LA DISTRUZIONE DEL DIRITTO DEL LAVORO IN ITALIA

•ottobre 26, 2020 • Lascia un commento

  L’origine dell’attacco alle condizioni materiali di esistenza delle masse popolari da parte della Borghesia Imperialista che ha portato nel nostro paese la distruzione del diritto del lavoro è la crisi del sistema capitalista iniziata all’incirca alla metà degli anni Settanta. La caratteristica di questa crisi si possono riassumere nel fatto che la crisi è generale (cioè nasce come crisi economica e poi si trasforma in crisi politica e culturale), di lunga durata e coinvolge tutto il mondo, cioè riguarda, sia pure con tempi e intensità diversa, tutti i paesi del mondo.

   È di dominio pubblico che i paesi semicoloniali e dipendenti vengono ricolonizzati, che i governi raddoppiano e triplicano i prezzi dei beni essenziali,  che milioni di persone sono cacciate dai loro paesi e costrette all’emigrazione.

   In Italia nel periodo che va dall’inizio degli anni Novanta (dove – non certamente a caso – ha operato in funzione di guerra ortodossa la Falange Armata) fino ad oggi, è stato anche (e non sarà certo un caso) quello della demolizione del diritto del lavoro e delle conquiste che i lavoratori italiani le avevano ottenute dal secondo dopoguerra dopo dure lotte.

   C’è stato anche il cambiamento del significato delle parole in uso. Fino all’altro ieri per riforme s’intendeva miglioramento (certamente graduale) delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, da un certo periodo in poi ha solamente significato un continuo e costante peggioramento. Se poi ci si opponeva a tali “riforme” ci si tirava dietro l’accusa di essere “conservatori” che si oppongono al “progresso”.

   Quest’attività di “riforma” e di abolizione del diritto del lavoro è stata portata avanti con l’apporto dei partiti di sinistra (compresi quelle definiti “radicali” come Rifondazione) e dai sindacati confederali.

   Ci sono state due modalità diverse per portare avanti questo tipo di attacco ai diritti dei lavoratori:

  • Da parte dei governi di Centro-Sinistra la “riforma” del diritto del lavoro deve avvenire di concerto con i sindacati confederali in modo da farla accettare ai lavoratori senza alcuna protesta.
  • L’orientamento dei governi di Centro-Destra, invece, prevedeva più l’immediato e diretto intervento del potere legislativo.

   In effetti, queste cosiddette “riforme” sono avvenute in prevalenza mediante accordi sindacali che, una volta consolidati ed evitato la protesta dei lavoratori, alla fine sono state consolidate.

   Agli accordi sindacali, è stato attribuito un vero e attribuito un vero e proprio ruolo normativo.

   Un esempio. In maniera di contratti a termine, la legge n. 56 del 1987 riconosceva ai sindacati la possibilità di derogare in peggio il divieto di apposizione del termine. Con tali accordi, il termine si poteva apporre liberamente ed anche all’attività ordinaria. In pratica, con gli accordi sindacali si legalizzava la violazione della legge. Una volta consolidatigli accordi ed evitato la protesta dei lavoratori, nel 2001 è stata emanata la nuova normativa sulla liberalizzazione del contratto a termine.

   Per il resto, basta confrontare la successione dei contratti collettivi per comprendere facilmente come i sindacati sottoscrittori hanno gradualmente introdotto la flessibilità e compresso, se non abolito, i diritti dei lavoratori.

   Il ruolo di CGIL-CISL-UIL è stato quello di far passare la “riforma” in peggio dei diritti dei lavoratori in silenzio e senza sorprese.

   A garanzia di tale ruolo, l’ordinamento e la giurisprudenza hanno riconosciuto a tali sindacati l’esclusivo riconoscimento di rappresentatività per legalizzare la loro preminenza rispetto a sindacati molto più conflittuali di loro.

SULLA FLESSIBILITA’

   La flessibilità la si fa ma non si dice. In 1.127 accordi sindacali sottoscritti tra il 1990 e il 1995 la parola compare solo su 137 documenti mentre esiste nei fatti molto di più di quanto compariva nei testi che venivano poi modificati. Flessibilità soprattutto negli orari. Ciò costituisce una linea guida che poi scatterà anche in tema di salario.

   Gli accordi gradino prevedono salari inferiori ai minimi previsti dai contratti.

   Un accordo gradino è stato stipulato nell’estate del 1996 per i tessili e costituisce una clausola aggiuntiva inserita nel C.C.N.L. del 1995. Con l’affermazione che “Gli accordi gradino salvano posti di lavoro e fanno aumentare al sindacato la presenza nei posti di lavoro” (Antonio Megale della CGIL Tessili). In sostanza sindacati e imprenditori tessili sono concordi nel ritenere che la clausola dei tessili dimostra l’approccio alle deroghe salariali risulti più efficace se affidato alle singole categorie e non imposto con intese centralizzate troppo condizionate da querelle politiche. Quello dei tessili è stato uno dei settori apripista nell’emersione del sommerso: nel 1996 aveva 30.00 addetti; 2.000 aziende; 10.000 addetti già emersi; 70 aziende emerse nel leccese, 20 a Martina Franca.[1]

   Altri accordi “brillanti” sottoscritti nel 1996: la CISL sigla un accordo territoriale a Brindisi in base al quale le nuove aziende possono pagare salari inferiori ai minimi contrattuali. La Barilla sottoscrive delle intese con i sindacati in base alle quali il personale è retribuito con un gradino inferiore a Melfi e Foggia. Il Contratto Collettivo nazionale del Legno prevede per i nuovi assunti stipendi inferiori del 20%. Mentre il Contratto Collettivo nazionale Lapidei e manufatti hanno allungato il periodo di avviamento da due a cinque anni.[2]

I   n base all’art. 36 della Costituzione, ogni lavoratore deve percepire una retribuzione in misura comunque sufficiente per garantire una vita libera e dignitosa per sé e alla sua famiglia. Tale misura è stata individuata nei minimi sindacali stabiliti dalle singole contrattazioni collettive nazionali.

   Il primo intervento per ridurre la retribuzione dei lavoratori è stato quello di non aumentare più i suddetti minimi, ormai fermi da oltre venti anni. Ciò è avvenuto con la complicità dei sindacati confederali e dei governi di Centro-Sinistra (con dentro la sinistra cosiddetta “radicale”).

   Le altre azioni sono state le più svariate.

   Con gli accordi gradino, come si diceva prima, è stato previsto un salario d’ingresso inferiore per i primi anni di lavoro. Questo tipo di azione, essendo anticostituzionale per violazione del diritto di uguaglianza, era prevista solo per qualche anno e in via transitoria invece dura dal 1990 perché è sempre stata prorogata.

   Con la leggi sui Lavoratori Socialmente Utili (LSU) di cui il decreto legislativo 468/98, lo Stato e gli enti pubblici possono assumere personale precario senza tutele e con garanzie ridottissime per la realizzazione di opere o fornitura servizi, con contratti temporanei e a scadenza. L’art. 8 esclude espressamente che tale personale possa essere considerato come lavoratori subordinati.

   Con i Contratti d’Area e i Patti Territoriali si sono introdotte forme di assunzione e retribuzione precaria. Nonostante tali azioni consistano in strumenti di finanziamento statale delle attività produttive, con il beneplacito di CGIL-CISL-UIL sono state introdotte politiche per la riduzione dei salari e per nuove forme di lavoro meno garantito e meno tutelato. I Contratti d’Area sono previsti dall’accordo per il lavoro del 24.09.1996 (Governo Prodi) per le aree industriali in crisi e ad alto tasso di disoccupazione, mentre i Patti Territoriali sono stati introdotti con le leggi nn. 104/95 e 662/96 per tutto il territorio. In realtà questi strumenti che riducono le tutele dei lavoratori sono stati applicati anche in zone non in difficoltà, come Pavia, Trieste, Crema. Un posto di lavoro creato con tali strumenti costa allo Stato 300.000€, quindi per gli imprenditori è quasi a costo zero. Ciò ha prodotto nuova occupazione precaria e con reddito insufficiente ed è stata un’operazione di sostituzione dei lavoratori a costo intero con quelli a costo ridotto.

   Con l’uso indiscriminato dei Contratti di Formazione si è provveduto all’assunzione finanziata di lavoratori per un massimo di due anni con il ricatto per essere confermato il rapporto a tempo indeterminato.

   Ora l’istituto è stato sostituito con le varie forme di apprendistato della durata di quattro anni ed applicabile liberamente anche a lavoratori qualificati (ingegneri, tecnici ecc.). Come apprendisti, i lavoratori svolgono un lavoro qualificato ma sono retribuiti secondo livelli d’inquadramento inferiori.

Per quanto riguarda, la flessibilità occupazionale che abolisce la garanzia di stabilità con il Decreto Legislativo 368/2001 e la Legge 133/2008 è stata introdotta la libertà dei Contratti a termine con i quali si ottiene lo stesso risultato della totale libertà di licenziamento in favore dei padroni: stipulando ripetuti contratti a termine o brevissimo termine mensile o settimanale il lavoratore deve sottostare ai ricatti datoriali, per non ottenere il rinnovo e rimanere disoccupato e senza reddito.

   Con la legge 428/90 è possibile licenziare i lavoratori in caso di cessione di azienda per assumere altri a condizioni più svantaggiose.

   Nei casi in cui non interessa la cessione di azienda, la flessibilità è attuata mediante la pratica dello “svecchiamento” che consiste nel porre in cassa integrazione i lavoratori garantiti per indurli alle dimissioni stante il ridotto ammontare dell’assegno rispetto allo stipendio ed i limiti imposti al cassintegrato. I lavoratori con maggiore anzianità sono posti in mobilità lunga per la pensione anticipata. In entrambi i casi, cassa integrazione e mobilità con prepensionamento, i costi sono a carico dello Stato e il datore si libera di quei lavoratori garantiti per assumere nuovo personale a condizioni peggiori.

   Con l’operazione “svecchiamento” il datore di lavoro ottiene anche un altro obiettivo: liberarsi del personale “anziano” anche se efficiente per assumere personale giovane, “fresco” di studi, proprio come avviene con un computer funzionante ma sostituito con un altro di ultima generazione.

La legge Biagi del 2003 ha introdotto ulteriori forme di flessibilità, tra cui: contratti a progetto, a chiamata, lavoro intermittente, a somministrazione, ripartito, accessorio, il distacco, il trasferimento, appalto di manodopera, cessione di ramo d’azienda.

   Tutte queste tipologie comportano una retribuzione inferiore, un’insicurezza del posto di lavoro, la mancanza di copertura delle ulteriori forme di retribuzione, come quella collaterale e differita (tredicesima, quattordicesima, ferie, TFR), ed assicurativa (malattie, maternità, previdenza, indennità di disoccupazione).

   Fino alla serie di leggi che il Governo Renzi, ha varato che sono raggruppate col nome di Jobs Acts che sono un sistema di ricatto permanente a favore dei padroni e contro i lavoratori e le lavoratrici.

   Infatti, questo ricatto procede su due gambe: quella dei contratti a termine a casuali (per cui il padrone può assumere a termine quando vuole e per il tempo che vuole) e quella dei contratti a tutele crescenti (per cui il padrone può assumerne a tempo indeterminato, ma licenziare quando e come vuole pagando una miseria di indennità)

   Tutti questi interventi sindacali e legislativi hanno avuto come conseguenza che in Italia la forza lavoro è tonalmente svalorizzata. Con il ricatto della disoccupazione di massa e con il lavoro nero (che nella sostanza con questi interventi sopra descritti è stato legalizzato), il padronato ha abbassato anno dopo anno i salari.

   I bassi e bassissimi salari cono la carta che i padroni italiani e i loro governi giocano sul tavolo della competitività contro gli altri capitalisti europei e mondiali.

   Per questo motivo anche in città come Milano c’è gente che lavoro per 3-4-3 euro l’ora!

   Per questo motivo un fronte unitario di lotta e di massa dovrebbe battersi che ci sia una paga oraria che non sia inferiore a 9€ l’ora (niente di estremistico è la media della paga base oraria europea) e un salario minimo garantito per i disoccupati che non sia inferiore almeno a 1.250€ mensili.

   In sostanza bisogna combattere il sottosalario, contro la condizione sempre più schiavistica imposta dal padronato e dalle leggi dello Stato, contro l’attacco alla dignità dei lavoratori e delle lavoratrici.

INCIDENTI E INFORTUNI SUL LAVORO

   Secondo dati ufficiali (molto inferiori alla realtà) i morti ufficiali sul lavoro sarebbero oltre 1.000 all’anno. In questa cifra sono compresi solo i lavoratori che muoiono in seguito ad un incidente violento entro i primi cinque giorni.

   Sono quindi escluse, tutte le morti successive ai cinque giorni e quelle causate da malattie contratte sul lavoro.

   Perciò questo numero aumenterebbe a diverse migliaia di morti all’anno. Una vera propria guerra che la Borghesia sta effettuando contro i proletari.

   Qual è la causa degli incidenti sul lavoro e quali potrebbero essere le soluzioni?   Una delle cause è la mancata predisposizione di mezzi e sistemi infortunistici ritenuti dalle aziende troppo costosi oppure elementi che frenano la produttività. Il motivo fondamentale di quest’atteggiamento delle aziende risiede nella legge economica del sistema capitalistico della competitività: la riduzione dei costi di produzione.

   Non applicare mezzi e sistemi anti infortunistici significa risparmiare soldi, quindi aumentare i profitti.

   Un’altra causa è l’aumento dei ritmi di lavorazione. La produzione aumenta con l’aumento della velocità di lavorazione.

   È un dato economico che un prodotto è tanto più competitivo quanto viene fabbricato nel minor tempo possibile. La velocità della lavorazione, però, non permette di rispettare le regole di sicurezza. Non permette di effettuare un lavoro con attenzione e precisione. Ciò crea motivo di incidenti ed infortuni.

   Un esempio è quanto sì e registrato nei supermercati della grande distribuzione, dove i commessi dovevano correre su pattini a rotelle per rifornire gli scafali.[3]

   Inoltre, aumentare i ritmi di lavoro e ridurre e abolire le pause (si potrebbe definire il “modello Marchionne” fatto di diminuzione pause, cassa integrazione e straordinari)[4] ed i riposi, tutto ciò significa maggiore produzione ma anche maggiore rischio di incidenti per stanchezza e mancanza di lucidità.

