OMICIDI DIFFUSI, COSA CI PUO’ ESSERE DIETRO: FOLLIA DIFFUSA, FEMMINICIDIO O ALTRO?

•agosto 26, 2016 • Lascia un commento

 

   Sarebbe più corretto dire l’uso mediatico dell’omicidio.

Esso è cominciato in maniera sistematica negli anni ’80 e si è accentuato negli anni ’90.

La situazione politica in Italia all’inizio degli anni ’90 era caratterizzata da:

  • Nascita di partitini federati al centro-sud e affermazione della Lega Nord.
  • Inizio di una nuova strategia della tensione che dall’ammissione ufficiale dell’esistenza di Gladio, passa per la conseguente nascita della Falange Armata e dopo il 1994 entra in gioco Unabomber nei territori del nord-est.
  • Elezioni del 1994 che celebrano la vittoria del Centro-destra capeggiata da una nuova figura politica: Silvio Berlusconi.

 

Sempre nello stesso periodo operò quella che fu definita la banda della Uno Bianca. Essa era composta, da poliziotti e si macchiò di omicidi e ferimenti contro obiettivi apparentamene diversi tra loro: carabinieri, tabaccai, cassieri, impiegati, passanti e testimoni; inoltre zingari e immigrati senza neanche il pretesto di finte rapine per pochi spiccioli. Un terrorismo da serial killer.

   Questo terrorismo dei serial killer è funzionale alla strategia del capitale che deve necessariamente colpire disgregare le “arretratezze” della società italiana, che costituiscono un ostacolo al pieno sviluppo capitalistico. In sostanza di uno sviluppo che sia decisionista, capace di stare al passo con la competizione globale.

La società italiana non era preparata a questi cambiamenti radicali che devono avvenire in tempi rapidi, perché l’accentuata concorrenza determinata dalla crisi, non aspetta nessuno, né tollera ritardatari. Occorre dunque colpire le “cattive” abitudini comportamentali: il provincialismo, l’assistenzialismo, la socialità e perfino la famiglia e le tradizioni religiose, quando diventano ostacolo a questa “rivoluzione culturale” del capitale.

E in questo contesto che appare la figura del serial killer (solitario o di gruppo come la Uno Bianca), del mostro. Tanti eventi criminali, spesso di una ferocia, come si trattasse di azioni coordinate fra loro. Li accomuna uno spropositato uso della violenza, spesso la mancanza di un movente plausibile e, soprattutto, l’indignazione popolare che riesce a scatenare.

Il periodo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 (periodo dello stragismo “mafioso” e della Uno Bianca), è una fase molto delicata, del tentativo di transizione da quella, come si diceva prima, che era definita “prima repubblica” (nella realtà era la crisi del sistema democristiano che gestiva il potere dal secondo dopoguerra) al tentativo di creare una “seconda repubblica”.

Questo è stato un periodo di scontri senza esclusione di colpi fra apparati statali e servizi segreti legati alla vecchia classe politica che qui in Italia è attaccata sul fronte giudiziario con Tangentopoli[1] e quegli apparati fortemente legati ai poteri sovranazionali che spingono sul terreno delle “riforme”.

In effetti, questo, è stato favorito dal fatto che a partire degli anni ’50 (dopo il ’57 con la massiccia penetrazione del capitale multinazionale USA e con il contemporaneo sviluppo del nostro capitale nazionale su scala internazionale) si era creato e formato un personale politico imperialistico.

Questa nuova burocrazia efficiente, intercambiabile, non è più selezionata, qualificata dalle vecchie scuole di partito, ma direttamente dai Centri di formazione quadri, dalle Fondazioni, dalle Fabbriche dei cervelli predisposte allo scopo dalle grandi multinazionali.

Condizione imprescindibile della sua funzione è una presenza egemone negli apparati di dominio che compongono lo Stato o che comunque articolano la sua azione e cioè i fondamentali centri del potere: Governo, Banca d’Italia, Confindustria, Mass-media… Suo compito specifico è invece quello di ricercare e rendere operanti le mediazioni più equilibrate, cioè meno contraddittorie, tra gli interessi capitalistici dominanti e quelli particolari dell’area.

Si capisce subito che l’affermarsi della borghesia imperialista e del suo personale non è un processo lineare. Infatti, questa nuova burocrazia è in costante lotta per occupare i punti chiave dello Stato e quand’è il caso, scalzare dalle posizioni strategiche quegli uomini che esprimono interessi conflittuali e cioè propri delle altre frazioni della borghesia.

L’affermazione degli interessi complessivi dell’imperialismo passa dunque per una fase transitoria in cui le varie forze borghesi si scontrano e coesistono, rappresentando un elemento interno della crisi dello Stato. E però, questa crisi, che travaglia lo Stato, le varie forze che si scontrano, ovviamente, cerca di spingere non verso la disgregazione dello Stato, bensì alla sua ristrutturazione.

La strategia del terrore che si è aperta in questo periodo, in una fase caratterizzata dalla sconfitta del Movimento Rivoluzionario (la soluzione politica è partita dalla fine degli anni ’80) e dai processi di ristrutturazione nell’industria che sono anche un attacco all’autonomia proletaria che si era sviluppata nelle grandi fabbriche dalla fine degli anni ’60. Questo stragismo bombarolo è una strategia controrivoluzionaria, tesa a colpire e a terrorizzare innanzitutto le masse popolari, che in questo processo di transizione/crisi del regime democristiano cominciavano a essere in fermento.

Mentre lo stragismo bombarolo si potrebbe definire una strategia controrivoluzionaria classica, quello dei serial killer o dei terminators, si può collocare in una strategia “rivoluzionaria” del Capitale che deve necessariamente colpire e disgregare nel più profondo il conservatorismo e le riluttanze, formali e informali, della società italiana alla modernizzazione capitalistica dopo il crollo del revisionismo nei paesi dell’Est e la contemporanea crisi irreversibile dei modelli socialdemocratici determinata dalla crisi generale riduce constatemene gli spazi riformisti.

Esorcizzato il “pericolo comunista” e messi nell’angolino i movimenti antagonisti resta il problema di disgregare e cancellare tutti quegli elementi di “arretratezza” che costituiscono un ostacolo al pieno sviluppo di un capitalismo efficiente, decisionista, capace di stare al passo con la competizione globale determinata dall’accentuazione della crisi.

Occorre disgregare il “comunitarismo conservatore” come dirà Luttwak (consigliere speciale della casa Bianca e attento osservatore dell’Italia). E’ in questo contesto che appare sempre più evidente la figura del serial killer, del “mostro”.

Menzionare tutti i delitti e serial killer operanti in quel periodo è impossibile: ricordiamo Manolo lo slavo, accusato di aver ucciso in Italia otto volte, girando le campagne del Nord Italia vestito con pantaloni mimetici e anfibi. A difendere Manolo ci sono legali che hanno difeso personaggi del calibro di Tom Arkan, indicato come uomo chiave dei traffici illegali di armi.[2] C’è del sangue a unire Manolo ad Arkan: l’assassinio di Dragon Radsic, il poliziotto ucciso a Belgrado freddato a Belgrado, nel 1996, a 48 ore dopo la conclusione del processo contro di lui. Il poliziotto stava indagando sui traffici di armi e fu lui ad arrestare Manolo dopo la strage dei Pontevico (dove nell’agosto del 1990 fu sterminata la famiglia Viscardi). Guarda caso nessun poliziotto andò al processo contro Manolo.

Dopo che fu arrestato, si “pente”,[3] dice che non ha ammazzato lui la famiglia Viscardi, che l’ha incastrato. Ma soprattutto parla suoi dei rapporti con quelli della Uno Bianca, della “ misteriosa” scarcerazione dal carcere di Rimini, di colossali traffici di droga.

Poi c’è il killer delle pensionate in Puglia, quello dei taxisti in Toscana che usa strangolare le sue vittime con un laccio alla commandos; quello delle prostitute a Modena che vede indagato, un ‘ex parà (guarda caso).

E cosa si può definire il “mostro” Bilancia, con i suoi 17 delitti senza nessuno motivo veramente plausibile (la vendetta, ma poi in seguito se la prende con le prostitute). Sui suoi delitti ci sarebbero parecchie cose da chiarire anche dal punto di vista dei fatti. Poiché Bilancia ha confessato, questo ha esonerato (ma forse si potrebbe dire che potrebbe essere l’alibi) gli inquirenti dal fare indagini più approfondite. Ma in realtà seri dubbi sulle vicende son state sollevate anche dai legali delle vittime (che, in teoria, non avrebbero alcun interesse a dimostrare l’erroneità della tesi dell’accusa).    Dice ancora Bilancia a questo proposito: “La verità la so soltanto io ed emergerà quando lo vorrò”.[4]A nessuno è interessato più di tanto sapere, ad esempio se avessi avuto dei complici, chi mi ha dato l’arma e altro ancora”. “La verità è che non sono sempre stato io ad uccidere”, “Ho l’impressione che nessuno voglia sentire la verità, che si voglia tenere tutto soffocato”.    Vale la pena a questo punto di riportare le conclusioni degli esperti che hanno dovuto fare la perizia psichiatrica su Bilancia: “Forse deludendo le aspettative dei giudici, dobbiamo alla fine della nostra indagine dichiarare che non siamo in grado di rispondere all’interrogativo sul perché egli ha ucciso. Siamo certi solo di un fatto: che nella criminogenesi degli omicidi non è intervenuta alcuna infermità di mente”.

Tanti interrogativi da quell’impulso irresistibile per compiere gli omicidi, nonostante Bilancia non abbia mai sentito prima l’impulso di uccidere. C’è da interrogarsi sul perché sul luogo del delitto risulta che lui talvolta non è solo, com’è dalla dinamica ricostruita dagli inquirenti; perché quando sono realizzati questi omicidi deve comunque esserci qualcun altro (probabilmente più persone) che controlli che tutto vada a buon fine.

L’Avvocato Paolo Franceschetti in un articolo afferma che l’ex parà Fabio Piselli cin una mail gli dice che per indurre una persona media a uccidere, occorre solo “qualche mese”.[5] Che per raggiungere questo scopo si usano le tecniche di manipolazione mentale applicate sui militari, che per fargli perdere la memoria; s’impianta un minuscolo microchip su un dente. Bilancia è un candidato manciuriano?

Le vicende del cosiddetto “Mostro di Firenze” farebbero pensare che Firenze sia stata una sorte di laboratorio. Abbiamo avuto di tutto (depistaggi, interventi dei servizi segreti, morte misteriose).

Pensiamo al caso Narducci. Nel 2002 l’indagine sul mostro si riapre, ma a Perugia. Per capire come e perché si riapre, però dobbiamo fare un passo indietro. Il 13 ottobre del 1985 è trovato nel lago Trasimeno il corpo di un giovane medico perugino, Francesco Narducci. Il caso è archiviato come un suicidio, anche se la moglie non crede a questa versione dei fatti. E sono in molti a non crederlo. Anzi, da subito alcuni giornali ipotizzano un coinvolgimento del Narducci nei fatti di Firenze. Nel 2002 la procura di Perugia, intercettando per caso alcune telefonate, sospetta che il medico Perugino sia stato assassinato e fa riesumare il cadavere. Il cadavere riesumato ha abiti diversi rispetto a quelli indossati dal cadavere nel 1985. Altri, numerosi e gravi indizi, e le testimonianze della gente che quel giorno era presente al ritrovamento, portano a ritenere che il cadavere ripescato allora non fosse quello di Narducci, e che solo in un secondo tempo sia stata riposta la salma del vero Narducci al posto giusto. Indagando sul caso, il PM di Perugia, Mignini, scopre che il giorno del ritrovamento le procedure per la tumulazione furono irregolari; che quel giorno sul molo convogliarono diverse autorità, tutte iscritte alla massoneria, come del resto era iscritto alla massoneria il padre del medico morto. E si scopre che il Narducci era probabilmente coinvolto negli omicidi del mostro di Firenze. Anzi, forse era proprio lui che, in alcune occasioni, asportò le parti di cadavere.

Le indagini portano ad ipotizzare una pluralità di mandanti coinvolti negli omicidi del mostro, che commissionavano questi omicidi per poi utilizzare le parti di cadavere per alcuni riti. In particolare, il Lotti (uno dei cosiddetti “compagni di merende”) confessa che questi omicidi erano pagati da un medico. E con un accertamento sulla finanza di Pacciani saranno trovati capitali per centinaia di milioni, di provenienza assolutamente inspiegabile.    Sono mandati 4 avvisi di garanzia a 4 persone, tra cui il farmacista di San Casciano Calamandrei, un medico e un avvocato, che sarebbero i mandanti dei delitti del mostro di Firenze.

Mentre per occultamento di cadavere, sviamento d’indagini e altri reati minori (che inevitabilmente andranno in prescrizione) sono rinviati a giudizio il padre di Ugo Narducci, e i fratelli di Francesco; il questore di Perugia Francesco Trio, il colonnello dei carabinieri Di Carlo, l’ispettore Napoleoni, l’avvocato Fabio Dean e molti altri, quasi tutti iscritti alla stessa loggia massonica, la Bellucci di Perugia, e alcuni di essi, compreso il padre di Narducci, collegati addirittura alla P2. Appartengono alla P2 Narducci, il questore Trio, mentre l’avvocato Fabio Dean è il figlio dell’avvocato Dean, uno dei legali di Gelli. Una bella compagnia non c’è che dire.[6]

In questa vicenda sono presenti ancora una volta i servizi segreti e i loro depistaggi, e tutte le mosse tipiche che sono attuate quando occorre depistare. In pratica l’indagine conosce una prima fase, che arriva fino al processo di appello di Pacciani, in cui essa scorre senza problematiche particolari, tranne ovviamente quella tipica di ogni indagine, e cioè l’individuazione dei colpevoli. Ma appena si apre la pista dei mandanti si scatena un vero inferno. Anzitutto lo screditamento degli inquirenti, che vengono derisi, sminuiti; vengono continuamente sottolineati gli errori fatti da costoro (come se fosse semplice condurre un indagine del genere senza commetterne); la procura fiorentina viene spesso presentata dai giornali come una procura che vuole a tutti i costi incastrare degli innocenti; Giuttari viene presentato come uno che vuole farsi pubblicità; un pazzo che crede alla folle pista satanista; quando il commissario è vicino alla verità lo si isola, oppure si cerca di trasferirlo con una meritata promozione (che però metterebbe in crisi tutta l’inchiesta).

Più volte giornali e televisioni annunceranno scoop fantastici tesi a demolire il lavoro di anni della procura di Firenze, e di Perugia. Alcuni giornalisti che ipotizzano il collegamento massoneria – delitti del mostro – sette sataniche sono querelati, anche se le querele saranno poi ritirate. Sono fatte indagini parallele e non ufficiali di cui non sono informati gli inquirenti. Il PM Mignini scopre che dopo l’ultimo delitto del mostro, la polizia di Perugia aveva indagato su Narducci e sul mostro, e ciò risulta dai prospetti di lavoro, datati 10 settembre 1985. Ma di queste indagini non viene avvisata la procura di Firenze.

Ma in compenso anche i carabinieri, per non essere da meno, fanno le loro indagini parallele di cui non informano gli inquirenti.

Infine, ci sono gli immancabili depistaggi dei servizi segreti. Il Sisde aveva già dai tempi del terzo delitto preparato un dossier che ipotizzava che non fosse coinvolto un solo serial Killer, ma i componenti di una setta che agivano in gruppo, e ciò appariva evidente da alcuni particolari della scena del delitto. Ma questo dossier – che porta la data del 1980 – non viene mai consegnato agli inquirenti di Firenze. Il dossier era firmato da Francesco Bruno, consulente del Sisde. In totale, sono tre gli studi commissionati dal Sisde che si persero misteriosamente per strada e non arrivarono mai sulle scrivanie degli inquirenti fiorentini. Guarda caso proprio quei dossier che ricostruivano la pista dei mandanti plurimi e delle messe nere. Ma qualche anno dopo Francesco Bruno, intervistato, sosterrà che a suo parere il serial Killer è un mostro isolato, ancora in libertà!    Ci sono poi le solite morti sospette tipiche di tutte le grosse vicende giudiziarie italiane. Una vera strage, in realtà. O meglio, una strage nella strage. La prima morte sospetta è quella del medico Perugino trovato morto nel lago Trasimeno. Poi la morte di Pacciani per la quale la procura di Firenze apre un fascicolo per omicidio. E poi la solita mattanza di testimoni. Elisabetta Ciabiani, una ragazza di venti anni che aveva lavorato nell’albergo dove Narducci e la sua loggia massonica si riunivano e che aveva rivelato al suo psicologo, Maurizio Antonello (fondatore dell’Associazione per la ricerca e l’informazione delle sette) il nome di alcuni mandanti del mostro e aveva rivelato il coinvolgimento di una setta dal nome Rosa Rossa nei delitti: Elisabetta sarà trovata uccisa a colpi di coltello, compresa una coltellata al pube, ma il caso fu archiviato come suicidio. Mentre lo psicologo Maurizio Antonello sarà trovato “suicidato”, impiccato al parapetto della sua casa di campagna.

Una vera falcidia, sembra che ci sia una sorta di maledizione sulle persone che in qualsiasi modo hanno avuto a che fare la vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze”. Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, l’amante di Pacciani, viene trovato impiccato, ma con i piedi che toccano per terra; uno degli innumerevoli casi di suicidi in ginocchio, la polizia archivia il caso come suicidio. Francesco Vinci e Angelo Vargiu, sospettati di essere tra i compagni di merende di Pacciani trovati morti carbonizzati nell’auto.

Anna Milva Mattei, anche lei bruciata in auto. Claudio Pitocchi, morto per un incidente di moto, che sbanda ed esce di strada all’improvviso, senza cause apparenti. Anche questa è una modalità che troviamo in tutte le vicende italiane in cui sono coinvolti servizi segreti e massoneria. Milva Malatesta e suo figlio Mirko, anche loro trovati carbonizzati nell’auto; una fine curiosamente simile a quella che volevano far fare al perito del Moby Prince , l’ex parà Fabio Pisoni. La stessa tecnica. Così come la tecnica dei suicidi in ginocchio è identica a quella dei morti di Ustica e di tutte le altre stragi che hanno insanguinato l’Italia. Tecniche identiche, che fanno ipotizzare una firma unica: quella dei servizi segreti. Rolf Reineke, che aveva visto una delle coppiette uccise poche ore prima della loro morte, che muore d’infarto nell’1983. Domenico, un fruttivendolo di Prato che scompare nel nulla nell’agosto del 1994 e fu considerato un caso di lupara bianca.

E poi ce ne sono tanti altri. C’è il caso di tre prostitute, una suicidatasi, e due accoltellate, che avevano avuto rapporti a vario titolo con i compagni di merende, e chissà quanti altri di cui si non si saprà mai nulla. Un discorso a parte va fatto per Luciano Petrini. Consulente informatico, nel 1996 avvicinò una persona (anche lei testimone al processo) Gabriella Pasquali Carlizzi, comunicandogli alcune informazioni sul mostro e mostrando di sapere molto su questa vicenda; ma il 9 maggio fu ucciso nel suo bagno, colpito ripetutamente con una porta asciugamani cui tolsero la guarnizione per renderla più tagliente. Nella casa non compaiono segni di scasso o effrazione. Conclusioni: omicidio gay. Nessuno prende in considerazione altre piste. Nessuno prende in considerazione – soprattutto – l’ipotesi più evidente: Petrini aveva svolto consulenza nel caso Ustica, sul suicidio del colonnello dell’aereonautica Mario Ferraro, quel Mario Ferraro che fu trovato impiccato al portasciugamani del bagno. Ma il fatto che sia stato ucciso – guarda caso – proprio con un portasciugamani, non induce a sospettare di nulla. Omicidio gay!

Vediamo in maniera sintetica il fenomeno storico dei serial killer in Italia.

  • Prima del 1975 6 serial killer 30 vittime.
  • Prima del 1995 33 serial killer 143 vittime
  • 1995 – 2000 11 serial killer 67 vittime.

Totale 47 serial killer 240 vittime.

A costoro vanno aggiunti almeno 9 serial killer agenti in gruppo che anno totalizzato (ufficialmente) 32 vittime.

Progressione di frequenza

 

1975-1989 8 serial killer

1981-1985 8 s.k.

1986-1990 4 s.k.

1991-1995 12 s.k.

1996-2000 11 s.k.

 

 

Serial killer agenti in gruppo

 

  • 1987/94 Banda della Uno Bianca – Emilia Romagna
  • 1988/90 Gruppo di Manolo lo slavo -. Veneto

 

Ripeto questi sono solo dati parziali, quello che è interessante è vedere il crescere di questo fenomeno, a partire dalla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Ci sono delitti che apparentemente sono diversi, ma hanno molto in comune. Prendiamo come esempio le vicende di Cogne e quella di Omar ed Erika. Che cosa hanno in comune? Molto: innanzitutto l’apparizione del reparto dei RIS con le loro investigazioni “scientifiche” (prova del DNA ecc.); poi ci sono i genitori che ammazzano i figli e figli che ammazzano i genitori nella maniera più sanguinaria e feroce. Tutto questo non in una grande metropoli, dove farebbe meno clamore, ma nella provincia italiana, nella piccola comunità montana dove tutto è sempre più tranquillo e non succede mai niente di eclatante. L’immaginario collettivo è colpito e turbato profondamente. Poi i macellai dell’informazione renderanno tutto questo più macabro: il messaggio che viene fuori è che non si può essere sicuri neanche fra le mura domestiche con la propria famiglia. L’effetto è equivalente a quello di una strage in una stazione ferroviaria a ferragosto o durante le vacanze di Natale.

Del resto non è forse accertato che quello che definito “mostro di Rostov” in Russia negli anni’80 settori del KGB stavano preparando la transizione a un’aperta e completa restaurazione del capitalismo, e questo necessitava lo scardinamento dei principi socialisti che erano ancora riconosciuti quali quelli che garantivano sicurezza e protezione assoluta ai bambini, Occorreva qualcosa di forte, di traumatico per preparare i russi a quello che sarebbe venuto più tardi, qualcosa che non si era mai visto prima: un “mostro” con la tessera del PCUS che divorava le bambine.

In sostanza lo scopo è sempre lo stesso: condizionare e manipolare costantemente la cosiddetta “opinione pubblica” attraverso crimini particolarmente efferati.

Se guardiamo quello che è successo in Italia dagli anni ’90 ci si renderà conto dei cambiamenti radicali avvenuti in un periodo relativamente breve (rispetto ai 45 precedenti).

Il terrorismo di Stato, nelle sue varie forme ed espressioni, accompagna e guida questi cambiamenti.

 

IL CASO YARA COME ESEMPIO DI OMICIDIO MEDIATICO

 

L’adolescente Yara Gambirasio scompare il venerdì 26 novembre 2010. Alle 18.10 lascia da sola il Centro Sportivo di Brembate di Sopra (BG) dove si allena in ginnastica ritmica. La sua casa dista a 700 metri, la ragazza non vi arriva, poiché le sue tracce si perdono poco dopo. Alle 18.47 il suo cellulare è agganciato dalla cella di Mapello, a tre chilometri da Brembate, dopodiché il segnale scompare.

Il corpo di Yara è ritrovato tre medi dopo, il 26 febbraio 2011, da un aereomodellista in un campo aperto a Chignolo d’Isola, distante dieci chilometri circa da Brembate di Sopra in direzione sud-ovest.

Si comincia a ipotizzare un possibile coinvolgimento della criminalità organizzata.[7]

Il 16 giugno 2014 è arrestato massimo Giuseppe Bossetti, un muratore di 44 anni.[8]

Il 1° luglio 2016 Massimo Bossetti è condannato all’ergastolo per l’assassinio di Yara. Alla fine risulta innocente, anzi c’è di peggio, le prove sono state inquinate, indagini che definire disinvolte è fare un complimento agli smemorati, D.N.A. falsificato. Il tutto per incastrare una persona, la cui unica colpa, è di essere un proletario, perciò di essere un caprio espiatorio ideale.

In questo frangente non si è voluto tenere conto di una lettera anonima pervenuta nel gennaio 2011, quando una persona che si firmava “un pregiudicato inviò ad alcune redazioni giornalistiche e al comando provinciale dei carabinieri di Bergamo due missive.[9] Nella prima spiegava come trovare il cadavere di Yara Gambirasio, mettendo in relazione il possibile assassinio con il delitto del militare Pietro Cameda,[10] affermando che fosse la stessa persona coinvolta in entrambi gli omicidi e nella seconda dichiarava d’essere al corrente di informazioni relative sempre al caso Cameda utili alla definitiva risoluzione del giallo e alla condanna degli ufficiali coinvolti.

   In sostanza in queste lettere si afferma che questi omicidi sono nati negli stessi ambienti, cioè quelli militari, dando anche il nome del potenziale criminale chiamandolo “il diavolo”, perché nel giro aveva questa reputazione maligna.[11]

A rigore di logica, una notizia del genere, avrebbe dovuto scatenare talk-show e discussioni infinite e quindi considerare questo fatto delittuoso come un omicidio premeditato e condotto molto probabilmente da più persone poiché protette. Invece niente, queste lettere sono state rimosse anche dai criminologi che magari studiano le sette sataniche, i servizi segreti, gli omicidi rituali…

Tutti a dare la caccia all’orco che è tra noi, tutti a invocare pene forti per punire il male, inizialmente nello straniero (accontentiamo così la xenofobia imperante), poi del pazzo di turno (che magari è un marginale) e domani ci s’inventerà qualcos’altro.

Quello viene fatto passare in pasto per il vasto pubblico, è l’esistenza di un serial killer intelligente che, avrebbe studiato ogni passo della povera Yara, si sarebbe appostato, l’avrebbe presa, uccisa da solo, nascosto il cadavere prima in un posto, poi passati tutti i controlli, dove avrebbe portato il cadavere d yara in spalla proprio gli occhi dei riflettori a 100 metri della delle ricerche ed a 300 metri dalla protezione civile, sdraiandolo sul terreno senza paura di essere visto dal quel centinaio di fotografi e quel migliaio di operatori del disordine, senza considerare la gente del posto e le coppiette che si appartavano nelle vicinanze.

Cadavere che presenta 6 coltellate ed una firma grande come una casa, una X incisa sulla schema di Yara.

E alla fine, si potrebbe dire la beffa, finale. Il cadavere viene ritrovato nei pressi del capannone della ditta ROSA & C., che si potrebbe interpretare come un messaggio del tipo “noi siamo talmente forti e potenti che vi possiamo strappare i figli quando e come vogliamo e ve lo diciamo pure, oggi ve lo diciamo sfacciatamente, in maniera sempre più velata e smaccata”.

Quello che avviene nella realtà è una vistosa accettazione del sistema occulto, del plagio emozionale che scatta quando c’è da distrarre la cosidetta opinione pubblica.

Ma cosa è l’opinione pubblica?. Walter Lippmann[12] nel 1922 la definì nel seguente modo: “Le immagini che gli esseri umani hanno nella testa, le immagini di se stessi, degli altri, dei propri scopi e obiettivi, delle proprie relazioni, rappresentano le loro opinioni pubbliche. Queste immagini, quando vengono gestite da gruppi di persone o da persone che agiscono in nome di gruppi, diventano Opinione Pubblica, con le iniziali maiuscole”.[13]

 

Lippmann, che fu il primo a tradurre in inglese le opere di Sigmund Freud, sarebbe divenuto uno dei più influenti commentatori politici. Aveva trascorso gli anni della prima guerra mondiale al Quartier Generale di Propaganda e Guerra Psicologica di Wellington House, fuori Londra, in un gruppo di cui faceva parte anche il nipote di Freud, Eduard Bernays.[14] Il libro di Lippmann, L’Opinione Pubblica, pubblicato un anno dopo l’uscita de La psicologia di massa di Freud, che trattava temi simili. E’ tramite i media, scrive Lippmann, che la maggior parte delle persone elabora quelle “immagini nella testa”, il che garantisce ai media “un potere spaventoso”.

 

Il Tavistock Center creato subito dopo la prima guerra mondiale sotto il patronato del Duca George di Kent (1902-42), diretta da John Rawlings Rees, si mise a studiare gli effetti della psicosi bellica e la sua capacità di produrre il collasso della personalità individuale. Dal loro lavoro emerse una tesi terribile: grazie all’uso del terrore, l’uomo può essere ridotto a uno stato infantile e sottomesso, in cui le sue capacità di ragionamento sono annebbiate e in cui il suo responso emotivo a vari stimoli e situazioni diventa prevedibile o, nei termini usati dal Tavistock, “sagomabile”. Controllando i livelli di ansietà è possibile produrre una condizione similare in ampi gruppi di persone, il cui comportamento potrà così essere controllato e manipolato dalle forze oligarchiche per cui il Tavistock lavorava.[15]

Essendo i mass media essere in grado di raggiungere grandi quantità di persone con messaggi programmati o controllati, tutto ciò rappresenta la chiave per la creazione di “ambienti controllati” per il lavaggio del cervello. Come mostravano le ricerche del Tavistock, la cosa importante era che le vittime del lavaggio del cervello di massa non si rendessero conto di trovarsi in un ambiente controllato; pertanto doveva esserci un ampio numero di fonti d’informazione, i cui messaggi dovevano essere leggermente diversi, così da mascherare la sensazione di un controllo dall’esterno. Quando possibile, i messaggi dovevano essere offerti e rinforzati attraverso l’”intrattenimento”, che avrebbe potuto essere consumato senza apparente coercizione, in modo da dare alla vittima l’impressione di stare scegliendo di propria volontà tra diverse opzioni e programmi.

Nel suo libro, Lippmann osserva che la gente è più che disposta a ridurre problemi complessi in formule semplicistiche e a formare la propria opinione secondo ciò che credono che gli altri intorno a loro credano; la verità non ha nulla a che fare con le loro considerazioni. L’apparenza di notizia fornita dai media conferisce un’aura di realtà a queste favole: se non fossero reali, allora perché mai sarebbero state riportate? Pensa l’individuo medio secondo Lippmann. Le persone la cui fama viene costruita dai media, come le star del cinema, possono diventare “opinion leaders”, con il potere di influire sull’opinione pubblica quanto le personalità politiche.

 

Se la gente pensasse troppo a questo procedimento, il giocattolo potrebbe rompersi; ma Lippmann scrive: “La massa di individui completamente illetterati, dalla mente debole, rozzamente nevrotici, sottosviluppati e frustrati è assai considerevole; molto più considerevole, vi è ragione di ritenere, di quanto generalmente si creda. Così viene fatto circolare un vasto richiamo al popolo tra persone che, sul piano mentale, sono bambini o selvaggi, le cui vite sono un pantano di menomazioni, persone la cui vitalità è esaurita, gente ammutolita e gente la cui esperienza non ha mai contemplato alcun elemento del problema in discussione”. [16]

Nell’affermare di scorgere una progressione verso forme mediatiche che riducono sempre più lo spazio di pensiero, Lippmann si meraviglia del potere che la nascente industria di Hollywood manifesta nel forgiare la pubblica opinione. Le parole, o anche un’immagine statica, richiedono che la persona compia uno sforzo per crearsi un’”immagine mentale”. Ma con un film: “Tutto il processo di osservare, descrivere, riportare e poi immaginare è già stato compiuto per voi. Senza compiere una fatica maggiore di quella necessaria per restare svegli, il risultato di cui la vostra immaginazione è alla continua ricerca vi viene srotolato sullo schermo”. E’ significativo che come esempio del potere del cinema egli utilizzi il film propagandistico Nascita di una nazione, girato da D. W. Griffith a favore del Ku Klux Klan; nessun americano, scrive Lippmann, potrà mai più sentir nominare il Ku Klux Klan “senza vedere quei cavalieri bianchi”. L’opinione popolare, osserva Lippmann, è determinata in ultima analisi dai desideri e dalle aspirazioni di una “elìte sociale”. Questa elìte, egli afferma, è: “Un ambiente sociale potente, socialmente elevato, di successo, ricco, urbano, che ha natura internazionale, è diffuso in tutto l’emisfero occidentale e, per molti versi, ha il proprio centro a Londra. Conta fra i propri membri le persone più influenti del mondo e racchiude in sé gli ambienti diplomatici, quelli dell’alta finanza, i livelli più alti dell’esercito e della marina, alcuni principi della Chiesa, i proprietari dei grandi giornali, le loro mogli, madri e figlie che detengono lo scettro dell’invito. E’ allo stesso tempo un grande circolo di discussione e un vero e proprio ambiente sociale”. Con un atteggiamento tipicamente elitario, Lippmann conclude che il coordinamento dell’opinione pubblica manca di precisione. Se si vuole raggiungere l’obiettivo di una “Grande Società” in un mondo unitario, allora “la pubblica opinione deve essere creata per la stampa, non dalla stampa”. Non è sufficiente affidarsi ai capricci di “un ambiente sociale superiore” per manipolare le “immagini nella testa delle persone”; questo lavoro “può essere gestito solo da una classe di individui specializzati” che operi attraverso “centrali d’intelligence”.[17]

 

Mentre Lippmann scriveva il suo libro, la radio, è il primo mass media tecnologico a entrare nelle case, stava assumendo sempre maggior rilievo. A differenza dei film, che erano visti nei cinema da grandi gruppi di persone, la radio offriva un’esperienza individualizzata all’interno della propria casa, avente per fulcro la famiglia. Nel 1937, su 32 milioni di famiglie americane, 27,5 milioni possedevano un apparecchio radiofonico, più di quante possedessero un’automobile, il telefono o perfino l’elettricità.

In quello stesso anno la Rockefeller Foundation finanziò un progetto per studiare gli effetti che la radio produceva sulla popolazione. [18] A essere reclutati per quello che sarà poi conosciuto come Radio Research Project, con quartier generale all’Università di Princeton, a lavorare su questo studio ci furono delle personalità come Hadley Cantril e Gordon Allport, che diventeranno elementi chiave delle operazioni del Tavistock americano. A capo del progetto c’era Paul Lazerfeld; i suoi assistenti alla direzione erano Cantril e Allport, con Frank Stanton, che sarebbe poi diventato capo del settore informazione della CBS, e più tardi il suo presidente, e capo del consiglio di amministrazione della RAND Corporation. Il progetto fu preceduto da un lavoro teoretico realizzato in precedenza studiando la psicosi e la propaganda di guerra, e dal lavoro di Walter Benjamin e Theodor Adorno, della Scuola di Francoforte. Questo lavoro preliminare era incentrato sulla tesi che i mass media potessero essere usati per indurre stati mentali regressivi, atomizzare gli individui e generare un incremento dell’instabilità. Queste condizioni mentali indotte furono poi definite dal Tavistock col termine di stati “brainwashed”, e il processo d’induzione che a essi conduceva fu chiamato “brainwashing”, cioè “lavaggio del cervello”.

Nel 1938, quando era a capo della sezione “musica” del Radio Research Project”, Adorno scrisse che gli ascoltatori di programmi musicali radiofonici: “fluttuano tra l’oblio completo e improvvisi tuffi nella coscienza. Ascoltano in modo atomizzato e dissociano ciò che sentono… Non sono bambini, ma sono infantili; il loro stato primitivo non è quello di chi non è sviluppato, ma quello di chi ha subìto un ritardo mentale provocato da un’azione violenta”. Le scoperte del Radio Research Project, pubblicate nel 1939, confermarono la tesi di Adorno sul “ritardo mentale indotto” e servirono da manuale per i programmi di lavaggio del cervello. Studiando i drammi radiofonici a puntate, comunemente noti come “soap opera” (poiché molti di essi erano sponsorizzati da ditte produttrici di sapone), Herta Hertzog scoprì che la loro popolarità non poteva essere attribuita a nessuna caratteristica socio-economica degli ascoltatori, ma piuttosto al format seriale in sé, che induceva ad un ascolto abitudinario. La forza che la serializzazione possiede nel produrre il lavaggio del cervello è stata riconosciuta dai programmatori del cinema e della TV; ancora oggi le “soap” pomeridiane sono quelle che generano maggiore assuefazione televisiva, con il 70% delle donne americane sopra i 18 anni che guardano ogni giorno almeno due di questi programmi.

Un’altra indagine del Radio Research Project si occupò degli effetti prodotti nel 1938 dalla lettura radiofonica de La guerra dei mondi di H. G. Wells da parte di Orson Welles, in cui si simulava un’invasione marziana. Il 25% degli ascoltatori del programma, che era stato presentato come se si trattasse di un notiziario, credette davvero che fosse in corso un’invasione, generando il panico nazionale; e questo nonostante i chiari e ripetuti avvertimenti che si trattava di un programma di fiction. I ricercatori del Radio Project scoprirono che molte persone non avevano creduto all’invasione marziana, ma avevano pensato che fosse in corso un’invasione da parte della Germania. Questo, come i ricercatori riferirono, dipendeva dal fatto che il programma era stato presentato nel format del “notiziario”, che in precedenza era stato utilizzato per fornire il resoconto della crisi bellica che si prospettava a seguito della Conferenza di Monaco. Gli ascoltatori avevano reagito al format, non al contenuto del programma.

I ricercatori dimostrarono così che la radio aveva già condizionato a tal punto le menti dei suoi ascoltatori, le aveva rese così frammentate e irriflessive, che nella ripetizione del format stava la chiave della popolarità.

Torniamo al caso di Yara, prima dell’arresto di Bossetti, le interpretazioni di chi possa essere stata la causa dell’omicidio spaziavano: dal predatore sessuale fino alla setta.

Proviamo a prendere sul serio la pista esoterica.

Tra le tante stranezze di questo caso, si è scoperto un piccolo tema che sarebbe stato composto ufficialmente da una ragazzina sarda e pubblicato nella sezione Scuola di Repubblica.it. L’utente si firma (guardacaso) Rosarossa e, il 10 dicembre 2010, parlando in maniera molto ambigua, era piena di riferimenti numerici e corredato da un avvertimento finale che a una lettura più attenta risulta inquietante, del rapimento di Yara.[19] In seguito si viene che la provetta scrittrice si è cimentata spesso nella redazione di brevi articoli, tre di questi furono pubblicati nei tre giorni precedenti alla scoperta del cadavere di Yara.

A pensare un delitto di matrice esoterica c’è il fatto, come si diceva prima, della X sulla schiena della giovane, poiché si potrebbe pensare che esso sia un simbolo, e perciò può essere plausibile la tesi che questo delitto sia da collegare a riti esoterici o a qualche setta satanica.

Se si considera sul serio questa ipotesi, si noterebbe che tutto è legato. Prendiamo il giorno della scomparsa, il 26 novembre, e quello del ritrovamento, 26 febbraio, a tre mesi di distanza. Come se tutto fosse già stato stabilito, deciso a tavolino.

Per la Cabala il numero 26 è quello degli ambiziosi, del successo, delle scalate sociali, dei raccomandati, degli inventori, dei grandi oratori.

È anche il simbolo del fieno e dell’acqua che scorre.

Ma il 26 è anche il giorno del mese che segna tragicamente il destino di due minorenni le quali, loro malgrado, sono al centro medianico della cronaca italiana esattamente da sei mesi: Sarah Scazzi e Yara Gambirasio.

Il 26 agosto 2010 scompare ad Avetrana (Taranto) la quindicenne Sarah, il cui corpo sarà ritrovato il 7 ottobre successivo in un pozzo. Esattamente tre mesi dopo, mentre Yara è scomparsa il 26 novembre e come si diceva prima viene ritrovato il corpo il 26 febbraio. Il corpo di Yara viene ritrovata tre mesi dopo. Sciogliendo il numero 26 – sempre seconda la Cabala – il 2 rappresenta la perenne lotta tra il bene e il male mentre il 6 simboleggia la trasgressione e viene definito un “numero non perfetto” (mentre il “numero perfetto” è il 7). Se poi ripetiamo tre volte il numero 6 viene 666 il numero del diavolo.

Sarà un caso, Eddy Castillo, un ragazzo di 26 anni originario della Repubblica Dominicana che da tempo abitava ad Almenno San Bartolomeo con i fratelli e i genitori, fu trovato morto a Chignolo d’Isola, proprio nello stesso comune dove fu trovato il corpo di Yara.

Il corpo di Yara, come si diceva prima fu trovato vicino alla ditta Rosa & C., una S.p.A. che produce laminati industriali, con diversi capannoni sia ad uso industriale che d’ufficio, si estende per un front di oltre 100 metri e termina proprio alla fine della strada asfaltata oltre la quale comincia il campo incolto, di cui è proprietaria.

Attraverso l’ingresso carraio della ditta, è entrata una pattuglia per i rilievi scientifici. Risulta che i responsabili della sicurezza dell’azienda erano corsi sul per fornire agli investigatori le immagini delle telecamere di videosorveglianza, che sono state acquisite.

Ora se è vero che potrebbero essere omicidi rituali, ossia creati per scopi e fini occulti di stampo esoterico, bisogna tener conto, dal mio punto di vista, che il medium esoterico è sempre esistito, ma solo come mezzo per realizzare ulteriori progetti, necessari per stabilizzare il sistema.

Il rito finale, quello reale, potrebbe consistere nel controllo militare della società “in tempo di pace”, un controllo che avviene dentro il quadro di un sistema politico che si autodefinisce democratico (borghese ovviamente), dove la creazione di una tensione continua sostituisce i golpe militari stile repubblica delle banane, in una prospettiva di quello che si potrebbe definire un “golpe perpetuo”.

Per capire meglio questo discorso bisogna partire dal fatto che l’apparato militare fascista trasmigrò nella neonata repubblica italiana, questo riciclo non riguardò solamente i militari, ma anche tra i magistrati, l’alta burocrazia, le forze di polizia ecc., tutto questo significa che a comandare in Italia rimasero le stesse forze reazionarie che l’hanno sempre governata.

La DC e gli americani si assunsero così la responsabilità di tenere in vita il fascismo, che non morì dunque nel 1945 e lo si ritrova tuttora, ha cambiato solamente l’abito ma non certo la sostanza.

Tornando al discorso degli omicidi, soffermiamoci a riflettere sul loro uso mediatico.

Il compito della veicolazione mediatica, è quello di plagiare le persone e indirizzare la massa verso un certo tipo di valori e di cultura, compito della pubblicità degli omicidi rituali è quello di plagiare e impostare determinati valori basati sulla paura dell’uomo nero, del diverso e sulla richiesta di un potere forte.

La paura della strega, dell’uomo nero, come nel medioevo, serviva per creare quello che da un punto di vista esoterico viene definito eggregora.

Per eggregora si deve intendere a un’entità incorporea, creata attraverso particolari metodi di meditazione, in grado di influenzare il pensiero il pensiero di un gruppo di persone.

Secondo alcuni filoni esoterici, le egregore possono essere create anche inconsapevolmente da un pensiero ossessivo (e in questo caso si parla di forma pensiero) e possono nuocere alla persona di cui sono parassite, sottraendole energia vitale.

L’eggregora può essere creata intenzionalmente, con lo scopo di dirigere energie spirituali, scaturite durante rigidissime ed arcane operazioni rituali.

L’impiego moderno di eggregora è assegnato a Eliphas Levi,[20] che attribuisce alla parola latina di grex (gregge) per cui starebbe a indicare una sorta di psichismo collettivo. Tale significato è ripreso da J. Boucher[21] in Simbologia Massonica definisce l’eggregora un’entità, un essere collettivo sorto da un’assemblea. Ogni Loggia massonica ha la sua eggregora; ogni Obbedienza possiede il suo e la riunione di tutti questi eggregori forma il grande Eggregoro Massonico.

Per formare questo eggregore è importante, dunque, che ci siano delle persone che mantengono delle relazioni tra loro e che usano riunirsi per discutere argomenti di interesse condiviso dal gruppo.

Che questo gruppo si incontri con regolarità per il raggiungimento di un obiettivo comune, e che si sviluppi uno spirito di gruppo per la somma dei pensieri, degli ideali e dei sentimenti dei suoi singoli elementi.

Se tale insieme di persone, oltre ad incontrarsi in modo organizzato, si riunisce secondo una certa ritualità, allora lo spirito del gruppo che si è formato acquisisce anche l’energia psichica derivante dalla comunione di intenti dei partecipanti. Ogni componente, apportando energia psichica attraverso i propri pensieri ed ideali, interagisce con lo spirito di gruppo in modo tale da stimolare ulteriormente gli altri componenti che si trovano in sintonia e demotivare, invece, coloro che partecipano passivamente o non condividono perfettamente l’intento comune.

In tal modo, l’inserimento di ogni nuovo membro produce ulteriore energia psichica positiva se il suo modo di pensare e sentire è in sintonia con lo spirito di gruppo. Diversamente chi partecipa al gruppo senza condividerne lo spirito, dovrà forzare il proprio allontanandosi così dalla realizzazione che se ne distacca e che è ben più della somma matematica delle energie spirituali dei singoli partecipanti.

Assume notevole importanza a livello energetica, quindi, il fatto che siano chiamati a parte del gruppo coloro che, consapevolmente, ne condividano lo spirito onde evitare il coinvolgimento di chi finirà per allontanarsi deluso o di chi, addirittura, vi partecipi in modo passivo o negativo.

Quando Hitler indicò negli ebrei il male assoluto, lo fece per creare un egregora che avrebbe dovuto essere una sorta di totem astratto che avrebbe dovuto controllare la psiche del popolo. Che fece Hitler? Riunì le istanze proiettive del popolo tedesco facendosi carico delle sue paure, ergo della sua della aggressività, per indirizzarla verso un obiettivo preciso.

La richiesta di un potere forte passa prima attraverso la paura di un nemico, che può essere, come si diceva prima, lo straniero dal diverso, e una volta instaurata ed instillata questa fobia, si passa alla seconda fase che si potrebbe definire di natura sacerdotale della creazione di un legame che si instaura attraverso una fede, un culto qualsiasi esso sia, teniamo conto che anche la Chiesa Cattolica ha operato così .

L’omicidio rituale è ideato da situazione di elie, sarebbe meglio dire nelle sue componenti più segrete, esso opera per bilanciare e stabilizzare il sistema e non certamente per contrapporsi a esso. Tutto ciò funziona bene a livello psicologico poiché va a incidere attraverso gli archetipi comuni agli esseri umani.

Questi crimini creati ad hoc, o meglio la loro veicolazione mediatica servono a questo scopo.

Basta rendersene conto e notare le reazioni legittime delle madri in tuta Italia, si possono sentire discorsi del tipo “non bisogna più uscire, meglio stare davanti alla tv, fuori è troppo pericoloso, abbiamo tutti paura”. In sostanza la veicolazione mediatica di questi crimini, serve ad alimentare quella che si potrebbe definire la nostra sfera magica, quella che in sostanza riattiva i nostri demoni collettivi e personali.

Si potrebbe dire che è proprio questo il vero rito satanico e non quello dell’omicidio sacrificale.

   L’ipocrisia della nostra società rimuove il fatto che muoiono più persone sui posti di lavoro che in questi omicidi rituali veicolati dai media, ma le morti sui posti non incidono sulla nostra sfera magica, quelli rituali, anche se la stragrande parte delle persone non li ritiene tali, invece sì, a livello subconscio incidono e come.

Spesso si parla che dietro a questi omicidi ci siano gruppi organizzati e proto-sette come la fantomatica Rosa Rossa, certo c’ da pensare che se tutti ne parlano significa che “qualcosa c’è sotto”.

Certo, orami se ne parla palesamente sul web, sui libri, su alcuni testate giornalistiche, qualche volta anche in tv. Personalmente ritengo che forse le motivazioni di questi omicidi più che sataniche, esoteriche o religiose siano più politiche. Il rito ha nella realtà la funzione di attuare determinate strategie di controllo e consolidamento del sistema, quello di mettere in atto un controllo mentale e spirituale.

In sostanza, gli omicidi rituali più che a un sacrificio a belzebù o ad altra entità spirituale, hanno una valenza di plagio emozionale.

Ora se la massa viene, ha sapere che sono stati commessi degli omicidi da parte di un’organizzazione occulta o almeno ne percepisce la valenza simbolica a livello inconscio, il potere potrà far credere che le motivazioni siano di stampo religioso e non certamente quelle di un controllo sempre maggiore della popolazione.

Rispetto a questo discorso si potrebbe affermare:

  • Per la massa, il colpevole è lo straniero, il pazzo o comunque un diverso.
  • Per quelli più informati, i colpevoli sono sette esoteriche che si muovono attraverso pratiche magiche ed esoteriche.
  • Solo pochi possono percepire che dietro di essi ci sia un livello occulto, che dietro questi omicidi ci sono servizi segreti.

 

 

 

INFILTRAZIONE, MANIPOLAZIONE AL SERVIZIO DI UNA SCALATA CRIMINALE AI GANGLI DELLO STATO MEDIANTE L’EVERSIONE NON CONVENZIONALE

 

Affermare che nell’ambito del Progetto Monarch sia sia trovata la tecnica e la metodologia per creare in una mente molte personalità distinte, ciascun’ignara, non è del tutto esatto e comunque non è un’informazione completa e chiara.

La personalità già nella sua definizione è vista come un insieme di caratteristiche psichiche e modalità di comportamento che, nella loro integrazione, costituiscono il nucleo irriducibile di un individuo, che rimane tale nella molteplicità e diversità delle situazioni ambientali in cui si esprime e si trova ad operare.

Per capire bene il Progetto Monarch bisogna partire dal concetto di dissonanza cognitiva di Leon Festinger,[22] il quale dice che un individuo che attiva due idee o comportamenti che sono tra loro coerenti, si trova in una situazione emotiva soddisfacente (consonanza cognitiva); al contrario, si verrà a trovare in difficoltà discriminatoria ed elaborativa, se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o divergenti. Questa incoerenza produce appunto una dissonanza cognitiva, che l’individuo cerca automaticamente di eliminare o ridurre a causa del disagio psicologico che esso comporta; questo può portare all’attivazione di vari processi elaborativi, che permettono di compensare la dissonanza.

Il controllo mentale s’inserisce con il Progetto Monarch in quello spazio mentale che attiva che attiva quelle due idee o comportamenti che tra loro sono contrapposte o divergenti.

Festinger era un famosissimo psicologo sociale che prima di creare le sue teorie s’infiltrava in gruppi e movimenti per comprendere anche come funzionasse il controllo mentale da parte di uno o più soggetti su un gruppo o su un singolo soggetto.

Egli partì dal fatto che quando si parla di dissonanza o di autoinganno si parla della stessa identica cosa; nel 1954 Festinger riuscì a infiltrarsi con dei colleghi in una setta religiosa basata sul culto degli UFO. Secondo questa setta, dagli alieni del pianeta Clarion, gli umani erano avvertiti dell’imminente pericolo di un’alluvione, che avrebbe spezzato via la vita dal pianeta prima dell’alba del 21 dicembre 1954. Festinger documentò come il culto riuscì a convincere i fedeli della necessità di riunirsi prima della mezzanotte di tale giorno, in un luogo dove un alieno sarebbe arrivato per scortarli fino all’astronave madre e trarli in salvo. Come fu suggerito, i fedeli rimossero ogni oggetto metallico dal proprio corpo: occhiali, cerniere, chiusure di reggiseno ecc. ecc. Alle 00.05 il gruppo si trova sul luogo prestabilito, ma l’alieno non è ancora arrivato. Qualcuno fa notare che altri orologi segnano le 23.55. il gruppo concorda perciò che non è ancora mezzanotte (già si attiva un autoinganno collettivo dissonanza cognitiva collettiva). Alle 00.10 un altro orologio batte la mezzanotte. Ancora niente alieni. Il gruppo siede in silenzio atterrito: al cataclisma mancano non più di poche ore. Alle 04.00 la leader del gruppo, che aveva ricevuto i messaggi alieni attraverso la scrittura automatica, scoppia a piangere. Si tentano delle spiegazioni del perché gli alieni non si siano fatte vedere. Alle 04.45, un altro messaggio in scrittura automatica è inviato alla signora: afferma che il Dio del Culto ha deciso di risparmiare gli umani dall’estinzione, e quindi il cataclisma non avrà luogo. Il mattino successivo la leader e si suoi fedeli rilasciarono entusiastiche interviste ai giornali, la loro fede (in altre parole del loro autoinganno o dissonanza cognitiva) divenne più forte che mai, malgrado la disconferma. Questa è storia è descritta molto bene nel libro When Prophecy Fails (Quando la profezia non si avvera) di L. Festinger, H. Riecken e S. Schachter.[23]

In questo mondo delle sette si usano concetti astratti (alieni, satana ecc.) per fuorviare gli individui dalla realtà storica, sociopolitica e giuridica concreta basata un’analisi logica e razionale.

Questo tipo di realtà settaria, non è fatta solamente da persone marginali, ma anche per persone provenienti da ambienti altoborghesi, interessante un video dove la professoressa Cecilia Gatto Trocchi affronta il tema “scabroso” dello “sfondamento” magico esoterico in ambienti materialisti e politici della sinistra.[24]

Come si diceva prima le realtà sataniche o esoteriche servono da copertura per ben altro. La Programmazione Monarch, che ha lo scopo di creare una personalità multipla, usa l’immaginario satanico (o esoterico) per traumatizzare la vittima da controllare.

L’uso come copertura di queste realtà nasce dal vantaggio, per quanto riguarda l’Italia, che non sono perseguibili poiché esse non impattano da almeno 40 anni con la vecchia fattispecie penale del plagio; essa fu eliminata dalla Corte Costituzionale.

C’è da chiedersi, il legislatore non si è mai occupato della manipolazione mentale. Qui entriamo in una storia molto problematica e tormentata nello stesso tempo.

Nel 1964, Aldo Braibanti, un intellettuale di sinistra, laureato in Filosofia teoretica, iscritto al PCI, uno che ha alle spalle una lunga militanza antifascista (nel ventennio trascorse due anni in carcere e nella seconda guerra mondiale viene torturato dalla SS) conobbe due diciannovenni, Piercarlo Toscani e Giovanni Sanfratello, con i quali inizia una relazione sentimentale. Nonostante l’omosessualità sia ancora un tabù, tutto fila liscio, fino a quando Giovanni non decide di abbandonare la famiglia, ultracattolica, per andare a vivere con lo scrittore.

Il padre di Giovanni porta il figlio in manicomio e denuncia Braibanti per plagio. All’epoca il codice penale, di diretta derivazione fascista, prevedeva espressamente il reato. Secondo l’articolo 603, chi sottopone “una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione” si becca una pena che varia dai cinque ai quindici anni di reclusione. In sostanza, nell’Italia degli anni ’60, il reato di plagio diventa una pistola puntata contro chi ha voglia di ribellarsi alla morale dominante.

Il processo si apre tre anni dopo, nel 1967. Giovanni giura davanti alla Corte di non essere mai stato soggiogato, ma non fa altrettanto Piercarlo, che invece denuncia il tentativo di Braibanti di “introdursi nella sua mente”.

Questa testimonianza è sufficiente ai magistrati per stangare Braibanti: nove anni di reclusione. Pena che è ridotta a sei in appello, di cui due condonati per l’attività partigiana. Nel dicembre 1969, dopo due anni a Rebibbia, Braibanti torna in libertà. Passando alla storia per essere stata la prima persona (e anche l’ultima) a essere condannata per plagio in Italia.

La vicenda comunque, negli anni della cosiddetta “rivoluzione sessuale”, diventa emblematica della battaglia di un mondo in declino, che non vuole cedere le armi. Tanto che in favore di Braibanti, si mobilitano intellettuali del calibro di Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco, Alberto Moravia, Elsa Morante nonché i radicali di Marco Panella.

L’uso che fu fatto in quest’occasione del reato di plagio, ne sancì la morte giuridica, che arriverà una decina d’anni dopo. Quando alla fine degli anni ’70 alcuni genitori accusarono il sacerdote Emilio Grasso di avere plagiato i propri figli minorenni, il magistrato memore del caso Braibanti, si rivolge alla Corte costituzionale per chiedere se quel reato sia o no in contrasto con i principi sanciti nella Carta costituzionale. Dopo aver studiato il caso, la Corte si pronunciò l’8 giugno del 1981: il reato di plagio è incostituzionale.

L’articolo 603 ha il difetto di essere formulato in maniera generica, dando così al giudice un potere d’interpretazione troppo discrezionale: “L’esame dettagliato delle varie e contrastanti interpretazioni date all’articolo 603” scrivono i giudici costituzionali nella sentenza “mostra chiaramente l’imprecisione e l’indeterminatezza della norma l’impossibilità di attribuire a essa un contenuto oggettivo, coerente e razionale, e pertanto l’assoluta arbitrarietà della sua concreta applicazione. Giustamente essa è stata paragonata a una mina vagante nel nostro ordinamento, potendo essere applicata a qualsiasi fatto implichi dipendenza psichica di un essere umano da un altro essere umano, e mancando qualsiasi sicuro parametro per accertarne l’intensità”.

In sostanza, la Corte cancella un reato che nasce ufficialmente per tutelare i più deboli, ma che rischia di diventare pericoloso per le libertà personali. Però, questa sentenza apre una falla nel nostro ordinamento: non c’è più nessuna norma di chi rimane irretito da una setta o da un guru.

Dal 1981 a oggi, informati dalle associazioni dei famigliari delle vittime delle sette, alcuni politici hanno provato a reintrodurre il reato di manipolazione mentale. Con scarsa fortuna. La pressione lobbistica delle sette, hanno fatto naufragare ogni tentativo d’intervento legislativo.

Scientology, che senza dubbio è una delle sette più famose, in Italia ha trovato difensori importanti. Uno di questi è l’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che è stato avvocato di Scientology nel 1997 (come già suo padre Giandomenico tra il 1989 e il 1995, è proprio vero che in Italia la famiglia è una cosa importante). Giuliano Pisapia, esultante quando la Cassazione la corte, pur avendo confermato le altre condanne, aveva annullato quella d’appello per associazione a delinquere, disse: “In questa sentenza viene affermato un principio fondamentale per una società democratica: non potrà essere né lo Stato né la magistratura a dare una definizione di religione, perché se così fosse verrebbe violato il principio della libertà religiosa dall’art. 8 della Costituzione. I pubblici poteri non possono sostituirsi alla coscienza individuale nella valutazione di ciò che attiene alla sfera della religione e della fede, e meno che mai elaborare criteri alla stregua dei quali giudicare se una determinata associazione possa considerarsi o meno di carattere religioso” (Ansa, 27 ottobre 1997). Caro “compagno” Pisapia, ma di quale libertà parliamo? La libertà che dei tuoi concittadini lavorino senza controllo per 200 euro mese? E per questo il tuo studio (non da solo ma assieme ai tuoi esimi colleghi Ghedini (PDL) e Calvi (PD), dunque si è fatto l’unità nazionale per difendere i padroni assassini?) difende la Marzotto che alla Marlane ha causato oltre un centinaio di operai morti per non parlare di quelli hanno un tumore? La libertà di poter sfruttare dunque?

Scientology, peraltro non ha mai risparmiato sugli avvocati avvalendosi di big come Della Valle, Biondi, Spazzali, Coppi, Daniela Pesce (già legale di Nicole Minetti nel procedimento Ruby).

Sette che si comportano come servizi segreti, come polizie parallele. Quando la sede di Scientology di Torino fu perquisita il 19 maggio 2010, in una piccola stanza tappezzata di scaffali, cartelle e computer, nella lettura dei file, si trovò una verità da rabbrividire. Che cosa contenevano questi file?

Scientology che si spaccia come un’istituzione religiosa, raccoglieva dossier su fedeli, alleati e nemici. Questi Dossier erano pieni di dettagli sulla vita privata di ogni adepto, d’informazioni personali su ogni politico adescato, di notizie “interessanti” e magari potenzialmente compromettenti, su giornalisti, magistrati e chiunque mai osato criticare l’Organizzazione. I poliziotti hanno saccheggiato l’archivio segreto del Dipartimento 20, come si chiamano adesso i servizi segreti di Scientology. Non è solo la sede torinese a ospitare un distaccamento: per ciascuna delle sue chiese c’è n’è uno.

Poma un ex delle istituzioni di Scientology rivela che: “Il D20, ossia l’Ufficio Affari Speciali, è un’arteria che corre dritta dentro la chiesa, dal più remoto degli uffici periferici fino alla sede centrale di Los Angeles” e rivela che l’Office of Special Affairs è strutturato in maniera piramidale e slegato dal management delle filiali “Gerarchicamente il singolo 007 non rende conto al direttore della chiesa locale, ma solo al proprio direttore superiore. Per fare un esempio, il direttore responsabile della sede di Milano non è tenuto a essere informato su che cosa faccia il proprio Dipartimento 20. Ed è proprio questo senso di libertà e d’indipendenza delle autorità ecclesiastiche del territorio a far sentire il D20 nel suo esempio autorizzato ad agire in proprio”.[25]

Compito del D20 è tenere sotto controllo non solo i nemici, ma anche coloro che potrebbero aiutare Scientology.

Se certamente un’associazione a sfondo copertura o fondamento satanista non è perseguibile, lo sono invece, gli eventuali reati che si possono commettere come può essere ad esempio la violenza privata, attraverso la quale la vittima è indotta a far tollerare perché l’attività di pressione è trasmodata in aggressione alla sfera psichica del soggetto passivo che viene in varie forme minacciato o intimorito.

Il satanismo è usato come sono usati i vari movimenti New Age ed esoterici, come copertura per attività inerenti il lavaggio del cervello. Negli ultimi quarant’anni l’uso strumentale e manipolatorio di queste realtà da parte dei servizi segreti è fortemente pensiamo solamente in Italia il Tempio di Seth costituito dal maggiore Aquino.

La sceneggiatura ritualistica all’interno di queste sette e le tecniche vocali, hanno lo scopo manipolatorio di comandare più facilmente i membri della setta (che spesso e volentieri possono coincidere con le vittime) attivando quel fenomeno denominato plagio. A questo punto le persone presenti sono diventano complici/vittime. I plagiati porteranno con sé il segreto evitando di denunciare solo perché l’individuo con la tonaca rossa e la maschera di caprone ha creato in setting ambientale suggestivo e terrificante, attivando uno shock nei partecipanti, innescando una paura già latente; d’altronde chi di noi non è nato con il concetto dell’angelo e del demone.

In questo modo si creano gli schiavi del controllo mentale, dove lo shock prima e il plagio dopo, modificano radicalmente il cervello e il loro modo di apparire dai loro HANDLERS (controllori/addestratori).

Gli HANDLERS imbottiscono anche di droghe o di psicofarmaci i loro schiavi mentali, costringendoli a dissociarsi dalla realtà attraverso degli intensi traumi e attraverso il dolore.

La paura per la propria incolumità fisica (aggressione fisica e verbale) e la minaccia alle base biologiche dell’esistenza (carenza di cibo, assenza di un tetto ecc.) diventano le paure costanti che accompagnano le vittime del controllo mentale.

Generalmente gli HANDLERS possono essere militari, oppure donne con un certo tipo di temperamento e di carattere come medici, psichiatri e psicologi; non bisogna scordarsi che per somministrare certi psicofarmaci e di certe droghe necessita una supervisione da parte di esperti nel settore della medicina.

Dall’America arrivò la testimonianza diretta di Cathy O’ Brein vittima del controllo mentale e co-autrice del libro Trance-Formation of America,[26] che ha denunciato questo progetto finanziato, da banche, organizzazioni politiche e militari, servizi segreti, che tra gli scopi c’è la creazione di creare assasini, schiave o schiavi sessuali ossessionati dal sesso e persone totalmente controllate, messe al servizio degli organismi che gestiscono il controllo mentale.

Vi è l’uso del materiale umano e ambientale costruito per finalità militari segrete, e di controllo politico.

Le denunce di Paolo Ferraro hanno dimostrato attraverso delle prove audio l’attuazione del Progetto Monarch, di una donna con disturbo dissociativo dell’identità artificialmente implementato e gestito mediante la creazione di Alterego intercambiabili.[27]

Gli audio sono difatti la prova di quelle tecniche che sono utilizzate per provocare nella donna in questione in questione una suddivisione della mente in una serie di comportamenti da attivare: gli ALTER. Gli ALTER creati molto probabilmente in seguito ad attività di torture continue e altre forme di trauma estremo sicuramente già vissute dalla donna nel suo passato.

Questa donna, dopo una serie di pratiche torturatorie (volenze, e altre attività scioccanti) diventa uno zombie dalla mente controllata.

L’ALTER o l’autoinganno (quello spazio mentale che attiva quelle due idee o comportamenti che attiva quelle due idee o comportamenti che tra loro sono contrapposti o divergenti) crede di essere la mente nella sua totalità, mentre non rappresenta altro che un suo frammento.

Cecchignola, il luogo dove il magistrato Paolo Ferraro ha scoperto la presenza di una setta satanica-massonica, è sicuramente un luogo importante per quanto riguarda i programmi di controllo mentale.

Maurizio Bassetti, co-fondatore assieme a Dorigo dell’AVae-m (Associazione Vittime armi elettroniche-mentali),[28] ucciso dai servizi nell’ottobre del 2010 che gli avevano causato, a lui che non era né un fumatore né lavorato in fabbrica, da uno strano tumore ai polmoni,[29] nel suo libro i segreti di Montecitorio[30] parla di cero Mauro B. che è un esponente del SISMI. Questo personaggio è un ingegnere elettronico, che ha un incarico molto specifico alla Cecchignola, un personaggio tanto potente, che quelli dell’agenzia che aveva incaricato di indagare in merito alla situazione che stava vivendo, avevano paura di pedinarlo.[31]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Questi processi non sono lineari. Non tutta la vecchia classe dirigente politica si pone sul terreno di resistenza alle trasformazioni in atto, una parte di essa sale sul treno di quello che possa sembrare il vincitore. In Italia c’è la spaccatura del vecchio triangolo che aveva governato gli anni ’80 il CAF (Craxi, Andreotti, Forlani). Da una parte si ha Craxi e dall’altra Andreotti e Martelli (l’ex delfino craxiano) che si pongono alla testa del “rinnovamento” (lotta alla Mafia, rivelazioni su Gladio).

 

[2]  http://archiviostorico.corrier.it/1996/febbraio/07/Manolo_tornerà_Italia

 

[3] http://archiviostorico.corrier.it/1996/settembre/28/Adesso_Manolo_pentito

 

[4] http://paolofranceschetti.blogspot.it/2010/04/17-omicidi-non-per-caso-i-misteri-di.html

 

[5]                                                                 C.s.

 

[6] http://paolofranceschetti.blogspot.it/2007/12/il-mostro-di-firenze-quella-piovra-che.html

 

10 http://straker-61.blogspot.it/2016/07/massimo-bossetti-e-innocente.html

 

[8] Se non è classismo questo! Seguendo questa logica gli omicidi sono compiuti in prevalenza dalle classi subalterne.

 

[9] http://www.bergamonews.it/2011/01/26/la-citazione-del-caso-di-pietro-camedda-scomparso/141207/

 

[10] Pietro Camedda un militare italiano scomparve dalla caserma Passalacqua di Novara, dove prestava servizio di leva. Il suo caso – rimasto insoluto – fu ufficialmente archiviato come diserzione, è stato oggetto di controversie e dibattiti.

 

[11] http://maestrodidietrologia.blogspot.it/2011/03/yara-gambirasio-crimine-di-stato –

 

 

 

[12] Walter Lippmann (1889 – 1974). Giornalista statunitense. Per 32 anni (dal 1931 al 1963) ha analizzato i fatti internazionali nella rubrica Today and Tomorrow dell’Herald Tribune di New York. Vinse due premi Pulitzer (nel 1958 e nel 1962).

 

[13] http://www.altrainformazione.it/wp/2009/07/11/come-gli-inglesi-utilizzano-i-media-per-la-guerra-psicologica-di-massa /

 

 

[14] Bernays è noto per aver elaborato la pubblicità di Madison Ave sfruttando le teorie freudiane di manipolazione psicologica.

 

[15] Tutta la teoria psicologica del Tavistock (come anche quella freudiana) muove dalla concezione dell’uomo come bestia dotata di pensiero. Il Tavistock sostiene che la creatività derivi unicamente da impulsi nevrotici o erotici sublimati e vede l’uomo come una lavagna su cui disegnare e ridisegnare le proprie “immagini”.

 

[16] http://www.altrainformazione.it/wp/2009/07/11/come-gli-inglesi-utilizzano-i-media-per-la-guerra-psicologica-di-massa/

 

[17] Si tratta di una concezione simile a quella espressa da Rees nel suo libro The Shaping of Psychiatry by War, in cui si parla della creazione di un gruppo elitario di psichiatri che dovranno garantire, a vantaggio dell’oligarchia dominante, la “salute mentale” del mondo.

 

[18] I nazisti avevano già ampiamente utilizzato la propaganda radiofonica per il lavaggio del cervello come elemento integrante dello Stato fascista. I loro metodi furono osservati e studiati dai ricercatori del Tavistock.

 

[19] http://maestrodidietrologia.blogspot.it/2011/03/yara-gambirasio-indagini

 

 

[20] Eliphas Lévi, pseudonimo di Alphonse Louis Constant (1810 – 1875) Esoterista francese, è stato il più famoso occultista e studioso di esoterismo dell’Ottocento.

 

[21] Jules Boucher (1902 – 1955). Scrittore, massone, occultista, alchimista francese.
[22] Leon Festinger (1919 – 1989). Psicologo e sociologo statunitense. Egli è forse meglio noto per la Dissonanza Cognitiva e la Teoria Del Confronto Sociale. Alle sue teorie e ricerche è stato riconosciuto il merito di aver superato il punto di vista comportamentista che in precedenza dominava la psicologia sociale, dimostrando l’inadeguatezza dello schema “stimolo-risposta” per comprendere e determinare il comportamento umano. Festinger è anche conosciuto per aver favorito l’uso del laboratorio per gli esperimenti in psicologia sociale, nonostante che allo stesso tempo egli abbia evidenziato l’importanza dello studio di situazioni di vita reale, tecnica che ha messo in pratica quando si è infiltrato nella setta di culto apocalittico per studiare gli effetti di quando una profezia fallisce. È noto anche nell’ambito delle reti sociali grazie alla teoria dell’Effetto Di Prossimità. Festinger, ha studiato psicologia all’Università dell’Iowa sotto la guida di Kurt Lewin, un’importante figura nella moderna psicologia sociale e si è laureato nel 1941; ciò nonostante, egli sviluppò l’interesse per la psicologia sociale solo dopo essere entrato a far parte del centro di ricerca di Lewin sulle dinamiche di gruppo, presso l’Istituto di tecnologia del Massachusetts nel 1945. Nonostante il suo interesse principale fosse la psicologia sociale, Festinger si occupò anche di ricerca sulla percezione visiva nel 1964 e quindi di archeologia e di storia, dal 1979 fino alla sua morte nel 1989.

 

[23] Festinger Leon, Riecken Henry W., Schachter Stanley, Quando la profezia non si avvera, Il Mulino, 1956 USA, 2012 Italia.

 

[24] https://www.youtube.com/watch?v=_hmf3mfLc-s

 

[25] Fillaire B., Le sette, Il Saggiatore, Milano 1998.

 

[26] Cathy O’Brien, Mark Phillips, Trance-Formation of America, Macro Edizioni.

 

[27] http://cdd4.blogspot.it/2014/05/vicenda-del-magistrato-paolo-ferraro-la_16.html

 

[28] Ora ACOFOINMENEF (Associazione contro-ogni forma di controllo ed interferenza mentale e neurofisiologica) http://www.associazionevittimearmielettroniche-mentali.org/

 

[29] Notizia tratta dal comunicato stampe per l’8 marzo dell’ACOFOINMENEF http://www.associazionevittimearmielettroniche-mentali.org/ACOFOINMENEF-06032014.pdf

 

[30] Mauss, i segreti di Montecitorio, malatempora controinformazione

 

[31]                             C.s. P. 68-69

C’E’ UN ORGANIZZAZIONE CLANDESTINA E ILLEGALE CHE DETERMINA LA VITA POLITICA IN ITALIA E NEGLI ALTRI PAESI EUROPEI?

•agosto 24, 2016 • Lascia un commento

 

 

   L’evoluzione del pensiero militare del XX secolo normalmente è materia riservata agli specialisti benché, ad onor del vero i militari stessi non lo hanno mai tenuto molto segreto. Anzi dalla metà degli anni ’50 lo hanno propagandato senza eccessivo ritegno, rivendicando a se stessi quel ruolo di parità (e qualche volta di superiorità) con i politici, che la realtà della cosiddetta guerra fredda aveva imposto come “necessaria” ed “inevitabile”.

Possiamo prendere come spunto, per affrontare quest’argomento, la frase di Clausewitz che “la guerra è continuazione della politica con altri mezzi”, ma soprattutto lo sviluppo che ne fece Mao sulla base delle esperienze fornite dalle guerre rivoluzionarie e dalla Guerra di Resistenza Antigiapponese in Cina, che elaborò la teoria militare marxista, prima di lui sostanzialmente inesistente,[1] se facciamo eccezione per gli abbozzi di Engels e di Lenin su questa materia.

I primi ad attribuire una certa importanza alla teoria di Clausewitz furono i militari tedeschi. Furono ancora costoro a dare per primi, alla metà del secolo XIX secolo un’interpretazione delle sue teorie coerente con gli interessi delle caste aristocratiche e feudali degli Junker (erano l’aristocrazia prussiana). La teoria sviluppata in quest’epoca dallo Stato Maggiore tedesco costituisce un’interpretazione reazionaria dei postulati claussewitziani. Per esso si trattava innanzitutto di creare una teoria per l’aggressione ma questa impostazione teorica durante la prima guerra mondiale si rivelò un clamoroso fiasco.

In seguito Hitler e i suoi accoliti seguitarono a sviluppare Clausewitz nella medesima direzione dei loro predecessori e il risultato, a tutti noto, fu la totale distruzione dell’esercito tedesco da parte di quello sovietico.

La Germania non poté vincere la guerra contro l’URSS perché i politici e i militari nazisti non tennero conto del primo e più importante dei problemi strategici, vale a dire quello di esercitare l’atto di giudizio più decisivo, mediante i quali lo statista inquadra correttamente la guerra che intraprende rispetto alle relazioni dominanti, per cui non tenta di cambiare la realtà oggettiva in un senso impossibile. La guerra lampo si trasforma necessariamente in guerra prolungata quando i popoli non si sottomettono docilmente. E la guerra prolungata è la più difficile da affrontare, per l’imperialismo.

I militari occidentali partendo dal fatto che in ogni Stato è in atto una conflittualità permanente (credevano – e non poteva essere altrimenti visto l’origine di classe dei militari occidentali – che la lotta di classe che si sviluppava in ogni paese imperialista fossa causata dalla “propaganda comunista”), fra Stati e blocchi di Stati, l’obiettivo strategico non poteva essere più rappresentato dalla conquista del territorio bensì da quella delle menti, dei cuori e delle coscienze delle popolazioni.

La “Guerra non ortodossa” più che di divisioni corazzate, essa prevede l’impiego massiccio e capillare dei mezzi di comunicazione. Diventa più importante usare slogan suggestivi che fucili, creare sogni che aerei da combattimento.

La “Guerra non ortodossa” è una guerra autentica, totale e permanente, che viene condotta con metodi e tecniche militari da Stati Maggiori occulti, composti da militari e da civili, di un potere palese: quello che specialisti definiscono Stati maggiori allargati.

Questa teoria deriva dal concetto di guerra che lo Stato Maggiore hitleriano aveva elaborato, in cui si configurava un’attività che non concerneva solamente le forze armate propriamente dette, ma inglobava e monopolizzava tutti gli individui.

La vecchia barriera fra il civile ed il militare viene a cadere. Tutta questa pianificazione militare era semplicemente una conseguenza del regime che si era istituito in Germania.

Come ulteriore aspetto nell’ampia cornice della guerra totale, i nazisti furono i primi a teorizzare e a tradurre in pratica la guerra psicologica, la guerra con armi intellettuali, per formare lo spirito della popolazione.

La guerra psicologia era stata già impegnata durante la prima guerra mondiale, ma sarà sotto l’impulso del nazismo in Germania che raggiungerà il pieno sviluppo teorico e pratico. Nella guerra psicologica non occorre soltanto tenere conto delle dottrine classiche che indicavano i fattori decisivi più o meno numerosi: la missione, il nemico, i mezzi a disposizione, ma va considerato ed approfondito lo studio del fattore essenziale della guerra moderna ovvero l’essere umano, il modo di manipolarlo e di influenzarlo in armonia con determinati piani concreti.

I militari dei paesi imperialisti occidentali partivano dal fatto che di fronte ai partiti comunisti e alle forze da loro influenzate, non si aveva a disposizioni nulla che somigliasse a quello che ritenevano (nella loro delirante visione reazionaria e militarista) avessero di fronte: una possente armata ideologica comunista. Non potevano essere considerate un esercito affidabile e disciplinato, le eterogenee forze politiche di estrazione cattolica, liberale, neofascista, socialdemocratica, poiché erano in perenne lotta fra loro (la nozione di pluralismo politico e sociale non era certo ben assimilata tra i militari), avide di denaro e assetate di potere.

Si ha così nell’Occidente imperialista la creazione di una dottrina e di una strategia, che serviranno a dare prospettiva a un’organizzazione che deve diventare uno strumento idoneo in grado di condizionare gli amici, controllare gli alleati fronteggiare i nemici. Si crea così un esercito segreto, invisibile, schierato a fianco di quello ufficiale, un esercito sovranazionale, disciplinato coordinato da un unico vertice, in sostanza una guardia pretoriana fedele all’imperialismo USA. Un armata clandestina, selezionata e spietata, in grado di contrastare il Movimento Comunista Internazionale, le forze antimperialiste e i Movimenti di Liberazione Nazionale ovunque e comunque, con il vantaggio di non comparire negli annuari militari. Un armato fantasma capace di combattere quella “guerra camuffata da pace”,[2] che l’imperialismo americano ha istituzionalizzato.

Dal mio punto di vista ci sono stati degli errori di interpretazione che hanno impedito il raggiungimento della verità.

Ritengo che non sia corretto da parte di uno storico affermato come Giuseppe De Luttis ha continuato a offrire al pubblico italiano l’immagine di una Loggia P2 come quella del “governo invisibile del Paese” negli anni ’70, quando un commando diverso da quello ufficiale è esistito prima, durante e dopo. Ed è ancora operante oggi nonostante le traversie della Massoneria italiana e internazionale lo abbia frenato nell’esercizio del suo potere.

Come ritengo non sia corretto, quanto afferma Gianni Cipriani quando afferma che “la classe politica che nel dopoguerra aveva avuto la responsabilità di governo è stata sconfitta da quella che avrebbe dovuto essere la sua vittoria, ossia il crollo dei regimi comunisti[3] dell’Est europeo. Nel breve volgere di una stagione vengono a mancare il pericolo da Oriente, sono venute meno anche le garanzie internazionali che avevano protetto un sistema sostanzialmente e formalmente illegale, che ha dato origine a una forma di doppio Stato e di doppia lealtà che ha consentito la ramificazione di centri di potere occulto”.[4] Cipriani fa scaturire dalla periferia dell’imperialismo USA quello Stato parallelo, che viceversa è stato creato al centro.

Invece, ritengo sia un’analisi lucida quello che fa Gianni Barbacetto quando riconosce il sistema di potere come il “Network ancora funziona in Italia[5] concludendo il suo libro (giustamente) col condizionale, poiché niente giustifica la tesi che questo apparato parallelo sia stato smantella con la fine della cosiddetta guerra fredda. Tutto questo perché l’imperialismo USA non ha creato le strutture parallele solo perché venissero usate contro il Movimento Comunista, ma come uno strumento stabile per rafforzare e difendere, il proprio potere da qualsiasi minaccia, anche solo potenziale ed ipotetica, possa profilarsi.

Il crollo dell’Unione Sovietica non segna, quindi, la fine degli apparati che hanno contrastato il Movimento Comunista ma solo delle forze politiche come i democristiani prima sostenuti e tollerati dall’imperialismo USA che non riteneva da poter prescindere da loro.

La mancanza di una visione classista da parte di Cipriani gli impedisce di vedere la reale dinamica degli avvenimenti.

Il ricambio politico del regime democristiano è stato portato avanti dalla parte più autorevole della Borghesia Imperialista italiana ed estera (Agnelli, De Benedetti, Cuccia e Mediobanca, i gruppi finanziari esteri più attivi in Italia). Il regime democristiano è stato nel secondo dopoguerra l’espressione concreta nel nostro paese del potere della Borghesia Imperialista. In esso si combinavano le caratteristiche generali comuni a tutti i regimi politici nel secondo dopoguerra (tra i quali lo sviluppo della controrivoluzione preventiva), con caratteristiche proprie, dettate dai tratti specifici della composizione di classe del nostro paese, della storia del nostro paese (formazione del Modo di Produzione Capitalista e dell’unità politica del paese), dei gruppi politici che impersonavano il regime (provenienti dall’associazionismo cattolico, dalle organizzazioni parrocchiali, e nel meridione dalle tradizionali strutture di potere degli agrari e delle cosche mafiose). Tra i tratti caratteristici del regime democristiano vie erano il clientelismo, l’assistenzialismo, la conservazione delle condizioni di riproduzione di un certo tipo di piccola borghesia rurale[6] e urbana e di imprese capitalistiche individuali, la mitigazione degli effetti più traumatici del capitalismo tramite il settore economico pubblico e la spesa pubblica. Questi tratti si erano ben combinati con le caratteristiche del dominio della Borghesia Imperialista nel periodo di ascesa economica. Essi, invece, rendevano questo stesso regime inadatto a gestire i rapporti con le masse popolari in conformità con le esigenze del nuovo periodo caratterizzato dalla crisi economica (iniziata all’incirca dalla metà degli anni ’70). La crisi spingeva all’estremo gli aspetti specifici del regime DC e con ciò stesso li rendeva incompatibili con la dominazione della Borghesia Imperialista: essere assistenzialisti in un periodo di vacche grasse serve ad aggiustare le cose e arrotondare gli spigoli; esserlo in un periodo di vacche magre porta alla “dilapidazione del patrimonio”. Negli anni ’80 l’indirizzo del regime democristiano è stato sostanzialmente anomalo o in ritardo rispetto all’indirizzo prevalente negli alti grandi paesi imperialisti (si veda ad esempio la dimensione e la continuità del ricorso all’indebitamento dello Stato e degli altri enti pubblici, lo spazio lasciato all’inflazione, il ritardo della svendita delle imprese pubbliche – le privatizzazioni – ecc.). Per sopravvivere e continuare a raccogliere vuoti il regime DC faceva ricorso su scala via via sempre più vasta, man mano che la crisi economica avanzava, al clientelismo, con un enorme allargamento della spesa pubblica, nella forma più specifica di aumento del debito pubblico con il ricorso a tassi d’interesse via via più alti onde invogliare i creditori italiani ed esteri. In concreto ciò introdusse un ulteriore elemento di rischio nel sistema finanziario italiano, europeo e mondiale, già sottoposto all’azione di grandi fattori di instabilità. A poco era valso il colpo inferto al regime DC con la separazione della Banca d’Italia dal Tesoro.[7] Il regime DC inoltre subiva la crisi politica indotta in tutti i regimi dei paesi imperialisti dalla crisi economica. Esso riusciva sempre meno a tenere assieme interessi e tendenze sempre più divergenti tra di loro; nascono forze politiche centrifughe (come la Rete, la Lega) si sviluppavano dal suo stesso seno. I contrasti tra le correnti DC e tra i partiti satelliti (PSI, PSDI, PRI, PLI) diventava sempre più acuti. Tutta una serie di avventurieri come Gelli, gruppi mafiosi riuscivano a crearsi posizioni da cui ricattare il grosso della DC. Nascevano nuovi gruppi affaristici sotto la sua protezione che sviluppano con incursioni e colpi di mano nel mondo dell’alta finanza. L’allegra gestione della finanza statale, impersonata da un personaggio come Cirino Pomicino, faceva della finanza statale una macchina per la produzione di nuove concentrazioni di capitale che turbavano quelle vecchie. La Mafia era entrata nel campo finanziario e si era trasformata da luogotenente locale della borghesia del Nord in suo concorrente a livello internazionale, concorrenza che da economica sfocia in una guerra civile strisciante (le guerre di mafia).

Il regime DC faceva acqua da tutte le parti e andava sostituito, ma la guerra generale tra i gruppi imperialisti rendeva difficile l’elaborazione di un ricambio politico.

Con il “crollo del muro di Berlino” e il disfacimento dell’Unione Sovietica, una parte autorevole della Borghesia Imperialista italiana e autorevoli gruppi imperialisti esteri, misero in campo un progetto di ricambio politico.

Progetto che si componeva di due passaggi fondamentali:

  • La liquidazione per via extraelettorale (essendo quella elettorale preclusa) ed extraparlamentare del ceto politico democristiano-socialista scatenando contro di esso la magistratura (Tangentopoli – Mani Pulite).
  • La presentazione agli elettori della carta di ricambio costruita attorno all’exPCI. La preparazione della soluzione politica di ricambio era iniziata con la liquidazione formale del “vecchio” PCI, la sua trasformazione nel “nuovo” PDS e la sua separazione dalle parti meno omogenee al nuovo ruolo che il PDS doveva svolgere (in sostanza con la fine di ogni residua “ambiguità”).[8] Queste parti furono comunque raccolte in un contenitore (Rifondazione Comunista) per tenerle sotto controllo.

 

CI SONO LE TRACCE DI QUEST’ORGANIZZAZIONE?

