LA DISTRUZIONE DEL DIRITTO DEL LAVORO IN ITALIA

•ottobre 26, 2020 • Lascia un commento

  L’origine dell’attacco alle condizioni materiali di esistenza delle masse popolari da parte della Borghesia Imperialista che ha portato nel nostro paese la distruzione del diritto del lavoro è la crisi del sistema capitalista iniziata all’incirca alla metà degli anni Settanta. La caratteristica di questa crisi si possono riassumere nel fatto che la crisi è generale (cioè nasce come crisi economica e poi si trasforma in crisi politica e culturale), di lunga durata e coinvolge tutto il mondo, cioè riguarda, sia pure con tempi e intensità diversa, tutti i paesi del mondo.

   È di dominio pubblico che i paesi semicoloniali e dipendenti vengono ricolonizzati, che i governi raddoppiano e triplicano i prezzi dei beni essenziali,  che milioni di persone sono cacciate dai loro paesi e costrette all’emigrazione.

   In Italia nel periodo che va dall’inizio degli anni Novanta (dove – non certamente a caso – ha operato in funzione di guerra ortodossa la Falange Armata) fino ad oggi, è stato anche (e non sarà certo un caso) quello della demolizione del diritto del lavoro e delle conquiste che i lavoratori italiani le avevano ottenute dal secondo dopoguerra dopo dure lotte.

   C’è stato anche il cambiamento del significato delle parole in uso. Fino all’altro ieri per riforme s’intendeva miglioramento (certamente graduale) delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, da un certo periodo in poi ha solamente significato un continuo e costante peggioramento. Se poi ci si opponeva a tali “riforme” ci si tirava dietro l’accusa di essere “conservatori” che si oppongono al “progresso”.

   Quest’attività di “riforma” e di abolizione del diritto del lavoro è stata portata avanti con l’apporto dei partiti di sinistra (compresi quelle definiti “radicali” come Rifondazione) e dai sindacati confederali.

   Ci sono state due modalità diverse per portare avanti questo tipo di attacco ai diritti dei lavoratori:

  • Da parte dei governi di Centro-Sinistra la “riforma” del diritto del lavoro deve avvenire di concerto con i sindacati confederali in modo da farla accettare ai lavoratori senza alcuna protesta.
  • L’orientamento dei governi di Centro-Destra, invece, prevedeva più l’immediato e diretto intervento del potere legislativo.

   In effetti, queste cosiddette “riforme” sono avvenute in prevalenza mediante accordi sindacali che, una volta consolidati ed evitato la protesta dei lavoratori, alla fine sono state consolidate.

   Agli accordi sindacali, è stato attribuito un vero e attribuito un vero e proprio ruolo normativo.

   Un esempio. In maniera di contratti a termine, la legge n. 56 del 1987 riconosceva ai sindacati la possibilità di derogare in peggio il divieto di apposizione del termine. Con tali accordi, il termine si poteva apporre liberamente ed anche all’attività ordinaria. In pratica, con gli accordi sindacali si legalizzava la violazione della legge. Una volta consolidatigli accordi ed evitato la protesta dei lavoratori, nel 2001 è stata emanata la nuova normativa sulla liberalizzazione del contratto a termine.

   Per il resto, basta confrontare la successione dei contratti collettivi per comprendere facilmente come i sindacati sottoscrittori hanno gradualmente introdotto la flessibilità e compresso, se non abolito, i diritti dei lavoratori.

   Il ruolo di CGIL-CISL-UIL è stato quello di far passare la “riforma” in peggio dei diritti dei lavoratori in silenzio e senza sorprese.

   A garanzia di tale ruolo, l’ordinamento e la giurisprudenza hanno riconosciuto a tali sindacati l’esclusivo riconoscimento di rappresentatività per legalizzare la loro preminenza rispetto a sindacati molto più conflittuali di loro.

SULLA FLESSIBILITA’

   La flessibilità la si fa ma non si dice. In 1.127 accordi sindacali sottoscritti tra il 1990 e il 1995 la parola compare solo su 137 documenti mentre esiste nei fatti molto di più di quanto compariva nei testi che venivano poi modificati. Flessibilità soprattutto negli orari. Ciò costituisce una linea guida che poi scatterà anche in tema di salario.

   Gli accordi gradino prevedono salari inferiori ai minimi previsti dai contratti.

   Un accordo gradino è stato stipulato nell’estate del 1996 per i tessili e costituisce una clausola aggiuntiva inserita nel C.C.N.L. del 1995. Con l’affermazione che “Gli accordi gradino salvano posti di lavoro e fanno aumentare al sindacato la presenza nei posti di lavoro” (Antonio Megale della CGIL Tessili). In sostanza sindacati e imprenditori tessili sono concordi nel ritenere che la clausola dei tessili dimostra l’approccio alle deroghe salariali risulti più efficace se affidato alle singole categorie e non imposto con intese centralizzate troppo condizionate da querelle politiche. Quello dei tessili è stato uno dei settori apripista nell’emersione del sommerso: nel 1996 aveva 30.00 addetti; 2.000 aziende; 10.000 addetti già emersi; 70 aziende emerse nel leccese, 20 a Martina Franca.[1]

   Altri accordi “brillanti” sottoscritti nel 1996: la CISL sigla un accordo territoriale a Brindisi in base al quale le nuove aziende possono pagare salari inferiori ai minimi contrattuali. La Barilla sottoscrive delle intese con i sindacati in base alle quali il personale è retribuito con un gradino inferiore a Melfi e Foggia. Il Contratto Collettivo nazionale del Legno prevede per i nuovi assunti stipendi inferiori del 20%. Mentre il Contratto Collettivo nazionale Lapidei e manufatti hanno allungato il periodo di avviamento da due a cinque anni.[2]

I   n base all’art. 36 della Costituzione, ogni lavoratore deve percepire una retribuzione in misura comunque sufficiente per garantire una vita libera e dignitosa per sé e alla sua famiglia. Tale misura è stata individuata nei minimi sindacali stabiliti dalle singole contrattazioni collettive nazionali.

   Il primo intervento per ridurre la retribuzione dei lavoratori è stato quello di non aumentare più i suddetti minimi, ormai fermi da oltre venti anni. Ciò è avvenuto con la complicità dei sindacati confederali e dei governi di Centro-Sinistra (con dentro la sinistra cosiddetta “radicale”).

   Le altre azioni sono state le più svariate.

   Con gli accordi gradino, come si diceva prima, è stato previsto un salario d’ingresso inferiore per i primi anni di lavoro. Questo tipo di azione, essendo anticostituzionale per violazione del diritto di uguaglianza, era prevista solo per qualche anno e in via transitoria invece dura dal 1990 perché è sempre stata prorogata.

   Con la leggi sui Lavoratori Socialmente Utili (LSU) di cui il decreto legislativo 468/98, lo Stato e gli enti pubblici possono assumere personale precario senza tutele e con garanzie ridottissime per la realizzazione di opere o fornitura servizi, con contratti temporanei e a scadenza. L’art. 8 esclude espressamente che tale personale possa essere considerato come lavoratori subordinati.

   Con i Contratti d’Area e i Patti Territoriali si sono introdotte forme di assunzione e retribuzione precaria. Nonostante tali azioni consistano in strumenti di finanziamento statale delle attività produttive, con il beneplacito di CGIL-CISL-UIL sono state introdotte politiche per la riduzione dei salari e per nuove forme di lavoro meno garantito e meno tutelato. I Contratti d’Area sono previsti dall’accordo per il lavoro del 24.09.1996 (Governo Prodi) per le aree industriali in crisi e ad alto tasso di disoccupazione, mentre i Patti Territoriali sono stati introdotti con le leggi nn. 104/95 e 662/96 per tutto il territorio. In realtà questi strumenti che riducono le tutele dei lavoratori sono stati applicati anche in zone non in difficoltà, come Pavia, Trieste, Crema. Un posto di lavoro creato con tali strumenti costa allo Stato 300.000€, quindi per gli imprenditori è quasi a costo zero. Ciò ha prodotto nuova occupazione precaria e con reddito insufficiente ed è stata un’operazione di sostituzione dei lavoratori a costo intero con quelli a costo ridotto.

   Con l’uso indiscriminato dei Contratti di Formazione si è provveduto all’assunzione finanziata di lavoratori per un massimo di due anni con il ricatto per essere confermato il rapporto a tempo indeterminato.

   Ora l’istituto è stato sostituito con le varie forme di apprendistato della durata di quattro anni ed applicabile liberamente anche a lavoratori qualificati (ingegneri, tecnici ecc.). Come apprendisti, i lavoratori svolgono un lavoro qualificato ma sono retribuiti secondo livelli d’inquadramento inferiori.

Per quanto riguarda, la flessibilità occupazionale che abolisce la garanzia di stabilità con il Decreto Legislativo 368/2001 e la Legge 133/2008 è stata introdotta la libertà dei Contratti a termine con i quali si ottiene lo stesso risultato della totale libertà di licenziamento in favore dei padroni: stipulando ripetuti contratti a termine o brevissimo termine mensile o settimanale il lavoratore deve sottostare ai ricatti datoriali, per non ottenere il rinnovo e rimanere disoccupato e senza reddito.

   Con la legge 428/90 è possibile licenziare i lavoratori in caso di cessione di azienda per assumere altri a condizioni più svantaggiose.

   Nei casi in cui non interessa la cessione di azienda, la flessibilità è attuata mediante la pratica dello “svecchiamento” che consiste nel porre in cassa integrazione i lavoratori garantiti per indurli alle dimissioni stante il ridotto ammontare dell’assegno rispetto allo stipendio ed i limiti imposti al cassintegrato. I lavoratori con maggiore anzianità sono posti in mobilità lunga per la pensione anticipata. In entrambi i casi, cassa integrazione e mobilità con prepensionamento, i costi sono a carico dello Stato e il datore si libera di quei lavoratori garantiti per assumere nuovo personale a condizioni peggiori.

   Con l’operazione “svecchiamento” il datore di lavoro ottiene anche un altro obiettivo: liberarsi del personale “anziano” anche se efficiente per assumere personale giovane, “fresco” di studi, proprio come avviene con un computer funzionante ma sostituito con un altro di ultima generazione.

La legge Biagi del 2003 ha introdotto ulteriori forme di flessibilità, tra cui: contratti a progetto, a chiamata, lavoro intermittente, a somministrazione, ripartito, accessorio, il distacco, il trasferimento, appalto di manodopera, cessione di ramo d’azienda.

   Tutte queste tipologie comportano una retribuzione inferiore, un’insicurezza del posto di lavoro, la mancanza di copertura delle ulteriori forme di retribuzione, come quella collaterale e differita (tredicesima, quattordicesima, ferie, TFR), ed assicurativa (malattie, maternità, previdenza, indennità di disoccupazione).

   Fino alla serie di leggi che il Governo Renzi, ha varato che sono raggruppate col nome di Jobs Acts che sono un sistema di ricatto permanente a favore dei padroni e contro i lavoratori e le lavoratrici.

   Infatti, questo ricatto procede su due gambe: quella dei contratti a termine a casuali (per cui il padrone può assumere a termine quando vuole e per il tempo che vuole) e quella dei contratti a tutele crescenti (per cui il padrone può assumerne a tempo indeterminato, ma licenziare quando e come vuole pagando una miseria di indennità)

   Tutti questi interventi sindacali e legislativi hanno avuto come conseguenza che in Italia la forza lavoro è tonalmente svalorizzata. Con il ricatto della disoccupazione di massa e con il lavoro nero (che nella sostanza con questi interventi sopra descritti è stato legalizzato), il padronato ha abbassato anno dopo anno i salari.

   I bassi e bassissimi salari cono la carta che i padroni italiani e i loro governi giocano sul tavolo della competitività contro gli altri capitalisti europei e mondiali.

   Per questo motivo anche in città come Milano c’è gente che lavoro per 3-4-3 euro l’ora!

   Per questo motivo un fronte unitario di lotta e di massa dovrebbe battersi che ci sia una paga oraria che non sia inferiore a 9€ l’ora (niente di estremistico è la media della paga base oraria europea) e un salario minimo garantito per i disoccupati che non sia inferiore almeno a 1.250€ mensili.

   In sostanza bisogna combattere il sottosalario, contro la condizione sempre più schiavistica imposta dal padronato e dalle leggi dello Stato, contro l’attacco alla dignità dei lavoratori e delle lavoratrici.

INCIDENTI E INFORTUNI SUL LAVORO

   Secondo dati ufficiali (molto inferiori alla realtà) i morti ufficiali sul lavoro sarebbero oltre 1.000 all’anno. In questa cifra sono compresi solo i lavoratori che muoiono in seguito ad un incidente violento entro i primi cinque giorni.

   Sono quindi escluse, tutte le morti successive ai cinque giorni e quelle causate da malattie contratte sul lavoro.

   Perciò questo numero aumenterebbe a diverse migliaia di morti all’anno. Una vera propria guerra che la Borghesia sta effettuando contro i proletari.

   Qual è la causa degli incidenti sul lavoro e quali potrebbero essere le soluzioni?   Una delle cause è la mancata predisposizione di mezzi e sistemi infortunistici ritenuti dalle aziende troppo costosi oppure elementi che frenano la produttività. Il motivo fondamentale di quest’atteggiamento delle aziende risiede nella legge economica del sistema capitalistico della competitività: la riduzione dei costi di produzione.

   Non applicare mezzi e sistemi anti infortunistici significa risparmiare soldi, quindi aumentare i profitti.

   Un’altra causa è l’aumento dei ritmi di lavorazione. La produzione aumenta con l’aumento della velocità di lavorazione.

   È un dato economico che un prodotto è tanto più competitivo quanto viene fabbricato nel minor tempo possibile. La velocità della lavorazione, però, non permette di rispettare le regole di sicurezza. Non permette di effettuare un lavoro con attenzione e precisione. Ciò crea motivo di incidenti ed infortuni.

   Un esempio è quanto sì e registrato nei supermercati della grande distribuzione, dove i commessi dovevano correre su pattini a rotelle per rifornire gli scafali.[3]

   Inoltre, aumentare i ritmi di lavoro e ridurre e abolire le pause (si potrebbe definire il “modello Marchionne” fatto di diminuzione pause, cassa integrazione e straordinari)[4] ed i riposi, tutto ciò significa maggiore produzione ma anche maggiore rischio di incidenti per stanchezza e mancanza di lucidità.

   Egli ultimi anni è aumentato anche il numero dei lavoratori minorenni, finanche bambini. In Italia si stima che nel 2013 erano 260.000 i minori sotto i 16 anni coinvolti, più di 1 su 20.[5]

I minorenni sono i più esposti agli incidenti e alla contrazione di malattie professionali vista la loro debole condizione fisica e la mancanza di esperienza e preparazione professionale. E chi fa lavorare i bambini viola, la legge sul diritto del lavoro, figuriamoci quelle sulla sicurezza.

I governi italiani – nel 1997 quello di Centro-Sinistra (appoggiato da un grande “comunista” come Bertinotti) e nel 2003 quello di Centro-Destra hanno abolito il limite dell’orario giornaliero fissato nel 1924 in otto ore. In base alla legge n. 66/03, un lavoratore può essere obbligato anche 16 ore al giorno senza alcun aumento di retribuzione. Quello che non ha fatto il fascismo storico al governo (ma all’epoca c’era un Movimento Comunista Internazionale degno tal nome con dirigenti come Lenin non intellettuali da salotto arrivati ai posti dirigenti grazie ai revisionisti come Ingrao), lo ha fatto il tecno-fascismo attuale con la complicità di tutti i partiti politici di centro, destra e della sinistra borghese (e dei sindacati che praticano la collaborazione di classe).

   Il limite della giornata di 8 ore è stata una grande conquista dei lavoratori sugellata con gli eccidi proletari del 1° maggio.

   La richiesta di limitare la giornata lavorativa al massimo di otto ore era motivata che più ore di lavoro provocavano maggiore stanchezza psico fisica. A causa della stanchezza avvenivano maggiori incidenti.

   La stessa legge n. 66/30 che ha abolito le otto ore, prevede che possono beneficiare di una pausa di 15 minuti per il riposo solo coloro che svolgono un lavoro ripetitivo e solo dopo le prime sei ore di lavoro. Pausa che non costituisce un diritto del lavoratore ma una concessione del datore di lavoro. Se il lavoratore decide di utilizzare la pausa dopo sei ore di lavoro contro la volontà del datore di lavoro, è passibile di sanzione disciplinare per insubordinazione che può essere punita con il licenziamento.

   È chiaro che il lavoratore evita di riposarsi per non perdere il posto di lavoro.

   Ma è anche chiaro che la stanchezza e la perdita di lucidità provocano incidenti la cui colpa viene posta sempre a carico del lavoratore, ritenuto disattento.

   Questi sono gli effetti della legislazione italiana.

   Pertanto, non si può parlare di soluzione della problematica degli infortuni se non si aboliscono queste leggi, se non si abolisce la legge n. 66/03, se non si affronta la questione dei ritmi di lavoro.

   Le imprese, per risparmiare sui costi, non predispongono adeguati mezzi, né attrezzature antiinfortunistiche. Sempre per risparmiare sui costi, gli imprenditori assumono personale non specializzato e senza esperienza in modo da pagarli di meno. La mancanza di conoscenze e d’informazioni è una causa degli incidenti.

   Le imprese che ricorrono maggiormente a questi espedienti sono quelle pressate dal contenimento dei costi rispetto agli introiti stabiliti da un appalto.

   Il prezzo con cui un’impresa concorre per l’aggiudicazione di un appalto è frutto di un calcolo complessivo dei costi di esecuzione. Quanto più riduce i costi, maggiore è la possibilità di aggiudicarsi la gara di appalto.

   I costi che in genere sin riducono sono proprio quelli destinati alla sicurezza poiché ritenuti non produttivi. La conseguenza è l’esposizione agli incidenti.

   Esposizione che aumenta vertiginosamente con i subappalti. In questi casi la riduzione del costo dei costi è ancora maggiore perché il subappaltante ottiene per il medesimo lavoro un prezzo di prezzo di appalto minore. Il subappaltante per ricavare degli introiti deve risparmiare sui lavoratori e sulla loro sicurezza.

   Appare chiaro che un terreno di lotta sta nell’abolire tutte le leggi e le norme che permettono il subappalto e disporne il divieto totale.

   Il subappalto è stato sempre una causa degli incidenti sul lavoro, inoltre, ha fatto riemergere la figura del caporale che era stata vietata dalla Legge 1369/60.

   Ebbene, prima della Legge Treu (approvato da quel grande “rivoluzionario” che era Bertinotti), poi con la Legge Biagi si è abolita la Legge 1369/60 e liberalizzato gli appalti e i subappalti di manodopera e legalizzato in sostanza il caporalato con il lavoro interinale e a somministrazione.

   I lavoratori assunti con contratti flessibili e precari, come il lavoro a termine, part time, a progetto, a chiamata ecc. sono maggiormente esposti agli infortuni. La loro condizione di riscattabilità li obbliga a non protestare e ad accettare lavorazioni pericolose o, comunque faticose, compresi i ritmi elevati e senza sicurezza.

   Pertanto, non è vero che le istituzioni vogliono eliminare le stragi sul lavoro. I partiti e i governi sono stati promotori (o comunque non si sono contrapposti) di leggi che facilitano e aumentano gli incidenti sul lavoro.

   Quindi, finché esisterà questo sistema economico che si basa sullo sfruttamento delle persone, il problema degli infortuni non sarà mai risolto ed i lavoratori saranno destinati a rischiare la vita.

   Ma, intanto è importante ed obbligatorio combattere affinché siano abolite tutte quelle leggi che facilitano gli incidenti e gli infortuni. Quindi occorre immediatamente ottenere l’abolizione della legge n. 666/03 e ristabilire l’orario massimo di lavoro a otto ore per cinque giorni a settimana (e ovviamente se si hanno i rapporti di forza sufficienti lottare per ulteriori riduzioni di orario senza perdita di salario); l’abolizione delle leggi che permettono il subappalto e stabilire il divieto dell’appalto di manodopera e del caporalato; l’abolizione totale della legge Treu e della legge Biagi; l’abolizione della Jobs Act e di ogni forma di precarietà e flessibilità del lavoro.

   Il prezzo che i lavoratori stanno pagando non è solo una retribuzione inferiore o il licenziamento, ma la loro sopravvivenza fisica.

LA DELOCALIZZAZIONE DELLE IMPRESE

   Gli imprenditori italiani hanno deciso di confermare la loro politica aziendale che prevede il licenziamento degli operai, la chiusura delle fabbriche in Italia ed il loro trasferimento nel Tricontinente o nei paesi dell’ex “campo socialista” (pensiamo che al 31 dicembre 2014 risultavano in Romania ben 18.433 imprese italiane).[6]

   Questa politica di licenziamento e trasferimento delle fabbriche è a completamento di quanto gli industriali hanno già fatto negli anni ’90 e che ha comportato il licenziamento di migliaia di lavoratori.

   Tutto questo è avvenuto ed avviene nonostante l’aumento delle commesse e la concessione di enormi benefici e finanziamenti pubblici in favore degli industriali per garantire l’occupazione.

   Le imprese italiane, infatti, hanno beneficiato di enormi aiuti finanziari e agevolazioni per creare e mantenere l’occupazione in Italia. La concessione di finanziamenti, immobili, stabili, infrastrutture, macchinari, sgravi fiscali, è stata la costante di questi aiuti.

   Quasi sempre gli industriali occupavano un numero di dipendenti inferiore a quello per cui beneficiavano degli aiuti.

   Spesso gli industriali, cambiando solo il nome dell’impresa e mantenendo le medesime strutture, macchinari e dipendenti, beneficiavano di ulteriori finanziamenti come se fosse una nuova azienda che dava occupazione.

   In maniera ricorrente, gli industriali assumevano i lavoratori con contratti precari per risparmiare sul costo della manodopera. Molte volte si è scoperto il pagamento con la doppia busta paga: una fittizia secondo i minimi salariali quale documentazione per ottenere i benefici pubblici e un’altra reale, riportante un importo inferiore che era corrisposto al lavoratore.

   A partire dal 1993, gli industriali italiani hanno cominciato a trasferire la produzione all’estero (coincidente l’aperta e dichiarata restaurazione capitalista nei paesi dell’Est), iniziando dall’Albania (storico terreno di caccia dell’imperialismo italiano), grazie ad accordi e concessioni effettuati dal governo italiano.

   In conformità a questi il governo italiano finanziava la chiusura degli stabilimenti in Italia, finanziava l’apertura all’estero. Lo Stato italiano, sempre in conformità a questi accordi, non richiede agli industriali nemmeno le tasse e i dazi di ritorno dei prodotti dall’estero. L’operazione è chiamata TPP (Traffico di perfezionamento Passivo).

   Con successivi accordi governativi, gli industriali hanno aperto stabilimenti, nell’Est Europa, in America Latina, in Africa e in Asia.

   Il principale, se non unico, motivo del trasferimento è costituito dallo scorso costo della manodopera. In Albania un operaio è pagato sulla media tre euro il giorno, mentre in Bulgaria (sempre sulla media) con soli 70 centesimi

   Non c’è mai stata nessuna riduzione delle commesse. La crescita delle imprese e la produzione. È aumentata la percentuale di vendita del prodotto, e i mercati, con relativo aumento di fatturato, di capitale e di profitto (ma di posti di lavoro in Italia).

   Anzi. Le aziende del settore interessato che nel 1990 avevano in tutto 700.000 operai in Italia, fino al 1998 hanno portato all’estero la lavorazione, operando 330.000 licenziamenti.

   Gli industriali non solo non hanno portato il lavoro fuori dall’Italia, ma non hanno fatto rientrare nel paese i profitti ottenuti. Questi profitti prendono la via dei paradisi fiscali, dei fondi pensione, dei fondi di investimento in altri paesi.

   La delocalizzazione ha coinciso largamente con l’esplosione della “fuga dei capitali all’estero”. Dei profitti ottenuti, solo nel 1998 sono stati esportati all’estero 80 mila miliardi di lire, pari a 41 miliardi di euro.

   Nei primi anni della delocalizzazione, gli industriali avevano mantenuto in Italia il 40-50% della produzione solo per limitare il rischio che si poteva determinare dalla realizzazione produttiva in paesi istituzionalmente ed economicamente non ancora sicuri (cosiddetto rischio Paese).

   Tale margine d’insicurezza è stato ridotto e quasi eliminato mediante l’intervento e la presenza militare italiana. Le forze speciali dell’esercito, dietro la scusa delle missioni di pace, garantiscono all’estero gli affari degli industriali italiani. Non è un caso che i militari italiani sono presenti in almeno 36 paesi e si parla addirittura, di sottoporli al comando del Ministero degli Esteri quale strumento di politica di espansione internazionale. La Marina Militare Italiana garantisce la scorta del trasporto merci.[7]

   Ora gli industriali che si apprestano a traferire quasi tutta la produzione lasciando in Italia solo il ciclo a più alto valore aggiunto (design, marketing ecc.).

   Oltre al trasferimento delle produzioni di beni si stanno delocalizzando anche le attività di servizi (per esempio i call center).

   Nonostante ciò, nonostante gli industriali abbiano da anni dichiarato a più riprese che chiuderanno gli stabilimenti, lo Stato continua ad elargire finanziamenti in loro favore anche per ammodernamento e ristrutturazione degli impianti affinché mantengano l’occupazione di operai, che invece, quasi sempre vengono messi in cassa integrazione e in mobilità.

   I finanziamenti sono elargiti anche a quegli industriali che sono stati più volte inquisiti per truffa ai danni dello Stato.

  Gli effetti di questa delocalizzazione, che in alcuni casi è definita “impetuosa”, sono facilmente leggibili. Nel “mitico” Nordest i laboratori contoterzisti che lavorano in subappalto sono stati sostituiti da aziende situate nell’Est Europa. Mentre nel più modesto Sudest, nel Salento in particolare, solo nel comparto calzaturiero si sono registrati dagli anni ’90 si calcola secondo dati prudenti sci siano stati almeno 13.000 licenziamenti.

  La chiusura delle fabbriche in Italia, il licenziamento dei lavoratori e il trasferimento all’estero è avvenuto ed il trasferimento con la complicità dei partiti e dei sindacati che non hanno perso il tempo a firmare accordi per la cassa integrazione e la mobilità.

  I sindacati non solo non hanno accennato ad una minima protesta, mentre venivano portati via i macchinari alla luce del sole, ma hanno fatto di tutto per convincere gli operai a subire le politiche aziendali poiché “esistono le supreme leggi del mercato”.

   Nessuna istituzione ha chiesto agli industriali la restituzione dei finanziamenti ottenuti con la scusa di creare e mantenere occupazione in Italia.

   La delocalizzazione è avvenuta e avviene in base ad accordi ed a norme emanate dallo Stato italiano che permette i licenziamenti in Italia ed invoglia il trasferimento all’estero.

   I padroni rimangono impuniti e continuano a speculare. Per loro la disoccupazione è un affare.

   Il trasferimento all’estero, come si diceva prima, avviene per sfruttare i bassissimi costi della manodopera. È evidente che non si può proporre a nessuno in Italia (almeno fino a oggi) di guadagnare asolo un euro il giorno. Altrettanto è chiaro che (almeno fino ad oggi ed è sempre bene ripeterlo) che un salario del genere difficilmente si può proporre nemmeno in Francia e in Germania. Il trasferimento avviene verso quei paesi ricattati dalla miseria, dalla fame e dalle guerre scatenate degli stessi paesi imperialisti occidentali.

   Pagare un operaio, un euro al giorno significa mantenerlo alla fame, nella disperazione più totale.

   Ecco perché queste popolazioni emigrano nei paesi imperialisti come l’Italia, essi scappano dalla fame generata dagli industriali occidentali (tra i quali molti italiani e padani). Gli stessi che licenziano nei loro paesi di origine (tra i quali l’Italia) creando così disoccupazione e marginalità (la criminalità diffusa è solo un prodotto di questi fenomeni sociali creati dai padroni).

   Gli immigrati sono vittime del medesimo disegno speculativo dei padroni.

  La questione dei licenziamenti e delle delocalizzazioni è collegata, quindi, a quella dell’immigrazione.

   La delocalizzazione, tra l’altro, è utilizzata per scardinare i diritti dei lavoratori.

  In pratica, si “invitano” i lavoratori ad accettare un lavoro flessibile, una drastica riduzione dei loro diritti e garanzie, dietro la minaccia di chiudere l’azienda trasferirla all’estero dove i lavoratori costano meno.

 Il messaggio che gli industriali danno ai lavoratori è chiaro: se accettate condizioni simili a quello che vivono i lavoratori del Tricontinente o quelli dell’Est europeo, la fabbrica non chiude e l’occupazione è salva.

  Partiti e sindacati non contrastano questa politica dando per scontato la “normalità” delle condizioni di lavoro dei lavoratori dei paesi esteri in cui si delocalizza.

   Con la guerra si afferma, demistificando e mentendo, di esportare quello che dicono di essere la “democrazia” (e i regimi che sorgono da queste aggressioni nella realtà sono solo dei satelliti e dei burattini degli imperialisti), con la delocalizzazione si vuole importare l’abolizione dei diritti dei lavoratori, si vuole scatenare la concorrenza e lo scontro tra lavoratori, tra italiani e immigrati.

   Questa tendenza deve essere invertita. Bisogna estendere a tutti i lavoratori, i diritti. L’internazionalismo non è solo un ideale, ma soprattutto una necessità concreta degli operai, il capitale agisce globalmente e globalmente deve agire la classe, un punto di partenza è stabilire dei collegamenti con i lavoratori degli altri paesi dove le aziende italiane sono andate a investire, per aprire lotte comuni dove si devono omologare (non al ribasso ovviamente) sia la parte salariale che quella normativa.

IL DIRITTO DEL LAVORO

   In quasi in tutto il mondo si fa risalire la nascita del diritto al periodo dell’impero romano. Già duemila anni fa, infatti, erano state descritte ed elaborate le varie branche del diritto, per esempio quello del matrimonio, dell’eredità, dei contratti, della proprietà ecc. L’unica branca che nel diritto romano non esisteva era quello del diritto del lavoro. Ai lavoratori non era riconosciuto nessun diritto.

   Il diritto del lavoro nel diritto romano non esisteva se non come proprietà dello schiavo. In sostanza, il lavoratore, era paragonato a un attrezzo, a una macchina di lavoro, che il padrone poteva disporre a suo piacimento. Lo poteva usare, spostare, abbandonare e vendere come voleva.

   Anche dopo l’impero romano, la condizione di schiavitù è continuata senza che ai lavoratori fosse riconosciuto alcun diritto da tutte le legislazioni del mondo.

   Solo nel XVIII secolo si sono si sono registrati i primi sporadici interventi per frenare alcune situazioni schiavistiche, mentre le prime elaborazioni di diritto del lavoro sono nate tra il 1800 e il 1865.

   Tale periodo noto come rivoluzione industriale, vede la borghesia affermarsi definitivamente come classe egemone dal punto di vista politico, subentrando a quella feudale.

   Durante la rivoluzione industriale le condizioni di lavoro degli operai di fabbrica furono molto pesanti, anche l’assoluta mancanza di ogni tutela dei loro diritto e per il divieto imposto dai governi di associarsi per ottenere miglioramenti salariali e normativi.

   La giornata lavorativa era di quattordici ore e spesso fu portata a sedici. La disciplina in fabbrica era ferrea: le macchine dovevano lavorare a un ritmo continuo e veloce e non c’era spazio per riposarsi, né per le pause. Allontanarsi dal proprio posto di lavoro o parlare con un compagno di lavoro venivano considerale mancanze gravi e costavano pesanti sanzioni fino al licenziamento.

   Era l’essere umano a doversi adattare alla macchina e non il contrario. Al lavoratore si chiedeva di svolgere un ruolo meccanico e non attivo o intelligente.

   I salari erano bassissimi perché i disoccupati erano così tanti che un operaio se scontento poteva essere sostituito in qualsiasi momento.

   Particolarmente grave fu la condizione dei bambini e delle donne che, essendo pagati meno, erano utilizzati in gran numero. Costavano meno perché ricevevano un salario più basso e rendevano allo stesso modo. Nelle fabbriche della Scozia nel 1816 su 10.000 operai, 6.850 erano donne e bambini.

In nessun paese esistevano leggi per tutelare i bambini, nemmeno quelli più piccoli.

   Dopo le prime lotte operaie, molte delle quali duramente represse,[8]   lo Stato inglese approvò la prima legge nel 1819 che prevedeva il limite di età di assunzione dei bambini dai dieci anni in poi e il limite dell’orario giornaliero stabilito in dieci ore. Non c’era, però, alcuna autorità che prevedeva il controllo. Quindi la legge minorile non è stata mai applicata.

  Dal 1800 era enormemente aumentata l’esasperazione dei lavoratori causata non solo dallo sfruttamento ma anche dalle ripercussioni lavorative consistenti in moltissime morti sul lavoro (storia vecchia nel capitalismo come si vede), malattie professionali, infortuni, miseria, sopraffazioni sulla persona, insomma, gli operai erano (e lo sono tuttora se non si difendono e mettono in discussione questo Modo di Produzione) carne da macello.

   Tutto questo era la dimostrazione pratica che gli interessi delle due classi, borghese e proletaria sono inconciliabili. La borghesia ritiene che qualunque sia la sorte dell’operaio, non è compito del padrone migliorarla.

   Dalla loro esperienza pratica, gli operai hanno imparato che per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro devono contare essenzialmente sulle loro forze. Impresa difficile perché i padroni hanno dalla loro parte anche i governi i quali rappresentano le classi più elevate che si schierano con i padroni e non con gli operai.

   I governi hanno sempre vietato l’associazione dei lavoratori e impedito le varie forme di lotta, in primis lo sciopero. In Germania, addirittura, nel 1845 ogni interruzione del lavoro era severamente punita anche con la pena di morte.

  La libertà di sciopero e di associazione alla classe operaia non è stata certamente regalata.

   In una società divisa in classi, una classe subalterna, che quindi non detiene il potere, riesce con la lotta a strappare alla classe dominante una concreta libertà, anche se parziale, e sempre in costante pericolo che le sia nuovamente tolta. Questo significa che quando si parla di conquista di concrete libertà in regime borghese, queste non possono che essere libertà che la classe soggetta strappa alla classe dominante, anche se parzialmente e anche se possono essere rimesse in discussione.

   Vediamo alcuni esempi. La libertà di riunione e di associazione fu nel periodo della Rivoluzione Francese e precisamente il 14 giugno 1791 con la legge Le Chapelier, abolita per gli operai, in quanto proibiva a loro il diritto di riunione e di associazione, e comminava ai proletari che non osservavano il divieto multe e perdita a tempo determinato dei diritti civili.

   Ugualmente in Inghilterra, in periodo di affermazione della dittatura della classe borghese a cavallo tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo è un susseguirsi di leggi che vietano ogni diritto di riunione e associazione per ogni tipo di lavoratori. Lo stesso avverrà in Italia e in altri paesi di più tarda industrializzazione a metà del XIX secolo, dove ogni diritto di coalizione e di resistenza operaia sarà proibita.

   Sia in Inghilterra che in Francia e successivamente negli altri paesi, occorreranno decenni di lotte durissime, migliaia e migliaia di morti, centinaia di migliaia di feriti e carcerati, insurrezioni e rivolte, scioperi di milioni di uomini e donne, per strappare ai governi borghesi di questi paesi la libertà di sciopero, di associazione, di coalizione e di resistenza per i lavoratori. In Francia occorreranno le rivoluzioni del 1830 e del 1848 in Inghilterra le lotte del 1825, 1832 e 1859 e la dura cruenta lotta del movimento cartista.

   Un’altra battaglia è stata quella di eleggere o essere eletti dei proletari nel parlamento borghese, la richiesta del suffragio universale (dei maschi adulti) era il primo punto della Carta del 28 febbraio 1837 che segna il momento più alto e di massa del movimento operaio inglese. Gli altri punti erano: parlamenti annuali, voto a scrutinio segreto, stipendio ai membri del parlamento, abolizione dei requisiti di censo per i candidati al parlamento, distretti uguali.

   Si noti che il cartismo, specie in quel periodo non fu emanazione di ceti piccolo-medio borghesi, ma espressione di tutto il mondo proletario mobilitato a livello di massa. Occorreranno cinquant’anni di lotte per ottenere in Inghilterra il suffragio universale, che sarà concesso solo nel 1918. Lo stesso avverrà nei decessi successivi nelle altre nazioni europee dove, il proletariato chiederà il potere per sé non per le altre classi.

   Vediamo ancora la libertà di stampa, in pratica la libertà di scrivere e diffondere le proprie idee.

   Nell’Inghilterra dell’Ottocento dove vigevano grosse tasse di bollo su ogni copia di giornale (quotidiano o settimanale) venduto. Il prezzo di vendita diveniva così altissimo, tanto che per i proletari era concretamente irraggiungibile l’acquisto di un giornale. Occorsero campagne operaie durate decenni e la sfida lanciata da giornali operai, venduti al prezzo di pochi centesimi e illegalmente senza bollo, per far abolire la legge. Il primo a lanciare la campagna fu il The poor man’s guardian che, su iniziativa del suo direttore Cobbet, fu venduto al prezzo di un penny come protesta “contro la tassa sul sapere”. Altri giornali operai seguirono, in una lotta che durò alcuni lustri, per arrivare al 1836 quando la tassa sui giornali fu ridotta, e infine nel 1855 quando fu abolita.

   Il limite di tutte queste libertà che sono state conquistate da parte del proletariato con lotte durissime (durate decenni se non addirittura due secoli) sono avvenute nell’ambito e nel quadro dello Stato borghese, permanendo la dittatura della classe borghese. E quindi in ultima analisi sono state utilizzate dallo Stato borghese per mantenere il proprio dominio. Ciò conferma la correttezza dell’analisi marxista e leninista sullo Stato, secondo cui lo Stato della classe opprime, non può essere utilizzato dalla classe oppressa, ma deve essere demolito dalle fondamenta.

   Poiché questo non è avvenuto negli ultimi due secoli, tutte le conquiste operaie, per quanto ottenute attraverso lotte asprissime e prolungate, sono state utilizzate e fatte proprie dalla classe dominante. Se da una parte la conquista di queste liberà, ha allargato le possibilità del proletariato, ma dall’altro sono state utilizzate e “catturate” dalla borghesia che le ha mistificate come proprie libertà. La libertà operaia di associarsi e di costituire leghe e sindacati sono stati utilizzati dalla borghesia per istituzionalizzare il sindacato come ulteriore struttura di sostegno alla dittatura della classe borghese. La libertà di eleggere e di essere eletti è stata usata dalla borghesia per strappare alla loro classe di provenienza gli eletti operai e farne dei borghesi. La libertà di stampa, per l’enorme differenza economica di chi finanzia i giornali (monopoli) è utilizzata dalla borghesia per creare un’opinione contraria agli interessi proletari, e si può continuare con infiniti esempi.

   Su tutte queste libertà incombe il continuo ricatto da parte della borghesia di essere abolite tutte in una notte (attraverso uno stato fascista per esempio) ove le strutture democratiche-parlamentari non dovessero più essere funzionali per il domino capitalista.

   Tutto questo per dire che il diritto del lavoro non è stato un’elargizione da parte dello Stato borghese, ma è un prodotto delle lotte operaie (soprattutto se sono rivolte al cambiamento radicale del sistema).

   Ecco perché nel linguaggio giuridico il diritto del lavoro è definito come “elemento che resiste e che restringe lo sviluppo economico”.

   Pertanto, il diritto del lavoro non è mai riconosciuto come una delle tante branche giuridiche ma come la forza dei lavoratori di rivendicare la tutela dei loro interessi. È evidente che la sua esistenza dipende dall’espressione di tale forza. Quando i lavoratori smettono di lottare in maniera radicale al di fuori delle compatibilità del sistema, il diritto del lavoro sarà sempre limitato fino ad essere abolito.


[1] Il Sole 24 0re, 28 agosto 1996.

[2] Il Sole 24 0re, 29 agosto 1996, pag. 13.

[3] http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/13/manager_commessi_negozio_muoveranno

[4] http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/21/pause-ridotte-cassa-integrazione-straordinari-pilastri-%E2%80%9Cmodello-pomigliano%E2%80%9D/172169/

[5] http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/All/IT/Tool/Press/Single?id_press=592&year=2013

[6] http://www.icebucarestnews.ro/userfiles/file/LA%20PRESENZA%20ITALIANA%20IN%20ROMANIA%202014.pdf

[7] Ci ricordiamo i due marò questi “eroi” uccisori di pescatori indifesi, dove erano? Su una nave mercantile. E nessuno si è chiesto cosa ci stavano a fare? Se c’è una normativa che li consente? Ebbene sì, in base al DECRETO-LEGGE 12 luglio 2011, n. 107 Proroga (delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l’attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonché degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione). Misure urgenti antipirateria. (11G0148) (GU n.160 del 12-7-201) ha permesso la convenzione tra gli armatori e il Ministero della “Difesa” (ma forse si intende difesa degli armatori e degli industriali in genere).

   Ci si chiederà se è possibile che un corpo di élite della marina non abbia nulla di più importante a cui pensare che fare la guardia giurata dei privati?    Esso è possibile poiché è un nuovo modo per fare cassa, poiché gli armatori sono pagati dal ministero. Dopo dismissioni e svendite del patrimonio, tasse e tagli a spese sociali, istruzione e ricerca, ecco a voi affitto di militari scelti. Un’ulteriore dimostrazione che l’austerità non ha come conseguenza solo il peggioramento delle condizioni sociali ma arricchimento di chi è già ricco.

