsazioni (fino al 40%), sensazione di soffocamento fastidio addominale.
140 dBDolore acutissimo alle orecchie, offuscamento della vista, vomito, ritmo respiratorio interrotto, ansia, confusione, soffocamento.  
150 dBMal di testa, dolori ai testicoli, sordità di maiali e ratti i circa 8 minuti.  
160 dbRottura dei timpani, morte dei topolini bianchi (usati come chiave) in meno di un minuto.
170 dbDanni gravi a organi vitali.
180 dbMorte.


.

.

   Tra gli strumenti di offesa acustici vanno aggiunti gli ultrasuoni, non udibili, ma capaci – come ha palesato una ricerca della Southampton University su certi congegni antifurto basati su questo principio – di causare emicrania, nausea, ronzio auricolare, affaticamento.

   Atri tipi di armi di questo tipo sono:

  1. “Armi a radiazioni di plasma”, la cui dinamica di azione è basata su impulsi di gas a elevata ionizzazione, inglobati in strutture, autocontenenti campi magnetici; queste armi hanno una potenza incredibile: basti pensare che una pallina di plasma del diametro di mezzo pollice (poco più di un centimetro, immaginiamo una biglia) può avere l’energia equivalente di ben oltre 2 Kg di dinamite e dar luogo a un’esplosione che “viaggia” a una velocità superiore a 1000 Km per secondo.
  2. “Armi a radiazioni di particelle atomiche e subatomiche”, capaci di demolire con la loro onda d’urto l’obiettivo prestabilito; le particelle, viaggiando a una velocità di poco inferiore a quella della luce, possono determinare un intenso logorio o stress meccanico e radiazioni tali da determinate la disabilitazione degli apparati elettronici nel mirino; la finalità per le quali sono state realizzate è assicurare la difesa da missili balistici lanciati da terra e dallo spazio, eliminare satelliti, difendere le imbarcazioni che possono essere un bersaglio per missili e siluri.
  3. “Armi a radio frequenza”, le cui microonde possono distruggere l’obiettivo o paralizzarne le funzionalità elettroniche. Queste armi possono essere impiegati nei confronti:
    – Degli esseri umani, dando luogo a effetti termici (particolarmente nocivi per gli organi della vista) e fisiologici (determinanti ronzii e vari rumori nelle orecchie, affaticamento, insonnia, ansia, irritabilità, alterazioni della pressione sanguigna e della temperatura corporea). Queste armi sono state usate dai sionisti durante l’invasione del Libano del 2006.[11]
    – Dei grandi computer (magari quelli di una banca con il conseguente k.o. dei servizi creditizi e finanziari), degli sportelli bancomat, dei servizi di una compagnia aerea o di quelli da cui dipende l’espletamento di un qualunque servizio di pubblica utilità, delle automobili (vulnerabili nel sistema frenante ABS o in quello di iniezione elettronica), degli aeroplani, dei programmi software, con la generazione di malfunzionamenti della specie più varia.
  4. “Armi a raggi laser”, che hanno la possibilità di “sparare” energia luminosa in grado di bruciare il bersaglio, come dimostrano gli esperimenti con apparati HEL e High Energy Laser.[12]







   Rapetto cita le pagine di una vecchia copia del Time, dove in un articolo di Douglas Waller intitolato In guardia soldati cibernetici, dove il giornalista non fa mistero (e nessun l’ha smentito) che gli ufficiali del Pentagono hanno pensato a mescolare la biologia con l’elettronica. I Servizi tecnici del Quartier Generale delle forze armate americane hanno preso spunto dai microrganismi che corrodono i rifiuti e distruggono le chiazze di petrolio sulle acque del mare. Sono state avviate su microbi che potrebbero essere creati con l’esplicito obiettivo di fargli divorare i componenti elettronici e i materiali isolanti contenuti nel computer.


   Un’arma simile cosa potrebbe provocare? Quali potrebbero essere le conseguenze delle’ eventuale dispersione di microbi di questa sorta? Si fa presto a immaginare gli elaboratori informatici di qualsivoglia dimensione colpiti da malfunzionamenti e guasti inspiegabili, scoppiettare per improvvisi indebiti contatti, non rispondere ai comandi, spegnersi in una terribile agonia. E si fa presto a presto a immaginare lo sgomento delle vittime di tali potenziali attacchi.


  Infine, se pensiamo che quest’articolo sia del 1997 pensiamo solamente dopo 24 anni gli sviluppi terribili di questo tipo di armi.
Rapetto è uno che ne sa lunga su queste armi, in un suo articolo su Nova supplemento a Il Sole-24 ore dell’14.12.2006 dal titolo indicativo Il raggio invisibile che “brucia” il nemico parla esplicitamente delle cosiddette “armi non letali” basate su impulsi radio in grado di interferire con il ciclo biologico umano.

DI NUNZIO: GLI EFFETTI SOCIALI DELLA GUERRA DELL’INFORMAZIONE

   L’articolo di Roberto di Nunzio (che, come si è detto prima, è un giornalista e collaboratore dello stato maggiore e coautore assieme a Rapetto del libro Le nuove guerre) Effetti sociali e conseguenze sulla sicurezza interna della guerra dell’informazione.[13]


  La tesi che porta vanti quest’articolo, è che nel mondo si sta combattendo una guerra basata sull’informazione, perché essa è uno strumento per garantire il consenso, la sicurezza interna ed esterna. Il tipico soldato con armi ed elmetto, con lo sviluppo di questo tipo di conflitto,  sarà sostituito non solo dall’informazione e dalle reti, ma dai “consulenti”, che possono essere scienziati, hacker o specialisti del pugnale.


   Il sapere digitale abbatte le mura tra militare e civile. Questo tipo di conflitto utilizza armi invisibili, attraverso il più capillare e globale di raccolta, controllo, creazione e uso dell’informazione, per avere un dominio assoluto della conoscenza.


  Gran parte delle azioni previste da queste nuove tipologie di guerra, si basa su operazioni cover (coperte), divenute, grazie alla tecnologia, realmente invisibili o del tutto virtuali. Un’invisibilità che va dai sistemi di fuoco, di difesa e attacco elettronico agli aerei e ai missili, dai sistemi di sorveglianza ai personal computer e ai video.


   Il vantaggio di conoscere e di usare la conoscenza “impone” (per chi intende usare questi strumenti ovviamente) di entrare, manipolare, per spiare reti e/o flussi informatici, telematici o elettronici; di copiare banche dati pubbliche e private, di monitorare, seguire, sorvegliare “identità” elettroniche e fisiche (G.P.S); di bloccare o semplicemente alterare gli infiniti meccanismi automatici ed elettronici su cui oggi si basa non solo la difesa di uno Stato o l’attività economica e amministrativa di Paese, ma anche la quotidianità della vita del singolo cittadino.
Questo nuovo tipo di guerra “a morti zero”, basata ancora di più sullo sviluppo delle potenzialità belliche offerte dai sistemi tecnologici informativi e comunicativi, è talmente “rivoluzionario” e innovativo da evidenziare caratteristiche assolutamente nuove. Basti pensare che non consente di percepire l’attacco se non dopo che esso si sia realizzato. Anzi, è realmente possibile ipotizzare, non solo di nascondere la paternità del danno, ma, in alcuni casi, il danno stesso. L’attacco potrà, infatti, essere così “quotidiano” e avere un volto così familiare e amichevole da convivere con il suo avversario senza allarmarlo, modificando però giorno dopo giorno il sistema cognitivo di uomini e macchine in direzione dell’obiettivo desiderato dagli operatori della RSA (Rivoluzione negli Affari di Sicurezza).


   Andando nel mondo delle imprese, l’autore fa notare che gli studiosi giapponesi di teoria del management parlano di “glocalize”, contrazione di global e local, per significare la duplice integrazione interno – esterno, possibile soltanto se si passa a gestioni virtuali dell’azienda. Un’organizzazione che impone, di fatto, l’adozione di un sistema a rete o a maglia, e presuppone la totale integrazione tra i tre livelli locale, nazionale e internazionale.


   All’interno della cosiddetta globalizzazione, apparati militari, amministrazioni centrali e locali, grandi e piccole imprese, reti e sistemi di produzione e/o distribuzione delle informazioni, le multinazionali più organizzate o gli hacker più solitari, le strutture criminali o quelle più innocue, sono e sempre più saranno partecipi, consapevoli o inconsapevoli, del “grande gioco”.


   Invece la realtà è profondamente mutata. I soggetti del gioco, piccolo e grande che sia, sono cambiati. Generali, soldati, armi e spie, non vestono (in questo tipo di conflitto) alla “militare”, anzi le “divise”, i giochi di guerra, virtuali o simulati fisicamente, entrano nel quotidiano. La terminologia guerresca o del combattimento è entrata nel linguaggio di tutti i giorni, in particolare nel mondo management, più semplicemente, del “porta a porta” o del “multivel”. Termini come strategia, tattica, ma anche battaglia, conquista, disfatta, scenari operativi, nemico e alleato, s’inseguono per descrivere i fatti economici. I manager come i venditori del porta a porta studiano Clausewitz, L’arte della guerra di Sun Tzu e Il libro dei cinque anelli del maestro di spada giapponese Musashi. Addirittura, guru internazionali delle comunicazioni interpersonali insegnano a questi nuovi “guerrieri del quotidiano”, oltre alle tecniche di “lavaggio del cervello” e del “condizionamento”, sia per rafforzarli che, appunto, per condizionarli.


   Le varie relazioni sociali, ambientali, politiche, commerciali e finanziarie, locali o internazionali che siano, come pure gli “attacchi” e le crisi, interne o esterne, divenute ormai permanenti, hanno reso l’impresa, un centro politico-strategico, costretto a comunicare. Oggi, l’impresa deve considerare necessariamente la comunicazione come una funzione aziendale, meglio, come “un’ottima tecnologia di gestione sociale”.
La “rivoluzione” basata sulla comunicazione comporta, però, altri sconfinamenti. Le minacce alla privacy sono fin troppo evidenti. La standardizzazione “universale” e la segmentazione “personale” sono i due termini del nuovo rapporto dialettico imposto dai mercati. Gli specialisti della comunicazione al servizio delle imprese “globali” parlano, nell’affrontare i problemi di comunicazione “interculturale” dovuti appunti a “freni culturali” dei diversi soggetti interagenti, di “meticciato”. Un termine che indica uno spazio antropologico – cognitivo diverso da quelli che lo hanno determinato, ma capace di risolvere positivamente la necessità di evitare fratture o scontri frontali con le diverse culture che agiscono e interagiscono all’interno ed all’estero di queste imprese.


   Le nuove strategie di marketing pongono l’accento sempre di più sulla conoscenza profonda del cliente, anzi questo è considerato da alcuni come il “vero azionista” o “socio di riferimento”, il centro dell’attività. Tale centralità comporta un’attenta analisi dell’identità e delle utilità (caratteristiche psico-sociali, oltre che economiche) di questo soggetto.


   Le minacce e i pericoli non diminuiscono se si considera che sia la natura del fenomeno, sempre instabile e imprevedibile, della globalizzazione degli scambi a imporre la necessità di conoscere, di vigilare non solo sullo sviluppo tecnologico, ma anche sull’informazione economica e, persino, sui soggetti pubblici e parapubblici che interagiscono con essa. Occorre sempre di più individuare le minacce della concorrenza esterna.


   I manuali d’intelligence economica, anche a uso dei privati, definiscono tanto chiaramente quanto pubblicamente quest’attività come l’insieme degli atti coordinati per la ricerca, il trattamento, la trasmissione e la protezione delle informazioni utili agli operatori economici ottenuti in modo legale.
Il ricorso sempre più massiccio alla pubblicità e la necessità di assicurare il massimo della penetrazione ai propri beni e servizi comportano una ricerca sempre più complicata dei messaggi. La segmentazione del parco consumatore progredisce di pari passo col perfezionamento delle banche dati e delle altre tecniche informatizzate per costruire e gestire, in tempo reale, una “cartografia” socio-economica dei destinatari dei messaggi.
La “guerra delle informazioni”, sia essa militare sia civile, come pure il “terrorismo delle informazioni” già comprende nelle sue manifestazioni pubblicitarie, medianiche, operazioni psico-sociologiche. Vale a dire: operazioni tendenti a influenzare nell’altro emozioni, motivazioni, ragionamenti e comportamenti. Non è possibile non pensare che buona parte del combattimento decisivo del futuro si giocherà anche sul campo del combattimento dei media, con largo utilizzo di “effetti mirati”, manipolazioni, “tempi reali irreali”, realtà virtuali capaci di colpire “chirurgicamente” masse, gruppi e individui sia con messaggi finalizzati e personalizzati, sia con sottrazioni – fisiche o virtuali – di elementi di conoscenza.


   La guerra delle informazioni è soprattutto una concezione un modo di concepire la guerra, o meglio qualsiasi forma di relazione conflittuale. Essa è, soprattutto, una pratica cognitiva che, attraverso l’uso combinato di elettronica e d’informazione, produce valore all’interno e all’esterno di se stessa al fine di raggiungere determinati obiettivi. La guerra, come pure ogni forma di combattimento o di relazione umana, nell’era dell’informazione può essere una fabbrica di consenso, un modello, un simulacro da vendere, una rappresentazione semiotica.


Nel 1996 il Pentagono elenca con chiarezza per la prima volta un suo documento reso pubblico i possibili tipi e obiettivi di questo tipo di conflitto.


Contro militari:


1) Guerra elettronica (attacchi alla capacità elettronica).
2) Guerra C2 (attacchi ai centri di Comando e Controllo).
3) Guerra basata sull’informazione.
4) Hacker warfare (attacchi alle reti e ai sistemi informatici).


Contro la popolazione in genere:
1) Guerra psicologica (attacchi alle percezioni e alle decisioni).
2) Cyberwar (attacchi virtuali).
3) Guerra informativa economica (attacchi alle capacità di acquisizione e trattamento di informazioni, in particolare, sul commercio mondiale.


   In questa guerra per vincere bisogna avere il controllo delle informazioni e dei sistemi cognitivi.


   Di Nunzio auspica che le organizzazioni pubbliche (pubblica amministrazione, poste, ecc.) diventino strutture di comunicazione capaci di compiere e interazioni identiche alle aziende private e di “senso” rispetto alla popolazione.


   Sarà un caso, ma il suo socio Rapetto, tra l’altro, è stato membro dell’AIPA (l’authority per l’informatica per la pubblica amministrazione) e nel libro Beat genetation (Editori Riuniti), l’autore fa pensare che Rapetto costituisse una cellula dei servizi segreti all’interno dell’AIPA.

HASSAN: SETTE E CONTROLLO MENTALE

   Quest’articolo del maggio-agosto 2001 n. 20 dal titolo indicativo Mentalmente liberi. Come uscire da una setta,[14] è un commento di un testo, il manuale di Steven Hassan ex membro della setta Associazione per l’unificazione del cristianesimo mondiale (seguaci del reverendo Moon).[15]


   Questa setta intende fondere in una sola cosa religione e politica, per questa prospettiva riceve compensi. La legittimazione passa per percorsi ben precisi: l’aiuto (soprattutto finanziario) di gruppi politici ben precisi. Il passo successivo sta nell’organizzare dei seminari per persone che occupano posti chiave nei settori dell’economia, della politica, della cultura e dell’educazione.


   Per Hassan è importante per chi intende fuoruscire dalle sette riconsiderare tutti gli elementi che scaturiscono dalla repressione forzata delle emozioni e da tutti i rituali (canti e preghiere) volti a bloccare il pensiero. In sostanza è un’opera di controllo mentale quello fanno le sette.


   Il diffondere delle sette è favorito dalla crisi delle religioni tradizionali. Per capire questa crisi che hanno, bisogna partire dal fatto che da quando il Modo di Produzione Capitalistico è entrato nell’epoca imperialista le crisi che sconvolgano l’andamento economico, non sono più le crisi cicliche che c’erano fino alla prima metà del secolo XIX° secolo (quelle studiate da K. Marx), ma di crisi generale che investono tutta la società, in tutti suoi aspetti strutturali e sovrastrutturali: non solo crisi economiche ma anche crisi politiche (la classe dominante non riesce più a regolare con le istituzioni e con le concezioni esistenti i rapporti tra gruppi che compongono la classe dominante né a governare le classi subalterne, di conseguenza i regimi politici dei singoli paesi e il sistema delle relazioni internazionali diventano instabili e crisi culturale: vanno in crisi le concezioni che gestivano le precedenti abitudini, le idee; le vecchie concezioni muoiono e ne nascono nuove. Le sette, appunto, devono andare a coprire, nell’interesse delle classi dominanti, lo spazio che le religioni tradizionali lasciano aperto, essendo funzionali all’esigenza dell’imperialismo che vuole nel rapporto tra le classi debba prevalere i fattori di concordia rispetto a quelli del contrasto, di accordo su quelli di divisione, di compromesso su quelli di conflitto.

TONINO CANTELMI: LA MENTE E IL VIRTUALE

   Quest’articolo di Tonino Cantelmi, di particolare interesse, scritto nel 2003 dal titolo La mente e il virtuale,[16] parla della dipendenza dalla rete definita IAD (Internet Addiction Disorder).
Questa dipendenza implica: un ipercoinvolgimento di tipo ritualistico con il computer e le sue applicazioni, una relazione di tipo ossessivo – compulsivo con le esperienze e le realtà virtuali, una tendenza “a sognare a occhi aperti” come modalità prevalenti sull’azione nei rapporti reali, debolezza dell’Io, ecc.
Pur senza preoccuparsi l’articolo finisce in maniera inquietante, quando l’articolista dice: “Siamo dunque alle soglie di una fase evolutiva dell’umanità, caratterizzata da tecnologie sempre più umanizzate e da uomini sempre più tecnologizzati“. In sostanza l’incubo del transumanesimo, che preoccupa perfino un reazionario come Fukuyama.[17]


   Questa posizione di Fukuyama è un sintomo dello scontro all’interno delle classi dominanti statunitensi, tra una destra la cui espressione politica era la famiglia Bush (i famigerati teocons) e un settore che si potrebbe definire “Illuminato” (in quel periodo al governo con Obama).

BREVI RIFLESSIONI

   Questi articoli ci devono far riflettere, su come la guerra a tutti gli effetti sembra quasi un videogioco. Quello che fino a ieri poteva sembrare fantascienza, negli USA e negli altri paesi imperialisti è realtà applicata alla guerra: sono stabilmente operativi, sia in Iraq, in Afghanistan e in Pakistan, i robot soldato che combattono in nome e per contro dell’uomo.


   Come spiega il ricercatore dell’istituto Brookings, Peter Singer, nel libro Wirer For War (Cablati alla Guerra – la Rivoluzione Robotica e il Conflitto nel 21° secolo), le armi robot sono sempre più sofisticate (al punto che si può parlare di robot piloti, robot soldati, robot carri armati) che il Pentagono usa sempre di più.

   Mentre all’inizio della guerra in Afghanistan e in Iraq, ufficialmente negava il possesso di questo tipo di armi, nel 2009, su entrambi, i fonti, gli americani hanno in dotazione 12.000 robot di terra e 7.000 droni: i famigerati Predator.[18] Questi aerei senza pilota sono comandati da personale comodamente seduta alla base aerea di Creech in Nevada a 8.000 Km a distanza dalle montagne del Pakistan.


  Ma non c’è solo questo: Bush autorizzò gli hacker a intromettersi nel sistema informatico iraniano. La strategia dell’attacco preventivo avviene anche via web; ad esempio, un programmatore del Pentagono, potrà inserirsi in un server in Russia o in Cina e distruggere un “botnet” (un programma potenzialmente devastante) prima che sia attivato. Come d’altronde gli stessi USA ammisero, di essere stati sotto attacco da parte della Cina e della Russia. I due attacchi più famosi sono passati alla storia con i nomi di Titan Rain e Moonlight Maze.[19]

    Washington con la scusante della minaccia dei “cyber terroristi”, ha ampliato con uno stanziamento, approvato dal Congresso, di 17 miliardi di dollari per la cyber-guerra.
E tutto questo per mantenere un modo di produzione come quello capitalista decadente.


[1] http://gnosis.aisi.gov.it/

[2] L’ultimo degli scandali riguarda il penultimo dei direttori: Mario Mori. Per essere precisi, l’inchiesta contro di lui non è inerente a quando era direttore del SISDE ma quando era comandante dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale). Egli fu rinviato a giudizio della Procura di Palermo insieme al capitano Sergio De Caprio, noto come Ultimo, per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra, per il ritardo che ci fu nella perquisizione dell’abitazione di Salvatore Riina. Infatti, dopo l’arresto del boss, i carabinieri del comando di Palermo erano pronti a perquisire l’edificio, ma Ultimo ed il ROS, chiesero la sospensione della procedura per “esigenze investigative” che fu concessa dalla Procura – stando a quanto afferma l’allora procuratore Caselli “in tanto in quanto fosse garantito il controllo e l’osservazione dell’obiettivo” (http://www.archiviostorico.corriere.it/2005/novembre/08/Covo_Riina_Ros_decise_9_051108049.shtml  Mori e Ultimo,  furono poi prosciolti dall’accusa.

[3] http://www.sisde.it/sito/Rivista7.nsf/ServNavig/5

[4] Termine che allude alla porta di servizio.

[5] Botola.

[6] Pensiamo all’episodio di Piacenza, dove il 12 gennaio 1997 deragliò il pendolino Etr 460 a 300 metri dalla stazione, mentre in viaggio da Milano a Roma con 150 passeggeri, provocando 8 morti e 36 feriti. Illeso Francesco Kossiga, che viaggiava nel pendolino. Di faccende strane in questo episodio c’è ne sono tante: Un viaggiatore riferì che pochi secondi prima dell’impatto c’era una porta aperta nei vagoni di coda (sicuramente è la spia che qualcosa non funzionava per il verso giusto). Furono trovati diversi pezzi di cemento vicini al convoglio. Non è  accettabile la velocità di come stava andando il treno,  perché nella relazione tenuta da Savio Galvani, macchinista riminese di treni di merci, a nome di due associazioni di ferrovieri. Ancora in marcia (www.ancorainmarcia.it) e del Coordinamento 12 gennaio (www.coordinamento12gennaio.it) , fa emergere (anche per l’impegno dall’Ing. Ivan Beltramba), aspetti importanti. Il disastro del pendolino è avvenuto per un eccesso di velocità (andava a 157 Km orari in un punto in cui la massima velocità consentita era 105) che non è stato segnalato al macchinista perché la boa di ripetizione dei segnali era stata spostata (ufficialmente per motivi organizzativi) in un punto in cui non era più utile alla sicurezza del treno in stazione. La rete, prima dello spostamento della boa era sicura; dopo lo spostamento non più. A riprova, di tutto ciò, è stato dimostrato che il pendolino prima del disastro aveva già sforato la velocità consentita e in particolare che c’erano stati 5 sforamenti gravi e le analisi fatte poi dimostrarono che la sospensione laterale attiva, che permette di tenere in equilibrio la carrozza era lesionata. A livello giudiziario finì come Ustica e le altre stragi: in un bel niente.

[7] L’uso di armi a energia in Iraq fu raccontato dal nucleo inchieste di rainew24 nel maggio 2006. http://www.rainew24.it/ran24/inchieste/guerre_stellari_iraq_iraq.asp

[8] Meccanismo di conduzione sonica.

[9] Scatola lamentosa.

[10] Il decibel è la decima parte del bel: 10 ㏈ = 1 B ed è un’unità di misura logaritmica del rapporto fra due grandezze omogenee. Il valore ottenuto da un logaritmo è per definizione un numero puro, ma vi può essere associata un’unità di misura per indicare la base del logaritmo utilizzato.

[11] Ely, genetista del Comitato Internazionale NewWeeapons (www.neeewapons.org) un coordinamento di scienziati che si occupa di studiare e monitorare gli effetti dei conflitti armati sulle popolazioni, in un’intervista a Progetto Comunista n. 10 estate 2009, quando andò assieme ad altri scienziati in missione nei luoghi colpiti dal conflitto, racconta che vide uno scenario catastrofico. I feriti riportavano amputazioni prodotte da armi che nello stesso tempo laceravano e rimarginavano i tessuti, menomando irrimediabilmente le persone senza però farle morire. I cadaveri invece avevano ustioni incomprensibili, sembravano bruciati “da dentro” esternamente erano integri… cappelli, vestiti: nessuna bruciatura. I tessuti interni invece erano carbonizzati. Dagli esami fatti risultò che nel primo caso quelle delle amputazioni (dove furono trovate tracce di metalli inerti), si trattava della bomba DIME, una bomba di fabbricazione amerikana composta di piccole bombe di carbone contenenti una lega di tungsteno, cobalto, nichel e ferro. Nel secondo caso si trattava di microonde.

[12] Laser a elevata tecnologia.

[13] http://www.sisde.it/sito/Rivista13.nsf/servnavig/7?Open&Highlight=2,effetti+sociali+e+conseguenze

[14] http://www.sisde.it/sito/rivista20.nsf/servnavig/30?Open&Highlight=2,mentalmente

[15] Il Reverendo Moon, tra l’altro, è famoso per essere tra i fondatori della Lega Anticomunista Mondiale (WACL) e grande amico della famiglia Bush.

[16] http://www.sisde.it/sito/Rivista27.nsf/servnavig/5?Open&Highlight=2,la+mente+e+il+virtuale

[17] In Italia questa polemica fu riportata da Panorama in un articolo del 04.03.2005 di Giorgio Ieranò dal titolo Ideologie estreme: il movimento dei transumanisti Belli e immortali, ecco chi vuole il superuomo Link http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001029603 .

[18] City 24 aprile 2009.

[19] Reuter: L’U.S. Air Force si prepara a combattere nel cyberspazio. http://it.wikipedia.org/wiki/Cyverwarfare

SFIDA TRA OCCIDENTE E ORIENTE SULLA LUNA

•aprile 29, 2021 • 1 commento

   Non ci sono solo gli Stati Uniti a essere dentro la competizione per il dominio dello spazio: ci sono potenze emergenti come la Cina e paesi come l’india (che hanno problemi drammatici con 450 milioni di suoi cittadini che vivono alla sotto della soglia di povertà).


   Dentro questo quadro, la Luna interessa davvero tanto, tanto che nell’ottobre del 2009 la Nasa ha lanciato un missile nel polo sud della Luna.

   Ufficialmente le motivazioni di tale operazione sono la “ricerca di tracce di acqua”![1] In questo scenario da guerre stellari, uno dei motivi di quest’affanno verso la Luna sono probabilmente le risorse naturali che ci sono nel nostro satellite. Soprattutto l’Elio-3 di cui si ha bisogno per far funzionare i futuri reattori a fusione nucleare che tutto il mondo sta studiando per produrre energia.
Quello che c’è da preoccuparsi è che dentro accaparrarsi delle possibili risorse contenute nella luna e negli altri pianeti, ci sia una militarizzazione crescente dello spazio.

   Forse questo è uno dei motivi che la Luna è tornata al centro di una nuova corsa che ricorda molto quella degli anni ’60 del secolo scorso, quando Usa e Urss hanno gareggiato per essere le prime nazioni a far sbarcare l’uomo sul nostro satellite naturale.

   Dopo 50 anni dall’Apollo 11 si è delineata una nuova gara per far tornare l’uomo sul suolo lunare, questa volta per restarci. La finalità, condivisa da Stati Uniti, Cina e Russia, è infatti impiantare una base semipermanente per poi, in prospettiva, compiere quel balzo verso Marte che è atteso da decenni, oltre che per sfruttare le risorse minerarie del nostro satellite (acqua, Terre Rare ed elio-3).

  Si tratta quindi di una corsa  che vede i vati monopoli capitalisti avere un ruolo predominante e centrale.

   Un esempio è l’avventura di SpaceX, del miliardario Elon Musk, è lì a testimoniarlo. Sebbene ai più possa apparire anacronistico usare razzi e navicelle che, solo concettualmente, sono uguali a quelle usate a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, si è aperta la possibilità – fino ad oggi solo ipotizzata – di utilizzare vettori privati nello spazio.[2]

  Per fare un paragone, quando l’aereo cominciò ad affermarsi come mezzo militare, nella Prima Guerra Mondiale, ci fu chi pensò che potesse potenzialmente rivoluzionare il mondo dei trasporti, e tra gli anni ’20 e ’30 progettò il primo velivolo commerciale per trasporto passeggeri in grado di volare da una parte all’altra dell’Atlantico, rivoluzionando quindi il mondo e aprendo la strada ai vari monopoli del settore del trasporto aereo.

   Lo stesso ragionamento vale per lo spazio: la corsa per costruire navette riutilizzabili del mondo da parte dei vari monopoli capitalisti  permetterà non solo l’abbattimento dei costi della ricerca pubblica, ma anche la futura diffusione dei voli orbitali e suborbitali per chi (soldi permettendo) vorrebbe andare da Roma a Hong Kong in una manciata di minuti. Non solo. Questa sfida tra monopoli per lo spazio, e nella fattispecie per la Luna, dovrebbe garantire  maggiore flessibilità in fase di progettazione e soprattutto sperano in  maggiori profitti.

   Una concorrenza tra monopoli avviene con la collaborazione delle agenzie pubbliche. La Nasa, infatti, è l’ente ultimo che sceglie quali vettori utilizzare, un po’ seguendo lo stesso principio che vige per le costruzioni militari create dall’industria militare  e utilizzate dalle Forze Armate. Per fare un esempio, nel 2014, l’agenzia spaziale statunitense aveva assegnato due contratti di produzione a costruttori esterni: 4,2 miliardi di dollari alla Boeing per la costruzione del suo Starliner, e 2,6 miliardi di dollari a SpaceX, per la creazione di una versione con equipaggio della navicella spaziale Dragon, che stava già trasportando merci da e verso la Stazione Spaziale Internazionale.

   Non c’è solo Elon Musk, ma è una gara  “tra miliardari”. Jeff Bezos, uno dei due proprietari di Amazon e fondatore di Blue Origin,[3] società di start up per voli spaziali, si è messo in concorrenza col magnate di origini sudafricane nel campo dei vettori spaziali e anche per quanto riguarda la costruzione del nuovo lander che dovrebbe l’uomo sulla Luna. L’ultima notizia riguarda proprio la causa intentata da Bezos alla Nasa per aver preferito il mezzo costruito da SpaceX: un contratto del valore di 2,9 miliardi di dollari su cui aleggerebbe lo spettro della concorrenza sleale. Una delle altre facce della medaglia quando in gioco ci sono queste società monopolistiche.

   Musk e Bezos non sono gli unici miliardari a interessarsi allo spazio. Già anni addietro, il miliardario proprietario della Virgin, Richard Branson, aveva aperto le porte dei voli spaziali al mondo dell’imprenditoria privata con la sua compagnia Virgin Galactic, caratterizzata però più da esiti infausti e annosi ritardi che da successi: di fatto solo la VSS Unity ha raggiunto lo spazio nel 2018.

   Ben diversa la sorte di Crew Dragon di SpaceX[4], che, come sappiamo, ha effettuato il primo storico aggancio con la Stazione Spaziale Internazionale lo scorso maggio. Operazione ripetuta due volte con le missioni Crew 1 e 2, l’ultima agganciatasi all’Iss lo scorso 24 aprile.

   Da quando la Nasa ha mandato in pensione lo Space Shuttle – l’8 luglio del 2011 la “Endeavour” partì da Cape Canaveral (Florida) per la sua ultima missione, la Sts-135 – gli Stati Uniti hanno dovuto fare affidamento alla Russia per far giungere uomini e materiale sulla Iss. Ora grazie a SpaceX hanno riacquistato la propria indipendenza: un fattore non da poco in questo periodo di crisi internazionale.

   L’obiettivo la Luna, questa volta per restarci, come dicevamo.

   Sul nostro satellite gli Stati Uniti intendono stabilire una colonia[5] che fungerà da insediamento permanente dell’uomo per il futuro sviluppo di missioni umane verso il Sistema Solare. A tal proposito la Nasa vuole costruire una stazione spaziale che orbiterà intorno al satellite, che si chiamerà Getaway.

   Sulla stazione, gli Stati Uniti ed i suoi partner si prepareranno ad affrontare lo spazio profondo testando nuove tecnologie e sistemi mentre si costruiranno le infrastrutture di supporto alle missioni sulla superficie lunare preparando allo stesso tempo, come si diceva prima,  le missioni verso Marte.

   Il Getaway sarà anche una piattaforma atta all’assemblaggio dei carichi e sistemi per le esplorazioni spaziali, sarà un modulo di comando riutilizzabile per le missioni di esplorazione lunare e una sorta di “stazione di servizio” e piattaforma di supporto per gli astronauti in rotta verso Marte. Un programma ambizioso con la presenza di altri Paesi  (tra cui l’Italia) che prende il nome di Artemide.

   Russia e Cina hanno in essere altrettanti progetti per la conquista della Luna. Da parte cinese[6], con i vettori Chang’e, che danno il nome all’intero programma, si è stabilito di mettere piede sulla Luna, per installarvi una base lunare permanente, tra il 2036 ed il 2045. La Russia[7], invece, prevedeva di lanciare la prima missione con equipaggio tra il 2031 ed il 2035.

   Vicende pandemiche, geopolitiche ed intoppi economici hanno sia ritardato le tempistiche di entrambi – la missione Chang’e 6 che avrebbe dovuto partire lo scorso anno è stata rimandata al 2024[8] – sia, com’è logico, portato i due avversari degli Stati Uniti sulla strada delle cooperazione.

   Nel febbraio 2021[9] è stato infatti siglato un memorandum d’azione tra l’agenzia spaziale russa, la Roscosmos, e quella cinese, la Guójiā Hángtiānjú, per una collaborazione volta a stabilire una base completamente automatica al polo sud lunare. Già stabilita la tabella di marcia: inizio delle operazioni con le missioni Chang’e-6, 7 e 8, proseguimento con la missione russa Luna 27 e stabilimento di una presenza umana semipermanente fra il 2036 e il 2045.

   Anche oggi, quindi, esiste, a livello macroscopico, uno spartiacque tra Est ed Ovest sebbene di tipo leggermente diverso rispetto al passato, vivendo ormai in un’era che viene definita “post ideologica” (mistificazione che tende a nascondere l’unica idea permessa ovvero quella che sostiene il modo di produzione capitalista), che vede la maggior presenza dei monopoli capitalisti.

