CONTROLLO DELLA MENTE E DEL PENSIERO UMANO

•maggio 21, 2018 • Lascia un commento

 

 

L’argomento del controllo della mente e del pensiero umano è un tema affascinante e controverso, del quale nel mondo contemporaneo si parla molto, soprattutto nel web.

Per affrontare il discorso in modo corretto si deve anzitutto cosa di deve intendere per controllo mentale.

Per controllo mentale bisogna intendere un insieme di processi di condizionamenti del pensiero e del comportamento, che per attuarlo nel XX scolo viene realizzato attraverso l’inserimento di microchip ed elettrodi.

   Uno degli strumenti usati è il lavaggio del cervello che è una tecnica che corrisponde ad una sorta di uccisione del senso di identità e di volontà di una persona o di un gruppo di persone. Il che corrisponde a una sorta di limbo culturale con cui concepire queste tecniche in forma lontana e inafferrabile. In definitiva non contrastabile.

Un’altra forma cui viene attuata è quella praticata nel mondo dei media e dello spettacolo, attraverso la quale, si tende a voler uniformare la struttura del pensiero collettivo a quella del Magus

Cosa bisogna intendere per Magus? E quale è il rapporto con la manipolazione?

La manipolazione è una diretta conseguenza del potere: non c’è potere senza manipolazione. Ognuno fa quello che vogliono altri, perché è manipolato. L’errore che molti di noi commettono è quello di soffermarsi sulla manipolazione di cui ci accorgiamo, senza capire come nasce il potere. Se non si capisce come funziona il potere, non si può decodificare la manipolazione, che del potere è figlia. Nel libro Dominio, Francesco Saba Sardi[1] spiega che il potere nasce quando l’uomo abbandona il nomadismo. L’uomo che non ha bisogno di conquistare, gestire, governare, coltivare e sfruttare la terra non ha neanche bisogno del potere. Quel bisogno nasce quando qualcuno diventa proprietario di un territorio. E quel territorio lo governa, lo gestisce, lo difende, lo sfrutta economicamente. E come nasce, il potere? Per un passaggio obbligato: la guerra. Devo fare una guerra per conquistare un territorio, per difenderlo, per conservarlo. Prendermi la terra significa che devo fare la guerra. Per poi coltivarla e sfruttarla, questa terra, che diventa sempre più grande (non posso coltivarmela la solo), devo avere dei servi. E per avere dei servi devo avere una religione. Alla fine, tutto questo, secondo Saba Sardi, si chiama “dominio”.

Il dominio è il rapporto tra la terra, la guerra e la religione: alla fine, configurano il potere. E’ chiaro che, per sfruttare gli altri,[2] li devo manipolare: perché mai una persona non manipolata dovrebbe farsi sfruttare da me? Questo meccanismo si chiama pensiero magico. Nel momento in cui io sono uno che conosce, io sono un “magister”. La radice “Mg”, in sanscrito, significa “conoscere”. Nel momento io cui io conosco, per espandere il mio essere e accrescere la mia consapevolezza, io sono un “magister”; nel momento in cui utilizzo questa mia conoscenza non per l’essere ma per il potere, e quindi per cambiare il comportamento degli altri, allora io sono “magus”. Si passa dal “magister” al “magus”: il “magus” è l’elemento che caratterizza il potere, e quindi è l’elemento che manipola. E’ il “magus”, il pensiero magico, la fonte della manipolazione. Il pensiero magico stabilisce un’area all’interno della quale non valgono le regole vere, quelle dell’universo; valgono le regole del “magus”, e quel territorio si chiama “cerchio magico”. Il mago faceva un gesto, tracciava un cerchio, e all’interno di quel cerchio non valevano più le regole del mondo, valevano le regole per cui aveva ragione lui, essendo lui lo strumento del potere – che poteva essere sacerdotale, regale o di qualunque altra natura.

Noi siamo talmente contaminati e impressi di pensiero magico che ne viviamo fin dalla prima infanzia. I genitori dicono a loro figlio “non fare questa cosa perché è sbagliata”, “non farla perché viene l’Uomo Nero”. Quello è pensiero magico, perché si stabilisce una regola diversa da quella della natura: nella natura non esiste, l’Uomo Nero. Sembra una cosa piccola, ma poi ci segna. Tutti quanti scegliamo le vie magiche: il Superenalotto che ci cambia la vita, la grande vincita, la fortuna, la sfortuna. Tutti quanti preferiamo disegnare itinerari che ci mettono in condizione di essere all’interno di cerchi magici, dove poi siamo manipolati: chi pone le regole di quel cerchio ci fa fare quello che vuole lui, senza che neanche ce ne accorgiamo. Il tonno Rio Mare, “così tenero che si taglia con un grissino”, ha dietro un’operazione magica: trasformare un difetto in una qualità. E’ magia. Un tonno non può essere tenero; se è tenero, è perché lo fanno con le frattaglie pressate. Ma è “così tenero che si taglia con un grissino”, e voi infatti lo comprate. Sono le manipolazioni della pubblicità, e sono operazioni magiche: io vi costringo ad accettare non le regole della natura, che imporrebbero di capire cos’è un tonno, ma le mie regole.

Le tecniche usate dal Magus sono note da tempi immemori, oggi sono usate su vasta scala grazie ai mezzi di comunicazione di massa, che sono in gradi di portare consecutivamente la volontà del Magus a milioni direttamente nelle menti delle persone.

Questo tipo di tecnica è molto semplice quanto efficace ed oggi è alla base di materie come la Programmazione Neuro Linguistica (PNL). Questa tecnica di controllo della comunicazione propone alle persone tutta una serie tutta una serie di consigli che consentono di cambiare atteggiamento e di creare nuove forme di “spontaneità” adatte alle differenti circostanze della vita. Originaria degli USA, la PNL viene presentata come una tecnica in grado di indurre rapidamente di raggiungere la felicità. I suoi “inventori”, Richard Bandler[3] e John Grinder[4] vogliono convincere che tutto coloro che hanno avuto successo nella vita condividano i medesimi atteggiamenti e la medesima gestualità. Per questo motivo, la PNL tende a riprogrammare il cervello, allo scopo di aggiungervi nuovo potenziale. Come suggerisce il nome, la programmazione neuro-linguistica può riuscirci grazie alla sua azione sulle capacità comunicative. Nello specifico, il suo scopo è quello di identificare i comportamenti e i riflessi inopportuni, e quindi sostituirli con atteggiamenti e reazioni più positive. Il principio, dunque, è semplice: la PNL propone innanzitutto il sistema relazionale di un individuo, in particolare in occasione delle sue esperienze di fallimento; in una seconda fase, prevede di migliorare la percezione delle situazioni e infine interviene nella riprogrammazione di attitudini differenti più positivi.

Come si diceva prima, la manipolazione è sempre esistita. Come già osservava Platone, esistono due generi di discorsi: i discorsi che cercano di procedere lungo il cammino della conoscenza e quelli che mirano a ottenere benefici che esulano dall’ordine del discorso, e che sono competenza della sofistica, una tecnica linguistica intrisa di menzogna e manipolazione. Ma i classici sapevano distinguere tra il discorso del filosofo e quello sofista. Usare argomenti fallaci per rendere le proprie posizioni indiscutibili era considerata una pratica deplorevole. Aristotele, ancor più di Platone analizzerà e sottoporrà a severa critica, nelle Confutazioni sofistiche, la falsa argomentazione implicita nel metodo sofistico: proporrà una classificazione dei diversi sofismi; indagherà a fondo ed esaminerà i paralogismi più diversi (ragionamenti falsi che sembrano rigorosi), consegnerà ai lettori i mezzi per confutare gli argomenti ingannevoli.

Queste tecniche definite “di persuasione”, sono usate nella psichiatria e nella psicologia, sono oggetto di studio da parte della neuropsichiatria e delle più moderne branche della scienza di frontiera dove si studiano l’interazione tra la mente umana e la cibernetica e la robotica.

Questa tecnica si basa sull’induzione attraverso molteplici modi diversi di uno ipnotico delle masse, durante il quale è possibile seminare nell’inconscio di ogni singolo individuo dei comandi, nelle credenze artefatte, delle paure, le quali, in un tempo più o meno breve si radicano nell’inconscio del soggetto sino a cambiarne la mentalità che finirà per coincidere con quella degli altri individui oggetto dell’opera del Magus.

Esistono molte tecniche verbali, gestuali, che mareggiate da un operatore esperto sono in grado di indurre uno stato ipnoide in una persona, oltre che gli svariati supporti vegetali o chimici delle varie sostanze o droghe in grado di indurre, in chi le assume, stati alterati di coscienza congeniali al conseguimento del controllo del pensiero: fondamentalmente sono queste tecniche che per diversi secoli dai maghi e dagli stregoni di tutte le congreghe e latitudini, per manipolare a loro piacimento le più disparate personalità.

Ma oggi, nel mondo contemporaneo, dal momento che è stato scoperto che lo stato ipnoide e gli stati alterati di coscienza utili al conseguimento della pratica del controllo del pensiero, si verificavano contingentemente all’emissione da parte del cervello di determinate elettromagnetiche, le quali sono direttamente proporzionali al determinato stato di coscienza preso in esame, è stato compreso che se determinate onde emesse dal sistema elettromagnetico del cervello, durante un determinato stato di coscienza, sono conseguenti di esso altresì è ugualmente possibile indurre in un soggetto un determinato stato alterato tramite l’interferenza di campi ed onde elettromagnetiche , le quali entrando in contatto con il campo generato dal cervello sono in grado di modulare le determinate onde relative allo stato di coscienza.

Tutto ciò ha determinato in determinati ambienti esoterici/oscurantisti una nuova branca della Magia definita Tecno Magia[5] nella quale di utilizzano supporti tecnologici insieme alle classiche operatività magiche, affinché si possa ottenere un risultato migliore, più duraturo e con un minor dispendio di energie.

Nel corso della vita quotidiana tutti gli esseri umani sperimentano diversi stati coscienza. Ad esempio, nell’arco di un intera giornata, tra la luce del mattino e il buio della notte, l’individuo si muove da uno stato ordinario di veglia ai diversi stadi di sonno.

Esistono poi anche gli stati di coscienza impropriamente definiti “straordinari”, che fanno parte dell’esperienza umana comune: quando ad esempio una persona si sente creativa, insolitamente intuitiva, eccezionalmente lucida, profondamente rilassata.

Ordinari o straordinari che siano tutti gli stati di coscienza sono dovuti all’incessante attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso onde elettromagnetiche. La frequenza di tali onde, calcolata in cicli al secondo, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello è impegnato.

Comunemente si suddividono le onde in quattro bande, che corrispondono a quattro fasce di frequenza riflettenti le diverse attività del cervello.

Le onde cerebrali sono fluttuazioni ritmiche delle tensioni fra i diversi componenti del cervello.

I quattro stati più comuni di queste onde sono: Delta, Theta, Alpha e Beta.

La frequenza di tali onde è relativa allo stato di coscienza e talo stato correla con certe emozioni e/o funzioni mentali. Le diverse frequenze di onde cerebrali di onde cerebrali sono presenti in quantità variabili in diversi parti del cervello. Lo stato di coscienza è relativo alle onde dominanti in un dato momento.

Le Onde Delta hanno una frequenza tra 0,5 e 4 Hz sono associate al rilassamento psicofisico molto profondo. Le onde cerebrali a minore frequenza sono quelle proprie dalla mente inconscia, del sonno senza sogni, dell’abbandono totale, e pare delle esperienze di pre-morte di coma.

Secondo alcuni vengono prodotte durante i processi inconsci di autogenerazione. In questo stato si è solitamente incoscienti della realtà fisica.

Questo stato di coscienza di solito è privo di sogni e, fisiologicamente, può essere ottenuto ad esempio da un esperto di meditazione.

Le onde Theta, invece hanno la frequenza fra i 4 ed i 8 Hz e sono proprie della mente impegnata in attività di immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa.

Tendono ad essere prodotte ad occhi chiusi e corpo fermo con un’intensa attenzione rivolta all’interno e durante la meditazione profonda, il sogno ad occhi aperti, la fase REM del sonno (in altre parole quando si sogna) e in stato di ipnosi profonda. Nelle attività di veglia le onde Theta sono il segno di una conoscenza intuitiva e di una capacità immaginativa radicata nel profondo.

Genericamente vengono associate alla creatività e alle abitudini artistici.

Le Onde Alpha hanno una frequenza che varia da 8 a 14 Hz e sono associate a uno stato di coscienza vigile, ma rilassata. La mente, calma e ricettive, è concentrata sulla situazione di problemi esterni, o sul raggiungimento di uno stato meditativo leggero.

Le onde Alpha dominano nei momenti introspettivi o in quelli in cui più acuta è la concentrazione per raggiungere un obiettivo preciso. Sono tipiche, per esempio, dell’attività cerebrale di è impegnato in una seduta di meditazione, yoga, taiji.

Le onde Beta hanno una frequenza bassa che varia da 14 a 40 Hz e sono associate alle normali attività di veglia, quando siamo concentrati sugli stimoli esterni, con occhi aperti e focalizzazione esterna.

Le onde Beta sono infatti alla base delle nostre fondamentali attività di sopravvivenza, di ordinamento, di selezione e valutazione degli stimoli che provengono dal mondo che ci circonda. Per esempio, leggendo queste righe il nostro cervello produce onde Beta. Esse, poi, ci consentono la reazione veloce rapida di azioni.

Nel momento di stress o di ansia le onde Beta ci danno la possibilità di tenere sotto controllo la situazione e di dare veloce soluzione ai problemi.

Le onde Gamma invece sono onde molto veloci (41-100 Hz), individuate in epoca recente rispetto alle altre e quindi ad oggi conosciute in modo meno approfondito. Non sono infatti facili da registrare a causa della loro ridottissima ampiezza. Sono riscontrabili in momenti di massima performance (fisica e mentale) e profonda concentrazione, oltre che durante esperienze mistiche e trascendentali.

Un caratteristica di queste onde è la sincronizzazione della loro attività in vaste aree del cervello.

Nel 1665 il fisico, astronomo e matematico olandese Cristiian Huygens[6] che fu tra i primi a postulare la teoria ondulatoria della luce, osservò che disponendo a fianco e sulla stessa parete due pendoli, questi tendevano a sintonizzare il proprio movimento oscillatorio, quasi volessero assumere lo stesso ritmo. Dai suoi studi deriva quel fenomeno che oggi viene chiamata risonanza.

Nel caso dei due pendoli, si dice che uno fa risuonare l’altro alla propria frequenza.

Allo stesso modo e per lo stesso principio, se si ripercuote un diapason che produce onde alla frequenza fissa di 440 Hz e lo si pone vicino un secondo diapason “silenzioso”, dopo un breve intervallo quest0ultimo comincia anch’esso a vibrare.

La risonanza può essere verificata anche nel caso delle onde cerebrali. Studi che si sono serviti dell’elettroencefalogramma, hanno mostrato un evidente correlazione tra lo stimolo che proviene dall’esterno e le onde cerebrali del soggetto in esame.

Inizialmente, le ricerche in questo campo utilizzavano soprattutto la luce, poi, si è passati ai suoni ed alle stimolazioni elettromagnetiche. Si è osservato che il cervello è sottoposto ad impulsi (visivi, sonori o elettrici) di una certa frequenza, la sua naturale tendenza è quella di sintonizzarsi su tale frequenza.

Il fenomeno è detto “risposta in frequenza”. Per esempio, se l’attività cerebrale di un soggetto è nella banda delle onde Beta (quindi, nello stato di veglia) e il soggetto viene sottoposto per un certo periodo a uno stimolo di 10Hz (onde Alpha) il suo cervello tende a modificare la propria attività in direzione dello stimolo ricevuto. Il soggetto dunque allo stato di rilassamento proprio delle onde Alpha.

Il cervello umano è composto da due emisferi cerebrali: il destro il quale è archetipicamente e simbolicamente associato alla parte femminile e Lunare, quella che esotericamente viene definita anima.

Il sinistro simbolicamente ed archetipicamente associato alla parte maschile del sé, quello che sempre esotericamente viene chiamato spirito.

Ogni emisfero ha competenze proprie: l’occhio sinistro, l’orecchio sinistro e tutta la parte sinistra del corpo sono connesse all’emisfero destro, di qui la famosa associazione metaforica con la via della mano sinistra prettamente allineata con la dimensione lunare; l’occhio destro e tutta la parte destra del corpo sono connesse all’emisfero sinistro, da qui la famosa associazione metaforica con la via della mano destra prettamente allineata con la dimensione solare.

I due emisferi, poi, funzionano in modo diverso, elaborano tutti i processi informativi, secondo motivi distinte. Al fine di indurre il cervello a produrre una frequenza destinata, ad esempio Theta, può essere impiegata una particolare tecnica, detta ritmo biauricolare e o binaurale, che opera in modo seguente: se l’orecchio sinistro viene stimolato con un suono portante alla frequenza, poniamo di Hz e l’orecchio destro con uno a 506 Hz, la differenza di 6 Hz viene percepita dal cervello (e solo dal cervello, perché è una frequenza che sta al di fuori dello spettro sonoro) che è stimolato a produrre una frequenza simile (entra cioè in risonanza con ritmo biauricolare di 6 Hz).

Tale tecnica può essere impiegata ad esempio per indurre una situazione di calma e tranquillità nella persona. Nella prima fase della procedura ipnotica “standard” di induzione, si verifica un primo cambiamento dello stato di coscienza del soggetto. In linea di massima possiamo dire che il soggetto passa da uno stato ove predominano le onde Beta, ad uno stato dove predominano le onde Alpha.

Nel processo di rilassamento a queste variazioni cerebrali si accompagnano un rallentamento anche di altre attività (numero degli atti respiratori, profondità degli stessi, frequenza cardiaca ecc.) in sintesi, si assiste ad un aumento dell’attività trofotropica[7] legata all’incremento dell’attività parasimpatica.[8]

In seguito, con l’incremento dell’attenzione della persona rivolta verso l’interno e l’approfondimento della trance, si manifesta un predominio delle onde Theta, più lente delle Alpha, che caratterizza la trance vera e propria.

È da notare che le onde Theta si manifestano di solito nel periodo che precede il sogno (fase ipnagogica), questo stato, che normalmente è vissuto passivamente o fugacemente, nell’ipnosi viene mantenuto per tutta la seduta a fini terapeutici.

Durante questo passaggio l’individuo vive la destrutturazione del suo stato di coscienza, potrebbe anche avvertire delle sensazioni di spersonalizzazione o di irrealtà. Lo schema del corpo può alterarsi diventano evanescente e spesso si presentano fantasie e immagini fugaci.

La persona comincia a far fatica a seguire il senso parole dell’ipnotista anche se sente un forte legame con la stessa. Più che al contenuto semantico della parola, la persona potrebbe, in questa fase, essere sensibile e quindi reagire, agli aspetti ritmico – prosodici del discorso.

A questo livello l’operatore, riconoscendo i segnali fisiologici della trance, comunque, passa all’utilizzo di un linguaggio metaforico – allegorico proprio dell’emisfero destro, che nel frattempo è divenuto l’emisfero dominante.

Tra l’altro si è scoperto, tramite la PET (tomografia ad emissioni di positroni), che le realtà prodotte in ipnosi sono virtuali sino a un certo punto, poiché le persone a cui si comanda di pensare a correre su un prato; attivano i medesimi percorsi neuronali di una vera corsa.

Bisogna fare una differenza tra controllo mentale/comportamentale e il controllo del pensiero.

Per controllo mentale/comportamentale bisogna intendere una manipolazione i cui effetti sono molto più evidenti di quelli generati da un semplice controllo del pensiero, la persona presumibilmente e perennemente in uno stato ipnotico nel quale esegue i comandi del magus o dell’operatore come un autonoma, privato di alcun senso critico e delle propria personalità in ogni sfaccettature. Per la natura terribilmente invasiva della pratica e per gli effetti drasticamente deleteri se protratti a lungo termine, solitamente il controllo comportamentale e delle mente viene su un individuo per un breve lasso di tempo, affinché porti a termine la volontà del Magus (si può ipotizzare che vittime possano essere controllati da diversi Magus o per essere precisi se lo passino a vicenda)[9] dopo di che si tenderà a destarlo dallo stato ipnoide, poiché non conserverà alcun ricordo di quanto avvenuto.

Questo tipo di manipolazione oscura si può ipotizzare che sia uscita dai circoli magici della tradizione esoterica ed iniziatica, per essere rinchiusa nei laboratori di ricerca scientifico militare di diversi Stati (a partire dagli USA), dai quali sono stati distillati una serie di pratiche più o meno barbare in grado di permetter agli Adler (i controllori) in qualsiasi momento, attraverso un semplice e banale comando vocale, potesse ripotarlo (anche a distanza ad esempio usando un telefono) di nuovo allo stato ipnoide, impartirgli qualsiasi ordine affinché questo la eseguisse, ed infine, terminato l’incarico affidatogli, impartire un nuovo comando che lo destasse dall’ipnosi, cancellandogli consecutivamente qualsiasi ricordo della vicenda.

Questi stregoni (magari dei folli malati di delirio di onnipotenza di onnipotenza per via delle conoscenze che hanno) travestiti di scienziati e da militari, da almeno cinquant’anni non solo hanno manipolato le loro cavie/vittime attraverso programmi segreti sponsorizzati dalle multinazionali e (segretamente) dai contribuenti dei vari Stati che gestivano il controllo mentale.

Se qualcuno si potrebbe stupire quando si mette la parola di Stregoni e di Magus per chi gestisce i programmi di controllo mentale, pensi solamente a personaggi come Aquino ex membro della Chiesa di Satana e fondatore del Tempio di Set, iniziato a molteplici cenacoli di poliedrica matrice e soprattutto esperto militare della guerra psicologica.

Proprio grazie a un documento scritto dal colonello P. Valley e da M. Aquino intitolato From PSYOP to Mindwar: The Psychology of Victory[10] si afferma del possesso da parte dell’esercito USA di un sistema d’arma che serve per mappare le menti e mondificarle secondo i loro interessi.

Questa tecnica sarebbe stata usata nel Vietnam tra il 1967 e il 1968 e sarebbe sta causa della resa di diversi reparti di Vietcong.[11]

La Marina degli USA era anch’essa pesantemente coinvolta nella ricerca sul controllo mentale.

Personaggi come Aquino non hanno fatto altro che mettere in atto su vasta scala alcune delle proprie conoscenze occulte di Magus, integrandole con supporti tecnologici, entrando così nel campo di quel ramo che si potrebbe definire Teknomagia dal quale si sono sviluppate branche come la Psicotronica, le quali si sono sommate, ai metodi più antichi di cui sopra come l’uso di droghe, l’ipnosi, l’utilizzo di supporti elettromagnetici, i quali come abbiamo visto sono in grado di interferire con il campo elettromagnetico del cervello umano alterandone le funzionalità ed inducendo facilmente lo stato ipnotico necessario all’Operatore per innestare della persona/vittima qualsiasi ordine o comando.

Tutti gli esseri umani sono potenzialmente ipnotizzabili, ovviamente ci sono diversi livelli di suggestionabilità, quest’ultima sicuramente influisce sulla facilità con la quale è possibile mettere in ipnosi un determinato soggetto. Oggi con le tecnologie e con le conoscenze ed esperienze radicate in diversi settori, che sin dal secondo dopoguerra hanno condotto esperimenti e ricerche in laboratori, nessun essere umano può sentirsi al sicuro o esente dalla possibilità di essere messo, inconsapevolmente, sotto controllo comportamentale e mentale.

E se fino a qualche tempo fa, le tecniche spersonalizzazione usate in queste officine, in cui si fonde, scienza e conoscenza magica, fisica e metafisica, queste erano invasive e brutali e richiedevano un trattamento fisico sulla persona di una durata che poteva andare fino a 21 giorni, oggi le tecniche si sono affinate e i tempi molto abbreviati, soprattutto grazie alle nuove tecnologie.

Detto questo, voglio precisare che bisogna riflettere su quanto sia sottile ed impercettibile il confine tra la realtà degli eventi e la finzione e su quanto sia facile per molti epigoni definiti che sarebbe bene definire dal mio modesto punto di vista “clerico-complottista”, confezionare racconti intrisi di dietrologia spiaccia e di stupidaggini costruite ad arte con frammenti di verità ed elementi verosimili; il tutto servito su di un piatto d’argento per le menti più labili.

 

 

 

 

 

[1] Francesco Saba Sardi, (1922-2012). Scrittore, saggista e traduttore italiano.

 

[2] Aggiungo io, che potere deve essere associato a classi sociali, perciò il rapporto diventa tra classe dominante e classe dominante, che classe che ha necessità di manipolare e classe che deve essere manipolata ai fini dello sfruttamento.

 

[3] Richard Wayne Bandle, (1950-…). Psicologo e saggista statunitensi. È stato cofondatore assieme a John Grinder della PNL,

 

[4] John Grinder (1940-…). Linguista, saggista USA. Cofondatore della PNL

 

[5] http://maestrodidietrologia.blogspot.it/2015/03/intervista-al-mago-nero-fratello-raum_

 

[6] Cristiian Huygens (1629-1695). Matematico, fisico e astronomo olandese.

 

[7] Trofotropico, sistema anatomofunzionale a prevalente localizzazione nell’ipotalamo posteriore, la cui stimolazione provoca effetti di attivazione parasimpatica, e di riduzione dell’attività corticale, muscolare e comportamentale. Fonte http://www.unive.it/media/allegato/download/Scienze/Materiale%20didattico%20Perin/Ambiente%20e%20salute/Glossario_di_Ambiente_e_Salute.pdf

 

[8] Sistema parasimpatico. Sistema In anatomia, una delle due sezioni costituenti il sistema nervoso vegetativo essendo l’altra costituita dall’ortosimpatico. La parasimpaticotonia è la prevalenza dell’eccitabilità della porzione parasimpatica del sistema nervoso vegetativo rispetto a quella simpatica, detta anche vagotonia; rappresenta talora una caratteristica familiare; può essere generalizzata o localizzata a una parte del p. (parasimpaticotonia sacrale o cranica). Si manifesta con rallentamento della frequenza cardiaca, ipotensione arteriosa, restringimento delle pupille (miosi), pelle fredda, pallida e sudata.

I parasimpaticolitici sono farmaci che inibiscono la funzione del sistema nervoso p.; alla classe appartengono alcune sostanze di origine vegetale, per lo più di natura alcaloidea (atropina, scopolamina ecc.), e numerosi composti di sintesi (derivati dal dietilaminoetanolo, esteri dell’acido tropico ecc.). Essi agiscono sugli organi recettori periferici, bloccando l’azione dell’acetilcolina, per cui sono detti anche anticolinergici: la loro azione farmacodinamica si manifesta con midriasi, tachicardia, diminuzione di alcune secrezioni (salivare, gastrica, sudorale ecc.), rilassamento della muscolatura bronchiale, delle pareti intestinali e di altri organi a muscolatura liscia. In terapia sono indicati contro l’ipercloridria, l’iperidrosi, nelle sindromi parkinsoniane.

I farmaci parasimpaticomimetici riproducono gli effetti della stimolazione delle fibre post-gangliari parasimpatiche. Appartengono a questa classe l’acetilcolina, che ne è il capostipite; alcuni derivati sintetici della colina e la muscarina, che agiscono su recettori colinergici; l’eserina, o fisostigmina, che raggiunge l’effetto parasimpaticomimetico inattivando la colinesterasi; la pilocarpina e l’arecolina, che sembrano agire direttamente sui tessuti reattivi (fibrocellule muscolari, epiteli ghiandolari). Clinicamente l’azione di questi farmaci si manifesta con miosi, bradicardia, abbassamento della pressione arteriosa, aumento della salivazione, della secrezione gastrica e sudorale, della peristalsi intestinale ecc.

 

[9] Possiamo ipotizzare che in questi scambi si sorto un autentico business.

 

[10] https://archive.org/stream/pdfy-Mv-q4qGq8_TBPcwL/Michael+Aquino+%28US+Satanist%29+-+From+PSYOP+to+MindWar+-+The+Psychology+of+Victory+%281980%29_djvu.txt

 

[11] http://maestrodididietrologia.blogspot.it/2015/03/intervista-al-mago-nero-fratello-raum

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CRISI E ARMAMENTI

•maggio 16, 2018 • Lascia un commento

 

 

Dopo il crack della Borsa del 1929, si potenziò l’intervento dello Stato nell’economia sia negli U.S.A. che in Europa.

 

Questa tendenza dell’intervento statale nella direzione dell’economia diventa permanente e sempre più massiccio; si afferma così in tutti i paesi la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale.

 

Questa tendenza al capitalismo di stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta una novità rispetto al capitalismo classico, anzi né è l’estrema conseguenza. E’ un chiaro esempio della decadenza del capitalismo. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali ecc. non sorgono, come conseguenze della prosperità economica, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo d’industria, il controllo dello Stato nell’economia nazionale serve a impedire, attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni. E il primo grande impulso all’estensione dell’intervento statale è stato dato dall’economia di guerra durante la prima guerra mondiale imperialista.

 

Ci sono, però, motivi più profondi che hanno fatto sorgere queste forme di gestione collettiva dell’economia, esse nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto dal carattere collettivo delle forze produttive con i rapporti di produzione. Per far fronte a questo contrasto, la borghesia crea istituzioni e procedure, che sono delle mediazioni di esso. Esempio di queste istituzioni e procedure sono le banche centrali, il denaro fiduciario, la contrattazione collettiva del lavoro salariato, la politica economica dello Stato.

 

E’ nel periodo successivo alla crisi del ’29, che nei circoli accademici anglo-americani, con testa Keynes, si affermò l’idea di dare un governo all’economia capitalista. Idea non nuova, giacché si riprendevano le tesi del “capitalismo organizzato” di ideologi borghesi quali Sombart, Liefaman, Schulze-Gaevenitz e riprese poi dai teorici della Seconda Internazionale quale Kautsky e Hilferding. Queste posizioni erano state favorite dal fatto che nel periodo 1870/1914 ci fu un lungo periodo di assenza di guerra fra i paesi imperialisti. I teorici del “capitalismo organizzato” sostenevano che nella società borghese “moderna” si riduceva progressivamente il campo delle leggi economiche operanti e si ampliava in modo straordinario quello della regolamentazione cosciente dell’attività economica per opera delle banche. Queste teorie del “capitalismo organizzato” naufragarono nelle trincee della prima guerra mondiale imperialista, ma, come si diceva prima, furono riprese nel periodo della grande depressione dell’inizio degli anni ‘30.

 

Keynes sosteneva che la stagnazione era dovuta alla mancanza d’investimenti produttivi da parte degli industriali; per questo, come via di uscita dalla crisi, propugnava l’aumento della spesa pubblica, anche in condizioni di deficit statale, al fine di sostenere la domanda totale per i beni d’investimento e consumo: manovrando questa domanda e mettendo degli “incentivi a spendere” si poteva mantenere un livello di produzione che limitasse la disoccupazione.

 

Il presidente degli Stati Uniti, F.D. Roosevelt, grazie anche alla spinta delle lotte prodotte dalla crisi di enormi masse di lavoratori e di disoccupati, varò un grande piano d’investimenti per l’espansione e l’ammodernamento delle infrastrutture, nell’intento di sostenere la domanda globale e riavviare il ciclo espansivo dell’economia. Queste misure si rilevarono, di fatti insufficienti a sconfiggere la crisi. Gli U.S.A. e tutto il mondo capitalistico uscirono dalla crisi solo in seguito alle immani distruzioni operate dalla seconda guerra mondiale imperialista.

 

Se si esamina la dinamica degli avvenimenti politici che si sono succeduti dalla crisi del ‘29, si nota che il mondo è stato scosso da eventi di grande e significativa portata. Si inizia con la caduta della monarchia spagnola (aprile 1931) all’avvento di Hitler in Germania (gennaio 1933) all’apertura delle campagne militari dell’imperialismo giapponese in Cina fino alla guerra di Etiopia (1935) e alla guerra civile spagnola (1936-1939).

 

La borghesia come risposta alla crisi e per salvare l’ordinamento capitalista, attraverso lo Stato (che è il comitato di affari della borghesia), ha sviluppato l’industria delle armi, mettendo in crisi la pace mondiale e favorendo l’ascesa del fascismo.

 

Un’acuta analisi di M. Kalecki, contenuta in un articolo presentato alla Marshall Society di Cambridge nel 1942, egli diceva: “Durante la grande depressione degli anni ’30, in tutti i Paesi tranne che nella Germania nazista, si è registrata la netta opposizione nel mondo degli affari contro ogni esperimento tendente ad utilizzare la spesa pubblica per espandere l’occupazione (…) ma se durante le fasi recessive, il massimo desiderio degli imprenditori è quello di subentrare presto una fase di veloce espansione: perché dunque non accettano di buon grado il boom “artificiale” che il Governo è in grado di offrire?

   Le ragioni possono venire distinte in tre categorie: (1) l’avversione per l’interferenza statale, in quanto, tale nel campo dell’occupazione, (2) l’avversione per il tipo di orientamenti impressi alla spesa pubblica (investimenti pubblici, sostegno ai consumi, (3) l’avversione per i mutamenti sociali derivanti dal perdurare della piena occupazione (…) in un regime di piena occupazione permanente, la minaccia del licenziamento perderebbe tutta la sua efficacia di misura disciplinare. La posizione sociale del padrone non avrebbe più dei contorni netti, mentre i lavoratori acquisterebbero una maggiore coscienza di classe (…). Una delle più importanti funzioni del fascismo, nella forma che attualmente riveste nel sistema nazista, consiste nel rimuovere le obiezioni dei capitalisti contro il pieno impiego. L’avversione per la spesa pubblica, sia sotto dorma di investimenti pubblici che di sussidi al consumo, viene superata concentrando la spesa negli armamenti.

 

   Il fatto che gli armamenti costituiscono la spina dorsale della politica fascista per la piena occupazione, viene ad esercitare una profonda influenza sul piano economico. Un riarmo su larga scala non può prescindere dall’espansione delle forze armate e dalla predisposizione di piani per una guerra di conquista, ciò che, per competizione, induce al riarmo anche gli altri paesi. Questo fa sì che l’obiettivo principale della spesa cessi gradualmente di essere il pieno impiego per identificarsi con la garanzia di massimi risultati nel campo degli armamenti.

 

Un” economia degli armamenti” implica, in particolare dei consumatori assai più limitati di quanto dovrebbero essere in una situazione di pieno impiego.

 

Il sistema fascista esordisce sopprimendo la disoccupazione, si sviluppa determinando una “economia degli armamenti” dominata dalla penuria, e sfocia inevitabilmente nella guerra”.[1]

 

L’ordine hitleriano era riuscito ad aprire ai capitalisti tedeschi colpiti dalla grande recessione vaste prospettive di profitti. Un mese dopo l’ascesa al potere, Hitler rivolgeva una nota di politica industriale alla Federazione Tedesca dell’industria Automobilistica presieduta da F. Porsche. I provvedimenti contenuti in questa nota prevedevano la costruzione di infrastrutture, agevolazioni fiscali e sovvenzioni all’esportazione, la messa a disposizione di manodopera e di materie prime a basso costo, oltre che di crediti rilevanti.

 

Decine di migliaia di imprese approfittarono del grande sviluppo dell’industria degli armamenti, dell’esproprio della borghesia ebraica e dai saccheggi della Wermacht. Parallelamente la nuova legislazione del lavoro significò la distruzione delle istituzioni della classe operaia edificate in oltre un secolo di lotte.

 

IL SECONDO DOPOGUERRA

 

Nell’immediato dopoguerra, anche grazie al Piano Marshall che permise di investire i capitali eccedenti americani nella ricostruzione delle industrie europee dalla guerra, l’economia americana era una macchina che filava a tutto vapore: “Con la fine del conflitto, l’economia americana si venne a trovare nella spiacevole situazione del tuffatore che spiccata, la corsa sul trampolino, si accorge che non c’è più acqua nella piscina. Era necessario riconvertire, cioè passare alla produzione di pace; era soprattutto necessario che la spesa privata, compressa durante tutto il conflitto, aumentasse in breve tempo in misura sufficiente per permetter alle industrie belliche di non ridurre il ritmo produttivo e con esso l’occupazione; tutto ciò mentre il ritorno dei giovani alla vita civile poneva il problema di trovare loro un lavoro.