   Egli ultimi anni è aumentato anche il numero dei lavoratori minorenni, finanche bambini. In Italia si stima che nel 2013 erano 260.000 i minori sotto i 16 anni coinvolti, più di 1 su 20.[5]

I minorenni sono i più esposti agli incidenti e alla contrazione di malattie professionali vista la loro debole condizione fisica e la mancanza di esperienza e preparazione professionale. E chi fa lavorare i bambini viola, la legge sul diritto del lavoro, figuriamoci quelle sulla sicurezza.

I governi italiani – nel 1997 quello di Centro-Sinistra (appoggiato da un grande “comunista” come Bertinotti) e nel 2003 quello di Centro-Destra hanno abolito il limite dell’orario giornaliero fissato nel 1924 in otto ore. In base alla legge n. 66/03, un lavoratore può essere obbligato anche 16 ore al giorno senza alcun aumento di retribuzione. Quello che non ha fatto il fascismo storico al governo (ma all’epoca c’era un Movimento Comunista Internazionale degno tal nome con dirigenti come Lenin non intellettuali da salotto arrivati ai posti dirigenti grazie ai revisionisti come Ingrao), lo ha fatto il tecno-fascismo attuale con la complicità di tutti i partiti politici di centro, destra e della sinistra borghese (e dei sindacati che praticano la collaborazione di classe).

   Il limite della giornata di 8 ore è stata una grande conquista dei lavoratori sugellata con gli eccidi proletari del 1° maggio.

   La richiesta di limitare la giornata lavorativa al massimo di otto ore era motivata che più ore di lavoro provocavano maggiore stanchezza psico fisica. A causa della stanchezza avvenivano maggiori incidenti.

   La stessa legge n. 66/30 che ha abolito le otto ore, prevede che possono beneficiare di una pausa di 15 minuti per il riposo solo coloro che svolgono un lavoro ripetitivo e solo dopo le prime sei ore di lavoro. Pausa che non costituisce un diritto del lavoratore ma una concessione del datore di lavoro. Se il lavoratore decide di utilizzare la pausa dopo sei ore di lavoro contro la volontà del datore di lavoro, è passibile di sanzione disciplinare per insubordinazione che può essere punita con il licenziamento.

   È chiaro che il lavoratore evita di riposarsi per non perdere il posto di lavoro.

   Ma è anche chiaro che la stanchezza e la perdita di lucidità provocano incidenti la cui colpa viene posta sempre a carico del lavoratore, ritenuto disattento.

   Questi sono gli effetti della legislazione italiana.

   Pertanto, non si può parlare di soluzione della problematica degli infortuni se non si aboliscono queste leggi, se non si abolisce la legge n. 66/03, se non si affronta la questione dei ritmi di lavoro.

   Le imprese, per risparmiare sui costi, non predispongono adeguati mezzi, né attrezzature antiinfortunistiche. Sempre per risparmiare sui costi, gli imprenditori assumono personale non specializzato e senza esperienza in modo da pagarli di meno. La mancanza di conoscenze e d’informazioni è una causa degli incidenti.

   Le imprese che ricorrono maggiormente a questi espedienti sono quelle pressate dal contenimento dei costi rispetto agli introiti stabiliti da un appalto.

   Il prezzo con cui un’impresa concorre per l’aggiudicazione di un appalto è frutto di un calcolo complessivo dei costi di esecuzione. Quanto più riduce i costi, maggiore è la possibilità di aggiudicarsi la gara di appalto.

   I costi che in genere sin riducono sono proprio quelli destinati alla sicurezza poiché ritenuti non produttivi. La conseguenza è l’esposizione agli incidenti.

   Esposizione che aumenta vertiginosamente con i subappalti. In questi casi la riduzione del costo dei costi è ancora maggiore perché il subappaltante ottiene per il medesimo lavoro un prezzo di prezzo di appalto minore. Il subappaltante per ricavare degli introiti deve risparmiare sui lavoratori e sulla loro sicurezza.

   Appare chiaro che un terreno di lotta sta nell’abolire tutte le leggi e le norme che permettono il subappalto e disporne il divieto totale.

   Il subappalto è stato sempre una causa degli incidenti sul lavoro, inoltre, ha fatto riemergere la figura del caporale che era stata vietata dalla Legge 1369/60.

   Ebbene, prima della Legge Treu (approvato da quel grande “rivoluzionario” che era Bertinotti), poi con la Legge Biagi si è abolita la Legge 1369/60 e liberalizzato gli appalti e i subappalti di manodopera e legalizzato in sostanza il caporalato con il lavoro interinale e a somministrazione.

   I lavoratori assunti con contratti flessibili e precari, come il lavoro a termine, part time, a progetto, a chiamata ecc. sono maggiormente esposti agli infortuni. La loro condizione di riscattabilità li obbliga a non protestare e ad accettare lavorazioni pericolose o, comunque faticose, compresi i ritmi elevati e senza sicurezza.

   Pertanto, non è vero che le istituzioni vogliono eliminare le stragi sul lavoro. I partiti e i governi sono stati promotori (o comunque non si sono contrapposti) di leggi che facilitano e aumentano gli incidenti sul lavoro.

   Quindi, finché esisterà questo sistema economico che si basa sullo sfruttamento delle persone, il problema degli infortuni non sarà mai risolto ed i lavoratori saranno destinati a rischiare la vita.

   Ma, intanto è importante ed obbligatorio combattere affinché siano abolite tutte quelle leggi che facilitano gli incidenti e gli infortuni. Quindi occorre immediatamente ottenere l’abolizione della legge n. 666/03 e ristabilire l’orario massimo di lavoro a otto ore per cinque giorni a settimana (e ovviamente se si hanno i rapporti di forza sufficienti lottare per ulteriori riduzioni di orario senza perdita di salario); l’abolizione delle leggi che permettono il subappalto e stabilire il divieto dell’appalto di manodopera e del caporalato; l’abolizione totale della legge Treu e della legge Biagi; l’abolizione della Jobs Act e di ogni forma di precarietà e flessibilità del lavoro.

   Il prezzo che i lavoratori stanno pagando non è solo una retribuzione inferiore o il licenziamento, ma la loro sopravvivenza fisica.

LA DELOCALIZZAZIONE DELLE IMPRESE

   Gli imprenditori italiani hanno deciso di confermare la loro politica aziendale che prevede il licenziamento degli operai, la chiusura delle fabbriche in Italia ed il loro trasferimento nel Tricontinente o nei paesi dell’ex “campo socialista” (pensiamo che al 31 dicembre 2014 risultavano in Romania ben 18.433 imprese italiane).[6]

   Questa politica di licenziamento e trasferimento delle fabbriche è a completamento di quanto gli industriali hanno già fatto negli anni ’90 e che ha comportato il licenziamento di migliaia di lavoratori.

   Tutto questo è avvenuto ed avviene nonostante l’aumento delle commesse e la concessione di enormi benefici e finanziamenti pubblici in favore degli industriali per garantire l’occupazione.

   Le imprese italiane, infatti, hanno beneficiato di enormi aiuti finanziari e agevolazioni per creare e mantenere l’occupazione in Italia. La concessione di finanziamenti, immobili, stabili, infrastrutture, macchinari, sgravi fiscali, è stata la costante di questi aiuti.

   Quasi sempre gli industriali occupavano un numero di dipendenti inferiore a quello per cui beneficiavano degli aiuti.

   Spesso gli industriali, cambiando solo il nome dell’impresa e mantenendo le medesime strutture, macchinari e dipendenti, beneficiavano di ulteriori finanziamenti come se fosse una nuova azienda che dava occupazione.

   In maniera ricorrente, gli industriali assumevano i lavoratori con contratti precari per risparmiare sul costo della manodopera. Molte volte si è scoperto il pagamento con la doppia busta paga: una fittizia secondo i minimi salariali quale documentazione per ottenere i benefici pubblici e un’altra reale, riportante un importo inferiore che era corrisposto al lavoratore.

   A partire dal 1993, gli industriali italiani hanno cominciato a trasferire la produzione all’estero (coincidente l’aperta e dichiarata restaurazione capitalista nei paesi dell’Est), iniziando dall’Albania (storico terreno di caccia dell’imperialismo italiano), grazie ad accordi e concessioni effettuati dal governo italiano.

   In conformità a questi il governo italiano finanziava la chiusura degli stabilimenti in Italia, finanziava l’apertura all’estero. Lo Stato italiano, sempre in conformità a questi accordi, non richiede agli industriali nemmeno le tasse e i dazi di ritorno dei prodotti dall’estero. L’operazione è chiamata TPP (Traffico di perfezionamento Passivo).

   Con successivi accordi governativi, gli industriali hanno aperto stabilimenti, nell’Est Europa, in America Latina, in Africa e in Asia.

   Il principale, se non unico, motivo del trasferimento è costituito dallo scorso costo della manodopera. In Albania un operaio è pagato sulla media tre euro il giorno, mentre in Bulgaria (sempre sulla media) con soli 70 centesimi

   Non c’è mai stata nessuna riduzione delle commesse. La crescita delle imprese e la produzione. È aumentata la percentuale di vendita del prodotto, e i mercati, con relativo aumento di fatturato, di capitale e di profitto (ma di posti di lavoro in Italia).

   Anzi. Le aziende del settore interessato che nel 1990 avevano in tutto 700.000 operai in Italia, fino al 1998 hanno portato all’estero la lavorazione, operando 330.000 licenziamenti.

   Gli industriali non solo non hanno portato il lavoro fuori dall’Italia, ma non hanno fatto rientrare nel paese i profitti ottenuti. Questi profitti prendono la via dei paradisi fiscali, dei fondi pensione, dei fondi di investimento in altri paesi.

   La delocalizzazione ha coinciso largamente con l’esplosione della “fuga dei capitali all’estero”. Dei profitti ottenuti, solo nel 1998 sono stati esportati all’estero 80 mila miliardi di lire, pari a 41 miliardi di euro.

   Nei primi anni della delocalizzazione, gli industriali avevano mantenuto in Italia il 40-50% della produzione solo per limitare il rischio che si poteva determinare dalla realizzazione produttiva in paesi istituzionalmente ed economicamente non ancora sicuri (cosiddetto rischio Paese).

   Tale margine d’insicurezza è stato ridotto e quasi eliminato mediante l’intervento e la presenza militare italiana. Le forze speciali dell’esercito, dietro la scusa delle missioni di pace, garantiscono all’estero gli affari degli industriali italiani. Non è un caso che i militari italiani sono presenti in almeno 36 paesi e si parla addirittura, di sottoporli al comando del Ministero degli Esteri quale strumento di politica di espansione internazionale. La Marina Militare Italiana garantisce la scorta del trasporto merci.[7]

   Ora gli industriali che si apprestano a traferire quasi tutta la produzione lasciando in Italia solo il ciclo a più alto valore aggiunto (design, marketing ecc.).

   Oltre al trasferimento delle produzioni di beni si stanno delocalizzando anche le attività di servizi (per esempio i call center).

   Nonostante ciò, nonostante gli industriali abbiano da anni dichiarato a più riprese che chiuderanno gli stabilimenti, lo Stato continua ad elargire finanziamenti in loro favore anche per ammodernamento e ristrutturazione degli impianti affinché mantengano l’occupazione di operai, che invece, quasi sempre vengono messi in cassa integrazione e in mobilità.

   I finanziamenti sono elargiti anche a quegli industriali che sono stati più volte inquisiti per truffa ai danni dello Stato.

  Gli effetti di questa delocalizzazione, che in alcuni casi è definita “impetuosa”, sono facilmente leggibili. Nel “mitico” Nordest i laboratori contoterzisti che lavorano in subappalto sono stati sostituiti da aziende situate nell’Est Europa. Mentre nel più modesto Sudest, nel Salento in particolare, solo nel comparto calzaturiero si sono registrati dagli anni ’90 si calcola secondo dati prudenti sci siano stati almeno 13.000 licenziamenti.

  La chiusura delle fabbriche in Italia, il licenziamento dei lavoratori e il trasferimento all’estero è avvenuto ed il trasferimento con la complicità dei partiti e dei sindacati che non hanno perso il tempo a firmare accordi per la cassa integrazione e la mobilità.

  I sindacati non solo non hanno accennato ad una minima protesta, mentre venivano portati via i macchinari alla luce del sole, ma hanno fatto di tutto per convincere gli operai a subire le politiche aziendali poiché “esistono le supreme leggi del mercato”.

   Nessuna istituzione ha chiesto agli industriali la restituzione dei finanziamenti ottenuti con la scusa di creare e mantenere occupazione in Italia.

   La delocalizzazione è avvenuta e avviene in base ad accordi ed a norme emanate dallo Stato italiano che permette i licenziamenti in Italia ed invoglia il trasferimento all’estero.

   I padroni rimangono impuniti e continuano a speculare. Per loro la disoccupazione è un affare.

   Il trasferimento all’estero, come si diceva prima, avviene per sfruttare i bassissimi costi della manodopera. È evidente che non si può proporre a nessuno in Italia (almeno fino a oggi) di guadagnare asolo un euro il giorno. Altrettanto è chiaro che (almeno fino ad oggi ed è sempre bene ripeterlo) che un salario del genere difficilmente si può proporre nemmeno in Francia e in Germania. Il trasferimento avviene verso quei paesi ricattati dalla miseria, dalla fame e dalle guerre scatenate degli stessi paesi imperialisti occidentali.

   Pagare un operaio, un euro al giorno significa mantenerlo alla fame, nella disperazione più totale.

   Ecco perché queste popolazioni emigrano nei paesi imperialisti come l’Italia, essi scappano dalla fame generata dagli industriali occidentali (tra i quali molti italiani e padani). Gli stessi che licenziano nei loro paesi di origine (tra i quali l’Italia) creando così disoccupazione e marginalità (la criminalità diffusa è solo un prodotto di questi fenomeni sociali creati dai padroni).

   Gli immigrati sono vittime del medesimo disegno speculativo dei padroni.

  La questione dei licenziamenti e delle delocalizzazioni è collegata, quindi, a quella dell’immigrazione.

   La delocalizzazione, tra l’altro, è utilizzata per scardinare i diritti dei lavoratori.

  In pratica, si “invitano” i lavoratori ad accettare un lavoro flessibile, una drastica riduzione dei loro diritti e garanzie, dietro la minaccia di chiudere l’azienda trasferirla all’estero dove i lavoratori costano meno.

 Il messaggio che gli industriali danno ai lavoratori è chiaro: se accettate condizioni simili a quello che vivono i lavoratori del Tricontinente o quelli dell’Est europeo, la fabbrica non chiude e l’occupazione è salva.

  Partiti e sindacati non contrastano questa politica dando per scontato la “normalità” delle condizioni di lavoro dei lavoratori dei paesi esteri in cui si delocalizza.