   L’Occidente da questo punto di vista ha un vantaggio: il meccanismo è ben rodato e ha dimostrato di avere avuto successo. Il lander delle missioni Apollo, il Lem, era costruito dalla Grumman per conto della Nasa (agenzia statale), e lo stesso vale anche per tutte le altre costruzioni aerospaziali statunitensi.

   Sul fronte opposto, se pure ci sono stati successi nello stesso campo (i vettori Soyuz e le sonde Chang’e stesse), le aziende a partecipazione statale (quando non di Stato) russe e cinesi devono raccogliere una sfida. Un compito non facile in tempi in cui non è più possibile, per motivi contingenti diversi che distinguono la Russia dalla Cina, inondare di soldi pubblici un programma costoso come quello spaziale.


[1] http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/08_ottobre_21/focus_caprara_luna_cina_…

[2] https://it.insideover.com/tecnologia/corsa-luna-occidente-oriente.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect&_ga=2.260941188.868360196.1619681544-1466656849.1601448809

[3] https://www.blueorigin.com/blue-moon/

[4] https://it.insideover.com/politica/perche-il-lancio-di-crew-dragon-e-un-momento-storico.html

Html

[5] https://it.insideover.com/politica/ecco-perche-gli-stati-uniti-vogliono-tornare-sulla-luna.html

[6] https://it.insideover.com/politica/la-corsa-alla-luna-della-cina-il-programma-di-pechino.html

[7] https://it.insideover.com/politica/la-nuova-corsa-della-russia-verso-la-luna.html

[8] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2021/04/25/cina-lancio-sonda-lunare-change-6-nel-2024_fd2688fa-989c-4474-b81d-53fcddde36e2.html

[9] https://it.insideover.com/politica/una-base-sulla-luna-che-parla-russo-e-cinese.html

ECHELON ITALIA?

•aprile 23, 2021 • Lascia un commento

    È emerso un tentativo di controllo telematico nei tribunali e Procure di tutta Italia. Genchi [1]lo aveva capito: un grande orecchio sarebbe in ascolto e con il nuovo Registro Generale Web l’operazione sarebbe completata. A realizzare gli apparati per conto del Ministero della Giustizia sono alcune aziende finite nelle inchieste Why Not[2] e Poseidone[3].

.  Alla  fine anni Ottanta, dentro un contesto di crisi generale del capitalismo (crisi non solo economica ma anche politica e culturale), dell’accentuarsi della crisi del revisionismo che avrebbe portato all’aperta e dichiarata restaurazione del capitalismo nei paesi “socialisti”  e dove la contraddizione principale diveniva borghesia imperialista/popoli oppressi (l’avvio della guerra popolare del Perù rendeva evidente che l’asse del processo rivoluzionario si era spostata),  l’imperialismo USA stava sperimentavano il controllo a tappeto dei miliardi di abitanti del pianeta collaudando la rete spionistica telematica che fosse mai stata immaginata – Echelon – prima solo in ambito militare, poi estesa anche ad usi civili, in Italia per decidere le sorti della giustizia ed incanalare il destino dei processi era ancora necessario ricorrere ad incontri vis a vis, sfruttando canali di mediazione come le agape massoniche o i pizzini orali, passati di bocca in bocca tra colletti bianchi e intermediari mafiosi.


   Da tempo non è più così. Almeno da quando, dalla fine degli anni Novanta, il controllo telematico dei palazzi di giustizia italiani ha cominciato a diventare una rete che avviluppa, scruta e controlla tutto, dai piani alti della Cassazione alla scrivania dell’ultimo cancelliere, dalle Alpi alla Sicilia. Dopo il monitoraggio minuto per minuto delle operazioni finanziarie – che avvengono ormai esclusivamente on line da un capo all’altro del mondo – ora qualcuno aveva cominciato a tracciare ed orientare anche le sorti dell’intero sistema giudiziario italiano. Al punto che, a distanza di appena quattro-cinque anni dagli spionaggi alla Pio Pompa o alla Tavaroli, il quadro è un altro: oggi non serve più spiare, basta entrare nella rete dalla porta giusta, mettersi in ascolto. E poi decidere.


  Ne è passata insomma di acqua sotto i ponti da quel luglio del 1992, quando per coprire i responsabili dell’attentato di Capaci si rese “necessario” da parte del blocco che si potrebbe definire borghesia nera, far saltare in aria anche Paolo Borsellino con tutta la sua scorta, lasciandoci dietro, ancora una volta, tutta una serie di tracce insanguinate, piccoli e grandi particolari cartacei fatti sparire troppo in fretta, come l’agenda rossa, portata via clamorosamente sotto gli occhi di tutti dal colonnello Arcangioli[4] solo pochi minuti dopo l’eccidio. Un sistema, del resto, quello della “pulizia totale”, che compare come un macabro rituale anche in omicidi di quel tempo, quale quello del giornalista antimafia Beppe Alfano, nel 1993, la cui figlia Sonia racconta di quegli autentici plotoni di polizia e carabinieri entrati per ore a devastare armadi e cassetti di una famiglia ammutolita da un dolore lancinante ed improvviso, alla ricerca di carte, documenti, fascicoli, racconta Sonia “quasi che il criminale fosse mio padre ancora a terra in una pozza di sangue, e non coloro che lo avevano atteso per ammazzarlo”.[5]
   Quella volta però, quel 19 luglio 1992, era già in azione un vicequestore siciliano che nell’uso delle tecnologie informatiche era più avanti delle stesse barbe finte nostrane, ancora costrette a perquisizioni, pulizie, furti per occultare le prove dei crimini di Stato. Quel vicequestore si chiamava Gioacchino Genchi. E la sua storia, i violenti tentativi di zittirlo e delegittimarlo fino all’annientamento ci fa ripiombare di colpo dentro l’Italia di oggi, in un Paese dove per uccidere uno o due magistrati non è più necessario spargere sangue. Perchè a tutto pensa il grande Echelon del sistema giudiziario italiano, Che ha nomi, volti e terminali ben precisi.

   Partiamo adesso da un uomo che Echelon che ha ammesso di aver collaborato alla messa a punto del Grande Orecchio americano. Quest’uomo si chiama Maurizio Poerio, è un imprenditore nei sistemi informatici ad altissima specializzazione e su di lui si soffermano a lungo i pubblici ministeri salernitani che indagavano sui loro colleghi della procura di Catanzaro, messi sotto accusa con una mole impressionante di rilevanze investigative raccolte dall’allora PM Luigi De Magistris grazie anche alla consulenza prestata da Gioacchino Genchi.


   Un nome, Poerio, una scatola nera che racchiude mille misteri. Ma cominciamo dall’oggi. E cominciamo dalle tante verbalizzazioni nelle quali De Magistris a Salerno dichiara apertamente che potrebbe essere stato spiato, che tutta la sua attività investigativa era stata probabilmente – o quasi certamente – monitorata fin dall’inizio. Non attraverso gli 007 dei Servizi, ma in maniera semplice e naturale, vale a dire attraverso la società privata che gestisce i sistemi informatici dell’intero pianeta giustizia in Italia. Questa società è la CM Sistemi.

   Appunto. Con una potentissima e storica diramazione – la CM Sistemi Sud – proprio in Calabria, regione dalla quale questa azienda aveva avuto origine negli anni Ottanta. Ma anche la regione dove da sempre aveva vinto l’appalto per la “cura” degli uffici giudiziari. E in cui risiede il suo amministratore delegato: quella stessa Enza Bruno Bossio, moglie del plenipotenziario Ds Nicola Adamo ma, soprattutto, pesantemente indagata prima nell’inchiesta Poseidone (il bubbone avocato a De Magistris in circostanze ancora tutte da chiarire sul piano della legittimità) e poi in Why Not.


   CM Sistemi di Maurizio Poerio è una colonna portante, capace di tessere ed orientare i rapporti con la pubblica amministrazione.


   Ma Poerio non è solo un manager dell’ICT (Information and Communication Technology) prestato alla CM. Il suo ruolo, come dimostra la perquisizione di De Magistris presso i suoi uffici romani, va ben oltre. L’11 settembre del 2006, interrogato nell’ambito di Poseidone, l’imprenditore calabrese prova a prendere le distanze da quella società, che appare già dentro fino al collo nell’inchiesta giudiziaria. Poerio affermava rispondendo ad una precisa domanda: “Conosco molto bene  Marcello Pacifico, presidente della CM Sistemi, società per la quale ho collaborato attraverso un contratto di consulenza professionale[6]. Un tentativo estremo di prendere il largo: da buon commercialista (è iscritto all’ordine di Catanzaro) Poerio sapeva bene che sarebbe bastata una semplice visura camerale a smentirlo. Della romana CM Sistemi spa, infatti, oltre un milione e mezzo di capitale nel motore, il manager calabrese è a tutti gli effetti consigliere d’amministrazione, all’interno di un organigramma che risulta quasi identico a quello della sua costola meridionale, la stessa CM Sistemi Sud capitanata dalla Bruno Bossio. Perchè allora parlare di semplici “consulenze”? Il fatto è che la faccenda si stava facendo complicata. Dal momento che per la prima volta quel grande orecchio invisibile capace di scrutare dentro tutti gli uffici giudiziari italiani stava dando segnali concreti della sua esistenza. Cominciava a capire De Magistris, che in gioco non c’era solo la storia degli appalti pilotati a Procure e tribunali della Calabria (gara “regolarmente” aggiudicata per l’ennesima volta alla CM Sistemi Sud), ma la credibilità dell’intero pianeta giustizia nel nostro Paese, se non addirittura i destini del sistema Italia.


   E’ il consulente del pubblico ministero De Magistris, Pietro Sagona, ad illuminare i PM salernitani su alcune circostanze a dir poco imbarazzanti che riguardano la CM Sistemi (siamo al 7 aprile 2008, ma Sagona riferisce particolari che evidentemente erano già ben noti a Poerio e company): “Nell’ambito degli accertamenti da me espletati è emersa la rilevanza del consorzio Tecnesud, destinatario di un finanziamento pubblico già in fase di stipula della convezione con il Ministero delle Attività Produttive, non stipulato soltanto a causa della mancanza di uno dei cinque certificati antimafia richiesti e pervenuti relativo alla società Forest S.r.l. titolare di un’iniziativa consorziata ed agevolata. Il finanziamento era di sessanta milioni di euro complessivi, otto dei quali a carico della Regione Calabria, il residuo a carico dello Stato[7]. Del consorzio faceva parte anche la CM Sistemi. Ma perchè alla socia Forest non era stato rilasciato il certificato antimafia? Risponde Sagona: “Presidente della Forest era tale avvocato Giuseppe Luppino, nato a Gioia Tauro il 5 marzo 1959, nipote di Sorridente Emilio, classe 1927, ritenuto organicamente inserito nella consorteria mafiosa dei Piromalli-Mole’[8]. E non è finita: “il predetto Luppino risultava esser stato denunciato per gravi reati quali turbata libertà degli incanti, favoreggiamento personale, falsità ideologica ed associazione per delinquere di stampo mafioso[9] e sottoposto a procedimento penale a Palmi.
Ricapitolando: la CM Sistemi, talmente affidabile da vincere la gara d’appalto per l’informatizzazione di tutti gli uffici giudiziari nella regione Calabria, sedeva nel consorzio Tecnesud accanto ad una sigla, la Forest, riconducibile ad una fra le più pericolose cosche della ‘ndrangheta.


   Una circostanza allarmante. Ma non l’unica. In quello stesso, fatidico interrogatorio dell’11 settembre 2006 Poerio, per accrescere la propria credibilità di manager in rapporti transnazionali, non mancò di aggiungere: “Mi sono occupato per conto della I.T.S. di una serie di progetti per l’utilizzo di tecnologie per le informazioni satellitari per uso civile, quale ad esempio il progetto Echelon negli Stati Uniti d’America e GIS in Italia”. Di sicuro, insomma, Poerio era un personaggio che in fatto di “controllo a distanza” poteva considerarsi fra i massimi esperti mondiali.

   Fu probabilmente proprio allora che la sensazione di essere spiato diventò per De Magistris qualcosa di più d’una semplice impressione. Con elementi che nel tempo andavano ad incastrarsi come tessere di un mosaico per confermare quella ipotesi. Sarà lo stesso ex PM a raccontarlo più volte ai colleghi salernitani, come si legge in alcune pagine delle sue lunghe verbalizzazioni riportate per esteso nell’ordinanza di perquisizione e sequestro emessa a carico della Procura di Catanzaro.


   Il 24 settembre del 2008 De Magistris contestualizza innanzitutto tempi e personaggi di quel sistema che aveva il suo terminale dentro il ministero della Giustizia, retto nel 2007 dall’indagato di Why Not Clemente Mastella. Ed arriva al collegamento fra quest’ultimo e la CM Sistemi. Ci arriva attraverso un altro carrozzone politico destinatario di enormi provvidenze pubbliche in Calabria, il consorzio TESI, del quale faceva parte la società della Bruno Bossio (e quindi di Poerio): sempre lei, la regina CM. Dichiara De Magistris” “Personaggio che ritenevo centrale quale anello di collegamento tra il Mastella ed ambienti politici ed istituzionali, oltre che professionali, in Calabria ed anche a Roma  era l’avvocato Fabrizio Criscuolo, il cui nominativo emergeva anche nelle agende e rubriche rinvenute durante le perquisizioni effettuate nei confronti del Saladino[10] Nello studio associato Criscuolo presta servizio quale avvocato anche Pellegrino Mastella, figlio dell’ex-ministro[11].


   Ma non basta. “Il predetto Criscuolo risulta aver coperto la carica di consigliere d’amministrazione della Aeroporto Sant’Anna spa, con sede in Isola Capo Rizzuto, il cui presidente era il professor Giorgio Sganga, coinvolto nelle indagini Poseidone e Why Not in quanto compariva nell’ambito della compagine della società TESI[12] in compagnia, appunto, della CM. Insomma, da Mastella a Criscuolo, da Criscuolo a Sganga fino a TESI, dove ritroviamo la CM e gli appalti negli uffici giudiziari. Compresa la realizzazione del RE.GE, vale a dire lo strategico Registro Generale centralizzato nel quale PM e gip sono tenuti a riversare tutte le risultanze del loro lavoro, ma anche ad anticipare le iniziative giudiziarie (perquisizioni, sequestri etc.) che andranno ad effettuare di lì a poco.


   Altro trait d’union fra gli artefici del Grande Orecchio in Procura e l’allora titolare di Via Arenula lo si rintraccia seguendo la carriera del secondo figlio di Mastella, Elio. Precisa De Magistris: “Dalle attività investigative che stavo espletando era emerso che Elio Mastella era dipendente, quale ingegnere, nella società Finmeccanica, oggetto di investigazioni nell’inchiesta Poseidone, società interessata anche ad ottenere il controllo, proprio durante il dicastero Mastella, dell’intero settore delle intercettazioni telefoniche[13]. Ma in Finmeccanica “si evidenzia anche il ruolo di Franco Bonferroni[14] gia’ destinatario di decreto di perquisizione e coinvolto nelle inchieste Poseidone e Why Not, nonché’ il genero del gia’ direttore del Sismi, il generale della GdF Nicolò Pollari[15].

   E dire Finmeccanica significava in qualche modo tornare a Maurizio Poerio, che proprio insieme a quella società aveva preso parte a numerosi progetti internazionali, in primis quello denominato Galileo.[16]

   Il 16 novembre 2007 De Magistris dichiara di aver acquisito elementi sull’attività di monitoraggio che andava avanti ai suoi danni (e questo spiegherebbe fra l’altro anche il rincorrersi di strane “anticipazioni”, come quando il PM apprese dell’avocazione del fascicolo Poseidone dalla telefonata di un giornalista dell’Ansa dopo che, a sua totale insaputa, la notizia era addirittura gia’ stata pubblicata da un quotidiano locale): “spesso ho avuto l’impressione di essere anticipato, e questo sia in Poseidone che in Why Not; si e’ verificato, cioè proprio mentre… appena arrivo al punto finale, le indagini vengono sottratte. Poi… intervenivano le interrogazioni parlamentari, e arrivavano gli ispettori, e arrivavano le missive. Cioè sempre o di pari passo, o qualche volta addirittura in anticipo su quelle che potevano essere poi le mosse formali successive”.[17]


   Ma le “fughe di notizie”, una volta trovato il sistema per realizzarle, potevano anche essere sapientemente pilotate. Dice De Magistris ai colleghi di Salerno nelle dichiarazioni rese a dicembre 2007 “ad un certo punto penso che sia stata utilizzata la tecnica di “pilotare” una serie di fughe di notizie per poi attribuirle a me. Si facevano avere notizie anche a giornalisti che avevo conosciuto in modo tale da attribuire poi a me il ruolo di “fonte” di questi ultimi. Per non parlare delle gravi e reiterate fughe di notizie sulle audizioni al Csm anche in articoli pubblicati dal Corriere della Sera e da La Stampa: perfino la mia memoria, depositata con il crisma del protocollo riservato, e’ stata riportata, in parte, virgolettata[18].

.
   E così, grazie allo stesso, collaudato “orecchio”, può accadere anche che, alla vigilia di importanti e riservatissimi provvedimenti cautelari, i destinatari siano gia’ ampiamente informati e mettano in atto adeguate contromisure. E se il metodo funziona, molti, all’interno dell’ambiente giudiziario sicuramente questi signori si saranno posti la domanda perché, questa rete informativa, non adottarla anche in altre Procure, come a Santa Maria Capua Vetere?

   Torniamo a fine 2007, ai giorni caldi che precedettero le dimissioni di Mastella, il ritiro della fiducia al governo da parte dell’Udeur e la conseguente caduta dell’esecutivo Prodi. Osserva De Magistris “Taluni quotidiani nazionali hanno riportato fatti dai quali si evincerebbe che lo stesso senatore Mastella o ambienti a lui vicinissimi abbiano contribuito, forse anche con l’ausilio di soggetti ricoprenti posti apicali al Ministero della Giustizia, a far trapelare la notizia degli imminenti arresti da parte della magistratura di Santa Maria Capua Vetere, o che comunque fossero al corrente del fatto e si adoperassero per predisporre una “strategia difensiva[19]. Del resto resoconti giornalistici informano che Mastella avesse gia’ pronto un “ricco” discorso in Parlamento ed il consuocero[20] la sera prima, si fosse ricoverato in una clinica.

   Come abbiamo visto, l’Echelon del 2000 non e’ più la creatura misteriosa messa in piedi negli anni della guerra fredda dai pionieri della tecnologia. Oggi le apparecchiature avvolgono in una rete invisibile praticamente tutti i palazzi di giustizia. Ed il controllo e’ centralizzato. Ovvio, allora, che se si intende “gestire” questo sistema garantendosi ogni possibilità di accesso occulto (la parola spionaggio a questo punto perde anche di senso) occorre poter contare su garanti fidati. Persone che, per il loro passato, offrano i massimi requisiti di affidabilità e riservatezza.
E torniamo a Maurizio Poerio, le cui origini ci conducono lontano nel tempo. Fino a quel 27 giugno del 1980 quando il DC 9 Itavia caduto nei mari di Ustica con 81 persone a bordo avrebbe dovuto mostrare agli occhi del mondo le attività di “terrorismo” internazionale messe in atto dal nemico numero uno degli americani, il leader libico Muammar Gheddafi.[21] Un punto chiave dentro quelle complesse indagini (che ancora oggi attendono una risposta univoca sui mandanti) fu il piccolo aereo libico, un MIG, caduto in quelle stesse ore nel territorio di Villaggio Mancuso, sulla Sila, comune di Castelsilano, al quale l’inchiesta di Rosario Priore dedica alcune centinaia di pagine. Perchè dalla data precisa del suo abbattimento (deducibile anche dai frammenti presenti sul posto) discendeva tutta la ricostruzione dello scenario di guerra in atto quella notte nei cieli d’Italia. Di particolare rilevanza per le indagini il fatto che quel territorio era assai vicino alla base logistica dell’Itavia e degli F16 militari. Un luogo scottante, dunque. Tanto che anche il capitolo sull’impresa che si aggiudicò i lavori per la raccolta e lo stoccaggio dei frammenti del velivolo libico presenta ancora oggi molti punti oscuri. A cominciare dal fatto che quella ditta fu chiamata a trattativa privata. Ed era in forte odore di mafia.
Passano alcuni anni. Nel ‘93, nell’ambito del Gruppo Mancuso, nasce la Minerva Airlines. Annotano i cronisti qualche anno più tardi: “La società, di proprietà di Maurizio Poerio si propone di valorizzare l’aeroporto di Crotone, ridotto ad “aeroprato” dopo essere stato base di Itavia e degli F16 militari[22].


   Maurizio Poerio, 47 anni, nato a Catanzaro (e verosimilmente imparentato col catanzarese Luigi Poerio, classe 1954, ingegnere edile ed iscritto alla Massoneria), laurea in economia a Bologna, poi si butta nell’alimentazione del bestiame: torna in Calabria e rileva la Mangimi Sila, piattaforma di lancio per i vertici di Confindustria dove resterà a lungo (al PM De Magistris racconta, fra l’altro, dei suoi rapporti professionali e d’amicizia con Emma Marcegaglia). Minerva Airlines viene dichiarata fallita dal tribunale di Catanzaro a febbraio 2004. E Poerio andrà a rivestire ruoli sempre più apicali nelle principali business company dell’ICT, proiettando al tempo stesso la “sua” CM Sistemi dentro il cuore degli uffici giudiziari italiani.

   Dice un esperto in riferimento alle accuse rivolte al principale consulente informatico di De Magistris: “Altro che Grande Orecchio nei computer di Giacchino Genchi la verità e’ che la centrale di ascolto ha oggi i suoi terminali al Ministero, nei Palazzi di Giustizia. E che Genchi tutto questo lo aveva scoperto da tempo”.[23]


   Il tempo che basta per capire le tante, impressionanti ricorrenze tra fatti e personaggi delle inchieste calabresi ed il contesto di omissioni ed omertà dentro cui maturarono, nel 1992, la strage di via D’Amelio e le successive, tortuose indagini. Alle quali prese parte proprio Gioacchino Genchi.


   E’ stato lui ad indicare senza mezzi termini l’allucinante sequenza delle “similitudini”, senza tuttavia fornire ulteriori particolari. E allora proviamo a ricostruirne qualcuno.
Cominciando magari da quella Compagnia di Gesù che all’epoca di Falcone e Borsellino era incarnata a Palermo da padre Ennio Pintaudi, fondatore del Cerisdi, il Centro Ricerche e Studi Direzionali con sede in quello stesso Castello Utveggio che sovrasta Palermo. E nel quale aveva una sede di copertura, nel ‘92, anche quell’ufficio riservato del Sisde che avrebbe rivestito una parte rilevantissima nella strage.[24] Fino al punto che – secondo molte accreditate ricostruzioni – il telecomando che innescò l’autobomba poteva essere posizionato proprio all’interno del castello. Pochi minuti dopo l’eccidio Genchi effettua un sopralluogo proprio sul monte Pellegrino, a Castello Utveggio. Si legge nella sentenza del Borsellino bis: “Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi”.[25]


   Oggi il Cerisdi svolge rilevanti attività formative su incarico della Pubblica Amministrazione, prime fra tutti la Regione Calabria e la città di Palermo. Suo vicepresidente (per il numero uno va avanti da anni la disputa e la poltrona risulta vacante) e’ un penalista palermitano, Raffaele Bonsignore, difensore di pezzi da novanta di Cosa Nostra. Ma anche del “giudice ammazzasentenze” Corrado Carnevale.


   Co-fondatore del Centro Studi era stato negli anni Novanta l’allora presidente dc della Regione Sicilia Rino Nicolosi: se la sua era un’investitura di carattere politico, di tutto rilievo operativo nel Cerisdi risultava invece la figura del suo braccio destro Sandro Musco, che si occupava fra l’altro di rapporti istituzionali e con le imprese. Massone, docente di filosofia, Musco e’ stato tra i principali referenti dell’Udeur in Sicilia.


   Mastella, ancora lui. Il suo nome ricorre, non meno di quello del pentito Francesco Campanella, che ritroviamo nelle carte di Why Not. Fu proprio Musco a consegnare nelle mani di Mastella, durante la convention di Telese del 2005, la lettera privata in cui Campanella si gettava ai piedi del leader: “Carissimo Clemente, ti scrivo con il cuore gonfio di tantissime emozioni, esclusivamente per ringraziarti di cuore poiché’ nella mia vita ho frequentato tantissima gente e intrattenuto innumerevoli rapporti, tanti evidentemente errati. Sei l’unica persona del mondo politico che ricordo con affetto, con stima, con estremo rispetto, perchè sei sempre stato come un padre per me, e resta in me enorme l’insegnamento della vita politica che mi hai trasmesso. (…) Affido questa lettera a Sandro che tra i tanti e’ una persona che nella disgrazia mi e’ stata vicina. Sappi che ripongo in lui speranza e fiducia per quello che potrà darti in termini di contributo. È certamente una persona integra di cui potersi fidare[26].

   Il 3 gennaio 2008 Luigi De Magistris chiarisce ai pubblici ministeri salernitani Gabriella Nuzzi e Dionigi Verasani le circostanze in cui compare il nome di Francesco Campanella nell’inchiesta Poseidone: “venni a sapere che poteva essere utile escutere[27] il collaboratore di giustizia Francesco Campanella che ha ricoperto un importante ruolo politico in Sicilia e che risultava essere anche in contatto con esponenti politici di primo piano, in particolare dell’Udc e dell’Udeur. Tale collaboratore mi rilasciò significative dichiarazioni con riguardo al finanziamento del partito dell’Udc e le modalità con le quali veniva “reinvestito” il denaro, dalla “politica”, in circuiti di apparente legalità. Dovevo escutere il Campanella, persona affiliata alla massoneria – che si stava ponendo in una posizione di assoluta rilevanza nell’ambito dell’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra – del quale l’attuale Ministro della Giustizia e’ stato testimone di nozze, in quanto aveva rilasciato all’autorità giudiziaria di Palermo dichiarazioni con riguardo a presunte dazioni di denaro illecite con riferimento alle licenze Umts che vedevano, in qualche modo, coinvolti sia l’attuale Ministro della Giustizia Clemente Mastella che l’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema».
Una circostanza che Mastella, quando era ministro della Giustizia, ha dovuto smentire in aula rispondendo alla domanda di un avvocato. Era Raffaele Bonsignore, vertice del Cerisdi. E difensore dell’imputato di Cosa Nostra Nino Mandalà
[28].

   Duque abbiamo una rete informatica di controllo del Ministero della Giustizia collegata con forze politiche e economiche. Una struttura parallela come quella del gruppo Delta nel settore dell’informazione.

   Queste strutture possiamo chiamarla Delta oppure anche P2 perché, come appare evidente, i protagonisti  sono sempre gli stessi, i nomi nuovi non sono altro che quelli delle nipoti e dei nipoti di Licio Gelli, naturalmente in senso figurato.

   Ma forse c’è dell’altro, qualcosa di più inquietante.

IL CASO TELECOM

   A partire dal 2001 assistiamo a un incessante processo di aggregazioni, incorporazioni, scalate nel mondo bancario. Sono i contraccolpi dell’accentuazione della concorrenza determinata dalla crisi e dell’unificazione europea. In sostanza se il gonfiamento del capitale finanziario[29] impone un processo particolarmente intenso di concentrazione, dall’altro l’unificazione europea esige un riassetto della mappa dei “poteri forti” a livello continentale. In altre parole, il “salotto buono” della finanza italiana deve cessare di esistere perché è un organismo poco efficace di governo e controllo dell’economia. Per questo motivo, occorre costruire il “salotto buono” della finanza europea di cui possono esistere alcuni sotto-livelli nazionali, ma solo come articolazioni periferiche. Questo, però, non può avvenire in modo indolore: la ridefinizione di tutti i rapporti di forza produce inevitabilmente una “guerra bancaria” destinata a lasciare sul campo morti e feriti. E tanto peggio, se questo avviene, da un lato, con il condizionamento di una pressione americana indotta dall’apertura totale dei mercati e dall’altro dalle cordate europee che mirano a proteggersi dalla penetrazione d’oltre oceano. Si tratta di una lotta sorda e non dichiarata, perché nessuno apertamente in discussione apertamente le politiche del WTO, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. La guerra economica può essere condotta solo come guerra coperta e come stato di fatto ma non può in nessun modo essere dichiarata per ragioni di ordine politico.

   Questo tipo di guerra è combattuta a colpi di scandali, intercettazioni, interventi giudiziari, scalate occulte, alleanze segrete ecc. Questa situazione per gli uomini nuovi della finanza, gente venuta dal “nulla” come i Ricucci è l’ideale.

   E quando questi personaggi, come moderni pirati, decidono di assaltare galeoni come l’Antonveneta e il Corriere della Sera, i “salotti buoni” puntualmente fanno scattare la loro risposta che travolgerà chi ha concesso a questi pirati la patente della guerra della guerra di corsa: il presidente della Banca d’Italia, Fazio.

   In realtà, questo non è stato che un solo aspetto della “guerra per banche” combattuta in questi anni. In particolare, dal 2003, è un succedersi ininterrotto di scandali finanziari, clamorosi crack, scalate improvvise e raid finanziari (Parmalat, Cirio, Antonveneta, ecc) e il caso Telecom è stato la battaglia più importante di questa guerra durante la quale sono sorti due nuovi giganti (Intesa-San Paolo e Unicredit – Capitalia) che sembra possano imporre la “pax bancaria”.

    Le pagine di quotidiani e settimanali e settimanali con i testi delle intercettazioni sono state uno dei pezzi forti di questa guerra. È interessante notare come tali pubblicazioni non siano state su conversazioni inerenti ai problemi finanziari, ma spesso erano inerenti a “scandali sessuali” (pensiamo a Lapo Elkann). Questo tipo di scandali ha avuto un riflesso indiretto di natura politica o finanziaria. Pensiamo ai dubbi sul caso Elkann. Le dichiarazioni di Lapo contro Moggi hanno confermato che quello che gli era accaduto era stato provocato; allo stesso modo, appare evidente che calciopoli è stata provocata per eliminare Moggi. Esiste una relazione fra questi fatti e lo scontro interno alla FIAT fra Cordero, Marchionne ed Elkann?

   A tutto ciò bisogna aggiungere la guerra che oppone fra loro i vari servizi segreti fra loro. Da un lato si trova il capo della polizia De Gennaro (miracolosamente sopravvissuto tanto al cambio di maggioranza nel 2001 che ai fatti di Genova e ai relativi processi in corso) che è riuscito a recuperare terreno e a restare uno dei principali attori del sistema “di sicurezza”[30] tali. Genova ha provocato le dimissioni del vice-capo della Polizia, Andreassi e del capo della Direzione centrale della polizia di prevenzione, Barbera; ma solo dopo quattro mesi il primo è stato nominato vice-direttore del SISDE e il secondo vice-direttore del CESIS. Il peso di Andreassi è aumentato quando Mario Mori è stato coinvolto nel caso giudiziario inerente alla trattativa  per catturare Riina.

   L’altro polo era costituito dal SISMI che era guidato dal Pollari.

   Pollari sino al 2001 era a capo della Guardia di Finanza, dove aveva avuto modo di confrontarsi con tecnici preparati sui temi della penetrazione finanziaria ostile, della difesa della moneta ecc. (gli aspetti della guerra economica) e, quando fu chiamato a dirigere il SISMI si portò a presso diversi esperti del ramo.

   L’11 settembre e soprattutto le missioni Afghanistan e in Iraq ha offerto al SISMI una grande occasione di rilancio (le azioni all’estero sono di competenza stretta del SISMI). I rapimenti di italiani hanno rafforzato la posizione del SISMI trovatosi a gestire tali eventi sotto i riflettori dei media. Intessendo un’efficace rete di contatti, il SISMI è riuscito spesso a liberare gli ostaggi italiani. Nonostante “l’incidente” di Nicola Calipari, gli ottimi rapporti con la CIA e il servizio segreto militare dell’esercito USA non sono mai venuti meno. Mentre l’FBI preferiva i rapporti con il capo della polizia De Gennaro.

  Il SISMI non ha mai nutrito alcuna simpatia del progetto di De Gennaro di un coordinamento antiterrorismo che non fosse meramente rituale, soprattutto se a capo di quest’organismo ci fosse il capo della Polizia. Diversi i punti di riferimento politici dei due capi: De Gennaro ha avuto i suoi interlocutori in uomini della sinistra borghese come Violante e Minniti (pur senza mancare una buona intesa con il ministro Pisanu), mentre Pollari guardava preferibilmente a uomini come Berlusconi o Martino (pur guardando con grande fair play a Fassino).

   I telefoni italiani sono sempre stati strettamente collegati ai servizi segreti non è proprio un caso che la prima agenzia dei Telefoni di Stato avesse sede direttamente dentro il Viminale. Dopo la guerra, il servizio militare prese direttamente sotto la sua ala, le cinque compagnie telefoniche presenti in Italia, esercitando una costante opera d’intercettazione senza alcuna autorizzazione della Magistratura. Infatti, le garanzie sulla segretezza della corrispondenza epistolare sono state estese anche alle comunicazioni telefoniche, solo dopo la formazione della Corte Costituzionale (1956) che, nella sua prima sentenza stabiliva appunto questa equivalenza. Questo non impedì per niente al Sifar (poi Sid) di proseguire nelle sue attività ormai illegali, con la piena collaborazione delle aziende.

   La Sip ha collaborato con il Sifar per la realizzazione delle schedature attuate dal generale De Lorenzo.

   Tutte le intercettazioni che furono fatte per queste schedature erano illegali. Tutto ciò è dimostrato inequivocabilmente dalla circolare interna n. 54 del 6 giugno 1968.[31] Con tredici anni di ritardo, la Sip informa le sedi operative alle proprie dipendenze che la legge n. 517 del 18 giugno 1955 ha modificato le norme per operare intercettazioni telefoniche. Prima di quella legge, chiunque si fosse qualificato come agente di polizia giudiziaria aveva libertà di accesso alle centrali telefoniche per operare o ordinare intercettazioni telefoniche. La legge del 1955 modificava tale procedura poiché rendeva obbligatorio, per gli agenti che si presentavano alla Sip per tali operazioni, l’esibizione di un decreto motivato di autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Per 13 anni, tutto ha funzionato come se la legge non esistesse, poiché la Sip ha “dimenticato” di dare disposizioni e rendere note le nuove norme del codice di procedura penale.