 

Il primo a parla di questa struttura, in un’intervista concessa all’Europeo del 17 ottobre 1974, fu Roberto Cavallaro un enigmatica figura di “sovversivo” di Stato che dichiara testualmente: “L’organizzazione esiste di per sé in una struttura legittima con lo scopo di impedire turbative alle istituzioni. Quando queste turbative si diffondono nel Paese (disordini, tensioni sindacali, violenze e così via) l’’organizzazione’ si mette in moto per cercare di ristabilire l’ordine. È successo questo: che se le turbative non si verificavano esse venivano create ad arte dall’’organizzazione’ attraverso tutti gli organi di estrema destra (ma guardi che ce ne sono anche di estrema sinistra) ora sotto processo nel quadro delle inchieste sulle cosiddette trame nere (Rosa dei venti, Ordine nero, la Fenice, il Mar di Fumagalli, i Giustizieri d’Italia e tanti altri)”.[9]

Nel marzo dello stesso anno, al giudice Tamburino, Cavallaro aveva specificato che ai vertici di quest’organizzazione c’erano: “i servizi segreti italiani ed americani, ma anche delle potenti società multinazionali”.[10]

Nel maggio del 1974, fu il tenente colonnello Amos Spiazzi a confermare sostanzialmente quanto già dichiarato da Roberto Cavallaro: “E’ vero che nel giugno del 1973 – gli chiede il giudice Tamburino – coma ha dichiarato a verbale Roberto Cavallaro, lei ricevette l’ordine di mettere in allarme i ‘gruppi fiancheggiatori’ delle forze armate? Da chi venne l’ordine?”. “Ricevetti – rispose Spiazzi – l’ordine dal mio superiore militare, appartenente all’Organizzazione di sicurezza delle Forze armate, che non ha finalità eversive ma che si propone di difendere le istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il Sid, ma in gran parte coincide con il Sid”. “Ma come è composto questo organismo parallelo di sicurezza? È un organismo militare?”, “Mi risulta – dichiara Spiazzi – che non ne facciano parte solo i militari, ma anche civili, industriali, politici…”.[11] Sarà ancor più loquace, l’ufficiale veronese Filippo Fiore, il quale “precisò ancora meglio le caratteristiche di questa struttura: l’’organizzazione’ ha carattere di ufficialità, pur con l’elasticità per quanto riguarda metodi e personale, di volta in volta definiti con disposizioni orali…In sostanza l’organizzazione composta dagli ‘alter ego’ della struttura ‘I’ ufficiale”.[12]

Il 14 dicembre, nel corso di un un’udienza per il processo sul tentato golpe Borghese, tocca al generale Vito Miceli, già direttore del Sid ammettere pubblicamente l’esistenza di una struttura supersegreta.

Rispondendo ad una specifica domanda del giudice a latere, l’alto ufficiale afferma: “Lei in sostanza vuole sapere se esiste un organismo segretissimo nell’ambito del Sid. Io finora ho parlato delle dodici branche in cui si divide. Ognuna doveva esse ha come appendici altri organismi, altre organizzazioni operative, sempre con scopi istituzionali. C’è, ed è sempre esistita, una particolare organizzazione segretissima, che è a conoscenza delle massime autorità dello Stato. Vista dall’esterno, da un profano, questa organizzazione può essere interpretata in modo non corretto, potrebbe apparire come qualcosa di estraneo alla linea ufficiale. Si tratta – specifica Miceli – di un organismo inserito nell’ambito del Sid. Comunque svincolato dalla catena di ufficiali appartenenti al servizio ‘I’, che assolve compiti prettamente istituzionali, anche se si tratta di attività ben lontana dalla ricerca informativa. Se mi chiede dettagli particolareggiati – conclude – dico: non posso rispondere, chiedeteli alle massime autorità dello Stato, in modo che possa esservi una chiarimento definitivo”.[13]

Con l’esplodere dello scandalo della Loggia P2, nella primavera del 1981,[14] nuove dichiarazioni si aggiungono alle precedenti sull’esistenza di un organismo ufficiale che opera segretamente in tutti i campi, ma che nessuno sa o vuole delineare in modo proprio.

Fondamentali sono, ad esempio quelle rese da generale Siro Rossetti, già responsabile del Sios-Esercito, iscritto alla Loggia P2 che afferma che l’ “organizzazione va cercata in altre sedi quanto ai suoi gangli vitali, e direttivi, il gen. Miceli, se ha fatto qualcosa, ove non si tratti di errate valutazioni, di desiderio di lavare i panni in casa o di minimizzare responsabilità altrui, può aver operato soltanto se richiesto o innescato da centri di potere ben superiori; non si tratta, quindi, di un vertice ma di un anello che deve immancabilmente portare ad altro. A mio avviso – conclude Rossetti – l’‘organizzazione’ è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel politico, militare, della finanza, dell’alta delinquenza”.[15]

Da un altro iscritto alla Loggia P2 venne, poi, una successiva conferma della presente e dell’attività di un organismo non identificato che manovrava gruppi politici di destra e di sinistra per finalità proprie che niente avevano a che vedere con quelle degli inconsapevoli manovrati. Matteo Lex, ufficiale medico e responsabile sanitario del carcere di Solliciano, raccontò ai magistrati che “un suo collega, psichiatra dell’ospedale militare di Firenze, gli aveva riferito che la destabilizzazione in Italia non era fatta solo da gruppi terroristici rossi e neri, ma da un’unica organizzazione che si prefiggeva un unico scopo”.[16]

Un’altra persona che ha denunciato la presenza di un’organizzazione specializzata nell’attuazione di strategie “eversive” ai fini della stabilizzazione del sistema è stato il terrorista fascista Vinciguerra[17] sia in sede giudiziaria che giornalistica, a partire dall’estate del 1984. Le sue dichiarazioni furono riportate dal presidente del Corte d’Assise di Venezia, Renato Gavagnin, nella sentenza al processo di Peteano: “Due punti al riguardo meritano di essere sottolineati, sempre sostenuti dall’imputato, e in istruzione e nel dibattimento e nei memoriali prodotti; il primo – scrisse il dottor Gavagnin – che si può dire stia a monte e dia giustificazione di tutto quanto poi è seguito, è che fin dal dopoguerra sarebbe stata costituita una ‘struttura parallela’ ai servizi di sicurezza e che dipendeva dall’Alleanza atlantica; i vertici politici e militari italiani ne erano perfettamente a conoscenza. Si trattava di una struttura attrezzata sul piano organizzativo ad intervenire con azioni di sabotaggio nel caso si verificasse un’invasione sovietica. Il personale veniva selezionato e reclutato negli ambienti dove l’anticomunismo era più viscerale e cioè negli ambienti di estrema destra… Quindi la strategia della tensione che ha colpito l’Italia, e mi riferisco a tutti gli episodi che partirono dal ’69 e anche prima, è dovuta all’esistenza occulta di cui ho detto e agli uomini che vi appartenevano e che sono stati utilizzati anche per fini interni anche da forze nazionali ed internazionali, e per forze internazionali intendo principalmente gli Stati uniti d’America…”.[18]

Quindi alla fine del 1989 c’erano abbastanza elementi, basati su testimonianze concrete e autorevoli per le posizioni istituzionali che avevano, per riconoscere come attiva nel Paese da almeno un ventennio, un’organizzazione segreta, occulta e nello stesso istituzionale che agiva al di fuori di ogni controllo e rispondeva del suo operato a un vertice non identificato.

Quando nel 1990 ammise ufficialmente l’esistenza di una struttura mista, composta di civili e militari denominata Gladio, molti sperarono che fosse, finalmente, smascherata la centrale terroristica. Ci sono stati di tentativi di chi intendeva escludere ogni responsabilità della gestione di Stay-behind sia l’Alleanza Atlantica sia i vertici politici militari italiani, così da rendere credibile la tesi di Gladio inserita nell’ambito dei servizi segreti deviati, sostenuti dalla CIA. Uno di questi è il giudice Casson che per far avanzare le sue tesi infiora la sua sentenza del 10 ottobre 1991 contro l’ammiraglio Fulvio Martini ed il generale Paolo Inzerilli con affermazioni di questo tipo: “Ci sono stati, poi, dei tentativi di confondere le acque dicendo che la Gladio, pur non essendo Nato farebbe comunque riferimento al Patto atlantico. È una distinzione che vorrebbe essere sottile che però non si capisce”.[19] Il tutto per concludere Stay-behind, in Italia, era esistita in forma illegittima, una deviazione della Nato, il Patto Atlantico e gli USA alla fine non c’entrano niente.

Quanto siano superficiali e depistanti queste affermazioni, lo si deduce da quanto hanno scoperto i giudici militari di Padova, Sergio Dini e Benedetto Roberti, nel corso delle loro indagini che: “la Stay-behind italiana sarebbe stata provvista di un doppio cappello…da un lato la Nato, grazie alla quale… si esercitava il segreto per non violare gli accordi internazionali; dall’altro la CIA, dalla quale si attingevano i piani informativi. Dini e Roberti avrebbero confermato anche l’esistenza di addetti a Gladio al di fuori degli elenchi ufficiali resi di dominio pubblico, sottolineando che tutti questi militanti sconosciuti esiste il sospetto che possa trattarsi di personaggi “fortemente implicati nello stragismo”. Avrebbero inoltre affermato che all’interno di Gladio c’era un ufficio ‘D’ preposto a sovrintendere sulle esercitazioni con gli esplosivi, e un altro fortemente ‘impegnato’ sul fronte sociale, a sobillare gli operai e a creare una situazione di allarme politico”.[20]

Da quello che emerge, è che ci sono due punti di coincidenza fra quest’organizzazione e la struttura nota come Gladio: il primo punto è che si tratta in entrambi i casi, di organismi a carattere internazionale che rispondono del loro operato ad un vertice che non è nazionale, ma inserito nell’ambito dell’Alleanza Atlantica. Il secondo punto sta nel fatto che in tutte e due le strutture, si riscontra la presenza dei servizi segreti americani e italiani. Ci sarebbe anche un terzo elemento di coincidenza che si tratta, che sia nell’uno sia nell’altro caso, di strutture miste nelle quali, cioè sono presenti sia militari sia civili.

Ma sarebbe più corretto dire, che sia questa organizzazione che Stay-behind (non scartando che molto probabilmente possano essere un unico organismo con diverse articolazioni) possono essere considerati nient’altro che il medesimo strumento di disordine e di terrore che gli USA attraverso la NATO si sono serviti e continuano a servirsi, per esercitare il loro dominio sul nostro paese e sull’intera Europa occidentale.

Il generale Siro Rossetti testimonia che ci troviamo di fronte a “una organizzazione talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, della finanza, dell’alta delinquenza organizzata”.[21] In parole semplici, l’ex responsabile del Sios-Esercito afferma che l’organizzazione può operare attraverso propri elementi nei settori sopra indicati per svolgere attività che spaziano dall’acquisizione di informazioni (eufemismo di per dire spionaggio) alla messa in esecuzione di azioni di varia natura.

Il possibile collegamento tra quest’organizzazione e Gladio è fornito da un articolo scritto dal giornalista Ugo Bonassi, iscritto alla Loggia P2,[22] apparso sull’Il resto del Carlino dell’1 novembre 1990, con un titolo esplicito e pertinente: Le regole dell’esercito segreto. Ugo Bonassi descrive la così la struttura Stay-behind italiana: “Un esercito anticomunista. ‘Soldati’ ma anche uomini di potere, dalla fine degli anni Cinquanta ad oggi oltre centomila cittadini sono stati cooptati nella struttura parallela della Nato, la Gladio”. Come e da chi venivano reclutati gli uomini di Gladio?: “Dal ’56 al ’90 il reclutamento dei soldati da inserire nella struttura Gladio è stato affidato agli ufficiali ‘I’. Si tratta di ufficiali dipendenti dal Sios (il servizio di informazioni e di sicurezza delle singole Armi), inseriti in ogni compagnia delle nostre Forze armate … Sono questi ufficiali che hanno indicato nel corso di tre decenni decine di migliaia di persone che rispondevano alle caratteristiche richieste. Nei momenti di maggiore attivismo sono state reclutate per Gladio fino a cinquemila persone l’anno”.

Che facevano questa massa di gladiatori? “La stragrande maggioranza di queste decine di migliaia di persone non ha mai saputo di essere entrata a far parte della Gladio. non conosceva la struttura ma era al corrente che, in caso di necessità (aggressione interna od esterna), doveva collegarsi – con il sistema delle cellule – agli altri uomini dello stesso gruppo, e radunarsi in una località precisa a conoscenza del solo capogruppo. Da lì avrebbe dovuto iniziare ad operare contro il nemico”.

Com’erano addestrati i soldati dell’esercito segreto?: “La maggior parte di questi corsi vengono tenuti nelle basi segrete della Difesa e della Nato in Sardegna, in Veneto, sull’appennino tosco-emiliano”.

Come vivevano in mezzo agli ignari cittadini questi soldati?: “Abbandonato il servizio militare, per età o per servizio di leva, gli uomini inseriti nella Gladio mantenevano un cordone ombelicale con la struttura attraverso il responsabile del gruppo, della cellula. Alcuni di loro svolgevano anche compiti di intelligence, di penetrazione di ambienti ritenuti a rischio: sindacati, partiti politici, organizzazioni culturali”. Come dire dalla Gladio si ha un rapporto continuativo.

Bonasi conferma che dentro la Gladio c’era anche l’alta finanza: “Gli uomini del potere economico, grandi imprenditori erano nella Gladio, non con compiti operativi ma con un ruolo di sostegno prevalentemente finanziario”.

Quest’articolo di Bonasi è una relazione dettagliata e precisa sulla realtà dell’esercito parallelo. Ed è la conferma che l’organizzione di cui parla Rossetti dovrebbe identificarsi con Gladio. Coincidono in modo impressionante l’indicazione sulla vastità dell’organismo, il ruolo di ricerca d’informazioni e l’opera d’infiltrazione dei suoi soldati. La presenza di esponenti del mondo finanziario, imprenditoriale cui, peraltro, aveva fatto esplicito riferimento Amos Spiazzi.

A proposito dei rapporti tra mondo finanziario e Gladio, è indicativo la lettura di un documento sequestrato nel giugno del 1982 nello studio del notaio Lollo a Roma,[23] dove si mette in evidenza che “L’organizzazione che ha operato efficacemente per escludere De Benedetti dal Banco Ambrosiano, avuta la notizia che il finanziere Bagnasco tendeva immediatamente a subentrare nella posizione di quello, ha reagito con la più viva sorpresa ed irritazione… L’onorevole Andreotti sarebbe egli a volere imporre all’istituto l’ingresso di Bagnasco il quale si gioverebbe anche dell’appoggio di autorità vaticane, quali il cardinale di Casaroli e il vescovo Marcinkus…Si ha sentore che l’ingresso del Bagnasco …incontrerebbe il favore dell’attuale ministro del Tesoro (Andreatta)…L’organizzazione, tuttavia, si dichiara per doveroso riguardano l’on. Andreotti, pienamente disponibile”.[24]

È indicativo che in questo documento compaia il termine di organizzazione senza aggettivi, così com’è stato utilizzato dal gen. Siro Rossetti; in una vicenda dove finanza e politica sono strettamente legate; e che questo documento era nella disponibilità di personaggi dell’alta delinquenza organizzata.

Daniele Mastrogiacomo estensore autore dell’articolo menzionato, rivela che fu proprio Gelli chiamava la propria Loggia l’organizzazione nella famosa (ma sarebbe meglio dire famigerata) intervista a Maurizio Costanzo sul Corriere della Sera, con l’evidente fine di procedere ad un’identificazione che, in forma così totale, è certamente arbitrario depistante. D’altronde per i legami tra politica, mafia ed eversione militare e fascista, bisognerebbe ricordarsi di Michele Sindona che divenne per un certo periodo, l’incrocio nel quale convergevano servizi segreti, finanza, mafia e politica.

Fu proprio Roberto Cavallaro a parlare di un incontro avvenuto in una villa del vicentino tra Sindona e alcuni ufficiali americani, in vista delle preparazione di un progetto golpistico: “Durante l’incontro, scrisse Cavallaro si parla delle modalità di attuazione del piano. Il gen. Johnson, presente non a titolo personale ma per incarico degli organismi di sicurezza americani allo scopo di constatare le reali possibilità di realizzazione del progetto, afferma la disponibilità delle nazioni dell’Alleanza atlantica, in particolare degli Stati uniti e, a quanto si riferisce, della Francia, ad intervenire con truppe già dislocate ancorché mascherate in caso di sollevazione delle sinistre…”.[25]

   Ci sono diversi esempi nella storia del nostro paese questi intrecci tra mondo imprenditoriale, finanziario, politico, servizi segreti ed eversione nera, sono emersi in maniera molto chiara. Come non dimenticare lo spionaggio operata dalla Fiat sul suo personale (in particolare sui militanti comunisti e quelli iscritti alla FIOM), a partire dagli anni ’50 e continuata in seguito. Spionaggio effettuato in collaborazione con i servizi segreti, la polizia ed altri corpi militari dello Stato. Come non bisogna scordarsi il rapporto organico tra la famiglia Agnelli e personaggi come Edgardo Sogno, Luigi Cavallo, e Renzo Rocca l’ufficiale del Sifar “suicidato”.[26]

Questo rapporto con la finanza e gli imprenditori, molto probabilmente nasce dal fatto che quest’organizzazione, non esistendo ufficialmente, non può avere nei bilanci militari nazionali ed in quelli della Nato una voce che chiarisca come venga finanziata. Non è fuor luogo ipotizzare che essa non possa prescindere dall’utilizzo di risorse clandestine e illegali, oltre a quelle elargite occultamente dagli Stati membri dell’Alleanza atlantica. Non è un caso che Gelli sia diventato miliardario, con il ruolo che aveva di “combattente” anticomunista.

E denaro e informazioni si trovano anche nel campo delle organizzazioni mafiose e dell’alta delinquenza organizzata dove, in più, si trovano anche uomini disposti a compiere azioni sporche ed è possibile controllare il territorio sia militarmente (in certe regioni almeno) che politicamente. Cosa è stata la mafia lo ha ufficialmente descritto, nel 1955, Giuseppe Lo Schiavo, alto magistrato della Corte di cassazione: “Si è detto – scriveva costui – che la mafia disprezza polizia e magistratura: è un’inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, alla giustizia si è inchinata e non ha ostacolato l’opera del giudice, nella persecuzione dei banditi e ai fuorilegge ha addirittura affiancato le forze dell’ordine”.[27]   Un riconoscimento autorevole per l’attività di pubblica sicurezza svolta alla luce del sole dal potere criminale per eccellenza.

È noto che i servizi segreti della Marina USA nella seconda guerra mondiale collaborarono con la Mafia inizialmente per liquidare eventuali informatori tedeschi, operanti nel territorio statunitense.

Questa collaborazione fu denominata Operazione Underworld (operazione mondo sotterraneo) e recò alla Mafia parecchi vantaggi: il vicegovernatore dello Stato di New York cominciò a graziare alcuni detenuti e liberali dal carcere. Era tutta gente che era stata condannata per assassinio, estorsione, aver incendiato negozi e magazzini, esercizio abusivo della professione medica.

Come è altrettanto noto della collaborazione tra Mafia e servizi USA per la conquista della Sicilia. Così mentre il fronte avanzava, nelle retrovie si formò l’Amgot, il governo militare alleato dei territori occupati. Governatore fu nominato il tenente colonnello Charles Poletti, che era la stessa persona che negli USA era stato il vicegovernatore dello Stato di New York, lo stesso personaggio che aveva elargito grazie a volontà. Tra il personale impiegato da Poletti, ci fu il boss Vito Genovese, con le funzioni d’interprete. Dal controllo del territorio, dei municipi, di fabbriche e aziende, al traffico di materiali militari, benzina, gomme, vestiario, medicine, sigarette e scatolette, tutto passava il governo militare alleato e per ogni carico di quel tutto Vito Genovese era pronto a fornire i suoi servigi di traduttore.

Bisogna dire che le lupare dei picciotti non ebbero nessun ruolo dal punto di vista militare. Si deve al particolare piano dei tedeschi il fatto che gli americani di Patton arrivarono a Palermo in tempi record mentre, invece, gli inglesi trovarono un’accanita resistenza nella Sicilia orientale. La strategia difensiva impostata dal quartiere generale tedesco prevedeva la costruzione di linee fortificate progressive sulle quali fermare gli Alleati. Linee che erano costruite dal loro genio militare sfruttando al massimo la natura del terreno. In Sicilia i tedeschi si arroccarono attorno alla parte orientale dell’isola, stringendosi progressivamente verso lo stretto di Messina, per garantire la ritirata delle loro divisioni e così l’avanzata di Patton verso Palermo fu rapida e priva di una vera resistenza.

Molti padrini furono nominati sindaci da Charles Poletti. Don Calogero Vizzini diventò sindaco di Villalba. Il controllo del territorio occupato era un elemento essenziale della strategia militare. Poco importava che fosse garantito proprio dai padrini e così la loro autorità, sopravvissuta al crollo dello Stato fascista, riemerse tra le macerie della guerra.

Anche i servizi segreti italiani durante la seconda guerra mondiale effettuarono un’azione di recupero della Mafia, accadde infatti che “con i decreti legge del 1941 e 1942 furono sospese le disposizioni di P.S. del 1925 (le famose ordinanze Mori) la prima delle quali porta la data del 5 gennaio 1925 (le ordinanze furono poi inserite nel decreto legge del 1926, legge 2 giugno 1927). Fu così che venne permesso il rientro di Sicilia dei mafiosi che si trovavano nei luoghi di confino di polizia. Ufficialmente l’operazione venne giustificata con ‘motivi umanitari’, strani motivi se si pensa che i mafiosi erano stati allontanati dall’isola in tempo di pace. Farveli ritornare in tempo di guerra, quando l’isola era già zona di operazioni, poteva servire a migliorare le cose? La verità è che l’iniziativa partì dal superSim che fece pressioni sul ministero degli interni per poter utilizzare questi uomini. Sull’argomento molte cose potrebbero dire l’ex capo della polizia, Angelo Vicari, che è stato uno dei protagonisti dei servizi di sicurezza italiani per 35 anni”.[28]  

Torna l’ombra di una superstruttura del Sim, appaiono i nomi di Angelo Vicari e lo spettro di un patto stretto tra mafiosi e servizi segreti italiani nel corso della seconda guerra mondiale con l’intento di favorire la vittoria delle potenze anglosassoni. Ritorna alla memoria anche il non tanto conosciuto art. 16 del Trattato di pace (e che io sappia tuttora in vigore) che conteneva: “fra le tante clausole destinate a rimanere segrete ..un preciso elenco di persone definite ‘in tutti i casi intoccabili’. Si tratta di 9600 nomi di ‘intoccabili’, forse anche con licenza di uccidere, fra questi più di mille nomi erano di mafiosi”.[29]

Si potrebbe ipotizzare che a una superstruttura nazionale, dopo la seconda guerra mondiale, si sostituì un’altra, sovranazionale, che si assunse precisi compiti politici potendo contare su una massa già collaudata di uomini.

Tornando al discorso del rapporto tra Mafia e servizi, la conferma che, nell’ambito delle cosche, l’esistenza di strutture segretissime dell’Alleanza atlantica era ben nota, e solo per citare un esempio tra i tanti, c’è la testimonianza di un mafioso che rivela che a          Trapani è presente una struttura di Gladio: “Il sostituto procuratore Franco Messina ha deciso di interrogare l’ammiraglio Fulvio Martini, capo del Sismi all’epoca in cui Trapani avrebbe operato una cellula di Gladio. Il magistrato cercherà la conferma di quanto sostenne all’Fbi il boss italo-americano John Cuffaro, secondo il quale lungo la costa operava l’organizzazione Scorpione coordinata da Vincenzo Li Causi”.[30]

Li Causi è un nodo importante nella storia inerente a Gladio. Nato a Partanna, in provincia di Trapani, si addestra con i duri del Comsubin, gli incursori della Marina. Punta di diamante del Sismi, era entrato nel servizio segreto militare (allora Sid) a soli 22 anni, nel 1974, e nell’organizzazione Gladio tre anni più tardi.

Li Causi faceva parte anche degli Ossi (Operatori speciali dei servizi italiani),[31] la struttura segretissima che effettuava operazioni di Guerra non ortodossa, ritenuta eversiva dell’ordine costituzionale dalla seconda Corte d’assise di Roma.[32] L’esistenza è stata confermata, nel suo libro di memorie, dallo stesso ex direttore del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini.[33]

Tra il 1980 e il 1981 Li Causi segue l’attività di Abu Abbas, il leader del Fronte per la liberazione della Palestina, che proprio in quel periodo si era recato più volte a La Spezia per preparare il sequestro della nave Achille Lauro (avvenuto poi nell’ottobre del 1985). Un sequestro di cui proprio gli addestratissimi uomini degli Ossi si occuperanno. Li Causi, inoltre, partecipa a operazioni importanti, come la liberazione del generali USA Dozier, rapito dalle BR nel 1981.

Li Causi era l’uomo di fiducia del generale Inzerilli, responsabile di Stay-behind, ovvero Gladio, andò nel 1987 in Perù per quella che fu definita “operazione Lima”, portando con sé, oltre a tecnici esperti, armi e apparecchiature tecnologiche sofisticate come ponti radio e sensori e sensori a raggi infrarossi, per un valore di cinque miliardi di lire italiane.[34]

I deputati di Rifondazione (tra i quali Tommaso Dorigo) che firmarono l’interpellanza parlamentare, nell’ottobre del 1992, si riferivano a un’indagine della Procura militare di Padova. Davanti ai giudici Benedetto Roberti e Sergio Dini, titolari di un ramo dell’inchiesta Gladio, testimoniò lo stesso ammiraglio Martini, allora titolare del Sismi. Durante la sua testimonianza, sostenne che “l’operazione Lima” fosse “un regalo di Bettino Craxi al suo amico Alan Garcia”.[35] Lo scopo della missione era proteggere il presidente peruviano da un possibile colpo di Stato da parte delle Forze Armate e soprattutto dare la caccia ad Abimael Guzman, nella sostanza aiutare il regime peruviano a combattere la guerra popolare condotta dal Partito Comunista del Perù. È molto probabile che gli italiani lasciassero ai servizi segreti peruviani non solo armi, apparecchiature e un background investigativo notevole, ma anche qualche pista che in seguito si rileverà determinante alla cattura di Abimael Guzman.

Tra il 1987 e il 1991, poi, Li Causi dirige il Centro Scorpione di Trapani, una delle 5 basi di addestramento di Gladio, incarico che svolge con un nome di copertura.

Scorpione, resta il più misterioso dei 5 centri operativi Stay-behind, creati in Italia dal Sismi sotto le gestione di Fulvio Martini. Basti pensare che le indagini su questa sede trapanese condotte con la scoperta dell’esistenza della rete Gladio non siano riuscite a ricostruire lo scopo, il lavoro svolto, le strutture utilizzate, i fondi impiegati.

Quando Falcone provò a scoprirlo, in relazione all’assassinio del parlamentare PCI Pio La Torre, non ottenne il necessario via libera dal suo capo, l’allora procuratore capo Pietro Giammanco, che eluse la risposta. In seguito Falcone lasciò Palermo, avendo accettato il posto di direttore degli Affari Penali che gli era stato offerto dal ministro della Giustizia Claudio Martelli.

A Roma, però, Falcone continuava a conservare l’archivio di Gladio nel suo computer e a tenere tanti altri appunti su questa indagine mai avviata. Il magistrato ricordava fra l’altro le parole del giornalista-sociologo della comunità Saman di Trapani Mauro Rostagno, che nell’estate del 1988, due mesi prima di essere ucciso, si era presentato all’improvviso al Palazzo di giustizia per raccontargli di armi, aerei, aiuti umanitari per la Somalia.

Li Causi fu indagato come presunto appartenente alla Falange Armata, la misteriosa organizzazione nata all’interno della VII divisione del Sismi: faceva parte dell’Ufficio K, l’apparato supersegreto voluto e creato da Fulvio Martini. Li Causi doveva tornare in Italia davanti ai giudici nell’ambito delle inchieste su Gladio.

Li Causi fu inviato in Somalia per operare con le truppe italiane che erano presenti in questo paese nell’ambito dell’operazione Ibis (che era il nome dell’intervento italiano nell’ambito della missione ONU Restore Hope).

Egli fu ucciso in un agguato in Somalia il 12 novembre 1993.

Senza dubbio Li Causi per il fatto di eseguire operazioni molto speciali al di là di ogni limite, era uno che sapeva troppo.

Secondo un uomo di Gladio intervistato alla trasmissione Report di RAI 3[36] afferma che Gladio si dedicava al traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici e nucleari, e che Li Causi passava le informazioni inerenti a questi traffici.

A proposito di traffici di rifiuti tossici, un collaboratore di giustizia Francesco Elmo ha indicato agli investigatori una serie di cave e siti in cui la mafia trapanese avrebbe interrato materiale inquinante (siti che, tuttavia, non sono mai stati trovati).

Strana figura questo Francesco Elmo. Arrestato per reati minori, afferma di essere stato un attivista di estrema destra e di essere stato utilizzato dai servizi segreti. Egli a Trapani ha parlato dell’omicidio Li Causi, del traffico di stupefacenti e armi che sarebbe gestito dalla mafia, dalla massoneria e da elementi dei servizi segreti. Egli afferma che il Centro Scorpione era già operativo dal 1983 e che Gladio operava su tre livelli: il primo, composto da civili reclutati tra coloro che erano decisamente anticomunisti e avevano simpatie per le forze dell’ordine; un secondo livello composto da militari del tipo sottoufficiali e massoni; un terzo livello, la vera e propria Gladio che operava in diversi settori, composto da ufficiali in possesso del N.O.S. (nulla osta segretezza) anche a livello Nato e da massoni di alto livello. Il primo livello operava in diversi settori, tra cui quello universitario. Il secondo livello cui faceva parte Li Causi aveva compiti di infiltrarsi negli ambiti di estrema sinistra per effettuare un attività di sorveglianza.[37]

Infine Elmo racconta dell’esistenza di alcuni campi di addestramento, due dei quali in Sicilia, dove si esercitavano, oltre agli appartenenti di questa struttura, anche terroristi mediorientali, uomini di Cosa Nostra ed estremisti di estrema destra. Indica tra gli addestratori di questi campi, anche il capitano Riccardo Trombetta, che era stato indicato dal P.M. Casson come capitano di completamento della Folgore e istruttore segnalato come presunto appartenente a Gladio, arrestato nel 1992 a Venezia nell’ambito dell’inchiesta su un megatraffico internazionale di armi da Israele verso la Croazia, insieme con esponenti della mafia siciliana legati al clan Fidanzati, e aggiunse che in questi campi Pietro Rampulla (l’artificiere della strage di Capaci), che era considerato uno degli esperti in esplosivi di Cosa Nostra, era stato addestrato da esperti arabi.[38]

Inoltre, egli afferma che Francesco Cardella, il guru della comunità Saman, fu ricattato dai servizi (il ricatto si basava su un traffico di stupefacenti gestito dalla comunità per uso interno), per utilizzare la sua comunità come base di appoggio per elementi terroristi arabi; per utilizzare le stesse comunità quale serbatoio elettorale e per utilizzare gli stessi canali per il traffico di stupefacenti.[39]

Cardella interessava i servizi segreti per i suoi rapporti con personaggi particolari. In sostanza, era sospettato di essere diventato il referente della sinistra trapanese di ambienti massonici e mafiosi, e ritenuto di essere il collegamento tra i socialisti italiani, la mafia trapanese, la massoneria e ambienti internazionali dediti al riciclaggio. In particolare, Cardella, era sospettato di avere utilizzato unitamente alla famiglia Minore di Trapani delle cave di tufo abbandonate del trapanese per lo stoccaggio di rifiuti chimici.

A livello nazionale era avere dei legami con Craxi e con altri uomini politici. A livello internazionale era indicato come legato ad Alvaro Robello, che si riteneva appartenente alla massoneria, che era stato l’ambasciatore del Nicaragua a Roma, e per questo sequestrato dai Contras e liberato dalla CIA.

Sia Cardella sia Robello erano indicati come appartenenti alla super Loggia Montecarlo.[40]

Tornando a parlare di mafiosi, Tommaso Buscetta è senza dubbio uno dei più famosi e indi per cui fa parte della categoria delle persone che la sanno lunga, ebbene egli viaggiava con quattro passaporti intestati a nomi diversi, rilasciati dalla Questura di Palermo a suo nome, un secondo intestato a nome di Aldo Calini, un terzo a Salvatore Guggianti, un quarto a Giovanni Gallucci. Analoghi vantaggi ne godevano altri boss mafiosi di alto spessore.

Altro che “guerra alla mafia”, con essa c’è stata da parte degli apparati dello Stato un legame istituzionale. I boss mafiosi non badavano solo ai loro affari, ma si occupavano d’altro come ad esempio di “salvare l’Italia dal comunismo”, degli autentici patrioti insomma.

Se la Massoneria ha svolto il ruolo di copertura agli organismi creati da questo che si potrebbe definire uno “Stato parallelo atlantico”, sarebbe errato che essa sia assimilata a quest’organizzazione di cui si parla, e non invece come uno strumento potente e spregiudicato di questo “Stato parallelo atlantico” sovranazionale.

Bisogna dire che questa copertura allo “Stato parallelo atlantico” non fu all’interno della massoneria italiana un passaggio tranquillo. Decisivo a questo passaggio fu il ruolo della massoneria USA in particolare quello del Rito Scozzese.

Nel 1945 la Massoneria italiana si era presentata all’appuntamento della liberazione in ordine sparso, dopo la scissione del 1909 non più ricomposta fra Palazzo Giustiniani e piazza del Gesù. Questione aperta rimaneva il contrasto su chi fosse il vero depositario della tradizione della regolarità massonica, l’Obbedienza di piazza del Gesù era quella rimasta fedele, all’Obbedienza della Gran Loggia di Londra. Per questo motivo alle logge di obbedienza inglese a Roma, pur divise fra loro, si accostavano subito elementi americani.

Il Grande Oriente d’Italia raccoglieva l’eredità dell’obbedienza al Rito simbolico francese e l’eredità anticlericale risorgimentale.

Il 18 aprile 1945 Guido Lay Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, in un’occasione di un acceso discorso in cui egli riproponeva le linee dell’impegno post-risorgimentale in senso anticlericale, col sostegno a una a una repubblica chiaramente antifascista, se non a colore socialista. È ovvio che questo discorso non entusiasmasse gli americani.[41]

Le pressioni americane per la riunificazione massonica portarono alla rottura tra il Grande Oriente d’Italia e il Grande Oriente di Francia e la fine della polemica anticlericale (il Vaticano era una componente fondamentale nell’ambito della cosiddetta guerra fredda per il fronte atlantico), si ricompattava così un fronte schierato a difesa di valori antitetici al materialismo (in altre parole al marxismo).

Questi contrasti massonici non c’erano ovviamente solo in Italia. Allende, socialista, che nel 1970 divenne Presidente della repubblica cilena, con un fronte composto da socialisti, comunisti e radicali, che cominciò una politica di nazionalizzazioni entrando così in contrasto con le multinazionali USA, era un massone.

Questa faccenda non deve stupire, se non si tiene conto del contrasto a livello internazionale tra le due diverse obbedienze del Rito Scozzese e del Rito simbolico francese, quest’ultima ben radicata nei Paese latini.

Allende proveniva da una famiglia con forti tradizioni massoniche, suo nonno Ramon Allende era Gran Maestro della Gran Loggia del Cile.

Allende era l’esponente di quell’idea massonica che riteneva importante l’intervento nell’ambito socio-politico quale preciso dovere e compiutezza dell’esperienza massonica. Era stato duramente attaccato dai media argentini di area conservatrice, che, falliti i tentativi di adombrarne per l’appartenenza massonica, studiarono di attaccarlo per il suo marxismo quale rinnegamento del massonismo. Questa critica fece presa su ambienti massonici, che criticarono l’apertura al mondo profano in favore del ripiegamento sul perfezionamento interiore o su operazioni meramente filantropiche. Allende spiegò nel suo intervento che l’impegno sociale faceva già parte della Massoneria cilena, citando fatti e personaggi massonici che hanno conformato la storia del paese.[42]

Dopo l’assassinio di Salvador Allende l’11 settembre 1973, e l’uccisione dei suoi collaboratori, molti dei quali erano massoni come il generale Alberto Bachelet (padre di Michele Bachelet che divenne in seguito Presidente della Repubblica del Cile), massacrato in carcere dai gorilla golpisti, si verificò una scissione nella Gran Loggia da parte dei massoni dei massoni più sensibili all’impegno sociale e più vicini ad Allende, che non tollerarono l’equidistanza dell’istituzione massonica di fronte al regime, posizione che si spinse sino alla collusione con l’adesione attiva del Sovrano RSAA Pedro Castelblanco Aguero. Ebbe così origine il 21 giugno 1984 il Grande Oriente del Cile in esilio, che si prefiggeva di continuare il magistero di Allende contrapponendosi così alla collaborazionista Gran Loggia, che comunque conservava i riconoscimenti inglesi e americani delle Massonerie regolari.

Sembra un paradosso ma anche Augusto Pinochet era massone. Fu iniziato nel 1937 nella Loggia Victoire n. 15 di San Bernardo, un paese a circa 15 km a sud di Santiago, quando era tenente dell’esercito appena sfornato dell’accademia. Risulta che frequentò la Loggia solo 6 mesi, poi fu trasferito e si assonnò.[43]

Torniamo in Italia e poniamoci la domanda su che cosa fu veramente la P2. Una Loggia regolare come sostiene Aldo Mola, direttore del Centro Studi della massoneria?[44] O una Loggia riservata, che annovera fra i suoi iscritti persone che sono consapevoli di fare di far parte di un potente centro politico ed economico, ma non tutti erano in grado di comprendere, di sapere chi fosse Licio Gelli e quali fosse i suoi reali intendimenti?

Si potrebbe ipotizzare che non tutti gli iscritti alla P2 facessero parte di quel gruppo ristretto denominato “raggruppamento Gelli-P2” come Gelli ribattezzò la sua Loggia.[45]

Che all’interno del Grande Oriente d’Italia, in molti si accorsero, o vennero a conoscenza, dell’uso che lo Stato parallelo stava facendo della P2, lo dimostra il fatto che in tutto il periodo in cui Gelli ricoprì l’incarico di Grande Maestro, l’Ordine fu punteggiato da scontri e contestazioni durissime nei suoi confronti e contro quella parte del Grande Oriente che lo sosteneva.

Ritengo che sia riduttiva definire la P2 una Loggia eversiva. Con grande chiarezza Armando Corona, l’ex Grande Maestro del Grande Oriente d’Italia dichiarò che “gli USA hanno patrocinato la nascita di Gladio, e qualcosa di simile è avvenuto per la P2”,[46] volendo così stabilire un parallelo che non può esser considerato casuale. Prosegue Corona “Solo così mi spiego come Licio Gelli. Che fino al giorno prima era stato un rappresentante di commercio della Permaflex, improvvisamente incomincia a ricevere i capi di Stato maggiore dell’Esercito, il segretario della camera dei deputati, giornalisti e direttori di grandi testate, presidenti di banche, finanzieri, insomma tutto il mondo che allora contava. Penso che gli Stati uniti abbiano favorito l’ingresso di questi personaggi influenti in una struttura che potesse garantire con più sicurezza gli interessi occidentali…”.[47]

Tina Anselmi, che presiedette la Commissione di inchiesta sulle attività della Loggia P2, che pur riuscendo in un senso a demonizzare la figura di Licio Gelli, senza però intaccare alcune segreto dell’apparato nel quale costui è inserito, si è sentita autorizzata ad affermare che: “Tutti i fatti giunti a conoscenza della Commissione d’inchiesta ci hanno portato alla convinzione che la P2 è stata creata con precise finalità politiche, ed ora, per la prima vola in undici anni, la conferma viene dalla stessa massoneria che riconosce il rapporto fra P2 ed ambienti americani e che indica con chiarezza come la loggia sia stata scelta come organizzazione di copertura per un’azione di copertura per un’azione di controllo della politica…L’onorevole Anselmi, ha affermato che solo la presenza di una strategia politica, di cui, di cui Gelli era solo un direttore esecutivo, ma non certo l’ideatore, può spiegare il coinvolgimento di alti vertici dello Stato nella loggia massonica”.[48]

   E lo stesso concetto lo ribadisce, nell’agosto del 1992, il settimanale di CL Il sabato, che scrive che la P2 “altro non era che una loggia di garanzia degli interessi americani in Italia, che ha operato anche dopo l’89”.[49] Insomma, a 11 anni della scoperta della Loggia, si comincia ad ammettere quello che prima si negava: che la Loggia era espressione diretta del potere atlantico e non a essa estranea se non addirittura ostile.

La Loggia P2, potrebbe essere considerata una sorta di agenzia dell’organizzazione, uno strumento creato ad hoc per operare in un certo modo, capace di coagulare attorno a sé centinaia di personaggi potenti, in Italia e all’estero, utili per interventi di carattere politico e finanziario, senza compromettersi.

E di quale potere si tratti, lo rivela implicitamente lo stesso Gelli quando dichiara: “Non sono mai stato fra gli organizzatori di Gladio, anche se la conoscevo: una legione invisibile di persone oneste che ha salvato l’Italia”.[50] Certo nessuno ha mai collocato l’ex materassaio di Arezzo tra i soldati di Gladio. Però ci sono stati massoni che hanno fatto parte di Gladio: il friulano Giorgio Brusin, membro della giunta del Grande Oriente d’Italia, Antonio Melis detto “Salvatore”, responsabile della struttura clandestina in Sardegna, Francesco Dentice di Accadia e altri appartenenti al Rito Scozzese.

Come si vede ci sono massoni-gladiatori, ma come ci sono anche massoni-mafiosi e mafiosi-fascisti. Questo potrebbe far pensare che la Massoneria sia la cupola promotrice di strategie finanziarie e politiche a respiro internazionale. Ma non si potrebbe pensare che dietro gli Ordini ufficiali ci siano realtà parallele?

Ebbene qualcuno che non si potrebbe annoverare fra gli ultimi e sprovveduti e sprovveduti in fatto di Massoneria, Giulio Di Bernardo affermi che “.. In Italia non c’è più la Massoneria , ma un’altra entità più pericolosa. E compito dei magistrati scoprire cosa sia …”.[51]

Per quanto riguarda l’ambiente fascista, il Msi nasce come forza politica dalla quale reclutare, all’occorrenza decine di migliaia di giovani provenienti dall’esperienza militare della Repubblica Sociale Italiana, in grado di impiegare le armi in difesa, stavolta, dell’imperialismo USA. Il suo inserimento organico, come partito che conta migliaia di aderenti, nei piani segreti degli Stati maggiori occidentali, approntati in funzione anticomunista, potrebbe farsi risalire nel 1947 e il battesimo del fuoco nel 1948, quando la lealtà neofascista al nuovo regime, superò brillantemente la prova con la consegna delle armi avute in prestito (alla pari delle altre formazioni anticomuniste) dall’Esercito italiano.

La nascita della Nato, il varo del piano Demagnetize (che portò alla formazione delle reti Stay-behind) trasforma l’Msi nello strumento più docile dell’organizzazione e in un serbatoio illimitato dal quale quest’ultima poté arruolare elementi fidati e fedeli.

Tra apparati dello Stato e gruppi neofascisti orami e noto che esistevano rapporti stretti e organici. Sotto la facciata di Ordine Nuovo si nascondeva una struttura occulta all’interno della quale operavano personaggi come Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Paolo Signorelli e Pino Rauti.

Per quanto riguarda i servizi segreti essi dovevano rispondere al loro operato anzitutto in sede atlantica. I generali dipendevano dai comandi Nato prima ancora che dal governo nazionale. Catene che si sono dimostrate funzionali dalla fine degli anni ’60 nella gestione della Strategia della tensione. Bisogna aggiungere a tutto questo che i vari governi nazionali che si sono succeduti in Italia dal secondo dopoguerra, hanno rinunciato al loro diritto-dovere di esercitare la loro autorità sulle Forze Armate; e che esistono catene occulte che corrono parallele a quelle palesi, come si conviene alla doppia struttura, segreta e clandestina da un lato, ufficiale dall’altra, in cui si articola l’Alleanza atlantica.

C’è da chiedersi se Gladio coincidesse con l’organizzazione di cui stiamo parlando, oppure una parte di essa, o come pretende certa magistratura italiana qualcosa di totalmente estraneo.

A dare ascolto al Generale Gerardo Serravalle, che di Gladio è stato per alcuni anni il comandante, dovrebbe essere valida la seconda ipotesi, quella cioè che vede Gladio come parte sacrificata per coprire tutto, inteso quest’ultimo l’organizzazione, la cui esistenza non potrà mai essere ammessa perché strumento portante del dominio USA in Europa. Serravalle afferma che: “…Da una parte, difatti, c’è una struttura segreta denominata Stay-behind, a tenuta ermetica, che dispone di armi ed esplosivi mantenuti occultati in vari punti del territorio nazionale…dall’altra sembra di intravedere un filigrana una specie di magma delle varie denominazioni, di natura eversivo-terroristica. È il magma dei ‘salvatori della patria’ che hanno fruito del segreto politico-militare dello Stato”.[52] E, in maniera più esplicita, subito dopo: “La struttura era dunque tale da poter essere utilizzata come schermo per il magma ‘patrioti-professionisti’ al riparo delle coperture istituzionali per poter dare uno scossone al Paese? Il sospetto è legittimo e fondato…”.[53] E ancora: “Viene inevitabile supporre almeno in linea di ipotetica che chi predispone una struttura segreta tipo Gladio e la pone al comando di un militare professionale, intenda che la struttura stessa debba essere impiegata eventualmente con assoluta sicurezza secondo compiti istituzionali (resistenza all’invasore e ai collaborazionisti), secondo i criteri della dottrina militare sulla ‘guerra non ortodossa’, oppure si è voluto costruire un paravento, una facciata rispettabile con tutti i requisiti dell’ufficialità, i benefici del segreto di Stato ed il manto protettivo dell’Alleanza atlantica a vantaggio, diciamo così del potere. Questo il nodo della vicenda Gladio. Nelle Stay-behind operano funzionari civili di carriera dei rispettivi servizi. Ho avuto modo di constatare in essi, con molto stupore, una pressoché assoluta carenza di preparazione tecnico-tattica, necessaria ad una corretta impostazione ed eventuale condotta di quella forma particolare di guerra”.[54] Partiamo dal fatto che il generale Serravalle è ben lontano dall’essere una vittima e soprattutto, un’ufficiale democratico, tanto che quando di congeda dall’Esercito nel 1986, partecipa, come consulente civile di un gruppo italoamericano, agli studi della Strategic Defence Iniziative europea (quello che fu denomina Guerre Stellari).

Egli è colpevole al pari degli altri suoi colleghi, arrogante nella presunzione di poter informare, quando spesso e volentieri disinforma. Non dice tutta le verità quando afferma che tra i compiti istituzionali di Gladio e di essere utilizzata contro i “collaborazionisti”, secondo i criteri di impiego della dottrina militare della guerra non ortodossa, dove finge di dimenticare due cose fondamentali: che quello che definisce i “collaborazionisti” che essi vanno identificati nei dirigenti, nei quadri e nei militanti dei partiti comunisti occidentali; e che la guerra non ortodossa non può essere assimilata alla pura e semplice guerra di guerriglia alla quale era ufficialmente destinata la struttura Gladio. E’ necessario ricordare (non a Serravalle ovviamente) che la guerriglia contro un esercito invasore avrebbe avuto fine con la riconquista dello spazio geografico, mentre la Guerra non ortodossa ha come fine la difesa dello spazio politico. Difatti, negli scenari bellici costruiti dagli Stati maggiori degli eserciti Nato prevedevano la conquista la conquista pacifica del potere, mediante le elezioni, da parte dei partiti comunisti italiano e francese che giunti al potere avrebbero richiesto l’aiuto delle forze del Patto di Varsavia. Questo era il vero pericolo da scongiurare, con ogni mezzo: la perdita dello spazio politico.

Ora lo spazio geografico non è mai stato minacciato. Nel 1948, gli unici ad approntare piani di attacco, per di più atomico, erano gli USA contro l’URSS che, era ben lontana dall’aver risanato le immense distruzioni provocate dalla seconda guerra mondiale. Nel 1950, con il terrore che prendendo come pretesto della guerra di Corea gli USA attaccassero l’URSS, Togliatti offrì al governo italiano una cessazione dell’opposizione da parte del PCI in cambio di una politica estera di pace. Nel 1956, l’ingresso dell’Armata Rossa in Ungheria (4 novembre) fu contemporanea all’azione diplomatica USA-URSS che obbligò le truppe britanniche e francesi a ritirarsi precipitosamente dal canale Suez, che avevano occupato il 1 novembre.

Lo spazio geografico italiano non è mai stato minacciato, quello politico (nel senso che potenzialmente avrebbe potuto mettere in discussione gli equilibri politici del paese) sì. E a difendere quest’ultimo sono state le Stay-behind, che sono lo strumento perfezionato e raffinato della guerra non ortodossa.

Certamente è difficile a mettere assieme i pezzi di questo mosaico, ebbene l’impunito Kossiga, nelle dichiarazioni rilasciate a ruota libera, non ha lesinato frammenti di verità sulle Stay-behind in Europa che contrastano, in modo plateale con le conclusioni ufficiali. Non si concilia la sua definizione di “potente organizzazione interalleata” a una struttura che, a dire del suo caro amico Fulvio Martini, era invece povera cosa, composta di 622 persone.

E ancora più interessante appare il riferimento, fatto da Kossiga, al governo di Stay-behind ristretto, a sentir lui, a 22 uomini politici, gli unici in Italia sapevano tutto perché evidentemente, erano gli unici a sapere tutto perché evidentemente erano i soli a dare tutte quelle garanzie di fedeltà che gli USA e la Nato pretendevano. Kossiga non fa i nomi di tutti quelli che componevano il governo occulto, ma, quelli che fa (Spadolini, Taviani, Rognoni, Andreotti, Restivo e Tanassi) sono sufficienti per delineare le coperture politiche al cui riapro hanno agito gli uomini delle Stay-behind in Italia. Questi uomini politici avrebbero rappresentato la cerniera fra lo Stato parallelo e quello ufficiale, e che, molto probabilmente, sono stati sostituiti da altri che non anno ancora un nome e un volto.

E se sul piano politico, vi era una direzione unitaria che non teneva conto del partito di appartenenza (DC-PLI-PSDI-PRI) ma solo dell’incondizionata dipendenza ai voleri degli USA e della Nato, anche sul piano militare ed operativo l’organizzazione sicuramente non poteva non avere un unico vertice, capace di coordinare le multiformi attività dei subalterni impegnati nelle più diverse realtà italiane ed europee.

Si configura così un potere parallelo che agisce in piena sintonia con quello ufficiale ma da quest’ultimo troppo impacciato nei suoi movimenti dal rispetto formale delle regole della democrazia, si differenzia per l’agibilità dei movimenti, la totale libertà di azione, la scelta degli obiettivi, dei metodi, dei mezzi e degli uomini da impiegare con assoluta spregiudicatezza.

Tutto ciò non è certamente una novità. Nella nazione guida del mondo cosiddetto “libero” (gli USA), l’esistenza di un potere parallelo a quello ufficiale, all’interno di del quale si prendono le decisioni cruciali per la politica estera USA, è stato più volte riconosciuto, anche se tutto ciò è presentato come una necessità contingente e quindi non istituzionalizzata.

Scriveva Panorama nel novembre del 1986: “Adesso si scopre che all’interno della Casa bianca le più spericolate e clandestine operazioni sono affidate a un gruppo di personaggi-ombra, di cui nessuno fuori dall’ambiente aveva mai sentito parlare. È questo un governo clandestino che, all’insaputa di tutti ha condotto l’operazione ostaggi, guidato la guerra segreta in Nicaragua, l’intervento Usa nel mediterraneo ai tempi della crisi dell’Achille Lauro e, prima ancora, l’invasione di Grenada”.[55]

Pochi giorni dopo più tardi, su Repubblica appariva un articolo sullo stesso argomento: “… Tra le molte vicende che quest’ultima crisi (l’Irangate) ha rilevato, c’è anche questa: l’esistenza di un piccolo gruppo formatosi nel Vietnam che, sulla base di un approccio teorico totalmente nuovo, ha tentato un rinnovamento nell’establishment… L’approccio elaborato da questa nuova razza di militari è un po’ l’uovo di Colombo, ma ha fatto molta strada ed ha testi di riferimento: le opere del generale a due stelle Lansdale, il quale dalla sua esperienza, nelle Filippine in particolare, ha ricavato alcune riflessioni. Per combattere il comunismo i militari hanno tradizionalmente contatto su due fattori: l’uso si molti mezzi di guerra e molti soldi. Con questa strategia, tuttavia, si perse il Vietnam. Lansdale sostiene invece che questi due fattori funzionano solo se essi vengono integrati con misure sociali ed operazioni politiche. Che, insomma, non si può vincere una guerra e poi creare condizioni politiche favorevoli, ma si deve operare su entrambi i fronti contemporaneamente. Per esempio, l’amministrazione Reagan, all’inizio era tutta immersa dentro questa idea di un massiccio riarmo, e questa era l’altra faccia dell’amministrazione Carter che invece era immersa dentro stupide teorie sociali. La separazione fra le due cose ha sempre reso ineffettiva l’una e l’altra”.[56]  

Anche se la giornalista dimostra di ignorarlo (non si sa se volutamente o meno), il fondamento delle teorie che espone, non è certo una novità, poiché stanno alla base della dottrina della Guerra non ortodossa, scaturita dalle osservazioni dei francesi in Indocina e in Algeria, degli inglesi in Malesia e dagli stessi americani nelle Filippine. In questa che è stata definita la “quarta dimensione della guerra”, come si è affermato in precedenza, la separazione tra civile e militare è stata abolita e a dirigerla sono stati chiamati gli Stati maggiori allargati, che comprendono uomini provenienti sia dagli ambienti politici, accademici, economici, che da quelli militari. Perché è una guerra che pur prevedendo il ricorso alle armi da fuoco, preferisce, quelle della persuasione, magari usando (come specchietto delle allodole) le prospettive di miglioramento economico.

Questi articoli fanno notare che negli USA la politica estera è affidata non al Dipartimento di Stato ma a un piccolo gruppo di persone che nessuno conosce. Perciò non ci si dovrebbe meravigliare che questa prassi sia adottata anche in sede di Alleanza atlantica.

E dovrebbe meravigliare pensa che il vero motore della politica statunitense sia una realtà extraistituzionale: il Council of Foreign Relations (CFR).

Realtà nata da una setta segreta, nata in Inghilterra.

Nell’Inghilterra vittoriana nell’ambiente dell’Università di Oxford intorno alla figura di John Ruskin, un critico estetico, riformatore sociale e nonché un profeta politico, si raccolse un gruppo di persone imbevute di teorie che aveva come obiettivo, secondo le parole di Ruskin: “Il mio scopo costante è stato quello di mostrare l’eterna superiorità di alcuni uomini su altri”.[57]

Nel 1891 un gruppo di discepoli oxoniani imbevuti di tali dottrine – tra i quali spicca l’energico uomo d’azione e di affari Cecil Rhodes, fondatore della colonia che prese il nome di Rhodesia – avrebbe costituito una società segreta caratterizzata da una fanatica vena di pananglismo razzista; imporre al mondo il predominio britannico, tale programma nato nella tradizionale atmosfera del Rule Britannia, ma animato da un affatto nuovo, che dalla nazione sposta l’accento alla razza, postulando l’esigenza di un alleanza tra le nazioni di razza anglosassone. Dopo la morte di Rhodes un’altra figura di proconsole sudafricano, lord Alfred Milner, organizza una cerchia esterna, la Rounde Table, che deve assicurare alla società segreta, di cui non si conosce il nome (nome che forse, per maggior segretezza, si evitò di coniare) un ambiente di “simpatia” e di fattiva collaborazione. Nel 1914 funzionano gruppi di Round Table in Inghilterra, Sud Africa, Canada, Australia, Nuova Zelanda, India e Stati Uniti. Il coordinamento della loro attività intellettuale vie assicurata per mezzo di un organo trimestrale, The Round Table, che esce completamente anonimo, allo stesso modo della rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica; analogia non casuale, se si pensa che la Compagnia di Gesù costituiva il modello organizzativo di Cecil Rhodes.

Alla fine della prima guerra mondiale, quando ormai è chiaro che gli Stati Uniti sono destinati ad assumere un’importanza sempre più grande nel concerto mondiale, il gruppo americano della Round Table offre la piattaforma per la creazione del Council of Foreign Relations (CFR) delineato nei colloqui anglo-americani di Parigi, che assume il compito contrastare la tendenza isolazionista della borghesia americana (e della sua influenza nell’opinione pubblica degli Stati Uniti) e indirizzare la politica estera del governo statunitense nel senso voluto dalla società segreta, nel senso cioè di una affermazione planetaria della razza anglosassone.

È dagli ambienti gravitanti intorno al CFR è derivato l’impulso per l’intervento degli USA nel secondo conflitto mondiale, ed è dagli stessi ambienti che è impostata la strategia della cosiddetta guerra fredda, che sarebbe stata abbandonata n seguito constatazione della sua sterilità. Essendo impossibile abbattere in modo frontale il campo socialista, è dai cervelli del CFR che nasce la strategia alternativa, basata sull’indebolimento dei paesi socialisti, che l’avvento del revisionismo ha portato nel Movimento Comunista Internazionale e nei paesi socialisti ha comportato, il cui sgretolamento era assicurato dalla penetrazione commerciale occidentale e dal contagio ideologico rappresentato dagli eurocomunisti (i partiti comunisti dell’Europa occidentale).

Un fattore base della costituzione di questo potere parallelo da parte di frazioni molto ristrette di borghesia, negli USA, è stato quello militare. La convinzione di una permanente minaccia di guerra conferisce ai militari una posizione di privilegio e giustifica il controllo che essi esercitano, politicizzandoli. L’integrazione tra militari, grande industria e politici avviene nel passaggio del baricentro dell’attenzione degli USA dai problemi interni a quelli esterni con lo scoppio della guerra nel 1941. Politici, militari e industriali stabiliscono un contatto diretto nella gestione e nel coordinamento dello sforzo bellico a livello industriale e militare. rafforzandolo dopo il 1950 con l’inizio della cosiddetta guerra fredda contro l’URSS. L’élite del potere si sviluppa anche grazie al vuoto rappresentato dalla mancanza negli USA di organismi, tradizioni e meccanismi di tipo democratico espressamente dedicati alla gestione degli affari internazionali.

Un altro fatto nell’affermarsi di queste élites che costituiscono questo potere parallelo (che alla fine è quello realmente determinate) è economico e risiede nello stabilizzarsi di un’economia e nell’esistenza di gruppi privati di dimensioni molto grandi. Il capitalismo USA è un capitalismo militare, in cui coincidono gli interessi dei grossi industriali con quelli dei “signori della guerra”, e che è inserito in un sistema di democrazia formale. L’integrazione di militari e grossi imprenditori relega a un ruolo più subordinato i politici di professione. Certo questa élite e tutt’altro che monolitica, essendo spesso attraversata da profondi attriti tra i gruppi che la compongono, ma alla fine riesce ad accordarsi al suo interno sui punti fondamentali, specialmente in occasione di crisi.

Ora il CFR come il Bilderberg e la Trilaterale è la forma organizzata della Borghesia Imperialista, ma si potrebbe pure dire della classe capitalista multinazionale. Questa che alla fine della fiera è la frazione dominante della borghesia è il prodotto dello sviluppo capitalistico degli ultimi cinquanta anni. Essa succede all’alta finanza, egemone tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, e alla borghesia delle grandi imprese monopoliste, che dominarono tra gli anni ’10 e ’70 del XX secolo. Essa è la sintesi più avanzata, delle diverse fasi del capitalismo che l’hanno preceduta. Comincia a formarsi come strato superiore e dominante della classe capitalista, dalla fine della seconda guerra mondiale, quando si ricostruisce un’economia mondiale. Ma è soltanto a partire dagli anni ‘70-’80 che si afferma pienamente. La sua ascesa è legata alla trasformazione del capitalismo dalla forma nazionale a quella internazionale, alla sua mondializzazione.

Questo non significa certo armonia. Con l’accentuarsi della crisi e con la crescita del gigantismo la lotta diventa più accanita. Anche la Borghesia Imperialista è composta da fratelli nemici, fratelli quando di tratta di opporsi agli avversari, nemici quando si tratta spartirsi la torta, specialmente in tempo di crisi quando si riduce. In un certo senso organismi come il Bilderberg e la Trilaterale (e anche il CFR) assolvono anche la funzione di camere di compensazione delle contraddizioni tra i diversi settori di capitale.

 

UN CASO ESEMPLARE  DI INTERFERENZA: QUELLO FRANCESE

 

Con la fine della seconda guerra mondiale, nacque la Quarta Repubblica francese (1945-1958), caratterizzata da una grande instabilità politica nella quale i vari partiti si contendevano il potere.[58] A sinistra il Partito Comunista Francese (PCF), era diventato popolare per il suo ruolo guida nella resistenza. Quando il 6 giugno 1944 gli alleati occidentali sbarcano in Normandia, il numero dei partigiani mobilitati raggiunge di colpo il numero di 500.000 (la metà dei quali inquadrati nelle formazioni comuniste). Il 19 agosto, respingendo le proposte di tregua golliste, Parigi insorge all’appello dei partigiani. Il 25 si arrende il generale che comanda le forze tedesche della capitale.

Il 31 agosto si riunisce a Parigi liberata il Comitato Centrale del partito: è Duclos a presentare il rapporto. Si a un bilancio delle perdite del partito, valutate a decine di migliaia di fucilati (10.000 solo tra i ferrovieri).

Il 26-30 giugno 1945 si svolge a Parigi il X Congresso. Il partito ha raggiunto i 545.000 iscritti. Mentre alle elezioni che si svolsero il 21 agosto 1945 per l’Assemblea Costituente, prende 5.005.336 voti (il 26% dei voti espressi) e 152 deputati è il primo partito.[59] A destra, i collaborazionisti di Vichy che non furono epurati, sia che facessero parte dell’Esercito, che i potentati economici non erano certo presi di entusiasmo che la Francia cadesse in mano comuniste, indipendentemente dal fatto che ciò avvenisse per via insurrezionale o elettorale. Ancor più rilevante era che Stati Uniti e Gran Bretagna fossero strenui oppositori del PCF. Pertanto, in Francia, come in Italia, dopo il 1945 continuò una guerra segreta contro i comunisti e il sindacalismo classista, da parte dei servizi segreti americani e dell’establishment politico, militare, poliziesco ed economico francese, che guidarono l’esercito occulto Stay-behind.

Per iniziativa delle Forze Speciali britanniche e dei servizi segreti americani fu allestito in Francia un esercito segreto – il suo nome di copertura era Piano Blu – con il compito di prevenire l’ascesa al potere (a prescindere da come sarebbe avvenuta) da parte del PCF. Le SAS britanniche, specialiste nella guerra segreta, contattarono l’appena istituito servizio segreto francese, la Direction Générale des Recherches (DGER), con cui si accordarono per allestire un esercito segreto nel nord della Francia e in Bretagna.[60]

Cellule dell’esercito clandestino, nelle quali erano coinvolti numerosi agenti e ufficiali della DGER, furono costituite in ogni parte della Francia. Vale la pena notare che in quel periodo dentro la DGER, sotto la direzione di Andrè Devawrin c’erano elementi comunisti che avevano fatto la resistenza. Gli agenti più reazionari e gli americani consideravano queste presenze un rischio, soprattutto per ciò che riguarda le operazioni segrete contro i comunisti francesi, come il Piano Blu. Il DGER fu sciolto nel 1946 e rimpiazzato da un nuovo servizio segreto militare, rigorosamente anticomunista, lo SDECE agli ordini di Henri Alexis Ribiere, epurato di ogni presenza comunista.

Mentre la Francia era scossa da grandi scioperi che paralizzavano l’intero paese, gli agenti del Piano Blu avvicinarono gli industriali per farsi finanziare la loro guerra segreta. Quando alla Renault scoppiò un imponente sciopero sostenuto dal PCF oltre che dalla CGT, la tensione aumentò in tutto il paese. Il primo ministro, il socialista Paul Ramadier, ordinò il blocco dei salari come risposta alle richieste di aumento provenienti dagli scioperanti. Era uno scontro duro. I comunisti votarono contro il blocco dei salari, mentre i socialisti esortavano Ramadier a non dimettersi, dopo di che con una mossa inaspettata, il 4 maggio 1947, espulse i comunisti dal suo governo. Questi ultimi, assai sorpresi, subirono senza replicare sperando che si trattasse di un ostracismo temporaneo. Solo in seguito si scoprì che Washington era coinvolta in questo colpo di mano. Il generale Revers, capo di Stato Maggiore francese, riferì in seguito che il governo americano aveva sollecitato Ramadier a rimuovere i ministri del PCF. In particolare i socialisti avevano anticipatamente discusso del problema con l’ambasciatore USA Caffery, il quale aveva detto loro chiaramente che gli aiuti economici americani non sarebbero arrivati fintanto che gli esponenti comunisti fossero rimasti al governo.[61]

Un mese dopo l’espulsione dei comunisti dal governo i socialisti francesi attaccarono la destra militare e la CIA e denunciarono l’esistenza dell’esercito clandestino del Piano Blu. Il 30 giugno 1947 il ministro socialista dell’interno Edouard Depreux svelò il segreto e dichiarò a una sconcertata opinione pubblica che un esercito occulto di destra era stato istituito in Francia alle spalle dei politici per destabilizzare il governo. Spiegò Depreux che “Verso la fine del 1946 siamo venuti a sapere dell’esistenza di una rete di resistenti composta da estremisti di destra, collaboratori di Vichy e monarchici”, che “Hanno un piano segreto di attacco chiamato “Piano Blu”, che avrebbe dovuto essere messo in atto alla fine di luglio o il 6 agosto (1947)”.[62]

Secondo le gravi accuse del ministro degli interni, la CIA e l’MI-6, insieme a forze paramilitari francesi di destra avevano pianificato un colpo di Stato in Francia per l’estate del 1947. Sulla scia di queste rivelazioni si ebbero indagini e alcuni arresti. Tra i cospiratori figurava il conte Edme de Vulpian. Il suo castello vicino a Lamballe, nel nord della Francia, servì presumibilmente da quartiere generale per gli ultimi preparativi del golpe. Dalle indagini svolte dal commissario Ange Antonini, emerse che nel castello erano nascosti armamenti pesanti, piani operativi e ordini di battaglia. I piani rilevavano che, come componente essenzialmente del programma di guerra occulta, i cospiratori del Piano Blu intendevano far crescere la tensione politica eseguendo atti terroristici e incolpando la sinistra, creando così le condizioni favorevoli per un colpo di Stato. Questi comportamenti erano già stati nelle operazioni segrete condotte in Italia, Grecia e in Turchia. I cospiratori avevano un piano per assassinare De Gaulle e suscitare un moto di pubblica indignazione.[63]

Ci sono altre fonti, che pur ammettendo che in Francia si stesse combattendo una guerra occulta, affermano che nella realtà non ci fosse stato nessun tentativo di colpo di Stato, ma che nella realtà era una mossa dei socialisti ridimensionare la destra dopo aver colpito i comunisti.[64]

La CIA riuscì a creare una scissione nella CGT, poiché era un formidabile strumento di mobilitazione egemonizzato dal PCF, creando la moderata Force Ouvrière, che dagli anni ’50 finanziò con più di un milione di dollari l’anno.[65]

Un altro obiettivo della guerra segreta nella Quarta Repubblica fu la polizia francese. Quando, nella primavera del 1947, i ministri comunisti furono espulsi dal governo, anche l’intera amministrazione governativa fu epurata dagli elementi comunisti o considerati tali, mentre contemporaneamente gli anticomunisti furono promossi.

Dopo la scoperta del Piano Blu nel 1947, il primo ministro Paul Ramadier si assicurò che i fidati dirigenti di quel piano non fossero rimossi dai servizi segreti.

Passata la tempesta, Ramadier ordinò al capo dello SDECE: Henri Ribiere di organizzare un nuovo esercito segreto anticomunista che avrebbe preso il nome in codice di Rosa dei Venti. Il nome in codice era stato ben scelto perché quando era stata creata la NATO, nel 1949, con quartiere generale a Parigi lo SDECE coordinava la sua guerra segreta anticomunista con una cooperazione molto stretta con l’alleanza militare.[66] I soldati clandestini sapevano bene che la rosa dei venti è il disegno che si trovava nella bussola, sotto l’ago, grazie al quale è ristabilita la rotta quando la barca rischia di andare alla deriva.

Dato che la cooperazione segreta con gli Stati Uniti si intensificava, lo SDECE nell’aprile del 1951 aprì una sede a Washington.[67]

L’addestramento dei soldati segreti della Rosa dei Venti ebbe luogo in varie parti della Francia e all’estero in stretta cooperazione con le Forze speciali francesi. In particolare, il più coinvolto era il reggimento di paracadutisti, altamente specializzato, denominato Undicesimo d’Assalto. Esso operò in Indocina e in Algeria, ed era specializzato in operazioni sporche. Nel 1954 300 uomini di questo reparto giunsero in Algeria. Gran parte di loro era molto esperta in operazioni coperte e antiguerriglia. Uno dei più illustri membri di questo reparto era Yves Guérin Sérac, che aveva prestato servizio in Corea e in Indocina, e coinvolto personalmente nell’allestimento dell’esercito segreto anticomunista.

La lotta di liberazione nazionale algerina fu un fattore determinante per la crisi della Quarta Repubblica francese. Quello che non comprese la classe dirigente francese, che essa non era frutto di un “complotto comunista” ma era parte integrante del grande moto antimperialista di massa dei popoli coloniali e semicoloniali, moto che è sempre stato (a partire dalla rivoluzione messicana 1917-1938, alla tiepida “rivoluzione costituzionale” in Iran 1951-1953) parte costituente e determinante dello scontro di classe internazionale e locale insieme. Dentro questo quadro si è avuto un movimento per le nazionalizzazioni più radicali che è stato tutt’uno con la scesa in campo degli sfruttati arabi (si possono prendere come esempio: la detronizzazione per via insurrezionale della monarchia hashemita in Iraq nel 1958, la stessa guerra di liberazione nazionale algerina, la “rivoluzione dall’alto” in Libia che però era stata preceduta da una forte ondata di lotte anche operaie).

I francesi persero, perché non avevano compreso che la loro sconfitta in Indocina, prima ancora che da fattori militari e che si trovavano contro una guerra popolare che aveva mobilitato le masse popolari indocinesi. Per lo stesso motivo persero in Algeria perché, al contrario del FLN algerino non riuscirono a guadagnare alla loro causa, la massa del popolo algerino.

Quando, nel maggio 1958, la lotta per l’indipendenza dell’Algeria si fece seria, il debole governo della Quarta Repubblica non si dimostrò in grado di adottare una linea precisa, mentre l’esercito e il servizio segreto erano ben decisi a far restare la Francia in Algeria. Molti personaggi presenti nei ranghi militari e dello SDECE consideravano gli uomini politici della Quarta Repubblica “deboli, potenzialmente o attivamente corrotti, una categoria di pusillanimi la cui tendenza era quella di scappare dall’Algeria”.[68] Tutto questo determinò che gli esperti delle operazioni clandestine dei servizi segreti e dell’esercito cominciarono a preparare un piano per il colpo di Stato che doveva rovesciare il governo di Parigi e riportare al governo De Gaulle.

Molti reparti di fronte a questo fatto si trovarono divisi. L’Undicesimo d’Assalto è uno di questi. Il 24 maggio 1958, elementi di questa formazione con base a Calvi, diede via al golpe coordinando l’occupazione di tutta l’isola con formazioni paramilitari. Mentre altri membri dell’Undicesimo d’Assalto, non erano d’accordo con questa insurrezione e lasciarono la loro base d’addestramento di Cercottes vicino a Orléans per proteggere gli obiettivi identificati dai cospiratori gollisti e dalle unità paramilitari che li sostenevano.[69] Uno dei bersagli dei congiurati era lo stesso capo del servizio segreto francese, generale Paul Grossing. Quando quest’ultimo ebbe sentore del piano fece immediatamente circondare il quartiere generale dello SDECE a Parigi, in boulevard Mortier, dai membri dell’Undicesimo d’Assalto che gli erano fedeli.

Nel maggio del 1958 la Francia stava affondando nel caos. Il capo del potente servizio segreto interno DST, stava per avviare un piano segreto anticomunista chiamato operazione Resurrezione. Il piano consisteva nel rapido lancio del cielo di paracadutisti, che avrebbero dovuto prendere il controllo dei centri vitali di Parigi. Questo piano prevedeva anche l’arresto di un certo numero di politici, tra cui Miterrand, Mendès France e tutta la direzione del PCF.[70]

Nel frattempo ad Algeri si era costituito un Comitato “rivoluzionario di salute pubblica” che era stato promosso dai generali Raoul Salan e Jacques Massu. Questa rivolta coinvolgeva oltre i militari, anche i coloni francesi in Algeria i cosiddetti pied noirs.

Il 27 maggio, poco prima che l’operazione Resurrezione si scatenasse, De Gaulle diede la disponibilità a formare un nuovo governo. Il 28 maggio il primo ministro Pierre Pflimlin si dimise. La mattina del 29 maggio il presidente della Repubblica Renè Coty rese pubblico il fatto di avere invitato De Gaulle a formare un nuovo governo. Solo 24 ore dopo il generale si presentò di fronte all’Assemblea Nazionale e chiese pieni poteri per sei mesi, quattro mesi di “vacanze forzate” per i deputati e l’autorità per proporre egli stesso una nuova Costituzione. Le richieste di De Gaulle furono approvate con 329 voti contro 224 (votarono contro il PCF, la metà dei socialisti e qualche radicale).

Molti tra i militari e i membri dei servizi segreti che avevano sostenuto il colpo di Stato di De Gaulle si aspettavano che il generale sostenesse con forza la politica di un’Algeria francese, ossia che avrebbe fatto qualsiasi cosa per mantenere l’Algeria sotto il dominio coloniale. Quando, però, De Gaulle avviò il progetto di disimpegno dall’Algeria, i soldati dell’esercito clandestino erano furiosi. Ci fu una divisione all’interno dell’esercito clandestino tra l’obbedienza a De Gaulle e lasciare l’Algeria o invece di opporsi alla linea del governo di Parigi.

Già il 24 gennaio 1960 gruppi di coloni innalzarono barricate al centro di Algeri che gendarmeria ed esercito a prezzo di gravi scontri (in un conflitto a fuoco in boulevard laferrière si contarono venti morti e 150 feriti). Ma il punto di svolta si ebbe in aprile quando De Gaule dichiarò che la Francia stava considerando una soluzione che avesse messo fine il suo dominio in Algeria, avviando quel percorso che porterà all’indipendenza dell’Algeria.

Nel gennaio si crea l’Organisation Armée Secrete (OAS) che aveva due obiettivi dichiarati: mantenere il controllo della Francia – e pertanto combattere contro l’FLN con ogni mezzo – e rovesciare la Quinta Repubblica del presidente De Gaulle per sostituirla con un governo forte anticomunista.

Il 21 aprile 1961 ci fu quello che fu denominato il “Putsch di Algeri”, promosso dal generale Maurice Challe (ex comandante capo delle forze francesi in Algeria) e dai generali Raoul Salan, Edmond Jouhaud e André Zeller.

Inizialmente le truppe da loro guidate, il cui nerbo era costituito da un gruppo di colonnelli veterani della guerra di Algeria, si impadronirono di Algeri e della regione circostante. Dai rivoltosi furono arrestati il comandante dell’esercito di Algeri Fernard Gambiez e il ministro Robert Buron in visita nella colonia.

I generali speravano in un intervento americano a loro favore. D’altronde quattro giorni prima si era consumata l’avventura della Baia dei porci a Cuba.

In Francia l’appoggio non poteva che essere sotterraneo, da parte della CIA, che assieme alle formazioni segrete della Nato e al Pentagono appoggiarono il colpo di Stato contro De Gaulle.

Dieci giorni prima del golpe, c’era stata una riunione clandestina a Madrid, dove erano presenti oltre ai golpisti dei membri del servizio segreto americano che si lamentavano con veemenza della politica di De Gaulle che “stava paralizzando la NATO e rendeva impossibile la difesa dell’Europa”, assicurando che, se il putsch dei generali capeggiati da Challe avesse avuto successo, Washington avrebbe riconosciuto il nuovo governo entro 48 ore.[71]

In Francia una parte delle forze armate si schierò con i ribelli. Ma il ministro dell’Interno Roger Frey soffocò sul nascere il tentativo di marcia sulla capitale arrestando il generale Jacques Faure e altri cospiratori. A tale scopo erano stati radunati nella foresta di Orléans, la sera del 22 aprile, 1800 paracadutisti mentre altri 400 attendevano in quella di Rambouillet. Queste forze avrebbero dovuto muovere su Parigi, per occuparvi l’Eliseo e altri punti chiave dell’amministrazione.

Di conseguenza il governo proclamò lo stato di emergenza.

Fu anche decreto l’arresto totale del traffico aereo su Parigi, degli autobus, e dei treni. Furono persino chiusi i cinematografi. Rimasero aperti solo i caffè, anche per far ascoltare per televisione e via radio, alle otto della sera di domenica 23 aprile, l’intervento deciso di De Gaulle che lanciò un messaggio molto chiaro: “In nome della Francia, ordinò che si impieghino tutti i mezzi – ripeto: tutti i mezzi – affinché a costoro sia sbarrata ovunque la strada (…) E proibisco a ogni francese, e massime ai soldati, di eseguire qualsiasi loro ordine”.[72]

Il suo discorso fece notevole presa proprio sui soldati semplici, sulle reclute e sui riservisti d’Algeria non consultati dai rispettivi ufficiali e fin dall’inizio tiepidi nei confronti della sollevazione. Tra l’altro i generali si erano dimenticati di disturbare le emissioni dalla Francia.

Il giorno dopo, lunedì 24 aprile, in segno di protesta contro il putsch ci fu uno sciopero generale promosso dalle sinistre che ebbe pieno successo.

La Francia, in conclusione, si mobilitò in massa a favore del governo di De Gaulle.   Anche l’idea dei golpisti di lanciarsi su Parigi insieme a reparti di paracadutisti provenienti dall’Algeria non poté attuata a causa della defezione dei responsabili di trasporto-truppe.

Prendendo atto dell’isolamento, il generale Challe, nonostante il parere contrario degli altri generali, si arrese. Tutti gli altri generali dell’Oranese e Costantina si erano schierati contro. I reggimenti a favore del golpe erano rimasti solo quelli scelti dei paracadutisti. Il fallimento del golpe fu l’inizio dell’avvio dell’azione terrorista dell’OAS.

L’OAS perpetrò numerosissimi attentati sia in Francia sia in Algeria. Secondo alcune stime, tra il maggio 1961 e il 1962, assassinarono almeno 2700 persone, tra cui 2400 algerini.[73]

Tra le vittime eccellenti: il giovane avvocato liberale di Algeri Pierre Popie, impegnato a difendere i detenuti del FLN algerino, il segretario generale del Partito Socialista di Algeri William Lévy, il commissario Gavoury, incaricato della caccia all’OAS, e il sindaco di Evian, alla vigilia dei primi colloqui di pace.

L’OAS cercò anche di assassinare più volte De Gaulle, responsabile, ai loro occhi, di abbandonare l’Algeria. Particolarmente pesanti nei suoi confronti furono i tentativi dell’8 settembre del 1961, quando un commando dell’OAS cercò di far saltare l’auto su cui viaggiava il capo dello Stato, e quello del 22 agosto del 1962 nel cuore di Parigi, quando contro l’auto presidenziale furono sparati 150 colpi con armi automatici, di cui 14 andati a segno, senza che miracolosamente nessuno rimanesse colpito.

Oltre che in Francia e in Algeria i soldati segreti dell’OAS portarono la loro guerra

 

anche in altri stati europei, tra cui Spagna, Svizzera e Germania, dove squadre speciali si dettero ad assassinare esponenti dell’FLN, e i loro sostenitori finanziari e fornitori di armi.[74] In Germania ebbero la collaborazione dei soldati clandestini delle reti Stay-behind e da parte della BND (il servizio segreto tedesco).

Alla fine, la guerra segreta dell’OAS, che aveva coinvolto i soldati clandestini della rete Stay-behind della NATO, non riuscì né a rovesciare De Gaulle né a impedire che l’Algeria diventasse indipendente.

Anche in Francia era stato creato uno Stato parallelo atlantico, non si capirebbe il fatto che gli organismi di sicurezza francesi fecero il meno possibile per neutralizzare gli uomini dell’OAS e paralizzare la loro azione. questo fatto costrinse De Gaulle a creare un corpo di polizia parallela che potesse proteggerlo dagli attentati di cui era oggetto, e potesse in qualche modo contrastare questi ribelli che il più della volta erano impuniti.

La fuga di Marc Robin, una delle figure di maggiore spicco dell’OAS, il 2 maggio 1964 dall’ospedale civile di La Rochelle, è uno degli episodi che meglio evidenziano gli appoggi di cui godevano gli uomini dell’OAS. Benché fosse condannato a 20 anni di reclusione dal Tribunale militare e all’ergastolo dalla Corte di sicurezza della repubblica, Marc Robin, detenuto dal marzo 1962, era stato trasferito da un penitenziario di massima sicurezza ad un ospedale civile da dove evase tranquillamente, sottoposto com’era alla sorveglianza di un solo poliziotto. Lo scandalo che ne seguì indusse il governo a scaricare ogni responsabile le responsabilità sul prefetto di La Rochelle, Claude Massol, che fu sacrificato per non ammettere errori fra i più stretti collaboratori di De Gaulle e soprattutto per non alimentare il sospetto di complicità dell’OAS in seno al personale ministeriale della Quinta Repubblica.[75]

Un sospetto più che legittimo perché altre figure di spicco dell’OAS, prima di Robin, si erano sottratti alla detenzione con fughe tempestive, se non impossibili, se non fossero state favorite da uomini piazzati ai vertici dello Stato francese. Ma qualcosa di singolare si verificò anche al di fuor dello Stato francese, in questi Paesi europei che per opportunità, prassi consolidata, solidarietà con il governo francese, avrebbero dovuto collaborare con le autorità francesi nella ricerca e nella cattura degli uomini dell’OAS sparsi in mezza Europa e non lo fecero.

George Watin, che aveva attentato nel 1962 alla vita dei De Gaule (la sua azione ispirò il romanzo Lo sciacallo), venne in seguito arrestato in Svizzera, “ma le autorità svizzere e preferirono l’estradizione e preferirono espellerlo. Watin si trasferì in Spagna, ed infine in Sudamerica, dove in Paraguay nel 1965”.[76]

Yves Guerin Serac, invece, a dispetto della condanna a morte riportata si stabilisce in Portogallo, dove continua a svolgere in maniera proficua con la creazione di Aginter Presse nel 1966, un’agenzia che era una copertura per servizi spionistici e aveva un apparato clandestino, che aveva dei campi dia addestramento oltre che in Portogallo anche nel Sud Ovest della Repubblica Sudafricana, specialista in operazioni sporche tra le quali collaborazione per la strage di Piazza Fontana.

In Italia, il governo non perseguì mai gli uomini dell’OAS né per i reati commessi in territorio francese, né per quelli compiuti introducendosi con documenti falsi, e spesso armati, nel nostro territorio. Ricorda l’ex questore Molinari, quando nel 1962, l’Algeria divenne indipendente molti uomini dell’OAS si rifugiarono in Italia. Soprattutto nella Riviera ligure di ponente. Qui avevano protezione del potentissimo direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, Umberto Federico d’Amato. Il capo degli 007 del ministero dell’Interno.

D’Amato, uomo di provata fede atlantica, seguiva con scrupolo le indicazioni della CIA. E cioè dava protezione e assistenza ai fuoriusciti dell’OAS in funzione antigollista. Per la CIA, come abbiamo visto, infatti, gli uomini dell’OAS, erano un prezioso strumento per cercare di destabilizzare il governo del generale De Gaulle.

Molinari racconta che la polizia e i servizi segreti italiani facevano di tutto per proteggere gli estremisti di destra francesi, ai quali i servizi segreti di Parigi davano una caccia spietata. Soprattutto la Section Action dei servizi segreti.[77]

Non è certo un caso che quando nel 1966 De Gaulle cacciò i comandi NATO dal territorio francese e ritirò la Francia dall’Alleanza atlantica, lo fece con una motivazione inequivocabile, ovvero, in base: “L’esistenza di protocolli segreti della Nato che affidavano ai servizi segreti dei Paesi firmatari la prevenzione dell’avanzata comunista emerse fin dal 1966, quando il presidente De Gaulle decise di ritirare dalla Francia dal sistema militare integrato della Nato, denunciando quei protocolli come una palese violazione della sovranità nazionale”.[78]

La partita rimase aperta.

Quando, come risposta alla situazione rivoluzionaria in atto in Francia nel maggio del 1968, nelle strade francesi sfilarono soldati armati e mezzi corazzati in ostentazione di forza da parte di De Gaulle. Ebbene egli che era il comandante supremo delle forze armate francesi, si deve umiliare a chiedere il sostegno del suo esercito, recandosi in Germania dove c’era il generale Massu, ufficiale di Indocina e d’Algeria.

Il risultato non tardò. Nel settembre del 1968 un’amnistia cancellò i reati compiuti dagli uomini dell’OAS, in forma radicale, totale e definitiva. L’avventura sanguinosa dei “soldati perduti” veniva cancella dalla storia giudiziaria della Francia. De Gaulle, fatto oggetto di attentati, apponeva la firma a un progetto che graziò i suoi mancati assassini.

 

 

INTERMEZZO MASSONICO

 

 

Una breve parentesi sul ruolo della Massoneria queste vicende. L’ex Gran Maestro Giulio Di Bernardo alla domanda di un giornalista che gli chiese “A chi si rifanno i suoi avversari del Grande oriente”, gli risponde Di Bernardo “Sono collegati al Grande oriente di Francia, cioè ad una fratellanza che teorizza addirittura l’impegno politico ed il peso del potere e degli affari”, all’intervistatore che non ritenendo sufficiente la risposta, insiste di ulteriori precisazioni, Di Bernardo ribadisce che la sua contrarietà al Grande Oriente di rancia “Perché rappresenta una tradizione ispirata dall’ateismo, perché come ho detto l’impegno politico non solo non è bandito ma è determinante, e perché contare sempre di più nella vita economia rappresenta benemerenza”.[79] Tutto fa rendere evidente un mondo massonico che è sempre riuscito a restare in sordina, ma che evoca scontri durissimi e trame poco pulite come le strategie di potere che queste forze hanno utilizzato per i loro fini.