   Del resto, ci siamo abituati all’impiego dell’esercito per cose che non gli competono istituzionalmente, per spot elettorali, tipo la “sicurezza” o l’emergenza neve; situazioni nate per dare solennità e importanza ad alcuni temi.

[8] L’episodio più grave di repressione si ebbe a St Peter’s Fields, vicino a Manchester, nel 1819, quando fu usata la cavalleria per disperdere un raduno di 50 000 persone che chiedevano una riforma parlamentare, provocando undici morti e 500 feriti. Questa strage fu approvata da tutta la classe politica inglese: e poiché anche il duca di Wellington, il vincitore della battaglia di Waterloo, espresse pubblicamente il suo sostegno nei confronti degli ufficiali che avevano ordinato la carica dei dimostranti, l’episodio venne sarcasticamente ribattezzato massacro di Peterloo.

LA PANDEMIA DEL DEBITO

•ottobre 25, 2020 • Lascia un commento

   In questi mesi la maggior parte della popolazione  (giustamente) si è concentrata sul Covid 19. Dal mio modesto punto di vista ritengo che bisognerebbe concentrarsi anche su un altro tipo di pandemia: quella dei debiti pubblici e privati che si stanno propagando nel mondo.

   Gli effetti del debito sono descritti dal compianto Gianfranco Bellini[1] e uscito postumo nel 2013, nel libro intitolato La bolla del dollaro – Ovvero i giorni che sconvolgeranno il mondo, edito da Odradek. Nella Bolla del dollaro si trovano riferimenti teorici, storici ed analitici che possono essere utili ad analizzare la situazione attuale. Nel frastuono di parole che i media, con ore di trasmissioni televisive sempre fuorvianti, di valanghe di notizie molte volte inattendibili  che servono ad anestetizzare la pubblica opinione, poco spazio si è dato al summit che si è tenuto il 27 – 29 agosto 2020  a Jackson Hole, in Wyoming, che è stato uno degli appuntamenti economici più attesi e importanti dell’anno, utilizzato dai banchieri centrali per mandare messaggi di politica monetaria.[2] Il tema di discussione era senza dubbio molto impegnativo: Navigare nel prossimo decennio: implicazioni per la politica monetaria. Star dell’evento è stato Jerome Powell presidente della Federal Reserve (Fed) e custode della valuta più indebitata, ma si badi bene non inflazionata, dell’intero globo terrestre,  se consideriamo che un debito di 26.712 miliardi di dollari non può più essere contenuto nei ristretti confini del pianeta Terra. Powell ha dichiarato che la Fed non si opporrà ideologicamente ad un livello di inflazione intorno al 2%, se questo sarà da stimolo alla crescita dell’occupazione. Non un accenno sul vertiginoso aumento del debito americano, di oltre 3.000 miliardi di dollari realizzatosi da marzo ad oggi, oppure per il suo improbabile contenimento, pensando alle tensioni inflazionistiche previste in percentuale assai contenute se rapportate alla massa monetaria espressa in dollari. Bisogna intendersi cosa intende dire Powell quando parla di tolleranza al 2%. Magari il capo della Fed sta mandando un messaggio alle classi dirigenti americane che si apprestano a scegliere il prossimo presidente attraverso la pantomima delle elezioni.  Powell ad esempio potrebbe sottendere che arrivare a un cambio di 1 dollaro per 0,70£ nei prossimi mesi non sarebbe tollerabile (oggi al cambio 1 dollaro per il 0,84£).  Bisognerebbe tenere d’occhio i rapporti di cambio tra le monete da novembre in avanti. Inoltre, bisognerebbe prestare attenzione al titolo del convegno Navigare nel prossimo decennio, assieme a un ulteriore riflessione: i banchieri centrali si stanno dando un orizzonte temporale definito e neppure troppo ampio. Nelle segrete stanze, e non in convegni pubblici, essi sanno che qualcosa dovrà succedere per forza nei prossimi anni.  

   Nel mondo occidentale il debito pubblico dilaga: il debito delle   corporation cresce, il debito delle aziende aumenta, il debito privato s’ingrandisce. Il Covid-19 sta accelerando questi processi, la cui velocità aumenta costantemente senza sapere effettivamente dove si vada a finire, nell’incerta certezza che per pura magia (magari per eredità culturale di Harry Potter o meglio ancora di Mago Merlino) non si andrà a sbattere contro nessun ostacolo. Ma sarà davvero così?

   Nella Bolla del Debito capitale reale e capitale fittizio vengono correttamente presentati in completa antitesi. Per quanto riguarda il capitale reale non si può che fare riferimento alla fondamentale opera di Marx DasKapital  (in italiano Il Capitale). Per quanto riguarda il capitale fittizio. Bellini fa notare che l’approfondimento teorico è ancora lacunoso e soggetto a critiche  e allo stato attuale una definizione di capitale fittizio, di potrebbe dire che c’è in esso il superamento del classico della formula classica di Marx  D-M-D’ (denaro-merce-più denaro).[3] Nella sostanza “Il Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere  simultaneamente convertita in valori d’uso esistenti. È un’invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro. Si tratta di una finzione necessaria ma costosa e prima o poi crolla a terra”. Lavoriamo su questa definizione dove troviamo essenziali per comprendere perché il fittizio è il debito ed il debito è il capitale fittizio. Analizziamola la prima parte della definizione: “Il Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere simultaneamente convertita in valori d’uso esistenti…”. Nel  Capitale di Marx è la merce che contiene valori d’uso e valore di scambio, la continua trasformazione di denaro in merce e di merce in denaro genera il capitale reale. Il capitale fittizio è invece avulso da questo meccanismo, la sua generazione non dipende da fattori produttivi e commerciali, è una sorta di auto generazione perpetrata da enti che sono in grado di creare e moltiplicare denaro (banche centrali ed istituti privati). Essi hanno storicamente avuto freni inibitori in quest’azione speculativa dove alla fine sono progressivamente indeboliti. Freni inibitori importanti fino allo scoppio della prima guerra mondiale: lo sterling era il derivato (capitale fittizio) della sterlina,[4] il quale era convertibile in oro secondo i sacri dettami del Gold Standard. Una delle ragioni a fondamento della prima guerra mondiale fu lo squilibrio fra gli Sterling Bills circolanti e l’insufficiente riserva d’oro della Banca d’Inghilterra per garantirli. Un successivo indebolimento avvenne nel primo dopoguerra, allorché il dollaro di fatto affiancò la sterlina quale moneta di riferimento del commercio mondiale e quindi gli inglesi e gli americani poterono creare capitale fittizio tramite i rispettivi bills (cambiali, titoli di credito commerciali ecc.) fortemente utilizzati per le transazioni internazionali, ma a loro volta soggetti alla speculazione finanziaria. Un ulteriore ridimensionamento vi fu a seguito degli accordi di Bretton Woods del 1944, ed al passaggio al Gold Exchange Standard. Le monete europee rappresentanti di paesi accumunati dalla distruzione fisica ed economica dovute alla seconda guerra mondiale (senza particolari distinzioni tra vincitori e vinti), persero la possibilità di convertirsi in oro, delegando al solo dollaro questa possibilità. La sterlina abdicò definitivamente al proprio ruolo di moneta di riferimento a favore del biglietto verde USA.  Negli Cinquanta e Sessanta, le necessità vere o presunte di far fronte alla cosiddetta guerra fredda contro il “blocco socialista” a guida revisionista e la Repubblica Popolare Cinese, sia dalle due guerre calde determinate dalle guerre di liberazione rivoluzionaria della Corea e del Vietnam, indussero ben presto le autorità monetarie a premere sull’acceleratore dell’indebitamento e della conseguente creazione di capitale fittizio fino a giungere al primo default del debito americano dell’agosto 1971, allorché il presidente Richard Nixon decretò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro (35 dollari per un oncia Troy[5]). Dal Gold Exchange Standard si passò al Dollar Standard, attualmente in vigore, ed alla possibilità per le autorità monetarie USA di creare debito senza limiti e quindi generare capitale fittizio a profusione per alimentare la voracità di Wall Street da un lato, e l’enorme costosissima macchina militare, compreso il suo notevole indotto industriale, dall’altro. Mai dimenticare che il privilegio di avere la valuta di riferimento lo si conquista e lo si difende sul campo di battaglia. Veniamo ora alla seconda parte della definizione: “E’ un’invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro…”. Il capitale fittizio è invenzione, è frutto della fantasia di banche ed istituiti finanziari che operano anche tramite il mercato borsistico, loro complice in nefandezze bancarie. Facciamo l’esempio dei Subprime oggetto della bolla esplosa nel 2008. Al rapporto reale di erogazione di un mutuo a fronte dell’acquisto di una casa, banche e finanziarie costruiscono una serie di prodotti finanziari derivati costruiscono una serie di prodotti finanziari derivati che inglobano il rapporto mutualistico, per poi venire a loro volta inclusi in altri prodotti finanziari, moltiplicando così il valore del debito originario. Fino al momento dell’esplosione della bolla, la vendita sul mercato tali prodotti speculativi genera denaro vero che ritorna “impropriamente” sotto forma di capitale investito, in questo senso ai alimenta il capitale reale, il capitale fittizio costituisce il simbolo di fiducia nel futuro perché tale sistema si fonda sulla convinzione che il sottostante rapporto reale, un debitore in carne ed ossa che paga regolarmente le rate del mutuo, non cesserà mai di adempiere al proprio dovere “sociale”. Su questa fiducia la speculazione moltiplica i valori senza porsi limiti. Allorché tale debitore viene meno a tale obbligo abbiamo è la crisi del 2008.

LA FASE TERMINALE DELLA CRISI?

   E’ errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, con la mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista e, il passaggio del capitale finanziario a ruolo guida del processo economico capitalista, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia, di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzarsi il loro capitale e accumulare e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli USA il monte salari è stato una percentuale decrescente del PIL) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato milioni di famiglie si sono indebitate, le imprese sono riuscite  a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.

   Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso generalizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (persino anche a chi ha avuto problemi di pagamento!). Questo fenomeno si è diffuso dagli USA a tutti i paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie hanno sempre teso al risparmio), l’indebitamento delle famiglie occidentali è salito in pochi anni, in Spagna è salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

   Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stata evitata e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari USA e del crollo  del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

   Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi  atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

   Le chiavi attorno a cui ruotò l’intero meccanismo furono essenzialmente quattro:

  1. I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartorizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamati Morgtgagebaked Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli a debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso di interesse è agganciato al tasso di interesse interbancario (LIBORrate) – che servivano per acquistare le obbligazioni rischiose dalla “banca madre”, cartorizzarle nella forma di collateralizet debt obligation (Cdo)  e rivenderle ad altre istituzioni bancarie, oppure a investitori come fondi pensione o hedge fund. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e i tassi di interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  2. Colleteralized Debt Obligation (Cdo).  La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine, oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  3. Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente, sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista dell’ambiente dove operano, anche se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  4. Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prelevare denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando profitti. Per quanto riguarda la bolla, l’inflazione dei prezzi immobiliari sta alla base della continua rivalutazione dei titoli cartolarizzati che ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi della commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma su pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare.

Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

   La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie informatiche (TIC): ma alla fine i forti incrementi di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale al lavoro.[6]

   L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, l’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, la finanziarizzazione dell’economia e l’attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa in quanto avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

   Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% al 1% . Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi di interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio, chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

   Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni  finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto.  Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

   Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

   Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

  1. Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.
  2. Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.
  3. Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

   Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari. Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

   Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche – qui in Italia in questo quadro bisogna vedere il superamento della divisione tra fascismo/antifascismo).

IL RUOLO DELLO STATO NELLA CREAZIONE DEL CAPITALE FITTIZIO

   la borghesia finanziaria[7] fa un uso privatistico dello Stato per creare capitale fittizio a costante sostentamento delle attività speculative. La Bolla del dollaro ci richiama alla genesi dell’intervento dello Stato in economia, nota eresia per il pensiero liberista classico, come soluzione della crisi economia del 1929.

   Gli economisti che sostengono l’intervento statale nell’economia sostenevano la tesi che il capitalismo sia governabile. Ideologi borghesi quali Sombart, Liefman, Schulze-Gaevenitz e riprese poi dai teorici della Seconda Internazionale quali Kautsky e Hiferding sostenevano la tesi del “capitalismo organizzato”.[8] Queste posizioni erano favorite dal fatto che nel periodo 1870/1914 ci fu un lungo periodo di assenza fra i paesi imperialisti.[9] I teorici del “capitalismo organizzato” sostenevano che nella società borghese moderna si riduceva progressivamente il campo delle leggi economiche operanti e ampliava in modo straordinario quello della regolamentazione cosciente dell’attività economica per opera delle banche.

   Queste teorie del “capitalismo organizzato “naufragarono nelle trincee della prima guerra mondiale, ma furono riprese all’inizio della grande depressione degli anni Trenta. In quel periodo nei circoli academici anglo-americani, in particolare Keynes ripresero il tentativo di dare un governo all’economia capitalista.

   Partendo dalla tesi che la stagnazione era causata dalla mancanza di investimenti produttivi ad un livello adeguato da parte dei capitalisti, che sono gli unici in una società borghese hanno i mezzi e sono nelle condizioni prendere l’iniziativa in campo economica. Secondo Keynes gli Stati devono creare una domanda di consumo finanziata col disavanzo statale. Keynes sosteneva che manovrando questa domanda attraverso la spesa pubblica e mettendo “degli incentivi a spendere” si poteva mantenere un livello di produzione che limitasse la disoccupazione.

   Le diverse soluzioni politiche che le borghesie dei vari paesi imperialisti hanno assunto negli anni Trenta (New Deal negli USA, nazionalsocialismo in Germania) erano caratterizzate da elementi comuni quali l’intervento dello Stato per razionalizzare l’economia.

   A essere precisi questo fenomeno dell’intervento dello Stato nell’economia era cominciato molto prima, ma fino al 1914 era rimasto sporadico o solo abbozzato:

   Vi sono stati due modelli di intervento statale nel mondo capitalista, da un lato la modalità degli Stati Uniti di Roosevelt e della Germania di Hitler, dall’altra la modalità dell’Italia di Mussolini. Il periodo è lo stesso: il primo lustro degli anni Trenta.

   In questo periodo  negli Stati Uniti l’azione del neo presidente Franklin Delano Roosevelt, a partire dai famosi primi 100 giorni del 1933, sinteticamente si rivolgono a tre aree d’intervento: l’area finanziaria, mettendo qualche briglia alle attività di Borsa tramite l’istituzione di una commissione di controllo sulle operazioni, ma soprattutto dividendo in modo netto l’attività delle banche commerciali (raccolta del piccolo e medio risparmio privato e loro investimento nei settori produttivi tradizionali) da quello delle banche di affari (gestione dei grandi patrimoni ed attività speculative); la seconda area riguarda il ruolo dello Stato (tramite apposite agenzie) come datore di lavoro, la più famosa delle quali fu certamente la Tennessee Valley Authority, con lo scopo di rilanciare economicamente la valle del fiume Tennessee soprattutto tramite la sua completa elettrificazione; infine nel campo fiscale dove, cosa incredibile se pensiamo alle risibili aliquote delle imposte dirette sugli alti redditi di oggi (in Italia la maggiore è il 43 per cento). Roosevelt gravò i redditi maggiori con aliquote fino al 79 per cento. Tutte queste azioni, tuttavia, non misero mai in discussione la proprietà privata di aziende ed istituti finanziari.

   Adolf Hitler, andato al potere agli inizi del 1933, si affidò per il rilancio dell’economia del Reich “millenario” ad un veterano della finanza tedesca del primo dopoguerra: Hjalmar Schacht. Già responsabile dell’economia nella Repubblica di Weimar nel 1923, presidente della Reichbank nel 1924. Nella sua azione governativa in economia, Schacht aderì al modello Rooseveltiano delle grandi opere pubbliche, che nel caso tedesco furono necessariamente ed immediatamente finanziate generando debito (capitale fittizio), che qualcuno tra Lombard Street[10] e Wall Street pensò bene di garantire, essendo la Reichbank impossibilitata a farlo. Il rapporto dello Stato con le grandi corporation tedesche fu subito quello di un’economia volta alla preparazione di un grande esercito e di una potente aeronautica: quindi soldi a profusione ai settori degli armamenti, meccanici ed automobilistici (come la Volkswagen, nata da un accordo siglato tra Hitler e Ferdinand Porsche). Anche nel caso tedesco le grandi banche ed i grandi agglomerati industriali (Krupp, Siemens, Bosch) non ebbero mai nulla da temere circa la saldezza dei pacchetti azionari nelle mani delle famiglie fondatrici.

   Come Roosevelt, anche Mussolini varò una legge bancaria nel 1933 che prevedeva la divisione tra banche di affari e banche commerciali. Ma in Italia si fece un passo che USA e Germania non si sognarono mai di fare: il salvataggio di banche ed industrie venne pagato proprio dai possessori dei pacchetti azionari, che dovettero cederli all’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI) fondato da Alberto Beneduce[11]. In ogni caso, in misura diversa e con modalità differenti, Stati Uniti, Germania ed Italia vararono ufficialmente e come politica strutturale l’era dell’intervento statale nell’economia. Anche la Gran Bretagna diede il suo contributo accademico, tramite l’opera di John Maynard Keynes, la cui divulgazione di uno dei due modelli, ovviamente quello che non metteva in pericolo i pacchetti azionari dei benefattori di denaro pubblico, contribuì alla diffusione dell’intervento statale nell’economia  nel mondo occidentale, soprattutto nel secondo dopoguerra. I due modelli di intervento statale ebbero diverse evoluzioni, dovute anche agli esiti della seconda guerra mondiale. Di fatto, il modello rooseveltiano venne quasi subito sostituito da un intervento di tipo finanziario: le agenzie governative del New Deal scemarono d’importanza, e lo Stato Federale da “datore di lavoro” diventò “committente” soprattutto nei confronti delle industrie belliche.

   Per ricapitolare: l’intervento dello Stato a partire dagli anni Trenta divenne permanente e più massiccio; la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale dell’economia nazionale si è affermato in tutti i paesi dominati dalla borghesia. Questa tendenza al capitalismo di Stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta nessuna novità qualitativa nei confronti del capitalismo classico, anzi ne è l’estrema conseguenza. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali, ecc. non sorgono, in sistema capitalistico, come conseguenze della prosperità economico, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo dell’industria; il controllo dello Stato sull’economia nazionale serve ad impedire attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni.

   Tornando all’epoca contemporanea, le esigenze della cosiddetta guerra fredda portarono il Tesoro americano all’indebitamento progressivo che costringerà Washington ad abbandonare il Gold Exchange System nel 1971.

 Il modello italiano, invece, si sviluppò ulteriormente: al gigante IRI si affiancano i giganti pubblici ENI ed ENEL. È il boom economico di questo paese, che è bene sottolineare, non fu mai a trazione privata. Il modello italiano di intervento pubblico ha dei tratti diversi rispetti a quello degli altri paesi occidentali, poiché tendeva a formare quella che veniva definita un “economia mista”, quando in realtà sarebbe corretto che si creavano delle FAUS (Forme Antitetiche dell’Unità Sociale).

   Le FAUS sono istituzioni e procedure con cui la borghesia cerca di far fronte al carattere collettivo oramai assunto dalle forze produttive, restando però sul terreno della proprietà e dell’iniziativa individuale dei capitalisti. Per farvi fronte crea istituzioni e procedure che sono in contraddizione con i rapporti di produzione capitalisti. Sono mediazioni tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione che ancora sopravvivono. Sono ad esempio FAUS le banche centrali, il denaro fiduciario, la contrattazione collettiva dei rapporti di lavoro salariato, la politica economica dello Stato, ecc.

    In tale sistema la produzione di capitale fittizio da parte dello Stato è sostituita dalla crescita del PIL agevolata dal ruolo direttivo dello Stato esercitato tramite il Ministero delle Partecipazioni statali. Nel 1964, in pieno boom economico, quando l’economia italiana cresce in media del 5% annuo sostanzialmente senza inflazione, il rapporto debito-Pil si trova al 33%.

   Nonostante gli anni Settanta vedono un oggettivo aumento dell’inflazione e della spesa pubblica, anche grazie alle conquiste dei lavoratori, lo Stato non genera debito: nel 1981 si trova ancora al 60% del Pil. Negli anni Ottanta, al ruolo dello Stato “direttore” dell’economia si affianca il ruolo di “sovvenzionatore” sia dell’economia privata che di un Welfare che si sbilancia sul lato della spesa (ad esempio le baby pensioni). La produzione del debito inizia ad eccedere la capacità di crescita del sistema di “economia mista”.

   La  caduta del muro di Berlino in Italia decreta la fine di molte FAUS per abbracciare un liberismo spinto al suo estremo. Il fallimento morale, politico, economico e sociale delle famigerate privatizzazioni selvagge degli anni Novanta guidate da Mario Draghi e Romano Prodi sono sotto gli occhi di tutti, basta pensare alla gestione Benetton delle autostrade italiane ed alle vicende legate al ponte Morandi di Genova.

   Gli anni Novanta rappresentano il trionfo del liberismo più o meno estremo (in Italia estremissimo) in tutto il mondo; tuttavia questo passaggio alla magia del mercato ha bisogno subito della generazione di tanto debito e quindi di capitale fittizio: dal 1991 al 2001 ultimo decennio della lira si passa dal 98,6 al 108,7 del rapporto debito Pil. L’ingresso del bel paese nella moneta unica non muta il trend: si passa dal 105,5 del 2002 al 126,1 del 2012 (complice la crisi dei Subprime), per poi superare brillantemente il 135 per cento nel 2019, per non parlare del 2020 ancora in corso.

CAPITALE FITTIZIO E LOTTA DI CLASSE

   La lotta di classe non è mai finita, lo sappiamo bene, semplicemente dalla caduta del muro di Berlino ad oggi nei paesi imperialisti centrali, la borghesia ne ha maggior coscienza ed è all’offensiva. Altro discorso è quello che avviene nei paesi del Sud del mondo poiché a livello politico la contraddizione principale è imperialismo (principalmente U.S.A.)/popoli oppressi. Massima espressione di questa contraddizione sono le guerre popolari in atto condotte da partiti comunisti guidati dal marxismo leninismo maoismo. Contraddizione che si sta fondendo con la contraddizione fondamentale classe operaia/capitale, poiché la classe operaia si è allargata a livello mondiale in termini assoluti, se si considera (pur con dati parziali) che la classe operaia mondiale abbia superato il miliardo di componenti e tendendo conto delle migrazioni verso i paesi imperialisti, dove ormai i lavoratori migranti sono una quota rilevante della classe operaia di questi paesi, per questo motivo nelle metropoli imperialiste si può tranquillamente dire che siamo di fronte ad una classe operaia multinazionale.

   Come si diceva prima in Italia (come negli agli altri paesi imperialisti) è stata combattuta strenuamente ed efficacemente da una classe sola: la borghesia “finanziaria” internazionale, quella che frequenta Wall Street, la City di Londra, che partecipa al World Economic Forum di Davos; la stessa che detiene la proprietà dei mass media, che crea partiti e leader di plastica che, a loro volta, allestiscono il “palco delle elezioni democratiche”. La crescita di debito e la conseguente produzione di capitale fittizio sono un segnale dello sfacciato uso privatistico che la classe dominante fa dello Stato.  Poniamoci una domanda: come mai i paesi occidentali soffrono di deficit costanti e debiti pubblici e privati crescenti? Il caso Italia è illuminante sotto questo profilo. Le ragioni del maggior debito non risiedono, come comunemente viene fatto credere dai mass media di regime, dalla crescita della spesa pubblica, la quale in Europa ha avuto un aumento limitato e fisiologico a causa degli accordi di Maastricht. La ragione sta nella diminuzione tendenziale delle entrate, le cui cause sono ideologiche e politiche; vediamole. La principale e fondamentale causa, che accomuna tutti i paesi occidentali, è la progressiva diminuzione della tassazione sia sui redditi delle persone fisiche più elevati sia sulle grandi aziende, e l’inevitabile spostamento del peso della tassazione diretta quasi interamente sulla classe dei salariati. Il sistema fiscale dei paesi democratici borghesi funziona come lo sceriffo di Nottingham: prende tanto ai poveri per dare a piene mani ai ricchi (vedasi il recente “prestito Covid-19” ottenuto dalla Fiat per 6,3 miliardi di euro da Intesa San Paolo, garantiti dallo Stato e che molto probabilmente non saranno mai restituiti[12]). La classe dominante non sopporta l’offesa di pagare le tasse. Gli Stati Uniti sono passati dalle aliquote rooseveltiane (ma anche del predecessore Herbert Hoover) del 79% sui redditi più alti agli attuali 39% per redditi oltre i 500.000 dollari: hai voglia a restituire il debito USA. Per quanto riguarda le grandi corporation, il culto del mercato globale ha ispirato legislazioni fiscali che permettono ai grandi gruppi di eludere il fisco dei paesi dove producono il proprio reddito tramite complesse architetture societarie, che finiscono sempre per avere “holding” in paesi offshore oppure a tassazione agevolata come Olanda e Lussemburgo. Cercare poi di far pagare le giuste tasse ad Amazon, Google, Apple nei paesi europei, ad esempio, rappresenta un oltraggio per gli Stati Uniti che su questo tema sono pronti alle ritorsioni commerciali (ultima crisi è datata dicembre 2019).

   In Italia è tradizionalmente tollerata un’elevata evasione fiscale il cui dato esatto è un vero e proprio segreto di stato, ma che viene mediamente calcolata tra i 170 e 190 miliardi di euro l’anno. Siccome nel Bel Paese le grandi corporation sono poche e le piccole e medie imprese sono molte e tutte private, l’aver creato un fisco caotico, inefficiente e profondamente ingiusto ha agevolato la media e piccola borghesia nostrana ad escogitare numerose e fantasiose pratiche evasive quasi mai perseguite. Allora chi paga le tasse per intero? Ovviamente la classe dei salariati, soggetta al sostituto d’imposta e quindi impossibilitata ad evadere.

   Tuttavia, tartassare e dileggiare i salariati è necessario ma non sufficiente. La performance tributaria di questa classe si è fortemente deteriorata dagli anni Novanta in avanti, grazie alla solerte opera dei partiti di governo (partendo da quelli di sinistra, vedi le riforme Treu) votati allo smantellamento progressivo dei contratti nazionali e rendendo possibile ed estremamente conveniente precarizzare il lavoro. In Italia il gettito fiscale da salari e stipendi è diminuito per ragioni quantitative: l’epoca della privatizzazione e del liberismo senza appello ha fortemente diminuito il numero degli assunti in valore assoluto; e per ragioni qualitative: il valore e la stabilità dei contratti degli assunti è progressivamente diminuito, deprimendo quindi il relativo gettito fiscale. La soluzione è stata quella di alzare la tassazione indiretta, ulteriore decisione a sfavore delle classi meno abbienti.

   Oggi l’aliquota principale sul valore aggiunto in Italia è del 22%, e vi sono meccanismi “automatici” che prevedono l’inasprimento delle percentuali IVA in caso di deficit eccessivo. Negli Stati Uniti invece esiste una Sales Tax[13] che arriva solo all’11% (nondimeno il gettito IVA è determinato dai consumi domestici, anch’essi diminuiti seguendo fatalmente il declino del reddito delle persone fisiche, altro elemento depressivo delle entrate. Last butnotleast (come dicono i bravi scrittori anglosassoni), l’aumento del debito è dovuto alle politiche delle banche centrali come il Quantitative easing e dei tassi d’interesse vicini allo zero oppure negativi. Federal Reserve e Banca Centrale Europea hanno inondato il mercato di denaro a bassissimo costo, ma non è arrivato a tutti. Le Banche private debbono prestare denaro a tassi forzatamente bassi e che non permettono di coprire adeguatamente il rischio delle insolvenze. Trincerandosi dietro agli accordi di Basilea ed al sistema dei rating su famiglie ed aziende, gli istituti di credito prestano a sicuri solventi, cioè a coloro che non hanno bisogno di soldi, e difficilmente a coloro che ne hanno realmente necessità, quindi potenzialmente a rischio. Il risultato di questo giochino è una montagna di denaro messa a disposizione per acquisto di titoli del debito pubblico, per alimentare i private equity, gli edgefound e per le speculazioni di borsa anche a causa dello smantellamento di un altro pilastro delle politiche economiche degli anni Trenta: la distinzione tra banche commerciali e banche d’affari, tornate in un’inquietante simbiosi. Il Quantitative Easing tiene il denaro lontano dall’economia reale ed è uno strumento di generazione di capitale fittizio. Sommando tutti questi elementi, che sono i principali ma non gli unici, possiamo comprendere perché il mantenimento di un sistema occidentale, democratico borghese e liberista non può che avvenire attraverso i deficit dei bilanci annuali, quindi dell’aumento del debito complessivo ed in ultima istanza di produzione di capitale fittizio: le stigmate della classe borghese dominante.

IL CAPITALE FITTIZIO PUO’ ESSERE DISTRUTTO?

   Riprendiamo l’ultima parte della definizione di Capitale fittizio: “Si tratta di una finzione necessaria ma costosa, e prima o poi crolla a terra”. Fino ad ora abbiamo visto che il capitale fittizio, essendo frutto di invenzioni ed architetture finanziarie è totalmente estraneo alla produzione di capitale reale, e quindi viene necessariamente distrutto. Il capitale fittizio è generato dalla grande disponibilità di denaro derivante dall’espansione dei debiti pubblici, e moltiplicato dalle attività speculative della finanza.

Spostiamo quindi l’oggetto della riflessione sui debiti sovrani e sul loro futuro. Un assunto: un debito pubblico che supera una certa soglia (per convenzione diciamo il 100% del proprio PIL) non è rimborsabile né ora né mai. Tali debiti possono avere altri destini. Quando il debito non è espresso da una moneta di riserva e di riferimento internazionali come la sterlina fino al 1944 oppure il dollaro oggi, la sua distruzione è accompagnata dall’evaporazione della moneta che lo esprime. Il debito della Germania sconfitta nella Grande Guerra e vessata dal trattato di Versailles ha cessato di esistere e pagare interessi distruggendo il Papiermark[14], sostituito dal Rentenmark[15] prima e dal Reichmark[16] subito dopo.

   Queste monete tedesche, prive di significative riserve d’oro e valutarie a seguito delle sanzioni post belliche ed espressioni di un paese allo sbando economico, erano interamente garantite da dollaro e sterlina (quante cose non sappiamo dell’ascesa al potere di Hitler). Quando il debito è espresso nella moneta di riserva e riferimento internazionale, come oggi è il dollaro, esso è “protetto” dall’esercito, dalla marina e dell’aviazione della metropoli imperiale, che non esitano a persuadere, chiunque voglia utilizzare monete più sane, a cambiare immediatamente idea.

   Agli inizi del XXI secolo  vi fu un leader che non fu accorto e lesto nel mutare opinione a proposito di vendere petrolio contro euro. Gli americani prima devastarono il suo paese per la seconda volta e poi lo impiccarono: si chiamava Saddam Hussein[17]. Il debito americano sembrerebbe quindi eterno finché protetto dalle portaerei USA. Esistono infine debiti che, se fossero espressi nella moneta nazionale, sarebbero già dissolti evaporandone la moneta, ma avendo nominato tale debito con una valuta comunitaria, esso è garantito da tale moneta e quindi da altri paesi: è il debito italiano denominato in euro. Proviamo ora ad immaginare il Bel Paese che perdesse la garanzia di paesi creditori, siano essi UE oppure la Cina, se volessimo trattare l’arduo tema dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Possiamo immaginare uno scenario dove gli italiani dovrebbero ridurre le proprie attività e gli spostamenti al minimo indispensabile; se i lavoratori dovrebbero essere legati ad un delimitato territorio, con divieto di oltrepassare determinati confini. Andrebbero dotati di un salvacondotto (anche sotto forma di autocertificazione) che dichiari i confini del fondo” all’interno del quale potersi muovere, ispirandosi in questo alla figura intermedia tra schiavo e uomo libero che fu per secoli il servo della gleba; chi invece non lavora, dovrebbe essere confinato nel proprio alloggio e basta. I servizi pubblici andrebbero ridotti sensibilmente: sportelli d’utilità generale come uffici comunali, INPS, Agenzia delle Entrate, Catasto eccetera dovrebbero rimanere chiusi il più possibile. Le scuole andrebbero chiuse e sostituite da forme d’istruzione (come le lezioni a distanza, anche in assenza di una infrastruttura di trasmissione dati dignitosa) che permetta agli scolari di stare a casa, con un risparmio anche su questa voce; l’accesso agli ospedali andrebbe regolato e concesso a chi può pagare, per talune malattie e non per altre, dando ai dirigenti sanitari la discrezionalità impunibile di scegliere di curare e chi lasciare al proprio destino; intere classi di pensionati, che beneficiano di forme di contribuzione antiche e quindi redditizie, andrebbero eliminati senza che nessuno fiati.

   Ad esempio, per una regione ricca di lavoratori a riposo provenienti dall’industria come la Lombardia, circa 17.000 persone morte  sarebbero un target adeguato. Luoghi e modalità di assemblamento andrebbero vietati, le assemblee sindacali nei posti di lavoro interdetti, i governi dovrebbero perpetrare stati di emergenza per prevenire sommosse, eccetera. Questo scenario, “del tutto ipotetico”, sarebbe compatibile per la sopravvivenza di un paese con un debito di 2.600 miliardi e nessuna possibilità di fare deficit. Ma se arrivassero 209 miliardi dai creditori, che per motivi geopolitici, sapendo di dare denaro a potenziali incapaci e disonesti scialacquatori, decidessero di salvare il debitore…. Per gli Stati Uniti il discorso è diverso. Il capitale fittizio primo o poi crolla a terra, eppure il congresso americano ha varato un allargamento di debito mai visto in un lasso di tempo ridottissimo: circa 3.000 miliardi di debiti creati da marzo 2020 ad oggi esta inondando Walle Street, banche private, private equity[18], società finanziarie, ecc. Quale destino può quindi avere un debito di 26.712 miliardi? Personalmente per quanto ne sappia ritengo impossibile che possa essere rimborsato. Potrebbe implodere internamente, il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione mai vista prima della storia dell’umanità, rigorosamente accompagnato da uno spaventoso conflitto domestico che potrebbe avere connotati raziali, ad esempio inasprendo la tradizionale e diffusa brutalità della polizia ai danni delle minoranze, aggiungendo l’azione repressiva delle guardie nazionali dei vari  stati federali, magari (speriamo veramente di no) comprendendo come strumento repressivo l’uso di testate nucleari. Questo debito potrebbe esplodere esternamente, tramite un poderoso tentativo di dollarizzazione di altri importanti paesi attraverso l’aggressione militare. La Cina sarebbe l’obiettivo ideale per numero di abitanti e le dimensioni della sua economia. Con l’aiuto di ottimi eserciti ausiliari come quello giapponese e  coreano la guerra alla Cina (che viene fatta ovviamente per portare “democrazia” e “libertà” – sarebbe un’impresa ardua ma possibile. Non è impossibile che ci possa essere un conflitto interno alla NATO ad esempio fra la Turchia e la Grecia[19] che rischierebbe di infiammare tutto il Medio Oriente, che potrebbe determinare il blocco della produzione di petrolio, e non sarebbe da scartare un conflitto con la Russia magari con la scusa di soccorrere un governo con la facciata democratica guido ad arte da amici dell’occidente come Tikhanovskaya.

   Non bisogna scordare che ci saranno le elezioni americane per la presidenza e che non possiamo suddividerli tra presidenti “buoni” o “cattivi”, ma presidenti di  quello che è tutt’ora il maggior paese imperialista.  


[1] Gianfranco Bellini (Milano, 1952-Milano, 2012). Manager, esperto di sistemi informatici, studioso e critico di economia internazionale. Di famiglia proletaria e comunista dà vita con i fratelli Andrea e Marco, al Collettivo di quartiere Casoretto, passato alle cronache come “la banda Bellini”. Si iscrive alla Boccon, durante il servizio militare, milita nel Movimento dei soldati. Si laurea in Economia alla Bocconi, con una tesi sull’Economia di Piano in Unione Sovietica, sviluppata con la matematica lineare di Kantorovic, che lo indirizza ai temi dell’economia globale e a una propria visione geopolitica. Manager in molte multinazionali, dalla Barclays Bank alla Montedison alla IBM, successivamente e fino alla sua morte continua la sua militanza nella sezione Tematica Laika del PdCI che ha come elemento fondante la ricerca teorica sul Capitale e l’inchiesta militante alla maoista.

[2]  Questi summit sono l’appuntamento annuale per economisti e banchieri centrali organizzato dalla Fed. Prende il nome dalla vallata del Wyoming dove gli esperti di tutto il mondo dovrebbero avere un momento di riflessione. Un momento di relax favorito dalla pace della vallata e dalla splendida vista sulle montagne Grand Teton, tra boschi di conifere e fiumi blu. Negli ultimi anni tuttavia su Jackson Hole si sono proiettate le tensioni dell’economia mondiale. https://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/jackson-hole.html

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/08/27/news/fed_l_inflazione_non_conta_piu_-265651271/

[3] Marx ritiene che tale “più” monetario, ovvero Plusvalore, non debba essere cercato a livello di scambio di merci, bensì a livello della produzione capitalistica delle medesime.

[4] Sterlina è il nome italiano della valuta ufficiale del Regno Unito e di alcune parti di territorio sparse nel mondo, compresa un’area del Polo Sud definita “Territorio Antartico Britannico”. All’origine del suo nome deriva da “Sterling Silver“, una lega metallica composta per il 92.5% di argento e il 7.5% rame.

[5] L’oncia troy è un’unità di misura del sistema imperiale britannico. Al 2013, è la più comune unità di massa per i metalli preziosi, le gemme e la polvere da sparo e, come tale, è utilizzata per definire il prezzo di questi beni nel mercato internazionale

[6] Spinte dalla concorrenza le imprese se non volevano essere spazzate via hanno investito in nuove tecnologie e modernizzato il capitale produttivo, tutto ciò ha causato un aumento fortissimo dei costi.

[7] Questa frazione (dominante) della borghesia è l’espressione del  capitale finanziario che  si determina la fusione e l’equiparazione del capitale industriale con quello industriale e la stretta unione di entrambi con il potere dello Stato monopolista.

[8] All’interno del Movimento Comunista N. Bucharin sosteneva la tesi che il capitalismo dalla fine del XIX secolo ha avviato un processo di organizzazione che ha modificato seriamente il libero gioco delle forze della concorrenza.

[9] Non è certamente un caso che in questo periodo all’interno del movimento operaio nasce e si consolida il revisionismo.

[10] Lombard Street è una strada della Città di Londra, nota per i suoi legami, risalenti al Medioevo, con i mercanti, i banchieri e gli assicuratori della City. Viene perciò spesso paragonata a Wall Street a New York.

[11] Alberto Beneduce è stato un dirigente pubblico, economista, politico (era un socialista riformista)  e accademico italiano, amministratore di importanti aziende statali nell’Italia liberale e fascista, amministratore delegato dell’INA, tra gli artefici della creazione dell’IRI e suo primo presidente, oltre che ministro e deputato.

[12] https://www.ilsole24ore.com/art/fiat-chrysler-stretta-prestito-garantito-63-miliardi-la-filiera-italia-ADlxC6Q

[13] La sales tax è la tassa sulla vendita di prodotti e servizi applicata in America ed è pagata dal consumatore finale al momento dell’acquisto.

[14] Il nome Papiermark si applica alla valuta tedesca dal 1914 quando il collegamento tra il Marco e l’oro fu abbandonato, a causa dello scoppio della I guerra mondiale. In particolare, il nome fu usato per le banconote emesse durante il periodo dell’iperinflazione in Germania nel 1922 e specialmente nel 1923.

[15] Il Rentenmark è stato la valuta emessa il 15 novembre 1923 per fermare l’inflazione del 1922-1923 in Germania. Sostituì la Papiermark, che era stata completamente svalutata. La Rentenmark fu solo una valuta temporanea, e non ebbe valore legale.

[16] Reichsmark è stato la valuta della Germania dal 1924 fino al 20 giugno 1948, quando è stato sostituito dal marco tedesco nella Germania Ovest.

[17] https://m.facebook.com/Coscienzeinrete/posts/291343917557482/?_rdr

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=11366

[18] Il private equity è un’attività finanziaria mediante la quale un’entità rileva quote di una società definita obiettivo, sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno dell’obiettivo.

[19] Non sarebbe la prima volta già nel 1974, quando La Turchia invase Cipro sabato 20 luglio 1974. … L’operazione, il cui nome in codice era Operazione Atilla, fu chiamata nella zona turca di Cipro “Operazione di pace del 1974”. Le forze turche dispiegarono una chiara e decisa strategia, costringendo numerosi greco-ciprioti a riparare nel sud dell’isola.

   Secondo un’intervista di Cem Gurdeniz, che nella Marina turca ha rivestito il grado di contrammiraglio ed ora dirige il centro studi marittimi della Koc University tale conflitto nel Mar Egeo significherebbe la fine della Nato e spingerebbe la Turchia definitivamente nell’orbita russa.  https://www.agi.it/estero/news/2020-08-12/guerra-grecia-turchia-trivellazioni-cipro-9403144/

L’ITALIA: UN IMPERIALISMO DEBOLE E MARGINALE

•marzo 30, 2021 • Lascia un commento

   Cosa distingue l’Italia dalla Francia, dalla Germania e dall’Inghilterra oppure dal Giappone, visto che per qualche anno paragonare lo sviluppo economico italiano a quello di quest’ultima potenza? Perché in Italia le crisi economiche, politiche, sociali, sanitarie ecc. assumono caratteri più accentuati rispetto a quanto avviene nei paesi europei più orti?