   La decisione della Sip non era casuale. Il 6 giugno 1968 il colonnello Rocca fu interrogato dalla Commissione parlamentare sulle deviazioni del Sifar e la Sip si cautela. Il colonnello Rocca si “suiciderà” il 27 giugno 1968. Rocca oltre a essere il capo dell’ufficio Rei del Sifar dal 1962, era il curatore del piano di offensiva anticomunista Demagnetize e il suo nume tutelare era Thomas Karamessines, il capo della sezione della CIA a Roma. Ma la decisione della Sip potrebbe avere un altro significato. Secondo quanto ha affermato il generale Ambrogio Viviani, già capo del controspionaggio del servizio militare, tra il 1968 e il 1969 la CIA decise di costituire una rete occulta e quindi la Sip, al suo interno comincia ad apprestare tale rete. Infatti, la circolare, alla fine, invita il personale dell’azienda, a essere flessibile nell’adozione delle nuove norme poiché: “alcuni casi particolari potrebbero dare adito ad interpretazioni diverse da quelle progettate: sarà perciò opportuno che, in tale ipotesi, si eviti potrete interpellarci per le vie brevi circa la condotta da tenere”. [32] Questo è un vero e proprio invito a eludere la legge.

   La Sip era posseduta quasi totalmente dalla finanziaria Stet, che raggruppava diverse società. Era presente oltre alle telecomunicazioni con Italcable, Telespazio e Sip, possedeva grossi complessi per la produzione di materiale militare, quali ad esempio la Selenia, la Oto-Melara, la Vitro-Selenia ecc. In queste aziende i servizi segreti sono di casa e la Stet può comodamente mutuare privilegi in commesse militari con le attività parallele della Sip. Per molto tempo presiedente della Stet fu Michele Principe, un piduista confesso. In precedenza era stato amministratore delegato della Selenia di cui in seguito divenne presidente. Principe, è l’uomo della NATO nel settore delle telecomunicazioni. All’inizio della sua carriera è stato dirigente della segreteria della NATO nel settore delle telecomunicazioni, divenendo in seguito presidente del Civil communications and Planning committee, l’organismo della NATO che opera nel settore delle telecomunicazioni. Inoltre, con la Selenia, è l’uomo della P2 inserito nel commercio delle armi.

   La struttura che si era crea creata nella Sip era collegata al Sismi.

   In Sip esisteva una struttura denominata Protezione e sicurezza impianti, il servizio che la gestiva si chiamava Sg/pi. C’era anche una struttura denominata Protezione civile. Nel caso di alluvioni e terremoti, la Sip poteva raccordarsi con la Protezione civile per il ripristino di linee e centrali.

   Una cosa che bisogna tenere conto del rapporto tra servizi segreti e le aziende di telecomunicazioni, è che il servizio militare esercita monopolisticamente la concessione del NOS necessario per gran parte dei tecnici e del personale direttivo di un’azienda che gestisce un esercizio telefonico.

   Questa situazione non è certamente cambiata con la privatizzazione. Addirittura all’epoca della gestione tronchettiana, quando divenne capo del servizio Pollari, furono splendidi.[33]

   Dal punto di vista finanziario, la Telecom acquistava enormemente importanza sia a seguito della sua privatizzazione, sia per il generale corso dell’economia mondiale che assegna alle telecomunicazioni un ruolo trainante senza precedenti. Peraltro la Telecom (come già la Sip) ha un personale qualificato di ottimo livello e di capacità tecnologiche di grande qualità, quel che ne ha favorita l’espansione (in particolare nel settore della telefonia mobile) in numerosi altri paesi come la Spagna, il Brasile, la Germania, l’Austria, la Francia, la Serbia, l’Egitto ecc.

   Quando Marco Tronchetti Provera alla fine degli anni ’90 giunse al vertice della Pirelli in sostituzione del suocero – Leopoldo Pirelli – impose l’immagine di un imprenditore dinamico, colto, capace di operare sul mercato internazionale.

   Acquisendo Telecom, Tronchetti medita di farne il crocevia del capitalismo italiano, qualcosa che abbia il ruolo che fu della FIAT dagli anni ’40 agli anni ’80, il cuore di Mediobanca, ma anche un gigante della finanza internazionale.

     Dietro questi progetti megagalattici, si nascondeva la ben triste realtà di un gigante dai piedi d’argilla, Tronchetti aveva acquistato Telecom senza averne i soldi. Attraverso un meccanismo di scatole cinesi per cui Tronchetti detiene una percentuale di Olimpya che a sua volta possiede una parte delle azioni Telecom, Tronchetti in realtà controllava l’azienda telefonica con l’1% del capitale. Quest’operazione è stata compiuta grazie ai finanziamenti delle banche, girando poi debiti contratti alla stessa Telecom. In altri termini Tronchetti ha acquistato Telecom con i soldi di Telecom.

   È evidente che Telecom fosse destinata a diventare il campo di battaglia delle varie cordate finanziarie con relative appendici politiche, e dei vari servizi segreti. Non è un caso che fra i dossierati di Tavaroli e Pompa ci fosse il capo della polizia De Gennaro.

   Per capire quello meglio la battaglia e quindi, gli intrecci fra apparati pubblici e privati, fra essi e la grande finanza e, attraverso questa, il mondo dei media, confluendo infine in unico sistema integrato finanziario-spionistico-politico-mediatico, vediamo una breve rassegna dei personaggi coinvolti:

  1. Giuseppe Tavaroli, già brigadiere del Ros milanese, diventato manager di alto livello, organizzatore della security della Telecom e della centrale d’intercettazioni abusive. È in rapporto eccellente con l’ex responsabile della CIA di Milano e si presta volentieri con tutta la sua struttura e con la sicurezza Pirelli, collaborare con il SISMI, la CIA e il Ros nel rapimento di Abu Omar.
  2. Marco Mancini, grande amico di Tavaroli, maresciallo dei carabinieri con una folgorante carriera che lo ha portato ai massimi livelli del servizio segreto militare (responsabile della prima divisione, quella da cui dipendono i centri di controspionaggio). È in ottimi rapporti con l’area dei Democratici di Sinistra che lo ritiene “dei nostri” (forse grazie al fatto che ha un fratello che è magistrato aderente a Magistratura Democratica) ed è in splendidi rapporti con i servizi americani ai quali dà un valido contributo nel campo de rapimenti, non manca di estimatori nell’area berlusconiana, e difeso da Francesco Kossiga e vanta amicizie nei servizi francesi e inglesi.
  3. Pio Pompa al contrario di Tavaroli, passa dalla sicurezza privata a quella pubblica, da funzionario Telecom diventa dirigente del SISMI. È uno strano personaggio, dice di essere comunista. Pompa è l’uomo del SISMI che cura i rapporti con la stampa, dove ha un ventaglio di confidenti, collaboratori, amici, conoscenti, partner commerciali che scambiano notizie. Questa rete, arriva fino a Repubblica, dove un giornalista (Luca Fazzo), forse per uno scambio di notizie, gli procura articoli che compariranno sul giornale all’indomani.
  4. Fabio Ghioni, che nella Telecom dal 2002 un posto chiave. Ha il compito di difendere i server dagli attacchi dei pirati informatici e attaccare i computer di quelli che considera i nemici dell’azienda: giornalisti, manager, compagnie telefoniche concorrenti come la Vodafone e anche le industri pneumatiche che possono dare in qualche modo fastidio alla Pirelli di Tronchetti. La sua è una guerra informatica continua. Dove le battaglie si fanno a colpi di intercettazioni telematiche e invio di virus creati da un gruppo di ragazzi che mutuato il loro nome dal gergo dei marines: il Tiger Teame.[34] Ne fa parte hacker che usano nickname altrettanto singolari: c’è Astatoth , un demone sapiente che insegna ai maghi i segreti della scienza, c’è Goodboy, anzi g00db0y, con lo zero al posto della o, ci sono Spax e l’Arancione. A Roma lavorano tutti assieme in Viale Parco dei Medici nella Sala Mara, uno spazio interdetto agli altri dipendenti.[35] Ghioni, ha tenuto corsi in Estonia e in altri paesi per conto della Domina Security, una società che fa capo al gruppo Traider della borsa milanese di Ernesto Preatoni (padre di Roberto che con Ghioni ha scritto un libro proprio in materia hackeraggio). Sedeva con Tavaroli, nel cda della Telsy, una società del gruppo Telecom che produce apparecchi di criptazione.

   Tutto questo mostra che i rapporti fra sicurezza Pirelli, sicurezza Telecom e SISMI siano tanto stretti da far pensare a un unico soggetto tricefalo.

   È in questo quadro che va inserita la vicenda del caso Abu Omar. Questo non è l’unico rapimento che la CIA fece in Italia; altri casi sono stati segnalati e c’è un rapporto del Parlamento europeo sulle prigioni e i voli segreti della CIA in Europa. Il caso Abu Omar è stato l’unico che ha avuto tanta attenzione e notorietà.   A differenza degli altri, ha avuto un’istruttoria penale, l’azione giudiziaria è stata sostenuta da una campagna giornalistica di Repubblica e dell’Espresso.

   La scoperta di Super Amanda merita anch’essa qualche riflessione. La Telecom aveva creato il Cnag, il Centro per le intercettazioni disposte dalla Magistratura, un dispositivo che chiamato Amanda. Ma alla fine del 2004 cominciarono a circolare le prime voci dell’esistenza di Super Amanda,[36] che è descritto come un centro, realizzato in Calabria, dotato di tutti i dispositivi necessari per captare comunicazioni telefoniche, ambientali ed elettroniche. Ne parla anche l’Espresso, in un’intervista all’allora Garante della Privacy Stefano Rodotà. Comincia a crescere l’interesse sull’argomento delle intercettazioni: la Tim dichiara di aver intercettato oltre cinquemila linee telefoniche per conto delle procure italiane, del Ministero della Giustizia e della Direzione nazionale antimafia.

   Ovviamente Telecom ha sempre smentito l’esistenza di Super Amanda, ma a conferma che nella Telecom qualcosa non vada, giunge l’ondata degli scandali sessual-finanziari, la cui costante è la pubblicazione delle intercettazioni. In alcuni casi i testi pubblicati sembrano assecondare le strategie di espansione di Tronchetti (ad esempio l’attacco ai “furbetti” che a suo dire, stavano tentando di scalare la Telecom). In alcuni casi si trattava d’intercettazioni (come quelle a Vittorio Emanuele o quelle del caso di calcio poli) che non avevano alcun particolare nesso – quantomeno eminente – con i piani del gruppo Olimpya. Tutto ciò fa sorgere un dubbio: oltre che Amanda e Super Amanda c’è anche una Super Super Amanda? E’ possibile che qualcuno al gruppo di Tronchetti sia riuscito a infilarsi nella centrale di intercettazioni abusiva di Tavaroli e abbia deliberatamente diffuso i testi di alcune intercettazioni allo scopo di attirare i riflettori sulla Telecom e i suoi doppi fondi? In alcune dichiarazioni, Tronchetti ha – pur debolmente – accennato alla cosa dicendo che “Mi attengo ai fatti e chiedo: se la magistratura, nelle 344 pagine di ordinanza sugli arresti dei giorni scorsi, non parla mai di “intercettazioni” e più volte sottolinea che Pirelli e Telecom sono “parti lese e soggetti danneggiati dai reati”, perché nelle cronache non lo leggo e non lo sento?”.[37] Questa dichiarazione è fatta senza insistervi troppo, perché non avrebbe fatto brillare gli apparati di sicurezza della Telecom e perché rischiava di dover ammettere l’esistenza di Super Amanda.

   Con Super Amanda Tronchetti aveva posto l’assedio al mondo della finanza italiana tentando di rifondare il “salotto buono” intorno a sé e alle sue intese internazionali (prevalentemente orientate verso i gruppi americani): ma la scoperta di Super Amanda – essenzialmente prodotta dal caso di Abu Omar – e l’arrivo di Prodi rovescia la situazione e alla fine gli assedianti diventano assediati. Le inchieste giudiziarie si moltiplicano, il governo non è più orientato a una benevole “neutralità”. Mentre l’esposizione debitoria con le banche iniziava a farsi drammatica. A ogni mossa di Tronchetti per venire fuori da pantano dei debiti o per espandersi sui mercati internazionali, corrispondeva subito il fuoco di artiglieria pesante da parte delle procure.

   Questo dimostra che l’affare Telecom è parte della guerra economica fra cordate finanziario – informative. 


[1] Gioacchino Genchi è un informatico, avvocato, poliziotto e funzionario italiano. Sospeso dall’incarico di vicequestore di Palermo, ha collaborato come consulente informatico con magistrati quali Falcone e De Magistris. Le sue indagini sono state usate per la strage di via D’Amelio, in cui ha perso la vita Borsellino. É stato accusato da Berlusconi di un presunto scandalo intercettazioni. Scagionato dal Riesame, il suo archivio segreto è stato dissequestrato.

https://argomenti.ilsole24ore.com/gioacchino-genchi.html

[2] Why Not è un termine che si utilizza per definire una specifica inchiesta giudiziaria italiana, svoltasi per lo più in Calabria nel primo decennio del XXI secolo. Il nome deriva dal nome di un azienda che forniva alla regione lavoratori specializzati nel settore informatico.

[3] Inchiesta avvia dalla Procura di Catanzaro sui gravi illeciti che sarebbero stati commessi in Calabria nel settore della depurazione

[4] https://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/234-attualita/73072-quei-due-ufficiali-e-la-scomparsa-dell-agenda-rossa.html

[5] http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

[6]                       C.s. 

[7]                       C.s.

[8]                      C.s.

[9]                      C.s.

[10] Saladino è stato il  principale inquisito di Why Not.

[11] http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

[12]                                C.s.

[13]                                C.s.     

[14]  Legatissimo a piduisti come Giancarlo Elia Valori e Luigi Bisignani.

[15] http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

[16] Galileo è il sistema globale di navigazione satellitare (GNSS) dell’Unione europea progettato per inviare segnali radio per il posizionamento, la navigazione e la misurazione del tempo.

[17] annotano i cronisti qualche anno più tardi

[18]                                              C.s.

[19]                                              C.s

[20] Bruno Camilleri, cui stava per essere notificata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

[21] In realtà dietro il discorso sul  “terrorismo” e i suoi mandati (Gheddafi) si vuole mascherare la contraddizione che proprio in quel periodo atava diventando quella principale: la contraddizione tra Borghesia Imperialista/Popoli Oppressi.

   Porre al centro come hanno fatto i media imperialisti la figura del personaggio Gheddafi deriva una visione di equidistanza tra aggrediti e aggressori se non addirittura di simpatia per questi ultimi. Significa assumere il punto di vista dei mass media imperialisti che idealizzano (o demonizzano) gli individui per nascondere le contraddizioni di classe. Sia chiaro Gheddafi e i suoi erano rappresentanti di un frazione di borghesia e non certo del proletariato.

[22] http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

[23] http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

[24] https://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/237-vedi/54954-19-luglio-1992-la-pista-del-castello-utveggio-e-le-indagini-su-bruno-contrada.html

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/11/01/un-uomo-del-sisde-al-castello-utveggio.html

[25] http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

[26]                                    C.s.

[27] Interrogare i testimoni in un processo.

[28] http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

[29] Per capitale finanziario non bisogna intendere solamente speculazione borsistica. Lenin non parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario, bensì della fusione di queste due forme di capitale che egli denominò appunto capitale finanziario. Bisogna intendersi cosa si intende quando si parla di finanziarizzazione dell’economia. Ogni azienda non è più solamente e neanche principalmente un apparato produttivo, essa è diventata principalmente un pacchetto di titoli finanziari (azioni e obbligazioni) che i suoi padroni e i suoi dirigenti collocano in Borsa, commerciano tramite le istituzioni finanziarie e il mercato finanziario. Questi titoli primari (rappresentativi della proprietà di aziende che producono merci) sono entrati in vario modo a comporre titoli finanziari derivati, a loro volta commercializzati sul mercato finanziario di tutto il mondo ed entrati a comporre titoli di seconda generazione e via così varie volte. La gestione e la sorte dell’azienda apparato produttivo sono diventati variabili dipendenti del corso dei titoli primari e derivati.

[30] Sicurezza per le classi dirigenti di fare gli affari loro.

[31] http://www.fodazionecipriani.it/Scritti/lasip.html

[32]  http://www.fodazionecipriani.it/Scritti/lasip.html

[33] Pollari era una vecchia conoscenza dell’imprenditore milanese sin dai tempi della sua permanenza a capo della Guardia di Finanza.

[34] Il termine Teager Time era usato originariamente con riferimento militare per quelle squadre il cui scopo era di penetrare la sicurezza di installazioni “amiche”, e in questo modo di testare le loro misure di sicurezza.  Questo termine è diventato popolare nel mondo informatico, dove la sicurezza sei sistemi sono spesso tastata dai Tiger Team. Alcuni Tiger Team sono formati da hacker professionisti.

[35] http://espresso.repubblica.it./dettaglio/Dio-patria-e-spioni/1503447/16/0

[36] http://punto-informatico.it/1396753/Telefonia/News/super-amanda-smentisce-non-basta

[37] http://archiviostorico.corriere.it/2006/settembre/26/Tronchetti_contrattacco_parti_lese_siamo_co_9_060926073.shtml

LA CRISI GENERALE DEL CAPITALISMO

•aprile 19, 2021 • Lascia un commento

   Con la comparsa dell’imperialismo è iniziata la seconda fase del capitalismo, in questa seconda fase il capitalismo percorre la fase discendente della propria parabola. Ogni modo di produzione fondato sullo sfruttamento di classe si caratterizza per una fase ascendenza e per una critica di declino e di crisi terminale.

   A seconda dei diversi modi di produzione la crisi può durare più o meno tempo,  con il feudalesimo si protratta per alcuni secoli. Il feudalesimo è morto perché i rapporti di proprietà e quindi di classe in cui si svolgeva la produzione hanno cominciato, dopo una prima fase relativamente espansiva, ad ostacolare lo sviluppo delle forze produttive in modo sempre più espansiva, ad ostacolare lo sviluppo delle forze produttive in modo più accentuato, ossia non erano più in grado di garantire una produzione materiale sufficiente a soddisfare le necessità e i bisogni economico-sociali  che si erano prodotti e sviluppati nella stessa fase espansiva. I rapporti di proprietà e quindi di classe avevano iniziato a essere sempre più caratterizzati dal parassitismo.[1] Con l’imperialismo accade qualcosa di analogo, in un modo o nell’altro il capitalismo in ascesa aveva dovuto fare i conti con le rendite fondiarie e che ostacolavano la sua propensione all’investimento produttivo. Nei paesi come l’Italia, dove questa contraddizione non si è potuta adeguatamente sviluppare, si sono avute conseguenze decisive tutt’ora perduranti e tali paesi non sono potuti proseguire oltre a un certo stadio di espansione capitalistica diventando così paesi imperialisti marginali. Comunque nell’insieme il capitalismo si è potuto sviluppare nei vari Stati dell’Europa occidentale, negli USA e in Giappone perché ha potuto raggiungere il predominio sulle rendite agrarie e quindi sui grandi proprietari feudali.

   Con l’entrata nella fase dell’imperialismo i rapporti mutano. Sulla base essenzialmente dell’industria capitalistica sono andati sviluppandosi i monopoli industriali e bancari. Via via gli stessi monopoli industriali hanno assunto caratteri finanziari e le stesse banche intervenendo nell’attività come propri gli interessi dell’industria. Questi due tipi di monopoli si sono quindi indissolubilmente saldati tra loro e successivamente con la macchina egemonica-burocratico-militare dello Stato, generando prima il Capitalismo Monopolistico di Stato e poi il Sistema Capitalismo Monopolistico di Stato. Non solo il monopolio industriale in quanto tale tende ad assumere logiche parassitarie, ma tutto ciò viene moltiplicato alla potenza dalla fusione con le banche il cui operato sul piano economico è ovviamente parassitario. Le propensioni parassitarie che sorgono sul terreno dell’industria a loro volta imbrigliano parassitarie che sorgono sul terreno dell’industria a loro volta imbrigliato l’industria e tendono a trascinarla in una crisi permanente. I monopoli si sono spartiti i mercati e le sfere d’influenza su scala mondiale. La concorrenza tra i vari gruppi monopolistici a causa della formazione nei paesi imperialisti del Capitalismo Monopolistico di Stato e del Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato è diventata il motore della tendenza alla guerra imperialista. La caduta del saggio di profitto non ha più potuto venire efficacemente contrastata dal capitalismo con la generazione du ulteriori rapporti e dinamiche espansive. Ciò ancor più spostato l’asse dagli investimenti produttivi a quelli finanziario-speculativi. Lo sfruttamento delle masse proletarie e popolari che nella fase espansiva si fondava in gran parte sugli incrementi di produttività dovuti all’apporto delle nuove tecnologie e all’introduzione di nuovi macchinari (sviluppo delle forze produttive) e via via nuovamente andato a caratterizzarsi per l’intensificazione dello sfruttamento del valore della forza lavoro, come nella fase nascente del capitalismo, ed il depredamento, anche con l’aiuto delle imprese militari e dell’imposizione del gioco imperialista alla maggioranza dei paesi del mondo (paesi semicoloniali e semifeudali), delle risorse naturali e ambientali ai fini della riproduzione dei costi della produzione. Il parassitismo settecentesco delle rendite fondiarie che gravava sugli investimenti produttivi ha lasciato il posto all’odierno parassitario-speculativo che ha iniziato a pesare sempre di più delle forze produttive. Il capitale industriale che prima competeva aspramente con le rendite semifeudali svolgendo una funzione progressiva è diventato poi un pilastro del capitale finanziario e quindi di fronte alla caduta del saggio di profitto valuta dove e come sia più conveniente investire, se nella produzione industriale, nella produzione bellica garantita dalle commesse statali o nella finanza speculativa.

   Tutto però si ricollega circolarmente: industria, produzione bellica, servizi. Ogni sfera richiama le altre e si fonde con esse. Tutto questo si traduce nell’accentuazione del parassitismo finanziario e nell’accelerazione del declino del capitalismo.

   Con la fine degli anni Venti l’imperialismo entra in uno stato di prolungata crisi generale che attraversa a ogni livello la società e lo Stato. Si tratta di una crisi terminale che continua ad accentuarsi, una crisi in questo analoga a quella che ha caratterizzato nei paesi dell’Europa occidentale l’ultima fase di vita sulla società feudale. In particolare nei paesi imperialisti questa crisi generale si accompagna a lente dinamiche ascendenti e discendenti.[2] Con i primi anni Settanta, sempre nei paesi imperialisti si è riattivata una dinamica discendente[3] tuttora perdurante.

   Risulta quindi necessario parlare per i paesi imperialisti del Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato come di un sistema caratterizzato dalla crisi generale sulla base dell’erompere a tutti i livelli della contraddizione tra la tendenza alla pianificazione economica e sociale, imposta dall’attuale livello di sviluppo delle forze produttive e la natura parassitaria dell’imperialismo.


[1] A differenza dell’uso del termine che si colora in modo grossolano di tratti “morali”, “etici” e “politici” o che rovescia il rapporto tra reddito e produzione per l’investimento ponendo l’accento sul consumo privato e quindi sugli usi improduttivi del reddito, il parassitismo va concepito come una categoria economica che indica un progressivo venir meno, a livello dei rapporti strutturali, della propensione all’investimento del prodotto sociale nella produzione dei beni e dei servizi necessari alla riproduzione, su scala allargata di una determinata società.

[2] Per quasi mezzo secolo a cavallo degli anni Settanta, nel dibattito ci orientamento marxista si è posto l’accento sulla questione delle condizioni oggettive della rivoluzione, individuandole di volta in volta nella crisi economica, nel fascismo o nella guerra imperialista. In effetti nella fase terminale del capitalismo le condizioni oggettive sono essenzialmente date, sono le condizioni soggettive quelle decisive, e in ultima analisi il loro sviluppo che determina o meno la crisi rivoluzionaria e il processo rivoluzionario. Non è stata quindi la, per altro relativa, ripresa economica dopo la seconda guerra mondiale a chiudere nei paesi imperialisti, almeno fino al 1968, il capitolo della rivoluzione. La chiusura in paesi come l’Italia è stata invece determinata dall’affermazione, sulla base del Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato, del revisionismo moderno e delle nuove forme di opportunismo di destra e di sinistra. Questo poteva essere contrastato da un adeguato sviluppo della soggettività che però è sostanzialmente mancato.

[3] Generalmente si considerano queste dinamiche astraendole dalla loro base ossia dalla fase terminale dell’imperialismo e quindi si confondono le dinamiche ascendenti (come, ad esempio, quella iniziata dopo la seconda guerra mondiale e finita nei primi anni Settanta) con una dinamica espansiva simile a quella delle riprese economiche che caratterizzavano le crisi cicliche ottocentesche. Questa confusione ha portato a contrabbandare apologeticamente i decenni successivi alla seconda guerra mondiale come caratterizzati da un capitalismo riformista, dal volto umano e ha portato a idealizzare il cosiddetto Stato sociale occultandone il carattere classista, burocratico ecc. Inoltre si è teso a non considerare la situazione della maggior parte della maggior parte dei paesi del mondo in cui dopo la seconda guerra mondiale si è sviluppato il capitalismo burocratico.

QUANDO UNO PSICHIATRA FU UCCISO DA UN EX COLLEGA

•aprile 18, 2021 • Lascia un commento

   In un caldissimo 7 agosto 2003 a Milano Lorenzo Bignamini pedalava forte per strada, in piazza Angilberto II, al Corvetto. Era uno psichiatra, Bignamini. Incontrò un altro psichiatra, Arturo Geoffroy. Si conoscevano bene, avevano lavorato insieme poi a era [1]saltato qualcosa nel cervello. Nel 1997 era stato aggredito da un paziente tossicomane, da allora non era stato più lo stesso. Si sentiva perseguitato, denunciava magistrati e colleghi. Stava male, Geoffroy, da psichiatra si era trasformato in “malato”. Un “malato” riluttante, uno che odiava. Tra quelli che odiava c’era Bignamini, colpevole, con altri medici di aver segnalato la situazione alla Asl. Geoffroy non lavorava più, vagava in auto tra Milano e Pescara, la città dove era nato. Quel 7 agosto a Milano, città in partenza per quello che ogni anno viene chiamato esodo, incrociò Bignamini che pedalava sulla sua bicicletta. Frenò. Scese dall’auto, aprì il bagagliaio e prese una balestra che aveva appena comprato. Il dardo lo aveva fatto lui con le sue mani. Chiamò Bignamini che lo vide, si fermò e capì. Provò a scappare ma Geoffroy lo raggiunse, il dardo lo trafisse da parte a parte. Poi l’assassino tirò tre coltellate, per essere sicuro di uccidere. Geoffroy venne arrestato quattro giorno dopo a Camogli, in Liguria. Fu dichiarato incapace di intendere e di volere, finì nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. Credo che sia ancora lì.

   Ma chi era veramente Geoffroy? Che storia aveva alle spalle?

   Come si diceva prima il dottor Geoffroy era stata vittima di un’aggressione da parte di un paziente. Questo fu un fatto traumatico.

   Quando si è vittima di un trauma profondo, la mente crea una barriera di amnesia intorno all’evento, in modo da non rivivere questi ricordi: la mente, così, si parcellizza isolando il ricordo del trauma che viene rimosso ma non eliminato.

   Geoffroy, dopo questa aggressione, aveva sviluppato un rancore, per non essere stato risarcito dal danno a parere suo.

   Non solo, egli aveva alimentato la protesta con interviste giornalistiche trasmesse su televisioni e stampate su giornali,[2] riuscendo a interessare il Presidente della Commissione Affari Sociali del Senato che portò il caso all’attenzione dei suoi colleghi di commissione.

   Nel frattempo, contrariamente alle prime erronee notizie diramate dopo il delitto, al momento del fatto il dottor Geoffroy risultava regolarmente iscritto all’Ordine dei Medici di Milano.

   Difficile, quindi, se non impossibile da parte di chiunque prevedere una conclusione della vicenda così terribile.

   Il periodo solitamente carente di notizie da prima pagina, ha permesso ai giornali e alle televisioni di riproporre all’attenzione dell’opinione pubblica, legandoli in modo forzato alla vicenda, i temi della salute mentale e all’adeguatezza quantitativa e qualitativa dei servii sociosanitari competenti.

   In molte persone, inevitabilmente, il modo stereotipato, frettoloso e superficiale con il quale i mass media hanno presentato l’assassinio, oltre a suscitare un naturale raccapriccio, ha consolidato l’avversione nei confronti della legge 180, vista come la legge che ha liberato i “matti”.

   Per fare un esempio, in quei giorni su lo Ferdinando Camon  trasformatosi in opinionista, aveva chiuso il suo articolo sulla vicenda così: “Ma distruggendole[3]è rimasto il vuoto, come se i malati non esistessero più. Basaglia ha qualche merito, ma anche parecchi delitti sulla coscienza. Questo è l’ultimo[4].

   Questo commento, è tagliato apposta per alimentare la parte peggiore dell’uomo, invitandolo a non affrontare nel giusto modo un problema così complesso e lacerante.

  Non c’è dubbio carenze strutturali, organizzative e di personale. Però, bisogna ricordarsi che molte di queste carenze sono dovute alle politiche di tagli attuate nei confronti della sanità.

   Ora sicuramente quella che viene definita “malattia mentale” evoca sconcerto e paura. Spesso e volentieri quando la situazione è pesante tra le persone sofferenti spesso e volentieri si tende a mascherare il più possibile i propri malori che li tormentano.

   Fino ad un passato recente in Italia (ancor oggi in altri paesi) la cultura dominante riteneva che quella veniva definita “malattia mentale” sia un tunnel senza uscita, una “malattia incurabile”, e, quindi la risposta migliore e più umana da parte della società era di farsi carico della custodia dei sofferenti. I manicomi e gli ospedali psichiatrici ne furono gli strumenti.

   Questi “asili di maggiore sventura” come furono abitualmente chiamati dalla pubblica opinione, erano luoghi di dolore e sofferenza, dove veniva data per assodata l’irreversibilità della patologia.

   Tutto questo per mascherare il fatto che quelle che sono definite “malattie mentali” nascono come reazioni alle tensioni della vita.

   Ma la storia del dottor Geoffroy, porta dal mio punto di vista ad alcune riflessioni. Egli subì per quanto si possa sapere ad almeno due traumi. Il primo quando è stato aggredito da un paziente, il secondo l’allottamento dal lavoro e i tentativi falliti di essere reintegrato.

   Ora quando un trauma è continuativo si rischia che la mente della vittima si distrugga, trasformandola in qualcosa di simile a un nido di api, costituito cioè da comportamenti indipendenti, separati barriere di amnesia: è la cosiddetta teoria della mentalità alveare. Una volta che l’unità della mente è stata distratta, i vari compartimenti, ognuno ignaro dell’esistenza dell’altro, possono essere programmati per vari compiti, senza una che una parte della mente sia cosciente dell’altra. Ciò non esclude la possibilità che ci siano dei veri e propri missing-time (tempo mancante) sentiti da parte della vittima con malessere per l’incapacità di ricordare.

   Usando parole-innesto, suoni o degnali ipnotici questi compartimenti possono essere spostati in avanti o all’indietro proprio come un casellario mentale. Un compartimento autonomo, corrispondente a una specifica personalità della mente riprogrammata, diventa così il livello cosciente dell’individuo, e risprofonda poi nell’inconscio, nel momento in cui si ha accesso a un altro compartimento. Questo significa che dopo aver eseguito un compito, la vittima dimentica ciò che ha fatto e con chi. Questa condizione è divenuta nota come Disordine della Personalità Multipla o Disordine dell’Identità Dissociata, che ovviamente la psichiatria tratta come una patologia senza prendere in considerazione i possibili casi di dissociazione indotta e non patologica o genetica.

   Tengo a precisare che questa è un ipotesi, ma ritengo che valga la pena di rifletterci sopra. 


[1] https://www.ilpost.it/stefanonazzi/2010/08/08/morire-dagosto-a-milano-per-strada/

https://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/cronaca/psicomi/indagini/indagini.html

[2] http://www.societasalutediritti.com/documenti/20031015SALUTEMENTALE.htm

[3] Le strutture ospedaliere.

[4] http://www.societasalutediritti.com/documenti/20031015SALUTEMENTALE.htm

ISTITUTO TAVISTOCK E GUERRA MENTALE DELLA BORGHESIA CONTRO I LAVORATORI

•aprile 17, 2021 • Lascia un commento

   Le tecniche di manipolazione psicologica della società sono antiche quasi quanto l’umanità stessa. I signori feudali, allo scopo di preservare e consolidare il proprio potere si avvalsero sempre del castigo e della tortura come mezzi di dissuasione contro i fautori del progresso. Anche migliaia di anni fa, ad aiutare le classi dominanti non furono le tecniche in sé, ma una deliberata applicazione delle stesse come strumento del divide et impera. Per quanto disumani possono essere, una tecnica in particolare e/o un approccio terapeutico non rientrano nell’ambito di una guerra che la classe dominate sta attuando contro i lavoratori, guerra che si potrebbe definire controinsurezionale, ovvero essere e una controrivoluzione preventiva.

   In sostanza: “la contro-insurrezione non può procedere soltanto dagli oratori; richiede una consapevole e sistema applicazione da parte della classe o dei suoi fantocci”.[1] Questo è esattamente ciò che avvenne nei Trenta con la trasformazione della psicologia e della psichiatria.

   “La prima massiccio applicazione della psicologia come arma deliberata ebbe luogo nella Germania nazista in particolare con riferimento all’eugenetica, che strumentalizzò le molto retrograde fantasie “ariane”, che le masse in parte sostenevano e in parte subivano. Anche se la causa e lo sviluppo della carneficina nazista dipesero completamente dal tracollo economico mondiale, la loro forma specifica, l’eugenetica, fu ideata dai teorici e dai tecnici preferiti dai nazisti: gli psichiatri”.[2]

   Da allora, la “scienza della mente” si è trasformata nell’arte di distruggerla. Gli approcci terapeutici hanno ceduto il posto a una pseudoscienza sulla modificazione del comportamento, denominata “terapia dell’avversione”.

   Questo processo è stato aiuto da tutta una serie di ricerche da parte degli scienziati:

  1. 1924. Nascita ufficiale dell’elettroencefalogramma.
  2. 1935. Esperimenti osceni sui cani da parte di Pavlov.
  3. 1939-1945. Aberrazione nazista nei campi di concentramento condotta da medici come Mengel ed altri, dove si svilupparono ricerche sui “limiti umani”.
  4. 1945. Sviluppa della ricerca sul controllo della mente da parte della CIA e del KGB (ma anche in Romania) che portò, per quello che si sa ufficialmente, alla trasformazione del progetto MK-ULTRA negli USA, attraverso la microelettronica.