 

Negli anni dell’immediato dopoguerra, 1945-48, l’economia americana fu convertita alla produzione civile senza problemi. Non avendo subito danni fisici durante la guerra, gli Stati Uniti raggiunsero un livello di prosperità molto elevato. La domanda dei consumatori, spinta anche dall’aumento del numero delle famiglie, dovuto al ritorno dei soldati, era molto forte, particolarmente per i beni che non erano di denaro liquido. La domanda delle imprese per investimenti era stata molto scarsa durante la guerra, in modo che anche nel settore industriale vi era una forte domanda arretrata”.[2]

 

La guerra di Corea (1950-1953), nell’immediato dopoguerra portò a una “forbice” nell’apparato industriale USA tra l’industria bellica completamente dipendente dalla spesa statale e le industrie escluse dai contratti per le spese militari. Durante la presidenza Eisenhower lo stanziamento per le spese militari era di 40 miliardi di dollari; alla fine del suo mandato Eisenhower denunciò: “…nei Consigli dello Stato, occorre guardarsi dall’acquisizione di autorità non delegata, ricercata con malizia, da parte del complesso militare – industriale. Le possibilità di un tragico spostamento di potere esistono e sono destinate a perdurare”. Fu Eisenhower a coniare il termine “complesso militare – industriale”. È stato stimato che negli Stati Uniti nel 1958 le spese destinate a ciò che eufemisticamente è chiamata “difesa” ammontavano a più dell’11% del prodotto nazionale loro, e che nel Regno Unito essi si avvicinavano all.8%, cifre che, in ciascuno dei due paesi, sono pressappoco uguali al volume degli investimenti industriali produttivi. Ciò significa che arrestando questa corsa al riarmo si potrebbe grosso modo raddoppiare la capacità produttiva del sistema industriale, senza per questo imporre alcun sacrifico straordinario né creare delle pressioni inflazionistiche maggiori di quelle sperimentate in passato. E anche se una simile politica viene ufficialmente ripudiata, appare assai evidente che l’amministrazione degli Stati Uniti fa affidamento sull’intensificazione delle spese militari come correttivo contro ogni minaccia di recessione”.

In sostanza lo Stato della borghesia imperialista americana – reduce dalla crisi del ‘29 e da una guerra mondiale – capì abbastanza rapidamente la funzione anticiclica della produzione bellica, in altre parole la possibilità di contrastare i rallentamenti ciclici usando gli investimenti militari come volano per l’intera economica.

 

 

LE CRISI AMERICANE DEGLI ANNI ’60 E ’70

 

 

Gli Stati Uniti si trovano in crisi da molto tempo prima che gli europei se ne rendessero conto. Kennedy fu eletto presidente sulla base di una piattaforma bellicista. Appena eletto denunciò la crisi nel suo messaggio inaugurale del 1961: “L’attuale stato delle nostra economia è preoccupante. Assumo l’ufficio sulla scia di recessione, tre anni e mezzo di economia fiacca, di sette anni di sviluppo ridotto, e di nove anni di caduta del reddito agricolo…A parte un breve periodo nel 1958, la disoccupazione registrata è la più alta della nostra storia. Dei cinque milioni e mezzo di americani che sono senza lavoro, più di un milione sono in cerca di un posto da più di quattro mesi… In breve l’economia americana è nei guai. Il più ricco paese industrializzato del mondo è quello che ha il minor tasso di sviluppo economico”.

 

Negli anni ‘60 vi fu un grande aumento della produzione negli USA. La politica adottata fu quella del “burro e cannoni” cioè iniziare la guerra del Vietnam, finanziare la corsa per la conquista dello spazio e nello stesso tempo finanziare alcune spese sociali. Tutto questo portò a un aumento vertiginoso della spesa pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Principali dati dell’economia americana dal 1960 al 1971 – Medie annue dei trienni, in miliardi di dollari

 

 

Spesa pubblica Investimenti privati
Trienni Totale Militare Non Militare Diretti Di portafoglio  
1960-62 108,1 48,1 60,0 0,15 0,8  
1963-65 129,4 50,3 79,1 2,6 0,8  
1966-69 178,8 70,5 108,3 3,3 1,0  
1969-71 221,3 74,9 146,4 4,2 1,2  

 

 

 

L’incremento della spesa statale degli anni ‘60 sfociò negli anni ‘70 nel deficit pubblico. Così testimoniava davanti al Sottocomitato sulla Finanza Internazionale e sulle Risorse della Commissione Finanze del Senato Americano, membro del Consiglio Dewen Danne, membro del Consiglio dei Governatori del Federal Reserve System il 30 maggio 1973: “L’anno scorso (il 1972) come sapete abbiamo avuto un deficit commerciale di 7 miliardi di dollari e un deficit delle partite correnti e dei movimenti di capitale di lungo termine di più di 9 miliardi di dollari”.

 

Inoltre, la maggior produttività dell’Europa e del Giappone[3] rispetto agli USA negli anni ‘50 e ‘60 modificò profondamente i rapporti di forza fra i paesi capitalisti e portò alla disgregazione del sistema monetario stabilito nel 1944 a Bretton Wood. Nel 1971, gli USA gravati da un enorme deficit della bilancia dei pagamenti[4] decretarono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro (di fatto sospesa da tempo), allo scopo di promuovere la svalutazione del dollaro e, di conseguenza, un alleggerimento automatico del deficit della bilancia dei pagamenti per far riacquistare competitività alle merci americane, facendo gravare l’inflazione sugli altri paesi capitalisti, indurre una parziale valorizzazione delle riserve in dollari dei paesi concorrenti e degli eurodollari.[5]

 

 

LA CORSA AL RIARMO NEGLI ANNI ’80’

 

 

Il manifestarsi della crisi capitalistica dalla metà degli anni ’70 comportò un aumento dell’aggressività dell’imperialismo americano, in particolare, nei confronti del cosiddetto “campo socialista” e dei paesi che tentavano di liberarsi dal gioco imperialista (Angola, Nicaragua ecc.).

 

Gli anni ’80 furono caratterizzati da un enorme spesa militare da parte degli USA. L’amministrazione Reagan spese per un totale di 2.200 miliardi di dollari per il settore militare, e nel 1984 superò il bilancio militare del 1969, l’anno di massima spesa per la Guerra del Vietnam. Mai sino allora il bilancio militare statunitense aveva registrato un aumento del 50% in periodo di pace.

 

Circa il 50% dei fondi destinati dal Pentagono all’acquisto di armamenti, erano andati ai 20 maggiori contrattisti, che avevano monopolizzato la produzione dei più dei più importanti sistemi. Si era così consolidato ulteriormente il monopolio che i colossi dell’industria avevano costruito negli ultimi decenni.

 

Alcuni esempi: la General Dynamics aveva ricevuto il contratto per la produzione dei cacciabombardieri F-111 nel 1962, quando era stata cancellata la produzione dei B.58 e, una volta terminata la produzione dei F-111, aveva ricevuto nel 1974 il contratto per la costruzione dei cacciabombardieri F.14.

 

Alla McDonnel Douglas, una volta cessata la produzione dei F-14, era andata nella 1970 il contratto per la produzione dei F-15. Alla Lockheed il contratto per gli aerei di trasporto C.54, una volta cessata la produzione dei C.141. Inoltre, la Lockheed per trent’anni aveva fornito alla Marina tutti i missili balistici dei sottomarini dai Polaris ai Poseidon, dai Trident I ai Trident II.

 

I costi principali sistemi d’arma avevano continuato a crescere, superando le previsioni di bilancio. Il bombardiere Stealth B-2, prodotto dalla Northorop, aveva raggiunto il costo di circa 600 miliardi di dollari (all. incirca 700 miliardi di lire dell’epoca) e l’Aeronautica ne chiedeva 172 per un costo, complessivo di 75 miliardi di dollari. Rilevava la rivista Time del 27/02/88 in un servizio intitolato Il pentagono in vendita: “Spendendo 160 miliardi di dollari l’anno in colossali forniture il Dipartimento della Difesa statunitense è divenuto la più grande e importante impresa d’affari del mondo”.

 

Nel 1983 fu varato il programma denominato Iniziativa di Difesa Strategica (S.D.I.). Originalmente tale progetto prevedeva la realizzazione di un complesso sistema a tre stadi, noto come “scudo spaziale” capace di intercettare i missili balistici intercontinentali (I.C.B.M. = Intercontinental Ballistic Missile) con base di lancio a terra con base di lancio a terra e i missili balistici con base di lancio sottomarina (S.L.B.M. = Submarine Launche Missile) e le loro testate nucleari, durante tutte le fasi della loro traiettoria.

 

L’architettura della SDI prevedeva una serie di piattaforme, dotate di vari tipi di sensori e armi, e sistemi d’intercettazione con base a terra: alcune piattaforme avrebbero avuto la funzione di identificare e tracciare i missili in fase di lancio, elaborare con i computer di bordo i dati per la loro intercettazione; altre, la funzione di distruggere i missili, nella prima e seconda fase, con armi a energia diretta (raggi X, fasci di particelle neutre); altre, la funzione di distruggere i veicoli di rientro, nella terza e quarta fase, con armi a energia cinetica (missili intercettori con guida terminale, lanciati da piattaforme orbitanti o da rampe a terra).

 

Da parte di molti scienziati e esperti di questioni strategiche, si metteva in evidenza che uno stato in possesso di uno “scudo spaziale”, anche se imperfetto, avrebbe potuto lanciare un attacco nucleare di sorpresa, sapendo che lo “scudo” sarebbe stato in grado di neutralizzare uno scoordinato colpo di rappresaglia. Inoltre, le armi ad energia cinetica, che apparivano le più fattibili per uno spiegamento a breve termine rispetto a quelle a energia diretta, avrebbero potuto essere usate per distruggere i satelliti militari dell’avversario che, “accecato”, sarebbe stato più vulnerabile in un attacco nucleare.

 

I circa 300 satelliti attivi, dei 170 sono militari[6] svolgono importantissime funzioni militari e civili: tra quelle militari vi sono la raccolta di informazioni, le comunicazioni, l’allarme precoce contro un attacco ecc.

 

Costituiscono quindi un sistema nevralgico di primaria importanza. Le prime armi anti-satellite (ASAT = Anti-Satellite) sono state costruite e sperimentate negli Stati Uniti nel 1959, quelle sovietiche nel 1969; da allora i programmi ASAT sono proseguiti.

 

 

 

 

 

LE CONSEGUENZE ECONOMICHE E SOCIALI DELLA POLITICA DI RIARMO NEGLI ANNI ’80

 

 

Uno degli effetti della spesa militare sull’economia statunitense negli anni ‘80 è stato il fenomeno del rigonfiamento artificiale dei costi: essendo divenuto il Dipartimento della Difesa uno dei principali acquirenti di macchine utensili e uno dei maggiori promotori di ricerca e sviluppo, la sua disponibilità di mezzi di pagamento aveva contagiato l’intera industria delle macchine utensili, inducendo una lievitazione dei prezzi del settore, con la conseguenza di una perdita di competitività, una minore propensione agli investimenti e la perdita di posti di lavoro nell’industria.[7]

 

Con un deficit del bilancio federale che alla metà degli anni ’80 superava già i 100 miliardi di dollari annui, l’amministrazione Reagan ricorse ai mercati finanziari internazionali e, per attirare negli USA capitali stranieri, operò un elevamento dei tassi di interesse: questo richiamò negli USA capitali crescenti, soprattutto europei e giapponesi, ma la maggiore domanda di dollari sui mercati valutari faceva salire la quotazione della moneta statunitense, con la conseguenza che molti prodotti statunitensi, come le macchine utensili, tessili e agricole divenivano meno competitivi. Dato che per le stesse aziende statunitensi diveniva più conveniente importare tali prodotti, il deficit della bilancia commerciale degli Stati Uniti cresceva fino a superare i 150 miliardi di dollari annui poco dopo la metà degli anni ‘80. Il peso della crisi ricadeva su ampi settori dell’economia interna. L’industria manifatturiera perdeva nel periodo 1980-85 2.300.000 posti di lavoro (International Herald Tribune 10.06.85), 93.000 aziende agricole – informava il Dipartimento dell’Agricoltura (The Associated Press dell’11/03/85) erano insolventi o sull’orlo del fallimento e ciò provocava il fallimento di centinaia di banche agricole. Ampi strati della popolazione, colpiti dalla crisi economica e dal taglio della spesa pubblica, vedevano peggiorare la loro situazione, mentre aumentava il numero dei disoccupati, dei senzatetto, degli emarginati.

 

Documentava la rivista Time del 10.10.88: “Dal 1977 al 1988 il reddito delle famiglie che costituivano il 20 per cento più povero della popolazione, calcolata al netto dell’inflazione, è calato di oltre il 10 per cento. Il numero di persone che vivono sotto la linea di povertà. Sceso dai 40 milioni del 1960 ai 23 milioni scarsi nel 1973, è risalito a 35 milioni nel 1983, restando da allora tale livello. Nel frattempo, per l.1 per cento più ricco di tutte le famiglie, il reddito è salito vertiginosamente dal ‘74, da 174.000 dollari a 304.000 dollari l’anno”. Dice il democratico californiano George Miller, membro del Congresso e Presidente del comitato che si occupa dei problemi delle famiglie: “Stiamo creando qualcosa che somiglia a un manubrio per il sollevamento dei pesi: i poveri sono più poveri e c’è né sempre di più. I ricchi sono più ricchi e c’è né sempre di più. E la classe media? Dato che una parte cade in povertà un’altra si arricchisce, essa si sta restringendo

 

Il deficit di bilancio da 150 a oltre 150 miliardi di dollari annui (Neesweek, 15/10/90), il debito federale è arrivato nel 1990 a 12.409 dollari per abitante rispetto ai 3.889 dollari di dieci anni prima (Time del 15/10/90), un indebitamento pubblico e privato complessivo tale da rendere il debito pro-capite statunitense 70 volte maggiore di quello del Terzo Mondo. Scriveva W. Pfaff sul Los Angeles Times del 30/11/91: “L’indebitamento e il relativo declino della competitività degli Stati Uniti diminuiscono la capacità di leadership. La leadership globale degli Stati Uniti oggi si basa fondamentalmente sulla loro potenza militare”.

 

 

IL COMMERCIO MONDIALE DELLE ARMI

 

 

Verso la fine degli anni ‘60, la Guerra del Vietnam e l’insieme degli impegni mondiali presero a gravare in maniera sempre più pesante sulle risorse degli Stati Uniti, dando il loro contributo all’inflazione e al disavanzo della bilancia dei pagamenti. In questo contesto vendere armi all’estero e venderne il più possibile, si configurò come il tentativo di “scaricare” all’estero una parte delle difficoltà interne dell’economia americana, tentativo che non poteva non essere favorito dal consolidamento delle economie dell’Europa e del Giappone e dal rapido arricchimento, dopo il 1973, dei paesi produttori di petrolio del Medio Oriente. Così alla fine degli anni ‘60 il Pentagono prese a impegnarsi in un’aggressiva politica di vendite militari all’estero.

 

A metà degli anni ‘60 il ricavato delle vendite di armi era sul miliardo di dollari annui, a metà degli anni ‘70 era salito sui 10 miliardi di dollari annui, nel 1980 aveva raggiunto i 15 miliardi di dollari annui. Se il contributo alla riduzione del disavanzo della bilancia dei pagamenti fu uno dei motivi che indussero gli USA a prendere l’iniziativa della vendita di armi, esistevano agli inizi degli anni ‘70 altri motivi. Le imprese produttrici si trovavano in quel periodo con una notevole capacità in eccesso per effetto dell’imponente domanda di armi verificatosi durante la Guerra del Vietnam; grazie ad essa, infatti, sia l’occupazione sia la capacità produttiva militare si erano espanse rapidamente. Ma quando, verso la fine della guerra, quella domanda diminuì rapidamente, le imprese impegnate nella produzione militare riuscirono a ridurre l’occupazione, ma non ridussero la capacità produttiva.

 

Nell’ambito della crescente instabilità internazionale, tutti i principali paesi del Medio Oriente utilizzarono i maggiori introiti per acquistare armi nell’intento di costituirsi come potenza militare regionale. I dati parlano chiaro: nel 1991 l’Arabia Saudita ha chiesto di poter acquistare armamenti dagli Stati Uniti per 20 miliardi di dollari. Contemporaneamente Israele ha rivendicato una maggiore assistenza militare da parte statunitense. L’Egitto, dal canto suo ha subordinato il suo appoggio militare all’operazione “Tempesta del Deserto” a una fornitura statunitense per un valore di 6 miliardi di dollari. Tutto questo ha reso effervescente il mercato clandestino delle armi e alimentato gli scambi petrolio-armi realizzati a livello internazionale sfruttando le triangolazioni finanziarie e commerciali.

 

Di fatto, il meccanismo petrolio-armi si era già attivato da molto tempo. Del resto, molte importanti banche probabilmente evitano il tracollo anche grazie a questi meccanismi; infatti, la “stabilità istituzionale” di molte banche sembra discutibile, quando esaminando i crediti concessi a paesi del Terzo Mondo. Se si confrontano i loro prestiti con il loro capitale, si vede che nel 1984 tutte le nove maggiori banche statunitensi avevano collocato prestiti a paesi quali il Messico, il Brasile, l’Argentina e il Venezuela per un ammontare superiore al loro capitale netto.

 

Solamente una di esse le supera, la britannica Lyods, che nel 1984 aveva impegnato in prestiti a questi quattro debitori il 165% del suo capitale, mentre la Midland le batteva tutte con un vertiginoso 205%.

 

Viceversa, la banca americana con il maggiore scoperto, la Manufactures Hannover, nel 1984 doveva farsi rimborsare dai maggiori debitori “solamente” il 173% del suo capitale.

 

Nel periodo compreso tra il 1980 e il 1989, i paesi arabi dell’OPEC hanno investito il 38% delle loro rendite di petroldollari nell’acquisto di armamenti per un totale di 426 miliardi di dollari. Il solo Iraq, nel decennio considerato, ha acquistato grandi sistemi d’arma per un ammontare di 25 miliardi di dollari, cifra che non computa gli acquisti iracheni di attrezzature militari di supporto, delle munizioni e delle piccole armi. Nel periodo 1971-1985 Iraq, Iran, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain hanno assorbito il 23,2% delle esportazioni totali dei maggiori sistemi d’arma verso i paesi del Terzo Mondo.

 

 

LA PRIMA GUERRA DEL GOLFO (1991)

 

 

Sono state diverse le cause che hanno scatenato la Guerra del Golfo del 1991. Una di queste è stata l’esigenza dell’imperialismo USA di riprendere sotto controllo l’Iraq, che cercava di diventare uno dei più grandi produttori mondiali di petrolio conquistando militarmente i pozzi di del Kuwait (cosa che gli avrebbe permesso di influire sul prezzo del mercato mondiale del petrolio).

 

Il prezzo del petrolio ha avuto una storia relativamente tranquilla dalla seconda metà dell’ottocento fino ai primi anni ‘70 del XX° secolo quando, i 6 paesi del Golfo membri del Golfo fecero raddoppiare il prezzo medio del greggio, portandolo a superare per la prima volta i 10 dollari a barile.

 

L’aumento del costo del barile significava da un lato, una fetta più grossa per gli “sceicchi” (ovvero la casta semifeudale dominante nei paesi arabi, per lo più legata all’imperialismo americano) e dall’altro, costi di produzione maggiore per gli europei e i giapponesi, più dipendenti dalle importazioni petrolifere che non gli U.S.A. (le cui merci guadagnarono, di fatto, in competitività nella concorrenza sul mercato mondiale). Intanto la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere attuata in alcuni paesi arabi (quali l’Algeria e la Libia) e l’embargo selettivo sull’export di petrolio attuato verso gli U.S.A. e i paesi europei sostenitori di Israele, le borghesie arabe iniziavano a scrollarsi di dosso, il sistema di saccheggio impostogli dall’imperialismo. Si manifestava così pure a questo livello la forza raggiunta dal moto nazionalrivoluzionario d’Asia e d’Africa che l’insurrezione iraniana del 1979 ravvivò.[8]

 

L’aumento del prezzo del petrolio (quintuplicato in due anni e poi raddoppiato nei successivi 8 – 9 anni) concorse con il ciclo mondiale delle lotte operaie del 1969-1972 ad accrescere i costi di produzione dei capitalisti europei e giapponesi nel momento in cui finiva un trentennio di sviluppo e più acuto diventava il bisogno del capitale ad abbassare i costi di produzione.

 

Nei 25 anni successivi al 1973, prese corpo la controffensiva dei paesi imperialisti tesa a ridurre la rendita petrolifera e il potere politico-economico dell’OPEC. Le conseguenze si sono viste: l’OPEC è stata in sostanza ridimensionata. L’Iraq è stato scagliato contro l’Iran. La Libia, il Sudan e la Siria sono stati continuamente sotto tiro. E infine nel 1991 arrivò la micidiale operazione contro l’Iraq.

 

La prima guerra del Golfo servì all’imperialismo U.S.A. a riprendere sotto controllo il costo del petrolio. Ed è esattamente quel che è successo dopo la distruzione dell’Iraq se è vero che in “termini reali in dollari del 1973, il prezzo medio del greggio OPEC è risultato, nei primi mesi del 1998 a 3,81 dollari a barile, è cioè circa un terzo soltanto di quello che era il suo prezzo storico del 1982 (9,87 dollari a barile). “Arabians Trends” dicembre 1998.) Se si considera che un barile e poco meno di 160 litri, questo vuol dire che il greggio, il primo motore dell’industria, dei trasporti e della vita urbana del mondo intero, viene attualmente a costare ai paesi imperialisti non più di 40/100 lire a litro.

 

Questa rapina è vitale per gli imperialisti americani (che sono i massimi consumatori mondiali di energia per usi industriali e domestici) perché consente loro, di conservare un livello di consumi interni altrimenti impossibile data la contrazione del potere d’acquisto dei salari. E. anche attraverso i proventi di questa rapina che i paesi imperialisti cercano di evitare la recessione, preservare la pace sociale[9] e finanziare gli eserciti che devono terrorizzare le masse sfruttate delle “periferie” mondiali.

 

Un’altra causa della Guerra del Golfo è stata rappresentata dalla necessità dell’imperialismo U.S.A. di controllare manu-militare il Golfo per indirizzare il flusso dei petroldollari verso il mercato finanziario americano. Gli U.S.A. possono così sottrarre ai paesi europei e ai giapponesi una notevole quantità di capitali finanziari, riequilibrando temporaneamente la loro disastrosa situazione debitoria dei partner europei e giapponesi.

 

La Guerra del Golfo stata la prima applicazione della teoria denominata M.I.C. (Mid Intensity Conflict). Questa teoria è nata con la fine della “Guerra Fredda” dalla necessità di mutare la dottrina strategica – tattica in conseguenza del crollo dell’U.R.S.S.

 

Il New York Times del 07/02/.90 riportava la notizia che il Sottosegretario alla Difesa Dick Cheney aveva predisposto un documento programmatico che stabiliva le regole dell’impiego del potenziale militare U.S.A. nel periodo 1992-1997: in tale documento si raccomandava di porre l’accento sull’eventualità di conflitti armati con potenze regionali quali Siria e l’Iraq. La dottrina del M.I.C. presuppone a livello militare l’impiego di forze di rapido intervento, armate dei nuovi mezzi, potenti e flessibili, risultato dell’applicazione della tecnologia avanzata ai mezzi di distruzione.

 

Questa dottrina ha imposto alle forze armate degli Stati Uniti una revisione della loro strategia, poiché esse erano preparate principalmente ad affrontare un conflitto ad Alta Intensità, ossia una guerra fra NATO e Patto di Varsavia, e secondariamente un conflitto a Bassa Intensità contro i movimenti di liberazione del Terzo Mondo (la strategia del conflitto a Bassa Intensità fu applicata nell’America Centrale degli anni ‘80 in Nicaragua, in Salvador e nel Guatemala).

 

E’ in questo periodo che assume crescente importanza, per la “presenza avanzata” statunitense, il fianco sud della NATO, in particolare la rete di basi nel meridione d’Italia, da Gioia del Colle a Taranto, da La Maddalena a Sigonella. Tale presenza, costituita da forze sia convenzionali che nucleari, sarebbe stata ulteriormente potenziata, come confermavano i Ministri della Difesa della Nato il 12 dicembre 1991. Venuta meno la “minaccia dell’Est” s’individuava ora la “minaccia dal Sud” per giustificare soprattutto il potenziamento del ruolo strategico del meridione d’Italia, naturale base di lancio e supporto degli interventi militari in Medio Oriente, Nord Africa e nei Balcani.

 

E in questo quadro che si inserisce il nuovo modello di difesa italiano, presentato nel novembre 1991. Tenendo conto della vulnerabilità dell’economia italiana, dipendente dall’importazione di materie prime e dall’approvvigionamento petrolifero, il nuovo modello di difesa passa dalla “Difesa avanzata” alla “Presenza avanzata con il compito aggiuntivo di “difendere gli interessi esterni e contribuire alla sicurezza internazionale” nelle aree di crisi.

 

Il nuovo modello di difesa richiede un esercito più professionale, con conseguente riduzione della leva, e nuovi armamenti: dai Tornado, dotati di nuove capacità d’interdizione dei sistemi di comunicazione e delle difese aeree nemiche, a una seconda miniportaerei con aerei a decollo verticale, idonea a operare in aree lontane.

 

Inoltre la guerra del Golfo è stata un banco di prova delle tecnologie della ricerca militare degli anni ‘80, pensiamo alle cosiddette “bombe intelligenti” o agli Scud e ai Patriot; infatti, essa ha contribuito a rilanciare l’iniziativa della Difesa Strategica S.D.I. (le cosiddette “Guerre Stellari”) dando nuovo impulso alla ricerca nel settore militare. La Guerra del Golfo, accrescendo la già enorme spesa militare di 300 miliardi di dollari annui e vanificando con il rilancio della produzione bellica i tagli previsti al bilancio della difesa, aggravò il deficit federale, a ulteriore scapito della spesa sociale e delle condizioni economiche delle fasce più povere della popolazione.

 

Riferiva il corrispondente del Corriere della Sera in un articolo del 02/11/91 che titolava “Una situazione così pesante non si ripeteva dai tempi della Guerra del golfo”: “La settimana di lavoro è stata più corta perché la produzione ristagna, le richieste di sussidi di disoccupazione sono aumentate. La situazione è nera”.

 

In Francia i costi della guerra del Golfo erano calcolati dal giornale l’Expansion (Medicine et Guerre Nuclèare n. 2 1991) in: 3 – 6 miliardi di franchi quale costo dell’operazione Daguet ossia la partecipazione delle forze armate francesi all’Operazione Tempesta del Deserto, 5,5 miliardi quale perdita delle esportazioni verso il Kuwait e l’Iraq, 16 miliardi quale aggravio delle imposte petrolifere, 40 miliardi in seguito al mancato pagamento di debiti da parte dell’Iraq; 60 miliardi in seguito alla mancata esportazione di prodotti francesi nei paesi arabi: 50-100 miliardi in seguito al rallentamento della crescita del prodotto interno lordo.

 

Il totale dei costi sono stati calcolati circa tra i 175 e oltre i 227 miliardi di franchi, per compensare il deficit, il governo decideva una serie di tagli ai bilanci della Sanità, dell’Assistenza sociale, dell’Istruzione e altri per un ammontare valutato di 30 miliardi di franchi. L’unico a non essere intaccato è stato il bilancio della difesa, che era già forte ascesa con un incremento del 30% destinato alle forze nucleari.

 

 

LE SPESE MILITARI USA NEGLI ANNI ’90

 

 

Prevedo di rivedere la nostra politica sugli armamenti e di affrontare la questione con l’altro grande Paese venditore di armi nell’ambito di uno sforzo a lungo termine per ridurre la proliferazione delle armi”. Questa fu la promessa elettorale di Clinton in fatto di armi, a Guerra del Golfo appena conclusa.

 

Ma dopo un anno di presidenza Clinton, le vendite di armi erano, di fatto, già raddoppiate: il governo USA aveva ritenuto opportuno non contrastare il positivo effetto che la Guerra del Golfo aveva avuto sull’economia americana attraverso il rilancio delle commesse militari (in particolare per quanto riguardava il settore aerospaziale, l’elettronica, l’informatica ecc.).

 

Dal 1993 al 1997 il governo statunitense ha venduto, trattato o concesso armi per l’equivalente di 190 miliardi di dollari. Per riconoscenza, l’industria delle armi ha finanziato la campagna elettorale 1998 del Partito Democratico con una cifra che si aggira sui 2 milioni di dollari.

 

Le esportazioni mondiali di armamenti costituiscono una percentuale molto ridotta della produzione globale degli armamenti: meno del 3% della produzione di armi viene, infatti, esportata. Per le industrie militari U.S.A. (che pure raggiungono il 55% del totale mondiale) le esportazioni di armi rappresentano un affare minore – anche se non trascurabile – rispetto alle colossali commesse nazionali assicurate dal Pentagono. Le esportazioni di armi – al di là del valore economico – hanno comunque anche una valenza politica, nel senso che s’inseriscono nella strategia complessiva del governo U.S.A. per assicurare condizioni favorevoli ai profitti delle multinazionali americane su scala mondiale (ad esempio, sia l’amministrazione Bush S. sia, in seguito, l’amministrazione Clinton hanno ampiamente sfruttato il ruolo preponderante degli U.S.A. nella vittoria su Saddam Hussein per aumentare la quota di mercato delle compagnie americane in Medio Oriente a scapito delle compagnie francesi e inglesi).

 

Passando alle spese per la R&S (ricerca e sviluppo) militare, tra il 1992 e il 1995 gli U.S.A. hanno speso 162 miliardi di dollari, ossia il doppio di quanto spendono tutti gli altri stati (in altri termini, circa il 2/3 del totale mondiale). Tale cifra spiega e riassume il predominio mondiale militare degli U.S.A. a livello mondiale (relativa, poiché non ci si deve scordare la sconfitta U.S.A. nella guerra del Vietnam e il pantano iracheno in cui si erano cacciati gli U.S.A e i loro alleati).

 

Nel 1997, l.85% delle spese mondiali per la difesa era assicurata da 22 paesi “ad alto reddito”: a loro volta gli U.S.A. rappresentavano il 50% di quella percentuale (ovvero generavano il 42,5% delle spese militari mondiali).

 

Nei primi giorni del gennaio 1999, in un discorso per radio Clinton annunciò nuovi stanziamenti per le spese militari per 100 miliardi di dollari nell’arco di 6 anni (circa 170 miliardi di lire al cambio dell’epoca), dichiarando che le “forze armate meritano un riconoscimento per le complesse missioni con straordinaria precisione, come il recente bombardamento di Baghdad”.[10]

 

Si trattava del massimo incremento del bilancio del Pentagono dal 1991: il 24 marzo 1999 iniziò la guerra di aggressione degli imperialisti USA e europei nei confronti della Repubblica Federale Jugoslava.

 

I bombardamenti sulla Jugoslavia, compiuti quasi esclusivamente con materiali bellici americani; hanno comportato il consumo di circa la metà dell’arsenale NATO; conseguentemente, è iniziato un nuovo ciclo di commesse miliardarie (in dollari) per il complesso militare – industriale americano, che ha funzionato da volano per l’intera economia U.S.A. allontanando lo spettro del ristagno paventato dagli economisti borghesi per il secondo semestre del 1999.

 

 

CRISI ECONOMICA, NECESSITA’ DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA E RIARMO

 

 

Una delle conseguenze della crisi economica è l’esasperazione della concorrenza, per decidere chi debba fare le spese dell’eccedenza del capitale, essendo l’attuale crisi economica una crisi di sovrapproduzione di capitale. La causa di essa sta nel fatto che nell’ambito del modo di produzione capitalistico a un certo punto si crea un conflitto inconciliabile tra la produzione di plusvalore e la realizzazione del valore prodotto. I capitalisti dovrebbero investire tutto il plusvalore estorto, anche così facendo il tasso di profitto diminuisce o non aumenta. Se i profitti attesi non aumentano o diminuiscono, i capitalisti cessano l’accumulazione, con la conseguenza di non valorizzare tutto il plusvalore estorto. Diminuisce il capitale impegnato nella produzione e aumenta il capitale impegnato nella sfera finanziaria che diventa la parte più grande del capitale (si pensi che secondo stime correnti il mercato dei titoli aveva raggiunto nel 1994 i 14.000 miliardi di dollari U.S.A., ossia il doppio del P.I.L. che aveva all’epoca gli U.S.A.). La finanziarizzazione dell’economia tende a crescere e la crisi assume la veste di crisi finanziaria. I movimenti propri del sistema finanziario diventano essi stessi un ulteriore fattore di sconvolgimento del capitale impegnato nella produzione di merci e una via attraverso cui la crisi compie il suo cammino.

 

Ne deriva un’enorme accelerazione del processo di concentrazione di capitale che tentano di raggiungere la “massa critica” indispensabile per reggere lo scontro con i concorrenti. Tale processo, nel corso degli ultimi anni, ha trovato una proiezione nello sforzo di ciascuna grande potenza imperialistica di costituire aree economiche integrate, al cui interno si cerca di portar e al minimo la concorrenza tra i capitali, in modo da concentrare i propri sforzi nella lotta contro i concorrenti esterni. In tal senso si sono mossi gli U.S.A., che hanno cercato attraverso il Nafta di costituire un’area di libero scambio. Allo stesso modo il Giappone, il secondo grande polo imperialista, si muove da tempo per sottomettere alla propria influenza un’area del Pacifico dai confini sempre più ampi e che rappresenta un punto focale dello scontro interimperialistico.

 

Confrontarsi con queste due aree a dominanza giapponese e statunitense è divenuto impossibile senza gettare sul piatto della bilancia un potenziale economico del medesimo ordine di grandezza: i paesi europei, con la Germania in prima fila debbono quindi abbandonare ogni ambizione di contare nelle relazioni internazionali per la lotta per la supremazia se continueranno ad agire in ordine sparso senza avere, presi singolarmente, una capacità economica paragonabile a quella dei concorrenti. Dentro questo quadro dei rapporti mondiali sta quindi l’esigenza materiale dell’integrazione europea.

 

Nella concorrenza con l’imperialismo U.S.A., i paesi imperialisti europei si stanno dotando di mezzi adeguati per avere una voce in capitolo sulle questioni internazionali, soprattutto dopo la guerra contro la Jugoslavia, che è stata per i governi europei un vero e proprio schiaffo militare oltre che politico, perché lo strapotere della forza militare americana rispetto a quello europea è risultata schiacciante agli occhi dei vari governi europei che si sono accodati all’imperialismo U.S.A. nell’aggressione alla Jugoslavia.

 

Nel vertice di Helsinki che si tenne il 10 e 11 dicembre 1999, il Consiglio Europeo, prese, la decisione di creare un corpo d’armata totalmente europeo. Per permettere lo svilupparsi di questo progetto, occorre un incremento dei fondi destinati alla ricerca e allo sviluppo per l’ammodernamento degli eserciti.

 

Conseguentemente a queste decisioni e alla guerra contro la Jugoslavia, le maggiori industrie europee stanno facendo affari d’oro: il gruppo tedesco-statunitense Daimler Chrysler Areospace (DASA) e quello francese Areospatiale-Matai ha dato vita all’EDAS (European Astronautic Defense and Space) un colosso che vale un fatturato potenziale di oltre 25 miliardi di dollari, il primo in Europa e terzo al mondo. Poi c’è la costituzione di Astrium che rappresenta il matrimonio tra la stessa Dailmer e la franco-britannica Matra Marconi Euro, che dovrebbe operare nel comparto spaziale.

 

Il progetto Eurodifesa quindi è avviato dal punto di vista politico ed economico: il problema principale dal punto di vista militare è che gli europei devono fare salti mortali per raggiungere o quanto meno avvicinarsi agli standard di armamenti dell’esercito americano.

 

L’apparato bellico americano risulta sempre il più potente che c’è nel mondo: alla fine degli anni ‘90 possedeva 8.239 carri armati, 26.000 mezzi corazzati di vario tipo, 5.703 pezzi di artiglieria, 4905 aerei da combattimento, 2.157 elicotteri d’attacco, 234 navi da battaglia, una flotta che comprende 12 portaerei e 138 corazzate e incrociatori. A tutto bisogna aggiungere l’arsenale nucleare: 33.550 ordigni che possono essere lanciati dai sottomarini, dalle navi, dagli aerei o con i missili balistici.