    Quello che distingue l’Italia dai principali paesi europei e dal Giappone è il fatto che l’Italia è un paese imperialista “debole” e di tipo “marginale”. Per capire i motivi di questa diversità e per comprendere le rilevanti conseguenze che ne derivano è necessario partire dalla considerazione della maggiore arretratezza economica dell’Italia.

   Nel gruppo dei principali paesi e in Giappone a differenza che in Italia, l’accumulazione del capitale industriale è stato il motore centrale dello sviluppo economico e del relativo superamento di produzione semi-feudale nelle campagne. Il ruolo dello Stato, in tutta una prima decisiva fase di questo processo, è consistito nell’operare per garantire la cornice giuridico-istituzionale più favorevole alla riproduzione dei rapporti capitalistici. Sulla base dell’accumulazione generata dal capitale industriale si sono sviluppati istituti finanziari strettamente collegati all’industria. Per tutta una fase prolungata la libera concorrenza tra le varie imprese industriali, non influenzata da un diretto intervento statale, ha favorito la selezione tra le imprese accelerando  i processi concentrazione e centralizzazione, con conseguente eliminazione delle imprese meno produttive. In questo modo si è arrivati alla formazione di una robusta struttura economico-finanziaria fondata sulla grande e sulla media industria e quindi alla costituzione dei classici monopoli industriali e finanziari. Sulla base di questi monopoli durante la prima guerra mondiale si è appunto determinata la nascita del Capitalismo Monopolistico di Stato (CMS) tipico dei paesi imperialisti industriali e, in seguito alla crisi degli anni Trenta della seconda guerra mondiale, del sistema complessivo del Sistema Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS).

   L’Italia e probabilmente la Spagna hanno invece seguito un percorso diverso e, pur diventando paesi imperialisti, hanno dovuto fare i conti con alcune modalità tipiche dei paesi a capitalismo dipendente e a capitalismo burocratico. La diversità tra l’Italia e la Spagna consiste essenzialmente nella differenza quantitativa e qualitativa relativa a tali modalità. La Spagna si ritrova inscritti alla propria economia e nel proprio Stato i segno del capitalismo dipendente e del capitalismo burocratico in misura significativamente più accentuata che nella stessa Italia.

   L’Italia non si è quindi sottratta compiutamente ai destini dei paesi a capitalismo dipendente. Solo per il rotto della cuffia è riuscita nei primi anni del Novecento a cogliere le ultime possibilità di entrare nell’ambito delle potenze imperialiste poco prima che l’imperialismo si affermasse organicamente su scala mondiale. Dopo tale affermazione, infatti, l’avvenuta affermazione infatti l’avvenuta spartizione del mondo ha determinato ovviamente la costituzione di una insuperabile barriera di ingresso,[1] che ha condannato i paesi non imperialisti alla condizione del capitalismo dipendente e del capitalismo burocratico.

   L’Italia è entrata nell’ambito delle potenze imperialiste come ultima ruota del carro, non come un paese subordinato all’imperialismo ma come un paese imperialista marginale, un paese capitalista se non dipendente di certo “semidipendete” sul piano finanziario, fortemente condizionato dalle potenze imperialiste più forti, prima la Francia all’epoca dell’Unità d’Italia, poi la Germania, quindi la Francia e la Germania simultaneamente, quindi ancora la Germania e, dopo la seconda guerra mondiale, gli USA in particolare e di nuovo le altre le altre potenze europee.

   L’idea comune secondo cui la rottura dell’Unione Europea libererebbe l’Italia da questa condizione di semi-dipendenza è mistificante perché confonde la questione dei caratteri strutturali assunti dall’imperialismo nei primi anni del Novecento con la questione dell’esistenza e della Comunità Europea.

    Anche se tale “comunità” dovesse completamente venir meno non muterebbe affatto i caratteri i caratteri dell’imperialismo italiano. Che lo voglia o no, ma in ultima analisi non può non volerlo, la borghesia italiana è oggettivamente semi-dipendente[2] dalle principali potenze economiche, in primo luogo dagli USA e dalla Germania.

L’ECONOMIA ITALIANA: UN RITARDO STORICO

   La rottura dell’Unione Europea si tradurrebbe non un una minore dipendenza, ma all’opposto in una forma più diretta e accentuata “semi-dipendenza”[3]. L’idea che l’imperialismo italiano possa operare in direzione del superamento dei propri caratteri strutturali ritornando alla moneta nazionale, sviluppando una politica economica più protezionistica e introducendo elementi di autarchia economica, è semplicemente la copertura degli interessi di chi in nome di tutto questo vuole, da un lato legare ancora più strettamente l’economia italiana all’economia di questa o quella potenza imperialista (come per esempio la Germania[4] e dall’altro, usare il nazionalismo, il protezionismo e le manovre finanziarie (svalutazione e inflazione) per fomentare il fascismo e poter trasferire ampie porzioni di reddito dagli strati popolari ai vari strati borghesi.

    Non solo l’Italia è un paese imperialista semi-dipendente e sempre resterà tale sino a quando dominerà l’imperialismo, a meno di una qualche vittoria su vasta scala delle potenze occidentali in una prossima guerra imperialista, ma è anche,  non a caso, un paese imperialista caratterizzato da un ruolo delle rendite.

   Quando si dice che l’Italia è arretrata economicamente e quando conseguentemente si sottolinea la sua specificità rispetto ai principali paesi europei, si deve proseguire individuando con precisione le cause di fondo di una tale situazione che fenomenicamente rimanda ad aspetti come la polverizzazione della struttura produttiva, la debolezza della media e della grande impresa, i bassi salari, l’elevata precarizzazione e l’elevatissimo tasso di disoccupazione, i bassi tassi d’investimento nella ricerca, la persistenza della questione meridionale e delle isole, la struttura particolarmente iniqua della tassazione, lo stato disastroso della sanità e degli altri servizi sociali, l’abnorme corruzione e lo strapotere delle mafie e della grande criminalità l’anomalia della presenza  dello Stato del Vaticano, le servitù militari, i rilevanti nessi strutturali tra organizzazioni fasciste, apparati repressive e servizi segreti, NATO e imperialismo USA, ecc.

CRISI FIAT E “SISTEMA ITALIA”

Un esempio eclatante della debolezza strutturale dell’economia italiana e vedere il rapporto che ci fu tra crisi FIAT e “Sistema Italia”.

   E’ vulgata comune per capitalisti, giornalisti prezzolati, e  “sinistri” vari che le ristrutturazioni nel settore dell’auto (e nell’industria in generale) siano necessarie per uscire dalla crisi.

   C’è da chiedergli a questi signori, come mai la FIAT che negli anni 80 aveva ristrutturato è ancora adesso in crisi? Che nel 1990 era al 15° posto tra i maggiori gruppi industriali, nel 2005 passa al 33°.

tabelle comparative

Maggiori gruppi industriali 2005-1990

20051990
N.GruppoNazioneFatturatoN.GruppoNazioneFatturato 
1BPInghilterra2241GMUsa79 
2Exxon MobilUsa2192ShellG.B.-Olanda66 
3ShellUsa2113ExxonUsa66 
4GMUSA1524FordUsa57 
5Daimler ChryslerGermania1395ToyotaGiappone50 
6ToyotaGiappone1366IbmUsa42 
7FordUsa1357IriItalia41 
8GEUsa1208GeUsa38 
9TotalFrancia1209BpInghilterra37 
10ChevronUsa11610DailmerGermania36 
11Conoco PhilipsUsa9611MobilUsa36 
12VolkswagenGermania8712HitachiGiappone36 
13Nippon TNTGiappone7913MatsushitaGiappone31 
14SiemensGermania7214Philip MorrisUsa  31 
15IbmUsa  7115FiatItalia29 
16HitachiGiappone6616VolkswagenGermania29 
17MatsushitaGiappone6417SiemensGermania28 
18HondaGiappone6318SamsungSud Corea28 
19HPUsa  6319NissanGiappone27 
20NissanGiappone6320UnileverG.B.- Olanda26 
21Sino pecCina5921EniItalia26 
22EniItalia5822DuPontUsa24 
23Deutsche TelekomGermania5723TexanoUsa24 
24Verizon com..Usa5624ChevronUsa23 
25SamsungSud Corea5625Elf AquitaineFrancia23 
26State GridCina5626NestlèSvizzera23 
27NestlèSvizzera5627ToshibaGiappone21 
28PeugeotFrancia5528HondaGiappone19 
29China NPCina5329PhilipsOlanda19 
30SonyGiappone5230RenaultFrancia19 
31PemexMessico5031CrislerUsa19 
32VodafoneInghilterra4932BoeingUsa18 
33FiatItalia4733AbbSvizzera18 
         

   La stampa si è consumata sugli “errori” della Fiat: globalizzazione in ritardo da parte della Fiat, assenza di una politica industriale e così via. L’unica spiegazione che i vari “esperti” non tengono conto (o fanno finta) è che la Fiat aveva da tempo fatto la scelta di uscire dal settore dell’auto, perché questo settore presentava una concorrenza internazionale che non riusciva a reggere, e i profitti ricavabili avevano un’entità inferiore a quella di altri settori. Questa scelta vista da un punto di vista capitalistico, ha una sua logica.

   Nel 1990 la quota Fiat nel mercato italiano era del 52% (con Lancia e Alfa) nel 2002 è al 31%. In Europa è passata dal 14% all’8%. Un calo che percorre tutti gli anni ’90.

   La Fiat aveva 130.000 dipendenti nel 1980, calati a 90.000 a metà degli anni ’80, poi a 50.000 all’inizio degli anni ’90 (con 12.000 quadri e impiegati buttati fuori tra il 1993 e il 1994) per arrivare ai 36.000 nel 2002. Tutto ciò corrisponde alla scelta ben precisa di mantenere l’azienda in una china di “produttiva decadenza”: di non investire, ma ridurre le spese all’osso, un’operazione di “spolpamento” dell’azienda per ricavarne risorse da gettare altrove, tutto questo finché dura. Operazione, del resto, nella quale la Fiat è esperta: ha fatto così con l’Alfa Romeo “acquistata” (nei fatti regalata dallo Stato) nel 1986 pur di non vederla cedere alla Ford e l’ha progressivamente smantellata, lo stesso era accaduto con Lancia e Innocenti.

   Secondo Eurobusiness (citato da Ezio Mauro su La Repubblica): “negli ultimi sei anni Volkswagen ha speso 21 miliardi di euro per studiare i nuovi modelli, Renault 10,4 Bmw 10, Fiat appena 4,5”.

   Mentre disinveste nel settore dell’Auto, la Fiat acquisiva altrove. Facciamo degli esempi: nel 1999 acquista Case, Kobelco e Pico e nel 2001 entra nel settore elettrico alla grande. La Montedison controllata dalla Fiat per il 24,6% diventa la seconda azienda del comparto dopo l’Enel.

   Per avere il quadro completo della situazione, non bisogna dimenticare l’affacciarsi nel mercato mondiale dell’automobile da un paio di decenni di paesi come la Cina, l’India, l’Iran e del Brasile che hanno registrato un aumento della produzione (o di una “tenuta” come il Brasile che ha perso solo l’1%) assorbita soprattutto dai propri mercati interni che hanno continuato a svilupparsi.

   La produzione automobilistica mondiale (auto, veicoli commerciali e camion) nel 1999 era di 56 mln 259mila, nel 2009 è stata di 61 mln 715mila, quindi ha registrato il 9,69% di incremento, ma questo incremento è dovuto in grandissima parte allo sviluppo produttivo dei paesi capitalistici più giovani, come Cina, India, Brasile e Iran; incremento assorbito, come si diceva, soprattutto dai propri mercati interni; mentre i paesi che tradizionalmente producono ed esportano in tutto il mondo i propri veicoli a motore in nel decennio che va dal 1999 al 2009 hanno subito un pesante decremento.

Situazione delle produzione automobilistica a livello mondiale tra il 1999 e il 2009 (mln unità).

Paese19992009
USA13.0255.709
Giappone9.8957.935
Germania5.6885.210
Francia3.1802.048
Canada3.0591.491
Spagna2.8522.170
Sud Corea2.8433.513
Regno Unito1.9741.090
Cina1.83013.791
Italia1.7010.843
Messico1.5501.561
Brasile1.3513.183
Russia1.1700.772
Belgio1.0170.537
India0.8182.633
Polonia0.5750.884
Rep. Ceca0.3730.975
Taiwan0.3530.226
Tailandia0.3220.999
Sud Africa0.3170.373
Argentina0.3040.513
Turchia0.2980.870
Malaysia0.2540.489
Svezia0.2510.156
Slovenia0.1180.213
Iran0.1191.395
Romania0.1070.296

È visibile il tracollo delle potenze industriali del blocco occidentale, in particolare degli USA che hanno perso il 56% di produzione, il Giappone che ha perso il 19,8%, il Regno Unito il 44,7%, l’Italia il 50,4%, il Canada il 51,2%, la Francia il 35,6%; mentre è altrettanto evidente il balzo della Cina che ha più sestuplicato la propria potenzialità industriale portandosi agli stessi livelli produttivi del settore che avevano dieci anni prima gli USA, seguita dall’India che ha triplicato la sua produzione di dieci anni prima, l’Iran che nel 1999 aveva una produzione molto limitata, in dieci anni più che decuplicata, il Brasile con una produzione più che raddoppiata.

   Questo sviluppo industriale di paesi come la Cina, l’India cominciato negli anni ’90 è una conseguenza dell’eccesso di capitale che ha trovato come sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” in altre parole nella creazione di un unico sistema capitalistico in cui ai paesi semicoloniali si sono aggiunti gli ex paesi cosiddetti “socialisti” o che si definiscono come tali come la Cina, nel ruolo di fornitura di materie prime e di semilavorati e di produzione di manufatti a bassi salari e senza alti costi relativi alla sicurezza e alla protezione dell’inquinamento.

   A partire da questa fase del capitalismo, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi detti “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Kong).

   I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1986-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2000 + 46 47,2%. Questo gigantesco afflusso di capitali ha creato una mondializzazione della produzione industriale.

   Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è al di fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone.

   Gli Stati Uniti rimangono certamente ancora la più grande potenza industriale (nel 2008 erano il 24% del totale mondiale) mentre la Cina sempre in questo periodo si situava al 18% (dopo essersi posizionata al 6% nel 1995, al 10% nel 2000, al 13% nel 2005).

   Detto, questo bisogna sottolineare una caratteristica poco conosciuta ma molto importante dell’economia cinese attuale: il dominio del capitale straniero sui settori più dinamici e più produttivi dell’industria. Secondo un esperto del governo cinese, commentando la notizia che la Cina era diventata il primo esportatore mondiale: “circa l’83% dei prodotti ad alto contenuto tecnologico e il 75% dei prodotti elettronici esportati sono fabbricati in imprese a capitale straniero”.

   Le statistiche ufficiali cinesi illustrano chiaramente questo dominio. Nel 1986 le imprese a capitale straniero erano all’origine del 5,6% delle importazioni e dell’1,8% delle esportazioni del paese; nel 2007 la percentuale era salita al 57,8% delle importazioni e al 57,1% delle esportazioni; più della metà del commercio estero cinese è in realtà opera delle filiali di aziende straniere. Nel 1990 le imprese a capitale straniero erano responsabili del 2% della produzione totale cinese. Senza dubbio questa percentuale è in diminuzione dopo il 2003, ma, considerando che una parte delle imprese cinesi sono in realtà delle sottomarche di imprese straniere, è incontestabile che l’industrializzazione e soprattutto il progresso del commercio estero cinese dipende per una parte significativa del capitale internazionale. Le imprese straniere assicurano di fatto il 40% del PIL cinese.

   Una caratteristica delle esportazioni cinesi è che la metà delle esportazioni fanno parte dei “processing export”, cioè l’esportazione di merci prodotte (o assemblate) a partire da parti staccate o componenti importate. Questa percentuale sale all’85% per le imprese a capitale straniero; questo tasso è nettamente più elevato per le esportazioni di materiale elettronico e per i beni strumentali che non per il tessile, l’acciaio o la chimica, settori questi ultimi in cui le imprese straniere sono poco presenti. Il capitalismo cinese non controlla quindi che parzialmente, e quasi per niente nei settori detti di alta tecnologia, le filiere di produzione di merci sono esportate in altri paesi. Le imprese a capitale straniero v’importano componenti e parti staccate dai paesi asiatici vicini, per farvi produrre a basso costo da operai cinesi, merci che poi sono esportate verso i paesi capitalistici sviluppati, compresi quelli da cui sono usciti questi capitali.

   La crisi Fiat è il segnale di una difficoltà del sistema capitalistico italiano a reggere la concorrenza a livello internazionale: la Fiat, uno dei tre sgabelli dell’economia italiana (Medio Banca-Generali, Fiat, industrie statali) traballa, e il “sistema Italia” ha dei forti capogiri. L’intero sistema, infatti, se la passa male, non regge la competizione del mercato globale, il tanto invocato “piccolo e bello” non funziona più, tant’è che le piccole imprese chiudono (nel 2002 una ricerca della Confapi, parla di 60.000 piccole imprese sul punto di fallire), esistono pochi spazi per un recupero come sarebbe consentito in una fase di sviluppo e i capitalisti, alla ricerca di profitti spostano il capitale verso i settori, dove è più conveniente: l’accumulazione monetaria ha il sopravvento sull’investimento nella produzione.

   E in questa situazione, che la Fiat dal 1990 ha quadruplicato la sua produzione fuori dall’Italia, subendo però le intemperanze della crisi argentina, brasiliana, turca ecc.

   La crisi Fiat che si manifestò in maniera esplicita nel 2002 dimostrò in evidenza la debolezza dell’intero “sistema Italia” nella contesa internazionale.

   A causa della crisi in atto, si accentua il fenomeno della concentrazione delle aziende, dove la Fiat è chiamata a confrontarsi con realtà imprenditoriali di eccezionale forza economica. Basti pensare che la General Motors, che tanta parte ha avuto nella vicenda Fiat, è una delle prime industrie nel mondo ed è sui suoi livelli che la Fiat era chiamata a confrontarsi. Il declino economico della Fiat sta all’interno della condizione negativa che coinvolge il ”sistema Italia”, il quale ha la più bassa concentrazione di capitali rispetto ai paesi concorrenti: in Italia prevale la piccola industria, il commercio al dettaglio e i distretti organizzati della piccola produzione non riescono a reggere la concorrenza con gli altri colossi imperialisti.

   L’unione delle piccole e medie industrie, in Italia non è giunta a un punto da poter contrastare l’azione centralizzata dei colossi multinazionali e talvolta non riesce neppure a reggere la competitività con paesi meno sviluppati capitalisticamente che beneficiano di un costo della manodopera più basso. Le imprese con più di 500 addetti in Italia nel 2001 solo il 15%, mentre nello stesso periodo in Germania rappresentano il 56% e in Francia il 43%. Inoltre, in Italia, le grandi imprese hanno anche una composizione organica del capitale più bassa che in altri paesi concorrenti: un’analisi di Mediobanca su 256 multinazionali dimostra che nel 2002 le 13 italiane hanno 189 miliardi di euro di attivo, in Francia in 23 producono un attivo 413 miliardi di euro, in Germania in 18 producono 677 miliardi di euro di attivo. Se si guarda gli investimenti per la ricerca, essi sono passati dal 5,8% nel ’99 al 3.7% di oggi, in particolare alla Fiat gli investimenti fatti in questi ultimi anni sono insufficienti: nel periodo che va dal 1997 al 2001, la Fiat ha speso 3.5 miliardi di euro in ricerca e sviluppo (pari al 2,8% dei ricavi) e 5,65 miliardi di investimenti fissi, mentre il gruppo Psa (Peugeot – Citroen) ha investito in ricerca 4,4 % di ricavati, e 9,4 miliardi di investimenti fissi. Se poi, guardiamo ai settori innovativi vediamo che dal 1991 al 200 il rapporto tra alcuni paesi è il seguente: la Germania è passata dal 12 al 15% dell’intero comparto produttivo; la Francia dal 20 al 25%; gli USA dal 20 al 25%, mentre l’Italia è rimasta stazionaria intorno all’8%. L’aumento della produttività italiana si è basato in questi anni più sull’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori che sull’investimento in macchinario.

   Di questo nanismo non soffre solo la pletora delle piccole e medie imprese, dei laboratori artigianali e delle botteghe e bottegucce, ma anche una buona parte della grande impresa. Prima di tutti la Fiat, che nel concentratissimo spazio dei produttori mondiali di automobili non è riuscita a occupare stabilmente nessuno dei segmenti strategici. L’apertura del mercato italiano, un tempo protetto e monopolizzato dall’industria nazionale per eccellenza, quella che determinava la costruzione di autostrade e l’arretratezza degli altri sistemi di trasporto, ha determinato in pochissimi anni la perdita di notevoli quote di mercato a favore di Toyota, Nissan, Ford, Peugeot, Renault.

   La crisi, paradossalmente, ha accentuato la tendenza al nanismo industriale: le Pmi (piccole e medie imprese sotto i 50 addetti) che nel 1970 erano giunte a occupare il 42% della forza lavoro, nel 1981 erano al 48% per toccare nel 1991 la vetta del 56%. Nel 2004 c’erano solo 3 multinazionali di dimensioni paragonabili alle omologhe europee (Fiat, Eni, Telecom). Negli anni ’80 e ancora negli anni ’90 il fenomeno veniva propagandato (anche da certa sinistra “radicale” e “antagonista”) come un elemento di dinamismo e vivacità. Stucchevoli elogi della creatività e dell’operosità italiana emergevano tra le righe di numerosi studi sui distretti industriali e sulle “tre Italie”. La tesi era che in alcune zone d’Italia (nord est, Emilia-Romagna, Toscana) si era costituito una combinazione tra dosaggio dei fattori produttivi e di “solidarietà sociale”. La “cultura solidaristica cattolica” e il “cooperativismo di matrice comunista”, e la forza di istituzioni radicate quali la famiglia, le parrocchie e le case del popolo rendevano possibile, a parere di questi studiosi, una produzione innovativa, efficiente, in un contesto di coesione sociale.

   Uno dei personaggi che ha contribuito a sinistra a decantare il fenomeno delle piccole e medie imprese è senza dubbio Aldo Bonomi. Nel suo libro Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia (1997, Einaudi, Torino) afferma che “nuovo” capitalismo, abbia trasformato, in stretta connessione con le dinamiche della cosiddetta globalizzazione, la struttura sociale di intere aree del paese: fino a ridisegnarne la fisionomia e le forme stesse di lavoro. Dove le contraddizioni non sono più tra classi ma tra territori e sistemi produttivi, dove ci sono aree alpine e pedemontane attivamente attraversate dalla “globalizzazione” mentre altre si caratterizzano come “zone tristi”, escluse dalla“modernizzazione”.

   A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, per gli studiosi ispirati dalla “scuola di regolazione”, la piccola impresa italiana era, per loro, all’avanguardia nel processo di adattamento in un periodo di incertezza, pronta per recepire le nuove tecnologie che consentono alta produttività e versatilità.

   La realtà era, come sempre, molto prosaica: la crisi continuava a spingere ex operai e detentori di piccolissimi capitali verso l’avventura della piccola impresa, che si fondava sull’evasione fiscale e contributiva (favorendo così a essere un baluardo del regime democristiano), sulla possibilità di licenziare senza giusta causa e sulla consolidata politica delle svalutazioni competitive. Quest’ultimo elemento, che ha favorito i settori che producevano per l’esportazione, è stato cancellato dall’ingresso nell’euro. Il complesso di questi tre vantaggi rendeva plausibile l’avventura imprenditoriale anche per esperienze fragilissime. Il vero asso nella manica dei piccoli capitalisti italiani era il basso costo della forza lavoro: mentre la grande impresa cercava di erodere i salari dei lavoratori tramite l’inflazione e la politica dei redditi concertata con i sindacati e la sinistra, i piccoli imprenditori offrivano lavoro ai nuovi disoccupati a salari decisamente inferiori. Un nuovo capitolo dei distretti italiani è stato scritto sotto il governo D’Alema, con i patti d’area e il consolidamento dei distretti di Puglia e Basilicata.

   La perdita di quote di mercato è dovuta alle modeste dimensioni delle aziende e se pensiamo che l’80% degli investimenti sono fatti dalle grandi aziende, sono prevedibili le difficoltà incontrate dall’imperialismo italiano con l’accentuarsi della contesa internazionale.

Quota di mercato delle esportazioni italiane sulle esportazioni mondiali.

19914,9
19984,5
19994,1
20003,8

Quota di mercato delle prime 237 multinazionali per paese di origine (1998)

Usa34,1
Giappone18,8
Germania15,5
Francia8,1
Regno Unito8,1
Svizzera3,6
Italia3

   L’inserimento dell’economia italiana nel mercato europeo (con la moneta unica) l’ha preservata maggiormente dagli scossoni determinati dalla crisi, ma anche esasperato le tensioni interne. I grandi gruppi, non solo perdono le battaglie economiche a livello europeo e mondiale ma si trovano anche a scontrarsi con i gruppi industriali di nuova formazione dei paesi dei paesi più arretrati dal punto di vista capitalistico.

   Fino al 1999 le oscillazioni della lira permettevano all’Italia margini di recupero che oggi non sono più possibili: la quota di export mondiale nei vari paesi e la tendenza al livellamento si fa più forte. Il capitalismo italiano, per recuperare competitività, deve abbassare ancora di più i salari, intensificare il lavoro, ridurre la manodopera a favore di investimenti più elevati in macchinari e materie prime, riformare la propria “macchina” burocratica statale per renderla più agile alla propria penetrazione nei mercati internazionali. Contro i lavoratori viene accentuata una politica di lacrime e sangue; la crisi innalza il livello dello scontro sociale. Non è un caso che livello politico si vede il passaggio da una democrazia “liberale” a una più blindata, con l’uso di metodi di gestione del potere statale più apertamente repressivi e autoritari.

   Ormai è dalla metà degli anni ’70 che il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva permetteva ad alcune frange di lavoratori di avere delle briciole dei sovrapprofitti imperialistici; miseria e povertà endemica stanno diventando un fenomeno fisiologico nella società in cui viviamo.

   Il capitalismo italiano può reagire a questo declino solo operando sul piano internazionale per essere presente sui mercati in modo più competitivo.

L’ABNORME RUOLO DELLE RENDITE

   Si può sostenere che l’arretratezza italiana è strettamente dipendente dal ruolo delle rendite.

   Come premessa bisogna vedere come sorge la rendita.

      Occorre rilevare che l’arretratezza dell’agricoltura rispetto all’industria non è un fenomeno solo italiano ma è una realtà diffusa nei paesi di quello che viene definito “Terzo Mondo”. Questa arretratezza  è un fattore storico, in quanto proviene dalla legge della ineguaglianza dello sviluppo capitalistico, non proviene dalla natura del suolo, ma dai rapporti sociali, che in una realtà come quella italiana (e nelle altre similari a essa) sta nella prevalenza della rendita fondiaria assoluta. In condizioni di esistenza della proprietà privata fondiaria, che si affittino e si coltivino terreni di buona o cattiva qualità, i proprietari fondiari vogliono ricevere sempre una rendita fondiaria altrimenti preferiscono tenere la terra a riposo piuttosto che permettere di utilizzarla senza avere un adeguato guadagno. Marx ha chiamato assoluta questa rendita che esiste a causa della proprietà fondiaria e che perciò deve essere pagata in assoluto, che si affittino e si coltivino terre di buona oppure di cattiva qualità. La formazione di questa rendita è determinata dal fatto che la composizione organica del capitale in agricoltura è normalmente più bassa rispetto a quella del capitale industriale. Il plusvalore in agricoltura (come in tutti i settori a bassa composizione organica) sarà necessariamente più alto del profitto medio, e il valore dei prodotti sarà superiore al loro prezzo di produzione. Ma, qualsiasi capitalista che intenda investire nell’agricoltura, anche se investe nei terreni peggiori, deve pagare una rendita fondiaria al proprietario del terreno. Marx rileva che la proprietà fondiaria: “non permette nessun investimento di capitale sul terreno finora non coltivato o non affidato, senza prelevare una tassa, in altre parole senza pretendere una rendita” – (K. Marx, Il Capitale, libro terzo). Il monopolio della proprietà fondiaria e la necessità da esso determinata, di pagare una rendita fondiaria, fanno dunque che il prodotto agricolo debba essere senz’altro venduto a un prezzo di mercato più alto del suo prezzo di produzione. Cosicché la parte del prodotto agricolo che supera il prezzo di produzione, cioè il sovra prodotto agricolo, non prende parte al processo di livellamento del profitto, e viene trattenuto come rendita assoluta nel suo settore.  La proprietà fondiaria privata, ostacolando l’investimento dei capitali nella terra e appropriandosi di porzioni sempre più crescenti del plusvalore, è una delle cause principali dell’arretratezza dell’agricoltura.

   La rendita ovviamente era parte del blocco di potere in Italia. Motivo per cui non si presero decisioni come la nazionalizzazione delle foreste e dei pascoli che era un inizio di rivoluzione borghese, poiché la rendita si sarebbe trasferita allo Stato, ma grazie, alla soppressione della rendita assoluta, ci sarebbe stata una riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli. La nazionalizzazione, sopprimendo il monopolio della proprietà fondiaria privata, permette un più ampio sviluppo capitalistico in agricoltura.

   In Italia a differenza degli altri paesi europei, dove c’è stata la trasformazione del capitale industriale in capitale finanziario, c’è stata la trasformazione delle vecchie rendite agrarie semi-feudali peraltro persino dominati in vaste dominanti in vaste del paese sino agli Cinquanta.

   Tale tipologia di rendite dai primi anni del Novecento, ma appunto in certe aree del paese anche vari decenni dopo, si è lentamente trasformata in rendite urbane e in altre rendite speculative, con la conseguenza di fondo che parti dei capitali e quindi una gran parte degli istituti finanziari monopolisti italiani non hanno mai assunto un effettivo carattere industriale-finanziario (a differenza degli istituti finanziari considerati direttamente da Lenin).

   Oltre alle rendite di tipo classico vanno considerate le rendite di tipo moderno, legate cioè all’ascesa dell’imperialismo, quelle derivanti dagli impieghi della spesa pubblica derivanti dagli impieghi di spesa pubblica per il foraggiamento e per il sostentamento della società civile e della macchina statale burocratico-militare (società politica) e quelle relative e ai finanziamenti all’industria e ad altri settori imprenditoriali.

   Qui si può accennare all’importante tesi di Gramsci secondo cui, quanto più una società è espressione di una formazione storica e sociale complessa, sofferta e tortuosa, tanto più risulta caratterizzata da una pesante stratificazione sovrastrutturale. A maggiore ragione, quindi in una società di questo tipo, lo sviluppo del capitalismo è gravato dal peso di sopravvivenza e residui del passato che continuano a persistere nel tempo nella società civile, e nell’apparato burocratico della società. Questa tesi di Gramsci è rilevante perché connette la questione della formazione storica, politica e ideologica della società civile e dello Stato a quella dell’estensione delle rendite parassitarie derivanti dalla spesa pubblica. In questo senso Gramsci sottolinea anche, gli aspetti, inerenti alla questione del Vaticano e del mezzogiorno d’Italia, del ruolo di accaparratore diretto o indiretto delle rendite pubbliche da parte dell’apparato ecclesiastico.

LA LEVA DELLO STATO: CARATTERI PARASSITARI DELL’INDUSTRIA ITALIANA

   Questi due aspetti di fondo la semi-dipendenza e il ruolo abnorme delle rendite agrarie e urbane hanno fatto sì che l’Italia, a differenza dei principali paesi capitalisti occidentali, si sia sviluppata tardivamente dal punto di vista economico e statale e che tale sviluppo sia avvenuto usando come classicamente sono costretti a fare i paesi dipendenti e quelli a capitalismo burocratico, la leva dello Stato per incentivare o favorire lo sviluppo dell’industria. In questo modo si è sviluppato e affermato in Italia quel complesso di caratteristiche del Capitalismo Monopolistico di Stato che sono diventate tratti irreversibili e che non solo emergono sempre con particolare evidenza nelle principali crisi economiche, politiche, sociali e appunto sanitarie ma che soprattutto contribuiscono a caratterizzarle con maggiore dirompenza.

   La semi-dipendenza dall’imperialismo estero, il ruolo abnorme delle rendite di tipo agrario e collegate a queste, di tipo urbano e speculativo[5], il rilevante ruolo di una parte degli istituti finanziari disinteressati o persino ostili allo sviluppo industriale, in particolare a quello della media e della grande industria, il costituirsi dello Stato come attore primario dello sviluppo tramite il finanziamento con denaro pubblico dello sviluppo industriale e dei monopoli finanziari a esso connessi, tutto ciò ha comportato quanto segue:

  1. Lo sviluppo industriale è avvenuto sulla base di un immane impoverimento delle masse contadine, in particolare del Meridione[6] e della isole[7] e sulla base dello sfruttamento selvaggio della classe operaia spesso orientato più all’estorsione del plusvalore assoluto e all’abbassamento del valore della forza lavoro piuttosto che, come nei principali paesi europei all’estorsione del plusvalore relativo.
  2. Il ruolo determinante dello Stato come strumento privilegiato per lo sviluppo e per il salvataggio delle imprese oltre a favorire lo sviluppo di una struttura produttiva più orientata in senso tradizionale e meno stimolata all’investimento nei settori tecnologicamente più avanzati e decisivi, ha anche favorito la formazione di un capitalismo industriale dai tratti parassitari in cui i profitti provenienti dallo sfruttamento dei lavoratori salariati si uniscono alle rendite provenienti e dai finanziamenti pubblici.
  3. I tratti parassitari del sistema industriale italiano hanno determinato una scarsa propensione alla competizione con il complesso delle rendite di tipo classico, ma anzi generalmente cointeressato a costituire con esse un blocco dominante unitario.
  4. Le diverse tipologie di rendite in Italia oltre a contribuire, come avviene nei principali paesi imperialisti, come le classiche tipologie di rendite, ad abbassare la produttività del lavoro e a ridurre il capitale a disposizione per gli investimenti produttivi, operano con particolare intensità come insaziabili consumatrici di denaro pubblico e quindi con una relativa formidabile compressione della spesa per la sanità, le pensioni ecc.
  5. In Italia, come d’altronde nei paesi dipendenti e in quelli a capitalismo burocratico, le privatizzazioni, proprio come le statalizzazioni ossia i salvataggi di imprese e banche, sono funzionali non solo a fornire  da parte dello Stato uno sbocco di investimenti alla speculazione finanziaria, ma anche alimentare la rendita parassitarie attraverso la spesa pubblica. Questo drenaggio di denaro pubblico va a confondersi con il finanziamento delle diverse istituzioni, dei differenti apparati e dei vati organismo del Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS).
  6. Nell’accentuarsi della crisi generale del capitalismo la pressione delle diverse tipologie di rendite aumenta. Tutto questo è non solo la base principale del carattere classista dei servizi sociali pubblici, ma è anche la spiegazione del perché in questi gruppi paesi tali servizi siano caratterizzati da una acuta crisi endemica. Il blocco dominante, in paesi come l’Italia e in forme diverse nei paesi a capitalismo dipendente e a capitalismo burocratico, non può risolvere tale crisi (come ovviamente non può fuori-uscire dalla crisi generale) senza intraprendere una reale politica di modernizzazione industriale e di accrescimento delle economie di scala accompagnata da una radicale compressione di tutte le tipologie di rendita. Si tratta ovviamente di una missione impossibile che peraltro nessuno si sognerebbe realmente d’intraprendere, tantomeno l’imprenditoria legata all’industria, in primo luogo perché tale eventualità farebbe implodere il blocco dominante spalancando le porte a una rivoluzione socialista. 
  7. Il ruolo giocato da una spesa pubblica indirizzata alla promozione delle rendite e alla riproduzione del Sistema Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS) ha determinato una struttura della tassazione particolarmente iniqua una carico fiscale che non trova riscontro nei principali europei, incentrato oltre che sulla tassazione dei redditi dei lavoratori dipendenti e micro-imprenditori dei cari settori (agrario-pastorale, piccolo commercio e ristorazione, piccole imprese di tipo artigianale, turismo ecc.), anche sulla cassazione dei consumi. Anche in quest’ultimo caso quindi gravante sulla classe operaia, sulle masse popolari e sugli strati intermedi della piccola borghesia.
  8. L’intervento dello Stato non si è limitato alla riproduzione dell’apparato burocratico delle attività industriali, ma si è esteso in generale sia al sostegno alle diverse attività imprenditoriale (escludendo solo quelle attività dei settori bassi e intermedi della piccola borghesia) sia al foraggiamento di una vasta società civile e quindi di un’ampia piccola borghesia privilegiata contraddistinta da funzioni organizzative e attività di  tipo intellettuale, fomentando ovunque parassitismo, corruzione politico, ideologica e sociale, concorrenza e competizione per l’ottenimento e il miglioramento delle posizioni e degli spazi di potere ecc.
  9. La struttura della produzione e della distribuzione si è quindi caratterizzata a) per una moltitudine di piccole e piccolissime imprese mediamente arretrate, incentrate nei settori tradizionali, poco elastiche rispetto alle innovazioni, disinteressate alla ricerca scientifica, sistematicamente impegnate, anche perché a volte costrette da logiche di pura sopravvivenza, a comprimere i salari e i diritti residui  dei lavoratori e quasi mai ottemperanti alle poche e insufficienti norme di salvaguardia della loro salute e sicurezza, b) per un gruppo di medie industrie prive  di una reale possibilità di competere con le principali imprese europee sulla base di adeguate immissioni di tecnologiche e ricerca, c) per un gruppo ancora più ristretto di grandi imprese caratterizzate da un’intrinseca fragilità produttiva, che in forme diverse vengono largamente foraggiate dallo Stato e che sono frequentemente soggette, in particolare in fasi di profonde crisi economiche allo smantellamento al servizio delle rendite, ad acquisizioni da parte di imprese estere e a processi di ristrutturazione che assumono la forma giuridica della privatizzazione o viceversa della ripubblicazione, sempre occasioni per altro per rimpinguamenti parassitari e per un accentuarsi della corruzione.

ARRETRATEZZA STRUTTURALE ED EMERGENZA SANITARIA

   L’arretratezza dell’economia italiana accompagnata dal ruolo abnorme delle diverse tipologie di rendite come presupposto strutturale irreversibile del capitalismo italiano è la condizione che spiega  perché in Italia le crisi economiche, politiche, sociali e appunto sanitarie, come quella in atto, si presentano con tratti endemici o comunque più estremi e con minore possibilità.

   L’Italia tende così a coniugare pessime condizioni di vita e di lavoro, bassi livelli di qualità della vita, servizi sociali scadenti o parzialmente inesistenti, con una classe politica e intellettuale sempre arrogante e prepotente, e con una situazione di crisi perdurante che logora velocemente le varie forze produttive si potere. Una situazione che spinge il Capitalismo Monopolistico di Stato a operare per imporre contini rafforzamenti degli esecutivi e continue limitazioni di libertà e diritti con una pesante comprensione politica e ideologica della vita e dell’attività delle larghe masse e con continui sconfinamenti in dinamiche di ibridazione fascista dello Stato liberalcorporativo.

   Senza tenere conto di tutto questo non si può comprendere perché in Italia la gestione della pandemia ha assunto determinate caratteristiche e comportato determinati effetti e non si può nemmeno cercare di delineare l’evoluzione futura delle attuali dinamiche.


[1] Che solo come la Russia e la Cina dopo l’avvento dei revisionismo in questi due paesi hanno potuto oltrepassare.

[2] Rientra nella natura di un imperialismo semi-dipendente il fatto di far sempre pagare i costi supplementari di tale dipendenza alle masse popolari del proprio paese.

[3] Da questo punto di vista, paradossalmente, il più sfegatati sovranisti e ‘nazionalisti’  sono anche le forze politiche “antinazionali”. Nell’acuirsi della crisi generale del capitalismo che accentua il carattere semi-dipendenza e dei relativi interessi strategici del Capitalismo Monopolistico  di Stato (CMS), tali forze si candidino con sempre maggior probabilità con sempre maggior probabilità di successo a diventare compiutamente una nuova classe politica di governo a danno degli interessi della maggioranza della popolazione italiana.

[4] Basta a tale una semplice considerazione dei rapporti reali per vedere come moltissime imprese del nord e del nordest, peraltro oggi vicin0 alla posizioni politiche della Lega, operino in stretto legame con le imprese tedesche e mirino a rafforzare un tale legame che pure le vede sostanzialmente dipendenti. Rientra in questo caso l’enfasi con cui si sta lavorando all’Euregio (accordo transfrontaliero tra lo Stato federato austriaco del Tirolo e le due province autonome italiane del Trentino e dell’Alto Adige) come progetto ponte con la Germania.

[5]

[6] La tardiva nascita dello Stato nazionale è avvenuta all’insegna di un duplice compromesso originario: verso le potenze straniere di volta elette a tutrici delle “legittime rivendicazioni” italiche, e verso le classi proprietarie del centro-sud (e la Chiesa cattolica).

   Questo compromesso ebbe delle conseguenze deleterie per lo stesso sviluppo capitalistico nazionale, che rimase molto squilibrato. Mancando di una riserva coloniale esterna da cui succhiare profitti e nella quale fosse possibile riversare la produzione eccedente, la classe borghese ha favorito la crescita dell’industria del nord attraverso il blocco delle forze produttive esistenti nel Sud all’atto dell’unità. Il sottosviluppo del Sud è stato la precondizione dello sviluppo complessivo molto diseguale, del capitale nazionale.