   Con la guerra si afferma, demistificando e mentendo, di esportare quello che dicono di essere la “democrazia” (e i regimi che sorgono da queste aggressioni nella realtà sono solo dei satelliti e dei burattini degli imperialisti), con la delocalizzazione si vuole importare l’abolizione dei diritti dei lavoratori, si vuole scatenare la concorrenza e lo scontro tra lavoratori, tra italiani e immigrati.

   Questa tendenza deve essere invertita. Bisogna estendere a tutti i lavoratori, i diritti. L’internazionalismo non è solo un ideale, ma soprattutto una necessità concreta degli operai, il capitale agisce globalmente e globalmente deve agire la classe, un punto di partenza è stabilire dei collegamenti con i lavoratori degli altri paesi dove le aziende italiane sono andate a investire, per aprire lotte comuni dove si devono omologare (non al ribasso ovviamente) sia la parte salariale che quella normativa.

IL DIRITTO DEL LAVORO

   In quasi in tutto il mondo si fa risalire la nascita del diritto al periodo dell’impero romano. Già duemila anni fa, infatti, erano state descritte ed elaborate le varie branche del diritto, per esempio quello del matrimonio, dell’eredità, dei contratti, della proprietà ecc. L’unica branca che nel diritto romano non esisteva era quello del diritto del lavoro. Ai lavoratori non era riconosciuto nessun diritto.

   Il diritto del lavoro nel diritto romano non esisteva se non come proprietà dello schiavo. In sostanza, il lavoratore, era paragonato a un attrezzo, a una macchina di lavoro, che il padrone poteva disporre a suo piacimento. Lo poteva usare, spostare, abbandonare e vendere come voleva.

   Anche dopo l’impero romano, la condizione di schiavitù è continuata senza che ai lavoratori fosse riconosciuto alcun diritto da tutte le legislazioni del mondo.

   Solo nel XVIII secolo si sono si sono registrati i primi sporadici interventi per frenare alcune situazioni schiavistiche, mentre le prime elaborazioni di diritto del lavoro sono nate tra il 1800 e il 1865.

   Tale periodo noto come rivoluzione industriale, vede la borghesia affermarsi definitivamente come classe egemone dal punto di vista politico, subentrando a quella feudale.

   Durante la rivoluzione industriale le condizioni di lavoro degli operai di fabbrica furono molto pesanti, anche l’assoluta mancanza di ogni tutela dei loro diritto e per il divieto imposto dai governi di associarsi per ottenere miglioramenti salariali e normativi.

   La giornata lavorativa era di quattordici ore e spesso fu portata a sedici. La disciplina in fabbrica era ferrea: le macchine dovevano lavorare a un ritmo continuo e veloce e non c’era spazio per riposarsi, né per le pause. Allontanarsi dal proprio posto di lavoro o parlare con un compagno di lavoro venivano considerale mancanze gravi e costavano pesanti sanzioni fino al licenziamento.

   Era l’essere umano a doversi adattare alla macchina e non il contrario. Al lavoratore si chiedeva di svolgere un ruolo meccanico e non attivo o intelligente.

   I salari erano bassissimi perché i disoccupati erano così tanti che un operaio se scontento poteva essere sostituito in qualsiasi momento.

   Particolarmente grave fu la condizione dei bambini e delle donne che, essendo pagati meno, erano utilizzati in gran numero. Costavano meno perché ricevevano un salario più basso e rendevano allo stesso modo. Nelle fabbriche della Scozia nel 1816 su 10.000 operai, 6.850 erano donne e bambini.

In nessun paese esistevano leggi per tutelare i bambini, nemmeno quelli più piccoli.

   Dopo le prime lotte operaie, molte delle quali duramente represse,[8]   lo Stato inglese approvò la prima legge nel 1819 che prevedeva il limite di età di assunzione dei bambini dai dieci anni in poi e il limite dell’orario giornaliero stabilito in dieci ore. Non c’era, però, alcuna autorità che prevedeva il controllo. Quindi la legge minorile non è stata mai applicata.

  Dal 1800 era enormemente aumentata l’esasperazione dei lavoratori causata non solo dallo sfruttamento ma anche dalle ripercussioni lavorative consistenti in moltissime morti sul lavoro (storia vecchia nel capitalismo come si vede), malattie professionali, infortuni, miseria, sopraffazioni sulla persona, insomma, gli operai erano (e lo sono tuttora se non si difendono e mettono in discussione questo Modo di Produzione) carne da macello.

   Tutto questo era la dimostrazione pratica che gli interessi delle due classi, borghese e proletaria sono inconciliabili. La borghesia ritiene che qualunque sia la sorte dell’operaio, non è compito del padrone migliorarla.

   Dalla loro esperienza pratica, gli operai hanno imparato che per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro devono contare essenzialmente sulle loro forze. Impresa difficile perché i padroni hanno dalla loro parte anche i governi i quali rappresentano le classi più elevate che si schierano con i padroni e non con gli operai.

   I governi hanno sempre vietato l’associazione dei lavoratori e impedito le varie forme di lotta, in primis lo sciopero. In Germania, addirittura, nel 1845 ogni interruzione del lavoro era severamente punita anche con la pena di morte.

  La libertà di sciopero e di associazione alla classe operaia non è stata certamente regalata.

   In una società divisa in classi, una classe subalterna, che quindi non detiene il potere, riesce con la lotta a strappare alla classe dominante una concreta libertà, anche se parziale, e sempre in costante pericolo che le sia nuovamente tolta. Questo significa che quando si parla di conquista di concrete libertà in regime borghese, queste non possono che essere libertà che la classe soggetta strappa alla classe dominante, anche se parzialmente e anche se possono essere rimesse in discussione.

   Vediamo alcuni esempi. La libertà di riunione e di associazione fu nel periodo della Rivoluzione Francese e precisamente il 14 giugno 1791 con la legge Le Chapelier, abolita per gli operai, in quanto proibiva a loro il diritto di riunione e di associazione, e comminava ai proletari che non osservavano il divieto multe e perdita a tempo determinato dei diritti civili.

   Ugualmente in Inghilterra, in periodo di affermazione della dittatura della classe borghese a cavallo tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo è un susseguirsi di leggi che vietano ogni diritto di riunione e associazione per ogni tipo di lavoratori. Lo stesso avverrà in Italia e in altri paesi di più tarda industrializzazione a metà del XIX secolo, dove ogni diritto di coalizione e di resistenza operaia sarà proibita.

   Sia in Inghilterra che in Francia e successivamente negli altri paesi, occorreranno decenni di lotte durissime, migliaia e migliaia di morti, centinaia di migliaia di feriti e carcerati, insurrezioni e rivolte, scioperi di milioni di uomini e donne, per strappare ai governi borghesi di questi paesi la libertà di sciopero, di associazione, di coalizione e di resistenza per i lavoratori. In Francia occorreranno le rivoluzioni del 1830 e del 1848 in Inghilterra le lotte del 1825, 1832 e 1859 e la dura cruenta lotta del movimento cartista.

   Un’altra battaglia è stata quella di eleggere o essere eletti dei proletari nel parlamento borghese, la richiesta del suffragio universale (dei maschi adulti) era il primo punto della Carta del 28 febbraio 1837 che segna il momento più alto e di massa del movimento operaio inglese. Gli altri punti erano: parlamenti annuali, voto a scrutinio segreto, stipendio ai membri del parlamento, abolizione dei requisiti di censo per i candidati al parlamento, distretti uguali.

   Si noti che il cartismo, specie in quel periodo non fu emanazione di ceti piccolo-medio borghesi, ma espressione di tutto il mondo proletario mobilitato a livello di massa. Occorreranno cinquant’anni di lotte per ottenere in Inghilterra il suffragio universale, che sarà concesso solo nel 1918. Lo stesso avverrà nei decessi successivi nelle altre nazioni europee dove, il proletariato chiederà il potere per sé non per le altre classi.

   Vediamo ancora la libertà di stampa, in pratica la libertà di scrivere e diffondere le proprie idee.

   Nell’Inghilterra dell’Ottocento dove vigevano grosse tasse di bollo su ogni copia di giornale (quotidiano o settimanale) venduto. Il prezzo di vendita diveniva così altissimo, tanto che per i proletari era concretamente irraggiungibile l’acquisto di un giornale. Occorsero campagne operaie durate decenni e la sfida lanciata da giornali operai, venduti al prezzo di pochi centesimi e illegalmente senza bollo, per far abolire la legge. Il primo a lanciare la campagna fu il The poor man’s guardian che, su iniziativa del suo direttore Cobbet, fu venduto al prezzo di un penny come protesta “contro la tassa sul sapere”. Altri giornali operai seguirono, in una lotta che durò alcuni lustri, per arrivare al 1836 quando la tassa sui giornali fu ridotta, e infine nel 1855 quando fu abolita.

   Il limite di tutte queste libertà che sono state conquistate da parte del proletariato con lotte durissime (durate decenni se non addirittura due secoli) sono avvenute nell’ambito e nel quadro dello Stato borghese, permanendo la dittatura della classe borghese. E quindi in ultima analisi sono state utilizzate dallo Stato borghese per mantenere il proprio dominio. Ciò conferma la correttezza dell’analisi marxista e leninista sullo Stato, secondo cui lo Stato della classe opprime, non può essere utilizzato dalla classe oppressa, ma deve essere demolito dalle fondamenta.

   Poiché questo non è avvenuto negli ultimi due secoli, tutte le conquiste operaie, per quanto ottenute attraverso lotte asprissime e prolungate, sono state utilizzate e fatte proprie dalla classe dominante. Se da una parte la conquista di queste liberà, ha allargato le possibilità del proletariato, ma dall’altro sono state utilizzate e “catturate” dalla borghesia che le ha mistificate come proprie libertà. La libertà operaia di associarsi e di costituire leghe e sindacati sono stati utilizzati dalla borghesia per istituzionalizzare il sindacato come ulteriore struttura di sostegno alla dittatura della classe borghese. La libertà di eleggere e di essere eletti è stata usata dalla borghesia per strappare alla loro classe di provenienza gli eletti operai e farne dei borghesi. La libertà di stampa, per l’enorme differenza economica di chi finanzia i giornali (monopoli) è utilizzata dalla borghesia per creare un’opinione contraria agli interessi proletari, e si può continuare con infiniti esempi.

   Su tutte queste libertà incombe il continuo ricatto da parte della borghesia di essere abolite tutte in una notte (attraverso uno stato fascista per esempio) ove le strutture democratiche-parlamentari non dovessero più essere funzionali per il domino capitalista.

   Tutto questo per dire che il diritto del lavoro non è stato un’elargizione da parte dello Stato borghese, ma è un prodotto delle lotte operaie (soprattutto se sono rivolte al cambiamento radicale del sistema).

   Ecco perché nel linguaggio giuridico il diritto del lavoro è definito come “elemento che resiste e che restringe lo sviluppo economico”.

   Pertanto, il diritto del lavoro non è mai riconosciuto come una delle tante branche giuridiche ma come la forza dei lavoratori di rivendicare la tutela dei loro interessi. È evidente che la sua esistenza dipende dall’espressione di tale forza. Quando i lavoratori smettono di lottare in maniera radicale al di fuori delle compatibilità del sistema, il diritto del lavoro sarà sempre limitato fino ad essere abolito.


[1] Il Sole 24 0re, 28 agosto 1996.

[2] Il Sole 24 0re, 29 agosto 1996, pag. 13.

[3] http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/13/manager_commessi_negozio_muoveranno

[4] http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/21/pause-ridotte-cassa-integrazione-straordinari-pilastri-%E2%80%9Cmodello-pomigliano%E2%80%9D/172169/

[5] http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/All/IT/Tool/Press/Single?id_press=592&year=2013

[6] http://www.icebucarestnews.ro/userfiles/file/LA%20PRESENZA%20ITALIANA%20IN%20ROMANIA%202014.pdf

[7] Ci ricordiamo i due marò questi “eroi” uccisori di pescatori indifesi, dove erano? Su una nave mercantile. E nessuno si è chiesto cosa ci stavano a fare? Se c’è una normativa che li consente? Ebbene sì, in base al DECRETO-LEGGE 12 luglio 2011, n. 107 Proroga (delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l’attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonché degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione). Misure urgenti antipirateria. (11G0148) (GU n.160 del 12-7-201) ha permesso la convenzione tra gli armatori e il Ministero della “Difesa” (ma forse si intende difesa degli armatori e degli industriali in genere).

   Ci si chiederà se è possibile che un corpo di élite della marina non abbia nulla di più importante a cui pensare che fare la guardia giurata dei privati?    Esso è possibile poiché è un nuovo modo per fare cassa, poiché gli armatori sono pagati dal ministero. Dopo dismissioni e svendite del patrimonio, tasse e tagli a spese sociali, istruzione e ricerca, ecco a voi affitto di militari scelti. Un’ulteriore dimostrazione che l’austerità non ha come conseguenza solo il peggioramento delle condizioni sociali ma arricchimento di chi è già ricco.

   Del resto, ci siamo abituati all’impiego dell’esercito per cose che non gli competono istituzionalmente, per spot elettorali, tipo la “sicurezza” o l’emergenza neve; situazioni nate per dare solennità e importanza ad alcuni temi.

[8] L’episodio più grave di repressione si ebbe a St Peter’s Fields, vicino a Manchester, nel 1819, quando fu usata la cavalleria per disperdere un raduno di 50 000 persone che chiedevano una riforma parlamentare, provocando undici morti e 500 feriti. Questa strage fu approvata da tutta la classe politica inglese: e poiché anche il duca di Wellington, il vincitore della battaglia di Waterloo, espresse pubblicamente il suo sostegno nei confronti degli ufficiali che avevano ordinato la carica dei dimostranti, l’episodio venne sarcasticamente ribattezzato massacro di Peterloo.

LA PANDEMIA DEL DEBITO

•ottobre 25, 2020 • Lascia un commento

   In questi mesi la maggior parte della popolazione  (giustamente) si è concentrata sul Covid 19. Dal mio modesto punto di vista ritengo che bisognerebbe concentrarsi anche su un altro tipo di pandemia: quella dei debiti pubblici e privati che si stanno propagando nel mondo.