   La trasformazione della scienza della mente fu modellata precisamente da una guerra: la  guerra del genocidio mentale mossa dalla borghesia contro i lavoratori che si concepivano come classe. La premessa essenziale del lavoro di Tavistok è che certi tipi di istituzioni “democratiche” rappresentino dei mezzi più efficienti, dei tradizionali modelli dichiaratamente autoritari.[3]  A partire dalla grande truffa del petrolio e dal lavaggio del cervello in stile CIA, le scienze psicologiche che hanno la strada delineata inizialmente nel 1945, dal dottor John Rawlings Rees, grande esperto di guerra psicologica controinsurezionale, nel suo libro The Shaping of Psychiatry by War[4]. Rees chiedeva che venissero create delle “truppe d’assalto” psichiatriche, allo scopo di sviluppare dei metodi di controllo politico che, tramite il cosiddetto “procedimento di modifica comportamentale programmata”, cercando di spingere la maggior parte della popolazione verso la psicosi.  Egli proponeva questa misura, per rendere docile all’ordine sociale e politico sorto dopo la seconda guerra mondiale, che vedeva il formarsi di un equilibrio strategico a livello mondiale tra le forze comuniste e antimperialiste con il costituirsi  del campo socialista, la rivoluzione di nuova democrazia in Cina e la rivoluzione nel Tricontinente.

   Nel 1945 Rees disse a un gruppo di psichiatri dell’Esercito USA “Se intendiamo uscire allo scoperto e affrontare i problemi sociali e nazionali di oggi, dobbiamo avere delle truppe d’assalto, che non possono essere fornite dalla psichiatria istituzionale. Dobbiamo avere dei gruppi mobili di scienziati, che siano liberi di spostarli e di stabilire contatti con la situazione locale nella zona particolare di riferimento”.[5]

   La logica di Rees è chiara: per acquisire una vera salute mentale, occorre una completa trasformazione della società in linea con una selezione nazionale; però, come lamenta nel suo libro “molti non vedono le cose in questa maniera, compresi diversi operai, convinti, che ogni metodo di selezione sia un meccanismo attraverso il quale il cattivo capitalismo cerca di rendere più redditizio il loro lavoro.  Questo argomento è molto difficile replicare”.[6] Da punto di vista di Rees, questi oppositori, unitamente a chiunque partecipi a scioperi o ad “attività sovversive”, sono dei nevrotici bisognosi di una cura urgente, che disgraziatamente non riescono a rendersi conto che sono dei malati. In questo mondo di nevrotici inconsapevoli di esserlo, la psichiatria, unico arbitro della sanità mentale può essere esercitata solo da un consiglio dei saggi “di ogni Paese, gruppi di psichiatri, in relazione tra loro”, preparati a fare uso di tutte le loro armi e della loro influenza per entrare “nel terreno della politica del governo”.[7]

   Solo una “cospirazione di psichiatri” – come diceva Rees quando parlava della sua “missione” – potrebbe costruire una società “nella quale sia possibile che tutti i gruppi sociali vengano curati quando ne hanno bisogno anche se non lo desiderano, senza bisogno, anche se non lo desiderano, senza bisogno di invocare la legge[8]. Per Rees, la costituzione di questo “consiglio dei saggi” diventa la missione della sua vita. L. Marcus nella sua inchiesta giornalista diceva che “i metodi di Rees, si basano, in modo totale e consapevole sulla distruzione totale della vita mentale della società mondiale e sulla marcia forzata verso il sadismo universale[9]. Vediamo qui la loro attività: uomini e donne come esseri privi di intelletto, le cui menti possono essere manipolate e distrutte.

   Da allora le  diverse forme di guerra psicologica sviluppate nell’Istituto Tavistock hanno rappresentato il tratto caratteristico delle attività di think tank[10] di tutto il mondo collegati tra loro che lavorano come organi consultivi e portano a termine incarichi speciali. Organismi governativi e grandi imprese hanno il chiaro obiettivo di creare con i loro studi di sviluppo e progetti di sviluppo, delle tecniche politiche di controllo sociale. Rees e Tavistock organizzarono il loro “consiglio dei saggi” in accordo con il loro detto “Non siamo in molti, ma siamo ben posizionati”.[11] Rees conosceva bene le strutture del potere e sapeva come coordinare le persone le persone chiave per promuovere idee ed esercitare un’influenza.

   Quando si parla di guerra psicologica spesso si pensa a delle modalità per terrorizzare il nemico e per fare questo dobbiamo comprendere la sua psiche, sapere ciò lo spinge ad amare, odiare, fuggire, lottare. Detto nemico può essere straniero o no, può essere rappresentato da un esercito di uomini o da una massa di lavoratori e per trovare l’antidoto giusto Tavistock e compagnia hanno bisogno di capire come reagire in situazioni di stress: combatterà più strenuamente o si arrenderà semplicemente? Commetterà degli errori di valutazione facendo di valutazione, facendo così “vincere” la guerra al nemico?

   Partendo dal fatto che secondo Tavistock e compagnia gli errori più gravi nel campo della guerra psicologica si commettono quando non di conosce il modo di pensare del nemico. Questo implica che le “truppe di assalto” proposte da Rees debbano avere una profonda conoscenza della psicologia umana, una conoscenza che di per sé e una sorte di magia nera e dato che stiamo parlando di una guerra di percezioni e di visione del mondo, è importante che gli psicologi, gli psichiatrie, i sociologi  e gli antropologi, comprendano l’impatto dell’arte, della musica, della letteratura, e delle altre manifestazioni culturali e il modo in cui queste forme di espressione rappresentano visioni delle visioni del mondo.

   E con il tempo, nascerà la tentazione di mettere alla prova alcuni di questi principi sulla popolazione del paese dove operano queste “truppe di assalto”.

    Rees in sintonia quanto afferma Sun Tzu quando affermava che “Perciò, combattere e vincere dento battaglie non è prova di suprema eccellenza: la suprema abilità consiste nel piegare la resistenza 8volontà) del nemico senza combattere[12],  diceva “le guerre non si vincono uccidendo l’avversario, ma minando o distruggendo il suo morale e conservando il proprio”.

  Una delle persone chiave che praticarono le tecniche di modificazione del comportamento fu lo psicologo Kurt Lewin[13], padre delle dinamiche di gruppo fu  uno dei primi reclutati da Rees come dirigente. Lewin iniziò alla Cornel University[14] dove lavorò a una serie di studi sistematici “sull’effetto della pressione sociale sulle abitudini alimentari dei bambini”.[15] Arrivato negli USA nel 1933, come profugo della Germania nazista. Lewin è famoso per avere perfezionato la tecnica del “gruppo privo di leader”, formulata dai nazisti, e per averla trasformata in un sofisticato strumento di contro-insurrezione. Uno dei risvolti meno conosciuti del lavoro di Lewin è quello relativo ai programmi di guerra psicologici, e soprattutto il suo impegno nel dimostrare la relazione esistente tra la guerra psicologica, la fissazione di obiettivi, le operazioni sul campo e il riconoscimento della situazione. Il suo primo lavoro fu quello di utilizzare  la “assunzione di decisioni di gruppo” per cambiare le preferenze alimentari e passare dalla “carne” al “pane integrale” come sostituito.

   In un brano tratto dal suo libro Time Perspective and Morale, Lewin illustra la sua comprensione della guerra psicologica: “Una delle tecniche principali per  distruggere il morale attraverso una “strategia del terrore”  consiste esattamente nelle seguente tattica: la persona non deve sapere con chiarezza in quale posizione di trova, né cosa può attendersi. Se inoltre si confonde la sua “struttura cognitiva” su questo piano mediante decisioni poco chiare, oscillanti tra severe misure disciplinari e promesse di buon trattamento, insieme con la propagazione di notizie contradditorie, è possibile che la persona arrivi a non rendersi nemmeno più conto se un particolare progetto l’avvicinerà dal suo obiettivo. In queste condizioni, persino le persone che hanno obiettivi chiarie sono disposte a correre dei rischi, restano bloccate da un grave conflitto interno rispetto a ciò che debbono fare[16]

   La proposta più significativa, fatta da Lewin nel periodo della seconda guerra mondiale e durante la fase seguente, fu la sua concezione del “fascismo dal volto democratico”. Il tratto psicopatologico che hanno in comune tutte le rivendicazioni fasciste è l’infantilismo, definito dai suoi tentativi – “nazionalismo” (madre patria), “razzismo” (madre), “gruppo linguistico” (lingua materna), “gruppo di affinità culturale” (tradizioni familiari), “comunità” (famiglia ampliata vicinato) – di imporre il principio della famiglia autonoma ampliata e di ignorare la realtà del mondo moderno[17].

   Lewin fu il primo a rendersi conto, mediante l’attenta osservazione dei soggetti  studiati che l’imposizione di forme di organizzazione a piccoli gruppi di “riforme strutturali” corporative caratteristiche del fascismo avrebbero potuto indurre una data popolazione a seguire un’ideologia fascista.

   In una società veramente democratica (ovvero fondata sulla piena partecipazione popolare) , le proposte di Lewin sarebbero servite solo carta igienica. Invece, Lewin ricevette un sacco di soldi, la cittadinanza statunitense e una borsa di studio dei Rockefeller, affinché portasse avanti dei progetti di ingegneria sociale.

   Lewin propose di instaurare tramite l’uso di tecniche per il lavaggio del cervello destinate a “piccoli gruppi” una forma di dittatura fascista più efficace. “ La quantità e la visibilità di una moltitudine di agenti autoritari, tipica del regime fascista, potrebbe essere ridotta, se si creassero dei piccoli “gruppi comunitari” in gradi di amministrarsi da soli. Essi stessi riterrebbero di esistere grazie alla loro capacità, in quanto persone, di influenzare sul comportamento di chi sta loro intorno[18]. Il risultato secondo Lewin sarebbe stato un tipo di fascismo più efficace, che avrebbe avuto l’apparenza di una democrazia speciale; in altre parole: “Se il atomizzato della persona si trasforma in un ambiente controllato, coerente con queste “riforme strutturali” fasciste, la mente della vittima scoprirà che solo il suo potenziale io paranoico gli forniscono il mezzo per trovarsi in consonanza con questo ambiente controllato[19]. In altri termini, il fascismo è il mondo desiderato nei sogni dei paranoici dell’Es.

   Quello che appare innegabile, è che Rees e il Tavistock hanno formato davvero un “consiglio dei saggi” avente la missione di riunire “quanti stanno tentando di rifondare” il mondo dopo la guerra. Data la formazione militare, psichiatrica e di altre tipo, che possedevano i quadri fascisti del nucleo duro, l’instaurazione di un ordine politico fascista si realizzerebbe, secondo il modello tavistockianno di Reese-Lewin, con i seguenti passaggi:

  1. Smantellare le istituzioni democratico-costituzionali (borghesi) esistenti. Le forze militari e di polizia si riorganizzerebbero per l’azione civica.  Tutto questo dovrebbe comportare la sostituzione delle normali forze polizia, tanto locali quanto nazionali, con una Polizia Nazionale di contro-insurrezione che segua il modello della Gestapo di Hitler, come la Regia Polizia a cavallo canadese. Al contempo, gli organismi pubblici esistenti verranno annientati da un’insurrezione “spontanea”. Tra le reclute addette al controllo fascista della comunità, ci sarebbero bande opposte di terroristi – entrambe sotto il controllo e la direzione, dietro le quinte di agenti segreti  –  per diffondere il crimine e provocare reciproci scontri terroristici. Questa insurrezione di gruppi opposti, unita a bande terroristiche controllare dalla polizia, crea il brodo di cultura per fa sì che la maggioranza della popolazione sia già disposta a tollerare persino a esigere livelli diversi di governo militare e di polizia facendo così spazio alla formazione di una regime fascista “democratico”.
  2. Eliminare – mediante la sovversione, l’assassinio, l’intervento militare, gli embarghi o rivolte “spontanee” – il regime che non risulta più utile e nominare un governo civile “democratico” che potrà funzionare solo che nei limiti definiti dai rappresentanti degli organismi sovranazionali.

   I temi specifici per l’instaurazione  del fascismo del “fascismo dal volto umano”.

  1. Gli studi psicologici della popolazione della zona. Durante la seconda guerra mondiale i sevizi anglo-americani addetti alla guerra psicologica realizzarono un certo numero di studi sulle specifiche sensibilità nevrotiche di diverse culture nazionali. Il più famoso di tutti fu il cosiddetto “Studio del bombardamento strategico”, concepito come base per coordinare il bombardamento della Germania, da parte degli alleati occidentali, attraverso la propaganda e altre campagne di guerra psicologica destinate a minare il morale in diversi settori della popolazione del Terzo Reich, questo studio, inoltre, fu il precursore del  Phoenix Program (Operazione Fenice) diretta dalla Cia: un’operazione genocida nel Viet Nam contro i sostenitori dei Vietcong[20]. In sintesi lo “Studio del bombardamento strategico” mise a punto i metodi migliori, e al minor costo possibile per distruggere il morale della popolazione.
  2. I mezzi di comunicazione. L’uso dei più importanti mezzi informativi e culturali, come strumenti per provocare le desiderate forme di parziale alienazione mentale in ampi strati di popolazione. In generale, dato che controllano le politiche editoriali e il taglio delle notizie relative a faccende nazionali e internazionali, le agenzie di stampa più importanti e i principali mezzi di comunicazione di massa determinano cosa la popolazione deve sapere e cosa dev’essere considerato credibile. La falsificazione deliberata e abituale dell’informazione è un modo per rendere insensibile la popolazione, facendo sì che l’interpretazione socialmente accettata, della relazione causa-effetto violi l’interpretazione razionale e sensoriale dell’esperienza. A ciò si aggiunga anche l’introduzione intenzionale di materiale psicologica subliminale, il cui effetto predeterminato è quello di accentuare in determinati settori della popolazione, gli impulsi infantili con storie di “interesse umanitario” , che risultano relativamente più edificanti per gli impulsi infantili, e de-enfatizzano una visione d’insieme razionale scientifica.
  3. Controllo della comunità locale. L’uso della comunità locale per fini contro-insurrezionali, consiste nel frammentare la popolazione in raggruppamenti politici piuttosto ermetici (ovvero con messaggi incomprensivi ai più)[21], riducendo la differenza fra questi gruppi[22] e separandoli in base alla razza, al sesso, alla lingua materna, alla cultura, al Paese d’origine, alle attività ricreative ai gruppi d’età e al quartiere. Fare in modo che i gruppi competano tra loro in circostanze di generale austerità, è un’efficace tecnica, che Lewin utilizzò per ridurre questi gruppi all’autolavaggio del cervello e a un progressivo deterioramento psicologico, che sfociasse in perverse pseudo-famiglie polimorfiche e in una chiara psicosi clinica. “Il primo grado di lavaggio del cervello lo si ottiene portando ‘l’autonomia della comunità locale’ a un’opposizione di principio al grande business, alla tecnologia e ai programmi progressisti[23], la finalità è quella di migliorare la vita delle persone che appartengono a tale comunità. Facendo in modo che questi gruppi competano tra loro e si separano per sesso, razza, reddito ecc., si intensifica la paranoia e aumenta il movimento che conduce a uno stato semipsicotico[24] dal momento che nella comunità si vengono a formare dei sottogruppi sempre più piccoli, che si ritengono in aperta ostilità reciproca.
  4. L’applicazione del tecniche di lavaggio del cervello a piccoli “gruppi privi di leader”. Questi gruppi  funzionano in un ambiente, in cui i livelli di reddito reale si sono ridotti e le condizioni di lavoro si sono degradate. In situazioni di ristrettezza economica, il lavaggio economica, il lavaggio del cervello consiste nell’obbligare i lavoratori a compensare una parte dei redditi perduti accelerando ingegnosamente il ritmo di lavoro. Riciclando gli occupati e i disoccupati, impiantando programmi di ricollocazione in gande scala, introducendo degli incentivi in “gruppi di lavoro” e facendoli competere tra loro, si trasforma un piccolo gruppo di produzione in gruppo che può praticare l’autolavaggio del cervello.

   “In queste circostanze, la semipsicosi e la psicosi inducono il gruppo a ottenere “volontariamente” dei livelli di produttività, che non possono essere raggiunti con la forza. O membri di questi “gruppi senza leader” che si sono praticati l’autolavaggio del cervello emulando la sindrome del “cavallo da corsa”, che consiste nel correre in preda all’isteria, a un ritmo che risulta suicida. L’Istituto Tavistock e l’Università della Pennsylvania sono di due centri più conosciuti, in cui si sviluppano queste pratiche sperimentali[25].

   Una delle aree chiave del controllo della popolazione è quella della contro-insurrezione. Se ci si chiede come è possibile esercitare questo controllo. La risposta è in parte, utilizzando gli insidiosi metodi del dottor Rees e dei suoi predecessori nazisti. Spiega Peter Cuskie: “Nella CIA, prima di accettare la formazione di un agente, gli si è già fatto  il lavaggio del cervello durante il processo di selezione”. I “gruppi privi di leader” di Rees erano gruppi di candidati artatamente manipolati da programmatori esterni in situazioni totalmente inventate e controllate.  Nel 1946 Nathan Kline, che in questo momento era di servizio nell’Amministrazione della Marina da Guerra degli USA descrisse un processo per la selezione di ufficiali, che era stato elaborato personalmente da Rees per i marinai nordamericani, poco dopo la guerra. “Si selezionano un gruppo di venti candidati e gli si informava che il loro futuro, come plotone nei marines, dipendeva dal fatto che riuscissero a battere il record di tutte le altre unità di marines che avevano cercato di risolvere un problema che sarebbe stato loro posto di seguito; quindi, si diceva loro di immaginare di trovarsi su un’isola deserta e di avere davanti una scialuppa di salvataggio, smontata, giunta galleggiando fino a riva. Facendo poi opportunamente appello allo “spirito di squadra” si chiedeva loro di battere il record di velocità nell’operazione di montare la scialuppa e andare la via dall’isola.

   Gli specialisti della guerra psicologica restavano in piedi, in disparte e osservavano come ogni membro del gruppo affrontava il problema. Si lanciava febbrilmente nell’operazione di montaggio, provando e riprovando o se ne stava tranquillo, studiando la soluzione migliore? Dimostrava interesse e cieco entusiasmo, o studiava freddamente la soluzione? Che, di loro, riusciva ad assumere la leadership, a imporre una disciplina di gruppo e a tirare fuori lo “spirito di squadra” che tutti avevano dentro?

   Una volta identificato il leader, si usava uno stratagemma (per esempio, una presunta invasione sull’altro lato dell’isola) per indurlo a fargli abbandonare il gruppo, in compagnia di tre o quattro uomini. In questo modo, si creava nuova e gli esperti di guerra psicologica potevano osservare la comparsa un nuovo ‘leader di gruppo’.[26]

   Un fine di questi programmi insidiosi e artificiali era quello di fomentare il cieco “spirito di squadra” e selezionale il leader  più fanatici e abili; un altro scopo, insieme con il questionario della storia personale del candidato e altre prove scritte, era – come dice con franchezza il Dipartimento di Valutazione del Personale – quello di ottenere informazioni sul “profilo psicologico” di ciascuno, per utilizzarle successivamente.

   L’utilizzo dei metodi di lavaggio del cervello da parte dei Servizi Speciali anglo-americani fu svelato, il 27 gennaio 1974 dal Sunday Times di Londra in un articolo intitolato New Secret Service (Il nuovo servizio segreto), riguardante le forze speciali dell’Esercito USA, nel quale il Times descriveva le tecniche di contro-interrogatorio impiegate.

   Il programma per il lavaggio dei cervelli, che consta di quattro momenti, inizia con il mettere alla prova la sensibilità del sistema nervoso proiettando su uno schermo parole o simboli, per frazioni di secondo, allo scopo di verificare se la tortura fisica o la reclusione in isolamento avrebbero prostrato il candidato. Il secondo momenti consiste nell’analisi dell’identità di gruppo, insegnandoli a sviluppare un “alter ego plausibile” (alibi). Il terzo momento consiste in un’aggressione brutale in gruppo o in sessioni di autocritica, per “simulare” ipoteticamente un interrogatorio condotto dal nemico. L’ultimo momento, in cui al soggetto viene insegnato a battere la “macchina della verità”, implica, tra le altre cose, una combinazione tra forti scosse elettriche e parole comuni di tutti i giorni. Questa tecnica, ovviamente apprezzata dalla CIA, che preparava i veterani dei commandos cui aveva fatto il lavaggio del cervello è descritta, sotto la copertura di un contro-interrogatorio, in questo modo: “Le parole di uso quotidiano acquisiscono uno speciale significato emozionale, per l’uomo che si sta addestrando per una determinata missione; così, in un interrogatorio, con una mescolanza di controllo e condizionamento, la reazione dell’uomo risulterà caotica e ingannevole”.[27]

   La CIA non è stata l’unica ad avere fatto uso delle tecniche dei sistemi più moderni e attuali di contro-interrogatorio e indottrinamento di agenti. Tavistock sviluppò nuovi metodi sempre più complessi per controllare le menti. L’Istituto Tavistock usava forme di coercizione, ipnosi e droghe psicologiche[28] per fare il lavaggio del cervello alle sue vittime, a ciascuna delle quali applicava lo stesso schema base: indurre un fortissimo stress fisico o psicologico sulla persona e poi alleviarlo. Mediante le ripetute oscillazioni tra stress e sollievo, i soggetti – sia che si trattasse di reclute dell’esercito, di agenti dei servizi segreti o di civili – restavano profondamente suggestionati.

   La stanza buia, dove venivano interrogati, divenne letteralmente la stanza degli orrori, per le nuove reclute del MI6 britannico. Una di queste stanze segrete, riservata ai “Progetti governativi speciali”, era quella di Powergen, a Solihull, nel Regno Unito.

   Era il 1979. Le giovani reclute del servizio segreto britannico che entravano in quell’edificio non avevano la minima idea dell’inferno che li attendeva al varco. Non sapevano, che sarebbero stati obbligati a trasformarsi in schiavi di un demoniaco programma di controllo mentale, realizzato dal MI6.

   Nel 1979, a Powergen, a Richard Tomlinson – una recluta di 21 anni, anche assisteva al primo corso INSET del servizio segreto britannico – mostravano per la prima volta una fotografia del passaporto di Vladimir Putin, fornita da uno dei contatti di Oleg Gordievsky, un funzionario del KGB che era fuggito in Occidente, che era un framassone dell’Arco Reale.[29]

   Il corso fu diretto da Stella Rimington (MI5) e da John Scarlett, il direttore generale dei modelli MI6. I due programmi, tracciati dal Tavistock per gli allievi del servizio segreto britannico, erano i seguenti:

  1. Il programma MI6 Beast.
  2. Il programma Smelly Cheeses, insieme con il Jonathan Livingstone Seagull.

   Il primo si riferisce al programma del “super-computer” che faceva del controllo mentale di tutte le reclute durante il periodo di formazione, tanto nel MI5 quanto del MI6.

   Uno dei compiti, imposti agli allievi dai programmatori del controllo mentale era la “ricerca del tesoro”. Questa ricerca si prefiggeva di mettere alla prova la loro abilità di spie e il loro sadismo generale. Una del corso si basava su un gioco che veniva praticato dagli antichi soldati romani con i loro prigionieri: il rito di Saturno. In poche parole, si trattava di un gioco sadomasochista. In cui si torturavano e maltrattavano le reclute come si faceva con i prigionieri nell’antica Roma. La pratica veniva chiamata “Via Dolorosa”.

   La Via Dolorosa” era una tortura, escogitata da Tavistock, in cui dell’acqua: i programmatori del servizio segreto britannico provocarono nelle reclute un’esperienze vicina alla morte per obbligarle a obbedire. Era un modo per separare i “deboli” dai  “forti”.[30] I programmatori torturavano continuamente le reclute, per domare la mente; l’idea era che un iniziato non serviva a nulla, se non era capace di disobbedire agli ordini dei superiori. Alcune non riuscivano a riprendersi dopo tale esperienza. Era, simbolicamente, un processo di nascita, morte e risurrezione:[31] in sostanza la recluta faceva prima una via crucis, poi gli iniziati delle reclute che si potrebbero definire benissimo iniziati venivano condotti a Gerusalemme per percorrere la “Via Dolorosa” allo scopo di  rafforzare questo programma. Somigliavano a Cristo.

   Il programma “Smelly Cheeses” lo si realizza leggendo e rappresentando il romanzo Tre uomini in barca di Jerome K. Kerome, pubblico nel 1889.

   Nel capitolo 4 del romanzo si parla dell’importanza di non toccare il “formaggio che puzza” durante un viaggio, cioè di non toccare la mercanzia, nemmeno dopo essere giunti a disposizione! Tutti i contrabbandieri  si preoccupano molto della sicurezza del materiale di contrabbando: da qui l’importanza del programma.[32]

   Tomlinson, in The Golden Chain (La catena d’oro), sua biografia non ufficiale da lui pubblicato, racconta che “alle altre reclute che seguivano questo corso applicavano tremende scosse elettriche, dopo l’attività di “formazione”, cioè dopo la rappresentazione di questa piccola opera teatrale si ordinava di sedersi davanti ad un’ampia finestra. Era una pratica di “rilassamento” per ridurre lo stress”.

   L’obiettivo principale dietro il programma “Smelly Cheeses” del MI6 era quello di mandare le future reclute del servizio segreto britannico per un anno sabbatico intorno al mondo in diverse missioni, cioè a portare materiale di contrabbando alle organizzazioni contrabbandiere che avevano origine nelle “linee di serpente” dell’impero britannico[33] (chiaro riferimento alle rotte asiatiche della droga[34] e soprattutto alle rotte africane dei diamanti).

   Non c’è da meravigliarsi che da una scuola del genere escano agenti segreti che gestiscono le attività sporche come quelle del controllo mentale.

   Un’intervista a un’ex agente dei servizi segreti britannici Carl Clark non può non suscitare sentimenti di sgomento e disgusto. Questo signore inglese descrive come ha sorvegliato e molestato gente per conto di vari servizi segreti, e come, dopo essere sfuggito, è diventato egli stesso vittima. Ha anche partecipato all’utilizzo delle armi a microonde su altre persone,  ora tocca a lui sperimentare le stesse cose ha fatto patire alle altre persone.

   In un’intervista ha dichiarato:

“Armin Gross: vorrei che facesse luce su questo lato oscuro. Per chi ha lavorato?


Carl Clark: Lavoravo come freelance dal 1980 al 2003 per vari servizi segreti. Fino al 1997, lavoravo attivamente per la CIA. Poi ho lavorato per i servizi segreti israeliani, il Mossad e l’Anti-Defamation League (ADL), un’organizzazione con sede negli USA contro la discriminazione e la diffamazione degli Ebrei. Sono stato anche nel MI5, un gruppo secondario dei servizi segreti britannici. Più tardi, sono entrato nei servizi segreti della polizia e in quelli di un laboratorio di ricerca. La mia zona d’ operazioni era l’Europa: Parigi, Zurigo, Berlino, Dusseldorf, Monaco, Madrid, Bilbao, Lione e Mosca.

Armin Gross: Quali sono state le attività principali?


Carl Clark: Uno dei compiti principali era infiltrare dei gruppi per ottenere informazioni su di essi. Sono entrato in alcuni gruppi, ho fatto amicizia tra i membri dei gruppi e ho contribuito alla rovina della loro vita.


Armin Gross: che gruppi erano?


Carl Clark: in sostanza, sono gruppi criminali o cartelli della droga. Per i servizi segreti israeliani fornivo informazioni sul “National Front”, un partito di destra radicale, sui nazisti o gli skinheads. Ciò che interessava loro erano i nomi, gli indirizzi, i luoghi di incontro, i piani e gli obiettivi. Per la Cia mi occupavo della sorveglianza di alcune persone.


Armin Gross: Che cosa vi ha fatto esattamente?


Carl Clark: Sorvegliavo della gente per molto tempo, ho ascoltato di nascosto le loro conversazioni. Ho anche ricevuto ordine di destabilizzarli . Così sono entrato di nascosto nelle loro case, ho rubato delle cose, ho cambiato il posto di un oggetto qua e là. Ho cancellato dati sui loro computer. Oppure, ho seminato confusione e panico nelle persone che stavo pedinando. Mi sono introdotto diverse volte nei loro quartieri. Andavo alle fermate degli autobus che prendevano e alle stazioni della loro zona, ecc. Abbiamo messo in scena una rissa in strada, proprio di fronte a questi individui e di fronte ad altri. Nel caso si pensasse di metterli sotto maggior pressione finanche al caso di doverli arrestare, ho anche raccolto alcune informazioni dal loro computer. Per esempio, informazioni di carattere pornografico o pedofilo e anche informazioni sullo sviluppo del sistema di produzione di una bomba, ecc.

Armin Gross: Quali sono gli individui a lei assegnati?


Carl Clark: importanti politici, i membri dell’opposizione, gli individui che si sono confrontati con delle grandi imprese, come le aziende farmaceutiche. Alcuni appartenevano a bande di criminali. Ma c’erano anche due persone per le quali non sapevo perché erano state inserite in tale elenco.


Armin Gross: Quante persone ha molestato o pedinato in tutto?


Carl Clark: Negli anni ’80 circa cinque o sei, negli anni 90, sette e dal 2000 al 2003, tre. Si può vedere da questo piccolo numero, che si tratta d’intensa sorveglianza di una persona, per solo sei mesi per ottenere forse la maggior parte delle informazioni per un dossier.


Armin Gross: Come Lei è riuscito ad ottenere queste informazioni?


Carl Clark: Nella spazzatura, il telefono, nella posta, e su Internet. Con lo sviluppo della meccanizzazione, è diventato sempre più facile. Oggi non c’è più bisogno di impianti d’intercettazioni telefoniche . Si può origliare telefonini, telefoni con rete numerica integrata (RNI) o le piccole antenne paraboliche. Purtroppo, l’uso di armi a microonde è diventato abbastanza comune. Con le sorveglianze e le molestie senza tregua si può distruggere totalmente una vita.

Armin Gross: Ha anche utilizzato queste armi?


Carl Clark: No, io ero responsabile del controllo! Sono stati i dipendenti dei reparti speciali. Ma io a volte mi trovavo sul “terreno”.


Armin Gross: Può descrivere in dettaglio l’uso di queste armi?


Carl Clark: E’ un po’ come un film di fantascienza. La gente può essere rintracciata ovunque, grazie al radar, al satellite, attraverso una stazione di base e programmi per computers complementari. Ad esempio, spesso tre dispositivi radar sono messi vicino alla persona. Il radar emette onde elettromagnetiche, quindi valuta i risultati. Così i miei amici che hanno lavorato in reparti speciali potevano inseguire l’individuo tutto il giorno tramite il proprio computer. Questo ha favorito l’uso delle armi. I colleghi potevano vedere esattamente dove dovevano mirare e come la persona reagiva.


Armin Gross: Quali sono gli effetti di queste armi sulle persone?


Carl Clark: Si può generare calore o bruciature interne, provocare dolore, nausea e paura. Tuttavia, spesso le tracce rimangono invisibili sulla pelle. Se queste persone vanno dal medico, questo gli dice che non hanno assolutamente nulla.


Armin Gross: Qual è l’obiettivo di questo “bombardamento”?


Carl Clark: Vogliono intimidire la gente. Nel mio caso, ho subito le radiazioni per tre anni, quando decisi di smettere con tutto. Sono certo che negli anni 2003/2004, le armi a microonde sono state usate contro di me, e mi hanno reso terribilmente aggressivo. Ho quasi ucciso qualcuno: la mia ex vicina, una simpatica vecchietta.



Armin Gross: Pensa che ora è possibile influenzare direttamente i sentimenti con radiazioni elettromagnetiche?


Carl Clark: Senza dubbio. Sappiamo che il corpo è estremamente sensibile alle radiazioni elettromagnetiche. I processi elementari delle cellule viventi operano con oscillazioni elettromagnetiche biogene. La frequenza può cambiare o interrompere questi processi dall’esterno. Ci sono stati nel contesto di ricerca militare tentavi di influenzare il corpo e lo spirito con frequenze. E’ possibile in questo modo generare sentimenti di paura, aggressività, nervosismo o perdita di memoria . Se altri tipi di interventi sono loro aggiunti, è del tutto possibile condurre qualcuno alla demenza. Ad esempio, la frequenza radio è manipolata, in modo che la persona presa di mira sente il suo nome alla radio o in modo che il computer indica instancabilmente il suo nome sullo schermo. Delle voci sono anche inviate loro per fare commenti sulle proprie attività. Ho sentito, per esempio, al mattino, al risveglio, una voce che diceva: “Alzati e fa male a qualcuno! “


Armin Gross: le persone sono direttamente spinte in situazioni psichiatriche estreme ?


Carl Clark: Sì, vogliono mandare la gente direttamente in un ospedale psichiatrico. Se una persona in cerca di aiuto vuole andare alla polizia o dal medico, non la prendono sul serio. Alcuni medici ed alcuni ospedali collaborano con i servizi segreti. Le direttive diagnostiche permettono di classificare qualcuno come schizofrenico se si sente perseguito e sente voci.


Armin Gross: collaborano gli ospedali con i servizi segreti?


Carl Clark: Sì, in tutti i casi. Le grandi aziende collaborano anche loro. Ecco perché si corre un gran rischio se si svolgono indagini sulle grandi aziende. Lo stato statunitense protegge le grandi aziende come McDonalds, Coca Cola, e alcune aziende farmaceutiche. Il governo americano si rivolge anche agli agenti dell’FBI, in casi di spionaggio industriale. Anche i massoni sono molto all’interno della CIA per svolgere un ruolo importante.

Armin Gross: Perché ha smesso?


Carl Clark: Avevo capito che cio’ che facevo era sbagliato. Le ultime due persone a cui sono stato assegnato, non avevano fatto nulla. Non fanno politica, erano del tutto normali, non erano criminali ne economicamente pericolosi. La sola ipotesi che mi sono permesso di fare su di essi era sopra il loro DNA o il loro sangue. Recentemente, molte indagini sono condotte in materia. Il DNA è associato con le ultime caratteristiche del nostro carattere. Il progetto sul genoma umano ha analizzato dal 1993 al 2004 tutte le coppie di basi del genoma umano, ha anche raccolto dati genetici di persone a rischio (Progetto sulla Diversità del Genoma Umano ) ed ha confrontato i risultati. I nostri datori di lavoro hanno voluto la prova del DNA delle persone che abbiamo sorvegliato. Abbiamo sempre avuto nella nostra sede principale, nei primi giorni di sorveglianza, le analisi del DNA o del sangue di queste persone.