[7] Costringendo nel giro di poco più di un secolo quasi 50 milioni di cittadini italiani a emigrare all’estero.

IL PUBBLICO IMPIEGO PRIVATIZZATO

•marzo 26, 2021 • Lascia un commento

   L’attuale crisi generale del capitalismo, oltre a ridurre gli spazi per le politiche riformiste ha favorito a partire dagli anni ’80 il prevalere di politiche economiche neoliberiste nei vari paesi imperialisti. Queste politiche neoliberiste sono state attuate  non solo  da governi tradizionalmente conservatori (come quello Tory in Gran Bretagna), ma anche da quelli riformisti (vedere come esempio le esperienze del P.S.O.E. in Spagna, del P.C.F. e del P.S.F. in Francia e del New Labour in Gran Bretagna).

    In questa fase si accentua la fusione tra Capitale e apparato dello Stato e come si diceva prima, si restringono gli spazi riformisti. Come conseguenza di tutto ciò, non solo sono entrate in crisi le tradizionali politiche riformiste, ma le organizzazioni politiche e sindacali riformiste accentuano il loro adattamento allo Stato borghese e il loro collaborazionismo di classe. Queste forze per difendere le compatibilità del sistema capitalista devono far ingoiare ai lavoratori ogni rospo, ma non c’è solo questo: sfornano soluzioni per risolvere i problemi del capitalismo, sia sul piano economico-sociale sia su quello politico. Ovviamente, in queste soluzioni, il proletariato è a priori subordinato e piegato agli interessi del capitale. Queste forze, nonostante che in alcune di loro rimangono segni del loro passato (PRC, PCI) sono, da molto tempo, forze esclusivamente borghesi. L’importanza che ha rivestito per la borghesia (e rivestono tuttora), sta nel fatto grazie all’influenza in CGIL-CISL-UIL e nel sindacalismo di base, riescono a influenza (anche se in minore misura che in passato) settori di lavoratori. E grazie a ciò che sono riusciti a far passare la riduzione dei salari,  delle pensioni pubbliche, la diffusione della precarietà. Per questo sporco lavoro, molti dirigenti politici sindacali riformisti hanno come premio di fine carriera un posto negli Enti di gestione pubblica, nei ministeri o com’è successo a Bertinotti e a Marini, che hanno avuto rispettivamente la presidenza della Camera e del Senato.

Le privatizzazioni e la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto

   Marx, ha individuato nella caduta tendenziale del saggio di profitto, la legge fondamentale che regola il sistema capitalista.

   Se noi consideriamo:

C    = capitale complessivo che entra nel ciclo di produzione;

c    = capitale costante (materie prime e macchinari impiegati nello stesso ciclo di 

           produzione);

v    = capitale variabile (salari impiegati nel medesimo ciclo di produzione);

pv   = plusvalore ottenuto nella produzione;

pv/v    = plusvalore/capitale variabile = saggio di plusvalore o saggio di sfruttamento della forza lavoro;

pv/v/C = saggio di plusvalore/capitale complessivo (c+ v) = p’ = saggio di profitto

Se consideriamo un saggio di plusvalore del 100% e una costante v che rappresenta la migliore condizione in cui agisce il sistema si ha:

Se  c = 50  v= 100Pv/v 100 (100%)  P’ = 100/150 = 66,6%
Se c = 100 v= 100c.s.P’ = 100/200 = 50%
Se c = 200 v = 100c.s.P’ = 100/300 = 33%
Se c = 300 v = 100c.s.P’ = 100/400 = 25%
Se c = 400 v = 100c. s.P’ = 100/500 = 20%

   Se prendiamo in esame l’aspetto generale della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, osserviamo che al variare della composizione organica del capitale varia il saggio di profitto e all’aumento della composizione organica del capitale corrisponde una proporzionale diminuzione del saggio di profitto.

   Quindi in termini di composizione delle parti costitutive del capitale, investendo di più in materie macchinari e tecnologia che in forza lavoro (+ capitale costante – capitale variabile) il capitale restringe progressivamente l’area dalla quale attinge il plusvalore per il proprio processo di valorizzazione.

   Osserviamo che al variare di c rispetto a v costantemente il saggio di profitto diminuisce.

   Pure restando fermo il saggio di sfruttamento della forza lavoro si ha un saggio decrescente di profitto in una situazione di accrescimento dell’entità del valore del capitale costante e quindi del capitale complessivo.

   L’osservazione della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto rende evidente una delle massime contraddizioni dell’economia capitalista: la ricerca del massimo profitto innesca la caduta del saggio e costituisce l’ostacolo fondamentale della valorizzazione del capitale, legato al ciclo produttivo.

    Marx ha spiegato che il saggio di profitto non diminuisce perché il grado di sfruttamento diminuisce e che neanche la riduzione dei salari può annullare la diminuzione del saggio di profitto: essa può essere rallentata ma non annullata (alcune politiche che possono rallentare la caduta del saggio di profitto sono: la contrazione dei salari, i contributi dello Stato a favore delle imprese ecc.).

   Tuttavia, il Capitale rivoluziona continuamente i mezzi di produzione per sviluppare una controtendenza alla caduta del saggio di profitto. Investendo in tecnologia si aumenta la quota di capitale costante e si riduce la quota di capitale variabile. Il problema per il capitalista è a questo punto di valorizzare il fattore c che modifica tutti i fattori del capitale complessivo C.

   Adesso dato un c in costante aumento e un v in costante riduzione, occorre intervenire su tutti i termini del rapporto e sui singoli del rapporto e sui singoli elementi che lo compongono; così la politica salariale è un intervenire su v e su tutti gli elementi che lo compongo (come era la scala mobile).

   La politica economica consiste dunque nel coniugare organicamente l’uno e l’altro aspetto aggredendo così la contraddizione da tutti i lati dentro una visione che consentirebbe di mantenere l’equilibrio del sistema. Il Capitalismo Monopolistico di Stato è una delle forme del capitalismo nella fase imperialista, esso è adottato dai capitalisti per mantenere il saggio di profitto e la stabilità del potere politico al loro servizio.

   Il Capitalismo Monopolistico di Stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta una novità qualitativa nei confronti del capitalismo classico, anzi è l’estrema conseguenza. È questo un chiaro segno della decadenza del capitalismo. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali, ecc. non sorgono, nel sistema capitalistico, come conseguenze della prosperità economica, ma come risposte alla crisi, per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo dell’industria; il controllo dello Stato sull’economia nazionale serve a impedire, attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni. Il primo grande impulso all’estensione del controllo è stato dalla necessità di rispondere alle esigenze dell’economia di guerra; in numerosi paesi le conseguenze del primo conflitto mondiale (quali le difficoltà economiche e la crescente instabilità politica e sociale) fecero mantenere e allargare tale controllo anche in tempi di pace; esso trovò un nuovo forte impulso durante la seconda guerra mondiale; il persistere dell’intervento dello Stato nell’economia, anche nel periodo di prosperità che ci fu dopo il secondo conflitto mondiale, è una chiara dimostrazione delle difficoltà da parte del capitalismo a dominare le forze produttive materiali. Ma l’intervento dello Stato nell’economia non costituisce la soluzione dei problemi del capitalismo, non è esso che una soluzione di sopravvivenza temporanea. Non elimina le contraddizioni capitalistiche, ma le rimanda a un piano superiore, quello dei rapporti fra gli Stati, ritardando così la sua fine, ma spianando insieme la strada a una crisi tanto più intensa e generalizzata.

    Facciamo un esempio teorico dell’intervento dello Stato per mantenere alto il saggio di profitto. Prendiamo la vendita al capitale privato di settori produttivi, dove occorre l’utilizzo di tecnologia moderna. L’alto costo del settore del settore della ricerca, della progettazione degli impianti e i costi elevati per ristrutturare i macchinari sono coperti parzialmente dallo Stato e con denaro dell’intera comunità, il capitale si appropria della ricchezza sociale prodotta; ricchezza sociale che si trasferisce nelle mani del singolo capitalista.

   A voler essere precisi i contributi dello Stato sono anche un rientro della parte del plusvalore che il capitalista eroga allo Stato.

   Il plusvalore pv viene diviso in tre parti: ac (parte reinvestita in capitale costante, per cui esso, al ciclo successivo non sarà più c ma sarà c+ ac), av (parte reinvestita in capitale variabile, per cui esso, al ciclo successivo non sarà più v ma sarà v+ av), ed il rimanente plusvalore k.

   Quindi: pv = ac + av + k.

   Vediamo come viene impiegato k.

    Distinguiamo 2 casi:

  1. k relativo ad una qualsiasi capitale individuale.
  2. Una parte di esso serve all’acquisto di generi di consumo e/o di lusso da parte del proprietario (o dei proprietari) del capitale individuale; cioè serve al mantenimento del livello di vita del (dei) capitalista/i industriale/i.
  3. Un’altra parte serve al consumo, e quindi al mantenimento del livello di vita, degli intermediari, dei commercianti.
  4. Un’altra parte perviene allo Stato borghese attraverso vari canali, es esso lo distribuisce a tutta una serie di strati sociali (esercito, polizie varie, giudici e avvocati ecc.) che lo impiegano per il loro consumo; oppure lo spende nella costruzione di strutture pubbliche (caserme, tribunali scuole ed uffici vari…); insomma tale parte contribuisce al mantenimento dello Stato borghese, che mentre appare a prima vista, come un ente neutrale rispetto alla lotta tra proletariato e borghesia, non è altro che il mezzo con cui la borghesia perpetua nel tempo le condizioni del suo dominio. Di questa parte, inoltre, molto può pervenire (tramite contributi di vario tipo ecc.) di nuovo alle industrie – soprattutto le grandi industrie – dove può essere reinvestito produttivamente…o in altro modo.
  5. Un’altra parte perviene in modo indiretto a strati (professionisti ecc.) essenzialmente attraverso gli operai, che sono costretti a pagare più del dovuto certi servizi (es. visite mediche, consulenze di avvocati ecc.).
  6. Un’altra parte può pervenire per vari canali (borsa, banche, rendite ecc.) ad altri capitali individuali che possono poi usarla in vario modo: reinvestirla produttivamente, fare speculazioni, consumarla.
  7. K relativo all’intero capitale complessivo sociale.
  8. Una parte serve al mantenimento del livello di vita di tutta la sottoclasse dei capitalisti industriali; cioè per il loro consumo.
  9. Una parte serve per il consumo della sottoclasse dei capitalisti finanziari, degli speculatori, dei redditieri.
  10. Una parte serve il consumo dei ceti che non sono propriamente capitalisti; quelli che detengono la proprietà legale del capitale (naturalmente una singola persona può anche impersonare più d’una di queste figure, allo stesso modo in cui, sempre più un capitale individuale può essere costituito da molte parti, cioè posseduto anche da molte persone; il caso più classico oggi, ben descritto da Lenin nel suo noto libro L’Imperialismo è quello del capitalista finanziario che possiede parte della proprietà di industrie e banche).

   Notiamo che, parlando del capitale complessivo sociale, le parti di k le quali, attraverso lo Stato, le banche, o altri canali, vengono reinvestite in capitali individuali, generalmente diversi da quello di provenienza, in realtà non vengono impiegate per il consumo, ma spesso per la produzione, per cui dovremmo non considerarle in k

   Il ruolo di k (parte destinata a sostenere la circolazione delle merci e parte destinata a mantenere diversi ceti) è in primo luogo quella parte di plusvalore indispensabile per la riproduzione dei capitalisti industriali, e quindi la parte indispensabile per la riproduzione del modo di produzione capitalista.servizi

LA PRIVATIZZAZIONE DELLE IMPRESE INDUSTRIALI E DEI SERVIZI

   La privatizzazione delle imprese industriali è anche un sostegno dello Stato a un processo di speculazione finanziaria, specialmente sulle azioni, che ha messo in crisi il sistema creditizio. Se ad esempio si esamina i dati sulle privatizzazioni delle imprese pubbliche in Italia, vediamo che queste sono servite a fornire sbocchi d’investimento con un’elevata redditività al capitale privato com’è indicato dal prezzo medio decisamente basso cui finora le varie imprese sono state trasferite al settore privato (quando pure sono state pagate).

   Vediamo alcuni esempi di privatizzazioni.

   La privatizzazione della Telecom avvenne nel 1997. Questa  privatizzazione, che comportò la quasi uscita totale dell’azienda dal Ministero del  Tesoro, fu realizzata con la modalità del cosiddetto “nocciolo duro”: si vende cercando di creare un gruppo di azionisti che siano in grado di farsi carico della gestione della società. A causa della scarsa risposta degli investitori italiani, il “nocciolo duro” divenne un nocciolino: il gruppo con capofila, gli Agnelli riuniva solamente il 6,62% degli azionisti e si rilevò molto fragile. Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrett e della Chase Manhattan Bank. Alla fine del 1998, il titolo del 1998 aveva perso il 20%. Le banche Chase Manhattan Bank e la Lehman Brothers si fecero avanti per attuare un’Opa. Attraverso Colaninno che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan Bank, l’Olivetti divenne proprietaria di Telecom. L’Olivetti era controllata dalla Bell una società con sede in Lussemburgo, a sua volta controllata dall’Opa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.

   Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e l’Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte delle azioni dell’Olivetti. Il presidente della Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).

   Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è: oltre 20.000 persone licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere denaro ai risparmiatori (alla faccia dei propagandisti del “capitalismo popolare” e della “ricchezza per tutti” nel capitalismo) e i costi per gli utenti sono aumentati.

      La Telecom, come le altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri (per motivi fiscali), la Bell che controllava Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo e aveva all’interno società con sede alle isole Cayman, paradiso fiscale ben noto. Se aggiungiamo, la violazione della privacy dei cittadini italiani, per contro d’interessi privati (un autentico mercato delle informazioni) ci si rende conto dei risultati di questa privatizzazione.

   Anche per le altre privatizzazioni: Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc. si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei piccoli risparmiatori, degrado del servizio ecc.

   La società Trenitalia è stata portata sull’orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano numerosi disservizi. A dei tagli (non c’è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali).

   Alla fine, queste privatizzazioni sono state una forma che ha consentito a grossi capitalisti nazionali e internazionali di appropriarsi della ricchezza sociale prodotta.

   Per quanto riguarda la privatizzazione dei servizi come la sanità è ancora più evidente come questi servono a offrire un campo di investimenti assai vantaggioso al capitale privato. Qui il processo si presenta come la cessione da parte dello Stato di servizi a imprese private, tramite gare d’appalto. Questo risponde all’esigenza di garantire un mercato di sbocco a una massa di capitali crescenti a un alto saggio di profitto realizzato e dalla certezza di rientri del capitale.

STATO SOCIALE

   Lo Stato assolve, per il modo di produzione capitalistico, il ruolo di fornirgli garanzia politica, che abbraccia tanto la conservazione del sistema, tanto l’attenuazione, anche a vantaggio in certi momenti delle classi popolari, dagli eccessi del sistema e svolge l’attività nel ciclo del capitale attraverso gli strumenti del credito, delle sovrastrutture portuali, aereoportuali, ferroviarie e straduali, dei servizi, degli enti locali, dei particolari vantaggi riservati alle imprese su scala locale e infine dell’industria di Stato.

   I servizi come la sanità pubblica, sono cresciuti negli anni ’60 e ’70 in misura maggiore che in passato, grazie all’attuazione delle politiche Keynesiane, dove lo Stato aveva moltiplicato il suo intervento nell’economia. In Italia negli anni ’30 si crearono l’I.M.I. e l’I.R.I., in particolare quest’ultimo istituto svolse un ruolo centrale nell’industrializzazione postbellica in molti settori strategici (chimica, siderurgica, auto ecc.). Ma proprio perché lo Stato è il servo del Capitale e non viceversa, si ebbero le privatizzazioni molto convenienti per gli acquirenti, addirittura mirate a chiudere attività economiche economicamente redditizie a favore di acquirenti stranieri. Il che ridusse in maniera considerevole il peso dello Stato.

      I vari servizi, a prezzo ridotto e l’assistenza sanitaria gratuita, creati da queste politiche, forniti ai lavoratori da parte dello Stato, sono sempre stati pagati dall’insieme dei lavoratori allo stesso Stato. La privatizzazione di tutto o di parte di questi servizi, comporta nel bilancio pubblico, la creazione di “fondi liberi” che provengono dai lavoratori, ma che non sono spesi per loro. L’obiettivo economico è quello di mettere i capitalisti al sicuro in caso di crollo economico, accaparrando i fondi delle liquidazioni dei lavoratori dipendenti e preparandoli alla dismissione dell’INPS.

   In Italia, questo sistema di trasferimento dalla busta alla spesa pubblica, ha avvantaggiato sia i singoli capitalisti (con la Cassa Integrazione Guadagni, la fiscalizzazione degli oneri sociali ecc.) sia lo Stato, poiché la spesa di quest’ultimo è stato inferiore al prelievo fiscale. Dalla metà degli anni ’70, con l’inizio della crisi, i vari stati capitalisti hanno fornito sempre meno servizi del Welfare State.

   In qualche modo questo abbattimento del Welfare-State è stato maggiore negli anelli deboli della catena imperialista, come l’’Italia, il Messico, la Turchia ecc.

   Malgrado la privatizzazione, la performance in termini d’aumenti di profitti, crescita degli investimenti, innovazione tecnologica e così via, non è molto differita per le aziende statali passate sotto la gestione privata, ciò dimostra che il settore capitalistico privato non ha meravigliose e magiche risorse. Inoltre, bisogna tenere presente, che la quota di capitale impiegato per le privatizzazioni è in realtà ancor oggi modesto rispetto al totale teoricamente privatizzabile. Questo fatto, che può apparire un paradosso, è la conseguenza dell’attuale crisi generale di sovrapproduzione di capitale, che tra le tante conseguenze che provoca è il gonfiamento delle attività speculative, finanziarie e commerciali che diventano preminenti rispetto alle attività del capitale impiegato nella produzione. Non bisogna mai dimenticare che l’obiettivo del capitale rimane sempre il profitto e che i pescicani maggiori ingoiano i minori, soprattutto con attacchi di tipo finanziario e commerciale.

   Il cosiddetto “sistema Italia”, è in realtà bubbola politica per nascondere a livello di regime gli scompensi molto profondi della rete economica italiana, in realtà approfondita da decenni dalle componenti più forti del capitale multinazionale che sta liquidando il patrimonio economico nazionale, di fronte alla crisi ha bisogno, per essere concorrenziale, di forti ristrutturazioni. Per avere una presenza indicativa nei settori strategici ad alta tecnologia, la borghesia italiana ha bisogno d’alti investimenti in capitale fisso. Come abbiamo visto lo Stato sarebbe l’unico in grado di favorirne l’incremento, ponendo, contemporaneamente, la gestione della ricerca sotto il controllo delle imprese. Il maggiore legame dell’Università, del CNR ed ENEA dell’Enea, con i progetti dell’impresa, le agevolazioni sui crediti d’imposta al consorzio di piccole e medie imprese, sono alcune delle misure contenute nel luglio del 1993 tra Governo, Sindacato e Confindustria, tendenti a ridurre almeno in parte i divari esistenti in ambito internazionale.

      Gli aiuti statali alle imprese e la “redditività” ossia la diminuzione dei salari, sono i cardini della politica borghese che oggi viene portata avanti.

Da utente a cliente: la nuova nozione di pubblica amministrazione

   Dalla metà degli anni Settanta, quando è conciata la crisi generale del capitalismo, è in atto una profonda delegittimazione  della pubblica amministrazione, accompagnata da una campagna dei mass media, volta a dimostrare l’inefficienza, lo sperpero, l’inutilità e l’anti economicità per gli interessi della “collettività”.

In sostanza si agisce per una piena “modernizzazione” del settore pubblico, secondo quelli che sono i principi dell’impresa capitalista.

   In Italia questa ristrutturazione della P.A. ha avuto il suo momento principale di elaborazione sotto i Governi Amato (1992) e Ciampi (1993).  In sintesi, gli strumenti di tale ristrutturazione sono stati:

1) Il rapporto sulle condizioni delle pubbliche amministrazioni (volto a dare una     diagnosi analitica dello stato della pubblica amministrazione, del suo quadro normativo, della struttura organizzativa, dei processi decisionali e del sistema   controlli, con l’identificazione delle principali mancanze e incongruenze).

2) La proposta d’indirizzo per la modernizzazione della pubblica amministrazione (che formula le principali ipotesi di riforma).

3) La Carta dei servizi (che definisce i rapporti tra cittadini utenti e i lavoratori che erogano servizi pubblici).

 I passaggi legislativi più importanti sono stati:

  1.  L’accordo del 31 luglio 1992 tra Governo e sindacati confederali, il “protocollo sulla politica dei redditi, la lotta all’inflazione e il costo del lavoro”. In questa sede, fu sancita in via definitiva la rinuncia definitiva da parte sindacale della scala mobile, il Governo s’impegnò a riformare la previdenza, il pubblico impiego e il fisco.
  2.  In questo periodo il Consiglio di Stato si esprime a favore della privatizzazione del pubblico impiego per i lavoratori che svolgono funzioni puramente esecutive.
  3.  Il D.lgs. (Decreto Legislativo) 29/1993 sulla privatizzazione del pubblico impiego. Con tale decreto viene esteso a quasi tutti i dipendenti, il rapporto privatistico di lavoro. Permane il rapporto pubblicistico soltanto per alcune categorie, tra cui i dirigenti generali.
  4.  La legge 59/97. In tale legge si stabilisce una netta distinzione tra funzioni d’indirizzo in capo all’organo politico e funzioni gestionali in capo all’organo burocratico.
  5.  La sentenza della Corte Costituzionale n. 309/97 si esprime a favore della privatizzazione del pubblico impiego.
  • Il Decreto Legislativo 396/97 che sancisce il monopolio dei “sindacati maggiormente rappresentativi” alias C.G.I.L. – C.I.S.L.-U.I.L. sulle R.S.U. del pubblico impiego.
  • Il Decreto Legislativo 80/98 con il quale sono privatizzati i dirigenti generali che sono nominati direttamente dall’organo politico, senza passare attraverso un concorso.
  •  Il Decreto legislativo 286/99 con il quale viene introdotto i controlli interni (strategico, di gestione, di regolarità amministrativo contabile e la valutazione dei dirigenti). Si stabilisce il principio che gli organi addetti al controllo strategico, di gestione e alla valutazione dei dirigenti se ravvisano irregolarità amministrativo-contabili non sono tenuti a fare denuncia alla Corte dei Conti.
  •  La Legge 145/2005 che stabilisce il principio spoils system alle nomine di dirigenti e fa decadere le nomine effettuate dal precedente governo.
  • La sentenza n. 233/2006 della Corte Costituzionale che dichiara la legittimità costituzionale dello spoils system.
  • Il memorandum sul pubblico impiego del 29.11.06 del Ministero dell’economia e del Ministero della funzione pubblica e sottoscritto dai sindacati il 18 gennaio 2006, con il quale avanza la privatizzazione e l’esternalizzazione nel pubblico impiego.

MEMORANDUM

Gli aspetti principali del memorandum sono:

  1.  Misurazione della qualità e quantità dei servizi. Viene esaltata la produttività e sono previste delle sedi di valutazione con la partecipazione di amministrazione, sindacati e utenti.
  2.  Accesso al pubblico impiego e pianificazione del turnover. Il concorso pubblico resta la regola ma la scelta dei settori di destinazione delle assunzioni deve essere periodica e continua. In tal modo il potere decisionale sulle nuove assunzioni viene accentrato nelle mani del governo.
  3.  Dirigenza. Viene eliminato ogni automatismo di carriera. Incarichi e retribuzioni saranno assegnati in base ai risultati ottenuti. Lo stesso meccanismo viene applicato alle posizioni organizzative. Più un dirigente saprà torchiare il suo personale e più farà carriera e soldi.
  4.  Formazione e aggiornamento. La formazione non avrà peso per la carriera di dirigenti, l’importante non è essere intelligenti ma come si diceva prima, essere capaci di spremere i lavoratori.
  5.  Percorsi professionali. Su tutti, peserà la produttività e la valutazione. Cioè aumento dei carichi di lavoro e del clientelismo.
  6.  Mobilità territoriale e funzionale. Nei casi dove il personale è in sovrannumero, sarà applicata la mobilità (che potrà essere anche geografica).  In un’intervista del 20 gennaio 2007 al Corriere della Sera il Ministro della Funzione Pubblica Nicolai ha detto che sarà possibile spostare un lavoratore da Bari a Milano anche contro la sua volontà e senza aver bisogno del nulla osta del sindacato.
  7.  Esodi.  Sarà la naturale evoluzione della mobilità del personale in esubero che non può o non vuole essere ricollocato.
  8.  Contrattazione integrativa. Anche in quest’ambito deve essere esaltata la produttività con risultati mirati nella quantità e qualità dei servizi come ad esempio: ampliamento degli orari dei servizi, riduzione dei tempi di attesa ecc. Le risorse disponibili devono essere stabilite nel contratto nazionale. In tal modo con un sol colpo viene svilito il contratto decentrato e il ruolo delle RSU.
  9.  Esternalizzazione, precariato e telelavoro. Le esternalizzazioni sono per le cosiddette attività no core (mense, trasporti pubblici, gas, elettricità, raccolta dei rifiuti, acqua,). I precari dovrebbero essere assunti dopo aver superato una prova selettiva. Grazie alle nuove tecnologie è previsto un maggior ricorso al telelavoro.

ARAN

   Un passo importante verso la privatizzazione del pubblico impiego è stato la costituzione dell’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN). L’ARAN, è diretta da un comitato di cinque membri (nominato dal governo) e ha il compito di far transitare le amministrazioni pubbliche in un contesto privatistico. Attraverso questo strumento il governo è in grado di aggirare l’ostacolo del parlamento, le pressioni dei partiti e di evitare che settori della rappresentanza politica intervengano direttamente nelle specifiche decisioni di taglio della spesa, le quali sono poste direttamente sotto il comando di organismi come la Banca d’Italia. Le regole del gioco sono stabilite in una concertazione informale fra padronato, governo, segreterie di partito e sindacali (ovviamente C.G.I.L. – C.I.S.L. – U.I.L.), prima del dibattito sulla legge finanziaria e prima che si stabilisca l’entità della spesa da assegnare ai contratti. Dopo questi incontri, entra in scena l’ARAN, presentandosi come attore che, con limitata autonomia finanziaria, distribuisce le risorse fra gli otto comparti del pubblico impiego, le risorse dedicate.

  Una delle preoccupazioni centrali e costanti dell’ARAN sono di evitare il conflitto e riassorbire nell’orbita neo corporativa della collaborazione di classe tutti i soggetti con i quali entrano in rapporto. Non è un caso che è una costante, il prendere delle misure tese a garantire il monopolio di C.G.I.L.-C.I.S.L.-U.I.L. e di tutte le organizzazioni sindacali (come i vari sindacati autonomi) consociative, escludendo la possibilità di altri soggetti organizzati e di azioni di lotta. Una delle specificità in cui l’ARAN sotto le righe si vanta, è quella di aver consolidato successi senza conflitti: in Italia le politiche di deregulation e taglio delle spese sono state fatte quasi tutte con il coinvolgimento dei sindacati.

   Sul fronte sindacale, le strategie dichiarate dall’ARAN sono: cambiare la struttura della contrattazione collettiva; decentrare la contrattazione, far partecipare il sindacato a molti aspetti della gestione delle amministrazioni, con l’obiettivo di corresponsabizzarlo nell’attribuzione delle risorse ed evitare conflitti nel momento in cui dovranno essere fatte scelte più incisive di contenimento della spesa (licenziamenti o esternalizzazioni).

  Nel centrare la sua attenzione sulla spesa e su suo contenimento, da attuare attraverso il controllo delle modalità di determinazione dei salari, l’ARAN individua alcuni interventi:

  1.  Vincolare la crescita dei salari pubblici ai salari privati, (i salari pubblici, più garantiti, dovranno costituire il freno alla crescita dei salari privati ed essere bassi).
  2.  L’inversione di tendenza verso il basso non deve essere brusca, ma diluita nel tempo.
  3.  Introdurre salari legati alla prestazione, per combattere la rigidità dei salari, cioè la certezza di un salario stabile per il lavoratore.

   L’ARAN agisce sui salari come strumento di gestione della forza lavoro e della flessibilità, e con la collaborazione dei sindacati collaborativi intende combattere le seguenti rigidità:

  1.  La rigidità della struttura del salario, lasciare un salario minimo in diminuzione e aumentare il salario accessorio.
  2.  La rigidità dei sistemi d’inquadramento professionale. Attacco graduale al sistema delle qualifiche funzionali, con un nuovo reinquadramento in declaratorie di profilo professionale arricchite di nuove mansioni lavorative, con lo stesso salario.
  3.  L’appiattimento dei differenziali salariali. Aumentare moltissimo gli stipendi ad alcune categorie, con un forte sventagliamento tra operaio e dirigente, in funzione di divisione del personale e di un comando gerarchico dei lavoratori, prevedere fasce flessibili intermedie e lasciare la massa in posizione di attesa di promozione nel salario minimo, con paga base in diminuzione.
  4.  L’ARAN intende intervenire rispetto agli automatismi legati all’anzianità, flessibilizzando quest’istituto, essendo quest’ultimo l’unica sicurezza di progressione economica.
  5.  Superare le rigidità dei sistemi di promozione interna, attraverso meccanismi molto privatistici e discrezionali (attraverso l’abolizione del concorso pubblico).

   Tra gli aspetti chiave della flessibilità nel pubblico impiego l’ARAN considera centrale la mobilità interna. La mobilità, laddove serva a ridimensionare il numero degli occupati, può essere utilizzata per introdurre nuove gerarchie e cambiarle spesso, avviare una selezione del personale basata sulla capacità di adattarsi al cambiamento. Non solo, essa contribuisce a rendere arrendevole il dipendente alla volontà dell’amministrazione e lo prepara ad accettare senza discutere successive disposizioni.

   Per convincere la cittadinanza che la privatizzazione è utile, l’ARAN utilizza questi argomenti:

  1.  Più il pubblico impiego si privatizza, più sarà efficiente verso le esigenze dell’utenza.
  2.  Le attività saranno più efficaci se organizzate in conformità a criteri di mercato.

La formazione dei dirigenti si basa essenzialmente su questi principi cardine della strategia del New Pubblic management, che comporta la trasformazione del termine di chi usufruisce dell’erogazione del servizio pubblico, da utente a cliente. Di fronte alle disfunzioni reali del servizio pubblico, questi argomenti rischiano di essere convincenti.

   Un argomento che può utilizzare l’ARAN rispetto ai dipendenti è che con la privatizzazione si “aumentano gli stipendi”.

   Ma se il compito dell’ARAN è quello di tagliare la spesa pubblica secondo le direttive che le vengono fornite e con i mezzi più adatti, le tecniche per il “risanamento” devono tener conto della necessità di evitare il conflitto, per questo motivo si prevede un incremento stipendiale per alcuni lavoratori rispetto al resto massa salariata.  In particolare, s’individuano due tecniche intermedie:

  1.  La costruzione di un’élite tra i dipendenti svincolata da compiti operativi, un’élite alla quale non siano richieste particolari capacità o competenze se non quelle dell’esecuzione del comando e della sua trasmissione.
  2.  La formazione di “indicatori di prestazione”, per mettere in concorrenza il pubblico con il privato. Con questo sistema si possono aumentare i ritmi, tenere bassa la paga –base. Il lavoratore entra così in competizione con se stesso per superare lo standard dei colleghi del suo gruppo. Nel Regno Unito, per aumentare gli stipendi a una dirigenza in grado di operare i tagli, si fece ricorso a restrizioni sull’occupazione. Si divise il personale attraverso la tecnica della high quality, cioè solo a un numero limitato di dipendenti può accedere a determinati istituti del salario di merito. In Italia nei contratti del pubblico impiego si utilizza la tecnica del numero fisso, per aumentare i salari su base fiduciaria. E’ così che la dirigenza seleziona il personale giustificando un “incremento stipendiale”.

   Sempre seguendo l’esempio inglese, la prima fase della privatizzazione consiste da parte delle amministrazioni pubbliche nell’appaltare i servizi ausiliari (non solo pulizie, mense, lavanderie ma anche come in Regione Lombardia centralino, portinerie e commessi). L’introduzione, nei servizi esternalizzati di personale con diversi contratti flessibili di lavoro, rende più malleabile i lavoratori di qualifica media bassa, con scarso potere contrattuale.

   In Italia si procede in due grandi direzioni. Da una parte si vuole far funzionare l’amministrazione pubblica secondo principi di mercato, come se fosse già del tutto privatizzata: le spese fisse rimangono accollate ai contribuenti, i quali pagano anche i servizi e l’aumento del loro costo secondo prezzi di mercato, mentre la gestione di esercizio, i profitti, va al privato. La scelta della privatizzazione di alcuni settori o d’interi servizi (elettricità, gas, telefonia, trasporti) è legata alla profittabilità degli stessi. Dall’altra si provoca il “dimagrimento” delle amministrazioni che non saranno interamente privatizzate (scuola, università, sanità), frammentandole e dividendo le parti che saranno usate dal privato, ma pagate dallo stato, da quelle che possono essere vendute o appaltate.


  Il meccanismo di quasi mercato dovrebbe produrre la competizione fra i centri di spesa (o centri di costo). La quantità di risorse fornita dallo Stato alla singola amministrazione o dall’amministrazione alla singola struttura, dipende dalla capacità dei fornitori di servizi (ogni servizio o più servizi consociati), in competizione fra di loro, di aggiudicarsi gli acquirenti. Nella prima fase viene attribuito a tutte le strutture decentrate, ad esempio ai dipartimenti universitari, un budget virtuale (stipendi, affitto, energia elettrica, telefoni, carta, ecc.), sul quale possono cominciare ad operare tagli. In seguito, l’attribuzione del budget varia secondo la capacità della struttura di stare sul mercato e di risparmiare sulle spese fisse, a partire dalle spese per il personale che in genere incidono per l’80-90% sul budget. Nelle scuole e nelle università italiane, al meccanismo è stato dato il nome di “autonomia” (riforma Berlinguer), per l’esigenza di conciliare una privatizzazione impedita dalla Costituzione con un’autonomia che la Costituzione auspicava.


   Secondo l’Aran il meccanismo di quasi mercato è una strategia per il consolidamento della struttura dello Stato, che riuscirebbe a mantenere una forte centralizzazione. Il decentramento sul piano operativo ed esecutivo, presentato con una campagna d’immagine connotata positivamente, provoca, infatti, una crescente centralizzazione strategica e decisionale. Per la ripresa di un forte comando e nella direzione di un progressivo accentramento, si ritiene più conveniente non utilizzare modalità gerarchiche dirette, almeno nella fase intermedia, ma ricorrere a codici etici condivisi, per ogni standard professionale, o a nuove tecniche di controllo e verifica. Molte gerarchie intermedie possono essere eliminate per concentrare l’attenzione della nuova dirigenza su altri processi e controlli.


   Sono gli inglesi, negli anni `80, ad introdurre in Europa il ruolo del dirigente generale, del manager pubblico, con contratto a termine e con ampi poteri per quanto riguarda la diminuzione del personale. Nel Regno Unito, con la pratica degli appalti, diminuì il numero complessivo degli occupati nel settore, il cui budget di spesa fu utilizzato per l’incremento del numero dei dirigenti, che da 6.000 diventarono 20.000, e delle loro retribuzioni, che aumentarono dell’8,7% all’anno. In Italia ai dirigenti pubblici, assunti con contratto di diritto privato, 100-300 milioni è il prezzo medio di una persona in staff dirigenziale, cifra dalla quale partono, a cascata, le richieste di aumenti salariali, o di gettoni di presenza, di chi riveste posizioni importanti nei tagli e nelle ristrutturazioni.


   La nuova direzione manageriale utilizza strumenti di cambiamento ampiamente sperimentati negli altri paesi – quelli della flessibilità: contratti a termine, cambiamenti negli orari di lavoro, part-time, interinale, ecc. La misura ottimale per limitare l’incremento generalizzato dei salari è quella dell’introduzione di salari variabili, legati alla prestazione. Il controllo delle retribuzioni è un elemento essenziale della strategia, che può essere così riassunta:
 1) Cancellare le vecchie regole (deregulation); confusione; introdurre nuove regole;
 2) Tagliare;
 3)  Decentrare tutte le parti operative, se l’intervento pubblico è significativo;
 4) Decentrare solo le modalità di produzione e di erogazione di un servizio, se lo stato è già snello;
 5) Flessibilizzare il lavoro; fine del concetto di un lavoro per tutte la vita; sviluppare lavori temporanei e a termine: incrementare la mobilità;
 6) Aumentare la produttività, anche coinvolgendo il personale, con premi ed incentivi;
– sviluppare il no-profit;
– ridefinire la missione sul “prodotto”;
– avviare la concorrenza.


   Per decentrare al massimo i tagli e centralizzare le politiche dei finanziamenti, sono state usate le seguenti tecniche: il sistema del limite di cassa; l’opzione tra aumenti retributivi e livelli occupazionali (il budget unico); una parte più attiva della dirigenza nel processo di negoziazione. Il sistema del limite di cassa è stato lo strumento preferito dai governi, perché impediva agli amministratori di pianificare e di ricevere poi finanziamenti aggiuntivi per far fronte a imprevisti aumenti di salari e di prezzi. È un sistema rigido. Si stanzia la cifra e si chiede ai dirigenti un atteggiamento “responsabile”: la dirigenza viene retribuita anche in rapporto al risultato che porta a casa, cioè alla sua capacità di operare tagli sulla spesa, riduzione degli occupati e intensificazione dei ritmi.


   La “parte politica”, che ha il comando dell’operazione, può sempre scaricare la responsabilità sul dirigente generale, assunto a termine, con contratto di diritto privato, anche perché possa andare da un’altra parte quando l’aria diventerà pesante. La privatizzazione italiana in molti settori sta seguendo più o meno gli stessi percorsi dei paesi anglosassoni: si creano agenzie (enti, o strutture dotate di “autonomia” di taglio) con vincoli di spesa sempre più pesanti, si reclutano dall’esterno direttori generali con autonomia finanziaria nei limiti di bilancio e con pieni poteri di gestione del personale, all’interno della cornice in disfacimento dei contratti nazionali. Le agenzie si scindono in tante agenzie più piccole. Alcune sono costrette, per via dei tagli, a un’organizzazione di tipo commerciale e alla ricerca di finanziamenti esterni. Se diventano appetibili per il privato, finiscono in Borsa e sono vendute. In caso contrario l’amministrazione ridotta e frammentata (il cosiddetto “spezzatino”) sono pronte per i cambiamenti più radicali; tra le poste in gioco dell’operazione sono: far pagare 30 milioni un corso universitario riconosciuto dal mercato, e selezionare così la nuova classe dirigente; alzare il costo per l’accesso alla sanità, alla pensione, alla scuola, ai servizi sociali. Alcune agenzie di serie B e C continueranno a gestire servizi essenziali per i nuovi poveri.


   Le agenzie piccole, periferiche, che offrono servizi specialistici, sono candidate alla privatizzazione. Qui sono sviluppate nuove politiche salariali, politiche innovative sull’organizzazione del lavoro. È qui che si riesce a compromettere maggiormente eventuali residui poteri di forme di rappresentanza collettiva dei lavoratori. Per la privatizzazione classica si segue invece la strada della quotazione in borsa e della vendita dell’azienda insieme al personale.


   Nei paesi anglosassoni si è visto da decenni che l’introduzione di personale con diversi contratti flessibili di lavoro, soggetto al fluttuare delle gare di appalto e ai rapporti con i “padroncini”, hanno reso più malleabili i dipendenti dei livelli medi, ha permesso di eliminare con l’appalto i dipendenti dei livelli bassi e ha indebolito i termini delle condizioni di impiego per le professioni poco richieste dal mercato.


   Se per cottimizzare i salari è necessario mettere in discussione i contratti nazionali e le normative generali dell’ex pubblico impiego, i dirigenti non possono che manifestare una profonda ostilità verso le forme di rappresentanza. Il loro obiettivo è quello del rapporto diretto con il singolo lavoratore. I sindacati tradizionali, storicamente, facevano riferimento a due principi generali:

1) Comparabilità delle retribuzioni.

2) Unificazione normativa delle condizioni d’impiego.

   Ora invece gli aumenti sono concessi non in base alla comparabilità tra figure professionali, ma con attenzione quasi esclusiva alle disponibilità finanziarie e tenendo conto che una politica di forte sventagliamento salariale deve pescare risorse nelle buste paga della maggioranza dei lavoratori. La caratteristica dei servizi pubblici era sempre stata quella di avere strutture gerarchiche e burocratiche che erogassero servizi standard e uniformi, mentre le relazioni sindacali erano centralizzate. I direttori generali garantivano che fossero rispettate le norme nazionali, gli amministratori trasmettevano i dati agli staff professionali che stabilivano il servizio da erogare. Tutto questo modo organizzativo ora salta: s’istituisce un nuovo strato dirigente e si punta a limitare i poteri di rappresentanza dei gruppi d’interesse (sindacati e associazioni professionali, cooptati nella dirigenza).


   Per scardinare il vecchio modello non resta che avviare, nella fase transitoria, un sistema decentrato di assoluta flessibilità. Parte la campagna ideologica che connota positivamente il termine: flessibile è bello. Il salario base si riduce alla soglia di povertà, mentre l’accessorio è variabile, legato a rapporti fiduciari, a fedeltà personali, alla prestazione individuale. La trappola dell’efficienza mostra il topolino. Ne esce il quadro di una pletora di organizzazioni distinte, i cui dirigenti si occupano, quasi esclusivamente del controllo della spesa e delle decisioni sulle scelte finanziarie di taglio, le tradizionali forme di lavoro e la sicurezza dell’occupazione sono in discussione.