   Gli effetti del debito sono descritti dal compianto Gianfranco Bellini[1] e uscito postumo nel 2013, nel libro intitolato La bolla del dollaro – Ovvero i giorni che sconvolgeranno il mondo, edito da Odradek. Nella Bolla del dollaro si trovano riferimenti teorici, storici ed analitici che possono essere utili ad analizzare la situazione attuale. Nel frastuono di parole che i media, con ore di trasmissioni televisive sempre fuorvianti, di valanghe di notizie molte volte inattendibili  che servono ad anestetizzare la pubblica opinione, poco spazio si è dato al summit che si è tenuto il 27 – 29 agosto 2020  a Jackson Hole, in Wyoming, che è stato uno degli appuntamenti economici più attesi e importanti dell’anno, utilizzato dai banchieri centrali per mandare messaggi di politica monetaria.[2] Il tema di discussione era senza dubbio molto impegnativo: Navigare nel prossimo decennio: implicazioni per la politica monetaria. Star dell’evento è stato Jerome Powell presidente della Federal Reserve (Fed) e custode della valuta più indebitata, ma si badi bene non inflazionata, dell’intero globo terrestre,  se consideriamo che un debito di 26.712 miliardi di dollari non può più essere contenuto nei ristretti confini del pianeta Terra. Powell ha dichiarato che la Fed non si opporrà ideologicamente ad un livello di inflazione intorno al 2%, se questo sarà da stimolo alla crescita dell’occupazione. Non un accenno sul vertiginoso aumento del debito americano, di oltre 3.000 miliardi di dollari realizzatosi da marzo ad oggi, oppure per il suo improbabile contenimento, pensando alle tensioni inflazionistiche previste in percentuale assai contenute se rapportate alla massa monetaria espressa in dollari. Bisogna intendersi cosa intende dire Powell quando parla di tolleranza al 2%. Magari il capo della Fed sta mandando un messaggio alle classi dirigenti americane che si apprestano a scegliere il prossimo presidente attraverso la pantomima delle elezioni.  Powell ad esempio potrebbe sottendere che arrivare a un cambio di 1 dollaro per 0,70£ nei prossimi mesi non sarebbe tollerabile (oggi al cambio 1 dollaro per il 0,84£).  Bisognerebbe tenere d’occhio i rapporti di cambio tra le monete da novembre in avanti. Inoltre, bisognerebbe prestare attenzione al titolo del convegno Navigare nel prossimo decennio, assieme a un ulteriore riflessione: i banchieri centrali si stanno dando un orizzonte temporale definito e neppure troppo ampio. Nelle segrete stanze, e non in convegni pubblici, essi sanno che qualcosa dovrà succedere per forza nei prossimi anni.  

   Nel mondo occidentale il debito pubblico dilaga: il debito delle   corporation cresce, il debito delle aziende aumenta, il debito privato s’ingrandisce. Il Covid-19 sta accelerando questi processi, la cui velocità aumenta costantemente senza sapere effettivamente dove si vada a finire, nell’incerta certezza che per pura magia (magari per eredità culturale di Harry Potter o meglio ancora di Mago Merlino) non si andrà a sbattere contro nessun ostacolo. Ma sarà davvero così?

   Nella Bolla del Debito capitale reale e capitale fittizio vengono correttamente presentati in completa antitesi. Per quanto riguarda il capitale reale non si può che fare riferimento alla fondamentale opera di Marx DasKapital  (in italiano Il Capitale). Per quanto riguarda il capitale fittizio. Bellini fa notare che l’approfondimento teorico è ancora lacunoso e soggetto a critiche  e allo stato attuale una definizione di capitale fittizio, di potrebbe dire che c’è in esso il superamento del classico della formula classica di Marx  D-M-D’ (denaro-merce-più denaro).[3] Nella sostanza “Il Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere  simultaneamente convertita in valori d’uso esistenti. È un’invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro. Si tratta di una finzione necessaria ma costosa e prima o poi crolla a terra”. Lavoriamo su questa definizione dove troviamo essenziali per comprendere perché il fittizio è il debito ed il debito è il capitale fittizio. Analizziamola la prima parte della definizione: “Il Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere simultaneamente convertita in valori d’uso esistenti…”. Nel  Capitale di Marx è la merce che contiene valori d’uso e valore di scambio, la continua trasformazione di denaro in merce e di merce in denaro genera il capitale reale. Il capitale fittizio è invece avulso da questo meccanismo, la sua generazione non dipende da fattori produttivi e commerciali, è una sorta di auto generazione perpetrata da enti che sono in grado di creare e moltiplicare denaro (banche centrali ed istituti privati). Essi hanno storicamente avuto freni inibitori in quest’azione speculativa dove alla fine sono progressivamente indeboliti. Freni inibitori importanti fino allo scoppio della prima guerra mondiale: lo sterling era il derivato (capitale fittizio) della sterlina,[4] il quale era convertibile in oro secondo i sacri dettami del Gold Standard. Una delle ragioni a fondamento della prima guerra mondiale fu lo squilibrio fra gli Sterling Bills circolanti e l’insufficiente riserva d’oro della Banca d’Inghilterra per garantirli. Un successivo indebolimento avvenne nel primo dopoguerra, allorché il dollaro di fatto affiancò la sterlina quale moneta di riferimento del commercio mondiale e quindi gli inglesi e gli americani poterono creare capitale fittizio tramite i rispettivi bills (cambiali, titoli di credito commerciali ecc.) fortemente utilizzati per le transazioni internazionali, ma a loro volta soggetti alla speculazione finanziaria. Un ulteriore ridimensionamento vi fu a seguito degli accordi di Bretton Woods del 1944, ed al passaggio al Gold Exchange Standard. Le monete europee rappresentanti di paesi accumunati dalla distruzione fisica ed economica dovute alla seconda guerra mondiale (senza particolari distinzioni tra vincitori e vinti), persero la possibilità di convertirsi in oro, delegando al solo dollaro questa possibilità. La sterlina abdicò definitivamente al proprio ruolo di moneta di riferimento a favore del biglietto verde USA.  Negli Cinquanta e Sessanta, le necessità vere o presunte di far fronte alla cosiddetta guerra fredda contro il “blocco socialista” a guida revisionista e la Repubblica Popolare Cinese, sia dalle due guerre calde determinate dalle guerre di liberazione rivoluzionaria della Corea e del Vietnam, indussero ben presto le autorità monetarie a premere sull’acceleratore dell’indebitamento e della conseguente creazione di capitale fittizio fino a giungere al primo default del debito americano dell’agosto 1971, allorché il presidente Richard Nixon decretò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro (35 dollari per un oncia Troy[5]). Dal Gold Exchange Standard si passò al Dollar Standard, attualmente in vigore, ed alla possibilità per le autorità monetarie USA di creare debito senza limiti e quindi generare capitale fittizio a profusione per alimentare la voracità di Wall Street da un lato, e l’enorme costosissima macchina militare, compreso il suo notevole indotto industriale, dall’altro. Mai dimenticare che il privilegio di avere la valuta di riferimento lo si conquista e lo si difende sul campo di battaglia. Veniamo ora alla seconda parte della definizione: “E’ un’invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro…”. Il capitale fittizio è invenzione, è frutto della fantasia di banche ed istituiti finanziari che operano anche tramite il mercato borsistico, loro complice in nefandezze bancarie. Facciamo l’esempio dei Subprime oggetto della bolla esplosa nel 2008. Al rapporto reale di erogazione di un mutuo a fronte dell’acquisto di una casa, banche e finanziarie costruiscono una serie di prodotti finanziari derivati costruiscono una serie di prodotti finanziari derivati che inglobano il rapporto mutualistico, per poi venire a loro volta inclusi in altri prodotti finanziari, moltiplicando così il valore del debito originario. Fino al momento dell’esplosione della bolla, la vendita sul mercato tali prodotti speculativi genera denaro vero che ritorna “impropriamente” sotto forma di capitale investito, in questo senso ai alimenta il capitale reale, il capitale fittizio costituisce il simbolo di fiducia nel futuro perché tale sistema si fonda sulla convinzione che il sottostante rapporto reale, un debitore in carne ed ossa che paga regolarmente le rate del mutuo, non cesserà mai di adempiere al proprio dovere “sociale”. Su questa fiducia la speculazione moltiplica i valori senza porsi limiti. Allorché tale debitore viene meno a tale obbligo abbiamo è la crisi del 2008.

LA FASE TERMINALE DELLA CRISI?

   E’ errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, con la mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista e, il passaggio del capitale finanziario a ruolo guida del processo economico capitalista, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia, di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzarsi il loro capitale e accumulare e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli USA il monte salari è stato una percentuale decrescente del PIL) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato milioni di famiglie si sono indebitate, le imprese sono riuscite  a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.

   Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso generalizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (persino anche a chi ha avuto problemi di pagamento!). Questo fenomeno si è diffuso dagli USA a tutti i paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie hanno sempre teso al risparmio), l’indebitamento delle famiglie occidentali è salito in pochi anni, in Spagna è salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

   Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stata evitata e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari USA e del crollo  del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

   Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi  atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

   Le chiavi attorno a cui ruotò l’intero meccanismo furono essenzialmente quattro:

  1. I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartorizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamati Morgtgagebaked Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli a debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso di interesse è agganciato al tasso di interesse interbancario (LIBORrate) – che servivano per acquistare le obbligazioni rischiose dalla “banca madre”, cartorizzarle nella forma di collateralizet debt obligation (Cdo)  e rivenderle ad altre istituzioni bancarie, oppure a investitori come fondi pensione o hedge fund. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e i tassi di interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  2. Colleteralized Debt Obligation (Cdo).  La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine, oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  3. Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente, sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista dell’ambiente dove operano, anche se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  4. Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prelevare denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando profitti. Per quanto riguarda la bolla, l’inflazione dei prezzi immobiliari sta alla base della continua rivalutazione dei titoli cartolarizzati che ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi della commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma su pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare.

Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

   La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie informatiche (TIC): ma alla fine i forti incrementi di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale al lavoro.[6]

   L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, l’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, la finanziarizzazione dell’economia e l’attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa in quanto avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

   Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% al 1% . Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi di interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio, chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

   Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni  finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto.  Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

   Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

   Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

  1. Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.
  2. Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.
  3. Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

   Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari. Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

   Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche – qui in Italia in questo quadro bisogna vedere il superamento della divisione tra fascismo/antifascismo).

IL RUOLO DELLO STATO NELLA CREAZIONE DEL CAPITALE FITTIZIO

   la borghesia finanziaria[7] fa un uso privatistico dello Stato per creare capitale fittizio a costante sostentamento delle attività speculative. La Bolla del dollaro ci richiama alla genesi dell’intervento dello Stato in economia, nota eresia per il pensiero liberista classico, come soluzione della crisi economia del 1929.

   Gli economisti che sostengono l’intervento statale nell’economia sostenevano la tesi che il capitalismo sia governabile. Ideologi borghesi quali Sombart, Liefman, Schulze-Gaevenitz e riprese poi dai teorici della Seconda Internazionale quali Kautsky e Hiferding sostenevano la tesi del “capitalismo organizzato”.[8] Queste posizioni erano favorite dal fatto che nel periodo 1870/1914 ci fu un lungo periodo di assenza fra i paesi imperialisti.[9] I teorici del “capitalismo organizzato” sostenevano che nella società borghese moderna si riduceva progressivamente il campo delle leggi economiche operanti e ampliava in modo straordinario quello della regolamentazione cosciente dell’attività economica per opera delle banche.

   Queste teorie del “capitalismo organizzato “naufragarono nelle trincee della prima guerra mondiale, ma furono riprese all’inizio della grande depressione degli anni Trenta. In quel periodo nei circoli academici anglo-americani, in particolare Keynes ripresero il tentativo di dare un governo all’economia capitalista.

   Partendo dalla tesi che la stagnazione era causata dalla mancanza di investimenti produttivi ad un livello adeguato da parte dei capitalisti, che sono gli unici in una società borghese hanno i mezzi e sono nelle condizioni prendere l’iniziativa in campo economica. Secondo Keynes gli Stati devono creare una domanda di consumo finanziata col disavanzo statale. Keynes sosteneva che manovrando questa domanda attraverso la spesa pubblica e mettendo “degli incentivi a spendere” si poteva mantenere un livello di produzione che limitasse la disoccupazione.

   Le diverse soluzioni politiche che le borghesie dei vari paesi imperialisti hanno assunto negli anni Trenta (New Deal negli USA, nazionalsocialismo in Germania) erano caratterizzate da elementi comuni quali l’intervento dello Stato per razionalizzare l’economia.

   A essere precisi questo fenomeno dell’intervento dello Stato nell’economia era cominciato molto prima, ma fino al 1914 era rimasto sporadico o solo abbozzato:

   Vi sono stati due modelli di intervento statale nel mondo capitalista, da un lato la modalità degli Stati Uniti di Roosevelt e della Germania di Hitler, dall’altra la modalità dell’Italia di Mussolini. Il periodo è lo stesso: il primo lustro degli anni Trenta.

   In questo periodo  negli Stati Uniti l’azione del neo presidente Franklin Delano Roosevelt, a partire dai famosi primi 100 giorni del 1933, sinteticamente si rivolgono a tre aree d’intervento: l’area finanziaria, mettendo qualche briglia alle attività di Borsa tramite l’istituzione di una commissione di controllo sulle operazioni, ma soprattutto dividendo in modo netto l’attività delle banche commerciali (raccolta del piccolo e medio risparmio privato e loro investimento nei settori produttivi tradizionali) da quello delle banche di affari (gestione dei grandi patrimoni ed attività speculative); la seconda area riguarda il ruolo dello Stato (tramite apposite agenzie) come datore di lavoro, la più famosa delle quali fu certamente la Tennessee Valley Authority, con lo scopo di rilanciare economicamente la valle del fiume Tennessee soprattutto tramite la sua completa elettrificazione; infine nel campo fiscale dove, cosa incredibile se pensiamo alle risibili aliquote delle imposte dirette sugli alti redditi di oggi (in Italia la maggiore è il 43 per cento). Roosevelt gravò i redditi maggiori con aliquote fino al 79 per cento. Tutte queste azioni, tuttavia, non misero mai in discussione la proprietà privata di aziende ed istituti finanziari.

   Adolf Hitler, andato al potere agli inizi del 1933, si affidò per il rilancio dell’economia del Reich “millenario” ad un veterano della finanza tedesca del primo dopoguerra: Hjalmar Schacht. Già responsabile dell’economia nella Repubblica di Weimar nel 1923, presidente della Reichbank nel 1924. Nella sua azione governativa in economia, Schacht aderì al modello Rooseveltiano delle grandi opere pubbliche, che nel caso tedesco furono necessariamente ed immediatamente finanziate generando debito (capitale fittizio), che qualcuno tra Lombard Street[10] e Wall Street pensò bene di garantire, essendo la Reichbank impossibilitata a farlo. Il rapporto dello Stato con le grandi corporation tedesche fu subito quello di un’economia volta alla preparazione di un grande esercito e di una potente aeronautica: quindi soldi a profusione ai settori degli armamenti, meccanici ed automobilistici (come la Volkswagen, nata da un accordo siglato tra Hitler e Ferdinand Porsche). Anche nel caso tedesco le grandi banche ed i grandi agglomerati industriali (Krupp, Siemens, Bosch) non ebbero mai nulla da temere circa la saldezza dei pacchetti azionari nelle mani delle famiglie fondatrici.