 

Se si confrontano queste cifre con quelle dei paesi europei, risulta in maniera eclatante la supremazia americana, l’Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna possono mettere assieme: 6495 carri armati, 3.725 cannoni, 2032 aerei, 875 elicotteri e 486 navi.

 

LE STRATEGIE BELLICHE DEL PENTAGONO PER IL 21° SECOLO

 

 

Gli U.S.A. nel 2001 hanno speso 291,1 miliardi di dollari in spese militari. Il Pentagono fece sapere che però era ancora tropo poco, per la ricerca e la realizzazione di strumenti “difensivi” tecnologicamente avanzati ci sarebbero occorsi almeno 30 miliardi di dollari. Grazie all’11 settembre si spesero per R&S nel settore militare se ne spesero ben 52,7.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vediamo alcuni capitoli di spesa militare U.S.A. nel periodo 2001-2003:

Spesa per singola forza armata in miliardi di dollari:

 

  2001 2002 2003
U.S. Army 61,7 80,9 90,9
U.S. Navy 91,7 98,8 108,3
U.S. Air Force 85,2 94,3 107

 

Gli U.S.A. più di qualsiasi altro paese imperialista devono annualmente sostenere la loro guerra mondiale, per mantenere la loro egemonia. Dal Medio Oriente all’Asia, dall’Europa all’America Latina, allo spazio siderale, mantenere basi aeree e navali, soldati, satelliti militari, flotte navali, centri d’addestramento, missioni segrete e cover Action, radar e sistemi d’intercettazione, spie e microspie, richiede un grosso impegno affinché l’egemonia del dollaro sia preservata e imposta.

 

 

IL PROGRAMMA PER LA SUPREMAZIA MILITARE USA PER IL 21° SECOLO

 

 

Il programma Joint Vision 2010 (JV 2010) ha l’obiettivo di “stimolare le varie forze armate a ragionare in termine di dominio globale dallo spazio agli abissi del mare”.[11]  L’U.S. Army sta lavorando alla realizzazione del progetto Objective Force che in linea generale dovrebbe raggiungere l’obiettivo di proiettare e sostenere una brigata da combattimento in qualsiasi angolo del pianeta entro 4 giorni dall’ordine, una divisione in 5 giorni, 5 divisioni entro 30 giorni. Per fare ciò si punta a una “standardizzazione” delle varie unità eliminando le attuali distinzioni (peraltro presenti in tutti gli altri eserciti) tra unità leggere (parà, fanteria d’assalto, fanteria leggera, ecc.) e unità pesanti (corazzate d’artiglieria ecc.) con l’obiettivo di creare un nuovo esercito composto di divisioni identiche e autonome in grado di accorpare capacità di controllo e comando, comunicazione, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione, ma soprattutto con necessità logistiche enormemente ridotte grazie alla prevista riduzione del 50-70% del peso dei veicoli.

 

Buona parte degli investimenti è quindi rivolta alla realizzazione di questa prima fase di standardizzazione che dovrebbe portare al così detto Army XXI. Una seconda fase si protrarrà sino al 2025 per finire il progetto complessivo attraverso l’approntamento del cosiddetto Army After Next.

 

Per far ciò che riguarda l’U.S. Navy il sotto progetto di riferimento, è stato definito Forward From The Sea e prevede la realizzazione e mantenimento di cinque funzioni principali: controllo dei mari e supremazia marittima, capacità di proiezione dal mare verso terra, deterrenza strategica, capacità di trasporto strategica e presenza navale avanzata. In particolare è stato riconfermato il ruolo dei gruppi di battaglia che comprendono portaerei giacché sono delle vere e proprie basi aeree avanzate dalle quali svolgere tutte le operazioni del caso senza dover chiedere eventuali autorizzazioni di paesi alleati/allineati per l’utilizzo o l’accesso a basi situate in territorio extra-nazionale.

 

L’US Marine Corps e l’US Navy in particolare ritengono di vitale importanza raggiungere un buon livello nella dotazione e impiego di munizionamento così detto “intelligente” e lamentano una certa arretratezza sia nel campo dei sistemi d’arma che missilistici.

 

Da segnalare che il programma Urban Warrion che i Marines stanno approntando sistemando particolari tecniche di combattimento in ambiente urbano accompagnate da relative strumentazioni hi-tech come visori e sistemi di comunicazione integrati.

L’ambiente urbano-metropolitano è, infatti, considerato (anche dall’Esercito col suo programma Land Warrion XXI) l’ambiente principale delle guerre presenti e, soprattutto future.

 

Il programma dell’Aviazione (USAF) ha anch’esso un titolo non meno altisonante e guerrafondaio: Global Engagement: A Vision For The 21 st. Century (Ingaggio Globale: una visione per il 21° secolo). Facilmente prevedibile l’obiettivo: dominare il cielo e spazio in stretta integrazione con le altre armi.

 

 

LA MILITARIZZAZIONE DELLO SPAZIO.

 

 

Con il programma denominato National Missile Defense, affidato alla neo costituita Missile Defence Agency, che prevede la messa a punto nell’arco di 5 anni di 100 intercettatori atmosferici, 5 radar di allerta e un radar speciale, l’amministrazione Bush affossa gli accordi di non proliferazione nucleare, proseguendo la politica della precedente amministrazione Clinton che approvò, a suo tempo i capitoli di spesa per lo sviluppo del sistema anti-missile.

 

L’intenzione di creare una quarta forza arma spaziale completamente indipendente è strettamente connessa alla difesa anti-missile quindi è già costituita un’agenzia ad hoc, ma anche alla riorganizzazione stessa dell’aviazione come forza non più aerea ma appunto aero-spaziale. Un percorso obbligato; a loro tempo la marina e l’aviazione ebbero lo stesso tipo di genesi: diventarono armi indipendenti nel momento in cui diventò strategico il controllo dei rispettivi ambienti. La militarizzazione totale del pianeta sarà così compiuta: dalla terra al mare, dal mare all’aria, dall’aria allo spazio.

 

In occasione dell’approvazione del bilancio federale del 2000, l’amministrazione Clinton istituiva una commissione per l’organizzazione e la pianificazione della sicurezza spaziale degli Stati Uniti.[12] A presiedere tale commissione veniva posto (guarda che caso) Donald Rumsfeld, mentre 8 dei 12 membri erano generali in pensione.

 

Nel gennaio 2001, la commissione rendeva noti i risultati del suo lavoro. Lo spazio diventa definitivamente ambiente di interesse militare alla stessa stregua di terra, mare e cielo. Gli USA devono occuparlo ed acquisire la superiorità necessaria per impedire a qualsiasi altra potenza d’installarsi. Attraverso l’uso militare dello spazio possono conquistare per sé la supremazia illimitata in tutti gli altri ambienti.

 

La commissione rilevava che l’attuale situazione, dove l’interesse spaziale è frammentato per le singole forze armate, come per la marina che già ha suoi propri satelliti in orbita, genera o può generare doppioni nelle acquisizioni nonché incompatibilità dei vari mezzi e sistemi. Per questa ragione i compiti di occupare e “difendere” lo spazio dovrebbe essere assegnato ad un comando indipendente. Le ricerche e lo sviluppo dovrebbero arrivare a: a) aumentare le capacità di controllo e avvertimento in caso d’attacco; b) accrescere le misure protettive e difensive, i sistemi di prevenzione e neutralizzazione, le capacità di proiezione rapida di potenza; c) modernizzare le capacità di lancio (auspicandone la privatizzazione); d) lanciare un programma scientifico e ultravioletti, tecnologie che permettano la costruzione di veicoli da lancio riutilizzabili.

 

Dal punto di vista organizzativo la suddetta commissione ha elaborato dieci raccomandazioni:

1° L’arma spaziale sarà sottoposta all’autorità del presidente degli Stati Uniti;

2° Il presidente deve essere affiancato da un consiglio spaziale;

3° Deve essere formalizzato, all’intero del Consiglio di Sicurezza, un coordinamento tra le varie agenzie d’intelligence per la definizione delle attività spaziali;

4° Il segretario della difesa e il direttore della CIA si devono incontrare regolarmente per indirizzare la politica spaziale di sicurezza nazionale, i suoi obiettivi ecc.;

5° Deve essere designato un sotto segretario alla difesa spaziale che coadiuvi il segretario nelle questioni spaziali e di coordinamento con i servizi segreti;

6° Il comando spaziale deve essere distinto dai comandi delle altre armi:

7° I sistemi spaziali dovranno garantire la possibilità di svolgere operazioni indipendenti o a supporto d’interventi delle altre forze armate. Per far ciò sarà necessario costituire uno Space Corps. Nel breve periodo l’Air Force avrà il compito di formare ed equipaggiare queste forze spaziali. Nel lungo periodo tali unità potranno dipendere da un dipartimento militare per lo spazio indipendente.

8° Al sottosegretario dell.Air Force è affidata la direzione del National Reconnnaissance Office (agenzia che si occupa di rilevazioni di vario tipo utilizzando satelliti in orbita) e delle acquisizioni spaziali;

9° Il segretario della difesa e il direttore della CIA devono dirigere i processi di ricerca e sviluppo rivolti alla creazione di nuovi metodi per la raccolta delle informazioni;

10° Aumentare la visibilità delle spese e del personale coinvolti nel programma spaziale per migliorarne l’organizzazione.

 

 

LA RIVOLUZIONE NEGLI AFFARI MILITARI

 

 

Revolution of Military Affairs Information (RMA-Iwar) è il termine che definisce il complesso che staranno alla base delle strategie militari U.S.A.

 

L’impressione che si ricava è che la RMA parta non tanto da tecnologie date quanto dalla mutata situazione politica che induce gli strateghi a fornire un preciso indirizzo alla ricerca tecno-scientifica, seguendo il seguente schema mutate condizioni politiche, geopolitiche e strategiche —-> Rivoluzione negli affari militari —–> sviluppo nuove tecnologie necessarie a supportare la RMA.

 

Una conferma di questo schema è il fatto che la realizzazione della RMA e quindi, concretamente, della ristrutturazione delle Forze Armate è fissata nel medio – lungo periodo (2010-2025) e che molte tecnologie indicate sembrano uscite da un libro di fantascienza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella tabella[13] la RMA – Iwar è suddivisa in obiettivi in due principali stadi (2010 – 2020) attraverso specifiche tecnologie e dottrine.

 

 

 

OBIETTIVI 1° STADIO (entro 2010) 2°STADIO (entro 2025)
Ridurre rischio di perdite mediante: Piattaforme “Stand-Off”

 

Dominio dell’informazione

 

Difesa Anti-Missile

Robotica

 

Armi non letali

 

Psicotecnologie

 

Difesa cibernetica

Applicare gli sforzi su: Centro di gravità Sistemi interconnessi
Ottimizzare il coordinamento delle operazioni attraverso: Miglioramento sistemi C31

 

Tecnologia spaziale

Impiego di computer e GPS

 

Digitalizzazione del campo di battaglia

 

Uso di armi “intelligenti”

Microtecnologia

 

Nanotecnologia

 

Sistemi “brillanti”

Nuovi modelli organizzativi centrati su: Task Force

 

Combined Joint Task Force

 

Coalizioni ad hoc

Struttura uni-Forza Armata

 

Iperflessibilità

 

Per decifrare la tabella è necessario fornire una piccola legenda dei principali termini impiegati:

 

– Sistemi “Stand-Off”: sono i sistemi d’arma che possono essere lanciati da postazioni navali, terrestri e da aerei a grande distanza dall’obiettivo e quindi tendenzialmente irraggiungibili dal fuoco nemico. Ne sono un esempio i missili balistici, i Cruise, i missili aria-terra con autoguida sull’obiettivo.

– Psicotecnologia: “…Tecnologia che emula, estende ed amplifica le funzioni senso-motorie, psicologiche e cognitive della mente (…) In campo militare le psicotecnologie consentiranno ai Comandanti di manipolare oltre che le percezioni ed il credo dei propri soldati, anche quelle dell’avversario e dei media televisivi…”.

 

– Difesa Cibernetica: “…La cyberwar si prefigge due obiettivi. Il primo consiste nel paralizzare il ciclo decisionale dell’avversario mentre punta a sottomettere l’avversario senza combattere, mediante operazioni letali e non letali che possono comprendere il blocco di: (a) sistemi informativi; (b) reti informatiche; (c) borsa, sistemi bancari e delle telecomunicazioni; (d) trasporti di superficie e di controllo del traffico aereo; (e) della produzione e distribuzione di energia…”

 

– Centro di Gravità: “…Caratteristica capacità o località dalla quale il nemico o le forze amiche traggono la loro libertà di azione, la forza fisica o la volontà di combattere. Il Centro di Gravità quando attaccato ed eliminato, porta alla sconfitta del nemico oppure alla ricerca della pace attraverso negoziati. Esempi comprendono: la massa delle forze nemiche, la sua struttura di comando e controllo, il consenso dell’opinione pubblica, la volontà, la leadership, la struttura della coalizione. Con l’avvento delle reti informatiche, dei sistemi neurali artificiali e sistemi esperti, il concetto di Centro di Gravità verrà sostituito dai cosiddetti sistemi interconnessi…”.

 

– Sistemi Interconnessi: “…Si fonderanno sulle reti informatiche e dovrebbero garantire la sopravvivenza della rete stessa in quanto i nodi saranno distanti tra loro e sfrutteranno anche una autonoma capacità di riconfigurare il sistema…”

– Nanotecnologia: Tecnologia di miniaturizzazione spinta.

 

– Sistemi brillanti: “…L’evoluzione dei sistemi d’arma intelligenti, mediante l’implementazione delle nanotecnologie, sistemi esperti e reti neurali artificiali…”.

 

– Reti Neurali Artificiali: “…Nuova generazione della tecnologia della intelligenza artificiale che tende a emulare la fisiologia del cervello umano basato sulla connessione di neuroni biologici. Una Rete Neurale Artificiale è formata da un certo numero di nodi computerizzati collegati in una rete mediante interconnessioni flessibili (detti anche neurodi) …”.

 

Inoltre, entro il 2025, quindi con il secondo stadio della RMA, è previsto lo sviluppo di altri due tipi di guerra non indicati direttamente nella tabella: La Guerra Meteorologica e la Guerra Genomica.

 

Le Guerre meteorologiche “…prevedono l’utilizzo di prodotti chimici per provocare, in campo avversario, forti piogge e inondazioni. In tali casi l’avversario è impossibilitato a condurre qualsiasi tipo di operazione militare…”.[14]

 

La Guerra Genomica (in realtà i nord-americani usano il termine tedesco Genome Kampf…) è una “Guerra condotta nel campo della genetica. Si tratta di individuare, nella mappa dei geni (DNA) di un popolo/etnia, i punti deboli da attaccare mediante virus e batteri, frutto di biotecnologie. Gli effetti, che comprendono influenza, diarrea, infezioni e altro, potranno colpire più quel popolo che un altro.[15]

 

 

LE SPESE MILITARI USA

 

 

Tutto questo non deve fare credere a una sorta d’onnipotenza dell’imperialismo U.S.A., tutto questo in realtà nasconde una profonda debolezza a livello economico degli U.S.A. nei confronti degli altri paesi imperialisti.

 

Un chiaro esempio della decadenza economica U.S.A. è il dollaro che è in continua picchiata. Quando nacque la moneta europea, occorreva 0,85 dollari per acquistare un euro. Oggi ne occorrono 1,32. Il destino della moneta americana appare dunque incerto: alle difficoltà interne degli U.S.A si aggiungono le prese di posizioni di vari paesi, specie quelli produttori di petroli, che diversificano le proprie riserve valutarie.

 

Il declino dei valori immobiliari americani (-24% in un anno) dà il colpo di grazia, poiché la massa delle costruzioni serve da garanzia per prestiti e mutui in un paese indebitatissimo. E questo peggiora le cose: con il dollaro svalutato, gli indebitati americani pagano già ben caro quello che importano, mentre gli europei riescono a pagare le forti importazioni di petrolio e gas. La Cina incomincia ad avere problemi a mantenere troppi dollari svalutati nelle proprie riserve, ma non può venderli per non provocare un terremoto monetario mondiale, con la diversificazione delle monete di conto altrui a favore dell’Euro, i paesi imperialisti europei non soffrono particolarmente per le loro esportazioni, m sono certo tentati di disfarsi delle riserve in dollari. Per evitare un possibile disastro monetario mondiale c’è chi propone una moneta continentale americana da contrapporre all’Euro, basata sull’area d’interscambio fra U.S.A., Canada e Messico (NAFTA).

 

Un altro esempio delle difficoltà economiche U.S.A. sta nella bilancia commerciale che non gode di buona salute, esempio: nel 2001 il 61% delle automobili negli Stati Uniti venivano dall’estero, come il 65% delle macchine per taglio dei metalli (Guerra S.p.A. Seymour Melman 2006).

 

La spesa militare degli Stati Uniti fa ovviamente parte del complesso delle spese sostenute dell’amministrazione pubblica, che, a differenza di un tempo quando la potenza militare americana era quasi insussistente, è per la maggior parte responsabilità del governo centrale ossia federale e solo per la minor parte delle amministrazioni locali (Stati, Contee, Municipi). Tuttavia questo accade in buona parte per l’esistenza della spesa militare e la conduzione della cosiddetta national defense, che assieme alla politica estera e alla politica monetaria è pertinenza esclusiva dell’amministrazione federale: nel campo della spesa civile il rapporto fra le due amministrazioni è quasi in equilibrio e negli ultimi vent’anni si muove a favore dei governi locali.

 

Lasciando da parte il periodo della seconda guerra mondiale, la spesa pubblica complessiva relativa (vale a dire in rapporto al Pil) tende ad aumentare dall’epoca della depressione fino all’inizio degli anni .80 (un picco del 36.5% è toccato nel 1983), resta più o meno costante fino al 1992, quindi diminuisce abbastanza celermente durante gli anni dell’amministrazione Clinton scendendo al 32.5% del 2000 per risalire in seguito con l’amministrazione Bush.

 

Il punto di svolta è all’inizio degli anni ’80, quando la spesa per servizi diventa il motore di tutta la spesa militare, e, il supporto al personale, rubrica che comprende il vero e proprio nucleo della privatizzazione delle guerre e il cui boom diviene impressionante dal 2000 in poi, diventa il motore della spesa per servizi. Lo spazio per accrescere la spesa per l’acquisizione di servizi in generale e per quella dei servizi di supporto in particolare viene ricavato sacrificando tutto il resto ossia riducendo l’esborso complessivo in salari e lo stock netto di capitale fisso del dipartimento della difesa, capitale fisso che consta naturalmente di Equipaggiamento composto di Aerei, Navi, Missili, Veicoli, Elettronica e Altro Equipaggiamento, e Strutture, fatte di Edifici Residenziali e Industriali e di Installazioni Militari.

 

ALCUNE OOSSERVAZIONI CONCLUSIVE

 

In sostanza più aumenta la crisi e più lo stato imperialista dominante (gli USA) diventa aggressivo per cercare di mantenere la sua supremazia- militare in funzione dei profitti della sua borghesia, più aumentano le tensioni tra i paesi imperialisti concorrenti per assicurarsi quote di profitto sui mercati mondiali e più la guerra commerciale tra gli imperialisti concorrenti tende a trasformarsi in guerra per la spartizione dei mercati mondiali.

 

La guerra rappresenta una valvola di sfogo per le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, poiché essa distrugge i mezzi di produzione (macchinari, uomini e valori capitale) eccedenti e, quindi con tali distruzioni apre la strada a un nuovo periodo di accumulazione capitalistica.

 

Attualmente, si è aperta una fase di contesa globale tra le varie potenze imperialiste che ha come posta in gioco una nuova divisione del mondo. Un segno concreto delle contraddizioni interimperialiste in atto, sta nel fatto che gli U.S.A. sono stati costretti a condurre la guerra contro l’Iraq nel 2003 in pratica da soli, con l’ausilio di un ristrettissimo numero di alleati (Gran Bretagna, Israele, Polonia, Italia).

 

 

 

[1] Kalecki M., Aspetti della piena occupazione, Celuc Libri,1975.

 

[2] O. Ekstein, Econimic Policy in the United States from 1949 to 1961. L’economista J. Robinson in Collected Economic Papers Vol. III° Pag. 103-112 in Oltre la piena occupazione: “I paradossi di Keynes – costruire delle piramidi, scavare delle buche nel terreno – vennero presi alla lettera.

 

[3] La produttività degli USA calò dal 3,2% medio annuo del 1946-1968 al 1,9% del 1968/1972 (e allo 0,7 del 1972-1979), mentre l’Europa e il Giappone mantenevano tassi di sviluppo più alti di quelli americani. Le quote di mercato perse dagli USA (meno 23% rispetto agli anni .60) sono state conquistate quasi per intero dalla Germania Federale e dal Giappone

 

 

[4] Conseguente al loro indebolimento sui mercati internazionali e al deficit dello Stato amplificato dalla guerra del Vietnam.

 

 

[5] Gli eurodollari erano i capitali europei che non venivano reinvestiti nel ciclo produttivo ma che cercavano altre fonti di guadagno fuori dalla produzione.

 

[6] Dati del 1991 tratti dal libro Tempesta del deserto di D. Bovet – M. Dinucci, edizioni ECP

 

[7] La lievitazione artificiale dei prezzi delle industri produttrici di macchine utensili non ha fatto altro, in realtà, che aggravare una situazione dipendente dalla più elevata composizione organica del capitale americano e dalla conseguente minore competitività delle merci americane rispetto ai concorrenti europei e giapponesi.

 

 

[8] Questo moto fa parte di un processo che ha visto il secolo XX° ricco di guerre e rivoluzioni da parte delle nazioni dipendenti contro il dominio dei paesi imperialisti. La lotta antimperialista è stata sempre (a partire dal Messico del 1911-1938, dalla “rivoluzione costituzionale di Mossadeq del 1951-1953 alla rivoluzione in Iran del 1979) parte costituente dello scontro di classe locale e in internazionale.

 

[9] Si è visto cosa è successo nell’estate del 2000, quando il greggio ha raggiunto i 37 dollari al barile, proteste in tutta Europa dalla Spagna Scandinavia, con blocchi dei porti (Barcellona), scioperi dei camionisti, dei pescatori ecc.

 

 

 

[10] A metà dicembre 1998, in una notte sulla capitale irachena furono scagliati dalle navi americane 290 missili Tomahawk, tanti quanti quelli scagliati durante la guerra del Golfo del 1991.

 

 

[11] Pietro Gianvanni, Il Bilancio 2001 del Pentagono, Panorama Difesa, maggio 2000.

 

[12] www.defenselink.mil/pubs/space20010111

 

[13] Pier Paolo Lunelli, La rivoluzione negli affari militari, Marzo – Aprile 2001

 

[14] Per quanto riguarda le guerre climatiche, vedere articolo di Michel Chossudovsky, Guerre climatiche: Haarp High Frequency Aural Research Program, su www.intermarx.com/ossinter/clima sul programma HAARP.

 

[15] Molto probabilmente il Progetto RMA su questo campo è la continuazione delle ricerche che negli anni ‘80, il governo Sudafricano (quello dell’apartheid) effettuò. Questo programma di guerra biologica, chiamato Project Coast, aveva l’obiettivo di mettere a punto un’arma genetica mirata alla popolazione nera. Stesse ricerche in questo campo, sono state effettuate anche in Israele

 

 

 

DA BERNSTEIN A GROSSMAN: IL DIBATTITO SULLA CRISI NEL MOVIMENTO OPERAIO EUROPEO DALLA FINE DEL SECOLO XIX AL PRIMO DOPOGUERRA

•maggio 16, 2018 • Lascia un commento

                                                                                                               

 

Se si esamina il dibattito promosso dai revisionisti alla fine del secolo XIX° si nota che è fondamentalmente sul terreno economico che si è data battaglia contro il marxismo. I revisionisti avevano sviluppato le vecchie concezioni del socialismo utopistico che avevano fatto parte delle tradizioni del movimento operaio e che non erano mai state completamente abbandonate. D’altra parte, le idee economiche di Marx hanno inciso, più di tutti gli altri aspetti della sua analisi, tra gli intellettuali e tra gli accademici, dando origine a una specie di pensiero ibrido che aveva poco a che fare con quello delle sue origini, tutto ciò ha reso straordinariamente difficile la lotta contro il revisionismo nell’Economia Politica e di conseguenza è proprio, dove revisionisti avevano le radici più salde. Il revisionismo è nato e si è consolidato tra la fine secolo XIX° e l’inizio del secolo XX°. Questo fu un periodo di sviluppo economico rapido, pacifico e tranquillo del capitalismo[1] che passava proprio in questo periodo alla fase imperialista. Le idee del revisionismo si fondano su quasi trent’anni di sviluppo e di espansione economica senza precedenti. Questo permetteva ai revisionisti di dimostrare la capacità del capitalismo di svilupparsi all’infinito le sue forze produttive[2] e che le crisi e contraddizioni saranno definitivamente eliminate attraverso una continua “rivoluzione scientifico-tecnologica”. In sostanza il capitalismo diventa un modo di produzione eterno, dotato di una capacità espansiva illimitata. Il marxismo ha dimostrato scientificamente che il capitalismo, come tutte le formazioni economico-sociali esistite (comunismo primitivo, schiavista, asiatico, feudale), ha un termine al quale dovrà inesorabilmente giungere, spinto dalle sue stesse contraddizioni interne insieme all’azione rivoluzionaria del proletariato (perciò dall’insieme dei fattori soggettivi e oggettivi). Esistono, pertanto, due teorie sulla crisi del capitalismo: la prima, quella borghese e revisionista, che nega l’esistenza della crisi, o la considera una mera oscillazione ciclica, destinata a correggere delle disfunzioni e a permettere di continuare indefinitamente lo sviluppo delle forze produttive; la seconda è quella marxista che si caratterizza per aver analizzato i meccanismi oggettivi tanto d’espansione che di distruzione del capitalismo.

 

 ROMANTICISMO ECONOMICO E SOCIALISMO UTOPISTICO

 

 

Marx raggruppava in quattro categorie gli economisti. In primo luogo, i “fatalisti” che, a loro volta, si dividono in altre due categorie, i classici e i romantici. I classici (Smith[3] e Ricardo[4]) che rappresentano la borghesia in ascesa e dimostrano che il capitalismo è un modo di produzione superiore al feudalesimo, al quale deve subentrare inevitabilmente. Al contrario i romantici, il cui massimo esponente fu l’economista svizzero Sismondi,[5] mostrano il lato negativo del capitalismo, i suoi difetti, le sue miserie e di conseguenza più o meno coscientemente hanno lo sguardo rivolto al passato, verso un feudalesimo visto come società armonica. Le altre due categorie quella umanitaria e quella filantropica, propria dei socialisti utopisti[6] come Saint – Simon,[7] Fourier[8] e Owen,[9] confondono la scienza con la morale. I classici ponevano l’accento sulla produzione; i romantici e gli altri sul consumo. Ma, tuttavia queste correnti avevano un punto in comune: pensavano che la produzione si reggesse su leggi “naturali” eterne, indipendenti dalla volontà degli uomini, mentre il consumo e la distribuzione erano “artificiali”, modificabile purché su di essi intervenissero gli uomini. Il grande contributo di Marx alla scienza economica è consistito proprio nel dimostrare che tutte queste leggi (tanto quella della produzione come quella della distribuzione) non sono naturali bensì sociali e, di conseguenza, storiche: perciò non solo si potevano modificare, ma si sarebbero modificate.

 

Marx si considerava l’erede dei primi economisti, vale a dire degli economisti classici, mentre tacciò di utopisti tutti gli altri, specialmente quelli che confondevano la realtà economica con i loro desideri.

 

Sismondi, agli inizi del secolo XIX°, espose vivacemente nelle sue opere tutti i difetti del capitalismo, ottenendo grande influenza tra gli utopisti, come Proudhon in Francia[10] e Rodbertus in Germania.[11] Per gli utopisti, la lotta di classe tra la borghesia e il proletariato è soppiantata da un conflitto puramente quantitativo: la disuguaglianza tra ricchi e poveri; il capitalismo non è, per loro, un sistema di produzione che si basa sullo sfruttamento della forza-lavoro, ma su una ingiusta ripartizione della ricchezza. Gli utopisti pongono l’accento che il plusvalore non è altro che lavoro non retribuito, ma da ciò arrivano solo a rivendicare una migliore redistribuzione, una ripartizione più equa. Questo è anche il punto di partenza della teoria del sottoconsumo, che Sismondi adottò ricavandola dai fisiocrati:[12] poiché i capitalisti non consumano tutto il plusvalore e ne accumulano una parte, l’offerta supera la domanda, la produzione cresce più del consumo. Il fatto di non ottenere in forma di salario una parte maggiore del valore creato dal lavoro, comprime la capacità d’acquisto del mercato che non è in grado di assorbire tutta la produzione. La pauperazione del proletariato è alla base delle tesi romantiche e utopistiche: bisogna migliorare la distribuzione, elevare il livello di vita della classe operaia per ampliare il mercato ed evitare le crisi.

 

I romantici descrivono il capitalismo non come un sistema economico destinato ad accumulare e produrre plusvalore, ma come un sistema destinato a soddisfare i bisogni sociali mediante la produzione di merci, la loro distribuzione e la loro vendita. Sostituiscono con una contraddizione secondaria, quella principale, quella che si attua fra il processo di lavoro e il processo di valorizzazione, con una contraddizione secondaria, quella che avviene fra la produzione e il consumo o, per dirla in altre parole, con la contraddizione produzione-mercato, produzione-realizzazione- circolazione, produzione-distribuzione. Da qui derivano tutte le teorie del sottoconsumo, della contrazione dei mercati e delle difficoltà di realizzazione. Per Marx la vera scienza dell’economia politica comincia là dove l’analisi teorica si sposta dalla circolazione al processo di produzione. Ma per i romantici la borghesia investe il suo denaro non con il fine di ottenere un utile, non per valorizzare il suo capitale, ma per fornire un servizio al consumatore, per produrre le merci che esso richiede. Le loro idee si fondano sulla presunta dipendenza della produzione dal mercato e dalla circolazione. Queste idee determinarono un regresso verso il vecchio mercantilismo.[13] Secondo Sismondi, il capitalismo restringe il mercato interno per effetto del depauperamento, della iniqua distribuzione della ricchezza. Per evitare la sovrapproduzione ed estendere il mercato bisogna migliorare la distribuzione, evitare le ingiustizie ed elevare il livello di vita del proletariato. Sismondi diceva di differenziarsi da Smith perché questi non era interventista, mentre egli rivendicava il controllo, la regolamentazione, la pianificazione centrata sulla distribuzione.

 

Sismondi si distinse per la difesa della piccola distribuzione e per il fatto di porre in primo piano il consumo, al posto della produzione. Da qui ad affermare che la produzione è determinata dal consumo il passo era breve e Sismondi insieme a tutti i suoi seguaci non esitarono a compierlo, fondando così su una base totalmente erronea le loro teorie sul sottoconsumo. L’Economia Politica cominciava a subire una svolta, assumendo il peggio dei fisiocrati (il sottoconsumo) e il peggio dei mercantilisti (la massima preoccupazione per i mercati). Al contrario per Marx ed Engels, nella contraddizione tra la produzione e il consumo, la produzione è l’aspetto dominante: “La distribuzione, in linea generale, dipende sempre dalla situazione della produzione e dello scambio in una società determinata, così come dei precedenti storici di detta società, di modo che, quando conosciamo questi ultimi, posiamo dedurre con precisione la forma di distribuzione che esiste nella società stessa” (Engels, Anti-Dühring). Certamente il capitalismo è unità dialettica di produzione e consumo; però è soprattutto unità tra il processo di lavoro e il processo di valorizzazione. All’interno stesso della produzione capitalista si sviluppa una contraddizione tra il processo di lavoro e il processo di valorizzazione, di cui la valorizzazione è il processo dominante. Questa è stata una delle questioni che maggiormente i revisionisti hanno travisato del pensiero di Marx, promuovendo nuove varianti di mercantilismo. Le tracce di questo tipo di concezioni neomercantilistiche arrivano fino al XX° secolo, quando un economista come Sweezy[14] scriveva: “Il processo di produzione è, deve continuare ad essere, indipendentemente dalla sua forma storica, un processo destinato a produrre beni per il consumo umano. Qualsiasi tentativo di allontanarsi da questo fatto fondamentale rappresenta una fuga dalla realtà” (Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Einaudi 1951). Per Sweezy: “la crisi non è l’effetto ma piuttosto la causa di un deficit della domanda effettiva. La difficoltà, di conseguenza, non risiede per niente nella insufficienza dei mercati, bensì in una insoddisfacente (dal punto di vista capitalista) distribuzione delle entrate tra coloro che percepiscono salari e coloro che percepiscono plusvalore” (Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Einaudi 1951). Egli vincola la produzione al consumo. Per Marx: “La produzione di plusvalore è il fine propulsore della produzione capitalista il livello della ricchezza non si misura con la grandezza assoluta della produzione, ma con la grandezza relativa del prodotto eccedente. Il motivo propulsore e la finalità determinante del processo di produzione capitalista consistono, innanzitutto, nell’ottenere la maggior valorizzazione del capitale, vale a dire nel far sì che esso renda il maggior plusvalore possibile e che, pertanto, il capitalista possa sfruttare con la maggior intensità possibile la forza-lavoro” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1° Capitolo 7°).

 

La contraddizione economica fondamentale del capitalismo, può situarsi unicamente all’interno del processo lavorativo e di valorizzazione, e non tra la produzione e il mercato. La differenza tra il capitalismo e i precedenti modi di produzione si fonda precisamente sul fatto che, mentre i precedenti modi di produzione si basavano sulla mera circolazione di merci M-D-M, il capitalismo si basa sulla circolazione D-M-D’, dove D’=D+^D. Marx lo spiegava in questo modo: “Il ciclo M-D-M parte dal polo di una merce e si conclude nel polo di un’altra merce, che esca dalla circolazione ed entra nell’orbita del consumo. Il suo fine ultimo è il consumo, il soddisfacimento dei bisogni o, detto in altri termini, il valore d’uso. Al contrario, il ciclo D-M-D’ parte dal polo del denaro per ritornare, alla fine, allo stesso polo. Il suo motivo propulsore è la sua finalità determinante è, pertanto, il valore di scambio” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1°, Capitolo 4°).

 

Il capitalismo, pertanto, non è fondamentalmente un sistema di produzione di valori d’uso, un sistema di soddisfacimento dei bisogni, bensì un sistema di valorizzazione, di creazione di valore di scambio e di plusvalore.

Le posizioni di Sismondi sul sottoconsumo erano simmetriche a quelle di Malthus.[15] Per Malthus la produzione cresce in progressione aritmetica, mentre la popolazione cresce in progressione geometrica. Questo squilibrio tra produzione e consumo è quello che, secondo Malthus, giustifica l’esistenza di settori sociali intermedi, che non sono né borghesia né proletariato e che, con il loro sperpero, assorbono la sovrapproduzione capitalista. Malthus rovescia il problema: la causa della miseria sta nel fatto che la produzione non basta per tutti perché esiste sovrappopolazione. Le posizioni di Malthus si riallacciavano alla legge dei rendimenti decrescenti della terra di Smith e di Ricardo. Questa legge prevedeva l’incremento costante dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime, rispetto alle quali, i salari diminuivano, il che a sua volta provocava l’impoverimento della classe operaia e il peggioramento sistematico del suo livello di vita con il trascorrere del tempo. Per questa via il sottoconsumo di Sismondi coincide con il sotto consumismo dei malthusiani: “E’ da questa teoria di Malthus che nasce tutta questa concezione sulla necessità che esista e si sviluppi senza sosta il consumo improduttivo, concezione che trova uno zelante propagandista in questo apostolo della sovrappopolazione per mancanza di mezzi di sostentamento” (K. Marx, Teorie del Plusvalore, Tomo II°).