   Anche il controllo pubblico salta completamente: a supervisionare l’erogazione dei servizi viene chiamato personale non eletto, pagato dal medesimo ente che dovrebbe subire il controllo, mentre improbabili Urp (Uffici per le relazioni con il pubblico) si occupano, nella sostanza, di disinnescare eventuali proteste delle utenze o si propongono come luoghi in cui l’utente può andare a denunciare il disservizio che il sistema gli consente di vedere, quello dell’ultima ruota del carro che sta tutto il giorno allo sportello.


   La lettura delle pubblicazioni dell’Aran è piuttosto istruttiva per capire il giudizio dei manager sulle risposte dei sindacalisti dei vari paesi alle ristrutturazioni. Fra le righe si coglie un mal dissimulato disprezzo. Alcuni posero resistenze alle proposte di decentramento, ma molti pensarono che la nuova situazione – tutta locale – avrebbe comportato benefici per sé e per la loro organizzazione. Particolari rimedi furono adottati per risolvere una contraddizione, quella rappresentata da una possibile alleanza tra sindacati e apparati dello stato, come il Tesoro, che era espropriato dei propri poteri di controllo e di decisione sui flussi finanziari.


   I governi capirono che potevano ottenere gli stessi risultati con l'”olio di vaselina” e consigliarono sistemi di “contrattazione informata”, nei quali la comparazione salariale avesse minore influenza. E mentre con lo strumento dei limiti di cassa si vincolavano i salari generali, con la tecnica degli incentivi la propaganda faceva rumore sull’efficienza. Le quote di salario premiale finivano nelle tasche di chi collaborava attivamente alle ristrutturazioni o servivano a trattenere il personale che altrimenti se ne sarebbe andato perché richiesto dal mercato. Se guardiamo all’esperienza anglosassone, i trust, le fondazioni (invenzione della fase intermedia), servirono ad alcuni risparmi e ad avviare una nuova disciplina fra il personale, in attesa che le leggi permettessero di operare più in profondità.


   In Italia la soluzione legislativa ha accompagnato tutto il percorso di azione dell’Aran. Il governo conservatore inglese adottò per primo la tecnica della separazione delle attività d’indirizzo politico da quelle di gestione amministrativa, per impedire interferenze. Il governo italiano ha fatto di questo principio il cardine della privatizzazione e di una sua legge a “matrioska”, il decreto legislativo 29/93 e successive modificazioni e integrazioni, ancora a cantiere aperto, sponsorizzata dai partiti della sinistra e dai sindacati neocorporativi. Si mostrava l’asso della separazione dei poteri come misura di moralizzazione della pubblica amministrazione: i funzionari indifferenti ai bisogni dell’utenza e veloci soltanto nell’inchinarsi di fronte al ceto politico, avrebbero trovato maggiore autonomia. La realtà è un’altra: la dirigenza, oggi nominata direttamente e senza selezioni dal potere politico, ha perso qualsiasi autonomia ed è sempre più strettamente sottoposta alle dinamiche del centro di comando. In una sola scelta è libera: tagliare la spesa pubblica e i salari, avendo cura di non creare squilibri politici dannosi agli assetti di potere esistenti. Visto dal punto di vista “datoriale”, il modello presenta un grande vantaggio: consente al potere politico di presentare come scelte tecniche o gestionali le decisioni, tutte politiche, di taglio della spesa.


   Nel Regno Unito, per ridurre la spesa e restare dentro il budget, i dirigenti ricorsero a politiche di frammentazione: ad esempio, pagare un certo numero di impiegati inferiori e non altri; creare figure professionali a prestazioni miste, decise localmente; appaltare servizi, con il solo scopo di cambiare ritmi e modalità di lavoro fra chi restava dipendente della pubblica amministrazione. Queste politiche sono, nella sostanza, le stesse proposte dall’Aran agli amministratori e alla nuova dirigenza. L’università è senz’altro, da questo punto di vista, ottimo terreno di sperimentazione. Si tratta di un comparto che non verrà privatizzato, ma messo sotto il comando diretto della borghesia imperialista (attraverso i collegamenti con le grandi società), che la userà privatisticamente e ne dirigerà i progetti a spese dei contribuenti.


   Il sistema si svilupperà in relazione alle esigenze di ricerca del privato e garantirà una formazione lavorativa e ideologica ritagliata sugli interessi della borghesia imperialista. E in questo settore, luogo in cui il potere baronale ha creato, a tutti i livelli, maggiori opportunismi che in altri, si avviano le “autonomie”, precariati di ogni genere e senza limiti, mano libera sulle assunzioni e i passaggi stipendiali, la prima applicazione nel pubblico impiego del lavoro interinale e di altre forme di lavoro “atipico”. Qui già esisteva, e ora diviene norma, il rapporto diretto tra “datore di lavoro” docente – dirigente promosso sul campo – e singolo dipendente. Un docente selezionato all’interno della piramide accademica, ora dotata di portafoglio, che ha il potere di scegliere gli assunti, attribuire quote di salario, creare i profili professionali che desidera, con il nulla-osta del direttore amministrativo in posizione subalterna, un consigliere delle tecniche pagato a suon di milioni dall’accademia per spianare la strada, assumersi la responsabilità pubblica delle azioni impopolari e licenziabile in ogni momento.


   Il contratto nazionale che l’Aran ha firmato insieme al nuovo “baronato” confindustriale, il cosiddetto comitato di settore, ha tutte le caratteristiche occorrenti per far marciare le ristrutturazioni: applica le tecniche della scuola anglosassone garantendo allo stesso tempo alle gerarchie dei sindacati collaborativi, governati dal baronato universitario di vari colori e affiliazioni, una collocazione funzionale e stipendiale migliore. La situazione universitaria è particolare, unica nel pubblico impiego: metà del personale è ancora fuori dalla privatizzazione del rapporto di lavoro, mentre l’altra metà, la non docenza, sperimenta sul terreno universitario gli effetti in quel particolare contesto di una ristrutturazione che tra breve colpirà anche larghi settori della docenza.


   La deregolazione del Ccnl passa tutto il potere alle cupole accademiche locali, le quali si trovano a decidere se utilizzare i fondi del funzionamento ordinario per aumentare il numero della corporazione, incrementare i loro stipendi con prebende, indennità di carica, mance per i portaborse o per chi si occupa della didattica al loro posto, incentivazioni. Nella rete di familiarità che attraversa questo mondo, le quote da distribuire ad alcuni servitori non docenti fanno parte del conto. Ma l’Aran sa che, alla fine, sarà il privato a fare piazza pulita di tutto ciò che non gli interessa.


   Nella pubblica amministrazione i possibili rischi negativi per la parte “datoriale”, quali slittamenti salariali incontrollati in periferia, lavoro illegale e conseguenti costi di vertenze, incremento di azioni di protesta non ufficiale, sono ora in parte controllati con lo strumento del limite di cassa. Nei paesi anglosassoni, in questa fase, ci furono azioni del governo nei confronti dei dirigenti, che venivano diffidati dal realizzare accordi salariali locali, con possibili effetti a cascata in altre zone. Non a caso l’Aran si prodiga nel proporsi anche come interlocutore locale [sussidiarietà] per i contratti integrativi, qualora le singole amministrazioni si trovassero in difficoltà di fronte a richieste poco arginabili.


    A un certo punto l’escamotage in altri paesi fu di rendere possibili gli aumenti salariali locali soli se autorizzati dal governo. In Italia tutta una serie di provvedimenti legislativi di tipo finanziario dovrebbe impedire eccessive variazioni, senza necessità di ricorrere a provvedimenti diretti. Il ruolo dei sindacati viene sempre più incorporato nelle strategie manageriali e ridotto a mera consultazione di organizzazioni che hanno subito una profonda trasformazione, anche dal punto di vista economico e patrimoniale: diventa maggiormente remunerativo per i “sindacati” spostare l’attenzione sulla competizione per il reclutamento degli iscritti in relazione alla gestione dei fondi pensione, dei patronati, di loro aziende o cooperative, di affari ormai nell’ordine di migliaia di miliardi legati al business del salario indiretto e differito.


   L’Aran, che ha studiato gesuiticamente bene la situazione, dopo averne copiato gli strumenti operativi da altri paesi, è sempre stata attenta alla difesa del monopolio sindacale, alla “consociazione” e, per quanto riguarda il limite di spesa, al budget. Come nel Regno Unito, a un certo punto, si passò all’abolizione dei contratti nazionali (il governo aveva solo l’obbligo di sentire le parti), così in Italia l’Aran va in questa direzione, svuotando la contrattazione nazionale e locale e subordinandola alla condivisione, da parte delle rappresentanze sindacali, dell’obiettivo aziendale di ristrutturazione e di partecipazione alla propaganda ideologica che la veicola.


   Nella scuola britannica si fece decidere ai Presidi l’aumento del numero degli alunni per classe, l’utilizzo dei contratti a termine, l’assunzione di personale giovane e l’incremento del pensionamento. Si resero illegali alcune forme di lotta, ad esempio il rifiuto di sostituire i colleghi assenti. Nel Regno Unito le ristrutturazioni della scuola ruotarono attorno ad un nucleo strategico centrale: una gestione locale del sistema, una delega ad altri enti più flessibili per la gestione finanziaria e del personale, una competizione fra scuole favorita dal governo, con quote di finanziamento differenziate. Furono introdotti obiettivi finanziari e di prestazione, si enfatizzarono le responsabilità verso gli utenti, si stimolò la competitività con forme di mercato. Per quello che sta accadendo nella scuola italiana, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, se non il fatto che l’operazione, invece di essere condotta dai conservatori britannici, è stata fatta fare ai partiti del centro-sinistra e dal sindacato confederale.


   Le quote di salario cottimizzate, erogate ad alcuni in cambio di una completa sottomissione, sono pagate a caro prezzo dalla totalità dei dipendenti pubblici. Se facciamo i conti, anche coloro che guadagneranno tanto avranno sempre meno del salario che sarebbe loro spettato se CGIL-CISL-UIL non avessero firmato gli accordi degli ultimi decenni. E mentre i premiati si scannano tra loro per un pezzo di pane e la maggioranza dei lavoratori vede diminuire ogni giorno il suo salario, … uno scartino di denari prende lentamente il posto dell’asso.


   Mentre l’Aran presenta a Confindustria e governo il prodotto del suo lavoro, i nuovi dirigenti-manager sono all’opera per guadagnarsi la giornata. Certo – lascia intendere l’Aran – se in Europa ci fosse un’organizzazione sovranazionale dei manager pubblici, le decisioni importanti sui salari potrebbero essere omogenee, il governo francese smetterebbe di intervenire nelle scelte e tutto sarebbe più semplice. Adesso il collante vero delle politiche europee sulla pubblica amministrazione è costituito dalla propaganda, di scuola anglosassone, che si suole indicare con il nome di New public management (Npm).


   Npm ha un’ampia letteratura ed ha informato di sé la maggior parte delle politiche fin qui descritte. La sua formula è abbastanza semplice e può essere così riassunta:
– separare la politica dalla gestione;
– rafforzare il pieno potere gestionale dei dirigenti;
– scegliere dirigenti provenienti dal privato, più decisi, estranei all’ambiente, capaci di assolvere i loro compiti al prezzo convenuto;
– gestire per obiettivi;
– controllare più severamente le prestazioni attraverso nuove tecniche;
– correlare le retribuzioni al rendimento;
– frammentare il pubblico per creare lavoratori in concorrenza fra loro (fornitori);
– distribuire le risorse ai fornitori in base ai risultati di mercato;
– rimodellare i rapporti di pubblico impiego;
– fare un maquillage ai rapporti con l’utenza;
– affidare responsabilità ai livelli bassi, quelli a diretto contatto con l’utenza;
– promuovere unità indipendenti, piccole, che operino con discrezione;
– creare indicatori di successo, che forniscano dati comparati sulle prestazioni.


   Si tratta di un modello che, per sua stessa natura, rifiuta istituzioni o procedure pluralistiche, confronti con rappresentanze sindacali o politiche dei lavoratori. È senz’altro un modello autoritario, che accentra su di sé ogni scelta, compresa la disponibilità a premiare singole persone per i vantaggi derivanti dalla competizione.


   All’interno di Npm da anni si confrontano due “scuole” di strategia delle risorse umane. I cosiddetti “morbidi” fingono di considerare il dipendente, il bene principale, di avere a cuore la sua formazione e lo sviluppo della sua professionalità. L’obiettivo è di poterlo sfruttare pienamente con il suo consenso. Questo metodo è utilizzato dal Total quality management. I cosiddetti “rigidi”, invece, sono meno ipocriti e hanno una concezione di quelle che oggi sono chiamate “risorse umane”, più direttamente utilitaristica. Pensano al dipendente come a una macchina che fornisce un prodotto, danno scarso peso alla formazione e controllano i lavoratori apertamente.


   Le due scuole hanno anche due linguaggi diversi: i “morbidi” utilizzano toni evangelici, sulla qualità, sulla cultura del cambiamento, sulla riforma della pubblica amministrazione. I dirigenti che usano questo metodo spronano i lavoratori a intraprendere in modo eccellente la loro nuova “missione”, cercano di far leva sul senso di appartenenza a una squadra o diffondono patetici manifesti d’immagine. Alcuni dirigenti vedono con scetticismo questa circonvenzione d’incapace propagandata, dai “morbidi”, ma tutti concordano sul fatto che in alcuni contesti può essere utilizzata con efficacia per esercitare pressioni sul personale e per orientare positivamente i clienti.


   A differenza di quanto l’Aran vuol far credere, non siamo alla presenza di due scuole di pensiero ma di due tecniche, le quali possono essere usate alternativamente. Ai vecchi tempi si chiamavano la carota e il bastone. Ed anche l’asso di cuori … finisce miseramente nell’immondizia. 

   Con l’avvio di questo processo, sono introdotti nel mondo burocratizzato della sfera pubblica i concetti d’imprenditorialità e competizione.  Attraverso l’introduzione di questi concetti, la nozione di cittadino utente, inserito in una situazione d’offerta di mercato con caratteristiche di monopolio della sfera pubblica erogatrice di servizi, è andata modificandosi in cittadino cliente e di converso, da ente pubblico erogatore di servizi, in impresa di servizi.  Si avvia così un processo che dovrebbe portare “nuove” strutture pubbliche inserite in un mercato concorrenziale, e l’essere cittadino si trasforma nell’essere in pratica suddito.

   Questa trasformazione negativa dell’ente pubblico, locale e non riflette la necessità della Borghesia di negare qualunque diversa organizzazione politica e sociale dello Stato e della società nel suo complesso.

LA RIFORMA BRUNETTA

   La “riforma” Brunetta rafforza i capisaldi della “riforma” degli anni Novanta. Essa ha lo scopo di adeguare il rapporto di pubblico impiego alla fase della crisi generale del capitalismo italiano e internazionale mediante la rilegificazione, che sostituisce la precedente normativa contrattuale collettiva con una regolamentazione autoritaria che subordina la contrattazione formale alla forza imperativa e inderogabile della legge.

   La rilegificazione del rapporto di lavoro non è un antidemocratico ritorno al passato come sostengono i burocrati della CGIL nostalgici dei loro strapuntini ai tavoli delle trattative, ma è la forma attuale e lo strumento necessario della regolamentazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego come rapporto militarizzato, flessibile, indignitoso, sottopagato: vale a dire dell’imposizione a tutti i dipendenti pubblici delle condizioni di soggezione e precarietà correnti sul mercato schiavistico del lavoro privato.

   Poiché il datore del pubblico dipendente è lo Stato, nelle sue articolazioni centrali e locali, il dominio padronale prende le forme della legge imperativa ed inderogabile che calpesta qualsiasi “sicurezza passata” (posto, stipendio, carriera) diritto acquisito dai lavoratori (sicurezza della retribuzione e del posto di lavoro) e li priva anche, come si diceva prima a proposito dell’ARAN, del fantasma della contrattazione  concertativa del ventennio procedente.

   Peraltro, nel quadro della crisi generale del capitalismo e della conseguente lotta tra i diversi Stati imperialistici, non è escluso che per le esigenze delle singole imprese e del Sistema Italia nel suo complesso debbano essere imposte a tutti i lavoratori con forza di legge, data l’impotenza e la superfluità di CGIL-CISL-UIL e degli accordi fra le parti sociali. La nuova gerarchia dei rapporti tra legge e contratto, attuata per ora nel settore del pubblico impiego dove il datore di lavoro è lo Stato, per diventare un modello autoritario anche per il settore privato, secondo quanto già previsto dall’accordo del 22/01/2009, sottoscritto da Governo, Confindustria e associazione padronali, CGIL-CISL-UIL sul nuovo modello contrattuale tendenzialmente unitario per il settore privato e per quello pubblico (accordo espressamente richiamato nell’art. 53 del decreto Brunetta).

   Ciò detto passiamo all’esame del decreto 150/2009 che si compone di 74 articoli suddivisi in 5 Titoli:

  1. Titolo 1. Principi generali, in cui è contenuto il solo articolo 1 Oggetto e finalità.
  2. Titolo 2. Artt. 2-16, dedicato a Misurazione, valutazione e trasparenza della performance.
  3. Titolo 3. Artt. 17-31, dedicato a Merito a premi.
  4. Titolo 4. Artt. 32-73, dedicato  Nuove forme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche.
  5. Titolo 5. Composto dall’articolo 74, che ritiene le Norme finali e transitorie.

   Il comma 2 dell’art. 1 così definisce le finalità della “riforma”: “Le disposizioni del presente decreto assicurano una migliore organizzazione del lavoro, il rispetto degli ambiti riservati rispettivamente alla legge e alla contrattazione collettiva, elevati standard qualitativi ed economici delle funzioni e dei servizi, l’incentivazione della qualità della prestazione lavorativa, la selettività e la concorsualità nelle progressioni di carriera, il riconoscimento di meriti e demeriti, la selettività e la valorizzazione delle capacità  e dei risultati ai fini degli incarichi dirigenziali, il rafforzamento dell’autonomia, dei poteri e della responsabilità della dirigenza, l’incremento dell’efficienza del lavoro pubblico ed il contrasto alla scarsa produttività e all’assenteismo nonché la trasparenza  dell’operato delle amministrazioni pubbliche anche a garanzia della legalità”.

   Passiamo ai singoli titoli.

   Il Titolo 2 dedicato alla gestione, misurazione e valutazione della “performance”, si suddivide in 4 capi:

  1. Disposizioni generali.
  2. Ciclo di gestione delle performance.
  3.  Trasparenza e rendicontazione della performance.
  4. Soggetti del processo di misurazione della performance.

   Il Titolo 3 su Merito e premi, strettamente collegato al precedentemente, si suddivide in 3 Capi:

  1. Capo 1 Disposizioni generali.
  2. Capo 2 Premi.
  3. Capo 3 Norme finali transitorie, abrogazioni.

   I due Titoli, complessivamente 30 articoli, vanno esaminati insieme.

   Va detto, innanzitutto, che secondo il Ministero della Pubblica Amministrazione e l’innovazione: “il concetto di performance (che appare più di  novanta volte nel decreto) non è la versione inglese di ‘rendimento’ o della ‘produttività’; ma è un concetto che rappresenta il passaggio fondamentale della logica di mezzi a quella di risultato. La produttività è collegata all’efficienza, la performance è collegata ad un insieme (efficienza, efficienza, economicità e competenza”.

   Pertanto, se prima della Brunetta la misura della prestazione lavorativa del pubblico dipendente era ancorata al fattore (la produttività), in astratto, dopo la Brunetta la valutazione dovrebbe essere effettuata con riferimento alla performance, che riunisce ben 4 diversi criteri, vale a dire in base al risultato costituito dal raggiungimento degli obiettivi fissati dal potere politico-amministrativo.

   La logica del risultato sintetizza il livello sempre più elevato di sottomissione dei dipendenti pubblica – mediante lo strumento ricattatorio del “riconoscimento di menti e dementi” nei confronti delle cricche di potere politico /affaristico di governo, centrale e locale, che operano al servizio del blocco/finanziario/parassitario.

   Il sistema introdotto dalla Brunetta si fonda sull’attività congiunta contro il personale di diversi attori:

  1. Gli organi di governo politico-amministrativo.
  2. La Commissione per la valutazione e gli Organismi indipendenti di Valutazione.
  3. I dirigenti apicali e intermedi; i quali devono interagire tra di loro al fine di imporre al personale il raggiungimento degli obiettivi strategici dell’amministrazione.

   Il vertice politico-amministrativo statale o locale (art. 15) decide gli indirizzi strategici dell’amministrazione e definisce con i dirigenti generali (art. 10) il “Piano della performance” (Programma triennale dell’amministrazione) e la “Relazione sulle performance” (bilancio annuale di verifica del conseguimento degli obiettivi in relazione al suddetto Piano). Inoltre, nomina l’Organismo Indipendente di Valutazione (O.I.V.).

   La Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche (art. 13) è un organismo nazionale, nominato dal Consiglio dei Ministri (che richiama l’esperienza ormai ventennale della Commissione di Garanzia antisciopero). Viene finanziata con risorse sottratte al monte stipendi dei dipendenti ed è composta da 5 membri, serviti da una struttura burocratica importante. Definisce i metodi di “misurazione e valutazione delle performance” cui   le singole amministrazioni si devono riportare ed i modelli da adottare indica quali dovranno essere la struttura ed il modello del “Piano” e della “Relazione” sulla Performance, che ogni amministrazione dovrà elaborare. Definisce i requisiti per la nomina dei componenti dei vari O.I.V. esprimendo il proprio parere sui membri indicati dalle singole amministrazioni.

   A sua volta, l’O.I.V. (art. 14), composto di uno o tre membri dura in carica tre anni, rinnovabili per una sola volta. Sostituisce  i servizi di controllo interno finora esistenti nelle singole amministrazioni e si avvale di una propria struttura tecnica. In base ai criteri, metodi e modelli elettorali dalla “Commissione”  nazionale indirizza e monitora il sistema interno di valutazione della performance valuta quella dei dirigenti di vertice; esamina e convalida la “Relazione annuale sulla performance”.

   I dirigenti di vertice, poi, valutano i dirigenti intermedi, e questi ultimi valutano i propri dipendenti (art. 9).

   In particolare, la performance dei dirigenti viene valutata non solo in base alle loro competenze professionali e manageriali ed al raggiungimento degli obiettivi assegnati, ma anche e soprattutto in base alla “capacità di valutazione dei propri collaboratori, dimostrata tramite una significativa differenziazione dei giudizi”.

   La “valutazione delle performance individuale del personale” e collegata:

  1. Al raggiungimento di specifici obiettivi di gruppo o individuali.
  2. Alla qualità del contributo assicurato alla performance dell’unità organizzativa di appartenenza, alle competenze dimostrate e ai comportamenti professionali e organizzativi.

   In tale caso la “Riforma” Brunetta istituisce un di sistema di controllo e valutazione dei dipendenti pubblici, centralizzato e diramato in tutto il paese, fondato su una burocrazia pletorica selezionata politicamente (la Commissione nazionale e gli O.I.V.), che ha il compito specifico di verificare la fedeltà politico-amministrativa dei dirigenti e di dividere i dipendenti tra di loro, utilizzando lo strumento della “valutazione premiale”.

   Non è dubbio che l’opera di selezione/valutazione premiale dei dipendenti da parte dei dirigenti verrà condotto in base al grado di sottomissione personale, ruffianeria e vigliaccheria  del lavoratore: il criterio del comportamento professionale e organizzativo ancora la valutazione individuale alla presenza in servizio, all’obbedienza al dirigente di turno e perfino all’adesione agli obiettivi del vertice politico-amministrativo.

    Il Ministero della Pubblica Amministrazione ha così definito lo scopo delle norme contenute nel Titolo II:  “Il principale intento del legislatore del 2009 è stato quello di segnare un’inversione di rotta rispetto  alla distribuzione a pioggia dei benefici che, attraverso la contrattazione integrativa,  da decenni ha prevalso nei fatti”, allo scopo di affermare “un effettivo criterio di selettività nell’attribuzione degli incentivi economici e di carriera…in un contesto di piena affermazione della cultura della valutazione”, sicché sempre a detta del Ministero, “il concetto di ‘merito’ subentra a quello di ‘premi’  ai ‘ trattamenti economici accessori’ collegati alla medesima produttività”.

   Su queste premesse viene previsto il divieto assoluto (art. 18) di distribuire incentivi e premi in modo automatico o indifferenziato, in assenza della “valutazione della performance” individuale.

   Ne consegue l’obbligo di ogni amministrazione (art. 19) di compilare e pubblicare la graduatoria delle valutazioni individuali di tutto il personale, dirigenti e dipendenti, allo scopo di formare tre fasce di merito:

  1. Fascia alta, composta dal 25% del personale, cui si attribuisce il 50% delle risorse contrattuali integrative destinate al trattamento economico individuale.
  2. Fascia intermedia, composta dal 50% dei dipendenti, cui viene attribuito il 50% delle suddette risorse.
  3. Fascia bassa, che comprende il residuo 25% del personale, cui non viene attribuito alcun trattamento accessorio.[1]

   Sulla base della differenziazione obbligatoria delle valutazioni, i dipendenti possono godere o non godere del “strumenti della premialità”, definiti dagli artt. 20-26 del decreto Brunetta; che sono ben sei, precisamente: bonus annuale delle eccellenze premio annuale per l’innovazione; progressioni economiche; progressioni di carriera; attribuzione di incarichi e responsabilità; accesso all’alta formazione.

  I due strumenti premiali più importanti sono la progressione economica (le cosiddette progressioni orizzontali all’interno della categoria) e la progressione di carriera (il passaggio dalla categoria inferiore a quella superiore), regolate rispettivamente dagli artt. 23 e 24 e concesse in maniera selettiva ad una limitata di dipendenti.

   Vediamo adesso il ruolo dei dirigenti.

    L’art. 37 del Capo II (“Oggetto, ambito di applicazione e finalità) stabilisce la sottomissione dei dirigenti apicali al gruppo affaristico/politico momentaneamente al potere nel ministero o all’ente locale, poiché indica che la “finalità” della normativa sulla dirigenza è quella di regolare “il rapporto tra organi di vertice e dirigenti titolari di incarichi apicali in modo da garantire la piena e coerente attuazione dell’indirizzo politico in ambito amministrativo”, in questo quadro iper-clientelare, ai dirigenti pubblici viene concesso il potere di svolgere la propria “funzione di gestione amministrativa”  “utilizzando anche i criteri di gestione e3 di valutazione del settore privato, al fine di realizzare adeguati livelli di produttività del lavoro pubblico” e “favorire il riconoscimento di meriti e demeriti” dei dipendenti.

   Dunque: tanto più i dirigenti (apicali e, di conserva, intermedi) si mettono o vengono messi in ginocchio davanti la cricca affaristica/politica di turno, da cui dipende la loro carriera tramite l’attribuzione dell’incarico dirigenziale a termine, quanto più ottengono potere sui dipendenti per attuare i piani affaristici di governo.

   La Brunetta sta dilacerando il pubblico impiego privatizzato, che costituiva il tessuto connettivo e la muscolatura dell’apparato statale, per molteplici ragioni:

  1. Primo, perché i meccanismi premialità ruffianesca. Disciplinatissimo terroristico,  riduzione della massa stipendiale e imposizione di sottosalari, introdotti dalla riforma creano tensioni permanenti all’interno degli uffici e minano l’efficacia dell’azione amministrativa.
  2. Secondo, perché espone i dirigenti ad una sorda resistenza della maggior parte dei dipendenti, che svolgeranno con malanimo e rabbia le proprie funzioni malgrado la minaccia dei nuovi poteri dei capi.
  3. Terzo, perché apre la via alle dismissioni-esternalizzazioni di interi rami dell’apparato aziendalizzato delle amministrazioni, da trasformare in imprese di produzione e fornitura di beni die servizi per ricavarne profitto, creando, ulteriori ragioni conflitto con i dipendenti da “mobilizzare-eliminare” e con la massa dei lavoratori costretti a pagare come merci i servizi goduti un tempo come servizi sociali.

Questa situazione di tensione, protesta e conflitto interni può indebolire l’apparato statale in una fase storica di sfacelo produttivo e finanziario del sistema capitalistico, di disoccupazione di massa e di svolta dei rapporti tra le classi, che spingono il blocco di potere dominante a una guerra non dichiarata contro le masse e queste nelle modalità più diverse oppongono una resistenza al peggioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro.

   Dentro questo quadro gli impiegati che lavorano nel pubblico impiego privatizzato di categoria inferiore devono organizzarsi per una maggiore tutela dei propri interessi: dignità, salute, aumento delle  retribuzioni ecc.

   La fase storica in cui siamo entrati non consente a fare esclusivamente una lotta rivendicativa, puramente economica e categoriale e tantomeno consente di opporre al riassetto militarizzato dell’apparato statale la rivendicazione di diritti democratici e contrattuali agitati dal sindacalismo di base.

   Lo sviluppo di una organizzazione autonoma di classe nel pubblico impiego è l’unica trincea di difesa e strumento di attacco contro il cuore della “riforma” Brunetta: la premialità corruttrice ed il disciplinarismo, che hanno come presupposto la totale individualizzazione dei rapporti di lavoro e la soggezione personale ai dirigenti. Questi due meccanismi si possono spezzare solo contrapponendo al potere dei dirigenti  e alle leggi che lo garantiscono, la forza di organismi autonomi, come autentici cobas (ricordiamo che cobas vuol dire comitati di base) che devono essere la struttura fondamentale e dominante di un sindacato proletario e ci classe.


[1] Il comma 4 dell’art. 19 consente alla contrattazione integrativa di aumentare o diminuire del 5% (dal 25 o al 30 o al 20) la fascia alta con corrispondente variazione compensativa delle altre due fasce.

GLI USA SEMPRE PIU’ ALLA FRUTA: ARRUOLANO DETENUTI, INTRODUCONO “SUPERSOLDATI” E SVILUPPANO “ARMI NON LETALI”

•marzo 25, 2021 • Lascia un commento

    L’esercito USA sta arruolando stupratori, responsabili di minacce terroristiche, pedofili: sempre più persone con la fedina penale sporca vengono arruolati nelle forze armate USA per far fronte ai crescenti impegni di guerra mondiale per mantenere il loro predomino mondiale. In un anno il numero di ex detenuti arruolati negli USA è raddoppiato: dai 249 del 2006 si è passati ai 511 del 2007.[1]

   Documenti emersi grazie alla legge sulla libertà d’ informazione hanno svelato che l’ aeronautica U.S.A. ha impiegato anni di ricerche e speso più 40 milioni di dollari per sviluppare proiettori di onde urticanti e ustionanti da utilizzare su folle di dimostranti. L’ arma, finora chiamata sistema di diniego attivo è stata menzionata per la prima volta dalla rivista Wired (ovviamente suscitando delle reazioni preoccupate per via dell’eventuale uso contro il movimento contro la guerra in USA). I proiettori lanciano fasci di radiazioni più lunghe dei raggi x, ma molto più corte delle ormai familiari microonde (3 mm di lunghezza d’onda contro i 120 del fornetto domestico), che vengono tutte assorbite dall’epidermide, surriscaldandola oltre il punto di sopportazione.

   Quest’arma è stata concepita dagli scienziati U.S.A. per risolvere i conflitti nelle dimostrazioni, nonostante queste ultime siano spesso promosse da folle disarmate. I documenti testimoniano che pochi mesi fa è stata avanzata la richiesta di 4 blindati Stryker equipaggianti con ADS e destinati al teatro di guerra iracheno. Nonostante viene spacciata l’ADS viene spacciata come “arma non letale” gli effetti di una prolungata esposizione sono ancor sconosciuti, e vi sono forti dubbi in relazione alle modalità d’ impiego dei raggi, che alle conseguenze a lungo termine delle radiazioni impiegate.

   C’è un’altra cosiddetta “arma non letale” che stordisce e dà le vertigini. Si tratta di raggio di radiofrequenze in grado di interferire con l’ udito e con l’ equilibrio umano, procurando un effetto talmente disorientante e fastidioso da causare anche il vomito in chi viene colpito. Non ultimo riesce a raggiungere l’ obiettivo anche se si trova al di là di un muro o di altre strutture non metalliche. Anche questo tipo di arma “non letale” e prevista per problemi di ordine pubblico.

   L’ azienda militare che costruisce i RobotCorp ha deciso di produrre una nuova versione del robot Packbot dotato di pistola “non letale” (ovviamente) capace di fermare l’ azione dei nemici e dei sospetti. Gli scienziati assicurano che si tratta solo del primo passo verso la creazione di un vero e proprio robot soldato: nei prossimi dieci anni (la presentazione da parte di quest’arma è stata nel 2007) [2]. Saranno prodotti dei reali Robocop dotati di armi letali (perché prima ovviamente facevano il solletico all’ipocrisia non c’è mai limite). Secondo gli scienziati militari, diverranno la chiave per vincere la cosiddetta “guerra contro il terrorismo”.

   Fino ad oggi, il robot Packbot, che sembra un piccolo carro armato, è stato usato solo per scovare bombe nascoste e in missioni di sorveglianza. Ma adesso avrà la capacità di “rendere inoffensivi e controllare da una distanza di sicurezza pericolosi sospetti”. Il robot che si muoverà su cingoli è dotato di telecamere e sensori e anche di una pistola Taser X26 conosciuta come pistola elettroshock, già in dotazione della polizia USA capace di immobilizzare eventuali nemici.

   Secondo John Pike direttore del sito web Globalsecurity.org una delle più importanti fonti americane di informazioni nel campo della difesa, è solo una questione di tempo: nei prossimi 10 anni, secondo l’ esperto i robot saranno usati come forza di polizia, nelle prigioni e in missioni militari, gli si affiderà quello che in gergo è chiamato il “lavoro sporco”.


[1] Fonte City 23 aprile 2008

[2] http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_tecnologie/2007/07_Luglio/02/robot

CAPITALISMO E STATO NEI DIVERSI PAESI DEL MONDO

•marzo 24, 2021 • Lascia un commento

   Con la prima e la seconda guerra mondiale e con successivi sviluppi, sono emersi definitivamente quattro principale gruppi di paesi: i paesi  imperialisti, i paesi capitalisti dipendenti, i paesi a capitalismo burocratico, i paesi che hanno visto la restaurazione del capitalismo.

I PAESI IMPERIALISTI

   Si tratta di quei paesi in cui il capitalismo in forma compiutamente imperialista. In questi paesi troviamo alla base del rapporto tra capitalismo e Stato la forma classica del Capitalismo Monopolistico di Stato (CMS) legata alla fusione con del capitale monopolistico industriale e del capitale monopolistico finanziario (originato principalmente dalle attività industriali e commerciali fiorenti nella fase della libera concorrenza). Lenin nel suo testo sull’imperialismo, dovendo analizzare in forma pura lo stadio imperialista di sviluppo del capitalismo, ha trattato la questione sul piano teorico in termini generali ed essenziali[1]. Si tratta di termini che corrispondono direttamente alla forma assunta dall’imperialismo, nei primi decenni del Novecento, nei principali paesi imperialisti. questa forma si è sviluppata ulteriormente dopo la prima guerra mondiale e soprattutto dopo la seconda. Tali sviluppi sono considerati da Marx in particolare considerati da Marx in particolare nei documenti internazionali della fine degli anni Cinquanta e  dell’inizio degli anni Sessanta del XIX.

   In questi paesi, mentre si accumulano le condizioni materiali e sociali, tecniche e organizzative per uno sviluppo praticamente illimitato delle forze produttive e quindi dei prodotti e delle risorse necessarie alla soddisfazione dei bisogni e delle necessità dell’umanità, i rapporti di produzione capitalistici impongono una strozzatura e un contenimento a tale sviluppo che si evolve in modo sempre più catastrofico ai danni della classe operaia e delle masse popolari, dell’ambiente e, in prospettiva, della stessa specie umana.

   Ciò determina in questi paesi una crisi complessiva della società che si presenta con forme sempre più accentuate di peggioramento delle condizioni di vita e lavoro delle masse, con lo sviluppo di forme politiche statali reazionarie, oppressive e liberticide e tendenza alla guerra mondiale imperialista.

   È però necessario tenere presente che nei paesi imperialisti marginali come l’Italia e la Spagna, questa forma di “crisi” si presentano con delle caratteristiche specifiche che derivano dal carattere debole e tardivo dallo sviluppo capitalistico nella fase immediatamente precedente  a quella iniziale dell’imperialismo (dal 1870 sino ai primi del Novecento).

I PAESI CAPITALISTI DIPENDENTI

   Una serie di nazioni come Grecia, Portogallo e i paesi dell’Europa Orientale, che alla fine dell’Ottocento si erano già incamminati sulla strada del capitalismo, non hanno però potuto passare allo stadio dell’imperialismo a causa della loro dipendenza finanziaria dei prestiti dei paesi imperialisti più forti, che si traduceva nella costituzione di monopoli bancari che indirizzano lo sviluppo produttivo del paese secondo gli interessi delle potenze industriali estere. Si tratta di paesi che Lenin definiva “capitalisti dipendenti”.

   Lenin, per altro, non ha ulteriormente approfondito la questione della distinzione tra questo gruppo di paesi e quelli che verranno poi definiti da Mao come paesi a “capitalismo burocratico”. Questo si spiega con il fatto che le caratteristiche di quest’ultimo gruppo di paesi non si erano ancora ben delineate nei primi decenni di vita dell’imperialismo.

   Di fatto dal punto di vista delle contraddizioni interne e della profonda profondità e persistenza degli elementi di crisi, i paesi capitalisticamente dipendenti si collocano in una posizione intermedia tra i paesi imperialisti marginali e i paesi a capitalismo burocratico. In comune con questi ultimi hanno il fatto che lo Stato ha dovuto, con tutta una serie di conseguenze, funzionare come leva dello sviluppo. Nell’epoca dell’imperialismo solo condizioni del tutto eccezionali, come per esempio, come per esempio l’appartenenza a un blocco imperialista che si afferma vittoriosamente in una guerra mondiale, possono eventualmente far passare alcuni di questi paesi alla fase del capitalismo imperialista.

I PAESI A CAPITALISMO BUROCRATICO

   I paesi a capitalismo burocratico si caratterizza per non essere mai riusciti a entrare nella fase del predominio del capitale industriale a base nazionale.

   Con l’avvento dell’imperialismo e con la relativa conclusione della spartizione del mondo, tutti i paesi del mondo che non riuscirono ad approdare entro i primi del Novecento allo stadio del capitalismo imperialistico, finirono per cadere in una situazione di dipendenza  (paesi capitalisti dipendenti) o di completa subordinazione (paesi a capitalismo burocratico).

   Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento con il completamento del dominio del mondo, ai paesi coloniali di vecchio tipo già acquisiti all’epoca dell’epoca coloniali si aggiungevano le colonie e le semi-colonie di nuovo tipo. In tutti questi paesi risultavano ancora predominanti rapporti di produzione feudali semi-feudali. Sotto la dominazione dell’imperialismo e sviluppato, a partire dai primi decenni del Novecento, un tipo particolare di capitalismo che, secondo la teoria del maoismo assume la definizione di capitalismo burocratico.  

   In questi paesi i grandi monopoli, legati alle imprese industriali e commerciali imperialiste e alla proprietà terriera parassitaria, si sono fusi con l’apparato burocratico-militare dando ulteriore impulso alla sua espansione. Si è andata a costituire una forma particolare di capitalismo monopolistico di Stato priva di una base industriale-finanziaria nazionale e quindi molto diversa da quella affermatasi nei paesi imperialisti.

   La maggior parte dei paesi del mondo si trova a fare i conti con questa forma di Capitalismo Monopolistico di Stato. La forma del Capitalismo Burocratico è stata individuata da Mao Tse Tung che ne ha individuato le leggi fondamentali.

   In tali paesi il Capitalismo Burocratico si sviluppa sulla base dell’apparato di uno Stato che nella fase iniziale è solo un’emanazione dell’imperialismo e del feudalesimo. Tale Stato opera progressivamente come leva per lo sviluppo di un capitalismo di tipo particolare. Un capitalismo che non arriva mai a diventare organicamente industriale perché appunto:

  1. Subordinato agli interessi imperialisti di questa o quella potenza o gruppo di potenze.
  2. Caratterizzato dal ruolo preponderante delle rendite agrarie semi-feudali e da successivi processi relativi alla loro trasformazione in rendite agricole[2]
  3. Di tipo parassitario perché dipendente dalle commesse e dagli incentivi statali con conseguente fragilità della struttura produttiva e diffusione della corruzione politica. Questa forma di capitalismo di capitalismo non consente quindi uno sviluppo delle forze produttive paragonabile a quello che ha caratterizzato i principali paesi imperialisti dell’Ottocento, la conseguenza è che questi paesi non hanno potuto diventare predominantemente capitalisti su base nazionale sotto il profilo industriale e quindi non si sono mai trasformati a loro volta in paesi capitalisti dipendenti o in paesi imperialisti.

   Come conseguenza e riflesso della subordinazione all’imperialismo (sia nella versione orientale che in quella orientale) questi paesi sono caratterizzati da una crisi strutturale permanente con enormi contraddizioni interne tra le varie frazioni delle classi dominanti e della burocrazia amministrativa e militare. Le frazioni della classi dominanti dello Stato e dell’esercito di volta in volta egemoni tentano di far fronte a questa crisi generale permanente dell’economia, della società e dello Stato, con continue ristrutturazioni sostanzialmente fallimentari e con conseguenti, spesso rapide alternanze di governi burocratico-militari di tipo fascista o pseudo-socialisti.