Armin Gross: Ha detto che ha avuto problemi quando ha deciso di smettere nel 2003?


Carl Clark: Quando una volta di notte ho fatto 3.000 miglia con un camion per consegnare dei pacchi, un elicottero mi inseguì per tutto il tempo. Un giorno, mentre ero in macchina lungo un viale, un uomo mi ha aggredito e mi ha dato un colpo vigoroso in faccia. Una volta qualcuno ha rimosso tre pezzi del mio motore in autostrada, il motore improvvisamente si è rotto. Un’altra volta quando stavo guidando un camion con un carico di tre tonnellate, due pneumatici esplosero improvvisamente nello stesso istante. La polizia è intervenuta e ha detto che non aveva mai visto una cosa simile. Una volta sono stato inseguito per mesi e mesi mentre guidavo la mia auto. Questo mi ha reso così arrabbiato che ho improvvisamente fermato la macchina, ho preso la mia mazza da baseball e sono uscito. Le tre auto dietro di me si fermarono e scomparirono a tutta velocità in retromarcia. Se fossero state delle persone normali, avrebbero denunciato tutto alla polizia, invece non lo fecero. Mi hanno mandato successivamente tre simpatiche persone che dovevano spiarmi.
Poiché mi ero reso conto che ero inseguito, mi azzardai una volta a dichiarare in una conversazione che avrei ucciso quelle persone che si intromettevano nella mia vita. Improvvisamente, non si sono più fatte vive.


Armin Gross: E adesso come stanno le cose? Pensa che lei è sempre sotto sorveglianza?


Carl Clark: Sì, naturalmente. Ho anche saputo che i servizi segreti vogliono sapere perché sono scappato ora in Germania.


Armin Gross: Lei non vive pericolosamente in questo momento?


Carl Clark: Io sono pronto a condurre una lotta contro di loro. Sanno anche che io so molto su di loro e cerco di fare qualcosa contro i loro misfatti. Ho amici in squadre speciali. Delle persone in Afghanistan ed in Iraq mi sostengono.




Armin Gross: Sa in quali paesi i servizi segreti usano le armi ad energia diretta sugli esseri umani?


Clark Carl: Negli Stati Uniti, in Germania, Cina, Corea del Nord, Russia, Francia e Inghilterra. Tutto questo avviene normalmente senza che i governi siano informati ufficialmente. Ma ufficiosamente, penso che ci dovrebbe sempre essere nel governo delle personalità coinvolte o ne sono a conoscenza, in un modo o nell’altro.


Armin Gross: Sa quante persone sono sotto sorveglianza?


Carl Clark: In Inghilterra ci sono circa 5.000 persone sotto sorveglianza e circa 15 000 “spie”. Oltre ai principali servizi segreti ci sono ancora 300-400 piccole imprese dei servizi segreti che sono state fondate da ex poliziotti o ex dipendenti dei servizi segreti. Hanno ricevuto l’approvazione del Ministero dell’Interno per monitorare, scattare fotografie, fornire informazioni. Pagano molto bene i loro dipendenti.


Armin Gross: fu un problema per lei cambiare Servizi Segreti?


Carl Clark: Nessuno, per i nuovi presidi fu sempre positivo perché in questo modo loro potevano ricevere informazioni da me su altri Servizi Segreti . Poiché i grandi Servizi Segreti non si fidano reciprocamente, io così ci guadagnavo di più.

 


Armin Gross: ha Lei alcuni consigli per la gente che si sente sorvegliata?


Carl Clark: è migliore evitare certi concetti come “mindcontrol”, “servizi segreti” eccetera, nella posta elettronica poiché la supervisione digitale avviene secondo certe parole di ricerca. Avrebbe senso cercare di scoprire se qualcuno si è introdotto nel tuo appartamento. Prima che le “spie” penetrano nel tuo appartamento, spesso usano gas anestetici che mandano nell’appartamento attraverso la fessura della posta. In seguito, ti svegli con un sapore metallico in bocca. Se gli autisti si comportano in modo strano mentre guidano, si consiglia di prendere nota del numero della targa. Possono essere avvolti in pellicola le lettere per non essere viste. Possiamo controllare le radiazioni ad alta frequenza in un appartamento con strumenti di misura speciale.


Armin Gross: Conosce Lei altri whistleblowers o “denuncianti civici” che hanno storie simili?


Clark Carl: Finora, no. Ma spero che altre vittime sempre più numerose si faranno conoscere.[35]

   Dalla fine della seconda guerra mondiale le ricerche sul controllo mentale si erano sviluppate ecco alcuni esempi:

  1. Nel 1973 il criminologo statunitense, L. Barton propone al Congresso USA l’uso  dell’elettronica nell’osservazione e nel controllo dei comportamenti umani e il suo possibile uso nella riabilitazione e parola (Issuess in Criminology, Vol. VII n. 2, 1972).
  2. 1974. Josè Delgado, propone al Congresso USA di utilizzare la microelettronica invasiva per controllare sovversivi, devianti, drogati ecc.
  3. 1982. A tale anno risulta il primo racconto dell’uso in Italia di sublimazione radio ai carcerati.[36]
  4.  1986. A tale anno risale il primo racconto sul controllo mentale a detenuti in Italia dopo operazione chirurgica.[37]
  5.  1986. In Svezia il presidente socialdemocratico Olaf Palme autorizza questo genere di esperimenti nazisti sui detenuti svedesi.[38]
  6. 1995. Il presidente Clinton ammette le ricerche M.K. Ultra e chiede scusa al popolo americano.[39]

L’UCCELLO AZZURRO DELLA FELICITA’

  La “Terra della Memoria” è sempre stato l’obiettivo principale delle operazioni di controllo mentale e di contro-insurrezione. C’è un modo di dire, che risale agli albori del XX secolo: la ricerca di quello che veniva definito “L’uccello azzurro della felicità”. Questa frase ha origine da L’uccello azzurro (1909) l’opera più famosa dello scrittore e drammaturgo belga Maurice Maeterlinck, vincitore di un premio Nobel. In quest’opera teatrale, vi sono due bambini che partono alla ricerca dell’uccello azzurro della felicità, questa ricerca fa loro vivere numerose avventure, in una sorta di viaggio iniziatico alla ricerca del Santo Graal. Molti dei motivi presenti nell’opera di Maeterlinck si ripetono nella ricerca della CIA, tesa al perfezionamento del controllo della mente; ricerca, che cominciò con il Bluwebird Project (Progetto Uccello  Azzurro).

    La storia, che inizia alla Vigilia di Natale, racconta di due bambini – Tyltyl e la sua sorellina Mytyl – che si mettono in viaggio allo scopo di trovare “l’uccello azzurro della felicità”. Sono due bambini poveri, figli di un carpentiere: vivono di fronte a una casa in cui abitano dei bambini molto ricchi e sanno di essere troppo poveri per ricevere i regali di Natale, quell’anno. Nel cuore della notte, qualcuno bussa alla porta: è una donna anziana – più avanti si presenterà come la fata Berylune  – e chiede loro, se hanno “l’erba che canta o l’uccello azzurro”. Berylune ha una figlia malata, che non guarirà a meno che non incontri “l’uccello azzurro della felicità”. I bambini desiderano di dare un aiuto, escono di casa per andare in cerca di questo misterioso uccello e fare visita ai loro nonni defunti, con l’aiuto della fata, però per visitare i morti, debbono attraversare la Terra della Memoria, che si trova sulla strada che porta all’uccello azzurro.

   Perché cercare di capire l’opera di Maeterlinck? Bisogna partire dal fatto che le società iniziatiche, i servizi segreti e i governi si servono della letteratura per indottrinare i loro agenti e trasformarli in schiavi delle classi dominanti attraverso il controllo mentale. “Bluebird” è uno di questi programmi, ideato dal Tavistok per la CIA. Come succede nell’opera di Maeterlinck, alle reclute viene consegnato un cappello magico nel quale c’è un diamante, proprio al centro.

   Tyltyl, quando stringerà il cappello magico vedrà l’anima delle cose; se invece lo girerà verso destra vedrà il passato e verso sinistra il futuro. E a condizione che porti il cappello in testa, sarà invisibile.

   Quanti hanno qualche conoscenza di misticismo orientale certamente capiranno che il diamante è la “sostanza diamantina” e che la sua posizione nel sombrero allude al Terzo Occhio che, quando è aperto, fornisce al devoro informazioni segrete e poteri occulti.

   La ricerca dell’uccello azzurro darà tali poteri a Tyltyl (e alle reclute sottomesse al controllo mentale), quando camminerà nella Terra della Memoria, nel Palazzo della Notte, in un Cimitero e in un Bosco Incantato. Alla fine, naturalmente, i bambini ritornano a casa, la mattina del giorno di Natale, e scoprono che “l’uccello azzurro della felicità” era sempre stato lì.

   Per il Tavistock, è piena di elementi occulti ed esoterici relativi alla ricerca della negromanzia.[40] Non va trascurato il fatto che, secondo i testi del Medioevo, i bambini – vergini – sono i ricercatori ideali. La morale della storia è edificante e spirituale, conservatrice e affascinante. È un racconto di fate, pieno di animali, alberi parlanti e nonni premurosi; tuttavia, la ricerca in sé risulta illuminante per altre ragioni.

   La “Terra della Memoria” era, naturalmente, la meta del progetto Bluebird: entrare in quella terra che è la mente dell’altra persona, cercare in tutti i cassetti, ridistribuire il mobilio e uscire inosservati.

   Bisogna tenere conto che i progetti relativi al controllo mentale  ebbero delle accelerazioni all’inizio degli anni Cinquanta dopo che prigionieri di guerra americani fatti prigionieri in Corea cominciarono a fare dichiarazioni contro la politica del governo USA.

   In America studiarono il problema tre scienziati, Robert Jay Lifton, Edgar H. Schein e  Margaret Singer: tutti convinti che in Cina e in Corea fossero stati avviluppati efficaci tecniche di controllo mentale applicate ai prigionieri di guerra.[41]

   L’alta percentuale di cedimenti fra i militari divenne un cruccio per gli stati maggiori americani. Allen Dulles, il direttore della CIA, discusse l’argomento con un consiglio ristretto che decise di finanziare una ricerca guidata da un neurologo di fama mondiale, il dottor Harold Wolf, esperto di emicranie e consulente per i servizi segreti militari durante la guerra di Corea.  Harold Wolf aiutato dal collega Lawrence Hinkle del Cornel University Medical College di New York, organizzò una ricerca per scoprire le tecniche usate dai comunisti. Dopo qualche tempo consegnarono a Dulles il Rapporto Wolf-Hinkle. Questo rapporto irritò Dulles e tutti coloro che credevano che era stato usato nei confronti dei prigionieri il lavaggio del cervello. In questo rapporto, si leggeva, che non erano stati usati sistemi supersegreti, né droghe, né utilizzo delle teorie di Pavlov, né apparecchiature capaci di controllare le menti. Si leggeva, invece, che molte delle confessioni dei soldati americani erano state usate torture capaci di spezzare la resistenza di ogni uomo che non fosse eccezionalmente motivato.[42] Il fatto che i soldati americani cedevano più velocemente e in percentuale molto maggiore rispetto ai loro colleghi di altre nazioni andava spiegato con la minore motivazione che li animava o con il loro carattere più deboli.

   Facciamo alcune brevi riflessioni su lavaggio del cervello, psicanalisi e maoismo.

   La definizione di “lavaggio del cervello”, fu coniata nel 1951 dal giornalista E. Hunt, è spesso usata (spesso e volentieri in maniera impropria e mistificante) come sinonimo di controllo mentale. Hunter aveva tradotto la parola cinese hsi nao, “lavare il cervello” per descrivere, come si diceva prima, il processo con cui gli americani catturati durante la guerra di Corea (1950-1953) confessavano i loro crimini e denunciavano le attività del governo USA.

  Negli USA si chiedevano com’è stato possibile che militari nordamericani – anche ufficiali di altro grado in Corea e in seguito in Vietnam, ripudiassero la causa per la quale combattevano, l’ideologia del loro paese?

   Il “lavaggio del cervello” è uno dei temi che appaiono nelle riviste di psichiatria e psicologia, è stato oggetto di studi specialistici come quella di Merlo (The Rape of the Mind) e di Saragant (La Conquista della mente umana). I riferimenti al lavaggio nel cervello nella Cina maoista sono sempre stati numerosi e sono stati motivo di commenti, tradotti in film, articoli divulgativi chiaramente distorti.

   Harriet Mills, autrice dell’opera Thought Remolding in ChinaAtlantic Monthly”, dicembre 1959 (cit. da Snow, L’altra riva del Fiume), nata in Cina da una famiglia di missionari presbiteriani, ammiratrice e della sua cultura, dopo essere vissuta per venticinque anni in Cina, dove si laureò; ritornata in Cina, accusata di spionaggio nel 1951 fu incarcerata, fu sottoposta per quattro anni alla riforma del pensiero. Il metodo cinese, dice, deriva in primo luogo dai vent’anni che i comunisti passarono in una guerra di guerriglia, che insegno alle reclute a usare le armi, vivere in comunità e proteggere i contadini, assicurando che “ogni uomo intenda non solo il come, ma anche perché delle cose”; e in secondo luogo dall’organizzazione delle cellule per lo studio dell’ideologia marxista. Dice, che la riforma del pensiero in Cina nasce attraverso la fusione del convincimento cinese e del pensiero comunista. Critica e autocritica fuse insieme risultano di un’efficacia impressionante “tanto che anche persone di grande volontà – dice la Mils – che si potrebbero ritenere non facilmente piegabili alla forza, sperimentarono lente, graduali, trasformazioni, talvolta drammatiche e profondamente convincenti”.

   Durante un dei soggiorni in Cina Gregorio Bermann, psichiatra argentino, in un colloquio col prof. Hov Pao-chang capo della sezione di anatomia patologica del collegio medico di Pechino gli dice: “So bene che cos’è il lavaggio del cervello, – esclamò, – perché io stesso l’ho subito.

Che cos’è? – domandai allarmato.

   Per molti anni, per mezzo secolo, quasi per tutta la vita ho sofferto di un significato sbagliato della vita; ero dominato dalla preoccupazione per il mio prestigio, per la mia persona e per i vantaggi che potevo trarre dal mio lavoro.

E adesso?

Adesso ho compreso qual è il senso del mio lavoro. E’ benessere del mio popolo, del mio paese. Comprendo qual è la finalità dei nostri compiti, che coincide con ciò che ci hanno insegnato i nostri leader” (G. Bermann, La salute mentale in Cina, Einaudi 1974, pag. 358-359).

   Nel cristianesimo primitivo (prima dell’affermarsi del papato) non poteva esistere salute mentale senza salute morale. Ora la salute morale non è masi stata presa in considerazione degli psichiatri e da quelli che si occupano di igiene mentale. E’, sicuramente imputabile tale omissione al carattere idealista, soggettivo e speculativo che hanno avuto in generale le teorie morali, con le loro implicazioni moraleggiati. Ma se si comprende il valore essenziale, il principio morale della natura umana, il fatto che esso costituisce un motore insostituibile della condotta normale e patologica, esso entrerà con diritto e occuperà il suo posto in ogni indagine sulla salute mentale.

   Nella psicanalisi, che pretende una completa e integrazione conoscenza dell’uomo, è evidente l’assenza di questo elemento. Non è un caso che la psicanalisi sia la filosofia dominante negli U.S.A.

   Agli antipodi di Freud e della psicanalisi c’è il pensiero di Mao. In tutta la sua opera rileva la preoccupazione per un’esigenza fondamentale per il rispetto della verità, l’amore per i compagni. Gli insegnamenti di Mao sono un appello alla virtù, al comportamento nobile e puro.

  Ma il maoismo non comprende solamente elementi morali, non si limita all’essere virtuosi, ma sostiene che ciò che veramente conta è cambiare il mondo, che la legge suprema dell’agire deve essere la salute del popolo.

   Facciamo, inoltre, alcune precisazioni in merito alla Guerra di Corea.

  Forte dell’esperienza maturata nel corso della seconda guerra mondiale in materia di guerra piscologica, la cellula Progetti Speciali della branca G-2 divisionale, a sua volta inserita nel Comando USA in estremo oriente, iniziò ad effettuare le trasmissioni radio ed il lancio di volantini in Corea del Sud proprio all’indomani dell’intervento del Nord a sud del 38° parallelo.

   Si può dire che è passata nell’opinione pubblica la visione americana di questo conflitto come “invasione” da parte del Nord comunista[43] nei confronti del Sud “democratico”.[44]

   Le origini di questo conflitto hanno origine dagli equilibri che sono sorti alla fine della seconda guerra mondiale, in una fase dove la Rivoluzione Proletaria Mondiale passava dalla fase della difensiva strategica a quella dell’equilibrio strategico, con la formazione del campo socialista, la rivoluzione cinese e l’avvio delle lotte di liberazione nazionale.

   Per entrare nei particolari bisogna partire da una data ben precisa: il 14 novembre 1947 quando una risoluzione ONU, fortemente voluta dagli Stati Uniti, indisse per il 10 maggio dell’anno successivo le prime 3 aprile “elezioni “democratiche” di Corea, dopo più di trent’anni di dominazione giapponese. L’evento non incontrò il favore dei partiti comunisti coreani, né dell’Unione Sovietica, che dal 1945 aveva liberato la parte nord della penisola in modo da favorire un governo di ispirazione socialista. Il partito comunista del Sud, contrario alla divisione del paese e alle elezioni-truffa, decise di indire per il 1° marzo una giornata di mobilitazione che non ebbe mai luogo a causa dell’arresto di 2500 militanti politici nei giorni precedenti.

   Il 3 aprile, nell’isola sudcoreana di Jeju, il partito promosse una sommossa contro l’occupazione militare americana e le forze di polizia locali, giudicate conniventi col precedente regime giapponese. Gli effetti furono devastanti: gli insorti attaccarono 11 stazioni di polizia e 85 uomini tra poliziotti e ribelli persero la vita, mentre i 3000 soldati inviati dal governo in sostegno delle forze dell’ordine si ammutinarono il 29 aprile, consegnando le armi ai dimostranti.

   Il 10 maggio, con l’elezione di Syngman Rhee, già presidente del governo provvisorio in esilio e appoggiato da tutto il blocco occidentale, la repressione sull’isola di Jeju si fece incalzante. I guerriglieri comunisti crearono le proprie basi strategiche sulle montagne, lasciando alle truppe governative il controllo delle città costiere, e riportarono numerose vittorie nonostante fossero non più di 4000 e male equipaggiati. Alla fine del 1948 i rivoltosi erano definitivamente schierati con la Corea del Nord, alla quale chiedevano di essere uniti, mentre le truppe del sud si componevano principalmente di paramilitari anticomunisti e rifugiati nordcoreani.

   Il 25 giugno 1949 furono inviati dal governo sudcoreano quattro nuovi battaglioni, che nel giro di poche settimane riuscirono a soffocare nel sangue la rivolta comunista, arrivando a ucciderne uno dei leader, Yi

 Tuk-ku, il 17 agosto. Si dice che circa il 70% dei villaggi dell’isola fu dato alle fiamme, e che le truppe governative si resero colpevoli di omicidi, stupri e violenze di ogni tipo sotto lo sguardo inerte dell’esercito statunitense. Gli storici locali stimano che circa 2500 isolani furono uccisi tramite esecuzione nelle settimane successive alla pacificazione.

   Dopo l’attacco della Corea del Nord nel 1950, grande attenzione fu posta dai servizi segreti sudcoreani nei confronti dei prigionieri politici comunisti, in particolare delle migliaia di Jeju, suddivisi in quattro gruppi (A, B, C, D) sulla base della supposta pericolosità. Il 30 agosto 1950 un ordine scritto dell’ufficiale superiore dell’intelligence navale sudcoreana ordinò l’esecuzione degli appartenenti ai gruppi C e D tramite fucilazione non più tardi del 6 settembre.

   Le vittime certificate del massacro sull’isola di Jeju furono 14.373, ma si stima che il totale possa raggiungere le 30.000, mentre alcuni storici locali ne hanno quantificato addirittura 60.000.[45]

   Nel corso della guerra di liberazione, davanti ai gravi pericoli che minacciavano il paese, si sviluppò un processo di unificazione e consolidamento di tutte le forze patriottiche, democratiche e amanti della pace della Corea.

   Nel giugno 1949 era stato fondato il Fronte unico patriottico democratico. Al suo congresso costitutivo presero parte i rappresentanti di 72 partiti e organizzazioni sociali della Corea settentrionale e meridionale. Il congresso si rivolse al popolo coreano con una dichiarazione contenente un programma concreto per l’unificazione pacifica del paese e per assicurare l’indipendenza nazionale e lo sviluppo democratico.

   Tra le condizioni principali figuravano le seguenti: ritiro immediato delle truppe americane, cessazione dell’attività della commissione dell’ONU per la Corea, elezioni contemporanee al nord e al sud per un unico organo legislativo del paese.

   Un avvenimento importante per la vita politica del paese fu l’unificazione, avvenuta nel giugno del 1949, del Partito del lavoro sudcoreano e di quello nordcoreano in un unico Partito del lavoro della Corea.

   Il 20 luglio 1949 gli operai della Corea del sud proclamarono uno sciopero di solidarietà con le decisioni del Fronte unico patriottico democratico. Essi furono sostenuti dai contadini, da vasti strati di intellettuali e della piccola e media borghesia. In molte città e in molti villaggi, nonostante la repressione, ebbero luogo comizi e dimostrazioni.

   Il movimento partigiano s’intensificò, accompagnato da rivolte contadine. 

   In queste condizioni, le autorità di Syngman Rhee oltre a intensificare il terrore, a lanciare spedizioni punitive nelle regioni partigiane per infierirvi ferocemente, presero misure per minare il movimento dal suo interno. Insinuarono i loro agenti negli organi dirigenti delle organizzazioni di partito, delle formazioni partigiane e inscenarono provocazioni. 

   Nello stesso tempo affermavano che sarebbe stata fatta la riforma agraria, per la quale starebbe già stata preparando la relativa legge. 

  Tutto ciò contribuì ad affievolire il movimento partigiano e alla fine del 1949 i centri fondamentali erano sottomessi.[46]

   Nel corso dell’autunno del 1950 la Prima Compagnia di disseminazione (audio e volantini) si schierò nella Corea del Sud. Questa Compagnia avrebbe così, ininterrottamente da quel momento fino alla fine delle ostilità, operato al servizio dell’Ottava Armata come Unirà tattica di guerra psicologica. La Prima Compagnia utilizzò degli altoparlanti montati su veicoli terrestri e su mezzi aerei, al fine di diffondere i messaggi vocali nel modo più efficace possibile. Rimasero comunque i volantini, in analogia a quanto accaduto nei precedenti conflitti che hanno visto il coinvolgimento degli USA, il mezzo di dissuasione maggiormente utilizzato, i temi riportati su questi ultimi riguardavano la convenienza ad arrendersi, il buon trattamento che gli Stati Uniti riservavano ai prigionieri, la nostalgia della casa lontana e della famiglia.

   Torniamo a Tavistock. Partendo dal fatto che quella che veniva denominata Guerra Fredda, era una guerra che non si sviluppava tanto nel campo militare (se non in maniera indiretta), era vista soprattutto da parte degli occidentali come una guerra fra culture diverse (del tipo dell’ateismo contro la religione), di una razza contro l’altra (i comunisti identificati con l’oriente), della luce contro le tenebre. Iniziò così quella che nel 1957, William Sargant definì la “battaglia della mente”.

   In questa visione si vede tutto il limite di leggere la realtà da parte degli specialisti occidentali. Quello che non comprendevano era che le lotte di liberazione non erano frutto di un “complotto comunista” ma erano parte integrante del grande moto antimperialista di massa dei popoli coloniali e semicoloniali, moto che è sempre stato (a partire dalla rivoluzione messicana 1917-1938, alla tiepida “rivoluzione costituzionale” in Iran 1951-1953) parte costituente e determinante dello scontro di classe internazionale e locale insieme. Dentro questo quadro si è avuto un movimento per le nazionalizzazioni più radicali che è stato tutt’uno con la scesa in campo degli sfruttati arabi (si possono prendere come esempio: la detronizzazione per via insurrezionale della monarchia hashemita in Iraq nel 1958, la stessa guerra di liberazione nazionale algerina, la “rivoluzione dall’alto” in Libia che però era stata preceduta da una forte ondata di lotte anche operaie).

    Gli imperialisti furono sconfitti in molte di queste lotte di liberazione nazionale, soprattutto quando presero la forma di guerra popolare rivoluzionaria come in Indocina e in Algeria, perché ka vittoria prima ancora che da fattori militari stava nella mobilitazione delle masse popolari di questi paesi.

   Pensavano si trovavano di fronte a un  “complotto comunista”, e che la sua estensione era un frutto di particolare tecniche manipolatorie alle quali venivano contrapposte altre tecniche attuate da specialisti.

   Secondo un documento scritto dal colonello Paul Vallee e dal maggiore Aquino, intitolato From PSYOP to Mindwar: The Psychology of Victory, l’esercito statunitense aveva utilizzato un sistema d’arma operativo per mappare le menti di individui neutrali e nemici, e quindi modificarli secondo gli interessi dell’imperialismo USA. Questa tecnica sarebbe stata la causa della resa di 29.276 Vietcong e di soldati dell’esercito del Vietnam del Nord, tra il 1967 e il 1968. La marina degli Stati uniti era anch’essa pesantemente coinvolta nella ricerca psicotronica.[47] Molti dei soldati statunitensi che prestavano servizio nella zona che divideva il Sud dal Nord Vietnam, affermarono di vedere UFO regolarmente. I Pentagon Papers rivelarono che una barriera elettronica fu posta lungo la zona di confine dalla società JASON.[48] Il maggiore Aquino era come si diceva prima uno specialista della guerra psicologica, dove la sua unità nel Vietnam era specializzata nella stimolazione attraverso le droghe, il lavaggio del cervello, le iniezioni di virus, di impianti cerebrali, l’ipnosi, l’uso dei campi elettromagnetici e le onde radio a frequenza estremamente bassa.

   Nonostante l’uso di tutti questi strumenti alla fine della fiera si rilevò un fallimento poiché non riuscì a dissuadere la Resistenza vietnamita nel continuare le ostilità contro l’imperialismo USA e giungere alla fine alla vittoria.

Sconfitta, come si diceva prima,  determinata fortemente da come gli americani concepivano la guerra.

   Se si considera lo sviluppo della guerriglia dal 1945 in poi, si deve constare che solo dopo la guerra di Corea gli americani hanno cominciato a tener conto della guerriglia come forma di lotta, benché dal punto storico la conoscessero già da molto tempo. Tanto nella guerra d’indipendenza americana (1775-1783) quanto nella guerra civile (1861-1865) si era sviluppata un’intensa attività guerrigliera. Tuttavia, malgrado una breve periodo di guerriglia in Estremo Oriente durante la seconda guerra mondiale, la mentalità americana era dominata fino agli anni ’50 dall’idea della grande guerra regolare, dalla concezione perfezionistica della guerra tecnica spinta quasi alla perfezione, di una strategia di precisione con l’impiego di un’immensa quantità di materiale e di regolari eserciti di massa. 

   Le vittorie ottenute nelle due guerre mondiali, in fondo senza perdite e gravami eccessivi, avevano portato gli americani a credere che la guerra moderna fosse soprattutto lo sviluppo di un calcolo matematico, il compito di una logistica ben funzionante (produzione e organizzazione, calcolo dello spazio e del tempo, coordinamento, concentrazione, accostamento del nemico, azioni di combattimento), un semplice problema di opportuna concentrazione di materiale, con un incessante afflusso di rifornimenti. 

   Gli avvenimenti della guerra di Corea (1950-1953) e le azioni di guerriglia, per lo più vittoriose, che dopo il 1945 si andavano intensificando in tutto il mondo, costrinsero gli americani, soprattutto nel periodo di Kennedy, a un nuovo orientamento e li spinsero a studiare più profondamente la teoria e la prassi della guerriglia. 

   La progressiva emancipazione politica e sociale dei popoli Tricontinente, le vicende della guerra di Corea, l’importanza e il peso assunti dalla Cina con la vittoria della rivoluzione di nuova democrazia (1949) e non ultima la rivoluzione cubana (1959), fecero maturare nei circoli dirigenti degli USA la decisione di battere il nemico con le sue stesse armi, ossia di contrapporre alla guerriglia la controguerriglia, ossia come si diceva prima contrapporre a quello che ritenevano fosse essenzialmente una tecnica, un’altra tecnica. 

   I principali esponenti della controguerriglia americana divennero i corpi speciali, gli Special Focers. Fondati nel 1952, sotto la presidenza Eisenhower, come unità scelte per la lotta contro le formazioni di guerrigliere in tutto il mondo, la loro forza sotto la presidenza Kennedy, arrivò a 4.600 unità. Alla fine della feria furono un fallimento. 

   Il generale nordvietnamita Nguyen Van Vinh riteneva nel 1966 di poter constare il fallimento di queste forze speciali americane: “La special warfare americana nel Vietnam del Sud è sostanzialmente fallita, dopo essere stata sperimentata per più di tre anni con strategie e tattiche diverse, con nuove armi e nuove tecniche, accompagnate da metodi estremamente crudeli: i loro principali sostegni, le truppe e l’amministrazione del governo fantoccio, sono anch’essi in decadenza; il sistema dei “villaggi strategici”, ch’essi consideravano la loro spina dorsale, è stato in sostanza distrutto; la tattica degli elicotteri e dei mezzi anfibi, che erano considerati più agili e più facilmente manovrabili, è stata un fiasco solenne; le città, e altri territori temporaneamente occupati, che erano stati considerati dagli aggressori come le loro più sicure retrovie, sono accerchiati, notevolmente ridotti in estensione, e davanti all’incessante lotta politica condotta nelle città e nelle campagne da milioni di uomini del popolo si trovano in pieno scompiglio; il carattere neocolonialista dell’imperialismo USA è stato smascherato agli occhi di tutto il mondo; gli sforzi del nemico per arginare e isolare la lotta del popolo sudvietnamita, e per compiere atti di sabotaggio nel Vietnam del Nord mediante commandos di truppe del su, sono miseramente falliti”.[49]  

   L’insuccesso delle Special Force americane come delle operazioni di guerra psicologica è stato determinato essenzialmente dall’appoggio alla resistenza vietnamita da parte delle masse popolari di questo paese. 

   In una guerra come quella vietnamita che ha assunto la forma di guerra popolare l’esito del conflitto non è stata determinata dalla semplice forza delle armi, dalle operazioni militari o dalle operazioni di guerra psicologica, bensì dall’atteggiamento rivoluzionario delle masse popolari vietnamite del campo civile insomma. In altre parole: l’uomo, e il suo vigore psichico è più importante dei materiali, l’elemento decisivo non è il computer, bensì la personalità, l’abnegazione individuale, la capacità di sacrificare tutto

    Torniamo a Tavistock, e ovvio che conoscesse l’opera di Maeterlinck, così come Lewin e Rees conoscevano le sue altre opere meno note o i suoi studi sull’astrologia, sui fenomeni psichici e sul misticismo. La descrizione che Maeterlinck fa della “Terra della Memoria” dovette destare molta curiosità, nei membri del gruppo di Tavistock, quando questi partirono alla ricerca della chiave che risolvesse il mistero della coscienza umana. Iniziò così il programma per controllare la mente.

   Nella “Terra della Mente” – un territorio strano, coperto dell’oscurità e dalla nebbia – i due bambini incontrano i loro nonni, morti da tempo, i quali dicono loro: “Quando siete stati qui per l’ultima volta?…Fu a Ognissanti, quando le campane delle chiese suonavano[50].

   La festività di Ognissanti, naturalmente è il Giorno dei Morti.

   I bambini trovano un uccello azzurro, ma quando ritornano dalla “Terra della Memoria”, l’uccello è diventato completamente nero: si è trattato soltanto della prima prova e a Tyltyl e Mytyl resta molta strada da percorrere.

   La fase successiva del controllo mentale è il “Palazzo della Notte”. È un posto ancora più lugubre e minaccioso della “Terra della Memora”. La Notta appare rappresentata da una specie di angelo, una sinistra signora che ha delle ali al posto delle braccia.    Il “Palazzo della Notte” è il territorio degli spettri, delle malattie, delle guerre. Si va direttamente dalla “Terra della Memoria”, alla comunicazione con i morti, controllando la malattia e vincendo la guerra.

   Il progetto “Bluebird”, insieme ad altri ad esso associati come MK ULTRA e OFTEN, fu implicato in tutti gli aspetti relativi alla modificazione del comportamento, all’ipnosi, agli stati psicologici indotti dalle droghe o all’amnesia.

   Tyltyl trova una porta importante situata nella parte posteriore del “Palazzo della Notte”, ma gli viene detto che non deve mai aprirla, che grandi pericoli attendono coloro che cercano di attraverso e che chiunque entra in quella stanza non ritorna nel mondo dei vivi. Tyltyl mosso dal sacro desiderio di trovare l’Uccello Azzurro decide di aprile la porta: vede un giardino bellissimo, una cascata d’acqua, molte cose meravigliose e…degli uccelli azzurri. Cerca allora di catturarne il più possibile, ma appena li porta fuori dalla stanza, se li trova cadaveri tra le braccia. Gli uccelli non sopportano la luce del giorno.

   I metodi di Tavistock saltano gli occhi. Nel caso deli MI6 l’addestramento includeva il capitolo 4 del romanzo di Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca, intitolato Smelly Cheeses (Formaggi puzzolenti). Nel caso delle reclute della CIA e delle vittime dei programmi di controllo mentale, il manuale di addestramento utilizza L’Uccello azzurro della felicità di Maeterlinck, atto III, “Il Palazzo della Notte”.