 

Malthus non fornì alcun apporto originale all’Economia Politica, così che Marx ne Il Capitale quasi non si preoccupa di discutere le sue tesi, si limita a porre l’accento la continuità delle tesi Malthus con quelle di Sismondi e alla sua teoria del sottoconsumo. Marx dimostrò che i limiti della produzione non erano naturali bensì sociali, perché derivano dai rapporti di produzione capitalisti. Per Marx non esiste un eccesso assoluto di forza lavoro ma solo un eccesso relativo, che chiama esercito industriale di riserva, che è indispensabile ai fini dell’accumulazione: “La produzione di una popolazione relativamente in eccesso, cioè in eccesso in rapporto alle necessità medie di sfruttamento del capitale, è una condizione di vita dell’industria moderna (…) Alla produzione capitalista non basta, nemmeno, la quantità di forza lavoro disponibile che le procura la crescita naturale della popolazione. Essa ha bisogno, per potersi sviluppare con disinvoltura, di un esercito industriale di riserva libero da questo vincolo naturale” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1°, Capitolo 23°).

 

Per dimostrarlo Marx espone il caso dell’Irlanda a metà del secolo XIX° che a causa della carestia del 1846 e dell’emigrazione di massa dei decenni successivi, perse un terzo della popolazione, retrocedendo di oltre quarant’anni. Tuttavia, ciò non intaccò né il capitale globale del paese né la sovrappopolazione relativa. La popolazione era scesa da otto a cinque milioni e, nonostante tutto, il lavoro scarseggiava e le paghe giornaliere erano diminuite. Si dimostra così che il capitalismo non può funzionare senza un esercito industriale di riserva e senza miseria, che il pauperismo non è la causa della crisi del capitalismo, ma, invece, è condizione indispensabile per il suo buon funzionamento.

Tutte le impostazioni economiche del romanticismo e dei suoi epigoni hanno la stessa natura classista, benché alcune volte pongano l’accento sulla piccola proprietà contadina e altre volte sulla piccola borghesia urbana. La piccola borghesia ha sempre considerato se stessa come il prototipo dell’umanità; per questo tutte le variazioni ideologiche derivanti da essa si presentano come liberatrici di tutta l’umanità. Il capitalismo manda in rovina la piccola proprietà, e i suoi paladini devono difenderla cercando di far fare marcia indietro alla storia.

 

 

LE POSIZIONI ECONOMICHE DEI REVISIONISTI

 

 

Le idee economiche del romanticismo ebbero una straordinaria influenza sul movimento operaio del secolo XIX° perché sottolineava la miseria che il capitalismo causava tra le masse lavoratrici.

 

Il revisionismo si sviluppò in seno alla socialdemocrazia tedesca che, verso la fine del secolo XIX° e l’inizio del secolo XX° costituiva la parte più importante del movimento operaio internazionale.

 

Il Partito Socialdemocratico tedesco (Sozialdemockratische Parti Deutschlands – SPD) nasce come partito a dimensione nazionale nel maggio 1875, dalla fusione tra l’Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi (Allgemeinen Deutschen Arbeiterverein – ADAV) di Lassale[16] e il Partito Operaio Socialdemocratico (Sozialdemokratischer Arbeiterpartei – SDAP) di Bebel[17] e Liebknecht.[18] Tra questi due partiti c’erano diverse impostazioni. L’ADAV seguendo l’impostazione di Lassalle sulla “Legge bronzea del salario”, secondo la quale i capitalisti pagano gli operai un salario minimo appena sufficiente alla soddisfazione dei bisogni primari necessaria per il mantenimento della mano d’opera, riteneva superflua l’organizzazione sindacale ritenendo invece primario la formazione di associazioni produttive a credito statale. Per questi motivi uno dei primi obiettivi politici dell’ADAV (e in seguito della socialdemocrazia tedesca fino al 1919) era la sostituzione del suffragio prussiano a tre classi con il suffragio universale, come premessa per ottenere la democratizzazione dello Stato. Lo SDAP invece lavorava per la creazione di un forte movimento sindacale. L’ADAV, dopo la morte Lassalle e sotto l’influsso delle lotte operaie che cominciarono a svilupparsi dalla metà degli anni ’60 del secolo XIX° cambiò posizione rispetto alla costruzione di organizzazioni sindacali, si arrivò così alla fondazione di due unioni nazionali sindacali, da cui scaturì negli anni a seguire importanti impulsi al superamento della divisione del movimento operaio tedesco.

 

Il Programma di Gotha approvato dal congresso di riunificazione, fu duramente criticato duramente da Marx.

 

Il partito unificato fu sottoposto a dura prova dalla legislazione antisocialista di Bismarck[19] iniziata nel 1878 e finita nel 1890, anno della caduta di Bismarck.

Il partito nel periodo della semiclandestinità (la legge prevedeva il divieto di riunione, di manifestazioni pubbliche, la chiusura di giornali e alcuni sindacati furono sciolti, ma il partito poteva partecipare alle elezioni) sviluppò un robusto apparato per distribuire le proprie pubblicazioni.

 

Gli iscritti alla SPD che alla fine della legislazione antisocialista erano più di 50.000, erano diventati 384.327 nel 1905-1906, e 1.085.905 (per il 90% operai) nel 1913-1914. Gli iscritti ai sindacati passarono da 277.659 a 2.483.661 nel 1914.

 

Il partito nel 1890 ebbe 1.427.298 voti con 35 deputati eletti, nel 1912 (le ultime elezioni in Germania prima dello scoppio della guerra) passò a 4.250.000 voti con 110 deputati eletti. Questa progressione dei risultati elettorali era la base materiale della convinzione di un’ascesa irresistibile e lineare del partito operaio verso la maggioranza assoluta e il potere.

 

I dirigenti della SPD avevano un’enorme autorità ideologica e politica davanti alle altre organizzazioni operaie europee. Uno di loro, E. Bernstein,[20] che aveva collaborato con Engels, alla morte di quest’ultimo diede via allo sviluppo di nuove concezioni ideologiche, politiche ed economiche che egli stesso definì revisioniste. La sua opera più importante Le premesse del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, apparve nel 1899 con l’esplicito proposito di criticare e modificare determinate concezioni di Marx ed Engels.

 

La diffusione delle concezioni revisioniste all’interno della socialdemocrazia tedesca fu favorita dal lassalismo diffuso al suo interno. Come si diceva prima Marx criticò duramente il programma di Ghota, dove s’identificava il fondamento della legge ferrea sui salari nei principi di Malthus. Sorsero correnti come quella che fu definita i “socialisti di cattedra”. Questa corrente voleva fondare una nuova teoria sociologica in cui si unisse la teoria dello sviluppo sociale, quella della conoscenza scientifica e la pratica politica: una sociologia che fosse una scienza dell’ethos, secondo l’insegnamento del romanticismo e di Fichte,[21] per cui il Volksgeist, ossia la volontà di una nazione, rappresenta la legge fondamentale del suo sviluppo sociale. Cercarono, in pratica, di conciliare i conflitti di classe attraverso la mediazione dello Stato bismarckiano e l’abolizione del sistema della libera concorrenza. Si trattava di un socialismo senza rivoluzione, per uno Stato senza società civile autonoma.

 

Engels nel 1878 dette battaglia all’ideologia eclettica di Dühring.[22] L’Anti-Dühring ebbe una straordinaria influenza nella socialdemocrazia tedesca e in generale, in tutto il movimento operaio europeo. A partire da allora in apparenza, il marxismo sarà l’ideologia predominate nel movimento operaio europeo.

 

Ma come diceva Lenin: “La dialettica della storia è tale che il trionfo teorico del marxismo obbliga i suoi nemici a travestirsi da marxisti” (Lenin, I destini storici della dottrina di K. Marx). I revisionisti cominciarono a dare battaglia al marxismo al suo interno.

 

Per i revisionisti, il capitalismo non è più quel modo di produzione dominato dall’anarchia di cui parlava Marx, ma un sistema economico organizzato cioè capace di regolare meccanicamente il proprio funzionamento al fine di ridurre al massimo i collassi. L’idea che il capitalismo fosse un modo di produzione anarchico era molto radicata nel movimento operaio e quest’anarchia era identificata con la concorrenza, con il capitalismo premonopolista. Quando i socialdemocratici cominciarono prendere in considerazione i monopoli, lo era per dimostrare che il capitalismo ha introdotto razionalità nell’anarchia, che esso è capace di pianificare efficacemente la produzione, la distribuzione, l’accumulazione e il consumo, così da poter evitare distorsioni rilevanti: i monopoli, scrisse Hilferding[23]sono in grado di abolire completamente le crisi, poiché possono regolare la produzione e adattare in ogni momento l’offerta alla domanda” (Hilferding, Il capitalismo finanziario). Il capitalismo concorrenziale portava all’anarchia e alle crisi, ma il capitalismo monopolista regola e attenua la crisi. Nella nuova fase del capitalismo non c’è alcun limite alla monopolizzazione crescente dell’economia, in modo che se Kautsky[24] parlò di “ultraimperialismo”, Hilferding a sua volta, esporrà la sua teoria del “cartello generale”, una specie d’istanza suprema in grado di regolare coscientemente tutte le sfere dell’economia: sparisce la divisione del lavoro, cessa la speculazione alla fine, il capitalismo cessa di essere capitalismo.

 

A dispetto di tutto ciò, bisogna ricordarsi che anarchia non significa caos, perché la concorrenza è retta da leggi che sono indipendenti dalla volontà degli stessi capitalisti. Quando i revisionisti parlano di controllo e regolamentazione del capitalismo si riferiscono, naturalmente alla possibilità dello Stato di intervenire sul funzionamento del mercato. Essi si ricollegano a due loro predecessori: a Sismondi che fu il primo a rivendicare questo interventismo dello Stato contro il liberismo di Smith, e a Lassalle che vuole attribuire allo Stato dei poteri demiurgici, sopra le classi. I revisionisti tedeschi, pertanto, innestano l’interventismo economico di Sismondi con la concezione dello Stato di Lassalle come ente hegeliano, portatore di una razionalità universale, che deve elevare il livello di vita delle masse mutando la distribuzione del prodotto sociale e frenando le crisi di sovrapproduzione. Lo Stato, sarebbe in grado di pianificare perché non è parte del sistema economico, ma sta al di sopra di esso, è indipendente da esso: la questione di chi pianifichi e regoli, diceva Hilferding è una questione di potere, il capitale finanziario significa creazione di controllo sociale sulla produzione, cosa che facilita molto il superamento del capitalismo. Non appena il capitale finanziario avrà messo sotto il proprio controllo i settori più importanti della produzione, basta che la società si appropri del capitale finanziario mediante il suo organo esecutivo cosciente, lo Stato, conquistato dal proletariato, per poter disporre immediatamente dei più importanti settori della produzione” (Hilferding, Il capitale finanziario).

 

Tuttavia, né lo Stato capitalista né i monopoli possono modificare le leggi di funzionamento del sistema economico perché entrambi sono parte integrante di queste stesse leggi, le leggi della concorrenza che conducono inesorabilmente alla sua negazione, al monopolio: il quale, a sua volta, è retto anch’esso da leggi economiche. Pertanto, sono queste leggi che si impongono tanto alla concorrenza come al monopolio, per cui l’idea di un capitalismo regolamentato e pianificato è assurda. Il monopolio non può controllare il funzionamento dell’economia capitalista, così come non la poteva controllare neppure il suo precedente, cioè la concorrenza; non solo esso non può sovrapporsi alle leggi oggettive, ma è anzi soggetto a queste stesse leggi. Il capitalismo non cessa di essere capitalismo perché giunge alla sua fase monopolista, per cui nel corso di questa nuova fase restano in vigore le stesse leggi economiche della fase della concorrenza. Il revisionismo ha sempre voluto fa credere che sono sorti “nuovi” fenomeni economici che Marx ed Engels non avevano potuto prendere in considerazione e che hanno cambiato la sostanza del capitalismo. Per loro il monopolismo sarebbe stato l’anticamera del socialismo, che il capitalismo non sarebbe crollato ma che avrebbe dato luogo a una diversa fase, quasi socialista, e con ciò avrebbe permesso una transizione pacifica e democratica dal capitalismo al socialismo. In sostanza il capitalismo non cammina verso il suo crollo ma verso il socialismo. Il monopolismo sarebbe una specie di socialismo con proprietà privata: bastava eliminare questa per ritrovarsi senz’altro nel socialismo.

 

Niente di più falso di queste loro tesi. Marx ed Engels, quando analizzarono come la concorrenza capitalista nasce dialetticamente, dalla distruzione dei monopoli feudali e come, a un nuovo livello di sviluppo, il monopolio riappare: “La concorrenza è stata generata dal monopolio feudale. Così, alle sue origini, la concorrenza è stata la negazione del monopolio e non il monopolio la negazione della concorrenza. Quindi il monopolio moderno non costituisce una semplice antitesi; è, al contrario la vera sintesi” (Marx, Miseria della filosofia). Questa, sintesi è dinamica, è contraddizione: il monopolio produce la concorrenza, la concorrenza produce il monopolio. I monopolisti si fanno la concorrenza. I concorrenti diventano monopolisti (…). La sintesi è tale che il monopolio non può reggersi se non passando continuamente attraverso la lotta concorrenziale (Marx, Miseria della filosofia).

Quella monopolista non è una fase diversa dal capitalismo concorrenziale, ma solamente una fase superiore all’interno dello stesso capitalismo. Conseguenza nessuna delle leggi del capitalismo si modifica in questa nuova tappa. In sostanza i monopoli acuiscono e intensificano la concorrenza.

 

Marx mise in relazione la rinascita dei monopoli in regime capitalista con la concentrazione del capitale, che è un modo di rafforzare la sua accumulazione. Se si concentrano masse di capitale sempre maggiori in pochissime mani, la concentrazione diventa una sorta di espropriazione di capitali diversi al fine di costituire grandi masse di capitale sotto una stessa direzione. L’accumulazione di capitale determina un processo di dispersione dei capitali: al crescere della massa di capitale, cresce anche il numero dei capitalisti contrapposti come produttori di merci, indipendenti gli uni dagli altri e in concorrenza reciproca. I nuovi capitali pertanto creano nuovi capitali indipendenti; ma a fronte di questo fenomeno di dispersione, sorge il fenomeno opposto di attrazione: i capitali già esistenti si concentrano in pochissime mani, alcuni capitalisti espropriano altri capitalisti, i grandi capitali divorano quelli piccoli senza che, necessariamente, si crei nuovo capitale. Marx evidenziò come la concentrazione del capitale è uno strumento molto più potente, e che i suoi meccanismi più importanti sono il credito e le società per azioni. La concentrazione consiste in una redistribuzione del capitale già esistente e non esige accumulazione, in quanto le basta la riproduzione semplice. Tuttavia, la concentrazione permette di ampliare la grandezza delle operazioni, di costituire potenti consorzi economici, il che è indispensabile man mano che il capitale costante cresce e si espande, poiché cresce sempre di più il suo volume minimo necessario per trarre profitto da un’impresa.

 

La concentrazione del capitale è una conseguenza della concorrenza, nella quale i più deboli soccombono e sono assorbiti da quelli più forti. I capitali si spiazzano a vicenda. Molti si distruggono e i pochi che sopravvivono vedono rafforzata la loro pozione.

 

Per i revisionisti basta abbandonare il liberismo economico e intervenire sul sistema economico perché il capitalismo non crolli. L’interventismo, il controllo e la regolamentazione dimostrano che si tratta di un modo di produzione eterno, “naturale” e immutabile. I revisionisti mantengono una visione statica del capitalismo, il cui le contraddizioni e gli squilibri non trovano più spazio. Mentre per Engels l’Economia Politica ha natura essenzialmente storica, per i revisionisti (come tutti i borghesi) concepiscono le leggi economiche su cui il capitalismo si regge indipendenti dall’influenza del tempo.

 

Tutta una serie di posizioni di Bernstein divennero le argomentazioni chiave dei revisionisti. La prima di queste è la scomparsa delle crisi, giacché Bernstein, pur continuando a riconoscerne la possibilità, pensa che in futuro si andranno attenuando fino a sparire, grazie al controllo delle fluttuazioni economiche. La seconda, sono le classi medie, il loro crescente protagonismo che, a suo indizio, la piccola produzione mantiene nel capitalismo, grazie al credito e alle società anonime che “democratizzano” il capitalismo e fanno partecipe dei suoi benefici tutta la popolazione. Su questo punto Bernstein non è d’accordo con Hilferding e con le sue teorie sul capitale finanziario, rifiutandosi di riconoscere il ruolo che cominciava a svolgere i grandi monopoli ed evidenziando al contrario una presunta redistribuzione della proprietà. D’altro lato, in questo periodo, tra la fine del secolo XIX° e l’inizio del secolo XX° in alcuni paesi imperialisti come l’Inghilterra e la Germania ci fu un miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia, fatto che dimostrerebbe che Marx era in errore quando affermava al contrario, che il proletariato avrebbe sperimentato un processo di pauperizzazione crescente. Da qui, parte l’idea che la società si stava incamminando verso una progressiva democratizzazione, che deve essere approfondita includendovi non solo l’ambito politico ma anche quello economico, aspetto questo in cui i revisionisti moderni non hanno innovato proprio nulla.

 

I revisionisti s’impegnarono, in due battaglie fondamentali: quella di trasferire le cause della crisi dal momento della produzione, dove Marx le aveva collocate, al momento della circolazione, alludendo a crisi di realizzazione, di sottoconsumo e di squilibrio e inoltre quella di opporsi a ciò che una volta si chiamava la Zusammenbruchstheorie ovvero la teoria del crollo, che costituì il nucleo centrale della polemica da parte dei revisionisti fino al 1914. La sostanza del dibattito era: se il capitalismo non crolla, non si doveva sostituirlo con il socialismo, bensì dirigerlo, controllarlo, regolarlo a propria discrezione: compito della socialdemocrazia avrebbe dovuto essere quello di gestire il capitale, vincere le elezioni.

 

L’importanza del dibattito sul “crollo del capitalismo” stava nelle conseguenze politiche che ne derivavano per il movimento operaio e in particolare per l’unità tra il momento oggettivo e quello soggettivo nel processo rivoluzionario. La legge sul crollo collocava il processo rivoluzionario verso il socialismo su un fondamento oggettivo: la rovina del capitalismo, mentre i revisionisti volevano fondarlo su dei fattori puramente soggettivi. I revisionisti sostituirono Marx con Kant:[25] la rivoluzione non era più una necessità bensì una possibilità.

 

I revisionisti concepiscono il sottoconsumo non come una conseguenza della crisi bensì come la sua causa e, pertanto non trovano contraddizione tra il processo di produzione e quello di valorizzazione, per cui il capitalismo come modo di produzione è inesauribile. Crisi e recessioni, sono dovute, in sostanza a fattori esterni, che si pongono al di fuori della produzione in nessun caso, lo porteranno al crollo. Il revisionismo ammette solo il sottoconsumo che a sua volta, trova il proprio rimedio nelle ricette keynesiane della domanda effettiva e dello sperpero. Il prototipo più ingenuo di questo tipo di concezioni fu il libro del genero di Marx, P. Lafargue.[26] Il diritto alla pigrizia pubblicato nel 1883, dove il sottoconsumo è l’asse centrale delle sue riflessioni economiche. Con questo tipo di concezioni, si passa a teorizzare che la piccola borghesia è un settore sociale in crescita che, con il suo arricchimento, può evitare la contrazione dei mercati.

 

L’idea di crollo appare ripetutamente nelle opere di Marx che sul primo libro de Il Capitale scrive: “Man mano che progressivamente diminuisce il numero dei magnati capitalisti che usurpano e monopolizzano questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, dell’oppressione, della schiavizzazione, della degradazione, dello sfruttamento; ma cresce anche la ribellione della classe operaia, che è sempre più numerosa e più disciplinata, più unita e più organizzata per effetto del meccanismo stesso con cui funziona il processo di produzione capitalista. Il monopolio del capitale si converte in una morsa che strangola il modo produzione che è cresciuto con esso e grazie ad esso. La concentrazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro arrivano a un punto tale da diventare incompatibili con il loro involucro capitalista. Questo salta in aria e finisce in pezzi. L’ora della proprietà privata capitalista è suonata. Gli espropriatori vengono espropriati” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1°, capitolo 24).

 

Questa citazione (e se ne potrebbero citare altre) sintetizza bene come Marx concepisce la natura storica e transitoria del modo di produzione capitalista. Bernstein definì l’analisi di Marx sul crollo del capitalismo come meccanicistica e fatalista, saltando così la natura dialettica del pensiero di Marx. Bernstein cercava di deviare il processo rivoluzionario su un versante puramente soggettivo. In sostanza rompeva l’unità dialettica tra l’oggettivo e il soggettivo nel processo rivoluzionario e in seguito pone l’accento sull’aspetto soggettivo, etico, della lotta di classe.

 

Le conseguenze teoriche finali di queste impostazioni diviene in sostanza l’interclassismo. Se la rivoluzione è un problema etico, in essa non deve intervenire solo, né principalmente il proletariato, ma tutti quelli che sono coscienti delle disuguaglianze del capitalismo. La lotta di classe sfuma e trasferisce l’asse della critica dal momento dello sfruttamento a quella distribuzione definita ingiusta.

 

KAUTSKY LA LOTTA AL REVISIONISMO DAL PUNTO DI VISTA DEL “MARXISMO ORTODOSSO”.

 

Gli attacchi di Bernstein scatenarono una forte polemica dentro la socialdemocrazia tedesca. Il dibattito principalmente si concentrò sulle sue posizioni politiche, mentre su quelle economiche restarono in secondo piano. Questo dibattito coinvolse essenzialmente i dirigenti e gli intellettuali del partito. La SPD, in realtà era ancorata alle concezioni lassalliane, e dopo la fine delle leggi antisocialiste, i dirigenti del Partito volevano evitare ulteriori persecuzioni. Nel 1891 (quando la SPD aveva in corso l’elaborazione del Programma di Erfurt) Engels pubblicò di sua iniziativa la Critica del programma di Gotha che Marx aveva scritto nel 1875, ma che i dirigenti della SPD, cui Marx l’aveva diretta, avevano tenuto segreta per scrupoli legalitari, per non incorrere nei rigori della legge dello Stato tedesco.

 

L’esempio più significativo delle pozioni teoriche e pratiche della socialdemocrazia tedesca si impersona in Kautsky. Egli fu uno dei primi a contrastare il revisionismo e a difendere una presunta “ortodossia” del marxismo.

 

Kautsky, aveva una posizione che si poteva definire centrista. Non condivideva la teoria del crollo (che era il punto centrale della polemica di Bernstein) ma non condivideva neppure la teoria della vitalità illimitata del capitalismo. Per dimostrare la sua tesi fece ricorso a una singolare versione sottoconsumista. Sosteneva che la situazione che rendeva inevitabile il trionfo del socialismo, fosse l’eccesso di produzione che non trovava sbocco nei mercati.

 

Il sottoconsumo non lo concepisce come una mera oscillazione ciclica di natura congiunturale, ma come un collasso definitivo di tutto il sistema capitalista mondiale. Il capitalismo non potrebbe sopravvivere a fronte di una sovrapproduzione cronica.

Kautsky differenzia due tipi di crisi: quelle congiunturali e quelle strutturali. Solo quest’ultime sono le crisi per antonomasia.

 

Kautsky come Bernstein, rompe l’unità dialettica tra oggettivo e soggettivo nella rivoluzione. Nonostante alluda sia all’aspetto soggettivo (la lotta di classe) che a quello oggettivo (il sottoconsumo come limite estremo del capitalismo), nell’esposizione i due aspetti contrari non appaiono uniti ma separati; i fattori economici coesistono con gli altri fattori ed entrambi sembrano indipendenti gli uni dagli altri, di modo che altri fattori possono anticipare nel tempo quelli economici e, pertanto, sorgere in margine ad essi.

 

LA LEGGE DEI MERCATI DI SAY.

 

L’esposizione del pensiero economico revisionista non sarebbe completa senza descrivere un’altra teoria revisionista che si sviluppò sul terreno del dibattito economico, che si opponeva alle tesi sottoconsumiste. Si tratta delle posizioni delineate e sostenute da Tugan Baranovski[27] e da Hilferding. In contrasto con i sottoconsumisti, queste impostazioni che si riallacciavano direttamente ai classici, in particolare a Ricardo, che non riconosceva nessuna forma di sovrapproduzione, né di merci, né di capitale. Le impostazioni che si caratterizzavano per il fatto di negare la sovrapproduzione assumono la difesa della “legge dei mercati di Say”,[28] ossia della corrispondenza tra la produzione e il consumo. Non può esserci sottoconsumo perché ogni produzione genera il proprio consumo. La prima esposizione di questa tesi la fece l’economista russo T. Baranovski, nel 1894, nella sua opera Studi sulla teoria e la storia della crisi industriale in Inghilterra, che tradotta in tedesco nel 1901, ebbe un grande successo dentro la socialdemocrazia. A differenza dei sottoconsumisti, costoro non partivano dalla domanda bensì dall’offerta, dalla produzione e pensavano che il capitalismo non avesse come scopo il soddisfacimento dei bisogni bensì la realizzazione di plusvalore. T. Baranovski interpretava Marx in questo senso: la produzione può svilupparsi indipendentemente dal consumo e, di conseguenza, il capitalismo può progredire indefinitamente senza pericolo di crisi. Le equazioni esposte da Marx nel libro secondo de Il Capitale dimostravano l’illimitata capacità di crescita dei mercati e di conseguenza negava qualsiasi possibilità di sovrapproduzione.

 

Ciò che trascuravano era che le condizioni di sfruttamento diretto e quelle della sua realizzazione non sono identiche, poiché la capacità di consumo della società capitalista, a differenza della sua capacità di produzione, è limitata dalla spinta all’accumulazione che la riduce a un minimo suscettibile di variazioni solo entro limiti molto ristretti. Per esempio: se il settore destinato a produrre mezzi di produzione si sviluppa più rapidamente di quello che produce beni di consumo, non significa che il settore dei beni di consumo non si sviluppi in assoluto, si sviluppa; anche se più lentamente dell’altro. L’accumulazione amplifica sia il settore che produce mezzi di produzione che il settore che produce beni di consumo. La sovrapproduzione di beni di consumo esiste proprio perché la produzione è slegata dal consumo, è così si dà il via a una produzione per un mercato anonimo: “La discordanza tra il processo immediato di produzione e il processo di circolazione fa sì che di nuovo si sviluppi e si approfondisca la possibilità di crisi, che già si manifesta nella semplice metamorfosi della merce. La crisi esiste dal momento in cui questi processi non si fondono, ma anzi si rendono indipendenti l’uno di fronte all’altro”. (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II°).

 

Il consumo dipende dall’accumulazione. L’accumulazione determina tanto il salario dei lavoratori come lo stesso consumo dei capitalisti perché amplifica sia il volume del capitale costante che quello del capitale variabile. Le teorie di Turgan Baranovski e di Hilferding, basandosi sulla legge di Say, negano la sovrapproduzione e si riassumono nell’idea della “produzione per la produzione”.

 

Ma non esiste la produzione per la produzione stessa. Il plusvalore ha un triplice destino: una parte è destinata al consumo improduttivo della borghesia; un’altra ad aumentare il capitale variabile, cioè i salari e solo una terza è destinata all’incremento del capitale costante, cioè del settore che produce mezzi di produzione. Una tesi molto diffusa nell’economia politica borghese, è quella di non considerare né il consumo improduttivo dei capitalisti né quello degli operai come parte dell’accumulazione capitalista, bensì come parte del costo di produzione. Secondo questo punto di vista, ciò che essi chiamano risparmio è destinato unicamente ad essere investito in mezzi di produzione. Procedendo su questa via, è facile cadere nella tesi di considerare i salari come variabile indipendente e di ridurre il risparmio ad un residuo. Nella contraddizione tra produzione e consumo, è la produzione che svolge il ruolo dominante: la produzione anticipa il mercato, l’offerta non attende la domanda, il consumo non determina la produzione. Il capitalismo apre, effettivamente, una breccia tra la produzione e il consumo, ma proprio in ciò consiste il profitto e l’accumulazione. Lo sviluppo del settore destinato alla produzione di beni di consumo svolge, tuttavia, un ruolo fondamentale nel capitalismo, perché è quello che incide sui salari, cioè sul prezzo della forza-lavoro. L’innalzamento del livello di vita della classe operaia fa parte dello sviluppo di questo settore di imprese. Da ciò deriva che determinate conclusioni dei sottoconsumisti sul pauperismo siano prive di fondamento, ma nello stesso tempo, ciò non significa che non via sia pauperismo, cioè che le condizioni di vita della classe operaia non peggiorino con lo sviluppo del capitalismo.

 

Le previsioni di Marx sulla proletarizzazione e l’impoverimento crescente della classe operaia si sono rilevate esatte poiché rispondono alle leggi inesorabili del capitalismo. In una ricerca dell’IRES CGIL del 2004 (Salari, inflazione e produttività in Italia e in Europa, settembre 2004) quantifica la riduzione del potere di acquisto complessivo in tre anni (2002-2004) in € 1.380 sulla base dell’inflazione prevista nel 2004 del 2,8%. Dalle tasche dei lavoratori mancano pertanto 21-22 miliardi di €. Una conseguenza dell’impoverimento è l’aumento dell’acquisto a credito: il risparmio delle famiglie si è dimezzato in 30 anni, passando dal 18% all’8% e contemporaneamente aumenta l’indebitamento, con la crescita degli acquisti a credito che nel 2004 sono aumentati del 14% raggiungendo il 3,9% del P.I.L.

 

Se si calcola i disoccupati in diversi paesi, secondo dati ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), presi dal sito http://laborsta.ilo.org (che hanno il limite di essere basate su dati ufficiali e quindi largamente non descrittivi della realtà di ciascun paese esaminato), il divario tra il 1970 e il 2003 risulta: in Italia nel 1970 erano 1.111.000 disoccupati, nel 2003 passano a 2.06.000; in Francia nel 1970 erano 510.000 disoccupati, nel 2003 passano a 2.640.000; in Giappone nel 2003 erano 590.000 disoccupati, nel 2003 passano a 3.500.000; negli U.S.A. nel 1970 erano 4.093.000 disoccupati, che passavano a 8.774.000.

 

Però, non si può spiegare la crisi di sovrapproduzione in atto in base al pauperismo crescente, poiché esso dà impulso alla crescita dell’accumulazione capitalista, che si troverebbe in difficoltà se sparissero i bassi salari e l’esercito industriale di riserva: La misura di questa produzione in eccesso è data dal capitale stesso, dal livello esistente delle condizioni di produzione e dallo smisurato istinto di arricchimento e di capitalizzazione dei capitalisti; non è data in alcun modo dal consumo, che è di per sé limitato, che è di per sé limitato, poiché la maggioranza della popolazione, formata dalla popolazione operaia, può aumentare i suoi consumi solo entro limiti molto ristretti (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II).

 

LA LOTTA CONTRO IL REVISIONISMO DA PARTE DI ROSA LUXEMBURG.

 

La Luxemburg[29] si oppose ai revisionisti, partendo da una concezione sottoconsumista. Questo dimostra quanto le teorie sottoconsumiste erano molto radicate nel movimento operaio e socialista. Certo non si può inquadrare la Luxemburg tra i riformisti (che ha sempre combattuto), ma non riuscì a porre le basi di una teoria rivoluzionaria che riuscisse a depurare Marx dai romantici e dagli utopisti.

 

Nella sua opera Riformismo o rivoluzione, scritta nel 1899, la Luxemburg si oppone ai revisionisti eredi di Kant, Proudhon e di Lassalle, mentre è d’accordo con la legge del crollo, poiché, secondo lei, il collasso inevitabile del capitalismo è la pietra miliare del socialismo scientifico, che poco a poco dovrà imporsi su tutti gli errori utopisti e piccolo-borghesi che l’hanno preceduto. Ritiene, inoltre che la legge del crollo inevitabile del capitalismo faccia parte della tradizione teorica della socialdemocrazia tedesca e che, separandosi da essa, Bernstein l’abbia tradita. La socialdemocrazia aveva sempre pensato che si sarebbe arrivati al socialismo con una crisi generale e catastrofica, a causa della quale il capitalismo si sarebbe estinto da solo, vittima delle sue stesse contraddizioni.

 

La Luxemburg cerca di dimostrare l’incapacità del capitalismo di sopravvivere come modo di produzione ma prese in considerazione delle contraddizioni secondarie che non hanno questa potenzialità. Mette sullo stesso piano la contraddizione tra la socializzazione delle forze produttive e la privatizzazione dell’appropriazione e la contraddizione tra produzione e consumo. Critica Bernstein perché sostiene la possibilità da parte del capitalismo di superare le proprie crisi, quando, secondo lei, l’eliminazione delle crisi presuppone il superamento della contraddizione tra produzione e scambio. Questa sua posizione, è identica à quella di Kautsky: il capitalismo sparirà in conseguenza della crisi di sottoconsumo. Come Kautsky, trasferisce la contraddizione nell’ambito della circolazione. Secondo lei non ci sarebbe crisi se la produzione coincidesse con il mercato, se questo avesse una capacità di espansione illimitata. Sostituisce la contraddizione produzione-valorizzazione con quella produzione-mercato.

 

La sua opera posteriore L’accumulazione del capitale (1913), suscitò una viva e violenta polemica reazione da parte dei dirigenti della socialdemocrazia tedesca.

 

L’irritazione da parte dei dirigenti della socialdemocrazia tedesca era causata dall’avvicinarsi della guerra imperialista, e la legge del crollo poteva avere interpretazioni troppo pericolose, per un partito, dove da tempo vigeva la separazione tra una teoria “ortodossa” del marxismo e una pratica riformista, pronto a sostenere il proprio imperialismo come alla fine accade nel 1914. In L’accumulazione del capitale, la Luxemburg amplifica le tesi di Riformismo e rivoluzione: per lei il consumo determina la produzione; poiché i capitalisti non consumano tutto il plusvalore, quest’accumulazione genera sottoconsumo che non trova sbocchi perché manca di domanda solvibile; questo sottoconsumo si può solo compensare con le vendite sul mercato estero, in aree che vivono al margine del capitalismo; pertanto il capitalismo è un sistema economico che può funzionare soltanto se coesiste con regioni precapitaliste, perché la sua produzione non trova acquirenti né tra gli operai né tra i capitalisti (poiché questi consumano solo la parte di plusvalore che non accumulano); una volta che il capitalismo si sarà esteso tanto da non disporre più regioni vergini in condizioni precapitaliste e non ci sono soggetti terzi (le altre classi sociali che stanno tra capitalisti e classe operaia) che completino la domanda, avverrà il crollo. La causa del crollo, pertanto, è la mancanza di domanda, la limitatezza dei mercati.

 

Per lei la coesistenza tra modo di produzione capitalista e quelli precapitalistici non avviene necessariamente fuori dalle frontiere, perché è possibile anche l’espansione interna quando esistono regioni non ancora raggiunte dal capitalismo. Il problema sorge, poiché questi mercati precapitalisti (sia, interni che esterni) si esauriscono, il capitalismo crolla inesorabilmente. In realtà ciò che dimostra la Luxemburg, è l’impossibilità del capitalismo a svilupparsi all’infinito non il suo crollo.

 

La Luxemburg parte dalla domanda, dal consumo e colloca i problemi economici nella fase della realizzazione. Basterebbe un’espansione della domanda e del mercato perché si possa procedere con l’accumulazione. Pertanto la Luxemburg, paradossalmente, criticando il revisionismo, in realtà prende posizione, alla fine, per una delle due correnti teoriche del revisionismo: quella di Kautsky (in opposizione alle tesi di Hilferding e di T. Baranovski che difendevano la legge di Say).

 

Queste tesi della Luxemburg, avevano origine dal fatto che essa partiva dagli schemi di riproduzione capitalista del Libro II° de Il Capitale e di prenderli per un modello di funzionamento del capitalismo. Ma questi schemi partono dall’ipotesi che non esiste il mercato estero e pertanto non si può pretendere di dimostrare, a partire da essi, che il mercato estero è indispensabile. D’altro canto, nei suddetti schemi Marx ipotizza anche che le merci si scambino in base al loro valore e che quindi non esistano trasferimenti occulti mediante i prezzi di produzione (caratteristica tipica del commercio internazionale).

 

D’altronde la Luxemburg riafferma che il capitalismo è un sistema mosso dalla logica del profitto e non della mera produzione di merci, difende la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e del crollo del capitalismo, che si arriverà, secondo la Luxemburg, per due vie: sia per l’espansione capitalista che comprime sempre di più i settori non capitalisti e, di conseguenza, impedisce l’accumulazione, sia perché, senza attendere quel momento, il proletariato si solleverà e la farà finita con il capitalismo.