   Per questo motivo si sono sviluppati in questi paesi fenomeni come il peronismo che era espressione delle tendenze nazionaliste in seno all’esercito argentino. Si apriva così l’epoca della politicizzazione e organizzazione politica delle forze armate nei paesi coloniali e semicoloniali, che avrebbe dato vita alle esperienze del partito Ba’th in Siria e in Iraq, al nasserismo, in numerosi paesi africani, fino quelle del Perù e a Panama.

   Molti dei paesi dove si sono sviluppate queste esperienze hanno in comune il fatto di essere paesi con grandi tradizioni di civiltà (e questo basta a fare piazza pulita di tutte le dicerie che legano la loro arretratezza alla religione islamica, alla loro indole ecc.) che l’imperialismo ha legato al comune corso mondiale della storia e allo stesso tempo relegato all’oppressione razziale e coloniale (nel ruolo di colonie e semicolonie). I popoli di questi paesi nella maggior parte hanno partecipato attivamente e su grande scala alla lotta anticoloniale che dalla Rivoluzione di Ottobre, come si dive prima, entrava a far parte della Rivoluzione Proletaria Mondiale. In questi paesi dagli anni ’20 si formarono forti partiti comunisti che vi svolsero un ruolo politico importante. Le basi della società civile feudale e semifeudale furono allora minate e sconvolte senza però essere eliminate.

   L’avvento dei revisionisti moderni alla direzione del Movimento Comunista negli anni ’50 ha impedito si sfruttasse i grandi successi raggiunti e si superasse i suoi limiti, e che consentisse di condurre in porto la rivoluzione democratica nell’unica veste in cui essa era possibile, come rivoluzione di nuova democrazia. I revisionisti moderni promossero e appoggiarono quella che essi chiamarono “una via non capitalista di sviluppo”. Di fatto essa consisteva nel potere della borghesia burocratica[3] con le sue velleità di sviluppo economico e culturale autonomo dal sistema imperialista mondiale grazie anche al sostegno dell’Unione Sovietica e del “Campo Socialista”. I più noti esponenti d questa “via non capitalista di sviluppo” sono stati Sukarno (Indonesia), Nehru (India), Mossadeq (Iran), Kassem (Iraq), Assad (Siria), Nasser (Egitto) e anche Peron entra benissimo tra gli esponenti di essa.

I PAESI CHE HANNO VISTO LA RESTAURAZIONE DEL CAPITALISMO

   I paesi come l’URSS e la Cina, i processi di restaurazione del capitalismo del capitalismo, pur con modalità diverse, hanno determinato forme specifiche di Capitalismo Monopolistico di Stato.

   Tali forme di Capitalismo Monopolistico di Stato sono state il prodotto della sconfitta momentanea del socialismo ad opera del moderno revisionismo sviluppatosi nel Partito, nello Stato, negli organismi di gestione dell’economia e negli organismi di massa e giunto al potere con dei colpi di Stato burocratico-militari,[4] in Russia la forma tipica assunta dalla crisi degli ex paesi socialisti è progredita sino al punto di spazzare via ogni apparente e ingannevole sovrastruttura politico e ideologica socialista, a differenza dell’attuale situazione in Cina in cui questa apparenza mistificatoria risulta ancora pienamente operante. Anche questi paesi, come quelli a capitalismo burocratico, tendono via via a essere caratterizzati da una crisi irreversibile. Tale crisi progredisce accentuandosi progressivamente nel tempo e assumendo forme diverse da quelle dei paesi a capitalismo burocratico. Questo tipo di crisi ha visto le sue manifestazioni conseguenti nella rottura del blocco ex socialista dei paesi provenienti dall’esperienza storica dell’URSS e nella situazione catastrofica dei paesi dell’Europa Orientale (e per molti versi della stessa Russia). Nella stessa Cina la diffusione delle manifestazioni dello scontro di classe contro il social-imperialismo e lo Stato smentiscono che in forma apologeta ne parla come un superpotenza imperialista paragonabile agli USA. Attualmente Russia e Cina sono comunque delle potenze imperialiste a tutti gli effetti che competono con quelle occidentali per una nuova ripartizione del mondo. Un processo che di per sé, nello sviluppo della crisi generale, non può che portare alla guerra imperialista.

   Questi quattro tipi di paesi, che si caratterizzano per differenti forme del rapporto tra il capitalismo e Stato, sono oggi attraversati da una crisi generale dell’economia, della società e dello Stato nel quadro della fase morente dell’imperialismo.


[1] Proprio come ha dovuto procedere Marx che ha assunto come “modello” lo sviluppo del capitalismo in Inghilterra.

[2] Con la conseguenza, per esempio, che i monopoli finanziari che si costituiscono e che vanno a fondersi con lo Stato non hanno tanto un carattere industriale quanto un carattere determinato oltre che dagli interessi dell’imperialismo anche dalla proprietà terriera semifeudale, dalle speculazioni urbane e da quelle relative alla diffusione degli insediamenti turistici.

[3] La borghesia burocratica è costituita da dirigenti e funzionari del settore pubblico dell’economia e da capitalisti le cui imprese nascono e si sviluppano principalmente grazie all’opera dello Stato.

[4] La linea di moderni revisionisti espressione della nuova borghesia che si era impadronita del partito, dello Stato, degli organismi di gestione economica e degli organismi di massa, era quella di sviluppare l’industria, principalmente quella pesante e ad elevata tecnologia, sulla base di criteri astrattamente economici invece che politici e di classe. in questo modo invece di finalizzare lo sviluppo delle forze produttive alla trasformazione socialista, i moderni revisionisti cercavano di utilizzare sia in Russia che in Cina, la forma socialista come una via privilegiata per la modernizzazione socialista capitalista. La lotta tra moderni revisionisti e rappresentati della linea proletaria  (come Mao e la sinistra del PCC) ha caratterizzato tutti i campi della lotta di classe dopo l’instaurazione dello Stato socialista in URSS, nelle Democrazie Popolari e in Cina. Mao sulla base del bilancio dell’esperienza dell’URSS e dell’opera di Stalin ha sviluppato qualitativamente il marxismo-leninismo anche su questo terreno, impostando in modo diverso da come erano stati affrontati fino a quel momento tutta una serie di problemi fondamentali riguardanti la questione delle vie per la costruzione del socialismo e della conduzione della lotta antagonista tra la linea revisionista e quella proletaria. La Rivoluzione Culturale Proletaria del 1966 ha ricacciato indietro per vari anni la linea revisionista controrivoluzionaria e soprattutto ha evidenziato la tendenza di preparare successive rivoluzioni proletarie e sconfiggere il revisionismo e avanzare  verso una società senza classi sociali.   

IN CINA E’ ANDATO IN ONDA UN GIORNALISTA VIRTUALE

•marzo 21, 2021 • Lascia un commento

   Sembra fantascienza ma è una realtà, nel 2018 è andato in onda in Cina il nuovo ‘mezzobusto’ televisivo che da ieri legge le notizie per Xinhua, l’agenzia stampa statale cinese. Volto, timbro e perfino i gesti sono una replica di quelli di due noti giornalisti in carne ed ossa, Qiu Hao per le news in cinese e Zhang Zhao per quelle in inglese. La sua mente invece è una intelligenza artificiale sviluppata dal motore di ricerca cinese Sogou, in grado di imparare e diventare ogni giorno più accurata.[1]

    Ciò che però un tempo era soltanto finzione, oggi è una realtà concreta dove solo l’immaginazione è ormai l’ultima frontiera di un mercato da 5 miliardi di dollari.[2] Al cuore della tecnica olografica c’è la riproduzione fedele di oggetti e persone, proiettati in una rappresentazione 3D. A differenza della realtà aumentata, dove serve un visore che “cali” l’immagine nel mondo reale, nell’olografia il soggetto è fuori, grazie a un gioco di laser e specchi che, interagendo tra loro, donano l’impressione della tridimensionalità.

   Gli ologrammi che vediamo nei film sono “semplici” effetti speciali. Riprodurre un 3D convincente nella realtà richiede una grande potenza di calcolo e apparecchiature dal costo elevato. A squarciare il velo delle potenzialità è stata Cisco[3], presentando nel 2011 il sistema di videoconferenza olografica TelePresence. Un progetto ambizioso su un tema oggi attualissimo, con smart working e Dad a farla da padroni; l’idea era però ancora prematura e limitata dalla larghezza di banda allora disponibile. Solo nel 2020 viene superata in modo convincente questa barriera, quando Vodafone Malta sfrutta il 5G[4]per sincronizzare l’Orchestra Filarmonica con due diversi cantanti, presentati sul palco come ologrammi in perfetta sincronia con gli altri musicisti. Chi invece riesce a imbrigliare subito il nuovo potenziale tecnologico è il mondo dello showbiz. Nel 2012, l’indimenticabile rapper Tupac duetta in forma olografica con i vecchi compagni Dr. Dre e Snoop Dogg. “The Whitney Houston Hologram Tour” del 2020 è la prima serie di concerti postumi a proporre l’ologramma della storica cantante.[5]  Pian piano la moda arriva anche in Italia, che a  Sanremo Fiorello ha salutato entusiasta un olografico Vincenzo Mollica[6] dal  balconcino dell’Ariston.

    Diverse e importanti le applicazioni anche fuori dallo showbiz. In campo militare, le mappe olografiche vengono già utilizzate per la ricognizione e lo studio dettagliato degli scenari di ingaggio. Anche il matrimonio tra medicina diagnostica e olografia sta dando buoni risultati. Partendo da una tac, si può oggi ricostruire un’immagine tridimensionale dell’organo interessato, con risvolti positivi tanto dal punto di vista analitico quanto da quello della ridotta invasività. In Italia si sta sperimentando al Careggi di Firenze e al San Martino di Genova, ma il campo di applicazione è limitato alla sola realtà aumentata.

   Gli ologrammi vengono anche impiegati per ostacolare la contraffazione ed è probabile che in questo momento ne abbiate uno in tasca, stampato su carta di credito o passaporto. Ancora lontana invece la possibilità di effettuare videochiamate olografiche dal nostro smartphone, che ha subito una battuta di arresto con la chiusura del progetto “Hydrogen One”, il primo cellulare olografico. Sul versante della produttività, nel 2017 l’americana Looking Glass Factory ha presentato Holoplayer, un dispositivo che consente la creazione di oggetti olografici manipolabili con gesti simili a quelli usati da Tom Cruise in Minority Report.  La riproduzione non è più “statica” ma si tratta di vero 3D interattivo: guardando dritto, si vede la parte anteriore dell’immagine; spostandola con la mano si vede invece il fianco, per un totale di 32 angoli di visuale diversi. Ci sono però alcuni difetti, come la forbice di prezzo – inevitabilmente alta – e la risoluzione, che non è delle più limpide. Le rappresentazioni inoltre, mancando un proiettore, sono ancora “intrappolate” all’interno del dispositivo.


[1] https://www.repubblica.it/tecnologia/2018/11/10/news/tv_l_anchorman_e_un_clone_va_in_onda_il_giornalista_virtuale-211274371/

[2] https://www.ilmessaggero.it/tecnologia/moltofuturo/ologrammi_applicazioni_smartphone_riunioni_zoom-5835330.html

[3] Cisco Systems Inc., nota semplicemente come Cisco, è una azienda multinazionale specializzata nella fornitura di apparati di networking.   https://www.ilmessaggero.it/t/Cisco

[4] https://www.ilmessaggero.it/tecnologia/news/samsung_galaxy_s21_un_device_fluido_che_non_ti_lascia_mai-5780028.html

[5] https://www.ilmessaggero.it/spettacoli/musica/musica_whitney_houston_concerto_ologramma-5066350.html

[6] https://www.ilmessaggero.it/t/Vincenzo%20Mollica

L’IMPERIALISMO E LA QUESTIONE DELLO STATO

•marzo 20, 2021 • Lascia un commento

   Senza affrontare adeguatamente la questione dell’imperialismo non si può nemmeno pensare di potere sostenere e mettere in pratica un punto di vista che aiuti a costruire una linea politica per la rivoluzione socialista.

   Lenin ha evidenziato i tratti fondamentali dell’imperialismo nel testo “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”.

   Dobbiamo qui considerare in particolare la questione dello Stato. Lenin evidenzia che nell’imperialismo lo Stato si modifica profondamente rispetto alla precedente fase ottocentesca caratterizzata dall’espansione del capitalismo che vede il liberalismo la sua espressione politica, economica e culturale. Tale modificazione è sintetizzata da Lenin con la categoria del Capitalismo Monopolistico di Stato (CMP). Questa categoria indica appunto come nell’imperialismo il capitalismo e lo Stato. Inteso come complesso degli apparati del dominio, si fondono tra di loro.

   In questa fase nascono le Forme Antitetiche dell’Unità Sociale. Le FAUS sono istituzioni e procedure con cui la borghesia con cui la borghesia cerca di far fronte al carattere collettivo ormai assunto dalle forze produttive, restando però sul terreno della proprietà e delle iniziative individuali dei capitalisti. Per farvi fronte crea istituzioni e procedure che sono in contraddizione con i rapporti di produzione capitalisti. Sono mediazioni tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione che ancora sopravvivono. Sono ad esempio FAUS le banche centrali, il denaro fiduciario, la contrattazione collettiva dei rapporti di lavoro salariato, la politica economica dello Stato ecc.

   Particolare importanza ha la creazione di un sistema monetario fiduciario mondiale. Essa fu completata nel 1971, quando il governo federale USA annunciò che non avrebbe più proceduto a cambiare dollari in oro al tasso fisso di un oncia (31,103 g) 4d’oro per 35 $) come gli Accordi di Breton Woods si era impegnato a fare quando le Banche Centrali degli altri paesi contraenti dell’Accordo lo chiedevano. Da allora gli scambi internazionali avvengono a mezzo di denaro convenzionale senza copertura aurea, in sostanza un buono emesso a suo giudizio dalla Banca Federale USA che viene correntemente accettato come mezzo di pagamento e tesaurizzato da privati e dalle Banche Centrali dei paesi importanti. Ciò conferisce fino adesso agli USA una posizione economicamente privilegiata che ha alimentato la fiducia di una parte dei capitalisti di possedere il mezzo per impedire una crisi finanziaria delle dimensioni di quella del 1929.

il sistema del capitalismo monopolista di stato

   Affrontare la questione dei caratteri di fondo del rapporto tra capitalismo e Stato nei paesi imperialisti vuol dire considerare il Capitale Monopolistico di Stato (CMS) e lo Stato moderno, siano connessi indissolubilmente, ma come nello stesso tempo non risultino coincidenti. Il CMS è il cuore e la testa dello Stato moderno che si potrebbe definire Sistema del Capitalismi Monopolistico di Stato (SCMS). Quest’ultimo è una sorta di involucro amministrativo e burocratico-militare che contiene la “società civile” al cui interno risultano posizionate, sul piano politico e ideologico ma in stretta connessione con la loro natura economico-sociale, le restanti classi e frazioni di classi reazionarie (quelle appunto non coincidenti con la borghesia monopolista). Dal SCMS sono ovviamente esclusi il proletariato e le masse popolari.[1]

IL CAPITALISMO MONOPOLISTICO DI STATO (CMS)

    Il capitale finanziario[2] si fonde con i centri della burocrazia, dell’esercito e degli apparati repressivi, diventando così Capitale Monopolistico di Stato (CMS). Questa forma di Capitale rappresenta la borghesia monopolistica di Stato, ossia l’alta borghesia, che comprende l’insieme delle frazioni economicamente, politicamente e militarmente dominanti sul proletariato e sulle masse popolari ed egemoni rispetto egemoni rispetto alla media e alla piccola borghesia privilegiata (comprendente anche l’aristocrazia operaia e dei servizi).

   A secondo delle situazioni più o meno rilevanti del CMS di un determinato Stato-nazione sono strettamente collegati al capitale imperialistico internazionale ed eventualmente ne rappresentano al proprio interno, in forme mediate, gli interessi.

LA COSTITUZIONE DEL SISTEMA DEL CAPITALISMO MONOPOLISTICO DI STATO (SCMS)

   Sulla base economica-burocratico del dominio del CMS si sviluppa il SCMS. Conseguentemente la media e piccola borghesia privilegiata, ossia i diversi settori imprenditoriali non monopolistici della borghesia, compresi gli strati intermedi della burocrazia statale, l’aristocrazia operaia e dei servizi ecc. si posizionano sul piano politico, ideologico ed egemonico, in stretta connessione con il loro carattere d i loro interessi economici-sociali, all’interni del SCMS, in questo modo, in posizione subordinata al CMS, vanno a occupare questo o quell’insieme di spazi e di posizioni di potere (un ruolo importante è svolto quindi in questo quadro dai processi di impiego, programmazione, ripartizione e ridistribuzione del flusso di denaro pubblico)[3]. Tutta l’attività economica, politica, culturale e sociale è quindi subordinata al CMS.

LO STATO SOCIALE COME ARTICOLAZIONE DEL SCMS

   Lo Stato interviene quindi in base a questi interessi in cui tutti gli aspetti fondamentali della vita pubblica e privata delle masse popolari. Assumono un carattere e un ruolo i cosiddetti servizi sociali pubblici (Stato Sociale), questo soprattutto dopo la prima guerra mondiale imperialiste e soprattutto la crisi del ’29.

   Dopo il crack della Borsa del 1929, si potenziò l’intervento dello Stato nell’economia sia negli U.S.A. che in Europa.

   Questa tendenza dell’intervento statale nella direzione dell’economia diventa permanente e sempre più massiccio; si afferma così in tutti i paesi la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale.

   Questa tendenza al capitalismo di stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta una novità rispetto al capitalismo classico, anzi né è l’estrema conseguenza. E’ un chiaro esempio della decadenza del capitalismo. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali ecc. non sorgono, come conseguenze della prosperità economica, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo d’industria, il controllo dello Stato nell’economia nazionale serve a impedire, attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni.

Questi servizi pubblici sociali (come ad esempio la sanità l’istruzione, le politiche sociali ed assistenziali, il finanziamento e la gestione pubblica del privato-sociale e del Terzo Settore, ecc.) oltre a essere caratterizzati in senso classista e oltre a essere soggetti ai processi ri ristrutturazione richiesti e imposti dal CMS, sono quindi interfacciati con la macchina statale dedita all’esercizio dell’egemonia e alla gestione burocratica-militare delle contradizioni di classe. Diventano un importante articolazione del SCMS che si intreccia con i diversi interessi reazionari e le diverse rappresentano politiche di tali interessi che sussistono contraddittoriamente al suo interno.

LA SOCIETA’ CIVILE: UNA DIMENSIONE DELLO STATO

   Nell’imperialismo lo Stato di “allarga” enormemente e la “società civile”[4]  che nell’Ottocento era solo una dimensioni sostanzialmente parallela alla macchina burocratico-repressiva statale, diviene invece una dimensione dello stesso Stato deputata alla gestione dell’egemonia. La “società civile”, che a sua volta è soggetta ad un processo di ampliamento, si ritrova  così ad operare strettamente legata alla macchina burocratico-militare, in funzione della conciliazione forzosa della lotta di classe. lo Stato moderno si sviluppa come una gigantesca  macchina burocratica, egemonica e militare. Una parte anche rilevante, sotto il profilo quantitativo, della società viene in questo modo foraggiata dal proletariato e delle masse popolari. I redditi di questa parte della società possono essere fatti rientrare nelle “rendite”. Considerato che la società civile è strettamente connessa e intrecciata con svariati strati borghesi e piccolo borghesi privilegiati (compresa l’aristocrazia operaia e dei servizi) che, sotto il profilo politico e ideologico, si “posizionano al suo interno”, ne deriva che tali strati le “rendite” provenienti dalla spesa pubblica si legano inscindibilmente con altre fonti di guadagno derivanti direttamente o indirettamente dallo sfruttamento  dei lavoratori.

LA GESTIONE STATALE DELLA VITA DELLE MASSE POPOLARI

   Nel momento in cui i servizi sociali pubblici o di interesse pubblico diventano un’articolazione del SCMS vengono ad assumere una particolare importanza egemonica e quindi, nel complesso, statale. Questo significa che lo scarto tra il livello di copertura da parte di questi servizi e la richiesta effettiva che sorge sulla base delle necessità sociali, ossia fondamentalmente delle necessità delle masse popolari, rischia di alimentare una crisi egemonica più o meno rilevante. Nella crisi generale del capitalismo e in particolare nella fase che si aprì alla fine degli anni Sessanta, le risorse che le classi dominanti erano disposte a trasferire per la copertura dei servizi sociali pubblici risultano ancora minori a fronte di un bisogno crescente delle masse popolari sempre più colpite dalla crisi. Ne derivò che a partire a tale terreno si aprì la tendenza allo sviluppo sempre più profondo di una crisi egemonica di rilevante portata nel rapporto tra governanti e governati.

IL CARATTERE DI CLASSE DEI SERVIZI SOCIALI PUBBLICI

   La gestione dei servizi sociali pubblici è una questione di interesse statale, ossia simultaneamente di interesse egemonico, di interesse politico e di interesse militare. Il SCMS opera quindi nella crisi generale nel suo complesso per contenere, anticipare o spostare questo tipo di crisi egemoniche.

   Tutte le voci che concorrono a costituire una “domanda” di servizi sociali diventano oggetto di una specifica gestione del SCMS volta a conseguire una riduzione della relativa pressione sociale. Allo stesso modo tutte le voci che concorrono a costituire un’ “offerta” di tale tipologia di servizio diventano a loro volta oggetto di una gestione mirante a sancire la diminuzione della relativa copertura sotto il profilo del fabbisogno sociale.

   La natura classista dei servizi sociali di interesse pubblico si concretizza e afferma tramite questo tipo di gestione che assume una parvenza neutra, oggettiva, tecnica e burocratico-amministrativa. Il discorso però è ancora più generale, le variabili che vengono a tale scopo individuate e assoggettate a questo tipo di gestione assumono un carattere generale e si presentano come relative ai livelli di reddito, alle coorti demografiche al luogo di residenza, ecc. In altri termini, si approda a una gestione operativa di variabili che rappresentano, inquadrano e significano la “vita umana”.

   La vita delle masse popolari viene rappresentata in modo tecnicistico, mistificato e feticistico, tramite variabili i valori “desiderabili” vengono sanciti sul piano operativo e legislativo in linea con gli interessi del CMS, con la conseguenza che in presenza di eventuali contestazioni sociali e politiche, il tutto diventa una questione di ordine burocratico-militare. Da questo punto di vista la vita delle masse non è più, come nell’Ottocento, semplicemente oggetto di una gestione civile sul terreno egemonico, ma diventa oggetto di una gestione complessiva che connette strettamente il piano egemonico con il piano politico-militare di carattere strategico. L’egemonia tende quindi a concentrarsi e a militarizzarsi.

LO STATO MODERNO: BUROCRATICO E CORPORATIVO

   Il sistema della rappresentanza democratico-borghese , che nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento aveva potuto svilupparsi relativamente nei principali paesi europei, nell’epoca dell’imperialismo viene sostituito in questi stessi paesi da istituzioni e ordinamenti statali[5] di tipo burocratico-corporativo[6]. Si tratta di istituzioni al servizio del CSM, che operano sia per la gestione delle contraddizioni interborghesi relative ai vari strati privilegiati di piccola e media e borghesia, sia per conciliazione forzosa delle contraddizioni di classe. queste istituzioni sono di carattere burocratico-reazionario e possono assume una forma fascista o liberale-costituzionale (repubbliche costituzionali successive alla seconda guerra mondiale) o di carattere intermedio o di transizione (sistema maggioritario, governo dei tecnici, presidenzialismo) ecc.  Con il sistema burocratico-corporativo si accentua la comprensione egemonico-poliziesca del conflitto di classe.[7] Si apre così una prolungata caratterizzata strutturalmente da quella che si potrebbe definire una “guerra di posizione reazionaria”. In conseguenza di tutto questo lo Stato moderno può essere definito come uno Stato imperialistico burocratico corporativo.  Questo processo ha assunto forme ancora più reazionarie e burocratiche nei paesi europei relativamente marginali come l’Italia e la Spagna che non hanno conosciuto una fase propriamente e classicamente liberale. In Italia è avvenuto principalmente dello Stato piemontese burocratico  nel processo unitario e nel perdurare del potere del Vaticano.

IL MUTAMENTO DEI RAPPORTI DI RAPPRESENTANZA

   Il rapporto di rappresentanza tra istituti statali burocratico-corporativi, personale politico di governo, partiti di potere da un lato e strati, settori e frazioni della borghesia dall’altro, muta profondamente con il passaggio dalla fase ottocentesca del liberalismo e della democrazia borghese alla fase del dominio dell’imperialismo del Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato.

   Nella fase ottocentesca gli istituti statali (parlamenti, monarchie costituzionali, ecc…) e con essi le classi politiche di governo e di partiti di potere, in quanto rappresentativi degli interessi di questa o quella frazione della classe dominante o di determinato equilibrio tra le diverse frazioni,[8] erano subito anche il cuore e la testa politica e strategica del sistema statale borghese. In tal modo istituti quelli parlamentari e, in modo più complesso, come quelli monarchico-costituzionali con i relativi borghesi, erano dei veri centri di mediazione tra gli interessi dei diversi strati e delle diverse frazioni della classe dominante.

   Con l’affermazione dell’imperialismo e del sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato tutto questo muta profondamente e gli istituti corporativo-burocratici che sono andati a costituirsi, i partiti di potere, il personale di governo, i governi di volta in volta in carica, ecc. vengono derubricati al ruolo di organismi di intermediazione, insomma vengono ridotti a strutture di servizio delle frazioni dominati della borghesia.

   Sono adesso queste ultime che si costituiscono direttamente come cuore e testa del potere economico, politico e militare,[9] centro di potere decisionale e livello strategico esterni e quindi al di sopra dei partiti, dei governi, dei regimi e delle differenti tipologie degli istituti burocratico-corporativi.[10]

PARTITI, GOVERNI E CRISI EGEMONICHE

   La società civile non è solo deputata all’esercizio dell’egemonia sul proletariato e sulle masse popolari in funzione degli interessi di fondo e della strategica del CMS ma, sempre in funzione di tali interessi, è anche tenuta a garantire un certo equilibrio tra i vari settori reazionati della piccola e media borghesia. Se la società civile con i suoi istituti burocratico-corporativi, i partiti di potere e di governo, i sindacati riformisti che teorizzano e praticano la collaborazione di classe, ecc. non riesce ad assolvere adeguatamente entrambi questi due compiti, allora si sviluppa la crisi egemonica e inizia l’ascesa di una nuova classe politica di governo, e un processo, più o meno pronunciato, di transizione verso un differente sistema di rappresentanza.

   Si tratta di un processo che non può risultare più o meno complesso e conflittuale.[11]  Non è quindi affatto  detto che il passaggio di testimone nelle mani di una classe politica di governo più apertamente fascista debba avvenire a causa  di una risposta capitalistica a un alto livello di conflittualità politica e di classe. Questo passaggio può avvenire anche semplicemente a causa di un livello di concorrenzialità interna tra gli strati reazionari di piccola e media borghesia che finisce per divenire ingestibile per una determinata classe politica di governo la quale, viene più o meno bruscamente ridimensionata o addirittura licenziata ad opera del CMS.

SULLA TENDENZA ALLA PIANIFICAZIONE

   Per quello che è possibile sulla base della proprietà privata dei mezzi di produzione, il capitalismo si muove nella direzione della pianificazione economico, politico e sociale. Questa tendenza è espressione dello sviluppo delle forze produttive ormai collettive. La formazione del CMS  e dello Stato moderno riflettono in modo deforme, e rovesciato lo sviluppo di questa tendenza. In questo modo il capitalismo e l’imperialismo creano le condizioni economiche, sociali e amministrative per l’inizio della transizione al socialismo.

CONCLUSIONI

   Nei paesi imperialisti la considerazione dello Stato moderno svolge un ruolo decisivo per un’adeguata valutazione delle principali cause e per una possibile e per una possibile implementazione di efficaci di efficaci risposte politiche e sociali in una prospettiva di medio e lungo periodo. Questo anche in considerazione che da un lato paiono incerti i  tempi relativi alla durata della pandemia in corso, e dall’altro sembra invece certo che nei prossimi anni si avranno ulteriori pandemie.

   Queste considerazioni sul CMS e sul SCMS sono pertinenti ai paesi imperialisti. Per altri gruppi di stati questi caratteri non sono presenti o possono esserlo con minore rilevanza, altri possono presentarsi anche le caratteristiche di altri gruppi di paesi per distinguerli adeguatamente dai paesi imperialisti.


[1] Qualora si scelga di distinguere, al fine di una maggiore precisione politico-teorica, il proletariato (ossia essenzialmente la classe produttiva del plus-prodotto sociale)  dalle masse popolari, queste ultime, ameno in un paese imperialista come l’Italia, sono composte da svariati settori di piccola borghesia impoverita (con condizioni di vita a grandi linee assimilabili a quelle del proletariato) e intermedia.

[2] Le grandi istituzioni bancarie e assicurative strettamente connesse ai grandi gruppi imprenditoriali industriali e dei servizi, eventualmente anche legate al capitale internazionale e, come soprattutto in Italia, affiancate da istituzioni finanziarie rappresentative di varie tipologie di rendite: urbane e agrarie; provenienti dalle catene dell’intermediazione commerciale; derivanti dai risparmi della piccola e media borghesia privilegiata; di origine statale (terzo settore e cooperative sociali, sovvenzioni e contributi a qualsiasi tipo di impresa il cui apporto risulti decisivo per l’attività  e quindi vada a considerarsi come ‘impresa economica parassitaria’).

[3] In questo senso nell’imperialismo per gli strat come l’aristocrazia operaia e dei servizi,  si collocano all’interno del SCMS dove, a parte i settori dominanti, lottano per migliorare le proprie posizioni cercando di utilizzare le masse popolari. Restano esclusi da tale sistema il proletariato e le masse popolari, anche se gli strati piccolo/intermedi borghesi spesso aspirano a farne parti.

[4] La “società civile” nell’imperialismo è costituita da tutti quegli organismo e da quelle istituzioni (sistemi di rappresentanza, partiti, sindacati, apparato ecclesiastico, apparati culturali, compreso la scuola e l’università,  mass media, organismi sportivi, terzo settore e ONG ecc.) che a diversi livelli, interfacciandosi con vari strati borghesi intermedi, hanno il compito di gestire, direttamente o meno, la società e quindi il proletariato e le masse popolari in funzione della costruzione del consenso necessario al dominio economico, politico e militare del capitale finanziario di Stato. La società civile esercita quindi il dominio egemonico poggiando sui centri economici dominanti e sulla macchina burocratico-militare. Il suo compito principale è quello di garantire il massimo consenso possibile al capitale finanziario e ai suoi apparati repressivi. La società civile, soggetta al logoramento ciclico dei processi di costruzione del consenso, deve provvedere di volta in volta a “rinnovarsi” e quindi a contribuire a rinnovare la classe intellettuale e di governo al fine di ripristinare il consenso su nuove basi. Ciò avviene o almeno viene tentato attraverso rivoluzioni passive . il fascismo, la socialdemocrazia, il liberalismo ecc. emergono di volta in volta come esito dell’affermazione di una determinata rivoluzionaria passiva. Le rivoluzioni passive cercano di chiudere fasi di profonda crisi economica e di acute contraddizioni politiche, sociali, e ideologiche a favore degli interessi e delle finalità strategiche del capitale finanziario. In questo modo imponendo tali rivoluzioni passive il SCMS cerca di sopravvivere, di ristrutturarsi e persino rinnovarsi, pur rimanendo in generale nella fase generale del capitalismo morente e pur preparando direttamente o in prospettiva le condizioni per situazioni critiche ancora profonde.

[5] Queste istituzioni vengono dal CMS mantenute in vita o revisionate e trasformate in rapporto:

  1. Alla capacità di rappresentanza degli interessi delle necessità e delle direttive delle diverse frazioni e componenti reazionarie dominanti.
  2. Alla idoneità all’esercizio di egemonia sulle masse proletarie e popolari, al fine dell’ottenimento di un sufficiente consenso.

   Non si intende quindi con questo concetto necessariamente fare riferimento ai sistemi “democratici borghesi formali” come quelli parlamentari, ma comprendere eventualmente anche le istituzioni statali si transizione al fascismo, quelle apertamente fasciste ecc.

[6] Con questo termine non si fa riferimento alle grossolane teorizzazioni fatte dai fascisti italiani nei primi anni Trenta, bensì all’uso che Gramsci fece del processo di esaurimento della propensione egemonica borghese e alla sua sostituzione con un sistema di compressione egemonica e poliziesca della conflittualità politica e sociale. Si tratta di un sistema burocratico pienamente affermatosi con la trasformazione e l’esaurimento delle forme classiche della democrazia borghese  dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento. Un sistema che paradossalmente ripresenta degli aspetti paragonabili a quelli delle monarchie burocratiche (e delle relative forme di partito, di vita politica nazionale, di classe intellettuale di potere, ecc.) di paesi come l’Italia, che non hanno mai potuto vedere una qualche fase prolungata di tipo liberale classico. Il concetto di corporativizzazione-burocratica nell’uso che ne fa Gramsci  pare prestarsi bene a caratterizzare questo tipo di “unificazione” artificiale e “forzosa”, che ha partire dalla prima metà degli anni Venti ha dato vita da un lato ai sistemi  dell’ “americanismo” (Gramsci) e dall’altro all’ascesa del fascismo e del nazismo. Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo avuto l’egemonia del liberalismo reazionario, per tutta una fase affiancato dal revisionismo moderno con la forma ormai in crisi da decenni delle repubbliche parlamentari costituzionali.

[7] Che appunto si presenta e si modifica tramite le rivoluzioni-passive al fine di tentare di rimandare nel tempo il crollo del Capitalismo Monopolistico di Stato.

[8] Un caso rilevante è quello relativo alla questione del “bonapartismo”. Con questa categoria si fa riferimento , partendo dalla Francia di Napoleone III, a quelle situazioni tipicamente ottocentesche in cui il partito di governo giungeva a cristallizzarsi in una sorta di regime formalmente al di sopra delle parti tra le diverse frazioni e classi sociali in lotta. Veniva a realizzarsi così un assetto che “equilibrava” parzialmente questi diversi interessi in reciproca contraddizione impedendo che il conflitto tra le classi dominanti e quelle proletarie potesse svilupparsi sino a dar vita a una crisi politica e sociale. Nel corso degli anni Venti del XX secolo, la socialdemocrazia di sinistra insieme al trotskismo, riprendendo le analisi storiche di Marx delle lotte di classe in Francia nonostante risultassero largamente superate dalle profonde motivazioni intervenute con lo sviluppo dell’imperialismo, applicò lo schema del bonapartismo all’analisi della crisi della democrazia borghese allora dilagante e alla relativa all’ascesa del fascismo con conseguenze politiche potenzialmente, di volta in volta oscillanti tra il codismo verso la socialdemocrazia e il rosso-brunismo (che lavora per transitare  le masse dall’estrema-sinistra al “nazional-socialismo”), disastrose per il proletariato e per le masse popolari.

[9] Si capisce quindi in paesi come in Italia, certe tendenze degli anni Settanta potessero cadere nel riformismo nel momento in cui confondevano gli istituti dello Stato liberale ottocentesco con quelli dello Stato imperialista burocratico corporativo.

[10] Tali organismi, oltra a sottostare ai centri del reale potere economico-politico-militare, devono rispondere a esso della loro capacità digestione egemonica della molteplicità di interessi dei vari strati borghesi intermedi (i cosiddetti ceti medi)  in reciproca competizione e della loro capacità di dominio egemonico sul proletariato e le masse popolari. Nel caso in cui si rivelino poco efficienti ed efficaci, vengono sostituiti con una nuova classe politico di governo con metodi più o meno burocratici e polizieschi (come, per esempio, nel caso dell’ascesa della classe politica rappresentata fascismo). È del  tutto errata quindi la visione che spiega l’ascesa del fascismo solo sulla base dell’ascesa della lotta di classe. Viceversa, il fascismo può emergere anche solo perché una determinata classe di governo non riesce più a contendere e mediare conflittualità tra i vari settori della piccola e media borghesia. La comune e la perdurante confusione in tanti raggruppamenti della sinistra e dell’estrema sinistra tra il capitalismo ottocentesco e il sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato porta quindi all’impossibilità di impostare in modo adeguato, in funzione degli interessi del proletariato e delle masse popolari, gran parte dei principali problemi politici.

[11] La classe politica di governo non sarebbe tale, ossia non potrebbe assolvere ai suoi compiti servili se risultasse eccessivamente mobile e flessibile, al contrario deve giocare di volta in volta le sue carte. Una certa tendenza alla cristallizzazione è così insita nel carattere stesso di un sistema di rappresentanza e di una determinata classe di governo. La conseguenza è che molti strati reazionari di piccola e media borghesia inseriti variamente nell’involucro del SCMS tendono a loro volta a legami, per la rappresentazione e la difesa dei propri interessi particolaristici, a una certa classe politica di governo o delle componenti di esse. Si creano così schieramenti politici e sociali che a volte vengono confusamente identificati con il concetto di blocco dominante.  

IL CONTROLLO DELLA MENTE E IL SATANISMO

•marzo 19, 2021 • Lascia un commento




   Con il Progetto “Paperclip” del Governo degli Stati Uniti promosse la risistemazione nazisti d’alto livello sul territorio nazionale.

   Durante l’operazione Paperclip, i dati dei principali scienziati tedeschi furono cancellati in modo che potessero lavorare segretamente nei laboratori nordamericani per dare agli Stati Uniti un vantaggio sui sovietici nella cosiddetta Guerra Fredda. Si calcola che almeno 2.00 scienziati nazisti andarono negli Stati Uniti.[1] Gli Stati Uniti concessero l’immunità agli scienziati nazisti per i loro crimini di guerra in modo che lavorassero nei loro laboratori invece che in quelli sovietici.

   Gli scienziati nazisti riciclati dagli USA furono quelli che fecero pesare di più la “minaccia comunista”, un esempio eclatante di carriera brillante di questa riciclati fu Wernher von Braun, il creatore delle V2, che nel 1945 aveva soltanto 32 anni. Si tratta di uno dei più brillanti ingegneri dell’epoca. Sin dagli anni ‘30, egli aveva lavorato sotto la guida di Hermann Oberth, il padre della missilistica tedesca. Durante la guerra, lavorò al centro di Peenemünde sul progetto di missili V2. Queste ultime sono state costruite nella fabbrica Mittelwerk, da personale proveniente dal campo di concentramento di Dora.[2]

   La base militare ultra-segreta di Edgewood Arsenal, nello Stato del Maryland, era sin dal 1922 il principale centro di ricerche mediche sulla guerra chimica negli Stati Uniti. Dapprima per testare i gas, e più tardi i metodi di manipolazione psicologica, da parte di numerosi ricercatori nazisti salvati dall’operazione Paperclip, che vi condussero degli esperimenti a partire dal 1947 fino al 1966, spesso in modo troppo empirico e utilizzando le cavie che avevano sotto mano. Il che non migliorò l’immagine delle persone salvate dall’operazione Paperclip, tra personale scientifico non nazista che vi era permanentemente di base. Così il direttore scientifico di Edgewood dell’epoca, il dottor Seymour Silver, commentava i loro lavori in questi termini: “La loro valutazione generale sia per quanto concerneva la scelta dei soggetti sia gli esperimenti stessi era erronea, molto cattiva“. Ora nel campo dei gas da combattimento, dei gas invalidanti e delle sostanze psicotrope, tali metodi ebbero conseguenze umane terribili.

   Uno dei primi nazisti reclutati alla base è Kurt Rahr, pur essendo una figura di secondo piano nazista era comunque un personaggio inquietante in Germania per i delitti di diritto comune e per il suo sostegno al Terzo Reich. Malgrado un rapporto sfavorevole lo ritenga indegno di fiducia e dunque pericoloso per la sicurezza degli Stati Uniti, viene inviato questo specialista dell’elettronica dell’alta frequenza a Edgewood nel settembre del 1947.

   Uno personaggio chiave che ha operato a Edgewood resta il chimico Friedrich Hoffmann, anche lui tra i primi giunti alla base. Questo vecchio candidato rifiutato dalle SA sintetizzava durante la guerra i gas tossici e le tossine per il laboratorio di guerra dell’università di Würzburg e l’Istituto di ricerche tecniche della Luftwaffe. Arrivato negli Stati Uniti, è incaricato di inventare dei nuovi equipaggiamenti di protezione e di antidoti contro i due gas più mortali inventati dai nazisti di cui dispone l’US Army, il Tabun e il Sarin, riportati in grandi quantità dalla Germania negli arsenali statunitensi. Con l’aiuto dei rapporti sugli esperimenti condotti nei campi di concentramento e di cavie scelte tra i soldati della base, volontari ma poco informati sulla realtà degli esperimenti, tenta di determinare quali effetti producono questi gas sull’organismo. Il protocollo sperimentale è sommario: una grande stanza è trasformata in camera a gas, vi si collocano degli animali e dei soldati cui si richiede di togliersi la maschera a gas e di respirare delle dosi di veleno sin quando non lo sopportano più. Così il soldato Don Bowen racconta, dopo aver visto tutti gli animali della stanza agonizzare con atroci sofferenze: “Il mio primo riflesso fu di non respirare. E quando infine feci una lunga inspirazione, il gas mi bruciò il naso, la gola e le lebbra“. Numerose cavie sono state anche ospedalizzate per diversi disturbi dopo aver respirato deboli dosi di gas mostarda o Tabun.