   Le sessioni continuano. Sia la recluta sottoposta al lavaggio del cervello che Tyltyl debbono proseguire la loro ricerca e uscirne del “Palazzo della Notte” per recarsi alla destinazione successiva, il “Palazzo del Piacere”. Qui si imbattono in una scena di estrema depravazione, piena di esseri grassi, beati nella loro volontaria ignoranza, che mangiano, bevono, ridono e gozzovigliano. Tyltyl, come sempre grazie al diamante magico (una conoscenza segreta, inaccessibile agli altri), può vedere le cose come sono in realtà e, stringendo il diamante, intuisce che quegli esseri sono dei poveri stupidi, di conseguenza, essendo stati smascherati, essi si ritirano in un luogo preciso, chiamato “Tormento” dal quale forse non ritorneranno mai.

   Naturalmente, la CIA è specializzata nel “vedere le cose come sono in realtà”, nel guardare dietro la tenda, dietro la facciata, e il suo programma può essere considerato alla stregua del diamante di Tyltyl: attraverso di esso, può vedere la mente umana com’è realmente e privare la coscienza delle sue difese, affinché le cose, tutti i segreti – persino i segreti governativi molto riservati, che potrebbero costare parecchie vite – siano svelati.

   Dal “Palazzo del Piacere” Tyltyl si dirige al “Regno del Futuro”. Qui trova un luogo pieno di bambini vestiti di azzurro, non ancora nati, che sembrano piccoli scienziati. Sono impegnati nelle invenzioni che faranno una volta venuti al mondo. Tyltyl tuttavia, essendo vivo, non può entrare in questo Regno governato dal Tempo.

    Dal “Regno del Futuro”, passa allora al “Cimitero” che somiglia molto a un qualunque altro cimitero, con lapidi, erba e silenzio. A mezzanotte, Tyltyl deve fare nuovamente uso del diamante magico per vedere i Morti. Nel bel mezzo dell’oscurità e di un incombente orrore, un orologio, in lontananza, batte l’ora. Tyltyl stringe il diamante: è spaventato, ma desideroso di vedere i morti, perché questa la prova successiva che deve superare per riuscire a catturare l’Uccello Azzurro; però, invece di figure spettrali che indossano sudari e trascinano catene, gli appare un’altra scena: le tombe si aprono e trascinano catene, gli appare un’altra scena: le tombe si aprono e da esse invece di macabre entità escono solo fiori.

   “Pensano che dalla terra sarebbero venuti fuori terribili scheletri e che li avrebbero inseguiti. Avevano immaginato ogni sorta di cose orribili. Invece, in presenza della Verità, capirono che tutto ciò che era stato loro raccontato era una favola e che la morte non esistenza[51]

   Il motto della CIA, naturalmente è: “Conoscete la verità e la verità via renderà liberi”.

   Dal “Cimitero”, naturalmente, Tyltyl si spinge nella “Foresta”. Durante questo viaggio, ha avuto a compagnia di diverse creature, che hanno sempre osservato da lontano. Molte di queste creature, soprattutto il “Gatto” – temono di potere perdere la vita, se Tyltyl riesce a raggiungere il suo scopo. Il Gatto dice: “Conviene fidarsi solo di se stessi. Nella vita del gatto, ogni adeguamento si fonda sul sospetto. Vedo che nella vita degli uomini succede lo stesso. Coloro che si fidano degli altri, vengono traditi. È meglio starsene in silenzio”.[52]

   Questo potrebbe il motto personale di alcuni sinistri personaggi che hanno lavorato dietro le quinte al Tavistock e nella CIA; uomini come John Rawlings Rees, Eric Trist, Richard Helms (direttore della CIA) e Sidney Gottlieb (capo delle operazioni MK-ULTRA).

   Uomini solitari, terribilmente appartati, che conservarono la medesima passione: i segreti della nazione e i segreti della loro vita, dato che gli uni e gli altri erano spesso intrecciati inestricabilmente e che certamente il loro addestramento si fonda sul sospetto.

   Nell’opera teatrale, il “Gatto”, nella foresta Tyltyl in una trappola e questi si ritrova accerchiato dagli alberi e dagli animali e deve lottare per salvarsi la vita. All’ultimo momento, viene salvato dalla “Luce”, la quale lo avverte che “l’uomo è solo contro tutto il mondo”.[53]

   Finalmente arriva il momento del commiato, perché si è fatto tardi, e i bambini ritornano miracolosamente alla loro casetta, il mattino di Natale, proprio quando l’orologio segna le otto. Questo è il Risveglio, un tema costante per la CIA e per Tavistock. Com’è naturale, risvegliandosi, i bambini si rendono conto che l’Uccello Azzurro è stato per il tempo nella loro casa.

   Grazie a un “innocente” racconto infantile, gli addetti al lavaggio del cervello di Tavistock si sono imbarcati in una ricerca sacra, che li avrebbe condotti ai segreti più profondi dell’umanità; scavando nei segreti universali, macrocosmici della mente umana, speravano di scoprire gli specifici, microcosmici segreti dei loro nemici. Come sopra, così sotto.[54]

   L’istituto Tavistock si avvalse della sua comprensione dei metodi psichiatrici per formulare e mettere in pratica un programma d’azione basato su dette conoscenze una volta tracciata la mappa nevrotica di ogni individuo, poteva preparare un meccanismo di “filtraggio” cioè una differente modalità di lavaggio del cervello per selezionare vari tipi nevrotici e sistemarli nei contesti appropriati.

   In tutti questi processi mentali impiegati a Tavistock c’è un simbolismo più profondo. Tyltyl e Mytyl sono esseri innocenti, bambini verginali, liberi da ogni macchia morale, che realizzano un viaggio iniziatico in compagni della “Luce”. Gli uomini del programma “Bluebird” e più tardi del MK-ULTRA, invece, difficilmente potrebbero avere queste connotazioni: dal punto di vista delle antiche religioni misteriche,[55] la cui ricerca essi imitavano, stavano scendendo nelle profondità dell’Abisso senza essere passati attraverso il periodo della purificazione; di conseguenza, i loro peccati – personali, privati, concreti – li avrebbero tormentati  nei giorni, nelle settimane e negli anni  a venire, infangando la loro reputazione e impedendo loro l’entrata nel Tempio inferiore.

   L’essenza psicopatica della visione a lungo raggio del Tavistock, pertanto è quella che segue. Nella rivista  dell’ICLC Strategic Studies The Compaigner, L. Marcus: “Le “riforme strutturali fasciste”, il controllo delle comunità locali, ed il “contratto sociale” costituiscono l’affermazione del mondo infantile dell’inconscio, a spese della relativa razionalità di precedenti ego-ideali di socializzazione. “Fascismo” e la parola desiderata nei sogni paranoici dell’Es. Al contrario, se il mondo atomizzato della persona si trasforma in un ambiente controllato, conforme a queste “riforme strutturali” fasciste, la mente della vittima scoprirà che il solo il suo potenziale io paranoico le fornisce i mezzi per essere in armonia con questo ambiente controllato”.[56]

   Da un lato fu applicata al mondo dei servizi segreti, ma dall’altro ne fu prevista una più odiosa, dai professionisti del lavaggio del cervello: queste tecniche furono riversate nella società e applicate a situazioni e a persone reali. Il Tavistock aveva compreso che la famiglia era l’agente psicoattivo più potente di tutti e una delle sue creature – i gruppi terapeutici – rappresentò il mezzo opportuno per sfruttare il potere della famiglia.

  Il più ardito, tra i brutali professionisti della nuova psicologia industriale, era il dottor John Rawlings Rees, il quale scoprì che nel mondo dell’irreale poteva essere creato il “gruppo sociale”: si obbliga una persona a traferire la sua identità al gruppo, all’interno del quale è sottomessa alle forme più estreme di soggezioni. A condizione che si distrugga il senso di identità reale di questa persona, la si potrà manipolare come un bambino.

   M. Minnincino, in un articolo intitolato Low Intensità Operations (Operazioni a bassa intensità) spiega: “Un esperto leader di gruppo è capace di servirsi di questo gruppo per dare vita a un ambiente “familiare” potente, anche se artificiale. Una volta creato l’ambiente, un terapeuta può manipolare un membro del gruppo, non mediante un attacco diretto, ma per mezzo di una sottile manipolazione degli altri membri del gruppo, ad esempio, utilizzando la suggestione. La vittima, se è stata indotta a creare che il gruppo sia qualcosa di importante che l’aiuta (materno), quando questo ambiente, manipolato, le si rivolterà contro, tenderà a esercitare un impatto simile a quello del profondo rifiuto di sua madre[57].

   Rees e il Tavistock, grazie ai molti sforzi dedicati ai lavori con i gruppi, compresero che la manipolazione basata sul concetto che il mondo esterno fosse qualcosa di magico (timori della madre) era fondamentale, per controllare le masse. In altri termini, L’istituto si mise a cercare dei metodi con cui manipolare la popolazione, sfruttando la loro ideologia. Creando numerosi gruppi sociali, mettendoli poi in una situazione di emergenza competitiva e facendo sì che tutti i guadagni potessero essere ottenuti solo a spese dei gruppi concorrenti, si poteva instaurare un ordine sociale fascista. Occorreva soltanto atomizzare il soggetto-popolazione e impiegare un arsenale di armi sociologiche e psichiatriche.

   La psichiatria ha un ruolo importante, in questo processo di controllo della popolazione.

   Prendiamo come esempio quello che è successo Italia, dove il progetto della P2 si proponeva il controllo degli organigrammi essenziali di vertice degli apparati dello Stato e dell’informazione attraverso televisioni, quotidiani e periodici, e della politica (comprando i vertici dei partiti o costruendone nuovi se necessario): questo con l’obiettivo di eliminare le garanzie e i diritti che i lavoratori si erano conquistati con dure lotte.

   A fonte della crisi generale capitalismo in atto dalla metà degli anni Settanta  e dei relativi processi di decomposizione tutto questo non è più sufficiente, anzi è inadeguato. Come non sono sufficienti le strategie repressive tradizionali (gendarmerie europee, strategie geopolitiche militari ecc.).

   Si è messa in atto una strategia sotterranea, non visibile, molto sottile. Uno degli strumenti di questa strategia è quello della disinformazione, dove si miscela false informazioni mescolate con quelle vere.

   Uno degli aspetti essenziali di questa strategia è di rendere il controllo pressoché sistematico. Le democrazie borghesi per quanto siano il miglior involucro per il capitalismo per via della mistificazione della “volontà popolare”, presentano sempre il pericolo (per il capitale ovviamente) della possibilità di un’autentica volontà popolare che sarebbe difficilmente gestibile e il controllo dell’informazione e delle opinioni “collettive” non sarebbe sufficiente.

   Occorre perciò una diffusa e sistematica capacità d’intervento sugli individui, mediato anche dalle autorità pubbliche, usando la medesima trama d’interventi per la “tutela sociale”, ma invertendone la funzione: allo Stato “sociale” (da mettere sociale tra virgolette, perché sotto il capitalismo non può esserci nessuna autentica socialità), che era un sottoprodotto della lotta di classe tendente a rovesciare il sistema, che con la sua ramificazione tutelava bene o male le masse popolari (in Italia, sotto il regime DC, si deve parlare di stato assistenziale e clientelare), emerge una sua caricatura che ha funzioni di puro controllo della popolazione in particolare di quello che una volta si definiva “le classi pericolose”, oppure dei soggetti “deviati”.

   Possiamo prendere come un esempio magistrale quella rete che intreccia tra di loro magistratura, servizi socio-sanitari e psichiatria. Una rete che alleva e forma psicologi, educatori e laureandi di discipline medico-sociali. Che aiuta la formazione di imperi economici privati grazie alla formazione di un vero e proprio intreccio di attività, interventi e presenze.

   Possiamo prendere come esempio il fatto che dal 1995 è direttore scientifico della Comunità Saman il Prof. Luigi Cancrini, ben noto psichiatra e presidente del Centro Studi di Terapia e Relazione. Proveniente dal PCI è stato deputato dei Comunisti italiani. Direttore scientifico di una realtà dove ha operato Rostagno prima di essere assassinato, e un avventuriero come Francesco Cardella, grande amico di Craxi, che costruì un impero economico, pensiamo solamente alla holding Saman e alle altre attività economiche controllate da lui, il fisco ha fatto su di esse una relazione di duecento pagine.[58] Ci si trova una sfilza di sigle, da Saman International a Saman Italia, da Saman France (amministrata da Giorgio Pietrostefani) a Saman Srl, da Gie Solidarie’ tè a Oiasa, da Cigarettes Brokers a Saman Quadrifoglio, passando per Il Mattone. E molte altre sono per altre vie riconducibili all’ex santone. La Saman International ha sede a Malta, in un grande palazzo nel centro della Valletta (indirizzo: 61, Arcibishop Gonzi Square). Ed è a questa società, al riparo dal fisco italiano, che è intestata la piccola flotta della comunità: le due famose navi Garaventa 1 e Garaventa 2 (sospettate di non occuparsi solo del recupero dei tossicodipendenti), la barca a vela. Il povero vecchio, un tre alberi e un’imbarcazione off shore valutata circa mezzo miliardo di lire. Con un complesso giro finanziario, inoltre, la Saman International acquistò anni fa anche un castello nella Loira: fu pagato con soldi di Saman Italia, fu intestato a Saman France. Non finisce qui: Cardella e i suoi sono proprietari anche d’appartamenti a Milano, di terreni e fabbricati sia in Italia sia all’estero, di conti correnti in due banche milanesi (la Banca dell’Agricoltura e la Cesare Ponti). Nell’93, in particolare, proprio alla Ponti di via Plinio furono depositati da Cardella due miliardi: i soldi erano di Saman, ma gli interessi bancari finivano nel patrimonio personale dell’ ex guru. Con lo stesso sistema, dice il rapporto della Finanza, furono creati fondi neri (in titoli di Stato) impiegati “per attività estranee alla comunità“. Quali attività? Mistero, per ora. Una chiave di lettura può essere il viaggio del piccolo bimotore (intestato a Saman International) che nell’94 fu usato per la fuga di Craxi in Tunisia.

   Per far passare questo tipo passaggio, da una democrazia borghese a un sistema di controllo più capillare fu decisivo il controllo della magistratura, dove tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni 80, ci fu la resa dei conti tra la vecchia massoneria tradizionale e la nuova schiera di magistrati, molto “efficentisti” e magari anche “democratici”.

   Infatti, sotto una versione di “sinistra”, la tendenza emergente della magistratura parlando di diritti e progettando istituti che avrebbero dovuto tutelari, in realtà si è portato a un risultato che è stato tutto l’opposto rispetto ai fini dichiarati.

   Una vicenda che possiamo prendere come esempio è quella che vede a braccetto Magistratura Democratica e Psichiatria Democratica.[59] Sin dal 1997, queste due associazioni “democratiche” invocarono una legislazione sull’istituto dell’Amministratore di sostegno, un istituto che avrebbe dovuto essere a “beneficio dei bisognosi, minorati, di tutela”. Tutto questo nascondeva in realtà un’idea d’ingegnerizzazione sociale mediante un uso mirato o più diffuso di quello che in linea teorica sarebbe stato necessario.

   Nel 2004 è approvata dal parlamento la legge sull’amministratore di sostegno, nel 2008 è sancito il potere assoluto di certificazione sulle “patologie” ai medici psichiatri. Non è un caso che l’inizio del XXI secolo ha visto l’attuazione della strategia della distruzione di molti individui mediante la scienza asservita. Nel 2012 il DSM, espande in sostanza il vaglio di criticità mentale in sostanza a tutti gli aspetti del comportamento umano e alla sfera di condotte e reazioni che se non sono patologiche sono fisiologici (come dire l’identità umana, è in mano allo psichiatra di turno che ha un vaglio di discrezionalità tale, che neanche i parroci nel medioevo avrebbero potuto pensare).

   Si sta assistendo all’uso deviato sulle nomine dell’amministratore di sostegno per fini diversi dal “sostegno”. Quello che emerge oggi in maniera eclatante, è la concettualizzazione e applicazione concreta di istituti finalizzati ad un controllo sociale autoritario diffuso, dove psichiatri, psicologi, educatori ed assistenti sociali sotto l’egida dei primi e magistrati di settore “sensibilizzati” o plasmati attraverso informazioni e nozioni “manipolatorie”, entrano in modo deviato e deviante nelle sfere individuali, talvolta condotti per mano alla finalità della distruzione e del controllo dei soggetti colpiti.

   Se si va vedere si riscontra che c’è un dedalo accuratamente costruito mediante il controllo di professionalità, ruoli, che s’interfaccia con le componenti della magistratura “consapevoli” (del ruolo di controllo sociale s’intende) e un uso spregiudicato degli strumenti e degli ambiti, “di tutela”.

   Che si tratti di conflitti genitoriali, di minori o conflitti parentali, e di soggetti speciali o ordinari, le logiche degli interventi accuratamente teorizzati a monte, indicano un principio di sottrazione, d’intervento sociale autoritario, che crea dolore, danni, orientando scelte ingiuste con argomenti soavi e spesso sul piano meramente formale difficile da contestare.

   Con la chiave di lettura dello scontro tra genitori all’interno delle famiglie, e per “tutelare” i minori, si arriva che per sottrarli al conflitto, s’ingenera un fenomeno di adduzione dei minori verso case-famiglia (e il relativo business) ma anche verso pratiche che e situazioni, come soluzioni “comunitarie come quella del Forteto dove i minori erano soggetti non solo di molestie ma anche di violenze sessuali.

   Ben 23 sono state le persone rinviate a giudizio, dopo le denunce dei ragazzi. In pratica, tutti i vertici del Forteto. Lo stesso Fiesoli (il leader della comunità) e il suo braccio destro, Luigi Goffredi, aveva già subito una condanna (passata in giudicato) negli anni ’80 per violenza sessualeMa nonostante questo il Tribunale di Firenze ha continuato ad affidare minori al centro per anni. Così come la politica, con il Comune che non ha offerto le tutele necessarie. Anzi, ha continuato ad affidare i bambini al Forteto. Anzi i leader della comunità venivano invitai nelle scuole per parlare di violenza. Un altro dei fondatori del centro decide di denunciare Fiesoli: “Dopo essere stato condannato, era riuscito a convincere tutti come fosse vittima di persecuzione giudiziaria”. Tanto da essere considerato nel tempo quasi un “santo laico”, diventando un’icona di un’amministrazione storicamente di centro-sinistra. Per questo i ragazzi vittime di abusi negli anni continuano a essere mandati all’interno del centro del fondatore già condannato per violenze sessuali. Piero Tony, oggi a capo della Procura di Prato e allora il giudice minorile responsabile dei numeri affidamenti al Forteto “si vantava” dei rapporti con il centro[60].

   In questo scenario incombe le proposte di una nuova normativa sul T.S.O. che in linea teorica avrebbe dovuto essere per malati psichici in grave stato e situazioni urgenti, da strumento eccezionale, sottoposta al meccanismo della doppia certificazione (l’ordinanza del sindaco e la verifica di legittimità della stessa) ed essere operativa per periodi di 7 giorni rinnovabili con un limite beve, diverrebbe nelle intenzioni dei proponenti uno strumento di carcerazione sulla base di una sola certificazione a monte, addirittura di un solo medicoTutto ciò costituisce la presa di potere da parte degli psichiatri nell’apparato sanitario. Essi sviluppano la collaborazione con il circuito giudiziario, che nel frattempo si struttura per agevolare la “tendenza normativa”. Con queste proposte si avvierebbe in via definitiva il controllo sociale di tutti gli individui “certificati”. Qualunque obiezione formale o del tipo bisogna vedere il caso concreto” crolla miseramente, dinnanzi a un quadro storico così nitido e chiaro.

   Tornando a Tavistock, uno delle pratiche incoraggiate e usate dagli addetti al lavaggio del cervello implicava l’aumento del livello di produttività e l’intensificazione del lavoro a spese della salute delle persone. In altri termini, questo aumento della produttività provocò una distruzione automotivata dell’Io, dove si prefigura una società di zombi dal cervello lavato che si accontentava di vivere ai limiti dell’inedia e commetteva atti di sodomia sadomasochista per una percettibilmente irrazionale sorta di olocausto psicotico, il tutto basato su una specie di perverso fanatismo cieco, sodomitico e dionisiaco nel più ampio del modello di società fascista di Rees. “Lo scopo è quello di funzionare con una graduale riduzione del reddito medio e un peggioramento delle condizioni di lavoro”.[61]

   C’è tuttavia del metodo, in questa follia. Ad esempio, in un contesto di graduale riduzione del reddito medio e peggioramento delle condizioni di lavoro, si “suggerisce”, come meta del gruppo, un aumento graduale della produttività, spesso a spese della sicurezza e del benessere psicologico dei membri del gruppo. A chi protesta si deve dire che non si è adeguato bene.

   “L’idea era di ricreare, nella terapia di gruppo, una dinamica di famiglia o una dinamica di pressione degli uguali, in cui il gruppo fosse costretto a raggiungere degli obiettivi predeterminati mediante consenso o “democraticamente” , nel linguaggio di questi ingegneri sociali. Il concetto era che attaccando l’identità sovrana di un membro del gruppo, questa persona avrebbe consegnato la sua sovranità al gruppo e avrebbe potuto essere influenzata a lottare per gli obiettivi predeterminati”.[62]

   Queste tecniche strumentalizzano i sentimenti di colpa, vergogna e rimorso della persona vulnerabile usando il martello e lo scalpello[63]: umiliata dal gruppo e svendo sotto il mondo dell’irreale come metro di giudizio, esso si degrada ulteriormente e accetta il verdetto. E comincia a produrre di più.

   Questa è la maliziosa e ripugnante essenza di co-partecipazione alla “qualità della vita”, alla cosiddetta “umanizzazione”, alle cosiddette “relazioni umane” o qualunque altro eufemismo si voglia usare; il tutto sotto la bandiera della cosiddetta “società postindustriale”, questa è una porcheria sponsorizzata dalla Fondazione Ford, la cui particolare opinione, in quanto arma ideologica controinsurezionale, introduce la nozione di “crescita zero”.

   “La manodopera schiava e il sistema dei campi di sterminio nazisti sono non manie di Hitler e dei suoi soci, ma un espressione intrinseca delle politiche fondamentali di ogni economia di “crescita zero”. È impossibile, oggi, delle politiche di “crescita zero” senza causare un genocidio di massa domani[64].

   In realtà l’idea alla base di questi programmi è nata molto prima della creazione di Tavistock.

   Rockfeller II[65] cominciò già nel 1916, quando intervenne alla Conferenza Industriale della YMCA[66] a promuovere i selvaggi piani di “relazioni industriali”, sostenendo che erano il modo migliore per ottenere una maggiore produttività, e continuò poi nel 1917, durante il discorso pronunciato alla Cornell University; nel corso della convenzione celebrativa della giornata del fondatore. Una delle principali proposte che scaturirono dalla campagna di Rockfeller fu quella di incoraggiare un piano “democratico”,  in base alla quale i lavoratori dipendenti sarebbero diventati proprietari di un certo numero di azioni, “così il lavoratore finisce con il considerarsi, dal suo punto di vista, un capitalista, e diventa un conservatore e immune agli ideali radicali”.

   Inoltre produce di più ed è questo l’obiettivo cui mira.

   Gli anni Quaranta rappresentano il punto fi svolta, per la strategia di Rockfeller II di “modificazione della condotta-lavaggio del cervello”, codeterminazione, copartecipazione e corporativismo al fine di avere un ruolo egemonico nell’ambito del Capitalismo Monopolistico di Stato all’interno degli USA e dominare il movimento dei lavoratori, per renderlo subalterno rispetto alle esigenze del capitale.[67] L’operazione di Rockfeller era quello di cambiare la psicologia dei lavoratori, in coerenza con il modo in cui avrebbe controllato il movimento dei lavoratori negli USA.

   Questo fu fatto simultaneamente, a diversi livelli.

   Nel 1946, Rees, il Tavistock e Rockfeller formarono il “Memorandum Rockefeller”: tale documento era stato steso dal generale di brigata Jihn Rawlings Rees, che vi aveva esposto nel dettaglio il pensiero della cricca. La Fondazione Rockfeller che fin dal 1934 aveva dato grandi quantità di denaro al Tavistock e ai suoi membri accettò subito e la Clinica Tavistock si trasformò nell’Istituto Tavistock di Relazioni Umane.[68] L’Istituto portava a termine operazioni nazionali e internazionali a titolo di “ricerca operativa”.

   Innanzitutto Rockfeller assunse molti scienziati sociali, che erano coinvolti nei servizi segreti nella seconda guerra mondiale, e li sistemò nel dei Labour Institutes[69], finanziati dalla Fondazione Rockfeller, dall’Istituto Nazionale di Salute Mentale , dall’Esercito, della Marina, dall’Aviazione e dalle grandi imprese capitalistiche per sviluppare progetti e orientamenti. Questi Labour Institutes furono creati contemporaneamente alla CIA, al Joint Chiefs of Staff (organo di cui fanno parte i capi di stato maggiore di ciascun ramo della forze armate USA) e al National Security Council[70], come parte della stessa rete che Rockfeller stava costruendo per avere un ruolo egemone negli Stati Uniti, proprio nello stesso tempo avevano preso il posto della Gran Bretagna come prima potenza mondiale.

   Uno dei progetti chiavi di Tavistock fu il Labour Institute, finanziato da Rockfeller in cui vi si insegnava la modificazione del comportamento, la motivazione dei gruppi, il lavoro di d’équipe, la dinamica sociale e l’aumento della produttività.

  Un esempio dei momenti formativi dell’Istituto Tavistock fatto per le aziende sono i momenti formative in merito alle dinamiche inconsce e le zone d’ombra nelle moderne organizzazioni.

   Per comprendere e governare le organizzazioni bisognava suddividere a chi erano indirizzati i momenti formativi: i membri[71], i manager e i consulenti esterni.  In questi corsi si prendeva in esame il ruolo delle emozioni, i rapporti tra cambiamenti organizzativi e le competenze emotive, l’inconscio organizzativo, i portavoce dell’ansia, le ansie nei processi di fusione/acquisizione, come promuovere consapevolezza.[72]

   Il risultato è che nelle metropoli imperialiste si è creata una situazione che si potrebbe definire una forma di nazismo moderno che ha l’obiettivo di modificare e riassettare le differenze di classe.

  In sostanza questo nazismo genetico che ha come obiettivo il controllo, la discriminazione, e la sperimentazione soprattutto verso le persone sensibili. Per questo il potere si organizza nelle istituzioni, nelle aziende e nella società con il procedimento di consenso (inclusione)/esclusione (mobbing, stalking).[73]

   E dentro questo quadro che c’è nella nostra società si vede la diffusione come moneta di scambio e potere l’uso del sesso(e del denaro) che porta conseguenza alla perdita di valore e dignità alla persona umana, in particolare delle donne.

   Perciò si vede (in maniera occulta per la stragrande maggioranza dei casi) c’è l’uso estensivo della tecnologia elettronica e radio.

   Da qui si arriva alla psichiatrizzazione di massa e alla negazione di diritto.

   Ci sono diversi soggetti che operano in questo campo:

  • Centri di ricerca universitari e militari (che operano nel campo della neurologia, della psichiatria, della neurofisiopatologia, della cibernetica, e del controllo dei computer tramite il pensiero, della robotica, dell’oculistica e della biologia).
  • Multinazionali farmaceutiche e delle protesi uditive ed acustiche e per invalidi ecc.
  • Parlamentari connessi ai servizi segreti e a polizie speciali (antimafia, antiterrorismo ecc.).
  • Servizi segreti (come quelli carcerari)
  • Organizzazioni mafiose e borghesia nera.

[Marco Sac1] 


[1] Carol Menzel, Coersive Psychology Capitalism’s Monster Science, The Campaigner, febbraio-marzo 1974.

[2]                                                                                   C.s.

[3] Louise Marcus, The Real CIA – The Rockefeller. Fascist Establishment, in The Tavisock Grin, The Campaigner, aprile 1974.

[4] Carol Menzel, Coersive Psychology Capitalism’s Monster Science, The Campaigner, febbraio-marzo 1974.

[5] Louise Marcus, The Real CIA – The Rockefeller. Fascist Establishment, in The Tavisock Grin, The Campaigner, aprile 1974.

[6]                                                                                    C.s.

[7] John Rees, The Shaping of Psychiatry by War. Serie Ney York Academy of Medicine, Thomas William Salmon memorial lectures, Chapman and Hall, London 1945.

[8] Louise Marcus, The Real CIA – The Rockefeller. Fascist Establishment, in The Tavisock Grin, The Campaigner, aprile 1974.

[9]                                                                                C.s.

[10] Gruppo di esperti impegnato nell’analisi e nella soluzione di problemi complessi, specie in campo economico, politico o militare.

[11] Louise Marcus, The Real CIA – The Rockefeller. Fascist Establishment, in The Tavisock Grin, The Campaigner, aprile 1974.

[12] Sun Tsu, L’arte della guerra.

[13] Kurt Zadek Lewin (1890-1947) è stato uno psicologo tedesco con cittadinanza statunitense, pioniere della psicologia sociale.

Egli è famoso soprattutto per:

  • La teoria di campo, che spiega il comportamento in relazione alla situazione in cui lo stesso si verifica.
    I motivi del comportamento di una persona non si ricercano in ciò che è accaduto alla stessa nel corso della sua vita passata, ma si prendono in esame le interrelazioni attuali tra la persona e l’ambiente.
  • Le dinamiche di gruppo.
  • I T-group nascono nel 1946 quando Lewin osserva che dare informazioni (feed-back) ai partecipanti di un gruppo sul loro modo di interagire e sui loro atteggiamenti, fa in modo che l’apprendimento sia più efficace in quanto non solo cognitivo ma anche emotivo.
  • Action research – Il termine action research (ricerca/azione o ricerca/intervento) coniato da Kurt Lewin, si riferisce ad un modello di ricerca che collega la ricerca stessa al cambiamento e miglioramento dei sistemi sociali con i quali viene in contatto. Nel momento stesso in cui si conosce la realtà, si opera per modificarla.
    Lo scienziato, quindi, diviene oltre che ricercatore anche agente di cambiamento e la ricerca stessa oltre ad avere carattere conoscitivo promuove l’azione sociale.

[14] La Cornell University è un’università statunitense situata a Ithaca, nello stato di New York, membro dell’Ivy League (l’ Ivy League è un titolo che accomuna le otto più prestigiose ed elitarie università private degli Stati Uniti d’America).

[15] Vivian Freyre,  One Hundred Years Towards Incest <The Campaigner>,     vol. 7, n. 4-5, febbraio-marzo 1974, p. 62.

[16] Carol Menzel, Coersive Psychology Capitalism’s Monster Science, The Campaigner, febbraio-marzo 1974.

[17] Rockefeller. Fascist with a Democratic Face, <The Campaigner>,  vol. 8, n. 1-2, novembre-dicembre 1974, p. 55.

[18]                                                                                      C.s.

[19]                                                                                     C.s.

[20] https://library.usask.ca/vietnam/index.php?state=view&id=443 

[21] Proviamo a fare un inchiesta tra le masse se comprendono il dibattito politico che ascoltano nei media: incomprensibili ai più. Ciò genera un rifiuto della politica che viene  confusa con quella che sentono nei media.

[22] Programma della P2 per la costituzione di due blocchi relativamente differenti.

[23]   Rockefeller. Fascist with a Democratic Face, <The Campaigner>,  vol. 8, n. 1-2, novembre-dicembre 1974, p. 55.

[24]                                                                         C.s.

[25]                                                                        C.s. p. 44

[26] Peter Cuskie, The Shaping of the Anglo-American SS by The Tavistock Grin , <The Campaigner>,  maggio 1974, p. 28.

[27]                                                             C.s.  pp. 29-30.

[28] Perturbando le funzioni delle cellule nervose, le droghe alterano di conseguenza gli equilibri psicologici e quindi le capacità di adattamento dell’individuo. Esse compromettono, o addirittura annullano, le possibilità che l’uomo ha di far fronte a situazioni di disagio intrapsichico, ambientale o interpersonale.

   Quando i farmaci sono in circolo, riescono facilmente a penetrare in quasi tutti i tessuti attraverso i capillari. Il cervello è protetto dalla barriera emato-encefalica che blocca il passaggio di molte sostanze nocive. Tuttavia le sostanze psicoattive hanno in comune la capacità di passare facilmente la barriera emato-encefalica (perché si sciolgono bene nei grassi) arrivando quindi a diretto contatto col tessuto nervoso ed interferendo con la neurotrasmissione.

http://www.neuroscienzedipendenze.it/droghe_meccanismi.html

[29] la massoneria è un sistema iniziatico che, ispirandosi alle antiche corporazioni medioevali, prevede tre gradi: Apprendista, Compagno d’Arte e Maestro. Questa organizzazione di base, articolata su tre gradi si chiama Ordine.

   Nel corso del VIII secolo, nacquero soprattutto in Germania e in Francia, gli alti gradi, cioè gradi addizionali che si ispiravano a tradizioni assai diverse, rispetto ai primi tre che si ispiravano alle tradizione delle associazioni di mestiere. Sorsero gradi di ispirazione cavalleresca, templare, rosacrociana, cristica, biblica, gnostica, ermetica. Gli alti gradi vennero poi organizzati in strutture che presero il nome di Riti.

   Il Rito del Sacro Arco Reale di Gerusalemme ebbe origine nella seconda metà del Settecento grazie agli Antients che avevano creato un grado, chiamato dell’Arco Reale. In seguito la Gran Loggia Unita d’Inghilterra lo accolse come “completamento e coronamento del grado di Maestro”. L’Arco Reale si diffuse in Scozia e in Irlanda.

   Il sistema dell’Arco Reale è presente nei paesi ove è attiva la Massoneria di origine inglese, perciò, è vastissima in e va dall’America all’Australia, dalla Francia all’Italia.

[30] In altre parole chi manteneva uno straccio di umanità e chi la perdeva totalmente. Se questo non è nazismo.

[31] Non è per caso una similitudine di un rito di iniziazione a una società iniziatica?

[32] http://www.richardtomlinsonmi6.blogspot.com

[33] È opportuno precisare che non esiste una prova indipendentemente di queste affermazioni fondamentalmente, gli unici elementi che abbiamo al riguardo sono i Tomlinson.

[34] E riferimento, che il traffico di droga è gestito da servizi segreti.

[35] http://rudy2.wordpress.com/intervista-concessa-ad-un-ex-agente-dei-servizi-segretisorveglianza-segreta-e-tortura-con-radiazioni-da-parte-dei-servizi-segreti/

[36] http://www.associazionevittimearmielettroniche-mentali.org/rassegnascienza/RASSE..

[37]                                                                      C.s.