Questa intervista fu fatta nel periodo che un magistrato di Palmi, Agostino Cordova aveva avviato l’inchiesta nei confronti dei rapporti che logge massoniche, avevano con traffici d’armi e ndrangheta. Di Bernardo che all’epoca era il Gran Maestro del Grande Oriente, non solo divenne l’accusatore dei suoi confratelli, ma prendendo pretesto della presunta corruzione della Comunione massonica che dirigeva, si dimise da Gran Maestro fondando nel 1993 una nuova Istituzione massonica che ottenne subito la benevola attenzione di Londra che si affrettò a ritirare al Grande Oriente il riconoscimento per assegnarlo alla neonata Gran Loggia Regolare d’Italia. Indubbiamente la Massoneria inglese fece un buon lavoro diplomatico che le consentì di recuperare prestigio e peso nella Massoneria internazionale. L’Italia non fu l’unico paese a subire uno scossone di questo tipo in ambito massonico. India, Grecia e Portogallo subirono lo stesso trattamento degli italiani. La Gran Loggia Unita d’Inghilterra revocò il riconoscimento ai massoni greci, accusandoli di collusione con la politica e a quelli indiani di politeismo!! Gli italiani furono ritenuti colpevoli perché al loro interno riconoscevano il Rito di Memphis legato alla Francia. Anche i belgi erano stati condannati alcuni anni prima perché legati alla Francia,

L’iniziativa di Giuliano Di Bernardo mirava a creare in Italia una Massoneria di stampo inglese. L’interesse inglese era di stampo coloniale e religioso ed ebbe, infatti, all’epoca l’adesione di alcune frange cattoliche. Nel febbraio 1995 i settimanali cattolici Avvenimenti e L’altra repubblica ripresero, condividendoli, gli attacchi di Di Bernardo al Grande Oriente e parlarono di una Massoneria buona (la sua ovvero la GLRI) che combatteva una Massoneria fascista, razzista, di destra che faceva capo alla Germania. Questo fatto darebbe credito a un’ipotesi che vedeva nell’operazione Di Bernardo il tentativo di fondare in Italia una Massoneria cristiana con l’appoggio inglese.

Si disse che gli inglesi temevano la contiguità delle massonerie latine e il progetto di una federazione continentale che avrebbe legato i paesi europei, dalla Grecia, alla Germania, al Portogallo. Per impedirlo avevano colpito le Comunioni massoniche più piccole o comunque più vulnerabili, come quella italiana, favorendo la nascita di un’Obbedienza filo-inglesi come premessa per il successivo disconoscimento dell’Istituzione massonica nazionale.

Si può dire che in Italia quest’operazione non sia pienamente riuscita, poiché se è vero che i membri del Grande Oriente che nel 1992 erano circa 18000, sono crollati a 11000 mila circa negli anni successivi, ma la Gran Loggia Regolare è rimasta di modeste proporzioni, fallendo clamorosamente la missione assegnatale; inducendo Londra a guardare con rinnovato interesse al Grande Oriente.[80]

Il crollo del revisionismo nei paesi dell’Est ha cambiato inevitabilmente gli equilibri nel mondo massonico, dove in passato le logge militari avevano assolto anche il compito di penetrazione e di controllo del territorio.

All’inizio degli anni ’90 c’è stata una corsa a penetrare nei paesi dell’Est e le massonerie estere si sono trasformate in centri di affari.

In questo periodo si è giocata sullo scacchiere internazionale una partita decisiva per la ridefinizione dei nuovi equilibri mondiali, e in particolar modo, europei, tra chi voleva un rilancio di un progetto di casa comune europea e chi, al contrario, progettava il rafforzamento dell’influenza degli USA nei territori che fino a poco tempo prima rientravano nella sfera del Patto di Varsavia.

Questo fatto nasce dal fatto che la crisi generale del capitalismo mette l’uno contro l’altra le maggiori potenze imperialiste. Ogni gruppo imperialista deve assicurare la valorizzazione del suo capitale. La massa del capitale finanziario ha raggiunto dimensioni tali che non solo non è più di sollievo all’economia reale capitalista, ma la succhia e soffoca. Ogni potenza imperialista deve assicurare la stabilità al suo potere entro i confini del suo Stato e questo fine deve spogliare e devastare agli altri popoli e paesi. Il sistema internazionale dei gruppi imperialisti è la troupe teatrale di questa catastrofe che incombe su tutti noi. L’imperialismo USA guida la marcia. Le sue frazioni borghesi dominanti ne scrivono il copione, mentre i presidenti della repubblica (che siano Bush oppure Obama è indifferente) recitano la parte del capo nel teatro dei burattini.

Inizialmente il Vaticano era favorevole al progetto europeo. Mentre la Massoneria, soprattutto, quella che faceva riferimento alla Giurisdizione Sud del Rito Scozzese antico e accettato, legata al Dipartimento di Stato degli USA, era contraria, poiché intravedeva in questo progetto la formazione di blocco imperialista concorrente con quello USA.

Gli schieramenti erano pieni di contraddizioni al loro interno. Nella Massoneria, alcuni settori del Grande Oriente di Francia e, in misura minore del Grande Oriente d’Italia, avevano assunto una posizione decisamente europeista.

Nel quadriennio 1989-1993 questo “conflitto segreto” è stato particolarmente aspro. La Massoneria filoamericana ha mirato a conquistare l’Est sia da un punto di vista politico che economico, attraverso la “rinascita” (capitalista) di questi paesi e il controllo delle attività produttive. Proprio in quegli anni il progetto di casa comune europea è stato messo in crisi dall’esplosione della “questione etnica”, sfociata in conflitti locali e soprattutto, nella guerra civile jugoslava (che è da vedere nell’ambito dell’aggressione imperialista nei confronti di questo paese). Una situazione analoga a quella prospettata negli anni ’60 e ’70 dai teorici della Stay-behind, che avevano pianificato di fomentare i conflitti tra le etnie e i popoli per innescare meccanismi di crisi che potessero mettere in difficoltà i paesi aderenti al Patto di Varsavia. La pianificazione dei contrasti tra i popoli membri della Repubblica Federativa Jugoslava, era stata realizzata da comandi NATO.

Nell’Est europeo, storicamente, la Massoneria ha avuto la sua “testa di ponte” in Romania, Ceausescu ha sempre mantenuto stretti contatti con Licio Gelli, con Giancarlo Elia Valori, espulso dalla P2 e con il principe Aliata di Montereale. Un’altra prova di questo legame è rappresentata dal documento La Romania oggi che fu ritrovato nella valigia di Maria Grazia Gelli, nella stessa busta in cui era contenuto il Piano di Rinascita Democratica. Bisogna tenere conto che Ceausescu ha sempre mantenuto una strettissima diplomazia segreta con gli Stati Uniti, e manteneva i rapporti con organismi imperialisti come il Fondo Monetario Internazionale[81] e condannò l’intervento russo contro la Cecoslovacchia nel 1968. In ambienti massonici, anche se non sono state date fino ad ora prove documentate, si afferma che Ceausescu sia stato iniziato “sulla spada”.[82]

Che ci sia stato una conquista dell’Est usando obbedienze massoniche come copertura, lo afferma un documento, scritto da un esponente di quello che si potrebbe definire l’ala europeista della Massoneria: “Molti sono i viaggiatori verso l’Est europeo: rappresentanti di gruppi economici, di singoli operatori finanziari, di portatori di opinioni riservate, come la Massoneria, di spregiudicati faccendieri, di esponenti della delinquenza organizzata (…) Se un ministro come De Michelis prende certe iniziative di appoggio a tesi relative al mondo che si dibatte nelle strettoie, con manifestazioni, talvolta sanguinose, ha il dovere di usare la massima prudenza perché parla a nome dell’Italia; se un elemento rispettabile quale il Grande Oratore del Grande Oriente d’Italia che si è recato in Jugoslavia molte volte ed anche in Cecoslovacchia ed in Ungheria, se non va per motivi personali, deve pur sapere valutare quali implicazioni comporta la sua presenza in quei luoghi per la massoneria italiana se la Fiat od altro gruppo industriale italiano voglia dare il suo apporto alla penetrazione occidentale nell’Est deve tener conto che non rischia solo il proprio, ma anche qualcosa che è patrimonio e sudore del popolo italiano”.[83] Prosegue il documento: “Mesi orsono Famiglia Cristiana ha attribuito al ministro De Michelis il seguente intervento presso le autorità jugoslave: “se ci sarà una pronta restaurazione della massoneria, si avranno maggiori possibilità di investimenti di capitale estero nel vostro in Jugoslavia”. Tale frase non è mai stata smentita e stranamente in Jugoslavia si fa vedere frequentemente un avvocato romagnolo, Oratore del Grande Oriente d’Italia, ex missino passato al Pri, seguace di Pacciardi, il quale fu sempre legato alle posizioni americane”.[84] Il documento conclude con l’auspicio di un chiarimento interno all’interno della Libera Muratoria: “Ma allora quante sono le fazioni nelle logge? Quanto è influente la longa manus do oltre oceano? (…) Non sarebbe male se un chiarimento venisse effettuato dal mondo massonico italiano, allo scopo di frugare sospetti, che sprovveduti suoi personaggi danno ragione di ingenerare. Tanto più che funzione primaria della massoneria nera è di gestire i collegamenti internazionali per il traffico di armi e droga”.[85]

 

LA STRATEGIA DELLA NATO

 

 

Se l’organizzazione di cui si parla è il braccio politico-militare della NATO, bisogna cercare di sforzarsi di capire qual è la sua strategia.

Partiamo dal fatto che la NATO continua a essere il principale strumento di dominazione politico-militare, sotto la leadership degli USA e il principale ostacolo a un’effettiva sovranità dei popoli europei (e non solo a loro ovviamente).

Attraverso la NATO, durante cosiddetta la guerra fredda, gli USA hanno mantenuto il loro dominio sugli alleati europei, usando l’Europa, nel confronto, anche nucleare col Patto di Varsavia (fondato nel 1955, sei anni dopo la costituzione della NATO).

La fase iniziale della storia della NATO, se si analizza da un punto di vista economico, è caratterizzata, dal secondo dopoguerra fino alla metà degli anni ’70, da un ciclo economico espansivo (con intermezzi di crisi cicliche). Dalla metà degli anni ‘70 comincia la crisi generale di sovrapproduzione assoluta di capitale.

In tutto questo periodo la contraddizione principale rimane quella Operai/Capitale, in una situazione caratterizzata fine alle metà degli anni ’50 dalla presenza di un campo socialista e di un Movimento Comunista che al di là della presenza di componenti revisioniste faceva sì la contraddizione tra imperialismo e socialismo, era presente. In seguito, con l’affermarsi del revisionismo all’interno del Movimento Comunista Internazionale fa sì che il campo socialista dominato dai revisionisti attui una politica socialimperialista, e a livello politico ci si trova di fronte a un intreccio delle contraddizioni fa socialismo e imperialismo, tra imperialismi rivali e tra popoli oppressi e imperialismo.

Il manifestarsi della crisi capitalistica dalla metà degli anni ’70 comportò un aumento dell’aggressività dell’imperialismo USA, in particolare, nei confronti del “campo socialista” e dei paesi che tentavano di liberarsi dal gioco imperialista (Angola, Nicaragua ecc.).

Gli anni ’80 è stato caratterizzato da un enorme spesa militare da parte degli USA. L’amministrazione Reagan spese per un totale di 2.200 miliardi di dollari per il settore militare, nel 1984 superò il bilancio militare del 1969, l’anno di massima spesa per la guerra del Vietnam. Mai sino allora il bilancio militare statunitense aveva registrato un aumento del 50% in periodo di pace.

Circa il 50% dei fondi destinati al Pentagono all’acquisto di armamenti era andato ai 20 maggiori contrattisti, che avevano monopolizzato la produzione dei più importanti sistemi. Si era così consolidato ulteriormente il monopolio che i colossi dell’industria avevano costruito negli ultimi decenni.

Nel 1983 fu varato il programma denominato Iniziativa Difesa Strategica (S.D.I.). Originalmente tale progetto la realizzazione di un complesso sistema a tre stadi, noto come “scudo spaziale” capace di intercettare i missili balistici intercontinentali (I.C.B.M. – Intercontinental Ballistic Missile) con base di lancio a terra e i missili nucleari con base di lancio sottomarina (S.L.B.M – Submarine Launche Missile), e le loro testate nucleari, durante tutte le fasi della loro traiettoria.

L’architettura della S.D.I. prevedeva una serie di piattaforme, dotate di vari tipi di sensori e armi, e sistemi di intercettazione con base a terra: alcune piattaforme avrebbero avuto la funzione di identificare e tracciare i missili in fase di lancio, elaborare con i computer di bordo i dati per la loro intercettazione; altre, la funzione di distruggere i missili, nella prima e seconda fase di lancio, con armi a energia diretta (raggi X, fasci di particelle neutre); altre, la funzione di distruggere i veicoli di rientro, nella terza e quarta fase, con armi a energia cinetica (missili intercettori con guida terminale lanciati da piattaforme orbitanti o da rampe a terra).

Da parte di molti scienziati ed esperti di questioni strategiche, si metteva in evidenza che uno Stato in possesso di uno “scudo spaziale”, anche se imperfetto, avrebbe potuto lanciare un attacco nucleare di sorpresa, sapendo che lo “scudo” sarebbe stato in grado di neutralizzare uno scoordinato colpo di rappresaglia. Inoltre, le armi a energia cinetica, che apparivano le più fattibili per uno spiegamento a breve termine rispetto a quelle a energia diretta, avrebbero potuto essere usate per distruggere i satelliti militari dell’avversario che, “accecato”, sarebbe stato più vulnerabile in un attacco nucleare.

Risulta che nel 1991 erano attivi 300 satelliti, 170 dei quali erano militari,[86] che svolgevano importantissime funzioni civili e militari. Tra quelle militari vi sono la raccolta d’informazioni, le comunicazioni e l’allarme precoce in caso di attacco.

I satelliti costituiscono un sistema nevralgico di primaria importanza.

L’aspetto fondamentale, in questo periodo, da un punto di vista politico e militare nel rapporto tra gli Stati imperialisti era quello di contrastare le forze che avevano rotto (o tentavano di rompere) la catena dell’imperialismo, mentre i contrasti tra i diversi paesi imperialisti occidentali venivano messi in secondo piano.

Un altro aspetto importante della posizione USA in questo periodo “è la sua sostituzione alle altri potenze imperialiste (…) per molti aspetti l’intera storia del dopoguerra è stata una fase dell’avanzata americana per assumere le posizioni di sicurezza che erano state in precedenza abbandonate dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dall’Olanda e dal Belgio (…) Mentre le aziende americane controllavano prima della seconda guerra mondiale meno del 10% di grezzo del Medio Oriente, e il 72% era controllato dalla Gran Bretagna, oggi le posizioni sono rovesciate: gli USA controllano il 59% mentre la quota britannica è scesa a poco più del 29%. Le ragioni di questo rovesciamento non si devono cercare in una maggiore abilità o ingegnosità dell’industria petrolifera americana, quanto piuttosto nella politica verso il Medio Oriente, nell’impiego, durante la seconda guerra mondiale, del meccanismo americano degli “affitti e prestiti”, nei programmi postbellici di aiuti all’estero”.[87]

A ridosso della liberazione, Saigon (1975), comincia a profilarsi la crisi dell’URSS e dei paesi “socialisti” a lei economicamente e militarmente legati (COMECON, Patto di Varsavia) e con la contemporanea e graduale ritirata dei movimenti antimperialisti, dal Centro America al Sud Est asiatico, al Corno d’Africa.

Per capire meglio le dinamiche che hanno portato al dissolvimento del “campo socialista”, lo strumento principale è la teoria della lotta tra le due linee nel partito e quella inerente la lotta di classe che continua nella società socialista.

L’altro aspetto, è che finché la divisione della popolazione in classi sociali nei paesi socialisti non si è estinta, la lotta per la sua estinzione (o mantenimento) oggettivamente governa, che se ne abbia o no la coscienza.

Nell’URSS e negli altri paesi socialisti, era stata eliminata per l’essenziale la proprietà privata dei mezzi di produzione, esistevano solo la proprietà pubblica e la proprietà cooperativa. Ma la capacità di lavoro era ancora proprietà privata degli individui (quindi sostanzialmente non era ancora applicato il principio “da ognuno secondo le sue possibilità” e i rapporti tra gli individui nell’attività lavorativa non avevano ancora eliminato buona parte delle caratteristiche ereditate dalla vecchia società. Nella distribuzione a sua volta sostanzialmente non era ancora applicato (né in generale poteva esserlo) il principio “a ognuno secondo il suo bisogno”. La distribuzione corrispondeva sostanzialmente ancora alla vecchia divisione delle classi e al sistema a essa connesso di costrizione della massa della popolazione. Di conseguenza solo un’infima minoranza riceveva secondo il suo bisogno. Quindi la transizione dal capitalismo al comunismo aveva fato solo un tratto di strada ed era a certe condizioni in una certa misura ancora reversibile. E tenendo conto di questi aspetti si può individuare, dove era la borghesia nei paesi socialisti. Essa era costituita da quei dirigenti del Partito, dello Stato e delle organizzazioni di massa che si opponevano ai passi in avanti e necessari verso il comunismo sia nei rapporti di produzione, sia nella sovrastruttura. Più precisamente erano quelli che si opponevano:

 

  • Alla cancellazione della divisione tra dirigenti e diretti, tra lavoratori manuali lavoratori intellettuali, tra uomini e donne, tra adulti e giovani, tra città e campagna, tra paesi, regioni e settori arretrati e paesi, regioni e settori avanzati.
  • Alla gestione collettiva delle forze produttive.
  • All distribuzione secondo il principio “a secondo i suoi bisogni”.

 

I revisionisti portarono l’URSS e i paesi socialisti a integrarsi nel mercato mondiale. Quando dalla metà degli anni ’70 l’avvio della crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale, i capitali cercavano nuovi mercati per valorizzarsi. Questo è stato uno degli elementi decisivi che hanno determinato il crollo dei regimi revisionisti, poiché la borghesia sia quella costituita dai dirigenti del Partito, dello Stato e delle altro organizzazioni di massa, come quella internazionale necessitavano di una sovrastruttura politica funzionale alla situazione economica in atto (bisognava privatizzare per creare spazi maggiori per gli investimenti di capitale).

Lo scenario cambia nel 1991, quando si dissolvono l’URSS e il Patto di Varsavia.

In questa fase la contraddizione principale diventa quella tra popoli oppressi/imperialismo (pur rimanendo quella operai/capitale quella fondamentale), poiché si sviluppano le guerre popolari nel Tricontinente (a partire da quella peruviana).

La crisi generale di sovrapproduzione assoluta di capitale porta alla mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista.

Ebbene, nel 1991, approfittando del crollo del revisionismo, di fronte alle prime avanguardie dell’offensiva strategica della Rivoluzione Proletaria Mondiale (guerre popolari in Perù, India, Filippine, situazioni classiste e antimperialiste in molte lotte di liberazione nazionale), l’imperialismo mette in atto una controffensiva controrivoluzionaria generale. Dalla guerra di aggressione contro l’Iraq (1991), motivata dall’occupazione del Kuwait, gli USA pretendono di ergersi a superpotenza egemonica. È un’offensiva generale perché si manifesta su tutti i piani, ideologico, politico ed economico, quantunque l’aspetto centrale sia quello politico.

Dentro questo quadro gli USA riorientano la propria strategia con la propria strategia con la prima guerra del Golfo. Premendo sulla NATO perché faccia altrettanto: vi è, infatti, il potenziale pericolo che gli alleati europei facciano scelte divergenti o ritengano perfino inutile la NATO nella nuova situazione geopolitica. Il 7 settembre 1991 il Consiglio atlantico, riunito a Roma, vara la prima versione del “nuovo concetto strategico”, in cui si ristabilisce che la “sicurezza” dell’Alleanza non è scritta dell’area nord-atlantica.

Poco tempo dopo di esso è messo in pratica nei Balcani. In Bosnia, la NATO interviene nel 1994 con la prima azione di guerra della fondazione dell’Alleanza. Segue la guerra di aggressione contro la Repubblica Federale Jugoslavia nel 1999.

Mentre è in corso la guerra, il vertice NATO convocato a Washington impegna i paesi membri a “condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall’art. 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza”.

Inizia così l’espansione della NATO nel territorio nei territori dell’ex Patto di Varsavia e dell’ex URSS

Nel 1999 essa ingloba Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria; nel 2004 Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia; nel 2009 Albania e Croazia. È preparato l’ingresso nell’Alleanza di Macedonia, Ucraina, Georgia e Montenegro. Significativa la pressione della NATO sul Caucaso, con il conflitto lanciato dalla Georgia a riconquista dell’Abkhazia e la guerra che ne segue con la Russia nell’estate 2008. Cresce in tal modo l’influenza USA in Europa, poiché i governi dei paesi dell’ex Patto di Varsavia e dell’ex URSS, entrati prima nella NATO e quindi quasi tutti nella UE, sono legati più a Washington che a Bruxelles.

La successiva fase nella strategia della NATO si ha con il summit dei capi di Stato e di governo della NATO, svoltosi il 19-20 dicembre 2010 a Lisbona, dove si annuncia il varo dello “scudo” antimissile, che gli Stati Uniti vogliono estendere all’Europa. Progetto cui la Russia si oppone, considerandolo una minaccia nei propri confronti, e che la NATO cerca di far digerire a Mosca, dichiarandola di volerla coinvolgere nel progetto.

In questo summit rispetto al controllo delle linee di rifornimento energetiche, tenendo conto che un attacco alle linee di rifornimento possono avere effetti drammatici, nel caso in cui le petroliere occidentali non potesse più transitare dallo Stretto di Hormuz (all’imboccatura del Golfo Persico tra Iran e Oman). Per questo motivo occorreva per la NATO investire di meno nelle forze statiche, dislocate all’interno dei 28 membri dell’Alleanza, e di più nelle forze mobili, in grado di essere proiettate rapidamente fuori dal territorio della NATO.

La NATO si impegna, sulla scia della strategia USA, in diverse “missioni” militari fuori della sua area geografica: in Kossovo, dove opera per “costruire la stabilità e la pace”; nel Mediterraneo dove conduce operazioni navali “contro le attività terroristiche”; in Sudan, dove “aiuta” l’Unione Africana a “porre fine alla violenza e migliore umanitaria”; nel Corno d’Africa, dove conduce “operazioni anti-pirateria” controllando le rotte marittime strategiche; in Iraq, dove contribuisce a “creare efficienti forze armati”; in Afghanistan, dove ha assunto con un colpo di mano nel 2003 la leadership dell’Isaf.

Non è un caso che il nuovo “scudo” approvato dal summit di Lisbona è concepito per difendere, non certamente le popolazioni ma le forze schierate per operazioni belliche in aree esterne al territorio geografico dell’Alleanza.

Il sistema, denominato Active Layered Theatre Ballistic Missile Defence System (Altbmd), dovrebbe essere in grado di intercettare i missili balistici a corto e medio raggio (con gittata massima di 3.000 Km). Il programma Altbmd, avviato nel 2005 dopo uno studio di fattibilità durato sette anni con la partecipazione di otto paesi tra, è diretto da un generale di brigata, Alessandro Pera. Il sistema, che ha raggiunto da poco la capacità operativa, dovrebbe essere preparato entro il 2018.

Un altro aspetto importante della nuova strategia della NATO è l’aperto e dichiarato sostegno a Israele.

Nel 2001 Israele firma al quartiere generale della NATO a Bruxelles <l’accordo di sicurezza>, impegnandosi a proteggere le “informazioni classificate” che riceveranno nell’ambito della cooperazione militare.

Nel giugno 2003 il governo italiano stipula con quello israeliano un memorandum d’intesa per la cooperazione nel settore militare e della “difesa”, che prevede tra l’altro lo sviluppo congiunto di un nuovo sistema di guerra elettronica.

Nel dicembre 2004 è data notizia che la Germania forniranno a Israele due sottomarini Dolphin, che si aggiungere ai tre (di cui due regalati) consegnati nel ’90. Israele può così potenziare la sua flotta di sottomarini da attacco nucleare, tenuti costantemente in navigazione nel Mediterraneo, Mar Rosso e Golfo Persico.

Nel febbraio 2005 il segretario generale della NATO compie la prima visita ufficiale a Tel Aviv, dove incontra le massime autorità militari israeliane per “espandere la cooperazione militare”.

Nel marzo 2005 si svolge nel Mar Rosso la prima esercitazione navale congiunta Israele-NATO. In giugno, la marina israeliana partecipa a un’esercitazione NATO nel Golfo di Taranto. In luglio, truppe israeliane partecipano per la prima volta a un’esercitazione NATO “antiterrorismo”, che si svolge in Ucraina.

Nel giugno 2006 una nave da guerra israeliana partecipa a un’esercitazione NATO nel Mar Nero allo scopo di creare una migliore interoperabilità tra marina israeliana e le forze navali Nato nell’ambito dell’operazione denominata <Dialogo mediterraneo>, il cui scopo è “contribuire alla sicurezza stabilità della regione”. In tale quadro, Nato e Israele si accordano sulle modalità del contributo israeliano all’operazione marittima della Nato Active Endeavour. Israele è così premiata dalla NATO per l’attacco e l’invasione del Libano. Le forze navali israeliane, che insieme con quelle aeree e terrestri hanno appena martellato il Libano con migliaia di tonnellate di bombe facendo strage di civili, vengono integrate nell’operazione NATO che dovrebbe “combattere il terrorismo nel Mediterraneo”.

Il 2 dicembre 2008, circa tre settimane prima dell’attacco israeliano a Gaza, la NATO ratifica il “Programma di cooperazione individuale” con Israele. Esso comprende una vasta di campi in cui Nato e Israele coopereranno pienamente: antiterrorismo, tra cui scambio d’informazioni tra i servizi segreti; connessione di Israele al sistema elettronico NATO; cooperazione nel settore degli armamenti; aumento delle esercitazioni militari congiunte NATO-Israele; allargamento della cooperazione nella lotta contro la proliferando nucleare (ignorando deliberatamente che Israele, è l’unica potenza nucleare della regione, che tra l’altro ha rifiutato di firmare il Trattato di non proliferazione).

L’11 gennaio 2009, circa due settimane dopo l’inizio dell’attacco israeliano a Gaza, il segretario della NATO Japp de Hoop Scheffer si reca in visita ufficiale in Israele nell’ambito del “Dialogo mediterraneo”. Nel suo discorso, ribadisce che “Hamas, con i suoi continui attacchi di razzi contro Israele, si è addossata la responsabilità delle tremende sofferenze del popolo che dice di rappresentare”. Loda quindi Israele per aver aderito con il “massimo entusiasmo” al “Dialogo mediterraneo”, il cui scopo è “contribuire alla sicurezza e stabilità della regione”. In quello stesso momento le forze israeliane stanno massacrando la popolazione di Gaza.

L’interventismo NATO proseguì, nell’ottobre 2008, quando un gruppo navale della NATO entra nell’Oceano Indiano.

Essa fa parte si una delle tre componenti dello Allied Joint Force Command Naples, il cui comando è permanentemente assegnato a un ammiraglio statunitense, lo stesso che comanda le Forze navali USA in Europa.

L’area in cui opera lo Snmg2 non ha ormai più confini, poiché esso costituisce una delle unità della “Forza di risposta della NATO”, pronta a essere proiettata per qualsiasi missione in qualsiasi parte del mondo.

Scopo ufficiale della missione dell’Oceano Indiano è condurre “operazioni anti-pirateria” lungo le coste della Somalia, scortando i mercantili che trasportano gli aiuti alimentari, del World Food Program delle Nazioni Unite.

In questo “sforzo unitario”, la NATO “continua a coordinare la sua assistenza con l’operazione Enduring Freedom a guida Usa”.

È chiaro che, dietro questa missione NATO, vi è ben altro. Nella strategia USA e atlantica, la Somalia è importante per la sua stessa posizione geografica sulle rotte dell’Oceano Indiano. Per controllare quest’area è stata stazionata a Gibuti, all’imboccatura del Mar Rosso, una task force USA.

L’intervento militare, diretto e indiretto, in questa e altre aree s’intensifica con la nascita del Comando Africa degli USA. È nella sua “area di responsabilità” che è inviato il gruppo NATO.

Esso ha però anche un’altra missione ufficiale: visitare alcuni paesi del Golfo Persico (Kuwait, Bahrein, Qatar, ed Emirati arabi uniti), partner NATO nell’ambito dell’iniziativa di cooperazione di Istanbul.

Le navi da guerra della NATO vanno così ad aggiungersi alle portaerei e a molte altre unità che gli USA hanno dislocato nel Golfo e nell’Oceano Indiano, in funzione anti-Iran e per condurre, anche con l’aviazione navale, la guerra aerea in Afghanistan.

Questo interventismo imperialista nell’Oceano Indiano, riconduce in mente la questione dei due marò e della manipolazione del linguaggio.

Come si fa a giustificare la presenza di militari a bordo di una petroliera privata? Semplice, s’incaricano le agenzie di stampa di cambiare la ragione della loro presenza a bordo.

La logica che si muove questo tipo d’informazione è quella della guerra, secondo cui “noi abbiamo ragione” e il nemico ha torto. Per principio.

Una di queste agenzie la TmNews afferma che i due Marò che hanno ucciso due pescatori indiani nell’ambito di un’operazione “antiterrorismo”.[88]

Operazione antiterrorismo? Ma se facevano parte, insieme ad altri quattro commilitoni, di un gruppo affittato dallo Stato italiano a una compagnia privata come scorta su una petroliera!

Insomma, qualcosa di poco rispondente alle funzioni tipiche di militari e più confacente a dei contractors privati (maniera elegante per definire i mercenari). Certo a differenza di un contractors non è stata una loro scelta andare nella petroliera, ma erano stati mandati sulla petroliera dai propri superiori, in obbedienza a un contratto firmato – presumibilmente – dal Ministero della “Difesa”.

Nel corso di questo servizio hanno ucciso due pescatori del Kerala scambiandoli per pirati. Il problema sorge dal fatto che le zone dove sono segnalate la presenza di pirati sono però al largo delle coste della Somalia, alcune migliaia di chilometri più a ovest. Oppure tra Indonesia, Malesia ecc. alcune migliaia di chilometri a est. Ma al largo del Kerala non è stato segnalato nessun caso di pirateria.

È probabile che sia stato un errore che però è costato la vita a due innocenti.

E questo è uno dei motivi che a livello informativo si definisce “missione antiterrorismo” lo scopo per cui erano nella petroliera. Bisogna dire che la loro presenza aveva uno scopo istituzionale, anzi “meritorio”. Perciò se dei soldati sono impegnati in una “missione antiterrorismo”, si può giustificare lo stato di tensione che potrebbe giustificare così l’apertura del fuoco contro civili disarmati. Così da rendere inspiegabile – per il disinformato lettore (o ascoltatore) italiano – la ragione dell’insistenza indiana di processarli.

Bisogna ricordarsi che agenzie stampa forniscono il “precotto” ai quotidiani e alle televisioni. Che in genere, su notizie di questo tipo (riguardanti interessi diplomatici italiani avvenuti dall’altra parte del mondo in questo caso), difficilmente si mettono ad approfondire cercando fonti alternative oppure andando sul posto. La “missione antiterrorismo”, in questo modo, diventa una menzogna semiufficiale che è ripetuta da quasi tutti.

In sostanza si tratta di disinformazione di guerra in tempi di “pace” (se la si può definire così la guerra non dichiarata che l’imperialismo ha dichiarato ai popoli oppressi).

Vediamo adesso in breve il coinvolgimento dell’Italia nelle strategie NATO.

La strategia del “nuovo modello di difesa, è stata fatta propria dall’Italia, dal momento in cui nel 1991, sotto il governo Andreotti, essa partecipa alla guerra del Golfo: i Tornado dell’aeronautica italiana effettuano 226 sortite per complessive 589 ore di volo, bombardando gli obiettivi indicati dal comando statunitense. È la prima guerra cui partecipa la Repubblica Italiana, violando l’articolo 11 della Costituzione.

Subito dopo la guerra del Golfo, durante il settimo governo Andreotti, il ministero della “Difesa” italiano pubblica, nell’ottobre 1991, il rapporto Modello di Difesa/Lineamenti di sviluppo delle FF.AA. negli anni ’90.

Il documento riconfigura la collocazione dell’Italia, definendola “elemento centrale dell’area geo-strategica che si estende unitariamente dallo Stretto di Gibilterra fino al Mar Nero, collegandosi, attraverso Suez, col Mar Rosso, il Corno d’Africa e il Golfo Persico”. Considerata la “significativa vulnerabilità strategica dell’Italia” soprattutto per l’approvvigionamento petrolifero, “gli obiettivi permanenti della politica di sicurezza italiana si configurano nella tutela degli interessi nazionali, nell’accezione più vasta di tali termini, ovunque sia necessario”, in particolare di quegli interessi che “direttamente incidono sul sistema economico e sullo sviluppo del sistema produttivo, in quanto condizione indispensabile per la conservazione e il progresso dell’attuale assetto politico e sociale della nazione”.

Il “nuovo modello di difesa” passa di mano in mano, da un governo all’altro, senza mai essere discusso poiché tale in Parlamento. A elaborarlo e applicarlo sono i vertici delle forze armate, ai quali i governi lasciano piena libertà decisionale, pur trattandosi di una materia di basilare importanza politica per la Repubblica italiana.

Nel 1993 lo Stato maggiore della difesa dichiara che “occorre essere pronti a proiettarsi a lungo raggio” per difendere ovunque gli “interessi vitali”, al fine di garantire quelli che sono definiti gli “interessi della nazione” (eufemismo per dire gli interessi della borghesia italiana), mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti energetici e strategici.

Nel 1995, il governo Dini, lo Stato maggiore fa un ulteriore passo, affermando che “la funzione delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere anche a misura dello status e del ruolo del paese nel contesto internazionale”.

Nel 1996, durante il governo Prodi, tale concetto è ulteriormente sviluppato nella 47a sessione del Centro alti studi della difesa. Afferma il generale Angioni “La politica diventa uno strumento della politica della sicurezza e, quindi, della politica estera”.

Nel 2005, durante il governo Berlusconi, il capo di Stato maggiore della difesa annuncia in due documenti ufficiali che, di fronte alla “minaccia globale del terrorismo” e alla “trasversalità e imprevedibilità delle future minacce”, occorre “sviluppare capacità di prevenzione e quando necessario di intervento efficace e tempestivo anche a grande distanza della madrepatria”. Le forze armate italiane devono operare nelle “aree di interesse nazionale”, ossia in quelle zone geografiche “nelle quali e verso le quali è possibile che l’autorità politica decida di intraprendere iniziative, anche di carattere militare, al fine di salvaguardare gli interessi del Paese”. Al primo posto vi sono le aree di “interesse strategico” che al momento comprendono, oltre a quelle della NATO e dell’UE, i Balcani, l’Europa orientale, la regione del Caucaso, l’Africa settentrionale, il Corno d’Africa, il vicino e Medio Oriente e il Golfo Persico.

Viene in tal modo una nuova politica militare e, contestualmente, una nuova politica estera la quale, usando come strumento la forza militare, viola il principio costituzionale, affermato dall’articolo 11, che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Questa politica, introdotta attraverso decisioni apparentemente tecniche, viene, di fatto, istituzionalizzata passando sulla testa di un parlamento che, in stragrande maggioranza, se ne disinteressa o non sa neppure che cosa precisamente stia avvenendo.

Il 20 gennaio 2009, mentre i riflettori dei media sono puntati sull’inauguration day del presidente Obama, passa pressoché inaugurazione di grande rilevanza per l’Italia e l’Europa: quella del sistema Nato Ags (Alliance Ground Surveillance) a Sigonella in Sicilia.

Il sistema AGS servirà a sorvegliare non il territorio dei paesi NATO, ma il terreno, fornendo informazioni prima e durante le operazioni NATO in altri paesi. Dovrebbe fornire un quadro dettagliato del territorio da occupare, permettendo anche di individuare e prendere di mira veicoli in movimento. Si tratta del più sofisticato sistema di spionaggio elettronico, finalizzato non alla difesa dell’Alleanza, ma al potenziamento della sua capacità offensiva fuori area, soprattutto in quella mediorientale.

Inoltre, ad aggravare tutto ciò, c’è l’installazione sempre in Sicilia, e precisamente a Niscemi, all’interno di una riserva naturale, di uno dei quattro terminali terrestri del MUOS (Mobile Objective System), il nuovo sistema di telecomunicazione satellitari della Marina militare degli USA.

Il MUOS dovrà assicurare il collegamento della rete militare USA (centri do comando, controllo e logistici, le migliaia di utenti mobili come cacciabombardieri, unità navali, sommergibili, reparti operativi, missili Cruise, droni ecc.), decuplicando la velocità e la quantità delle informazioni trasmesse nell’unità di tempo e rendendo sempre più automatizzati e disumanizzanti i conflitti del XXI secolo. Con la conseguenza di accrescere sempre di più il rischio di guerra (convenzionale, batteriologica, chimica e/o nucleare) anche per un mero errore di elaborazione da parte del computer.

Il terminale MUOS di Niscemi sarà costituito da tre grandi antenne paraboliche del diametro di 18,4 metri per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari con frequenze che raggiungeranno i 31 GHz e due trasmettitori di 149 metri di altezza per il posizionamento geografico con frequenze tra i 240 e i 315 MHz. Un mixer di onde elettromagnetiche che penetrano nella ionosfera con potenziali effetti devastanti per l’ambiente e la salute dell’uomo. In sostanza il rischio che sia usato per manipolare il clima e l’ambiente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] C’è stato un tentativo di elaborare una strategia militare fu fatto nel 1928 da un gruppo di comunisti, sotto la supervisione e la direzione della Segreteria dell’Internazionale Comunista e dello Stato Maggiore dell’Armata Rossa redasse l’opera intitolata L’insurrezione armata, che fu pubblicata con la firma di A. Neuberg. Con tale opera si cercava di fornire al movimento operaio e comunista una guida per l’organizzazione e la conduzione delle insurrezioni future.

 

[2] P. Willan, I burattinai, Pironti, Napoli, 1993, p. 37.

 

[3] Gianni Cipriani è parte integrante della sinistra borghese. Egli si associa così ai teorici della “fine del comunismo” quando nella realtà c’è stata l’aperta e dichiarata restaurazione capitalista da parte dei regimi revisionisti, dove era prevalsa la borghesia che c’era in seno al Partito e agli apparati dello Stato, dei Sindacati, degli organismi di massa.

 

[4] Gianni Cipriani, I mandanti, Editori Riuniti, Roma, p. 16.

 

[5] Gianni Barbacetto, Il grande vecchio, B.U.R., Milano, p. 223.

 

[6] Si pensi alla Coltivatori diretti, alla combinazione di cooperative, casse rurali e banche popolari, alla Federconsorzi, all’estensione delle prestazioni INPS ai coltivatori diretti (1953), agli artigiani (1959), ai commercianti (1966), ecc.

 

[7] Nel luglio 1981 fu avviata la separazione della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro (il cosiddetto divorzio): la Banca d’Italia fu esonerata dall’obbligo di acquistare i BOT che il Tesoro non riusciva a vendere ad altri, fermo restando la possibilità del Tesoro di finanziarie le sue spese indebitandosi col conto corrente che ha preso la Banca d’Italia (rientrando ogni fine mese dallo scoperto). Nel gennaio del 1983 la Banca d’Italia rifiutò al Tesoro 8.000 miliardi di lire che il Tesoro chiedeva.

 

[8] Per correttezza si può dire che il PCI negli anni ’80 passò dall’essere un partito revisionista che diceva che voleva il socialismo senza esserne conseguente, a essere un partito della sinistra borghese. Questo già con Berlinguer con la scelta a favore della NATO (1976), la cosiddetta “terza via”, e soprattutto con la cosiddetta “questione morale”, con la quale Berlinguer si faceva garante rispetto alla Borghesia Imperialista italiana delle esigenze di risanamento e di rilancio dell’economia.

 

[9] G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, p. 141.

 

[10]                                            C.s.       p.   111

 

[11]                                           C.s.       p.e 111-112

 

[12]                                           C.s.       p. 112

 

[13]                                           C.s.       p. 129

 

[14] Lo scoppio dello scandalo inerente alla Loggia P2, insieme agli altri scandali che emergevano in quel periodo, era un sintomo evidente della spaccatura in seno alla classe dominante su come si doveva affrontare la crisi del capitalismo in atto dalla metà degli anni ’70. Crisi che non è solo economica ma anche politica che vuol dire che i capitalisti che compongono la Borghesia Imperialista non riescono più a regolare i contrasti di interessi tra loro né a dirigere le classi subordinate con le istituzioni, i modi e le concezioni con cui negli anni precedenti. La costituzione materiale della società non è più adatta alla situazione. Per questo ne occorre un’altra. Crisi culturale vuol dire che le idee, le immagini, i sentimenti e i modi di fare con cui gli uomini hanno rappresentato e diretto la propria vita va a pezzi perché essi gli uomini non potrebbero immaginare, concepire, combattere e vivere le lotte che le condizioni concrete impongono a essi.

 

[15] G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti.

 

[16] P. Willan, I burattinai, Pironti, Napoli, 1993, p. 80.

 

[17] V. Vinciguerra, Ergastolo per la libertà, Arnaud, Firenze, 1989, p. 181.

 

[18] G. Salvi /a cura di/, La strategia delle stragi, Editori Riuniti, Roma, p. 107.

 

[19] AA.VV., Servizi segreti, Avvenimenti.

 

[20] Così Gladio si addestrava col tritolo, Il Giorno, 4 agosto 1993.

 

[21] G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti.

 

[22] G. Rossi, G. Lombrassa, In nome della loggia, Napoleone, Roma, 1981, p. 158.

 

[23] Lollo era il notaio che custodiva la documentazione della società Milnar di Carboni e Domenico Balducci (uno dei capi della banda della Magliana).

 

[24] D. Mastrogiacomo, Così la P2 mi cacciò dall’Ambrosiano, Repubblica, 8 dicembre 1993.

 

[25] L. Grimaldi, Da Gladio a cosa nostra, Kappa Vu, Udine, 1993, p. 32.

 

[26] Renzo Rocca, morto “suicida” nel 1968, era uno che si distinse nel campo dei rapporti tra il mondo industriale e i servizi segreti, inoltre, aveva arruolato illegalmente nel servizio segreto numerosissimi civili. Lo strumento per quest’operazione fu l’ufficio Rei (controspionaggio industriale) del Sifar, in stretto collegamento con Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat fino al 1966.

I rapporti fra l’ufficio Rei e la Confindustria erano così stretti che l’associazione industriale aveva un ufficio nello stesso stabile, Palazzo Doria in Via del Corso 303, che ospitava una sede di copertura del Rei, con sigla Siati.

Rocca, era stato introdotto nel mondo della grande industria da uno che può essere definito uno dei padri spirituali di Gladio, l’on. Paolo Emilio Taviani (che fu ministro degli interni in diversi governi), fu impiegato nella raccolta nel mondo industriale di fondi e finanziamenti anticomunisti e per le sue mani passarono molti miliardi che, di fatto, erano provvigioni per commesse militari, appalti, esenzioni e licenze per l’esportazione di armi.

Nel 1968, poco prima del “suicidio”, Rocca che ufficialmente aveva lasciato i servizi segreti, aveva un ufficio mimetizzato come dipendenza Fiat, si stava occupando di un traffico internazionale di armi.

 

[27] S. Turone, Partiti e mafia dalla P2 alla droga, Laterza, Bari, p. 22.

 

[28] Sandro Atanassio, Gli anni della rabbia, Mursia, 1984, p. 23.

 

[29]                                         C.s. p. 24

 

[30] Trapani, inchiesta su Gladio, Corriere della sera, 6 luglio 1992.

 

[31] Come dichiarato da Falco Accame(ex presidente della Commissione difesa della Camera) in una lettera datata 23 settembre 1997 e spedita ai presidenti delle Commissioni antimafia e di controllo dei servizi segreti.

 

[32] Si veda la Sentenza della Corte d’assise di Roma del 21 dicembre 1996: “Il documento, infatti, si prefigge lo scopo di definire le caratteristiche degli Operatori speciali del servizio italiano e di delineare i procedimenti e il quadro di impiego e di dare un cenno sulla organizzazione della Guerra non ortodossa (Gno). Nel documento si legge, quindi, che gli Ossi sono raggruppati in Gruppi operazioni speciali (Gos) e cioè in nuclei organicamente precostituiti, che rispondono alle normali esigenze di impiego, costituiti, tra l’altro, da uno specialista explos-sabotaggio e da uno specialista armi e tiro e con il compito di azioni dirette, così definite perché “condotte direttamente contro il nemico e il suo potenziale bellico con scopi informativi, di sabotaggio, di disturbo” e azioni indirette, così definite perché si concretizzano in “attività di promozione e organizzazione della resistenza, supporto a unità della resistenza”. I compiti addestrativi dei Gos riguardano, poi, lo studio e la sperimentazione di tecniche, armi, materiali, ed equipaggiamento speciali; il reclutamento degli operatori avviene mediante la selezione di personale di leva delle forze armate. Orbene, la Corte non può non rilevare il clima che ha caratterizzato l’accertamento dell’Autorità nazionale per la sicurezza, prima, e quello dibattimentale, poi, circa la natura, provenienza e la portata del documento in questione. E si tratta di un clima che appare pienamente coerente con il contenuto del documento, dal momento che in esso si ipotizza, da parte di organismi dello Stato destinati ad assolvere non compiti operativi e militari, ma funzioni di informazione e sicurezza ai fini della difesa dello Stato e all’interno degli organismi stessi, l’esistenza di un’organizzazione costituita anche da appartenenti alle forze armate e preordinata al compito di azioni di guerra, ancorché non ortodossa, al di fuori dell’unica istituzione che, in base all’ordinamento costituzionale deve legittimamente ritenersi incaricata dello svolgimento di attività di difesa della patria, e cioè al di fuori delle forze armate e al di fuori si un qualsiasi controllo da parte dello Stato che, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, di queste ha il comando. In sostanza, il documento in questione deve essere ritenuto eversivo dell’ordine costituzionale (…) e come tale insuscettibile di apposizione di segreto”.  

 

[33] Fulvio Martini, Nome in codice Ulisse, Rizzoli, Milano, 1999.

 

[34] Quest’operazione coperta fu finanziata con i fondi della cooperazione italiana allo sviluppo.

 

[35] Giuliano Naria, sendero luminoso Perù: tra l’utopia sociale e l’egemonia del samurai, Tullio Pironti Editore, Napoli, 1994, p. 163.

 

[36] L’intervista è andata in onda su RAI 3 nella puntata di martedì 21 ottobre 2003 di Report intitolata Nient’altro che la verità. Il caso Ilaria Alpi, curata da Sabrina Giannini.

 

[37] Luigi Grimaldi, Luciano Scalettari, 1994 l’anno che ha cambiato l’Italia, dal caso moby prince agli omicidi rostagno e ilaria alpi. una storia mai raccontata, chiarelettere, Milano, 2010, p. 305-311.

 

[38] Interrogatorio davanti ai magistrati di Trapani del 15 aprile 1997.

 

[39] Dal verbale di interrogatorio di Francesco Elmo del 26 marzo 1997.

 

[40] Dichiarazioni rese alla Procura di Trapani il 12 settembre 1996.

 

[41] Fabio Zanello, italia la massoneria al potere dalla fine della seconda guerra mondiale alla p4, le radici politiche e ideologiche del prsidenzialismo e la storia occulta delle logge eversive nella ricostruzione inedita di un disegno nato insieme alla repubblica italiana, CASTELVECCHI, Roma, 2011, p. \98-2011.

 

[42] Francesco Guida, Vita massonica di Salvador Allende, Hiram, 4/2007, p. 39.

 

[43]                                 C.s.       p. 43-44

 

[44] La P2 era regolare e non segreta, La Stampa, 23 settembre 1992.

 

[45] M. Teodori, P2, la controstoria, Sugarco, Milano, 1986, p. 19.

 

[46] P2, Cia, Gelli e i finanziamenti americani, La Stampa, 14 luglio 1992.

 

[47] P2 voluta dagli americani, Corriere della sera, 14 luglio 1992.

 

[48] S. Andrini, Tina Anselmi appoggia Corona: è vero che gli Usa si servirono della P2, L’Avvenire, 18 luglio 1992.

 

[49] A. M. Capretini, Il sabato denuncia. “Tendenze piduiste nella Chiesa”, Il giorno, 19 agosto 1992.

 

[50] La vera mafia sono i politici, La Stampa, 13 agosto 1992.

 

[51] M. G., Politici in cerca di loggia, Repubblica, 28 gennaio 1994.

 

[52] G. Serravalle, Gladio, Ed. Associate, Roma, p. 46-47.

 

[53]                                 C.s.       p. 49.

 

[54]                                 C.s.       p. 36-37.

 

[55] M. Conti, Quei clandestini di Reagan, Panorama, 23 novembre 1986.

 

[56] L. Annunziata, Oliver North, il colonnello che voleva ispirare il potere, Repubblica, 4 dicembre 1986.

 

[57] Gianni Vannoni, le società segrete dal Seicento al Novecento, Sansone Editore, 1985, p. 324.

 

[58] La Prima Repubblica francese seguì la Rivoluzione Francese dl 1789 e durò dal 1792 al 1799. La Seconda Repubblica coincise con il periodo delle rivoluzioni europee e si protrasse dal 1848 al 1852. La Terza Repubblica iniziò nel 1870 e terminò nel 1940 con l’occupazione della Francia da parte delle truppe tedesche, durante la seconda guerra mondiale.

[59] Antonio Rubbi, I partiti comunisti dell’Europa Occidentale, Teti editore, Milano, 1978, p. 84.

 

[60] Daniele Ganser, gli eserciti segreti della nato Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Fazi Editore, Roma, 2005, p. 103-106.

[61] Edward Rice-Maximin, Accomodation and Resistance. The French Left, Indochina and the Cold War 1944-1954, New York, Greenwood Press, 1986, p. 53.

 

[62] Roger Faligot – Pascal Krop, La Piscine. Le Services Secrets Français 1944-1948, Parigi, Editiond du Seuil, 1985, p. 84.

 

[63]                                                           C.s. p. 85

 

[64]                                                           C.s. p. 56

 

[65] Daniele Ganser, gli eserciti segreti della nato Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Fazi Editore, Roma, 2005, p. 109.

 

[66] Roger Faligot – Pascal Krop, La Piscine. Le Services Secrets Français 1944-1948, Parigi, Editiond du Seuil, 1985, p.88.

 

[67] Spotlight: Western Europe: Sty-Behind, in Intelligence Newsletter. Le Monde du Renseignement, periodico francese, 5 dicembre 1990.

 

[68] Douglas Porch, The French Secret Services. From the Dreyfus Affaire to the Gulf War, New York, Farrar, Strauss & Giroux, 1995m p. 395.

 

[69]                                                        C.s.

 

[70] Questa descrizione dell’operazione Resurrezione è tratta da Ph. Bernert, Roger Wyhbot et la bataille pour la DST, citato in Jean-François Brozzu-Gentile, p. 286.

 

[71] Daniele Ganser, gli eserciti segreti della nato Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Fazi Editore, Roma, 2005, p. 116.

 

[72] A. Horne, La guerra di Algeria, Milano, Rizzoli, 1980, p. 512.

 

[73] Saverio Ferrari, i denti del drago Storia dell’Internazionale nera tra mito e realtà, BFS edizioni Biblioteca Franco Serrantini, 2013, p. 38.

 

[74] Come rivelato, ad esempio, dall’ex comandante dell’Undicesimo d’Assalto Erwan Bergot nelle sue memorie: Le Dossier Rouge. Services Secrets Contre FLN, Parigi, Grasset, 1976.

 

[75] G. Bonazzi, Colpa e potere, Il Mulino, Bologna, 1983, p. 131.

 

[76] È morto Watin, lo ‘sciacallo’. Attentò alla vita di De Gaulle, Repubblica, 21 febbraio 1994.

 

[77] http://ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2005/07/16/SL3PO_SL301.html?refresh_ce

 

[78] P. Willan, I burattinai, Pironti, Napoli, 1993, p.33-34.

 

[79] A. Marcenaro, Io, Di Bernardo dico a Cordova di tirarsi avanti, Il Giorno, 11 luglio 1993.

 

[80] Anna Maria Isastia, Massoneria tra realtà storica e mito, HIRAM 4/2005, Erasmo Editore.

 

[81] Serviva a finanziare l’industrializzazione.

 

[82] Gianni Cipriani, I mandanti, Editori Riuniti, Roma, 1993, p. 183.

 

[83]                                    C.s. p. 188-189.

 

[84]                                     C.s.

 

[85]                                     c.s.

 

[86] D. Bovet, M. Dinucci, Tempesta del deserto, edizioni ECP.

 

[87] Harry Magdoff, L’età dell’imperialismo. L’economia della politica estera USA, p. 75-79.

 

[88] http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osipdc19-012500.htm

ANATOMIA DELLA POLITICA ITALIANA ATTRAVERSO L’ECONOMIA: DAL SECONDO DOPOGUERRA A BERLUSCONI

•agosto 22, 2016 • Lascia un commento

 

 

 

 

 

Per fare una ragionamento serio sull’Italia bisogna partire dal fatto che la borghesia italiana, sotto l’egida della monarchia dei Savoia ha unificato il paese e costruito lo Stato italiano eliminando le altre monarchie presenti nella penisola non toccando però il Vaticano. Questo fatto facilitò la conservazione nel nostro paese di altri centri di potere, a partire dalle organizzazioni criminali che avevano una base territoriale (mafia, camorra, n’drangheta).

Dal Concordato (1929) fino alla fine della seconda guerra mondiale il Vaticano aveva condiviso con la monarchia dei Savoia la direzione del paese. Quando quest’ultima fu travolta dalla complicità con il fascismo, il Vaticano divenne il governo di fatto, occulto, irresponsabile e in ultima istanza la direzione ufficiale del paese.

Un altro aspetto determinante per capire la vita politica italiana è quello che fu chiamato “regime democristiano”, si affermò grazie alla forza degli imperialisti USA (che comunque si impiantarono stabilmente in Italia anche con proprie strutture: agenzie spionistiche, basi militari ecc.), alla disperazione della borghesia italiana debilitata dalla sconfitta del fascismo e alla convergenza delle organizzazioni criminali. Ma soprattutto il PCI, anziché guidare la classe operaia e le masse popolari a continuare la lotta per instaurare un nuovo ordinamento sociale conforme ai loro interessi, presentò il nuovo regime come un regime democratico fondato sulla volontà popolare, accettò di fare della costituente e della redazione della Costituzione il terreno principale dello scontro tra le classi oppresse e le classi dominanti (che così guadagnarono tempo per consolidare le proprie posizioni di forza fino a poter disattendere le promesse e gli impegni scritti nella Costituzione, che quindi restarono lettera morta salvo quelli imposti con dure lotte da parte della classe operaia), liquidò via via la forza politica e militare che la classe operaia e le masse popolari avevano raggiunto con la lotta partigiana culminata nella Resistenza contro i Nazifascisti (1943-1945).

Il Vaticano oltre a governo di fatto del nostro paese, ha propri interessi particolari di tipo economico, contrapposti a quelli di altri gruppi dominanti (è infatti al centro di una rete mondiale di proprietà immobiliari, di speculazioni finanziarie, di banche e assicurazioni ecc.), persegue in Italia (e nel mondo) obiettivi legati alla sua egemonia ideologica e morale sulle masse popolari.

Il caso Calvi-Ambrosiano fece emergere in modo chiaro e significativo che la Chiesa Cattolica, più che una grande forza morale, è un elemento centrale nella creazione e nello scioglimento di alleanze finanziarie, bancarie e industriali; ieri in base ad ambigue contiguità, oggi in base alla doppia loyalty di banchieri e governatori centrali rispetto a realtà come l’Opus Dei.

   A partire dalla vicenda Calvi-Ambrosiano, l’alleanza tra Chiesa Cattolica e grande capitale bisogna considerarlo come un dato storicamente acquisito.

   Si potrebbe prendere come esempio di quest’alleanza analizzare i legami tra il Vaticano e il mondo bancario. Per capire questi complessi rapporti non si può prescindere dalle origini dello Ior.

Lo Ior ha come antenato la Commissione Ad pias causas, istituita nel 1887 da Leone XIII al fine di convertire le offerte dei fedeli in un fondo facilmente smobilizzabile. La prima riforma delle finanze vaticane risale al 1908, quando su iniziativa di Papa Pio X l’istituto assume il nome di Commissione amministratrice delle Opere di Religione. Ma è soprattutto con Mussolini che decollano le fortune economiche del Vaticano, in particolare quando il duce risolve la cosiddetta “questione romana”, ossia la decisione di annettere gran parte delle proprietà pontificie presa nel 1870 dal Regno d’Italia. Da allora lo Stato garantirà al Vaticano la sovranità nel suo territorio e un sussidio di 3.250.000 lire annue. Ma all’indomani dei Patti Lateranensi del 1929 l’Italia, oltre a riconoscere il nuovo Stato denominato Città del Vaticano l’esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importanti, predispone un risarcimento per i “danni” finanziari subiti dallo Stato pontificio in seguito alla fine del potere temporale. L’art. 1 lo quantificava nella “somma di 750 milioni di lire e di ulteriori azioni di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire”.[1]

Per gestire questo immenso patrimonio papa Pio XI istituisce l’Amministrazione speciale per le Opere di Religione, che affida a un laico esperto, l’ingegner Bernardino Nogara, un abile banchiere proveniente dalla Comit, membro della delegazione che, dopo la prima guerra mondiale, negoziò il trattato di pace e, successivamente, delegato alla Banca Commerciale di Istanbul. Grazie alla sua abilità, Nogara trasformò l’Amministrazione in un impero edilizio, industriale e finanziario. Le condizioni che il banchiere pose a Pio XI per accettare l’incarico di gestire pose a Pio XI per accettare l’incarico di gestire il patrimonio del Vaticano erano due: “1. Qualsiasi investimento che scelgo di fare deve essere completamente libero da qualsiasi considerazione religiosa o dottrinale; 2. Devo essere libero di investire i soldi del Vaticano in ogni parte del mondo”.[2]

Il Papa accettò e si apri così la strada alle speculazioni monetarie ed altre operazioni di mercato nella Borsa valori, compreso l’acquisto di azioni della società che svolgevano attività in netto contrasto con l’insegnamento cristiano: “Prodotti come bombe, carri armati, pistole e contraccettivi potevano essere condannati dal pulpito, ma le azioni che Nogara comprava aiutarono a riempire le casseforti di San Pietro”.[3]

Nogara rilevò l’Italgas fornitore unico in molte città italiane, e fece entrare nel consiglio di amministrazione, come rappresentante del Vaticano, l’avvocato Franco Pacelli, fratello del cardinale Eugenio che poco dopo diventerà papa e assumerà il nome di Pio XII. Grazie alla gestione di Nogara, il Banco di Roma, il Banco di Santo Spirito e la Cassa di Risparmio di Roma entrarono a far parte dell’ambito di influenza del Vaticano.

Quando nel 1935, Mussolini ebbe bisogno di armi per la guerra di Etiopia, una considerevole quantità fu fornita da una fabbrica di munizioni che Nogara aveva acquisito per il Vaticano.

Il 27 giugno 1942 Pio XII decide di cambiare nome all’Amministrazione speciale per le Opere di Religione che diventa Istituto per le Opere di Religione (IOR). Nasce così un ente bancario dotato di un’autonoma personalità giuridica e che si dedicherà non soltanto al compito di raccogliere beni per la Santa Sede, ma anche a quello di amministrare il denaro e la proprietà ceduti o affidati all’Istituto stesso da persone fisiche o giuridiche per opere religiose o di “carità cristiana”.

Il 31 dicembre 1942 il ministro delle Finanze del governo italiano Paolo Thaon di Revel, emise una circolare in cui si affermava che la Santa Sede era esonerata dal pagare le imposte sui dividendi azionari.

Nogara continuò a lavorare per accrescere le risorse del Vaticano. Già dai primi del XIX secolo i Rothschild di Londra e di Parigi trattavano con il Vaticano, ma con la gestione Nogara gli affari e i partener bancari aumentarono vertiginosamente: Credit Suisse, Hambros Bank, Morgan Guarantee Trust, The Banker Truts di New York (di cui Nogara si serviva quando voleva comprare e vendere titoli a Wall Street), Chase Manhattan, Continental Illinois National Bank. E Nogara assicurò al Vaticano partecipazioni in società che operavano nei settori più diversi: alimentare, assicurativo, acciaio, meccanica, cemento e beni immobili. Un susseguirsi di successi finanziari senza precedenti per il Vaticano.

 

PARTE PRIMA

 

IL SISTEMA POLITICO ITALIANO NEGLI ANNI DLLA RICOSTRUZIONE E DEL MIRACOLO ECONOMICO (1945-1970). FONDAMENTO E NATURA DEL COSIDDETTO CONSOCIATIVISMO DC-PCI

 

 

 

Spesso e volentieri in molta pubblicistica di sinistra e di estrema sinistra la DC è stata rappresentata come una partito clientelare e per certi versi arcaico, molto più un peso per lo sviluppo economico che non un elemento fondamentale dello sviluppo stesso, il cui merito andrebbe all’economia cresciuta malgrado la DC.

Indubbiamente in queste analisi c’è una parte di verità, ma trascura l’elemento fondamentale della natura della DC come un grande partito conservatore di massa, che ha saputo interpretare le esigenze dello sviluppo capitalistico e la necessità di coniugare insieme sviluppo economico e consenso sociale. Per capire cosa sia un moderno partito conservatore di massa bisogna partire da un brano avveniristico di Marx che scriveva nel 1862, a proposito dello sviluppo dei ceti medi: “…in seguito al macchinismo in generale, allo sviluppo della forza produttiva degli operai, il reddito netto, il profitto e la rendita crescono a tal punto, che la borghesia ha bisogno di più servidorame di prima (…) Questa progressiva trasformazione di una parte degli operai in servitori è una bella prospettiva. Egualmente consolante per essi, è sapere che in seguito all’accrescimento del prodotto netto, al lavoro improduttivo si aprono nuove sfere, che vivono del loro prodotto, ed il cui interesse più o meno rivaleggia nel loto sfruttamento, con quello delle classi direttamente sfruttatrici”.[4]

Da questa analisi derivano alcuni corollari: la classe dominante può allearsi con i ceti medi e con l’aristocrazia operaia (che si considera come status sociale assimilabile al ceto medio) rendendoli compartecipi in certa misura dello sfruttamento del lavoro operaio: la marcia dei 40.000 a Torino evidenziava come i quadri FIAT si sentissero molto più vicini al padrone che non agli operai. Questa politica delle alleanze, però necessita di strumenti operativi per essere realizzata e cioè del partito conservatore di massa, il che è tanto più vero nel XX secolo poiché il suffragio universale si è generalizzato. Nascono allora i grandi partiti di centro come la DC italiana e tedesca, che sono dichiaratamente interclassisti, si rivolgono cioè a tutte le classi sociali, per quanto accettino sia in maniera implicita che esplicita come orizzonte organico il capitalismo. I politologi le definiranno “partiti pigliatutto” che si rivolgono cioè a tutte le classi e a tutto l’elettorato. Questi partiti, però, nel secondo dopoguerra non erano meramente conservatori, ma propugnavano riforme, necessarie ad avere il consenso di ampi strati sociali e questo li avvicina alle socialdemocrazie. De Gasperi dirà che la DC è un partito di centro che guarda verso sinistra e ciò non valido solo per la DC italiana. Il piano Beveridge, che è il simbolo del riformismo postbellico, fu realizzato dai laburisti inglesi, ma fu concepito da un lord liberale e fu sottoscritto da un gruppo di 36 deputati tories che si definivano “tories reformers[5] evidentemente, da un punto di vita logico formale essere conservatori e nello stesso tempo riformatori poteva parere strano se non tiene conto dell’esperienza della grande crisi e della sfida comunista, ovvero dell’avanzata della Rivoluzione Proletaria Mondiale che proprio nel secondo dopoguerra raggiungeva l’equilibrio strategico (formazione del campo socialista, rivoluzione in Cina, avanzata delle lotte di liberazione nazionale), che imponeva al Capitale di modernizzarsi salvando il profitto e allargando il consenso sociale al sistema, anche perché i salari e i consumi erano necessari ad impedire che si formasse una forbice troppo larga tra investimenti e consumi che portasse a un altro 1929.

In Germania la DC di Adenauer accettò le tesi di un economista liberale (Roepke) che sosteneva la necessità di un’economia sociale di mercato, il cui mercato dovesse realizzare i fini sociali, come il pieno impiego, ed in cui il potere politico poteva intervenire tutte le volte in cui il mercato funzionava male e si allontanava dalla realizzazione dei fini “sociali”[6] di cui sopra; in Inghilterra i conservatori tornati al governo nel 1951, non annullarono ma conservarono le riforme dei laburisti come fecero negli USA i repubblicano tornati al potere nel 1952 e che non toccarono il welfare state realizzato negli anni di Roosevelt, anzi la tassazione progressiva raggiunse il suo picco nel 1957 (con il 91% di aliquota massima) quando alla Casa Bianca c’è un vecchio un vecchio generale repubblicano diventato Presidente degli USA.

E il tanto sbandierato riformismo della socialdemocrazia? Un giudizio storico sulla natura e sui limiti della socialdemocrazia non può non partire con una riflessione sul bilancio di questo movimento politico.

Ciò che distingueva i partiti dalla Seconda Internazionale – per la maggior parte di loro tacitamente sino alla Prima guerra mondiale, in modo del tutto esplicito in seguito – era la strategia che essi invocavano per raggiungere il socialismo. Il vero socialismo, sostenevano, può essere realizzato solo attraverso un processo politico graduale, pacifico e costituzionale.

Ebbene questa, strategia non ha mai avuto nessuna applicazione. La socialdemocrazia, subordinando ogni tipo di attività politica a quella elettorale, è stata spinta a contrastare o a soffocare il libero sviluppo di ogni iniziativa o ascesa popolare tutte le volte che questa rischiava di intralciare i suoi calcoli e la sua routine parlamentare.

E se guardiamo le esperienze dei governi socialdemocratici, esse si rilevarono profondamente e radicalmente diverse, rispetto alle loro teorizzazioni sui “passaggi graduali e pacifici al socialismo”. Fra le due guerre mondiali si limitarono a effettuare riforme sociali di minor peso e a prodursi in inefficaci tentativi di far rispettare l’ortodossia finanziare neoclassica. Una politica meno convenzionale fu attuata in Svezia per mantenere i livelli di occupazione, ma senza arrivare a creare un settore pubblico. Fino al 1939 in tutta l’Europa settentrionale non vi alcun governo socialdemocratico che nazionalizzasse anche una sola compagnia. Fu solo dopo la Seconda guerra mondiale che la socialdemocrazia cominciò ad adottare la teoria keynesiana: la manovra di una domanda anticiclica avrebbe provveduto a ristabilire il tasso di profitto per il Capitale e, simultaneamente a elevare il reale livello di vita delle masse, grazie all’espansione dei consumi interni provocata da uno Stato apparentemente neutrale. Lo “Stato del benessere” sostituisce la socializzazione come reale principio delle politiche socialdemocratiche: un completamento, non un’alternativa al capitalismo.

Nel trentennio che succedette alla seconda guerra mondiale ci fu un boom economico senza precedenti, esso creò le premesse materiali per i governi socialdemocratici di attuare il pieno impiego e promuovere i servizi sociali nei propri paesi. La proprietà pubblica fu circoscritta alle industrie deficitarie, destinate a provvedere a buon mercato l’accumulazione privata: un’economia marginale piuttosto che un’economia mista, che avrebbe potuto essere evitata quasi del tutto nel paese di maggior successo della socialdemocrazia nordica, la Svezia.

Il capitalismo usciva, allo stesso tempo, migliorato e rafforzato da questi governi socialdemocratici. La presenza di governi socialdemocratici al timone dello Stato non rappresentò il motivo determinante del relativo miglioramento delle condizioni di vita delle masse nei paesi capitalisti avanzati in quegli anni. Trasformazioni ben maggiori di questi livelli di vita si ebbero in Giappone o in Spagna, sotto governi conservatori e fascisti, piuttosto che in Gran Bretagna o in Norvegia, sotto governi laburisti: ciò che fu decisivo era il tasso di crescita globale del capitalismo nazionale preso in considerazione. Il keynesismo fu un invenzione del liberalismo borghese, non della socialdemocrazia, e avrebbe potuto essere usato da qualunque regime borghese a prescindere dalla sua forma politica (la sua prima importante applicazione la si ebbe da parte di Shacht, nella Germania nazista). Ciò che viceversa riuscì invece a realizzarsi in questi anni la socialdemocrazia fu, innanzi tutto, l’edificazione di quello, come si diceva prima, che fu definito “Stato del benessere” con autentiche conquiste materiali per la classe operaia – assistenza sanitaria, alloggi, educazione, pensioni – che non avevano equivalenti nei paesi a capitalismo avanzato senza una presenza socialdemocratica: USA e Giappone in testa. In secondo luogo, la socialdemocrazia riuscì a mantenere – anche quando più si sforzava di essere un Volkspartei (partito del popolo) nazionale – il senso di una separata identità di classe all’interno dei ranghi della classe operaia, in contrapposizione al capitale. Detto questo, bisogna dire che i risultati della socialdemocrazia sono stati caratterizzati da una costante mediocrità e conformismo. Nessun partito socialdemocratico è mai riuscito a creare un settore pubblico vasto quanto quello creato dal Partido Revolucionario Institucional (PRI) in Messico o a redistribuire il reddito come il peronismo in Argentina.

Tornando al riformismo della DC si può dire che, interpretò in Italia l’esigenza di una svolta europeista che fu un elemento fondamentale per il miracolo italiano. In Italia come in Europa, i grandi gruppi industriali che si sviluppavano sulla scia dello sforzo di ricostruzione che esige enormi risorse, avvertono i confini nazionali come un limite e quindi si mira ad allargare gli spazi economici e commerciali. In Europa nascono la CECA, l’Euratom ed il MEC (1957) e gli uomini della DC italiana e tedesca sono all’avanguardia del processo (De Gasperi, Fanfani e Adenauer), e i monopoli italiani (FIAT in testa) sono tutti dichiaratamente europeisti: non si può immaginare il boom dell’auto e dell’industria italiana senza l’europeismo ed il piano autostradale che ne fu la proiezione all’interno. Questa scelta mise in difficoltà i settori non competitivi ed arretrati come le PMI (Piccole e Medie Imprese) e il Mezzogiorno e s’intervenne con leggi di sostegno verso le PMI (la legge 59 del 1959) o anche con i mezzi correttivi ma efficaci, come la tolleranza verso l’evasione fiscale da parte di quello che viene definito “il popolo delle partite IVA”. Scrive in proposito Arvedo Forni: “Gli evasori medi hanno un peso diverso la loro influenza è generalmente politica si esercita nelle elezioni e nei rapporti politici di gruppo o locali (…) Il partito “populista” di massa (in senso elettoralistico e passivo) ha individuato la possibilità di mantenere la propria popolarità attraverso la tolleranza dell’evasione, lo Stato diventa così indifferente verso l’evasione degli strati intermedi…”.[7]

Bisogna rilevare che questa tolleranza non ha solo il significato di uno scambio politico, voto contro evasione, ma è stato anche un sostegno economico consistentissimo per i redditi di capitale, di cui godono tendenzialmente tutti i capitalisti, dai grandissimi ai piccoli e medi imprenditori.

Quanto poi al Mezzogiorno la DC inaugurerà una nuova politica che non risolverà la “questione meridionale” ma permetterà al Sud di passare da un sottosviluppo stagnante a un “sottosviluppo dinamico”, in cui il PIL pro-capite cresce notevolmente anche se a ritmi inferiori al Centro-Nord.[8]

Non meno rilevante è la politica nel campo dell’occupazione dove il mercato del lavoro verrà tenuto in piedi grazie alla crescita dell’occupazione nella Pubblica Amministrazione, che non è un fenomeno solo clientelare come si dice superficialmente, ma una tendenza propria del capitalismo dei paesi avanzati: in USA il piano di riassorbimento dei 5,3 milioni di lavoratori “liberati” dall’automazione, sempre in USA il 25% dei posti di lavoratori creati nel periodo 1950-65 è nella Pubblica Amministrazione,[9] tale tendenza si accentua tra il 1958 e il 1963, quando ben 2,8 milioni di posti di lavoro su 4,3 milioni vennero creati nel settore pubblico e semipubblico;[10] in Giappone nel periodo 1948-1968 la produttività dell’industria crescerà del 100% e negli uffici pubblici solo del 4%,[11] ciò significa che negli uffici (terziario pubblico e privato) si opera con criteri labour intensive che controbilanciava il carattere capital intensive dell’industria.

Ma è tutto il capitalismo avanzato che si muove in questa direzione: i ricercatori dell’ILO parlando di un settore (quello della Pubblica Amministrazione) fuori mercato perché non corrisponde ad una logica di profitto ed assume anche in presenza di crisi, fungendo da spugna della disoccupazione, ciò fino alla recessione del 1973-1975 inclusa.[12] In Italia avviene lo stesso come si diceva prima: in particolare negli anni ’70, che sono anni di crisi e di esplosione della disoccupazione, la Pubblica Amministrazione aumenta i suoi dipendenti del 15,5% (da 3.078.000 a 3.558.000) nel periodo 1973-77.

A questo aumento dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche ha corrisposto un aumento del credito alla Pubblica Amministrazione da parte dei capitalisti. Così una parte del plusvalore “si valorizza” due volte:

 

  • Una volta perché crea le condizioni della realizzazione del capitale-merce in cui si trova imprigionato (la Pubblica Amministrazione compera merci dai capitalisti) e da cui uscirebbe con difficoltà perché la mancanza di lucrose possibilità di investimento per il nuovo capitale nella sua interezza comporta anche che non esista un mercato quantitativamente adeguato per il capitale-merce. Infatti il valore prodotto (quello conservato e il nuovo) è prodotto come capitale-merce. Infatti tutto il valore prodotto (quello conservato e il nuovo) è prodotto come capitale-merce e può realizzarsi se trova dei compratori (capitalisti e no) e i compratori capitalisti esistono in misura adeguata solo se tutto il nuovo valore può essere investito con profitto (e solo in questo caso che il capitalista dà inizio a un nuovo ciclo Danaro – (Mezzi di produzione, materie prime e forza-lavoro)…Produzione…Nuove Merci-Più Danaro (D’-M’…P…M’’-D’’) la cui prima fase D’-M’ coincide con l’ultima fase del ciclo precedente M-D solo rovesciata). L’espressione “si valorizza” è tra virgolette perché va intesa con grano salis. Si tratta propriamente della realizzazione (trasformazione in denaro) senza della quale però la valorizzazione (aumento del valore) compiuta nella fase di produzione è avvenuta invano, anzi con distruzione del capitale.
  • Una seconda volta perché, imprestandosi alla Pubblica Amministrazione, una quota di plusvalore crea le condizioni per partecipare (come settore specifico di capitale) alla spartizione del plusvalore che sarà prodotto nel ciclo successivo e quindi in qualche modo diventa capitale e si valorizza, percependo gli interessi pagati dalle Pubbliche Autorità sul debito pubblico.

 

Il gonfiamento della spesa pubblica viene determinato, quanto al suo effettivo venire all’esistenza, alle dimensioni che assume (armamento, istruzione, pensioni, servizi sanitari, prebende e sinecure, burocrazia, servizi di repressione, guerra ecc.) dai concreti movimenti politici.

Chi ha una visione impressionista della politica economica, ritiene che le politiche dei governi borghesi nell’ultimo periodo è stato quello della “riduzione della spesa pubblica” e perciò parla di neoliberismo. Costoro dovrebbero riflettere (come tutti quelli che la pensano come loro) che alla fine della fiera l’unica riduzione della spesa pubblica attuata è quella inerente ai settori adibiti al trasferimento di reddito (istruzione, sanità, previdenza sociale, assistenza pubblica, tariffe dei servizi pubblici) a danno delle masse popolari, mentre la spesa pubblica destinata ad altri settori aumenta.

Dopo che a causa della crisi, comincia a diminuire la spesa pubblica destinata alla Pubblica Amministrazione (e in particolare ai servizi destinati alle masse popolari), quella che fu chiamata “crisi fiscale dello Stato”, è in sostanza il venir meno la funzione di spugna da parte della Pubblica Amministrazione che causerà il peggioramento della situazione occupazionale.

Al sistema pensionistico-previdenziale sono fioccate le accuse di clientelismo (ed è vero), ma è una verità molto parziale. Nella realtà si tratta di sussidi di disoccupazione mascherati che hanno permesso a larga parte della popolazione di sbarcare il lunario. In sostegno rilevante infatti il numero dei pensionati è passato da 11,1 milioni contro 18,8 di occupati del 1968 a 16,3 milioni di pensionati contro 19 milioni nel 1975. In tutto questo periodo furono create 23 milioni in più contro ogni nuovo occupato.

Clientelismo certo ma anche sostegno all’economia: il miracolo è finito, la crisi esplode pesantemente e il numero delle pensioni si impenna. Keynes diceva che occorre pagare un reddito anche a lavoratori che fanno buchi a terra per poi riempirli che è un modo di dire che l’assistenzialismo è di gran lunga preferibile al nullismo, consistente nel sedersi sulla riva del fiume in attesa che arrivi la ripresa economia che risolva spontaneamente i problemi sul tappeto, come fece il presidente Hoover nel 1929-32 con risultati non proprio felici. La DC utilizzò in modo improprio il sistema previdenziale per realizzare una sorte di “reddito di cittadinanza” mascherato per milioni di italiani, non si chiese loro di fare buche per terra per poi riempirle, ma disse a loro che erano ciechi anche se vedevano, che erano storpi anche se potevano correre una maratona, o che soffrivano di postumi per un’operazione alla prostata anche se erano donne (la cosiddetta prostata femminile).

Sulla DC non vanno dati giudizi moralisti: nel capitalismo l’evasione fiscale, la corruzione e il clientelismo sono fenomeni normali.

I successi della politica economica della DC permisero di ampliare il consenso sociale al sistema capitalista: nacquero sindacati diversi dalla CGIL e alternativi a essa, il PSI al Congresso del PSI (1955) lanciò la politica del dialogo con i cattolici confermata a Venezia (1957) mentre l’anno prima Nenni e Saragat riprendono i contatti: sono le prove del governo del Centro-Sinistra degli anni ’60 che isolerà il PCI. Da tale isolamento il PCI tentò di uscire con manovre assurde e spregiudicate come il milazzismo in Sicilia e cioè l’appoggio alla giunta Milazzo, dirigente della DC locale che aveva creato un suo partito e che governò con l’appoggio dei monarco-fascisti (notoriamente contigui alla Mafia) e della sinistra. Una soluzione disperata per uscire dall’isolamento che finì presto nel nulla come era prevedibile, ma che era il segno di quanto fosse egemonica e espansiva la politica della DC che grazie, al successo del miracolo economico era in grado di isolare e neutralizzare il PCI. [13]

 

LA POLITICA ECONOMICA DEL PCI (1945-1970)

 

 

Come premessa indispensabile per capire la politica economica del PCI, bisogna partire dal fatto che esso è stato uno dei partiti più importanti della corrente del revisionismo storico che divenne a partire del 1956 (XX Congresso del PCUS) egemone nel Movimento Comunista Internazionale e nei paesi socialisti. Nei paesi socialisti essa sosteneva lo sviluppo dei residui elementi di economia mercantile, la liquidazione degli elementi di comunismo, l’integrazione dei paesi socialisti nel sistema imperialista mondiale. Nei partiti comunisti che non erano al potere essa sosteneva la via pacifica e parlamentare al socialismo come unica via universale al socialismo, si opponeva all’accumulazione delle forze proletarie e si opponeva all’internazionalismo proletario.

Sarebbe sbagliato definire il revisionismo come un effetto di uno sbaglio, di un peccato, di un errore, del tradimento di individui isolati, esso è il prodotto sociale di un’intera epoca storica.

Il marxismo – leninismo – maoismo, è uno strumento importante per capire l’affermarsi del revisionismo moderno, in particolare attraverso l’analisi della lotta fra le due linee nel partito e quella della lotta di classe che continua nella società socialista.

Il Movimento Comunista ha sempre condotto in tutta la sua storia la lotta tra le due linee, a partire da Marx-Engels nella Lega dei Comunisti, nella Prima Internazionale e nella Seconda Internazionale,[14] e arrivando a Lenin e Stalin nel POSDR, nella Seconda Internazionale e nella Terza Internazionale.[15] Il problema è che il Movimento Comunista Internazionale non aveva una coscienza chiara di tale lotte.

   Questa premessa indispensabile, serve a far capire come mai il PCI alla politica economica della DC che risultava vincente, non seppe altro che contrapporre una modesta politica socialdemocratica che mirava ad ottenere alcuni limitati vantaggi ai settori di masse popolari su cui il PCI rivolgeva in prevalenza: un po’ più di salario e di pensioni, un po’ più di occupazione, il 60% del prodotto del mezzadro invece del 50% ecc.,[16] senza però mettere in discussione il carattere capitalistico degli anni della ricostruzione, anche se si chiederà in un primo tempo la nazionalizzazione dei grandi gruppi monopolisti, richiesta che poi nei documenti e nelle proposte del PCI successive verrà tacitamente abbandonata. Il quadro capitalistico è comunque accettato fin dai primi documenti del 1945: in uno di essi, intitolato emblematicamente Ricostruire Togliatti dice esplicitamente che non dobbiamo fare come in Russia: “Se dicessimo di volere fare oggi un piano economico generale come condizione per la ricostruzione, sono convinto che porremmo una rivendicazione che noi stessi non saremmo in grado di realizzare. Voglio dire che, anche se fossimo oggi al potere da soli faremmo appello per la ricostruzione dell’iniziativa privata perché sappiamo che vi sono compiti a cui sentiamo che la società italiana non è ancora matura”. E ancora: “L’obiezione più radicale che è stata fatta a questa nostra linea è quella del compagno che ha detto noi siamo degli utopisti perché crediamo che sia possibile in una società capitalistica imporre una politica di solidarietà nazionale. E questo in linea di astratta dottrina è giusto, ma in pratica grandi risultati si possono ottenere purché lo si voglia”.[17]

Quali sono questi grandi risultati non è chiaro, si accenna solo a “limitare l’assoluta libertà speculativa” dell’imprenditore privato come sarebbe avvenuto in Inghilterra negli anni di guerra, che è rimasta pur sempre un paese capitalista. In sintesi il PCI accetta il capitalismo e l’iniziativa privata ritenuta indispensabile alla ricostruzione del Paese.[18]

In sostanza un riformismo estremamente cauto, privo di grosse idee e vago sulle soluzioni.

Nel corso degli anni la linea del PCI si arricchirà della parola d’ordine della “pianificazione democratica” che, si badi, è sempre la pianificazione o programmazione di una società che rimane capitalistica, dirà infatti Enrico Berlinguer: “Noi non vogliamo seguire i modelli del socialismo sinora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia uno spazio e consensi, un ruolo importante”.[19]

Scalfari intervistando Berlinguer osserva che questa è una posizione socialdemocratica e Berlinguer non lo nega, ma dice che mentre la socialdemocrazia fa gli interessi degli operai nel capitalismo il PCI pensa anche agli strati sociali emarginati,[20] tuttavia Berlinguer non nega anzi ammette implicitamente un elemento comune di fondo con la socialdemocrazia: il collocarsi cioè all’interno del sistema capitalistico che è accettato.

Ma l’impostazione del PCI sulla programmazione democratica risulta chiara nel documento di critica al piano Pierraccini che si colloca in un’ottica tutta interna a quella del piano Pierraccini e cioè l’ottica di una programmazione indicativa del tutto priva di strumenti per operare; infatti nel documento approvato dalla direzione del PCI nel 1966 si chiede semplicemente alle grandi SPA di comunicare agli organi delle programmazione i propri piani di investimento, ma esse rimangono sovrane nelle scelte che intendono operare, si parla inoltre di controllo sui monopoli senza indicare concretamente come realizzare questo controllo posto che dalla fine del XIX secolo in poi in tutte le leggi antimonopolio sono clamorosamente fallite.

Quando poi il PCI passa dalle indicazioni generiche ai progetti di legge concreti, partorisce un progetto sulla programmazione comprensoriale indicativo ed inconsistente ed un progetto sulla riforma delle Partecipazioni Statali farraginoso ed impraticabile.[21]

In altre parole il PCI vorrebbe programmare il capitalismo ma non sa come fare e propone velleitariamente una programmazione che colpisca sprechi, parassitismo e rendite, ma non il profitto, dimenticando (volutamente) che profitto e rendita sono inscindibilmente legati connessi nel capitalismo per cui è impossibile colpire l’una senza colpire l’altro.

   Inoltre il PCI non affronta, nei suoi documenti il problema di come possa programmarsi un capitalismo integrato in un area sovranazionale attraverso provvedimenti essenzialmente nazionali, problema posto drammaticamente dalla dichiarazione di Guido Carli del 1971. A tal proposito sul problema della MEC e dell’integrazione dell’Italia in uno spazio economico sovranazionale il PCI è del tutto disarmato: prima si oppone all’entrata italiana nella MEC, poi chiede la sospensione dei trattati europei, poi una diversa politica europea che si opponga alla politica delle multinazionali per la quale propone un’alleanza con tutte le forze democratiche, senza chiarire né gli obiettivi né le modalità attuative di una simile alleanza.

Anche nel campo delle relazioni industriali il PCI è assente o carente: le grandi lotte che dal ’68 in poi scuotono la struttura della fabbrica capitalistica sono sostanzialmente ignorate nell’antologia dei documenti del PCI. C’è un progetto di Statuto dei lavoratori, dove il contenuto ad una logica di difesa dei diritti individuali dei lavoratori, cosa che in mancanza di un’organizzazione sindacale forte all’interno delle aziende, può essere vanificata dai capitalisti, bisognava rafforzare perciò gli strumenti di autotutela collettiva dei lavoratori sul posto di lavoro che avvenne ma essenzialmente perché prevalse la spinta delle lotte operaie che imposero al parlamento una legge che fu la più avanzata dell’occidente capitalistico.