Un importante contributo della Luxemburg sta nell’analisi delle differenze fra le crisi iniziali del capitalismo, che li giudica come un frutto della sua crescita infantile, e le crisi di decadenza (che non erano ancora sopraggiunte ma che ci si doveva aspettare). Le prime derivano dalla fase di espansione del capitalismo, mentre quelle future saranno crisi d’invecchiamento e di putrefazione. Questo apporto, che in seguito Lenin svilupperà, è esposto per la prima volta dalla Luxemburg, che, però, collega sempre al mercato: l’espansione è espansione del mercato e non della produzione, i limiti sono del mercato e non della produzione stessa, il capitalismo non è in grado di espandersi illimitatamente proprio per questi limiti del mercato, le crisi appaiono come crisi commerciali, sino ad arrivare ad affermare, che sotto il capitalismo, lo scambio domina la produzione. La Luxemburg critica Bernstein e la sua teoria della “ingiusta distribuzione” della ricchezza, ma la sostituisce con un’altra equivalente, non conclude che è il sistema di produzione che condiziona il mercato.

 

Il successo delle teorie sottoconsumiste posteriori, specialmente negli ambiti accademici anglosassoni, si fonda precisamente sul fatto che la Luxemburg le era rifornite di un involucro rivoluzionario; altrimenti, sarebbero rimaste rinchiuse nell’ambito della socialdemocrazia e del sindacalismo riformista, poiché il loro ruolo consisteva nel dimostrare la necessità di aumentare i salari reali dei lavoratori per stimolare la domanda e uscire dalla crisi. L’opera della Luxemburg, ebbe un’influenza sui suoi posteri perché, dal 1907 al 1914 insegnò economia politica alla scuola di partito di Berlino, influenzando una gran quantità di intellettuali europei. Le sue opere contribuirono alla diffusione dell’ideologia del sottoconsumismo, tra certi settori intellettuali della “nuova sinistra” negli anni sessanta/settanta.

 

LE POSIZIONI DI BUCHARIN.

 

Bucharin[30] per un certo periodo fu considerato l’economista ufficiale del Partito e i suoi scritti ebbero una certa risonanza grazie ai suoi interventi nei dibattiti nell’Internazionale Comunista. Le sue opere più famose sono: L’economia mondiale e l’imperialismo scritto nel 1914 e L’imperialismo e l’accumulazione del capitale scritto nel 1925 per confutare le tesi della Luxemburg.

 

Bucharin sostiene anche lui tesi sottoconsumiste e la sua critica alla Luxemburg si basa sul fatto che la produzione ha come destinatario finale il consumo, che tra i due momenti c’è una connessione oggettiva, che c’è tra loro una mutua dipendenza, che il volume della produzione è determinato dal livello della domanda. La contraddizione tra il valore d’uso e il valore di scambio della merce appare nella contraddizione tra produzione di plusvalore, che tende ad un’espansione senza limiti, e il limitato potere d’acquisto delle masse che realizzano il valore della loro forza-lavoro. Questa contraddizione trova la sua soluzione nelle crisi. Il potere di acquisto del proletariato tende a diminuire sempre di più a causa di una distribuzione della ricchezza che tende a ridurre i salari al livello al minimo vitale, Bucharin così aderisce alla legge bronzea dei salari di Lassale. In una sua nota opera di divulgazione, Bucharin scrive: “Cosa sono le crisi? Ecco come si sviluppa il loro processo. Un bel giorno risulta che si sono prodotte alcune merci in quantità eccessiva. I prezzi si abbassano e, ciò nonostante, non si trova chi le compri. Tutti i magazzini sono stracolmi. Una gran quantità di operai sono ridotti a tali condizioni di miseria che non riescono a comprare nemmeno quel poco che consumavano in altri tempi. Allora cominciano le catastrofi” (Bucharin, L’ABC del comunismo, 1919).

 

Il suo pensiero è contraddittorio: da una parte è un sottoconsumista, ma quanto al resto egli segue fedelmente le tesi Hilferding.

 

Egli sostiene, che i movimenti migratori internazionali abbiano la loro origine nelle differenze tra i livelli di salario esistenti nei diversi paesi, differenze che essi devono livellare, proprio come si livella il saggio di profitto per mezzo del commercio internazionale.

 

Seguendo Hilferding alla lettera, egli ritiene che sia la differenza tra i saggi di profitto (e, pertanto, la differenza nella composizione organica del capitale) che provoca l’esportazione dei capitali. Pertanto, concepisce, la sovrapproduzione di capitali non in senso assoluto, ma in senso relativo: in un dato paese il capitale risulta eccedente ed esportabile solo in rapporto all’utile che può ottenere in paragone a quello che otterrebbe in un altro paese. Questo principio lo eleva nientemeno a categoria di legge generale del modo di produzione capitalista.

 

Bucharin esagera il potere delle banche, secondo lui, il capitale bancario prevale progressivamente su quello industriale, operando come organizzatore dell’attività industriale, cosicché non si può creare nessun monopolio senza l’intervento delle banche. Questa influenza delle banche contribuisce a superare il caos del mercato concorrenziale e tende a creare un gigantesco monopolio onnicomprensivo, quel superimperialismo di cui parlava Kautsky: Le diverse sfere del processo di concentrazione e di organizzazione si stimolano a vicenda e determinano una forte tendenza alla trasformazione di tutta l’economia nazionale in una gigantesca impresa concertata sotto l’egida dei magnati della finanza e dello Stato capitalista, alla trasformazione di un’economia che monopolizza il mercato mondiale e che arriva ad essere la condizione necessaria della produzione organizzata nella sua forma superiore non più capitalista (Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo) Nel VI° Congresso dell’Internazionale Comunista (1928) Bucharin prese espressamente le difese di Hilferding per sostenere questa tesi, che contraddiceva quanto sosteneva Marx: “Quando la produzione capitalista si sviluppa pienamente e diventa il modo di produzione fondamentale, il capitale usuraio si sottomette al capitale industriale e il capitale commerciale diventa un modo di essere del capitale industriale, una forma derivata dal suo processo di circolazione. Ma proprio per questo, entrambi devono arrendersi e assoggettarsi preventivamente al capitale industriale (K. Marx, Teorie sul Plusvalore, tomo II° ). Neppure Lenin parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario bensì della fusione di queste due forme di capitale, che egli denominò capitale finanziario.

 

Per Marx è la banca che s’indebolisce se perde i suoi legami con l’industria e il commercio. Il capitale può funzionare solo simultaneamente come capitale produttivo, capitale-merci e capitale-denaro, senza che nessuna di queste due forme possa assorbire le altre. Ma in questa formula trinitaria è il capitale produttivo che svolge il ruolo più importante poiché che può funzionare autonomamente, mentre gli altri costituiscono ciò che Marx chiamava “capitale inattivo”. Questi capitali inattivi (e in particolare il capitale-denaro e il capitale-bancario) non possono “allontanarsi” dal capitale produttivo né operare nel vuoto, ma devono avvicinarsi ad esso, fondersi con esso. Il movimento D – D’non è che una formula abbreviata, feticista del movimento D-M-D’, che concentra in un solo atto il processo di produzione e quello di circolazione.

 

Certi equivoci, nascono dal fatto che per “finanza” si intende fondamentalmente speculazione borsistica. La definizione di Lenin è più lungimirante: infatti, se si approfondisce l’analisi dei bilanci delle grandi imprese che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scopre che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Facciamo degli esempi. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT; è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e dal denaro in prestito dalle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensione degli USA, per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse tendono a fondersi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale.

 

Seguendo la linea di Hilferding, Bucharin sostiene che dalla fine del secolo XIX° il capitalismo sperimentò un chiaro processo di crescente organizzazione che modificò seriamente il libero gioco delle forze della concorrenza. Secondo, Bucharin, il processo di concentrazione e di crescente monopolizzazione è lineare; il volume e la dimensione delle imprese cresce sempre fino ad arrivare ad un unico consorzio identificato con lo Stato, che come conseguenza sposta la concorrenza quasi completamente nell’ambito della concorrenza internazionale. In questo contesto operano due tendenze: la prima, l’internazionalizzazione, che porta verso un’organizzazione capitalista mondiale; la seconda, nazionalista, che obbliga a chiudere le frontiere. La concorrenza capitalista ormai esiste solo a livello internazionale, dove si manifesta come una lotta dei gruppi nazionali tra di loro.

Bucharin è decisamente contrario alla legge del crollo del capitalismo, poiché ritiene che il futuro del capitalismo sia determinato dal rapporto tra le forze sociali in lotta. Alla fine Bucharin prende solamente in considerazione il fattore soggettivo, per cui la rivoluzione torna a trasformarsi in un imperativo categorico kantiano, in sostanza, diventa alla fine un problema di ordine esclusivamente morale.

 

Queste critiche alle concezioni economiche della Luxemburg e di Bucharin, nulla tolgono del loro ruolo importante nel movimento comunista internazionale. Le battaglie contro il revisionismo della Luxemburg rimangono delle pietre miliari nella storia del movimento operaio, come per Bucharin il suo ruolo di dirigente bolscevico e dell’Internazionale Comunista. Queste critiche devono servire a capire i limiti del movimento comunista.

 

LA  LOTTA CONTRO IL REVISIONISMO DI LENIN

 

Lenin impostò la battaglia contro le concezioni dei revisionisti sul terreno politico, ideologico, e organizzativo. Quest’opera di Lenin è ben conosciuta ed è stata divulgata in tutto il movimento comunista internazionale.

 

Le prime opere economiche di Lenin erano contro i populisti,[31] T. Baranovski, Bulgakov[32] e Struve,[33] gli ultimi due erano della corrente dei “marxisti legali”, un’anticipazione russa di quello che sarebbe stato in seguito il revisionismo nella socialdemocrazia tedesca.

 

Il suo primo scritto Nuovi spostamenti economici nella vita contadina, terminato nel 1893 ma pubblicato solo nel 1923, fu proprio contro i populisti, poiché si occupava dell’obscina, la tradizionale comunità rurale russa che populisti la vedevano come la cellula della futura società; Lenin osserva che in essa si producono differenze di classe, poiché una piccola minoranza riesce ad accumulare una maggiore quantità di terra, mentre la maggioranza dei contadini s’impoverisce; questi ultimi, costretti al lavoro salariato acquisiscono in compenso mezzi a loro prima sconosciuti, favorendo così la disgregazione dell’economia naturale e il sorgere di un’economia di mercato, favorendo così lo sviluppo del capitalismo.

 

Nel 1894 scrisse il breve saggio Che cosa sono “Gli amici del popolo” e come lottano contro in socialdemocratici, dove affermava la superiorità scientifica del marxismo e rimproverando i populisti di soggettivismo sociologico: “Le condizioni storiche che avevano dato ai nostri soggettivisti il materiale per la loro teoria consistevano e consistono tuttora in rapporti antagonistici e hanno generato l’espropriazione del produttore (in pratica la trasformazione del piccolo contadino e dell’artigiano in lavoratore salariato). Non riuscendo a capire questi rapporti antagonistici, non riuscendo a trovare in loro elementi sociali che possano riscuotere l’adesione degli individui isolati, i soggettivisti si sono limitati a costruire teorie che consolino questi individui isolati, affermando che in realtà la storia è stata fatta da loro” (Lenin, Chi sono “Gli amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici). I populisti non si rendevano conto delle trasformazioni che erano avvenute nella realtà della Russia, né colsero così le contraddizioni dello sviluppo della società russa, né le contraddizioni dello stesso capitalismo.

 

Indubbiamente, nella lotta contro l’economicismo, l’opera più famosa è stata il saggio Che Fare? composto tra il maggio 1901 e il febbraio 1902, riprendeva il titolo di un noto romanzo dello scrittore russo N. C. Cernysevskij,[34] che aveva affascinato più di una generazione di rivoluzionari russi.

 

L'”economismo” era una corrente della socialdemocrazia russa. La sua essenza politica si riassumeva nel programma: “Agli operai la lotta economica, ai liberali la lotta politica”. La sua principale base teorica era il cosiddetto “marxismo legale” o “struvismo”, il quale “ammetteva” un “marxismo” completamente epurato da qualsiasi rivoluzionarismo e adattato alle esigenze della borghesia liberale. Riferendosi alla scarsa evoluzione delle masse operaie in Russia, e desiderando “andare con la massa”, gli “economisti” limitavano i compiti e lo slancio del movimento operaio alla lotta economica e all’appoggio politico al liberalismo, non ponendosi nessun compito politico indipendente e nessun compito rivoluzionario.

 

Quando nella socialdemocrazia tedesca sembrava in apparenza essere battuto il revisionismo, Lenin non insisté sulle questioni economiche perché nel 1903, nel corso del II° Congresso del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo) tenuto prima a Bruxelles e poi a Londra, sopraggiunse la scissione nel Partito che si divise tra bolscevichi (maggioritari) e menscevichi (minoritari). Da quel momento Lenin dovette trasferire il dibattito sul terreno politico, strategico e ideologico e solo molto superficialmente entrò nelle questioni economiche. Basta leggere La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (1918) o Stato e rivoluzione (1917) per rendersi conto di quali erano le questioni più importanti che allora Lenin dovette affrontare nella sua lotta contro il revisionismo.

 

Le posizioni di Lenin, in seguito, furono travisate, dal revisionismo del movimento comunista internazionale. Umberto Cerroni,[35] un’intellettuale del P.C.I. arriva a dire nel suo libro La teoria della crisi sociale in Marx, falsificare il pensiero di Marx, Lenin, Kautsky e della Luxemburg. Secondo Cerroni la teoria del crollo fu respinta da Kautsky, dalla Luxemburg e da Lenin. Tutti i suoi sforzi sono diretti a dimostrare che Lenin si oppose tanto all’idea di un collasso quanto all’idea della sovrapproduzione, e quindi intendeva il processo rivoluzionario come un fenomeno esclusivamente soggettivo. Il capitalismo sarebbe stato abbattuto dalla crescente coscienza e organizzazione del proletariato. Secondo Cerroni, la crisi economica è solo uno dei tanti aspetti della crisi sociale, sulla quale incidono fattori giuridici, politici e morali, poiché Marx non aveva una concezione meccanicistica della crisi capitalista.

 

Lenin difese apertamente le idee economiche di Marx, sosteneva che capitalismo marcia verso la bancarotta, intesa sia nel senso di una serie di crisi politiche ed economiche isolate che in quello del crollo definitivo di tutto il regime capitalista. Non si tratta soltanto di difficoltà di realizzazione, di squilibri o di contrazione dei mercati, ma dell’incapacità del capitalismo di sopravvivere come sistema economico di produzione e di valorizzazione, poiché l’accumulazione incontra un limite che, una volta raggiunto, impedisce la riproduzione del sistema. I populisti russi negavano che il capitalismo potesse svilupparsi in Russia, ma Lenin seppe chiarire che la situazione in Germania e in Russia, era diversa: il primo era un paese maturo, dove il capitalismo aveva sviluppato le sue forze produttive ed era sul punto di entrare nella fase imperialista, mentre in Russia la sua penetrazione era ancora molto debole. Per questo la situazione in Germania doveva essere analizzata soprattutto in base al Libro III° de Il Capitale (Il processo complessivo della produzione capitalistica), mentre per lo studio della situazione economica della Russia si dovevano adottare gli schemi di riproduzione del Libro II° (Il processo di circolazione del capitale). Nel primo caso bisognava parlare della crisi del capitalismo e nel secondo caso del suo sviluppo. Questo è significato del Libro II°: dimostrare la circolazione del capitale e la possibilità di realizzazione all’interno di un paese, illustrare il passaggio dall’economia naturale all’economia mercantile (In polemica con la Luxemburg, questi schemi comprendono tutto l’insieme economico, quindi anche le “colonie precapitalistiche”, del resto il commercio internazionale non è che… commercio. Lenin, a memoria, si riferisce alla riproduzione allargata).

 

Gli schemi del Libro II° si basano sull’idea di equilibrio e, pertanto, hanno una portata assai limitata: bisogna metterli in relazione con l’analisi marxista delle tendenze del capitale nel suo insieme e, specialmente, con la tendenza decrescente del saggio di profitto, di cui si parla nel Libro III°. Le due ipotesi più importanti consistono nel fatto che, a questo livello di analisi, Marx continua a ipotizzare che, il sistema economico sia chiuso al commercio internazionale e che le merci si vendano in base al loro valore, che quindi i saggi di profitto dei due settori non si siano ancora eguagliati e non vi siano trasferimenti di valore da un settore all’altro e inoltre che circoli solo moneta metallica.

 

Si può dire che mentre nel Libro II° si parla dell’equilibrio a breve termine, nel Libro III° si parla delle tendenze, degli squilibri a lungo termine e soprattutto, della caduta del saggio di profitto. Se non si tiene conto di questo, gli schemi di riproduzione del Libro II° non servono nel modo più assoluto a capire i meccanismi di accumulazione e di riproduzione.

 

Quanto alla sovrapproduzione; Lenin criticò le concezioni di Sismondi al riguardo, poiché il sottoconsumo è esistito sotto i regimi economici più diversi, mentre le crisi costituiscono il tratto distintivo del capitalismo. Non sottrae la diagnosi delle crisi dall’ambito della produzione, le situa nella contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione,[36] tra il carattere socializzato delle forze produttive e quello privato dei rapporti di produzione.[37] Non nega l’importanza del sottoconsumo, della contraddizione tra produzione e consumo, ma non lo mette sullo stesso piano della contraddizione delle forze produttive e i rapporti di produzione: la prima è una contraddizione secondaria rispetto alla seconda.

 

Uno delle critiche di Lenin a Sismondi, ai populisti ed a tutti i sottoconsumisti consisteva nel dire che essi prendevano in considerazione soltanto il consumo improduttivo, il consumo personale, mentre anche il mercato dei mezzi di produzione è consumo (consumo produttivo) ed entra a far parte della sfera della circolazione. Questa concezione partiva dal fatto che Sismondi non corresse l’impostazione di Smith che suddivideva la produzione unicamente tra capitale variabile e plusvalore, senza tener conto del capitale costante. Da ciò derivava la concezione secondo la quale il capitalismo è un meccanismo economico rivolto al consumo, è da ciò, derivano tutte le teorie del sottoconsumo. Invece è proprio questo mercato del capitale costante, dei mezzi di produzione che con lo sviluppo del capitalismo va acquistando un’importanza sempre maggiore, rispetto al consumo improduttivo. Di modo che una parte della piccola borghesia rurale va in rovina e si scinde in borghesia rurale e proletariato rurale, questo fenomeno di proletarizzazione contribuisce, per un verso, a liberare mano d’opera per l’industria e, per l’altro, a promuovere il mercato dei mezzi di produzione. Uno degli aspetti dell’accumulazione originaria del capitale consiste proprio in un’espropriazione della piccola proprietà rurale e in una concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione, che si converte in capitale, tutto ciò non riduce il mercato interno, anzi lo crea.

 

Lenin analizza la contraddizione tra la produzione e il mercato dal punto di vista cruciale dell’accumulazione e di come questi comporti una crescita dei bisogni di tutta la produzione, compreso il proletariato. Pertanto l’accumulazione deve incrementare il settore produttivo destinato a fabbricare beni di consumo; una parte della produzione non può che destinarsi all’incremento del capitale variabile. Questa è la chiave per analizzare il problema della pauperazione della classe operaia: il settore destinato alla produzione di mezzi di produzione cresce più rapidamente di quello destinato alla produzione di beni di consumo, ma ciò non significa che quest’ultimo non cresca in assoluto.

 

Un altro dei postulati defenestrati da Lenin è quello che ritiene necessaria la presenza di terzi e del mercato internazionale per garantire l’esistenza del capitalismo. Esigenza, questa sostenuta sia dai populisti in Russia che dalla Luxemburg in Germania.

 

Nel 1910 Hilferding pubblica Il capitale finanziario in cui mette in relazione i monopoli con la possibilità di disciplinare il capitalismo ed evitare le crisi, scartando radicalmente qualsiasi possibilità di collasso del sistema. Lenin criticò queste concezioni: L’affermazione riformista borghese che il capitalismo monopolista di Stato non è più capitalismo, che può già chiamarsi “socialismo di stato”, ed altre cose del genere, è fra tutti l’errore più diffuso. Naturalmente, i trust non programmano, non hanno programmato finora né possono programmare una pianificazione completa. Ma in quanto sono loro che tracciano i loro piani, in quanto sono i magnati del capitale che calcolano in anticipano il volume della produzione su scala nazionale o anche internazionale, in quanto sono loro che regolano la produzione in modo pianificato, seguitiamo ad essere, nonostante tutto, nel capitalismo. Certo in una sua fase particolare, ma indubbiamente nel capitalismo. La prossimità di un simile capitalismo al socialismo deve rappresentare per i veri rappresentanti del proletariato, un argomento a favore della vicinanza, della probabilità, della possibilità e dell’urgenza della rivoluzione socialista; ma in nessun modo deve essere un argomento che giustifichi la tolleranza verso coloro che negano questa rivoluzione e verso coloro che abbelliscono il capitalismo, come fanno tutti i riformisti(Lenin, Stato e rivoluzione). In un’altra sua opera annotta: “Allo stesso tempo, i monopoli, che derivano dalla libera concorrenza, non la eliminano, in quanto esistono al di sopra di essa e al pari di essa, generando così contraddizioni, attriti e conflitti particolarmente aspri ed acuti (…) . Il monopolio non può mai eliminare la concorrenza dal mercato mondiale in modo completo e per un periodo di tempo abbastanza lungo” (Lenin, L’imperialismo).

 

Lenin dice chiaramente che l’imperialismo tende ad aumentare tutte le contraddizioni, che esse portano il capitalismo alla sua crisi generale. E questa tendenza al collasso è l’unica che permette di spiegare questa crescente acutizzazione di tute le contraddizioni sotto il regime dei monopoli, così come il fermento delle condizioni soggettive della rivoluzione. Il materialismo insegna che le condizioni soggettive non spuntano dal nulla ma corrispondono a una situazione oggettiva, di modo che risulterebbe impossibile una loro crescita se il capitalismo potesse svilupparsi indefinitamente e le sue contraddizioni si attenuassero con il trascorrere del tempo, come pretendevano i revisionisti. La crisi generale del capitalismo significa precisamente che la bancarotta del sistema economico si estende al sistema politico, giuridico, ideologico e istituzionale: che non vi è nessuna sfera che si salva dalla degenerazione capitalista. Cercare di frenare questa crisi generale diventa sempre più difficile perché, quantitativamente e qualitativamente, gli antagonismi diventano sempre più grandi. Anche ciò dipende che l’imperialismo sia un sistema di corruzione di una parte dei lavoratori, di creazione di un’aristocrazia operaia complice delle manovre dei capitalisti. Con le crescenti difficoltà del capitale, i capitalisti necessitano di ausiliari fedeli dentro le file operaie: riformisti, sindacati gialli ecc. L’esistenza di questo settore traditore e corrotto tra i lavoratori non è tanto un sintomo di debolezza o di mancanza di coscienza del movimento operaio ma un chiaro sintomo di crisi del capitalismo nel suo insieme, che è costretto a cercare alleati nelle classi antagoniste rispetto al sistema.

 

Lenin non pensava il dominio borghese nella fase imperialista possa democratizzarsi, ma proprio il contrario: “la svolta dalla democrazia alla reazione politica rappresenta la sovrastruttura politica della nuova economia, del capitalismo monopolista (l’imperialismo è capitalismo monopolista). La democrazia corrisponde alla libera concorrenza. La reazione corrisponde al monopolio (…). L’imperialismo è in contraddizione, in contraddizione logica con tutta la democrazia politica in generale (…). La sostituzione della libera concorrenza con i monopoli ostacola ancora di più la realizzazione di qualunque libertà politica” (Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’economicismo imperialistico, 1916).

 

EUGEN VARGA.

 

Eugen Varga[38] fu l’economista e il ministro delle finanze del governo rivoluzionario ungherese del 1919, dopo la cui sconfitta dovette emigrare a Mosca, dove rimase per il resto della sua vita. Svolse anche un ruolo di spicco nei Congressi dell’Internazionale Comunista.

 

Caratteristica degli scritti di Varga (che sarà di tutti gli economisti sovietici) era quella di ripetere determinate citazioni tratte dagli scritti di Marx e di Lenin, per dimostrare un attaccamento formale a quei testi. Le opere di Varga e i Manuali sovietici si limiteranno a svolgere un lavoro puramente descrittivo sui fenomeni del capitalismo contemporaneo. Quasi a voler dire che nell’Economia Politica, tutto era già stato scritto e non restava altro da fare che attualizzare statisticamente gli studi di Marx e di Lenin. In sostanza si trattava di un comodo “aggiornamento” dei vecchi testi con i nuovi dati.

Tuttavia a differenza degli economisti sovietici, Varga conservava ancora alcuni stralci della teoria del crollo e scriveva: “La dottrina di Marx relativa alle crisi è indissolubilmente legata alla sua analisi del carattere storicamente temporaneo del capitalismo e del suo inevitabile crollo rivoluzionario per effetto della lotta del proletariato (…). Chi rinnega la teoria del crollo, deve necessariamente ripudiare o falsificare in maniera opportunistica la sua teoria della crisi” (Varga, La crise èconomique, sociale, politique, Bureau d’Editions, 1935, Paris).

Del resto Varga e i sovietici riprendono anche loro la teoria del sottoconsumo. Varga distingue la produzione (che chiama potere d’acquisto della società) dal potere di consumo (i salari operai più il plusvalore dei capitalisti che non è destinato all’accumulazione) e ritiene che l’abisso tra queste due quantità aumenti progressivamente; la contraddizione tra una produzione socializzata e un’appropriazione privatizzata si manifesta in questa divergenza crescente tra l’espansione della produzione di merci e la limitatezza del consumo. E il monopolismo aggrava il problema del sottoconsumo poiché riduce la capacità di consumo dei mercati.

I Manuali d’Economia dei sovietici hanno ripetuto fino alla nausea quest’idea delle difficoltà di realizzazione e di vendita delle merci. Rumiantsev ad esempio dice: “Le crisi di sovrapproduzione di distinguono per un considerevole aggravarsi delle difficoltà di vendita del prodotto” (Rumiantsev, Economia Politica Capitalismo, Manuale, Mosca 1980).

Attraverso questi Manuali “marxisti” d’economia il sottoconsumo è attecchito come la mala erba, alla fine, la conseguenza è stata che non vi è partito che si definisce “comunista” che non proponga, come ricetta, l’aumento dei salari e il sostegno della domanda per uscire dalla crisi economica e che non cessi di denunciare l’eclatante contrasto tra questo sottoconsumismo e lo “sperpero economico” che il capitalismo scatena. Ciò nonostante, la realtà segue un’altra rotta e non vi è crisi che non abbia come conseguenza una forte caduta dei salari e della domanda di beni di consumo come via d’uscita (la retorica dei sacrifici). I sottoconsumisti inoltre continuano a non spiegare la sovrapproduzione di capitale-denaro cioè del profitto già realizzato.

Varga, annota particolari interessanti, che però non sviluppa. Così, per esempio, egli individua correttamente la natura dei cicli economici che non mette in relazione con il sottoconsumo ma con l’accumulazione, che considera un processo dialettico. Così, nella sua opera, si determina una dualità irresolubile: la crisi pare che non abbia legami con il ciclo economico; sembra che entrambi camminino in parallelo la prima legata al sottoconsumo e il secondo legato all’accumulazione.

 

Le teorie vecchie e nuove del sottoconsumo non possono fornire alcun contributo all’analisi della crisi del capitalismo. La sovrapproduzione non è la causa della crisi ma la sua conseguenza, non è una sovrapproduzione che riguarda i beni di consumo ma una sovrapproduzione di capitale. La sua causa sta nell’insufficiente valorizzazione del capitale.[39] L’analisi degli economisti sovietici è confusa ed è ambigua, Rumiantsev diceva che l’essenza della crisi “sta nel fatto che la quantità di merci prodotte nella società risulta superiore alla domanda solvibile e non trova sbocchi. Di conseguenza, una certa parte della produzione cede il passo un periodo di recessione. Questa eccedenza di merci prodotte rispetto alla domanda evidenzia, nella società, la sovrapproduzione di capitale, l’eccessiva espansione della produzione, dovuta alla sete di guadagno, in rapporto al volume della domanda solvibile possibile nelle condizioni date in ciascun caso concreto”  (Economia, Politica, Capitalismo, Mosca, 1980).

Gli economisti sovietici ammettevano soltanto la sovrapproduzione relativa e non alludono alla sovrapproduzione assoluta. Varga fa dire a Marx che accumulazione significa una sovrapproduzione relativa continua mentre gli economisti sovietici dicevano che fu Lenin a sottolineare la relatività della sovrapproduzione dei capitali. Gli economisti sovietici scaricavano tutti i mali del capitalismo sui monopoli, attribuivano a loro la responsabilità della sovrapproduzione, ma ciò non è vero perché la sovrapproduzione si manifestava anche nella fase premonopolista del capitalismo.   Gli economisti del Partito Comunista Francese adottarono una posizione intermedia[40] riconoscono i due tipi di sovrapproduzione, quella assoluta e quella relativa. Definiscono sovrapproduzione assoluta quella in cui il capitale aggiuntivo non aggiunge alcun utile a quello già esistente, mentre definiscono sovrapproduzione relativa quella in cui il capitale aggiuntivo non riesce ad ottenere il saggio medio di profitto. Gli economisti del Partito Comunista Francese prendevano in considerazione due fattori: il primo era l’intervento dello Stato nell’economia e il funzionamento delle imprese pubbliche, la maggior parte operava (prima delle privatizzazioni) in perdita o con utili al di sotto del saggio medio di profitto e il secondo è l’esistenza di determinate piccole attività di tipo familiare che operano al di sotto dei margini di profitto correnti e che rappresentano sacche di disoccupazione occulta. Tuttavia quest’impostazione è di tipo statico e considera il saggio di profitto come qualcosa di fisso e non in continuo movimento. Una considerazione dinamica spiegherebbe come mai una stessa impresa in un determinato momento ottenga utili al di sopra del saggio medio di profitto e, in seguito al di sotto di esso, senza che nessuna delle due situazioni cambi sostanzialmente la sua condizione, poiché essa continuerebbe a funzionare mentre il capitale accumulato continuerebbe a produrre utili. A volte la sovrapproduzione di manifesta in presenza di un saggio di profitto al di sopra del saggio generale e, altre volte, quando il saggio individuale di profitto sta al di sotto di quello generale. La sovrapproduzione relativa non riesce a spiegarci com’è possibile che si determini esportazione di capitali tra paesi con saggi di profitto similari. “Ciò che interessa al capitalista non è tanto un numero astratto, il mero indice, il saggio generale, bensì la massa totale dell’utile in rapporto al capitale accumulato: per Marx il flusso del capitale ovvero la sua accumulazione “si sviluppano in proporzione all’ammontare che esso ha già raggiunto e non in proporzione al livello del saggio di profitto (Marx, Il Capitale, Libro III°, Capitolo 15).

 

LA SOVRAPRODUZIONE ASSOLUTA DI CAPITALE: HENRYK GROSSMAN

 

Fu l’economista polacco Henry Grossman[41] che, basandosi sugli studi di Marx, dopo la morte di Lenin formò il contributo più importante all’Economia Politica. La sua opera La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, apparsa nel 1929, costituisce un apporto decisivo al materialismo storico, un apporto decisivo al materialismo storico, un apporto che si è cercato di farlo passare sotto silenzio.  Grossman è, senza dubbio, un economista “maledetto”. Di tutto il gruppo di economisti polacchi che cominciarono a scrivere nel periodo tra le due guerre (Moszkowska, Kalecki, Lange, Rosdolsky) è l’unico che, non solo si non si basa sulla Luxemburg, ma che la critica, e con lei critica tutte le teorie sottoconsumiste. Grossman parte dai postulati marxisti sul valore, che pone al stesso della sua analisi, per dimostrare la tendenza inesorabile del capitalismo verso il tracollo. Ma Grossman non si limita a ripetere ciò che Marx aveva detto, ma sottolinea determinati aspetti trascurati precedentemente da altri economisti marxisti, come ad esempio: il valore d’uso, il consumo improduttivo dei capitalisti ecc. Grossman, infine, fornisce importanti contributi all’analisi economica in campi che, sino a quel momento, erano rimasti inesplorati. Fu il primo ad analizzare il processo di elaborazione e la struttura logico-dialettica de Il Capitale. Gli studi di Grossman non ebbero seguaci e non poterono creare una scuola.

 

Grossman concepisce il capitalismo non come un sistema di produzione di valori d’uso, un sistema diretto al soddisfacimento dei bisogni così caro ai sottoconsumisti, bensì come un sistema di valorizzazione, di creazione di valore, di valore di scambio e di plusvalore. Per Grossman la produzione è determinata dalle necessità di valorizzazione, di accumulazione e non dalla domanda dei consumatori. L’unità dialettica tra il processo di produzione e il processo di valorizzazione è l’espressione economica della contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Il capitale sviluppa le forze produttive per creare plusvalore, per accrescere il suo volume, il che accresce la composizione organica del capitale; i mezzi di produzione crescono più velocemente di chi deve valorizzarli, cioè della forza lavoro. Il capitale sperimenta allora l’effetto di due tendenze contraddittorie, una diretta a ridurre il capitale variabile e l’altra diretta ad accrescere il plusvalore; ciò significa che vi è sempre più capitale costante da valorizzare con meno capitale variabile, che vi è una parte sempre più importante della produzione che non si trasforma in reddito consumabile ma che può solo funzionare come capitale. Lo sviluppo stesso delle forze produttive fa sì che una massa crescente di capitale accumulato non venga remunerata con una massa maggiore di plusvalore, ma anzi con una massa minore. In sostanza l’evoluzione delle forze produttive determinata dal capitale stesso nel costo del suo stesso sviluppo storico, una volta, raggiunta una certa fase di sviluppo, annulla l’autovalorizzazione del capitale.

 

La crisi del capitalismo non deriva, allora, dal pauperismo delle masse operaie, né dalla domanda insufficiente, né dal consumo ridotto, bensì dall’insufficiente valorizzazione o, il che è lo stesso, dalla sovraccumulazione, dall’eccesso di capitale: la produzione precipita per grandi sacche di capitale (sia sotto forma di denaro che di merci) che non si riproducono produttivamente. È un processo dialettico nel quale le stesse cause che creano la prosperità portano alla depressione, perché lo sviluppo delle forze produttive riduce la fonte del plusvalore, che non è altro che il lavoro produttivo e ostacola la valorizzazione e l’accumulazione del capitale. Essa è l’espressione della contraddizione tra il carattere collettivo (che è l’aspetto principale delle forze produttive nella fase capitalista del modo di produzione capitalistico) che ha raggiunto le forze produttive[42] e il carattere capitalista dei rapporti di produzione.

 

   Di conseguenza; Grossman difende tenacemente la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto[43] e critica i sottoconsumisti e i loro tentativi di far dipendere la produzione dal livello della domanda e del consumo. Secondo Grossman la produzione è la variabile indipendente e da essa dipendono le grandezze della circolazione. Il capitalismo crolla per le sue stesse contraddizioni interne. In opposizione a tutti i revisionisti, Grossman fu il più ardente difensore della teoria del crollo che, nella sua esposizione, non presenta alcuna traccia di meccanicismo, né di automatismo, né di catastrofismo: il crollo si manifesta nel corso di contraddizioni cicliche periodiche e non in modo continuativo: “La tendenza al crollo, in quanto naturale “tendenza di base” del sistema capitalista, si scompone in una serie di cicli, in apparenza indipendenti tra loro, dove la tendenza al crollo si evidenzia solo periodicamente di tanto in tanto (…) La teoria marxiana costituisce perciò il presupposto e il fondamento necessario della sua teoria delle crisi, perché la crisi, secondo Marx, rappresenta solo una tendenza al crollo momentaneamente interrotta e non ancora giunta alla sua piena estensione, ossia interrotta da fasi che rappresentano una deviazione passeggera della “linea tendenziale che il capitalismo persegue.

 

   “Ma nonostante tutte le interruzioni periodiche e le attenuazioni della tendenza al crollo, col progredire della accumulazione capitalistica, il meccanismo globale marcia necessariamente verso la sua fine, poiché con la crescita assoluta dell’accumulazione di capitale diventa gradualmente sempre più difficile la valorizzazione del capitale prodotto (…). Se queste controtendenze finiranno per indebolirsi o per paralizzarsi (…) allora la tendenza al crollo prenderà il sopravvento e si imporrà nella sua validità assoluta come “crisi finale”.