   Come Roosevelt, anche Mussolini varò una legge bancaria nel 1933 che prevedeva la divisione tra banche di affari e banche commerciali. Ma in Italia si fece un passo che USA e Germania non si sognarono mai di fare: il salvataggio di banche ed industrie venne pagato proprio dai possessori dei pacchetti azionari, che dovettero cederli all’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI) fondato da Alberto Beneduce[11]. In ogni caso, in misura diversa e con modalità differenti, Stati Uniti, Germania ed Italia vararono ufficialmente e come politica strutturale l’era dell’intervento statale nell’economia. Anche la Gran Bretagna diede il suo contributo accademico, tramite l’opera di John Maynard Keynes, la cui divulgazione di uno dei due modelli, ovviamente quello che non metteva in pericolo i pacchetti azionari dei benefattori di denaro pubblico, contribuì alla diffusione dell’intervento statale nell’economia  nel mondo occidentale, soprattutto nel secondo dopoguerra. I due modelli di intervento statale ebbero diverse evoluzioni, dovute anche agli esiti della seconda guerra mondiale. Di fatto, il modello rooseveltiano venne quasi subito sostituito da un intervento di tipo finanziario: le agenzie governative del New Deal scemarono d’importanza, e lo Stato Federale da “datore di lavoro” diventò “committente” soprattutto nei confronti delle industrie belliche.

   Per ricapitolare: l’intervento dello Stato a partire dagli anni Trenta divenne permanente e più massiccio; la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale dell’economia nazionale si è affermato in tutti i paesi dominati dalla borghesia. Questa tendenza al capitalismo di Stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta nessuna novità qualitativa nei confronti del capitalismo classico, anzi ne è l’estrema conseguenza. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali, ecc. non sorgono, in sistema capitalistico, come conseguenze della prosperità economico, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo dell’industria; il controllo dello Stato sull’economia nazionale serve ad impedire attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni.

   Tornando all’epoca contemporanea, le esigenze della cosiddetta guerra fredda portarono il Tesoro americano all’indebitamento progressivo che costringerà Washington ad abbandonare il Gold Exchange System nel 1971.

 Il modello italiano, invece, si sviluppò ulteriormente: al gigante IRI si affiancano i giganti pubblici ENI ed ENEL. È il boom economico di questo paese, che è bene sottolineare, non fu mai a trazione privata. Il modello italiano di intervento pubblico ha dei tratti diversi rispetti a quello degli altri paesi occidentali, poiché tendeva a formare quella che veniva definita un “economia mista”, quando in realtà sarebbe corretto che si creavano delle FAUS (Forme Antitetiche dell’Unità Sociale).

   Le FAUS sono istituzioni e procedure con cui la borghesia cerca di far fronte al carattere collettivo oramai assunto dalle forze produttive, restando però sul terreno della proprietà e dell’iniziativa individuale dei capitalisti. Per farvi fronte crea istituzioni e procedure che sono in contraddizione con i rapporti di produzione capitalisti. Sono mediazioni tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione che ancora sopravvivono. Sono ad esempio FAUS le banche centrali, il denaro fiduciario, la contrattazione collettiva dei rapporti di lavoro salariato, la politica economica dello Stato, ecc.

    In tale sistema la produzione di capitale fittizio da parte dello Stato è sostituita dalla crescita del PIL agevolata dal ruolo direttivo dello Stato esercitato tramite il Ministero delle Partecipazioni statali. Nel 1964, in pieno boom economico, quando l’economia italiana cresce in media del 5% annuo sostanzialmente senza inflazione, il rapporto debito-Pil si trova al 33%.

   Nonostante gli anni Settanta vedono un oggettivo aumento dell’inflazione e della spesa pubblica, anche grazie alle conquiste dei lavoratori, lo Stato non genera debito: nel 1981 si trova ancora al 60% del Pil. Negli anni Ottanta, al ruolo dello Stato “direttore” dell’economia si affianca il ruolo di “sovvenzionatore” sia dell’economia privata che di un Welfare che si sbilancia sul lato della spesa (ad esempio le baby pensioni). La produzione del debito inizia ad eccedere la capacità di crescita del sistema di “economia mista”.

   La  caduta del muro di Berlino in Italia decreta la fine di molte FAUS per abbracciare un liberismo spinto al suo estremo. Il fallimento morale, politico, economico e sociale delle famigerate privatizzazioni selvagge degli anni Novanta guidate da Mario Draghi e Romano Prodi sono sotto gli occhi di tutti, basta pensare alla gestione Benetton delle autostrade italiane ed alle vicende legate al ponte Morandi di Genova.

   Gli anni Novanta rappresentano il trionfo del liberismo più o meno estremo (in Italia estremissimo) in tutto il mondo; tuttavia questo passaggio alla magia del mercato ha bisogno subito della generazione di tanto debito e quindi di capitale fittizio: dal 1991 al 2001 ultimo decennio della lira si passa dal 98,6 al 108,7 del rapporto debito Pil. L’ingresso del bel paese nella moneta unica non muta il trend: si passa dal 105,5 del 2002 al 126,1 del 2012 (complice la crisi dei Subprime), per poi superare brillantemente il 135 per cento nel 2019, per non parlare del 2020 ancora in corso.

CAPITALE FITTIZIO E LOTTA DI CLASSE

   La lotta di classe non è mai finita, lo sappiamo bene, semplicemente dalla caduta del muro di Berlino ad oggi nei paesi imperialisti centrali, la borghesia ne ha maggior coscienza ed è all’offensiva. Altro discorso è quello che avviene nei paesi del Sud del mondo poiché a livello politico la contraddizione principale è imperialismo (principalmente U.S.A.)/popoli oppressi. Massima espressione di questa contraddizione sono le guerre popolari in atto condotte da partiti comunisti guidati dal marxismo leninismo maoismo. Contraddizione che si sta fondendo con la contraddizione fondamentale classe operaia/capitale, poiché la classe operaia si è allargata a livello mondiale in termini assoluti, se si considera (pur con dati parziali) che la classe operaia mondiale abbia superato il miliardo di componenti e tendendo conto delle migrazioni verso i paesi imperialisti, dove ormai i lavoratori migranti sono una quota rilevante della classe operaia di questi paesi, per questo motivo nelle metropoli imperialiste si può tranquillamente dire che siamo di fronte ad una classe operaia multinazionale.

   Come si diceva prima in Italia (come negli agli altri paesi imperialisti) è stata combattuta strenuamente ed efficacemente da una classe sola: la borghesia “finanziaria” internazionale, quella che frequenta Wall Street, la City di Londra, che partecipa al World Economic Forum di Davos; la stessa che detiene la proprietà dei mass media, che crea partiti e leader di plastica che, a loro volta, allestiscono il “palco delle elezioni democratiche”. La crescita di debito e la conseguente produzione di capitale fittizio sono un segnale dello sfacciato uso privatistico che la classe dominante fa dello Stato.  Poniamoci una domanda: come mai i paesi occidentali soffrono di deficit costanti e debiti pubblici e privati crescenti? Il caso Italia è illuminante sotto questo profilo. Le ragioni del maggior debito non risiedono, come comunemente viene fatto credere dai mass media di regime, dalla crescita della spesa pubblica, la quale in Europa ha avuto un aumento limitato e fisiologico a causa degli accordi di Maastricht. La ragione sta nella diminuzione tendenziale delle entrate, le cui cause sono ideologiche e politiche; vediamole. La principale e fondamentale causa, che accomuna tutti i paesi occidentali, è la progressiva diminuzione della tassazione sia sui redditi delle persone fisiche più elevati sia sulle grandi aziende, e l’inevitabile spostamento del peso della tassazione diretta quasi interamente sulla classe dei salariati. Il sistema fiscale dei paesi democratici borghesi funziona come lo sceriffo di Nottingham: prende tanto ai poveri per dare a piene mani ai ricchi (vedasi il recente “prestito Covid-19” ottenuto dalla Fiat per 6,3 miliardi di euro da Intesa San Paolo, garantiti dallo Stato e che molto probabilmente non saranno mai restituiti[12]). La classe dominante non sopporta l’offesa di pagare le tasse. Gli Stati Uniti sono passati dalle aliquote rooseveltiane (ma anche del predecessore Herbert Hoover) del 79% sui redditi più alti agli attuali 39% per redditi oltre i 500.000 dollari: hai voglia a restituire il debito USA. Per quanto riguarda le grandi corporation, il culto del mercato globale ha ispirato legislazioni fiscali che permettono ai grandi gruppi di eludere il fisco dei paesi dove producono il proprio reddito tramite complesse architetture societarie, che finiscono sempre per avere “holding” in paesi offshore oppure a tassazione agevolata come Olanda e Lussemburgo. Cercare poi di far pagare le giuste tasse ad Amazon, Google, Apple nei paesi europei, ad esempio, rappresenta un oltraggio per gli Stati Uniti che su questo tema sono pronti alle ritorsioni commerciali (ultima crisi è datata dicembre 2019).

   In Italia è tradizionalmente tollerata un’elevata evasione fiscale il cui dato esatto è un vero e proprio segreto di stato, ma che viene mediamente calcolata tra i 170 e 190 miliardi di euro l’anno. Siccome nel Bel Paese le grandi corporation sono poche e le piccole e medie imprese sono molte e tutte private, l’aver creato un fisco caotico, inefficiente e profondamente ingiusto ha agevolato la media e piccola borghesia nostrana ad escogitare numerose e fantasiose pratiche evasive quasi mai perseguite. Allora chi paga le tasse per intero? Ovviamente la classe dei salariati, soggetta al sostituto d’imposta e quindi impossibilitata ad evadere.

   Tuttavia, tartassare e dileggiare i salariati è necessario ma non sufficiente. La performance tributaria di questa classe si è fortemente deteriorata dagli anni Novanta in avanti, grazie alla solerte opera dei partiti di governo (partendo da quelli di sinistra, vedi le riforme Treu) votati allo smantellamento progressivo dei contratti nazionali e rendendo possibile ed estremamente conveniente precarizzare il lavoro. In Italia il gettito fiscale da salari e stipendi è diminuito per ragioni quantitative: l’epoca della privatizzazione e del liberismo senza appello ha fortemente diminuito il numero degli assunti in valore assoluto; e per ragioni qualitative: il valore e la stabilità dei contratti degli assunti è progressivamente diminuito, deprimendo quindi il relativo gettito fiscale. La soluzione è stata quella di alzare la tassazione indiretta, ulteriore decisione a sfavore delle classi meno abbienti.

   Oggi l’aliquota principale sul valore aggiunto in Italia è del 22%, e vi sono meccanismi “automatici” che prevedono l’inasprimento delle percentuali IVA in caso di deficit eccessivo. Negli Stati Uniti invece esiste una Sales Tax[13] che arriva solo all’11% (nondimeno il gettito IVA è determinato dai consumi domestici, anch’essi diminuiti seguendo fatalmente il declino del reddito delle persone fisiche, altro elemento depressivo delle entrate. Last butnotleast (come dicono i bravi scrittori anglosassoni), l’aumento del debito è dovuto alle politiche delle banche centrali come il Quantitative easing e dei tassi d’interesse vicini allo zero oppure negativi. Federal Reserve e Banca Centrale Europea hanno inondato il mercato di denaro a bassissimo costo, ma non è arrivato a tutti. Le Banche private debbono prestare denaro a tassi forzatamente bassi e che non permettono di coprire adeguatamente il rischio delle insolvenze. Trincerandosi dietro agli accordi di Basilea ed al sistema dei rating su famiglie ed aziende, gli istituti di credito prestano a sicuri solventi, cioè a coloro che non hanno bisogno di soldi, e difficilmente a coloro che ne hanno realmente necessità, quindi potenzialmente a rischio. Il risultato di questo giochino è una montagna di denaro messa a disposizione per acquisto di titoli del debito pubblico, per alimentare i private equity, gli edgefound e per le speculazioni di borsa anche a causa dello smantellamento di un altro pilastro delle politiche economiche degli anni Trenta: la distinzione tra banche commerciali e banche d’affari, tornate in un’inquietante simbiosi. Il Quantitative Easing tiene il denaro lontano dall’economia reale ed è uno strumento di generazione di capitale fittizio. Sommando tutti questi elementi, che sono i principali ma non gli unici, possiamo comprendere perché il mantenimento di un sistema occidentale, democratico borghese e liberista non può che avvenire attraverso i deficit dei bilanci annuali, quindi dell’aumento del debito complessivo ed in ultima istanza di produzione di capitale fittizio: le stigmate della classe borghese dominante.

IL CAPITALE FITTIZIO PUO’ ESSERE DISTRUTTO?

   Riprendiamo l’ultima parte della definizione di Capitale fittizio: “Si tratta di una finzione necessaria ma costosa, e prima o poi crolla a terra”. Fino ad ora abbiamo visto che il capitale fittizio, essendo frutto di invenzioni ed architetture finanziarie è totalmente estraneo alla produzione di capitale reale, e quindi viene necessariamente distrutto. Il capitale fittizio è generato dalla grande disponibilità di denaro derivante dall’espansione dei debiti pubblici, e moltiplicato dalle attività speculative della finanza.

Spostiamo quindi l’oggetto della riflessione sui debiti sovrani e sul loro futuro. Un assunto: un debito pubblico che supera una certa soglia (per convenzione diciamo il 100% del proprio PIL) non è rimborsabile né ora né mai. Tali debiti possono avere altri destini. Quando il debito non è espresso da una moneta di riserva e di riferimento internazionali come la sterlina fino al 1944 oppure il dollaro oggi, la sua distruzione è accompagnata dall’evaporazione della moneta che lo esprime. Il debito della Germania sconfitta nella Grande Guerra e vessata dal trattato di Versailles ha cessato di esistere e pagare interessi distruggendo il Papiermark[14], sostituito dal Rentenmark[15] prima e dal Reichmark[16] subito dopo.

   Queste monete tedesche, prive di significative riserve d’oro e valutarie a seguito delle sanzioni post belliche ed espressioni di un paese allo sbando economico, erano interamente garantite da dollaro e sterlina (quante cose non sappiamo dell’ascesa al potere di Hitler). Quando il debito è espresso nella moneta di riserva e riferimento internazionale, come oggi è il dollaro, esso è “protetto” dall’esercito, dalla marina e dell’aviazione della metropoli imperiale, che non esitano a persuadere, chiunque voglia utilizzare monete più sane, a cambiare immediatamente idea.