In sostanza il riformismo del PCI fu quanto mai minimalista si possa dire. Il PCI dal 1945 fu un partito essenzialmente parlamentare, con l’eccezione delle lotte che furono negli anni ’50 (contro la smobilitazione industriale, la legge truffa, l’entra nel Patto Atlantico ecc.). Le grandi vittorie ottenute dopo il 1968 (come lo Statuto dei lavoratori) avvengono al fuori del PCI e in un primo tempo al di fuori del sindacato, il movimento dei delegati operai nasce infatti, al di fuori del movimento operaio ufficiale ed in forte critica nei suoi confronti.

Una delle giustificazione del moderatismo che hanno portato i dirigenti (e in seguito i vari intellettuali organici) è che per via degli accordi di Yalta, l’Italia era nell’area assegnata all’America, che eravamo un paese a sovranità limitata. Ora nessuno osa negare questo: basi militari, Gladio ecc. Gli USA hanno sempre interferito: in Grecia contro la guerriglia comunista, il regime di Arbenz in Guatemala che stava conducendo una profonda riforma agraria fu abbattuto, e il golpe in Cile nel 1973, l’aggressione nel Vietnam ecc.

A smentire la tesi dei revisionisti del PCI, mettiamo a confronto come operò Mao e il Partito Comunista Cinese (PCC) con quella del PCI nel secondo dopoguerra. Nel gennaio 1949 ci fu uno scambio di telegrammi fra Stalin e Mao.[22]  Vi si legge che Chiang Kai-shek che stava per essere sopraffatto dall’Esercito Popolare di Liberazione guidato dal PCC, chiedeva la mediazione di Urss, Inghilterra, Francia e USA per iniziare trattative “di pace” con i comunisti. Chiaramente si trattava di un inganno, la trattativa serviva a Chiang Kai-shek e agli USA a guadagnare tempo in vista una riorganizzazione che avrebbe consentito all’esercito di Chiang di scatenare una nuova offensiva con armi e munizioni USA (come poi avvenne). Tuttavia Stalin, sarebbe stato inclino a fare da mediatore per strappare a bloccare a Chiang Kai-shek la maschera di fautore di pace. Mao gli rispose che accettare come mediatori “di pace” potenze straniere, in particolare gli USA “susciterebbe grande sconcerto nel popolo cinese, nei partiti democratici, nelle organizzazioni popolari, in alcuni settori dell’Esercito Popolare di Liberazione e persino nei militanti del Partito comunista”. Quindi alla fine si fece non come suggeriva Stalin ma come decise il PCC. Togliatti, invece, con sua svolta di Salerno suscitò un grande sconcerto nel PCI, fra il popolo che combatteva armi alla mano contro i nazifascisti e finanche nei partiti della sinistra borghese.

C’erano gli americani hanno sempre detto i revisionisti per non fare la rivoluzione in Italia, ma come l’esperienza storica ha dimostrato ogni rivoluzione che avviene nel mondo ha sempre avuto a che fare con gli Stati Uniti che è la principale forza controrivoluzionaria. In Cina alla fine della seconda guerra mondiale c’erano aeroporti militari USA, in territorio cinese e basi navali e navi di guerra USA fin dentro allo Yang Tse Kiang, c’erano armi, danaro, aerei, istruttori militari USA, bombe al Napalm e chimiche, carri armati e artiglieria pesante, assistenza tecnologica di grande livello per tenere le linee ferroviarie e costruirne di nuovo per trasportare le truppe del Kuomintang, ma alla fine gli americani e Chiang furono gettati a mare e si andarono a rifugiare a Taiwan. E in Vietnam? Dopo che i vietnamiti scacciarono definitivamente gli invasori francesi nella storica battaglia di Dien Bien Fu, subentrarono gli americani che per 15 anni fecero la più sporca criminale delle guerre della nostra epoca massacrando i popoli vietnamiti, cambogiani e laotiani con bombe al napalm, bombe al grappolo, mine antiuomo e con armi chimiche e batteriologiche distruttive di esseri umani e di terre coltivabili. Ma alla fine dopo 15 anni di massacri dovettero abbandonare ignominiosamente Saigon facendo la ressa sotto i loro elicotteri per darsi a una fuga disordinata e precipitosa. La lezione da trarre e che gli americani ci saranno sempre finché l’imperialismo USA non verrà distrutto.

Anche il ragionamento che c’era stata Yalta non regge. Yalta fu un compromesso che ratificò i rapporti di forza che si erano stabiliti in quel momento fra l’URSS e il Movimento Comunista con i paesi imperialisti.

Ma questa alleanza tra le potenze imperialiste occidentali e l’URSS non poteva sopravvivere oltre le circostanze politiche e militari che l’avevano determina (la guerra contro la Germania nazista). I Partiti Comunisti dei paesi occidentali non seppero comprendere il mutamento della situazione internazionale. Molti Partiti Comunisti caddero vittima dell’illusione costituzionale e si lasciarono strappare senza una decisa resistenza le posizioni conquistate nel governo e nel paese. Questi limiti e errori furono messi in luce dal rapporto che fece Zdanov il 30/09/1947 alla riunione di fondazione dell’Ufficio di Informazioni fra i Partiti Comunisti e Operai (Cominform) quando criticò le illusioni parlamentariste del PCI e del PCF.

Mao a proposito del rapporto che ci avrebbe dovuto essere tra la politica estera che deve attuare uno Stato socialista (con i relativi e inevitabili compromessi) e la lotta per la pace dei Partiti Comunisti nei singoli paesi, nell’aprile 1946 scrisse un articolo in cui nell’esprimere alcuni giudizi sulla situazione internazionale, diceva che era possibile un accordo con i paesi imperialisti mediante negoziati pacifici e giungere al necessario compromesso su alcune questioni (compreso questioni importanti). Egli sosteneva che “tale compromesso può solo essere il risultato delle risolute, efficaci, lotte di tutte le forze democratiche del mondo contro le forze reazionarie degli Stati Uniti, Inghilterra e Francia”. Ma Mao aggiungeva “Tale compromesso non richiede che i popoli del mondo capitalistico facciano lo stesso e giungano a compromessi in patria. I popoli di quei paesi continueranno a condurre differenti lotte conformemente alle differenti condizioni”.

 

SULLA COSIDDETTA CONSOCIAZIONE DC-PCI

 

 

La cosiddetta consociazione tra DC che esercita il potere e il PCI che gestisce l’opposizione è stata criticata a vario titolo. Si è detto che in Italia c’era una democrazia bloccata perché mancava l’alternanza dei ruoli e cioè la possibilità per l’opposizione di diventare governo. In realtà questa alternanza è una caratteristica normale ma non essenziale delle democrazie liberali: la socialdemocrazia svedese ha avuto una longevità al potere non inferiore a quella della DC italiana e nessuno lo critica per questo, così come nessuno ha criticato Roosevelt per aver vinto quattro volte di seguito le elezioni presidenziali americane. La lezione da trarre sta nel fatto che la validità di un sistema politico si valuta dal funzionamento e dai risultati: l’Italia del periodo 1945-80 è il paese della ricostruzione capitalistica e del miracolo economico, in cui la DC ha avuto un ruolo centrale e fondamentale, non si vede perché il PCI avrebbe dovuto sostituirla al governo in omaggio al principio astratto dell’alternanza.

L’altra critica, in voga negli anni ’70 era quello della confusione dei ruoli: un politologo ha rilevato, analizzando la produzione legislativa del periodo 1948-68 che spesso i provvedimenti proposti dall’opposizione erano approvati dalla DC e viceversa, inoltre era frequentissimo lo scambio di emendamenti tra governo e opposizione.[23] Ciò avrebbe determinato un’incertezza su chi governasse veramente, questa obiezione avrebbe avuto senso se il PCI avesse fatto veramente una politica alternativa al sistema, siccome, però, il PCI il sistema lo accettava in pieno e la sua logica aveva moltissimi punti di contatto con quella della DC, non si vede per quale motivo non ci dovesse essere uno scambio a livello di produzione legislativo. Ciò che viene considerato un elemento di debolezza in realtà era un elemento di forza perché era la DC che egemonizzava il PCI. Inoltre nelle democrazie liberali è normale una contrattazione tra governo e opposizione: negli USA è normale che nelle elezioni di mezzo il partito del presidente perso il controllo di uno dei rami del Congresso per cui tra l’amministrazione e l’opposizione si crea una sorta di contrattazione permanente. Non si capisce poi per quale motivo una democrazia borghese liberale in cui vi sia un dialogo tra governo e opposizione sia più debole di una democrazia borghese liberale in cui vi sia un conflitto permanente tra chi governa e chi si oppone.

La verità è che negli anni che vanno al 1945 al 1970 il sistema politico italiano ha funzionato e ciò che è stato anche nella difficilissima legislatura del 1953-58, che presentava un parlamento ingovernabile sulla carta, ma in cui la DC spostandosi ora a destra, ora leggermente a sinistra riuscì a governare compiendo scelte importantissime dai trattati di Roma al riassetto delle Partecipazioni Statali, il che significa che quando hai un’ipotesi di sviluppo puoi governare.

 

 

LA FINE DEL MIRACOLO ECONOMICO E L’INIZIO DELLA PUTREFAZIONE DEL REGIME DC

 

 

Negli anni ’70, con l’inizio della crisi generale del capitalismo, la combinazione dello sfruttamento con la beneficenza e l’elemosina e il rispetto più o meno approssimativo delle conquiste e dei diritti dei lavoratori diventano incompatibili con le misure necessarie per far fronte alla crisi assieme ai gruppi imperialisti degli altri paesi, in sostanza si tratta di attuare tutta una serie di provvedimenti quali: privatizzazioni, esternalizzazioni, delocalizzazioni, speculazione finanziaria. Incomincia così la crisi del regime DC.

Nel 1970 comincia ad esplodere il debito pubblico, nell’estate di quell’anno viene varato un Decreto Legge, che passerà alla storia col nome di “decretone”, che contiene le prime misure per attuare una politica economica che vada verso l’austerità. Ma di lì a poco la decelerazione delle economie capitalistiche si fa mondiale: il tasso di crescita medio annuo dei paesi dell’OCSE scende al 5,2% del periodo 1961 -69 al 3,9% del 1970-79, al 2,6% del 1980-89, al 2,1% del 1990-96.

Poi nel 1973 arriva la famosa crisi del petrolio con una pesantissima recessione industriale ed il riemergere della disoccupazione di massa accompagnata da un’inflazione a due cifre: da noi in Italia fatta base 100 i prezzi del 1972 siamo 259 nel 1978, tale inflazione colpisce pesantemente i redditi fissi, infatti la scala mobile (ora un ricordo) opera in ritardo e con una copertura parziale,[24] non solo ma la crescita monetaria dei salari pure inadeguata fa scatenare aliquote progressive dell’IRPEF riducendo ancor più il salario netto reale. Esplode anche da noi la disoccupazione: nel 1976 l’ISTAT rileva 18,6 milioni di occupati, un terzo della popolazione totale, cifra molto bassa; a quell’epoca il tasso di attività era dato dal rapporto tra occupati e popolazione totale (adesso si valuta la percentuale di occupati sulla popolazione in età di lavoro) e con quel criterio il Giappone negli anni del miracolo lavorava poco meno della metà della popolazione totale. Nel 1977, però, avviene una fatto strano, si potrebbe dire “miracoloso” gli occupati, rispetto al 1976, crescono di un milione mentre i disoccupati crescono di 600.000 unità, nello stesso anno avremmo, dunque, un aumento degli occupati da boom ed un aumento dei disoccupati da crisi. La cosa però si spiega agevolmente: l’aumento dei disoccupati è reale, l’aumento dei disoccupati è dovuto al fatto che l’ISTAT ha cambiato i criteri di valutazione e ha considerato occupati persone che lavoravano in modo occasionale e saltuario e che in precedenza erano considerati disoccupati.[25] È questo un caso emblematico di come ormai le statistiche sul lavoro in Italia e nel mondo, cerchino di risolvere il problema della disoccupazione nascondendolo; la cosa poi è aggravata dal fatto che in Italia come altrove, la sottoccupazione e/o il lavoro nero si diffondono sempre di più in quegli anni.[26]

Una situazione disastrosa complessiva per lo Stato della Borghesia Imperialista italiana, scosso da lotte operaie quanto mai estese, il malcontento esplode anche a livello elettorale: nel 1975 il PCI sfonda raggiungendo alle amministrative generali il 32,4% dei voti, scriverà Celso Ghini (era il massimo esperto elettorale del PCI): “Il 15 giugno gli elettorali con la loro scheda hanno voluto dire basta ai maneggioni della politica, ai profittatori della politica, hanno voluto dire che bisogna cambiare radicalmente e presto”.[27]

La legislatura agonizza e verrà sciolta in anticipo, ma nel 1976, se il PCI arriva al 34,4%, la DC risale la china e si arriva all’unità nazionale, prima grazie all’astensione del PCI poi col suo voto favorevole. Siamo entrati nella fase dei “governi di solidarietà nazionale” che si assumevano a livello istituzionale (a differenza del periodo della cosiddetta “strategia della tensione” dove prevaleva l’elemento golpista e stragista della borghesia) il compito repressivo nei confronti dell’autonomia proletaria espressa dai movimenti lotta che partivano dalla grandi fabbriche, della lotta armata portata avanti dalle BR e dalle altre OCC e imporre alle masse i primi sacrifici. Per combattere l’inflazione Lama, leader PCI della CGIL, proporrà, sostenuto dal suo partito, la svolta dell’EUR e cioè una moderazione salariale estrema (anche aumenti mensili di 6.000 lire) che porterà come conseguenza il crollo dei salari sul aggiunto dell’industria dal 70,6% del 1975 al 62,2% del 1980.[28] Più che moderazione salariale si ha un suicidio salariale aggravato anche dalle concessioni fatte sulla scala mobile (i punti di contingenza salariale scattati dopo il 1977 non verranno conteggiati nell’indennità di liquidazione): si spera che la moderazione sindacale favorisca gli investimenti e l’occupazione ma non si otterrà nulla. Il perché è evidente in Italia come nel resto del mondo, il capitalismo può aumentare la produzione senza aumentare l’occupazione sicché la moderazione salariale non ottiene alcun posto di lavoro ma serve solo ad aumentare i profitti delle aziende. Non meno fallimentare è la lotta contro l’inflazione: proprio in quel periodo in sede europea una commissione di saggi presieduta dall’economista belga Maldague (di cui fa parte l’italiano – e democristiano – Prof. Archibugi) elabora un rapporto che fa carico dell’inflazione le Imprese Multinazionali in rapporto alle quali si proporne una politica riformista dura e incisiva. [29] La risposta della CEE è indicativa: si cerca di nascondere il rapporto ad un cassetto, da cui però qualcuno lo tirerà fuori, sarebbe una sponda per il PCI se volesse davvero realizzare una politica antimonopolista che predica del 1945, ma nessuno lo farà.[30]

Il fatto è che il PCI era totalmente subalterno alle logiche del Capitale e questa subalternità appare evidente in questo articolo di Giorgio Napolitano autorevolissimo esponente dell’ala migliorista del PCI: “…se si vogliono creare le condizioni per un rilancio del processo di accumulazione a livello di imprese bisogna operare per un forte spostamento di risorse dai consumi agli investimenti ed anche favorire un maggiore aumento della produttività da utilizzare fondamentalmente per l’allargamento della base produttiva e dell’occupazione e non per un ulteriore aumento dei salari reali dei già occupati[31]

Si potrebbe dire che quella di Napolitano era la posizione del maggior esponente dell’ala migliorista del PCI, perciò ristretta nell’ambito della destra tradizionale di tale partito, ma affermare ciò non è giusto: la linea che esprimeva Napolitano in quest’articolo era quella di tutto il PCI e della CGIL, che si espresse concretamente nella produzione legislativa del periodo 1976-1979 che fu realizzata con i voti determinanti del PCI, le conseguenze di tale politica furono: valanghe di miliardi alle imprese e nulla per l’occupazione e per la difesa del salario. Così il piano agricolo prevede una pioggia di 7.000 miliardi di finanziamenti e quello ferroviario 1.600 miliardi di commesse, mentre la legge per la riconversione industriale prevede, per le imprese che si riconvertono, sostegni consistenti e la possibilità di contrarre l’occupazione precedente anche del 20%. In tema di occupazione un solo intervento di rilievo: nel 1977 l’ISTAT rileva che la disoccupazione giovanile è al 22% e si vara una legge per il sostegno alle assunzioni di giovani, che sarà un colossale e prevedibile flop, prevedibile perché non ha senso ridurre notevolmente il costo dei nuovi assunti per qualche anno (usando la leva fiscale) in un momento in cui il capitale può aumentare la produzione senza aumentare l’occupazione, anzi contraendola, può ciò risparmiare completamente, grazie alla tecnologia, il costo di nuovi assunti.

Durante il periodo della solidarietà nazionale non ci fu nessun provvedimento contro l’evasione fiscale, contro la corruzione, per tentare di programmare l’economia come da lustri il PCI dice di voler fare ecc. Tutto ciò è una resa totale alla destra economica nella speranza, arrivino nuovi posti di lavoro, investimenti senza chiedere alcuna contropartita, arrivino nuovi posti di lavoro.

È un panorama disastroso ed un involuzione anche rispetto alla vecchia politica socialdemocratica di estrema moderazione. Nella realtà il PCI è il battistrada di una involuzione che riguarda tutta la socialdemocrazia europea: il canto del cigno di quest’ultima fu il programma comune delle sinistre in Francia, con le sue massicce nazionalizzazioni ed il forte dirigismo statale che proponeva, ciò che creò un certo imbarazzo del PCI.[32]

Tuttavia il riformismo della sinistra francese rientrò rapidamente dopo pochi mesi di governo e nei decenni successivi varie istituzioni capitalistiche come l’OCSE rilevarono la caduta dei salari come quota del PIL dei paesi industriali avanzati, caduta che è generale. Dalla metà degli anni’70 con l’inizio della crisi generale di sovrapproduzione di capitale, tutti gli Stati capitalisti hanno, più o meno consapevolmente, reagito con un aumento della spesa pubblica e lasciando libero corso all’inflazione con una politica del credito che attribuiva profitto monetari anche a fronte di inesistenti profitti reali.

 

Indici economici (Fonte: OCDE Statistiques Rétrospectives 1960-1982, pp. 44,64, 78)

Periodo   ‘60/78 ‘68/73 ‘73/79 ‘79/82
Prodotto Interno Lordo (PIL) (aumento percentuale medio in termini reali)  

USA

CEE

Giappone

OCDE

 

4,5

4,4

10,5

5,1

 

 

 

3,3

4,8

8,8

2,7

 

2,6

2,4

3,6

2,7

 

 

0,1

0.4

4,1

0,9

Spesa pubblica complessiva (percentuale del PIL, media annuale)  

USA

CEE

Giappone

OCDE

 

28,8

34,9

19,0

29,0

 

31,7

39,0

20,4

32,9

 

33,7

45,7

28,5

37,7

 

35,9

49,7

33,8

41,2

Indice dei prezzi implicito del PIL (aumento percentuale medio annuale  

USA

CEE

Giappone

OCDE

 

2,4

3,6

5,2

3,2

 

5,1

6,8

6,9

6,1

 

7,6

9,7

7,8

8,8

 

8,4

10.4

2,4

8,9

 

 

 

Man mano che tale atteggiamento si è rivelato inutile ai fini della ripresa economica e sono emerse le conseguenze negative di quell’atteggiamento, è scomparsa ogni parvenza di una sistematica politica economica anticrisi.

Mitterrand nel 1981 era andato al potere in Francia annunciando una politica anticrisi composta da nazionalizzazioni, assunzioni nella pubblica amministrazione, investimenti pubblici, miglioramenti dei sistemi di sicurezza sociale con aumenti dei redditi più bassi e conseguente aumento della domanda dei redditi più bassi: cioè un assortimento di misure di riforma della distribuzione del reddito e di spesa pubblica che servono quando le cose vanno comunque bene. Nel giro di pochi mesi abbandonò tutto sotto il peso del deficit della bilancia dei paganti, e dalla fuga di capitali.

Alla fine, le uniche politiche economiche praticate concretamente dai vari governi dei paesi capitalisti (con più o meno forza, con mezzi maggiori o minori, da posizioni di partenza più o meno favorevoli) consistono in riduzioni delle prestazioni di sicurezza sociale (pensioni di vecchiaia e invalidità, assegni familiari, assistenza sanitaria, indennità ecc.) e nel contemporaneo aumento della quota pagata dalle trattenute su salari e pensioni e dai tikets.

È evidente che in questa situazione partiti come il PCI o le socialdemocrazie europee strutturati per ottenere vantaggi per la classe operaia all’interno del sistema capitalista, che non viene rimesso in discussione da loro, sono spiazzati dalla portata di questa crisi: il ricatto sul mercato del lavoro di ottenere alcunché, i rapporti di forza non lo permettono più, il mercato del lavoro diventa sempre più un mercato del compratore (il Capitale) e non del venditore. La crisi generale di sovrapproduzione capitale pone all’ordine del giorno il problema dell’alternativa al sistema capitalista, ma ovviamente, partiti che sono organizzati per operare all’interno del sistema, per contrattare la vendita della forza lavoro (delegata ai propri sindacati) o per ottenere consensi elettorali attraverso una prassi parlamentare tradizionale, che non hanno l’organizzazione, l’esperienza, la pratica, il personale e la conseguente cultura per essere alternativi al sistema: se ti organizzi per gestire bene il Comune di Bologna o per avere voto dei commercianti bolognesi non può essere alternativo o rivoluzionario, se ti organizzi per certe cose non puoi fare cose del tutto opposte. Tutte le socialdemocrazie organizzate per gestire riformisticamente il sistema, vanno in crisi quando il sistema capitalista diventa ingestibile, poiché non sanno fare altro, per prassi e organizzazione che gestisce il sistema stesso.

Il PCI è il primo partito socialdemocratico che si arrende a questa realtà e se ne può agevolmente comprendere il motivo: l’Italia è il primo paese in cui finisce il miracolo e anche il più debole del capitalismo avanzato, da noi i margini di riformismo si bruciano prima e più rapidamente che altrove: nel 1990-91 il rapporto debito-PIL sfondò il muro del 100% e bisognerà attendere il 2011 perché questa cifra sia raggiunta nella media del paesi OCSE. Il PCI, come si dive prima, è all’avanguardia dell’involuzione socialdemocrazie occidentali e si trasforma nella sostanza in partito liberal-conservatore di massa, ma non nel senso dei partiti degli anni ’50 che avevano forte componenti riformiste, ma nel senso dei partiti conservatori dell’era di Reagan e della Thatcher, per i quali occorre sacrificare il salario all’accumulazione e al profitto per sostenere l’economia ciò che porta a un sostegno dei profitti senza alcun vantaggio in termini di occupazione.

 

PARTE SECONDA

DC E PSI GALLEGGIANO SUL POTERE

 

 

 

Nel giugno 1979 si hanno nuove elezioni anticipate. Il PCI pagherà lo scotto della sua subalternità al Capitale perdendo 4 punti (dal 34,4 al 30,4%) e si ritroverà sospinto all’opposizione, non serve più per governare a DC e PSI, nel frattempo il ciclo delle lotte operaie iniziato nel 1968 volge al termine e nel 1980 con i 35 giorni della FIAT ha il colpo di grazia.

In questa fase c’è il cambiamento del sistema contrattuale rivendicativo nato nel periodo delle lotte operaie degli anni ’70.

A smorzare la carica politica delle lotte operaie la ebbero non solo i vecchi burocrati sindacali del PCI e della DC, ma sopratutto i più giovani esponenti del rinnovamento dei vertici sindacali provenienti dalla sinistra cattolica, dal PCI e dal PSIUP, che in questo periodo erano assimilabili a una specie di anarcosindacalismo. In genere erano iscritti a un partito, ma erano tutti pronti a giurare sull’autonomia del sindacato, e disposti a lasciare le redini sciolte all’estremismo e al localismo delle lotte di reparto, pur di mantenere il controllo delle lotte contrattuali, più direttamente politiche. Sono loro che riescono ad arginare il movimento dei consigli dei delegati, estendendolo per svuotarlo della sua carica potenzialmente politica (nel 1970 a fronte di più di 100 consigli nati dal basso c’erano 1500 organizzati direttamente dal sindacato). Sono sempre stati questi nuovi quadri sindacali imbevuti di un di una forma caricaturale di anarcosindacalismo a pilotare i nuovi quadri di base inesperti verso il terreno della frammentazione e dello scontro locale, lasciando, di fatto, a loro quello politico generale. Il leader più indicativo che questa sinistra sindacale è stato Bruno Trentin, che in diversi casi ha fatto riferimento all’austro marxismo, e, in effetti, l’idea di ridurre i consigli a strutture di base del rinnovamento del sindacato e della stessa democrazia borghese evitandone la generalizzazione e la proiezione nazionale (cioè il dualismo del potere) era stata formulata da Otto Bauer e da Max Adler nel 1918-1919, e messa in pratica in Austria e in Germania per evitare ”il pericolo” di uno sbocco rivoluzionario.

Perciò, è necessaria molta cautela circa le frequenti asserzioni sulla “mutazione genetica” del sindacato, visto di più in chiave istituzionale, come le Confederazioni (CGIL-CISL-UIL); asserzioni che da un lato tendono ad accreditare il vecchio modello pansidacalista ovvero di un tradeunionismo più o meno“radicale” (in questo c’è il mito della FLM degli anni ’70), dall’altro oscurano le differenze reali, cospicue, che sussistono tra le Confederazioni.

L’egemonia riformista nel Movimento Operaio, soprattutto nei periodi come l’attuale caratterizzato dalla crisi generale del capitalismo, comporta l’incapacità di difesa elementare sia degli interessi dei lavoratori come classe, sia della stessa autonomia del sindacato rispetto ai padroni e al loro Stato.[33]

In altri termini, sotto il controllo riformista, il sindacato alla fine si riduce a “polizia economica del capitale”.

Come dimostra infiniti episodi, nella misura in cui la burocrazia sindacale s’inserisce, di fatto, nell’apparato statale, essa calpesta sistematicamente ogni regola di democrazia sindacale, comprese quelle parziali e contraddittorie che essa stessa ha proclamato.[34]

Il caso italiano è paradigmatico del rapporto che esiste tra crisi del capitalismo e subalternità sindacale.

Il ruolo affidato nell’ambito della divisione del lavoro all’Italia alla fine degli anni ‘70, porta il capitalismo italiano a iniziare nelle grandi imprese una profonda fase di ristrutturazione industriale, che ha portato all’esternalizzazione delle attività produttive e dei servizi. Tutto ciò è servito a disarticolare l’organizzazione operaia e a ridurre i salari, creando un esercito di contoterzisti spesso monocliente.[35]

Le esigenze della ristrutturazione industriale, portano allo sviluppo di un terziario che interagisce e si integra con le altre attività produttive, soprattutto quelle industriali.

Dal 1976 al 1991 si ha: una diminuzione degli occupati nell’agricoltura che diminuisce da 3.200.000 a 1.820.000; una diminuzione degli occupati nell’industria mentre gli occupati dei servizi crescono del 50%. Per questi ultimi in base alla loro collocazione nei rapporti di produzione, bisogna vedere quanti di loro si possono collocare nel proletariato e quanti nei cosiddetti “ceti medi”.[36]

Sarebbe un errore considerare lo sviluppo in questo periodo dei cosiddetti “ceti medi, abbia portato a una sorta di “società del terziario” o “postindustriale”. Nella società capitalista, oltre alla borghesia e alla classe operaia che sono le due classi fondamentali nel rapporto di produzione capitalistico, hanno continuato a sussistere e a prodursi varie classi intermedie, smentendo apparentemente le tesi della polarizzazione della società in due classi contrapposte e la sussunzione dell’intera società nel capitale. Ma le classi intermedie nella società attuale, esistono, e si riproducono nel contesto generale determinato dal capitale, non hanno un’autonomia economica, vivono di riflesso alla vita del capitale e occupano gli spazi che il capitale lascia liberi. I piccoli commercianti si allargano o si riproducono di numero in funzione del ciclo del capitale e dell’interesse dei capitalisti a investire o meno nel campo del commercio al dettaglio; gli artigiani e i professionisti crescono o diminuiscono di numero in base al movimento di centralizzazione o decentralizzazione del capitale ecc. Alcune di queste classi si espandono in nuovi campi di attività creati dal movimento del capitale (basti pensare al settore del turismo). Sono rare e marginali le attività economiche veramente autonome ossia che non risentano in maniera determinante dell’andamento del ciclo di valorizzazione di valorizzazione del capitale e non sono subordinate a esso.

In questo periodo nascono forme di occupazione tra le più svariate: contratti a tempo determinato, contratti di formazione, apertura di agenzie di lavoro interinale ecc. L’Istat classifica un insieme di figure finora marginalmente conosciute quali:

1)      Gli irregolari: lavoratori dipendenti pienamente occupati, ma non registrati nei libri paga del datore di lavoro.

1)      Gli occupati non dichiarati: persone che, svolgendo un’attività insufficiente o insoddisfacente, si dichiarano disoccupati.

2)      Gli stranieri: coloro che non sono in regola con il permesso di soggiorno.

3)      I lavoratori che svolgono un secondo lavoro.

Contribuiscono, ad aggravare il fenomeno della disoccupazione, le grandi masse d’immigrati che affluiscono in Italia. Infatti, mentre in questi anni si riduce drasticamente il fenomeno di emigrazione all’estero, al contempo cresce in maniera esponenziale quello delle emigrazioni. Molti immigrati pur in possesso del permesso di soggiorno esercitano anche attività lavorative non regolari. Questi trovano occupazione nel Centro-Nord nel settore industriale e nei servizi, mentre nel meridione agricolo, lo trovano in prevalenza con lavori di tipo stagionale.

Si crea così una nuova struttura del mercato del lavoro tramite marginalizzazione, precarizzazione ed espulsione dei soggetti economici non compatibili.

E’ in questa fase che la burocrazia sindacale riformista si trasforma in un’appendice funzionale ai progetti di ristrutturazione della società determinati dalla borghesia. Un appendice che però deve mantenere aperti spazi e prospettive a quelle sacche di iscritti e simpatizzanti, specie nella CGIL, che ancora credono nella necessità del conflitto sociale; da qui la necessità, sporadica, di funzionare l’ipotesi di piazza attraverso lo spauracchio dello sciopero, con due aspetti che riveleranno tragici:

1)    Ridimensionare l’uso dello sciopero, già delegittimato dalle norme di autoregolamentazione (vero bavaglio dissenso organizzato).

1)    Normalizzare gli strumenti di condivisione delle politiche economiche e sociali con governo e padronato.

   La conseguenza logica di queste politiche sarà la linea dell’EUR che comportò il contenimento delle rivendicazioni, le “compatibilità necessarie” per meglio affrontare meglio la crisi, una pratica che alla fine produrrà una profonda amputazione della democrazia nel sindacato.

Vediamo adesso come è avvenuto il cambiamento del sistema contrattuale rivendicativo. Nel sistema “contrattuale rivendicativo” la struttura contrattuale e salariale era determinata dalla contrattazione all’interno delle aziende che era all’epoca influenzata dai bisogni che i lavoratori esprimevano. Ciò si è potuto determinare grazie alla liquidazione del modello contrattuale corporativo, con l’abolizione delle gabbie salariali e con la conquista del contratto nazionale di categoria, con una contrattazione confederale che aveva portato la scala mobile come strumento di tutela automatica delle retribuzioni dall’inflazione e come si diceva prima allo sviluppo di una diffusa contrattazione decentrata. Una struttura salariale quindi ordinata attorno ad una forte tutela del potere d’acquisto dei salari (scala mobile, automatismi, indicizzazioni) e a una forte iniziativa contrattuale – categoriale (nazionale ogni due anni e aziendale ogni anno) sui temi legati alla ripartizione della produttività e della ricchezza prodotta (non solo salariali ma anche occupazionali e di controllo dell’organizzazione del lavoro).

In definitiva la struttura salariale andatasi a formare nelle lotte dal dopoguerra ai primi anni ‘70 era organizzata attorno alle seguenti voci:

1)    Retribuzione base (minimi tabellari – scala mobile – indennità di mantenimento).

1)    Retribuzione di anzianità. Rappresentava la quota d’incremento salariale, comunque garantita in rapporto all’anzianità di lavoro presso la ditta, in percentuale sullo stipendio. Gli scatti di anzianità, introdotti nel periodo fascista per premiare la fedeltà all’azienda, si trasformano con la contrattazione degli anni ’60 come elemento del salario professionale secondo l’assunto che con l’anzianità di lavoro si consolidava e valorizzava l’esperienza professionale all’interno dell’azienda. Il valore di questa quota di salario era tutelato da rivalutazioni automatiche a ogni inizio di anno ed era quindi costantemente aggiornato.

2)    Retribuzione di produttività. Era il risultato di una redistribuzione degli incrementi di produttività realizzata. Il loro riconoscimento avveniva attraverso la contrazione aziendale che era:

A riparto. Quando tutti i lavoratori usufruivano di questa redistribuzione, o sotto forma di salario – (premi di produzione) o sotto forma di maggiore occupazione con nuove assunzioni, oppure ancora con una riduzione dell’orario di lavoro.

Ad incentivo. Quando a fruirne, sono solo quei lavoratori che hanno partecipato direttamente all’incremento di produttività (Cottimo, straordinario, premi di obiettivo o produttività).

Le lotte di questo periodo andavano nella direzione del ridimensionamento dei riconoscimenti “ad incentivo” a favore del sistema “a riparto”.

3)    Retribuzione di merito. Era elargita dall’impresa ai singoli lavoratori (superminimi, assegni ad personam ecc.). Anche questa forma di erogazione salariale fu ridotta in questo periodo.

Con l’avvio della crisi economica cominciata dalla metà degli anni ’70 e con l’avvio della “politica dell’EUR”, questo modello entra in crisi e viene man mano smantellato. E’ dai rinnovi contrattuali del ‘75-’76 che entra nel dibattito sindacale la questione del “costo del lavoro”. Comincia così il periodo del cosiddetto “realismo sindacale” dove il sindacato si riconosce nei problemi posti dalla “razionalità economica” prodotta dalla crisi. Questo avveniva con una versione “di sinistra”, apparentemente diversa da quella proposta dai padroni, dove settori del sindacato (in particolare la CISL di Carniti) ponevano il problema di come far partecipare i lavoratori alla soluzione della crisi.

I passaggi fondamentali del cambiamento del sistema contrattuale sono stati.

1)    Nel gennaio del 1977 un accordo interconfederale, poi trasformato in legge dello Stato, elimina dal calcolo per l’indennità di liquidazione la contingenza che sarebbe maturata a partire dal febbraio 1977.

1)    I rinnovi contrattuali del 1979 furono fortemente influenzati dalle forti ristrutturazioni nei grandi gruppi. In molte piattaforme contrattuali accanto alla linea egualitaria (formalmente riconfermata) si fa strada la preoccupazione di rispondere alle categorie professionalizzate. Il risultato è che tutto l’aumento salariale viene riparametrato. In molti contratti si accetta la deindicizzazione degli scatti di anzianità.

2)    L’accordo Scotti del 1983. Con questo accorso sono ridotte le voci del paniere per il calcolo del costo della vita. La copertura della scala mobile scende così dal 73% al 63%.

3)    Con il Decreto Legge dell’14.12.1984 e la successiva legge del 12 giugno 1984 n. 219 si stabilisce che i punti di variazione dell’indennità di contingenza non possono essere più di 2 alla scadenza del 1° febbraio e non più di 2 a quella del 1° maggio. Si tratta del primo vero intervento legislativo di predeterminazione salariale.

4)    A fronte della disdetta della scala mobile da parte della Confindustria nel 1985 si arriva nel 1986 ad un accordo interconfederale, poi trasformato in legge, che riforma il sistema di indicizzazione dei salari, portandolo a cadenza semestrale e riducendo le voci della retribuzione sottoposte a tutela al solo minimo tabellare. La copertura della scala mobile scende dal 63% al 50%.

5)    Nel 1990 la Confindustria procede ad una nuova disdetta della scala mobile. Il 31 luglio 1992 si arriva all’accordo Amato-Trentin che ha comportato non solo la definitiva scomparsa della scala mobile, ma bloccava (sia pur temporaneamente) la contrattazione aziendale. Cadevano così due dei tre pilastri su cui si poggiava la contrattazione sindacale del sistema contrattuale rivendicativo.

6)    Con l’accordo del luglio 1993 finisce il modello contrattuale rivendicativo. Vengono definiti tre livelli:

1° Livello. Concertazione generale del limite salariale secondo l’inflazione programmata.

2° Livello Concertazione nazionale della quantità di inflazione reale che i padroni possono caricare sul salario.

3° Livello. Concertazione articolata della sottomissione dei lavoratori agli interessi dell’azienda.

Questi accordi che stavano dentro il quadro delle politiche dei redditi hanno comportato un ingabbiamento dei salari: da un lato hanno impedito che crescessero per lo meno seguendo gli incrementi di produttività, dall’altro li ha lasciati erodere da un’inflazione sempre superiore a quella rilevata dall’ISTAT.

Per quanto riguarda la ripartizione di salari e profitti: la quota concernente questi ultimi sul totale dell’economia è passata dal 28.4% del 1970 al 35,5% del 2002. Questa dinamica è strettamente legata alla lotta di classe.

E sempre in questo periodo (dalla fine degli anni 70 dall’inizio degli anni ’90) che si passa dai Consigli di fabbrica alle RSU.

A partire dalla metà degli anni ’70 cominciano le pesanti ristrutturazioni nei grandi gruppi industriali, si vede l’esplodere del ricorso alla Cassa Integrazione ordinaria e straordinaria, comprimendo così gli spazi contrattuali. Con l’avvio della politica dell’EUR si comincia ad attuare una politica tendente a svuotare gli spazi di iniziativa categoriale e aziendale.

Con l’accordo Scotti del 1983, come già si diceva prima, si impongono dei limiti alla contrattazione aziendale affermando che “la contrattazione a livello aziendale non potrà avere per oggetto materie già definite in altri livelli di contrattazione” e si comincia a predestinare i costi della contrattazione nazionale. In sostanza con questo accordo diventa evidente come concertazione e centralizzazione della contrattazione collettiva vanno di pari passo.

Con l’inizio delle divisione sindacali (accordo di San Valentino 1984) si accentua l’attacco ai Consigli di fabbrica/dei delegati. Il potere delle organizzazioni sindacali di nominare comunque della proprie RSA (l’unica forma prevista e riconosciuta per legge), anche in presenza di istanze di base elette dai lavoratori, fu lo strumento principale con cui CISL e UIL mettevano in crisi le rappresentanze unitarie laddove queste non si assoggettavano a rappresentare il volere dell’organizzazione. In alcuni casi i Consigli di fabbrica si scioglievano per la fuoriuscita di componenti che daranno vita alle RSA in base al diritto riconosciuto dall’art. 19 della legge 300, in altri casi la loro attività sarà semplicemente bloccata appunto grazie alla minaccia di uscire dai Consigli di fabbrica per nominare proprie RSA.

Tutto ciò comportò lo svuotamento dei Consigli di fabbrica.

Con i protocolli del luglio 1993, la contrattazione di secondo livello riguarda solamente le materie oggetto di rinvio del Contratto Collettivo Nazionale e ancora si legge nel testo dell’accordo che “la contrazione aziendale riguarda materie e istituti diversi e non ripetitivi rispetto a quelli retributivi con CCNL”. In sostanza la contrattazione aziendale deve sostenere un ruolo puramente “adattivo” poiché deve stare negli ambiti normativi prefissati dal CCNL.

Un assetto contrattuale di questo genere richiede necessariamente il controllo sulle strutture di base per evitare che la contrazione aziendale entri in conflitto con quanto le organizzazioni sindacali hanno pattuito a livello centralizzato. E’ in questione la “solvibilità del sindacato”, la dimostrazione del suo essere organicamente concertativo.

Lo pensano chiaramente anche i firmatari dell’intesa, quando nella parte dell’intesa relativa alla rappresentanza aziendale si trova espressamente affermato che “al fine di assicurare il necessario raccordo tra le organizzazioni stipulanti i contratti nazionali e le rappresentanze aziendali titolari delle deleghe assegnate dai medesimi, la composizione delle rappresentanze deriva per 2/3 dall’elezione da parte di tutti i lavoratori, e per 1/3 da designazione da parte delle organizzazioni stipulanti il CCNL, che hanno presentato liste in proporzione ai voti contenuti”.

Negli anni ’80 DC e PSI tornano ai governi di centrosinistra in cui di sinistra c’è solo il nome: la crisi ha azzerato i margini di riformismo e si gestisce il capitalismo per quello che è: un sistema che si sviluppa sempre più debolmente, con un debito crescente, una disoccupazione alta ed un’inflazione che rimane elevata anche se, alla metà degli anni ’80 tornerà a una cifra. Corruzione ed evasione fiscale impazzano: scriverà Renzo Stefanelli su L’Unità che il fisco, stando alle dichiarazioni dei redditi conosce solo due categorie di ricchi e cioè i lavoratori e i pensionati.[37] Quanto alla corruzione basterà ricordare lo scempio della ricostruzione post-terremoto a Napoli nonché quello che emerse ad inizio degli anni ’90 sul sistema delle tangenti che era generalizzata e diffuso da lunghissimo tempo.

La DC di quel periodo sembra un altro partito rispetto a quella della ricostruzione e del miracolo economico, non che allora la corruzione non esistesse, al contrario, ma si accompagnava ad una politica di sviluppo, che veniva rappresentata da statisti come De Gasperi. Adesso la DC e il suo sistema di potere sono rappresentati da un uomo che è un finissimo politicante, privo però di una visione strategica, Giulio Andreotti, tattico senza strategia la cui visione delle politica si esprime in due battute quanto mai celebri: “Il potere logora che non c’è l’ha” e “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Galleggiare sul potere sempre e comunque, vivere alla giornata senza prospettive se non quella di rimanere incollati ad una poltrona; del resto prospettive di sviluppo il capitalismo non ne ha più e il PCI è confinato all’opposizione con il suo 30% dei consensi e non sa cosa fare, in un simile contesto è normale che fioriscano gli Andreotti.

C’è, però, nei confronti del PCI un fatto relativamente nuovo ereditato dagli anni ’70: Marco Caciagli rileva, in un’analisi molto documentata relativa al potere democristiano a Catania, che nel sottogoverno catanese avviene un mutamento negli anni ’70: prima vigeva il principio maggioritario, per cui chi vinceva prendeva tutto il piatto del sottogoverno, poi dagli anni ’70 verrà introdotto un principio proporzionale: anche l’opposizione (il PCI e la CGIL) avranno una fetta di potere rilevante.[38]

Questo fenomeno non era solo locale, il fatto che era la sinistra e il sindacato andavano tenuti buoni dopo lo sfondamento elettorale degli anni ’70 e le lotte operaie del ciclo 1968/80, e bisognava fornire al PCI e alla CGIL validi motivi per rimanere all’opposizione come forza “calma e responsabile”, la paura degli anni ’70 era stata rilevante. Inoltre, quando un uomo che veniva dalle Camere del lavoro toscane, come Arvedo Forni scriverà il suo libro-requisitoria contro l’evasione fiscale, è diventato il numero due dell’INPS, un gigantesco centro potere che in Italia che vale di più di molti ministeri, e nessuno è così ingenuo da pensare che si possa essere promossi dalle Camere del lavoro all’altissima burocrazia degli enti previdenziali per mero caso o per meriti che siano estranei alle valutazioni politiche. Non è certamente un caso che quando esplose “mani pulite” si vedrà il PCI divenuto PDS, essere dentro il sistema ossificato delle tangenti in Lombardia, regione guida del Paese in cui però il PCI è forza minoritaria, il che non gli impedisce di avere una notevole fetta di sottogoverno con relative percentuali di tangenti.

In sintesi per la DC di quel tempo, e per il PSI, la logica politica consiste nello gestire un capitalismo in crisi senza alcun prospettiva per il futuro tenendo il PCI all’opposizione e lasciandogli però una consistente fetta di sottogoverno anche al di là dei confini delle vecchie regioni rosse, al fine di garantirsi un’opposizione responsabile.

 

IL PCI ALLA RICERCA DI NUOVI SPAZI: LA “QUESTIONE MORALE”

 

 

Quanto al PCI, risospinto all’opposizione, cercherà nuovi spazi compiendo anche una isolatissima “sortita a sinistra” con il referendum contro il taglio di alcuni punti della scala mobile operata nel 1984 dal governo Craxi. Perderà sia pure di poco perché è difficile trasformarsi in difensori del salario dopo aver contribuito, nel triennio 1976-79, ad affossarlo, tuttavia nella politica economica del PCI non c’è nulla di nuovo, ci si limita a riproporre la vecchia parola d’ordine della programmazione democratica del capitalismo senza spiegare perché sia fallita e quali nodi vadano sciolti per realizzarla.

La novità, però, ci sono sul terreno della politica-politica con la proposta di una “alternativa democratica”, che mira a sostituire al governo la DC, affrontando il nodo dei nodi che per il PCI è la “questione morale” poiché la corruzione sarebbe la causa di tutti i mali italiani. Nel luglio 1981 Berlinguer rilascia a Scalfari una celebre intervista che ancora oggi è citata con ammirazione, esprimendo la nuova politica del PCI che si lascia alle spalle il compromesso storico come il PCI fece in occasione dell’abbandono del “milazzismo”.

Diceva Berlinguer a proposito della questione morale: “… i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia (…) La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sottoboss” (…) I partiti hanno occupato gli enti locali, gli enti previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali (…) Ho detto che hanno degenerato quale più quale meno, da questa funzione costituzionale loro propria, recando così danni gravissimi allo Stato e a se stessi. Ebbene il partito comunista italiano non li ha seguiti in questa degenerazione”.[39]

Tutti colpevoli tranne il PCI, ma sarà vero? Assolutamente no. Berlinguer parla delle occupazioni delle banche dimenticando (volutamente) di citare il caso di una grandissima banca (MPS) su cui il PCI ha una grandissima influenza; qualche mese prima dell’intervista in esame L’Unità pubblica un elenco di palazzinari romani, di petrolieri e uomini di spettacolo sospettati di evasione fiscale, ma dimentica di citare nell’elenco Alfio Marchini, grande palazzinaro romano e iscritto al PCI, costruttore tra l’altro del Bottegone. Inoltre Berlinguer tace sullo sciagurato periodo della solidarietà nazionale, in cui non fece nulla contro evasori e corrotti, così come tace sulla pratica che si delinea negli anni ’70 di cooptare il PCI nel sottogoverno. La vicenda di “Mani Pulite” è emblematica: il PCI-PDS finisce nella rete come tutti, uno dei massimi dirigenti del partito, Cervetti, viene travolto dalle inchieste e scompare dalla politica, era un dirigente che aveva fatto carriera sotto Berlinguer; Stefanini, tesoriere del partito, non sarà processato perché durante le indagini morirà di infarto; Donegaglia, uomo del PCI e della Lega delle cooperative collezionerà per la raccolta delle tangenti una trentina di procedimenti penali, per i giudici risulterà pacifico che dal 1987 al 1992 il PCI-PDS ricevette, per i lavori della metropolitana milanese, il 18,75% del totale delle mazzette.[40]

Ma verginità del PCI a parte, è tutta l’impostazione di Berlinguer che esprime un moralismo ignorante da curato di campagna. Ignorante (in apparenza) perché finge di ignorare che in tutta la storia del capitalismo la corruzione è una realtà plurisecolare e consolidata che non ha impedito, anzi ha accompagnato, lo sviluppo del capitalismo stesso; al più è stato un costo sopportabilissimo dello sviluppo e c’è addirittura la più importante corrente conservatrice della sociologia (i funzionalisti) che sostiene che la corruzione esiste perché è funzionale al sistema, il che è forse eccessivo ma è indubbio che corruzione e sviluppo possano a volte tranquillamente accompagnarsi.

In Inghilterra la corruzione è presente e documentata dal ‘700 almeno,[41] gli storici della rivoluzione industriale hanno evidenziato come l’evasione fiscale delle classi alte fosse normalissima in quel periodo,[42] in Germania abbiamo visto come a metà dell’800 si comportasse Krupp, ed il sociologo conservatore Max Weber osserva, parlando dei capitalisti afferma che anno “L’inclinazione a sacrificare possibilità economiche, soltanto per agire legalmente è naturalmente tenue”.[43] E ancora: “Le tasse sui prezzi, ad esempio, sono sempre state di precaria (…) Le elusioni di una legge sono spesso in campo economico, facilmente dissimulabili”.[44]

Corruzione e sviluppo capitalistico sono gemelli ed i guai dell’Italia non sono dovuti alla corruzione che c’è sempre stata anche negli anni del miracolo economico, ma coll’inizio della crisi economica, poi quando Berlinguer accenna al sistema del boss lo fa in maniera infelice, boss è una parola inglese anzi americana ed allude ad un sistema politico come quello USA dove si pratica lo spool sistem consistente nell’occupazione del potere ad opera di chi ha vinto le elezioni centrali o locali e che costituisce macchine politiche per la gestione clientelare del potere: questa espressione venne coniata nei primi decenni dell’800 da un soldataccio populista divenuto presidente degli Stati Uniti e che osservava che in politica come in guerra chi vinceva le battaglie saccheggiava le spoglie del nemico sconfitto.[45] Né questa logica è sempre negativa: Roosevelt sottomise la Corte Suprema, o meglio se la annesse, per impedire che essa continuasse a dichiarare incostituzionali le leggi che erano fondamentali per il New Deal, se non avesse vinto questa battaglia i riformisti non parlerebbero della grandezza dei Roosevelt e della sua politica,[46] da parte sua è normale che chi ha vinto le elezioni si assicuri da parte dell’apparato dello Stato una esecuzione delle proprie direttive politiche e che quindi tenda a mettere nei posti chiave dell’apparato stesso persone che diano garanzie di eseguire una politica che “legittimamente” vinto le elezioni.

Ma perché Berlinguer compie una scelta così inconsistente e vacua? La risposta è nell’interlocutore nascosto cui Berlinguer si rivolge, un vero e proprio convitto di pietra che non è citato nella famosa intervista ma è presente in essa: la Confindustria, che è il vero interlocutore cui Berlinguer si rivolge. Al massimo organo della classe dominante italiana Berlinguer dice che la DC va sostituita, che il PCI è pronto a farlo e che le colpe dei mali dell’Italia sono nella corruzione prodotta dalla DC: in sostanza Berlinguer chiede alla Confindustria di essere legittimato all’esercizio del potere e in cambio le offre una benevola assoluzione come compartecipe della corruzione che, dice Berlinguer, devasta   l’Italia. Berlinguer rimuove il fatto che il corrotto presume il corruttore del potere è colui che chiede al potere stesso dei favori in cambio di bustarelle o tangenti. Tra l’altro proprio mentre Berlinguer concede la sua intervista è cominciata a Napoli la pacchia della ricostruzione post-terremoto in cui il potere politico ha delle colpe ma gli uomini ma gli uomini della Confindustria non sono da meno. Lo stesso discorso vale per l’evasione fiscale che viene posta in essere dalle classi dominanti e da coloro che hanno capitali, è un tipico caso di “criminalità dei colletti bianchi”.

 

PARTE TERZA

 

 

 ESPLODE LA CRISI (1990-2008) CROLLO E RICOMPOSIZIONE DEL QUADRO POLITICO E LE RADICI DEL FENOMENO BERLUSCONI

 

 

Gli anni ’90 si presentano con un botto: tra il 1990 e il 1991 il rapporto debito pubblico-PIL sfonda il muro del 100%, anticipando di 20 anni la media OCSE del 2011. Nel 1992 si tengono le elezioni e tutti si attendono, alla vigilia delle stesse, il rinnovo elettorale del contratto del personale della scuola, che era un enorme serbatoio elettorale, ma non se ne farà nulla, malgrado sia Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, uomo da cui era legittimo attendersi una certa generosità elettorale. Comincia così la fine della carriera politica di Andreotti, il quale sopravvivrà imbalsamato per un altro ventennio e imparerà a sue spese che rimanere seduti sui problemi senza affrontarli, li fa incancrenire e che questo può determinare la fine di carriere politiche anche di uomini dotati di una estrema spregiudicatezza tattica, ma del tutto privi di strategia politica. Mentre il governo attua tutta una serie di provvedimenti antiproletari come l’abolizione della scala mobile, scopia la vicenda “Mani pulite”.

La decadenza politica di Andreotti era il segno evidente della profonda crisi del regime DC. Il regime democristiano, negli anni ’80 era nella sostanza un fatto anomalo o in ritardo a quello che era l’indirizzo prevalente negli altri Stati imperialisti (si veda ad esempio la dimensione e la continuità del ricorso all’indebitamento dello Stato e degli altri enti pubblici, lo spazio lasciato all’inflazione, il ritardo della svendita delle imprese pubbliche ecc.). Per sopravvivere continuare a raccogliere voti il regime DC faceva ricorso su scala sempre più vasta, man mano che la crisi economica avanzava, al clientelismo, con un enorme allargamento della spesa pubblica, nella forma specifica di aumento del debito pubblico e con il ricorso a tassi di interesse via via più alti onde invogliare i creditori italiani ed esteri. In concreto ciò introduceva un ulteriore elemento di rischio nel sistema finanziario italiano, europeo e mondiale, già sottoposto all’azione di grandi fattori di instabilità. A poco era valso il colpo inferto al regime DC con la separazione della Banca d’Italia dal Tesoro.[47] Il regime DC inoltre subiva la crisi politica indotta in tutti i regimi dei paesi imperialisti dalla crisi economica. Esso riusciva sempre meno a tenere assieme interessi sempre più divergenti tra loro e nello stesso tempo si sviluppano nel suo stesso seno forze centrifughe (Lega, Rete ecc.). I contrasti tra le correnti DC e i partiti alleati (PSI, PSDI, PRI, PLI) diventavano via via più acuti. Avventurieri come Gelli, Craxi, Berlusconi, i gruppi camorristi e le famiglie mafiose riuscivano a crearsi posizioni a crearsi posizioni da cui ricattare il grosso della DC. L’allegra gestione della finanza statale, impersonata, in quel periodo da Cirino Pomicino, faceva della finanza statale uno strumento per la produzione di nuove concentrazione di capitale che turbavano le vecchie. Alle vecchie ruberie e alle collaudate procedure di arricchimento privato con il pubblico denaro, si aggiungevano nuove sfacciate e provocatorie procedure “arraffa e fuggi”. La collusione sfacciata di esponenti della Mafia – che nel frattempo avevano imparato da Agnelli e dalla borghesia del Nord a operare nel campo della finanza e per questo motivo si erano trasformati da luogotenenti locali della grande borghesia del Nord in suoi concorrenti a livello internazionale – destava animosità e ritorsioni e spingeva alla trasformazione della concorrenza economica in guerra civile. I segni di tensione tra il trio Craxi, Andreotti, Forlani (il famigerato CAF) e parti consistenti della Borghesia Imperialista italiana ed estera erano via via cresciuti tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90: non soli il distacco tra il Tesoro e la Banca d’Italia, ma le schermaglie tra Andreotti e la Confindustria, la crisi di Sigonella,[48] lo scontro sulla Mondadori, sulla legge Mammì, sull’Enimont,[49] l’ambigua atteggiamento dell’Italia negli anni ’80 verso gli attacchi militari da parte degli USA contro la Libia.

La DC faceva acqua da tutte le parti e andava sostituita, la guerra tra le diverse fazioni borghesi rendeva difficile l’elaborazione di un ricambio politico. Non solo era difficile l’accordo, ma le barriere minuziosamente erette nel corso degli anni a difesa del regime DC diventavano ora un puntello contro quanti lo volevano sostituire, e di esse si avvalevano spregiudicamene quanti avevano alla sua continuità.[50] Tra i gruppi borghesi che concordavano che il regime DC andava sostituito ognuno voleva l’alternativa tagliata ai suoi interessi e impersonata dai suoi uomini. Il denominatore comune dei vari gruppi borghesi è l’attacco alle conquiste che la classe operaia ha strappato alla Borghesia Imperialista a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Ogni gruppo di capitalisti cerca di mobilitare le masse contro ogni soluzione che non rispettasse i suoi interessi, gridando che essa portava alla scontro sociale ed è uno strumento di strumentalizzazione della masse.

In mezzo a queste difficoltà e con questi condizionamenti, a cavallo del 1990, facilitata anche dal “crollo del muro di Berlino” e dal disfacimento dell’Unione Sovietica, una parte autorevole della Borghesia Imperialista, tra cui il gruppo Agnelli, il Gruppo De Benedetti Mediobanca di Cuccia, Confindustria e autorevoli gruppi di capitalisti esteri, nonostante le divergenze di interessi finì per mettere in cantiere un progetto di ricambio politico.

Il progetto si componeva di due passaggi fondamentali:

  • La liquidazione per via extraelettorale (essendo quella elettorale preclusa) ed extraparlamentare del ceto politico democristiano scatenando la Magistratura, e come per miracolo improvvisamente venne loro il “coraggio di applicare la legge” sull’estorsione, la corruzione e la collaborazione tra apparati statali e organizzazioni criminali. “Stranamente” nemmeno uno dei magistrati, poliziotti a altri “uomini di legge” che operavano nell’ambito della lotta contro la corruzione politica (Mani pulite) non fece la fine dei loro colleghi che avevano osato mettere il naso nelle operazioni del ceto politico democristiano (da Costa, Chinnici, Falcone, Borsellino ecc.). Ai magistrati che mordevano il freno, venne data a loro dai loro superiori dato via libera, appoggi, mezzi e protezione. Attorno ad essi e alle loro operazione si rinnovò (benché nella misura confacente con la diversa natura di classe dello scontro) quell’unione sacra che aveva che aveva permesso a magistrati e poliziotti ogni genere di prevaricazioni, illegalità e violenze (come le torture) nella lotta contro le Brigate Rosse e contro il movimento proletario. I maggiori esponenti del regime DC (Andreotti, Craxi, Forlani, Gava ecc.) vennero messe fuori gioco, con imputazioni e campagne tanto più pesanti quanto maggiori erano le rispettive resistenze.[51]
  • La presentazione agli elettori della carta di ricambio, costruita attorno all’ex PCI. La preparazione della soluzione di ricambio al CAF era iniziata con la liquidazione del “vecchio” PCI, la sua trasformazione nel “nuovo” PDS e la sua separazione parti meno omogenee al ruolo che il PDS doveva svolgere.[52] Queste parti vennero comunque raccolte in quel contenitore che era PRC (dove potevano essere tenute maggiormente sotto controllo). Occhetto legò a questa operazione le sue fortune politiche (ne pagherà con le dimissioni il fallimento). Attorno a lui si raccolsero con ruoli diversi gli uomini del vecchio regime che si allinearono all’operazione e si presentarono come “nuovi” (Spadolini, Segni, Ciampi, Scalfaro ecc.). Il nuovo governo doveva portare l’Italia in riga con le tendenze prevalenti negli altri grandi paesi imperialisti, approfittando della collaborazione delle “parti sociali” (ossia, in primo luogo, dei sindacati di regime) per imporre lacrime e sangue alle masse popolari. Lo sgambetto dell’aprile ’92 a Craxi (addolcito dalla nomina a capo del governo di un suo uomo: Amato), il referendum sulla legge elettorale (referendum Segni, 1993), la nomina di Ciampi a presidente del Consiglio dei ministri (1993) e le elezioni del marzo ’94 dovevano avviare il ricambio.

Le elezioni del 1994 furono vinte da Berlusconi (e in seguito quelle del 2001 e del 2008 con maggioranze oceaniche), ma anche quando è ricacciato all’opposizione condiziona pesantemente il governo; emblematico è quello che dichiarerà in parlamento Violante nel 2002: “L’onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni, quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui lo sa Letta (…) Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto d’interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi, nonostante le concessioni, e avessimo permesso che il fatturato di Mediaset aumentasse di 25 volte durante il centrosinistra”.

  • Uno dei motivi che Berlusconi vinse le elezioni del 1994 fu che tra le masse popolari la soluzione incentrato sul PCI/PDS, non sollevò un gran entusiasmo. Questa soluzione arrivava dopo anni di collaborazione del PCI col regime democristiano: dalla svota dell’EUR, alla politica di solidarietà nazionale, dalla collaborazione con la guerra sporca contro le Brigate Rosse e le altri organizzazioni combattenti e in generale contro il movimento proletario degli anni ’70 e dei primi anni ’80, alla collaborazione sindacale della normalizzazione alla FIAT e nelle altre fabbriche,[53] alla copertura politica con la giustificazione della “lotta al terrorismo“della pratica della tortura, ecc. Tutto ciò aveva già distrutto la partecipazione, l’entusiasmo, la mobilitazione, di migliaia di attivisti che erano, quelli ha, fino alla metà degli anni ’70, nonostante mille contraddizioni, avevano alimentato il seguito elettorale del vecchio PCI, Bertinotti e Cossutta fecero del loro meglio per abbellire la soluzione agli occhi dei lavoratori con sparate demagogiche (come quella di Bertinotti che volve far tassare i BOT), ma fare campagna elettorale assieme a noti organizzatori della cacciata degli operai dalle fabbriche (del tipo di Giugni) e promettere un rinnovamento della società a favore dei lavoratori e delle masse popolari in genere sotto la guida di individui del genere, era qualcosa che superava anche la fede disperata del lavoratore più convinto che l’andata al governo del partito (per vie elettorali) fosse la chiave di tutto.
  • Il fatto che Occhetto, anche durante la campagna elettorale abbia dovuto ancora a prosternarsi davanti agli uomini dell’alta finanza e della NATO per convincerli del bontà del progetto, anziché avere già in tasca il loro sostegno e dedicarsi completamente a fare promesse elettorali demagogiche che fossero alla pari di quelle di Berlusconi, tutto questo è una dimostrazione chiara della debolezza del progetto.

 

  • Tra la borghesia e la piccola borghesia la soluzione elaborata dalla parte dominante della Borghesia Imperialista incontra un’opposizione accanita, nutrita dai contrasti di interessi. Da tempo i piccoli capitalisti accusavano i grandi di fare affari a spese delle finanze pubbliche, di vivere di contributi, di agevolazioni e di stanziamenti pubblici. Questa opposizione trovò in Berlusconi il suo leader, ben fornito di mezzi di comunicazione e di esperti in manipolazione (e in particolare in quella elettorale). Egli ha unito sia quella parte del vecchio ceto politico che la nuova soluzione avrebbe sacrificato (i riciclati della nuova maggioranza governativa che faceva capo a Berlusconi), sarebbero i “perseguitati” di Mani Pulite, sia quelle forze che la soluzione progressista, per vari motivi, li avrebbe lasciato fuori (dai fascisti del MSI trasformatosi in due giorni in Alleanza Nazionale per rendersi “presentabili”, ai seguaci di Bossi).

 

  • L’anticomunismo alimentato per anni, neanche Agnelli poteva cancellare di colpo: vari capitalisti hanno percepito chiaramente che la vittoria del Polo progressista, avrebbe potuto suscitare attese, e “pretese” tra i lavoratori, non erano sicuri di poterli controllare, ritenevano che sul piano immediato avrebbe avuto dei problemi e hanno vissuto la campagna di Berlusconi come la loro campagna.

 

 

 

LE RAGIONI DEL SUCCESSO DI BERLUSCONI

 

Berlusconi ha influenzato per almeno un ventennio la politica italiana. Egli era entrato in politica per un motivo molto semplice (e in una certa sostanza banale), bisogna partire dal fatto che egli era un signore che esercita le sue attività televisive in un regime di duopolio imperfetto (con la RAI) e che ha fatto carriera con la protezione politica di Craxi, certamente un personaggio simile non può certo erigersi credibilmente a essere un leader di una presunta “rivoluzione liberale”. Del resto negli anni in cui ha governato tra il 2001 e il 2011 con maggioranze larghissime, questa fantomatica “rivoluzione” non l’ha fatta. Di ciò egli stesso è conscio e ne dà la colpa alla mancanza di potere attribuitagli dalla Costituzione o ai veti dei piccoli partiti. In realtà Berlusconi ha gli stessi poteri che avevano personaggi come De Gasperi e Fanfani che sono stati gli artefici a livello politico della ricostruzione capitalistica dell’Italia e del miracolo economico, quanto alla DC, aveva come alleati piccoli partiti che sapeva come controllarli e lo fece anche durante una legislatura difficilissima come quella del 1953-58.[54]

Giustificazioni inconsistenti a parte, il vero motivo che Berlusconi è sceso in campo è che un signore che esercita la sua attività come concessionario pubblico ha bisogno di coperture politiche, altrimenti il prezzo delle concessioni può salire o la concessione stessa può essere revocata; con Craxi Berlusconi era coperto, senza Craxi ha dovuto arrangiarsi da solo.[55] Ma quali sono i motivi di tanto successo che ha mandato in bestia la sinistra?

Sintomatico di questo atteggiamento dei “sinistri” (e borghesi) è quanto ha scritto E. Scalfari: “E’ la quinta volta che glielo promette e la colpa di chi gli impedisce questo meraviglioso regalo è dei magistrati e dei comunisti. Gli allocchi ci sono in tutto mondo, ma da noi purtroppo ce ne sono di più…”.[56] Questo giudizio da radical chic assomiglia un giudizio di un conservatore choc, poiché ricorda il giudizio del miliardario ultraconservatore Ross Perrot sui democratici USA e il cui successo elettorale era spiegato in modo molto semplice: “Il culo dell’asino è più intelligente di un democratico”. Del resto lo stesso Berlusconi in occasione delle elezioni del 2006 aveva detto che non credeva che la maggioranza degli italiani fosse così coglione da votare per i comunisti, sottinteso che chi li vota è un coglione. Forse l’intellettuale Scalfari non si rende conto che con questi giudizi egli si pone allo stesso livello di Perrot e di Berlusconi. Quello che non capisce (o molto probabilmente si rifiuta di capire) Scalfari è che il successo di un leader demagogico che si chiami Berlusconi, Mussolini o Hitler ha radici sociali. Berlusconi parla alla pancia del suo elettorato e la pancia, piaccia o no, è un organo nobile soprattutto in un mondo dove si ragiona in termini di profitto e di carriera come il nostro. L’elettorato di Berlusconi, il suo nocciolo duro, è rappresentato dal grande popolo delle partite IVA che rappresenta secondo molti calcoli il 28% del popolo italiano e che ossessionato dalle tasse tanto ossessionato che le evade largamente e che aveva trovato nella vecchia DC il proprio naturale protettore. Berlusconi intende avere il ruolo che aveva la DC e alle elezioni del 1994 si presenta con un programma di riforma fiscale articolata su due sole aliquote: il 22% ed il 33%, al di là di questo livello di tassazione diventa un “esproprio proletario”, il sottinteso è chiaro, l’evasione fiscale diventa qualcosa di simile alla disobbedienza civile. Per il grande popolo delle partite IVA queste posizioni sono musica per le proprie orecchie, certo Berlusconi non realizzerà il suo programma ma nel 1994 la sua permanenza al potere è stata molto breve e quando torna al potere in modo stabile e con larghe maggioranze, dopo il 2001, non manterrà per una seconda volta le proprie promesse, ma farà una serie di altre cose che per il suo elettorato sono altamente positive e giustificano l’affetto che gli viene portato. Berlusconi, infatti, ha abolito alcune tasse come l’ICI sulla prima casa, e poi l’INVIM e la tassa di successione, odiate dal popolo delle partite IVA, inoltre ha concesso dopo il 2001 un generosissimo condono tombale seguito da uno scudo non meno tombale (dovevi pagare il 61% e te la cavi con il 5%), poi il condono edilizio e poi, ancora, in occasione di una causa tra la Fininvest e il fisco per una bazzecola di 170-180 milioni di tasse che gli vengono richiesti dagli uffici fiscali, stabilisce con un Decreto Legge, che, quando nei primi due gradi di giudizio presso le commissioni tributarie vinci la causa, prima di passare al terzo grado di giudizio, la Cassazione (dove ci sono magistrati professionali) puoi risolvere tutto pagando il 5% sulla somma richiesta. Si potrebbe obiettare che quest’ultima norma è una norma “ad aziendam”, ma il fatto è che si applica a tutti quelli che si trovano nella stessa situazione in cui versano le aziende di Berlusconi e quindi si tratta di una beneficenza per tutti. Nel 2011 una ricerca fatta su dati ufficiali ha evidenziato come presso l’Agenzia delle Entrate giacessero titoli di credito esecutivi per 500 miliardi di Euro cumulatisi in una decina di anni e che non venivano riscosse.[57] Il dato veramente clamoroso (e scandaloso) è stato confermato dal rappresentante del Ministero dell’Economia e Finanza davanti alla Commissione finanze della Camera dopo le elezioni del 2013: dal 2000 al 2013 sono stati cumulati 800 miliardi di titoli esecutivi di questi sono stati riscossi solo 69 miliardi, altri miliardi sono inesigibili e sono in giacenza, in attesa di una ipotetica riscossione, 545 miliardi, di questi 452 miliardi sono concentrati su 120.409 contribuenti per cifre da 500.000 euro in su; il debito dunque è molto concentrato e ciò dovrebbe facilitare la sua riscossione, ma indipendentemente da questo nessuno ipotizzerebbe che un’azienda come le Assicurazioni Generali o la Fiat abbia 545 miliardi di crediti (più del PIL del continente come l’Africa) e non sappia riscuoterli. Ci troviamo davanti ad caso di incredibile benevolenza verso i grandi debitori del fisco, che sono evasori scoperti e accertati, e questa benevolenza che racconta veramente l’incredibile, si è formata in anni in cui Berlusconi ha governato (2001-2006 e 2008-2011), oppure era all’opposizione condizionando un governo delle maggioranze fragilissime (2006-2008), oppure partecipava alle maggioranze di governo (governo Monti e governo Letta).

Il popolo di Berlusconi sa che in tema di tasse e di evasione avrà in Berlusconi un interlocutore estremamente attento e benevolo e il fatto che Berlusconi sia stato accusato (e in seguito condannato in via definitiva) per frode fiscale, accresce i suoi meriti agli occhi del proprio popolo, in sostanza è uno dei nostri e ci capisce. In altre parole tra condoni, scudi, vertenze fiscali protratti all’infinito ed eventualmente transatte a condizioni favorevoli, per finire alle cartelle esecutive su cui si cumula la polvere, gli elettori Berlusconi sanno che con lui una soluzione può sempre trovarsi.[58]

Berlusconi dunque ha uno zoccolo duro su cui fare affidamento e che può allargarsi al grande numero degli scontenti della sinistra che può essere attratta da Berlusconi, perché l’attuale sinistra, o è solo di nome ma non di fatto, non ha mai avuto una politica alternativa reale a Berlusconi ed è in maniera spaventosa subalterna a lui.

Discorso largamente simile vale per la Lega che ha praticato parole d’ordine analoghe a quelle di Berlusconi contro lo Stato sprecone e tassatore con in più una accentuazione di carattere regionalistico, per cui l’alleanza Berlusconi-Bossi, sia pure con qualche frizione tattica, era la cosa più naturale e logica.

 

I MOTIVI DELLA PERDURANTE DEBOLEZZA DEL CENTRO SINISTRA

 

 

Col termine di Centro-Sinistra bisogna intendere alle varie forze (PDS, DS, Popolari, Margherita) che confluiranno nel PD un partito che è la somma delle nomenclature sopravvissute alla DC e del PCI. Una fusione tra morti poiché la vecchia DC gestiva il potere nello sviluppo, e il vecchio PCI gestiva l’opposizione nello sviluppo, essendo venuto meno lo sviluppo è venuto meno il fondamento di questi due partiti: nel PD confluirono i resti di due burocrazie politiche che cercano di sopravvivere salvando le proprie poltrone e senza alcun progetto serio. Il problema del Centro-Sinistra nasce da fatto che il suo elettorato è sostanzialmente diverso da quello di Berlusconi poiché è un elettorato di tartassati che pagano anche per gli evasori fiscali e che vorrebbero quindi una seria politica antievasione. Il fatto è che la DC e il PCI questa politica non l’hanno mai fatta e hanno sempre cercato il consenso dei ceti evasori, il cui potere in una situazione di mondializzazione dell’economica capitalista è cresciuta: se puoi trasferire enormi capitali con un click in Svizzera o in Lussemburgo, l’evasione fiscale diventa qualcosa di sostanzialmente imbattibile. Il Centro-Sinistra perciò nei momenti in cui si trova al governo con risicatissime maggioranze, si limita a maledire gli evasori non facendo niente di concreto contro di loro: la soluzione peggiore, irriti l’avversario e non lo ferisci. Emblematico della totale mancanza di politica della sinistra in campo economico, in un libro del signor Stefano Fassina, un personaggio che non varrebbe la pena di palarne, se non che è stato, prima di abbandonarlo, il responsabile economico del PD per cui le sue tesi dovrebbero esprimere quanto di “meglio” (si fa per dire ovviamente) ha prodotto questo partito in campo economico. A pag. 18 del suo libro Fassina dice che non esiste un solo capitalismo ma vari capitalismi,[59] il che è semplicemente assurdo in un in un mondo in cui, malgrado le peculiarità dei singoli paesi, esiste un sistema di vasi comunicanti che collega tra loro borse ed economie: la crisi generale che versa il capitalismo attraversa tutto il mondo, la disoccupazione è un fenomeno mondiale, i prezzi si formano sui mercati mondiali, l’evasione fiscale è un fenomeno mondiale, i movimenti di capitale sono mondiali ecc., in altre parole quello che accade a Pechino si ripercuote su Londra e viceversa. Negare questa realtà è assurdo e lo stesso che un sistema mondiale avrebbe bisogno di un governo mondiale. Ma come è possibile realizzare un governo mondiale? Fassina ritiene che il G20, che egli propone di ridurre a G18, possa essere la sede per realizzare tale governo dimenticando il “piccolo” fatto che negli ultimi lustri i vari G hanno prodotto documenti che, come ammetterà il premier inglese Cameron nella realtà sono stati un cimitero di documenti; bisognerebbe chiedersi che tutti i vari G siano stati tutti clamorosamente falliti e francamente pensare come fa Fassina di ridurre i paesi partecipanti è un cosa ridicola e nello stesso tempo di un’ingenuità desolante. Non meno inconsistente è l’esaltazione che fa Fassina dell’innovazione[60] dimenticando (volutamente) che l’innovazione nel capitalismo serve ad aumentare la produttività e a produrre di più con meno addetti, il che deprime l’occupazione.

Questo dà l’idea del livello del dibattito economico della sinistra ma anche il programma che il PD ha presentato per le elezioni del 2013 è semplicemente inconsistente e miserevole come è stato rilevato.[61]

Il PD non nulla da produrre e quando è stato il governo non ha fatto che proporre lacrime e sangue non diversamente dal Centro-Destra.

Non solo, la sinistra non ha fatto nulla contro l’evasione fiscale, ma il monte crediti insoluto chi è accumulato negli ultimi 12 anni è cresciuto è cresciuto negli anni del governo Prodi: da dati del Ministero dell’Economia e della Finanza citati prima emerge che nel 2007 su 71,6 miliardi di cartelle esecutive ne sono state riscosse sono 6,5 miliardi, nel 2010 col governo Berlusconi 5,6 miliardi riscossi contro 81,2 iscritti a ruolo, nel 2012 (governo Monti) 2,2 miliardi ricossi contro 84,3 miliardi a ruolo, come si vede le differenze tra Prodi e Berlusconi sono irrisorie, più rilevanti quelle con Monti, tendendo conto che quest’ultimo sia stato sostenuto dal PDL che dal PD, sicché tutti sono corresponsabili di questi pessimi risultati.

Contro l’evasione fiscale tutti sono impotenti e conviventi nello stesso tempo con una differenza che il PD e il Centro-Sinistra tollerano l’evasione ma tuonano contro essa, come del reto faceva il PCI. In altre parole mentre Berlusconi giustifica e coccola l’evasione, il PD e il Centro-Sinistra lo tollera ma l’insulta irritandola e fa cadere il peso delle stangate sul suo elettorato fatto da lavoratori dipendenti.

 

PARTE QUARTA

 

 

 

FIAT E CAPITALE FINANZIARIO

 

 

Non si può fare un resoconto storico sulla politica italiana attraverso l’evoluzione della economia se non si parla della FIAT e della sua crisi.

E’ vulgata comune per capitalisti, giornalisti prezzolati, e “sinistri” vari che le ristrutturazioni nel settore dell’auto (e nell’industria in generale) siano necessarie per uscire dalla crisi.

 

C’è da chiedergli a questi signori, come mai la FIAT che negli anni 80 aveva ristrutturato è ancora adesso in crisi? Che nel 1990 era al 15° posto tra i maggiori gruppi industriali, nel 2005 passa al 33°.

 

 

 

 

TABELLE COMPARATIVE

MAGGGIORI GRUPPI INDUSTRIALI  2005-1990

2005 1990
N. Gruppo Nazione Fatturato N. Gruppo Nazione Fatturato  
1 BP Inghilterra 224 1 GM Usa 79  
2 Exxon Mobil Usa 219 2 Shell G.B.-Olanda 66  
3 Shell Usa 211 3 Exxon Usa 66  
4 GM USA 152 4 Ford Usa 57  
5 Daimler Chrysler Germania 139 5 Toyota Giappone 50  
6 Toyota Giappone 136 6 Ibm Usa 42  
7 Ford Usa 135 7 Iri Italia 41  
8 GE Usa 120 8 Ge Usa 38  
9 Total Francia 120 9 Bp Inghilterra 37  
10 Chevron Usa 116 10 Dailmer Germania 36  
11 Conoco Philips Usa 96 11 Mobil Usa 36  
12 Volkswagen Germania 87 12 Hitachi Giappone 36  
13 Nippon TNT Giappone 79 13 Matsushita Giappone 31  
14 Siemens Germania 72 14 Philip Morris Usa

 

31  
15 Ibm Usa

 

71 15 Fiat Italia 29  
16 Hitachi Giappone 66 16 Volkswagen Germania 29  
17 Matsushita Giappone 64 17 Siemens Germania 28  
18 Honda Giappone 63 18 Samsung Sud Corea 28  
19 HP Usa

 

63 19 Nissan Giappone 27  
20 Nissan Giappone 63 20 Unilever G.B.- Olanda 26  
21 Sino pec Cina 59 21 Eni Italia 26  
22 Eni Italia 58 22 DuPont Usa 24  
23 Deutsche Telekom Germania 57 23 Texano Usa 24  
24 Verizon com. Usa 56 24 Chevron Usa 23  
25 Samsung Sud Corea 56 25 Elf Aquitaine Francia 23  
26 State Grid Cina 56 26 Nestlè Svizzera 23  
27 Nestlè Svizzera 56 27 Toshiba Giappone 21  
28 Peugeot Francia 55 28 Honda Giappone 19  
29 China NP Cina 53 29 Philips Olanda 19  
30 Sony Giappone 52 30 Renault Francia 19  
31 Pemex Messico 50 31 Crisler Usa 19  
32 Vodafone Inghilterra 49 32 Boeing Usa 18  
33 Fiat Italia 47 33 Abb Svizzera 18  
                 

 

 

La stampa si è consumata sugli “errori” della Fiat: globalizzazione in ritardo da parte della Fiat, assenza di una politica industriale e così via. L’unica spiegazione che i vari “esperti” non tengono conto (o fanno finta) è che la Fiat aveva da tempo fatto la scelta di uscire dal settore dell’auto, perché questo settore presentava una concorrenza internazionale che non riusciva a reggere, e i profitti ricavabili avevano un’entità inferiore a quella di altri settori. Questa scelta vista da un punto di vista capitalistico, ha una sua logica.

 

Nel 1990 la quota Fiat nel mercato italiano era del 52% (con Lancia e Alfa) nel 2002 è al 31%. In Europa è passata dal 14% all’8%. Un calo che percorre tutti gli anni ’90.

 

La Fiat aveva 130.000 dipendenti nel 1980, calati a 90.000 a metà degli anni ’80, poi a 50.000 all’inizio degli anni ’90 (con 12.000 quadri e impiegati buttati fuori tra il 1993 e il 1994) per arrivare ai 36.000 nel 2002. Tutto ciò corrisponde alla scelta ben precisa di mantenere l’azienda in una china di “produttiva decadenza”: di non investire, ma ridurre le spese all’osso, un’operazione di “spolpamento” dell’azienda per ricavarne risorse da gettare altrove, tutto questo finché dura. Operazione del resto nella quale la Fiat è esperta: ha fatto così con l’Alfa Romeo “acquistata” (nei fatti regalata dallo Stato) nel 1986 pur di non vederla cedere alla Ford e l’ha progressivamente smantellata, lo stesso era accaduto con Lancia e Innocenti.

 

Secondo Eurobusiness (citato da Ezio Mauro su La Repubblica del 18 ottobre): “negli ultimi sei anni Volkswagen ha speso 21 miliardi di euro per studiare i nuovi modelli, Renault 10,4 Bmw 10, Fiat appena 4,5”.

 

Mentre disinveste nel settore dell’Auto, la Fiat acquisiva altrove. Facciamo degli esempi: nel 1999 acquista Case, Kobelco e Pico e nel 2001 entra nel settore elettrico alla grande. La Montedison controllata dalla Fiat per il 24,6% diventa la seconda azienda del comparto dopo l’Enel.

 

Per avere il quadro completo della situazione, non bisogna dimenticare l’affacciarsi nel mercato mondiale dell’automobile da un paio di decenni di paesi come la Cina, l’India, l’Iran e del Brasile che hanno registrato un aumento della produzione (o di una “tenuta” come il Brasile che ha perso solo l’1%) assorbita soprattutto dai propri mercati interni che hanno continuato a svilupparsi.

 

La produzione automobilistica mondiale (auto, veicoli commerciali e camion) nel 1999 era di 56 mln 259mila, nel 2009 è stata di 61 mln 715mila, quindi ha registrato il 9,69% di incremento, ma questo incremento è dovuto in grandissima parte allo sviluppo produttivo dei paesi capitalistici più giovani, come Cina, India, Brasile e Iran; incremento assorbito, come si diceva, soprattutto dai propri mercati interni; mentre i paesi che tradizionalmente producono ed esportano in tutto il mondo i propri veicoli a motore in nel decennio che va dal 1999 al 2009 hanno subito un pesante decremento.

 

 

SITUAZIONE DELLA PRODUZIONE AUTOMOBILISTICA A LIVELLO MONDIALE TRA IL 1999 E IL 2009 (MLM UNITA’)

 

Paese 1999 2009
USA 13.025 5.709
Giappone 9.895 7.935
Germania 5.688 5.210
Francia 3.180 2.048
Canada 3.059 1.491
Spagna 2.852 2.170
Sud Corea 2.843 3.513
Regno Unito 1.974 1.090
Cina 1.830 13.791
Italia 1.701 0.843
Messico 1.550 1.561
Brasile 1.351 3.183
Russia 1.170 0.772
Belgio 1.017 0.537
India 0.818 2.633
Polonia 0.575 0.884
Rep. Ceca 0.373 0.975
Taiwan 0.353 0.226
Tailandia 0.322 0.999
Sud Africa 0.317 0.373
Argentina 0.304 0.513
Turchia 0.298 0.870
Malaysia 0.254 0.489
Svezia 0.251 0.156
Slovenia 0.118 0.213
Iran 0.119 1.395
Romania 0.107 0.296

 

 

È visibile il tracollo delle potenze industriali del blocco occidentale, in particolare degli USA che hanno perso il 56% di produzione, il Giappone che ha perso il 19,8%, il Regno Unito il 44,7%, l’Italia il 50,4%, il Canada il 51,2%, la Francia il 35,6%; mentre è altrettanto evidente il balzo della Cina che ha più sestuplicato la propria potenzialità industriale portandosi agli stessi livelli produttivi del settore che avevano dieci anni prima gli USA, seguita dall’India che ha triplicato la sua produzione di dieci anni prima, l’Iran che nel 1999 aveva una produzione molto limitata, in dieci anni più che decuplicata, il Brasile con una produzione più che raddoppiata.

 

Questo sviluppo industriale di paesi come la Cina, l’India cominciato negli anni ’90 è una conseguenza è una conseguenza dell’eccesso di capitale che ha trovato come sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” in altre parole nella creazione di un unico sistema capitalistico in cui ai paesi semicoloniali si sono aggiunti gli ex paesi cosiddetti “socialisti” o che si definiscono come tali come la Cina, nel ruolo di fornitura di materie prime e di semilavorati e di produzione di manufatti a bassi salari e senza alti costi relativi alla sicurezza e alla protezione dell’inquinamento.

 

A partire da questa fase del capitalismo, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi detti “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Kong).

I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1986-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2000 + 46 47,2%. Questo gigantesco afflusso di capitali ha creato una mondializzazione della produzione industriale.

 

Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è al di fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone.

 

Gli Stati Uniti rimangono certamente ancora la più grande potenza industriale (nel 2008 erano il 24% del totale mondiale) mentre la Cina sempre in questo periodo si situava al 18% (dopo essersi posizionata al 6% nel 1995, al 10% nel 2000, al 13% nel 2005).

 

Detto, questo bisogna sottolineare una caratteristica poco conosciuta ma molto importante dell’economia cinese attuale: il dominio del capitale straniero sui settori più dinamici e più produttivi dell’industria. Secondo un esperto del governo cinese, commentando la notizia che la Cina era diventata il primo esportatore mondiale: “circa l’83% dei prodotti ad alto contenuto tecnologico e il 75% dei prodotti elettronici esportati sono fabbricati in imprese a capitale straniero”.

 

Le statistiche ufficiali cinesi illustrano chiaramente questo dominio. Nel 1986 le imprese a capitale straniero erano all’origine del 5,6% delle importazioni e dell’1,8% delle esportazioni del paese; nel 2007 la percentuale era salita al 57,8% delle importazioni e al 57,1% delle esportazioni; più della metà del commercio estero cinese è in realtà opera delle filiali di aziende straniere. Nel 1990 le imprese a capitale straniero erano responsabili del 2% della produzione totale cinese. Senza dubbio questa percentuale è in diminuzione dopo il 2003, ma, considerando che una parte delle imprese cinesi sono in realtà delle sottomarche di imprese straniere, è incontestabile che l’industrializzazione e soprattutto il progresso del commercio estero cinese dipende per una parte significativa del capitale internazionale. Le imprese straniere assicurano di fatto il 40% del PIL cinese.