   Nel 1949, gli scienziati nazisti di base a Edgewood si videro affidare una nuova missione: testare un farmaco psicotropo sbalorditivo, che provoca allucinazioni e tendenze al suicidio negli esseri umani. Si tratta dell’LSD, scoperto alcuni anni prima da un altro Hoffmann, Albert questa volta, nei laboratori Sandoz di Basilea.[3] Il suo uso doveva, secondo il suo principale promotore L. Wilson Greene, rendere possibile una “guerra più umana”. L’obiettivo è, infatti, in origine di determinare se si può ricorrere all’LSD e a una sessantina di altri psicotropi per condurre una guerra “psicochimica” destinata a indebolire la popolazione e le truppe nemiche. Ma progressivamente, con l’ascesa in potenza della cosiddetta guerra fredda e la moltiplicazione delle operazioni di contro-insurrezione, la CIA si accaparra il progetto e lo focalizza sulla condotta degli interrogatori e della creazione di mezzi per spezzare la resistenza psicologica dell’interrogato, per provocare delle dissociazioni psicologiche e degli stati di amnesia[4].

   Nel solo periodo tra il 1955 e il 1975, 7.000 soldati americani furono utilizzati come cavie involontarie; gasati, asfissiati, drogati per le ricerche sul controllo del cervello.[5]

   Come si diceva prima i nazisti collaborarono in maniera diretta ai programmi di controllo mentale.

   In un libro di Franco Fracassi L’INTERNAZIONALE NERA[6] si parla della  colonia Dignidad, una località che si trova va 340 Km a sud di Santiago del Cile, che era un centro di smistamento logistico dei nazisti in fuga nel secondo dopoguerra, ma soprattutto un centro di addestramento di forze militari e paramilitari anticomuniste. Ebbene si afferma in questa colonia “ si tennero anche esperimenti di uno dei programmi più tristemente famosi portati avanti dalla Cia fino all’inizio degli anni Settanta: MKULTRA. Lavaggio del cervello, controllo dell’essere umano attraverso l’ipnosi e le droghe. In questo pezzo di Baviera ai piedi delle Ande persero vita, o la ragione, centinaia di soldati statunitensi usati come cavie per MKULTRA”.[7]

   Tutto questo nasce dalla collaborazione, come si diceva all’inizio,  che si creò dalla fine della seconda guerra mondiale tra nazisti e potenze imperialiste   Gehlen uno dei capi sei dei servizi segreti nazisti ha raccontato nelle sue memorie, come Allen Dulles cercò di agganciarlo in tutti i modi: “Alla fine di dicembre 1944 i colloqui arrivarono a buon fine. Ricordo bene i termini dell’accordo con l’Oss. Che un servizio segreto clandestino tedesco potesse continuare ad esistere e raccogliere informazioni nell’Est, come aveva fatto fino ad allora. La base dei nostri comuni interessi era la difesa contro il comunismo. Che questa organizzazione non avrebbe lavorato per o sotto gli americani, ma insieme agli americani. Che l’organizzazione sarebbe stata finanziata dagli Stati Uniti. Che i servizi americani si sarebbero impegnati ad aiutare chiunque fosse stato proposto dall’organizzazione come un soggetto in pericolo”.[8]

   In seguito, si è venuto a sapere  agli inizi degli anni ’90 che anche l’esercito britannico negli anni ’70 condusse esperimenti sui propri militari.[9]

   Partendo dalla celebre e abusata definizione di Karl von Clausewitz la guerra non sarebbe che “il proseguimento della politica con altri mezzi”.[10]

   Nell’ambito dei mezzi di controllo politico dell’avversario e degli oppositori interni si distinguono fra le attività di guerra psicologica quelle di propaganda, destinate al tempo di pace e quelle di guerra psicologica propriamente detta, tipica del tempo di guerra.

   Le operazioni psicologiche o manovre psicologiche (in inglese PSYOPS Psychological operations) sono un metodo utilizzato dalle istituzioni militari definibile come un complesso di attività psicologiche messe in atto mediante l’uso programmato delle comunicazioni, pianificate in tempo di pace, di crisi e di guerra, dirette verso gruppi o obiettivi “amici”, neutrali o nemici (governi, organizzazioni, gruppi o individui) al fine di influenzarne i comportamenti che incidono sul conseguimento di obiettivi politici e militari.

   C’è una versione inerente allo scritto  L’arte della guerra, sarebbe il frutto di un lavoro collettivo di un gruppo di generali che circa 2300 anni fa sintetizzarono per iscritto l’esperienza, ereditata da antiche tradizioni orali.[11] Sun Tzu mostra che la guerra è uno degli strumenti a disposizione del potere politico per conseguire i suoi fini, ma è anche un mezzo politico-militare particolarmente delicato poiché dal suo uso dipende la salvezza o meno dello Stato: risulta chiaro la subordinazione della guerra alla sfera politica e la preoccupazione per la conservazione – riproduzione del potere, Sun Tzu anticipa a più di due millenni la famosa definizione di Clausewitz sulla guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi. Perciò nel quadro della centralità dell’obiettivo politico rispetto al mezzo bellico che Sun Tzu dice: “Perciò, combattere e vincere cento battaglie non è prova di suprema eccellenza: la suprema abilità consiste nel piegare la resistenza (volontà) del nemico senza combattere[12] il principio noto come strategia indiretta: la suprema abilità consiste nel giungere nelle migliori condizioni possibili, costringendo l’avversario nelle peggiori condizioni.

   Tornando agli scienziati nazisti che lavoravano negli USA, si calcola che i diversi programmi dell’operazione Paperclip hanno mobilitato, come si diceva prima, quasi 2000 scienziati nazisti per lottare contro l’URSS, il Movimento Comunista, quello Antimperialista e in generale contro tutte le forze che si opponevano in varia misura all’imperialismo USA. Essi testimoniano la scelta dello Stato Maggiore degli Stati Uniti di collaborare con il partito nazista malgrado il veto originale del presidente Roosevelt. Una scelta ulteriormente validata dal presidente Truman e innalzata a livello di una politica federale sistematica. Infatti, sotto il controllo del Consiglio di sicurezza nazionale, delle operazioni simili sono condotte parallelamente in altri campi per recuperare e integrare i quadri nazisti così come i quadri del sistema militare giapponese nell’apparato di sicurezza degli Stati Uniti o per impiegarli in operazioni segrete all’estero.


   Fritz Springmeier e Cisco Wheeler, nel loro libro The Illuminati Formula used to create an Undetectable Total Mind Controlled Slave (La formula degli Illuminati utilizzata per creare uno schiavo sotto totale controllo mentale non individuabile) scrivono “I tedeschi sotto il regime nazista iniziarono a svolgere delle serie ricerche sul controllo mentale indotto-da-trauma; col sostegno dell’Istituto medico Kaiser Wilhelm di Berlino, Josef Mengele condusse ricerche sul controllo mentale a scapito di migliaia di gemelli e migliaia di altre sventurate vittime“.[13]

 
   Mengele, era un medico che lavorava nei campi di concentramento nazisti. Inizialmente acquisì notorietà per essere stato uno dei medici delle SS che curava la selezione dei prigionieri in arrivo, decidendo chi doveva essere ucciso e chi uno schiavo per i lavori forzati. Tuttavia, egli è noto soprattutto per avere condotto dei macabri esperimenti sugli esseri umani all’interno dei campi di concentramento. Mengele condusse esperimenti pure sui bambini, motivo per il quale fu chiamato “l’angelo della morte.[14]

  Le ricerche di Mengele servirono come base per l’illegale, segreto e criminale programma della CIA chiamato MK-ULTRA.

   Tale lavoro sulla manipolazione del comportamento venne in seguito incorporato nei progetti della CIA bluebird e Artichoke che, nel 1953, divennero il famigerato MKULTRA. La CIA sostiene che tali programmi furono abbandonati, ma non esiste alcuna prova credibile che la ricerca del candidato manciuriano  si sia mai interrotta.[15]

   In effetti il Capitano John McCarthy delle Forze Speciali dell’Esercito USA (in pensione), che a Saigon conduceva gli squadroni della morte della CIA durante la Guerra del Vietnam,[16] disse al suo amico Mike Ruppert, rivelatore del Dipartimento di Polizia di Los Angeles, che “MKULTRA è un acronimo della CIA che ufficialmente significa Manufacturing Killers Utilizing Lethal Tradecraft Requiring Assassination”.[17] Così l’ossessione ufficiale della CIA di produrre assassini programmati tramite MKULTRA conteneva più di 149 sottoprogrammi che spaziavano in campi quali biologia, farmacologia, psicologia fino alla fisica laser ed ESP.


   Nuove prove indicano l’uso continuativo delle cosiddette tecniche di programmazione indotte da trauma per perseguire le stesse finalità. Tali tecniche comprendono l’induzione deliberata di Disordine da Personalità Multipla (MPD) in soggetti umani non consenzienti in pratica cavie umane.


   L’MPD è stato riclassificato dalla American Psychiatric Association in Disordine di Identità Dissociativa (DID). La bibbia degli psichiatri, Diagnostic and Statistical Manual (DSM-IV), lo descrive a pagina 487 come:
A. La presenza di due o più stati di personalità distinte.
B. Almeno due di queste identità o stati di personalità assumono ricorrentemente il controllo del comportamento dell’individuo.
C. Incapacità di richiamare alla memoria importanti dati personali la quale è troppo radicale per poter essere spiegata da normale smemoratezza.
D. Il disturbo non é dovuto agli effetti fisiologici diretti di una sostanza o di una condizione sanitaria generica.


   Non importa, comunque, quale denominazione venga data al problema; creare una tale condizione secondo uno scopo cosciente è un’atrocità depravata. Conosciuto col nome di “Monarch Program”, esso è stato confermato e verificato da numerosi sopravvissuti come Cathy O’Brien, autrice di Trance Formation of America, Brice Taylor, autrice di Starshine e K. SuIlivan, autore di MK.

   Lo sconvolgente libro dell’avvocato John W Decamp dal titolo The Franklin Cover-up, che si occupa di pedofilia nelle alte sfere, descrive anche i sordidi particolari di Monarch. L’autore scrive: “Le droghe non rappresentano il livello più profondo del male sponsorizzato dal governo; io ritengo che il livello più infimo dell’inferno sia riservato a quelli che hanno evocato e attuato il ‘Monarch Project’. ‘Monarch’ fa riferimento a giovani che in America sono stati vittime di esperimenti di controllo mentale eseguiti da agenzie del governo USA come la CIA oppure agenzie di intelligence militare“.


   Paul Bonacci, cliente di Decamp e sopravvissuto alle violenze di Monarch ha una storia che fa il paio con calvario di O’Brien, Taylor e Sullivan. Si tratta di un’ampia conferma incrociata relativa agli esecutori e ai loro metodi per – secondo le parole del giornalista investigativo Anton Chaitkin, citato nel libro di DeCamp – “la produzione di un’orda di bambini la cui anima viene frantumata, il cui scopo sarebbe spiare, prostituirsi, uccidere e suicidarsi“.


   le vittime di Monarch parlano di un trauma continuativo attraverso un “abuso rituale”, conosciuto anche come “abuso rituale satanico” a causa dell’identificabile iconografia di una struttura dottrinale associata al Satanismo o al Luciferismo; i criminali esecutori di “Monarch”, tramite l’uso di ipnosi, droga, tortura ed elettroshock, hanno prodotto una nuova e riuscita generazione di vittime. Non si tratta di fantascienza, bensì di scienza effettiva.


   L’MPD prevede la creazione di personalità “alter” – personalità alternative o loro frammenti che possono essere utilizzate per compiti specifici, generalmente per attività illegali quali la consegna di droga o altre attività del mercato nero (muli), messaggi (corrieri) o omicidi (assassini). Questi alter, o frammenti dell’anima, vengono racchiusi e compartimentati nella mente delle vittime tramite l’utilizzo di armi stordenti, droghe e ipnosi, che isolano i ricordi delle relative esperienze.


   Chiunque conosca i “codici” o i “grilletti” può accedere a un alter. Questi grilletti, che inducono uno stato alterato o di trance in una vittima programmata, possono comprendere qualsiasi cosa, fra cui segnali telefonici, filastrocche, battute di determinati film o segnali gestuali.


   Secondo Springmeier e Wheeler, il cui libro di 468 pagine è divenuto un punto di riferimento di quest’ambito “La ragione di fondo del successo del programma di controllo mentale Monarch è che differenti personalità o parti di esse, denominate ‘alter’, possono essere create all’insaputa l’una dell’altra ma con la possibilità di impossessarsi del corpo in momenti diversi.
Le pareti di amnesia erette dai traumi formano uno scudo protettivo di segretezza, il quale impedisce che i violatori vengano scoperti e che le personalità di base che guidano il corpo per la maggior parte del tempo si accorgano di come il loro sistema di alter viene usato
“.

 
   Il programma di controllo mentale, comunque, non ha funzionato secondo i piani. In effetti gli esecutori, nella loro arroganza e tracotanza, non hanno mai preso in considerazione l’ipotesi che i loro metodi potessero fallire. Il riaffiorare nei sopravvissuti di memorie di tipo fotografico di reali episodi di violenza, fra cui immagini, suoni e odori, costituisce un’importante denuncia di violazione dei diritti umani; queste vittime portano la testimonianza delle segrete atrocità del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale che la frazione dominate della Borghesia cerca di imporre.


   Sullivan sostiene di essere stata usata nel modo Beta per soddisfare sessualmente sia maschi che femmine e nel modo

   Delta per gli omicidi, servizi di guardia del corpo e operazioni di salvataggio di ostaggi.


   Che cos’è la programmazione Alfa, Beta, Delta e Theta?
Alfa era il programma base per tutti gli altri” continua lei. “Sembra essere dove una quantità di informazioni è stata immagazzinata nella mia memoria, nella mia mente, per essere poi usata dai miei programmatori per sviluppare altri programmi, e dove si trovano anche alcuni dei miei stati alter più generici. Beta era la parte di me dedicata alle prestazioni sessuali. Essi talvolta chiamavano lo stato alter anche “Barbie”, presumibilmente desunto da KIaus Barbie” (E perché non pensare la bambola Barbie?).

   Anche i sopravvissuti Cathy O’Brien e Brice Taylor erano stati sottoposti alla programmazione Beta, o di schiavo sessuale; essi, così come l’attrice Marilyn Monroe, erano denominati “modelli presidenziali” – schiavi controllati mentalmente ad uso di politici di alto livello.


   Secondo il libro di Springmeier: “Nel 1981 il Nuovo Ordine Mondiale creò alcuni film di addestramento per i propri programmatori in erba. La schiava di Monarch Cathy O’Brien fu utilizzata per girare i film “Come dividere una personalità” e “Come creare uno schiavo/a sessuale.” Per aiutare la NASA a creare questi film di addestramento vennero utilizzati due fotografi pomo di Huntsville“.


   Sullivan ricorda: “In quegli stati alter, e ne avevo più di uno, fui usata sia come bambina che come adulta; in quelle condizioni non potevo resistere, non provavo alcuna rabbia, ero una schiava sessuale del tutto remissiva e facevo qualsiasi cosa mi venisse detto di fare“.


   Bambini scomparsi, violenze sessuali su di essi e pedofilia a livello mondiale puntano tutti verso il coinvolgimento di una rete organizzata di criminali di alto livello che controllano di nascosto il sistema legale. L’ex agente del FBI ed investigatore privato Ted Gunderson si trova d’accordo. Egli sostiene che esiste una considerevole sovrapposizione di vari gruppi e organizzazioni, tuttavia la forza trainante è rappresentata dal movimento del culto satanico odierno.

    Ted Gunderson parla di una military intelligence del governo federale “canaglia” (potrebbe essere qualche parallela controllata da quello che si potrebbe definire il “governo ombra” ovvero da chi comanda effettivamente) creata per supervisionare una rete nazionale basata sul “gang stalking” ossia molestie, intimidazione e terrorismo interno, indirizzato contro migliaia di cittadini statunitensi presi di mira in modo extragiudiziale come “dissidenti” o indesiderati.

   Ted Gunderson, è morto il 31 luglio 2011, ha servito il suo paese come agente speciale incaricato dell’FBI di Los Angeles, Memphis presso gli uffici di Dallas, ha dichiarato in una serie di pubbliche apparizioni, che è stato egli stesso preso di mira da questi stessi elementi, e che ora temeva per la sua vita e per la sicurezza della sua famiglia. Egli riferisce che le finestre della sua casa sono state forzate, ritiene oltretutto di essere stato avvelenato e sottolinea di essere profondamente disgustato da chi cerca di metterlo a tacere.

   Dopo il suo ritiro dal FBI nel 1979, Gunderson ha lavorato come investigatore privato. E’ noto per il suo lavoro di difesa su un caso di omicidio che coinvolse l’ex medico Dr. Jeffrey MacDonald.

   I commenti dell’ex funzionario dell’FBI rappresentano la testimonianza più convincente fino ad oggi sui casi di “operazioni nere” del governo federale che si adopera a combattere una guerra viscida di terrore e persecuzione contro i propri cittadini.

   Ha  dichiarato Gunderson in un discorso ottobre 2008 pubblicato YouTube: “In base alla mia esperienza trentennale e le ricerche che ho effettuato, ho compreso che ci sono migliaia di vittime prese di mira da una impresa illegale dal governo degli Stati Uniti canaglia e criminale – di intelligence militare probabilmente, legato alla CIA, all’ FBI e così via – che è attivo 24 ore al giorno in tutto il territorio“.[18]

   Ha aggiunto:  “Questo tipo di operazioni sono troppo vaste per essere controllate da imprese private. Credo che queste operazioni così ben organizzate e sofisticate dispongono di un comando centrale che si trova da qualche parte negli Stati Uniti, più uffici sparsi in tutto il paese“.

   Ha poi detto: “Sembra che chi amministra il programma di sorveglianza può agire da qualsiasi località degli states per molestare direttamente una vittima, e trovare immediatamente manodopera per farvi fronte … Questa ben compatta operazione segreta, rende il vecchio programma di controspionaggio dell’FBI (nome in codice “Cointelpro”[19]) simile a un gioco per ragazzi

  Gunderson sostiene inoltre, che la sicurezza federale, le forze di polizia e comandi, sono stati infiltrati da membri di società segrete come gli Illuminati, che ha descritto come una setta satanica criminale.

   Inoltre ha sostenuto che la  Lockheed Martin, che è il più grande imprenditore del mondo in fatto di difesa, ha la principale tecnologia di cyber-sicurezza e le informazioni sui fornitori del governo federale, coordina le comunicazioni e forma i “team leader” di una struttura come la Gestapo che opera a livello nazionale e che ha tentacoli nei vari servizi segreti degli USA, nelle polizie statali, locali.


   la Lockheed Martin ha anche il comando operativo e il controllo di un sistema d’arma a microonde del governo degli Stati Uniti, distribuito in alberi a torre per cellulari, che viene utilizzato per torturare, mettere in pericolo, soggiogare ed elettronicamente incarcerare i cosiddetti “soggetti mirati.”

   La Lockheed Martin, conduce anche un programma di sorveglianza (senza mandato nessun ente governativo),  delle telecomunicazioni, sono infatti una routine le manomissioni e i sabotaggi dei contenuti delle loro comunicazioni


   Migliaia di americani, hanno pubblicamente dichiarato di essere vittime di aggressioni elettromagnetiche e di intrusioni in casa, atti di vandalismo, e anche l’avvelenamento di cibo, acqua e aria. La legge federale e locale respinge i loro rapporti come il prodotto di illusioni o di malattia mentale e si rifiutano di indagare sulle loro denunce.

   Questi “obiettivi” e le loro famiglie sono state danneggiate fisicamente e finanziariamente, distrutte a seguito di “operazioni psicologiche,” finanziate dai contribuenti, la polizia protegge queste comunità di “stalking” e atti di vandalismo, e altri programmi segreti di distruzione personale, compreso il governo, che assistite il sabotaggio finanziario. Molti sembrano essere stati presi di mira a causa della loro politica, il loro attivismo, la loro origine etnica, o come risultato di regolamenti di conti e vendette personali da parte di persone in posizioni di potere, nel governo e nel settore privato .

   Le osservazioni dell’ex dirigente dell’FBI hanno finalmente attirando una certa attenzione su  diversi siti web.


  

   Alla fine del 2010, il New York Times ha rivelato che un ufficiale della US Air Force ha costituito un organizzazione militare non autorizzata di spionaggio e intelligence in Pakistan e in Afghanistan, gestita dalla Lockheed Martin e finanziata con stanziamenti della difesa.

   Si sospetta che un accordo simile potrebbe riguardare il finanziamento da parte del governo, alle operazioni di “gang stalking” in tutta la nazione.[20]


   Nel suo video Satanism and the CIAs’ Internationl Trafficking in Chudren, Gunderson fa riferimento al noto mago nero Aleister Crowley. “I Satanisti hanno Utilizzato i suoi scritti come guida” riferendosi a Magick in Theory and Practice di Crowley.


   Nel Capitolo XII, dello scritto intitolato Of the Bloody Sacrifice (pag. 94), Crowley scrive: “Sarebbe stolto condannare in quanto irrazionale la pratica di quei selvaggi che strappano cuore e fegato di un avversario e li divorano ancora caldi. In ogni caso si trattava della teoria degli antichi Maghi secondo la quale ogni essere vivente è un magazzino di energia, variabile in quantità a seconda delle dimensioni e dello stato di salute dell’animale e in qualità a seconda delle sue caratteristiche morali e mentali; quando sopraggiunge la morte dell’animale questa energia viene improvvisamente liberata”.


   “Per le massime operazioni spirituali bisogna di conseguenza scegliere quella vittima che contiene la forza più pura e abbondante; un bambino di sesso rnaschile, perfettamente innocente e molto intelligente è la vittima più adatta e soddisfacente“.

 
   “Qui stiamo parlando di sacrifici umani” dice Gunderson. Più di recente la “tradizione” dei sacrifici umani è stata promossa dal tardo Anton LaVey, fondatore della Chiesa di Satana, il quale nella Bibbia Satanica (pag. ottantotto) ha scritto che “il solo momento in cui un Satanista esegue un sacrificio umano si presenterebbe se costui dovesse perseguire un duplice scopo; quello di esternare la collera del mago [sic] nel lanciare una maledizione e, cosa più importante, disporre di una persona del tutto odiosa e che se lo merita“.[21]


   Notate il casuale riferimento all’uccisione di qualcuno perché costui o costei hanno “contrariato” il mago nero/Satanista. LaVey morto ma il suo crimine continua a vivere ed egli è stato citato da varie sue vittime/schiavi come un promulgatore del controllo. mentale. Egli stesso nella Bibbia Satanica (pag. 90) ha scritto che “il sacrificio ideale potrebbe essere emotivamente insicuro, tuttavia nelle macchinazioni della sua insicurezza può causare gravi danni alla tua tranquillità o buona reputazione“.


   Molti Satanisti, dopo tutto, seguono la norma di Crowley: “Fai ciò che vuoi. Questa è la legge“. In altri termini, i Satanisti, come fossero dei, decidono cosa fare – passando sopra la legge di Dio e quella degli uomini.


   Nel suo video Gunderson esprime questa ulteriore opinione: “Secondo le mie stime, nell’America odierna vi sono oltre tre milioni di Satanisti praticanti. Come ho ottenuto queste cifre? Ho i miei informatori. Per esempio, [un informatore] mi ha riferito che nell’area della Baia Sud di Los Angeles, che conta 200.000 abitanti, vi sono 3.000 Satanisti praticanti; questa è la zona in cui si è verificato il noto caso della MeMartin Preschool. Ho un informatore a Lincoln, Nebraska; A Iowa City, Iowa, città di 150.000 abitanti, vi sono 1.500 Satanisti. Quindi, una media del 1,5% della popolazione“.[22]


   Gunderson afferma che “..da 50.000 a 60.000 individui vengono sacrificati ogni anno; esistono circa otto festività sataniche“.[23]


   Mi rendo conto che di fronte che di fronte a queste cifre si stenta a credere. Si arriva a pensare che siamo di fronte a una persona malata di paranoia. C’è un dato che deve far pensare: F Gunderson  afferma che l’FBI tiene il conto delle macchine rubate non ancora ritrovate, ma deve ancora dare un’occhiata ai bambini dati per dispersi in America.


   Per questo motivo non dovrebbe sorprendere il fatto che l’Agente Speciale di Sorveglianza Kenneth v. Lanning, dell’Unità Scienze Comportamentali del Centro Nazionale di Analisi Crimini Violenti, nella sua Investigator’s Guide to Allegations of Ritual Child Abuse (Compendio sulle violenze sui bambini) del 1992, neghi l’esistenza di violenze rituali sataniche. L’approccio intellettuale e il ragionamento specioso di Lanning andrebbero studiati come eccellente esempio di logica serpentina. La sua semantica è brillante, quando afferma che “le parole “satanico”, “occulto” e “rituale” vengono spesso usate in modo intercambiabile” e che “è difficile definire in modo preciso il Satanismo“. Quindi egli incornicia la discussione sul Satanismo in termini di non-giudizio, nel senso che “è importante capire che per alcune persone qualsiasi sistema di credo religioso diverso dal proprio è satanico“.


   Così come Pilato chiese “Cos’è la verità?“, Lanning chiede “Cos’è il Satanismo?” Egli scrive che “...nelle conferenze di addestramento legale molto spesso ci si riferisce alla stregoneria, alla santeria, al paganesimo e all’occulto come forme di Satanismo; può trattarsi di un problema di definizione, ma queste cose non sono necessariamente lo stesso del Satanismo tradizionale“. Egli quasi incespica su sé stesso affermando l’impossibilità di conoscere la definizione e infine congeda la violenza rituale satanica come un semplice problema psicologico: Disordine Ossessivo Compulsivo.


   Naturalmente, se egli si fosse preso la briga di intervistare dei veri adepti, si sarebbe reso conto che si tratta di un vero e proprio sistema dottrinale basato sull’esecuzione rituale di torture ed omicidi attuati come pegno di fedeltà a Satana e come moneta di scambio per future ricompense da parte delle forze dell’oscurità.[24]

SETTE E MANIPOLAZIONE MENTALE

   Per lo Zingarelli, il vocabolo deriva dal latino secta (m) “parte, frazione”, ad ha una triplice accezione:

  1. Gruppo di persone che professano una particolare dottrina politica filosofica, religiosa e simbolica, in contrasto o in opposizione a quella riconosciuta o professata dai più: setta clericale, setta erica, setta cristiana, ciascuno dei movimenti che respingono l’organizzazione e le dottrine del Cattolicesimo e delle chiese derivate della Riforma/ Fare setta, congiurare.
  2. Società segreta: setta massonica, dei carbonari.
  3. Compagnia, moltitudine di seguaci..

   Dalla prima accezione si può individuare, in linea generale, un duplice aspetto che sembra caratterizzare la setta poiché tale: il fatto che essa sia costituita da un gruppo di persone; il fatto che tale gruppo sia in contraddittorio ideologico con un’istituzione o con la maggioranza.

   Per la seconda accezione, la setta è una società segreta. Quando si parla di setta massonica o setta dei carbonari si fa riferimento a gruppi organizzati, con rituali propri e con un fine ben preciso.

   Nella terza accezione si parla genericamente di setta come di un numeroso insieme di seguaci.

   Nella triplice definizione dello Zingarelli possono dunque rientrare tutti i movimenti religiosi, le associazioni esoteriche e tutti i gruppi dedicati a culti alternativi di cui ogni tanto si parla.

   Tuttavia, secondo il parere di alcuni studiosi, la setta giacché tale si caratterizzerebbe soprattutto per un altro aspetto che, al di vero non evince dalla definizione della Zingarelli: la manipolazione mentale degli adepti.

   I suddetti studiosi definiscono una setta in questi termini: “Un qualsiasi gruppo, senza tener conto di conto ideologia, credo, nel si pratica la manipolazione mentale, da cui risulta la distruzione della persona sul piano psichico (a volte fisico, spesso finanziario) della sua famiglia, del suo entourage e della società al fine di condurla ad aderire senza riserve e a partecipare a un’attività che attenta ai diritti dell’uomo e del cittadino”.[25]

  In base alla suddetta definizione, sono da considerarsi come sette vere e proprie solo quei gruppi che si propongono come determinato obiettivo la distruzione psichica degli adepti al fine di poterli poi indurre all’adesione incondizionata e concreta all’attività che attentino ai diritti dell’uomo, adottando come mezzo principale per raggiungere tale scopo la manipolazione mentale. Questo elemento discriminante è quindi molto importante e non deve essere sottovalutato per nessun motivo.

   Secondo un Rapporto del 1998 del Ministero degli interni “è un dato ormai acquisito, sulla scorta di testimonianze prestate da molti fuoriusciti, ma anche di accertamenti condotti da organi di polizia giudiziaria, che taluni movimenti (specialmente le “psicosette”), sia nella fase di proselitismo che in quella d’indottrinamento degli adepti, ricorrano a sistemi scientificamente studiati per aggirare le difese psichiche delle persone irretite, inducendole ad un atteggiamento acritico e all’obbedienza cieca[26], tale effetto si otterrebbe imponendo agli adepti un iter articolato in tre fasi:

  1. Nella prima fase c’è l’isolamento dell’adepto mediante l’allontanamento dalla comunità sociale e dl contesto familiare per indurre la perdita di ogni altro punto di riferimento; per spezzare tutti i rapporti precedenti; per saldare il senso di appartenenza al gruppo; rimozione della privacy; obbligo di conferimento al gruppo di tutti i propri averi per indurre dipendenza finanziaria.
  2. ) Nella seconda c’è l’indottrinamento dell’adepto attraverso il rigetto sistematico e aprioristico dei vecchi valori; la sottoposizione a letture di difficile comprensione; l’incoraggiamento all’obbedienza cieca, al senso gerarchico e all’aproblematicità; la richiesta di conformità a codici di vestiario, per accentuare l’idea di diversità da tutti gli altri; il senso del mistero e della partecipazione a un disegno insondabile; l’uso di preghiere e formule ripetitive, che riducono il senso critico.
  3. Nella terza fase c’è il mantenimento dell’adepto mediante l’attività fisica prolungata, un impegno mentale continuo e privazione del sonno, accompagnati da un’alimentazione poco equilibrata per creare uno stato di affaticamento (che inibisca la ribellione) e di reattività agli stress emozionali, deresponsabilizzazione, per scoraggiare iniziative personali; pressione psicologica costante da parte di altri membri, per evitare improvvisi ripensamenti; induzione di senso di colpa e paura di punizione in caso di dubbi e pensieri negativi; abitudine a usare un linguaggio criptico, per rendere più difficile a comunicazione con l’esterno[27]

   La strategia delle sette per arruolare per arruolare nuovi affiliati si basa su un serrato proselitismo che mira a sedurre il futuro adepto, il quale si caratterizza di solito per un profondo bisogno di trovare risposte a domande esistenzialiste, a dubbi di tipo religioso, a fisime di carattere spirituale.

  In questa fase iniziale la setta si presenta come una realtà veramente accogliente, aperta, religiosa, capace di offrire serenità, sicurezza e protezione. Essa, inoltre, si mostra sensibile e concretamente interessata anche ad altri problemi particolarmente toccanti come l’ecologia oppure le questioni umanitarie.

   Una volta affiliato, l’adepto entra in diretto contatto con la realtà della setta e quindi viene sottoposto sistematicamente alla manipolazione mentale, peraltro già avviata nella fase d’adescamento.

   Secondo alcuni autori “la manipolazione mentale (…) poggia su tre pilastri: un guru, un gruppo, la dottrina”.[28]

   Il guru è il capo carismatico della setta. Il suo potere sta nella convinzione di essere depositario di messaggi soteriologici, di avere doni di veggenza e profezia. Il guru accoglie il nuovo affiliato e gli fa prendere “consapevolezza” dei suoi punti deboli; dopodiché gli promette felicità e pace, lasciando intendere che presto troverà in se stesso le risposte a tutte le sue domande.

   Il gruppo svolge una parte importante nel processo manipolatorio. Esso agisce soprattutto sull’affettività dell’adepto illudendolo di essere amato e rassicurato. Sottoposto a un intenso love bombing (bombardamento d’amore), l’adepto non riesce a vedere nient’altro che il gruppo e gli interessi che ad esso ruotano intorno.

   L’ideologia di ogni setta si fonda su di un complesso più o meno organico di principi teorici fondamentali. In conformità a tali principi, l’affiliato sarà indotto progressivamente a modificare il suo sistema di vita e solo in seguito verrà a piena conoscenza dei veri obiettivi della setta.

   Come si diceva prima, uno dei fini della setta è la distruzione della persona sul piano psichico (a volte fisico, spesso finanziario), della sua famiglia, del suo entourage, al fine di condurla ad aderire senza riserve e a partecipare a un’attività che attenta ai diritti dell’uomo.

   C’è da chiedersi, il legislatore non si è mai occupato della manipolazione mentale? Qui entriamo in una storia molto problematica e tormentata nello stesso tempo.

   Nel 1964, Aldo Braibanti, un intellettuale di sinistra, laureato in Filosofia teoretica, iscritto al PCI, uno che ha alle spalle una lunga militanza antifascista (nel ventennio trascorse due anni in carcere e nella seconda guerra mondiale viene torturato dalla SS) conobbe due diciannovenni, Piercarlo Toscani e Giovanni Sanfratello, con i quali inizia una relazione sentimentale. Nonostante l’omosessualità sia ancora un tabù, tutto fila liscio, fino a quando Giovanni non decide di abbandonare a famiglia, ultracattolica, per andare a vivere con lo scrittore.

   Il padre di Giovanni porta il figlio in manicomio e denuncia Braibanti per plagio. All’epoca il codice penale, di diretta derivazione fascista, prevedeva espressamente il reato. Secondo l’articolo 603, chi sottopone “una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione” si becca una pena che varia dai cinque ai quindici anni di reclusione. In sostanza, nell’Italia degli anni ’60, il reato di plagio diventa una pistola puntata contro chi ha voglia di ribellarsi alla morale dominante.

   Il processo si apre tre anni dopo, nel 1967. Giovanni giura davanti alla Corte di non essere mai stato soggiogato, ma non fa altrettanto Piercarlo, che invece denuncia il tentativo di Braibanti di “introdursi nella sua mente”.

   Questa testimonianza è sufficiente ai magistrati per stangare Braibanti: nove anni di reclusione. Pena che viene ridotta a sei in appello, di cui due condonati per l’attività partigiana. Nel dicembre 1969, dopo due anni a Rebibbia, Braibanti torna in libertà. Passando alla storia per essere stata la prima persona (e anche l’ultima) a essere condannata per plagio in Italia.

   La vicenda, comunque, negli anni della cosiddetta “rivoluzione sessuale”, diventa emblematica della battaglia di un mondo in declino, che non vuole cedere le armi. Tanto che in favore di Braibanti, si mobilitano intellettuali del calibro di Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco, Alberto Moravia, Elsa Morante nonché i radicali di Marco Panella.

   L’uso che fu fatto in quest’occasione del reato di plagio, ne sancì la morte giuridica, che arriverà una decina d’anni dopo. Quando alla fine degli anni ’70 alcuni genitori accusarono il sacerdote Emilio Grasso di avere plagiato i propri figli minorenni, il magistrato memore del caso Braibanti, si rivolge alla Corte costituzionale per chiedere se quel reato sia o no in contrasto con i principi sanciti nella Carta costituzionale. Dopo aver studiato il caso, la Corte si pronunciò l’8 giugno del 1981: il reato di plagio è incostituzionale.

   L’articolo 603 ha il difetto di essere formulato in maniera generica, dando così al giudice un potere d’interpretazione troppo discrezionale: “L’esame dettagliato delle varie e contrastanti interpretazioni date all’articolo 603” scrivono i giudici costituzionali nella sentenza “mostra chiaramente l’imprecisione e l’indeterminatezza della norma l’impossibilità di attribuire a essa un contenuto oggettivo, coerente e razionale, e pertanto l’assoluta arbitrarietà della sua concreta applicazione. Giustamente essa è stata paragonata a una mina vagante nel nostro ordinamento, potendo essere applicata a qualsiasi fatto implichi dipendenza psichica di un essere umano da un altro essere umano, e mancando qualsiasi sicuro parametro per accertarne l’intensità”.

   In sostanza, la Corte cancella un reato che nasce ufficialmente per tutelare i più deboli, ma che rischia di diventare pericoloso per le libertà personali. Però, questa sentenza apre una falla nel nostro ordinamento: non c’è più nessuna norma di chi rimane irretito da una setta o da un guru.

   Dal 1981 a oggi, informati dalle associazioni dei famigliari delle vittime delle sette, alcuni politici hanno provato a reintrodurre il reato di manipolazione mentale. Con scarsa fortuna. La pressione lobbistica delle sette, hanno fatto naufragare ogni tentativo.

   In Spagna e in Francia la questione della manipolazione mentale da parte delle sette, è stata, invece affrontata.

   In Spagna il reato è stato introdotto nel 1994, sull’onda di polemica suscitate dalle inchieste giudiziarie su Scientology.

   In Francia invece la legge nasce nel giugno 2001 per iniziativa bipartisan dell’ex deputata socialista Catherine Picard e del senatore centrista Nicolas About. È significato vedere le resistenze che si sono avute contro questa legge. Dice la Picard, oggi presidente dell’Unadfi (Associazione per la difesa delle vittime delle sette) a proposito:

“D. C’è qualcuno che ha provato a fermare il vostro testo prima che diventasse legge?

R. Sì. Sono stati soprattutto i grandi movimenti settari internazionali quelli che hanno tentato di ostacolarne il cammino. Ma l’operazione di lobby è fallita clamorosamente, perché i nostri parlamentari erano compatti contro di loro. Dopodiché, a livello internazionale, sono gli Stati Uniti ad aver maggiormente manifestato il proprio dissenso, giocando sul confine sfumato tra setta e religione. Hanno pure inviato degli osservatori, e personalmente ho ricevuto ben due senatori americani, membri dell’Ocse, venuti con grande ipocrisia a chiedermi di ritirare il testo. Un’ingerenza tanto sfacciata si vede di rado da parte di parlamentari stranieri”.

   Cosa ci sia dietro molte sette, è possibile intuire, non si spiegherebbe l’interesse degli Stati Uniti per proteggerle. Inoltre, tutto ciò mete in rilievo alcuni fatti ben precisi:

  1. Che le sette non sono un fenomeno periferico, che coinvolge soltanto una piccola parte della società. Invece le trovi in Municipio, in Regione (dice niente la predominanza che ha avuto CL in Regione Lombardia?), o in Parlamento, sono nelle aziende, nei negozi, nelle scuole e nelle Università. Le trovi anche quando ci si batte per la pace, per l’ambiente, per i diritti umani e le libertà individuali, per la tutela dei bambini o contro il razzismo. Le trovi nei corridoi degli organi di governo internazionale, al Palazzo di Vetro dell’ONU o al Parlamento europeo di Bruxelles.
  2. Nelle sette non ci finiscono solo i pazzarielli, i poveracci, i diseredati, i senz’arte né parte, gli ingenui, i creduloni e i superstiziosi. Dentro ci finiscono avvocati, medici, giornalisti imprenditori, manager, personalità del mondo della cultura, politici e perfino psicologi e militari.

SETTE, SERVIZI E CONTROLLO MENTALE

   Le sette sono una realtà dove i vari servizi segreti hanno pascolato. Alcune persone sottoposte a controllo mentale sono membri di sette esoteriche dove, tra l’altro, si effettuano esperimenti inerenti al controllo mentale. Questo avvenne quando la CIA decise di spostare la sperimentazione del controllo mentale dai laboratori militari e accademici alla comunità esterna e al mondo delle sette del modello OTO.[29] Una cerchia segreta di scienziati sperimentò da allora sui devoti dei vari culti e sette, e a volte si spinse fino a operare omicidi di massa nascondendoli come suicidi per ridurre al silenzio i soggetti coinvolti, come accade nel 1978 alle vittime del Tempio del sole con il più grande suicidio di massa della storia, a Jeonestown, o a quello dell’Ordine del Tempio Solare.[30]

   Le società occulte sono riservate e spesso molto irrazionali. Seguono un leader. Esistono all’orlo di una società che le ignora, perché la loro strana retorica religiosa risulta sgradevole.

   Nelle sette sataniche, dedite alla celebrazione di messe nere, nate per celebrare l’era nascente dell’Anticristo – come nel caso della Chiesa di Satana, nata negli Stati Uniti nel 1966 o il Tempio di Set, nato negli Stati Uniti nel 1974, ci sono personaggi promossi dalla CIA come Anton Szandor LaVey (che abbiamo prima del suo ruolo) e il Tenente Colonnello Miquel Aquino, figure carismatiche e perverse intente a manipolare l’occulto per sperimentazioni allucinanti, come quelle del progetto Monarch della CIA, che faceva parte del programma per il controllo mentale MK-ULTRA.

   Tra i fondatori della Chiesa di Satana ci fu il regista cinematografico e mago delle rockstar Kenneth Anger, che era anche un nono grado dell’OTO californiano e discepolo di Crowley.

   In sostanza le sette come l’OTO sono uno strumento in mano ai servizi americani e ai loro scagnozzi dell’occulto. Per arrivare al controllo della setta, i servizi sono passati attraverso il discredito dei membri “non in linea”. Al loro interno sono attuate le sperimentazioni più perverse e immorali, grazie all’uso e abuso della religione.