[38] https://marcos61.wordpress.com/2015/07/17/omicidio-palme-chi-e-stato-cosa-ce-dietro/

[39] https://www.facebook.com/istorija.kultura.srbije/videos/vucic-e-bill-clinton-nel-2016speriamo-che-un-giorno-popolo-si-libera-di-queste-c/440201036552252/

[40] La negromanzia è una forma di divinazione, in cui i praticanti, detti necromanti, cercano di evocare gli spiriti dei defunti. Sinonimo di negromanzia è psicomanzia.

[41] Negli USA ci si chiedeva come mai il settante per cento degli oltre settemila prigionieri di guerra americani avevano ceduto rivelando qualche segreto militare o le operazioni a cui stavano partecipando, ma il quindici per cento fecero qualcosa di più, non si limitarono a collaborare durante la prigionia ma continuarono ad avere atteggiamenti e svilupparono una prassi che furono definiti “comunisti”. Addirittura 21 di loro chiesero di ritornare in Cina. Fonti. U.S. Department of Affairs e Albert D. Biderman in  March to Calumy. The Story of American POW, in the Korean War, MacMillan, New York e Londra 1963.

[42] Con questo, tengo a precisare, non intendo giustificare l’uso della tortura, che ritengo incompatibile con una società socialista che dovrebbe avere come scopo l’emancipazione completa dell’essere umano.

[43] La liberazione della Corea dal dominio coloniale giapponese fu una delle conseguenze immediate della seconda guerra mondiale. Essa modificò radicalmente la situazione del paese. Il crollo del dominio coloniale del Giappone assestò un duro colpo ai suoi alleati coreani, gli agrari e la grande borghesia. La borghesia nazionale della Corea, era interessata, che dopo la liberazione, il paese continuasse a svilupparsi lungo la via capitalistica, era debole e senza aiuti esterni, impotente a realizzare i suoi disegni. I suoi gruppi dirigenti erano compromessi agli occhi del popolo per aver collaborato con i colonialisti.

   La classe operaia coreana costituiva una considerevole forza sociale e contava oltre 2 milioni di lavoratori, circa 600 mila dei quali occupati nell’industria. La massa fondamentale del proletariato industriale della Corea era concentrata nelle sue regioni settentrionali. Nel corso della precedente lotta di liberazione si erano rafforzati i legami della classe operaia con i contadini e gli altri strati di lavoratori e si erano così create le premesse per la ricostituzione del partito comunista. Dopo il crollo del dominio giapponese, la dislocazione delle forze di classe, le condizioni oggettive e soggettive, nel loro complesso, favorì la creazione di una situazione rivoluzionaria e la possibilità di una rivoluzione democratico-popolare.

   Sulla base degli accordi tra gli alleati, la Corea fu divisa in due zone: quella settentrionale, a nord del 38° parallelo, controllata dalle truppe sovietiche, e quella a sud dello stesso parallelo, presidiata dalle truppe americane.

Si trattava di una spartizione provvisoria, in attesa della capitolazione delle forze giapponesi.

Nella Corea settentrionale le forze armate sovietiche crearono tutte le condizioni necessarie per lo sviluppo delle attività degli organi del potere popolare. In breve tempo fu distrutto l’apparato coloniale, furono liquidati tutti gli organi dell’amministrazione giapponese, furono annientate le basi del domino economico del Giappone.

La grande industria, i trasporti, i mezzi di comunicazione, le banche di proprietà dei giapponesi, furono messi sotto il controllo e la gestione del Comando militare sovietico per esser consegnati successivamente al loro legittimo proprietario: il popolo.

   L’amministrazione civile si poneva come compito fondamentale quello di aiutare i lavoratori coreani a sviluppare la Corea come uno Stato democratico e indipendente. Tecnici di professioni civili che si trovavano nelle file dell’esercito sovietico, si misero al lavoro per aiutare immediatamente i lavoratori coreani a ricostruire l’economia danneggiata dal colonialismo e dalla guerra, sviluppare la cultura, preparare i dirigenti.

   La presenza nella Corea settentrionale delle truppe sovietiche aveva inoltre paralizzato le forze della reazione imperialista e coreana, privandole della possibilità di intervenire o di scatenare la guerra civile.

   Le condizioni createsi nella parte settentrionale del paese vi avevano facilitato lo svolgimento di un processo rivoluzionario.

La forza dirigente e organizzatrice di questo processo era rappresentata dai comunisti.

   I comunisti erano alla testa dei comitati popolari creati subito dopo la liberazione, in conformità a una larga coalizione delle forze democratiche. Dall’8 al 10 ottobre 1945 ebbe luogo a Pyong-Yang una conferenza dei rappresentanti dei comitati popolari che discussero problemi relativi alla loro organizzazione e attività. I comitati popolari cominciarono a procedere alla confisca delle terre appartenute agli agrari giapponesi e ai coreani traditori, che furono consegnate gratuitamente ai contadini poveri e ai braccianti agricoli. Secondo una decisione presa dagli stessi comitati, il canone della terra data in affitto non poteva essere superiore al valore del 30 per cento del raccolto. I comitati popolari, aiutati attivamente dalle truppe sovietiche, ricostruirono l’economia, presero misure per assicurare il vettovagliamento della popolazione, aiutarono i disoccupati e gli indigenti. http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custag21-007339.htm

[44] Nella Corea meridionale la situazione si aggravava sempre di più. Dal 20 marzo all’8 maggio 1946 si svolsero i lavori della commissione mista sovieto-americana che, tra l’altro, avrebbe dovuto concorrere alla costituzione di un governo democratico provvisorio della Corea. La delegazione americana cercò di tener lontani dalle consultazioni i rappresentanti dell’opinione pubblica democratica coreana. Di fronte al deciso rifiuto sovietico di aderire a questa pretesa, la delegazione USA interruppe i lavori della commissione. Nello stesso tempo le autorità americane avevano iniziato un’offensiva aperta contro le forze democratiche della Corea meridionale: ordinanze e risoluzioni limitavano le possibilità di attività legate delle organizzazioni democratiche, le persecuzioni nei loro confronti furono intensificate, i loro dirigenti arrestati.

   Tutto ciò contribuì a rendere la situazione incandescente. Nel corso dell’estate del 1946 ebbero luogo nella Corea meridionale manifestazioni di massa, scioperi, rivolte contadine. Gli operai erano i più attivi. Nel settembre 1946 i ferrovieri chiesero un aumento dei salari e il miglioramento dei rifornimenti alimentari. Le autorità opposero un rifiuto e allora il sindacato dei ferrovieri proclamò uno sciopero generale, che fu appoggiato dai poligrafici, dagli operai dei cantieri navali e da quelli degli stabilimenti industriali. Il traffico ferroviario fu interrotto in tutta la Corea del sud, le comunicazioni subirono la stessa sorte, furono chiusi molti istituti, scuole, collegi. Gli scioperanti, diretti da un comitato di sciopero della Corea meridionale, posero alle autorità di occupazione una serie di rivendicazioni: cessazione immediata del terrorismo, il potere ai comitati popolari, libertà politiche per la popolazione, ripresa dei lavori della commissione mista sovieto-americana e formazione di un governo democratico, secondo le decisioni della conferenza di Mosca, attuazione delle stesse trasformazioni democratiche già operate nella Corea del nord.

   Le rivendicazioni degli operai in sciopero erano sostenute dagli altri strati della popolazione, e in primo luogo dai contadini. Preoccupate per l’ampiezza dello sciopero, le autorità di occupazione promisero di soddisfare alcune rivendicazioni economiche, alla condizione che lo sciopero fosse fatto preventivamente cessare. Ma quando il traffico ferroviario fu ripreso su alcune reti esso, invece di essere utilizzato per i trasporti di riso promessi, lo fu per spostare cannoni e mitragliatrici. Il comitato di sciopero dichiarò allora che gli operai non avrebbero ripreso il lavoro fino a quando le loro rivendicazioni non fossero state accolte. Allora le autorità scagliarono contro gli operai i militari, la polizia, i terroristi. Spedizioni punitive furono compiute anche nelle campagne.

   Le masse popolari della Corea meridionale risposero al terrore con la lotta armata. All’inizio di ottobre nella città di Taegu operai, contadini e studenti disarmarono soldati e polizia e instaurarono il potere dei comitati popolari.

   La lotta impari dei patrioti con i militari americani durò alcuni giorni.

   Nell’ottobre e all’inizio di novembre scontri armati ebbero luogo anche in altre città della Corea meridionale, così come nelle campagne, dove i contadini attaccarono reparti di polizia e poderi di agrari. Anche notevoli strati di media borghesia e di intellettuali presero parte agli scontri. Al movimento presero parte più di due milioni di persone. Alla loro testa c’era il proletariato sudcoreano, che fu il primo a iniziare la lotta e fornì prova, nel suo corso, di un grande spirito di organizzazione e di fermezza.

   Le autorità di occupazione e la reazione sudcoreana soffocarono i moti di ottobre con grande durezza, uccidendo o ferendo circa 7 mila persone e arrestandone più di 25 mila.

   Allo stesso tempo le autorità di occupazione si videro costrette a rispondere al movimento popolare anche con qualche concessione di carattere economico ai lavoratori. Inoltre, per dare ai coreani una parvenza di autonomia amministrativa, esse crearono una camera legislativa e un’amministrazione civile coreana, entrambe, però formate con elementi dirigenti della società borghese-agraria coreana. Contemporaneamente proposero di indire nella Corea del sud elezioni per un’assemblea nazionale”. Grazie al terrore e al dominio della reazione, queste elezioni si conclusero con una vittoria della borghesia. Ciononostante le larghe masse popolari continuarono a insistere perché il potere fosse trasferito ai comitati popolari, perché fossero attuate le decisioni della conferenza di Mosca.

   Nelle condizioni che si erano andate creando appariva estremamente importante mantenere in vita e unire le organizzazioni rivoluzionarie della Corea meridionale e garantire loro la possibilità di un’esistenza legale.

   Nel novembre 1946 il partito comunista, il partito popolare e il nuovo partito popolare si fusero nel Partito del lavoro della Corea meridionale. Nel maggio 1947 la commissione mista sovieto-americana riprese i suoi lavori, ma la delegazione USA cercò di silurarla. Nella Corea meridionale s’intensificarono le repressioni contro le organizzazioni democratiche. Nel solo mese di agosto furono arrestati 12 mila esponenti democratici.

   Poiché le posizioni degli USA avevano reso impossibile la creazione di un governo democratico provvisorio alle condizioni indicate dalla conferenza di Mosca, l’Unione Sovietica il 26 settembre 1947, tramite il suo rappresentante nella commissione mista, propose il ritiro contemporaneo dalla Corea delle truppe sovietiche e americane e di dare allo stesso popolo coreano la possibilità di decidere da sé dei suoi problemi statali.

   Gli USA respinsero questa proposta e cominciarono a operare separatamente per formare un governo reazionario.   Nello stesso tempo essi portarono il problema coreano all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La maggioranza dell’Assemblea, nonostante una ferma protesta dell’URSS e dei paesi democratico-popolare e contro la volontà del popolo coreano, decise l’invio in Corea di una commissione provvisoria dell’ONU, incaricata di controllare lo svolgimento delle elezioni per l’ “assemblea nazionale”. Il popolo coreano accolse questa decisione con profonda indignazione.   Nella Corea del nord ebbero luogo ovunque comizi e manifestazioni di protesta.

   I lavoratori svilupparono la lotta per superare i piani della produzione e per consolidare i successi economici della Corea settentrionale, base democratico-rivoluzionaria del paese. Nella Corea meridionale, in segno di protesta contro le “elezioni” e contro la creazione della commissione dell’ONU, il 7 febbraio 1948 gli operai proclamarono uno sciopero generale. Questo fu seguito da rivolte in massa di contadini, di studenti e di altri strati della popolazione, che sfociarono in lotte armate.

[45] http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/988-3-aprile-1948-linsurrezione-di-jeju

[46] http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custag21-007339.htm

[47] Behold a Pale Horse, William Cooper, Light Tecnology Press. Sedona, AZ 1991 p. 166.

[48] Nel 1971 apparvero sulla stampa americana i testi chiamati Le Carte del Pentagono (Pentagon Papers), documenti segreti resi pubblici da Daniel Ellsberg, un vecchio analista della Rand Corporation. In quel periodo venne anche pubblicato il libro The Jasons: The Secret History of Science’s Postwar Elite (La Storia Segreta della Scienza nella Guerra Fredda) di Ann Finkbeiner. Mentre i primi testi evidenziavano le macchinazioni del governo USA durante la guerra del Vietnam, il secondo rilevava l’esistenza di un’équipe segreta di scienziati che collaboravano con varie amministrazioni passate per Washington. Questo gruppo era conosciuto come Jason. L’origine di questo nome viene dalla mitologia greca, dalla storia di Giasone (Jason tradotto in inglese) e gli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, oggetto che gli avrebbe dato vittoria e gloria. Ma nulla lega questi scienziati del Pentagono con i cercatori della leggenda greca, né con il verso Giasone, che scoprì la pelle di montone dorata appesa ad un albero di Dodona, il luogo denominato Iperborea al Polo Nord. Jason era quindi un’équipe segreta di scienziati che collaboravano col potere, e come ci racconta il professore di matematica catalano Salvador Lòpez Arnal, nel 1971 Jason rappresentava un chiaro impegno politico di un gruppo di scienziati che includeva le eccellenze della scienza fisica e biologica, compresi alcuni premi Nobel nella propria disciplina. Link. http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?=News&file=printe&sid=5934

[49] Nguyen Van Vinh, The Vietnamese People on the Road to Victory, 1966, p. 7.

[50] Maurice Maeterlinck,  The Blue Bird: The Wanderful Adventures of Tyltyl and Mytyl in Search of Happiness, Atto II, Scena 2. The Land of Memory, Silver-Burdett, and Company. 

[51]                                                                         C.s. p. 113

[52]                                                                        C.s. p. 48

[53]                                                                       C-s.    p- 128

[54] Dal pensiero  esoterico di Ermete Trismegisto:

   Il Significato Esoterico di Come Sopra Così Sotto. Quello che è sotto corrisponde a quello che è sopra, al compimento del Miracolo dell’Uno.

   Il Cielo è sopra, e le energie dei Pianeti sono ciò che è sotto, sulla Terra.

   Noi umani che viviamo in questo “sotto siamo fatti delle stesse energie celesti di quello che c’è “sopra”. Quindi, noi siamo il Microcosmo, e l’Universo è il Macrocosmo.

   “Lo Spirito dell’Uomo viene dalle stelle, la sua Anima dai Pianeti, il suo corpo dagli elementi”. (Paracelso).

   Più recentemente Carl Sagan: “Noi siamo polvere di stelle”.

   Le nostre Anime immortali appartengono al Creatore così come tutte le Stelle del Cielo.

   Le stesse energie ed elementi chimici che troviamo nelle stelle si trovano anche nei nostri organismi.
Come sopra, così sotto è anche il segreto nascosto nella Scienza dell’Alchimia, contenuto anche nella Bibbia e nella Scienza Gnostica.

  • Il nostro scopo nella vita è evolvere, non involvere.
  • Risorgere, non cadere.
  • Amare ed essere amati.
  • Coloro che non conoscono il loro passato, semplicemente sopravvivono.
  • Coloro che vivono in una bugia, moriranno sempre, e coloro che vivono nella Verità non moriranno mai.

assumiamo che tu ne sia felice.

to sito noi assumiamo che tu ne sia felice.

[55] Accanto alle religioni ufficiali, riconosciute e controllate dallo Stato, il mondo antico conobbe la nascita e la diffusione delle religioni misteriche che presentavano caratteri peculiari e autonomi. Le divinità fatte oggetto di questi culti occupavano spesso una posizione marginale – almeno inizialmente – nei culti dominanti, come avvenne per Demetra e Dioniso poco citati dai poemi omerici (VIlI sec.), i quali pure ci forniscono la descrizione più ampia del pantheon greco; erano divinità agrarie, del grano (Demetra) e della vite (Dioniso), la cui azione benefica era connessa all’avvicendamento delle stagioni e quindi al ciclo di morte e rinascita.

   In questi culti si faceva strada una concezione nuova della religione: essa non si configurava più come un rapporto contrattuale e utilitario fra la comunità statale e gli dèi protettori, nel quale la cerimonia e l’offerta sacra erano funzionali all’interesse dello Stato e quindi della classe dominante, nelle religioni misteriche l’individuo entrava in un rapporto diretto con la divinità e in un’aspettativa soteriologica: egli cioè si aspettava la “salvezza” (soterìa) dopo la morte a prescindere dalla sua posizione nella società; di qui l’obbligo di un rito di iniziazione (mystes è in gr. l’ “iniziato”), senza del quale non si era accolti tra i “fedeli” del dio.

   Gli adepti appartenevano a tutte le classi sociali, ma per lo più alle classi subalterne, e vi erano ammessi donne e schiavi, cioè coloro che la religione ufficiale teneva ai margini del culto; sicché gli affiliati si configuravano come una comunità “altra”, nella quale cadevano o si attenuavano le gerarchie sociali; i riti si svolgevano per lo più di notte, a sottolineare il carattere separato e alternativo rispetto alla religione ufficiale; essi avevano aspetti “orgiastici” (il gr. orgia equivale a “culto misterico”), contraddistinti da invasamento (il dio “prendeva possesso” dell’adepto), da ebbrezza e da pratiche sessuali, che peraltro vengono decisamente esagerati dalle fonti, generalmente ostili (come Livio).

   I misteri orfici rievocavano il mito di Orfeo che scese negli Inferi per liberare la moglie Euridice e ne risorse.

   I misteri eleusini – celebrati a Eleusi in Attica – s’imperniavano sul mito di Demetra che vuol liberare la figlia Core rapita negli Inferi.

   Sul ciclo morte-resurrezione erano basati anche i misteri di Iside e Osiride, che, nati fra gli Egizi, erano da molti ritenuti la vera matrice dei culti orfici e dionisiaci (Diodoro Siculo, I, 22-23), nonché i misteri di Attis e Cibele (la “Grande Madre”), di origine frigia, e di Adone e Astarte, provenienti dalla Siria; tutti questi si diffusero gradualmente nel mondo greco-latino.

[56] Rockefeller’s Fascism   with a Democratic Face, p. 56

[57] Michael Minnicino, Low Intensity Operations The Reesian  Theary of War, in The Tavistock Grin,

[58] http://archiviostorico.corriere.it/1996/luglio/25/Cardella_spunta_impero_miliardario_co_8_9

[59] Costituzione di una Commissione Nazionale di studio in materia di funzioni del Giudice Tutelare e dell’Amministratore di sostegno.

Psichiatria Democratica e Magistratura Democratica hanno costituito una Commissione di Studio perché il Paese si doti di uno strumento di legge (Amministratore di sostegno) che serva a sostenere adeguatamente le persone in difficoltà, soprattutto oggi che progressivamente si vanno svuotando gli Ospedali Psichiatrici. L’obiettivo che ci si prefigge è quello da un lato di limitare ai soli casi estremi il ricorso agli istituti dell’inabilitazione e dell’interdizione e dall’altro a far sì che l’attenzione si sposti dalla ”roba” alla quotidianità della persona. Responsabili della Commissione sono stati designati i dottori E.LUPO e L. ATTENASIO per P.D. e il dott. AMATO per M.D.

Roma 1997

Comunicato Stampa.

PSICHIATRIA DEMOCRATICA MAGISTRATURA DEMOCRATICA

In relazione al Progetto di Legge relativo alla costituzione dell’Amministratore di sostegno per i cittadini in difficoltà anche temporanea a causa di menomazioni o malattie o a causa dell’età, presentato dal governo lo scorso luglio, Psichiatria Democratica e Magistratura Democratica ,attraverso i rispettivi Segretari Nazionali dott. Emilio LUPO e Vittorio BORRACCETTI, richiamano l’attenzione del Governo e del Parlamento tutto, acchè sia promossa sul tema una ampia e rapida consultazione di quelle realtà nazionali impegnate a fianco dei meno garantiti.

P.D. ed M.D. auspicano che in tempi brevi il Paese si doti di uno strumento che garantisca diritto di cittadinanza e dignità di vita a quei cittadini cui oggi è concessa la sola interdizione.

LUPO e BORRACCETTI si dicono, infatti, preoccupati dal fatto che, in assenza di disposizioni più adeguate e rispondenti alle necessità del singolo in difficoltà, possa concretizzarsi il pericolo che in talune realtà, nel corso del processo di chiusura dei manicomi si promuovano interdizioni di massa.

Settembre 1997

Invito al Governo ed al Parlamento perché riprenda e si concluda la discussione sui progetti di legge

Psichiatria Democratica e Magistratura Democratica invitano il Governo ed il Parlamento a voler adoperarsi perché la Commissione giustizia della Camera dei Deputati riavvii la discussione ed il confronto-in Commissione Giustizia- sul testo unificato dei progetti di legge nn.960 e 4040,relativamente alle ”Disposizioni in materia di funzioni del Giudice tutelare e dell’Amministratore di sostegno”. Le due Associazioni che nei mesi scorsi hanno trovato nell’ Onorevole Giuliano PISAPIA (allora Presidente della Commissione) un attento e sensibile interlocutore , oggi rinnovano l’invito a tutti coloro che hanno a cuore lo sviluppo di pratiche dei diritti, perché il testo della Commissione-con le opportune modifiche ed integrazioni- costituisca l’utile base di una discussione rapida e definitiva.

Napoli, gennaio 1999

[60] http://www.giornalettismo.com/archives/915489/le-iene-il-forteto-e-il-potere-che-copre-gli-stupri-sui-bambini/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A%20giornalettismocom%2

[61] Michael Minnicino, Low Intensity Operations The Reesian  Theary of War, in The Tavistock Grin, p. 63

[62] David Christie,  INSNA: Handmaidens of British Colonialism, EIR, 7 dicembre 2007.

[63] Carol Menzel, Coersive Psychology Capitalism’s Monster Science, The Campaigner, febbraio-marzo 1974.

[64] Michael Minnicino, Low Intensity Operations The Reesian  Theary of War, in The Tavistock Grin, p. 16.

[65] John Davison Rockefeller Jr. (1874-19609 è stato un imprenditore statunitense. Figlio ed erede del ricchissimo petroliere John Davison Rockefeller, controllò le fortune della famiglia Rockefeller nella prima metà del XX secolo e divenne un personaggio di riferimento per l’alta finanza.

  Negli anni 1909-13 e in quelli che seguirono, Rockefeller trasferì blocchi d’azioni della Standard Oil Co. (posseduta dalla famiglia) per più di 300 milioni di dollari sul conto della fondazione Rockefeller gestita dai suoi fiduciari.

   Dopo la prima guerra mondiale, la Fondazione Rockefeller riversò denaro nella repubblica tedesca per gli studi di una specializzazione medica nota come “genetica psichiatrica”. Questa branca applica alla psichiatria i concetti di eugenetica sviluppata presso i laboratori Calton londinesi e le sue derivate Società Eugenetiche, in Inghilterra e negli U.S.A. La Fondazione Rockefeller creò l’istituto per la Psichiatria Kaiser Wilhelm a Monaco e l’istituto Kaiser W. Per l’Antropologia, l’Eugenetica e l’Ereditarietà Umana. Il capo di entrambi questi istituti era lo psichiatra fascista svizzero Ernst Rudin. Tra l’altro l’istituto di Monaco fu anche finanziato da Gustav Krupp (capo del gruppo familiare Krupp acciai e armi) e da Kuhn Loeb un espatriato americano della famiglia di banchieri della famiglia di banchieri Kuhn Loeb.

   Gli psicologi e gli esperti in purificazione della produzione Rockefeller crearono un canale di finanziamento per la ricerca medica la Fondazione Jasiah Macy diretta dal generale M. Churchill, Il gruppo Macy dirigerà gli esperimenti londinesi più avanzati di controllo mentale ed ingegneria sociale. Nel 1932 il movimento eugenetica si riunì al Museo Americano di Storia Naturale a New York City, questo incontro era organizzato dall’International Federation of Eugenics Organizations (organismo creato nel 1925).

[66] Sotto questa sigla è universalmente nota la Young Men’s Christian Association (Associazione Cristiana dei Giovani). Questa istituzione, di origine e carattere protestante, sorse sotto assai modesti auspici nel 1845 in Londra per opera di un giovane commerciante inglese, Giorgio Williams. Esso costituì all’inizio un semplice e fraterno convegno di giovani cristiani intesi a rafforzare la loro fede con la lettura della Bibbia e la preghiera in comune. Ma per combattere più efficacemente le tentazioni del nuovo ambiente creato dal sorgere dell’urbanesimo e della civiltà industriale, il Williams si convinse che occorreva allargare il campo d’azione e badare alla difesa e alla salvezza dell’uomo intero – corpo, mente e spirito -, com’è simboleggiato dallo stemma triangolare dell’associazione.

   Dall’Inghilterra il movimento si estese presto nell’Europa e nell’America Settentrionale; in Italia le prime associazioni furono fondate nelle Valli Valdesi del Piemonte nel 1851, sviluppandosi poi, con l’unificazione della patria, in tutta la penisola per costituirsi, nel 1887, in Federazione nazionale.

[67] Rockefeller’s Fascism   with a Democratic Face, p. 63

[68] Michael Minnicino, Low Intensity Operations The Reesian  Theary of War, in The Tavistock Grin.

[69] Il di questi centri è sorto nel Regno Unito,  fanno parte di una rete internazionale di organizzazioni no-profit con l’obiettivo dichiarato di promuovere la solidarietà internazionale tra organizzazioni sindacali e gruppi affiliati al fine di realizzare un mondo democratico e sostenibile società. Le principali attività delle organizzazioni GLI sono lo sviluppo dell’istruzione, del rafforzamento delle capacità e della ricerca sullo sviluppo del movimento internazionale del lavoro, sulla politica di genere e sulle strategie organizzative. Il Global Labour Institute lavora con federazioni sindacali globali, sindacati nazionali, associazioni dei lavoratori, agenzie di sviluppo, istituti di ricerca, organizzazioni per l’istruzione dei lavoratori e ONG.

[70] Il Consiglio per la sicurezza nazionale è il principale organo che consiglia e assiste il presidente degli Stati Uniti d’America in materia di sicurezza nazionale e politica estera.

[71] Sono coloro che lavorano all’interno dell’organizzazione, sono definiti anche clienti interni. Da notare la visuale commerciale dove scompare la dizione di lavoro dipendente.

[72] Testo sui metodi di Tavistock e l’organizzazione nascosta, Mario Perini, Franco Angeli, Collana Azienda Modena, Milano, 2007.

[73] Certamente non è un caso l’uso di massa di SMS, Watzap e le spiate per mobbing di massa in luoghi lavoro, e sociali.  


L’ITALIA: UN IMPERIALISMO DEBOLE E MARGINALE

•marzo 30, 2021 • Lascia un commento

   Cosa distingue l’Italia dalla Francia, dalla Germania e dall’Inghilterra oppure dal Giappone, visto che per qualche anno paragonare lo sviluppo economico italiano a quello di quest’ultima potenza? Perché in Italia le crisi economiche, politiche, sociali, sanitarie ecc. assumono caratteri più accentuati rispetto a quanto avviene nei paesi europei più orti?

    Quello che distingue l’Italia dai principali paesi europei e dal Giappone è il fatto che l’Italia è un paese imperialista “debole” e di tipo “marginale”. Per capire i motivi di questa diversità e per comprendere le rilevanti conseguenze che ne derivano è necessario partire dalla considerazione della maggiore arretratezza economica dell’Italia.

   Nel gruppo dei principali paesi e in Giappone a differenza che in Italia, l’accumulazione del capitale industriale è stato il motore centrale dello sviluppo economico e del relativo superamento di produzione semi-feudale nelle campagne. Il ruolo dello Stato, in tutta una prima decisiva fase di questo processo, è consistito nell’operare per garantire la cornice giuridico-istituzionale più favorevole alla riproduzione dei rapporti capitalistici. Sulla base dell’accumulazione generata dal capitale industriale si sono sviluppati istituti finanziari strettamente collegati all’industria. Per tutta una fase prolungata la libera concorrenza tra le varie imprese industriali, non influenzata da un diretto intervento statale, ha favorito la selezione tra le imprese accelerando  i processi concentrazione e centralizzazione, con conseguente eliminazione delle imprese meno produttive. In questo modo si è arrivati alla formazione di una robusta struttura economico-finanziaria fondata sulla grande e sulla media industria e quindi alla costituzione dei classici monopoli industriali e finanziari. Sulla base di questi monopoli durante la prima guerra mondiale si è appunto determinata la nascita del Capitalismo Monopolistico di Stato (CMS) tipico dei paesi imperialisti industriali e, in seguito alla crisi degli anni Trenta della seconda guerra mondiale, del sistema complessivo del Sistema Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS).

   L’Italia e probabilmente la Spagna hanno invece seguito un percorso diverso e, pur diventando paesi imperialisti, hanno dovuto fare i conti con alcune modalità tipiche dei paesi a capitalismo dipendente e a capitalismo burocratico. La diversità tra l’Italia e la Spagna consiste essenzialmente nella differenza quantitativa e qualitativa relativa a tali modalità. La Spagna si ritrova inscritti alla propria economia e nel proprio Stato i segno del capitalismo dipendente e del capitalismo burocratico in misura significativamente più accentuata che nella stessa Italia.

   L’Italia non si è quindi sottratta compiutamente ai destini dei paesi a capitalismo dipendente. Solo per il rotto della cuffia è riuscita nei primi anni del Novecento a cogliere le ultime possibilità di entrare nell’ambito delle potenze imperialiste poco prima che l’imperialismo si affermasse organicamente su scala mondiale. Dopo tale affermazione, infatti, l’avvenuta affermazione infatti l’avvenuta spartizione del mondo ha determinato ovviamente la costituzione di una insuperabile barriera di ingresso,[1] che ha condannato i paesi non imperialisti alla condizione del capitalismo dipendente e del capitalismo burocratico.

   L’Italia è entrata nell’ambito delle potenze imperialiste come ultima ruota del carro, non come un paese subordinato all’imperialismo ma come un paese imperialista marginale, un paese capitalista se non dipendente di certo “semidipendete” sul piano finanziario, fortemente condizionato dalle potenze imperialiste più forti, prima la Francia all’epoca dell’Unità d’Italia, poi la Germania, quindi la Francia e la Germania simultaneamente, quindi ancora la Germania e, dopo la seconda guerra mondiale, gli USA in particolare e di nuovo le altre le altre potenze europee.

   L’idea comune secondo cui la rottura dell’Unione Europea libererebbe l’Italia da questa condizione di semi-dipendenza è mistificante perché confonde la questione dei caratteri strutturali assunti dall’imperialismo nei primi anni del Novecento con la questione dell’esistenza e della Comunità Europea.

    Anche se tale “comunità” dovesse completamente venir meno non muterebbe affatto i caratteri i caratteri dell’imperialismo italiano. Che lo voglia o no, ma in ultima analisi non può non volerlo, la borghesia italiana è oggettivamente semi-dipendente[2] dalle principali potenze economiche, in primo luogo dagli USA e dalla Germania.

L’ECONOMIA ITALIANA: UN RITARDO STORICO

   La rottura dell’Unione Europea si tradurrebbe non un una minore dipendenza, ma all’opposto in una forma più diretta e accentuata “semi-dipendenza”[3]. L’idea che l’imperialismo italiano possa operare in direzione del superamento dei propri caratteri strutturali ritornando alla moneta nazionale, sviluppando una politica economica più protezionistica e introducendo elementi di autarchia economica, è semplicemente la copertura degli interessi di chi in nome di tutto questo vuole, da un lato legare ancora più strettamente l’economia italiana all’economia di questa o quella potenza imperialista (come per esempio la Germania[4] e dall’altro, usare il nazionalismo, il protezionismo e le manovre finanziarie (svalutazione e inflazione) per fomentare il fascismo e poter trasferire ampie porzioni di reddito dagli strati popolari ai vari strati borghesi.

    Non solo l’Italia è un paese imperialista semi-dipendente e sempre resterà tale sino a quando dominerà l’imperialismo, a meno di una qualche vittoria su vasta scala delle potenze occidentali in una prossima guerra imperialista, ma è anche,  non a caso, un paese imperialista caratterizzato da un ruolo delle rendite.

   Quando si dice che l’Italia è arretrata economicamente e quando conseguentemente si sottolinea la sua specificità rispetto ai principali paesi europei, si deve proseguire individuando con precisione le cause di fondo di una tale situazione che fenomenicamente rimanda ad aspetti come la polverizzazione della struttura produttiva, la debolezza della media e della grande impresa, i bassi salari, l’elevata precarizzazione e l’elevatissimo tasso di disoccupazione, i bassi tassi d’investimento nella ricerca, la persistenza della questione meridionale e delle isole, la struttura particolarmente iniqua della tassazione, lo stato disastroso della sanità e degli altri servizi sociali, l’abnorme corruzione e lo strapotere delle mafie e della grande criminalità l’anomalia della presenza  dello Stato del Vaticano, le servitù militari, i rilevanti nessi strutturali tra organizzazioni fasciste, apparati repressive e servizi segreti, NATO e imperialismo USA, ecc.

CRISI FIAT E “SISTEMA ITALIA”

Un esempio eclatante della debolezza strutturale dell’economia italiana e vedere il rapporto che ci fu tra crisi FIAT e “Sistema Italia”.

   E’ vulgata comune per capitalisti, giornalisti prezzolati, e  “sinistri” vari che le ristrutturazioni nel settore dell’auto (e nell’industria in generale) siano necessarie per uscire dalla crisi.