 

  “Non è necessario che la legge del crollo si imponga. La sua realizzazione assoluta potrebbe essere interrotta da tendenze contrastanti. In questo modo il crollo assoluto si trasformerebbe in una crisi transitoria, dopo la quale il processo di accumulazione potrebbe riprendere su base diversa” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

Per Grossman il problema non sta nel chiedersi se il capitalismo prima o poi crollerà, ma nel sapere perché finora non è ancora crollato. Per risolvere quest’interrogativo, egli passa ad analizzare dettagliamene tutte le controtendenze al crollo, sia quelle già segnalate da Marx, sia delle altre che egli prende in considerazione. Partendo sempre dal fatto che lo sviluppo storico precede sempre verso una maggiore acutizzazione delle contraddizioni all’interno del modo di produzione capitalistico. L’acutizzazione delle contraddizioni sviluppa la coscienza di classe, l’elemento soggettivo: “Malgrado la sua inevitabile necessità oggettiva, il crollo è soggetto in buona misura all’influenza esercitata dalle forze vive delle classi in lotta, lasciando in questo modo un certo margine alla partecipazione attiva delle classi” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

 

Accusato di essere un meccanicista. Grossman replica[44] che il capitalismo può essere abbattuto solo per mezzo della lotta di classe operaia, ma che questa non è sufficiente. Non bastano solo le condizioni soggettive ma ci vogliono anche quelle oggettive. Che tra elementi oggettivi e soggettivi ci sono rapporti dialettici. In sostanza la teoria del crollo non esclude un intervento attivo della classe operaia, ma si propone in quali condizioni può sorgere una situazione rivoluzionaria.

 

Un altro aspetto del pensiero economico marxista difeso da Grossman è quello della pauperizzazione del proletariato sotto il capitalismo. Egli critica il fatto che s’identifichi il principio stabilito da Marx secondo il quale il salario si determina con la quantità di beni necessaria alla riproduzione della forza – lavoro, con il minimo indispensabile al sostentamento quotidiano del lavoratore. Per Grossman il salario non è costante, ma varia in funzione dell’intensità del lavoro, di modo che se, da un lato, la crescente produttività tende a ridurre il salario, dall’altro l’aumento d’intensità del lavoro spinge verso l’incremento dei salari reali. L’aumento dell’intensità del lavoro, pertanto, aumenta il costo di riproduzione della forza-lavoro e, con esso, i salari. Ebbene, da un certo di sviluppo, la logica dell’accumulazione opera in senso contrario espellendo forza-lavoro e riducendo i salari. Cosicché la tendenza all’aumento dei salari non può avere continuità a causa dell’accumulazione che esige, da un certo momento, una riduzione dei salari e un drastico peggioramento delle condizioni di vita della classe operaia. Una delle controtendenze cui Grossman dedica una speciale attenzione è quella della popolazione. Partendo sempre dalla legge del valore, Grossman ricorda che la massa di plusvalore è direttamente proporzionale al numero di operai impiegati nella produzione che, di conseguenza, un modo di incrementare questa massa è quello di incrementare la popolazione lavoratrice. Egli ritiene che né l’emigrazione dalla campagna alla città né l’incorporazione della donna nel processo produttivo della donna nel processo produttivo siano sufficienti ad appagare la sete di profitti del capitale. Il problema della popolazione è cambiato dall’epoca di Malthus e, perciò il significato dell’esercito industriale di riserva è ora un altro: “Ciò che differenzia l’epoca attuale da quella maltusiana è l’opposizione tra la fase iniziale e la fase tardiva dell’accumulazione del capitale, l’opposizione tra il ritmo lento dell’accumulazione ai suoi inizi (per cui l’esercito di riserva è una conseguenza dell’insufficiente accumulazione del capitale) e il ritmo accelerato dell’accumulazione giunta ad un livello più alto dello sviluppo capitalista (per cui l’esercito di riserva è una conseguenza della sovraccumulazione)” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

Grossman, vede nell’esigenza della borghesia di avere una sovrappopolazione, una  delle radici del colonialismo[45]  e ci offre una spiegazione dei nessi tra colonialismo e popolazione nel corso della storia, a partire dalla conquista dell’America latina a partire del 1492: mentre nelle metropoli la mano d’opera va verso l’esercito di riserva, nelle colonie si crea una scarsità cronica di mano d’opera; nascono così le grandi ondate migratorie verso le colonie, si scatena contemporaneamente il commercio degli schiavi. Il malthusianismo appare transitoriamente, secondo quanto afferma Grossman, proprio in questo passaggio da una situazione di deficit forza-lavoro dovuto ad uno stadio precoce dell’accumulazione a un altro sempre di deficit ma dovuto questa volta alla sovraccumulazione.

 

Grossman considera il commercio internazionale e l’esportazione di capitali, controtendenze rispetto alla caduta del saggio di profitto. Il commercio internazionale consiste in uno scambio internazionale che dà origine ad un drenaggio di valore dalle colonie e semicolonie ai centri imperialisti per via del divario tra il valore delle merci e il loro costo di produzione. I paesi imperialisti trovano, in questo modo, fonti addizionali di plusvalore da accumulare. I paesi imperialisti trovano, in questo modo, fonti addizionali di plusvalore da accumulare. L’assicurarsi l’approvvigionamento  di materie prime a basso prezzo è un motivo dello scatenarsi di una lotta senza quartiere in quanto ha un’importanza crescente nel costo del capitale costante e pertanto nella configurazione del saggio di profitto. Ma non solo: La lotta competitiva degli stati capitalisti cominciò, innanzi tutto, come lotta per il controllo delle materie prime, perché qui le possibilità di profitti monopolisti erano maggiori. Tuttavia, questa non è l’unica ragione. Il controllo sulle materie prime porta al controllo sull’industria in generale” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

 

Grossman si preoccupa anche dei rapporti interimperialistici, poiché la concorrenza tra le grandi potenze imperialiste andava acquistando un’importanza sempre maggiore. Commerciare con un paese arretrato, a bassa composizione organica di capitale, è redditizio solo finché sussiste quel ritardo tecnologico che consente il drenaggio occulto di valore a favore dei paesi imperialisti. Il commercio tra paesi a composizione organica del capitale similare non offre questi vantaggi, mentre l’esportazione di capitali tra di loro si può una fonte addizionale di plusvalore che pone un freno alla crisi si sovraccumulazione. E una delle caratteristiche dell’imperialismo caratterizzarsi più per l’esportazione dei capitali che per quello delle merci. Grossman a differenza di Hilferding, di Bucharin, di Varga e dei Manuali sovietici che affermavano che il capitale veniva investito all’estero a causa di un saggio di profitto più elevato rispetto a quello del paese d’origine, sosteneva che tutto aveva origine nella sovraccumulazione. La sovraccumulazione fa sì che grandi masse di merci non si realizzano sul mercato e grandi somme di denaro non trovano impiego redditizio all’interno del paese. Non è che il saggio di profitto all’estero sia superiore, ma che all’interno non vi è alcun tipo di impiego redditizio, che si tratta di un capitale eccedente, inattivo. In sostanza quello che si trova d’avanti è una sovraccumulazione di capitale, vale a dire un capitale in eccesso per il quale non vi è possibilità di valorizzazione, ovvero di impiego redditizio. La borghesia si avvia a trasformarsi in una classe che vive di rendita, parassitaria.

 

  Grossman colloca la speculazione come un fenomeno complementare della sovraccumulazione: “L’esportazione di capitali all’estero e la speculazione all’interno del paese sono fenomeni paralleli che hanno la medesima radice (…) La speculazione è un mezzo per sostituire l’insufficiente valorizzazione dell’attività produttiva con dei guadagni che derivano dalle perdite di quotazione delle azioni di larghe masse di piccoli capitalisti, di quella che viene considerata la “mano debole”, ed è, per questo, un poderoso mezzo di concentrazione del capitale monetario (Grossman, Il crollo del capitalismo).

 

E se guardiamo la situazione attuale vediamo che il venir meno della redditività dell’investimento “normale” ha spinto il sistema capitalistico verso una più spiccata finanziarizzazione dell’economia. E’ così che masse crescenti di capitali vengono mantenute in forma liquida; capitali erratici enormi, fuori dal controllo delle banche centrali e degli organismi internazionali, che si valorizzano fagocitando i capitali più deboli, senza che ovviamente in questo processo si crei nuova ricchezza. Da d-m-d’ si passa a d-d’.

 

Con il crollo del 1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità di tutti i rapporti che si era venuta a creare. Ma à differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così mazzata finale, il sistema aveva creato delle “cinture protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori del mercato colpiti da tutti agli altri, impedendo la propagazione dei fenomeni.

Ma permanendo lo stato di crisi, il capitale speculativo si ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire proprio lo smantella mento di quelle cinture protettive. Il risultato è stato è che in nessun paese esiste più una separazione fra credito di esercizio a breve e finanziamento a lungo termine delle imprese industriali; è venuta meno la divisione fra banche d’affari e banche commerciali; vi è totale commistione fra istituti di credito, sono nati e si sono sviluppati i cosiddetti hedge-funds, specializzati nella speculazione sui derivati, si è estesa in modo sconvolgente la speculazione delle banche in conto proprio con la propensione degli istituti di credito a finanziare le attività speculative.

Attività speculativa e ruolo delle banche sono fattori chiave per comprendere l’attuale situazione di crisi capitalista. se prendiamo come esempio il caso Parmalat, questo fatto non deve essere interpretato come le avventure di un furbone in un  paese come l’Italia dove non ci sono “regole”, ma (e questo discorso vale per tutte le imprese capitaliste) non vi era solo una gestione speculativa delle eccellenze valutarie, cioè del capitale monetario temporaneamente inattivo, ma i profitti generati nel normale processo produttivo erano totalmente al servizio dell’attività speculativa, diventata sotto ogni punto di vista il vero business dell’azienda.

 

Per questo Grossman si oppone alle tesi Hilferding sulla diminuzione della speculazione come conseguenza della regolamentazione monopolista e dove il capitale finanziario è concepito come capitale bancario applicato all’industria, contrappone la definizione leninista di fusione del capitale industriale con quello bancario e di stretta connessione di entrambi con il potere dello Stato.

 

   Grossman affronta la teoria del “superimperialismo ”di Kautsky e l’idea di Hilferding di una corporazione unica, capace di conglobare e di gestire un capitalismo “organizzato” e senza crisi, e lo fa partendo da un’idea semplice: il capitalismo non esiste senza valore di scambio e questo, a sua volta, esige una molteplicità di produttori indipendenti che si scambiano le loro merci, di modo che si scambiano reciprocamente le loro merci, di modo che questi produttori indipendenti venissero inghiottiti da un gigantesco monopolio, sparirebbe il valore di scambio e il capitalismo. Un economia capitalista non può essere pianificata.

 

CONCLUSIONI

 

Marx dedicò la maggior parte della sua vita allo studio dell’Economia Politica[46] e Il Capitale è la sua opera più conosciuta. In questo mio lavoro, mi sono limitato di arrivare alle soglie della Seconda guerra mondiale imperialista. Non abbiamo citato nemmeno tutti gli economisti del campo marxista che hanno affrontato la problematica delle crisi economiche del capitalismo. Parlo della teoria dei cicli lunghi dell’economista russo Nikolai Dmitrievich Kondratiev (1892-1938).  Quello che vogliamo evidenziare, è la prevalenza all’interno del movimento operaio delle teorie sottoconsumiste. Se si fa una ricerca tra gli ambiti che si definiscono comunisti, rivoluzionari, di sinistra ecc. troveremo tutta la cantilena relativa al sottoconsumo: domanda solvibile, difficoltà di realizzazione, spreco, saturazione dei mercati. Il capitalismo diventa o qualcosa di eterno, oppure l’anticamera del socialismo.  La realtà dimostra, l’infondatezza di tutte le tesi sottoconsumiste. Quando c’è crisi si riduce il consumo non lo si aumenta, i capitalisti riducono i lavoratori che impiegano nella produzione e abbassano i salari. I sottoconsumisti approfittano il fatto che una delle manifestazioni più evidenti della crisi è la sovrapproduzione; ma la sovrapproduzione non è sottoconsumo. Se poi si suddivide la sovrapproduzione in sovrapproduzione di merci e sovrapproduzione di capitali, la confusione aumenta. In quanto i sottoconsumisti identificano le merci con i beni di consumo, come d’altronde sbagliano le concezioni “ortodosse” che identificano le merci solamente nei mezzi di produzione. Per Marx: “la merce è in primo luogo un oggetto esterno, una cosa che mediante le sue qualità, soddisfa bisogni umani di qualsiasi tipo. La natura di questi bisogni, per esempio il fatto che provengono dallo stomaco che provengono dalla fantasia non cambia nulla” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1° Cap. 1).

In realtà la sovrapproduzione di merci è una conseguenza, della sovrapproduzione di capitale. Astraendo dagli effettivi rapporti di produzione, la società potrebbe consumare tutto, anzi potrebbe consumare una quantità di beni e servizi maggiore di quello che oggi produce.

Ma in certe determinate situazioni, nel rispetto del rapporto di produzione capitalista, non può consumare nell’ambito di questo rapporto consumare tutti quei beni e servizi che vengono prodotti o potrebbe produrre, quindi è il rapporto di produzione capitalista che impone che la produzione sia minore della produzione possibile. Ma nello stesso tempo, ogni frazione di capitale deve per sua natura crescere: ciò provoca lo sconvolgimento generale della società stessa. Il sistema capitalista impedisce che la società possa consumare tutti i beni e servizi che produce proprio perché non può investire nel nuovo ciclo produttivo tutto il capitale che alla fine del ciclo produttivo appena terminato esiste nella forma di merci, pena la produzione di un plusvalore minore o eguale a quello prodotto, ma con un capitale minore, nel ciclo appena terminato. La sovrapproduzione di merci è la prima manifestazione della crisi generale sovrapproduzione di capitale, è uno dei segni più eclatanti e diretti della crisi, salvo che nei settori in cui i capitalisti riescono con accordi di cartello e con il monopolio a limitare la produzione. Tutte le soluzioni proposte di soluzione della crisi con la creazione da parte dello Stato (con una politica di lavori pubblici e di investimenti pubblici) di una domanda aggiuntiva di merci, sono illusorie e inefficaci, in quanto la crisi non ha origine dalla scarsa domanda delle merci.[47] La sovrapproduzione di merci, pur arrestata per un momento, si ricrea o la crisi si manifesta in altri modi. L’aumento della spesa pubblica e degli investimenti pubblici, possono essere una rivendicazione difensiva dei lavoratori, ma obiettivo centrale deve essere la reale causa della crisi, l’abolizione del modo di produzione capitalista.

Le politiche economiche che in ambito borghese per uscire dalla crisi si possono riassumere in due interventi: il primo, aumentare il saggio di profitto, e il secondo distruggere e svalutare il capitale in funzione per sostituirlo con il capitale che si trova momentaneamente inattivo. Per aumentare il saggio di profitto bisogna aumentare il saggio di plusvalore, cioè lo sfruttamento dei lavoratori, con licenziamenti, riduzione dei salati, aumentando i ritmi di lavoro, eliminando i diritti sociali ecc. La distruzione fisica e la svalutazione del capitale vecchio di presenta in numerose forme: ammortizzazione accelerata, riconversione, intervento pubblico nell’economia, distruzione dei capitali più deboli ecc.

Un altro strumento di politica economica che gli economisti borghesi e revisionisti non prestano importanza e attenzione è la guerra. La guerra ha sempre avuto un importanza che ha sempre per il modo di produzione capitalistico per uscire dalle crisi.

Le guerre permettono di distruggere capitali e rigenerare una nuova fase di accumulazione ed espansione. L’obiettivo della borghesia dominante rimane sempre il profitto e non la distruzione di capitali, quindi è la guerra funzionale allo sviluppo e non il contrario, sviluppo che perciò non può che affermarsi in periodo di pace borghese.

 

Molti manuali di storia economica sostengono, ancora oggi che le politiche Keynesiane hanno posto fine alla “Grande depressione” degli anni 30. Le politiche attuate da presidente USA F.D. Roosevelt, sotto la spinta delle lotte di enormi masse di lavoratori e di disoccupati prodotti dalla crisi,[48] varò un grande piano di investimenti per l’espansione e l’ammodernamento delle strutture nell’intento di sostenere e riavviare il ciclo espansivo dell’economia.[49] Queste misure si rilevarono, di fatto, insufficienti a sconfiggere la crisi. Gli USA e tutto il mondo capitalistico uscirono dalla crisi solo in seguito alle immani distruzioni operate dalla Seconda Guerra Mondiale Imperialista.

Infatti, se si esamina la dinamica degli avvenimenti politici che si sono succeduti a partire dalla crisi del ’29 in avanti si nota che il mondo è stato scosso da eventi di grande e significativa portata. Si inizia con la rivoluzione spagnola che portò alla caduta della monarchia (aprile 1931) all’avvento di Hitler in Germania (gennaio 1933), all’apertura delle campagne militari dell’imperialismo giapponese in Cina fino alla guerra di Etiopia e alla guerra civile (e rivoluzione) spagnola (1936-1939).

 

INDICI ATTIVITA’ ECONOMICHE U.S.A.

(miliardi di dollari a prezzi correnti )*

 

Anno 1929 1930 1933 1935 1940 1945
Redditi da lavoro dipendente 51,1 46,8 29,5 37,3 52,1 123,1
Redditi da lavoro autonomo 15,0 11,9 5,9 10,7 13,0 31,8
Rendita 4,9 4,4 2,2 1,8 2,7 4,6
Profitti delle società 9,0 5,8 -1,7 2,5 8,6 19,0
Interessi netti 4,7 4,9 4,1 4,1 3,8 2,2
Totale reddito nazionale 84,8 73,8 39,9 56,4 79,7 2,2
Spese per consumi privati 77,3 69,9 45,8   71,1 119,5
Investimenti lordi privati 16,2 10,2 1,4   13,1 10,6
Esportazione netta di beni e servizi 1,1 1,0 0,4   71,1 -0,5
Acquisti governativi di beni e servizi 8,8 9,5 8,2   14,2 88,8
P.N.L. 100,4 90,7 8,2   14,2 88,8

 

* Fonte USS: Statical Abstracts 1982

 

 

 

   Nel tentativo di salvare l’ordinamento capitalistico, lo Stato Borghese, questo comitato d’affari della borghesia imperialista, cercando di uscire dalla crisi del 1929-1933 attraverso l’intervento statale ha sviluppato l’industria delle armi, mettendo in crisi la pace mondiale e favorendo l’ascesa del fascismo e del nazismo. L’ordine hitleriano era riuscito ad aprire ai capitalisti tedeschi colpiti dalla grande recessione vaste prospettive di profitti. Un mese dopo l’ascesa al potere, Hitler rivolgeva una nota di politica industriale alla Federazione Tedesca dell’Industria Automobilistica presieduta da F. Porsche. I provvedimenti contenuti in questa nota prevedevano la costruzione rapida di infrastrutture fiscali e sovvenzioni all’esportazione, la messa a disposizione di manodopera[50] e di materie prime a basso costo, oltre che di crediti rilevanti. Decine di migliaia di imprese approfittarono del grande sviluppo dell’industria bellica, dell’esproprio della borghesia ebraica e dei saccheggi della Wermacht. Parallelamente la nuova legislazione del lavoro significò la liquidazione delle istituzioni della classe operaia edificate in oltre un secolo di lotte. La politica economica della Germania nazista (come quella degli altri paesi imperialisti) è stata una variante del Capitalismo Monopolista di Stato.[51]. Tutti i fenomeni economici e ancor più le crisi devono essere visti e compresi con la prospettiva del crollo del capitalismo. Questo crollo sarà la conseguenza delle contraddizioni interne del capitalismo e non da fattori esterni al sistema stesso. In particolare, la contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive (che nell’attuale fase imperialista sono collettive) e i rapporti di produzione che ne impediscono lo sviluppo. Le forze produttive costituiscono, pertanto, il fattore dinamico, mentre i rapporti di produzione per il loro carattere privato hanno finito per diventare un pesante fardello che ostacola qualsiasi progetto economico e sociale. E, all’interno delle forze produttive è il proletariato, l’elemento più importante e più energico che mobilita e spinge in avanti il corso della storia.

Nel corso del duro cammino dell’abbattimento del modo di produzione capitalista e la costruzione di una nuova società senza classi sociali, si forgerà l’unità dell’elemento oggettivo e di quello soggettivo del processo rivoluzionario, e qui si verificherà il passaggio tra il crollo e la rivoluzione. Il capitalismo non è un modo di produzione indefinito, e nemmeno un modo di produzione che ci avvicina al socialismo;[52] la rivoluzione proletaria è un fenomeno essenzialmente cosciente e soggettivo che matura in mezzo alle rovine del capitalismo agonizzante. Il versante soggettivo non à meno necessario di quello oggettivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] In Europa tra il 1870 (fine della guerra franco-prussiana) e il 1914 ci fu un’assenza di conflitti tra i vari paesi imperialisti europei. Le Guerre Balcaniche nell’Europa sud-orientale, nel corso elle quali gli Stati componenti la Lega Balcanica (Bulgaria, Montenegro, Serbia, e Grecia) contro l’Impero Ottomano, dapprima conquistarono agli ottomani la Macedonia e poi si scontrarono tra loro per la spartizione delle terre conquistate, si svolsero in una zona considerata periferica.

 

[2] Per forze produttive bisogna intendere: la capacità lavorativa umana (forza lavoro), l’esperienza e la conoscenza impiegata nel processo impiegato, gli utensili, le macchine, gli impianti e le installazioni che i lavoratori usano nel processo produttivo.

 

 

[3] Adam Smith (1723-1790). Economista e filosofo scozzese, che gettò le basi dell’economia politica liberista.

 

[4] David Ricardo (1772-1790). Economista britannico, considerato uno dei massimi esponenti della scuola classica.

 

[5] Jeane Charles Léonard de Sismondi (1773-1843). Scrittore e economista svizzero. Fu un contestatore del laisser faire e un assertore dell’intervento governativo per “regolare il progresso del benessere”.

 

[6] Il socialismo utopistico è la prima corrente del moderno pensiero socialista, sviluppatasi tra il XVIII ° e il XIX° secolo in Europa. Il termine fu introdotto da Marx per distinguere tale corrente utopistica dal socialismo scientifico, basato invece su un’analisi scientifica della realtà sociale.

 

[7] Claude – Henri de Rouvroy conte di Saint – Simon (1760-1825). Filosofo francese. E’ considerato il fondatore del socialismo francese: partecipò alla guerra d’indipendenza americana, combattendo agli ordini di La Fayette. Teorico della “filosofia positiva” e di un approccio scientifico ai problemi sociali e politici, mirò all’avvento di una nuova società orientata a migliorare le condizioni del proletariato. Alla sua morte si sviluppò un movimento politico-religioso, basato sulle sue idee, chiamato Sansimonismo.

 

[8] François Marie Charles Fourier (1772-1837). Filosofo francese, che ispirò la fondazione della comunità comunista chiamata La Réunion sorta presso l’attuale Dallas in Texas, oltre a diverse altre comunità negli Stati Uniti d’America. Le radici del suo pensiero, sono da ricercarsi nell’illuminismo e in particolare in Jean-Jacques Rousseau. Questo pensiero ritiene importante la parità tra uomo e donna. Inoltre aveva sviluppato un metodo pedagogico, che avrebbe dovuto favorire lo sviluppo libero e creativo dei bambini, tramite la scoperta dei loro istinti individuali. Fourier pensava che lo sviluppo dell’umanità si trovava all’epoca tra il quarto periodo (le barbarie) e il quinto (la civiltà). A questi periodi seguiranno, poi, l’armonia. Il pensiero di Fourier affermava che attenzione e cooperazione erano i segreti del successo sociale e, che una società i cui membri cooperassero realmente avrebbe potuto vedere un immenso miglioramento della propria produttività. I lavoratori sarebbero stati ricompensati per la loro opera secondo il loro contributo, con un bonus per chi avesse scelto un lavoro negletto (come la nettezza urbana), dai più. Questa comunità, da lui denominate falangi, sarebbero state basate su strutture di abitazioni comuni chiamate falansteri.

 

[9] Robert Owen (1771-1858). Imprenditore e sindacalista gallese. Questo paradosso, nasce dal fatto, che nel periodo in cui Owen sviluppa la sua attività, l’antagonismo fra classe operaia e borghesia non era ancora diventato la contraddizione principale, perché in Europa, la rivoluzione borghese non era ancor stata completata. Owen è considerato uno dei primi socialisti. Il suo pensiero riformatore, imbevuto di ideali illuministi e umanitari, era improntato sulla convinzione che l’ambiente esercitasse un’influenza decisiva sulla formazione del carattere e che il sistema industriale del suo tempo avessero in sé le risorse al meglio senza bisogno di un eccessivo sfruttamento dei lavoratori o dell’esasperazione della concorrenza. Owen possedeva uno stabilimento a New Lanark in Scozia, dove, fra il 1800 e il 1825 mise in pratica le sue idee. New Lanark divenne una specie di industria modello, con alti salari e assistenza agli operai anche fuori dalla fabbrica.

 

[10] Pierre-Josep Proudhon (1809-1865). Filosofo francese. Pur appartenendo a una famiglia povera, ha potuto studiare grazie all’appoggio della madre C. Simonin. Ipotizzò una forma di anarchia, dove lo Stato non esisteva ed erano gli individui a decidere l’organizzazione politica e sociale. Proudhon è considerato il padre del federalismo integrale. Nella Célébration du Dimanche definì la proprietà privata come l’ultimo dei falsi dei in quanto ostacolo all’eguaglianza fra gli uomini, cioè alla giustizia. In Che cos’è la proprietà? scrisse la sua famosa frase, apprezzata anche da Marx: “la proprietà è un furto!”. In realtà ciò che Proudhon vuole combattere è soltanto la proprietà come mezzo di sfruttamento di altri uomini: i mezzi di produzione e la casa da abitare devono appartenere a chi li adopera, finché li adopera (“la casa è di chi li abita” dirà più tardi un famosissimo canto anarchico). Nella sua forma di governo ideale, egli rifiuta la presenza di uno Stato perché considerato un’istituzione assurda, finalizzata semplicemente allo sfruttamento del lavoro altrui da parte degli uomini. Egli rifiuta ogni tipo di potere al di sopra dell’individuo, ivi compreso Dio, che in ambito religioso, è esattamente come lo Stato in ambito politico e la proprietà in ambito economico: istituzioni illegittime finalizzate al controllo di altri uomini e del loro sfruttamento. Per altri versi Proudhon fu un conservatore, ad esempio si dichiarò favorevole alla sottomissione della donna all’uomo e si scagliò contro quello che venivano definite perversioni sessuali come l’omosessualità.

 

[11] Johann Karl Rodbertus (1805-1875). Economista tedesco. Di orientamento nazionalista e monarchico, propugnò l’instaurazione di una sorte di socialismo nel quale lo Stato avrebbe dovuto fissare il prezzo del lavoro e dei beni di consumo e istituire un sistema di scambi basato sull’emissione di buoni-salario e sul monopolio statale del commercio dei beni di consumo.

 

[12] Il termine deriva dalle parole greche physis (natura) e kratein (dominare) e nella letteratura economica è usato per indicare un gruppo di economisti francesi della seconda metà del secolo XVIII° secolo, più noti come sostenitori dell’economia agricola e del libero commercio. I fisiocrati si opposero a tutti quei vincoli e regolamenti che la società feudale aveva costituito, e in particolare propugnarono l’abolizione di tutte quelle norme che ostacolavano il commercio dei prodotti agricoli. Secondo la dottrina di Quensney (1698-1774), esposta nel suo Tableau èconomique, l’agricoltura è l’unico settore in grado di fornire un prodotto netto, mentre il settore manifatturiero non fa che conservare nei suoi prodotti il valore dei mezzi di produzione. Per Marx, il merito dei fisiocrati fu di creare l’analisi economica sulla produzione e non sulla circolazione, come avevano fatto i mercantilisti.

 

[13] Il mercantilismo fu una politica economica che prevalse in Europa dal XVI° al XVIII° secolo, basata sul concetto che la potenza di una nazione sia accresciuta dalla prevalenza delle esportazioni sulle importazioni. Nelle società europee di quei secoli, dietro gli aspetti di uniformità del mercantilismo, furono attuate differenti politiche a secondo della specializzazione economica (agricola, manifatturiera, commerciale) e all’idea di ricchezza (oro, popolazione, bilancia commerciale). Il mercantilismo si è dimostrato una forza persistente nel campo dell’economia, anche sotto il nome di protezionismo.

 

[14] Paul Marlor Sweezy (1910-2004). Economista statunitense, noto soprattutto per il suo saggio Il capitale monopolistico tradotto nel 1968.

 

[15] Malthus Thomas (1766-1834). Economista inglese che divenne famoso per il suo scritto Saggio sulla popolazione, nel quale sviluppò l’idea secondo cui la popolazione mondiale cresce più velocemente della produzione dei mezzi di sussistenza. Engels in una lettera a Danielson nota come in realtà debba per forza avvenire l’opposto: perché la popolazione possa crescere, i mezzi di sussistenza devono già esistere. Marx definì il libro di Malthus come “una calunnia sulla razza umana”.

 

 

[16] Ferdinand Lassale (1825-1864). Scrittore politico e agitatore tedesco. Di inclinazione democratica, passò al socialismo. Prese parte attiva alla rivoluzione del 1848-49 e conobbe Marx ed Engels, con i quali ebbe uno scambio epistolare fino al 1862. Inizialmente discepolo di Marx successivamente ebbe forti divergenze su diverse questioni anche teoriche (come ad esempio sulla “legge bronzea del salario”). Nel 1863 fondò l’Associazione generale degli operai tedeschi. Intrattenne rapporti politici con Bismarck.

 

[17] Bebel August (1863-1913). Esponente del movimento operaio tedesco. Prese parte alla fondazione della Prima Internazionale. Eletto deputato nel 1867 per il Partito Operaio Socialdemocratico, fu condannato a due anni di fortezza nel 1871 con l’accusa di alto tradimento per essersi rifiutato di votare i crediti di guerra. Fu uno degli artefici della riunificazione con i lassalliani nel 1875 e della fondazione della Seconda Internazionale nel 1889. Scrisse La donna e il socialismo una delle opere più popolari negli ambienti socialisti.

 

[18] Liebknecht Wilhelm (1826-1900). Esponente del movimento operaio tedesco. Fondatore assieme a Bebel del Partito Operaio Socialdemocratico e in seguito del partito nato dalla riunificazione con i lassalliani.

 

[19] Bismarck Otto von (1826-1898). Cancelliere prussiano che dominò la vita politica tedesca ed europea nel periodo 1862-1890. Autore delle leggi anti-socialiste.

 

[20] Bernstein Eduard (1850-1932). Socialdemocratico tedesco, caposcuola del revisionismo. Nel 1880 fu con Bebel a Londra per prendere contatto con Marx e Engels e da allora fu in corrispondenza con Engels del quale divenne collaboratore e intimo amico nei suoi ultimi anni di vita, tanto da essere da lui nominato suo esecutore letterario. Emigrato in Svizzera dopo l’approvazione delle leggi antisocialiste, fu direttore (1880-1889) del Sotsial-Demokrat ispirandosi alla guida di Engels. Espulso dalla Svizzera, si trasferì a Londra, pubblicò una seconda raccolta di articoli in un libro intitolato I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia.

 

[21] Johann Gottlieb Fichte (1726-1828). Filosofo tedesco, continuatore del pensiero di Kant e iniziatore dell’idealismo.

 

[22] Dühring Eugen (1833-1921). Intellettuale tedesco. Dal 1862 libero docente all’Università di Berlino.

 

[23] Hilferding Rudolf (1877-1941). Socialdemocratico tedesco di origine austriaca, fu redattore della Newe Zeit e del Vorwärts tra il 1907 e il 1915 e direttore dal 1918 al 1922 della Freiheit. Divenne dirigente dell’USPD (i socialdemocratici che si erano staccatisi dalla SPD in quanto avversi all’appoggio del partito allo sforzo bellico tedesco) e si schiererà a favore della riunificazione con la socialdemocrazia. Tornato all’interno della SPD fu deputato al Reichstag dal 1923 al 1929, ricoprendo a più riprese la carica di Ministro delle Finanze di governi borghesi. Fu tra i principali esperti di economia e finanza della socialdemocrazia (scrisse il Capitale finanziario, pubblicato nel 1910). Dopo il 1933 fuggì in Francia, dove i nazisti, invaso il paese, lo arrestarono. Ufficialmente morì in carcere suicida.

 

[24] Kautsky Karl (1854-1938). Socialdemocratico tedesco di origine ceca; uno dei più famosi teorici della Seconda Internazionale.

 

[25] Kant Immanuel (1724-1894). Filosofo tedesco. Il suo pensiero ebbe un’importanza eccezionale per la cultura filosofica e la cultura moderna. La sua opera più famosa è Critica della ragion pura. Decisivi i suoi scritti politici per la formulazione e l’evoluzione del liberalismo europeo.

 

[26] Lafargue Paul (1842-1911). Nato a Santiago (Cuba), da genitori misti. Da ragazzo si trasferì in Francia con la sua famiglia; qui prese a studiare medicina e si avvicinò per la prima alla politica, come seguace di Proudhon; dal 1861 cominciò ad appoggiare il movimento repubblicano, poi divenne uno dei leader della sinistra marxista del movimento operaio francese e co-fondatore del Partito operaio francese (1879). Fu membro della Prima Internazionale come segretario corrispondente per la Spagna dal 1866 al 1868 e cofondatore delle sezioni francesi, spagnola e portoghese. In questo modo divenne amico di Marx ed Engels, le cui posizioni teoriche prese a sostenere. Nel 1868 si sposò con Laura, la seconda figlia di Marx; i Lafargue iniziarono così decenni di vita e lavoro politico comune, supportati finanziariamente da Engels. Nel 1870-71 partecipò alle agitazioni operaie di Parigi e di Bordeaux; dopo la caduta della Comune fuggì in Spagna per poi trasferirsi definitivamente a Londra, dove fu condannato a un anno di carcere a seguito della sua attività politica. Lafargue lottò sempre contro il riformismo di Millerand (cioè contro l’entrata dei socialisti nei governi borghesi) e scrisse molto, seppur commettendo svariati errori, in difesa del marxismo rivoluzionario. Lafargue era un ottimo oratore ed ha scritto numerosi lavori sul marxismo rivoluzionario, incluso l’ironico e ben conosciuto Il diritto d’essere pigri e Evoluzione e proprietà. Nel 1911, l’ormai anziana coppia decise di suicidarsi, nella coscienza di non aver ormai più nulla da dare al movimento dei lavoratori cui avevano dedicato tutta la vita.

 

 

[27] Tugan Baranovski (1865-1919). Economista russo, seguace di Bernstein. Successivamente continuò a ritenersi socialista, ma rinnegò definitivamente il marxismo.

 

[28] Jeane Baptiste Say (1767-1832). Economista francese. Convinto liberista, all’inizio appoggiò la Rivoluzione francese. Salito al potere Napoleone, fu dapprima suo seguace, passò in seguito all’opposizione. Per le sue idee liberali, il suo Traité d’économie politique fu fatto sequestrare. Nel 1814 il governo insediato dalla Restaurazione lo incaricò di studiare l’organizzazione commerciale inglese. Nel 1815 fu nominato professore all’Università di Parigi. Eletto nel 1830 membro del Consiglio Generale della Senna, rinunciò nel 1831 a tale incarico per dedicarsi alla cattedra di Economia Politica, da lui fondata presso il College de France. Say fu uno degli ultimi rappresentanti in Francia della scuola classica.

 

 

[29] Rosa Luxemburg (1871-1919). Comunista polacca di origine ebraica.

 

 

[30] Bucharin Nikolai (1888-1939). Dirigente bolscevico, editore della Pravda e presidente del Komintern (1926-29). Durante la prima guerra mondiale venne in contatto con Trotskij a new York. Membro della frazione dei “comunisti di sinistra”, si oppose alla firma della pace di Brest-Litovsk, battendosi a favore di una continuazione della guerra in senso rivoluzionario. Nel 1923 formò con Zinoviev, Kamenev e Stalin, un “blocco anti trotzkista”. Anche quando Zinoviev, prese ad appoggiare Trotskij entrando far parte dell’Opposizione di “Sinistra”, Bucharin continuò ad appoggiare Stalin. La rottura tra i due avvenne all’epoca della collettivizzazione.