 

Una caratteristica delle esportazioni cinesi è che la metà delle esportazioni fanno parte dei “processing export”, cioè l’esportazione di merci prodotte (o assemblate) a partire da parti staccate o componenti importate. Questa percentuale sale all’85% per le imprese a capitale straniero; questo tasso è nettamente più elevato per le esportazioni di materiale elettronico e per i beni strumentali che non per il tessile, l’acciaio o la chimica, settori questi ultimi in cui le imprese straniere sono poco presenti. Il capitalismo cinese non controlla quindi che parzialmente, e quasi per niente nei settori detti di alta tecnologia, le filiere di produzione di merci sono esportate in altri paesi. Le imprese a capitale straniero v’importano componenti e parti staccate dai paesi asiatici vicini, per farvi produrre a basso costo da operai cinesi, merci che poi sono esportate verso i paesi capitalistici sviluppati, compresi quelli da cui sono usciti questi capitali.

 

LA CRISI NEL “SISTEMA ITALIA”

 

 

La crisi Fiat è il segnale di una difficoltà del sistema capitalistico italiano a reggere la concorrenza a livello internazionale: la Fiat, uno dei tre sgabelli dell’economia italiana (Medio Banca-Generali, Fiat, industrie statali) traballa, e il “sistema Italia” ha dei forti capogiri. L’intero sistema, infatti, se la passa male, non regge la competizione del mercato globale, il tanto invocato “piccolo e bello” non funziona più, tant’è che le piccole imprese chiudono (nel 2002 una ricerca della Confapi, parla di 60.000 piccole imprese sul punto di fallire), esistono pochi spazi per un recupero come sarebbe consentito in una fase di sviluppo e i capitalisti, alla ricerca di profitti spostano il capitale verso i settori, dove è più conveniente: l’accumulazione monetaria ha il sopravvento sull’investimento nella produzione.

 

E in questa situazione, che la Fiat dal 1990 ha quadruplicato la sua produzione fuori dall’Italia, subendo però le intemperanze della crisi argentina, brasiliana, turca ecc.

 

La crisi Fiat che si manifestò in maniera esplicita nel 2002 dimostrò in evidenza la debolezza dell’intero “sistema Italia” nella contesa internazionale.

 

A causa della crisi in atto, si accentua il fenomeno della concentrazione delle aziende, dove la Fiat è chiamata a confrontarsi con realtà imprenditoriali di eccezionale forza economica. Basti pensare che la General Motors, che tanta parte ha avuto nella vicenda Fiat, è una delle prime industrie nel mondo ed è sui suoi livelli che la Fiat era chiamata a confrontarsi. Il declino economico della Fiat sta all’interno della condizione negativa che coinvolge il” sistema Italia”, il quale ha la più bassa concentrazione di capitali rispetto ai paesi concorrenti: in Italia prevale la piccola industria, il commercio al dettaglio e i distretti organizzati della piccola produzione non riescono a reggere la concorrenza con gli altri colossi imperialisti.

 

L’unione delle piccole e medie industrie, in Italia non è giunta a un punto da poter contrastare l’azione centralizzata dei colossi multinazionali e talvolta non riesce neppure a reggere la competitività con paesi meno sviluppati capitalisticamente che beneficiano di un costo della manodopera più basso. Le imprese con più di 500 addetti in Italia nel 2001 solo il 15%, mentre nello stesso periodo in Germania rappresentano il 56% e in Francia il 43%. Inoltre, in Italia, le grandi imprese hanno anche una composizione organica del capitale più bassa che in altri paesi concorrenti: un’analisi di Mediobanca su 256 multinazionali dimostra che nel 2002 le 13 italiane hanno 189 miliardi di euro di attivo, in Francia in 23 producono un attivo 413 miliardi di euro, in Germania in 18 producono 677 miliardi di euro di attivo. Se si guarda gli investimenti per la ricerca, essi sono passati dal 5,8% nel ’99 al 3.7% di oggi, in particolare alla Fiat gli investimenti fatti in questi ultimi anni sono insufficienti: nel periodo che va dal 1997 al 2001, la Fiat ha speso 3.5 miliardi di euro in ricerca e sviluppo (pari al 2,8% dei ricavi) e 5,65 miliardi di investimenti fissi, mentre il gruppo Psa (Peugeot – Citroen) ha investito in ricerca 4,4 % di ricavati, e 9,4 miliardi di investimenti fissi. Se poi, guardiamo ai settori innovativi vediamo che dal 1991 al 200 il rapporto tra alcuni paesi è il seguente: la Germania è passata dal 12 al 15% dell’intero comparto produttivo; la Francia dal 20 al 25%; gli USA dal 20 al 25%, mentre l’Italia è rimasta stazionaria intorno all’8%. L’aumento della produttività italiana si è basato in questi anni più sull’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori che sull’investimento in macchinario.

 

Di questo nanismo non soffre solo la pletora delle piccole e medie imprese, dei laboratori artigianali e delle botteghe e bottegucce, ma anche una buona parte della grande impresa. Prima di tutti la Fiat, che nel concentratissimo spazio dei produttori mondiali di automobili non è riuscita a occupare stabilmente nessuno dei segmenti strategici. L’apertura del mercato italiano, un tempo protetto e monopolizzato dall’industria nazionale per eccellenza, quella che determinava la costruzione di autostrade e l’arretratezza degli altri sistemi di trasporto, ha determinato in pochissimi anni la perdita di notevoli quote di mercato a favore di Toyota, Nissan, Ford, Peugeot, Renault.

 

La crisi, paradossalmente, ha accentuato la tendenza al nanismo industriale: le Pmi (piccole e medie imprese sotto i 50 addetti) che nel 1970 erano giunte a occupare il 42% della forza lavoro, nel 1981 erano al 48% per toccare nel 1991 la vetta del 56%. Nel 2004 c’erano solo 3 multinazionali di dimensioni paragonabili alle omologhe europee (Fiat, Eni, Telecom). Negli anni ’80 e ancora negli anni ’90 il fenomeno veniva propagandato (anche da certa sinistra “radicale” e “antagonista”) come un elemento di dinamismo e vivacità. Stucchevoli elogi della creatività e dell’operosità italiana emergevano tra le righe di numerosi studi sui distretti industriali e sulle “tre Italie”. La tesi era che in alcune zone d’Italia (nord est, Emilia Romagna, Toscana) si era costituito una combinazione tra dosaggio dei fattori produttivi e di “solidarietà sociale”. La “cultura solidaristica cattolica” e il “cooperativismo di matrice comunista”, e la forza di istituzioni radicate quali la famiglia, le parrocchie e le case del popolo rendevano possibile, a parere di questi studiosi, una produzione innovativa, efficiente, in un contesto di coesione sociale.

 

Uno dei personaggi che ha contribuito a sinistra a decantare il fenomeno delle piccole e medie imprese è senza dubbio Aldo Bonomi. Nel suo libro Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia (1997, Einaudi, Torino) afferma che il “nuovo” capitalismo, abbia trasformato, in stretta connessione con le dinamiche della cosiddetta globalizzazione, la struttura sociale di intere aree del paese: fino a ridisegnarne la fisionomia e le forme stesse di lavoro. Dove le contraddizioni non sono più tra classi ma tra territori e sistemi produttivi, dove ci sono aree alpine e pedemontane attivamente attraversate dalla “globalizzazione” mentre altre si caratterizzano come “zone tristi”, escluse dalla “modernizzazione”.

 

A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, per gli studiosi ispirati dalla “scuola di regolazione”, la piccola impresa italiana era, per loro, all’avanguardia nel processo di adattamento in un periodo di incertezza, pronta per recepire le nuove tecnologie che consentono alta produttività e versatilità.

 

La realtà era, come sempre, molto prosaica: la crisi continuava a spingere ex operai e detentori di piccolissimi capitali verso l’avventura della piccola impresa, che si fondava sull’evasione fiscale e contributiva (favorendo così a essere un baluardo del regime democristiano), sulla possibilità di licenziare senza giusta causa e sulla consolidata politica delle svalutazioni competitive. Quest’ultimo elemento, che ha favorito i settori che producevano per l’esportazione, è stato cancellato dall’ingresso nell’Euro. Il complesso di questi tre vantaggi rendeva plausibile l’avventura imprenditoriale anche per esperienze fragilissime. Il vero asso nella manica dei piccoli capitalisti italiani era il basso costo della forza lavoro: mentre la grande impresa cercava di erodere i salari dei lavoratori tramite l’inflazione e la politica dei redditi concertata con i sindacati e la sinistra, i piccoli imprenditori offrivano lavoro ai nuovi disoccupati a salari decisamente inferiori. Un nuovo capitolo dei distretti italiani è stato scritto sotto il governo D’Alema, con i patti d’area e il consolidamento dei distretti di Puglia e Basilicata.

 

La perdita di quote di mercato è dovuta alle modeste dimensioni delle aziende e se pensiamo che l’80% degli investimenti sono fatti dalle grandi aziende, sono prevedibili le difficoltà incontrate dall’imperialismo italiano con l’accentuarsi della contesa internazionale.

 

 

QUOTE DI MERCATO DELL ESPORTAZIONI ITALIANE SULLE ESPORTAZIONI MONDIALI

 

1991 4,9
1998 4,5
1999 4,1
2000 3,8

 

QUOTA DI MERCATO DELLE PRIME 237 MULTINAZIONALI PER PAESE DI ORIGINE (1998)

 

Usa 34,1
Giappone 18,8
Germania 15,5
Francia 8,1
Regno Unito 8,1
Svizzera 3,6
Italia 3

 

L’inserimento dell’economia italiana nel mercato europeo (con la moneta unica) l’ha preservata maggiormente dagli scossoni determinati dalla crisi, ma anche esasperato le tensioni interne. I grandi gruppi, non solo perdono le battaglie economiche a livello europeo e mondiale ma si trovano anche a scontrarsi con i gruppi industriali di nuova formazione dei paesi dei paesi più arretrati dal punto di vista capitalistico.

 

Fino al 1999 le oscillazioni della lira permettevano all’Italia margini di recupero che oggi non sono più possibili: la quota di export mondiale nei vari paesi e la tendenza al livellamento si fa più forte. Il capitalismo italiano, per recuperare competitività, deve abbassare ancora di più i salari, intensificare il lavoro, ridurre la manodopera a favore di investimenti più elevati in macchinari e materie prime, riformare la propria “macchina” burocratica statale per renderla più agile alla propria penetrazione nei mercati internazionali. Contro i lavoratori viene accentuata una politica di lacrime e sangue; la crisi innalza il livello dello scontro sociale. Non è un caso che livello politico si vede il passaggio da una democrazia “liberale” a una più blindata, con l’uso di metodi di gestione del potere statale più apertamente repressivi e autoritari.

 

Ormai è dalla metà degli anni ’70 che il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva permetteva ad alcune frange di lavoratori di avere delle briciole dei sovrapprofitti imperialistici; miseria e povertà endemica stanno diventando un fenomeno fisiologico nella società in cui viviamo.

 

Il capitalismo italiano può reagire a questo declino solo operando sul piano internazionale per essere presente sui mercati in modo più competitivo.

 

 LA CRISI FIAT

 

 

 

In questo contesto la Fiat per non scomparire completamente dal settore dell’auto, deve fare ingenti investimenti a favore dello sviluppo tecnologico del prodotto insieme a fare degli accordi con gli altri gruppi industriali.

 

Le scelte della Fiat sono state determinate non solo dalla situazione del mercato dell’auto, ma dalla crisi generale in atto. Questi fattori l’hanno spinta come si diceva prima a spostare il capitale verso settori che rendono di più (imprese editoriali, una compagnia di assicurazione, due grandi quotidiani, la Cinzano, la casa vinicola Château Margaux, l’Unicem che fa cementi, la Bernardo, i carburanti Weber, gli alberghi del Sestrière, autostrade, ospedali, il traforo del San Bernardo ecc) e nell’investimento speculativo. Quando poi fa un accordo con la General Motors, il reale obiettivo di Agnelli era di vendersi al meglio a uno dei suoi concorrenti. Era riuscito all’epoca a inserire nell’accordo l’opzione Put, secondo la quale nel 2004 la stessa Fiat aveva la possibilità di scegliere di vendere a General Motors l’intero comparto, senza che General Motors possa chiedere di anticipare l’acquisto rispetto alla scadenza stabilita né tantomeno rifiutare l’acquisto. Una clausola così favorevole per la Fiat era stata possibile solo perché in quella fase non erano visibili i segnali della crisi che si è conclamata, ma in seguito la G.M. metterà in discussione quell’accordo.

 

Ma perché la GM scelse la Fiat? Senz’altro all’epoca della conclusione dell’accordo le condizioni congiunturali erano più favorevoli; perché, avendo una politica di intervento forte sulle grosse cilindrate; poteva contare sulla tradizione Fiat nel mercato delle piccole e medie cilindrate.

 

G.M., del resto, tradizionalmente ha fondato il proprio successo sulle fusioni, in cui controlla la filiera di produzione anziché direttamente la proprietà, come ha fatto negli Usa con la Cadillac, Chevrolet, Buick, Pontiac e Oldsmobile. Neppure il tanto declamato vento nipponico ha scosso le dinamiche del comparto motoristico mondiale: di tutti i nuovi colossi giapponesi solo la Toyota è finora sopravvissuta nella lotta con alcuni concorrenti Usa ed europei.

 

Il capitale, mosso dalla molla del profitto, non guarda in faccia a nessuno e fa accordi con chi gli conviene: la Deutsche Bank, presente in Fiat con una quota del 10% ha appoggiato l’operazione con la G.M. pur avendo una quota analoga del capitale della DaimlerChrysler, uno dei principali competitori di G.M.

 

Perciò è fuorviante quando certa sinistra parla di trovare una “soluzione nazionale” per “salvare l’italianità della Fiat” dentro il quadro dei rapporti di produzione capitalisti. Per rendere attuative, proposte come quelle che propongono per salvare la Fiat (come altre aziende) bisogna trovare delle aziende che siano in accordo con le banche, dentro un quadro delle compatibilità capitalistiche, aziende così “salvate”, non potranno a meno di affrontare la crisi suon di ristrutturazioni, per reggere la concorrenza o appetibili se cercano degli acquirenti.

 

A dimostrazione di questo basta analizzare qualche dato economico: la G.M. nel periodo dell’accordo con la Fiat aveva un rapporto per addetto di 900.000.000 di Lire e un prodotto per addetto pari a 22,5 unità. La Fiat arrivava soltanto ai 420.000.000 di fatturato per addetto e a 12,5 unità di prodotto. Dati alla mano la G.M. una volta acquisito il gruppo Fiat (come avrebbe fatto qualsiasi altro “salvatore” del gruppo), per cercare livelli di profitto adeguati non poteva non portare un attacco feroce alla classe operaia.

 

 

 

 

L’ITALIA VA ALLA GUERRA

 

 

 

Il fatto che non solo il settore dell’auto sia in crisi profonda ma quasi tutti i settori soffrono della concorrenza internazionale, accentua le difficoltà dell’Italia anche nella competizione con i due maggiori partner europei Germania e Francia.

 

Siccome l’epicentro della presenza del capitalismo italiano è nell’Europa Centrale/ Occidentale e si estende verso i Balcani e il Mediterraneo, la stagnazione dell’economia impone a esso di giocare un più forte ruolo in queste aree. Per questo l’imperialismo italiano ha visto nella guerra l’opportunità per trarre, all’ombra del grande fratello USA, maggiori profitti.

 

L’Italia, oltre ad essere presente nel settore dell’estrazione del petrolio in Medio Oriente è anche il secondo partner, dopo la Germania, in Russia (lo scambio commerciale nel 2001 era di 9,9 miliardi di dollari, con investimenti di 1,9 miliardi di dollari) con l’ENI che fa la parte del leone: Berlusconi all’ombra di Bush sperava di giocare un ruolo, nella connessione della zona ricca di petrolio del Mar Nero con il Mediterraneo e l’Europa Centro occidentale. I Balcani, inoltre possono rappresentare il ponte tra la Turchia e il resto d’Europa e hanno una funzione di transito del petrolio verso essa (i corridoi del petrolio più importanti sono: la pipeline Costanza-Omisalj-Trieste, l’oleodotto Burgas-Alexandroupolis, lo Yambo Burgas-Sofia-Skopje-Durazzo-Valona).

 

L’imperialismo italiano può inoltre giocare un ruolo nell’integrazione regionale dello spazio Nord Africano e nel Medio Oriente (ha una forte presenza in Libia, la carta di Gheddafi poteva essere utilizzata verso l’Africa, giacché è uno dei maggiori leader dell’Unione Africana). Per tutte queste ragioni, Berlusconi cerca di dimostrare che l’Italia e un partner affidabile per l’imperialismo USA.

 

E’ fuori da ogni dubbio che l’interesse strategico dell’imperialismo italiano si concentrano intorno alla politica dei due “forni” e, quindi la disponibilità a costruire un’Europa forte, ma anche di essere a fianco con gli USA in Afghanistan, in Iraq. Questa politica poteva consentire dei vantaggi che gli derivavano dal rapporto con il nucleo di potenza europeo, giocato dalla Francia e Germania.

 

Perdendo colpi non solo nel settore dell’auto, ma anche nella chimica fine, nell’informatica, nelle telecomunicazioni, nell’elettronica, e nel settore bancario, l’Italia poteva riconquistare qualche punto in competitività solo se trae vantaggio dalla guerra e lo investe nei settori tecnologicamente avanzati. Mentre la Francia e la Germania cercano di far blocco per controbilanciare lo strapotere degli Stati Uniti. L’Italia si mette l’elmetto e va alla guerra a fianco dell’imperialismo USA per garantirsi, a breve scadenza, dei vantaggi per rigiuocarli, poi, nel rapporto con i partner europei.

 

   Berlusconi faceva “l’americano”, perché i settori della borghesia che contano in Italia sono a favore della guerra scatenata sui vari fronti, per trarne, così, vantaggio nelle aree d’intervento e nel rapporto interimperialistico europeo.

 

RIPRENDIAMO IL DISCORSO SUL “SISTEMA ITALIA”

 

Facciamo un passo indietro. Come si detto prima uno dei motivi del declino industriale dell’Italia è il suo nanismo industriale. Ma questo è una risposta parziale.

 

In Italia, che nel medioevo era il baricentro del commercio mondiale, i rapporti sociali capitalisti sono fioriti in largo anticipo rispetto al resto dell’Europa. Ma un complesso di circostanze politiche e geografiche, non ultima la presenza del Vaticano, ha fatto sì che il suo territorio rimanesse fino al 1870 frammentato in tanti piccoli potentati locali. Priva di quell’insostituibile leva dell’accumulazione capitalistica che è lo Stato nazionale, la precoce borghesia italiana è rimasta indietro a lungo compressa tra le grandi forze semi-feudali decadenti e le grandi nazioni borghesi emergenti. La tardiva nascita dello Stato nazionale è avvenuta all’insegna di un duplice compromesso originario: verso le potenze straniere di volta elette a tutrici delle “legittime rivendicazioni” italiche, e verso le classi proprietarie del centro-sud (e verso la Chiesa cattolica), disposte a mettersi sotto padrone “indigeno”, a condizione però di assicurarsi un ritorno in termini di rendita, un prudente gradualismo delle trasformazioni sociali e una bella fetta di potere politico-amministrativo. Questo compromesso, è stato pagato dal proletariato e dalle masse contadine con lo sfruttamento più duro, i miseri salari, l’emigrazione in massa e un seguito di regimi politici violentemente anti-proletari d’Europa (è in Italia, non si dimentichi, che la borghesia ha generato il fascismo).

 

Questo compromesso ebbe delle conseguenze deleterie per lo stesso sviluppo capitalistico nazionale, che rimase molto squilibrato. Mancando di una riserva coloniale esterna da cui succhiare profitti e nella quale fosse possibile riversare la produzione eccedente, la classe borghese ha favorito la crescita dell’industria del nord attraverso il blocco delle forze produttive esistenti nel Sud all’atto dell’unità. Il sottosviluppo del Sud è stato la precondizione dello sviluppo complessivo molto diseguale, del capitale nazionale.

 

Pur con questo handicap, l’Italia, grazie ai più spregiudicanti commerci diplomatici, alle aggressioni coloniali in Africa e alla “fortunata” (per le classi dominanti) partecipazione alla prima guerra mondiale, ha fatto all’inizio del XX secolo il suo ingresso nel pugno degli Stati imperialisti che sfruttano e opprimono i lavoratori e le masse popolari di tutto il mondo.

 

Ci sono stati due momenti che l’imperialismo italiano è stato vicino alla meta di sedersi con pari diritti insieme agli altri predoni imperialisti. La prima, negli anni ’30 con il fascismo giunto all’apice della sua forza, dopo aver distrutto le organizzazioni di classe del proletariato e schiacciato la rivolta delle popolazioni libiche ed etiopi. La seconda, nella seconda metà degli anni ’80, nell’era di Craxi, in una congiuntura di apparente normalizzazione sia del fronte sociale interno (feroce repressione del movimento di classe) che nel proprio “spazio vitale” in Medio Oriente.

 

Se si guardano le vicende italiane dal punto di vista della Borghesia Imperialista Italiana, Craxi non era un millantatore quando rivendicava i successi conseguiti dall’Italia, sotto i suoi governi. A metà degli anni ’80 l’Italia aveva la 5° capacità di produzione industriale del mondo. Una quota del 7% delle esportazioni mondiali. Un 5° posto per le riserve di oro e il 6° per quelle monetarie. Il quarto, nella graduatoria delle esportazioni di macchinari, di macchine utensili e di armi. La settima quota di partecipazione nel FMI e così via. Fintantoché l’internazionalizzazione del capitale è andata avanti sull’onda della crescita del volume degli scambi di merci e l’espansione dell’attività internazionale delle imprese non è stata affidata principalmente alla speculazione dei mercati finanziari, il capitale made in Italy ha tenuto botta ai diretti concorrenti.

 

Ma, quando la gara inter-imperialistica si è sviluppata sempre di più sul terreno della centralizzazione finanziaria, delle joint-venture, delle acquisizioni, delle fusioni, delle incorporazioni, nell’ambito di un mercato azionario, monetario e finanziario unificato e “liberalizzato” su scala mondiale, è emersa l’inadeguatezza di un modello di crescita ancora troppo tributario delle esportazioni di merci. Nel capitalismo decadente decisivo è la finanza, cioè l’attività di raccolta e di esportazione dei capitali liquidi e non la produzione di beni e l’industria in sé per sé (e l’export delle merci) né tantomeno la produzione di beni socialmente utili. E’ il paradosso che nell’attuale fase di crisi generale del Modo di Produzione Capitalista si perde quota non perché si è troppo parassitari, ma troppo poco.

 

   Tutto questo rende attuale l’analisi che fece Lenin ne L’imperialismo. Uno dei punti che rappresentava il contrassegno del passaggio del capitalismo alla fase imperialista è il formarsi, attraverso la fusione del capitale bancario con quello industriale. Infatti, se si guarda l’analisi dei bilanci delle grandi imprese a livello mondiale che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scopre che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Se prendiamo come esempio i fondi pensione negli Stati Uniti, essi detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili. La speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse, tendono a fondersi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo su scala mondiale.

 

E’, così, più che mai d’attualità l’importanza sempre maggiore dell’esportazione di capitale in confronto all’esportazione di merci.

 

   Tenendo conto di questo si comprende come, già dalla metà degli anni ’70 molte società italiane a carattere industriale si sono trasformate in finanziarie (Cir, Ferruzzi, Gemina, Sogefi).

 

Nonostante l’accelerazione degli investimenti all’estero, le imprese italiane non sono riuscite a ridurre il loro gap d’internazionalizzazione del capitale. Ai grandi gruppi industriali privati sono andate buche tutte le più impegnative proiezioni all’estero (da quella di Gardini sul mercato della soia a Chicago, a quella di De Benedetti verso la Société Generale de Belgique). A nessuno di essi (Fiat, Olivetti, Ferruzzi ecc.) è riuscita il salto da multinazionale a vera e propria “global company”. Quanto alle indebitate holding di Stato, sono state da anni obbligate a dismettere invece che acquisire.

 

La borsa di Milano non è riuscita a entrare nel Gotha delle borse mondiali. Anzi, in ambito CEE il valore delle transazioni effettuate alla borsa meneghina è sceso dal 6% del 1985 al 3% del 1990. La speculazione borsistica nostrana, per non restare tagliata fuori dal vortice dei mercati finanziari mondiali, ha dovuto traslocare un pezzo (quello più moderno e sofisticato dei futures sui titoli pubblici) nella City londinese. Il sistema bancario italiano, a causa della frammentazione e del suo relativo scarso dinamismo fuori dai confini internazionali, è rimasto anch’esso escluso dalla piramide bancaria mondiale.

 

Ovviamente, il processo di concentrazione/centralizzazione del capitale nazionale è rimasto tutt’altro che fermo (pensiamo alla creazione dei gruppi bancari Intesa Sanpaolo e Unicredit S.p.A.).

 

Per decenni i grossi capitalisti hanno intascato guadagni da favola rovesciando sullo Stato le proprie perdite, e partecipando (e facendo partecipare via via anche ad altri strati borghesi) all’alienazione dello Stato in modo da ripianare le proprie perdite. Questa formula magica, si ruppe a causa della crisi e della relativa stagnazione, il debito pubblico si era ingigantito a dismisura (dal 1983 al 1993 aumentò del 400%), si è trasformato – più che negli altri paesi imperialisti, affetti anch’essi dalla medesima malattia – in un fattore d’instabilità economica, sociale e politica.

Il capitalismo italiano si trova quindi in una morsa costituita “in alto” dagli stati finanziariamente e militarmente forti, e in “basso” dai paesi esportatori emergenti, dove i salari sono da dieci a venti, o più, volte inferiori a quelli europei.

 

 

IL DEBITO PUBBLICO IN ITALIA (IN MILIONI DI EURO)

 

1992 1997 2004 2007 2009 2010
107,7 118,1 103,8 103,5 115,8 118,2

 

DICIOTTO ANNI DI MACELLERIA SOCIALE PER TORNARE PERGGIO CHE AL PUNTO DI PARTENZA

 

IL DEBITO NEGLI ALTRI STATI CAPITALISTI

 

  2007 2010
Giappone 187,8 193,5
Stati Uniti 62,2 84.5
Francia 63,8 83,6
Gran Bretagna 44,7 79,1
Germania 65,0 78,0

 

IL SETTORE AUTO (E LA FIAT) NELLA CRISI: FALLIMENTO O SALVATAGGIO?

 

La crisi finanziaria del 2008 ha condotto l’industria dell’auto mondiale in una crisi profonda, pur avendo avuto sostegno dei governi. Nel 2009 la più grande fabbrica russa licenzia 27.000 dipendenti, la Fiat nel terzo trimestre nello stesso anno la base annua del proprio fatturato è del 15,9% e lo stesso avviene per il gruppo PSA francese, sia pure in maniera contenuta.

 

Negli USA Chrysler e GM sono decotte e l’industria dell’auto lavora al 51,2% delle proprie capacità produttive contro il 54,5% del 2008, ma è tutta l’industria dei paesi capitalisti avanzati che lavora con una capacità attorno al 70%.

 

I piani di aiuto finanziario alle aziende prevedono lacrime e sangue per i lavoratori. La proposta presentata al Congresso dalla GM prevedeva: il progressivo passaggio all’auto ad alta efficienza energetica e al motore ibrido, il taglio agli stipendi dei dirigenti, ma soprattutto una diminuzione drastica della forza lavoro, il taglio delle coperture sociali di cui godono al momento i lavoratori, l’allungamento e intensificazione dell’orario di lavoro in modo da portare il costo del lavoro pari a quello registrato nelle fabbriche Toyota.

 

L’ingresso dello Stato nel sostegno al capitale di alcune grandi banche negli USA (come negli altri paesi imperialisti) non è caratterizzato dal segno delle nazionalizzazioni, né delle seminazionalizzazioni poiché l’acquisto di alcuni pacchetti azionari da parte dello Stato non è di tal entità da fargli prendere in mano questi istituti finanziari, e perché le azioni acquistate (temporaneamente) dal Tesoro non hanno diritto di voto.

 

Da dove verranno fuori i quattrini che serviranno a finanziarie questa gigantesca operazione di salvataggio?

 

Non certo da una tassazione progressiva delle ricchezze, come sognano e s’illudono i riformisti vecchi nuovi, ma dai miliardi di ore di lavoro non pagate che dovranno essere rapinate ai lavoratori per ripianare i buchi di bilancio delle società di borsa, banca, imprese.

 

Il risanamento e il rilancio del capitalismo, all’insegna del nuovo protagonismo dello Stato, passa per i per licenziamenti di massa. La Citigroup per avere aiuti dallo Stato, effettuerà 50.000 licenziamenti. Ai licenziamenti di massa, si affiancherà l’assalto definitivo di quello che è rimasto dello “stato sociale”. L’abbattimento violento delle spese sociali, incluse le più essenziali e irrinunciabili (vedi il decreto Gelmini), che dovranno, serve a far venire fuori i fondi di sostegno alle banche e alle imprese.

 

Nonostante la valanga di quattrini riversata verso le banche, assicurazioni e imprese, l’occupazione nei paesi capitalisti è fortemente diminuita: 8 milioni di posti di lavoro tagliati negli Stati Uniti, dal dicembre 2007 fino al primo trimestre del 2010, 4,6 milioni tagliati in Europa nel 2009. In Italia alla fine del 2010 sono stati bruciati almeno un altro milione e mezzo di posti di lavoro e la tendenza si è accentuata enormemente. Contemporaneamente si è sviluppato il deficit e aumentato il debito degli Stati.

 

Uno degli elementi di politica economica per il “rilancio” della produzione industriale dell’auto in Italia, da parte del governo Berlusconi è stato quello di riproporre il vecchio metodo, già usato dai precedenti governi negli anni ’90: gli incentivi fiscali alla rottamazione per rinnovare il parco auto e sostenere il settore, il quale nel 2008 scivolava verso la caduta libera.

 

Com’era prevedibile gli incentivi sono stati solo una stampella che tamponava momentaneamente alcuni effetti della crisi (e neanche tutti) senza essere nei fatti nulla di risolutivo.

 

E’ dentro questo contesto di crisi avviene l’accordo tra Fiat e Chrysler. Quest’accordo è stato l’ennesima dimostrazione che il capitalismo nella sua fase imperialista, e con la crisi in corso, il capitale e la produzione tendono verso la concentrazione e la centralizzazione dei capitali.

 

Nel gennaio 2009 ci fu un preliminare di accordo che prevedeva l’ingresso del gruppo italiano nel gruppo Chrysler. Fiat, Chrysler e Cerberus capital management (che detiene l’80% del capitale di Chrysler) nel preliminare dell’accordo stabiliscono, così, un’alleanza strategica globale. L’alleanza prevedeva, tra l’altro, che i due gruppi sfruttassero le rispettive reti di distribuzione.

 

Fiat ricevette una quota iniziale del 35% in base all’alleanza con la casa americana, che non contempla per la Fiat alcun investimento in contante nella Chrysler, né un impegno a finanziare Detroit nel futuro. Sarà però nel giugno 2009 che la Fiat diventerà l’holding predominate del gruppo.

 

Per capire come Marchionne (che è stato presentato come un genio dell’imprenditoria) è riuscito a fare quest’operazione, bisogna tenere conto che la Chrysler dal 2007 era un’azienda in bancarotta. Nel 2006 aveva perso 1,5 miliardi di dollari. L’azienda tedesca Daimler-Benz (oggi Daimler AG) che nel 1988 aveva acquistato la casa automobilista, nel 2007 la cedette al fondo americano dei private equity Cerebus, i quali, quest’ultimi, per via delle restrizioni al credito dovute dalla crisi, alla fine saranno costretti a dismettere molte delle loro attività. Non bisogna dimenticare, che il 30 aprile 2009 Obama annunciò la bancarotta della Chrysler. Perciò l’azienda è stata sottoposta al Chapter 11, la norma del diritto fallimentare americano che consiste in una bancarotta controllata. La società è stata separata in una bad company con i relativi debiti e in new company cui sono stati conferiti personale, mezzi di produzione, brevetti clienti. Obama ha subordinato la concessione di un prestito-ponte a Chrysler, a un piano industriale e all’alleanza con la Fiat per portare negli USA automobili a basso consumo energetico, in grado di fare 20 km con un litro. I creditori e i fondi pensione che erano presenti nella vecchia società hanno presentato ricorso contro la fusione alla Corte Suprema, che ha rigettato le richieste. La Fiat che ha acquistato la Chrysler a costo zero, si è impegnata a condividere con la casa statunitense le proprie conoscenze tecniche e brevetti in materia di “motori verdi” e ridotti consumi energetici.

 

Non c’è dubbio visto gli avvenimenti successivi, che la chiusura degli stabilimenti italiani faceva parte degli accordi.

 

 

 

 

 

 

LE RISPOSTE POLITICHE DELLA BORGHESIA ITALIANA AL DECLINO INDUSTRIALE DELL’ITALIA

 

L’acutizzarsi della crisi e della concorrenza, fa aumentare lo scontro tra le stesse frazioni borghesi che sono impossibilitate a governare come nel passato e quindi spinge, versa la definizione di nuovi equilibri politici e sociali. La borghesia mette in atto delle spinte politiche per determinare un esecutivo più forte e meno condizionato dalla discussione parlamentare, cioè un fattore soggettivo adeguato a governare e a cercare di rendere più competitivo il sistema. E’ necessario, per la borghesia italiana operare profonde ristrutturazioni che richiedono un ridimensionamento della piccola e media produzione capitalistica, e contemporaneamente rinsaldare un nuovo blocco sociale intorno alla politica del grande capitale imperialistico italiano.

 

Ora, durante il periodo di quello che impropriamente è definita prima repubblica, il dominio di classe era indiretto: gli industriali, i banchieri, i capitalisti in generale, lasciavano il palcoscenico a politici di professione, anche perché un loro intervento diretto era sentito dall’opinione pubblica come un’intollerabile ingerenza. Ma il loro potere era incalcolabile. I profitti, la “libera impresa”, la difesa della proprietà, erano osannati, ma (a differenza della situazione attuale) l’attività della proprietà pubblica e privata – si sosteneva – doveva essere indirizzata a fini sociali. Ovviamente non era così, ma nessun borghese trovava opportuno sostenerlo apertamente.

 

La repubblica parlamentare, non solo negli anni ’70 e ’80 ma anche negli anni ’50 e ’60 fu accusata di debolezza, in realtà era fortissima. Il consenso era assicurato dai partiti, soprattutto da quelli principali, DC, PCI e PSI.

 

La DC era un vero Partito-Stato, con una rete di collegamento assicurata dalle associazioni cattoliche e dalla chiesa stessa. Il PCI era un partito gigante, che raggiunse nel 1947 circa 2.250.000 iscritti, e soprattutto aveva 200.000 quadri. Il PSI, pur non potendo competere quanto ad apparato col PCI, agli inizi degli anni ’60 aveva circa 700.000 iscritti.

 

Si pensava che il rapido succedersi dei governi fosse un segno di debolezza della repubblica parlamentare. In realtà la caduta dei vari governi permetteva alla DC di cambiare alleanze, scegliendo centrodestra e centrosinistra secondo le convenienze. I presidenti del consiglio rimossi sapevano che presto sarebbero presto ritornati alla ribalta, con qualche incarico importante. Uno dei riti più tipici della DC era la condanna del protagonismo personale in politica.

Quando il regime DC cominciò alla fine degli anni ’70 entrare in crisi (il rapimento Moro fu la cartina di tornasole di questa crisi) si giocò la carta di riserva. Si cercò un uomo, estraneo alla bassa cucina politica, che aveva portato salvo in Francia Filippo Turati, che aveva conosciuto le galere fasciste ed era stato partigiano. Pertini condannò la repressione in Argentina (ma non quella che c’era in Italia) su cui i media tacevano, i fatti di Sabra e Chatila, combatté la P2, rompendo anche con alcuni politici del suo partito. Ma il potere politico reale rimase agli Andreotti, ai Forlani, ai Craxi e tutto continuò come prima.

 

   La crisi economica del capitalismo, il dissolvimento del “socialismo reale” che causò il dissolvimento dell’ordine internazionale fissato a Yalta, l’accentuarsi delle spinte imperialiste europee (che accentuò l’esportazione di capitali verso l’Europa orientale) e la partecipazione italiana alle guerre americane. Tutto ciò mette in crisi gli equilibri politici che c’erano in Italia dalla fine del secondo dopoguerra.

 

A tutto ciò bisogna aggiungere il dissolvere del blocco sociale che faceva riferimento alla DC da una parte e al PCI dall’altra. Le varie frazioni borghesi devono riorganizzare il proprio consenso, sia per impedire che le contraddizioni sociali si esprimano politicamente in modo indipendente, sia per non perdere terreno rispetto ai diretti concorrenti sul mercato mondiale. Non è un caso che in questo quadro si discuta di nuovi modelli elettorali e si modifichi il sistema di rappresentanza politica, con la creazione dei due poli di centro-destra e di centro-sinistra.

 

La creazione dei due poli di Centro-Destra e di Centro-Sinistra, nasce dall’esigenza della borghesia italiana di edificazione di una macchina statale rimessa a nuovo su basi non consociative.

 

Nell’attuale fase determinata dalla crisi, c’è un riformismo senza riforme e la sinistra borghese ha meno margini di manovra. Forze come il PD in Italia sono ormai a pieno titolo collocate su di una politica di “gestione del capitalismo in crisi” che ha assai poco di riformistico. Il processo di integrazione e subordinazione al quadro imperialista ha fatto passi da gigante dalle svolte dell’EUR (di CGIL-CISL-UIL), del compromesso storico (da parte del PCI). Questi partiti e sindacati che si dovrebbero essere collocati su di posizione di “equidistanza” tra capitale e lavoro, sono costretti, a fare ingoiare ogni rospo ai lavoratori per difendere le compatibilità capitalistiche e l’interesse del proprio capitale nazionale. Si muovono per sfornare soluzioni neoliberiste di gestione dell’imperialismo, sul piano economico-sociale e su quello politico, in cui il proletariato è a priori subordinato e piegato agli interessi del capitalismo, che nella sua forma istituzionale democratico parlamentare è visto come l’unico fine possibile. Qualsiasi ipotesi di trasformazione sociale è permanentemente bandita dall’orizzonte di queste forze.

Una spia di questa situazione è linguaggio usato: il “riformismo” e la “modernità” di cui parlano e fanno sfoggio i dirigenti del PD, non sono altro che il loro esatto contrario, oltre che linguisticamente scorretto (ma mediaticamente efficace): significa in realtà la distruzione delle conquiste che negli anni del boom economico i lavoratori avevano conquistato.

 

A differenza degli schieramenti di Centro-Destra che conducono con modalità consociative e concertative coinvolgendo le strutture del sindacalismo istituzionale (che come CISL e UIL non si possono definire meramente tradunioniste, ma compiutamente collaborazioniste e impegnate a subordinate la vendita della forza lavoro a condizioni tali da essere per i capitalisti nelle attuali fasi di difficoltà) e mettendo in campo le ormai ridotte capacità di influenzamento del proletariato, che, infatti, in buona parte vota anche per il centro-destra.

 

Questo processo non è frutto di un “tradimento” politico e ideologico, ma l’espressione delle difficoltà crescenti ha il capitalismo, nella crisi, ad aumentare i salari, a elargire briciole a settori limitati a settori del proletariato, a garantire pezzi sempre più ampi del Welfare State (che comunque è stato sempre e comunque pagato dal plusvalore operaio. Le forze riformiste (non solo PD ma anche PRC, PdCI, l’ex Sinistra Critica) sono ormai forze compiutamente ed esclusivamente borghesi, sono quelle forze che maggiormente riescono a ridurre i salari, eliminare le pensioni, diffondere la precarietà. Per il loro lavoro di controllo sui lavoratori, i dirigenti di questi partiti e di questi sindacati hanno come premio di fine carriera, un posto negli enti di gestione pubblica, nei direttivi ministeriali o com’è successo bel 2006 a Bertinotti e Marini, avere la presidenza della Camera e del Senato.

 

In Italia questo passaggio si esprime non solo politicamente, ma anche economicamente quale compartecipazione diretta al meccanismo di sfruttamento del proletariato. Fu il governo D’Alema a introdurre in Italia il Bingo, i DS crearono delle società per gestire il Bingo (che fallirono e furono costrette a cercare i soldi per pagare i lavoratori interinali impiegati). La privatizzazione dei servizi sociali si lega al dilagare delle coop legate alla Lega delle Cooperative che assieme alla Compagnia delle Opere si spartiscono gli appalti che derivano da privatizzazioni ed esternalizzazioni, e impiegano i lavoratori precarizzati dal Pacchetto Treu e dalla Legge 30 (Biagi).

 

Quello che sta accadendo in Italia è il declino della repubblica parlamentare, come si era costruita nel secondo dopoguerra con il regime democristiano. Il nuovo assetto politico/istituzionale, nei desideri dei capitalisti dovrebbe aprire la strada a un’economia di mercato funzionante in modo “puro “ma senza i lacci e i laccioli imposti dal condizionamento riformista. Disboscare la selva dei corporativismi parziali a pro di un unico, supremo corporativismo nazionale. E da queste esigenze che sono avvenute le nuove regole elettorali maggioritarie, il rafforzamento dell’autonomia del governo da parlamento e – nel governo del Tesoro e della Banca d’Italia, la privatizzazione del pubblico impiego, il varo dell’esercito di mestiere ecc. In campo sindacale come si diceva prima, ci sono stati i famigerati accordi sindacali.

 

Con Tangentopoli la borghesia italiana ha cercato di portare a termine il licenziamento del vecchio personale politico di governo, il quale era incapace di autoriformarsi. La difficoltà sta nel fatto che portare avanti questi processi è necessaria una rappresentanza politica all’altezza del compito. Abbisogna di un partito borghese unitario, totalitario, con un forte senso degli interessi imperialistici nazionali, in grado di accentrare al massimo grado il potere politico, mettendo in riga le innumerevoli rappresentanze d’interessi borghesi settoriali, viziate da decenni di vacche grasse. Un partito capace di inquadrare la pletora piccolo-borghese, capace di catturare i proletari, dopo aver battuto e demoralizzato il proletariato, a una politica social-imperialista che dovrà essere più attiva che mai.

 

La Borghesia Imperialista italiana sa di non avere a propria disposizione tale partito e per questo continua a giuocare su due tavoli: sul condizionamento e la trasformazione delle nuove rappresentanze politiche a sé, e su quel che resta di presentabile delle vecchie espressioni di una fase storica definitivamente chiusa, ma la contraddizione della crisi ha reso difficile il compattamento delle frazioni piccolo borghesi intorno alla grande borghesia ed una soluzione politica adeguata all’affrontamento dei problemi, da qui l’evoluzione di un movimento, quello di Grillo, che ha saputo cavalcare il malcontento dei ceti intermedi in dissoluzione e anche di alcuni settori del proletariato.

 

La crisi generale del capitalismo genera una forte conflittualità politica. “Finché gli affari vanno bene la concorrenza (…) sviluppa un’azione di fratellanza nella classe capitalista, che in realtà si divide il bottino comune in rapporto al rischio di ciascuno. Allorché non si tratta più di dividere il guadagno bensì le perdite, ognuno cerca di poter ridurre quanto più possibile la propria parte di perdite e di riversala sulle spalle degli altri” (Marx, Il Capitale, Libro III, cap. 15). Ciò rende instabile in ogni paese il regime politico, rende ogni paese meno governabile con gli ordinamenti che fino a ieri funzionavano. I tentativi di sostituire pacificamente questi ordinamenti, che in Italia significa modificare la Costituzione, sono andati regolarmente in fumo. In realtà non si tratta di cambiare regole, ma di decidere quali capitali vanno sacrificati perché altri possono valorizzarsi e nessun capitalista è disposto a sacrificarsi.

 

 

 

IL PIANO DELLA FIAT

 

Il piano della Fiat consiste nello stanziamento di una notevole quantità di miliardi al fine dichiarato di rafforzare e rilanciare la produzione negli stabilimenti nazionali, stabilito che quello di Termini Imerese deve chiudere i battenti. Sul piatto la Fiat preventiva negli stabilimenti italiani il raddoppio della produzione d’auto in 5 anni, la possibilità di nuova occupazione per qualche migliaia di nuovi schiavi salariati. Dal buon esito dell’investimento si fa balenare per i lavoratori qualcosa in termini di recupero salariale.

 

La Fiat mette sul piatto della bilancia un mucchio di quattrini che chiedono di essere valorizzati, a certe determinate e ferree condizioni. Le condizioni sono di “massimizzare l’utilizzo degli impianti sfruttando al massimo ogni euro investito, in altre parole la classe operaia Fiat è chiamata brutalmente, in tutti gli stabilimenti, a piegare la schiena sotto cadenza di lavoro più intense e con il taglio delle pause: ogni euro investito deve e può fruttificare grazie al sudore degli operai.

 

Il ricatto della Fiat è palese: se le nuove regole di lavoro e normative non saranno approvate e sottoscritte dalle organizzazioni sindacali, essa porterà fuori dall’Italia la produzione, in altre galere di lavoro salariato, dove può, alle sue condizioni, valorizzarsi.

 

I sindacati, non solo non hanno contrastato questo piano (non solo CISL e UIL ma anche la CGIL e anche i “sinistri” della FIOM) ma hanno lavorato senza nessun pudore e stanno lavorando per il disarmo preventivo della classe operaia.

 

Quando il piano Fiat fu presentato, il 21 aprile, esso ha spiazzato completamente le organizzazioni sindacali mettendo letteralmente in un angolo la FIOM e la CGIL. L’elemento centrale della critica della FIOM che fece alla Fiat (e al governo) era quello di non difendere abbastanza o per niente la produzione nazionale.

 

Le richieste dell’azienda non si limitano all’aumento dei turni e delle ore di straordinario. Oltre ai 18 turni e alle 80 ore aggiuntive di straordinario in deroga al contratto nazionale e senza preavviso alla RSU; c’è la riduzione delle pause del 25%, lo spostamento della mensa a fine turno, la facoltà di variare il numero di vetture il numero nella giornata, nessun pagamento per i primi tre giorni di malattia, la formazione dei lavoratori durante il periodo di Cassa Integrazione Guadagni senza costi aggiuntivi per l’azienda e l’inserimento di queste norme in un nuovo contratto da sottoporre da sottoporre a tutti gli operai. Inoltre il sindacato che non rispetta tali accordi sarà sanzionato.

Sul referendum alla Fiat e sul dopo, si apre un capitolo di accentuazione delle pene operaie che sarà nostro compito analizzare.

 

PARTE QUINTA

 

 

LA MUTAZIONE DELL’ELETTORATO AZZURRO E IL DECLINO IRREVERSIBILE DEL CAVALIERE

 

 

Nel 2008 Berlusconi vince le elezioni com un maggioranza umiliante per il Centro-Sinistra e fa fuori Veltroni come Prodi e Rutelli, se fosse Toro Seduto la sua tenda sarebbe piena di scalpi dei suoi avversari stesi e umiliati. Poi nel 2011 lascia il governo sotto la spinta di uno “spread” che è arrivato a 550, di una impopolarità crescente, sinanche i suoi che senza di lui sono nessuno, alla fine lo mollano. Che cosa è successo?

 

Non certo un ritorno di fiamma del Centro-Sinistra che annega nella sua mediocrità, ma è accaduto che la crisi italiana, si è saldata con la crisi mondiale, che dal 2008 entra nel sua fase terminale e determina una situazione insostenibile: il nemico di Berlusconi non si chiama Veltroni, Prodi o Bertinotti, ma crisi generale del Modo di Produzione Capitalistico e sono cavoli amari. Il suo elettorato, che sino ad allora gli aveva chiesto di salvarlo dalle tasse, facendo ricadere il peso delle lacrime e del sangue sui “coglioni comunisti” (in altre parole sui lavoratori dipendenti), davanti a una situazione devastante gli chiede di intervenire. Il fatto è che lo sport di caricare tutto su salari, stipendi e pensioni sta bloccando i consumi, con l’economia italiana in caduta libera, i negozi sono vuoti e falliscono, non si vendono case e auto e tutto va a rotoli.

 

Sembra proprio che se i “coglioni comunisti” non consumano anche lor signori se la passano male.

 

Accade allora che le organizzazioni padronali, dalla Confindustria alla Confcommercio, scoprono che le tasse sul lavoro sono pesantissime e per questo motivo devono calare, assieme ovviamente a quelle delle imprese, dimenticando, il piccolo particolare, che le imprese evadono sfacciatamente. Ovviamente che il debito pubblico cali e che l’economia riprenda con tutti i costi che comporta. Naturalmente tutto va fatto tenendo i conti in ordine; come dire vogliono la botte piena, la moglie ubriaca e tanto che ci siamo con l’uva nella vigna.

Nel frattempo l’evasione fiscale rimane elevatissima e non si pagano nemmeno le cartelle esecutive: chi ha scassato i conti con la propria insultante evasione, chiede di ridurre le tasse, rilanciare l’economia e salvare gli equilibri di bilancio, richieste che tenendo conto di quello hanno fatto lor signori negli ultimi decenni sa di provocazione. Emblematico è quello che riferisce nel 2013 il quotidiano di Genova Il Secolo XIX delll’08/06/2013 sul rifiuto del governatore della Liguria Burlando che motivando il suo rifiuto di andare ad un convegno di industriali avrebbe detto: “non vado ad ascoltare chi da 20 anni non ha fatto un cazzo”.

 

Ciò non è del tutto esatto perché negli ultimi 20 anni (ed anche prima) qualcosa lor signori hanno fatto: tasse evase, soldi nei paradisi fiscali, imprese delocalizzate, cartelle esattoriali non pagate, tasche dei lavoratori dipendenti vuotate ecc. Burlando è l’unica personalità politica del PD e del Centro-Sinistra che ha risposto a lor signori come meriterebbero, il Centro-Sinistra dialoga e ascolta come sempre e del resto ha dialogato anche con Berlusconi, la capacità di indignarsi, questi signori l’hanno persa da tempo.

 

Il “popolo di Berlusconi” chiede al proprio leader di essere quello che non è mai stato, uno statista a livello di Roosevelt che affrontò la grande crisi; il guaio è che Berlusconi è un imprenditore entrato in politica solo per fare i fatti suoi e di quelli che lo circondano, e le persone che lo circondano sono personaggi come Verdini, Tremonti, la Santanchè, che non sono certo un trust di cervelli ma una corte dei miracoli in versione moderna, inoltre negli anni ’30 una via di uscita dalla crisi la si intravedeva attualmente non se vede neanche un’ombra sfocata. Uno studio della CGIA di Mestre ha evidenziato che questa crisi è stata, per l’economia italiana, peggiore di quella del 1929, il che significa la peggiore di sempre: nel periodo 1929/34 il PIL cala del 5,1% e gli investimenti del 12,8%, nel periodo 2007-2012 il calo del PIL è del 6,9% e quello degli investimenti del 27,6%, il che significa che Berlusconi ha dovuto confrontarsi con questa realtà.

 

Il poverino, affoga, lo “spread” si impenna, sicuramente manovrato, manovre che hanno successo sui mercati quando la sfiducia verso un governo sono a mille e nel caso di Berlusconi lo sono.

 

Berlusconi deve andarsene sostituito da un tecnico nominato senatore a vita che viene accolto come un liberatore, se non addirittura come il salvatore della patria.

Le elezioni del 2013 sanciscono la fine di Berlusconi: perderà 6,3 milioni di voti e 16 punti percentuali. La Lega lo appoggia solo a patto che sia chiaro che non è leader della coalizione, ma la stessa Lega passerà dall’8,3% dei voti al 4,1%.

 

 

 

 

IL MANCATO DECOLLO DEL DEL PDE E DEL NUOVO CENTRO

 

 

 

Berlusconi, è finito, ma il PD non vince e perde 3 milioni di voti, doveva limitarsi a fare l’avvoltoio cibandosi del cadavere del nemico ma neanche a questo è capace. Il problema vero per il PD come per tutti i partiti borghesi, sta nel fatto che il capitalismo attuale non ha vie di uscita, questo fatto favorisce l’emergere di una classe dirigente di incapaci e di mediocri, non si può essere all’altezza del compito quando il compito, cioè l’uscita dalla crisi è impraticabile, e questo accade anche a livello mondiale, dove di Roosevelt in giro non se ne vede neanche uno.

 

Analogo discorso per il nuovo centro di Monti, partito che ave l’obiettivo del 20% alle elezioni del 2013, calato al 15%, poi al 12% per finire ad un modesto 10% dei consensi elettorali, in un paese dove un terzo circa dell’elettorato non si esprime.

 

Il centro non decolla e non esalta e questo perché non c’è lo sviluppo (come per la DC del periodo 1945-75), se lo sviluppo è finito ci vogliono soluzioni radicali che vadano al di là di un sistema ingovernabile, cosa che va al di fuori delle possibilità di un economista ottocentesco e tradizionale che esprime la classe dirigente. Monti nel suo anno di governo ha fatto le stesse cose degli altri governi negli ultimi 20 anni: lacrime e sangue senza sviluppo, con provvedimenti a volte ridicoli come le S.r.l. costituite dai giovani con un solo euro di capitale, che avrebbero dovute aprire il mercato alla concorrenza con le multinazionali presenti in Italia, i cui Amministratori Delegati avranno passato notti insonni davanti al “nuovo pericolo” creato dal professor Monti: la situazione drammatica degli esodati lascerà un marco di vergogna al governo Monti.

 

L’unico ad averci guadagnato dalle sconfitte altrui è il M5Stelle, che ha un programma elettorale non meno penoso degli altri, con l’unica eccezione originale di un forte accento sull’economia verde. Il movimento non si pone come momento critico del capitalismo, ma del sistema politico italiano, qualificato come una realtà sordida e putrescente.

 

In Italia (come in altri paesi imperialisti d’altronde) la crisi produce un sistema politico ingovernabile gestito da omuncoli e mezze tacche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

[1] David Yallop, In nome di Dio, Pironti, Napoli 1997, pp. 98-100.

 

[2]                                                              C.s.

 

[3]                                                             C.s

 

[4] K. Marx, Storia delle teorie economiche, II Einaudi, Torino, 1955, p. 631.

 

[5] Vedere W. Beveridge, La libertà solidale, Donzelli, Roma, 2010, alle pp. VII.

 

[6] Metto tra virgolette sociale poiché parlare di mercato sociale è un controsenso essendo le finalità quelle del profitto.

 

[7] A. Forni, I fuorilegge del fisco, Ed. Riuniti, Roma, 1981.

 

[8] E. M. Capecelatro, A. Carlo, Contro la “questione meridionale”, Savelli, Roma, 1975, Terza edizione, pp. 157.

 

[9] A. Carlo, La società industriale decadente, Liguori, Napoli, 2001, Terza edizione, pp. 66 e 71.

 

[10] H. Magdoff, Problemi del capitalismo americano, Critica Marxista, n. 1, 1966, pp. 13 e pp. 27.

 

[11] A. Carlo, Studi sulla crisi della società industriale, Loffredo, Napoli, 1984 p. 110.

 

[12] I ricercatori dell’ILO parlano di un settore “fuori mercato” che non cioè non opera secondo una logica capitalistico-mercantile, ciò, non è del tutto esatto poiché la logica politica della politica dell’assunzione della Pubblica Amministrazione, pur essendo opposta a quelle delle imprese private, è funzionale e complementare a essa: siccome le imprese creano disoccupazione la Pubblica Amministrazione, per sostenere il mercato ed i consumi, opera assunzioni anche in fase di crisi, ciò che giova indirettamente anche alle imprese capitalistiche.

 

[13] La scelta del PCI fu assurda, poiché allo stesso tempo stava conducendo lotte molto dure contro la Mafia. Il limite di queste lotte stava nella loro impostazione della scissione tra capitalismo e Mafia, tesi assolutamente insostenibile poiché la criminalità organizzata economica, che come la Mafia siciliana può aver avuto origine nel periodo feudale, e una componente normale e strutturale del capitalismo. Inoltre, la scivolata tattica del PCI, che univa i suoi voti a quelli della destra monarco-fascista, non aiutava certo i sindacalisti che in quegli anni rischiavano la vita (50 morirono) nella lotta contro la Mafia stessa.

 

[14] Nella Seconda Internazionale questa lotta fu condotta da Engels, essendo Marx morto nel 1883.

 

[15] Con la lotta contro il revisionismo moderno, il Movimento Comunista Internazionale raggiunse una maggiore consapevolezza della lotta fra le due linee. E questo è uno dei motivi che il maoismo è la terza tappa del pensiero comunista.

 

[16] Vedere La politica economica italiana, 1943-75.Orientamenti e proposte dei comunisti, edito a cura della Sezione centrale scuole di partito del PCI, Roma, 1976, Seconda edizione, p. 26, si tratta di un’antologia di 40 documenti di politica economica approvati dalla direzione del PCI nel periodo 1945-75 con più alcuni articoli di Palmiro Togliatti.

 

[17] La politica economica italiana, 1943-75.Orientamenti e proposte dei comunisti, edito a cura della Sezione centrale scuole di partito del PCI, Roma, 1976, Seconda edizione, p. 26 La politica economica italiana, 1943-75.Orientamenti e proposte dei comunisti, edito a cura della Sezione centrale scuole di partito del PCI, Roma, 1976, Seconda edizione, pp. 10-11.

 

[18] Sempre in questa antologia Togliatti a pag. 15, esorta i sindacati a non essere solo organi conflittuali ma porsi problemi relativi alla produzione. Da notare, che si tratta di produzione capitalistica, sicché Togliatti esorta a collaborare con il Capitale per risolvere i problemi della produzione. Dunque, si tratta di un’esplicita collaborazione di classe, che è normale in partito socialdemocratico, strana per un partito che vorrebbe essere comunista.

 

[19] E. Berlinguer, La questione meridionale Aliberti, Roma-Reggio Emilia, 2012, p.36.

 

[20]                                                                      C.s. pp. 37-38.

 

[21] Per una critica a questi progetti vedere A. Carlo, Il capitalismo impianificabile, Liguori, Napoli, 1979, pp. 38 e seguenti.

 

[22] Che è possibile vedere sul sito http://piattaformacomunista.com/TELEGRAMMI.htm

 

[23] C. De Palma Sopravvivere senza governare, Il Mulino, Bologna, 1978.

 

[24] G. Chiaromonte, Quattro anni difficili, Ed. Riuniti, Roma 1984, p. 112.

 

[25] A. Carlo, Ricerche di sociologia negativa, Liguori, Napoli, 1994, pp. 134-5.

 

[26] A. Bulgarelli, L. Ricolfi, Le tendenze del lavoro in Italia: meno lavoro, meno lavoro stabile, più lavoro stabile, in Monthly Review, ed. It. N. 4, 1978, pp. 23, A. Carlo, Saggi di sociologia marxista, Cues Salerno, 1979, pp. 53,

 

[27] C. Ghini, Il terremoto del 14 giugno, Feltrinelli, Milano, 1976 p. 11.

 

[28] A. Carlo, Studi sulla crisi della società industriale, Loffredo, Napoli, 1984 p. 220 e 217.

 

[29] A. Carlo, La società industriale decadente, Liguori, Napoli, 2001, Terza edizione, pp. 128.

 

[30] In quegli anni venne pubblicato anche una ricerca del Prof. J. P. Mockers, L’inflation en France, Paris, 1975, in cui questo studioso di estrazione liberale faceva carico dell’inflazione alla politica dei monopoli e non alle lotte operaie. A quel tempo in Italia chiunque non sostenesse che le lotte operaie non causavano inflazione era guardato con sospetto come un evaso dal manicomio o come un “terrorista”.

 

[31] G. Napolitano, “Non tirarsi indietro” ma spingere a scelte coraggiose, Rinascita n. 30, 1978, p.8.

 

[32] Il programma comune delle sinistre francesi fu pubblicato in Italia, ad iniziativa di un gruppo di socialisti milanesi, vedere Un documento da studiare: il programma comune delle sinistre in Francia, Rivoluzione socialista, 30.04.1977, p. 22.

 

[33] La tematica dell’autonomia sindacale ha molteplici sfaccettature: da un punto di vista marxista, non si tratta dell’autonomia “dai partiti” (come vorrebbe una concezione sindacalista “pura”), ma dell’autonomia di classe, cioè dall’apparato economico, politico e istituzionale della borghesia. Anche su ciò la confusione a sinistra è enorme: si va chi sostiene che, essendo la CGIL in mano ad un “apparato ostile ai lavoratori”, bisogna comunque uscirne e auto organizzarsi (in questa visione l’autorganizzazione diventa il pensiero magico) a chi ritiene i sindacati burocratici siano comunque “non integrabili nello Stato borghese”. Si tratta dal mio punto di vista di opposte esagerazioni, che deformano la realtà ben più dialettica. Sindacati a guida riformista o reazionaria, possono condurre una politica non solo ispirata, ma direttamente determinata dall’apparato politico e statale borghese senza perciò diventare “corporazioni” con iscrizione obbligatoria e avere una direzione direttamente guidate dalla burocrazia statale borghese; così essi possono, di fatto, bloccare o prevenire la lotta anche in assenza di legislazioni formalmente negatrici dei diritti democratici dei lavoratori.

 

[34] Proprio il fatto che gli agenti della borghesia nell’organizzazione sindacale si rifiutino di risolvere le questioni anche elementari del movimento operaio sul terreno delle “regole democratiche” che formalmente accettano, mostra l’assurdità delle concezioni secondo le quali la borghesia accetterebbe di finire lo scontro con il proletariato nell’arena della democrazia, cedendo il potere a maggioranza parlamentari fatte dalle formazioni politiche che rappresenterebbero i lavoratori in ossequio alle regole costituzionali.

 

[35] Pioniere di questo modello fu la Benetton, che, prima ancora delocalizzare nei paesi dell’Est Europa, riorganizzò, la produzione affidandola a micro laboratori nel Nord-est, gestiti da suoi ex capireparto, trasformati in padroncini.

 

[36] E’ giusto definire le classi “quel gruppo di persone che si differenziano per il posto che occupano nel sistema storicamente determinato della produzione sociale, per i rapporti, per lo più sanzionati e fissati da leggi, con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro e quindi per il modo e la misura in cui usano la parte ricchezza sociale” (Lenin, La grande iniziativa, 1919)

 

[37] R. Stefanelli, Metà dei redditi non è dichiarato al fisco, L’Unità, 15.04.1981, p. 7.

 

[38] M. Caciagli, Democrazia cristiane a potere nel mezzogiorno, Guaraldi, Rimini-Firenze, 1977, pp. 297 sgg.

 

[39] E. Berlinguer, La questione morale, Aliberti, Roma- Reggio Emilia, 2012, pp. 28-29.

 

[40] G. Barbaceto, P. Gomez, M. Travaglio, Mani pulite, Ed. Riuniti, Roma, 2002, p. 45; il libro in questione è letteralmente infarcito quasi a ogni pagina di notizie relative a uomini del PCI o di organismi al PCI che sono nelle vicende di “Mani Pulite”.

 

[41] G. Galli, L’Italia sotterranea. Storia, politica, scandali. Laterza, Roma-Bari, 1983, p. 169 e seguenti

 

[42] A. Carlo, Economia, potere e cultura, p. 125.

 

[43] M. Weber, Economia e società, 1, Comunità, Milano, 1968, Seconda notizia, p. 334.

 

[44]                                                            C.s.

 

[45] G. Galli, L’Italia sotterranea. Storia, politica, scandali. Laterza, Roma-Bari, 1983, p. 169 e seguenti.

 

[46] Trascurando il fatto che negli Stati Uniti tra il 1936 e il 1937 ci furono oltre mille occupazioni di fabbriche con la partecipazione di mezzo milione di lavoratori e 6.912 scioperi che coinvolsero 1.861.000 lavoratori. Si vuole mascherare il fatto che le riforme sono in ultima istanza un sottoprodotto della lotta rivoluzionaria o comunque della radicalizzazione della lotta di classe.

 

[47] Nel luglio 1981 venne avviata la separazione della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro (il cosiddetto divorzio) la Banca d’Italia venne esonerata dall’obbligo di acquistare i BOT che il tesoro non riusciva a vendere ad altri, fermo restando la possibilità del Tesoro di finanziarie le sue pese indebitandosi col conto corrente che ha presso la banca d’Italia (rientrando ogni fine mese dallo scoperto). Nel gennaio del 1983 la Banca d’Italia rifiutò al Tesoro 8.000 miliardi che il Tesoro chiedeva.

 

[48] La crisi si Sigonella: nel 1985 il governo Craxi impedì al governo USA di arrestare nella base di Sigonella (Siracusa), il dirigente della resistenza palestinese che era accusato di essere responsabile del sequestro della nave di crociera Achille Lauro.

 

[49] Mondadori, Mammì, Enimont: lo scontro per la proprietà del gruppo editoriale Mondadori (vinse Berlusconi), lo scontro per il monopolio delle televisioni (vinse Berlusconi), lo contro per il possesso dell’industria chimica italiana (perse Gardini).

 

[50] In particolare si rivelava impossibile togliere alla DC il potere per via elettorale. Per quanto si facesse e per quanto ne combinasse, la DC vinceva le elezioni, grazie al meccanismo collaudato nei quarant’anni di governo. Le elezioni, le vinse anche nel 1992, quando il potere le venne tolto con l’operazione “Mani pulite”.

 

[51] I precedenti di eliminazione extra-legale ed extra-parlamentare di avversari politici, di governanti e di luogotenenti locali dell’imperialismo divenuti in seguito divenuti pericolosi e troppo esigenti abbondano: Brandt (RFT), Nixon e Kennedy (USA), Noriega (Panama), Diem (Vietnam del Sud), Syngman Rhee (Corea del Sud) ecc.

 

[52] Le tappe sono state, per sommi capi, la dimissione di Natta e l’elezione di Occhetto a segretario del PCI (1987), il 19° Congresso del PCI (1990), il 20° Congresso del PCI (1991 di scioglimento) e la fondazione del PDS con la conferma di Occhetto a segretario del PDS.

 

[53] La campagna di delazioni organizzata dal PCI alla fine degli anni ’70 nelle fabbriche del Nord contro le Organizzazioni Comuniste Combattenti (soprattutto le Brigate Rosse) e contro gli operai che si opponevano alla politica dei sacrifici, con la compilazione di compagni di lavoro ritenuti “sospetti”, ha lasciato uno strascico profondo. Tutto ciò nasceva dal fatto che settori di operai cominciavano ad accorgersi che la rinuncia a difendere i loro interessi non solo non è servita ai disoccupati – la linea dell’EUR imposta da CGIL-CISL-UIL ai lavoratori gli operai occupati avrebbero aiutato a diventare più competitivo contenendo le richieste salariali e aumentando la produzione, in cambio i padroni avrebbero riversato una parte dei profitti nelle aziende, creando nuovi posti di lavoro per i disoccupati – ma che gli investimenti produttivi hanno ridotto il numero degli occupati. Piccoli gruppi di operai cominciavano a mettere in discussione il sistema nel suo complesso, ponendo questo problema anche all’interno delle assemblee di fabbrica e riscuotendo sempre più consensi. Perciò padroni, il governo, i sindacati e i partiti decidono di stroncarli prendendo come pretesto la lotta al “terrorismo”. Questi gruppi di operai che nelle fabbriche continuano a lottare per i loro interessi contro i padroni e il governo riconoscendoli come i veri nemici degli operai, vengono estromessi dal sindacato, licenziati, repressi, intimiditi con continue perquisizioni domiciliari, e dove questo non bastasse, incarcerati. La lotta al “terrorismo” fu un pretesto per i padroni, i sindacati e i partiti per reprimere l’opposizione di classe in fabbrica.

 

[54] Dai diari di Ciampi, che egli ha ceduto ad un giornalista perché li commentasse e li illustrasse, risulta che nel periodo 2001-2006 vi furono notevoli conflitti con Berlusconi, che interferiva moltissimo nel campo della politica estera tentando di esautorare il ministro Ruggiero, arrivato con la benedizione di Giovanni Agnelli e di Kissinger, come è noto la cosa finì con le dimissioni di Ruggiero che venne sostituito con un lungo dello stesso Berlusconi che in linea col grosso della borghesia italiana si appiattì sulle posizioni di politica estera del suo caro amico G. W. Bush. U. Gentiloni, Contro scettici e disfattisti, Laterza, Roma-Bari, 2013, pag. 160 e seguenti.

 

[55] Non si dimentichi che nel 1985 alcuni pretori oscurarono le televisioni di Berlusconi, ma Craxi, allora Presidente del Consiglio, intervenne con un Decreto Legge che regolarizzò la posizione di Berlusconi, risolvendogli il problema.

 

[56] E, Scalfari, Un incubo di meno, La Repubblica, 31.03.2013, pp. 1 e 27, a p. 27.

 

[57] N. Penelope, Soldi rubati, Salani, 2011.

 

[58] Si potrebbe aggiungere i vantaggi che questi ceti hanno ottenuto al momento del cambio della Lira con l’Euro. Nicola Bozzo che nel 2001 era direttore dei vigili di Genova ricorda degli incontri in Prefettura per preparare le misure per garantire lo scorrimento del traffico viario attorno alla Zona Rossa, quella inviolabile. Questi incontri oltre a mettere a punto l’aspetto organizzativo per la città per il G8, avevano anche lo scopo di fronteggiare le eventuali speculazioni con il passaggio dell’Euro, e a tal fine era stato predisposto un piano di controlli a tappetto da parte dei carabinieri del Nas, della Guardia di finanza e dei vigili urbani. Queste misure saltarono dopo le elezioni del 2001. Alla richiesta di spiegazioni sui mancati incontri in merito all’Euro, da Roma fecero sapere che la linea del nuovo governo era per la massima “libertà di mercato”; fu quindi col silenzio-assenso delle autorità che scattò la corsa all’aumento dei prezzi, coi risultati noti. Camillo Arcuri, sragione di stato, bur, p. 108.

 

[59] S. Fassina, Il lavoro prima di tutto, Donzelli, Roma, p. 18.

 

[60]                                        C.s. p. 48

 

[61] S. Cesaratto, L’agenda che non c’è, note sul programma economico del centrosinistra, in MicroMega, n. 2, 2013, pp. 117 e seguenti.

DALLA DOCUMENTAZIONE DI RUMOR EMERGE IL LATO OSCURO DELLA STORIA

•agosto 22, 2016 • Lascia un commento

 

 

 

La lettura del libro di Paolo Rumor l’altra europa Miti, congiure ed enigmi all’ombra dell’unificazione europea, Hobby & Work è illuminante e istruttivo di come circoli ristretti possano influenzare la vita economica, politica e culturale delle nazioni.

 

Paolo Rumor è il figlio di Giacomo Rumor che pur non avendo avuto un ruolo importante nella vita politica nazionale come suo fratello Mariano (che fu Presidente del Consiglio dei Ministri ben cinque volte, a cavallo tra gli anni ’60 e i ’70) rivestì incarichi locali di amministrazione, a Vicenza e nel Veneto, quali: la presidenza della CCIAA (dal 1947 al 1965), del Consorzio per lo Sviluppo; del Centro per la Produttività; dell’Ente Case Popolari; del Progetto per il Canale Navigabile Veneto-Lombardo; dell’Ufficio per l’Emigrazione; di quello per la Direzione Aziendale allocato c/o l’Università di Padova; nonché la vicepresidenza dell’Ente Fiera, dell’Autostrada Serenissima; della Cassa di Risparmio di Verona-Vicenza-Belluno ed altri.

 

Ancora prima di ricoprire questi incarichi, su Presidente della CCIAA (Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura) di Vicenza.

 

In questo libro, Paolo Rumori, parla del contenuto dei documenti di suo padre e della sua attività, soprattutto quando tra la seconda metà degli anni ’40 e i primi anni ’50 aveva lavorato con persone che erano direttamente impegnate negli studi per le primissime fasi di progettazione dell’Unione Europea. Egli era stato scelto da De Gasperi quando questi era ministro degli esteri. I primi contatti non ufficiali fra alcuni Paesi che erano stati coinvolti nel conflitto mondiale appena cessato erano avvenuti quando Presidente del Consiglio era Parri. Gli Stati Uniti spingevano in questa direzione. Erano state istituite delle Commissioni informali di studio per esaminare gli aspetti chiave della futura Unione.

 

Nei primi tempi la materia di studio era stata in stata in prevalenza quella concernente i rapporti economici. I paesi occidentali avevano incaricato dei loro commissari, scelti alcuni dei quali tra gli esponenti della Resistenza (escludendo però i comunisti) per questi incontri. La caratteristica di questo gruppo di lavoro era che non facevano parte emissari che erano politicamente o pubblicamente già impegnati, bensì persone che fungevano da esperti e da fiduciari.

 

Il nome di Giacomo Rumor in questo gruppo di lavoro era stato caldeggiato dal Vaticano per intervento diretto di monsignor Montini.

 

In questa documentazione emerge che l’idea di unione europea non era nuovo. Era stato preparato molto tempo dietro dalla Terza Casa di Lorenza-Vandémont. Lo schema di statuto internazionale del 1948, su cui era innestato il successivo impianto europeistico, era tratto da uno scritto denominato Atto di intenti 20 luglio 1889, a firma D’Angloise-Boile-Michelini-Kauffmann, depositato all’epoca presso la Prefettura di Augusta, poi trasferito a Strasburgo.

 

I lavori di questi esperti (che venivano chiamati Commissari) erano organizzati in Divisioni. Vi erano quindici Divisioni, comprendenti quasi tutte le materie che fanno parte di una struttura statale, e sulle quali verteva l’analisi dei predetti esperti: quella concernente l’aspetto costituzionale, quella dedicata al campo amministrativo, quella focalizzata sulla finanza, quella incentrata sul sistema fiscale; e poi anagrafe e cittadinanza, famiglia, assistenza sociale, lavoro, patrimonio, commercio interno, commercio estero, risorse energetiche, territorio, polizia, viabilità e trasporti. Rumor era inserito nella Commissione del commercio estero.

 

I membri in tutto erano sessanta. Il rappresentante di ciascuna Divisione si incontrava solo con gli altri tre membri del suo gruppo e poi riferiva ai rappresentanti delle altri quattordici Divisioni durante alcuni incontri che avvenivano in genere tra Verona, Vienna e Parigi, ma anche altrove, Europa orientale compresa. Le Commissioni in realtà non avevano una sede centrale, ma si riunivano in aree decentrate per favorire i loro partecipanti; ciò anche in zone allora in guerra.

 

Quest’organo aveva compiti solo consultivi, perciò è probabile che gli atti siano stati accorpati a quelli dell’attuale Consiglio d’Europa sotto qualche altra denominazione. Ma potrebbe anche darsi che siano stati “secretati”, perché a quel tempo (appena terminato il secondo conflitto mondiale) le commissioni di studio erano classificate come “consulte diplomatiche interne” dei rispettivi Capi di Stato. Non sembra che tali lavori abbiano interferito né con la politica interna né con quella estera dei governi, al punto che neppure i parlamenti nazionali non ne erano a conoscenza.

 

Quando è stata varata la Comunità Europea, nel suo primo assetto strettamente economico, essa aveva un apparato statutario già predisposto, in tale settore e nelle linee essenziali, dalle Commissioni che avevano lavorato negli anni 1944-50.

 

Dalle lettere di Giacomo Rumor emerge come nel periodo 1943-1944 avessero siglato con i rappresentanti delle componenti borghesi della Resistenza italiana (perciò escludendo i comunisti) delle convenzioni precise, sia per la futura stabilità politica dell’Europa, sia per la rivitalizzazione economica dopo i danni bellici, e quindi per la ricostruzione.

 

Pertanto erano state firmate delle clausole politiche concernenti i rapporti Est-Ovest, e delle clausole economiche. Fra queste ultime esisteva un patto al quale l’Italia si sarebbe servita, per il periodo di alcuni decenni, di risorse energetiche derivanti dalle compagnie statunitensi o controllate da queste.[1] Ciò era considerato un modo indiretto e più agevole per pagare almeno parte delle spese belliche in corso e quelle future.

 

Nel momento dell’adozione di tali pattuizioni non esistevano strutture diplomatiche indipendenti da parte italiana, mentre il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) non era ritenuto affidabile perché troppo influenzato dai comunisti e dai loro alleati. Pertanto gli USA avevano utilizzato nelle loro trattative con Francia e Italia, come canale riservato, il Vaticano nonché quelle persone impegnate nella Resistenza delle quali la Chiesa aveva una sicura fiducia e che con ogni probabilità avrebbero ricoperto, alla fine della guerra, incarichi di rilievo. La rete di questi interlocutori era costituita al vertice, per gli USA, da James Jesus Angleton, funzionario di primissimo piano dell’OSS e poi della CIA; da Monsignor Giovanni Battista Montini per il Vaticano; da Luigi Gedda (presidente dell’Azione Cattolica), che era il portavoce di Montini, dal vescovo Francis Spellman (divenuto cardinale di New York nel 1946), interlocutore riservato del governo USA.

 

All’epoca monsignor Montini era uno dei dirigenti del Servizio Segreto Vaticano (nonché, dal 1944, pro-segretario di Stato). Egli fu in precedenza l’assistente ecclesiastico degli universitari cattolici (e fu in questa veste conobbe Giacomo Rumor).

 

Dalla lettura di queste carte emerge in molto chiaro dell’esistenza (e che quanto afferma suo figlio Paolo opererebbe tuttora), ad un livello molto alto e diverso da quelli conosciuti, di un Gruppo o un’Entità (di cui facevano parte persone appartenenti a vecchie casate nobiliari) che lavorava non solo ad un progetto di Europa, ma anche ad altre finalità.

 

   Le persone che appartenevano (e appartengono) a tale Gruppo o Entità non esitano a ricorrere a tecniche di suggestione o dissimulazione per pilotare l’emotività dell’opinione pubblica, le sue aspettative, le sue aspirazioni mentali, e conseguentemente far accettare cambiamenti che coinvolgono le comunità nazionali. L’attività dei singoli governi non sembra avere la capacità di interferire con la citata programmazione, quantomeno a breve termine; e neppure i partiti politici, che in realtà vengono totalmente esclusi da quella che in gergo viene chiamata “La Grande Opera”.

 

Entrambi, governi e partiti, subiscono a loro insaputa l’influenza discreta ma incisiva di una rete di statisti e consiglieri collocati in ambiti chiave delle funzioni strategiche. In effetti, durante taluni incontri tenutisi a Vienna per i lavori delle commissioni cui partecipava Giacomo Rumor, erano presenti persone che in linea teorica non avrebbero dovuto partecipare, poiché risiedevano in Cecoslovacchia e in Ucraina, dove ricoprivano anche incarichi di governo locali.[2]

 

Ancora durante le seconda guerra mondiale (ma nella realtà il processo era iniziato ben prima) alcuni circoli intellettuali inglesi, americani e francesi avevano preso ad adoperarsi non solo perché l’Europa avesse una unificazione economica e politica, ma anche perché fosse retta da una leadership morale impersonata da alcuni appartenenti ad un ramo di antica nobiltà, che affondava le proprie radici in un passato, in parte di estrazione ebraica.

 

Su questo argomento Paolo Rumor afferma che esistono dei documenti chiamati Protocolli e a tale proposito si ricorda di un circolo politico denominato Circuit, osteggiato dalla Chiesa Cattolica nonostante vi partecipassero dei prelati di alto rango.

 

Nel periodo di collaborazione ai lavori per gli studi preparatori per la costruzione dell’Unione Europea, Giacomo Rumor intrattenne rapporti con Alain Poher (che divenne un esponente del partito cattolico di centro francese, il Mouvement Républican Popoulaire e del parlamento francese), con Maurice Schumann (futuro Segretario di Stato agli esteri); con Robert Schumann (fautore della politica europeistica basata sull’intesa franco-tedesca); con Jeanne Monnet (che nel 1952 divenne il primo presidente dell’Alta Autorità della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) e con altre personalità.

 

Questo gruppo di persone comprendeva alcuni intellettuali che aderivano ad un movimento europeo esistente ancora negli anni ’30, che erano chiamati Priori. Giacomo Rumor affermava che questi personaggi che erano stati i primi a coltivare l’idea di una federazione degli Stati europei, e ciò fin dalla seconda metà del XIX secolo. Questo sodalizio, dichiarava di far risalire la propria strategia a un passato straordinariamente lontano. All’epoca di cui parlava la documentazione di Giacomo Rumor, i suoi membri erano in prevalenza di estrazione francese, inglese e scozzese. Avevano preso quest’iniziativa in un gruppo riservato al quale in seguito anche Maurice Schumann ne divenne membro.

 

Alcuni appartenenti di questo movimento, furono poi utilizzati in parti dal servizio segreto americano durante il secondo conflitto mondiale (era l’OSS).

 

Esisteva inoltre un organismo di unione molto più elitario, all’interno del primo, formato da due circoli, Kreisau e Alpha Galates, che avrebbero dovuto costituire una forma attuativa o intermedia, entrambe cessate dopo poco tempo, attorno ai primi anni ’50.

 

Una parte del corpo unionista europea venne impiegato dopo la seconda guerra mondiale dalla CIA, dai servizi segreti italiani e da quelli vaticani, per ostacolare la diffusione del Movimento Comunista e di tutte le forze progressiste e di sinistra che erano ritenute di ostacolo al loro progetto.

 

 

IL CASO MATTEI

 

Come si diceva prima, fra le clausole degli accordi assunti tra i rappresentanti qualificanti per il futuro governo italiano e gli USA nel 1943 – relativamente al prevedibile rimborso dei costi per l’intervento americano che si andava a preparare, nonché di quelli per la ricostruzione civile e la successiva rivitalizzazione economica – ve ne era anche uno secondo con la quale l’Italia si sarebbe servita, per un periodo di qualche decennio, di risorse petrolifere derivanti o controllate dalle compagnie statunitense.

 

In base a questi patti, l’Italia era stata assegnata a due diverse compagnie di produzione petrolifere: il nord del Paese all’uno e il sud all’altra.

 

I predetti accordi hanno rischiato di andare in crisi quando Enrico Mattei, nei primi anni ’50, decise unilateralmente (e contrariamente al parere del parere del Presidente della Repubblica) di alleggerire il fabbisogno energetico italiano senza consultarsi con le controparti statunitensi.

 

Mattei era stato nominato commissariato straordinario dell’AGIP in alta Italia nel maggio del 1945 e poi presidente dell’ENI dalla sua costituzione del 1953. Aveva compiuto già nel 1946 una serie di perforazioni a Coriaga, in Val Padana, peraltro insoddisfacenti. Nel 1949, tuttavia, trovò un giacimento di idrocarburi a Cortemaggiore, nella bassa piacentina: evento che indusse il ministro dell’Economia Lombardo (socialdemocratico) a proporre di incentivare l’iniziativa privata italiana nello sfruttamento delle risorse nazionali. Si aggiunse quindi l’ulteriore scoperta dei giacimenti di Rivalta e del cremonese, cui seguirono molte altre perforazioni di metano. Nel 1955 fu individuato in Abruzzo un vastissimo giacimento, ritenuto in grado di soddisfare tutte le esigenze italiane.

 

Parallelamente, Mattei aveva preso dei contatti con l’URSS per il gas e il petrolio della Siberia, nonché con il governo persiano per la costituzione di un consorzio iraniano aperto anche agli USA. Dalla metà degli anni ’50 si schierò apertamente contro le “Sette sorelle” che erano le multinazionali che monopolizzavano la produzione del petrolio a livello mondiale (ovvero l’Esso, la Royial Ducht Shell, la Anglo-Persian Oil   Company, la Mobil, la Texaco, la Standard Oil of California e la Gulf Oil). Gli USA erano preoccupati perché queste iniziative erano contrarie alle intese del ’43, ma anche perché l’emancipazione energetica italiana avrebbe reso il governo italiano meno dipendente dall’economia USA e, si stimava, reso (potenzialmente) più incline ad una politica tendenzialmente neutralista che avrebbe indebolito la NATO nel fronte sud dell’Europa.

 

Il problema degli approvvigionamenti di materie combustibili era stato discusso fin dai primi tempi degli studi per l’Unione Europea. Si riteneva, infatti, che, per riuscire a possedere la necessaria libertà nelle scelte politiche, bisognava anche avere una relativa indipendenza nelle provviste energetiche. Questo problema era stato temporaneamente risolto per mezzo degli accordi di fornitura con gli Stati Uniti, ma si era istituito sul tema un Gabinetto apposito, e i suoi membri si erano riuniti in alcune conferenze di lavoro a Vienna tra il 1948 e il 1951. Vi parteciparono per conto dell’AGIP Enrico Mattei e il suo portavoce confidenziale, Raffaele Mattioli.

 

Nel 1952 era stata costituita anche un’intesa tra l’AGIP e il corrispondente organismo tedesco per l’energia. A quel tempo la ricerca alternativa (debitamente autorizzata, all’inizio dagli USA) si era sviluppata in alcune direzioni principali: i giacimenti del mare del Nord; quelli della Val Padana e di alcune zone del centro-sud Italia; gli scisti bituminosi e i rapporti con alcuni Paesi arabi. Dopo un decennio prese corpo perfino l’ipotesi di un accordo per l’acquisto di petrolio della Russia; nel 1962 maturò una possibilità analoga con la Cina e l’Algeria. L’accordo con quest’ultima avrebbe consentito all’Italia di sottrarsi dalla dipendenza petrolifera degli USA.