   Agli inizi del XXI secolo  vi fu un leader che non fu accorto e lesto nel mutare opinione a proposito di vendere petrolio contro euro. Gli americani prima devastarono il suo paese per la seconda volta e poi lo impiccarono: si chiamava Saddam Hussein[17]. Il debito americano sembrerebbe quindi eterno finché protetto dalle portaerei USA. Esistono infine debiti che, se fossero espressi nella moneta nazionale, sarebbero già dissolti evaporandone la moneta, ma avendo nominato tale debito con una valuta comunitaria, esso è garantito da tale moneta e quindi da altri paesi: è il debito italiano denominato in euro. Proviamo ora ad immaginare il Bel Paese che perdesse la garanzia di paesi creditori, siano essi UE oppure la Cina, se volessimo trattare l’arduo tema dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Possiamo immaginare uno scenario dove gli italiani dovrebbero ridurre le proprie attività e gli spostamenti al minimo indispensabile; se i lavoratori dovrebbero essere legati ad un delimitato territorio, con divieto di oltrepassare determinati confini. Andrebbero dotati di un salvacondotto (anche sotto forma di autocertificazione) che dichiari i confini del fondo” all’interno del quale potersi muovere, ispirandosi in questo alla figura intermedia tra schiavo e uomo libero che fu per secoli il servo della gleba; chi invece non lavora, dovrebbe essere confinato nel proprio alloggio e basta. I servizi pubblici andrebbero ridotti sensibilmente: sportelli d’utilità generale come uffici comunali, INPS, Agenzia delle Entrate, Catasto eccetera dovrebbero rimanere chiusi il più possibile. Le scuole andrebbero chiuse e sostituite da forme d’istruzione (come le lezioni a distanza, anche in assenza di una infrastruttura di trasmissione dati dignitosa) che permetta agli scolari di stare a casa, con un risparmio anche su questa voce; l’accesso agli ospedali andrebbe regolato e concesso a chi può pagare, per talune malattie e non per altre, dando ai dirigenti sanitari la discrezionalità impunibile di scegliere di curare e chi lasciare al proprio destino; intere classi di pensionati, che beneficiano di forme di contribuzione antiche e quindi redditizie, andrebbero eliminati senza che nessuno fiati.

   Ad esempio, per una regione ricca di lavoratori a riposo provenienti dall’industria come la Lombardia, circa 17.000 persone morte  sarebbero un target adeguato. Luoghi e modalità di assemblamento andrebbero vietati, le assemblee sindacali nei posti di lavoro interdetti, i governi dovrebbero perpetrare stati di emergenza per prevenire sommosse, eccetera. Questo scenario, “del tutto ipotetico”, sarebbe compatibile per la sopravvivenza di un paese con un debito di 2.600 miliardi e nessuna possibilità di fare deficit. Ma se arrivassero 209 miliardi dai creditori, che per motivi geopolitici, sapendo di dare denaro a potenziali incapaci e disonesti scialacquatori, decidessero di salvare il debitore…. Per gli Stati Uniti il discorso è diverso. Il capitale fittizio primo o poi crolla a terra, eppure il congresso americano ha varato un allargamento di debito mai visto in un lasso di tempo ridottissimo: circa 3.000 miliardi di debiti creati da marzo 2020 ad oggi esta inondando Walle Street, banche private, private equity[18], società finanziarie, ecc. Quale destino può quindi avere un debito di 26.712 miliardi? Personalmente per quanto ne sappia ritengo impossibile che possa essere rimborsato. Potrebbe implodere internamente, il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione mai vista prima della storia dell’umanità, rigorosamente accompagnato da uno spaventoso conflitto domestico che potrebbe avere connotati raziali, ad esempio inasprendo la tradizionale e diffusa brutalità della polizia ai danni delle minoranze, aggiungendo l’azione repressiva delle guardie nazionali dei vari  stati federali, magari (speriamo veramente di no) comprendendo come strumento repressivo l’uso di testate nucleari. Questo debito potrebbe esplodere esternamente, tramite un poderoso tentativo di dollarizzazione di altri importanti paesi attraverso l’aggressione militare. La Cina sarebbe l’obiettivo ideale per numero di abitanti e le dimensioni della sua economia. Con l’aiuto di ottimi eserciti ausiliari come quello giapponese e  coreano la guerra alla Cina (che viene fatta ovviamente per portare “democrazia” e “libertà” – sarebbe un’impresa ardua ma possibile. Non è impossibile che ci possa essere un conflitto interno alla NATO ad esempio fra la Turchia e la Grecia[19] che rischierebbe di infiammare tutto il Medio Oriente, che potrebbe determinare il blocco della produzione di petrolio, e non sarebbe da scartare un conflitto con la Russia magari con la scusa di soccorrere un governo con la facciata democratica guido ad arte da amici dell’occidente come Tikhanovskaya.

   Non bisogna scordare che ci saranno le elezioni americane per la presidenza e che non possiamo suddividerli tra presidenti “buoni” o “cattivi”, ma presidenti di  quello che è tutt’ora il maggior paese imperialista.  


[1] Gianfranco Bellini (Milano, 1952-Milano, 2012). Manager, esperto di sistemi informatici, studioso e critico di economia internazionale. Di famiglia proletaria e comunista dà vita con i fratelli Andrea e Marco, al Collettivo di quartiere Casoretto, passato alle cronache come “la banda Bellini”. Si iscrive alla Boccon, durante il servizio militare, milita nel Movimento dei soldati. Si laurea in Economia alla Bocconi, con una tesi sull’Economia di Piano in Unione Sovietica, sviluppata con la matematica lineare di Kantorovic, che lo indirizza ai temi dell’economia globale e a una propria visione geopolitica. Manager in molte multinazionali, dalla Barclays Bank alla Montedison alla IBM, successivamente e fino alla sua morte continua la sua militanza nella sezione Tematica Laika del PdCI che ha come elemento fondante la ricerca teorica sul Capitale e l’inchiesta militante alla maoista.

[2]  Questi summit sono l’appuntamento annuale per economisti e banchieri centrali organizzato dalla Fed. Prende il nome dalla vallata del Wyoming dove gli esperti di tutto il mondo dovrebbero avere un momento di riflessione. Un momento di relax favorito dalla pace della vallata e dalla splendida vista sulle montagne Grand Teton, tra boschi di conifere e fiumi blu. Negli ultimi anni tuttavia su Jackson Hole si sono proiettate le tensioni dell’economia mondiale. https://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/jackson-hole.html

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/08/27/news/fed_l_inflazione_non_conta_piu_-265651271/

[3] Marx ritiene che tale “più” monetario, ovvero Plusvalore, non debba essere cercato a livello di scambio di merci, bensì a livello della produzione capitalistica delle medesime.

[4] Sterlina è il nome italiano della valuta ufficiale del Regno Unito e di alcune parti di territorio sparse nel mondo, compresa un’area del Polo Sud definita “Territorio Antartico Britannico”. All’origine del suo nome deriva da “Sterling Silver“, una lega metallica composta per il 92.5% di argento e il 7.5% rame.

[5] L’oncia troy è un’unità di misura del sistema imperiale britannico. Al 2013, è la più comune unità di massa per i metalli preziosi, le gemme e la polvere da sparo e, come tale, è utilizzata per definire il prezzo di questi beni nel mercato internazionale

[6] Spinte dalla concorrenza le imprese se non volevano essere spazzate via hanno investito in nuove tecnologie e modernizzato il capitale produttivo, tutto ciò ha causato un aumento fortissimo dei costi.

[7] Questa frazione (dominante) della borghesia è l’espressione del  capitale finanziario che  si determina la fusione e l’equiparazione del capitale industriale con quello industriale e la stretta unione di entrambi con il potere dello Stato monopolista.

[8] All’interno del Movimento Comunista N. Bucharin sosteneva la tesi che il capitalismo dalla fine del XIX secolo ha avviato un processo di organizzazione che ha modificato seriamente il libero gioco delle forze della concorrenza.

[9] Non è certamente un caso che in questo periodo all’interno del movimento operaio nasce e si consolida il revisionismo.

[10] Lombard Street è una strada della Città di Londra, nota per i suoi legami, risalenti al Medioevo, con i mercanti, i banchieri e gli assicuratori della City. Viene perciò spesso paragonata a Wall Street a New York.

[11] Alberto Beneduce è stato un dirigente pubblico, economista, politico (era un socialista riformista)  e accademico italiano, amministratore di importanti aziende statali nell’Italia liberale e fascista, amministratore delegato dell’INA, tra gli artefici della creazione dell’IRI e suo primo presidente, oltre che ministro e deputato.

[12] https://www.ilsole24ore.com/art/fiat-chrysler-stretta-prestito-garantito-63-miliardi-la-filiera-italia-ADlxC6Q

[13] La sales tax è la tassa sulla vendita di prodotti e servizi applicata in America ed è pagata dal consumatore finale al momento dell’acquisto.

[14] Il nome Papiermark si applica alla valuta tedesca dal 1914 quando il collegamento tra il Marco e l’oro fu abbandonato, a causa dello scoppio della I guerra mondiale. In particolare, il nome fu usato per le banconote emesse durante il periodo dell’iperinflazione in Germania nel 1922 e specialmente nel 1923.

[15] Il Rentenmark è stato la valuta emessa il 15 novembre 1923 per fermare l’inflazione del 1922-1923 in Germania. Sostituì la Papiermark, che era stata completamente svalutata. La Rentenmark fu solo una valuta temporanea, e non ebbe valore legale.

[16] Reichsmark è stato la valuta della Germania dal 1924 fino al 20 giugno 1948, quando è stato sostituito dal marco tedesco nella Germania Ovest.

[17] https://m.facebook.com/Coscienzeinrete/posts/291343917557482/?_rdr

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=11366

[18] Il private equity è un’attività finanziaria mediante la quale un’entità rileva quote di una società definita obiettivo, sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno dell’obiettivo.

[19] Non sarebbe la prima volta già nel 1974, quando La Turchia invase Cipro sabato 20 luglio 1974. … L’operazione, il cui nome in codice era Operazione Atilla, fu chiamata nella zona turca di Cipro “Operazione di pace del 1974”. Le forze turche dispiegarono una chiara e decisa strategia, costringendo numerosi greco-ciprioti a riparare nel sud dell’isola.

   Secondo un’intervista di Cem Gurdeniz, che nella Marina turca ha rivestito il grado di contrammiraglio ed ora dirige il centro studi marittimi della Koc University tale conflitto nel Mar Egeo significherebbe la fine della Nato e spingerebbe la Turchia definitivamente nell’orbita russa.  https://www.agi.it/estero/news/2020-08-12/guerra-grecia-turchia-trivellazioni-cipro-9403144/

NEGLI USA AVANZA LA ROBOTIZZAZIONE NEL SETTORE MILITARE E IL CONTROLLO INFORMATICO

•Maggio 12, 2022 • Lascia un commento

   L’Università del Michigan ha messo a punto il prototipo di un piccolo robot spia simile a un pipistrello. Il congegno sarà usato dai militari. Il bat robot è un aeroplanino che raccoglie dati su oggetti, persone, suoni e odori in zone di guerra, per poi trasmettere le informazioni in tempo reale[1].

   Le truppe americane in Afghanistan hanno avuto un’arma in più: le macchine della verità portatili per capire se ci si può fidare di chi ha di fronte[2]. Lo scopo di queste macchine era quello di essere usate per la pre-selezione delle centinaia di afghani che ogni giorno chiedevano di essere reclutati per lavorare nelle basi USA.

   I laboratori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) hanno già inventato un esoscheletro per le gambe in grado alleggerire gli sforzi dell’80%, sia nel camminare che nel trasporto di oggetti[3]. Insomma, eguale a un’armatura che nei fumetti  usa Iron Man.

   L’azienda britannica Bae Systems sta creando una serie di piccoli ragni, insetti e serpenti che potrebbero diventare occhi e orecchi impegnati nel campo di battaglia[4].

   La Gnius Unmanned Ground System su commessa della “Difesa” di Israele ha  approntato un soldato robot che si muove su quattro ruote, può trasportare fino a 3 quintali di attrezzature e spara[5]

   Durante il conflitto con i Talebani c’è stato un massiccio utilizzo dei droni.

   Nel 2010 ci fu un escalation del bombardamenti da parte della CIA contro i rifugi dei Talebani nelle aree di montagna del Pakistan. Nel settembre del 2010 i droni comandati da Langley (il quartiere generale della CIA (Virginia, USA) avevano lanciato 20 attacchi missilistici (75 dall’inizio dell’anno). Gli attacchi con i droni sul Pakistan sono iniziati sotto l’amministrazione Bus jr. nel 2004 ma sono stati incrementati a partire dal 2009 con l’amministrazione Obama. Secondo uno studio della New American Foundation[6] tra il 2004 e il 2007 ci sono in tutto 9 raid, nel 2008 si è passati a 34, nel 2009 a 53 fino al record del 2010.

   Negli USA nel 2010 è venuta fuori la notizia della Cyber Storm III[7] che era la simulazione di attacco cibernetico contro i centri vitali del paese. Scopo di questo test era quello di mettere alla prova la capacità di reazione dell’apparato di difesa americano. Ma, come ben si sa. Se uno ritiene che ha le difese informatiche sicure potrebbe venirgli la voglia di attaccare.


[1] https://repubblica.it/2009/07/sezioni/scienze/pipistrelli-robot/pipistrelli-robot/pipistrelli-robot.html

https://www.punto-informatico.it/la-spia-un-pipistrello-robot/

https://www.lastampa.it/blogs/2008/09/28/news/ecco-com-bat-il-pipistrello-spia-1.37197881/

[2] https://www.zeusnews.it/n.php?c=7323

[3] https://www.ilgiornale.it/news/tecnologia/mit-si-sta-studiando-larmatura-iron-man-1552145.html

[4] https://www.ecchr.eu/fileadmin/Gutachten/Rapporto_Droni_militari_proliferazione_o_controllo.pdf

City, mercoledì 7 maggio 2008

[5] https://www.esercito.difesa.it/equipaggiamenti/Veicoli-e-materiali-del-Genio/Pagine/UGV-Unmanned-Ground-Vehicle-Packbot-510.aspx

City, mercoledì 7 maggio 2008

[6] www.newamerica.net/drones

[7] https://www.punto-informatico.it/cyber-storm-iii-giochi-di-cyberguerra/

L’ECONOMIA DI GUERRA NELLO STATO DI EMERGENZA

•Maggio 10, 2022 • Lascia un commento

   Lo scoppio ufficiale della guerra fra Russia e Ucraina (conflitto che non è cominciato nel 2022 ma nel 2014 col colpo di Stato in Ucraina) ha fatto quasi cadere nel dimenticatoio le belle promesse di grade sviluppo economico contenute nel PNNR, provocando anzi una accelerazione vertiginosa della crisi. Ancora prima dello scoppio del conflitto per chi voleva vedere era evidente che la pandemia permanente poteva essere l’innesto di una grande e duratura recessione con tutte le relative conseguenze di disoccupazione di massa e impoverimento delle classi lavoratrici.