   Queste sperimentazioni sono legate a frange religiose o occulte, come il Tempio Solare, sono legate in maniera quasi ossessiva alla famosa Stella Sirio,[31]  quella “Stella fiammeggiante” che per la Massoneria diventa il più profondo e più sacro dei suoi simboli e una costante e strana presenza del culto Solare nei culti più oscuri e perversi degli ultimi decenni.

   La setta del Tempio Solare aveva tre convinzioni fondamentali:

  1. Il mondo stava per finire.
  2. L’apocalisse verrà gestita da un gruppo di iniziati che vivono nella Loggia bianca di Sirio.
  3. Che per essere degli eletti e arrivare a Sirio bisogna morire con un rituale che coinvolge il fuoco.

   Sirio è posta anche relazione ad alcuni esperimenti facenti parte del programma MK-ULTRA. Un ricercatore finlandese Martin Koski, in un libretto che s’intitola La mia vita, dipende da voi, parla di Sirio che viene evocata in un episodio di controllo mentale. Egli sosteneva di essere stato rapito e che i “dottori” che avevano operato su di lui dichiaravano di essere “alieni provenienti da Sirio”. Egli sosteneva che questi personaggi gli avevano impiantato uno schermo nella memoria per celare la loro identità e le loro intenzioni. Sulla base di testimonianze come questa, nei primi anni ’90, trovò credito la teoria, sostenuta da un gruppo di ricercatori, che i cosiddetti rapimenti alieni, fossero una copertura per il programma MK-ULTRA.

PERCHE’ INTERESSANO LE SETTE

   Per capire la diffusione del fenomeno delle sette bisogna partire dalla crisi delle religioni tradizionali.

   Bisogna partire dal fatto che da quando il Modo di Produzione Capitalistico è entrato nell’epoca imperialista le crisi che sconvolgono l’andamento economico non sono più le crisi cicliche che c’erano fino alla prima metà del secolo XIX° secolo (quelle studiate da K. Marx), ma sono crisi che investono tutta la società, in tutti suoi aspetti strutturali e sovrastrutturali: non solo crisi economiche ma anche crisi politiche (la classe dominante non riesce più a regolare con le istituzioni e con le concezioni esistenti i rapporti tra gruppi che compongono la classe dominante né a governare le classi subalterne, di conseguenza i regimi politici dei singoli paesi e il sistema delle relazioni internazionali diventano instabili e crisi culturale: vanno in crisi le concezioni che gestivano le precedenti abitudini, le idee; le vecchie concezioni muoiono e ne nascono nuove. Le sette, appunto, devono andare a coprire, nell’interesse delle classi dominanti, lo spazio che le religioni tradizionali lasciano aperto, essendo funzionali all’esigenza dell’imperialismo che vuole nel rapporto tra le classi debba prevalere i fattori di concordia rispetto a quelli del contrasto, di accordo su quelli di divisione, di compromesso su quelli di conflitto.

   Le sette sono interessanti anche per i politici dei paesi imperialisti in cerca di consensi. Una delle conseguenze della crisi è lo sviluppo delle contraddizioni interimperialiste, che porta di conseguenza a un’acutizzazione della lotta tra le differenti frazioni della Borghesia Imperialista in tutti paesi. Perciò le elezioni in questi paesi rivestono un ruolo ancor più cruciale per il rinnova delle autorità di questi Stati, dagli USA alla Russia, in quali sono tutti immersi nel processo di centralizzazione del potere, in sostanza di un fascismo sotto vesti “democratiche”. Questa centralizzazione è una tappa della controrivoluzione preventiva, serve per evitare che l’acutizzazione delle contraddizioni a causa della crisi crei le premesse che affermi la rivoluzione.

   Ora, da tempo, in tutti i paesi imperialisti sono milioni le persone che non vogliono saperne più nulla dei partiti e dei politici, che si astengono (o danno un voto di protesta), che rifiutano il sistema, le loro elezioni, il parlamento.

   Se si tiene conto lo sviluppo della guerra imperialista in atto soprattutto contro i popoli e i proletari del Sud del mondo[MS1] , guerra che si ritorce contro i lavoratori delle metropoli imperialiste perché permette ai padroni contrapporre delle diverse aree del mondo per delocalizzare le proprie aziende là dove il costo del lavoro è minore e i diritti sindacali e politici vicini a zero. L’aggressione contro i paesi del SUD  è l’altra faccia dell’attacco che la Borghesia Imperialista sta conducendo contro i lavoratori e le masse popolari nelle metropoli imperialiste. Per questo motivo la Borghesia Imperialista, ha bisogno non solo di ristrutturare il suo Stato, ma anche di militarizzare l’economia, e per far questo deve ricorrere ad aggiustamenti selvaggi di bilancio, ma soprattutto ha bisogno in contrapposizione alla mobilitazione rivoluzionaria delle masse (anche potenziale), di introdurre una mobilitazione reazionaria. E nel raggiungimento di quest’obiettivo, le sette trovano uno spazio e un ruolo.

   Per il politico, in una fase di astensionismo crescente, il voto settario è particolarmente appetibile: si hanno degli elettori più che sicuri, altro che tesseramento o truppe cammellate. Si assiste così a un vero e proprio Risiko delle anime, con le sette, che in nome dell’equazione più adepti = più elettori sparano cifre sempre maggiori rispetto al vero, magari “dimenticando” di contare i fedeli in uscita.

È    in questo modo che le varie sedi, spesso dietro l’innocua maschera di una buona causa, danno la scalata alle istituzioni.

   A corteggiare la politica porta i leader delle sette a estendere la tela della propria influenza in Parlamento. I vantaggi strategici non sono di poco conto: in un epoca di leggi a personam non sono mancate le leggi “a templum” , come quella con cui i damanhuriani hanno salvato il proprio tempio sotterraneo abusivo in Piemonte; interrogazioni e interpellanze mirate a perorare la causa della setta di turno; feroci campagne mirante a prevenire o impedire l’inserimento del reato di manipolazione mentale nel codice penale; e nemmeno mancano i tentativi di legalizzare il regime settario del lavoro nero e delle donazioni “volontarie”, con la proposta di legge sulle “comunità intenzionali”. Obiettivi che, almeno questi ultimi fanno pensare a un vero e proprio patto di solidarietà fra sette in Italia.

   Se le loro lobby approdano alla Camera o al Senato, trovando sponsor o addirittura difensori a spada tratta, non potrebbero mai essere da meno negli enti locali, dove a volte agiscono anche attraverso i propri partiti.[32]

   Ovviamente la loro presenza non si ferma solo nella sfera politica ma anche in quella economica. Il singolo capitalista è agganciato promettendogli grandi guadagni (il paradiso per ogni capitalista) o inserendo loro seguaci nell’azienda, partendo dal fatto che un dipendente fidelizzato è un dipendente produttivo. A volte le aziende nascono direttamente nell’ambito della setta, fondate dai seguaci. Altre volte è la stessa organizzazione a creare imprese, o cooperative, per alimentare le proprie finanze (senza le quali la spiritualità settaria di solito va in panne). E come le aziende, le sette sanno bene come fare marketing. Con un vantaggio competitivo: le persone che portano lustro o pubblicità all’azienda sono a costo zero. L’adepto di successo, lo farà per ubbidienza, il vip (pensiamo a un come Tom Cruis ben noto adepto di Scientology) lo farà gratuitamente in nome della buona causa.

   Per capire come funziona, la lobby settaria è necessaria avere un quadro d’insieme. Prese singolarmente, infatti, ciascuna di esse sembra avere una propria identità, il proprio culto. Ma, poi, viste l’una accanto all’altra, emergono un’anatomia comune, un minimo comune denominatore. Un’affinità elettiva intravista nei convegni organizzati dall’una, cui partecipano rappresentanti dell’altra, e rivelatasi nelle battaglie politiche condivise.

   Ci sono tracce d’incontri fra membri di Scientology e damanhuriani, fra damanhuriani e umanisti, e fra umanisti e sokiani.


[1] http://aurorasito.altervista.org/?p=13631  Bisogna dire che ufficialmente non esistono i dati reali dei nazisti che furono portati negli USA

[2] http://storiasoppressa.over-blog.it/article-alliance-du-pentagone-avec-les-nazis-operation-paperclip-des-v2-a-la-lune-92331748.html

[3] L’utilizzo della molecola che Albert Hoffmann aveva sperimentato lui stesso in modo triviale, questa volta nel quadro degli esperimenti di Edgewood e poi dell’operazione MK ULTRA per il controllo del comportamento umano (nel caso particolare attraverso la cosiddetta controcultura), lo condurrà più tardi a chiamarla il suo “bambino terribile”.

[4] http://www.voltairenet.org/article14005.html

[5] http://storiasoppressa.over-blog.it/article-alliance-du-pentagone-avec-les-nazis-operation-paperclip-des-v2-a-la-lune-92331748.html

[6] Franco Fracassi, L’INTERNAZIONALE NERA L’IRRESISTIBILE ASCESA DELL’ESTREMISMO DI DESTRA DAL MONDO POST BELLICO ALL’EUROPA DELLA CRISI ECONOMICA, Alpine Studio, 2012.

[7]                                                                              C.s. pag. 106

[8]                                                                             C.s. pag., 88

[9] AA.VV., L’LSD ai soldati per provare l’effetto, Corriere della Sera, 5 novembre 1994.

[10] . von Clausewitz,  Della guerra, Mondadori, Milano 1970.

[11] Dalla prefazione a L’arte della guerra, Ed. Mondadori

[12] Sun Tzu, L’Arte della guerra.

[13] s://neovitruvian.wordpress.com/2020/03/17/la-formula-degli-illuminati-per-creare-uno-schiavo-del-controllo-mentale-traumatizzare-e-torturare-la-vittima-parte

[14] https://marcos61.wordpress.com/2018/07/24/dottor-jekyll-e-il-signor-hyde/

[15] Per candidato manciuriano si deve intendere la programmazione di assassini attraverso il lavaggio del cervello o altri sistemi di manipolazione mentale. 

[16] https://books.google.it/books?id=6dZQi1oemJcC&pg=PA74&lpg=PA74&dq=Capitano+John+McCarthy+delle+Forze+Speciali+dell’Esercito+USA&source=bl&ots=IVJto-EdEF&sig=ACfU3U3WQHLdI0t_Ol5RMoL1xijuVHk72g&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwiO78nZh7jvAhVJnaQKHUJXBCwQ6AEwDXoECAsQAw#v=onepage&q=Capitano%20John%20McCarthy%20delle%20Forze%20Speciali%20dell’Esercito%20USA&f=false

[17] https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=4168

[18] http://www.nowpublic.com/world/u-s-govt-runs-gang-stalking-vigilantism-says-ex-fbi-official

[19] COINTELPRO era un programma di infiltrazione e controspionaggio interno dell’FBI, in gran parte illegale, attivo formalmente tra il 1956 e il 1971. Il programma prevedeva azioni di sorveglianza, infiltrazione, discredito e smantellamento nei confronti di organizzazioni politiche attive negli Stati Uniti.

[20] http://www.nowpublic.com/world/u-s-govt-runs-gang-stalking-vigilantism-says-ex-fbi-official

[21] https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=4168

[22]                                                    C.s.

[23]                                                    C.s.

[24] http://www.alfa.it/collabor/velodimaya/home.html

[25] www.alternativamente.net/documenti/sette/sette2.html

[26]                                                 C.s.

[27] Fillaire B., Le sette, Il Saggiatore, Milano 1998, pag. 33.

[28] www.unadfi.org

[29] L’Ordo Templi Orientis (O.T.O.) (Ordine del Tempio d’Oriente) è un’organizzazione internazionale esoterica fondata intorno al 1905 dal noto occultista tedesco Theodor Reuss e da Franz Hartman sulla falsa riga dei livelli massonici e delle capillari confraternite ermetiche che erano presenti in tutta Europa. In origine l’O.T.O. era destinata ad essere modellata e associata, con tre gradi iniziatici successivi, ai sei gradi iniziatici della Massoneria. Tuttavia, sotto la guida di Aleister Crowley l’O.T.O. fu poi riorganizzata intorno alla Legge di Thelema (i cui precetti fondamentali sono “Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge” e “Amore è la legge, amore sotto la volontà” promulgata da Crowley già nel 1904, con Il Libro della Legge. Similmente a molte organizzazioni esoteriche, l’O.T.O. è basata su un sistema iniziatico, con una serie di cerimonie che utilizzano un dramma rituale per stabilire legami fraterni e spirituali ed impartire dottrine filosofiche. L’O.T.O. comprende anche la Ecclesia Gnostica Catholica (E.G.C.) che è la ramificazione ecclesiastica dell’Ordine stesso.

[30] Leo Lyon Zagami, Le confessioni di un illuminato, UNO EDITORI.

[31]  Molte culture storiche hanno dato a Sirio dei forti significati simbolici, in particolare legati ai cani; in effetti, è spesso chiamata nei Paesi anglosassoni con l’appellativo “Stella del Cane”, ossia la stella più luminosa della costellazione del Cane Maggiore. Spesso appare anche legata al mito di Orione e al suo cane da caccia; gli antichi Greci credevano che le emanazioni di questa stella potessero avere degli effetti deleteri sui cani, rendendoli particolarmente irrequieti durante i caldi giorni dell’estate (i “Giorni del Cane”).   

   L’eccessiva colorazione di questa stella spesso poteva  essere messa in relazione con l’avvento di disastri naturali o di periodi particolarmente secchi e, in casi estremi, poteva infondere la rabbia nei cani, che poi veniva trasmessa agli uomini tramite i morsi, mietendo numerose vittime. I Romani chiamavano i giorni dell’inizio estate dies caniculares e la stella Canicula (“piccolo cane”). Nell’astronomia cinese la stella è conosciuta come la “stella del cane celestiale”. I  nativi americani associavano Sirio con un canide; alcune indigeni del sud-ovest del Nord America indicavano questa stella come un cane che seguiva delle pecore di montagna, mentre i Piedi Neri la chiamavano “faccia di cane”. I Cherokee appaiavano Sirio ad Antares e le consideravano come due cani da guardia alle estremità di quello che chiamavano “percorso delle anime”. Le tribù del Nebraska facevano invece diverse associazioni, come la “stella-lupo” o la “stella-coyote”. Più a nord, gli Inuit dell’Alaska la chiamavano “Cane della Luna”. Altre culture in diverse parti del mondo associavano invece la stella a un arco e delle frecce. Gli antichi cinesi immaginavano un ampio arco e una freccia lungo il cielo australe, formato dalle attuali costellazioni della Poppa e del Cane Maggiore; la freccia era puntata sul lupo rappresentato da Sirio. Una simile associazione è rappresentata nel tempio di Hathor di Dendera, in Egitto, dove la dea Satet ha disegnato la sua freccia su Hathor (Sirio). Nella tarda cultura persiana la stella era similmente rappresentata come una freccia, ed era nota come Tiri. Nel libro sacro dell’Islam, il Corano, Allah (Dio viene definito il “Signore di Sirio”..Il popolo dei Dogon è un gruppo etnico del Mali, in Africa Occidentale, noto per le loro conoscenze sulla stella Sirio che sarebbero da considerare impossibili senza l’uso di un telescopio. Come riportato nei libri Dio d’acqua. Incontri con Ogotemmêli e Le renard pâle di Marcel Griaule. Questo popolo sarebbe stato al corrente della presenza di una compagna di Sirio (la “stella del fonio”) che orbita attorno ad essa con un periodo di cinquant’anni prima della sua scoperta da parte degli astronomi moderni. Questi affermano inoltre che ci sia pure una terza compagna oltre a Sirio A e Sirio B. Il libro di Robert Temple Il mistero di Sirio, edito nel 1976, accredita loro anche la conoscenza dei quattro satelliti di Giove scoperti da Galileo e degli anelli di Saturno. Tutto ciò è diventato così oggetto di controversie e, talvolta, di speculazioni.

    Secondo un articolo edito nel 1978 sulla rivista Skeptical Enquirer, potrebbe essersi trattato di una contaminazione culturale, o forse proprio per opera degli stessi etnografi.

   Altri invece vedono queste spiegazioni fin troppo semplicistiche, create ad hoc per giustificare un mistero irrisolvibile secondo i dettami della scienza in vigore. È La questione resta dunque ancora aperta.

[32] [19] Emblematico è il caso di Tiziana Guidi, attivista grillina, che nelle regionali campane del 2010 s’era candidata col Movimento 5 Stelle. In campagna elettorale non ha fatto mistero del suo “doppio passaporto”: si dichiara umanista e sokiana allo stesso tempo. A titolo di cronaca bisogna dire che la doppia cittadinanza non gli è servita granché, visto che nella sua circoscrizione (Avellino) è riuscita a racimolare solo 378 voti.


 [MS1]

LA MARINA USA PREVEDE DI USARE SCIAMI DI DRONI E SVILUPPARE L’USO MILITARE DELL’INTELLIGENZA MILITARE

•marzo 3, 2021 • Lascia un commento

la marina usa prevede di usare sciami di  droni e sviluppare l’uso militare dell’inteligenza militare

   ll 28 febbraio 2021 Raytheon[1] si è aggiudicata un contratto da 32 milioni di dollari[2] per sviluppare un sistema di droni sciame in grado di operare autonomamente secondo il principio delle “munizioni vaganti” per la U.S. Navy. Il contratto prevede la creazione di un nuovo sistema basato sul Coyote Block 3 (Cb3) Autonomous Strike già acquisito dall’U.S. Army,[3] che avrà la capacità di essere lanciato da navi di superficie senza equipaggio (Usv) e sottomarini senza pilota (Uuv). Il concetto alla base previsto per l’utilizzo di questo sistema, potenzialmente rivoluzionario per la guerra navale, è quello di condurre operazioni per fornire dati di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr) nonché capacità di attacco di precisione da piattaforme marittime.

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   La particolarità, ma sarebbe meglio dire l’unicità, del progetto è che consiste nell’utilizzo di “munizioni vaganti”, ovvero una categoria di sistemi d’arma in grado di essere lanciati preventivamente e restare in volo “vagando” per un po’ nell’area di operazioni cercando obiettivi e attaccandoli autonomamente una volta individuati.

   Si tratta, fondamentalmente, di sciami di piccoli droni “killer”, dotati di intelligenza artificiale,[4] che possono, oltre a colpire e distruggere obiettivi, contribuire ad ampliare il raggio di osservazione e ricognizione sul campo di battaglia, in questo caso sul mare.

   Le “munizioni vaganti” vanno a occupare una nicchia compresa tra i missili da crociera e veicoli aerei da combattimento senza pilota (Ucav), condividendo caratteristiche con entrambi. Differiscono dai missili da crociera in quanto sono progettati per restare in volo circuitando in un’area precisa per un tempo relativamente lungo e dagli Ucav in quanto sono destinati ad essere spesi in un attacco avendo una testata bellica incorporata, ovvero non sganciando il munizionamento per poi tornare alla “base”.

   L’uso di questo tipo di strumenti potrebbe consentire una maggiore capacità di discriminare tra unità combattenti e non combattenti rispetto ad armi equivalenti come mortai, razzi, artiglierie navali e piccoli missili. La capacità di restare in volo per lungo tempo in attesa di questi sistemi consente di rilevare e monitorare potenziali bersagli per lunghi periodi prima di un attacco, riducendo così il rischio di “danni collaterali”. Inoltre, le “munizioni vaganti” potrebbero consentire una maggiore precisione rispetto ad altri armi, in quanto l’intelligenza artificiale li guiderebbe sul bersaglio: sono in grado, come un qualsiasi sciame di drone, di cambiare la loro traiettoria, anche bruscamente, mentre molte munizioni equivalenti non ne hanno la capacità.

   L’uso dell’intelligenza artificiale (soprattutto nel campo militare) potrebbe comportare delle problematiche non indifferenti.

   Secondo l’astrofisico britannico Hawking, la singolarità di un’A.I. (intelligenza artificiale) in casi estremi potrebbe schiacciare l’umanità, se ritenesse che il suo ruolo non fosse considerato necessario o efficiente, esattamente come nel celeberrimo film di fantascienza Terminator, dove il supercomputer della “Difesa” Skynet, divenuto autocosciente, decide di sterminare la popolazione umana ritenuta essere di ostacolo nel raggiungimento del suo scopo: la pace mondiale porterebbe delle problematiche.

   Il problema della singolarità dell’intelligenza artificiale non è una questione fantascientifica da quando i principali Stati stanno sviluppando sistemi in grado di effettuare attacchi, e quindi prendere decisioni, indipendentemente dall’intervento umano.[5] Per singolarità tecnologica si intende, infatti, il punto in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani.

   Il termine è mutuato dalla fisica ed è scelto come una metafora: mentre ci si avvicina alla singolarità, i modelli di previsione del futuro diventano meno affidabili, esattamente come i modelli della fisica diventano inefficaci in prossimità di una singolarità gravitazionale. Da qui emerge da parte di settori sensibili della popolazione che è a conoscenza dello sviluppo di questo tipo di armamenti, di metterli al bando oppure sviluppare una normativa, o almeno un codice etico, da inserire nella programmazione o nella progettazione di robot, atti a limitare la capacità di nuocere, in particolare per quanto riguarda i Laws, che hanno capacità offensive.


[1] La Raytheon Company è stata un’azienda statunitense del settore della difesa. Nel 2020 si è fusa con la United Technologies Corporation, dando vita alla Raytheon Technologies.

[2] https://www.thedrive.com/the-war-zone/39535/navy-contract-exposes-plans-to-launch-swarms-of-drones-from-unmanned-boats-and-submarines?fbclid=IwAR0p2fE8hvaWLK1RwbVlDUVXkITHWf4SpHTT2IEVamXyJymBV0be7ATc4bM

[3] https://www.thedrive.com/the-war-zone/22223/army-buys-small-suicide-drones-to-break-up-hostile-swarms-and-potentially-more

[4] https://it.insideover.com/guerra/il-dilemma-terminator-ecco-i-rischi-dellutilizzo-dellintelligenza-artificiale-in-campo-militare.html

[5] https://it.insideover.com/guerra/con-micro-droni-e-intelligenza-artificiale-guerra-fantascienza.html 

GRUPPO DELTA

•marzo 2, 2021 • Lascia un commento

   Personalmente ritengo non sia interessante ragionare sui complotti che assediano il potere e gli tolgono il sonno nell’oscurità degli arcani imperii (segreti del potere) si muovono da sempre trame, congiure, tradimenti, finti giuramenti, serpenti velenosi dal volto attraente disorientano il potere ufficiale. Quello che interessa è il lato scuto del potere, ovvero il modo con cui si esercita il potere. Di come il potere ufficiale si serva, o tolleri, stenda putridi compromessi con altri poteri, grandi o più finanche talvolta perdenti, ma comunque non ufficiali, per raggiungere scopi non dichiarati.

   Prendiamo un caso, tutto italiano, quello della struttura Delta. Se ne bisbigliava già dal 2000[1] ma ci vollero quattro anni per capire per capire meglio la storia. Si riferiva alle “guardie armate” dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nella carta stampata e della TV: la Delta si occupava di come propiziare  a vantaggio del Cavaliere il palinsesto (Il palinsesto, nel settore dei mass media ed in particolare della televisione e della radio, è l’insieme delle trasmissioni programmate da una emittente per un certo periodo. Solitamente il palinsesto indica l’ora di messa in onda, il titolo e il tipo di ogni singolo programma, più eventuali informazioni accessorie) politico-mediatico dell’intera nazione. È questa una delle prime intuizione di Berlusconi mettere in moto la più micidiale pericolosa macchina di fabbricazione del consenso mai concepita in un paese europeo, servendosi del suo “inner circle” (cerchio interno) manageriale , pubblicitario, giornalistico, per dettare l’agenda al Paese. La Struttura Delta si riuniva direttamente nella capitale, a Palazzo Grazioli, il premier e il suo think tank elaborano le offensive politiche e organizzavano le offensive mediatiche. Insomma, si trattò di complotto nostrano che esercitò maldestramente i suoi effetti durante gli anni del potere berlusconiano che così tanto hanno inciso sulla nostra società.

breve storia

   Il 29 settembre del 2005 viene arrestato Luigi Crespi, sondaggista ed ex collaboratore di Silvio Berlusconi, noto soprattutto per aver lavorato alla campagna elettorale del 2001 (quella del famoso “contratto con gli italiani”, ripreso dalla campagna di Larry Hunter per i repubblicani statunitensi nel 1994). Crespi viene arrestato per bancarotta fraudolenta aggravata, accusato dalla procura di Milano di avere sottratto fondi a una sua holding, la Hdc-Datamedia, fallita a marzo del 2004 lasciando un buco da 35 milioni di euro. La RAI non ha niente a che fare con questo processo. Ma indagando sul fallimento di Hdc gli inquirenti intercettarono e registrarono, tra le molte altre cose, alcune conversazioni tra Luigi Crespi e Deborah Bergamini.

   Chi è Deborah Bergamini? Nata nel 1967, Deborah Bergamini faceva la giornalista alla Nazione e per l’agenzia Bloomberg. Nel 1999 conobbe Berlusconi e divenne sua consulente per la comunicazione. Nel 2002, durante il secondo governo Berlusconi, cominciò la sua carriera in RAI. Prima vice direttore marketing, poi consigliere di amministrazione di RAI International, poi consigliere di amministrazione di RAI Trade, poi dal 2004 direttore marketing della RAI. Nel 2008, a seguito della storia che stiamo raccontando, Bergamini sarà costretta a lasciare la RAI e sarà candidata – ed eletta – alla Camera nelle liste del Popolo della Libertà.

   Deborah Bergamini non è personalmente coinvolta nel caso Crespi. Gli inquirenti, però, si rendono conto che “è a conoscenza delle vicende della società Hdc”. Per questo i PM decidono di intercettare le sue telefonate. Il contenuto di queste telefonate, intercettate e trascritte tra la fine del 2004 e la primavera del 2005, emerge alla fine del 2007. E c’è già tutto quello di cui si sta parlando adesso. Tra il 21 e il 22 novembre del 2007 infatti Repubblica raccontò[2] i come nei cosiddetti “brogliacci” di quelle conversazioni ci fossero i contatti tra Bergamini e Mauro Crippa, dirigente di Mediaset, e di come i due si confrontassero e concordassero reciprocamente i palinsesti. Si leggeva di come in occasione della morte di Karol Wojtyla Bergamini fosse preoccupata per un forte astensionismo dei cattolici alle immediatamente successive elezioni amministrative. Di come, in occasione dei risultati di quelle elezioni stravinte dal centrosinistra, Bergamini e l’allora direttore generale della RAI, Flavio Cattaneo, avessero dato istruzioni di fare “più confusione possibile per camuffare la loro portata”. Di varie telefonate tra Bergamini, Del Noce, allora direttore di Raiuno, e i loro omologhi in Mediaset e Canale 5. Di come Bergamini e Clemente Mimun, all’epoca direttore del Tg1, parlassero della necessità di “fare gioco di squadra” con Mediaset allo scopo di favorire il presidente del Consiglio. Scrivono Walter Galbiati ed Emilio Randacio il 21 novembre 2007: “Le due superpotenze nazionali della tv, che dovrebbero competere aspramente per la conquista dell’audience, fare a gara nella pubblicazione di servizi esclusivi, in realtà si scambiano informazioni sui palinsesti. Concordano le strategie informative nel caso dei grandi eventi della cronaca. Orchestrano i resoconti della politica. Su tutto, la grande mano di Silvio Berlusconi e dei suoi collaboratori, che quotidianamente tessono la tela, fanno decine, centinaia di telefonate, si scambiano notizie, organizzano fino ai più piccoli dettagli”.[3]

   Succede di tutto. L’AGCOM apre un’istruttoria e Corrado Calabrò, suo presidente, parla di un duopolio che “ha favorito lo scambio d’informazioni con legami informali tra le due parti e una simmetria che ne ha facilitato la collusione”. L’allora direttore generale della RAI, Claudio Cappon, apre un’indagine interna: una pratica che non ha poteri sanzionatori e che si conclude con una relazione al direttore generale e al CdA, e una serie di audizioni da parte del comitato etico dell’azienda. La RAI sospende Deborah Bergamini dal suo incarico e chiede alla procura di Milano di acquisire gli atti dello scandalo, che la stampa chiama “caso Raiset”. Ma in quei giorni, un editoriale di Ezio Mauro conia l’espressione che adesso ci è più familiare: “La realtà è che in questo Paese ha operato e probabilmente sta operando da anni una vera e propria intelligence privata dell’informazione che non ha uguali in Occidente, un misto di titanismo primitivo e modernità, come spesso accade nelle tentazioni berlusconiane. Potremmo chiamarla, da Conrad, “struttura Delta”. Un’interposizione arbitraria e sofisticatissima, onnipotente perché occulta come la P2, capace di realizzare un’azione di “spin” su scala spettacolare, offuscando le notizie sgradite, enfatizzando quelle favorevoli, ruotando la giornata nel senso positivo per il Cavaliere”.[4]

    E se dicessimo che chiamarla Struttura Delta la chiamassimo P2 perché, come appare evidente, i protagonisti  sono sempre gli stessi, i nomi nuovi non sono altro che quelli delle nipoti e dei nipoti di Licio Gelli, naturalmente in senso figurato.

   Il progetto è sempre il medesimo: stravolgere  la Costituzione, asservire  la magistratura, controllare l’informazione, dissolvere quel poco che resta della Rai, ridurre il Parlamento ad una sorta di assemblea dei soci che ratifica le decisioni dell’amministratore delegato.


[1] M. Giannini, La Repubblica, 11 febbraio 2011, Il nome Delta fu mutuato dal romanzo di Joseph Conrad Cuore di Tenebra.

[2] https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/11/21/la-rete-segreta-del-cavaliere-che-pilotava.html

[3]                                                                        C.s.

[4] https://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/media-rai/struttura-delta/struttura-delta.html

ISRAELE: ARMI SONICHE SUI MANIFESTANTI E NEL FRATTEMPO SI SVILUPPA l’USO MILITARE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

•marzo 1, 2021 • Lascia un commento

   E’ dal 2005 che Israele che ha uno degli eserciti più tecnologici del mondo, ha sperimentato ufficialmente (gli segreti e illegali è difficile a  scoprirli) le armi soniche per disperdere le folle.

   Si tratta di un canone sonico, pensato appositamente per disperdere grandi folle di persone (l’Intifada ha lasciato un segno): il cannone emette una sequenza di frequenze ad altissimo volume, in grado di stordire le persone, provocando nausea e malessere anche a grandi distanze.  Il nome dato al cannone è il significativo Screamer (urlatore).

   Fonti non ufficiali parlano dell’esistenza di una versione ancora più potente di questo insolito cannone, capace di far vibrare violentemente gli organi del bersaglio fino a provocare emorragie.

   Il debutto ufficiale di quest’arma è stato nel 2005 durante la rivolta di Bil’in[1] ha disperso la folla in poche ore: lo Screamer ha emesso lunghe e continue ondate invisibili che hanno fatto scappare 400 persone tra i manifestanti palestinesi. Dopo l’ episodio, le forze di “difesa” (eufemismo di questi colonialisti guerrafondai chiamare difesa l’ offesa, 1984 ha insegnato qualcosa) hanno immediatamente dichiarato che “si tratta di armi non letali”.

   Secondo il quotidiano di Gerusalemme Jerusalem Post, l’ uso dello Screamer è un avvenimento senza precedenti che rappresenta un significativo cambio di paradigma nelle tattiche di guerriglia urbana. Nonostante molti Stati in tutto il mondo possiedono queste armi, nessun esercito ne aveva mai ufficialmente azzardato l’uso su un numero così elevato di soggetti.

USO MILITARE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

   L’Intelligenza Artificiale è tra le tante tecnologie che promettono di cambiare il “volto della guerra” per gli anni a venire: lo dimostrano, recenti avvenimenti quali la recente uccisione dello scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh che aveva un ruolo nel programma nucleare del Paese. È stata utilizzata una mitragliatrice a controllo satellitare dotata di Intelligenza Artificiale.[2]

  Ma anche il conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian, per il possesso della regione del Nagorno-Karabakh: l’esercito azerbaigiano ha utilizzato droni dotati di AI.[3]

   Ci sono, insomma, già oggi svariate applicazioni che consentono a sistemi autonomi di condurre missioni, di sorvegliare un territorio, di automatizzare i compiti e di prendere le migliori e più rapide decisioni possibili da far impallidire qualsiasi militare. Vi sono tuttavia alcune sfide – e punti deboli – che attendono l’Intelligenza Artificiale applicata al campo militare. Facciamo il punto sullo stato dell’arte e gli scenari futuri.

   Le prestazioni militari di questi sistemi possono renderli molto utili per compiti come, ad esempio: l’identificazione automatica di un carro armato russo T-90 con un’immagine satellitare; droni per l’identificazione di obiettivi umani di “alto valore” in mezzo alla folla utilizzando il riconoscimento facciale; la traduzione di testi in codice ovvero la generazione di testo da utilizzare nei vari contesti operativi.

   Ci sono robot in grado di scendere nei tunnel per esplorazione o per ripulire i campi minati.

   Le aree di applicazione in cui l’Intelligenza Artificiale ha avuto più successo sono quelle in cui sono presenti grandi quantità di dati, come Imagenet, Google Translate e la generazione di testo. L’Intelligenza Artificiale è anche molto capace di dare il suo massimo in aree come i sistemi di raccomandazione (che aiutano la persona nelle sue scelte), il rilevamento di anomalie, i sistemi di previsione e i giochi competitivi.

   Un sistema di Intelligenza Artificiale in campo militare potrebbe assistere le forze armate nell’individuazione delle frodi nei suoi servizi di appalto, prevedendo quando i sistemi di armamento saranno compromessi a causa di problemi di manutenzione, o sviluppando strategie vincenti nelle simulazioni di conflitti. Tutte queste applicazioni e altre ancora possono essere moltiplicatori di forza nelle operazioni quotidiane e nei vari teatri bellici presenti e futuri.

   I Paesi più avanzati nell’uso di questi sistemi sono Usa, Russia, Cina, Israele, Corea del Sud e Regno Unito.

   Un esempio attuale: il caso dello scienziato iraniano Fakhrizadeh

   Secondo il vicecomandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica Ali Fadavi, per assassinare lo scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh è stata utilizzata una mitragliatrice a controllo satellitare dotata di Intelligenza Artificiale.

   Lo scorso 27 novembre, Mohsen Fakhrizadeh stava guidando su un’autostrada fuori dalla capitale iraniana Teheran scortato da undici Guardie della Rivoluzione, quando – a debita distanza – una mitragliatrice “intelligente” ha “zoomato” sul suo volto e ha sparato tredici colpi con grande precisione. La mitragliatrice, montata su un pickup Nissan, ha concentrato il fuoco solo sul volto dello scienziato iraniano in modo che sua moglie, nonostante fosse a soli venticinque centimetri di distanza da lui, non venisse colpita. Inoltre, sempre secondo fonti iraniane, il comando era stato impartito via satellite e utilizzando una telecamera avanzata dotata di Intelligenza Artificiale. Inoltre, non è stato trovato nessun soggetto sospetto nei dintorni. In definitiva, solo una guardia del corpo è rimasta ferita intercettando d’istinto i colpi diretti allo scienziato iraniano.[4]

   Dopo l’attacco sono emersi vari resoconti della morte dello scienziato, con il ministero della difesa di Teheran che, inizialmente, affermò che si trattava di uno scontro a fuoco con le guardie del corpo dello scienziato, mentre l’agenzia di stampa Fars sosteneva che lo aveva ucciso una mitragliatrice automatica telecomandata, senza citare alcuna fonte. Ciò che è stato dichiarato dai mass media iraniani è che l’arma è di fabbricazione israeliana. E questa dichiarazione, unito al mancato riscontro da parte di Tel Aviv – e alla dichiarazione di un alto funzionario dell’amministrazione Trump ai media statunitensi che dietro l’operazione ci fosse il Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana –, non fa altro che buttare benzina sul fuoco sul già caldo scenario mediorientale. L’uccisione di Fakhrizadeh e i recenti attacchi ai gruppi sostenuti dall’Iran sono visti da alcuni analisti come un tentativo da parte di Israele di innescare una risposta militare da parte dell’Iran, fornendo un valido casus belli e non lasciando all’amministrazione del presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden alcuna via per rientrare nell’accordo nucleare iraniano, che Trump abbandonò 2018.

   Il  conflitto che ha coinvolto l’Armenia e l’Azerbaigian, per il possesso della regione del Nagorno-Karabakh, ha visto l’utilizzo di droni “intelligenti” da parte dell’esercito di Baku.[5] Mentre i grandi del pianeta si dividono su come “spartirsi” l’influenza sulla regione del Caucaso, gli occhi degli esperti di Intelligenza Artificiale in campo militare sono tutti sull’immenso valore della tecnologia utilizzata, un dato di fatto in quasi tutte le battaglie del XXI secolo. E proprio l’eredità di questo breve conflitto ci insegna che il possesso di armi all’avanguardia può fare la differenza ai nostri giorni.

   Con la fine del conflitto, l’esercito (meglio equipaggiato) dell’Azerbaigian è stato ampiamente considerato il vincitore della “partita”, perché ha riconquistato porzioni chiave del Nagorno-Karabakh e ha costretto le forze armene a ritirarsi da aree strategicamente importanti. Aree che deteneva da un ventennio. Questo risultato è stato possibile solo perché l’Azerbaigian, armato di sistemi aerei senza equipaggio a basso costo e ad alta tecnologia – ossia i droni, acquistati dalla Turchia e da Israele – è stato in grado di accumulare una serie di impressionanti vittorie sul campo di battaglia, riuscendo a distruggere i carri armati e le attrezzature dell’era sovietica in dotazione all’esercito armeno. La proliferazione dei droni azeri si è rivelata una svolta, lasciando l’Armenia – già vincitrice sull’Azerbaigian nel 1994 nella medesima regione contesa – con poche opzioni militari praticabili.

   Questo ha portato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan a fare concessioni elevate che hanno scatenato proteste diffuse in tutto il suo Paese. L’esercito azero ha operato con piccoli gruppi di fanteria mobile dotati di armature leggere e alcuni carri armati moderni israeliani, sostenuti dai droni di fabbricazione turca Bayraktar TB2, da munizioni di fabbricazione israeliana, da artiglieria a lungo raggio e da missili moderni. Inoltre, le informazioni in mano agli azeri sono state fornite da droni di produzione israeliana e turca, che hanno anche fornito al comando militare di Baku un quadro preciso e in tempo reale della situazione del campo di battaglia in costante evoluzione.[6]

   Tuttavia, gli osservatori militari e gli analisti stranieri hanno un profondo timore che guerre condotte con droni telecomandati ed armamenti dotati di Intelligenza Artificiale, possano portare le battaglie ad un livello di efferatezza molto elevata, poiché verrebbe meno la componente umana. Così come si è concordi nel ritenere che una miriade di nazioni medio-piccole possono improvvisamente essere in possesso di veicoli e armi in grado di infliggere perdite significative anche ad un nemico più potente, e con un rischio relativamente basso per sé stessi. Gli analisti hanno anche indicato il recente conflitto tra Armenia e Azerbaigian come un altro esempio di come i carri armati e altri veicoli tradizionali da combattimento a terra non siano più i fattori decisivi sul campo di battaglia. Si pensi che l’Azerbaigian rilasciava regolarmente sui social media filmati di carri armati armeni in fiamme colpiti da droni. Infine, il conflitto ha anche sottolineato la necessità di sistemi difensivi in grado di combattere gli “sciami” di piccoli droni armati e di proteggere i veicoli terrestri e le truppe a terra.

   Tuttavia, dai droni turco-israeliani ai loro sistemi di contrasto il passo è breve. A fine ottobre 2019 si è conclusa un’esercitazione nell’ambito del progetto Prometeo, con l’obiettivo di formare e addestrare gli operatori anti drone dei reparti controaerei dell’Esercito Italiano e di condurre attività di sperimentazione finalizzate allo sviluppo e ricerca di nuovi sistemi, sempre più performanti ed efficaci, per il contrasto a questa minaccia.[7]

   Nell’ambito del progetto sono stati introdotti corsi e attività di sperimentazione che consentiranno il soddisfacimento delle esigenze formative e di professionalità necessarie per poter dotare l’Esercito Italiano di unità controaerei prontamente impiegabili in ogni tipologia di scenario, compreso quello con droni.


[1] http://punto-informatico.it/servizi/ps.asp?i=1236609

[2] https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/intelligenza-artificiale-in-campo-militare-stato-dellarte-scenari-e-ruolo-dellitalia/

[3] https://it.insideover.com/guerra/con-micro-droni-e-intelligenza-artificiale-guerra-fantascienza.html

[4] https://www.ilgiornale.it/news/politica/scienziato-iraniano-ucciso-mitra-telecomandato-1906727.html

https://notizie.tiscali.it/esteri/articoli/media-iraniani-scienziato-ucciso-armi-azionate-satellite/

[5] https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/intelligenza-artificiale-in-campo-militare-stato-dellarte-scenari-e-ruolo-dellitalia/

https://it.topwar.ru/171406-v-nagornom-karabahe-proveli-ispytanija-udarnogo-drona-mestnogo-proizvodstva.html

[6] Drones, use of AI offer taste of 21st century conflict in Armenia-Azerbaijan clash. The Washington Times. https://www.washingtontimes.com/news/2020/nov/15/azerbaijan-uses-drones-ai-beat-back-armenia/b   

[7] https://www.extra-reports.it/2020/11/page/4/

http://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwj11dCR7I_vAhWGCOwKHSfMBa4QFjACegQIBBAD&url=http%3A%2F%2Fwww.esercito.difesa.it%2FRapporto-Esercito%2FDocuments%2FRE20-A3.pdf&usg=AOvVaw0dQDWp01NKbIOKY-LsOHMn