 

 

[31] Il populismo in Russia (la parola deriva da narodnicestvo, da narod, popolo) è stato un movimento politico e culturale nato in Russia attorno alla metà del XIX° secolo e alimentato da una visione sentimentalista e idealizzata delle masse popolari, in particolare quelle contadine. Fenomeno complesso, il populismo rappresentò da un lato la presa di coscienza, da parte di giovani intellettuali, dei gravi problemi economici, sociali, politici e morali che travagliavano la Russia ottocentesca, dall’altro il primo tentativo di fornire una soluzione nuova e adeguata a tali problemi. Due furono le correnti di pensiero che lo contraddistinsero: lo slavofilismo, che sosteneva l’idea che la civiltà occidentale fosse ormai corrotta e decadente e che solo le virtù del popolo russo (la fede ortodossa, l’umiltà, la pazienza di fronte alla sofferenza, la solidarietà avrebbero potuto salvare la Russia da un analogo destino e la corrente occidentalista, che al contrario riteneva l’occidente un modello non solo industriale o tecnologico, ma anche politico. Entrambe le correnti convergevano nell’individuare nell’obscina (termine usato in Russia per indicare le comunità contadine).

 

[32] Sergej N. Bulgakov (1871-1871). Economista e filosofo russo. Nel 1897 pubblica il suo primo libro: Sui mercati nella produzione capitalista e nel 1901 pubblicò Capitalismo e agricoltura sintesi della sua ricerca scientifica. Successivamente si convertì alla religione ortodossa.

 

[33] Struve P.B. (1870-1944). Economista e pubblicista russo, uno dei capi del partito dei Cadetti. Negli anni ’90 del XIX° secolo fu uno dei maggiori esponenti del marxismo legale.

 

[34] Cernysevskij Nikolaj Gavrilevic (1828-1898). Democratico rivoluzionario russo, scienziato e scrittore, autore del romanzo Che fare? da cui Lenin prese spunto per intitolare uno delle sue opere più importanti. Per il suo radicalismo scontò oltre venti anni di carcere, è stato uno dei più alti antesignani della socialdemocrazia russa.

 

[35] Umberto Cerroni (1926-2007). Ha studiato a Roma con Pilo Albertelli e si è laureato nel 1947 in Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza di Roma. Ha ottenuto nel 1964 la libera docenza in Filosofia del diritto e l’incarico di Storia delle dottrine economiche e Storia delle dottrine politiche nella Facoltà di Filosofia di Lecce. Nel 1971 è diventato professore di ruolo di Filosofia della politica e ha insegnato a Salerno e all’Istituto Orientale di Napoli. Dal 1976 insegna Scienza della politica nella Facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza di Roma. E’ stato membro del Comitato Centrale del PCI.

 

[36] Secondo Marx: “…nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forse produttive materiali” (Marx, Per la critica dell’economia politica). I rapporti di produzione comprendono tre elementi: la proprietà dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione, delle forze produttive; i rapporti tra gli uomini nel lavoro (nel processo lavorativo): lavoro manuale e lavoro intellettuale, lavoro esecutivo e lavoro di direzione, città e campagna ecc; la distribuzione del prodotto. I rapporti di produzione sono essenzialmente rapporti sociali, cioè da un lato condizionano tutta la società in cui sono “rapporti dominanti”, e dall’altro sono a loro volta influenzati, in diversa misura, da tutte le altre manifestazioni della vita sociale, ivi comprese quelle che Marx chiama le sovrastrutture giuridiche. Secondo la concezione materialistica della storia le diverse epoche, o fasi dello sviluppo, dell’umanità devono essere analizzate studiando il rapporto che intercorre tra il grado di sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione corrispondenti. Infatti, il solo modo in cui può concretamente realizzarsi il lavoro, e quindi il “ricambio organico tra l’uomo e la natura” consiste nel fatto che il lavoro stesso si attua all’interno di determinati rapporti di produzione e di una divisione sociale (del lavoro). Tuttavia, secondo Marx, in determinate condizioni storiche “questi rapporti, da forme delle forze produttive, si convertono in loro catene: allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale”.

 

[37] Le forze produttive moderne nell’ambito del capitalismo hanno reso i singoli lavoratori e le singole unità costitutive di un unico organismo economico, esse hanno ormai assunto un carattere collettivo. Il contrasto fra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalisti crea una contraddizione che solo lo sbocco rivoluzionario della lotta di classe può risolvere. Il dilemma “socialismo o barbarie” è quanto mai attuale, perché le distruzioni (sociali, ambientali ecc.) che nell’epoca attuale accompagnano lo sviluppo delle forze produttive, sono causate dell’ambito (sempre contradditorio) dei rapporti capitalisti.

 

 

[38] Eugen Varga (1879-1964). Economista ungherese, comunista.

 

[39] Nell’ambito dei rapporti di produzione capitalisti, il lavoro non può perdere il carattere servile e coercitivo di mezzo di valorizzazione del capitale. Infatti, il lavoratore non è in produzione principalmente per produrre dei beni e dei servizi, ma per produrre plusvalore: la legge che regola il suo rapporto col mondo del suo lavoro è la massima estorsione possibile di plusvalore. Il capitale è valore che si valorizza.

 

[40] AA.VV. Capitalismo Monopolistico di Stato. Trattato marxista di Economia Politica, Tomo I.

 

 

[41] Henry Grossman (1881-1950). Economista marxista polacco. Ha insegnato in varie università europee e americane. i suoi lavori più noti sono quelli sui precursori di Marx, del saggio del 1924 su Sismondi (tradotto in italiano con il titolo Sismondi e la critica del capitalismo, Bari 1972) agli articoli su Condorcet, Santi Simon, Steward e Jones, tutti pubblicati tra il 1934 e il 1948, e, dall’altro, le ricerche di approfondimento delle teorie marxiane che si concludono con Das Akkumulations – und Zusammebruchsgesetz des kapitalistichen pubblicata postuma nel 1967 (tradotto in italiano col titolo Il crollo del capitalismo. La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, Jaca Book, Milano 1977).

 

[42] Per accrescere la produttività del lavoro dei suoi operai, la borghesia ha dovuto rendere le forze produttive sempre più collettive, cioè tali che la quantità delle ricchezze prodotte dipendono sempre meno dalle capacità, qualità e caratteristiche del singolo lavoratore e dai suoi sforzi personali (la durata del suo lavoro, la sua intelligenza, la sua forza ecc.). Esse dipendono invece sempre più dall’insieme organizzato dei lavoratori, dal collettivo nell’ambito del quale l’individuo lavora, dalla combinazione dei vari collettivi di lavoratore, dal patrimonio scientifico e tecnico che la società impiega nella produzione. In conseguenza di ciò il lavoratore isolato è ridotto all’impotenza; egli può produrre solo se è inserito on un collettivo di produzione (azienda, unità produttiva) ma nello stesso tempo si sono create le condizioni perché crescano la produttività di lavoro.

 

[43] Dato lo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro, che comporta un aumento del capitale costante rispetto al capitale variabile, il saggio di plusvalore viene espresso da un saggio del profitto che tende a decrescere continuamente.

 

[44] Ensayos sobre la teoria de las crisis. Dialèctica y metodologia en El Capital, Pasado y Presente, México, 1979, pag. 250.

 

[45] D’altronde sin dall’inizio il colonialismo è stato per il capitalismo uno dei fattori dell’accumulazione primaria di capitale: “La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria” (Marx, Il Capitale, Capitolo 24°).

 

 

 

[46] Bisogna precisare che il marxismo non ha niente in comune con la caricature secondo cui Marx ridusse tutto all’economia. A questa palese assurdità hanno risposto molte volte gli stessi Marx e Engels, come seguente brano tratto dalla lettera di Engels a Bloch: “Secondo la concezione marxista della storia, la produzione e riproduzione della vita sociale è nella storia il momento in ultima istanza decisivo; di più nei io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta, insignificante, astratta e assurda” (La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, pag. 63).

 

[47] Come è altrettanto inefficace è la soluzione proposta (e attuata) dai reazionari: la riduzione della produzione con meno orario, meno salario e altre misure simili.

 

[48] Negli Stati Uniti tra il 1936 e il 1937 ci furono oltre mille occupazioni di fabbrica con la partecipazione di mezzo milione di lavoratori e 6912 scioperi che coinvolsero 1.861.000 lavoratori.

 

[49] Bisogna sottolineare che le differenti soluzioni politiche che il capitalismo assunse di fronte alla crisi degli anni ’30 (New Deal negli U.S.A., nazionalsocialismo in Germania) erano, caratterizzate dall’elemento comune dell’intervento dello Stato nell’economia.

 

[50] Tutte le maggiori aziende tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale Imperialista approfittarono della manodopera dei campi di concentramento per ridurre i costi di produzione. Ad esempio la I.G. Farben impiantò ad Auschwitz una fabbrica di gomma sintetica. Secondo la storica Anni Lacroix dai 12 ai 14 milioni di lavoratori stranieri in gran parte ebrei e prigionieri sono stati utilizzati dalle aziende tedesche.

 

[51] Il Capitalismo monopolista di Stato è un modello di capitalismo, dove il capitale investe nei rami della produzione dei grandi mezzi di produzione, di energia, e dei trasporti strategici è per lo più e a seconda delle circostanze, di proprietà o sotto il controllo dello Stato, che lo gestisce (in modo monopolistico) per conto della propria borghesia. E’ un sistema economico che permette di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Quando prevale il primo aspetto, si parla e si attuano nazionalizzazioni di un intero ramo (come ferrovie, elettricità) o l’intervento pubblico nelle aziende (come faceva tempo fa l’I.R.I.); quando prevale il secondo, si attuano dismissioni e privatizzazioni.

 

[52] Un conto è dire che sotto il capitalismo si creano le basi materiali, altro discorso sarebbe che il continuo sviluppo delle forze produttive avrebbe portato al socialismo senza traumi, o della concezione che prevalse in URSS prima e successivamente in Cina, dove l’avanzata del socialismo era fatta coincidere con l’aumento del P.I.L. e del capitale costante (più macchinari) in generale, e non con l’estinzione del lavoro salariato, della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, della divisione tra campagna e città, della natura di merce del prodotto del lavoro e dei lavoratori (che possono essere assunti e licenziati a discrezione delle esigenze aziendali, che sono costretti a vendere la loro forza lavoro ecc.). ora, in merito a quest’argomento, noi comunisti non abbiamo nulla a che fare col produttivismo demente, ma neanche con le nostalgie della “trazione animale” e della piccola produzione. Per noi ogni aumento della produttività va connesso, non con l’aumento della produzione, ma con la riduzione dell’orario di lavoro.

 

 

 

 

 

GUANTANAMO TORTURE DEMOCRATICHE: PER NON SCORDARE

•maggio 14, 2018 • Lascia un commento
  Dall’11 gennaio 2002, la base navale di Guantanamo a Cuba, è diventata un centro di detenzione per persone etichettate come terroriste. Questa è la verità ufficiale. In realtà in tale base c’è un misto di crudeltà, spietatezza e violenza. È un luogo dove si sperimentano farmaci, psicofarmaci, tecniche di controllo mentale e torture (che spesso non lasciano una traccia fisica) dove si riducono le perso imprigionate a uno stato vegetativo. Persone che, il più delle volte, sono estranee alle accuse che gli si rivolgono.

Dei quasi 800 (ufficiali) detenuti transitati a Guantanamo, nessuno è mai stato incriminato formalmente, sottoposto a processo e condannato. Molti di questi hanno denunciato le torture inumane e tanti ne sono usciti con gravi danni per la loro psiche.

Dopo le terribili rilevazioni dell’australiano David Hicks sulle torture sofferte nel lager di Guantanamo, includendo misteriose iniezioni di prodotti di natura sconosciuta, l’avvocato di Nizar Sassi e Maourad Benechellali, due detenuti di nazionalità francese liberati in luglio di quest’anno, ha appena rilevato che i suoi clienti sospettano di essere state vittime di “esperimenti” in uno dei sinistri centri per gli interrogatori della base navale nordamericana. Jacques Debray, letterato francese, ha denunciato nell’ultima edizione della rivista francese Le Nouvel Observateur che Sassi e Benechellali sono stati forzati a inghiottire medicinali sospetti e si stanno chiedendo se sono stati vittime di “esperimenti”. I due raccontano solo frammenti di quello che è accaduto a Guantanamo. La DST, i servizi interni dei servizi segreti francesi hanno fatto capire che era preferibile tacere fino a che altri francesi sono detenuti in quella base. I due, tra le tante storie di orrore,[1] raccontano che c’erano stanze dove si ascoltava una musica, terribilmente violenta, hanno parlato di “medicinali strani” che hanno dovuto ingerire. Una volta Nizar svenne dopo averlo fatto e ha avuto l’impressione di essere rimasto senza conoscenza per un paio di giorni. Non sapevano che medicinali fossero ma entrambi hanno affermato che un detenuto si riempì completamente di foruncoli dopo l’iniezione.

Le ampolle dei medicinali erano solo numerate e un medico li visitava per sapere come si sentivano; hanno potuto vedere un medico al di fuori di quelle domande solo un paio di volte, perché a Guantanamo tutto funziona per ricompense (della serie fai il bravo e vedrai che ti possiamo dare un contentino). Nizar ha dovuto aspettare un anno per vedere un dentista.

   Nizar e Benechellali affermano che a Guantanamo c’è un numero impressionante di psichiatri ed esistono unità riservate, dove s’impazzisce.

   Ora, visto che gli esperimenti medici su detenuti, sono assolutamente proibiti dalla Convenzione contro la tortura, come altre altri trattamenti crudeli, delle Nazioni Unite, oltre alla chiusura del Lager di Guantanamo come ha promesso Obama, bisognerebbe istituite un tribunale internazionale contro i criminali che hanno permesso questo. Tra i tanti da portare sotto processo c’è la Croce Rossa. Questa “benefica” e “umanitaria” organizzazione ha affermato che medici e infermieri che erano presenti agli interrogatori, erano lì come “consulenti” per riferire sulla vulnerabilità psicologica dei detenuti.

   Anche l’Italia è complice. Reprieve, un’Ong di Londra che si occupa di tutelare e aiutare chi ha subito le conseguenze della “guerra al terrorismo”, i cui diritti sono stati calpestati, denuncia che in sette casi di cittadini tunisini residenti in Italia all’epoca dell’arresto avvenuto in Pakistan o in Afghanistan, su segnalazioni, poi rilevatesi infondati, delle forze di polizia e dei servizi segreti italiani. Che gli hanno appioppato lo status di “nemico combattente”, permettendo così alle autorità U.S.A. di rinchiuderli come sospetti nel lager di Guantanamo. Alla fine tutti e sette sono stati scagionati e scagionati da ogni accusa, e sono liberi di tornare … in Tunisia, paese dove la tortura e abbondantemente usata contro chi è sospettato di terrorismo, figuriamoci loro che hanno avuto delle condanne dai 10 ai 40 anni, per sospetti rivelatisi infondati.

   Ma non finisce qui, Reprieve descrive come in almeno tre occasioni, ufficiali dei Carabinieri, della Polizia e del SISMI si siano recati a Guantanamo per interrogare i sette tunisini, vedendo di persona le condizioni disumane di detenzione. Inoltre, documenta le 680 volte che l’Italia ha concesso il diritto di sorvolo agli aerei U.S.A. che dal Pakistan o dall’Afghanistan portavano i detenuti sospetti a Guantanamo.

E per finire la carrellata degli orrori, sul web è spuntato un documento riservato del Pentagono che parla di nuovi strumenti wireless per la tortura: grazie a radiazioni elettromagnetiche a determinate frequenze, si può alzare la temperatura corporea di una persona, si può disorientarla o si può addirittura farle sentire delle voci dentro la testa. Questo documento è vecchio di dieci anni: originalmente marchiato “Classified-Noforn” (ovvero topo secret anche per gli alleati della Nato) è stato declassificato recentemente poiché sono trascorsi i termini di legge. Non dice se questi strumenti siano in uso a Guantanamo o in qualche parte del mondo, ma ammette che sono state sperimentate: in qualche caso anche sugli esseri umani.

Vedere documento su Download Bioeffects_of_Selected_Non-Lethal_Weapons.pdf

Una lezione si può tratte, nella loro lotta di predoni, gli stati imperialisti (a partire dall’imperialismo principale: gli U.S.A.) si ammantano di grandi valori, sbandierano richiami alla civiltà. Tutto questo sono munizioni per il loro combattimento, servono a distogliere l’attenzione dalle divisioni di classe, che devono lasciare il posto agli “scontri di civiltà”, alle divisioni religiose, ai miti nazionalisti. Serve a legare il proletariato e le masse popolari al carro della classe dominante. Questo scandalo introduce delle crepe alla propaganda imperialista, ma fino a che il proletariato non saprà organizzarsi, rialzarsi e far sentire la propria voce e il proprio peso sul piano nazionale e internazionale, difficilmente il gioco imperialistico con tutti i suoi orrori potrà essere inceppato e distrutto.

 

[1]  Raccontano che appena arrivati a Guantanamo i militari U.S.A. quando scesero dall’aereo, gli orinarono addosso.

ROBOT NELLO SPAZIO

•maggio 7, 2018 • Lascia un commento

 

 

La conquista dello spazio (con la relativa colonizzazione della Luna e degli altri pianeti) accelera lo sviluppo della robotizzazione.

C’è un progetto giapponese che sembra uscito da un film di fantascienza. Un centro di ricerca governativo ha, infatti, redatto un’ipotesi di sbarco entro il 2020 per creare una vera e propria base sulla Luna.[i]

Secondo il progetto perfezionato dal centro di ricerca Waseda University, lo sbarco dovrebbe avvenire in due fasi. Entro il 2015 dovrebbero essere messi in orbita intorno alla Luna alcuni robot che avrebbero il compito di monitorare e studiare il nostro satellite. In seguito entro il 2020 ci sarebbe la discesa sul suolo lunare dei droidi che si stabilirebbero nei pressi del polo sud lunare.[ii] Pesanti circa 330 Kg e dotati di poderosi cingolati, i robot potrebbero operare all’interno di uno spazio di circa 60 miglia di raggio interno alla base. L’alimentazione dei droidi avverrebbe grazie a panelli a energia solare. Il progetto avrebbe un costo stimato di circa 1,83 miliardi di euro e sarebbe, nelle intenzioni del governo giapponese, solo il primo passo di una successiva esplorazione del sistema solare.

Questa è l’ennesima dimostrazione che l’esplorazione del sistema solare e dello spazio in generale, avverrà in prevalenza non con esseri umani, ma con l’impiego di macchine-robot.

Ricordiamoci del Pioneer 10, una sonda spaziale lanciata nel marzo 1972 verso i pianeti esterni al sistema solare (dove su una placca fu inciso un messaggio destinato a eventuali esseri extraterrestri che dovessero raccoglierlo), trent’anni dopo una stazione radio di Madrid ricevette un segnale lanciato da Pioneer 10. Ci sarebbe da soffermarsi sul significato tecnico del fatto che una macchina sopravviva per trent’anni nello spazio a 230 gradi sotto zero, percorra 12 miliardi di chilometri, si destreggi fra orbite di sei pianti, produca e conservi energia, trasmetta da oltre l’orbita di Plutone (sorpassata ormai dal 1982) e il segnale sia captato, ripulito dal rumore dell’intero universo e compreso dopo che ha viaggiato 22 ore andata-ritorno alla velocità della luce.

   Il vero significato di tutto ciò, è che con l’esplorazione (e la relativa colonizzazione) dello spazio era iniziata l’era dei robot.

Le missioni con l’essere umano (come quelle Apollo) in realtà erano più che altro roba che serviva per la propaganda, non dimentichiamo che quando si svolgevano questi viaggi spaziali con gli esseri umani era l’epoca della cosiddetta guerra fredda. In quel periodo l’esplorazione umana dello spazio era diventata una competizione d’immagine tra i due blocchi (chi avrebbe mai potuto identificarsi con un astronauta robot?).

La storia della robotica è strettamente legata a quella dell’esplorazione spaziale. Le sonde spaziali che hanno fornito, negli anni, preziose informazioni sul nostro sistema solare non erano altro che robot.

Il legame tra esplorazioni spaziali e robotica ha una ragione semplice: gli esseri umani, che sono “progettati” per operare nelle condizioni ambientali della Terra, non sono adatti né allo spazio vuoto né agli altri pianeti del sistema solare. Al contrario, un robot progettato dall’uomo, può essere realizzato in modo da adattarlo alle condizioni specifiche di qualsiasi ambiente, per lo meno entro i limiti che la tecnologia ci pone, e in particolare può essere progettato per operare su un altro pianeta o nello spazio.

Per mantenere in vita un uomo è necessario portarsi dietro un piccolo pezzetto di ambiente terrestre (aria, acqua, cibo) e prevedere sistemi per gestire tutte le necessità fisiologiche umane. Questa “Terra portatile” potrà essere più o meno fedele all’originale, più o meno grande, e più o meno sofisticata, potrà perfino ridursi (per brevi periodi) alle dimensioni di una tuta spaziale. In quest’ottica un’astronave non è altro che un piccolo ambiente terrestre simulato, naturalmente dotato di apparati per il moto nello spazio.

Un motivo non trascurabile che rende i robot più adatti all’esplorazione dello spazio sta nel fatto che i viaggi spaziali sono lenti. Infatti, le distanze sono così enormi che, all’interno del nostro sistema solare, possono esser necessari anni per arrivare a destinazione. E non è facile risolvere il problema di trasportare uno o più esseri umani per lunghissimo tempo in un ambiente ristretto che li mantiene a stretto contatto tra loro, senza che essi ne soffrano fisicamente e psicologicamente. Se poi si va a vedere le distanze tra stelle diverse esse, sono inconcepibili. Ad esempio la stella più vicina alla Terra, ovvero Alfa Centauri, si trova a circa 4 anni luce da noi.

 

CYBORG ASTRONAUTI?

 

La NASA non sta dedicando le sue ricerche sul modo di costruzione di un astronauta migliore. La loro Human Research Program si concentra invece su come farmaci, esercizio e una migliore schermatura contro le radiazioni possano attenuare gli effetti spaziali sulla vita umana. C’è più di una discussione su come modificare interi pianeti adatti agli esseri umani – un processo chiamato terraforming – piuttosto che cambiare l’uomo per adattarlo allo spazio.

Uno dei motivi della Nasa di avere poco interesse al cyborg può essere dovuto alla loro attenzione per riportare gli astronauti a casa in modo sicuro. Gli esseri umani modificati per la vita nello spazio potrebbero non vivere troppo bene sulla Terra. L’adattamento permanente è un problema per tutti i futuri coloni di Marte (e degli altri pianeti) poiché nel corso del tempo la gravità più debole del pianeta potrebbe tradursi in ossa più deboli. Mentre alcuni hanno proposto “viaggi di sola andata”, con persone che vivono il resto della vita su questo pianeta, gli attuali piani della Nasa prevedono un soggiorno della durata di 500 giorni.

E proprio riguardo allo spazio che fu coniato il termine di cyborg (cybernetic organism ovvero organismo cibernetico): ideato dagli scienziati Manfred E. Clynes e Nathan S. Kline nel 1960 in un saggio dal titolo Cyborg nello spazio riferendosi alla loro idea di un essere umano potenziato con organi artificiali (qualcosa che ricorda il transumanesimo) per sopravvivere in ambienti extraterrestri inospitali. Essi ritenevano che un’intima relazione fra umano e macchina fosse la chiave per cercare la nuova frontiera dell’esplorazione spaziale in prossimo futuro.

Queste ricerche sull’interazione uomo macchina assumono degli aspetti inquietanti. Kevin Warwick, docente di cibernetica all’università di Reading in Inghilterra, ha condotto diversi studi sull’ibridazione uomo-macchina eseguendo degli esperimenti su se stesso. Nel 1998 si è fatto impiantare un microchip a radiofrequenza e nel 2002 (Warwick evidentemente deve avere una componente sadomasochista) si è fatto innestare un centinaio di micro elettrodi nelle terminazioni nervose dello stesso arto.[iii] Questi dispositivi gli hanno permesso di inviare e ricevere messaggi.

Tutto ciò diventa ancora più, inquietante quando Warwick è stato avvicinato dai rappresentanti di due importanti compagnie di software, una britannica e una amerikana, la Blackabaud Inc. considerata una dei giganti de software. Con questo tipo di tecnologia le aziende potrebbero seguire, passo per passo, i loro dipendenti, dentro e fuori dai posti di lavoro.[iv]

La NASA seguendo i suggerimenti del saggio di Clynes e Kline, commissionò uno studio sull’argomento.

Questo studio dal titolo The Cyborg Study: Engineering man for Space fu pubblicato nel 1962. In esso si esaminava la possibilità di sostituire gli organi, quali tipi di farmaci e i modi di ibernazione che avrebbero consentito di rendere i viaggi nello spazio meno stressanti. La relazione terminò però, che la sostituzione del cuore del polmone e dei reni – che sono gli organi più sollecitati dai viaggi nello spazio – non era possibile con la tecnologia disponibile all’epoca.

Nei laboratori di ricerca della NASA tuttavia sono in corso diversi progetti per sviluppare meglio l’interfaccia uomo macchina, l’obiettivo di questa ricerca è di migliorare le comunicazioni tra persone e computer, rendendo le macchine, i nostri avatar[v] per l’esplorazione dello spazio. Forse con un impianto che collega il cervello al robot sarà il prossimo passo per l’esplorazione spaziale riducendo notevolmente il tempo di comunicazione in tutta la vasta distesa dello spazio.

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI RELATIVE ALLA QUESTIONE SPAZIALE

 

Pur essendo vero che siamo nella fase della decomposizione del Modo di Produzione Capitalista, tutto ciò non comporta necessariamente l’involuzione del pensiero scientifico. Questo, al contrario, può essere suscettibile di evoluzione. E ciò perché, in linea generale di teoria e metodo, non v’è tra struttura e sovrastruttura determinazione meccanica ma dialettica.

Nel caso della dominazione borghese bisogna constatare il fatto determinante che la borghesia si accaparra e si asservisce le migliori forze intellettuali provenienti per lo più dalle categorie sociali piccolo-borghesi e dalla classe operaia. Mediante tali forze intellettuali, la scienza borghese, in dati limiti, trova alimenti e progredisce. Perciò durante il regime economico e sociale di una classe decadente è possibile raggiungere nel campo scientifico e tecnico, tappe qualitative del progresso storico del sapere umano. Esempi: la relatività einsteiniana e la teoria dei quanti.

È sbagliato fissare dei limiti al sapere della classe borghese; però bisogna partire dal fatto che essa non risolve i problemi della conoscenza umana a causa della sua stessa natura classista. Che solo una società che metterà fine alla divisione in classi, alla divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, alla divisione tra le varie discipline scientifiche, alla ricerca scientifica legata al meccanismo del profitto, può aprire la strada alla conoscenza sociale universale dell’essere umano.

Tornando alla questione spaziale, ritengo che bisogna evitare l’errore di considerare i lanci dei satelliti artificiali, con esseri umani o senza, come la realizzazione tecnica di ciò che i grandi ingegni della scienza borghese avevano ipotizzato secoli fa e pertanto privi di valore scientifico autentico. Detta posizione rientra nel meccanicismo. Infatti tra scienza e tecnica v’è azione reciproca e tutte due, in ultima analisi dipendono da esigenze produttive di insieme.

Bisogna tenere conto prima di dare un giudizio sui voli spaziali in genere, che essi sono i risultati di un vasto campo di ricerca scientifico-tecnica che abbraccia tutti i rami dello scibile: fisico, chimico, biologico ecc.

Un altro errore è rappresentato dalla negazione in assoluto che l’essere umano non potrà mai viaggiare nel cosmo. Ne consegue pertanto una posizione antievoluzionistica. In sostanza l’essere umano si è adattato, con un’ininterrotta azione e reazione di trasformazione, alle condizioni naturali del suo ambiente terrestre. Per questo, in ben delimitati limiti e ben giusto dire: poiché l’essere umano riesce a riprodurre nello spazio le condizioni ambientali della propria esistenza, intanto è capace di affrontare lo spazio stesso che lo circonda.

La colonizzazione dello spazio (e la militarizzazione ne è una conseguenza) fa parte di una speranza planetaria di un sistema economico come quello capitalista che, saturo di capitali e di merci, si proietta nello spazio perché si sente strangolato dal nodo scorsoio delle sue contraddizioni. Lo spazio dovrebbe servire ai vari imperialismi per combattervi le loro guerre, per fondarvi le loro colonie. Provincia dell’accumulazione, lo spazio è destinato a diventare un territorio da spartire o da egemonizzare. La militarizzazione dello spazio dimostra l’incapacità dei capitalisti a comporre i loro antagonismi e le loro lotte sulla superficie terrestre.

Ma la vecchia talpa rivoluzionaria, che oggi rode le basi del sistema, distruggerà questo sistema che separa la scienza dalla conoscenza generalizzata degli uomini e delle donne. L’autogestione da parte delle masse farà della scienza una banalità alla portata di tutti.

Gli uomini e le donne andranno nello spazio per fare dell’universo il teatro dell’ultima rivoluzione: quella che andrà contro i limiti della natura. Si andrà nello spazio non come impiegati dell’amministrazione spaziale o come “volontari” di un progetto di Stato, ma come persone senza schiavi che ispezionano i loro possedimenti.

Utopie? Sogni? No perché lo sviluppo di alcune ricerche smonta lo status quo ideologico che la scienza ufficiale asservita al potere del capitale rafforza.

Prendiamo come esempio il caso della materia oscura. Si ritiene che una buona parte della massa dell’universo sia oscura. Stabilire la natura di questa massa è uno dei problemi della cosmologia moderna. Davanti all’osservazione di un moto delle galassie, che non può essere spiegato solo con l’azione della gravità, sarebbe ragionevole considerare la possibilità che anche l’elettromagnetismo possa essere responsabile. I fisici fino ad oggi sono stati in grado di scoprire quattro tipi differenti di forza: gravità, elettromagnetismo, forza nucleare forte e debole, queste ultime agenti solo a distanze subatomiche, infinitesimali.

La materia oscura è stata inventata perché si potesse ottenere la quantità di gravità necessaria non solo per la formazione delle galassie, ma anche per evitare il loro collasso. Le velocità di rotazione di molte galassie sono troppo grandi rispetto alla gravità prodotta dalla materia visibile che dovrebbe tenerle insieme. Piuttosto che cercare una spiegazione per questo fatto nei confini della fisica conosciuta come fanno i fisici del plasma,[vi] i teorici del Big Bang hanno invece inventato forme invisibili di materia ed energia che si suppone pervadano l’universo, costituendone ben il 95% del totale.

Nonostante il suo immenso contributo alla gravità, la materia oscura “interagisce debolmente” per altri aspetti con quella “normale”, giustificando così in minima parte la sua presenza non rilevabile con test sperimentali. Questo non ha impedito al sistema delle fondazioni di investire somme sempre più ingenti nella ricerca finanziando così solo carriere scientifiche individuali.

La materia, piuttosto che oscura, è assente. Studi recenti sulla radiazione infrarossa emessa da certe galassie hanno reso possibile una stima sulla massa delle stelle di queste strutture, registrando effetti gravitazionali, anche negli ammassi di galassie, che lasciano ben poco spazio alla materia oscura. La materia visibile giustifica circa i 2/3 di questi effetti nelle galassie, mentre negli ammassi la differenza è maggiore probabilmente perché la grande quantità di gas e polveri riduce le possibilità di osservazione.

Tutta questa faccenda della materia oscura, riflette un pericolo, insito nell’approccio deduttivo non solo in cosmologia secondo cui le risposte derivano da “leggi dell’universo” che non richiedono verifica (e che quindi possono essere costruite per tappare i buchi).

La popolarità dell’approccio deduttivo sta nel fatto che con il suo utilizzo sia pure in ambiti scientifici molto circoscritti è stato possibile riassumere anni di lavoro in una forma astratta e molto sintetica, usando un piccolo numero di simboli matematici. Come nel caso delle equazioni di Maxwell che regolano l’elettromagnetismo.

Per un matematico o per un fisico potrebbe essere attraente, ma il rischio reale è quello di dimenticare che ci sono voluti molti anni di duro lavoro svolto da tante persone per raggiungere il grado di conoscenza attuale. Come non bisogna dimenticare che nei fenomeni fisici c’è la presenza di molti fattori che interagiscono tra loro.

Se poi prendiamo la teoria del Big Bang, uno dei nodi centrali di questa teoria è l’ipotesi di un effetto in questo caso l’esplosione di materia ed energia nell’universo, senza che abbia una causa. Non bisogna, essere degli scienziati che con una teoria del genere, alla fine significa accreditare un approccio opposto a quello scientifico, che ricerca una causa dietro ogni effetto. Il metodo scientifico sta nella possibilità di generalizzare i risultati dell’osservazione e nel poter fare previsioni, nello sviluppare teorie studiando i processi in corso e nell’utilizzare queste teorie come guida per l’azione.

Tra l’altro se si osserva attentamente tra la teoria del Big Bang e il mito cristiano della creazione può essere tracciato un parallelo che mette in disagio. Non è sufficiente come fanno i suoi sostenitori che è impossibile sapere cosa ci fosse prima[vii] del Big Bang quando si presume che non esistevano il tempo e l’indagine scientifica, come ogni altra speculazione, dove perciò fermarsi a quel momento.

Esiste invece una corrente di scienziati del gruppo per una cosmologia alternativa che stanno lottando per stabilire un approccio materialistico e dialettico ai concetti di spazio tempo e origine dell’universo e fanno questo perché si tratta dell’unico approccio che si accorda con i fatti.

Una delle conclusioni che sono arrivati questi scienziati è che l’universo non ha inizio, E non ha fine, che il tempo è infinito. Indubbiamente la scoperta più importante dove sono arrivati è che l’universo non è statico. Ovunque, dalla scala infinitesimale a quella infinitamente grande, si notano moto cambiamenti ed evoluzioni. Semplici galassie, o ammassi di esse evolvono e mutano. Stelle e pianeti nascono crescono e muoiono. Su questo sfondo sorgono e crollano imperi. Gli individui crescono imparano, agiscono e scompaiono. Miliardi di cellule interagiscono tra loro, si sviluppano, muoiono e scompaiono. E così via fino alla più piccola scala e oltre.

Le teorie non sono mai neutre, le vecchie idee in cosmologia tendono a rinforzare, e traggono rinforzo, dalle idee dominanti nella società. La concezione di uno spazio immobile, assoluto, porta molti intellettuali a un pessimismo storico, alla squallida visione di Fukuyama sulla “fine della storia”, per giustificare la perennità del modo di produzione capitalistico e di un sistema fondato sulla divisione in classi sociali. Ma se l’universo come realtà materiale è in continua espansione e non ha confini, allora vuole dire che ogni sistema sociale è una realtà provvisoria, che può finire e far nascere qualcosa di nuovo e di diverso.

C’è un motivo di speranza: tutto si muove e tutto si modifica

 

 

[i] http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_giugno_14/base-lunare-giapponese

 

[ii] Curioso, vicino, dove nel 2009 la NASA ha lanciato un missile “per la ricerca dell’acqua” si vede che è una zona davvero interessante.

 

[iii] http://www.3lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/Istp/220702/

 

[iv] http://www.paolodorigo.it/IlGovernoDelleCimici.htm

 

[v] L’avatar è un’immagine scelta per rappresentare la propria utenza in comunità virtuali, luoghi di aggregazione, discussione, o di gioco on-line. La parola che è in lingua sanscrita, è originaria della tradizione induista, nella quale ha il significato di incarnazione di assunzione di un corpo fisico da parte di un dio (Avatar: “colui che discende”): per traslazione metaforica, nel gergo di Internet si intende che una persona reale che scelga di mostrarsi agli altri, lo faccia attraverso una propria rappresentazione, un’incarnazione: un avatar appunto. Tale immagine, che può variare per tema e per grandezza (di solito stabilite preventivamente dai regolamenti delle comunità virtuali), può raffigurare un personaggio di fantasia (ad esempio di un cartone animato o di un fumetto), o anche temi più vari, come vignette comiche, testi, ed altro. Il luogo di maggior utilizzo degli avatar sono i forum, i programmi di instant messaging e i giochi di ruolo on-line, dove è d’uso crearsi un alter ego. Alcuni siti invitano a dotarsi di un avatar ispirato a un certo tema per renderne uniforme l’utilizzo in modo da migliorare il senso di appartenenza alla comunità virtuale. Per esempio il sito del Villaggio di Oleon richiede un avatar di ispirazione medievale che, unitamente a un nickname in tema, tende a creare un’ambientazione di cavalieri del medio evo.