   Intanto era partito un altro elemento fondamentale dell’economia di guerra, vale a dire il vistoso aumento del prezzo delle materie prime con la conseguente ripresa dell’inflazione. L’aumento del prezzo interessava naturalmente il petrolio, il gas naturale e il carbone, di cui peraltro esiste nel mondo una grande sovrapproduzione ma, ancora di più, alcune materie prime necessarie alla cosiddetta transizione green e a quella digitale, parliamo del rame, del litio (usato per le batterie), del silicio (usato per i microchip), del cobalto (usato per le tecnologie digitali), ecc. A questi vistosi aumenti concorrono diverse cause: dalle difficoltà di estrazione che comportano enormi devastazioni ambientali con l’utilizzo anche di lavoro minorile (in Congo e altrove), all’aumento a dismisura dei costi di trasporto, per finire con le immancabili speculazioni finanziarie sulle materie prime e sui titoli derivati (futures) a esse legate. Questa combinazione fra stagnazione e inflazione ricorsa l’inizio della crisi degli anni Settanta, dopo la famosa “crisi petrolifera” del 1973, quando per descrivere la nuova situazione economica venne coniato il termine, poi diventato corrente, di stagflazione.

   Cosa era successo all’inizio degli anni Settanta?

   Nel 1971, gravati da un enorme deficit della bilancia dei pagamenti (conseguente al loro indebolimento sui mercati internazionali e al deficit dello Stato amplificato dalla guerra del Vietnam), gli USA decretarono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro (di fatto sospesa da tempo), allo scopo di: promuovere la svalutazione del dollaro e, di conseguenza, un alleggerimento automatico del deficit del bilancio dei pagamenti: far riacquistare competitività alle merci americane, facendo gravare l’inflazione sugli altri paesi capitalisti; indurre una parziale svalorizzazione delle riserve in dollari dei paesi concorrenti e degli eurodollari.   

   Il deprezzamento del dollaro spinse i possessori di grandi capitali monetari (ovvero i capitalisti finanziari) a cercare di garantirsi contro il rischio di possibili perdite attraverso l’acquisto di materie prime, inducendo un generale rialzo dei prezzi, che aprì la strada all’impennata del prezzo del petrolio del dicembre 1973.

   Tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974 il prezzo del petrolio si quadruplicò.

   Il prezzo del petrolio aveva avuto una storia relativamente tranquilla dalla seconda metà del XIX secolo fino ai primi metà degli anni ’70 del secolo scorso, quando i 6 paesi dell’OPEC fecero raddoppiare il prezzo del petrolio, portandolo a superare i 10 dollari a barile. L’aumento del costo del petrolio significava da un lato, una fetta più grossa per gli “sceicchi” (ovvero la casta semifeudale dominante nei paesi arabi, per lo più legata all’imperialismo USA) e dall’altra costi di produzione maggiore per gli europei e i giapponesi, più dipendenti dalle importazioni petrolifere che non gli USA (le cui merci guadagnarono, di fatto, competitività sul mercato mondiale). Dall’altro lato, la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere attuata da alcuni paesi arabi (quali la Libia e l’Algeria) e l’embargo selettivo sull’export di petrolio attuato verso gli USA e i paesi europei sostenitori di Israele, le borghesia arabe iniziarono a scrollarsi di dosso, il sistema di saccheggio impostogli dall’imperialismo. Si manifestava così, pure a questo livello, la forza del moto rivoluzionario d’Asia, e d’Africa che la rivoluzione iraniana del 1979 ravvivò.[1]

   L’aumento del prezzo del petrolio (quintuplicato in due anni, poi raddoppiato nei successivi 8-9 anni) concorse con il ciclo mondiale delle lotte operaie del periodo 1968-72 ad accrescere i costi di produzione dei capitalisti europei e giapponesi proprio nel momento in cui finiva il trentennio di sviluppo e aumentava di più il bisogno del capitale ad abbassare i costi di produzione.

   Iniziò così una fase di profonda ristrutturazione dell’economia capitalistica su scala mondiale che si sviluppò su due linee: con la ristrutturazione degli impianti produttivi (con l’introduzione di macchinari più sofisticati e il “decentramento produttivo” nelle metropoli imperialiste e con massicci trasferimenti verso i paesi di “nuova industrializzazione”) e con la ristrutturazione dei meccanismi della finanza mondiale.

   Tornando a oggi, la guerra ha portato all’estremo i fenomeni che sono racchiusi nel termine di stagflazione, compresa l’inflazione dilagante che coinvolge ora anche i generi di prima necessità, con il conseguente taglio di fatto dei salari dei lavoratori, oltre all’aumento stratosferico delle bollette energetiche. Il riferimento naturalmente è alla “grande depressione” degli anni Trenta del secolo scorso, tanto è vero che a questo punto, sorge spontanea una domanda: la guerra e le distruzioni in Ucraina possono costituire i prodromi di una terza guerra mondiale? Certamente, anche se da diversi anni ormai si sente parlare di “terza guerra mondiale a pezzi”, di “guerra per procura” ecc., questa volta il ricorso a una terza guerra mondiale per risolvere la crisi è reso molto problematico dall’entità delle distruzioni che tale evento comporterebbe.

   Questo ragionamento poggia su un analisi classica delle guerra intesa come risoluzione della crisi capitalistica, come ben dimostrato dalle due guerre mondiali del Novecento. Il meccanismo di risoluzione della crisi attraverso la guerra si basa schematicamente su due effetti esplosivi dello scontro bellico:

  1. Una distruzione ingente di forze produttive, quindi di capitale sovraccumulato che aveva dato origine alla crisi, e di forza-lavoro in eccesso;
  2.  L’emergere nel conflitto di un imperialismo egemone nella ricostruzione postbellica e nella nuova fase di accumulazione capitalistica.

   Negli anni Quaranta gli USA erano in grado di mettere insieme le forze necessarie al rovesciamento della situazione di crisi, forze che andavano dalla potenza militare a un apparato industriale decisamente superiore, all’organizzazione del lavoro fordista a una composizione sociale decisamente più dinamica di quella prevalente in Europa. Tutto ciò ha portato dopo la sconfitta del regime nazista al cambio di egemonia mondiale rispetto a quella inglese basata sul sistema coloniale, cioè sulla rapina delle ricchezze delle colonie, dando origine al periodo della trentennale età dell’oro del capitalismo e al mondo bipolare (ovvero della contraddizione tra paesi capitalisti e paesi socialisti) che conosciamo.

   Attualmente nessuna delle potenze in gioco sembra in grado di produrre questo immane sforzo: non gli USA che rimangono comunque i più forti sul piano militare, ma deboli sul piano industriale dopo decenni di delocalizzazioni, la cui egemonia mondiale si fonda ormai sul capitale finanziario, non l’Unione Europea, debole sul piano militare e in preda alle solite divisioni, con una industria tecnologicamente avanzata che ha bisogno dei mercati mondiali di gamma medio/alta; non la Russia che accoppia alla potenza militare ereditata dall’URSS una economia basata quasi esclusivamente sull’esportazione di materie prime; non la Cina ancora indietro sul piano militare e tesa ad espandersi sul piano commerciale lungo le varie “vie della seta” e con problemi di sviluppo interno ancora non risolti. Le prime mosse dopo l’azzardo di Putin in Ucraina sembrano confermare queste ipotesi, con gli USA aggressivi a parole ma cauti nei fatti, la Cina che attende l’evolversi degli avvenimenti e l’Unione Europea con smanie interventiste che servono a giustificare una politica di riarmo.

   Esiste poi un altro elemento, vale a dire la fuoriuscita dalla fase precedente che ha caratterizzato gli ultimi decenni impropriamente definita “globalizzazione”. Bisogna operare una distinzione fra creazione del mercato mondiale, che è una caratteristica permanente e ineliminabile del modo di produzione capitalistico, pur con le sue diverse fasi, e la cosiddetta “globalizzazione”, intesa come la risposta data dal Capitale alla crisi degli anni Settanta e alla relativa caduta del saggio di profitto, con le sue caratteristiche specifiche che oggi sono entrate in una fase di crisi. Una risposta che ha portato attraverso processi di concentrazione globale, di megafusioni transnazionali e acquisizioni all’estero, al formarsi delle grandi multinazionali apolide in concorrenza fra di loro per il controllo del mercato mondiale. Tanto per fare un esempio il settore agro-alimentare è in mano a tre colossi multinazionali Dow-Dupont, ChemChian-Syngenta e Bayer-Monsanto che controllano il 63/69% del mercato e il 75% del business dei pesticidi e diserbanti[2]. Non solo, il formarsi delle grandi multinazionali ha determinato una nuova e, forse, inedita divisione internazionale del lavoro basata sul controllo delle nuove tecnologie e sulle differenze, a livello mondiale, del costo del lavoro.

   È noto che già prima della guerra russo-ucraina si erano verificate gravi disfunzioni in importanti filiere produttive per la mancanza o la carenza dei chips (microprocessori di computer) e di altri semilavorati che viaggiano lungo le catene produttive delocalizzate. La guerra in corso ha accentuato in maniera estrema questi processi. Ad esempio in Germania BMW e Volkswagen rischiano di dover fermare la produzione di automobili per la mancanza di questi cavi elettrici in quanto avevano delocalizzato l’imbracatura di questi cavi ad aziende con stabilimenti in Ucraina[3]. Fin dagli anni Novanta la grande industria automobilistica tedesca, al seguito dell’espansione dell’Unione Europea e della Nato verso est, ha delocalizzato in questi paesi le lavorazioni a basso valore aggiunto, mantenendo in patria quelle ad alta tecnologia con personale specializzato. Ora tutto questo rischia di saltare.

   Tuttavia è difficile pensare che si possa riorientare la divisione internazionale del lavoro (con il conseguente commercio mondiale) affermatasi negli ultimi decenni per costringerla entro i limiti dei blocchi geopolitici, come sostengono i sostenitori della “fine della globalizzazione”. Una situazione simile si verificò nei primi anni del secolo scorso. Nel primo decennio del Novecento, periodo passato alla storia come “la belle époque”, fu un periodo di grande sviluppo capitalistico, pensiamo solamente allo sviluppo tecnologico che ci fu in questo periodo (elettricità, telefono, cinema, automobili, ecc.), con scoperte che oggi diamo per scontate o addirittura superate; ci fu la nascita dei grandi monopoli, la crescita del capitale finanziario; l’intervento dello Stato nell’economia; un grande sviluppo del commercio internazionale. La fine di questo ciclo capitalistico di sviluppo corrisponde al sorgere di protezionismi nazionalistici, dello sviluppo dei dazi doganali ecc. che porteranno alla guerra.


[1] In Iran, poi, il proletariato è stato la forza decisiva e la spina dorsale della rivoluzione, non bisogna scordare che i lavoratori crearono gli Shoraz, strutture consigliari assimilabili ai Soviet.         

[2] Nolan, P e Zhang, J., La Concorrenza Globale dopo la Crisi Finanziaria, in Countdown 2, Studi sulla crisi.

[3] Spaventa Alessandro, La guerra in Ucraina ferma la produzione di BMW e Volkswagen, in notizie.fiscali.it del 21 marzo 2022.

MICROONDE, TORTURE,SERVIZI SEGRETI

•Maggio 7, 2022 • Lascia un commento

   La storia che ci racconta Carl Clark non può non lasciarci senza fiato.

   Clark è un ex agente dei servizi segreti inglesi che in quest’intervista descrive come ha sorvegliato e molestato gente per conto di vari servizi segreti, e come, dopo è diventato egli stesso una vittima. Ha anche partecipato all’utilizzo delle armi a microonde su altre persone, ora tocca a lui sperimentare la stessa cosa.[1]

Armin Gross: vorrei che facesse luce su questo lato oscuro. Per chi ha lavorato?

Carl Clark: Lavoravo come freelance dal 1980 al 2003 per vari servizi segreti. Fino al 1997, lavoravo attivamente per la CIA. Poi ho lavorato per i servizi segreti israeliani, il Mossad e l’Anti-Defamation League (ADL), un’organizzazione con sede negli USA contro la discriminazione e la diffamazione degli Ebrei. Sono stato anche nel MI5, un gruppo secondario dei servizi segreti britannici. Più tardi, sono entrato nei servizi segreti della polizia e in quelli di un laboratorio di ricerca. La mia zona di operazioni era l’Europa: Parigi, Zurigo, Berlino, Dusseldorf, Monaco, Madrid, Bilbao, Lione e Mosca.

Armin Gross: Quali sono state le attività principali?

Carl Clark: Uno dei compiti principali era infiltrare dei gruppi per ottenere informazioni su di essi. Sono entrato in alcuni gruppi, ho fatto amicizia tra i membri dei gruppi e ho contribuito alla rovina della loro vita.

Armin Gross: Che gruppi erano?

Carl Clark: In sostanza, sono gruppi criminali o cartelli della droga. Per i servizi segreti israeliani fornivo informazioni sul “National Front”, un partito di destra radicale, sui nazisti o gli skinheads. Ciò che interessava loro erano i nomi, gli indirizzi, i luoghi di incontro, i piani e gli obiettivi. Per la Cia mi occupavo della sorveglianza di alcune persone.

Armin Gross: Che cosa vi ha fatto esattamente?

Carl Clark: Sorvegliavo della gente per molto tempo, ho ascoltato di nascosto le loro conversazioni. Ho anche ricevuto ordine di destabilizzarli. Così sono entrato di nascosto nelle loro case, ho rubato delle cose, ho cambiato il posto di un oggetto qua e là. Ho cancellato dati sui loro computer. Oppure, ho seminato confusione e panico nelle persone che stavo pedinando. Mi sono introdotto diverse volte nei loro quartieri. Andavo alle fermate degli autobus che prendevano e alle stazioni della loro zona, ecc. Abbiamo messo in scena una rissa in strada, proprio di fronte a questi individui e di fronte ad altri. Nel caso si pensasse di metterli sotto maggior pressione finanche al caso di doverli arrestare, ho anche raccolto alcune informazioni dal loro computer. Per esempio, informazioni di carattere pornografico o pedofilo e anche informazioni sullo sviluppo del sistema di produzione di una bomba, ecc.