   C’è da chiedergli a questi signori, come mai la FIAT che negli anni 80 aveva ristrutturato è ancora adesso in crisi? Che nel 1990 era al 15° posto tra i maggiori gruppi industriali, nel 2005 passa al 33°.

tabelle comparative

Maggiori gruppi industriali 2005-1990

20051990
N.GruppoNazioneFatturatoN.GruppoNazioneFatturato 
1BPInghilterra2241GMUsa79 
2Exxon MobilUsa2192ShellG.B.-Olanda66 
3ShellUsa2113ExxonUsa66 
4GMUSA1524FordUsa57 
5Daimler ChryslerGermania1395ToyotaGiappone50 
6ToyotaGiappone1366IbmUsa42 
7FordUsa1357IriItalia41 
8GEUsa1208GeUsa38 
9TotalFrancia1209BpInghilterra37 
10ChevronUsa11610DailmerGermania36 
11Conoco PhilipsUsa9611MobilUsa36 
12VolkswagenGermania8712HitachiGiappone36 
13Nippon TNTGiappone7913MatsushitaGiappone31 
14SiemensGermania7214Philip MorrisUsa  31 
15IbmUsa  7115FiatItalia29 
16HitachiGiappone6616VolkswagenGermania29 
17MatsushitaGiappone6417SiemensGermania28 
18HondaGiappone6318SamsungSud Corea28 
19HPUsa  6319NissanGiappone27 
20NissanGiappone6320UnileverG.B.- Olanda26 
21Sino pecCina5921EniItalia26 
22EniItalia5822DuPontUsa24 
23Deutsche TelekomGermania5723TexanoUsa24 
24Verizon com..Usa5624ChevronUsa23 
25SamsungSud Corea5625Elf AquitaineFrancia23 
26State GridCina5626NestlèSvizzera23 
27NestlèSvizzera5627ToshibaGiappone21 
28PeugeotFrancia5528HondaGiappone19 
29China NPCina5329PhilipsOlanda19 
30SonyGiappone5230RenaultFrancia19 
31PemexMessico5031CrislerUsa19 
32VodafoneInghilterra4932BoeingUsa18 
33FiatItalia4733AbbSvizzera18 
         

   La stampa si è consumata sugli “errori” della Fiat: globalizzazione in ritardo da parte della Fiat, assenza di una politica industriale e così via. L’unica spiegazione che i vari “esperti” non tengono conto (o fanno finta) è che la Fiat aveva da tempo fatto la scelta di uscire dal settore dell’auto, perché questo settore presentava una concorrenza internazionale che non riusciva a reggere, e i profitti ricavabili avevano un’entità inferiore a quella di altri settori. Questa scelta vista da un punto di vista capitalistico, ha una sua logica.

   Nel 1990 la quota Fiat nel mercato italiano era del 52% (con Lancia e Alfa) nel 2002 è al 31%. In Europa è passata dal 14% all’8%. Un calo che percorre tutti gli anni ’90.

   La Fiat aveva 130.000 dipendenti nel 1980, calati a 90.000 a metà degli anni ’80, poi a 50.000 all’inizio degli anni ’90 (con 12.000 quadri e impiegati buttati fuori tra il 1993 e il 1994) per arrivare ai 36.000 nel 2002. Tutto ciò corrisponde alla scelta ben precisa di mantenere l’azienda in una china di “produttiva decadenza”: di non investire, ma ridurre le spese all’osso, un’operazione di “spolpamento” dell’azienda per ricavarne risorse da gettare altrove, tutto questo finché dura. Operazione, del resto, nella quale la Fiat è esperta: ha fatto così con l’Alfa Romeo “acquistata” (nei fatti regalata dallo Stato) nel 1986 pur di non vederla cedere alla Ford e l’ha progressivamente smantellata, lo stesso era accaduto con Lancia e Innocenti.

   Secondo Eurobusiness (citato da Ezio Mauro su La Repubblica): “negli ultimi sei anni Volkswagen ha speso 21 miliardi di euro per studiare i nuovi modelli, Renault 10,4 Bmw 10, Fiat appena 4,5”.

   Mentre disinveste nel settore dell’Auto, la Fiat acquisiva altrove. Facciamo degli esempi: nel 1999 acquista Case, Kobelco e Pico e nel 2001 entra nel settore elettrico alla grande. La Montedison controllata dalla Fiat per il 24,6% diventa la seconda azienda del comparto dopo l’Enel.

   Per avere il quadro completo della situazione, non bisogna dimenticare l’affacciarsi nel mercato mondiale dell’automobile da un paio di decenni di paesi come la Cina, l’India, l’Iran e del Brasile che hanno registrato un aumento della produzione (o di una “tenuta” come il Brasile che ha perso solo l’1%) assorbita soprattutto dai propri mercati interni che hanno continuato a svilupparsi.

   La produzione automobilistica mondiale (auto, veicoli commerciali e camion) nel 1999 era di 56 mln 259mila, nel 2009 è stata di 61 mln 715mila, quindi ha registrato il 9,69% di incremento, ma questo incremento è dovuto in grandissima parte allo sviluppo produttivo dei paesi capitalistici più giovani, come Cina, India, Brasile e Iran; incremento assorbito, come si diceva, soprattutto dai propri mercati interni; mentre i paesi che tradizionalmente producono ed esportano in tutto il mondo i propri veicoli a motore in nel decennio che va dal 1999 al 2009 hanno subito un pesante decremento.

Situazione delle produzione automobilistica a livello mondiale tra il 1999 e il 2009 (mln unità).

Paese19992009
USA13.0255.709
Giappone9.8957.935
Germania5.6885.210
Francia3.1802.048
Canada3.0591.491
Spagna2.8522.170
Sud Corea2.8433.513
Regno Unito1.9741.090
Cina1.83013.791
Italia1.7010.843
Messico1.5501.561
Brasile1.3513.183
Russia1.1700.772
Belgio1.0170.537
India0.8182.633
Polonia0.5750.884
Rep. Ceca0.3730.975
Taiwan0.3530.226
Tailandia0.3220.999
Sud Africa0.3170.373
Argentina0.3040.513
Turchia0.2980.870
Malaysia0.2540.489
Svezia0.2510.156
Slovenia0.1180.213
Iran0.1191.395
Romania0.1070.296

È visibile il tracollo delle potenze industriali del blocco occidentale, in particolare degli USA che hanno perso il 56% di produzione, il Giappone che ha perso il 19,8%, il Regno Unito il 44,7%, l’Italia il 50,4%, il Canada il 51,2%, la Francia il 35,6%; mentre è altrettanto evidente il balzo della Cina che ha più sestuplicato la propria potenzialità industriale portandosi agli stessi livelli produttivi del settore che avevano dieci anni prima gli USA, seguita dall’India che ha triplicato la sua produzione di dieci anni prima, l’Iran che nel 1999 aveva una produzione molto limitata, in dieci anni più che decuplicata, il Brasile con una produzione più che raddoppiata.

   Questo sviluppo industriale di paesi come la Cina, l’India cominciato negli anni ’90 è una conseguenza dell’eccesso di capitale che ha trovato come sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” in altre parole nella creazione di un unico sistema capitalistico in cui ai paesi semicoloniali si sono aggiunti gli ex paesi cosiddetti “socialisti” o che si definiscono come tali come la Cina, nel ruolo di fornitura di materie prime e di semilavorati e di produzione di manufatti a bassi salari e senza alti costi relativi alla sicurezza e alla protezione dell’inquinamento.

   A partire da questa fase del capitalismo, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi detti “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Kong).

   I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1986-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2000 + 46 47,2%. Questo gigantesco afflusso di capitali ha creato una mondializzazione della produzione industriale.

   Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è al di fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone.

   Gli Stati Uniti rimangono certamente ancora la più grande potenza industriale (nel 2008 erano il 24% del totale mondiale) mentre la Cina sempre in questo periodo si situava al 18% (dopo essersi posizionata al 6% nel 1995, al 10% nel 2000, al 13% nel 2005).

   Detto, questo bisogna sottolineare una caratteristica poco conosciuta ma molto importante dell’economia cinese attuale: il dominio del capitale straniero sui settori più dinamici e più produttivi dell’industria. Secondo un esperto del governo cinese, commentando la notizia che la Cina era diventata il primo esportatore mondiale: “circa l’83% dei prodotti ad alto contenuto tecnologico e il 75% dei prodotti elettronici esportati sono fabbricati in imprese a capitale straniero”.

   Le statistiche ufficiali cinesi illustrano chiaramente questo dominio. Nel 1986 le imprese a capitale straniero erano all’origine del 5,6% delle importazioni e dell’1,8% delle esportazioni del paese; nel 2007 la percentuale era salita al 57,8% delle importazioni e al 57,1% delle esportazioni; più della metà del commercio estero cinese è in realtà opera delle filiali di aziende straniere. Nel 1990 le imprese a capitale straniero erano responsabili del 2% della produzione totale cinese. Senza dubbio questa percentuale è in diminuzione dopo il 2003, ma, considerando che una parte delle imprese cinesi sono in realtà delle sottomarche di imprese straniere, è incontestabile che l’industrializzazione e soprattutto il progresso del commercio estero cinese dipende per una parte significativa del capitale internazionale. Le imprese straniere assicurano di fatto il 40% del PIL cinese.

   Una caratteristica delle esportazioni cinesi è che la metà delle esportazioni fanno parte dei “processing export”, cioè l’esportazione di merci prodotte (o assemblate) a partire da parti staccate o componenti importate. Questa percentuale sale all’85% per le imprese a capitale straniero; questo tasso è nettamente più elevato per le esportazioni di materiale elettronico e per i beni strumentali che non per il tessile, l’acciaio o la chimica, settori questi ultimi in cui le imprese straniere sono poco presenti. Il capitalismo cinese non controlla quindi che parzialmente, e quasi per niente nei settori detti di alta tecnologia, le filiere di produzione di merci sono esportate in altri paesi. Le imprese a capitale straniero v’importano componenti e parti staccate dai paesi asiatici vicini, per farvi produrre a basso costo da operai cinesi, merci che poi sono esportate verso i paesi capitalistici sviluppati, compresi quelli da cui sono usciti questi capitali.

   La crisi Fiat è il segnale di una difficoltà del sistema capitalistico italiano a reggere la concorrenza a livello internazionale: la Fiat, uno dei tre sgabelli dell’economia italiana (Medio Banca-Generali, Fiat, industrie statali) traballa, e il “sistema Italia” ha dei forti capogiri. L’intero sistema, infatti, se la passa male, non regge la competizione del mercato globale, il tanto invocato “piccolo e bello” non funziona più, tant’è che le piccole imprese chiudono (nel 2002 una ricerca della Confapi, parla di 60.000 piccole imprese sul punto di fallire), esistono pochi spazi per un recupero come sarebbe consentito in una fase di sviluppo e i capitalisti, alla ricerca di profitti spostano il capitale verso i settori, dove è più conveniente: l’accumulazione monetaria ha il sopravvento sull’investimento nella produzione.

   E in questa situazione, che la Fiat dal 1990 ha quadruplicato la sua produzione fuori dall’Italia, subendo però le intemperanze della crisi argentina, brasiliana, turca ecc.

   La crisi Fiat che si manifestò in maniera esplicita nel 2002 dimostrò in evidenza la debolezza dell’intero “sistema Italia” nella contesa internazionale.

   A causa della crisi in atto, si accentua il fenomeno della concentrazione delle aziende, dove la Fiat è chiamata a confrontarsi con realtà imprenditoriali di eccezionale forza economica. Basti pensare che la General Motors, che tanta parte ha avuto nella vicenda Fiat, è una delle prime industrie nel mondo ed è sui suoi livelli che la Fiat era chiamata a confrontarsi. Il declino economico della Fiat sta all’interno della condizione negativa che coinvolge il ”sistema Italia”, il quale ha la più bassa concentrazione di capitali rispetto ai paesi concorrenti: in Italia prevale la piccola industria, il commercio al dettaglio e i distretti organizzati della piccola produzione non riescono a reggere la concorrenza con gli altri colossi imperialisti.

   L’unione delle piccole e medie industrie, in Italia non è giunta a un punto da poter contrastare l’azione centralizzata dei colossi multinazionali e talvolta non riesce neppure a reggere la competitività con paesi meno sviluppati capitalisticamente che beneficiano di un costo della manodopera più basso. Le imprese con più di 500 addetti in Italia nel 2001 solo il 15%, mentre nello stesso periodo in Germania rappresentano il 56% e in Francia il 43%. Inoltre, in Italia, le grandi imprese hanno anche una composizione organica del capitale più bassa che in altri paesi concorrenti: un’analisi di Mediobanca su 256 multinazionali dimostra che nel 2002 le 13 italiane hanno 189 miliardi di euro di attivo, in Francia in 23 producono un attivo 413 miliardi di euro, in Germania in 18 producono 677 miliardi di euro di attivo. Se si guarda gli investimenti per la ricerca, essi sono passati dal 5,8% nel ’99 al 3.7% di oggi, in particolare alla Fiat gli investimenti fatti in questi ultimi anni sono insufficienti: nel periodo che va dal 1997 al 2001, la Fiat ha speso 3.5 miliardi di euro in ricerca e sviluppo (pari al 2,8% dei ricavi) e 5,65 miliardi di investimenti fissi, mentre il gruppo Psa (Peugeot – Citroen) ha investito in ricerca 4,4 % di ricavati, e 9,4 miliardi di investimenti fissi. Se poi, guardiamo ai settori innovativi vediamo che dal 1991 al 200 il rapporto tra alcuni paesi è il seguente: la Germania è passata dal 12 al 15% dell’intero comparto produttivo; la Francia dal 20 al 25%; gli USA dal 20 al 25%, mentre l’Italia è rimasta stazionaria intorno all’8%. L’aumento della produttività italiana si è basato in questi anni più sull’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori che sull’investimento in macchinario.

   Di questo nanismo non soffre solo la pletora delle piccole e medie imprese, dei laboratori artigianali e delle botteghe e bottegucce, ma anche una buona parte della grande impresa. Prima di tutti la Fiat, che nel concentratissimo spazio dei produttori mondiali di automobili non è riuscita a occupare stabilmente nessuno dei segmenti strategici. L’apertura del mercato italiano, un tempo protetto e monopolizzato dall’industria nazionale per eccellenza, quella che determinava la costruzione di autostrade e l’arretratezza degli altri sistemi di trasporto, ha determinato in pochissimi anni la perdita di notevoli quote di mercato a favore di Toyota, Nissan, Ford, Peugeot, Renault.

   La crisi, paradossalmente, ha accentuato la tendenza al nanismo industriale: le Pmi (piccole e medie imprese sotto i 50 addetti) che nel 1970 erano giunte a occupare il 42% della forza lavoro, nel 1981 erano al 48% per toccare nel 1991 la vetta del 56%. Nel 2004 c’erano solo 3 multinazionali di dimensioni paragonabili alle omologhe europee (Fiat, Eni, Telecom). Negli anni ’80 e ancora negli anni ’90 il fenomeno veniva propagandato (anche da certa sinistra “radicale” e “antagonista”) come un elemento di dinamismo e vivacità. Stucchevoli elogi della creatività e dell’operosità italiana emergevano tra le righe di numerosi studi sui distretti industriali e sulle “tre Italie”. La tesi era che in alcune zone d’Italia (nord est, Emilia-Romagna, Toscana) si era costituito una combinazione tra dosaggio dei fattori produttivi e di “solidarietà sociale”. La “cultura solidaristica cattolica” e il “cooperativismo di matrice comunista”, e la forza di istituzioni radicate quali la famiglia, le parrocchie e le case del popolo rendevano possibile, a parere di questi studiosi, una produzione innovativa, efficiente, in un contesto di coesione sociale.

   Uno dei personaggi che ha contribuito a sinistra a decantare il fenomeno delle piccole e medie imprese è senza dubbio Aldo Bonomi. Nel suo libro Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia (1997, Einaudi, Torino) afferma che “nuovo” capitalismo, abbia trasformato, in stretta connessione con le dinamiche della cosiddetta globalizzazione, la struttura sociale di intere aree del paese: fino a ridisegnarne la fisionomia e le forme stesse di lavoro. Dove le contraddizioni non sono più tra classi ma tra territori e sistemi produttivi, dove ci sono aree alpine e pedemontane attivamente attraversate dalla “globalizzazione” mentre altre si caratterizzano come “zone tristi”, escluse dalla“modernizzazione”.

   A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, per gli studiosi ispirati dalla “scuola di regolazione”, la piccola impresa italiana era, per loro, all’avanguardia nel processo di adattamento in un periodo di incertezza, pronta per recepire le nuove tecnologie che consentono alta produttività e versatilità.

   La realtà era, come sempre, molto prosaica: la crisi continuava a spingere ex operai e detentori di piccolissimi capitali verso l’avventura della piccola impresa, che si fondava sull’evasione fiscale e contributiva (favorendo così a essere un baluardo del regime democristiano), sulla possibilità di licenziare senza giusta causa e sulla consolidata politica delle svalutazioni competitive. Quest’ultimo elemento, che ha favorito i settori che producevano per l’esportazione, è stato cancellato dall’ingresso nell’euro. Il complesso di questi tre vantaggi rendeva plausibile l’avventura imprenditoriale anche per esperienze fragilissime. Il vero asso nella manica dei piccoli capitalisti italiani era il basso costo della forza lavoro: mentre la grande impresa cercava di erodere i salari dei lavoratori tramite l’inflazione e la politica dei redditi concertata con i sindacati e la sinistra, i piccoli imprenditori offrivano lavoro ai nuovi disoccupati a salari decisamente inferiori. Un nuovo capitolo dei distretti italiani è stato scritto sotto il governo D’Alema, con i patti d’area e il consolidamento dei distretti di Puglia e Basilicata.

   La perdita di quote di mercato è dovuta alle modeste dimensioni delle aziende e se pensiamo che l’80% degli investimenti sono fatti dalle grandi aziende, sono prevedibili le difficoltà incontrate dall’imperialismo italiano con l’accentuarsi della contesa internazionale.

Quota di mercato delle esportazioni italiane sulle esportazioni mondiali.

19914,9
19984,5
19994,1
20003,8

Quota di mercato delle prime 237 multinazionali per paese di origine (1998)

Usa34,1
Giappone18,8
Germania15,5
Francia8,1
Regno Unito8,1
Svizzera3,6
Italia3

   L’inserimento dell’economia italiana nel mercato europeo (con la moneta unica) l’ha preservata maggiormente dagli scossoni determinati dalla crisi, ma anche esasperato le tensioni interne. I grandi gruppi, non solo perdono le battaglie economiche a livello europeo e mondiale ma si trovano anche a scontrarsi con i gruppi industriali di nuova formazione dei paesi dei paesi più arretrati dal punto di vista capitalistico.

   Fino al 1999 le oscillazioni della lira permettevano all’Italia margini di recupero che oggi non sono più possibili: la quota di export mondiale nei vari paesi e la tendenza al livellamento si fa più forte. Il capitalismo italiano, per recuperare competitività, deve abbassare ancora di più i salari, intensificare il lavoro, ridurre la manodopera a favore di investimenti più elevati in macchinari e materie prime, riformare la propria “macchina” burocratica statale per renderla più agile alla propria penetrazione nei mercati internazionali. Contro i lavoratori viene accentuata una politica di lacrime e sangue; la crisi innalza il livello dello scontro sociale. Non è un caso che livello politico si vede il passaggio da una democrazia “liberale” a una più blindata, con l’uso di metodi di gestione del potere statale più apertamente repressivi e autoritari.

   Ormai è dalla metà degli anni ’70 che il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva permetteva ad alcune frange di lavoratori di avere delle briciole dei sovrapprofitti imperialistici; miseria e povertà endemica stanno diventando un fenomeno fisiologico nella società in cui viviamo.

   Il capitalismo italiano può reagire a questo declino solo operando sul piano internazionale per essere presente sui mercati in modo più competitivo.

L’ABNORME RUOLO DELLE RENDITE

   Si può sostenere che l’arretratezza italiana è strettamente dipendente dal ruolo delle rendite.

   Come premessa bisogna vedere come sorge la rendita.

      Occorre rilevare che l’arretratezza dell’agricoltura rispetto all’industria non è un fenomeno solo italiano ma è una realtà diffusa nei paesi di quello che viene definito “Terzo Mondo”. Questa arretratezza  è un fattore storico, in quanto proviene dalla legge della ineguaglianza dello sviluppo capitalistico, non proviene dalla natura del suolo, ma dai rapporti sociali, che in una realtà come quella italiana (e nelle altre similari a essa) sta nella prevalenza della rendita fondiaria assoluta. In condizioni di esistenza della proprietà privata fondiaria, che si affittino e si coltivino terreni di buona o cattiva qualità, i proprietari fondiari vogliono ricevere sempre una rendita fondiaria altrimenti preferiscono tenere la terra a riposo piuttosto che permettere di utilizzarla senza avere un adeguato guadagno. Marx ha chiamato assoluta questa rendita che esiste a causa della proprietà fondiaria e che perciò deve essere pagata in assoluto, che si affittino e si coltivino terre di buona oppure di cattiva qualità. La formazione di questa rendita è determinata dal fatto che la composizione organica del capitale in agricoltura è normalmente più bassa rispetto a quella del capitale industriale. Il plusvalore in agricoltura (come in tutti i settori a bassa composizione organica) sarà necessariamente più alto del profitto medio, e il valore dei prodotti sarà superiore al loro prezzo di produzione. Ma, qualsiasi capitalista che intenda investire nell’agricoltura, anche se investe nei terreni peggiori, deve pagare una rendita fondiaria al proprietario del terreno. Marx rileva che la proprietà fondiaria: “non permette nessun investimento di capitale sul terreno finora non coltivato o non affidato, senza prelevare una tassa, in altre parole senza pretendere una rendita” – (K. Marx, Il Capitale, libro terzo). Il monopolio della proprietà fondiaria e la necessità da esso determinata, di pagare una rendita fondiaria, fanno dunque che il prodotto agricolo debba essere senz’altro venduto a un prezzo di mercato più alto del suo prezzo di produzione. Cosicché la parte del prodotto agricolo che supera il prezzo di produzione, cioè il sovra prodotto agricolo, non prende parte al processo di livellamento del profitto, e viene trattenuto come rendita assoluta nel suo settore.  La proprietà fondiaria privata, ostacolando l’investimento dei capitali nella terra e appropriandosi di porzioni sempre più crescenti del plusvalore, è una delle cause principali dell’arretratezza dell’agricoltura.

   La rendita ovviamente era parte del blocco di potere in Italia. Motivo per cui non si presero decisioni come la nazionalizzazione delle foreste e dei pascoli che era un inizio di rivoluzione borghese, poiché la rendita si sarebbe trasferita allo Stato, ma grazie, alla soppressione della rendita assoluta, ci sarebbe stata una riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli. La nazionalizzazione, sopprimendo il monopolio della proprietà fondiaria privata, permette un più ampio sviluppo capitalistico in agricoltura.

   In Italia a differenza degli altri paesi europei, dove c’è stata la trasformazione del capitale industriale in capitale finanziario, c’è stata la trasformazione delle vecchie rendite agrarie semi-feudali peraltro persino dominati in vaste dominanti in vaste del paese sino agli Cinquanta.

   Tale tipologia di rendite dai primi anni del Novecento, ma appunto in certe aree del paese anche vari decenni dopo, si è lentamente trasformata in rendite urbane e in altre rendite speculative, con la conseguenza di fondo che parti dei capitali e quindi una gran parte degli istituti finanziari monopolisti italiani non hanno mai assunto un effettivo carattere industriale-finanziario (a differenza degli istituti finanziari considerati direttamente da Lenin).

   Oltre alle rendite di tipo classico vanno considerate le rendite di tipo moderno, legate cioè all’ascesa dell’imperialismo, quelle derivanti dagli impieghi della spesa pubblica derivanti dagli impieghi di spesa pubblica per il foraggiamento e per il sostentamento della società civile e della macchina statale burocratico-militare (società politica) e quelle relative e ai finanziamenti all’industria e ad altri settori imprenditoriali.

   Qui si può accennare all’importante tesi di Gramsci secondo cui, quanto più una società è espressione di una formazione storica e sociale complessa, sofferta e tortuosa, tanto più risulta caratterizzata da una pesante stratificazione sovrastrutturale. A maggiore ragione, quindi in una società di questo tipo, lo sviluppo del capitalismo è gravato dal peso di sopravvivenza e residui del passato che continuano a persistere nel tempo nella società civile, e nell’apparato burocratico della società. Questa tesi di Gramsci è rilevante perché connette la questione della formazione storica, politica e ideologica della società civile e dello Stato a quella dell’estensione delle rendite parassitarie derivanti dalla spesa pubblica. In questo senso Gramsci sottolinea anche, gli aspetti, inerenti alla questione del Vaticano e del mezzogiorno d’Italia, del ruolo di accaparratore diretto o indiretto delle rendite pubbliche da parte dell’apparato ecclesiastico.

LA LEVA DELLO STATO: CARATTERI PARASSITARI DELL’INDUSTRIA ITALIANA

   Questi due aspetti di fondo la semi-dipendenza e il ruolo abnorme delle rendite agrarie e urbane hanno fatto sì che l’Italia, a differenza dei principali paesi capitalisti occidentali, si sia sviluppata tardivamente dal punto di vista economico e statale e che tale sviluppo sia avvenuto usando come classicamente sono costretti a fare i paesi dipendenti e quelli a capitalismo burocratico, la leva dello Stato per incentivare o favorire lo sviluppo dell’industria. In questo modo si è sviluppato e affermato in Italia quel complesso di caratteristiche del Capitalismo Monopolistico di Stato che sono diventate tratti irreversibili e che non solo emergono sempre con particolare evidenza nelle principali crisi economiche, politiche, sociali e appunto sanitarie ma che soprattutto contribuiscono a caratterizzarle con maggiore dirompenza.

   La semi-dipendenza dall’imperialismo estero, il ruolo abnorme delle rendite di tipo agrario e collegate a queste, di tipo urbano e speculativo[5], il rilevante ruolo di una parte degli istituti finanziari disinteressati o persino ostili allo sviluppo industriale, in particolare a quello della media e della grande industria, il costituirsi dello Stato come attore primario dello sviluppo tramite il finanziamento con denaro pubblico dello sviluppo industriale e dei monopoli finanziari a esso connessi, tutto ciò ha comportato quanto segue:

  1. Lo sviluppo industriale è avvenuto sulla base di un immane impoverimento delle masse contadine, in particolare del Meridione[6] e della isole[7] e sulla base dello sfruttamento selvaggio della classe operaia spesso orientato più all’estorsione del plusvalore assoluto e all’abbassamento del valore della forza lavoro piuttosto che, come nei principali paesi europei all’estorsione del plusvalore relativo.
  2. Il ruolo determinante dello Stato come strumento privilegiato per lo sviluppo e per il salvataggio delle imprese oltre a favorire lo sviluppo di una struttura produttiva più orientata in senso tradizionale e meno stimolata all’investimento nei settori tecnologicamente più avanzati e decisivi, ha anche favorito la formazione di un capitalismo industriale dai tratti parassitari in cui i profitti provenienti dallo sfruttamento dei lavoratori salariati si uniscono alle rendite provenienti e dai finanziamenti pubblici.
  3. I tratti parassitari del sistema industriale italiano hanno determinato una scarsa propensione alla competizione con il complesso delle rendite di tipo classico, ma anzi generalmente cointeressato a costituire con esse un blocco dominante unitario.
  4. Le diverse tipologie di rendite in Italia oltre a contribuire, come avviene nei principali paesi imperialisti, come le classiche tipologie di rendite, ad abbassare la produttività del lavoro e a ridurre il capitale a disposizione per gli investimenti produttivi, operano con particolare intensità come insaziabili consumatrici di denaro pubblico e quindi con una relativa formidabile compressione della spesa per la sanità, le pensioni ecc.
  5. In Italia, come d’altronde nei paesi dipendenti e in quelli a capitalismo burocratico, le privatizzazioni, proprio come le statalizzazioni ossia i salvataggi di imprese e banche, sono funzionali non solo a fornire  da parte dello Stato uno sbocco di investimenti alla speculazione finanziaria, ma anche alimentare la rendita parassitarie attraverso la spesa pubblica. Questo drenaggio di denaro pubblico va a confondersi con il finanziamento delle diverse istituzioni, dei differenti apparati e dei vati organismo del Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS).
  6. Nell’accentuarsi della crisi generale del capitalismo la pressione delle diverse tipologie di rendite aumenta. Tutto questo è non solo la base principale del carattere classista dei servizi sociali pubblici, ma è anche la spiegazione del perché in questi gruppi paesi tali servizi siano caratterizzati da una acuta crisi endemica. Il blocco dominante, in paesi come l’Italia e in forme diverse nei paesi a capitalismo dipendente e a capitalismo burocratico, non può risolvere tale crisi (come ovviamente non può fuori-uscire dalla crisi generale) senza intraprendere una reale politica di modernizzazione industriale e di accrescimento delle economie di scala accompagnata da una radicale compressione di tutte le tipologie di rendita. Si tratta ovviamente di una missione impossibile che peraltro nessuno si sognerebbe realmente d’intraprendere, tantomeno l’imprenditoria legata all’industria, in primo luogo perché tale eventualità farebbe implodere il blocco dominante spalancando le porte a una rivoluzione socialista. 
  7. Il ruolo giocato da una spesa pubblica indirizzata alla promozione delle rendite e alla riproduzione del Sistema Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS) ha determinato una struttura della tassazione particolarmente iniqua una carico fiscale che non trova riscontro nei principali europei, incentrato oltre che sulla tassazione dei redditi dei lavoratori dipendenti e micro-imprenditori dei cari settori (agrario-pastorale, piccolo commercio e ristorazione, piccole imprese di tipo artigianale, turismo ecc.), anche sulla cassazione dei consumi. Anche in quest’ultimo caso quindi gravante sulla classe operaia, sulle masse popolari e sugli strati intermedi della piccola borghesia.
  8. L’intervento dello Stato non si è limitato alla riproduzione dell’apparato burocratico delle attività industriali, ma si è esteso in generale sia al sostegno alle diverse attività imprenditoriale (escludendo solo quelle attività dei settori bassi e intermedi della piccola borghesia) sia al foraggiamento di una vasta società civile e quindi di un’ampia piccola borghesia privilegiata contraddistinta da funzioni organizzative e attività di  tipo intellettuale, fomentando ovunque parassitismo, corruzione politico, ideologica e sociale, concorrenza e competizione per l’ottenimento e il miglioramento delle posizioni e degli spazi di potere ecc.
  9. La struttura della produzione e della distribuzione si è quindi caratterizzata a) per una moltitudine di piccole e piccolissime imprese mediamente arretrate, incentrate nei settori tradizionali, poco elastiche rispetto alle innovazioni, disinteressate alla ricerca scientifica, sistematicamente impegnate, anche perché a volte costrette da logiche di pura sopravvivenza, a comprimere i salari e i diritti residui  dei lavoratori e quasi mai ottemperanti alle poche e insufficienti norme di salvaguardia della loro salute e sicurezza, b) per un gruppo di medie industrie prive  di una reale possibilità di competere con le principali imprese europee sulla base di adeguate immissioni di tecnologiche e ricerca, c) per un gruppo ancora più ristretto di grandi imprese caratterizzate da un’intrinseca fragilità produttiva, che in forme diverse vengono largamente foraggiate dallo Stato e che sono frequentemente soggette, in particolare in fasi di profonde crisi economiche allo smantellamento al servizio delle rendite, ad acquisizioni da parte di imprese estere e a processi di ristrutturazione che assumono la forma giuridica della privatizzazione o viceversa della ripubblicazione, sempre occasioni per altro per rimpinguamenti parassitari e per un accentuarsi della corruzione.

ARRETRATEZZA STRUTTURALE ED EMERGENZA SANITARIA

   L’arretratezza dell’economia italiana accompagnata dal ruolo abnorme delle diverse tipologie di rendite come presupposto strutturale irreversibile del capitalismo italiano è la condizione che spiega  perché in Italia le crisi economiche, politiche, sociali e appunto sanitarie, come quella in atto, si presentano con tratti endemici o comunque più estremi e con minore possibilità.

   L’Italia tende così a coniugare pessime condizioni di vita e di lavoro, bassi livelli di qualità della vita, servizi sociali scadenti o parzialmente inesistenti, con una classe politica e intellettuale sempre arrogante e prepotente, e con una situazione di crisi perdurante che logora velocemente le varie forze produttive si potere. Una situazione che spinge il Capitalismo Monopolistico di Stato a operare per imporre contini rafforzamenti degli esecutivi e continue limitazioni di libertà e diritti con una pesante comprensione politica e ideologica della vita e dell’attività delle larghe masse e con continui sconfinamenti in dinamiche di ibridazione fascista dello Stato liberalcorporativo.

   Senza tenere conto di tutto questo non si può comprendere perché in Italia la gestione della pandemia ha assunto determinate caratteristiche e comportato determinati effetti e non si può nemmeno cercare di delineare l’evoluzione futura delle attuali dinamiche.


[1] Che solo come la Russia e la Cina dopo l’avvento dei revisionismo in questi due paesi hanno potuto oltrepassare.

[2] Rientra nella natura di un imperialismo semi-dipendente il fatto di far sempre pagare i costi supplementari di tale dipendenza alle masse popolari del proprio paese.

[3] Da questo punto di vista, paradossalmente, il più sfegatati sovranisti e ‘nazionalisti’  sono anche le forze politiche “antinazionali”. Nell’acuirsi della crisi generale del capitalismo che accentua il carattere semi-dipendenza e dei relativi interessi strategici del Capitalismo Monopolistico  di Stato (CMS), tali forze si candidino con sempre maggior probabilità con sempre maggior probabilità di successo a diventare compiutamente una nuova classe politica di governo a danno degli interessi della maggioranza della popolazione italiana.

[4] Basta a tale una semplice considerazione dei rapporti reali per vedere come moltissime imprese del nord e del nordest, peraltro oggi vicin0 alla posizioni politiche della Lega, operino in stretto legame con le imprese tedesche e mirino a rafforzare un tale legame che pure le vede sostanzialmente dipendenti. Rientra in questo caso l’enfasi con cui si sta lavorando all’Euregio (accordo transfrontaliero tra lo Stato federato austriaco del Tirolo e le due province autonome italiane del Trentino e dell’Alto Adige) come progetto ponte con la Germania.

[5]

[6] La tardiva nascita dello Stato nazionale è avvenuta all’insegna di un duplice compromesso originario: verso le potenze straniere di volta elette a tutrici delle “legittime rivendicazioni” italiche, e verso le classi proprietarie del centro-sud (e la Chiesa cattolica).

   Questo compromesso ebbe delle conseguenze deleterie per lo stesso sviluppo capitalistico nazionale, che rimase molto squilibrato. Mancando di una riserva coloniale esterna da cui succhiare profitti e nella quale fosse possibile riversare la produzione eccedente, la classe borghese ha favorito la crescita dell’industria del nord attraverso il blocco delle forze produttive esistenti nel Sud all’atto dell’unità. Il sottosviluppo del Sud è stato la precondizione dello sviluppo complessivo molto diseguale, del capitale nazionale.

[7] Costringendo nel giro di poco più di un secolo quasi 50 milioni di cittadini italiani a emigrare all’estero.