 

In questo quadro cominciò ad emerge un conflitto fra Mattei e le multinazionali del petrolio. Tra l’altro egli continuò a mettere in dubbio i rapporti internazionali dell’Italia, sostituendosi, di fatto, alle decisioni riservate alla diplomazia politica. Il clima internazionale in quel periodo era molto teso, e proprio in contemporanea si era accesa la questione dei missili sovietici a Cuba. Mattei continuò inoltre i rapporti con gli iraniani. Tuttavia quest’ultimo paese era diventato dopo il golpe del 1953, un protettorato USA, per cui occorreva il consenso degli USA all’operazione. Perciò, quando Mattei prese unilateralmente contatto con l’Iran, la diplomazia riservata tra USA e Vaticano (che a volte era utilizzata a quella collateralmente a quella ufficiale fra Stati) fu attivata. A Giacomo Rumor fu chiesto da Montini (su iniziativa del cardinale Spellman) di interporre la sua influenza e amicizia con Mattei. Essi si conoscevano dai tempi della Resistenza, e in seguito avevano intrattenuto rapporti a proposito del Polo energetico di Ravenna-Ferrara.

 

L’avvertimento riferito dal Vaticano era che il braccio armato di un cosiddetto “Contingente americano” si sarebbe occupato di eliminare il presidente dell’ENI se egli non avesse desistito dalle trattative con i Paesi estranei all’influenza statunitense.

 

A Roma operava una cellula di una cosiddetta “Ala riformata” di questo “Contingente americano”. Un suo membro, chiamato col soprannome di Sokar (un corso), si era fatto assumere all’aeroporto di Fontanarossa (Catania) poco prima dell’attentato. Vi era poi un italiano chiamato Neter. Entrambi erano definiti col termine di lupetto e lavoravano nell’aeronautica a Pavia, abbinati allo stesso programma, a proposito della questione Mattei.[3]

 

Mattei fu messo in guardia sia da Giacomo Rumor che da un agente del KGB. Fu uno sforzo inutile, poiché Mattei non ritenne queste segnalazioni preoccupanti.

 

Questo “Contingente americano” era un’istituzione scelta e molto dissimulata: una specie di compagine strategica ed operativa (composta da addetti specialisti) di quell’altra entità – che Paolo Rumor definisce “organizzazione” – che era già esistente nel XIX secolo e che già spingeva all’epoca la costruzione di un nuovo ordine politico europeo basato sui valori di libertà, umanesimo ecc. Quest’organizzazione dette il primo impulso all’impianto generale tendente all’Unione Europea, ed era contraddistinta da un retaggio ebraico mescolato a forti connotazioni massoniche. Quest’organizzazione (spiccatamente elitaria), e la precedente menzionata, erano di natura conservatrice e anticomunista. Essa fu utilizzata nel 1947 da Andrè Malraux contro i comunisti in Francia. Questa organizzazione era chiamata anche L’Unione dei Migliori, oppure L’école des home, con riferimento di “Uomo cosmico, apritore della porta e custode delle chiavi”.

 

La direzione operativa del braccio armato in Italia, durante quel periodo di tempo, era affidata ad un certo Nutting, e ad Henri Lobineau di Vienna.

 

Mattei rappresentava una linea politica presente in Italia che pur non volendo mettere in discussione la scelta atlantica ed europea da parte dell’Italia, voleva sviluppare una maggiore autonomia italiana in seno all’alleanza occidentale. Già la Francia si stava avviando in questa direzione, tramite l’opzione nucleare e nel 1966 con l’uscita dalla NATO. Bisogna tenere conto che la posizione della Francia era ben diversa da quella italiana, poiché risultava (nonostante il crollo e l’occupazione tedesca del 1940) essere parte delle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, e mantenere rapporti privilegiati nei confronti di Stati Uniti e Gran Bretagna.

 

Nell’ottica di uno sviluppo dell’economia maggiormente autonomo, succedeva che mentre da un lato Mattei cercava vie alternative nell’approvvigionamento di idrocarburi, il ministro per le Opere pubbliche e quello dello dell’Economia del governo Tambroni incentivavano le Camere di Commercio e gli Enti Locali a consorziarsi per studiare piani di utilizzo delle vie d’acqua navigabili ai fini del trasporto commerciale. L’Italia, ancora alla fine degli anni ’50 non aveva ancora optato di privilegiare il trasporto su gomma.

 

In quel periodo Giacomo Rumor era presidente del Consorzio per l’Idrovia, nel tratto Padova-Verona. L’intero percorso del canale doveva collegare il porto Malamocco con la Lombardia. Questo progetto, teso ad assorbire una parte consistente del traffico commerciale non veloce dell’alta Italia, subì una brusca interruzione in conseguenza dell’attentato a Mattei. Infatti l’episodio venne recepito per quello che esso effettivamente era: un secco rifiuto a vedere modificati in quel momento gli orientamenti generali assunti verso la metà del conflitto mondiale oltre ad una risposta allarmata per certe prospettive politico-strategiche dell’Italia.

 

 

 

LA TRACCIA DI QUESTA STRUTTURA NEL TEMPO

 

Nella documentazione di paolo Rumor emergono anche le preoccupazioni vaticane rispetto alle posizioni illuministiche di alcuni membri di entità (come Monnet), tanto da pensare che quando Benedetto XVI, sulla scia dei suoi predecessori, faccia riferimento alle radici cristiane dell’Europa, esso esprimesse la preoccupazione con cui il Vaticano notava – e nota – l’influenza di questa entità che aveva cominciato ad operare prima delle due guerre mondiali e che ha radici massoniche.

 

Giacomo Rumor pensava che ci fosse una sorta di “papato alternativo e clandestino” che agiva nell’ombra, utilizzando spesso per i suoi scopi e per portare avanti il suo progetto, altre organizzazioni già esistenti, la cui natura ne risulta a volta contraffatta.

 

Come si diceva prima la Chiesa Cattolica non apprezzava l’orientamento ideologico di alcune personalità che facevano parte delle Commissioni per l’Unione Europea.

 

Verso la fine degli anni ’50 essi avevano pubblicato una rivista di nome Circuit che era un progetto di carattere nazionalista mascherato da un apparente oggetto riguardante l’edilizia.

 

Paolo Rumor afferma che suo padre aveva maturato il sospetto che l’ideazione stessa e la traduzione in pratica di un Unione delle nazioni europee rivelava una “mano guida” all’opera da diverso tempo.

 

Questo supposizione gli era stata confermata da Schumann, il quale asseriva che il Progetto risaliva, come studio, alla prima metà del XIX secolo, ma che questa pianificazione sarebbe appartenuta addirittura all’epoca carolingia (per quanto questa affermazione non può che apparire come minimo singolare e certamente generale delle legittime perplessità); con più precisione, ad un accordo siglato dai Franchi di Clodoveo nel 496 con Remigio, intermediario, del Papa, grazie all’influenza di un promotore, Elisacardo, e con l’appoggio dato qualche anno prima da Zenone di Costantinopoli. La programmazione era stata tuttavia interrotta dopo l’invasione araba del 641 dell’Egitto e della Persia, che aveva separato l’Europa continentale dalle coste del Mediterraneo del Sud. Dopo di ciò il Progetto sembra avere seguito una strategia ben definita, che all’inizio consisteva nel servirsi di alcune dinastie regnanti – principalmente, dopo quella franco-normanna e in epoca più tarda, delle case di Lorena e Asburgo; poi, molto più avanti, delle strutture politiche espresse dagli Imperi Centrali; in seguito in seguito da quelle dei governi democratici e anche di alcuni governi dittatoriali; per approdare, infine, agli organismi sopranazionali (MEC, CEE): tutto ciò allo scopo di portare a compimento l’unione geopolitica dell’Europa, primo essenziale passo per allargare la compagine al bacino meridionale del Mediterraneo, cioè alla fascia comprendente i Paesi stanziati tra Marocco e Turchia. Sembra sottinteso che l’area del contingente europeo debba procedere in modo politicamente “gemellato” con quella americana.

 

La formulazione delle linee essenziali di questa geopolitica secondo i ricordi di Paolo Rumor sarebbe stata contenuta nello Hieron uno scritto realizzato intorno al 1870 in Francia. In esso vi era enunciata una sorta di società cristiana e transcristiana in cui si proponeva una struttura locale che unificasse i popoli del bacino europeo. In essa, tuttavia, gli elementi ideologici prevalevano su quelli socio-economici.

 

L’Unione era vista (nell’ambito del ristretto ambiente che aveva alimentato in passato l’idea della federazione europea) come un ricorso – o una rievocazione – dell’ancestrale, semi-mitica unione originale che si affermava essere esistita all’inizio, prima che avvenissero quegli sconvolgimenti che avevano disgregato o destrutturato la civiltà urbana stanziata in parte nel bacino meridionale del Mediterraneo e in parte nel subcontinente indiano e in altre località del globo terrestre. In sostanza Paolo Rumor pensa che si utilizzi un simbolismo dialettico e concettuale in base al quale l’operazione politica era ritenuta la ripetizione di un accadimento antecedente e lontanissimo. Lo scopo di quest’iniziativa sarebbe stato, in sostanza, quello di riprodurre a livello molto esteso, sia in modo fisico sia sociale, una condizione esistita in un remoto passato. Gli impedimenti politici e sociali che si sovrapponevano nel momento contingente a una tale ambiziosa realizzazione erano definiti “incidenti di percorso”, comunque tali da non impedirne il paziente e metodico lavoro di messa in opera.

 

Nel gruppo dei componenti le commissioni che aveva partecipato Giacomo Rumor, erano presenti alcuni persone che i loro nominativi furono in seguito citati in diverse pubblicazioni negli anni ’90. C’era il notissimo scrittore e drammaturgo Jean Cocteau, che in seguito fu indicato come il Gran Maestro del Priorato di Sion e il ben noto esoterista Gurdjjeff. Fra i membri italiani vi era Cesare Merzagora. C’erano persino due membri dell’Histadrut europea (il ramo europeo del sindacato sionista dei lavoratori ebrei).

 

In sostanza dalla documentazione di Giacomo Rumor emerge che sin dalla seconda metà del XIX secolo un gruppo di persone (nessuna delle quali era politicamente conosciuta) aveva iniziato a dare attuazione ad una nuova impostazione geopolitica dell’Occidente che, in ampia sostanza, voleva proporre l’Europa e gli Stati Uniti come modello di sviluppo civile per gli altri Paesi. In pratica s’intendeva perseguire una sorta di occidentalizzazione dell’intero pianeta sulla linea di fondo di alcuni criteri guida costituiti da:

 

  • Libera concorrenza economica.
  • Parlamenti a impostazione elettiva.
  • Abolizione delle influenze religiose nell’organizzazione civile.
  • Adozione di valori etici di natura universale.

 

 

Per cercare di capre l’esistenza di organismi occulti che cercano di influenzare la vita economia, politica e culturale, bisogna partire dal fatto che dalla fine del XIX secolo è il periodo il capitalismo comincia a entrare nella sua imperialista, in cui la borghesia da forza rivoluzionaria rispetto ai modi di produzione precedenti (ed alle forme politiche che corrispondevano a essi), che combatteva per la libertà di vivere e lavorare dove meglio credeva, diventa una classe reazionaria che, pur di difendere i suoi meschini privilegi, impedisce alla gran parte degli esseri umani di realizzare uno o più dei loro diritti naturali come attualmente si vede dall’utilizzo degli apparati repressivi statali per negare la libertà di movimento a milioni di migranti che sono costretti a reclamarla anche a costo della vita.

 

E proprio in questa fase che nascono nuove forme di controllo e di repressione, alimentate da specifici pregiudizi e che sono alimentate da apposite costruzioni culturali.

 

E in questo periodo che si sviluppano interpretazioni arbitrarie della biologia che vorrebbero stabilire che alcuni popoli sono superiori e altri inferiori (razzismo) e che alcuni individui sono superiori e altri inferiori (come l’eugenetica).

 

Si comincia a teorizzare che i leader sono geneticamente destinati a comandare e che ciò che vale per un individuo vale per un gruppo, un popolo, una nazione.

 

Tutte queste ideologie che hanno una base comune, ebbero la funzione di dare una base culturale ai lager nazisti.

 

Se questa affermazione potrebbe sembrare esagerata, prendiamo come esempio l’eugenetica.

 

Il termine eugenetica significa “la buona specie” fu coniata nel XIX secolo da Francis Galton (che tra l’altro era un parente di Charles Darwin), il quale sentiva “l’obbligo morale” di incoraggiare coloro che erano forti e sani a fare tanti figli con il fine di “migliorare” l’umanità e che l’incrocio selettivo degli adatti poteva portare alla razza superiore, come si concepiva all’epoca l’aristocrazia inglese. Nella stessa epoca Herbert Spencer sviluppò “l’evoluzione della psicologia” teorizzando che molte persone erano biologicamente imperfette e degne solo di una morte molto veloce.

 

Dal 1907 al 1973, negli USA percorrendo l’eugenetica nazista, 24 stati autorizzarono la sterilizzazione coatta di pazienti di ospedali psichiatrici, di condannati per crimini sessuali, di “imbecilli”, di “individui moralmente depravati”, di epilettici. La maggioranza di queste persone erano immigrati slavi, ebrei, e soprattutto neri.

 

   Così, gli Stati Uniti sono stati il primo paese al mondo ad autorizzare la sterilizzazione con finalità eugenetiche. Nel 1907 lo Stato dell’Indiana approvò, infatti, la prima legge per la sterilizzazione di pazienti ricoverati in istituzioni psichiatriche.

 

Negli USA gli eugenisti sostenevano che il paese si stava deteriorando a causa della qualità dei geni della popolazione statunitense, e per questi motivi richiedevano interventi politici per incrementare il numero di individui dotati di “geni buoni”. La riscoperta della legge di ereditarietà di Mendel agli inizi del XX secolo aveva aperto la strada della genetica che oggi conosciamo. Tuttavia, queste stesse basi scientifiche che indicavano le leggi di ereditarietà negli organismi viventi inclusi gli esseri umani divennero presti un potente sostegno per il movimento eugenetico che l’utilizzò per affermare l’inferiorità di alcuni gruppi etnici e classi sociali.

 

Se si vuole capire perché gli USA furono i pionieri della sterilizzazione, bisogna partire tra gli scheletri negli armadi delle lobby interessate alla conservazione della natura (è proprio vero che le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni). Su tutti emerse il circolo formato da scienziati, economici e politici del professor Henry Fairfiled Obsorn. I membri più importanti del circolo di Obsorn (come T. Roosevelt che divenne in seguito Presidente della repubblica stellata) fondarono nel 1887 il Bonne and Crockett Club (B&C) che costituì la prima associazione conservazionista degli USA ed ebbe un ruolo fondamentale nel sostenere sia il Museo Americano di Storia Naturale, il parco zoologico di New York e la Lega di Difesa della Foresta Rossa a San Francisco che i movimenti eugenetici di restrizione dell’immigrazione. In un’epoca sempre più secolarizzata, la natura diviene un surrogato di Dio, tanto che per il presbiteriano Obsorn natura e Dio sono pressoché la stessa cosa.

 

Per tanti anni, il cuore del movimento eugenetico americano fu l’Eugenetics Record Office, allestito nel 1910 a Gold Spring Harber (che è lo stesse centro che attualmente ospita – guarda caso – l’Uman Genome Project, per la ricerca sul geoma) sovvenzionato da Mary Harrimann. Mary era la moglie di Edward, il magnate delle ferrovie, e la madre di Averel, l’industriale che nel 1921 decise di ripristinare il corridoio di navigazione tedesco Hamburg-America Line, la più grande linea di navigazione negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale. Nel 1926 accolse nella sua ditta un socio il cui nome divenne in seguito famoso: Prescott Bush, padre di presidente e nonno di un altro.

 

Con tutta probabilità l’americano che dopo il 1933 ha maggiormente influenzato l’eugenetica tedesca, è stato Harry Laughlin, con il modello di legge per la sterilizzazione e l’eugenetica del 1922 che condusse alla sterilizzazione do almeno 20.000 americani. La legge di Laughlin fu presa come modello dalla Germania nazista.

 

E prima dell’eugenetica ci furono le teorie di Malthus che sostenevano che la causa delle miseria era che produzione non bastava per tutti poiché esiste la sovrappopolazione. Le posizioni di Malthus si riallacciavano alla legge dei rendimenti decrescenti di Smith e Ricardo. Questa legge prevedeva l’incremento costante dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime, rispetto alle quali, i salari diminuivano, il che a sua volta provocava l’impoverimento della classe operaia e il peggioramento sistematico del suo livello di vita con il trascorrere del tempo. Per questa via il sottoconsumo di Sismondi coincide con il consumismo dei maltusiani: “E’ da questa teoria di Malthus che nasce tutta questa concezione sulla necessità che esista e si sviluppi senza sosta il consumo improduttivo, concezione che trova uno zelante propagandista in questo apostolo della sovrappopolazione per mancanza di mezzi di sostentamento”.[4]

 

Con l’aggiornamento e lo sviluppo delle conoscenze scientifiche, i pretesi cultori della discriminazione sociale cercano sempre nuovi appigli.

 

Lombroso discrimina i popoli e gli individui riferendosi essenzialmente a caratteristiche anatomiche. In seguito si cercherà di discriminare su basi fisiologiche, poi su basi biochimiche.

 

Altri modi per tentare di distinguere individui e popoli in superiori e inferiori (concetto indispensabile all’imperialismo) sono legati a metodologie storiche e psicologiche.

 

Ora non c’è da meravigliarsi che in quest’epoca storica nascano società segrete che si ispirino a una dottrina che proclami la missione di un popolo.

 

Nell’Inghilterra vittoriana nell’ambiente dell’Università di Oxford intorno alla figura di John Ruskin, un critico estetico, riformatore sociale e nonché un profeta politico, si raccolse un gruppo di persone imbevute di teorie che aveva come obiettivo, secondo le parole di Ruskin: “Il mio scopo costante è stato quello di mostrare l’eterna superiorità di alcuni uomini su altri”.[5]

 

Nel 1891 un gruppo di discepoli oxoniani imbevuti di tali dottrine – tra i quali spicca l’energico uomo d’azione e di affari Cecil Rhodes, fondatore della colonia che prese il nome di Rhodesia – avrebbe costituito una società segreta caratterizzata da una fanatica vena di pananglismo razzista; imporre al mondo il predominio britannico, tale programma nato nella tradizionale atmosfera del Rule Britannia, ma animato da un affatto nuovo, che dalla nazione sposta l’accento alla razza, postulando l’esigenza di un alleanza tra le nazioni di razza anglosassone. Dopo la morte di Rhodes un’altra figura di proconsole sudafricano, lord Alfred Milner, organizza una cerchia esterna, la Rounde Table, che deve assicurare alla società segreta, di cui non si conosce il nome (nome che forse, per maggior segretezza, si evitò di coniare) un ambiente di “simpatia” e di fattiva collaborazione. Nel 1914 funzionano gruppi di Round Table in Inghilterra, Sud Africa, Canada, Australia, Nuova Zelanda, India e Stati Uniti. Il coordinamento della loro attività intellettuale vie assicurata per mezzo di un organo trimestrale, The Round Table, che esce completamente anonimo, allo stesso modo della rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica; analogia non casuale, se si pensa che la Compagnia di Gesù costituiva il modello organizzativo di Cecil Rhodes.

 

Alla fine della prima guerra mondiale, quando ormai è chiaro che gli Stati Uniti sono destinati ad assumere un’importanza sempre più grande nel concerto mondiale, il gruppo americano della Round Table offre la piattaforma per la creazione del Council of Foreign Relations (CFR) delineato nei colloqui anglo-americani di Parigi, che assume il compito contrastare la tendenza isolazionista della borghesia americana (e della sua influenza nell’opinione pubblica degli Stati Uniti) e indirizzare la politica estera del governo statunitense nel senso voluto dalla società segreta, nel senso cioè di una affermazione planetaria della razza anglosassone.

 

È dagli ambienti gravitanti intorno al CFR è derivato l’impulso per l’intervento degli USA nel secondo conflitto mondiale, ed è dagli stessi ambienti che viene impostata la strategia della cosiddetta guerra fredda, che sarebbe stata abbandonata n seguito constatazione della sua sterilità. Risultando impossibile abbattere in modo frontale il campo socialista, è dai cervelli del CFR che nasce la strategia alternativa, basata sull’indebolimento dei paesi socialisti, che l’avvento del revisionismo ha portato nel Movimento Comunista Internazionale e nei paesi socialisti ha comportato, il cui sgretolamento era assicurato dalla penetrazione commerciale occidentale e dal contagio ideologico rappresentato dagli eurocomunisti (i partiti comunisti dell’Europa occidentale).

 

Altre società più o meno segrete nate verso la fine del XIX secolo c’è la Golden Dawn (più precisamente Hermetic Order of the Golden Dawn, in italiano Ordine Ermetico dell’Alba Dorata). I tre fondatori erano i massoni britannici William Robert Woodman, William Wynn Westcott e Samuel Liddel MacGregor Mathers che tra l’altro erano membri della Societas Rosicruciana in Anglia (S.R.I.A.).

 

Accanto a essa, bisogna ricordarsi anche l’Ordo Templi Orientis (OTO), società fondata da massoni tedeschi, che fu presa in mano dal famoso mago e occultista Crowley, che la trasformerà profondamente, utilizzandola come veicolo per quella sua filosofia “magico-libertaria”, che ebbe un grande influsso negli anni ‘60/’70 sulla cultura “alternativa”, degli hippie e in seguito nella New Age.

 

Tuttavia, la più nota fra le realtà neospiritualiste che ispirerà il pensiero mondialista è la Società Teosofica.

 

La Società Teosofica è nota ed è inscindibile da quella della sua fondatrice, Elena Petrovna Blavatsky, nata in Russia nel 1831 da genitori tedeschi e fuggita a 16 anni da quel paese (e da un matrimonio con un ufficiale). La sua vita sarà costantemente costellata da contatti con personaggi di varia e spesso enigmatica provenienza, tra cui non mancheranno molti frequentatori di logge massoniche. Massone, era il colonnello americano Henry S. Olcott, con il quale la Blavatsky mise in piede a New York, nel 1873 la Società Teosofica, una sorta di parareligione sincretista, che univa elementi di Oriente e d’Occidente in una sorta di meeting post spiritualista.

 

Questa funzione “strumentale” della Blavatsky, all’interno di complesse vicende dai risvolti non sempre chiari, sembra evidenziarsi soprattutto a partire dai suoi primi viaggi in India (1878), che all’epoca era sotto dominio britannico. In India, la funzione della Società teosofica sarà non solo quella di elaborare una sorta di neo-orientalismo esportabile in Occidente, ma anche, quella di occidentalizzare l’Induismo. Lo storico indiano R. Mukerjee inserisce la Società teosofica fra le quattro organizzazioni che maggiormente hanno lavorato per trasformare la tradizione indù in una forma più in sintonia con la mentalità occidentale, elaborando una sorta di “protestantesimo indù”.[6] Non a caso, uno dei più stretti collaboratori della Società teosofica in India, Dayananda Saraswati, sarà noto nella sua terra con il soprannome di “Lutero indiano”.[7] Un’operazione culturale, questa, che sembra avere avutoaiuto diretto dello stesso governo britannico, che allora (e non bisogna scordarsi) era sotto il suo dominio, ed era interessato alla creazione di una “forma di spiritualità” che potesse essere condivisa dagli occupanti e dai colonizzati.[8]

 

In Occidente, il ruolo della Società teosofica sarà quella di creare una nuova religiosità sulle rovine del cristianesimo: “Il nostro scopo non è di restaurare l’Induismo, ma di cancellare il Cristianesimo dalla faccia della Terra”.[9]

 

Lo stesso obiettivo, sarà ribadito anche dal successore della Blavatsky, Annie Besant, che nel discorso di chiusura al Congresso dei Liberi Pensatori tenutosi a Bruxelles nel 1880, affermerà: “Innanzitutto combattere Roma e i suoi preti, lottare ovunque contro il Cristianesimo e scacciare Dio dai cieli!”.

 

Alice Bailey, fondatrice nel 1920 dell’associazione Lucifer Truts, il cui nome è stato poi cambiato in Lucis Truts, affinché il riferimento a Lucifero (che per il Teosofismo è un’entità positiva, presiedente all’evoluzione dell’umanità) non ferisse la sensibilità dei “profani”. Oggi la Lucis Trust è membro del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, il cui debito ideologico è stato pubblicamente riconosciuto nel 1948 dall’allora assistente del Segretario generale delle Nazioni Unite, il belga Robert Muller.

 

Alice Bailey, è stata tra quelli che hanno promosso quell’ideologia dell’Era dell’Acquario che, a partire dalla cultura hippie degli anni ’60 fino alla New Age, ha costituito un vero e proprio annuncio profetico del “nuovo mondo”. Secondo la Bailey, infatti, l’Età dell’Acquario sarebbe destinata a sostituire la vecchia Età dei Pesci (dominata dal cristianesimo) con una Nuova Era di riunione fra i popoli e fra le religioni, sotto il controllo delle organizzazioni internazionali. Quest’obiettivo si realizzerà, secondo la Bailey con un’opera volta a trasformare la coscienza di massa: “Segno della magia del settimo grado sulla coscienza di massa, è l’uso crescente di slogan per ottenere certi risultati e spingere gli uomini a certe azioni collettive”.[10] Cosa non è quest’affermazione se non dare dignità teorica alla manipolazione delle menti delle persone?

 

Tutte queste realtà visibili, tuttavia, sembrano essere più che altro la punta dell’iceberg di un mondo complesso e sotterraneo, di cui è difficile farsi un’idea. In definitiva, per quanto riguarda le organizzazioni e i gruppi visibili, non ha torto René Guénon, quando afferma un giudizio sulla Blavatsky: “Si può legittimamente concludere che M.me Blavatsky fu soprattutto, nel bel mezzo delle circostanze, un “oggetto” o uno strumento nelle mani di individui o di gruppi occulti che si facevano scudo della sua personalità, allo stesso modo di altri che a loro volta furono strumenti nelle sue mani”.[11]

 

Per capire ulteriormente il contesto in cui avvengono questi fenomeni bisogna partire dal fatto che una delle caratteristiche della fase imperialista del capitalismo è il formarsi del capitale finanziario che è un entità che consta di due momenti indissolubili: la concentrazione della produzione e i relativi monopoli, la fusione delle banche con l’industria, il capitale finanziario sarebbe il capitale monopolistico che monopolizza ingenti disponibilità di capitale di prestito.

 

Con il formarsi del capitale finanziario, si forma una oligarchia finanziaria che tende a dominare la vita sociale, politica e culturale e quindi lo Stato.

 

I legami oggettivi di natura economica e finanziaria che si intessono tra i vari gruppi monopolisti, sono accompagnati da legami personali. Questi legami oggettivi sono espressi naturalmente da persone, da uomini che sono alla direzione dei gruppi produttivi o di gruppi finanziari. Occorre quindi uno scambio di dirigenti. Nei consigli di amministrazione delle varie industrie si ritrovano gli stessi nomi; uomini di banca si ritrovano nei consigli di amministrazione di industrie e viceversa.

 

Nasce così un’oligarchia finanziaria, composta da questi capitalisti e qualche volta di dirigenti. Essa è composta di personaggi come Rockefeller, Carnegie, Morgan, Ford, Krupp ecc.

 

Vi è senza dubbio una correlazione tra la teoria della “classe eletta”, che si sviluppa come si diceva prima alla fine del XIX secolo e che ha avuto in Italia il più alto sostenitore nel Pareto, e la base sociale costituita dal consolidarsi della oligarchia finanziaria.

 

Così pure vi è una correlazione, in certi momenti di una più stretta unità del capitale finanziario e la teoria del superuomo, del duce, del Führer.

 

Il formarsi di questa élite è legata, oltre che da associazioni proprie di categorie, che rappresentano un’altra forma di direzione economica (Associazioni industriali), da associazioni culturali, onorificenze (Cavalieri del lavoro) e circoli vari (Rotary Club ecc.). In tal modo cerca di mantenere il più possibile un’unità anche ideologica. Questa élite non si accontenta del dominio sulla struttura economica ma cerca anche quello sulla sovrastruttura. Essa cerca di dominare la sfera sociale nella formazione dei quadri tecnici e intellettuali (pensiamo al ruolo della Fondazioni, delle borse di studio ecc.) e l’opinione pubblica con il dominio dei media.

 

In tal modo si crea la base psicologica per il dominio dello Stato. Questa élite, mantiene il suo dominio, la sua influenza ideologica non solo attraverso gli strumenti citati prima, ma anche attraverso la scuola, attraverso la vita che obbliga tutti gli elementi dirigenti a essere necessariamente incapsulati in un organismo capitalistico o nell’apparato direttivo dello Stato.

 

Tornando alla documentazione di Giacomo Rumor, da essa emerge che le persone che avevano lavorato per l’impostazione dell’Unione Europea erano, in parte (ma erano le più influenti), schierate con una concezione laica, anche se la maggior parte era di estrazione o di educazione cattolica/protestante, insistevano tuttavia che nella futura Unione fossero recepite solo connotazioni spirituali comune ai laici.

 

Questo gruppo unionista qui descritto avrebbe fatto dei tentativi di aggregazione di frange o movimenti federalisti già esistenti in Europa fin dal XIX secolo e poi nel corso della prima metà del XX secolo. come Movimento Federalista Europeo di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi (fondato a Milano nel 1943).

 

In questi documenti si descriveva un gruppo di persone chiamate gli Anziani e si riferivano taluni scritti denominati Protocolli dei Priori.

 

Giacomo Rumor aveva incontrato varie volte Schumann e a quanto sembra ne ricevette una confidenza. Nel 1948, durante le sedute della commissione cui partecipavano, Schumann gli confidò che l’aspirazione a una “geopolitica umanistica” aveva preso una forma concreta ai tempi della Restaurazione (dopo la caduta di Napoleone), perché allora si era ritenuto che i tempi fossero maturi.

 

In quel periodo la Casa di Lorena aveva fatto da “protettrice” al circolo che aveva elaborato le fasi attuative ed i vari passaggi ritenuti necessari per arrivare ad una conclusione concreta di geopolitica, e che aveva utilizzato a tale scopo uno schema preesistente.

 

Questo circolo sembra che si chiamasse Ordine delle Ardenne (o di Stenaj) e che qualche componente del clan scozzese di origine normanna dei Sinclair vi avesse svolto un ruolo importante. Sembra, che questo gruppo, nei secoli precedenti, avesse fatto da custode e catalizzatore dell’idea di identità europea e si fosse adoperato per preservare e stimolarne alcune significative espressioni. Ciò sarebbe avvenuto in vari modi, anche patrocinando attività letterarie, contribuendo alla riscoperta dei testi antichi, finanziando l’opera di diversi ricercatori al tempo degli Enciclopedisti. Avrebbero beneficiato di appoggio, artisti, filosofi, scienziati e uomini di governo come Filipepi (che sarebbe il vero cognome di Botticelli), Robert Boyle, John Locke, Victor Hugo, Andrè Gide e diversi altri, anche recenti; il tutto mediante fondazioni, elargizioni, associazioni.

 

Da questa documentazione l’elenco dei nominativi di questa struttura partiva dagli anni ’60 del XX secolo per poi retrocedere progressivamente lungo i decenni e i secoli.

 

I nominativi appartenevano a nazionalità diverse (anche olandese, spagnola, statunitense, italiana, svizzera, polacca, balcanica). La maggioranza (quella riguardante nel periodo XIX e XX secolo) era comunque franco-inglese. Non c’erano solo uomini politici, molti provenivano dal mondo della cultura; altri erano ricercatori in varie discipline scientifiche: archeologi, etnologi e antropologi. Vie erano anche dei prelati, un rabbino, un gesuita. Qualcuno era islamico (nativo e residente in Paesi dell’area mediorientale); più di uno era senza qualifica, nel senso che non vi era citata la sua professione.

 

Nell’organigramma della struttura cerano persone che non vi facevano parte in pianta stabile, ma venivano individuate di volta in volta per compiere missioni specifiche o per prestare consulenze occasionali. Queste costituivano la parte di gran lunga prevalente di tutto l’apparato, ed il loro interessamento veniva per così dire richiesto, sotto mentite spoglie. L’utilizzo di tali operatori saltuari, che non conoscevano l’ambito gerarchico della struttura, poteva essere una strategia efficace per avvalersi di menti preparate, senza la necessità di una loro adesione consapevole alla manovra che di volta in volta si stava portando avanti.

 

Tale organismo non aveva a che fare con la Massoneria, anche e qualcuno dei suoi membri apparteneva di fatto a qualche loggia locale. Anche se secondo Paolo Rumor taluni termini e connotazioni di fondo non possono essere disgiunti dalla cultura propria della Massoneria. Egli ipotizza che questa struttura abbia trovato accoglienza o protezione in ambienti massonici, mutuandone fatalmente qualche espressione lessicale, retorica o simbolica.

 

L’elenco riguardava i membri aderenti della parte consultiva della struttura. Ve ne sarebbe poi un altro concernente, la parte decisionale, di chi avvalendosi dei consulenti, impartiva le direttive a un terzo gruppo, formato da colo che svolgevano funzioni meramente attuative. A questo terzo gruppo potrebbero verosimilmente essere appartenuti quei membri del “Contingente americano” che hanno eseguito il piano di soppressione di Mattei. In sostanza questa struttura era composta di tre livelli a compartimenti stagni: consultivo, deliberativo e attuativo.

 

Paolo Rumor ipotizza che sarebbe esistita nel passato (ed esisterebbe ancora oggi) un’organizzazione che assumeva diverse denominazioni a secondo della cultura e del periodo in cui si trovava ad operare. Di questa cultura e di questo periodo adottava i connotati tradizionali, così da rendersi sostanzialmente indistinguibile dal contesto storico-sociale esterno. La sua parte più interna, inoltre, si tramandava convinzioni tutt’affatto particolari e indipendenti da quelle propri del resto dei suoi membri (dai quali si presuppone si limitava a trarre i servigi) nonché dalla formazione mentale dominante da costoro. In questo modo a struttura sarebbe riuscita a confondersi, nel corso delle varie epoche storiche, con le espressioni e le tradizioni prevalenti, pur mantenendo intatta la propria personalità peculiare, e tale permane tuttora.

 

Secondo Paolo Rumor questa struttura si identifica solo formalmente con parti o spezzoni di altre strutture sociali, politiche, religiose scientifiche, ludiche, umanistiche, letterarie e solidaristiche delle varie epoche di appartenenza, comportandosi quindi nello stesso modo in cui agiscono taluni organismi parassitari del mondo biologico. Essa si adeguava altresì ai vari gradi e strati sociali, come ad esempio i rami di nobiltà, quelli ecclesiastici e militari, per quanto riguarda il passato; mentre, per quel che concerne il presente, alle espressioni mercantili, socioeconomiche, scientifiche, medianiche ecc.

 

La conformazione a rete di tale struttura faceva sì che la maggior parte dei suoi aderenti ed operatori non fosse al corrente delle decisioni assunte dai loro vertici (che peraltro restavano a loro sconosciuti, tranne quelli contigui, cioè posti sullo stesso piano organizzativo). La compagine avrebbe sempre funzionato in questo modo, anche quando ospitava in tempi antichi una prevalenza di membri di estrazione e cultura ebraica, i quali comunque non ne costituivano la totalità, perché secondo la documentazione di suo padre c’era un sottogruppo esistente (al tempo dei Kittim, nel periodo appena successivo alle guerre maccabaiche, tra il II e il I secolo avanti cristo) in Siria, in Marmarica, e in tante altre località.

 

Sempre secondo questa documentazione vi sarebbe stata in India, in epoca molto precedente a quella alessandrina una struttura gemella con rapporti reciproci, poi estinta o riassorbita dalla prima. Essa è data per ubicata nell’antica calle dell’Indo, in una zona chiamata Mero, che veniva tenuta in considerazione dalla stessa compagine quale incrocio significativo di due linee della Terra identificate in epoca molto antica, corrispondenti a quelle erano avvenuti gli sconvolgimenti climatici assieme alla cosiddetta “caduta degli angeli”, al “sobbalzo” della terra e allo “spostamento o rottura del palo (asse, colonna)”.

 

Ci si rende conto che adesso c’è una mescolanza tra mito, e storia. Secondo questa documentazione, la parte mediterranea della struttura – quella corrispondente ai membri di estrazione ebraica – avrebbe subito una scissione (a quei tempi si sarebbe detto scisma) al suo interno, al tempo della famiglia “delle due colonne”, poi superata con o stralcio della parte dissidente, che è stata dissidente, che è stata espunta dal vertice tempo, e che sarebbe andata assumere configurazioni autonome, devianti e conflittuali rispetto al ceppo ortodosso creando una forma non secolare.

 

Poi Paolo Rumor dai suoi appunti elenca tutta una serie di nominativi che avrebbero parte della struttura. Una serie di nominativi che va dalla fine dell’impero romano fino al XX secolo. Qui ovviamente entriamo in un campo che non è chiaro dove inizia il mito (o la disinformazione) che si confonde con la storia.

 

 

DALLA DOCUMENTZIONE DI GIACOMO RUMOR EMERGE IL RETAGGIO DI CIVILTA’ PERDUTA?

 

 

 

Dunque, i contenuti della documentazione di Giacomo Rumor riguardano due materie apparentemente diverse: una di natura politico-economica e l’altra storica-archeologica, con la singolare intrusione di racconti dal carattere mitico-leggendario.

 

Paolo Rumor non avrebbe riportata questa seconda parte delle memorie di suo padre, se non si fosse reso conto, che c’era una singolare corrispondenza con nomi e situazioni presenti anche in certa saggistica che affronta temi storici, scientifici, archeologici con approcci decisamente alternativi.

 

Si può dedurre che dai circoli intellettuali in cui si muovevano i primi ispiratori dell’unità europea (e dietro ai quali si profilava la Struttura), sin dai tempi della restaurazione, vi era la convinzione che un periodo storico plurimillenario stesse per concludersi, e si stava cominciando ad avviare un nuovo ciclo dell’evoluzione umana. L’idea del compimento di un ciclo storico si sarebbe rafforzata con la scoperta avvenuta in due tempi fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, di alcuni documenti che confermavano e integravano il complesso di tradizioni e conoscenze che la Struttura si tramandava da secoli. Da tali documenti, tenuti segreti, deriverebbero le informazioni contenute nel materiale appartenuto da Giacomo Rumor.

 

Ora vediamo di vedere di che cosa si tratterebbe, tenendo conto che non è mai stata data una prova pubblica di questi reperti.

 

Agli inizi del XX secolo nella sinagoga di Nusaybin (in passato Nisibis, cittadina turca presso il confine con la Siria) sarebbero stati rinvenuti alcuni rotoli di rame, facenti parti di un più ampio materiale considerato perduto; Giacomo Rumor avrebbe ricevuto stralci delle traduzioni dai testi originali in greco, coopto e siriaco.

 

I rotoli sarebbero attualmente conservati nientemeno che nella famosa cappella di Rosslyn (che avrebbe origini templari e massoniche), in alcuni bauli.

 

Il testo di Nusaybin conterrebbe la descrizione di un’età proto-storica caratterizzata da un elevato livello di organizzazione sociale e economica, nonché da avanzate conoscenze che si potrebbero definire già definire scientifiche e che l’umanità avrebbe nuovamente conseguito solo nell’età illuminista. In quest’epoca remota sarebbero esistite delle comunità urbane in località costiere del Mediterraneo e di altre regioni, ora sommerse dal mare; poi a causa di sconvolgimenti globali e repentine mutazioni climatiche, sarebbe seguito un lungo periodo di decadenza; quindi una fase di lenta, faticosa, parziale ricostruzione, in cui sarebbe stata determinante l’opera di un gruppo di “Illuminati”.

 

Prima di liquidare tutto questo come un mito senza basi storiche, pensiamo ad alcune scoperte archeologiche effettuate in Germania nel 2005: “Un gruppo di ricercatori dell’Istituto regionale di archeologia della Sassonia ha annunciato nello scorso mese di giugno, di aver rinvenuto prima due singolari statuette preistoriche legate al culto sessuale e datate almeno al 5.000 a.C. e poi addirittura di aver individuato, sempre nell’area della Sassonia, i resti di oltre 150 templi colossali e di altre imponenti costruzioni che risalgono allo stesso remotissimo periodo (…). Fino ad ora si pensava che l’architettura monumentale, e con essa le prime civiltà urbane sviluppate, fossero nate in ben altre parti del pianeta e in periodi più recenti di almeno 2.000 anni, le nostre nuove scoperte rivoluzionano quindi la storia europea più remota e dimostrano che probabilmente la civiltà è nata prima qui e poi si è trasferita in Egitto”.[12]

 

Se si è diffidenti verso questa notizia, poiché rischia di correre dietro alla mitologia nazista, non si può non tenere conto che proprio negli ultimi tempi, c’è stata la scoperta di misteriose piramidi a gradoni in Bosnia che sta facendo pensare a più di uno scienziato alla possibile esistenza di una vera e propria antichissima civiltà indoeuropea sassone-danubiano-balcanica.[13]

 

   Nei rotoli di Nusaybin sarebbero state citate tutte le località dove erano diffuse gli “Illuminati”, specificando che sono “prima dell’acqua”, da intendersi: prima che venissero sommerse dall’innalzamento del livello marino seguito al termine dell’ultima glaciazione (10-11.000 anni fa). Alcune località sono riportate nelle memorie: l’isola di Galonia nel mediteranno (la Galonia Leta dei romani), situata nel luogo dove si trova Malta, ma molta più grande di questa e un tempo unita alla Sicilia da una lunga lingua di terra emersa; la “altura nel basso del Nilo”, identificabile con la piana di Giza; il “golfo partico, quello antico”, intendendosi con ciò la valle che anticamente esisteva in luogo dell’attuale Golfo Persico; il Golfo Persico; il golfo di Cambay, nell’Oceano Indiano, anch’esso un tempo terraferma; la penisola di Kumari, con i suoi 49 territori, identificabile con il continente perduto delle leggende Tamil – Kumar Kandam – una lingua di terra unita unità all’estremità sud della penisola indiana e comprendente le isole Maldive e Sri Lanka definito “il continente di Seille”, prima della riduzione ovvero prima che il mare ne prendesse una parte; “il continente Sondien”, identificabile con una vastissima regione un tempo emersa e unita alla penisola dell’Indocina, ma di cui oggi restano solo gli arcipelaghi dell’Indonesia e delle Filippine; “l’isola dei progenitori degli Jomon, prima dell’ascensione di Sosano”, che potrebbe corrispondere all’arcipelago delle Ryukyu (fra Taiwan, Okinawa e l’estremità meridionale del Giappone), in prossimità di un vastissimo territorio ora sommerso dalle acque del mar Giallo e del Golfo di Corea; “il continente di Kambu o Kolba” (identificabile con Cuba) “sito cinquanta giorni di navigazione a ponente dello scoglio di Calpe” (identificabile con Gibilterra); “l’arcipelago di Vacca, il cui nome è precedente a quello di Colba, unica terra rimasta” (pertanto identificabile con il vasto complesso di terre emerse esistenti un tempo nella regione caraibica, in particolare c/o la penisola della Florida e le isole Bahamas).

 

Oltre all’elenco degli affiliati e alla descrizione delle località, il testo di Nusaybin conterrebbe anche le rappresentazioni cartografiche di taluni regioni costiere riportate in differenti condizioni e periodi di tempo (sarebbe questa la fonte delle mappe incluse nei documenti originali di Rumor); riporterebbe inoltre una sorta di rappresentazione, metaforica e allusiva, degli elementi che si sarebbero abbattuta su quella antica civiltà. A tali eventi si riferivano termini quali “caduta delle luci”, “accoppiamento”, “grande freddo”, “palo rotto”, “ritardo del sole sulla cima dell’adunanza” e “incursione della stella sulle regioni del monte”; ciò era all’idea di punizione che avrebbe colpito l’umanità per la colpa di avere “guastato gli animali; creato le vite che lo Spirito e l’ordine non avevano voluto; acceso le luci che non danno calore; violato il corpo della madre e misurato le sue estremità; sperato il seme della terra; sorprendere all’uscita della porta del cielo”. Altri brani, ricopiati e tradotti dallo stesso Paolo Rumor, dicono: “(…) prima dello spostamento del fuoco, quando il trapano non si era ancora scardinato; il leone era ancora sacrificato; gli angeli non si erano ribellati; l’acqua del mare obbediva all’abisso e non aveva iniziato a crescere (…) i forzatori del cielo erano arrivati di seguito al leone (…) l’abisso e le onde di pietra avevano abbattuto gli uomini perché questi avevano profanato il corpo della madre misurando le sue estremità, saccheggiando le sue vene, rivelando i suoi segreti accendendo luci che non danno calore, creando animali che lo Spirito non aveva voluto”. Si parlava di Giganti che, oltre ad essere responsabili delle colpe di cui sopra, avrebbero “spinto la ruota fuori del solco”, e in conseguenza di ciò “l’acqua contenuta nei suoi depositi si era riversata sulla terra” subito dopo i Giganti sarebbero arrivati i Sorveglianti. Il linguaggio è evidentemente mitico, ma il testo di Nusaybin preciserebbe espressamente trattarsi di rappresentazione allegorica di fatti reali.

 

Gli studi degli archeologi definiti “non ortodossi” dimostrerebbero che in tempi assai remoti la sopravvivenza della civiltà umana è stata messa a dura prova dagli assestamenti climatici e geofisici che seguirono l’era glaciale.[14] La nostra specie precipitò più volte nel caos, proprio come descritto dalle tradizioni che riportano la storia del diluvio universale. Pertanto è assai probabile che, nel processo di ricostruzione l’etnia più “avanzata” abbia svolto un ruolo guida sul resto dei popoli del globo.

 

Perciò secondo questo filone “non ortodosso”, in seguito ai continui mutamenti climatici, le popolazioni che si erano insediate in Mesopotamia e nel Mar Rosso (quando il Golfo Persico era ancora una terra emersa), furono costrette a traslocare altrove. E poiché la religione egizia presenta imbarazzanti tratti in comune con quella mesopotamica, secondo molti studiosi come Zacharia Sitchen, Laurence Gardener e altri, con ogni probabilità la sua casta sacerdotale deriva la propria origine razziale dalla migrazione delle stesse genti da tale aerea geografica. Gli Egizi, e il popolo sumero della Mesopotamia, infatti, seppur con appellativi diversi adoravano le stesse identiche divinità lunari,[15] ovvero proprio quelle che risultano essere le più antiche. Il dio egizio Thot, per esempio, trova il suo esatto corrispettivo nel dio sumero Sin.[16]

 

Bisogna dire che la documentazione che Paolo Rumor rese pubblica, è stata fonte di ispirazione di molti ricercatori tra i quali spicca il giovane Diego Marin con i suoi libri Il segreto degli illuminati Dalle origini ai giorni nostri: storia dell’Occhio che Tutto Vede, OSCAR MONDADORI, e in seguito assieme a Stefania Marin IL SANGUE DEGLI ILLUMINATI Dalla P2 al caso Orlandi: tracce di una storia antica. Tanti imperi, una sola famiglia, MACRO EDIZIONI.

 

Un altro passaggio nel testo di Nusaybin affermerebbe: “I sorveglianti sono divenuti Illuminati quando hanno posto le tre piattaforme rialzate sulla collina a fianco del fiume, nel luogo in cui l’alto e il basso si bilanciavano, lungo la via d’acqua che serpeggia fra le canne, sul punto di maggiore intersezione della rete, scrivendo con la pietra gli avvertimenti da rispettare”. Le cosiddette piattaforme sarebbero state completate migliaia di anni dopo, secondo il progetto originario che vi era stato depositato, ma con alcuni orientamenti modificati in base a mutati riferimenti spaziali e stellati; ciò a causa di un evento geofisico a cui si riferisce con l’espressione di “scivolamento di manto

 

Tra i documenti di Rumor vi sono degli schemi grafici (planimetrie e sezioni) che rappresentano un sistema di corridori e ambienti sotterranei esteso a tutta l’area della Sfinge e delle piramidi di Giza. Questi schemi indicano anche il punto in cui nel 1872 sarebbero state rinvenute, da una spedizione privata, delle tavolette di gesso incise: un ambiente artificiale sotterraneo ubicato nel corridoio che collega la Sfinge (chiamata il puntatore) alla piramide di Khufu (chiamata la “prima piattaforma”), sotto la “pancia” della Sfinge stessa. Queste incisioni (in prevalenza costituite da segni grafici e geometrici, ma con simboli numerici differenti) sarebbero state interpretate all’illustre archeologo Alexander Thom,[17] insieme al testo di Nusaybin di cui si è già parlato, alcuni decenni dopo la loro scoperta.

 

La Struttura avrebbe incaricato numerosi e diversi specialisti allo scopo di studiare i rotoli di Nusaybin e le tavolette di Giza: Alexander Thom, come si è detto, sarebbe stato uno dei consulenti interpellati per la traduzione e l’interpretazione dei testi; altri sarebbero stati incaricati di comprendere e descrivere in termini scientifici i fenomeni geofisica a cui tali testi, aldilà del linguaggio figurato, si riferiva come a fatti reali.

 

Tra questi consulenti ci sono nomi di archeologi, antropologi, storici. Persone come Alexandre Lenoir (1761-1839) archeologo, raccoglitore e conservatore del patrimonio culturale, che era tra l’altro un massone ed era convinto della discendenza della Massoneria dall’antico Egitto; i fratelli Waynmann (1844-1930) e suo fratello maggiore John Dixon, ingegneri ferroviaria e archeologi dilettanti, sono noti per aver scoperto nel 1872 i cunicoli della Camera della Regina nella piramide di Khufu (e alcuni oggetti all’interno di essi; Livio Catullo Stecchini (1913-1979), professore di storia antica, fu autore di ricerche sulla storia della scienza, della metrologia e della cartografia (formulò anche una controversa teoria numerologica sulla piramide di Khufu); Marcel Griaule (1898-1956), che insieme a Germen Dieterlen, compì lunghi studi sulla cultura africana dei Dogon grazie ai quali si rivelarono inspiegabili (anche se tuttora controverse) conoscenze astronomiche sul sistema triplo di Sirio.

 

Una delle ipotesi sono emerse da questi studi è che l’edificazione della Sfinge e delle tre piramidi di Giza fosse anche la codifica di un avvertimento affinché i posteri potessero comprendere gli eventi accaduti.[18]

 

La chiave per la decodifica del progetto di Giza e per la rivelazione del suo messaggio sarebbe nella combinazione di due preesistenti teorie: quella di Bauval[19] sulla correlazione Giza – Orione e quella di Hapgood,[20] sugli slittamenti della crosta terrestre. Ne risulterebbe una sorta di “disegno planetario” in cui l’ubicazione di numerosi antichi siti in tutto il mondo acquista un preciso significato geodetico alla luce dei precedenti assetti della Terra; la stessa diffusione di determinati toponimi il cui significato rimanda a concetti astronomici, come il Meru (la montagna sacra degli induisti, simbolo dell’asse polare) sembrerebbe ricollegarsi alle linee di scorrimento della crosta terrestre in occasione degli eventi presumibilmente accaduti più volte in passato e descritti dalla teoria di Hapgood.

 

È molto difficile trovare delle prove certe di questi avvenimenti visto la natura segreta di questa Struttura. Questo non vuol dire che non ci siano delle prove oggettive.

Il richiamo a cataclismi naturali, abbruttissi sulla Terra nel periodo terminale dell’ultima era glaciale, trova oggi precisi riscontri scientifici; non solo la riduzione delle terre emerse per effetto dell’innalzamento del livello del mare, come descritta nei documenti e nelle mappe di Rumor, è sostanzialmente corretta; eventi di natura astronomica e geofisica con disastrose conseguenze globali. Nel 2006, al meeting dell’American Geophysical Unione ad Acapulco, un gruppo di ricercatori americani ha presentato la teoria secondo cui una cometa sarebbe caduta sulla calotta glaciale che ricopriva il Nord America, 12.900 anni fa, causando devastanti inondazioni ed estinzioni; altri studiosi prima fra tutti l’americano Paul LaViolette, ritengono che la Terra sia stata colpita dagli effetti di una potentissima esplosione del nucleo galattico, circa nello stesso periodo;[21] inoltre, anche la stessa possibilità di un riorientamento degli strati più esterni della Terra rispetto all’asse di rotazione sembra trovare conferma (benché non dell’ampiezza ipotizzata Hapgood).

 

Che nelle terre, un tempo emerse e poi cancellate dall’innalzamento dei livello marino, possano trovarsi vestigia di civiltà evolute è una possibilità concreta, avvalorata da ritrovamenti di estesi rovine sommerse, che sono oggetto di studio, proprio in alcune delle ubicazioni che le memorie citano: uno è il tratto di mare che separa la penisola indiana da Sri Lanka; un altro, ancora in India , è nel Golfo di Cambay.[22] Ma vale la pena ricordare anche le presunte strutture sommerse di Yonaguni nel Mar della Cina, e la presunta città sommersa al largo di Cuba: benché i dati siano ancora molto controversi, è suggestivo il fatto che si tratti anche di questi casi di ubicazioni citate nelle memorie.

 

Il riscontro più impressionante, riguarda il luogo del ritrovamento delle tavolette di gesso, nei pressi della Sfinge. Secondo i documenti di Rumor questo luogo sarebbe “(…) situato nel “PR” (termine testuale non abbreviato) ubicato sotto (la Sfinge), in un ambiente artificiale semiallagato, con degli incavi laterali, al cui centro è ricavato un rialzo su cui giacciono delle colonne cadute”. Ora, questa descrizione richiama innegabilmente quella del cosiddetto “pozzo di Osiride” scoperto da Zahi Hawass nel 1999. Dopo aver drenato l’acqua che riempiva quasi completamente il pozzo, Hawass descrive un vano con al centro un grande sarcofago su un basamento tagliato nella roccia e i resti di quattro colonne agli angoli; secondo uno schema simile all’Osireion di Seti I ad Abydos, il canale d’acqua che circonda questa sorta di isola ed è interrotto in corrispondenza dell’ingresso alla camera prende così la forma della parola geroglifica “pr” (si pronuncia pir), che significa casa e che Hawass riferisce “pr wsir nb rstaw” (casa di Osiride, signore di Rastaw) attribuito alla piana di Giza. Significativamente, Rastaw (il nome di Giza per gli egizi) era espressamente riferito all’idea di cunicoli di passaggi, come è rappresentato dalla mappe di Rumor; peraltro lo stesso archeologo ha parzialmente esplorato un cunicolo che parte dal vano del sarcofago e procede per un lungo tratto in direzione della piramide di Khufu.

 

C’è da chiedersi la connessione tra questa Struttura segreta e le scoperte archeologiche, dove si parla di antiche civiltà distrutte da un disastro di natura globale.

 

Un ipotesi plausibile, potrebbe essere che tra i membri di questa Struttura, la rievocazione di un’unione originaria (che comprendeva il Nord Africa) che si affermava sia esistita in passato remoto, prima che una serie di catastrofi distrusse la civiltà urbana. Anche il regime nazista giustificava la sua forzata unificazione europea in conformità a questo principio: “l’Europa era già unita al tempo degli Anziani” come affermava Himmler. Come si che le tradizioni esoteriche amano parlare di “superiori sconosciuti”, “occhio che vede tutto”, immagini che fanno pensare a qualcuno che osserva e muove i fili bell’ombra.

 

Come non è da scordarsi che da sempre, sin dai tempi di Roma antica, i gruppi economicamente dominanti, per affermare le proprie prerogative, si sono dati orme specifiche, di tipo oligarchico ed in antitesi a quelle di forma democratica (nel senso di potere del popolo). Tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’epoca moderna si è verificato un mutamento di queste élites che sono diventate sempre più internazionali e interconnesse, un po’ come era la vecchia nobiltà europea con cui in effetti spesso si sono fuse. Infatti, con l’avvento del capitalismo si è avviato un processo di costruzione e progressivo allargamento del mercato mondiale. Anche la storia è diventata più mondiale, mentre le interdipendenze tra i singoli Stati-nazione sono aumentate. Questo processo ha subito un primo salto si qualità alla fine del XIX secolo con l’affermarsi del capitale finanziario, un secondo dopo la seconda guerra mondiale negli anni ’50, quando il sistema capitalistico è stato riunificato e riorganizzato attorno all’egemonia statunitense, e un terzo negli anni ’90 quando si è riaffermata la liberalizzazione dei mercati finanziari.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Il compito di Mattei fu messo a capo dell’AGIP perché la liquidasse. Frugando però tra i documenti riservati all’ente, ne trovò uno che parlava della scoperta di un giacimento di metano fatta nel 1944 in un paesino della Val Padana.

 

[2] Tutto ciò da ragione alla tesi maoista sulla lotta tra le due linee nel partito e che la destra borghese e revisionista è composta dai dirigenti del partito e degli apparati dello Stato che seguono una linea filocapitalista.

 

[3] Paolo Rumor nota correttamente che gli pseudonimi che utilizzano i due personaggi assomigliano a quelli utilizzati dalla mitologia egizia.

 

[4] K. Marx, Teorie del Plusvalore, Tomo II°.

 

[5] Gianni Vannoni, le società segrete dal Seicento al Novecento, Sansone Editore, 1985, p. 324.

 

[6] R. Mukerjee, Storia e cultura dell’India, Milano, 1966.

[7] Questo soprannome gli fu affibbiato dal giornalista L. Gupta, in un articolo comparso su Indian Review, Madras, 1913.

 

[8] Sul ruolo del governo britannico nella diffusione del Teosofismo in India, cfr. M.V. Dharmamentha, L’occupazione inglese in India, in Idem, Lo Yoga e il neospiritualismo contemporaneo, cit. pp. 159-165.

 

[9] Dichiarazione pubblicata sulla rivista The Medium and Daybreak, London 1893, p. 23.

 

[10] A.A. Bailey, Il destino delle nazioni, Roma 1971, p. 135.

 

[11] R. Guénon, Il Teosofismo, vol. I, cit. pag. 32.

 

[12] Proia Gianluigi, L’Origine occulta dell’Umanità secondo il nazismo, Mystero Extra, n. 4, estate 2006.

 

[13] AA.VV., Queste piramidi potrebbero riscrivere la Storia, Hera, n. 80, settembre 2006, p. 46. Sulla scoperta della più antica civiltà d’Europa, Avvenire, 12 giugno 2005, e anche Materi Nino, Scoperte le tracce della più antica civiltà d’Europa, Il Giornale, 12 giugno 2005.

 

[14] Marco Pizzutti, scoperte archeologiche non autorizzate oltre la verita’ ufficiale Antologia delle scoperte sotto censura, edizioni il punto d’incontro., Vicenza, 2010, p. 190-193.

 

[15] G. Hancock, Impronte degli Dei, Corbaccio, P. 176.

 

[16] W. B. Emery, Archaic Egypt, Penguin Books, London, p. 38.

 

[17] Archeologo e docente a Oxford. Scopre l’unità di misura dei popoli antichi (la cosiddetta iarda megalitica) e dimostra che le culture megalitiche europee e cananee conoscevano la dimensione precisa dalla circonferenza terrestre sia ai poli che all’equatore, e che ad esse si deve la divisione sessagesimale del tempo e della sfera terrestre

 

Ipotizza inoltre che questi popoli fossero trasmettitori di tali conoscenze da una precedente civiltà o popolazione non identificata, i megalitici avrebbero a loro volta trasmesso agli egizi (come prima compagine sociale centralizzata) le notizie del cubito (unità di misura che presuppone la geodesia), suddivisione in base alla quale secondo alcuni studiosi, sarebbero strutturate le piramidi egizie.

 

[18] Loris Bagnara, Il segreto di Giza, Newton & Compton, 2003.

 

[19] Robert Bauval (1948 – ). Saggista e ingegnere britannico.

 

Nato dai genitori di origine belga, Bauval ha frequentato la British Boys’ School di Alessandria d’Egitto e successivamente un collegio francescano nel Buckinghamshire in Inghilterra. Si è iscritto a corsi d’ingegneria delle costruzioni presso la London South Bank University, conseguendo il diploma di laurea. Fu costretto a lasciare l’Egitto durante la presidenza di Nasser. Sovente ha lavorato come ingegnere in Medio Oriente e in Africa.

 

Appassionato di egittologia e buon conoscitore del periodo denominato Antico Regno, deve la sua notorietà ad un libro, Il mistero di Orione (The Orion Mystery), edito nel 1994 e scritto con Adrian Gilbert. Questo best seller cerca di dimostrare che le tre principali piramidi della piana di Giza sono accuratamente allineate come le stelle che formano la “cintura” della costellazione di Orione (cintura di Orione). La realizzazione dei tre enormi monumenti sepolcrali rientrerebbe in un grande ed articolato progetto fatto realizzare dai faraoni nel corso del tempo. Nel libro in questione, i due autori, studiando in particolare la piramide di Cheope, formulano anche l’ipotesi che gli antichi egizi conoscessero bene il fenomeno astronomico chiamata precessione degli equinozi.

 

[20] Charles Hutchins Hapgood (1904- 1982 ). Storico USA, funzionario dei servizi segreti americani durante la seconda guerra mondiale. Studia alcune antiche cartografie rinvenute a Costantinopoli dagli arabi nei primi anni del XVI secolo; qui depositate fin dal tempo dei greci e provenienti dalla biblioteca di Alessandria. In un suo saggio degli ani ’50 (The Earth’s Shifting Crust) enuncia la teoria dello “scorrimento della crosta terrestre”, secondo la quale vaste parti del continente antartico potrebbero essere rimaste sgombre dai ghiacci fino al 4000 avanti Cristo, con un clima molto più caldo di quello attuale. Le carte nautiche e costiere da lui studiate sarebbero la trascrizione della topografica dell’Antartico qual era prima che fosse ricoperto dai ghiacci, e quella di altre regioni del globo prima che il livello dei mari si innalzasse al termine dell’ultima era glaciale, intorno all’8000 avanti Cristo. Dette carte mostrano di derivare da una fonte comune più antica e suppongono l’utilizzo della trigonometria sferica. La teoria di Hapgood è stata sostanzialmente convalidata da Albert Einstein (non a caso autore della prefazione a The Earth’s Shifting Crust) e suppone tra l’altro che la Terra sia stata cartografata da una civiltà non identificata molto antecedente a quelle più antiche storicamente conosciute.

 

Hapgood è morto nel 1982, investito da un’auto.

 

[21] Il codice dell’Apocalisse, 2006, Nexus Edizioni Srl.

 

[22] Graham Hancock, Civiltà sommerse, 2002, Corbaccio..

STRATEGIE “NON CONVENZIONALI” PER IL CONTROLLO DI UN PAESE

•luglio 6, 2016 • Lascia un commento

 

 

A destra come a sinistra c’è un emergere di teorie che si potrebbero definire, “sovraniste” che sostenendo che gli attuali stati nazionali sono eterodiretti dalle oligarchie internazionali (in particolare i grandi banchieri), che attuano politiche di un autentico massacro sociale nei confronti dei cittadini del proprio paese. Secondo queste teorie gli stati dovrebbero recuperare la propria sovranità nazionale (partendo dalla possibilità di emettere una propria moneta).

Pur contenendo degli elementi di verità, queste teorie trascurano degli aspetti importanti che se non sono affrontati, tutte le battaglie che s’intendono affrontare, sono perse in partenza, poiché trascurano l’esistenza di una strategia non convenzionale per il controllo sociale, politico (e aggiungerei culturale e psicologico) della popolazione. Se non si affronta cosa comportano queste strategie non convenzionali per il controllo della popolazione, sarebbe come affrontare i carri armati con le fionde, poiché non si è consci di quello che abbiamo di fronte.

Questa strategia non convenzionale, eversiva nei confronti dei contenuti democratici e sociali della Costituzione per quanto riguarda l’Italia, è andata incidendo, contemporaneamente sugli assetti dello Stato, cui corpi sociali, sugli individui e sui valori, destrutturando sotterraneamente anche i punti di riferimento ideologici, e aggredendo sinanche i punti di riferimento etici e religioni nella misura in cui sono di ostacolo al pieno sviluppo del capitale.

Tutto questo nasce dal fatto dalla consapevolezza da parte delle classi dominanti dall’insufficienza delle strategie autoritarie e repressive tradizionali (gendarmerie sovranazionali, strategie geopolitiche militari) e quelle politico-economiche (patti di stabilità).

Un ruolo fondamentale in questa strategia “non convenzionale” è affidato alla magistratura. Partendo dal fatto che il diritto nello Stato democratico borghese classico (ovvero in quello che vige i principi del liberalismo) vive attraverso il giudice che funge come interprete. L’interpretazione sistematica crea il diritto e lo attua. Senza di essa non ci può essere diritto, né tantomeno Stato di diritto. La giurisdizione e il giudice sono il perno coessenziale del tutto. E poi, non bisogna mai scordare che le leggi cambiano, i giudici restano.

Poi c’è l’interpretazione e la prova del fatto. Anche questa affidata ai giudici.

La valutazione e la congruità della valutazione dei fatti è però altresì affidata alla logica oltreché al sistema delle prove.

E la prospettazione, si presta a un vaglio di logicità anche esterno al momento giudiziario.

Bisogna prendere coscienza che gli esseri umani possono essere invischiati in controlli invasivi e torturatori non solo in regimi apertamente dittatoriali, ma anche in quelli che si definiscono “democratici”.

In sostanza se si vuole vedere, e non si fa lo struzzo, che si comincia a intravedere che è in atto un tentativo di controllo a tenaglia della “realtà” (nel senso del fatto prospettato e di chi lo prospetta) e della norma applicata (il diritto diventa ordine e precetto imposto al caso concreto).

Ma perché ingegnerizzare una simile attività di lunga durata?

Bisogna partire dal fatto che il Modo di Produzione Capitalista dagli anni ’80 è passato dalla fase della decadenza a quella della decomposizione.

Questa fase di decomposizione è determinata fondamentalmente da condizioni storiche nuove, inedite e inattese: la situazione di “impasse” momentanea della società in particolare nelle metropoli imperialiste,[1] dove è in atto una sorta di “neutralizzazione” delle sue due classi fondamentali che impedisce ad ognuna di esse di apportare la sua risposta decisiva alla crisi aperta dell’economia capitalista. Le manifestazioni di questa decomposizione, le sue condizioni di evoluzione e le conseguenze, non possono essere esaminate che mettendo in primo piano questo fattore.

Se si passano in rassegna le caratteristiche essenziali della decomposizione, così come si manifestano oggi, si può effettivamente costatare che esse hanno come denominatore comune quest’assenza di prospettiva.

 

 

Manifestazioni evidenti della decomposizione della società capitalista sono:

  • Le moltiplicazioni di carestie che avvengono nei paesi che sono definiti “Terzo Mondo” mentre nei paesi “avanzati” sono distrutti stock di prodotti agricoli, oppure sono abbandonate superfici considerevoli di terre fertili.
  • La trasformazione di questo “Terzo Mondo” in un’immensa bidonville in cui centinaia di milioni di esseri umani sopravvivono come topi nelle fogne.
  • Lo sviluppo di questo stesso fenomeno nei paesi “avanzati” in cui il numero dei senzatetto e di quelli privi di ogni mezzo di sostenimento continua ad accrescersi.
  • Le catastrofi “ accidentali” che si moltiplicano (aerei che precipitano, treni che si trasformano in casse da morto).
  • Gli effetti sempre più devastanti sul piano umano, sociale ed economico delle catastrofi “naturali” (inondazioni, siccità, terremoti, cicloni) di fronte alle quali gli esseri umani sembrano sempre più disarmati laddove la tecnologia continua progredire ed esistono già oggi tutti i mezzi per realizzare le opportune protezioni (dighe, sistemi d’irrigazione, abitazioni antisismiche e resistenti alle tempeste, …), mentre poi, di fatto, sono chiuse le fabbriche che producono tali mezzi e licenziati i loro operai.

6)    La degradazione dell’ambiente che raggiunge proporzioni assurde (acqua di rubinetto imbevibile, i fiumi ormai privi di vita, gli oceani pattumiera, l’aria delle città irrespirabile, decine di migliaia…) e che minaccia l’equilibrio di tutto il pianeta con la scomparsa della foresta dell’Amazzonia (il “polmone della terra”), l’effetto serra e il buco dell’ozono al polo sud.

Tutte queste calamità economiche e sociali, se sono in generale un’espressione della decadenza del capitalismo, per il grado di accumulazione e l’ampiezza raggiunta costituiscono la manifestazione dello sprofondamento in uno stallo completo di un sistema che non ha alcun avvenire da proporre alla maggior parte della popolazione mondiale se non una barbarie al di là, di ogni immaginazione. Un sistema in cui le politiche economiche, le ricerche, gli investimenti, tutto è realizzato sistematicamente a scapito del futuro dell’umanità e, pertanto, a scapito del futuro stesso del sistema stesso.

Ma le manifestazioni dell’assenza totale di prospettive della società attuale sono ancora più evidenti sul piano politico e ideologico.

  • L’incredibile corruzione che cresce e prospera nell’apparato politico, amministrativo e statale, il susseguirsi di scandali in tutti i paesi imperialisti.
  • L’aumento della criminalità, dell’insicurezza, della violenza urbana che coinvolgono sempre di più i bambini che diventano preda dei pedofili.
  • Il flagello della droga, che è da tempo divenuto un fenomeno di massa, contribuendo pesantemente alla corruzione degli Stati e degli organi finanziari, che non risparmia nessuna parte del mondo colpendo in particolare i giovani, è un fenomeno che sempre meno esprime la fuga nelle illusioni e sempre di più diventa una forma di suicidio.
  • Lo sviluppo del nichilismo, del suicidio di giovani, della disperazione, dell’odio e del razzismo.
  • La proliferazione di sette, il rifiorire di un pensiero religioso anche nei paesi imperialisti, il rigetto di un pensiero razionale, coerente, logico.
  • Il dilagare nei mezzi di comunicazione di massa di spettacoli di violenza, di orrore, di sangue, di massacri, finanche nelle trasmissioni e nei giornalini per i bambini.
  • La nullità e la venalità di ogni produzione “artistica”, di letteratura, di musica, di pittura o di architettura, che non sanno esprimere che l’angoscia, la disperazione, l’esplosione del pensiero, il niente.

8)    Il “ciascuno per sé”, la marginalizzazione, l’atomizzazione degli individui, la distruzione dei rapporti familiari, l’esclusione delle persone anziane, l’annientamento dell’affetto e la sua sostituzione con la pornografia, lo sport commercializzato, il raduno di masse di giovani in un’isterica solitudine collettiva in occasione di concerti o in discoteche, sinistro sostituto di una solidarietà e di legami sociali completamente assenti.

 

Tutte queste manifestazioni della putrefazione sociale che oggi, a un livello mai visto nella storia, permea tutti i pori della società umana, esprimono una sola cosa: non solo lo sfascio della società borghese, ma soprattutto l’annientamento di ogni principio di vita collettiva nel senso di una società ormai priva del minimo progetto, della minima prospettiva, anche se a corto termine, anche se illusoria.

   Tra le caratteristiche principali della decomposizione della società capitalista bisogna sottolineare la difficoltà della borghesia di controllare l’evoluzione della situazione sul piano politico.

In questo quadro la democrazia borghese per quanto controllata, condizionata, eterodiretta, presenta sempre il pericolo (per la borghesia ovviamente) della possibilità del formarsi di una volontà popolare che entri in contraddizione con gli interessi della borghesia, a fronte di questo scenario il controllo dell’informazione e delle “opinioni collettive” non è sufficiente.

Perciò occorre alla classe dominante una diffusa e sistematica capacità d’intervento sugli individui, che sia mediato anche dalle autorità pubbliche, usando la medesima trama d’interventi e tutela sociale, ma impedendone la funzione: il cosiddetto Stato “sociale” (metto tra virgolette sociale poiché uno stato dove la classe dominante è la Borghesia non può fungere una funzione sociale) che si ramifica a tutela della classe dominante (o di una frazione di essa).

Nella sostanza viene messo in atto il più grande degli inganni, perché la diffusione di strumenti di intervento e l’uso di quelli che sono fatti passare per diritti contro le libertà delle persone, c’è l’ingresso nella sfera della libertà dell’individuo in nome di un cosiddetto “interesse pubblico” (metto tra virgolette interesse pubblico poiché quello che viene spacciato per esso è nella realtà interesse di gruppi ristretti, nella realtà è tutta una mistificazione) o di diritti e doveri.

Certo era difficile pensare che questa trama d’interventi sociali e controlli, questo espandersi di diritti e tutele, ci fosse mascherato un possibile uso sistematicamente invertito di tali interventi e tutele.

Hanno sapientemente e metodicamente costruito una rete intrecciata tra magistratura, servizi socio-sanitari e psichiatria, allevato un esercito di psicologi e educatori, hanno permesso la costruzione in questo campo sociale, sanitario e psichiatrico di imperi economici, dove hanno realizzato un vero e proprio intrico di attività, interventi e presenze, pronte a essere mobilitate, in ogni momento, se necessario, per copertura esterna di operazioni occulte.

 

Il superamento della strategia piduista e la scalata di una nuova cordata nei gangli e nella magistratura e negli altri apparati statali e in quelli adibiti al controllo sociale

 

La P2 attraverso il Progetto di Rinascita Democratica si proponeva il controllo degli organismi essenziali di vertice dei partiti (ideando se necessario nuovi partiti), delle istituzioni e dell’informazione (attraverso il controllo delle televisioni, dei quotidiani e dei periodici). Il reale obiettivo del piano era l’eliminazione delle garanzie e dei diritti che i lavoratori erano riusciti a strappare attraverso dure lotte.

Ora visto l’accentuarsi della crisi del capitalismo (non solo economica ma anche politica e culturale), il sistema richiede un controllo pressoché sistematico, perciò un maggior controllo sulla funzione giudiziaria (nelle nomine e negli incarichi), e in seguito un sistema normativo orientato e diretto a creare e rinforzare la trama di poteri diffusi necessaria nella società e nelle istituzioni a rafforzare prima il condizionamento e in seguito il controllo della politica e del potere di legiferare.

Un passaggio necessario è stato quello di allontanare i partiti dalle loro radici sociali popolari, poiché la politica doveva essere condizionata, ricattata e controllata, l’informazione e la cultura depotenziata e controllata. Si potrebbe dire che la strategia della P2 è stata la piattaforma di un’ulteriore e più articolata strategia.

Dentro questo quadro c’è stata la resa dei conti tra le vecchia massoneria e la nuova schiera di personaggi, di “fratelli” (con relativi coltelli) infiltrati dentro i gangli degli apparati (in particolare nella Magistratura).[2]

Questo nuova cordata di “fratelli” “democratici” e “illuminati” progettò diritti ed elaborò proposte in merito alla creazione dei relativi istituti che avrebbero dovuto attuarli. Nella realtà molti di questi istituti miravano (silenziosamente ovviamente) a un risultato opposto rispetto ai fini dischiarati.

Nell’attuazione di questi istituti Magistrature Democratica e Psichiatria Democratica andarono a braccetto.

 

BREVE DISGRESSIONE SUL RUOLO DELLA PSICHIATRI COME CONTROLLO SOCIALE

 

 

Per capire meglio il discorso che ho cominciato fare, bisogna affrontare il problema del ruolo dell psichiatria come strumento di controllo sociale e in particolare del ruolo del Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM).

È una costante che a ogni revisione del Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) c’è un aumento costante di quelli sono chiamati “disturbi mentali”.

Nel 1952 l’Associazione Psichiatrica Americana (APA) pubblicò il suo primo manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM), che conteneva una lista di 112 tipi di disturbi. Nel 1968 il DSMII si conformò alla sezione dei disturbi mentali contenuti nella pubblicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: la classificazione internazionale dei disturbi (ICD) che consisteva di 163 disturbi. Gli psichiatri americani sono stati coinvolti direttamente con i comitati che hanno stilato l’ICD.

 

Nel 1980 fu pubblicata la terza edizione del DSM, al quale furono aggiunti 61 tipi di disturbi, raggiungendo un totale di 224 disturbi mentali.

 

Erano avvenuti alcuni interessanti sviluppi. Nella sezione “infanzia, fanciullezza e adolescenza” furono aggiunti 32 nuovi tipi di “disturbi mentali”, tra i quali:

disturbo della condotta, disturbo da deficit dell’attenzione, disturbo della lettura, il disturbo del calcolo e il disturbo del linguaggio.

 

Nel 1987, nel DSMIIIR, il numero dei disturbi mentali aumentò arrivando a 253. In questa edizione si richiedeva che ci fossero almeno quattro delle caratteristiche indicate per fare una diagnosi di schizofrenia, e una selezione approvata delle quattro poteva essere: pensiero magico, telepatia o sesto senso; contatto sociale limitato; e ipersensibilità alle critiche.

 

Nel 1994 il DSMIV elencava un totale di 374 disturbi mentali e per quanto riguarda le caratteristiche richieste per una diagnosi di schizofrenia, furono ridotti a due, incluse per esempio, le allucinazioni e i sintomi “negativi” quali l’appiattimento negativo o il linguaggio disorganizzato o incoerente – oppure solo una caratteristica, se le illusioni sono considerate strane, o se le allucinazioni in una voce che continuasse a commentare il comportamento o i pensieri della persona.

 

La pubblicazione nel 2013 del DSM-5,[3] ha provocato – forse ancor più delle edizioni precedenti – una valanga di polemiche. Persino i due direttori della Task Force che aveva redatto i DSM precedenti, Robert Spitzer e Allen Frances,[4] hanno attaccato pubblicamente l’impostazione del nuovo DSM.

Accenniamo qui a vari tipi di critiche – spesso tra loro contraddittorie – sollevate:

 

Già alcuni autori (Carlat 2000; Moynihan & Cassels 2005; Whitaker 2010) avevano fatto notare il vistoso abbassamento delle soglie (come si dice prima sopra) di molte diagnosi nei DSM precedenti. Ma è soprattutto col DSM-5 che molte più persone risultano “disordinate”, termine che ha sostituito il più crudo “malate”.

 

Insomma, il DSM creerebbe un’epidemia artificiale di malattie mentali nella popolazione (Angell 2011a, 2011b). Lo riconosce persino Frances (2013), responsabile del DSM-IV che ammette che quest’ultimo ha favorito la super-medicalizzazione soprattutto di molti bambini attraverso la categoria di disturbo bipolare nell’infanzia e nell’adolescenza. In effetti, grazie al DSM-IV le diagnosi di disturbo bipolare tra bambini e adolescenti sono aumentate di quaranta volte! Mentre gli adulti con disordine bipolare sono solo raddoppiati.

 

Negli ultimi 50 anni le persone diagnosticate come psicotiche sono quintuplicate nelle società iper-industriali. Le diagnosi di autismo sono aumentate di venti volte. Oggi si è convinti che in molti paesi (Italia compresa) ci siano otto autistici ogni 10.000 bambini sotto i cinque anni. I diagnosticati con deficit di attenzione, in altre parole gli iperattivi, sono triplicati nella popolazione.

 

Ciò comporta, tra l’altro, un aumento straordinario dei costi per il trattamento di disordini mentali che appaiono sempre più frequenti. Questa dilatazione è impressionante soprattutto negli Stati Uniti. All’inizio del 2000, il costo per la presa in carico dei malati mentali in quel paese ammontava a 148 miliardi di dollari l’anno, in altre parole le cure psichiatriche assorbivano il 2,5% del prodotto interno lordo americano.[5] Gli Stati Uniti sono, però l’avanguardia di una psichiatrizzazione massiccia della popolazione, soprattutto infantile, fenomeno che sta avvenendo in tutti i paesi capitalisti più sviluppati.

 

Il DSM-5, quando articola una definizione formale e precisa di che cosa intenda per “disordine mentale”, non fa appello a principi utilitaristi, ma a un’altra filosofia, rivale dell’utilitarismo, che si potrebbe chiamare funzionalismo aristotelico. Si legge nel DSM-5: “Un disordine mentale è una sindrome caratterizzata da disturbi [disturbance] clinicamente significativi nella cognizione, nella regolazione emotive o nel comportamento dell’individuo, disturbi che riflettono una disfunzione [dysfunction] nei processi psicologici, biologici o di sviluppo sottostanti al funzionamento [functioning] mentale. I disordini mentali sono di solito associati con un’afflizione [distress] significativa in attività sociali, occupazionali o in altre importanti attività. Una risposta prevedibile, o approvata culturalmente, a un comune fattore di stress o a una perdita, come la morte di una persona amata, non è un disordine mentale. Un comportamento (ad esempio, politico, religioso o sessuale) che sia socialmente deviante e conflitti che siano prima di tutto tra l’individuo e la società non sono disordini mentali, a meno che la devianza e il conflitto non risultino da una disfunzione nell’individuo, così come è stata descritta più sopra.

Un’analisi approfondita di tutto il DSM-5 mostra presto che il vero marcatore del disordine mentale rispetto a comportamenti e vissuti non disordinati è l’afflizione (di stress). Il patologico, insomma, coincide con il fatto che il soggetto stesso o chi gli è accanto patisce un’afflizione e/o un social impairment, una menomazione sociale. Potremmo mostrare che questi marcatori discendono direttamente dai presupposti dell’etica filosofica utilitarista. Anche qui l’afflizione (di stress) è evocata, ma con la clausola “di solito” [usually], come a dire: “Anche se molto spesso il disordine mentale produce afflizione nel soggetto, questa non è la condizione necessaria e sufficiente perché ci sia disorder”. Questo significa che ci può essere disordine senza afflizione, mentre d’altro canto la presenza di afflizione non implica ipso facto disordine mentale. Questo contrasta col fatto che invece in molti disordini per il DSM sono proprio l’afflizione e la menomazione sociale, le condizioni necessarie anche se non sufficienti per marcare certi modi di essere come patologici. Ciò che appare qui necessario e sufficiente di una patologia è qualcosa di disfunzionale: si suppone insomma che ci sia un funzionamento mentale sano, non disordinato, dei “processi psicologici, biologici e di sviluppo”, e che invece ci sia materiale per la psichiatria quando questi processi non funzionano più come dovrebbero. Ma la trappola è proprio nel termine “funzionale” e “disfunzionale”, spie di una visione antropologica che oggi nemmeno gli estensori del DSM-5 possono accettare più.

Possiamo dire che un’auto non funziona più bene – “è rotta” – quando non svolge le funzioni per cui è stata costruita. Ma possiamo dire che un’auto non funziona più proprio perché è una macchina, ovvero è un utensile fatto per svolgere certe funzioni, per servire agli esseri umani. Il concetto di funzionamento è inscindibile da quello di servire-a, in altre parole qualcosa funziona bene quando serve a fare la cosa per cui è stata costruita. Possiamo anche dire che un impiegato alle poste, ad esempio, “funziona” perché svolge bene il suo lavoro postale per cui è stato assunto; è una macchina umana, se vogliamo, ma pur macchina è. Ora, se cerchiamo di montare un cavallo e questo, non essendo stato domato, scalcia e ci manda gambe all’aria, possiamo dire che “quel cavallo non funziona bene”? Un’espressione del genere ci sorprenderebbe, perché nessuno pensa che i cavalli esistano per essere cavalcati dagli esseri umani. Se un cavallo non si lascia cavalcare, si comporta da cavallo come si deve; non possiamo dire “quel cavallo è pazzo”.

Ora, dire che un assassino sadico soffre di un disordine mentale perché alcuni suoi processi mentali o biologici non funzionerebbero significa dare per scontato che i nostri processi mentali e biologici sono sani solo quando ci comportiamo con gli altri in modo non sadico. Ma si tratta di un presupposto arbitrario, tutto da dimostrare. Chi e con quali argomentazioni ha mai dimostrato che se uno è buono “funziona bene” mentre se uno è cattivo, e gode nel far soffrire gli altri, “funziona male”? Affermazioni del genere danno per scontato che gli esseri umani siano stati ‘costruiti’ come macchine in vista di uno scopo, di un dover servire a qualche cosa – un presupposto ammesso da certe visioni religiose o metafisiche, ma non certo da una visione naturalistica e materialista come vorrebbe essere quella del DSM. Per questa, le cose che esistono – quindi anche gli esseri umani – esistono perché esistono, non esistono per svolgere una funzione predeterminata.

Certo la maggior parte di noi non è funzionale a molte cose. Ma la filosofia naturale di oggi esclude che Homo sapiens esista sulla terra per qualche scopo, per svolgere una qualche funzione.

Inoltre, il DSM-5 distingue in modo banale sofferenze “culturalmente giustificate e attese” – come il vivere un lutto severo per la scomparsa di una persona cara o per una sconfitta nella vita – da sofferenze “disordinate”. Ma quale è il criterio di questa distinzione? Fino a che punto la sofferenza per una perdita o una sconfitta è normale e da quale momento diventa patologica? Si dirà: “una cosa è essere depressi per un lutto, altra cosa è essere depressi senza una chiara ragione comprensibile”. Certo ci sono più modi depressivi diversi, ma cosa ci autorizza a dire che il lutto è “ordinato” mentre altre forme di depressione sono “disordinate”? Se si dice che il depresso che si suicida soffre di una disfunzione, si dà dogmaticamente come evidente il fatto che un essere umano “funziona bene” quando non è depresso. Il che implica un assioma anti-naturalistico, come abbiamo visto. L’idea della malattia come disfunzione presuppone tutta un’antropologia metafisica che dà per implicito il fatto che l’essere umano vada pensato come una macchina volta a uno scopo. E questo funzionamento può essere stato stabilito solo da un dio, o da una Natura deificata. Anche se il DSM-5 non parla di Dio e nemmeno di Natura con la N maiuscola, la sua definizione di disordine presuppone entrambe le istanze come condizioni fondamentali del “disordine mentale”. Si è disordinati nella misura in cui non si funziona più secondo una norma implicita di vita “normale”.