 

[vi] Il plasma è un gas che contiene un gran numero di particelle con carica positiva o negativa (ioni e elettroni). Questo può verificarsi quando un gas viene elevato a temperature estremamente alte (per esempio le regioni esterne del sole) o in un campo elettrico intenso. La fisica del plasma è una branca importante della scienza moderna.

 

[vii] Nel CERN di Ginevra gli scienziati hanno tentato di riprodurre il Big Bang. Link http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asplD_articolo=924&ID_sezione Ma qui ciò che origina il Big Bang si sa: è l’acceleratore di particelle.

LE ORIGINI IDEOLOGICHE DEL CICAP

•maggio 6, 2018 • Lascia un commento

 

 

Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) fu creato nel il 9 ottobre 1988, in un incontro a Torino tra gli abbonati italiani della rivista del Commitettee for Skeptical Inquiry (CSI), in cui furono definiti gli obiettivi dell’associazione, poi formalizzata il 12 giugno 1989.[1] Aderiscono al CICAP Umberto Eco, Carlo Rubbia, Umberto Veronesi, Piero Angela, Piergiorgio Odifreddi, il mago Silvan, Roberto Vacca e il noto debunker Paolo Attivissimo. Il CICAP quindi è il ramo italiano del CSI in precedenza noto come Commitettee for the Scientific Investigation of Claims of the Paranormal (Comitato per l’Indagine Scientifica sulle Affermazioni sul Paranormale) o CICICOP, fondata il 1° maggio 1976 dal filosofo Paul Kurtz, nell’ambito di una conferenza dell’American Humanist Association (AHA)nel campus dello State University of New York. Oltre a Kurtz tra i fondatori del CSI vi furono Marcello Truzzi, Carl Sagan, Isaac Asimov e Philip J. Klass. CSI aderisce all’Unione Internazionale Etico-Umanista (IHEU) ed approva la Dichiarazione di Amsterdam sui principi del moderno umanesimo. L’IHEU fondata nel 1952 con sede a Londra, è un’organizzazione internazionale che dovrebbe riunire umanisti, atei, agnostici, razionalisti, “liberi pensatori”, laici, scettici, singoli o associazioni presenti in 40 paesi. Tra i fondatori dell’IHEU vi fu Julian Sorell Huxley, che fu anche il primo direttore dell’UNESCO. L’IHEU, ufficialmente, si batte per un mondo in cui i diritti umani e civili delle minoranze sono rispettati e ciascuna persona sia libera di vivere una vita degna.

 

I FRATELLI HUXLEY

 

Julian Sorell Huxley, oltre che primo direttore dell’UNESCO, fu uno dei fondatori del WWF. Nel 1917 Julian Huxley operò nei servizi segreti inglesi e in seguito fu uno dei fautori della costruzione della Società della Nazioni dalla quale l’Institute for Intellectual Cooperation, poi rinata come UNESCO di cui sarà il primo presidente. Nel 1927 conobbe Margaret Sanger, fondatrice della prima clinica per il controllo della nascite, e dal 1930 s’impegnò nella politica della nascite. Nel 1927 pubblicò Religion Without Revelation, dove condensò la sua idea di “religione senza evidenza palesi quali i miracoli”. Nel 1929 Julian fu incaricato di studiare la possibilità di creare riserve naturali in Kenia, Uganda e Congo dove si invaghì della “purezza di una di una natura ancora svincolata dalla tecnologia e dalla modernizzazione”. Nel 1931 si recò in URSS dove si incontrò con il genetista Nikolaj Ivanovič Vavilov.[2] Nel 1931 assieme da Leonard Elmhirst, Israel Sieff, Kenneth Lindsay, Dennis Routh, Basil Blackett, Henry Bunbury, Jack Pritchard e Ivan Zvegintzov fondò a Londra il Political and Economic Planning (PEP), un’organizzazione per la pianificazione politica e economica del Regno Unito che, dopo il 1939, stese di piani riguardo lo sviluppo economico inglese per il dopoguerra; nell’ambito di tali studi, nel 1941 la Fondazione Rockefeller invitò Julian Huxley a tenere conferenze negli USA sui programmi socio-economici per il dopoguerra. Nel 1945 fu tra i fondatori del Committe of Atomic Scientists che si occupava dei pericoli della bomba atomica e dei vantaggi dell’uso civile dell’energia atomica. Nel Julian Huxley fu nominato primo Direttore Generale dell’UNESCO, ma nel 1948 venne espulso dall’organizzazione per motivi a tutt’oggi mai chiariti, ma forse connessi alle sue idee sul controllo delle nascite.[3] L’11 settembre 1961 Huxley fu tra i fondatori del WWF assieme al principe Bernardo d’Olanda,[4] al principe Filippo d’Edimburgo, a Max Nicholson (già membro del PEP), all’ornitologo Guy Mountfort, al naturalista Victor Stolan e al pittore Sir Peter Scott che ideò il logo del Panda. Inoltre, a Julian Huxley si deve la nascita del termine transumanesimo nel 1957.

Il fratello di Julian Huxley, Aldous fu una sorta di profeta del “grande cambiamento umano” che avrebbe trasformato il mondo.

Nel 1932 Aldous Huxley pubblicò quello che fu il suo capolavoro letterario The Brave New World, titolo solitamente tradotto in italiano come Il Mondo Nuovo.

Quello che è certo è che questo romanzo futuristico rimane, a tutt’oggi, l’opera più profetica della letteratura contemporanea. In essa Aldous descrive un mondo in cui un potere unico mondiale ha realizzato una forma perfetta di dittatura dolce, sviluppatasi a partire da una sconcertante trasformazione antropologica dell’umanità; gli esseri umani del Mondo Nuovo, infatti, si riproducono ormai in maniera esclusivamente artificiale e vengono condizionati, fin dallo stato embrionale, attraverso un bombardamento a base di sostanze chimiche e slogan; il numero stesso e le caratteristiche dei nascituri vengono stabiliti a seconda delle esigenze dello Stato. In tale società il controllo totale sull’individuo non avviene, tuttavia, attraverso mezzi violenti, quanto attraverso una spersonalizzazione attuata tramite la soddisfazione degli istinti più elementari. L’uomo del Mondo Nuovo, è assolutamente ignaro del suo passato, non ha aspirazioni né sogni, ma può dedicarsi illimitatamente a ogni sorta di pratica sessuale e, se lo desidera, può attingere svago e diletto dall’utilizzo della droga perfetta, il soma, che ha “tutti i vantaggi del Cristianesimo e dell’alcool, ma nessuno dei difetti”,[5] e permette di annegare ogni dolore e anche ogni aspirazione superiore in un sogno chimico privo di controindicazioni sanitarie.

Aldous Huxley non era un uomo qualunque.    Personaggio dalla vita ambigua e spesso indecifrabile, protagonista, nel secondo dopoguerra di oscure operazioni di lobbying tendenti a creare ben determinati “stato di spirito” nelle masse, paladino della “libertà” ma nella realtà era un grandissimo manipolatore, nella sostanza si potrebbe definire un membro della ristretta categoria di coloro che sanno.

Quando anni dopo nel 1958, Aldous Huxley pubblicherà un saggio di commento al suo romanzo dal titolo The Brave New World Revisited (Ritorno al Mondo Nuovo), infatti scriverà che se “se ci sarà questa rivoluzione essa dipenderà in parte da forze sulle quali i più possenti fra i governanti hanno scarsissimo controllo”,[6] indicando, forse, con questa espressione, quelle “potenze inconsce” grazie alle è impossibile, per sua stessa ammissione, controllare le masse, indirizzandole verso cambiamenti epocali e persino a spingerle nelle braccia di una dittatura scientifica inconcepibile in passato.

Scrive Aldous Huxley: “Gli antichi dittatori caddero perché non sapevano dare ai loro soggetti sufficiente pane et circensi, miracoli e misteri. E non possedevano un sistema veramente efficace per la manipolazione dei cervelli (…) Ma sotto un dittatore scientifico l’educazione funzionerà davvero e di conseguenza la maggior parte degli uomini e delle donne crescerà l’amore della servitù e ma sognerà la rivoluzione”.[7]

Se negli anni ’30 questo tipo di dittatura scientifica sembrava fantascienza, nei primi decenni del secondo dopoguerra, l’immagine vagheggiata da Huxley diventerà improvvisamente molto più attuale: un’enorme mutazione antropologica, infatti, era in atto. Si tratta di quella che si potrebbe definire una di “rivoluzione culturale”[8] partita dalla seconda metà degli anni ’50 e che conoscerà il suo ultimo negli anni ’60 e che dai paesi anglosassoni si espanderà a macchia d’olio. Questa “rivoluzione” aveva lo scopo di creare un uomo individualista e sradicato da ogni identità di tipo tradizionale; un uomo sostanzialmente solo, privo di radici, ma anche di rapporti umani non precari, ipnotizzato da sempre nuovi bisogni e pertanto soggetto più che mai a chiunque sappia agire nella sfera delle suggestioni emotive; un uomo che non ha più un passato, ma non riesce a immaginare un futuro: il cosiddetto uomo postmoderno. Un uomo che certamente non assomigliava all’essere libero sognato dai vari guru della controcultura degli anni ’60, ma è più simile alla tipologia progettata in vitro da “forze potenti e nascoste” a cui solo in parte è possibile dare un volto.

Non è certo un caso che questo tipo di “rivoluzione” portò un diffuso uso (e della relativa cultura) della droga. Non è certamente un caso che questa rivoluzionaria ha avuto origine proprio a partire dai due elementi di sociale che Huxley indica come gli ingredienti perfetti del futuro totalitario dolce: la droga e la “libertà sessuale”.

Non esiste alcun rito di tipo magico-evocativo che possa prescindere da tre elementi: il ricorso a ritmi ossessivi e ipnotici, l’uso di droghe allucinogene e spesso l’uso della sessualità. Si potrebbe affermare che quelli che sono definiti “i magnifici anni ‘60” abbia a tratti assunto la forma di un vero e proprio “rito magico” di massa. Del resto anche alcuni protagonisti di quest’epoca lo affermavano. Jim Morrison, affermava, ad esempio, che la nuova musica che stava invadendo il mondo era, anche e soprattutto, evocazione di potenze e di poteri, apertura verso il mondo “sotterraneo”, sede di pulsioni sessuali e dei poteri posseduti dagli stregoni.

Tutto questo nasce negli anni ’50, nel contesto degli esperimenti sul controllo mentale finanziati dalla CIA (e dai servizi segreti britannici) – MK-ULTRA è indubbiamente quello più noto – in cui molto spesso allucinogeni come LSD venivano utilizzati insieme e a tecniche di deprivazione sensoriale o, come si usa dire all’epoca di lavaggio del cervello.

E proprio in questo contesto semisegreto ed elitario, tuttavia, che emergeranno quelle figure di profeti degli allucinogeni che, negli anni successivi, diverranno veri e propri guru della controcultura: personaggi come lo stesso Aldous Huxley, o come il leader psichedelico Thimothy Leary, ma anche figure misconosciute come il diplomatico britannico Michael Hollinggshead, l’enigmatico agente della CIA Oscar Janiger o il misterioso trafficante Ronald Stark, di cui si ignora il vero nome e persino la data della morte.

Il rapporto tra Huxley e glia allucinogeni sembra essere stata di lunga durata, se dovessero risultare autentiche le notizia che lo vorrebbero iniziato all’uso della mescalina da quello che viene definito uno dei più famosi “satanisti£ della contemporanea, l’inglese Aleister Crowley nella Berlino degli anni ’30, dove il nobile rampollo sarebbe stato introdotto nella Golden Dawn.[9]

È però fu negli USA del secondo dopoguerra che Huxley, convinto di essere investito di una sorta di “missione” tesa alla trasformazione dell’umanità, diventerà un vero e proprio banditore degli psichedelici. Fedele alle tradizioni elitarie di famiglia, peraltro, era convinto che vera rivoluzione dovesse nascere dall’alto e che “fosse necessario convertire prima di tutto le élite artistiche, filosofiche ed economiche”.[10]

Uno dei primi discepoli di Huxley fu Timothy Lear, un professore di psicologia appassionato di sciamanesimo, che per il suo carisma e la sua teatrale capacità di seduzione diventerà un vero e proprio “evangelista della droga”.

Michael John Hollingshead, un diplomatico impiegato nel Consolato inglese di New York, con probabili legami con i servizi segreti inglesi, fu il primo a introdurre il nuovo allucinogeno nei salotti bene e fra gli artisti all’avanguardia d’oltreoceano.

Per capire gli ambiti familiari ed elitari, bisogna sapere che il nonno di Aldous e di Julian, Thomas Henry Huxley era stato la guida di H.G. Well negli studi di zoologia e biologia.[11]

Well fu l’autore dell’opera letteraria L’isola del dottor Moreau, dove si narra la storia del sadico dottor Moureau dive vive e opera da molto tempo su un’isola, lavorando su un tipo di ricerca mai tentata prima: l’umanizzazione di creature animali per mezzo della vivisezione, l’asportazione dei tessuti e i trapianti di arti, unite insieme da un intervento di tipo ipnotico per stimolare la mente degli animali. Gli esperenti sono però destinati a scontrarsi contro la contro la ribellione degli uomini-bestia che hanno maturato una propria coscienza.

Il romanzo di Wells sembrerebbe pura fantasia, in bilico tra critica della società e la narrativa del terrore, se non fosse che l’attualità ci sta ponendo numerosi esempi di ingegneria genetica sempre più raffinati.

Dopo la clonazione di due femmine macaco dalla coda lunga, avvenuta a Shanghai,[12] si è assistito alla creazione in laboratorio di un embrione ibrido uomo-pecora,[13] in cui una cellula su 10.000 è umana. Nel 2017 era stato realizzato un embrione di uomo e maiale dallo stesso gruppo di ricerca,[14] le cellule umane una su 100.000.

La creazione paraumani, contamina il principio dell’unicità biologica dell’essere umano, pone inevitabilmente enormi questioni etiche, in particolare se l’esperimento può teoricamente portare alla nascita di animali con qualità umane e potenzialmente con un’intelligenza “superiore”.

Qui non si tratta di essere dei luddisti o di essere aprioristicamente al progresso alla tecnologia, ma bisogna tenere conto che l’eredità degli Huxley, e degli altri personaggi similari è viva ed è operante in questo genere di ricerche: pensiamo all’eugenetica che è sopravvissuta agli orrori del nazismo. Questo filone di pensiero ha creato un pensiero debole e un uomo sopraffatto delle sfide che la vita gli impone. Egli è al contempo vittima e carnefice di sé, architetto di un nuovo modello di uomo spersonalizzato e confuso, sessualmente ambiguo, moralmente incerto, affascinato con le macchine on con altre specie per dare vita a un ibrido androgino indistruttibile e illusoriamente immortale oppure a chimere e cloni da sfruttare come banca di organi.

Oggi quello che viene definito “progresso” in una definizione scientista, che di scientifico cerca come i cavoli a merenda essendo una caricatura di un culto religioso, richiede il sacrificio della nostra stessa essenza. Chiede che l’uomo abdichi alla propria umanità, realizzando tutto ciò che la tecnica può concretizzare. Lo sviluppo della scienza asservita porta a confondere le scienze con l’applicazione pratica. Il punto finale di tutto ciò è la mercificazione dell’individuo.

Così nel campo della medicina, si apre la strada alla ricerca sulla vita artificiale, sulla clonazione o sulla creazione di chimere, fino alla creazione dell’uomo OGM, di un individuo geneticamente modificato che possa soddisfare le esigenze e i desideri dei genitori/donatori e rispettare quanto la società si attende dai nascituri: obbedienza, sottomissione, omologazione.

Lo scienziato moderno supera, come il dottor Moreau, ogni confine etico e persino umano nel folle di piegare e annullare la natura, per farsi transumano, un uomo cyborg che potrebbe venire rimpiazzato dalle stesse macchine o da creazioni ibride che sogna di fabbricare in laboratorio.

 

PHILIP J, KLASS

 

Philip J. Klass fu un giornalista legato all’industria areospaziale USA, da sempre scettico radicale verso l’ufologia, attaccò nel 1966 il giornalista John G. Fuller che scrisse una serie di opere dedicate agli avvistamenti UFO negli USA. Per Klass gli UFO erano “un tipo sconosciuto di plasma generato dalle linee elettriche”,[15] fenomeno che attribuiva perfino i “rapimenti alieni”,[16] ma che poi abbandonò in favore della teoria delle cause psicosociali. L’ipotesi di Klass fu duramente contestata dal fisico statunitense James E. McDonald.[17] McDonald aveva cercato di promuovere all’interno della comunità scientifica una ricerca sul fenomeno UFO. Klass attaccò violentemente McDonald accusandolo di spendere per ricerche personali sugli UFO i finanziamenti ricevuti dall’Office of Naval Research (il ramo scientifico dell’Us Navy). Il 13 giugno 1971, vicino a Tucson, fu rinvenuto un cadavere identificato per quello di James E. McDonald. Accanto al corpo furono trovate una pistola e una lettera con propositi suicidi. Klass fu contestato dall’astronomo (e ricercatore ufologico) Allan Hendry[18] secondo cui Klass basava le sue tesi distorcendo i fatti di proposito e ricorrendo ad attacchi personali.

 

Lo stile scientifico di Klass è paradigmatico dello stile operativo del CICAP, ovvero quando dei giornalisti e ricercatori, o pesudotali, accusano di truffa o antiscientificità i lavori considerati eterodossi svolti da ricercatori e scienziati dalle comprovate capacità scientifiche, nel caso i cui tali mettano a rischio le vulgate politiche, scientifiche o governative vigenti. Che si tratti delle cure del cancro ideate dal professore Di Bella, alle tesi alternative a quelle ufficiali inerenti all’11 settembre 2001, agli studi “scientifici” di cosiddetti “centri di ricerca” che associano le malattie mentali ai semplici dubbi sulle tesi ufficiali. Non è un caso che il CICAP si basi, nella sua “lotta per la scienza”, sul mero prestigio mediatico dei personaggi (Eco, Odifreddi e Angela padre) e (soprattutto) sul puro e semplice bombardamento mediatico.

 

IL “COSPIRAZIONISMO”

 

La CIA creò il termine “cospirazionismo” per attaccare chiunque sfidasse la narrative ufficiale, nel 1967 la CIA inviò il dispaccio che coniò il termine “teorie del complotto” indicandone i metodi per screditarle. Il testo era segnato dal termine Psych, abbreviazione che indica le operazioni psicologiche, e C.S. che sta perle unità dei servizi clandestini della CIA.[19]

Questo dispaccio fu reso pubblico nel 1976 in risposta ad una inchiesta del New York Times.[20]

Possiamo analizzare in sintesi il contenuto:

  • Sostenere che le testimonianze oculari sono inaffidabili:
  • Sostenere che la notizia è vecchia e che nel frattempo sono emerse “nuove evidenze significative”;
  • Ignorare l’argomento a meno che le discussioni siano già attive;
  • Sostenere che è irresponsabile speculare;
  • Accusare i teorici di essere di essere innamorati delle loro teorie;
  • Accusare i teorici di avere interessi finanziari nel promuovere le teorie del complotto.

La CIA creò gli argomenti per attaccare coloro che si muovevano oltre e fuori l’informazione ufficiale, spostando il dibattito dalla documentazione che raccoglievano, alle persone che rielaboravano le fonti, essendo “innamorati delle loro teorie” e “politicamente motivati”. Quindi per la CIA (come per gli altri servizi segreti, il giornalismo investigativo – soprattutto se a loro dire è ostile ai governi in carica) è al servizio di un fantomatico “nemico esterno”.

 

 

 

 

 

[1] http://aurorasito.wordpress.com/21/radici.ideologiche-del.cicap/

 

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Nikolaj_Ivanovi%C4%8D_Vavilov

 

[3] Juliette Huxley, Leaves of the tulip tree, Murray, Londra,1986.

 

[4] Egli fu il presidente del Gruppo Bilderberg fino al 1976 quando si dimise ufficialmente per lo scandalo di una tangente da 1,1 milioni di dollari della Lockheed.

 

[5] A. Huxley, Il Mondo Nuovo/Ritorno al Mondo Nuovo, Mondadori, Milano 1991, p. 50.

 

[6]                                                   C.s. p. 339.

 

[7]                                                   C.s. p. 340

 

[8] Metto tra virgolette il termine rivoluzione poiché intesa come trasformazione degli orientamenti culturali nella società e non come presa del potere da parte di una classe sociale.

 

[9] La notizia è riportata in: J. Webb, Il sistema occulto, Milano 1989, p. 303: F. King, Il cammino del serpente. Storia, riti e misteri della magia sessuale, Roma 1979, p. 169.

 

[10] M. A. Iannaccone, Rivoluzione Psichedelica. La CIA, gli hippie, gli psichiatri e la rivoluzione culturale degli anni Sessanta, Milano 2008, p. 88.

 

[11] http://www.futureshock-online.info/pubblicati/fsk50/html/leonardi.htm

 

[12] https://www.internazionale.it/bloc-notes/claudia-grisanti/2018/01/25/macachi-clonati

 

[13] http://www.corriere.it/salute/18_febbraio_19/creato-usa-embrione-ibrido-pecora-uomo-ae2a1b76-1555-11e8-83e1-221a94978c8b.shtml

 

[14] http://www.tgcom24.mediaset.it/salute/creato-il-primo-embrione-ibrido-uomo-maiale-una-nuova-speranza-per-i-trapianti_3053613-201702a.shtml

 

[15] http://aurorasito.wordpress.com/21/radici.ideologiche-del.cicap/

 

[16] Un ipotesi potrebbe sui cosiddetti “rapimenti alieni” siano una sorta di depistaggio in merito all’uso illegale e criminale delle armi psicotroniche. L’ex militare William Milton Cooper (ucciso in un misterioso scontro a fuoco con la polizia il 5 novembre 2001 davanti alla sua abitazione il “progetto UFO” aveva lo scopo di creare una tripla disinformazione, spaccando on due l’opinione pubblica fra possibilisti e scettici rispetto all’esistenza degli alieni e dei loro presunti accordi con i poteri terrestri, al fine di continuare a sperimentare armi proibite su civili. http://www.sentistoria.it/index.php/en/test/doc_view/113-aliengate-william-milton-cooper

 

[17] https://it.wikipedia.org/wiki/James_McDonald

 

[18] https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=https://en.wikipedia.org/wiki/Allan_Hendry&prev=search

 

[19] http://aurorasito.wordpress.com/21/radici.ideologiche-del.cicap/

[20] http://www.linteferenza.info/attipol/la-manipolazione-dellinformazione-la-nascita-degli-individui-programmati/

 

LA MINACCIA CHE VIENE DALLO SPAZIO

•maggio 6, 2018 • Lascia un commento

 

 

No, non intendiamo raccontare una storia di fantascienza con alieni cattivi e malvagi che intendono conquistare la terra, ma della minaccia costituita dai meteoriti o dagli altri corpi cosmici. La Terra, si ritiene, può essere colpita, in media, da un corpo cosmico di 10 Km o più ogni 100.000 anni, da uno di 100 m ogni 15 anni, da uno di 1 m ogni secondo. Per questi motivi anche in Europa ci sono una dozzina di osservatori che dedicano parte della loro attività all’individuazione degli asteroidi. A Erice in provincia di Trapani dal 2004 è in costruzione un osservatorio astronomico per il monitoraggio degli asteroidi potenzialmente pericolosi.

Come difendersi?  Secondo molti esperti se l’impatto è previsto entro poche settimane, l’unica soluzione è evacuare la zona a rischio. Con qualche anno di tempo si può far esplodere un missile vicino all’asteroide che, per l’onda d’urto, si dovrebbe allontanare. Con 15 anni di anticipo dovrebbe essere possibile collocare sull’asteroide un motore a propulsione che lo spinga lontano dalla terra (o così si spera almeno). [i]

Che la minaccia costituita dagli asteroidi non sia una trama tratta da un film ma una minaccia reale, sta nel fatto che nel 2007 le Nazioni Unite furono invitate ad assumere il coordinamento di una missione spaziale internazionale basata sul progetto innovativo di un “trattore gravitazionale” per deviare il corpo dell’asteroide Aphophis ed evitare il possibile impatto col nostro pianeta. L’annuncio del coinvolgimento dell’ONU nel caso di Aphophis fu dato dall’astrofisico Russel Scheweickart, capo di un gruppo di ex astronauti della NASA ora impegnati a tempo pieno nel programma di monitoraggio degli oggetti cosmici e nella difesa dai rischi di collisione con Terra.[ii]

Scoperto nel 2005, Aphophis è un piccolo asteroide a forma di patata, con un asse maggiore di 400 metri. La sua caratteristica più preoccupante è che, mentre compie un giro completo attorno al Sole ogni 323 giorni, incrocia l’orbita della Terra due volte l’anno, esponendoci a una serie di “incontri ravvicinati” che, a causa della potente forza di attrazione terrestre, prima o poi potrebbero farlo precipitare su di noi.

Secondo Scheweickart e i suoi collaboratori, le proposte fin qui fatte per fermare gli asteroidi, di far esplodere un ordigno nucleare accanto all’asteroide, oppure, con l’impianto di un motore, potrebbero rivelarsi pericolose.

Infatti, dalle ricerche effettuate, è emerso che gli asteroidi possono essere formati da materiale incoerente, facile a disgregarsi in tanti piccoli frammenti. La bomba o il motore potrebbero trasformarli in uno sciame che, invece di un singolo colpo, esporrebbe la Terra a una micidiale grandinata di proiettili spaziali. Il progetto del “trattore gravitazionale”, descritto nei particolari in un articolo della rivista Nature, consiste in una grande astronave teleguidata che si dovrebbe avvicinare ad Aphophis senza toccarlo, in modo da legarsi a esso con l’invisibile filo della forza gravitazionale. Quindi l’astronave azionerebbe esili ma efficaci getti propulsori che trascinerebbero gentilmente l’asteroide lontano dalla Terra, in una posizione definitivamente sicura.

Il 15 febbraio 2013 questi incubi di un pericolo per la popolazione per la Terra derivati dagli oggetti cosmici provenienti dallo spazio, sono diventati una realtà.  

Da quasi un anno era stato previsto il passaggio vicino alla Terra, da far temere un possibile impatto devastante, di un asteroide. Questo evento fu posto per il 15 febbraio 2013 (una precisione da calendario indubbiamente), l’asteroide gli diedero il nome di 2012AD14[iii].

2012AD14 è arrivato proco prima del momento previsto, nella distanza specifica, senza deviare dalla sua rotta, come alcuni temevano. Ma questo passaggio (almeno in apparenza) è andato completamente inosservato, perché la mattina dello stesso giorno un asteroide è passato sugli Urali, provocando con una notevole esplosione, una grande onda d’urto, detriti, un migliaio di feriti, danni notevoli ecc. Con una velocità degna di lode (per far vedere che il sistema funziona), l’ESA e la NASA annunciarono subito che il meteorite non aveva nulla a che vedere con 2012AD14. Ora i nostri cieli sono affollati, e vi è anche il sospetto che un altro meteorite sia esploso nel cielo della California la sera del 15 febbraio 2013[iv] e un altro lo stesso 15 febbraio a Cuba.

Anche il clero ortodosso dice la sua! Il metropolita della città Cheljabinsk, la città più colpita, ha affermato che quello che è accaduto è un “avvertimento di Dio

È chiaro che dopo un avvenimento del genere fioriscono come funghi gente che vedono complotti dappertutto. Zhirinovskij vice presidente della Duma in un intervento televisivo nella Voce della Russia del 15 febbraio 2013 afferma che “La meteora che ha colpito gli Urali era in realtà un test militare condotto dagli statunitensi”.[v]  Egli afferma, inoltre, che il Segretario di Stato USA John Kerry aveva cercato il Ministro degli esteri russo Lavirov per avvertirlo su una provocazione degli Stati Uniti che aveva lo scopo di influenzare la Russia.

Quest’ultima notizia ha l’apparenza per essere qualificata in qualche modo reale. Il giorno prima della caduta del meteorite, Victora Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato ha confermato che ci sia stata una chiamata senza risposta da parte d Kerry. [vi]

Teniamo conto che Victora Nuland è una nota neocon, ed è un personaggio molto gradito a Kerry. Molto probabilmente, sarà per questi motivi che alla fine del mese di febbraio ha ricevuto pressioni perché si dimettesse dal suo la voro al Dipartimento di Stato.

Quasi allo stesso tempo il 15 febbraio 2013 gli amici della Nuland pubblicavano sul Washington Free Beacon di Washington, sito notoriamente neocon, un articolo di Bill Gertz su una presunta incursione di due bombardieri russi Tu -95, che volavano verso l’isola di Guam (isola del Pacifico, che fa parte dell’arcipelago delle Marianne che dal 1945 fanno parte degli Stati Uniti come territorio incorporato) dove sono presenti basi militari USA.

Ci sono delle informazioni con valore diverso, che rendono molto confusa la situazione (da 2012AD14 ai bombardieri russi che volano verso Guam), come interpretarli? Una possibile risposta sta nel fatto che gli Stati Uniti, che nonostante la crisi rimane la potenza imperialista dominante e che intende rimanere tale, tra l’altro è dominante nel sistema delle comunicazioni (media, giornali, web ecc.) e se ne serve come un’arma.

Per capire l’importanza della comunicazione nella politica e nelle strategie dei paesi si può prendere come esempio la Direttiva sulla comunicazione strategica[vii] da parte del Ministro della “Difesa” italiano Mario Mauro.

In questa Direttiva si pone l’accento sul fatto che l’opinione pubblica e i mass media devono essere messi condizione di comprendere e apprezzare la necessità di avere uno strumento militare capace, flessibile e proiettabile. Le nuove “minacce” alla sicurezza impongono di estendere l’impegno della “Difesa” lontano dai confini nazionali, per anticiparle e prevenirle. Una mancata risposta da parte della Comunità Internazionale (leggi NATO sotto il comando USA) non danneggerebbe solo l’immagine dell’Italia, ma metterebbe a rischio i suoi interessi economici (sarebbe a dire danneggerebbe gli interessi della Borghesia Imperialista italiana).  Per questi motivi occorre aumentare nell’opinione pubblica la consapevolezza che le operazioni militari contribuiscono alla crescita del paese.

Ma l’intento reale non è quello di convincere l’opinione pubblica bensì di manipolarla. Nel 1928, il nipote americano di Freud, Bernays Edward, nel suo libro Propaganda scrisse: “La manipolazione cosciente e intelligente delle abitudini organizzate e delle opinioni delle masse è un elemento importante nella società democratica. Coloro che manipolano questo meccanismo invisibile della società costituiscono un governo occulto che è il vero potere dominante del nostro paese”. Fu Bernays a inventare il termine “pubbliche relazioni” come eufemismo di propaganda di Stato.

Di esempi della comunicazione manipolata usata per fini politici c’è ne sono tanti. Ne indico solo due:

  • Nel 1971, Daniel Ellsberg faceva trapelare dagli archivi governativi statunitensi i documenti noti come The Pentagon Papers, rivelando che l’invasione del Vietnam si basava su una menzogna sistematica.
  • Come non ricordare che anche la “nuova cyber–potenza americana” (nuova per modo di dire ovviamente) ricorse alla menzogna sul possesso della cosiddette “armi di distruzione di massa” da parte di Saddam Hussein, per giustificare l’invasione dell’Iraq.

   In sostanza l’industria della menzogna è parte integrante dell’apparato industriale-militare dell’imperialismo.

Torniamo adesso agli asteroidi.  Dopo le tragiche vicende negli Urali, il vicepremier e presidente della Commissione per l’industria militare russo Dmitri Rogozin si è espresso a favore per la creazione di un sistema di rilevamento degli oggetti spaziali pericolosi.[viii]

Alcuni giorni dopo la disintegrazione del meteorite sopra la città di Cheljabinsk, gli esperti dell’Istituto di Astronomia dell’Accademia delle Scienze della Russia hanno reso noto di avere elaborato insieme agli specialisti dell’industria aereospaziale russa un programma federale per difendere il paese dai pericoli provenienti dallo spazio. Si è saputo che gli scienziati stanno lavorando a questo programma dal 2010.

È previsto per questo programma (che riguarda la minaccia rappresentata sia dagli asteroidi che dai rifiuti spaziali) una spesa di 58 miliardi di rubli.

Questo programma prevede un ammodernamento dei piccoli telescopi delle scuole e delle università (con specchio di diametro fino a 60 cm), oltre alla costruzione di alcuni grandi telescopi grandangolari (con specchio di diametro intorno ai 2m). Il loro compito sarà di monitorare il cielo in cerca di potenziali pericoli. È indispensabile inoltre la creazione di un centro unico d’informazioni e analisi, simile a quello esistente negli USA.

Sull’asteroide cascato a Cheljabinsk, rimangono molte incognite. Margherita Hack disse a proposito: “Quello che è successo in Russia è in fenomeno davvero molto strano: in genere i meteoriti sono attratti dalla forza di gravità della terra ma raramente riescono a superare indenni il contatto con l’atmosfera”.[ix]

Qualcuno, addirittura, ipotizza che sia stata l’aviazione militare russa a distruggere il meteorite per evitare nuovi danni.

   Russia Today ha riferito che un’unità aerea di stanza presso l’insediamento Urzhumka potrebbe avere frantumato l’asteroide sopra la Terra. La voce è stata riportata dal giornale locale Znak, citando una fonte militare anonima.

Il tragico evento del febbraio 2013 in Russia, è stata l’occasione, come si visto, del lancio di tutta una serie di programmi che hanno lo scopo di trovare gli strumenti per proteggere la Terra, i suoi abitanti, le sue città, da catastrofi che vengono dall’esterno invece che dall’interno della Terra stessa.

Anche l’Italia è coinvolta in questi tipi di programmi, attraverso lo Space Situational Awareness dell’ESA di monitoraggio di tutti corpi che possono avere un impatto disastroso sia con il suolo che con l’atmosfera, e mettere a punto mezzi di difesa.[x] Il gruppo italiano è specializzato nello studio della composizione di questi oggetti che per buona parte è ancora sconosciuta, avendo l’Italia costruito anche il più grande archivio spettroscopico europeo (denominato SINEO). Conoscere la composizione è, infatti, fondamentale per escogitare delle misure difensive ad hoc, e come si è visto, d’idee in merito c’è ne sono diverse. Sempre in Italia, e precisamente al Centro Interdipartimentale di studi e attività spaziale (CISAS) di Padova è stato presentato un progetto con doppia valenza: da un lato vuole risolvere il problema della spazzatura spaziale (come i pezzi di razzo o i satelliti che girano beati), dall’altra studiare un metodo efficace per intercettare e rispedire al mittente eventuali asteroidi pronti a impattare sulla Terra.[xi]

 

[i] Franco Foresta Martin, “Missili contro gli asteroidi giganti” In Sicilia un osservatorio finanziato dalla Nasa: è il primo fuori dagli Usa, Corriere della Sera del 22 agosto 2004.

 

[ii]http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e-Tecnologie/2007/02_Febraio/18/aster

 

[iii]http://aurorasito.wordpress.com/2013/02/20/note-su-meteorite-due-tu-95-

 

[iv]Novosti, 16 febbraio 2013.

 

[v]http://aurorasito.wordpress.com/2013/02/20/note-su-meteorite-due-tu-95-

 

[vi]                                             C.s.

 

[vii] Manlio Dinucci, La comunicazione è strategia, Il Manifesto, 29.10.2013.

 

[viii]http://russiaoggi.it/società/2013/02/contro_i_meteoriti_uno_scudo_

 

[ix]http://www.neoingegneria.com/blog/meteoriti-sulla-russia-rilancio-dello-scudo-

 

[x]http://corriereinnovazione.corrieredelveneto.corriere.it/2013/15-febbraio-2013/

 

[xi]http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2013/news/meteoriti-caduti-in-russia-padova-progetta-lo-scudi-spaziale-1.6529810