Qui il DSM-5 cerca di distinguere “un comportamento (ad esempio, politico, religioso o sessuale) che sia socialmente deviante” ma non patologico da una parte, da un comportamento socialmente deviante e patologico dall’altra. Ovvero, ad esempio, se sono omosessuale in una società dove l’omosessualità è molto riprovata e anche criminalizzata (come in molti paesi islamici), certo mi esporrò a gravi rischi e andrò incontro a “afflizioni e menomazioni” anche molto serie, ma non sono un caso psichiatrico. Se invece, sono convinto di essere un uomo che si è trasformato in donna grazie a dei miracoli divini dato che Dio mi vede come donna, questo certo mi mette in conflitto con il sistema cognitivo della mia società, che non crede a questo tipo di trasformazioni miracolose; però in questo caso sono un paziente psichiatrico. Ma appunto, quale criterio mi fa distinguere un caso dall’altro? Che cosa mi ha fatto decidere di inscrivere nel patologico il transessuale delirante e non l’omosessuale infelice? Tanto più che fino a pochi decenni fa il secondo caso era inscritto nel patologico non meno del primo nelle nostre società. La differenza è data come qualcosa che va da sé, ma non va per niente da sé, perché i principii discriminativi che fanno concludere in due modi diversi nei due casi non vengono mai enunciati. Si dice solo dogmaticamente: “L’omosessuale anche se deviante rispetto al suo contesto sociale non soffre di disfunzioni psicologiche, biologiche o di sviluppo, non è disordinato. Il transessuale delirante non solo è deviante rispetto al suo contesto sociale, ma soffre di disfunzioni psicologiche, biologiche o di sviluppo”. E in che cosa consisterebbe invece un corretto funzionamento psicologico, biologico o di sviluppo? Nel non delirare. Ci troviamo evidentemente di fronte a un argomento circolare. I concetti di “disordine” e “disfunzione” rimandano l’uno all’altro, senza che l’uno fornisca all’altro il criterio ultimo.

Ora, la “definizione” di disordine da parte del DSM-5 porta a queste impasse perché qui il DSM assume una filosofia molto antica, il funzionalismo aristotelico. In particolare, la dottrina aristotelica dell’entelechia, ripresa poi da Leibniz e da Hans Driesch (1905), la quale afferma che ogni organismo tende spontaneamente al proprio compimento, alla propria perfezione, e la salute sarebbe il raggiungimento di questo pieno sviluppo. La malattia è una lesione per cui l’organismo non funziona più come dovrebbe rispetto al proprio fine. L’organismo è concepito come una macchina nel senso originario di mechané, in altre parole come oggetto costruito per svolgere una certa funzione. L’organismo sano è la macchina che realizza adeguatamente i fini per cui è stato “costruito”, da Dio o dalla Natura.

Ma perché qui il DSM adotta questa visione funzionalista che cozza con la visione naturalista di oggi? E cozza in particolare con l’utilitarismo, per il quale, come abbiamo visto, se si può parlare di funzione nella vita umana, essa si riassume in una sola: massimizzare il piacere e minimizzare il dolore.

Rispolvera il funzionalismo per una ragione molto semplice: che la visione funzionalista è l’unica che dia senso alla nozione di malattia o di disordine. E’ l’unica cioè che permetta di dare una parvenza di coerenza all’idea di “disordine mentale”. In questo modo il DSM è costretto a giocare su due tavoli tra loro incompatibili; come se uno giocasse con uno stesso mazzo di carte contemporaneamente il poker e il bridge. Quando si tratta di descrivere specificamente un disordine – potremmo mostrarlo per quasi tutta la diagnostica DSM – questo adotta la visione utilitarista e, sullo sfondo, l’empirismo naturalistico; una visione però che non fornisce alcuna giustificazione alla differenza sano/malato. Quando invece si tratta di descrivere il disordine mentale in generale, e quindi di giustificare una psichiatria medica in generale, deve ricorrere a presupposti funzionalisti in contraddizione con l’utilitarismo naturalista. Nella misura in cui il DSM si situa in continuità con la tradizione medico-psichiatrica, usa concetti aristotelizzanti; nella misura in cui segna una discontinuità perché adotta come criterio l’individualismo utilitarista, riprende, di fatto, una visione naturalista per cui non esiste una differenza categoriale tra sano e malato.

Sarà il caso di mostrare che tutto il DSM-5, come del resto i precedenti, è incastrato in questa contraddizione tra due filosofie, tra due antropologie, che non riesce a sintetizzare né a conciliare.

   Da osservare: nonostante le pretese tecniche, il DSM non è mai entrato nella storia della scienza e, la realtà, non ha mai rappresentato una scoperta scientifica per nessuno degli addetti ai lavori, tranne che per gli psichiatri stessi.

 

   Il motivo è che la maggior parte dei disturbi che gli psichiatri definiscono mentali è sconosciuta e non esiste alcuna prova organica che ne attesti l’esistenza. In altre parole, nessuno dei disturbi elencati nel DSM è sostenuto da un qualsiasi criterio di osservazione diagnostica oggettiva!

 

   Quindi: non vi è alcuna prova che uno dei 374 “disturbi mentali psichiatrici” esista del tutto; essi esistono perché la psichiatria dice che esistono.

 

Da diversi anni a questa parte, oggi in modo assiduo e martellante, la diffusione di psicofarmaci nei vari ambiti del sociale ha preso piede anche in Italia in un modo talmente rapido e veloce che nessuno ha mai avuto l’opportunità o l’inclinazione a chiedersi come mai hanno assunto un ruolo così importante nella vita quotidiana degli individui.

 

Gli psicofarmaci sono usati intensamente nelle scuole, nelle case di riposo, nei centri di riabilitazione dalle droghe, nelle carceri, nei centri di permanenza temporanea per immigrati/e, e molte persone ricorrono a essi anche per “aiutarsi” a controllare il peso, per i problemi in matematica e di concentrazione, per la mancanza di autostima, per l’ansia e per i piccoli o grandi dispiaceri di tutti i giorni. Insomma, gli psicofarmaci sono divenuti la panacea per le pressioni, oppressioni e stress della vita moderna.

 

Tuttavia, benché siano legali e sponsorizzati costantemente dai medici, psichiatri e neurologi, che li definiscono “medicine”, sono molto doversi dai farmaci usati solitamente per la cura delle malattie organiche. Essi sono dei farmaci che alterano la mente e l’umore; ciò significa che sono in grado di cambiare non solo il modo di pensare, di sentire e di agire di una persona, ma anche di alterare quello che una persona vede. Per quanto allucinante possa essere farmacologizzare la vita degli individui, riteniamo che a nessuno debba essere negata la possibilità di scegliere l’assunzione degli psicofarmaci per se stesso, ma in tale scelta bisogna comunque avere chiaro che questi non curano, reprimono solo i sintomi fornendo altresì una temporanea fuga dalla fonte dei problemi.

 

La maggior parte di questi può avere degli effetti collaterali talmente gravi da incidere in tutto il corpo e soprattutto sul sistema nervoso, provocando un’immediata dipendenza.

 

La psichiatria, con una lista di diagnosi dagli altisonanti termini scientifici, privi realmente di significato, affianca a un prontuario di farmaci psicotropi che causano numerosi effetti collaterali e sintomi d’astinenza, convince gli individui che diagnosi e droghe siano la risposta autorevole per qualsiasi problema, grande o piccolo che sia.

Insomma, ogni motivazione individuale o sociale è ridotta a un “problema” di salute mentale.

 

La “medicina” sperimenta accanitamente sulla vita di bambini, adulti, anziani e animali, obbedendo a ordini di controllo e di tortura inerente a un vasto progetto di morte sociale di cui la psichiatria è una delle pratiche più diffuse.

L’unica metodologia di comprensione adottata dalla psichiatria è l’utilizzo della forza e della violenza in cui la punizione è la sola terapia efficace per imporre le proprie menzogne spacciandole per verità e renderle così, assolute e incontestabili.

 

Molti psicanalisti e psicoterapisti, invece di un processo di classificazioni che avrebbe portato e spesso alla detenzione, all’internamento, e alla medicazione con farmaci antipsicotici che alterano la mente, hanno pensato che anche nei casi gravi di ritiro schizoide non perdevano necessariamente tempo se tentavano di ripristinare la salute mediante il difficile compito di districare le esperienze al fine di comprendere la malattia. In questa maniera la psicanalisi nella sua forma più radicale si potrebbe dire che è una critica a una società che non esercita l’empatia immaginativa nel giudizio della persona. Il Lavoro di Harry Stack Sullivan, Fromm, di Laing – tutti psichiatri e tutti ribelli contro le procedure tradizionali – ha fornito un modo di lavorare con le persone con le persone diverso dal modello psichiatrico, che sembrava incoraggiare la repressione della malattia da parte della di una società malata (e come si potrebbe definire una società divisa in classi sociali dove un pugno di persone possiede i capitali e dunque di mezzi di produzione della ricchezza?) creando un gruppo nettamente distinto portatore della malattia stessa. Tuttavia è difficile credere, quando si ascolta la storia di una vita, che la persona considerata “schizofrenica” non stesse subendo gli effetti di essere stata resa, più o meno inconsapevolmente portatrice (tutto ciò, naturalmente, tenuto nascosto) dei mali della famiglia.

 

Per chi sente la propria mente andare a pezzi, l’essere messo nella situazione stressante di un esame psichiatrico, anche se lo psichiatra si afferma con gentilezza, la situazione della procedura stessa della valutazione può essere un modo efficace per far diventare qualcuno pazzo o più pazzo. Ma se fare il resoconto di esperienze considerate strane garantiva, più o meno, una nuova bollatura o un giro in un reparto psichiatrico, ci sono ancora altri motivi di indignazione per un nuovo gruppo di persone sul metodo di diagnosi dei loro sintomi. Viene imposta una sentenza doppiamente crudele agli individui che sono vittime del più orribile attacco per mezzo di esperimenti militari-scientifici, con una società che è totalmente indifferente nei loro confronti.

 

Imbrigliando le neuroscienze alla capacità militare, questa tecnologia è il risultato di decenni di ricerca e sperimentazione, in modo particolare nell’ex Unione Sovietica e negli Stati Uniti. Negli anni della cosidetta guerra fredda lo sviluppo della tecnologia satellitare non ha riguardato solo i sistemi di sorveglianza e di comunicazione, ma anche quelli inerenti alla localizzazione e il pedinamento degli esseri umani, la manipolazione delle frequenze cerebrali con raggi laser diretti, radiazioni elettromagnetiche, onde sonar, [6] radiazioni di radiofrequenza (RFR), onde soliton,[7] campi di torsione e con l’uso di queste e altri campi di energia che formano le aree di studio per l’astrofisica. Poiché le operazioni sono caratterizzate dalla segretezza, sembra inevitabile che i metodi di cui siamo a conoscenza, ossia lo sfruttamento della ionosfera, il nostro scudo naturale, sono già superati quando iniziano ad afferrare le implicazioni del loro uso. I brevetti derivanti dal lavoro di Bernard J. Eastlund[8] forniscono l’abilità di mettere quantità senza precedenti di energia nell’atmosfera terrestre in postazioni strategiche e per mantenere il livello di iniezione energetico, particolarmente se viene impiegata la pulsazione casuale, in un maniera ben più precisa e meglio controllata di quanto fosse possibile con i metodi passati, la detonazione di dispositivi nucleari a vario rendimento e a varie altitudini.[9]

 

L’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO COME STRUMENTO DI CONTROLLO

 

 

Tra il 1997 e il 1999 ci fu un invocare della necessità di una legislazione sull’Amministratore di sostegno, visto come un istituto che è a “beneficio dei bisognosi, dei minorati, di chi necessita un tutela.

 

La legge sull’Amministratore di sostegno fu approvata nel 2004, nel 2008 fu affidato agli psichiatri il potere assoluto di certificazione sulle “patologie”, negli anni 2000 si è messa in atro la strategia che ha colpito diversi soggetti attraverso lo strumento per niente moderno ma antico della distruzione personale degli individui, mediante l’uso spregiudicato del potere psichiatrico, dove gli psichiatri assumono il ruolo di quello che una volta erano i sacerdoti/inquisitori. Nel 2012, come si diceva prima, con il DSM V, si espande il vaglio di criticità mentale, in sostanza si espande il vaglio da parte della psichiatria a tutti gli aspetti del comportamento umano (con il DSM V l’identità umana è in mano allo psichiatria che ha un potere che neanche i parroci nel medioevo avrebbero potuto immaginare).

 

Ci sono state centinaia di denunce sull’utilizzo deviato sulle nomine dell’Amministrato di sostegno a fini diversi dal “sostegno”.

 

All’orizzonte emerge in modo eclatante, l’applicazione concreta di questi istituti finalizzati ad un controllo sociale autoritario deviato e diffuso, dove una pletora di psichiatri, psicologi, educatori ed assistenti sociali sotto l’egida dei primi e con magistrati di settore “sensibilizzati” (ma sarebbe meglio dire plasmati attraverso informazioni e nozioni manipolatorie), entrano in modo deviato e deviante nelle sfere individuali, talvolta condotti per mano alla finalità della distruzione e del controllo delle persone colpite.

 

Che si trattasse di conflitti genitoriali o parentali, di minori o di altri tipi di situazioni che hanno visto persone “con problemi”, i tipi d’intervento indicano un principio di sottrazione, d’intervento sociale autoritario.

 

Proponendo come chiave di lettura delle problematiche famigliari gli scontri che ci sono all’interno delle famiglie, per sottrare i minori, si ingenerò un fenomeno di adduzione dei minori (altro che rapimenti alieni) verso case famiglie (e del relativo business), ma anche verso pratiche e situazioni non note verso situazioni “comunitarie” criminali, che hanno forti sponsorizzazioni e protezioni a livello politico. Come nel caso eclatante, di portate europea, del Forteto.

 

Su questa situazione, rimane sempre il rischio di una nuova normativa sui T.S.O., che porterebbe il rischio che i trattamenti coattivi ospedalieri, formalmente per malati psichici in grave stato e in situazioni urgenti, che, da strumento eccezionale, che dovrebbe essere sottoposto al meccanismo della doppia certificazione, all’ordinanza del Sindaco e alla verifica di legittimità, ed essere operativi nei periodi di sette giorni rinnovabili con un limite breve, che diventino nella sostanza uno strumento di neo-carcerazione psichiatrica semestrale rinnovabile, sino ad un anno e poi rinnovabile sulla base di una certificazione a monte, addirittura di un solo medico.

 

Si è attuata così una presa del potere del potere da parte degli psichiatri di apparato che lavorano a stretto contatto con il circuito giudiziario, che nel frattempo si è strutturato per agevolare la tendenza normativa, avviando così una stagione del controllo sociale di tutti gli individui “certificati”.

 

LO SGRETOLAMENTO DEGLI STATI NAZIONALI

 

 

Un aiuto a comprendere queste strategie non convenzionali per il controllo politico e sociale, ci viene dalla lettura che in maniera sbrigativa spesso e volentieri viene liquidata come “cospirazionista”. Letteratura che ci può aiutare nel tentativo di comprendere quali strategie ci possono essere dietro a questo controllo.

Da molte parti si afferma che lo sgretolamento degli Stati nazionali sia una politica portata avanti da forze oligarchiche internazionali. Nel 2009 è uscito un libro Il Club Bilderberg, Arianna editrice, scritto da un giornalista Daniel Estulin, uno che ha una biografia molto particolare: è stato un agente del KGB e in seguito un dissidente, a causa di ciò nel 1980 insieme alla sua famiglia si rifugiò in Canada.

Questo libro è stato stroncato come “cospirazionista” (termine inventato dalla CIA per definire chi non accetta le verità ufficiali). Certamente a rafforzare la diffidenza sui contenuti di questo libro sta nel fatto che la Casa editrice Arianna, pubblica autori che sono definiti della “nuova destra” come Alain de Benoist, oppure comunitaristi come Costanzo Preve, in sostanza pubblica scritti di autori che da destra affrontano argomenti che dovrebbero essere patrimonio della sinistra (quella vera ovviamente, quella che punta alla trasformazione sociale).

Ora il club Bilderberg (con la pace di chi grida al “cospirazionismo” quando si trattano argomenti scomodi per l’establiscement) esiste davvero, e lavora per influenzare le dinamiche economiche-politiche. Lavora con altre organizzazioni come il CFR, la Trilateral e l’Aspen che tra di loro sono collegate.

Bisogna dire che Estulin non è stato il solo a denunciare realtà come il club Bilderberg. Una persona impegnata nel mondo del volontariato e pacifista come Sergio Paronetto[10] in un suo saggio (poco noto) Poteri profondi Verona segreta nei misteri d’Italia, KappVu, uscito nel 1995 riprende una “scheda” ancora più vecchia, tratta dal Mondo del 15/11/1987, dove sono fatti i nomi di alcuni personaggi pubblici appartenenti ai vari centri di potere internazionale come l’Aspen Institute. Tra i nominativi citati ci sono personaggi come Margherita Boniver, Francesco Cossiga, Gianni De Michelis, Giorgio La Malfa, Antonio Maccanico, Nerio Nesi,[11] Franco Reviglio, Cesare Romiti, Emma Marcegaglia, Lucia Annunziata, Paolo Mieli, Franco Frattini, Gianni ed Enrico Letta (padre e figlio, l’importanza di un istituto come la famiglia!!), Romano Prodi, Umberto Eco, Mario Monti e Carlo Scognamiglio che appartenevano tutti all’Istituto Aspen, che è una derivazione della Commissione Trilaterale.

Aspen è un istituto che si è sviluppato anche in Europa e si è sviluppato anche in Europa, che ha organizzato simposi in Francia, Italia e in Germania. In un incontro organizzato dall’Aspen a Gerusalemme, sul “futuro della storia”, la professoressa Anita Shapira dell’Università di Tel Aviv ha affermato che “è il momento di prendere in considerazione la possibilità di affrontare la fine della scrittura storica come professione accademica”.[12]

Paronetto spiega che vi sono tre realtà operanti in comunanza trinitaria: il CFR, il Bilderberg Group e la Commissione Trilaterale. Che i membri di queste realtà sono spesso legati contemporaneamente a tutti e tre gli organismi. Accanto a essi operano altri centri come la Round Table,[13] l’Associazione B’nai Brith,[14] la Golden Dawn[15] e appunto l’Aspen Istituite appunto. Oltre a questi operano sodalizi “filantropici”, circoli filosofici e pedagogici, case editrici, società esoteriche, teosofiche o gnostiche, sette religiose, movimenti neotemplari, l’ordine rosacrociano Amorc,[16] ordini cavallereschi, istituzioni ambientaliste o salutiste, l’Ordo Templi Orientis,[17] il movimento della New Age.[18]

Il CFR fu fondato nel 1921 negli USA, con i finanziamenti delle Fondazioni Rockefeller e Carnegie, e comprende al suo interno i principali dirigenti delle più importanti testate giovanilistiche USA, oltre ai rappresentanti del potere economico.

Nel capitolo 14 del suo studio Estulin parla diffusamente delle operazioni psico-politiche del CFR, citando il sociologo Hadley Cantrill che nel 1967 scrisse che “le operazioni psico-politiche fanno parte di campagne di propaganda per creare uno stato di perpetua tensione e per manipolare differenti gruppi di persone affinchè accettino il particolare panorama imposto dalle opinioni del CFR sul futuro del mondo”,[19] operazioni psico-politiche che hanno lo scopo di creare uno stato di confusione allo scopo di imporre certe determinate opinioni, tutto ciò non assomiglia per caso anche il modus operandi della Falange Armata? Estulin elenca nel suo libro una serie di istituti ed istituzioni proposti al controllo delle menti e dell’opinione pubblica, che usano per questo i masse media in modo da dirottare la percezione degli eventi da parte della popolazione nel modo desiderato dal CFR, sia per la politica interna che per quella estera.

Torniamo ai fini del Club (che spero si sia capito che non è certamente un Club scacchistico), come la riarmonizzazione dei rapporti economico-politici tra Nordamerica ed Europa, dove Estulin fa notare che i membri del Bilderberg sono le stesse persone che gestiscono le banche centrali e si trovano pertanto nelle condizioni di stabilire i tassi d’interesse e il costo del denaro.

Estulin indica tra gli obiettivi del Bildeberg la distruzione degli Stati nazionali per creare uno stato unico senza identità e storie e culture diverse, il controllo delle menti per ottenere il consenso, la “crescita zero”, perché quando c’è il benessere e la gente non ha motivo di protestare, lo Stato non ha neppure motivo di reprimere, mentre la repressione è necessaria al potere per dividere la popolazione in due categorie: i padroni e gli schiavi, costruire crisi a tavolino in modo da provocare una sensazione di insicurezza nella popolazione che spinga di all’apatia.

   Se questi sono gli obiettivi per i lavoratori, i disoccupati, i pensionati e il resto delle classi sfruttate devono trovare un loro strumento attraverso il quale denunciare questo enorme intrigo, ai danni delle masse popolari di tutto il mondo. La ribellione delle masse dei paesi del Tricontinente, che rifiutano la ricolonizzazione, di essere trattate come carne da macello, ribellione che rende evidente la centralità della contraddizione tra imperialismo e paesi/popoli oppressi in cui le guerre popolari sono l’aspetto principale (anche se sono censurate e calunniate dai media asserviti all’imperialismo e dalla sinistra imperialista), ribellione che può e deve essere di stimolo alla ribellione del proletariato europeo e americano. Questa ribellione nelle metropoli imperialiste non solo è necessaria ma è possibile, pensiamo solamente che almeno fino a una quarantina di anni fa negli USA e in Europa c’era ancora una aristocrazia operaia, che, attualmente, è stata in parte sostituita da un esercito di politicanti e di sindacalisti di regime sempre più screditati, che riescono ancora adesso a frenare le lotte (non basta perdere la faccia per essere inutilizzabili dal sistema) ma non possono durare all’infinito. Ma la ripresa della classe operaia sarà possibile se l’immenso potere politico, militare, finanziario, diplomatico, spionistico, di corruzione dell’oligarchia USA s’indebolirà, perchè se il piano di suddivisione del Vicino Oriente dovesse riuscire ritarderebbe di decenni tale ripresa. Ogni sconfitta, quindi ogni fallimento anche parziale del piano di ricolonizzazione USA vorrebbe dire una vittoria del proletariato americano ed europeo. Non esiste, infatti, nessun altro paese che abbia oltre mille basi in tutto il mondo, un bilancio militare pari a metà di quello mondiale. Ogni arretramento dell’imperialismo USA può divenire un’avanzata del proletariato mondiale, a patto che questo non si lasci coinvolgere da potenze in contrasto con gli USA come la Russia e la Cina. L’indipendenza del proletariato dalle altre classi e dagli Stati è la prima condizione per la ripresa.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Questo fatto nasce dal fatto che le guerre popolari in atto sono nei paesi dipendenti e controllati.

 

[2] È dentro questo quadro che deve essere visto la normalizzazione di Magistratura Democratica.

 

[3] Edito dall’American Psychiatric Association, Washington DC, London. Tr.it. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina, Milano, 2014

 

[4] Spitzer (2011), Frances (2010; 2010-13; 2012b; 2013), Spitzer & Frances (2011).

 

[5] OMS 2003, p. 3.

 

[6] Sonar, termine che nasce come acronimo dell’espressione inglese sound navigation and ranging, è una tecnica che utilizza la propagazione del suono (sott’acqua in genere) per la navigazione, comunicazione o per rilevare la presenza e la posizione di imbarcazioni. Si distinguono sonar attivi e sonar passivi. Il sonar può essere usato come mezzo di localizzazione acustica. Quest’ultima è stata impiegata anche in aria in passato, prima dell’introduzione del radar, e viene tuttora utilizzata per la navigazione dei robot mentre il SODAR (un sonar aereo rivolto dal basso verso l’alto) trova applicazione nelle indagini atmosferiche. Il termine sonar indica anche lo strumento usato per generare e ricevere i segnali acustici. La banda delle frequenze usate dai sistemi sonar va dagli infrasuoni agli ultrasuoni. Lo studio della propagazione del suono sottacqua è noto come acustica subacquea o idroacustica.

 

[7] Un solitone è un’onda solitaria che si propaga senza deformazione in un mezzo non lineare e dispersivo.

On en trouve dans de nombreux phénomènes physiques de même qu’ils sont la solution de nombreuses

[8] Bernard J. Eastlund (1938-2007). Fisico statunitense. Ha conseguito il Bachelor of Science in fisica presso il MIT e il dottorato di ricerca, sempre in fisica, presso la Columbia University. Nel 1970 gli è stato conferito lo “Special Achievement Certificate” dalla “U. S. Atomic Energy Commission” per l’invenzione della Fusion Torch. Eastlund ha fondato l’Eastlund Scientific Enterprises Corporation (ESEC), una piccola azienda a Houston, in Texas, che fornisce servizi di ricerca scientifica, ingegneristica e tecnica. Recentemente è stato coautore di due “papers” relativi alle stelle pulsar, pubblicati su “Astrophysical Journal” ed ha presentato un articolo sui Gamma ray burst.

 

[9] Rif. Hig Frequency Active Auroral Research Project, HAARP.

 

 

[10]   Sergio Paronetto insegna presso l’Istituto Tecnico “Luigi Einaudi” di Verona, dove coordina alcune attività di educazione alla pace e ai diritti umani. Tra il 1971 e il 1973 è in Ecuador a svolgere il servizio civile alternativo del militare con un gruppo di volontari di Cooperazione internazionale (Coopi). L’obiezione di coscienza al servizio militare gli è suggerita dalla testimonianza di Primo Mazzolari, di Lorenzo Milani e di Martin Luther King. In Ecuador opera prima nella selva amazzonica presso gli indigeni shuar e poi sulla Cordigliera assieme al vescovo degli indios (quechua) Leonidas Proano con cui collabora in programmi di alfabetizzazione secondo il metodo del pedagogista Paulo Freire. Negli anni ’80 e’ consigliere comunale a Verona, agisce nel Comitato veronese per la pace e il disarmo e in gruppi promotori delle assemblee in Arena suscitate dall’Appello dei Beati i costruttori di pace. In esse incontra o reincontra Alessandro Zanotelli, Tonino Bello, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Desmond Tutu, Rigoberta Menchu’, Perez Esquivel, Beyers Naude’ e tanti testimoni di pace. Negli anni ’90 aderisce a Pax Christi (che aveva gia’ conosciuto negli anni Sessanta) del cui Consiglio nazionale e del cui Centro studi fa parte. E’ membro del Gruppo per il pluralismo e il dialogo e, ultimamente, del Sinodo diocesano di Verona.

 

[11] Proprio lui il reclutato da un “comunista” del calibro di Bertinotti, nel PRC.

 

[12] Internazionale, n. 87/95.

 

[13] Il Round Table sorse nel 1891 in Gran Bretagna da un gruppo di personaggi che avvenano interpretazioni arbitrarie della biologia, poiché teorizzavano che alcuni popoli sono superiori e altri inferiori (razzismo) e che alcuni individui sono superiori e altri inferiori (eugenetica).

   Alla fine del XIX secolo, si comincia a teorizzare che i leaders sono geneticamente destinati a comandare e che valga per un individuo vale per un gruppo, un popolo, una nazione.

   Tra i fondatori della Round Table spicca Cecil Rhodes, il colonialista conquistatore del territorio africano che fu dato il nome di Rodesia avrebbe costituì una società segreta caratterizzata da una fanatica vena di pan anglismo razzista; che aveva come scopo di imporre al mondo il predominio britannico, tale programma era animato da un afflato che spostava l’accento dalla nazione alla razza, postulava l’esigenza di un alleanza tra le nazioni di razza anglosassone. Dopo la morte di Rhodes un’altra figura di proconsole sudafricano, lord Alfred Milner, organizza una cerchia esterna, la Round Table, che deve assicurare all’originaria società segreta, un ambiente di simpatia e di fattiva collaborazione. Nel 1914 funzionano gruppi della Round Table in Inghilterra, Sud Africa, Canada, Australia, Nuova Zelanda, India e Stati Uniti. Il coordinamento delle loro attività è assicurato da un organo trimestrale, The Round Table, che esce completamente anonimo, allo stesso modo della rivista gesuiti La Civiltà Cattolica, analogia non casuale, se si pensa che la Compagnia di Gesù costituisse il modello organizzativo di Cecil Rhodes.

     Alla fine della prima guerra mondiale, quando è ormai chiaro che gli Stati Uniti sono destinati ad assumere unimportanza sempre maggiore più grande nel contesto mondiale, il gruppo americano della Round Table offre la piattaforma per la creazione della Cfr, assumendo il compito di contrastare la tendenza isolazionista dell’opinione pubblica: il grande business e i truts volevano mantenere lapertura dei mercati mondiali. La sovrastruttura ideologica era data dalla teorizzazione da parte della setta segreta originaria dell’egemonia planetaria della razza anglosassone.

 

 

 

[14] È la più importante organizzazione ebraica internazionale, fondata il 13 ottobre 1843 il B’nai B’rith c/o il Caffè Sinsheimer, nel quartiere di Wall Street, a New York. Allora fu chiamato “Bundes-Brueder” (che significa “Lega dei fratelli”), nome tedesco a causa dell’origine dei fondatori ebrei-tedeschi, che parlavano soltanto il tedesco o l’yiddish. Il “B’nai B’rith ” è pertanto una delle più antiche associazioni americane ancora esistenti.

Il fondatore, Henry Jones, cercò dei co-fondatori reclutandoli presso la Sinagoga, di cui era uno dei principali responsabili. Il “B’nai B’rith” stesso riconosce inoltre che almeno quattro dei suoi fondatori erano massoni. L’Ordine del “B’nai B’rith”, per libera scelta dei fondatori, era riservato ai soli ebrei. I fondatori volevano creare un Ordine che avrebbe dovuto essere il mezzo per unire gli ebrei d’America e “illuminare” così “come un faro il mondo intero“. Un mese dopo la creazione dell’Ordine, si decise che la sede sarebbe stata a New York; il locale scelto per fondare la prima Loggia di New York, non fu una sala della Sinagoga, ma il tempio massonico situato all’angolo di Oliver Street e Henry Street, proprio per mostrare la sua origine massonica. I fondatori decisero di cambiare nome all’associazione, stimando che un Ordine ebraico dovesse avere un nome ebraico. Conservarono così le iniziali B. B., ma cambiarono il nome dell’Ordine, che da “Bundes-Brueder ” (Lega dei Fratelli) divenne “B’nai B’rith” (Figli dell’Alleanza). Il motto dell’Ordine era: “Benevolenza, Amore fraterno e Armonia”. Si scelse perciò come simbolo dell’Ordine la “menorah”, il candeliere a sette bracci, che simboleggia appunto la luce.

 

Negli USA ha un’enorme influenza se si pesa che le campagne presidenziali passano inevitabilmente attraverso le assemblee del “B’nai B’rith”, dove i candidati, sia democratici che repubblicani, vengono a porgere i loro messaggi di sostegno ad Israele. Per esempio nel 1953 il vice presidente Richard Nixon fu il principale oratore politico al banchetto della Convenzione, e il presidente Dwight Eisenhower inviò un caloroso messaggio d’incoraggiamento alla Loggia. Eisenhower prese poi parte al banchetto per il 40· anniversario dell’A.D.L. (Anti-Diffamation League of “B’nai B’rith“), il “braccio armato” del “B’nai B’rith”. Mentre nel 1963, per i 50 anni dell’A.D.L., l’invitato d’onore fu il presidente John Kennedy. Alcuni mesi più tardi anche il nuovo presidente Lyndon Johnson fu invitato dall’Ordine. Per finire, il presidente del “B’nai B’rith”, Label Katz, incontrò in udienza privata Giovanni XXIII nel gennaio 1960. Tramite Jules Isaac (membro del “B’nai B’rith”) l’Ordine ha giocato un ruolo di primo piano nella preparazione del documento Nostra Ætate del Concilio Vaticano II.

 

[15] L’origine della Golden Dawn (Alba Dorata) è inglese e risale alla fine del XIX secolo. Uno dei suoi fondatori era il poeta e scrittore irlandese William Butler Yeats che fu uno dei primi membri della società segreta magico-iniziatica di ispirazione rosacrociana nota come “Ordine Ermetico dell’Alba Dorata”. Yeats, dopo aver raggiunto il grado di Adeptus Minor si fa conoscere come Frater D.E.D.I.: Daemon Est Deus Inversus (http://it.wikipedia.org/wiki/William_Butler_Yeats).

 

Nella Golden Dawn e nella Rosa Rossa convergono la sapienza esoterica cabalistica e templare. Cioè in altre parole chi entra nella Rosa Rossa entra veramente in un percorso di sapienza e conoscenza superiori a quelli di un essere umano ordinario. Inoltre a tale organizzazione s’iscrivono ovviamente in modo riservato i massoni più potenti e più interessati all’esoterismo. In altre parole questa struttura non è un’organizzazione creata dal nulla, per opera di un eccentrico mezzo matto. Al contrario, è fondata da massoni e rosacrociani, su mandato esplicito dei cosiddetti Superiori Sconosciuti, e fa convergere in essa tutta quella parte della massoneria ufficiale interessata all’esoterismo e alla magia. In altre parole i veri fondatori (non quelli ufficiali) rimangono sconosciuti.

 

[16] L’Antico e Mistico Ordine della Rosa Croce Antiquus Mysticusque Ordo Rosae Crucis, anche conosciuto con la sigla AMORC, o come Ordine della Rosa-Croce, definisce se stesso come un “movimento filosofico, iniziatico e tradizionale mondiale, non settario e non religioso, apolitico, aperto agli uomini e alle donne, senza distinzioni di razza, di religione o di posizione sociale” Il suo motto è: “la più ampia tolleranza nella più rigorosa indipendenza

Il suo simbolo è una croce con al centro una rosa rossa. La croce non ha connotazione cristiana.

Fondato nel 1915 dall’americano Harvey Spencer Lewis a partire da una sintesi di insegnamenti Rosa-Croce antichi, l’AMORC sostiene di avere circa 250.000 membri nel mondo.

 

[17] L’Ordo Templi Orientis, un importante crocevia del mondo occultista nel periodo a cavallo fra il XIX e XX secolo, contraddistinto dall’elaborazione di un sistema di magia sessuale, che affonda le sue radici nella trasmissione degli insegnamenti basati sul tantrismo dell’austriaco Carl Kellner (1850-1905) — il quale durante i suoi viaggi in Oriente sarebbe entrato in contatto con tre «adepti» (un sufi, Soliman ben Aifa, e due tantristi, Bhima Sena Pratapa e Sri Mahatma Agamya Paramahamsa), oltre che con l’organizzazione Hermetic Brotherhood of Light — e che vengono recepiti con l’ipotesi della costituzione di una «accademia massonica» da quel mondo della Germania fin de siècle in cui esisteva un fiorente milieu di movimenti magici e in cui si trova ad operare Theodor Reuss (1855-1923), il quale — profondamente coinvolto nel mondo delle «massonerie di frangia», dei Rosa-Croce e delle chiese gnostiche -, il 20 gennaio 1906, organizza l’O.T.O. nella sua forma attuale, dichiarando il movimento come filiazione templare e «cerchia interna» delle varie «massonerie di frangia» da lui dirette.

 

Ma è solo nel 1911 (o nel 1909, la data non è certa), con l’ingresso in scena di Aleister Crowley — proveniente dall’esperienza maturata nell’Ordine Ermetico della Golden Dawn, di cui fonderà un ramo (l’Argenteum Astrum, o Astrum Argentinum, A.A.), ancora oggi esistente –, che l’impatto dell’ordine sul milieu occultista dell’epoca inizia ad assumere quell’importanza su cui tutti gli specialisti sono oggi concordi. Per tracciare solo una breve panoramica dell’interesse che l’O.T.O. ha generato nel mondo occultista, sarà sufficiente fare accenno ad alcuni membri importanti che ne entrarono a far parte:

— Harvey Spencer Lewis (1883-1939), fondatore nel 1916 dell’A.M.O.R.C. (Antico e Mistico Ordine Rosae Crucis), il movimento magico più diffuso nel mondo, con circa sei milioni di membri.

— Gérard Encausse (Papus, 1865-1916), probabilmente il più noto occultista francese, organizzatore del sistema iniziatico conosciuto come Martinismo.

— Arnoldo Krumm-Heller (1876-1949), magnetizzatore sulle orme di Mesmer, amico di Papus, massone «di frangia» e patriarca di una chiesa gnostica, rivendicatore dell’eredità degli antichi Rosa-Croce e fondatore di una Fraternitas Rosicruciana Antiqua, interessata anche a forme di magia sessuale.

— John Yarker (1883-1913), figura di spicco delle massonerie «di frangia» e membro importante anche nella massoneria «regolare», iniziato a diversi riti templari e inoltre al rito di Heredom, al rito di Cerneau, al rito di Memphis, al rito di Misraim e al rito di Swedenborg. Fu per un certo periodo uno dei capi della Societas Rosicruciana in Anglia, fondata nel 1866 da Robert Wentworth Little (1840-1878), nonché membro dell’Ordine Martinista, della Società Teosofica e della massoneria mista detta Co-Massoneria.

L’apporto di Aleister Crowley nell’Ordo Templi Orientis è indiscutibilmente quanto di più eclettico si possa immaginare, tenuto conto che — per esempio — già in un Manifesto del 1912 questi descriveva l’O.T.O. come un corpo di iniziati in cui confluivano gli insegnamenti di: Ecclesia Gnostica Catholica, Ordine dei Cavalieri dello Spirito Santo, Ordine degli Illuminati, Ordine del Tempio, Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, Ordine dei Cavalieri di Malta, Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro, Chiesa del Santo Graal, Ordine Rosicruciano, Ordine della Rosa Croce di Heredom, Ordine dell’Arco Reale di Enoc, Rito di Mizraim, Rito Scozzese Antico e Accettato, Rito di Swedenborg, Ordine Martinista, Ordine di Sat B’hai, Fratellanza Ermetica della Luce, Ordine Ermetico della Golden Dawn… e molte altre organizzazioni iniziatiche di maggiore o minore fama.

 

[18] Sarà per questo motivo che Paronetto è preoccupato di certi fenomeni presenti nella sua città Verona dove sorgono strani sodalizi neo-templari e ad aggregazioni tradizionaliste che intendono usare le messe in latino per scopi etnico-politici. Paronetto indica il pericolo che stia nascendo una realtà etnico-ideologica, legata a un populismo micro-nazionalista. http://www.grillonews.it/cosa-sta-avvenendo-a-verona/

 

[19] http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-dal-cfr

LAVORI SULL’IMPERIALISMO

•giugno 30, 2016 • Lascia un commento

 

 

 

Nell’attuale battaglia politica è importante avere le idee ben chiare su cosa è oggi l’imperialismo e delle differenze (non di fondo a mio parere) che esistono con quelle che c’erano ai tempi di Lenin. Analizzare l’imperialismo serve per non assumere comportamenti politici sbagliati al di là delle buone intenzioni.

Premessa

 

Leggendo L’Imperialismo di Lenin, la prima cosa che balza agli occhi è il suo costante insistere sull’analisi economica relativa a un pugno di Stati più avanzati e sul loro impetuoso sviluppo capitalistico, sul progredire di questo sviluppo in forma di monopoli, cartelli e soprattutto finanza, per poi sfociare da ultimo, inevitabilmente nell’imperialismo; che è anzitutto una forma di approdo economico, essenzialmente finanziario.

Bisogna precisare che per Lenin la finanza è intesa come alleanza tra grossa industria e grandi banche; oggi dovremmo aggiungere grosse assicurazioni e finanziarie, catene commerciali e di distribuzione, ecc.: i grossi gruppi finanziari di solito posseggono tutte queste parti economiche, in percentuali continuamente variabili. Con la produzione come elemento, in ultima analisi indispensabile; ma con la finanza speculativa come elemento dominante.

Questo sviluppo, solo successivamente si manifesta anche sul piano politico.

Lenin nella sua opera è molto duro nella critica a Kautsky,[1] che, dell’imperialismo ha dato un’interpretazione puramente politica e non economica.

In tal modo Kautsky pensava di poter giustificare il capitalismo, che giunto ormai alla fase dell’imperialismo, avrebbe potuto essere esercitato anche senza adottare forme di oppressione crudeli, aggressive ed infamanti.

Per Lenin, invece, è lo sviluppo economico stesso di questo pugno di Stati capitalisti più forti che porta inevitabilmente al tentativo della spartizione del mondo. Tentativo che viene messo continuamente in discussione da parte di Stati imperialisti emergenti, cosa che porta a nuove spartizioni; e tutto ciò ha un inevitabile fardello di oppressione, e sfruttamento bestiale di intere popolazioni e di guerre di aggressione portate dappertutto dagli Stati imperialisti.

Dunque è la finanza, l’eccesso di capitali, soprattutto speculativi – ma anche produttivi – in cerca di migliori e più redditizi investimenti che sta alla base dell’imperialismo. Il possesso diretto di colonie è solo una forma secondaria e apparente di questo processo, tant’è vero che oggi esistono molti Stati, anche non ridotti politicamente e militarmente al ruolo di colonia, ma che sono sostanzialmente dominati finanziariamente dagli investimenti di Stati capitalisticamente più forti.

Lenin ha più volte insistito sul ruolo corruttore che esercita i sovraprofitti drenati nelle colonie e negli Stati dipendenti dagli Stati imperialisticamente dominanti. È una corruzione che riguarda in particolare una parte più o meno grande della classe della classe lavoratrice dei paesi imperialisti, che, a causa di queste spesso consistenti briciole ottenute, viene a legarsi per periodi anche non brevi al sistema capitalistico nazionale.

 

SULL’ARISTOCRAZIA OPERAIA

 

   Per capire la formazione e la creazione dell’aristocrazia operaia, bisogna stabilire le evoluzioni e le modificazioni sociali che la formazione di questo strato ha comportato. Peculiarità del capitalismo è di rivoluzionare continuamente i modi di produzione al fine di poter estorcere una sempre maggior quota di lavoro non pagato all’operaio. Se si guarda attentamente alla crescita di nuovi settori produttivi, bisogna rilevare è che, se da un lato, si producono strati di aristocrazia operaia, dall’altro si produce la gran massa degli operai più sfruttati. Infatti, in base allo sviluppo dei settori una sorta di “sviluppo operaio” serve solo a coprire questa fondamentale differenziazione dentro la classe operaia. Come si può spiegarsi che nello stesso processo di crescita del capitale si vengono sorbicamente a formarsi, da un lato, gli strati bassi dell’industria (come gli operai alle catene), e dall’altro gli strati privilegiati e ben pagati?  Da un lato il prodotto più specifico del capitale, il suo diretto antagonista: il proletariato industriale composto da operai completamente espropriati anche del mestiere e della scienza, ridotti a semplice appendice della macchina, a mera forza-lavoro; e dall’altro i superspecializzati, capi, tecnici, che formano poi la struttura gerarchica superiore dalla fabbrica. Il legame di questi strati con il processo di crescita del capitale è dovuto dal permanere e riprodursi di “operai dei mestieri” le cui conoscenze scientifiche e tecniche non sono state del tutto incorporate  nel macchinario, e dal formarsi di nuovi in realizzazione del funzionamento di macchinari più sofisticati e al controllo di una più complicata organizzazione del lavoro. La forza-lavoro che vendono è forza-lavoro complessa che ha un prezzo sul mercato, e al privilegio economico si unisce una condizione di lavoro che non li sottomette al macchinario e alla produzione di plusvalore relativo. È questa la base, della divisione tecnica del lavoro, che nella fase imperialista fa questi strati dei beneficiari di quelle briciole di cui parla Lenin. Per capire maggiormente il ruolo di strati bisogna considerare la loro collocazione che assumono nelle diverse fasi dello sviluppo capitalistico.

Nel passaggio dalla cooperazione alla manifattura, Marx come questa “sviluppa una gerarchia della forza-lavoro alla quale corrisponde una scala dei salari (…) Accanto alla graduazione gerarchica, ecco la separazione semplice degli operai in abili e non abili per questi ultimi, le spese di tirocinio scompaiono del tutto: per i primi esse diminuiscono, in confronto, all’artigiano, in conseguenza della semplificazione della funzione. In entrambi casi diminuisce il valore della forza lavoro”.[2]

Con l’introduzione delle macchine il rapido e il rapido affermarsi della grande industria, si compie la scissione fra le potenze menali del processo di produzione e il lavoro manuale, la trasformazione di quelle in potere del capitale sul lavoro (…) La subordinazione tecnica dell’operaio all’andamento uniforme del mezzo di lavoro e la peculiare composizione del corpo lavorativo, fatto d’individui d’ambo i sessi e di diversissimi gradi di età, creano una disciplina da caserma che si perfeziona e diviene un regime di fabbrica completo e porta al suo pieno sviluppo il lavoro di sorveglianza già prima accennato, quindi assieme ad esso la divisione degli operai in manovali e sorveglianti del lavoro, in soldati semplici dell’industria e in sottufficiali dell’industria”.[3]

 

Il passaggio del Modo di Produzione Capitalistico nella fase imperialista ha comportato profonde ristrutturazioni sociali nelle varie classi. All’interno della borghesia, ad esempio, dallo sviluppo e concentrazione del capitale finanziario ne consegue l’aumento di quello viene definito “il ceto dei rentiers”, cioè di quelle persone che vivono “del taglio dei cedole, non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l’ozio”. [4] Nella classe operaia, le briciole dei sovraprofitti imperialisti elargite a una sua minoranza permettono di costituirne una categoria privilegiata, staccata dalla massa degli operai, legata materialmente agli interessi del proprio imperialismo. Già dalla metà del XIX secolo Marx ed Engels individuavano nella posizione di monopolio nel mercato mondiale detenuta dall’Inghilterra la possibilità di determinare l’imborghesimento di una parte del proletariato inglese e di corrompere i capi operai; e individuavano la connessione tra questo fenomeno oggettivo e il suo riflesso nell’opportunismo in seno movimento operaio. E’ Lenin che definisce, a livello dell’imperialismo ovvero del capitale divenuto sistema dominante in tutto il mondo, la collocazione dell’aristocrazia operaia. Questa è ormai il prodotto di un’evoluzione prende sì le mosse dagli strati già presenti di operai privilegiati, ma tale da modificarne la base materiale, da trasformarne decisamente i connotati di classe e creare così l’aristocrazia operaia dell’epoca imperialista. Quest’aristocrazia operaia completamente piccolo-borghese, per il suo modo di vita, per i salari percepiti, costituì il puntello della Seconda Internazionale e ai nostri giorni uno dei principali puntelli a livello sociale (non militare) della borghesia. I membri dell’aristocrazia operaia sono veri e propri agenti della borghesia in seno al movimento operaio.

Attenzione, bisogna classificare bene chi fa parte dell’aristocrazia operaia per non cadere nell’errore di comprendere all’interno di questa categoria l’insieme degli operai dei paesi imperialisti nel loro complesso; nell’affermare che il proletariato dei paesi imperialisti vive alle spalle del resto del proletariato mondiale (in particolare dei paesi di quello che è definito “Terzo Mondo” ). Per sfatare questa concezione bisogna partire dal fatto che Marx rilevò che le nazioni in cui più è sviluppata la produzione capitalista e dove in genere i salari sono più alti, e anche più sviluppata l’intensità e la produttività del lavoro, cioè esso produce nello stesso tempo più valore (e più plusvalore).

A voler essere precisi bisogna calcolare il saggio di plusvalore, cioè la velocità di sfruttamento dei lavoratori, che è molto più alta dei paesi sviluppati che in quelli arretrati, dove i loro salari sono sì più alti poiché “maggiore è la produttività di un paese di un paese rispetto ad un altro sul mercato mondiale, più alti saranno i suoi salari rispetto all’altro. In Inghilterra non solo i salari nominali, ma anche quelli reali sono più alti di quelli che sul continente. Gli operai mangiano più carne soddisfano più bisogni… Ma in proporzione alla produttività degli operai inglesi i loro salari non sono più alti (di quelli pagati negli altri paesi).[5]

Al più alto grado di sfruttamento e alla più alta produttività dei lavoratori delle metropoli imperialiste deve essere aggiunta un’importante modificazione della legge del valore che risulta da questo fatto: “Ma la legge del valore viene modificata nella sua applicazione internazionale anche dal fatto che nel mercato mondiale il lavoro nazionale più produttivo vale anche lavoro più intenso…”.[6]

 

Quindi, sul mercato mondiale, sono solo il lavoro dell’operaio delle metropoli imperialiste è più produttivo, ma esso crea più valore, giacché vale come lavoro più intenso.

I teorici terzomondisti e comunque tutti quelli che definiscono che la classe operaia dei paesi capitalisti come “imborghesita” ignorano (o rimuovono se in passato sono stati dei marxisti) la fondamentale questione dei salari relativi. Marx sottolineò l’importanza dei salari relativi per la comprensione dei salari operai nella società capitalista: “Ma né il salario nominale, cioè la somma di denaro per la quale l’operaio si vende al capitalista, né la quantità di merci che egli può comperare con questo denaro, esauriscono i rapporti contenuti nel salario. Innanzitutto il salario è determinato anche dal suon rapporto con il guadagno, con il profitto del capitalista. Questo è il salario proporzionale, relativo.

   Il salario reale esprime il prezzo del lavoro in rapporto al prezzo delle altre merci, il salario relativo, invece, la parte del valore nuovamente creato che spetta al lavoro immediato, in confronto con la parte che spetta al lavoro accumulato, al capitale”.[7]

Marx mostra poi che i salari relativi possono anche diminuire mentre quelli reali aumentano, e che in questo caso: “Il potere della classe capitalista sulla classe operaia è aumentato; la posizione sociale del lavoratore del lavoratore è peggiorata, è stata sospinta un gradino più basso al di sotto di quella del capitalista”.[8]

È precisamente questa situazione che caratterizza la classe operaia durante l’apogeo della fase ascendente del capitalismo

 

 

salari relativi[9]

 

Produzione industriale pro-capite Salari relativi Quota dei capitalisti
1859-68            51 124 84
1869-79             66 111 104
1880-86             83 96 104
1887-95             96 95 105
1895-1903     105 94 106

 

 

Così questa classe operaia riceve una parte sempre più piccola dell’enorme ricchezza che la sua forza-lavoro creava lungo questo periodo.

Detto questo, non bisogna scordarsi che il fattore che in ultima istanza determina l’aumento o meno dei salari, è il livello della lotta di classe. È solo l’impatto di una forte combattività che il proletariato potrà strappare al capitale una quantità maggiore dei mezzi di sussistenza che il suo stesso lavoro ha prodotto.

E a essere ancora più precisi è semplicistico ed errato indicare la maggiore retribuzione come appartenenza all’aristocrazia operaia (la maggiore retribuzione ne è un aspetto). Spesso e volentieri i lavoratori con salari più avanzati appartengono a categorie più combattive. La storiografia operaistica degli anni ’60-’70, ha avuto un ruolo negativo, poiché ha trascurato il ruolo rivoluzionario, d’avanguardia che ebbe per tutta una fase (quella della sussunzione formale del lavoro nel capitale) rispetto agli altri operai (basti ricordare il ruolo degli operai professionali in tutto il movimento dei Consigli in Europa e in Russia nel periodo 1917-1921), per vedere il lato conservatore (diventato predominante solo nella fase successiva della sussunzione reale del lavoro nel capitale con conseguente affermazione di quello che fu definito operaio-massa). Molti di questi storici evidentemente non hanno mai sentito parlare di aristocrazia operaia.

D’altronde parlare di alti salari sembrerebbe che sarebbe (soprattutto in una fase dove attaccati pesantemente) che sotto il capitalismo sia possibile una giusta redistribuzione del reddito. Col rischio di essere noiosi bisogna ripetere costantemente che ciò che conta sono non le buone intenzioni della borghesia, ma i rapporti di forza, che ogni conquista salariale o d’altro genere strappata alla borghesia da una categoria di lavoratori dai lavoratori di un paese, è un successo per tutti i lavoratori (indebolisce la Borghesia Imperialista, è di esempio e stimolo per gli altri lavoratori, ecc.). Altra cosa è promuovere la solidarietà dei lavoratori meglio organizzati e più combattivi verso i lavoratori più arretrati, meno organizzati, ecc. Ma ciò non ha nulla a che vedere con la questione della aristocrazia operaia. Anzi sono proprio i sindacati di regime (quindi una parte proprio dell’aristocrazia operaia) che dicono ai lavoratori dei paesi imperialisti che devono moderarsi perché prendono già molto di più dei lavoratori delle semicolonie e degli ex paesi socialisti, che predicano il livellamento al minimo.

Attualmente l’aristocrazia operaia è costituita da quella escrescenza del movimento operaio formata da: 1. funzionari e dirigenti delle organizzazioni operaie (sindacati, cooperative, casse mutue, ecc.), 2. giornalisti, scrittori e altri impiegati dei giornali, case editrici, ecc. del movimento operaio, 3. membri di parlamenti, consigli e altri enti locali in rappresentanza degli operai, 4. membri operai o “delegati dagli operai” di comitati e commissioni paritetiche, di consigli di amministrazione, di commissioni miste di studio, ecc. La borghesia imperialista esercita una precisa opera di corruzione materiale e morale, economica e culturale verso questa massa considerevole di persone, le educa a ragionare come ragionano i capitalisti (compatibilità, razionalità, ecc. tutto nell’ambito e nell’orizzonte della società attuale, quindi degli interessi della borghesia imperialista), li ammette a godere delle briciole del suo potere, del suo benessere, della sua cultura e dei suoi privilegi. Quei membri dell’aristocrazia operaia che si lasciano corrompere e si dimostrano capaci e affidabili, la borghesia li ammette a far parte della “classe dirigente” del paese. Li privilegia nella gestione della conquiste dei lavoratori (sono i primi nelle liste per assegnazione di case popolari, di premi di ogni genere, stock options, ecc.), li ammette a partecipare alle speculazioni finanziarie, a costituire società che sfruttano alcune nicchie del mondo degli affari, alcune previdenze contemplate dalla legge ma che il gran pubblico non conosce e non è comunque in condizioni di sfruttare, li favorisce con articoletti e modifichette delle leggi che passano quasi inosservate (contributi figurativi, previdenze per quello o quel caso tagliato su misura, ecc.), ecc.

Nei paesi imperialisti l’aristocrazia operaia è numerosa (in Italia probabilmente alcune centinaia di migliaia di persone) e costituisce una massa tra i membri dei partiti di sinistra (DS, PRC, PdCI, Verdi, ecc.). Essa ha un’influenza sociale molto superiore al suo peso numerico. Ognuno dei suoi membri parlando con i giornali, con la TV, ecc. parla contemporaneamente a migliaia di persone, quindi la sua voce risuona come quella di migliaia di lavoratori semplici; ha prestigio, sa districarsi nei meandri della pubblica amministrazione costruita appositamente in modo che il semplice lavoratore si perda: anche questo aumenta il suo influsso, il suo prestigio e il suo potere. A differenza del borghese, il membro dell’aristocrazia operaia ha modi di fare, relazioni, linguaggio, amicizie e frequentazioni che lo mettono a contatto con la massa della popolazione e gli permettono di fare quel lavoro di persuasione, di divisione, di corruzione morale, ecc. che il borghese direttamente non potrebbe fare.

 

Perciò l’opportunismo, il riformismo e il revisionismo delle organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori hanno una base sociale, ben precisa: l’aristocrazia operaia. Facciamo un esempio, nel PCI c’erano certo i piccoli e medi industriali, i commercianti della COOP (che è diventata una dei più importanti centri di distribuzione in Italia), gli artigiani ecc., ma la sua vera forza d’urto con la quale riusciva a mettere in campo ampi strati di operai e dalla quale dipendeva il suo peso contrattuale tra le varie frazioni borghesi, grazie soprattutto quella rete di funzionari molti dei quali provenienti dalla fabbrica e che avevano un certo peso nel partito. Dire che il PCI faceva gli interessi dell’imperialismo e non dell’aristocrazia operaia è un semplice gioco di parole per nascondere l’identità di interessi strategici tra l’imperialismo del proprio paese e l’aristocrazia operaia. Ma è anche il sistema più semplice per staccare i partiti dalle determinazioni economiche e sociali e collocarli nella sfera morale. Tutti i partiti borghesi (e il PCI era diventato un partito operaio borghese) fanno gli interessi dell’imperialismo, ma all’interno di questo ci sono classi e strati di classi particolari che vanno individuati. D’altronde come si spiega il cambiamento del PCI da partito proletario rivoluzionario a partito borghese? Tutta colpa di Togliatti? Sarebbe ridicolo e idealista, che tutto questo sia avvenuto solo sul piano delle idee.

Le tendenze revisioniste che si svilupparono nei partiti comunisti avevano precise radici di classe. Infatti, osserviamo in diversi paesi (es. Browder negli USA, Tito in Jugoslavia) l’allontanamento dai principi, l’affermarsi di concezioni e posizioni antimarxiste e antileniniste, è un risultato della formidabile pressione dell’imperialismo – specialmente quello egemonico nordamericano che mobilitò tutte le risorse e forze reazionarie – sulla classe operaia e le sue organizzazioni, e come effetto dell’influenza delle concezioni borghesi e piccolo-borghesi nelle file dei

partiti comunisti, portatevi dagli agenti dell’imperialismo, dagli opportunisti, da strati imborghesiti e privilegiati, e fatte passare dai dirigenti che non avevano completamente assimilato il marxismo-leninismo (la debolezza ideologica e politica dei capi del PCI e le loro deviazioni sono note, specie se consideriamo la lunga storia di dissidi con il Comintern, culminata nello scioglimento del Comitato Centrale nel 1938).

 

Che questo strato superiore di lavoratori quando i nodi vengono al pettine e in mancanza di mobilitazione unitaria di tutta la classe, alla fine della fiera sceglie la difesa dei propri interessi. Prendiamo come esempio la manifestazione dei 40.000 di Torino, essa è stata la chiara dimostrazione che di fronte alla crisi alcuni strati di aristocrazia operaia (capi e capetti legati alla FIAT) non si sentivano rappresentati sufficientemente dal sindacato, soprattutto quando si trattava di difendere il posto di lavoro degli operai dei livelli inferiori e ciò peraltro avrebbe comportato la perdita per il loro stipendio.

 

Ci potrebbe domandarsi che nella crisi le briciole diminuiscono, anche per l’aristocrazia operaia. Ma questo è solo un aspetto. Avviene che ci siano diversi capitali che non sono investiti poiché non garantiscono un adeguato saggio di profitto. Come questi capitali sono utilizzati, è una questione che dipende da diversi fattori. Infatti, nonostante il calo dei sovraprofitti, l’industria bellica s’impone come un’industria trainante. Gli Stati raddoppiano le spese militari, sono aumentati gli stipendi agli ufficiali e ai soldati in ferma permanente, e gli apparati di polizia pubblici e privati si gonfiano per garantire l’ordine interno. La crisi comporta una ristrutturazione d’interi settori industriali: gli operai a migliaia sono gettati sul lastrico e anche qualche elemento proveniente dall’aristocrazia operaia ma non significa che viene colpito questo strato nel suo complesso. L’intensificarsi dello sfruttamento operaio, l’introduzione di nuovi macchinari impone semmai il rafforzamento del comando in fabbrica: tanto più diventano indispensabili i tecnici, i caporeparti, i delegati fidati per tenere sotto controllo gli operai. Questo assicura all’aristocrazia operaia proprio nella crisi, un potenziamento del suo ruolo e maggiori occasioni di accrescere il proprio potere. Dunque se è vero che la torta da spartirsi si è ridotta, è altrettanto vero che le fette devono essere assegnate secondo il ruolo che si svolge. Certo, la lotta per la conquista dei privilegi diventa sempre più agguerrita, l’aristocrazia operaia per assicurarsi le briciole deve scendere in campo apertamente, rivendicare con più forza i propri privilegi, e in qualche occasione come a Torino nel 1980 scendere apertamente in campo contro gli operai. Più la crisi avanza e più l’aristocrazia operaia poiché strato privilegiato si sposta a destra. Se poi il proletariato arriva a ribellarsi apertamente allo sfruttamento capitalistico, cominciando ad avviare un processo rivoluzionario, essa si schiera anche militarmente con la borghesia, l’esempio più lampante è la socialdemocrazia tedesca nel periodo che va da 1918 all’ascesa del potere di Hitler.[10]

 

Questa stratificazione investe tutto il mondo del lavoro dipendente compreso il pubblico impiego. All’interno del pubblico impiego sono rappresentate tutte le classe sociali: al vertice della dirigenza sono installati esponenti della borghesia (ci sono dei managers provenienti dai grandi gruppi finanziario-industriali); sotto il vertice dirigenziale stanno la dirigenza intermedia, le figure professionali e una parte dei funzionari posti a capo di uffici (le cosiddette posizioni organizzative) provenienti prevalentemente dalla piccola borghesia intellettuale (per ricoprire questi ruoli intermedi bisogna essere laureati); grazie alla privatizzazione del rapporto di lavoro degli anni ’90 queste figure intermedie si sono nettamente distaccate sul piano funzionale e retributivo dalla massa dei pubblici dipendenti provenienti per la maggior parte dagli strati inferiori della piccola borghesia (in prevalenza impiegati amministrativi, docenti di scuola elementare, media e media superiore) e in parte dal proletariato (impiegati esecutivi, personale ausiliario ed esecutivo). Questa massa di impiegati ha visto peggiorare nel tempo la propria condizione retributiva.

 

 RIPRENDIAMO IL DISCORSO SULL’IMPERIALISMO

 

 

 

Lenin, nota, inoltre un fenomeno interessante; che se ci si riflette sopra, è una logica conseguenza di quanto appena detto: dagli Stati dominati si sviluppa, verso gli Stati dominanti, una massiccia emigrazione di lavoratori in cerca di una migliore condizione di vita e di lavoro o addirittura di mera sopravvivenza. Viceversa non rileva nessun fenomeno inverso di emigrazione massiccia di lavoratori da Stati dominanti verso Stati dominati. In sostanza, mentre si vedono decine di bagnarole del mare pieni di africani, arabi e di altri disperati non si è ancora visto che dei disoccupati napoletani cercare di raggiungere via mare l’altra sponda.

 

 

 

 

Adesso riporto alcuni brani molto indicativi dal mio punto di vista, tratti da L’Imperialismo di Lenin, Editori Riuniti, 1973, a volte intervallati Da qualche commento.

 

 

Pag. 33

Voglio sperare che il mio lavoro contribuirà a chiarire la questione economica fondamentale, la questione cioè della sostanza economica dell’imperialismo, perché senza questa analisi non è possibile né la guerra odierna né la situazione politica odierna”.

Ovviamente, la guerra a cui si riferisce Lenin, e la prima guerra mondiale.

Pag. 35

La dimostrazione del vero carattere sociale o, più esattamente, classista della guerra, non è contenuta, naturalmente, nella storia diplomatica della medesima, ma nell’analisi della situazione obiettiva della classi dirigenti in tutti i paesi belligeranti. Per rappresentare la situazione obiettiva non vale citare esempi e addurre dati isolati: i fenomeni della vita sociale sono talmente complessi che si può sempre mettere insieme un bel fascio di esempi e di dati a sostegno di qualsivoglia tesi. È invece necessario prendere il complesso dei dati relativi alle basi della vita economica di tutti gli stati belligeranti e di tutto il mondo”.

E i dati relativi alle basi della vita economica di tutti gli Stati belligeranti ci dicono in modo evidente che, dopo un periodo, soprattutto gli ultimi tre decenni dell’ottocento, l’accumulazione capitalistica si era rapidamente arenata e nel primo decennio del novecento (1900-1910), le prospettive di profitto erano in discesa praticamente per tutte le nazioni belligeranti.

Pag. 36

Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di iugulamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi <progrediti>. E la spartizione del <bottino> ha luogo fra due o tre predoni (Inghilterra, America, Giappone) di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero”.

 

 

 

Pag. 43

Il presente libro dimostra come il capitalismo abbia espresso un pugno di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiando tuto il mondo mediante il semplice <taglio delle cedole> (…) Ben si comprende che da questo gigantesco sovraprofitto – così chiamato perché si realizza all’infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del <proprio> paese – c’è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell’aristocrazia operaia. E i capitalisti dei paesi <più progrediti> operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati”.

Pag. 47

Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è costituito dall’immenso incremento dell’industria e dal rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie”.

Peg. 49

Da ciò risulta che la concentrazione , a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti risulta facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio”.

Pag. 54

Pertanto i risultati fondamentali della storia dei monopoli sono i seguenti:

  • 1860 – 1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione.
  • Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l’eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione.

3)    Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900 – 1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo”.

Pag. 57

In maniera analoga è organizzato il ramo dei perfezionamenti tecnici nella grande industria tedesca, per esempio nella industria chimica, che negli ultimi decenni si è così poderosamente sviluppata. In questa industria, già fin dal 1908 il processo di concentrazione della produzione dato origine a due <gruppi> che, in modo loro proprio si avvicinano al monopolio (…) La concorrenza di trasforma in monopolio. Ne risulta un immenso processo di socializzazione della produzione. In particolare si socializza il processo dei miglioramenti e delle invenzioni tecniche”.

Il fatto che la concorrenza si trasformi in monopolio, come dice Lenin a pag. 49-57, non si deve intendere in modo assoluto: la produzione capitalistica è composta da centinaia di rami produttivi, chi più chi meno permeabile al processo di concentrazione. La situazione è sempre dinamica: ad un certo numero di rami che tendono al monopolio si contrappongono rami prima monopolisti che ritornano in situazione di concorrenza.

È vero che, nel complesso, il processo è tale che il numero di grossi capitali investiti in ogni ramo tende a diminuire mentre tendono ad aumentare le dimensioni di ognuno di essi; non vi potrà però mai essere un cartello unico. Infatti (per ogni ramo e anche in generale), soprattutto in fase di crisi, alla diminuzione del numero di capitali corrisponde un aumento non solo delle loro dimensioni ma anche della concorrenza tra di essi: la concorrenza, attenuta o eliminata a livello di piccoli capitali, risorge sempre più aspra tra capitali sempre più grandi, e anche se periodicamente essi si accordano sui prezzi, sulle quantità da produrre ecc…. basta una scoperta, un’occasione di piccolo vantaggio e, in fase di crisi soprattutto, gli accordi si vanificano e la concorrenza scoppia prorompente. Concorrenza che si fa sempre più vasta, e minaccia sempre di più di trascendere sul piano bellico; anche perché i capitali in questione arrivano ad essere da tale grandezza da poter influenzare la politica di interi Stati, anche grandi e potenti.

Lenin intuì infatti, al contrario di altri, che i contrasti arrivano al livello bellico molto, molto prima, che si possa formare un unico grande capitale mondiale che accorpi in se stesso tutti i rami produttivi di tutte le nazioni.

   In poche parole, nonostante gli accordi temporanei, la velocità con cui si acuiscono i contrasti tra i grandi capitali, super di gran lunga la velocità con cui essi tendono a concentrarsi, e tali contrasti fanno sì che si pervenga molo prima sul piano bellico che al cartello unico, come del resto già ai tempi di Lenin la prima guerra mondiale dimostrò ampiamente.

pag. 59

…l’evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che sebbene la produzione di merci continui come prima a <dominare> ed a essere considerata base di tutta l’economia, essa è in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai <geni> delle manovre finanziarie”.

Pag. 62

Liefmann, difensore accanito del capitalismo, scrive: <Quanto più è sviluppata l’economia di un paese, tanto più si volge a imprese rischiose o estere…>. L’aumento del rischio, in ultima analisi, e collegata a un enorme incremento del capitale che, per così dire, trabocca, emigra all’estero ecc.

Economia più sviluppata vuol dire maggior capitale accumulato: quindi, maggiore è il capitale accumulato, più è difficile farlo ulteriormente accrescere con un saggio di profitto soddisfacente: lo intuiscono anche i borghesi al tempo di Lenin.

Ed è questa la spinta agli investimenti rischiosi (anche quelli che si fanno attualmente nella finanza esclusivamente speculativa) e all’esportazione di capitali all’estero; a ricercare nella produzione un saggio di profitto maggiore di quello che si otterrebbe in patria (attualmente si chiama delocalizzazione), oppure giocare con derivati finanziari.

Pag. 64

Questa trasformazione di numerosi piccoli intermediari in un gruppetto di monopolisti costituisce uno dei processi fondamentali della trasformazione del capitalismo in un imperialismo capitalista. Dobbiamo quindi, anzitutto, rivolgere il nostro esame alla concentrazione delle banche”.

Pag. 78

Pertanto si giunge da un lato a una sempre maggiore fusione, o secondo l’indovinata espressione di N. I. Bukharin, a una simbiosi del capitale bancario col capitale industriale, e dall’altro lato al trasformarsi della banche in istituzioni di <carattere universale>”.

 

Pag. 79

Le grandi, banche disponendo di miliardi sono in grado di promuovere nelle loro imprese i progressi tecnici ben più rapidamente che i predecessori”.

Molto interessante questa riflessione di Lenin, che fa rilevare in quanti modi il capitale finanziario possa influire sulla produzione: la concentrazione di grandi capitali è quindi indispensabile, ad un dato livello dello sviluppo dell’accumulazione, per attuare processi di ammodernamento sempre più accelerati.

Pag. 81

<Una parte sempre crescente del capitale dell’industria non appartiene agli industriali che lo utilizzano. Essi riescono a disporre solo attraverso le banche, le quali, nei loro riguarda rappresentano i proprietari del denaro. Gli istituti bancari devono d’altronde fissare nell’industria una parte sempre crescente dei loro capitali, trasformandosi vieppiù in capitalisti industriali. Chiamo capitale finanziario quel capitale bancario, e cioè quel capitale sotto forma di denaro che viene in tal modo trasformato in capitale industriale> (Hilferding).[11]

Questa definizione è incompleta, in quanto vi manca l’accenno a uno dei fatti più importanti, cioè della crescente concentrazione della produzione e del capitale in misura da condurre al monopolio”.

Pag. 96-97

Ci si accorge da questi dati quanto sia netto il distacco tra i quattro paesi capitalistici più ricchi, che posseggono titoli per un importo di circa 100 – 150 miliardi di franchi ciascuno, e gli altri paesi. Tra quelli, due sono i paesi capitalistici più ricchi di colonie, cioè l’Inghilterra e la Francia; gli altri due sono i paesi capitalistici più progrediti in rapporto alla rapidità di sviluppo e all’ampiezza del monopolio capitalistico della produzione, cioè gli Stati Uniti e la Germania. Questi quattro paesi   insieme posseggono 479 miliardi di franchi, vale a dire circa l’80% del capitale finanziario internazionale. Quasi tutto il resto del mondo, in questa o quella forma, fa parte del debitore o del tributario di questi Stati che fungono da banchieri internazionali, di questi quattro <colonne> del capitale finanziario mondiale.

Dobbiamo ora esaminare con attenzione particolare la parte della creazione della rete internazionale della dipendenza e dei nessi del capitale finanziario è rappresentata dall’esportazione del capitale”.

Pag. 98

Nel capitalismo sono inevitabili le disuguaglianze e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di paesi”.

È molto importante questa riflessione di Lenin, perché fa implicitamente capire, proprio per l’instabilità e la discontinuità del capitalismo, non è possibile avere ad esempio un monopolio stabile in un ramo industriale senza che prima o poi esso venga messo in discussione; come può venire messo in discussione anche la gerarchia dei paesi imperialisti, a volto in modo drasticamente discontinuo: col confronto bellico. La prima e la seconda guerra mondiale hanno sancito il passaggio del testimone dall’Inghilterra agli USA.

Pag. 98-99.

…in primo luogo i sindacati monopolistici dei capitalisti in tutti i paesi a capitalismo progredito, in secondo luogo la posizione monopolistica dei pochi paesi più ricchi, nei quali l’accumulazione del capitale ha raggiunto dimensioni gigantesche. Si determinò nei paesi più progrediti un’enorme <eccedenza di capitale>”.

Bisogna sottolineare che Lenin, parlando di imperialismo si riferisce a pochi (ovviamente in relazione a tutti i paesi del mondo) paesi più ricchi. Ai suoi tempi parla chiaramente di 4 paesi: USA, Gran Bretagna, Francia e Germania; oggi a questi si devono aggiungere almeno il Giappone, il Canada, l’Australia e l’Italia. pur con una evidente gerarchia e più o meno evidenti e inevitabili lotte tra loro, oggi essi insieme ad altri paesi europei minori e ed ad Israele, formano un blocco unico teso a dominare e a sfruttare le risorse naturali e umane delle altre nazioni; quello che chiamiamo spesso e volentieri Imperialismo occidentale.

   Non è certamente un segreto, infatti, che oggi circa il 10% della popolazione mondiale (quella del suddetto blocco imperialista) consuma il 90” delle risorse naturali mondiali; risorse che per la maggior parte si trovano nelle altre nazioni.

   Un discorso analogo può farsi per le risorse umane: ad esempio le fabbriche con tecnologia di punta presenti oggi in Cina, e in cui vengono sfruttati gli operai cinesi, in realtà appartengono per oltre il 70% a capitalisti di altre nazioni per lo più occidentali. Se questa è la situazione in      Cina, paese certamente non sottosviluppato, negli altri paesi più poveri è certamente peggio.

   È pur vero che, a fronte di questo gruppo di paesi oggi centro della crisi, i paesi che fanno parte del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) sono oggi in via di rapida industrializzazione e sviluppo capitalistico; ma non hanno ancora i coefficienti finanziari, militari e scientifico-tecnologici per sostituirsi al blocco imperialista dominante. Né certamente la sostituzione sarebbe indolore.

pag. 99

Ma in tal caso il capitalismo non sarebbe più tale, perché la disuguaglianza di sviluppo che lo stato di semiaffamamento delle masse sono essenziali e inevitabili condizioni e premesse di questo sistema della produzione. Finché il capitalismo resta tale, l’eccedenza di capitali non sarà impiegata a elevare il tenore di vita delle masse del rispettivo paese, perché ciò imporrebbe diminuzione dei profitti dei capitalisti, ma ad elevare tali profitti mediante l’esportazione all’estero, nei paesi meno progrediti. In questi ultimi il profitto ordinariamente è assai alto, perché colà vi sono pochi capitali, il terreno vi è relativamente a buon mercato, i salari bassi e le materie prime a poco prezzo”.

Pur se scritto un secolo fa, è tutto dannatamente attuale.

 

 

Pag. 100

La necessità dell’esportazione del capitale è creata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato <più maturo> e al capitale (data l’arretratezza dell’agricoltura e la povertà delle masse) non rimane più campo per un investimento <redditizio> “.

Oggi in particolare, le nazioni imperialiste più forti, riservano per sé la potenza finanziaria, quella militare, la ricerca di punta in particolare quella legata al militare e le produzioni di punta, in cui il livello di tecnologia applicato è molto alto. Tutto il resto può essere prodotto anche nelle nazioni capitalistiche non imperialiste; in cui l’investimento di capitali per comprare terre (e conquistarle come colonie) e costruire industrie è il solo mezzo per sfruttare bestialmente sia le risorse naturali che la forza-lavoro site al di fuori dei paesi imperialisti.

Pag. 100-101

Quale solida base per l’oppressione imperialistica è lo sfruttamento della maggior parte delle nazioni dalla terra per opera del parassitismo capitalista di un pugno di Stati più ricchi”.

Pag. 101

A differenza dell’imperialismo inglese che è imperialismo coloniale , quello francese potrebbe chiamarsi imperialismo da usurai. In Germania troviamo un terzo tipo di imperialismo: i possedimenti coloniali della Germania non sono grandi e il suo capitale di esportazione si distribuisce in misura più uguale tra l’Europa e l’America”.

Pag. 102

La cosa più frequente nella concessione di crediti è quella di mettere come condizione che una parte del denaro prestato debba venire impiegato nell’acquisto di prodotti del paese che concede il prestito specialmente materiale da guerra, navi, ecc.”.

Anche questa riflessione è più attuale che mai.

 

 

Pag. 103

La Francia concedendo prestiti alla Russia la <strozzò> col trattato commerciale del 16 dicembre 1905, costringendola a certe concessioni fino al 1917, e lo stesso avvenne nel trattato di commercio concluso col Giappone il 19 agosto 1911”.

Si evidenzia qui come ci sia una gerarchia (dinamica) anche tra i paesi imperialisti: anche un paese imperialista può in parte essere soggetto a sfruttamento da parte di un altro paese imperialista più potente; ma di solito lo sfruttamento che esercita all’esterno è molto superiore a quello che subisce; per cui nel complesso non si può affatto dire che il proprio proletariato sia oggetto a doppio sfruttamento.

 

 

Pag. 103

<La costruzione delle ferrovie brasiliane si compie principalmente con capitali francesi, belgi, britannici e tedeschi: questi paesi, nel finanziare le ferrovie pongono come condizione la fornitura di materiale ferroviario> In tal modo il capitale finanziario stende letteralmente, si può dire, i suoi tentacoli in tutti i paesi del mondo”.

Così, sia per questa strada degli acquisti dei mezzi di produzione e di altre merci nella nazione che presta i capitali sia per mezzo degli interessi su prestiti (concessi da capitalisti privati o dallo Stato imperialista), i capitali usciti dalla nazione imperialista vi ritornano moltiplicati per due, per tre…(o per cinque, come gli investimenti USA del piano Marshall in Italia nel secondo dopoguerra) o di più. Quindi, ci sono flussi di capitali : uno che va dagli stati imperialisti verso gli altri, e uno di ritorno, accresciuto, che potrà essere poi reinvestito dovunque l’imperialismo trovi condizioni migliori condizioni di valorizzazione; e il ciclo si ripete.

Pag. 104

I paesi esportatori di capitali si sono spartiti il mondo sulla carta, ma il capitale finanziario ha condotto anche a una divisione del mondo vera e propria”.

 

Pag. 110

A quali preziose confessioni si vedono mai costretti gli economisti borghesi della Germania! Da esse scorgiamo, alla evidenza, come, nell’era del capitale finanziario, i monopoli statali e privati s’intrecciano gli uni con gli altri e tanto gli uni quanto gli altri siano semplicemente singoli anelli della catena della lotta imperialistica tra i monopolisti più cospicui per la spartizione del mondo”.

Pag. 113

i capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere profitti. E la spartizione si compie <proporzionalmente al capitale>, <in proporzione alla forza>, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. Per capire gli avvenimenti occorre sapere quali questioni siano risolte da un mutamento di potenza; che poi tali questioni siano risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura <puramente> economica, oppure extra-economica (per esempio militare) ciò, in sé, è questione secondaria,…”.

Bisogna sottolineare, che se i capitalisti si spartiscono – conflittualmente – il mondo, è perché il grado raggiunto dall’accumulazione capitalistica “dalla concentrazione del capitale”, dall’abbassamento del saggio generale di profitto, che porta a tale concentrazione, “è tale, che li costringe questa via se vogliono ottenere dei profitti” sufficienti a contrastare la tendenza al loro abbassamento medio. Qui Lenin avvalora in maniera indiretta la tesi marxiana della tendenza alla diminuzione tendenziale del saggio generale di profitto.

Pag. 113

L’età del più recente capitalismo ci dimostra come tra le leghe capitalistiche si formino determinati rapporti sul terreno della spartizione economica del mondo, e, di pari passo con tale fenomeno in connessione con esso, si formino anche tra le leghe politiche, cioè tra gli Stati, determinati rapporti sul terreno della spartizione territoriale del mondo, della lotta per le colonie, della <lotta per il territorio economico>”.

 

Pag. 115

Il mondo per la prima volta appare completamente ripartito, sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un <padrone> a un altro, ma non dallo stato di non occupazione a quello di appartenenza ad un <padrone>”.

Pag. 116

Ora vediamo che specialmente dopo tale periodo[12] s’inizia un immenso “sviluppo” delle conquiste coloniali e si acuisce all’estremo la lotta per la ripartizione territoriale del mondo. È quindi fuori discussione il fatto che al trapasso del capitalismo alla fase del capitalismo monopolistico finanziario è collegato un inasprimento della lotta per la ripartizione del mondo”.

Ecco qui finalmente esplicitato chiaramente da Lenin il concetto che, seppure la concorrenza all’interno della stessa nazione imperialista può attenuarsi con la comparsa dei monopoli e dei cartelli, essa si trasferisce ad un livello superiore e di maggiore asprezza che ha generato due guerre mondiali tra gli Stati imperialisti per la ripartizione del mondo, cioè dei (molti) Stati sottoposti all’imperialismo e quindi per la ridefinizione della gerarchia imperialista. Maggiore asprezza che oggi genera le continue guerre di aggressione verso i paesi che cerano anche debolmente di opporsi al doppio sfruttamento imperialista e che inevitabilmente, con l’approfondirsi della crisi, potrebbe generare una terza (e probabilmente ultima) devastante guerra mondiale.

Pag. 117

Noi politici colonialisti dobbiamo perciò conquistare nuove terre, dove dare sfogo all’eccesso di popolazione e creare nuovi sbocchi alle merci che gli operai inglesi producono nelle fabbriche e nelle miniere. L’impero – io sempre detto – è una questione di stomaco. Se non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti. (Cecil Rhodes)[13] “.

Qui è chiaramente delineato il rapporto tra sfruttamento imperialistico e minore sfruttamento in patria, q quindi il motivo principale di quello che Engels, riferendosi all’Inghilterra, chiamando “la nullità politica degli operai inglesi”; cioè, in generale degli operai dei paesi imperialisti; per dei periodi tempo che possono essere più o meno lunghi fino a quando la crisi acuendosi non morderà davvero in profondità anche le basi materiali del loro riformismo.

Pag. 120

Il capitale finanziario è una potenza così ragguardevole, anzi si può dire così decisiva, in tutte le relazioni economiche ed internazionali, da essere in grado di assoggettarsi anche paesi in possesso della piena indipendenza politica, come di fatto li assoggetta; ne vedremo ben presto degli esempi. Ma naturalmente esso trova la maggiore <comodità> e i maggiori profitti allorché tali assoggettamento è accompagnato dalla perdita dell’indipendenza politica da parte dei paesi e popoli asserviti. Sotto tale rapporto i paesi semicoloniali costituiscono un <quid medium>. È chiaro che la lotta per questi paesi semicoloniali diventa particolarmente acuta nell’epoca del capitale finanziario, allorché il resto del mondo è già spartito”.

Pag. 121

Soltanto il possesso coloniale assicura al monopolio, in modo assoluto, il successo contro ogni eventualità nella lotta con l’avversario, perfino contro la possibilità che l’avversario si trinceri dietro qualche legge di monopolio statale”.

Pag. 121

Senza dubbio i riformisti borghesi, e fra essi in primo luogo o kautskiani di oggi tentano di svalutare l’importanza di questi fatti rilevando che < si potrebbero> avere le materie prime sul libero mercato senza la <costosa e pericolosa> politica coloniale, (…). Ma simili rilievi, ben presto non, diventano altro che panegirici e imbellettamenti dell’imperialismo”.

Peg. 122

Per il capitale finanziario sono importanti non solo le sorgenti di materie prime già scoperte, ma anche quelle eventualmente ancora da scoprire, giacché ai nostri giorni la tecnica fa progressi vertiginosi, e terreni oggi inutilizzabili possono domani essere messi in valore… Lo stesso si può dire delle esplorazioni in cerca di nuove ricchezze minerarie, della scoperta di nuovi metodi di lavorazione e di utilizzazione di questa o di quella materia prima ecc. Da ciò nasce inevitabilmente la tendenza del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico, e anche il proprio territorio in generale, si sforza di arraffare quanto più territorio è possibile, comunque e dovunque, in cerca soltanto di possibili sorgenti di materie prime, con la paura si rimanere indietro nella lotta furiosa per l’ultimo lembo della sfera terrestre non ancora diviso, per una nuova spartizione dei territori già divisi”.

Pag. 123

La soprastruttura extraeconomica, che sorge sulla base del capitale finanziario, la sua politica e la sua ideologia accusano l’impulso verso le conquiste coloniali, <il capitale finanziario non vuole libertà, ma egemonia>, dice (una volta tanto) a ragione Hilferding”.

Pag. 124

Tale epoca è caratterizzata non soltanto dai due gruppi fondamentali di paesi, cioè paesi possessori di colonie e colonie, ma anche dalle più svariate forme di paesi asserviti che formalmente sono indipendenti dal punto di vista politico, ma che in realtà sono avviluppati da una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica”.

Pag. 124-125

(Il Portogallo) “Questo è uno Stato indipendente e sovrano, ma di fatto da oltre duecento anni, cioè dal tempo della guerra di secessione spagnola (1800-1714) , si trova sotto il protettorato dell’Inghilterra. L’Inghilterra assume le difese del Portogallo e delle sue colonie per rafforzare la propria posizione nella lotta contro le sue rivali, Spagna e Francia, ottenendo in compenso privilegi commerciali, migliori condizioni per l’esportazione delle merci e specialmente del capitale nel Portogallo e nelle sue colonie e, infine, la possibilità di usarne le isole, i porti, i cavi telegrafici, ecc… . Simili rapporti tra i singoli grandi e piccoli Stati esistettero sempre, ma nell’epoca dell’imperialismo capitalistico, essi diventano sistema generale sono un elemento essenziale della politica della <ripartizione del mondo>, e si trasformano in anelli della catena di operazioni del capitale finanziario mondiale”.

Di nuovo qui, con l’esempio del Portogallo, si evidenzia come ci sia una (dinamica) gerarchia anche fra tra i paesi imperialisti: anche un paese imperialista può in parte essere soggetto a controllo e a sfruttamento da parte di un paese imperialista più potente; ma, è questo bisogna ribadirlo, lo sfruttamento che esercita all’esterno verso paesi più deboli è molto superiore a quello che subisce da parte del paese imperialista più alto nella scala gerarchica.

 

Pag. 128

Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterebbe l’essenziale, giacché da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e dall’altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale che si estende senza ostacoli ai territori non ancora dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superfice terrestre definitivamente ripartita (…)

  1. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
  2. la fusione capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo <capitale finanziario> , di un oligarchia finanziaria;
  3. la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
  4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo;
  5. la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenza capitalistiche”.

Pag. 129

Allo stesso fine abbiamo prodotto dati statistici circostanziati, che mostrano fino a che qual punto si sia accresciuto il capitale bancario ecc. e che cosa si sia manifestato il trapasso dalla quantità alla qualità, dal capitalismo altamente sviluppato all’imperialismo”.

Pag. 129

Già nel 1915, e perfino dal novembre 1914, Kautsky si schierò risolutamente contro il concetto fondamentale espresso nella nostra definizione, allorché dichiarò non doversi intendere per imperialismo una <fase> o stadio dell’economia, bensì una politica, ben definita, una certa politica <preferita> dal capitale finanziario, e non doversi <identificare> l’imperialismo col <moderno capitalismo>”.

In realtà è la stessa tendenza fondamentale del capitalismo ad ottenere a breve termine il massimo profitto, in una situazione cui il profitto medio sociale tende inesorabilmente a decrescere, ad incentivare ammodernamenti sempre più giganteschi nella produzione; e per effettuarli si ha bisogno di capitali sempre maggiorie solo capitali giganteschi, ormai anche multinazionali, con disponibilità ad accedere anche alla liquidità di banche proprie, possono permettersi di restare sul mercato; e questo succede per un numero sempre maggiore, crescente, di rami produttivi.

Pag. 131

Per l’imperialismo non è caratteristico il capitale industriale, ma quello finanziario. non per caso in Francia, in particolare, il rapido incremento del capitale finanziario, mentre il capitale industriale decadeva dal 1880 in poi, ha determinato un grande intensificarsi della politica annessionistica (coloniale).

È caratteristica dell’imperialismo appunto la sua smania non soltanto di conquistare territori agrari, ma di tener mano anche su paesi fortemente industriali (bramosie della Germania sul Belgio, della Francia sulla Lorena), giacché in primo luogo il fatto che la terra è già spartita costringe, quando è in corso una nuova spartizione, ad allungare le mani su paesi di qualsiasi genere, e, in secondo luogo, per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l’egemonia, cioè per la conquista di terre. Diretta non tanto al proprio beneficio quanto ad indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia (per la Germania il Belgio ha particolare importanza come punto d’appoggio contro l’Inghilterra, per questa a sua volta è importante Bagdad come punto d’appoggio contro la Germania ecc.)”.

Pag. 131-132

Kautsky invece, con la sua definizione del moderno imperialismo si fa beffe della concretezza storica! (Non vede) cioè:

  • la concorrenza di diversi imperialismi;

2)    la prevalenza del finanziere sul commerciante;

Mentre se si trattasse soprattutto della annessione di territori agricoli per opera di Stati industriali il commerciante avrebbe la funzione più importante.

La definizione di Kautsky non soltanto è erronea e non marxista, ma serve di base a tutto un sistema di concezioni che sono in aperto contrasto con la teoria e la prassi marxista. (…) L’essenziale è che Kautsky separa la politica dell’imperialismo dalla sua economia interpretando le annessioni come politica <preferita”> del capitale finanziario, e contrapponendo ad essa un’altra politica borghese, senza annessioni, che sarebbe secondo lui possibile sulla stessa base del capitale finanziario. Si avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una politica non monopolistica, senza violenza, non annessionista; che la ripartizione territoriale del mondo, ultimata appunto nell’epoca del capitale finanziario e costituente la base della originalità delle odierne forme di gara tra i maggiori Stati capitalisti, sarebbe compatibile con una politica non imperialista”.

Kautsky non capisce, com tanti cosiddetti “marxisti” oggi, che è l’economia che comanda sulla politica: cono i capitalisti dei gruppi finanziari più potenti che davvero spingono gli Stati nazionali, anche i più forti, e i loro governi, a fare una certa politica e non un’altra, e non sono certo i capi dei governi e tanto meno i politici dei vari parlamenti a spingere autonomamente in tale direzione, come di solito pensa la maggior parte della gente: essi sono di solito i servi ben pagati del padrone.

Kautsky, quindi, innzaitutto non è marxista perché pensa, al pari di tanta gente, che sia la politica a comandare sull’economia e non viceversa. Proprio perché non capisce questo, Kautsky pensa che ci potrebbe essere un capitalismo buono, con bravi governanti, che non fa annessioni coloniali, e uno capitalismo, con cattivi governanti, che le fa… come si vede, le illusioni delle terze vie sono antiche e sono dure a morire.

Di fatto, non capendo le cause prime dei fenomeni, ragiona a bocce ferme e non vede lo sviluppo storico del capitalismo; per poterci essere, ammesso e non concesso, una situazione come lui la desierebbe, si dovrebbe tornare indietro ad una situazione non monopolistica; ma bisognerebbe utilizzare la macchina del tempo.

Pag. 133

Kautsky <obietta> a Cunow[14] : no, l’imperialismo non è il capitalismo moderno, ma semplicemente una forma della politica del moderno capitalismo, e noi possiamo e dobbiamo combattere tale politica, dobbiamo contro l’imperialismo, contro le annessioni, ecc. (essa)[15] non è che una più raffinata e coperta propaganda per la conciliazione con l’imperialismo, giacché una <lotta> contro la politica dei truts e delle banche si riduce ad un pacifismo e riformismo borghese condito di quieti quanto pii desideri.

Pag. 133

Scrive Kautsky <non può escludersi che il capitalismo attraverserà ancora una nuova fase: quella dello spostamento della politica dei cartelli nella politica estera. Si avrebbe allora la fase dell’ultra-imperialismo>, cioè del super-imperialismo, della unione degli imperialismi di tutto il mondo e non della guerra tra essi, la fase della fine della guerra in regime capitalista”.

Pag. 134

E’ possibile un <ultra-imperialismo> dal <punto di vista strettamente economico>, oppure esso non rappresenta che un’altra che un’ultra- stupidità?”.

 

Pag. 134

Le chiacchere di Kautsky sull’ultra-imperialismo favoriscono, tra l’altro, una idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell’imperialismo…”.

 

 

Pag. 136

 

Il capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell’economia mondiale. Non appena i rapporti di forza sono modificati, in quale altro modo in regime capitalistico si possono risolvere i contrasti se non con la forza?”.

 

Ancora una volta Lenin centra il nocciolo della questione: ed è un nocciolo che tutt’oggi, tanti, economisti, politici, ecc. non riescono a vedere e a capire (ma forse sarebbe meglio dire che non vogliono vedere o capire): poiché i rapporti di forza tra i gruppi capitalistici e anche tra gli Stati si modificano inevitabilmente, i contrasti tra i gruppi oligopolisti e monopolisti si acuiscono tanto più quanto più questi capitali diventano grandi e tanto più, come nelle crisi la necessità di farli fruttare diventa sempre più forte e impellente; pena l’assorbimento da parte di altri capitali o la rovina in ogni caso. E più sono grandi tali capitali, più i contrasti tra loro saranno risolti in modo devastante: se un piccolo negozio va in malora per colpa di un altro, il piccolo commerciante non può far nulla; se una piccola azienda va in malora per colpa di un’altra il padrone non può far molto più che imprecare o cercare di evitare le tasse; ma se sta andando in malora una azienda molto grande, esso può spesso influenzare la politica statale a suo favore o contro altri Stati, al punto tale da poter scatenare anche una guerra.

 

Pag. 138

 

Si domanda: quale altro mezzo esisteva, in regime capitalista, per eliminare la sproporzione[16] tra lo sviluppo delle forze e l’accumulazione di capitale da una parte, e dall’altra tra la ripartizione delle colonie e <sfere> d’influenza, all’infuori della guerra?”.

 

Pag. 139

 

Dobbiamo orsa esaminare un aspetto assai importante dell’imperialismo, di cui non si tiene sufficientemente conto nella maggior parte degli studi. (…) Parliamo del parassitismo che è proprio dell’imperialismo. Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell’imperialismo è il monopolio, (…) Nondimeno questo, come ogni altro, genera tendenza alla stasi e alla putrefazione. Nella misura in cui s’introducono, sia pur transitoriamente, i prezzi di monopolio vengono paralizzati, fino ad un certo punto, i moventi del progresso tecnico e quindi ogni altro progresso, di ogni altro movimento in avanti, e sorge immediatamente la possibilità di fermare artificiosamente il progresso tecnico”.

 

Pag. 140

 

Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio continua dal canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s’impone per determinati periodi di tempo. Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso.

   E ancora. L’imperialismo è l’immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido. Che, come vedremo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue, inevitabilmente l’aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè delle persone vivono del < taglio di cedole> (…) L’esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell’imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un’impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d’oltre oceano”.

 

Questa descrizione di Lenin è tuttora attuale.

 

Pag. 141

 

nel paese più <commerciale> del mondo i profitti dei rentiers superano di cinque volte quelli del commercio estero! In ciò sta l’essenza dell’imperialismo e del parassitismo imperialista.

   Per tale motivo nella letteratura economica sull’imperialismo è di uso corrente il concetto di <Stato rentier> (Rentnerstaat) o stato usuraio. Il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e in una immensa massa di Stati debitori.

   <Tra gli investimenti di capitali all’estero – scrive Schultze –Gaevernitz[17] – primeggiano quelli fatti in paesi politicamente dipendenti o strettamente alleati: l’Inghilterra presta all’Egitto, (…) E in caso di bisogno la sua flotta da guerra funziona da ufficiale giudiziario. La forza dell’Inghilterra la preserva contro l’eventualità di una sommossa dei debitori”.

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi gli Stati più imperialisti sono molto indebitati… ma in realtà sono indebitati per lo più con i gruppi capitalisti dei loro stessi Stati, di altri Stati imperialisti o di organizzazioni sovranazionali gestite in realtà dall’imperialismo che sovraintendono regolano sviluppo capitalistico mondiale (BCE, FMI, BRI ecc.); e non certo indebitati con gruppi capitalistici di Stati poveri. Quindi sono questi potenti gruppi che <agiscono dietro le quinte degli Stati imperialisti determinandone la politica>; e la loro politica è appunto di essere imperialisti nei confronti degli Stati, delle nazioni, dei gruppi capitalisti più deboli. E in tale politica è incluso l’uso dei potentissimi apparati militari sia statali che privati contro gli Stati più deboli che osano ribellarsi allo strangolamento finanziario e al depredamento delle risorse naturali e umane.

 

Pag. 141-142

 

<L’Inghilterra – scrive Schultze –Gaevernitz – a poco a poco da Stato industriale si trasforma in uno Stato creditore[18] Se la grandezza assoluta della produzione industriale e dell’esportazione di prodotti industriali è aumentata, tuttavia l’importanza relativa del guadagno in interessi e dividendi, emissioni e commissioni … e speculazioni, è di gran lunga cresciuta nell’economia nazionale complessiva. Secondo me, proprio questo fatto costituisce la vera base economica dello slancio imperialistico. Il creditore è più saldamente legato debitore, che non il venditore a compratore”.

 

Ecco perché è l’imperialismo e non un capitalismo qualsiasi il primo nemico della classe operaia internazionale, e di conseguenza come comunisti dobbiamo, appoggiare qualsiasi movimento o qualsiasi azione che oggettivamente, indebolisca l’imperialismo; e dobbiamo ostacolare qualsiasi movimento o azione che, oggettivamente, lo rinforzi. È questo il metro principale con cui si devono misurare sia i movimenti di liberazione o di autodeterminazione, che le azioni dei vari anche borghesi, delle nazioni soggette e oppresse dall’imperialismo.

 

Pag. 144

<Essi dovrebbero immaginarsi quale immensa estensione acquisterebbe tale sistema, quando la Cina fosse assoggettata al controllo economico di consimili gruppi di finanzieri, di “investitori di capitale” e dei loro impiegati politici, industriali e commerciali, intenti a pompare profitti dal più grande serbatoio potenziale che mai il mondo abbia conosciuto, per consumarli in Europa…>”.

 

Pag. 144 – 145

 

E’ da aggiungere soltanto che anche in seno al movimento operaio gli opportunisti, oggi provvisoriamente vittoriosi nella maggior parte dei paesi, <lavorano> sistematicamente, indefessamente nelle medesima direzione. L’imperialismo, che significa la spartizione di tutto il mondo e lo sfruttamento non soltanto della Cina, che significa alti profitti monopolistici a beneficio di un piccolo gruppo di paesi più ricchi, crea la possibilità economica di corrompere gli strati superiori del proletariato, e, in tal guisa, di alimentare, foggiare, e rafforzare l’opportunismo”.

 

Pag. 145

 

Un opportunista tedesco, Gerard Hildebrand , (…) completa brillantemente Hobson[19] col far propaganda per gli <Stati Uniti d’Europa”, precisamente allo scopo di azioni <in comune> contro … i negli dell’Africa, contro il <grande movimento islamico>, per mantenere <un esercito e una flotta poderosi> , contro una <coalizione cino-giapponese>, e così via”.

 

Pag. 146

 

Una delle particolarità dell’imperialismo, collegata all’accennata cerchia di fenomeni, è la diminuzione dell’emigrazione dai paesi imperialisti e l’aumento dell’immigrazione in essi in essi di individui provenienti da paesi più arretrati, con salari inferiori”.

 

Questa è come una cartina al tornasole per vedere, anche senza considerazioni economiche, di che tipo di Paese parliamo; ad es. nei piccoli Stati come Belgio, Austria, Svizzera, Luxemburgo, emigrano gli autoctoni o immigrano massicciamente dai paesi poveri? Quindi che tipo di Stati sono? Ovviamente i suddetti Stati non hanno forza militare, ma fanno parte a pieno titolo del blocco imperialista occidentale.

 

Pag. 147

 

In Francia i lavoratori delle miniere con <in gran parte> stranieri: polacchi, italiani, spagnoli. Negli Stati Uniti gli immigrati dall’Europa orientale e meridionale coprono i posti peggio pagati, mentre i lavoratori americani danno la maggior percentuale di candidati ai posti di sorveglianza meglio pagati. L’imperialismo tende a costituire tra i lavoratori categorie privilegiate e a staccarle dalla grande massa dei proletari”.

 

Pag. 148

 

Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della Situazione della classe operaia in Inghilterra.

   Qui sono svelati chiaramente cause ed effetti. Cause: 1) sfruttamento del mondo intero per opera di un determinato paese; 2) sua posizione di monopolio sul mercato mondiale; 3) sua monopolio coloniale. Effetti: 1) imborghesimento di una parte del proletariato inglese; 2)una parte del proletariato si fa guidare da capi che sono comprati o almeno pagati dalla borghesia. L’imperialismo dell’inizio del XX secolo ha ultimato la spartizione del mondo tra un piccolo pugno di Stati, ciascuno dei quali sfrutta attualmente (nel senso di spremere sovraprofitto) una parte del <mondo> (…) ciascuno di essi ha sul mercato mondiale una posizione di monopolio grazie ai truts, ai cartelli, al capitale finanziario e ai rapporti da creditore a debitore;…”.

 

Pag. 150

 

Da un lato le gigantesche dimensioni assunte dal capitale finanziario, concentratosi in poche mani e costituente una fitta e ramificata rete di relazioni e di collegamenti che mettono alla sua dipendenza non solo i medi e i piccoli proprietari e capitalisti, ma anche i piccolissimi, dall’altro lato l’inasprirsi della lotta con gli altri gruppi finanziari nazionali per la spartizione del mondo e il dominio sugli altri paesi; tutto ciò determina il passaggio della massa delle classi possidenti, senza eccezione, dal lato dell’imperialismo; furiosa difesa ed abbellimento di esso; ecco i segni della età. L’ideologia imperialista si fa strada anche nella classe operaia, che non è separata dalle altre classi da una muraglia cinese. Ché se a ragione i capi della cosiddetta <socialdemocrazia> di Germania vengono qualificati <socialimperialisti>, cioè socialisti a parole imperialisti a fatti, occorre rilevare che fin dal 2902 notò l’esistenza di <imperialisti fabiani> in Inghilterra iscritti all’opportunistica Fabian Society”.[20]

 

Ovviamente Lenin parla qui essenzialmente dei proletari dei paesi imperialisti.

 

Pag. 151

 

…gli imperialisti tedeschi cercano di seguire il movimento coloniale di emancipazione nazionale, naturalmente nelle colonie non tedesche. Essi rilevano l’agitazione e le proteste dell’India, il movimento del Natal, delle Indie olandesi ecc.”.

 

Lenin mette qui in evidenza come gli imperialisti di un paese possono essere “antimperialisti” ed “elogiare” un movimento anticoloniale, solo se la colonia non è di loro proprietà, cioè solo se non è una la colonia che serve loro che serve loro per estrarre sovraprofitti.

 

Pag. 159

 

Dopo la guerra contro i boeri era del tutto naturale che questo reverendissimo ceto[21] si sforzasse soprattutto di consolare i piccoli borghesi e gli operai inglesi che avevano avuto non pochi morti nelle battaglie dell’Africa del Sud e che assicuravano, con un aumento delle imposte, più alti guadagni ai finanzieri inglesi. E quale considerazione poteva essere migliore di questa, che l’imperialismo non era poi tanto cattivo, che esso si avvicinava all’inter[22] imperialismo capace di garantire la pace permanente?”.

 

La storia ci ha dimostrato che la pace permanente dell’ “ultra-imperialismo” l’hanno subita i proletari di molti Paesi, che ci hanno rimesso la pelle nelle due guerre mondiali, e non solo.

 

Pag. 160-161

 

Si domanda ora se, permanendo il capitalismo (e Kautsky parte appunto da questa supposizione), possa <immaginarsi> che tali leghe sarebbero di lunga durata, che esse escluderebbero attriti, conflitti e lotte nelle forme più svariate.

   Basta porre nettamente tale questione perché non si possa rispondere che negativamente. Infatti in regime capitalista non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere d’interessi e d’influenza, delle colone, ecc., che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, alla loro generale potenza economica, finanziaria, militare ecc. Mai i rapporti di potenza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, truts, rami d’industria, paesi ecc. Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell’Inghilterra d’allora; e così il Giappone rispetto alla Russia. Si può <immaginare> che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialistiche rimangono immutati? Assolutamente no”.

 

Qui Lenin parla dei rapporti di potenza dei vari Stati imperialisti e della loro instabilità; ma altrettanto si può dire dei vari grossi gruppi capitalisti finanziari (cioè industriali, bancari, finanziari). Anzi sono proprio i mutamenti nella grandezza e nella potenza di questi grossi gruppi capitalisti multi-nazionali (a base nazionale ma con diramazioni dappertutto) che determinano per la gran parte, di conseguenza, i mutamenti dei rapporti di potenza tra gli Stati nazionali.

 

Pag. 164

 

Ammettiamo che un giapponese condanni l’annessione americana delle Filippine. Si domanda: saranno molti a credere che lo faccia per ripugnanza contro le aggressioni in genere, o non piuttosto che il desiderio di appropriarsi egli stesso delle Filippine? O si deve viceversa ritenere sincera e politicamente onesta la <lotta> di un giapponese contro le annessioni soltanto quando egli si scaglia con l’annessione giapponese della Corea e chiede per la Corea la libertà di separarsi dal Giappone?”.

 

Pag. 166

 

La più cospicua manifestazione di tale monopolio è l’oligarchia finanziaria che attrae, senza eccezione, nella fitta rete di relazioni di dipendenza tutte le istituzioni economiche e politiche della moderna società borghese.

 

Pag. 167

 

Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell’imperialismo che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente”.

 

In realtà il numero delle nazioni imperialiste è aumentato in un primo momento: quando scriveva Lenin ne citava solo quattro o cinque, mentre oggi si arriva a una decina: e inoltre oggi vi sono i BRICS che pur subendo una dominazione e uno sfruttamento da parte dell’imperialismo, possono tendere in prospettiva, ma non certo pacificamente, a scalzare le nazioni oggi dominanti. Ma, un secolo fa come oggi, la maggior parte del mondo era e resta sottomesso all’imperialismo.

 

Pag. 168

 

Così sorge un legame tra l’imperialismo e l’opportunismo; fenomeno questo che si manifestò in Inghilterra prima e più chiaramente che altrove, perché ivi, molto prima che in altri paesi, apparvero certi elementi imperialisti”.

Pag. 169

Più pericolosi di tutti da questo punto di vista, sono coloro i quali non vogliono capire che la lotta contro l’imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l’opportunismo è una frase vuota e falsa”.

Pag. 170

Schultze-Gaevernitz, l’entusiasta ammiratore dell’imperialismo tedesco, dice…<Se in ultima analisi la direzione di tutte le banche tedesche si trova affidata a mezza dozzina di persone, l’attività di costoro fin da oggi è assai più importante per il bene pubblico che non quella della maggior parte dei ministri>”.

Come si vede, i borghesi bene informati, capiscono molto meglio di tanta gente di “sinistra”, “comunista”, “rivoluzionaria” la supremazia dell’economia sulla politica; allo stesso modo in cui percepiscono molto meglio di essi la crisi.

 

 

 

  

  

  

 

 

 

 

 

 

  

[1]  Kautsky Karl (1854-1938). Socialdemocratico tedesco di origine ceca; uno dei più famosi teorici della II internazionale. Si laureò all’Università di Vienna e nel 1874 entrò nel Partito socialdemocratico austriaco, per unirsi all’ala “sinistra” semianarchica del partito. In quel periodo cominciò a lavorare per la stampa democratica e socialdemocratica, specialmente con il Volkstaat; in questo periodo egli fu completamente sotto l’influenza di Lassale e degli economisti borghesi. Nel 1879 si identificò nell’opportunismo “di sinistra” del Freiheit di Most ma, lo stesso anno, su invito del riformista Höchberg, si stabili a Zurigo per collaborare con lui al suo periodico. In primavera Kautsky ricevette da Höchberg l’incarico di recarsi a Londra, dove avrebbe poi fatto conoscenza di Marx ed Engels. Iniziò cosi ad avvicinarsi al marxismo. Dal 1883 egli fu redattore della Neue Zeit, e nel 1885 si stabili a Stuttgart. Engels, nelle sue lettere, criticò più volte gli errori teorici commessi da Kautsky nei suoi scritti e le sue insicurezze come redattore della Neue Zeit. Kautsky successivamente scrisse una serie di lavori di stampo marxista, ma anche nei suoi migliori scritti fece vari e rilevanti errori; egli non seppe mai usare con metodo il materialismo dialettico e fu sempre lontano dal comprendere e dall’adottare una posizione marxista rivoluzionaria sulla questione della dittatura del proletariato. Alla fine degli anni ’90 egli fu tra i protagonisti della battaglia contro il revisionismo di Bernstein ma, nel corso di questa battaglia, manifesti grandi incertezze. Negli anni seguenti egli divenne leader del centrismo, il più grande sacerdote di quell’ “ortodossia” della II Internazionale che svilì il marxismo e servi da copertura per il revisionismo. Negli anni della prima grande guerra imperialista Kautsky fu pacifista, ma dopo la Rivoluzione d’Ottobre si schierò con violenza contro il Marxismo-Leninismo e divenne un nemico giurato della rivoluzione proletaria predicando l’intervento armato contro la Russia dei Soviet.

 

 

[2] Marx, Il Capitale, Libro I, Einaudi, Torino, pp. 428-29.

 

[3]                     C.s.                                   p.p. 518-20-

 

[4] Lenin, L’imperialismo.

 

[5] Marx, Teorie del plusvalore.

 

[6] Marx, Il Capitale, Libro I.

 

[7] Marx, Lavoro salariato e capitale, Ed. Riuniti, Roma 1971, pag. 55.

 

[8]                                         C.s.                                                       pag. 47

 

[9] Kuczynk J., Breve storia delle condizioni del lavoro nel capitalismo industriale nella Gran Bretagna e nell’Impero, 1944 pag. 82.

 

[10] E facendo anche dell’operaismo! La socialdemocrazia tedesca riuscì ad impedire a Rosa Luxemburg di prendere parola a Congresso dei Consigli Operai nel novembre 1918, in quanto non operaia, e la fece assassinare qualche settimana più tardi dai corpi franchi, agli ordini dal socialdemocratico Noske, il macellaio dell’insurrezione di Berlino del gennaio 1919. questo è un esempio di un ruolo apertamente controrivoluzionario di un certo operaismo, che ha creato il culto dell’operaio individuale. Ricordiamo ancora la lotta dell’operaio Tolain delegato francese ai primi Congressi della Prima Internazionale, contro l’accettazione di Marx come delegato. Secondo, Tolain, in nome del principio “l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi”, bisognava respingere Marx perché intellettuale. Dopo il dibattito la mozione di Tolain fu respinta. Nel 1871 Tolain, si ritrovò a fianco dei Versagliesi contro l’insurrezione operaia della Comune. Quello che un certo operismo non arriva a comprendere che non sono tanto i singoli operai ad essere rivoluzionari in quanto tali, ma la classe operaia nel suo insieme.

 

[11] Hiferding Rudolf (1877-1941). Socialdemocratico tedesco, fu redattore della Neue Zeit e del Vorwärts tra gli anni 1907 e 1915 e direttore dal ’18 al ’22 della Freiheit. Divenuto dirigente dell’USPD (i socialdemocratici indipendenti staccatisi dal SPD in quanto avversi allo scontro bellico mondiale) si schierò a favore di una riunificazione con la socialdemocrazia. Tornato all’interno della socialdemocrazia fu deputato al Reichstag dal ’23 al ’29, ricoprendo a più riprese la carica di Ministro delle Finanze di governi borghesi. Morì in un campo di concentramento nazista durante la seconda guerra mondiale.

 

[12] Fine 800 e inizio 900.

 

[13] Rhodes, Cecil (1853-1902). Uomo politico inglese, emigrato giovanissimo nel Natal, sostenne l’espansione inglese nell’Africa del Sud dove fece in modo che l’Inghilterra acquistasse vastissimi territori (donde il nome di Rhodesia); promosse, d’intesa con J. Chamberlain, la guerra contro i boeri.

 

[14] Cunow Heinrich (1862-1936). Socialdemocratico tedesco (teorico del gruppo guidato da Scheidemann), etnografo e docente universitario. Fino al 1914 si definì marxista ortodosso e lottò contro il revisionismo, allo scoppio del conflitto mondiale assunse invece posizioni social-scioviniste.

 

[15] Qui Lenin si riferisce a questa posizione di Kautsky appena esposta.

 

[16] Parlando delle nazioni più forti.

 

[17] Schulze-Delitzsch (1808-83). Politico ed economista, organizzatore delle cooperative dei consumatori per gli artigiani, atte a prevenire il decadimento di questa classe.

[18] E oggi questo vale per tutti i grandi Stati imperialisti.

 

[19] Hobson John (1858-1940). Economista inglese i cui scritti sull’imperialismo influenzarono Lenin.

 

[20] Il fabianesimo (detto anche fabianismo), è un movimento politico e sociale britannico nato alla fine del XIX secolo e facente capo alla Fabian Society. Questa associazione fu istituita a Londra nel 1884 e si proponeva come scopo istituzionale l’elevazione delle classi lavoratrici per renderle idonee ad assumere il controllo dei mezzi di produzione. Prese tale nome in quanto si avvalse sempre di una tattica gradualistica e temporeggiatrice che ricordava, sotto alcuni aspetti, la politica di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, che nella lotta contro Annibale e i suoi cartaginesi si avvalse di una strategia attendista di lento logoramento.

Il fabianesimo, difatti, crede nella graduale evoluzione della società, tramite riforme incipienti che portino gradualmente al socialismo, a differenza del marxismo che predica un cambiamento rivoluzionario.

 

[21] I preti.

 

[22] O ultra

REGIONE LOMBARDIA: UN ESEMPIO DI UNA SANITA’ PRIVATIZZATA

•giugno 27, 2016 • Lascia un commento

 

 

 

Il modello sanitario lombardo assieme a quello toscano è (prima della marea degli scandali che hanno travolto la giunta regionale lombarda) stato considerato un modello da esportare in campo nazionale, nella realtà l’unico dato oggettivo, al di là della retorica, questo modello deve essere considerato come un ulteriore e pesante attacco alla sanità pubblica.

 

 

IL SERVIZIO SANITARIO ITALIANO DAGLI ANNI ’30 FINO AI GIORNI NOSTRI

 

Le prime leggi organiche in materia di assistenza sanitaria sono rappresentate dai regi decreti n. 1263 (1934) e n. 1634 (1938) che riordinava le norme concernenti, l’ordinamento dei servizi sanitari e ospedalieri, delle professioni mediche e sanitarie, delle norme igieniche del territorio, degli alimenti ecc.

Durante il periodo fascista una consistente fascia di lavoratori/trici era esclusa dall’assistenza sanitaria mutualistica, negli anni ‘45-’50 in seguito alle lotte della classe operaia e delle masse popolari, fu imposto alla classe dominante l’adozione di misure per migliorare le condizioni igienico-sanitarie della popolazione e dare all’organizzazione sanitaria un nuovo assetto, fino al riconoscimento del diritto universale all’assistenza e alla prevenzione della malattia. Verso gli anni ’50 l’assistenza sanitaria fu gradualmente estesa ai pensionati dipendenti dello Stato, ai pensionati per invalidità e vecchiaia dell’INPS, ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai commercialisti e ai professionisti.

L’estensione non cancellò comunque, la disparità di trattamento degli assistiti (nell’assistenza diretta e indiretta tramite i rimborsi spesa), gli squilibri territoriali (tra la città e la campagna e tra Nord/Sud) e la mancanza di protezione sociale per i disoccupati, gli immigrati e i giovani in cerca di prima occupazione.

A cavallo degli anni ’60 e ’70, in seguito ad un ciclo di lotte memorabili, ci fu la conquista dello Statuto dei lavoratori (1970).

Lo Statuto dei lavoratori riconobbe alcuni diritti fondamentali, come quello alla non licenziabilità senza giusta causa, nelle aziende con oltre 15 dipendenti (art. 18), oltre al riconoscimento della sicurezza e della tutela della salute nei luoghi di lavoro.

Oggi grazie ad una serie di “provvedimenti risparmio”, che vanno dal Pacchetto Treu, passando per la Legge 30 fino all’attuale Jobs Act, i giovani ed i disoccupati non hanno più nessuna forma di protezione.

La Legge 132 rinnovò la struttura degli ospedali, individuando per ciascuno di essi i servizi necessari, trasformandoli in enti con finalità sanitaria più ampia che non la semplice diagnosi e terapia. Il numero dei posti letto passò dai 3.76 per mille abitanti nel 1956, a 5 per mille per abitanti nel 1962, fino a raggiungere il 10 per mille nel 1974.

Nel 1978 arriva alla Legge 833, la riforma sanitaria che istituisce il Sistema Sanitario Nazionale (S.S.N.), emanata dopo anni di rinvio e varie proposte di legge e anticipata da alcune leggi regionali. La riforma sanitaria si basava su 3 cardini: prevenzione, cura e riabilitazione, ispirandosi dal punto di vista del funzionamento delle strutture (USL, istituite allora, ospedali, cliniche universitarie, istituiti di ricerca ecc.) ai principi di universalità, eguaglianza, globalità degli investimenti e partecipazione dei cittadini.

Questa legge, come altre in materia di sanità, Legge 194/78 sull’aborto, Legge 180/78 (Legge Basaglia) sulla psichiatria, furono il frutto di una stagione di lotte dalla classe operaia e del resto delle masse popolari, ed ebbero come riflesso la nascita di un forte movimento culturale sorto all’interno della medicina, come Medicina Democratica.

La Legge Basaglia segnò una rivoluzione nel campo della psichiatria, perché dispose la chiusura dei manicomi, limitando a casi eccezionali e per periodi ben definiti, i ricoveri coatti all’interno di strutture ospedaliere, in modo da ridurre le forme di discriminazione e segregazione, con l’obiettivo di reinserire quello che è definito il “malato” nella vita sociale attraverso lo strumento della prevenzione.

Tutte queste lotte chiedevano un nuovo modo di porsi della medicina di fronte alle modificazioni della società, dell’ambiente, dei comportamenti, delle tecnologie, un’esigenza di equa e migliore tutela sanitaria e sociale, quindi anche migliori case, servizi, infrastrutture, ecc.

Nella fase storica attuale, tutti i diritti conquistati in questo periodo, dalla metà degli anni ’70 con l’avvio della crisi generale del capitalismo, sono stati progressivamente cancellati: la Legge 833, fu gradualmente smantellata, la Legge Basaglia è continuamente minacciata da tentativi di controriforma, la Legge 194 è stata pesantemente attaccata, in modo trasversale, attraverso l’approvazione nel 2004 della Legge 40 sulla procreazione assistita.

La Legge 40 pone come sua premessa, la salvaguardia a tutti i costi dell’embrione, considerato come una persona a tutti gli effetti, quindi, da impiantare sempre anche in presenza di forte rischio di gravissime malattie genetiche. Questa legge, cavalcata dalla Chiesa cattolica, è usata come pesante attacco culturale contro la Legge 194, è un “cavallo di Troia” che consentirà, in mancanza di una sua difesa, la cancellazione o il forte ridimensionamento della 194 stessa.

Dalla fine degli anni ’70 inizia gradualmente lo smantellamento della sanità pubblica, fermo restando che, come nel caso della 833, molti aspetti non furono attuati (si pensi alla prevenzione, alla mancata costituzione al Sud dei distretti sanitari, al mancato varo del Piano Sanitario Nazionale), altri furono attaccati all’indomani della loro attuazione. Facciamo un esempio: tre mesi dopo il varo della riforma, fu introdotta la famigerata “tassa della salute” e i tickets sanitari e sulle prestazioni sanitarie.

Nel 1987 il democristiano Donat Cattin allora Ministro della Sanità, fu l’ispiratore di una nuova filosofia dell’assistenza sanitaria, che determinò un peggioramento a 360° attuato attraverso:

 

  • Una riduzione dei posti letto.
  • Il blocco alle assunzioni dei medici e degli infermieri (a fronte di una notevole mancanza di personale rispetto dalla legge che aveva istituito il SSN).
  • Il pagamento delle prestazioni con l’introduzione di prestazioni gratuite solo per i poveri.
  • La riduzione dei giorni di degenza ospedaliera.
  • La riduzione delle USL.
  • La gestione degli enti pubblici addetti all’assistenza sanitaria come aziende aventi come obiettivo principale il raggiungimento di obiettivi finanziari.

 

Questa filosofia passò principalmente attraverso le leggi annuali sulla pubblica finanza, le varie finanziarie che si sono susseguite negli anni.

La legge finanziaria del 1991 stabiliva che le regioni dovevano provvedere a programmare la ristrutturazione della ristrutturazione della rete ospedaliera in modo da realizzare i seguenti obiettivi:

 

  • Occupazione media annua dei posti-letto a un non inferiore al 75% delle giornate.
  • Dotazione complessiva di 6 posti-letto ogni 1.000 abitanti di cui 0,5 per mille riservato alla riabilitazione e alla lunga degenza.
  • Disattivazione e/o riconversione degli ospedali con meno di 120 posti letto (con la conseguenza messa in mobilità d’ufficio o disponibilità del personale addetto).

 

In tutti quegli anni, fino al 1992, vi fu una serie di interventi a raffica, da parte di industriali, baroni della medicina ed esponenti di governo (il Ministro della Sanità era all’epoca De Lorenzo), contro il cosiddetto “stato assistenziale” (di cui la sanità è parte integrante).

Sono gli anni di Tangentopoli, delle maxitangenti (come lo scandalo Montedison), delle ruberie e delle truffe in campo sanitario (come il sangue infettato dal virus dell’epatite C lasciato circolare liberamente per anni), che porteranno all’arresto del Ministro De Lorenzo e del suo sottosegretario Poggiolini, beccati con “le mani nella marmellata”.

In tutti questi interventi e nella parallela guerra mass-mediologica contro la “malasanità”, la sanità è trattata come un settore dell’economia nazionale che deve essere valutata sulla base dell’efficienza produttiva e di conseguenza ridotta ai soliti parametri economici.

Reclamando a gran voce la “liberalizzazione” e la “privatizzazione” si arriva al 1992, al Decreto 502 del governo Amato dal titolo Riordino della disciplina in materia sanitaria, che introduce pesanti tagli all’assistenza sanitaria, basandosi sul concetto che lo Stato non può garantire tutto a tutti, ma solo erogare uno standard minimo di prestazioni, lasciando così di conseguenza, alle Regioni, il compito di ridefinire i fondi attraverso una maggiore autonomia impositiva (dalla riduzione degli esoneri ai ticket, all’aumento dei contributi sanitari versato dai/dalle lavoratori/trici). In questo modo, dal punto di vista normativo ed economico si esautora l’ente che era stato il cardine della 833, cioè il Comune.

Come conseguenza alle USL è attribuita autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile, della gestione e tecnica con un’organizzazione tipica del modello aziendale. Avviene di conseguenza il trasferimento di denaro dallo Stato alle USL, secondo parametri non più determinati dai bisogni dei cittadini, ma dalle risorse disponibili e la remunerazione, secondo la logica del mercato, sarà a tariffa, cioè in base alle prestazioni erogate.

Con il decreto 502 s’introduce la legge del mercato del profitto nella sanità pubblica e questo comporterà come vedremo conseguenze molto gravi.

I primi effetti si cominciano a vedere da subito, il 1° gennaio 1993 lo Stato non ripiana più il disavanzo delle regioni, con un’inevitabile diminuzione quantitativa delle prestazioni e uno scadimento qualitativo, oltre ad un maggior costo per chi ne usufruisce.

Gli ospedali specialistici sono costituiti in aziende dotate di autonomia amministrativa, è autorizzato l’accorpamento degli ospedali generali nelle USL dove ne esistono più d’uno, viene disposta la costituzione di appositi fondi integrativi sanitari per fornire prestazioni aggiuntive rispetto a quelle assicurate dal SSN (favorendo quindi le assicurazioni e spremendo i lavoratori), viene disposta la creazione di una forma di assistenza differenziata (a questo fine le regioni hanno ricevuto la facoltà di creare società miste a capitale pubblico e privato), viene demandata alle regioni la diminuzione del numero delle USL, in modo che, a parte alcune eccezioni, ogni USL coincida con una provincia.

Nel 1992 le esenzioni dai tickets per fasce di reddito stabilite sono abolite e nel 1994 sono ridotte si soli minori di 12 anni ed agli ultra sessantenni.

Nel 1995 lo Stato riduce del 18% la spesa sanitaria destinata all’acquisto di beni e servizi.

La Legge Finanziaria del 1993 dispone ancora dei tagli:

 

  • Diminuzione ulteriore dei posti letto, da 6 a 5.5 ogni 1.000 abitanti (tornando così al livello del 1962).
  • Inasprimento dei tickets sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie.
  • Istituzioni dei tickets sul pronto soccorso, quando non sia seguito da ricovero.

 

 

Con la privatizzazione sono dati, all’interno dei presidi ospedalieri e delle aziende ospedaliere, spazi ai medici per l’esercizio della libera professione, riservando a camere a pagamento (con meno del 5% e non più del 10% dei posti letto disponibili).

Con la Legge Finanziaria del 1998, infine, si arrivò al blocco delle assunzioni.

Con tutti questi provvedimenti è avviato è avviato e portato avanti il processo di privatizzazione della sanità che verrà completato con la cosiddetta “Riforma sanitaria ter” ovvero il Decreto Legislativo del 19/06/1999 n. 229, del Ministero della Sanità dell’allora governo di Centro-sinistra Rosy Bindi.

Questa legge accelera il processo di aziendalizzazione e privatizzazione della sanità, le aziende sanitarie sono disciplinate con atto aziendale di diritto privato, soggette al vincolo di bilancio e governate da un Direttore Generale, affiancato da un Direttore Sanitario e un Direttore Amministrativo, che ha poteri mai visti prima nella dirigenza pubblica.

Il Direttore Generale è responsabile di tutta la gestione e dei risultati economici dell’azienda, se crea profitto, guadagna di più, altrimenti può essere buttato fuori.

Le conseguenze dell’agire di questa figura sono sotto gli occhi di tutti, si è risparmiato su tutto: personale, strutture, apparecchiature, perfino lenzuola, aghi, siringhe, ecc. per puntare solo all’apertura di reparti ultra specialistici, all’uso di apparecchiature più sofisticate o alla moda che servissero ad attirare clienti soprattutto da ASL che devono così pagare la prestazione. Si sono inventate, per il profitto, modalità di gestione impensabili, per esempio in certi casi, si sono affittati spazi ospedalieri pubblici a medici privati.

Il Direttore Generale è potente solo verso il basso e assolutamente inerme verso l’alto, dove comandano i Governatori delle Regioni (definizione pomposa per definire i Presidenti di Giunta) e gli Assessori della sanità che lo designano in base ai propri criteri partitici e lo tengono permanentemente sotto ricatto, potendolo anche destituire.

Questo meccanismo ha dato il via a una lottizzazione sfrenata, che va dai primari alle caposala e vede coinvolti Direttori Generali di Centro-sinistra (all’epoca al governo di ben 18 regioni italiane) e Direttori di Centro-destra.

Sempre in quest’ottica si sono vincolati anche i primari e perfino le caposala alla gestione di un budget, trasformandoli da medici in manager che devono far guadagnare l’azienda e si è dato sempre più spazio alla libera professione intramoenia, a scapito dei servizi cui potessero accedere anche i non paganti.

Nel luglio 2005 un primario di oncologia a Siena è stato destituito dall’incarico per non aver ridotto del 50% i posti letto, come invece aveva deciso l’Azienda.

Una grave novità introdotta dal Decreto n. 229 è la sperimentazione della gestione, cioè la possibilità di sperimentare nuovi modelli di gestione che prevedono forme di collaborazione fra strutture pubbliche e private, anche con la costituzione di società a capitale misto pubblico-privato. Siamo passati da una sanità privata che lavorava parallelamente a quella pubblica all’introduzione del capitale privato dentro il servizio pubblico.

Sempre di più vale il principio che non sono i bisogni e determinare le risorse, ma viceversa, che si concretizza con l’introduzione dei nuovi criteri di remunerazione per le prestazioni: il finanziamento è calcolato in base al costo standard prestabilito a livello centrale del Ministero e locale delle Regioni per ogni programma di assistenza (intervenuti chirurgici, programmi per patologie croniche o recidivanti ecc.), i famosi DRG.

Si arriva alla “riforma” del Titolo V della Costituzione, Legge costituzionale n. 3 18/10/2001, voluta dal Governo di Centro-sinistra, che riscrive tutto l’articolo 117 e porta avanti il processo di attribuzione di ulteriori competenze alle regioni in ambito sanitario.

Con questa riforma alle regioni sono attribuiti poteri di legislazione su molte materie, quali: sanità, scuola, ambiente e altre che sono così sganciate dalla potestà statale. Con il vecchio articolo 117 lo Stato affidava alle regioni la gestione dell’assistenza sanitaria e ospedaliera, adesso l’asse di riferimento del Sistema Sanitario sono le Regioni alle regioni la gestione dell’assistenza sanitaria ed ospedaliera, adesso l’asse di riferimento del Sistema Sanitario sono le Regioni, che decidono le linee di politica sanitaria nella più completa autonomia. Lo Stato garantisce solo che siano erogati standard minimi di prestazioni, i famigerati LEA.

Con la riforma del Titolo V della Costituzione, si è innescato un pericoloso meccanismo federalista che è stato portato a compimento da un’altra Legge di revisione costituzionale di chiara ispirazione bossiana, approvata nel 2005.

Questa legge rivede tutti il sistema di rappresentanza politica, modifica la struttura della Camera dei Deputati e del Senato, le funzioni del capo dello Stato e del Presidente del Consiglio dei ministri e porta a compimento l’autonomia delle Regioni (e creando nello stesso tempo un neocentralismo regionale e presidenzialismo nel quadro del rafforzamento degli esecutivi).

Le regioni non saranno più vincolare da alcun principio statale nemmeno dalla garanzia degli standard minimi delle prestazioni, ognuno dovrà fare con suoi mezzi: è la famosa devolution.

In questo modo si sono spalancate le porte alla privatizzazione più selvaggia, alla cancellazione della prevenzione, dei servizi di base, dell’assistenza sanitaria, dei piccoli ospedali a favore delle attività ultraspecialistiche dei grandi policlinici, in cui sempre più prestazioni saranno a pagamento, alle assicurazioni.

 

 

IL MODELLO DELLA SANITA’ DELLA LOMBARDIA

 

La Lombardia il centro-destra, ha portato avanti (come il Centro-sinistra nelle regioni cosiddette “rosse”) un’opera di distruzione dello Stato sociale. La sanità (come la scuola), è diventata un laboratorio sperimentale, per capire come si possa smantellare il sistema pubblico, azzerandolo, e facendo che sia il mercato, che (come si trattasse di una fabbrica di scarpe) regola la domanda e l’offerta, che è legata direttamente ai “famosi conti che devono tornare”, in sintesi che ci sia un profitto.

Nel modello lombardo c’è una separazione fra acquirenti di prestazioni ed erogatori (da notare l’uso della terminologia per definire pazienti e operatori), fra domanda e offerta, e pur volendo il piano sanitario governare la domanda e l’offerta, è il livello dell’offerta ad influenzare la domanda stessa.

Da una parte c’è cittadino, considerato il centro del sistema, cui è lasciata apparentemente “libera scelta”, dall’altra, vi sono le varie offerte pubbliche, private, convenzionate o meno (attraverso un sistema di rimborsi), appartenenti a settori profit e no profit. Con questo modello si crea un sistema a rete integrato con un’equiparazione di tutti i soggetti che vi partecipano, sia pubblici e/o privati, che competono tra loro secondo principi di sussidiarietà orizzontale e verticale.

Ogni struttura sanitaria deve avere piena libertà di azione e piena responsabilità, deve dare risposte “efficaci ed efficienti nel rispetto di un budget prestabilito”. In soldoni la libertà di azione si concretizza nella ricerca delle misure concrete atte a rispettare il budget, pena l’eventuale defenestrazione … di manager e dirigenti.

La Lombardia realizza così un sistema autonomo di sanità, sposando il pieno il concetto bossiano di “devoluzione”, per cui allo Stato rimane solo la possibilità (non l’obbligo) di determinare i livelli essenziali di assistenza e alle regioni tutta la vera gestione della sanità: in questo modo si rinuncia al principio che ai cittadini italiani siano garantiti uguali in materia di salute, indipendentemente dal fatto che risiedono in regioni più o meno ricche e con diversa presenza di strutture sanitarie.

Nell’era della devolution ogni regione deve avere più risorse, e la Regione Lombardia rivendica soprattutto la possibilità di sperimentare nuovi modelli gestionali, avendo più autonomia nella contrattazione decentrata con i sindacati e nella politica del farmaco.

Con la piena devoluzione la regione deve attivare norme di programmazione, indirizzo, controllo e dare la più completa autonomia alle Azienda Sanitarie, soprattutto ospedaliere, le quali devono adottare tecniche di managment avanzate, realizzare l’integrazione e la parificazione fra strutture pubbliche e private.

Questa equiparazione delle strutture sanitarie pubbliche e private ha costretto le Aziende Ospedaliere a competere sul mercato con i privati accreditati, in una corsa sempre più sfrenata a produrre prestazioni remunerative a tutto discapito di quelle meno valorizzate che solo il pubblico è obbligato a fornire. Il risultato sarà che il deficit regionale salirà alle stelle, e in compenso, le liste di attesa regionali per alcuni interventi scarsamente remunerativi, si allungheranno senza speranza, mentre prolifereranno case di cura, medical-center (di varia natura e collocazione), assolutamente privi di controlli sia per quanto riguarda il numero di prestazioni erogate, che soprattutto per la qualità delle cure erogate, senza dimenticare la questione della sicurezza. La ricetta che è proposta diventa terreno di prova per conseguire agli effetti speculativi del privato la gestione della salute pubblica, avvicinandosi al modello USA, una “democrazia matura” in cui i cittadini sono privi di assistenza sanitaria se non può pagarsi un’assicurazione privata!

Oltre a questo la Lombardia ha sempre auspicato la trasformazione delle aziende ospedaliere pubbliche in fondazioni con la partecipazione di soggetti pubblici e privati, profit e no profit.

Queste aziende dovranno realizzare un profitto e quindi un consistente taglio dei posti letto per acuti, per riattivare un posto letto per acuti in un settore specialistico è necessario ridurne a due in un altro.

Parallelamente è partita una grossa ristrutturazione dei servizi di emergenza- urgenza e perciò nella “progredita” Lombardia, può accadere, che una signora anziana sia rifiutata da vari ospedali per mancanza di posti sia in reparti di emergenza-urgenza sia nelle medicine, e muoia prima di trovare una collocazione.

Sempre nella logica della riduzione dei posti letto, gli ospedali di piccole dimensioni saranno trasformati in “strutture leggere” per ricoveri diurni e specialistiche ambulatoriali.

Per valutare gli effetti che questi pesanti cambiamenti avranno sui risultati, è stato messo in piedi un imponente sistema valutativo mediante indicatori di accreditamento, di qualità delle prestazioni, del tempo di attesa, indicatori economico-finanziari, come: costo medio per assistito, costo del personale in base ai ricavi ottenuti, indicatori di mantenimento della spesa entro i limiti previsti.

Vengono anche prese in considerazione determinate variabili di sistema: variabili input, che considerano personale e utenti come partecipanti a processi produttivi, variabili di risultato ed efficienza, output, variabili di efficacia, outcome. Inoltre è necessaria una metodologia di valutazione dell’attività a garanzia della qualità dell’assistenza e del corretto utilizzo delle risorse, che tenga in considerazione anche la valutazione della soddisfazione dell’utenza, in termini di qualità percepita.

Il sistema lombardo della libertà di scelta e dell’equiparazione fra tutte le strutture, Formaggino ha offerto al privato un business senza precedenti, accreditando centinaia di privati (attraverso l’autocertificazione) a ricevere dalla regione rimborsi stellari per le cure private, cure accuratamente scelte fra quelle più remunerative, come i famigerati DRG (Gruppi Omogenei di Diagnosi), tariffario delle patologie alle quali corrisponde un intervento sanitario con un diverso rimborso economico.

Un altro aspetto da sottolineare in questo modello è la veloce trasformazione delle strutture pubbliche in aziende, in seguito alla separazione tra prestazioni e offerta, tra chi produce prestazioni sanitarie (strutture sanitarie di vario tipo) e chi le compra per conto del cittadino (ASL), gestendo una quota per ogni residente sul proprio territorio, con la quale deve anche assicurare gli aspetti di assistenza sociale connessi trattamento sanitario. Come conseguenza, le aziende sanitarie, come conseguenza, le aziende sanitarie tenderanno a scaricare tutti i costi connessi all’assistenza sociosanitario ai comuni.

Tutto questo è stato scritto chiaramente nel Piano Sanitario Regionale 2002-04 della Lombardia, dove, a proposito dell’assistenza domiciliare, si assiste a un vero abbandono dell’ente pubblico che si limita a dare ai cittadini buoni un assegno di 413€ circa per assistere anziani non autosufficienti, disabili, malati psichici e terminali a domicilio.

Tutta l’assistenza territoriale, disabili il suo carico di problemi sociali e sanitari, strettamente interconnessi fra loro, viene affidata ad un sistema di mance date a chi (soprattutto donne) starà a casa ad occuparsi di patologie e disagi di vario tipo.

C’è un altro aspetto da considerare, parlando della sanità lombarda, ed è cessione alle Fondazioni (ossia ai privati) di 35 IRCC (Istituti di Ricovero e Cura a carattere scientifico), di cui 15 a carattere pubblico, fra le quali molte situate a Milano, come l’Istituto dei Tumori, il Neurologico Besta e il Policlinico.

 

 

 

UN BUSINESS CON CIFRE DA CAPOGIRO

 

 

Come si diceva prima l’assistenza sanitaria in Lombardia è diventata una grande opportunità di affari. Il giro di affari è di oltre 16 miliardi di euro. Dal 2001 al 2008 le strutture accreditate sono aumentate di 277 unità pari a un aumento del 70%, mentre il pubblico cala di anno in anno.

Bisogna tenere conto che questo modello lombardo non nasce dal nulla, non è frutto delle idee “geniali” di Formigoni e di CL, ma come si è messo in evidenza prima, nasce dentro un quadro ben preciso della privatizzazione della sanità.

Come dicevo prima (ed è un bene ripeterlo costantemente), la sanità lombarda (come la scuola), diventa un laboratorio sperimentale (sulla pelle dei cittadini che ora sono definiti clienti) su come si possa smantellare il sistema pubblico, azzerando il più possibile le contraddizioni che inevitabilmente emergeranno sia sul fronte dei lavoratori, sia su quello dell’utenza.

In questo quadro, ogni struttura sanitaria deve avere piena libertà di azione e di responsabilità, deve dare risposte “efficaci ed efficaci nel rispetto di un budget prestabilito”. In soldoni la libertà si concretizza nella ricerca delle misure concrete atte a rispettare un budget, pena l’eventuale defenestrazione di manager e dirigenti.

La Lombardia realizza così un sistema autonomo di sanità, sposando in pieno il concetto di devoluzione per cui allo Stato rimane solo la possibilità non l’obbligo di determinare i livelli di assistenza e alle regioni tutta la vera gestione della sanità: questo significa l’abbandono di un’assistenza a tutti, indipendentemente dal fatto che si risieda o no in regioni più o meno ricche e con diverse prestazioni sanitarie.

Nell’era della devolution ogni regione richiede più più risorse, e la Regione Lombardia rivendica soprattutto la possibilità di sperimentare nuovi modelli gestionali, avendo più autonomia nella contrattazione decentrata con i sindacati e nella politica del farmaco.

Con la piena devoluzione, la regione deve attirare norme di programmazione, indirizzo, controllo e dare la più completa autonomia alle Aziende Sanitarie, soprattutto quelle ospedaliere, le quali devono adottare tecniche di management avanzate, realizzare l’integrazione e la parificazione fra strutture pubbliche e private.

Questa equiparazione delle strutture sanitarie private e pubbliche ha costretto le Aziende Ospedaliere a competere sul mercato con i privati, in una corsa sempre più sfrenata a produrre prestazioni remunerative a tutto discapito di quelle meno valorizzate che solo il pubblico è obbligato a fornire. Il risultato sarà che il deficit regionale salirà alle stelle, e in compenso, le liste di attesa regionali per alcuni interventi scarsamente remunerativi, si allungheranno senza speranza, mentre proliferano case di cure medical-center, assolutamente privi di controllo sia per quanto riguarda il numero delle prestazioni erogate, che soprattutto della qualità delle cure erogate, senza dimenticare la questione delle sicurezza.

Oltre a questo la Lombardia auspica la trasformazione delle aziende pubbliche in fondazioni con la partecipazione di soggetti pubblici e privati.

Queste aziende dovranno realizzare un profitto e quindi è previsto un consistente taglio dei posti letto per acuti, per riattivare un posto per acuti in un settore specialistico è necessario ridurne due in un altro. I posti letto per patologie acute saranno ridotti fino a quattro per mille.

Parallelamente è partita una grossa ristrutturazione dei servizi di emergenza urgenza e perciò anche nella “progredita” Lombardia, può accadere che una signora anziana sia rifiutata da vari ospedali per mancanza di posti dia in reparti di emergenza-urgenza, che nelle medicine, e muoia prima di trovare una collocazione.

Sempre nella logica della riduzione dei posti letto, gli ospedali di piccole dimensioni sono trasformati in “strutture leggere” per ricoveri diurni e specialistiche ambulatoriali.

Per valutare gli effetti pesanti che questi cambiamenti avranno sui risultati, e stato messo in piedi un sistema valutativo mediante indicatori di accreditamento, di qualità delle prestazioni, del tempo di attesa, degli indicatori economici finanziari, come: costo del personale, costo medio per assistito, costo del personale in base ai ricavi ottenuti, indicatori di mantenitori della spesa entro i limiti previsti.

Sono presi in considerazione determinate variabili di sistema quali:

 

  • Variabili d’imput, che considerano personale e utenti come partecipanti a processi produttivi.
  • Variabili di risultato ed efficienza.
  • Variabili di output.
  • Variabili di efficacia.
  • Variabili di out come.

 

Inoltre è necessaria una metodologia di valutazione a garanzia della qualità dell’assistenza e del corretto utilizzo delle risorse, che tenga in considerazione anche la valutazione della soddisfazione dell’utenza, in termini di qualità percepita.

Tutto questo sistema sarà garantito da un’agenzia di valutazione regionale, svincolata dal sistema sanitario, che esternalizzerà ad aziende del settore, oltre che tutto il lavoro, anche le verifiche necessarie.

Si accentua così il processo di esternalizzazione dei servizi legati alla sanità che arriva fino all’assistenza ai malati, verso le cooperative (il famigerato terzo settore dell’economia). All’interno delle cooperative (come di tutto il cosiddetto “no profit”) c’è sfruttamento dei lavoratori, dove sono fatti figurare spesso e volentieri come soci-lavoratori.

Ritornando al sistema valutativo, il non superamento dei livelli stabiliti può significare per le strutture esaminate anche la fuoriuscita dal sistema sanitario.

Un altro aspetto da rilevare in questo modello è la veloce trasformazione delle strutture pubbliche in aziende, in seguito alla separazione tra prestazioni e offerta, tra chi produce prestazioni sanitarie (strutture sanitarie di vario tipo) e chi le compra per conto del cittadino (ASL), gestendo una quota capitaria per ogni residente sul territorio, con la quale deve anche assicurare gli aspetti di assistenza sociale connessi al trattamento sanitario. Come conseguenza, le aziende sanitarie sempre di più dal settore socio-sanitario, cercando di scaricare i costi connessi ai comuni.

Durante il periodo che Formigoni è stato Presidente della Giunta lombarda tutti i più importanti ospedali della Lombardia erano (e in parte lo sono tuttora) alla Compagni delle Opere(CdO), i più grandi come il Niguarda e il gruppo San Donato, del patron Giuseppe Rottelli, azionista del Rcs (Corriere della Sera) e quelle dell’hinterland come Desio e Vimercate, e poi Busto Arsizio, Lodi, l’ASL e l’Ospedale Civile di Brescia, le ASL della provincia di Como, Pavia, Mantova e Lodi. L’Ospedale Mellini di Chiari, gli Istituti di Cremona, l’Ospedale Maggiore di Crema e l’A.O. della Valtellina e della Valchiavenna.

In Lombardia il monopolio clericale è avanzato grazie alla colonizzazione mirata operata direttamente da Formigoni delle direzioni sanitarie. Furono collocati, ciellini, nelle posizioni strategiche: al Niguarda, al San Matteo di Pavia, all’Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli, nell’A.O. di Mantova. A dirigere l’Ospedale di Castiglione delle Stiviere (trasformato in Fondazione), c’è l’imprenditore Guarrino Nicchio, vicino alla Compagnia delle Opere, che si occupa di due ospedali e tre residenze assistenziali. Complessivamente dei 48 direttori sanitari, ben 12 erano legati a CL.

Non bisogna dimenticare che nella Puglia del sinistro Vendola fu firmato da parte della Regione un accordo, con cui il San Raffaele, per la costruzione di un ospedale sarà finanziato dal pubblico e sarà gestito dalla fondazione privata San Raffaele (ora penso di capire perché una forza politica come il SEL di Vendola inneggia alla libertà, evidentemente alla libera iniziativa privata foraggiata con soldi pubblici).

Questa colonizzazione clericale della sanità lombarda, non solo di quella pubblica ma anche di quella privata, resta per CL una priorità, non solo economica ma anche ideologica (assieme, ovviamente, alla scuola e all’Università, alla formazione professionale, al cosiddetto “terzo settore”, all’Ente Fiera ecc.) ma anche per altre agguerrite lobby clericali-confindustraili-fasciste come l’Opus Dei. E in atto uno scontro tra le varie fazioni delle alte gerarchie ecclesiastiche e della massoneria piduista per ottenere il monopolio della sanità lombarda, uno scontro che vede coinvolgere CL, e l’Opus Dei, Tettamanzi, Scola e Bertone e quindi dell’allora PDL, della Lega, dell’UDC e del PD.

 

E I SOLDI NON CI SONO MAI…

 

 

In una fase di crisi e di tagli alla spesa pubblica, qualcuno (ingenuamente) potrebbe pensare che anche i finanziamenti alle strutture private convenzionate e in particolare a una struttura come al San Raffaele per via del buco pauroso del bilancio, sarebbero diminuiti.

Giammai. Il San Raffaele mantiene tuttora il record di soldi pubblici ricevuti dalla Regione Lombardia, lo dimostra la delibera dell’agosto del 2011. Al San Raffaele sono stati assegnati 41 milioni extra, pari 37.906 a posti letto.

Ed è la somma più contenuta nel provvedimento del 4 agosto che distribuisce complessivamente 995 milioni di euro agli oltre 220 ospedali pubblici e privati lombardi. Sono i fondi concessi come riconoscimento di “attività d’eccellenza”.

Il terreno della discrezionalità è quello pascolano e prosperano anche intermediari e faccendieri, che spesso si spacciano come emissari ufficiosi dei dirigenti pubblici. Questo sistema di consulenti che fungono da intermediari senza alcun titolo tra chi paga (Regione) e chi eroga il servizio (strutture sanitarie) stando alle voci che circolano nel mondo della sanità, sarebbe assai diffuso. In questa terra di nessuno si muovono rivoli di denaro che alcuni chiamano tangenti, altre consulenze.

Sta di fatto che questo bonus regionale muove decine di milioni e spesso è decisivo per fare quadrare il bilancio.

Questi soldi d’agosto ad aggiungersi ai rimborsi (DRG) per le singole prestazioni: il San Raffaele con i DRG porta a casa dalla Regione Lombardia 450 milioni di euro l’anno.

Il San Raffaele ha beneficiato di un flusso si soldi pubblici senza pari. Basta spulciare i bonus ricevuti in Lombardia da altri istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS), che pone il San Raffaele, si è Ministero della salute per “l’eccellenza” nell’attività clinica, nella ricerca e nella didattica.

Il Policlinico di Milano, a parità di posti di letto (1088), riceve 38,2 milioni, tre in meno. Il San Matteo di Pavia, con mille lotte, riceve 25,4 milioni. L’Istituto dei Tumori, punto di riferimento a livello italiano per le cure contro il cancro, ottiene 12,1 milioni cioè 28.300€ a posto letto contro i 37.906 del San Raffaele. Il Policlinico San Donato di Giuseppe Rotelli è rimborsato la metà (18.600 a letto per 8,1 milioni totali), discorso simile per l’Humanitas della famiglia Rocca (14.800€ a posti letto per 9,6 milioni). Solo la IEO di Veronesi e solo nel 2011, è appena sopra il livello del San Raffaele: 8,7 milioni di finanziamenti pari a quasi 45.000€ posti letto.

 

 

MA COME E’ STATO POSSIBILE IL BUCO?

 

 

 

Questo che potrebbe essere il titolo di un programma televisivo, è una domanda più che legittima visto i fiumi di denaro pubblico che sono affluiti verso il San Raffaele.

Il mistero (mistero per noi profani e miscredenti che sono fuori da queste vicende “divine”ovviamente) comincia un giorno del luglio del 2011, quando Mario Cal suicida (così che viene data la notizia) nel suo studio. Cal sarebbe dovuto essere ascoltato dalla Procura della Repubblica, come testimone, per definire i contorni e le dimensioni del maxi buco del San Raffaele.

Questo suicidio pone interrogativi, prima quello della pistola già conservata in un sacchetto di plastica nel mare di sangue in cui cadavere Cal è stato trovato. Come mai? Chi ha provveduto?

Torniamo alla possibile origine dei debiti. Si sapeva che il San Raffaele faceva le cose in grande, spendeva e spandeva. Un esempio è la cupola di 60 metri d’altezza sovrastata da una statua di 8 metri dell’angelo San Raffaele. Oppure gli hotel in Sardegna[1] e le piantagioni di mango in Brasile.

Cal lasciò un ultimo segnale ai magistrati, lasciando in una villetta di sua proprietà, l’archivio delle operazioni occulte del San Raffaele.[2]

Questa parte occulta parla di consulenze, e di fatture in apparenza inspiegabili, di aerei e Joint ventur. In questi fascicoli Cal ha reso evidente alcune operazioni.

Una è l’operazione inerente, l’aeroplano Challenger CL 604, passata attraverso l’Assion Aircraft & Yachting, che è una scatola con sede ad Auckland (Nuova Zelanda). I fatti risalgono al 2007, quando don Verzè sostituisce il vecchio aereo con uno più lussuoso e in grado di fare voli transoceanici. I soldi, circa 13 milioni di euro li garantiva la Fondazione, ma arrivano attraverso una società finanziaria, la Sg Equipment Finance Scweiz, da una società del gruppo francese Société Generale e in particolare dalla filiale svizzera di Zurigo con la quale Airviaggi, la partecipante del San Raffaele che controlla la Assion, apre un leasing. Chi si occupa di tutto è Piero Daccò.

Daccò sarebbe l’uomo che avrebbe il ruolo ufficiale di collegamento tra il San Raffaele e un gruppo di manager e politici della Regione Lombardia. L’uomo, italiano con residenza a Londra, ufficio in Svizzera, casa a Sant’Angelo Lodigiano (Lodi) e interessi in Cile, è un ex fornitore per l’ospedale Fatebenefratelli di Milano[3] in sostanza è la longa manus degli uomini della Regione Lombardia.

A Lugano, ha l’ufficio, la Juvans International, che sarebbe riconducibile secondo molti fonti a Daccò. Essa non è altro che una succursale della Juvans Bv olandese.

La Juvans è indicata come controparte in numerose transazioni finanziarie che aveva come controparte il San Raffaele.

In un altro fascicolo Cal indica una consulenza affidata a Daccò attraverso una società austriaca, l’Harman Holding, che fu incaricata di gestire i contenziosi legali esteri. Un lavoro remunerato per mezzo milione di euro. Un’altra operazione riguarda l’EdiRaf, la società di costruzione del San Raffaele che l’ospedale ha condotto tra il 2001 e il 2008 in Joint venture con la Diodoro Costruzioni Srl, una società di Pierino Zammarchi, oggi liquidata. La Diodoro ha costruito la residenza alberghiera del San Raffaele, e attraverso la Method ha partecipato ai lavori della costruzione di Olbia, a quelli dell’ospedale in Brasile e negli otto anni ha incassato fatture (non solo dal San Raffaele) fatture per 271 milioni. Fino al 2006 ha avuto tra i suoi soci anche un politico locale, Emilio Santomauro, dell’UDC, due volte consigliere comunale a Milano ed ex presidente della Commissione Urbanistica del Comune di Milano e già vicepresidente della SOGEMI, la società del Comune gestisce l’Ortomercato. Dire Ortomercato significa mafia e non è un caso che la Procura di Milano arriva a sospettare che Santomauro e Zammarchi possano essere dei prestanome della Camorra. Zammarchi arriva a raccontare di essere stato vittima di una serie di pressioni di alcuni malavitosi. Il magistrato che lo assolve scrive che è “solo un imprenditore che ha la pessima idea di farsi prestare soldi da un mafioso e da quel momento ne diviene vittima”. Il processo a suo carico si conclude, nel marzo 2011, con un assoluzione per formula piena: la motivazione è che non vi alcuna prova dei legami di questa società con la camorra.[4] Dopo l’assoluzione Zammarchi ritorna a frequentare Cal negli ultimi mesi della sua vita, con pranzi e frequentazioni molto frequenti.

Nelle carte di CAL c’è l’altra grande diversificazione di don Verzè e Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche milanesi, vicino manco a dirlo a CL, ex consigliere della Fondazione San Raffaele. Il duetto ha costituito la Blu Energy (destinata in seguito alla vendita): in tre anni di vita la società ha accumulato 116 milioni di debiti, soldi per lo più ricevuti dalle banche (79,8 milioni) e utilizzati per costruire l’impianto di produzione si energia di Vimodrone (MI). La missione di Blu Energy erano forniture elettricità al San Raffaele. Ma all’ospedale ha fatto solo lievitare i costi di approvvigionamento da 11 a 41 milioni.

Tutte queste operazioni farebbero pensare a fondi segreti. Secondo fonti giornalistiche[5] il deputato PDL il deputato del PDL Enrico Pianeta,[6] quello che aveva contribuito a fa riversare sul San Raffaele massicci finanziamenti pubblici con la finalità ufficiale di realizzare opere nel Terzo Mondo, avrebbe favorito il flusso di fondi dall’Italia verso l’estero (soprattutto in Brasile, dove il San Raffaele ha molte attività). Ma prima di arrivare a destinazione quel patrimonio avrebbe fatto “sosta”, guarda caso, in Svizzera, per poi ripartire più leggero.

Quest’affermazione da un punto di vista economico e politico di CL nella sanità, come in altri settori, è mal vista dall’OPUS DEI.

Il giorno che si suicidò Cal, Rutelli fece un comunicato che scatenò, via agenzie, un furioso litigio tra lui e Formigoni. Colpisce che Rutelli intervenga su una vicenda – seppur grave a livello nazionale per via del buco di oltre un miliardo e mezzo di un importante struttura come il San Raffaele – in cui altri leader politici si sono ben guardati dal dire una parola soprattutto nel giorno del suicidio si Cal.

Da dove viene questo fervore di Rutelli per una struttura privata?

E bene ricordare il rapporto che esiste tra il cardinale Tarcisio Bertone e Francesco Rutelli. È un rapporto che si basa sulla stima reciproca che dura da anni. Basti ricordare che nella sua prima uscita pubblica da segretario di Stato vaticano, in occasione di un concerto all’Auditorium di Via Conciliazione – nel settembre 2006 – l’allora vicepresidente del consiglio era presente con altri uomini del centrosinistra tra i quali Alfonso Pecoraro Scanio, Claudio Petruccioli e Vincenzo Vita.

Non solo. Giusto un anno dopo, in occasione della presentazione del libro del segretario di Stato L’ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia opera redatta con il vaticanista del Tg1 Giuseppe De Carli, tra gli altri, sedeva anche Francesco Rutelli, che ricordò in quella sede filiale devozione mariana di Giovanna Paolo II. Ora Rutelli dai trascorsi radicali negli anni ’70 che non erano certo vicini a santa romana chiesa, si è convertito tanto da sposarsi in chiesa ed entrare in contatto con l’Opus. Non a caso nel 2002 partecipa a un convegno dedicato al beato Escrivrà (il fondatore dell’Opus Dei) prossimo a essere proclamato santo.

Dunque dietro il battibecco tra Rutelli e Formigoni si cela il tentativo dell’Opus Dei di prendere la guida del sistema sanitario lombardo (e dei relativi affari) messo a dura prova da alcune mosse quali ad esempio:

 

  • Il salvataggio da parte dello IOR del San Raffaele.
  • Il salvataggio di manager romani.
  • Il tentativo di far dimenticare di far dimettere il cardinale Tettamanzi dall’istituto Toniolo – che controlla l’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli di Roma – prima dell’arrivo del neo Arcivescovo di Milano Angelo Scola.

 

In sostanza si tratta di una lotta per contendersi una torta miliardaria legata alla sanità.

 

RIORDINO DELLA SANITA’ LOMBARDA O “RIORDINO DEI POTERI” ALL’INTERNO DEL CENTRO DESTRA?

 

 

Come si è visto nei 15 anni di presidenza della Regione Formigoni era riuscito ad assicurarsi non solo il controllo della sanità ma anche del territorio attraverso un collaudatissima rete clientelare; in un audizione del dicembre 2015; alla Commissione Speciale Antimafia Regionale, Nando dalla Chiesa sottolineava che la Sanità rappresenta un tassello importante di questa rete clientelare; infatti le difficoltà a superare le liste di attesa per esami, visite specialistiche, interventi chirurgici possono essere superate attraverso medici o amministratori compiacenti; si rafforza così la “stima” della gente nei confronti del politico di riferimento, mentre gli operatori della Sanità sanno che la vicinanza dell’associazionismo cattolico spiana la possibilità di carriera.

Maroni quindi ha sempre cercato di cambiare i direttori generali di ASL e Ospedali; solo negli ultimi tempi gli è riuscita grazie alla Magistratura che ha incriminato vari dirigenti regionali e soprattutto l’Assessore alla Salute Mantovani, che occupava quel posto in palese conflitto d’interessi poiché proprietario di una rete di Residence Sanitarie-Assistenziali (RSA).

La sanità dell’era maroniana prevede diverse cose. Innanzitutto una variazione della denominazione degli strumenti con cui la Regione vuole gestire i servizi Sanitari, Sociosanitari e Sociali; questi sono numerosi perché non c’è stato alcun sforzo (ma forse sarebbe meglio dire che Forza Italia non ne ha dato la possibilità alla Lega) di sburocratizzare le istituzioni sanitarie.

Senza dubbio l’atto più importante di questo riordino è l’accorpamento degli assessorati alla Salute e della Famiglia, che in linea teorica farebbe intravedere una volontà di procedere verso una integrazione tra servizi sanitari, sociosanitari e sociali; peccato che la legge non prevedeva più i distretti che nonostante i limiti e le incongruenze erano un luogo di integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali, di cui i Comuni sono titolari. Solo l’approvazione di un emendamento dell’opposizione permetteva la sopravvivenza dei distretti, ma senza concedere all’assemblea dei Sindaci (organo di rappresentanza dei Sindaci di un distretto) quei poteri decisionali e non solo consultivi che renderebbero più efficace l’integrazione sociale e sanitaria ad esempio i NIL (nuclei per l’inserimento lavorativo) avrebbero bisogno di una stretta collaborazione coi servizi di diagnosi di disabilità ed invalidità; l’ADI (Assistenza domiciliare integrata) dovrebbe incentivare la cooperazione tra operatori sanitari e sociali. Gli esempi sono moltissimi, tutti causa di malessere tra gli assistiti che non capiscono cosa tocchi fare ai servizi delle ex ASL e cosa ai servizi comunali.

Forse nello spirito della nuova legge, queste incongruenze dovrebbe superate dalle ATS (Azienda di Tutela della Salute) con funzioni sovrapponibili alle ex ASL, cioè PAC (Programmazione, Acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti pubblici e privati, Controllo), compiti questi in parte sovrapponibili a quelli della Direzione Generale dell’Assessorato; vedremo se questa duplicazione avrà effetti pratici positivi.

Le ATS sono 8 mentre le ASL erano 15 e sono:

 

  • ATS Città Metropolitana (ASL MI, MI1, MI 2, Lodi).
  • ATS Insumbria (vecchie ASL Varese e Como).
  • ATS Brianza (vecchie ASL Lecco e Monza).
  • ATS Bergamo (vecchia ASL Bergamo).
  • ATS Brescia (vecchia ASL Brescia).
  • ATS Pavia (vecchia ASL Pavia).
  • ATS della Val Padana (vecchie ASL di Mantova e Cremona).
  • ATS della Montagna (vecchie ASL di Sondrio e Val Camonica).

 

 

È abolita la Conferenza dei Sindaci (organo di rappresentanza consultiva dei Sindaci di una ASL); d’altra parte l’aumento del numero dei Comuni di una ATS e la loro disomogeneità è tale da impedire una voce omogenea dei Sindaci nei confronti della direzione delle ATS; dal punto di vista dell’utenza ci sarebbe da auspicare un decentramento reale di queste funzioni essenziali per i cittadini che avranno a che fare con ATS di dimensioni ancora maggiori rispetto alle ASL.

Le ASST (Aziende Socio-Sanitarie Territoriali) sostituiscono le ex AO (Aziende costituite non solo dagli stabilimenti ospedalieri ma anche da ambulatoriali specialistici, consultori, dipartimenti di salute mentale, ecc.). Sono 27; cito solo quelle delle metropolitana; gli interessati potranno vedere le altre (alcune con nomi fantasiosi come la ASST Sette Laghi del Varesotto) sul sito della Regione; la citazione però è sufficiente per far vedere come la collaborazione di operatori ospedalieri e territoriali sia da tutta da costruire e che la nuova legge certamente non facilita quella auspicata continuità assistenziale tra cure ospedaliere-specialistiche e medici di base.

Le ASST della città metropolitana sono:

 

  • ASST Niguarda (vecchia AO Niguarda).
  • ASST S.Paolo e S.Carlo (vecchie AO omonime).
  • ASST Polo Pediatrico (vecchie AO Sacco e Fatebenefratelli).
  • ASST G.Pini/CTO (vecchia AO omonima).
  • ASST Ovest Milanese (vecchia AO Legnanese).
  • ASST Rhodense (vecchia AO di Garbagnate).
  • ASST Nord Milano (vecchia AO ICP).
  • ASST Melegnano e Martesana (vecchia AO Melegnano).

 

 

Come si vede non sono compresi in questo elenco gli Istituti Scientifici (Policlinico, Tumori, ecc.) in gestione con Ministero della Sanità; gli Ospedali Sacco e Fatebenefratelli siano accomunati in un polo pediatrico che devono realizzare in sostituzione dell’Ospedale Buzzi e M. Melloni.

Il riordino dell’assistenza sanitaria territoriale è affidato alle Articolazioni Socio-Sanitarie Locali (ASSL) con compiti di governo delle cure primarie e della prevenzione, di programmazione dell’offerta locale, di accreditamento dei servizi territoriali (es. consultori privati), di controllo sulle prestazioni e sull’uso dei farmaci e dei presidi medico-chirurgici. Le ASSL dovrebbero funzionale in stretto contatto con le AISA (Aziende integrate per la salute e l’assistenza) e con le UCCP (Unità di cure complesse primarie). I compiti sono differenti ma tuttora non bene differiti.

L’AISA gestisce le strutture ambulatoriali e ospedaliere secondo una classificazione degli Ospedali “coerente con il regolamento degli standard della rete ospedaliera adottata d’intesa fra Stato e Regioni, definiti con successivo provvedimento di Giunta”. In aggiunta sono istituiti i POT (Presidi Ospedalieri Territoriali) e i PreSST (Presidi Socio-Sanitari Territoriali), non presenti negli standard nazionali in cui dovrebbero entrare medici di base e specialistici-ospedalieri, secondo un modello organizzativo non stabilito, ma che verosimilmente dovrebbe essere flessibile in rapporto alle situazioni locali; nei PreSST oltre ai medici di base dovrebbero essere presenti operatori sociali; ma quali? Di provenienza comunale o dalle attuali strutture sociosanitarie (SerT, Psichiatria, Consultori ecc.). È sottolineato con un provvedimento apposito che i POT potranno (dovranno) essere costituiti attraverso la collaborazione pubblico-privato (si intende che i medici di base lavorino anche negli Ospedali territoriali o che si costituiscono cooperative di medici che lavorano in questi ospedali o altro?).

La Regione Lombardia, inoltre, dovrà chiedere che gli accordi convenzionali nazionali dei medici di base e che il contratto collettivo nazionale dei medici ospedalieri prevedano queste nuove funzioni.

Altro servizio territoriale previsto dalla legge è l’UCCP (Unità di Cure Complesse Primarie), istituzione in cui dovrebbe avvenire “la presa in carico del paziente nella prospettiva della continuità assistenziale e nella gestione di percorsi di cura e di presa in carico della cronicità”; si tratta, in altre parole, di gestire malati complessi (diabetici, ipertesi, cardiopatici, oncologici), che necessitano multipli accertamenti diagnostici e controlli ripetuti, oggetto degli attuali Crea (modalità di compenso dei medici di base che si assumono l’incarico di seguire questi malati secondo protocolli stabiliti).

Con questa legge Maroni ha raggiunto i suoi obiettivi comunicativi, vantando fatti che nella realtà non sono mai stati raggiunti, come l’abbreviazione delle liste di attesa o il risparmio di 300 milioni di Euro da reinvestire in servizi.

 

 

DA DOVE PARTIRE?

 

 

È importate che ci sia una grande mobilitazione popolare per una sanità pubblica e gratuita, che non sia legata alle esigenze del profitto capitalistico sulla pelle dei malati.

In questa mobilitazione è importante il coinvolgimento dei lavoratori degli ospedali e servizi sociosanitari territoriali, che insieme alle altre forze organizzate al cambiamento, partendo dai problemi materiali degli addetti, si allarghi ai pazienti e alle loro famiglie, ai lavoratori delle altre realtà lavorative, ai ricercatori, agli specializzanti medici e laureati non medici, agli studenti (soprattutto quelli delle facoltà di medicina e quelli delle professioni infermieristiche), ai movimenti antagonisti e al volontariato solidale (quello vero non quello affaristico).

Bisogna essere coscienti che i medici rappresentano la parte del sistema più restia al cambiamento, con forti contraddizioni interne.

Le organizzazioni sindacali che si muovono sul terreno di classe possono dare un grande contributo alla costruzione di questo fronte di lotta.

È stato dimostrato che la Sanità pubblica come Servizio sanitario nazionale è efficace e meno dispendiosa di quella privata.

Occorre battersi per ottenere una vera medicina preventiva, che deve porsi l’obiettivo del rischio zero per tutti i cancerogeni.

Si calcola che in Italia siano presenti circa 3 milioni di tonnellate di amianto che sono una reale emergenza nazionale, sociale, ambientale e sanitaria.

In Lombardia, si calcola, che ci sono 3 milioni di tonnellate di amianto.

Questo lavoro è difficile visto i ritmi di bonifica attualmente impiegati.

La prevenzione non deve intervenire con i ritmi di bonifica attualmente impegnati, ma anche per pericoli e malattie nuove come lo stressa quotidiano e l’urano impoverito. Impiegato nelle guerre imperialiste dove sono state coinvolte l’Italia, malattie che provocano tumori, o patologie legate ai flussi migratorie o per altre malattie che ritornano, come la TBC e la poliomielite.

Altro aspetto non trascurabile è quello riguardante i disabili, i colpiti dalla psichiatria, i malati cronici e gli anziani.

La sostenibilità dei servizi offerti nel pubblico è del tutto insufficiente alla massiccia domanda che perviene della popolazione.

Il privato, spesso nella sua formazione assistenziale, è subentrato al pubblico offrendo servizi quasi esclusivamente con rette esorbitanti che spesso ricadono in maniera considerevole nell’economia dell’utente e della sua famiglia.

Le politiche complessive, in altre parole i campi prioritari di azione non si conciliano nella maniera più assoluta con l’organizzazione del lavoro delle aziende ospedaliere (strutturalmente inadeguate).

Nel privato per es. si richiede agli operatori (siano essi infermieri, Operatori Socio-Sanitari – gli O.S.S. – medici, tecnici) una superflessibilità mansionaria, oraria, di turni ecc.

L’utilizzo dei denari pubblici, anche questi inadeguati, sono privi di una pur ragionevole e rigoroso controllo da parte di quelli che dovrebbero essere gli organi competenti.

Se a tutto questo aggiungiamo le condizioni vetuste delle strutture destinate a ogni tipo di assistenza, si comprende la causa della non conformità dei servizi.

La cura con farmaci chimici o omeopatici rappresenta un’opzione terapeutica, collegata al più ridotto sconto praticato dalle farmacie al SSN e quindi ai minori risparmi che quest’ultimo può realizzare in conseguenza della spending réview.

La spending réview è il contrario di ciò che rende più appropriate le prestazioni del welfare socio sanitario.

Essa diminuisce la copertura e universale e quindi i “livelli essenziali” riguardanti i diritti sociali previsti dalla Costituzione.

Per universalismo s’intende che tutti i cittadini, con il pagamento delle imposte e per diritto costituzionale, sono salvaguardati nella loro condizione di salute.

Per questo motivo ritengo che ci si debba porre l’obiettivo che non sia solo quello delle cure in caso di malattia, ma la creazione di un sistema che prevenga le malattie e preveda una condizione di benessere per tutta la popolazione.

Partiamo dal fatto che l’organizzazione sanitaria è una parte (la più importante) del sistema salute.

Bisogna battersi per un sistema che sia basato sulla prevenzione, la partecipazione e la programmazione, coscienti che la prevenzione è la malata più grave. I tagli che sono stati effettuati dai governi che si sono succeduti nel paese, non consentono non solo di svilupparla, ma neppure di difenderla mettendo in forse quanto di buono gli operatori hanno fatto.

I liberisti (che siano di destra o di “sinistra”) dicono che lo Stato deve risparmiare e potrebbe in forse e potrebbe risparmiare e potrebbe essere volta a dismettere l’imponente attività sanitaria, devolvendo tutto al privato e dedicando il frutto e dedicando il frutto delle tasse al pagamento del debito sovrano.

In realtà il sistema socio-sanitario italiano è funzionale alla logica del profitto e non alla tutela della salute.

Nell’attuale fase di crisi economia il capitale finanziario lavora per creare fonti di profitto, speculazione e sfruttamento.

Per questa battaglia è importante e decisivo che tra le masse popolari ci sia la consapevolezza (e questo non avviene certamente spontaneamente) che se non ci fosse il Sistema nazionale per la stragrande maggioranza dei cittadini sarebbe difficile a far fronte alle spese per la prevenzione, le cura e l’assistenza sanitaria.

Un altro terreno di lotta è contro il mobbing, che in altre parole una tortura soft presente nei luoghi di lavoro, questo è un fenomeno ha ormai assunto, a seguito delle denunce di esperti del settore (medici, sociologi ecc.) e delle stesse vittime, proporzioni senza dubbio rilevanti, così da coinvolgere secondo la stima di un autorevole settimanale francese,[7] percentuali non indifferenti di lavoratori. In conformità a tale stima, oltre il 4% dell’intera forza lavoro occupata in Italia è attualmente colpita da pratiche di mobbing.

Tutte questi obiettivi di lotta devono essere inquadrati per essere sviluppati in maniera efficace nella costruzione di un Fronte Democratico Rivoluzionario delle masse diretto dalle organizzazioni del proletariato, ossia del sindacato di classe in costruzione, dagli organismi permanenti del proletariato che generano e sviluppano lotte antagoniste e non concertative, che denunciano lo schiavismo e lo sfruttamento in ogni forma apertamente e con forza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] http://www.corriere.it/cronache/11_luglio19/gerevini-cal-conti_4789aa4

 

[2] http://tuttigliscandalidelvaticano.blogspot.com/2011/10/don-verze-e-i-segreti-occulti-

 

[3] http://blitzquotidiano.it.cronaca-italia/san-raffaele-i-sospetti-

 

[4] All’inizio di luglio, prima di suicidio di CAL, nel cantiere del San Raffaele, scoppia un incendio nel cantiere. La versione ufficiale che è accreditata è quella dell’autocombustione, perché si ritiene difficile entrare in un cantiere molto sorvegliato, con tanto di telecamere. Ora il belo è che quasi nessuno si era reso conto che c’era un incendio nel cantiere http://lanuovasardegna.gelocal-it/cronaca/2011/07/10/newa/scoppia-un-incendio-paura-al-san-raffaele-4596010

 

[5] http://www.corriere.it/11_luglio_21/san-raffaele-i-sospetti-

 

[6] La sua assistente, Perla Genovesi, a causa di un’indagine a Palermo su di lei per traffico di droga, aveva cominciato a fare delle rivelazioni.

 

[7] Ricerca a cura di Romano Nobile con prefazione di Giovanni Russo Spena e di Vittorio Trupiano, la tortura nel Bel Paese, malatempora.

 
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