Armin Gross: Quali sono gli individui a lei assegnati?

Carl Clark: Importanti politici, i membri dell’opposizione, gli individui che si sono confrontati con delle grandi imprese, come le aziende farmaceutiche. Alcuni appartenevano a bande di criminali. Ma c’erano anche due persone per le quali non sapevo perché erano state inserite in tale elenco.

Armin Gross: Quante persone ha molestato o pedinato in tutto?

Carl Clark: Negli anni ’80 circa cinque o sei, negli anni 90, sette e dal 2000 al 2003, tre. Si può vedere da questo piccolo numero, che si tratta d’intensa sorveglianza di una persona, per solo sei mesi per ottenere forse la maggior parte delle informazioni per un dossier.

Armin Gross: Come Lei è riuscito ad ottenere queste informazioni?

Carl Clark: Nella spazzatura, il telefono, nella posta, e su Internet. Con lo sviluppo della meccanizzazione, è diventato sempre più facile. Oggi non c’è più bisogno di impianti d’intercettazioni telefoniche. Si può origliare telefonini, telefoni con rete numerica integrata (RNI) o le piccole antenne paraboliche. Purtroppo, l’uso di armi a microonde è diventato abbastanza comune. Con le sorveglianze e le molestie senza tregua si può distruggere totalmente una vita.

Armi a microonde.

Armin Gross: Ha anche utilizzato queste armi?

Carl Clark: No, io ero responsabile del controllo! Sono stati i dipendenti dei reparti speciali. Ma io a volte mi trovavo sul “terreno”.

Armin Gross: Può descrivere in dettaglio l’uso di queste armi?

Carl Clark: È un po’ come un film di fantascienza. La gente può essere rintracciata ovunque, grazie al radar, al satellite, attraverso una stazione di base e programmi per computers complementari. Ad esempio, spesso tre dispositivi radar sono messi vicino alla persona. Il radar emette onde elettromagnetiche, quindi valuta i risultati. Così i miei amici che hanno lavorato in reparti speciali potevano inseguire l’individuo tutto il giorno tramite il proprio computer. Questo ha favorito l’uso delle armi. I colleghi potevano vedere esattamente dove dovevano mirare e come la persona reagiva.

Armin Gross: Quali sono gli effetti di queste armi sulle persone?

Carl Clark: Si può generare calore o bruciature interne, provoca dolore, nausea e paura. Tuttavia, spesso le tracce rimangono invisibili sulla pelle. Se queste persone vanno dal medico, questo gli dice che non hanno assolutamente nulla.

Armin Gross: Qual è l’obiettivo di questo “bombardamento”?

Carl Clark: Vogliono intimidire la gente. Nel mio caso, ho subito le radiazioni per tre anni, quando decisi di smettere con tutto. Sono certo che negli anni 2003/2004, le armi a microonde sono state usate contro di me, e mi hanno reso terribilmente aggressivo. Ho quasi ucciso qualcuno: la mia ex vicina, una simpatica vecchietta.

I tentativi di spingere la gente verso la demenza.

Armin Gross: Pensa che ora è possibile influenzare direttamente i sentimenti con radiazioni elettromagnetiche?

Carl Clark: Senza dubbio. Sappiamo che il corpo è estremamente sensibile alle radiazioni elettromagnetiche. I processi elementari delle cellule viventi operano con oscillazioni elettromagnetiche biogene. La frequenza può cambiare o interrompere questi processi dall’esterno. Ci sono stati nel contesto di ricerca militare tentavi di influenzare il corpo e lo spirito con frequenze. È possibile in questo modo generare sentimenti di paura, aggressività, nervosismo o perdita di memoria. Se altri tipi di interventi sono loro aggiunti, è del tutto possibile condurre qualcuno alla demenza. Ad esempio, la frequenza radio è manipolata, in modo che la persona presa di mira sente il suo nome alla radio o in modo che il computer indica instancabilmente il suo nome sullo schermo. Delle voci sono anche inviate loro per fare commenti sulle proprie attività. Ho sentito, per esempio, al mattino, al risveglio, una voce che diceva: “Alzati e fa male a qualcuno!”

Armin Gross: le persone sono direttamente spinte in situazioni psichiatriche estreme?

Carl Clark: Sì, vogliono mandare la gente direttamente in un ospedale psichiatrico. Se una persona in cerca di aiuto vuole andare alla polizia o dal medico, non la prendono sul serio. Alcuni medici ed alcuni ospedali collaborano con i servizi segreti. Le direttive diagnostiche permettono di classificare qualcuno come schizofrenico se si sente perseguito e sente voci.

Armin Gross: Collaborano gli ospedali con i servizi segreti?

Carl Clark: Sì, in tutti i casi. Le grandi aziende collaborano anche loro. Ecco perché si corre un gran rischio se si svolgono indagini su le grandi aziende. Lo stato statunitense protegge le grandi aziende come McDonalds, Coca Cola, e alcune aziende farmaceutiche. Il governo americano si rivolge anche agli agenti dell’FBI, in casi di spionaggio industriale. Anche i massoni sono molto all’interno della CIA per svolgere un ruolo importante.

Armin Gross: Perché ha smesso?

Carl Clark: Avevo capito che ciò che facevo era sbagliato. Le ultime due persone a cui sono stato assegnato, non avevano fatto nulla. Non fanno politica, erano del tutto normali, non erano criminali né economicamente pericolosi. La sola ipotesi che mi sono permesso di fare su di essi era sopra il loro DNA o il loro sangue. Recentemente, molte indagini sono condotte in materia. Il DNA è associato con le ultime caratteristiche del nostro carattere. Il progetto sul genoma umano ha analizzato dal 1993 al 2004 tutte le coppie di basi del genoma umano, ha anche raccolto dati genetici di persone a rischio (Progetto sulla Diversità del Genoma Umano) ed ha confrontato i risultati. I nostri datori di lavoro hanno voluto la prova del DNA delle persone che abbiamo sorvegliato. Abbiamo sempre avuto nella nostra sede principale, nei primi giorni di sorveglianza, le analisi del DNA o del sangue di queste persone.

Armin Gross: Ha detto che ha avuto problemi quando ha deciso di smettere nel 2003?

Carl Clark: Quando una volta di notte ho fatto 3.000 miglia con un camion per consegnare dei pacchi, un elicottero mi inseguì per tutto il tempo. Un giorno, mentre ero in macchina lungo un viale, un uomo mi ha aggredito e mi ha dato un colpo vigoroso in faccia. Una volta qualcuno ha rimosso tre pezzi del mio motore in autostrada, il motore improvvisamente si è rotto. Un’altra volta quando stavo guidando un camion con un carico di tre tonnellate, due pneumatici esplosero improvvisamente nello stesso istante. La polizia è intervenuta e ha detto che non aveva mai visto una cosa simile. Una volta sono stato inseguito per mesi e mesi mentre guidavo la mia auto. Questo mi ha reso così arrabbiato che ho improvvisamente fermato la macchina, ho preso la mia mazza da baseball e sono uscito. Le tre auto dietro di me si fermarono e scomparirono a tutta velocità in retromarcia. Se fossero state delle persone normali, avrebbero denunciato tutto alla polizia, invece non lo fecero. Mi hanno mandato successivamente tre simpatiche persone che dovevano spiarmi. Poiché mi ero reso conto che ero inseguito, mi azzardai una volta a dichiarare in una conversazione che avrei ucciso quelle persone che si intromettevano nella mia vita. Improvvisamente, non si sono più fatte vive.

Armin Gross: E adesso come stanno le cose? Pensa che lei è sempre sotto sorveglianza?

Carl Clark: Sì, naturalmente. Ho anche saputo che i servizi segreti vogliono sapere perché sono scappato ora in Germania.

Armin Gross: Lei non vive pericolosamente in questo momento?

Carl Clark: Io sono pronto a condurre una lotta contro di loro. Sanno anche che io so molto su di loro e cerco di fare qualcosa contro i loro misfatti. Ho amici in squadre speciali. Delle persone in Afghanistan ed in Iraq mi sostengono.

Rete di monitoraggio gigante.

Armin Gross: Sa in quali paesi i servizi segreti usano le armi ad energia diretta sugli esseri umani?

Carl Clark: Negli Stati Uniti, in Germania, Cina, Corea del Nord, Russia, Francia e Inghilterra. Tutto questo avviene normalmente senza che i governi siano informati ufficialmente. Ma ufficiosamente, penso che ci dovrebbe sempre essere nel governo delle personalità coinvolte o ne sono a conoscenza, in un modo o nell’altro.

Armin Gross: Sa quante persone sono sotto sorveglianza?

Carl Clark: In Inghilterra ci sono circa 5.000 persone sotto sorveglianza e circa 15.000 “spie”. Oltre ai principali servizi segreti ci sono ancora 300-400 piccole imprese dei servizi segreti che sono state fondate da ex poliziotti o ex dipendenti dei servizi segreti. Hanno ricevuto l’approvazione del Ministero dell’Interno per monitorare, scattare fotografie, fornire informazioni. Pagano molto bene i loro dipendenti.

Armin Gross: Fu un problema per lei cambiare Servizi Segreti?

Carl Clark: Nessuno, per i nuovi presidi fu sempre positivo perché in questo modo loro potevano ricevere informazioni da me su altri Servizi Segreti. Poiché i grandi Servizi Segreti non si fidano reciprocamente, io così ci guadagnavo di più.

Consigli per le vittime di monitoraggio/sorveglianza.

Armin Gross: Ha Lei alcuni consigli per la gente che si sente sorvegliata?

Carl Clark: Evitare certi concetti come “mind control”, “servizi segreti” eccetera, nella posta elettronica, poiché la supervisione digitale avviene secondo certe parole di ricerca. Avrebbe senso cercare di scoprire se qualcuno si è introdotto nel tuo appartamento. Prima che le “spie” penetrano nel tuo appartamento, spesso usano gas anestetici che mandano nell’appartamento attraverso la fessura della posta. In seguito, ti svegli con un sapore metallico in bocca. Se gli autisti si comportano in modo strano mentre guidano, si consiglia di prendere nota del numero della targa. Possono essere avvolti in pellicola le lettere per non essere viste. Possiamo controllare le radiazioni ad alta frequenza in un appartamento con strumenti di misura speciale.

Armin Gross: Conosce Lei altri whistleblowers o “denuncianti civici” che hanno storie simili?

Carl Clark: Finora, no. Ma spero che altre vittime sempre più numerose si faranno conoscere.[2]

   Da questa intervista emerge che nei paesi imperialisti esiste un sistema occulto e illegale che pratica la tortura.

   Un sistema che mi fa dire che In sostanza dopo la seconda guerra mondiale all’interno dei paesi che si definiscono “democratici” sia nato il Quarto Reich che non s’identifica in un territorio preciso, né ancora in un preciso movimento politico, ma a delle reti fata da diversi organismi.

   Pensiamo alla rete Gehlen che agì di concerto con gli Stati Uniti, oppure alla rete di Otto Skorzeny che rappresentò il ponte fra Stati Uniti, Spagna franchista e Argentina peronista. Alle associazioni degli ex combattenti delle SS. A società come Stille Hilfe che garantisce una mutua assistenza ai “pensionati” del Terzo Reich. Realtà che dispongono denaro, spregiudicatezza politica e un’indubbia volontà di potere, si deve capire che queste reti  non agiscono pubblicamente ma che operano nell’ombra, si potrebbe dire che sono la parte oscura del potere, un esempio per tutti: MK ULTRA.

   Tutto questo nasce da fatto che dopo la seconda guerra mondiale, lo Stato della Borghesia Imperialista  USA ha assicurato la persistenza o il ristabilimento del dominio delle classi borghesi dell’Europa Occidentale, del Giappone e di buon parte delle colonie e delle semicolonie. In alcuni di questi paesi lo Stato borghese era completamente dissolto a seguito della guerra (come in Germania); negli altri, gli Stati borghesi erano molto indeboliti e prossimi al collasso. Di conseguenza le borghesie dei paesi continentali dell’Europa Occidentale e del Giappone non ebbero di meglio che accettare l’autorità dello Stato della Borghesia Imperialista USA per ristabilire il loro dominio di classe. La Borghesia Imperialista USA aiutò la borghesia dei singoli paesi a ricostruire i propri Stati (a partire dai loro apparati).

   Finché gli affari vanno bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppata felicemente, non si sono sviluppate contraddizioni antagoniste fra gli Stati imperialisti.

   Il problema si è posto quando dalla metà degli anni ’70 le condizioni di valorizzazione del capitale diventano sempre più difficili.

   Parimenti, nel frattempo, si è formato un personale, politico, militare, spionistico e culturale borghese internazionale, che rende la fusione dei maggiori paesi imperialisti, una possibilità reale. Ma la realizzazione di un processo del genere, nel mentre si approfondisce la crisi economica è difficilmente realizzabile per via pacifica.

   E dall’interno di queste contraddizioni che si è sviluppato un nazismo occulto, genetico poiché finalizzato al controllo,  alla discriminazione e alla sperimentazione delle persone sensibili. È una realtà fatta da centri di ricerca universitari e militari (neurologia, psichiatria, neurofisiologia, robotica, oculistica, biologia, cibernetica e controllo del computer tramite pensiero). Dalle multinazionali farmaceutiche e delle protesi uditive ed acustiche per invalidi. Da parlamentari connessi ai servizi segreti e alle polizie speciali e militari. Dalle organizzazioni mafiose e dalla borghesia nera, dalle organizzazioni terroriste. Da intellettuali annoiati. È una realtà che ha sviluppato nuovi reati quali: furto di identità, il sequestro virtuale, la schiavitù psichica e sessuale, lo spionaggio indotto, la pedofilia cibernetica, la mafia cibernetica, il dominio delle menti dei funzionari e degli ufficiali dell’esercito e della polizia. Che provoca danni politici quali: potere occulto e mafioso, pedofilia ecc. Danni etici: persone dipendenti da centri occulti che possono trasmettere in diretta segreti di qualsiasi genere a chiunque sia legato al centro che pilota. Alienazione dei rapporti tra le persone ecc.

   Un nazismo negli ultimi tempi, per via della fascistizzazione strisciante nei paesi imperialisti rischia di diventare palese.

   Ancora qualche anno fa la globalizzazione veniva celebrata come l’ascesa di una nuova era di sviluppo e prosperità. Oggi non passa giorno in cui il capitalismo non mostri il suo vero volto: crisi economica, immiserimento della classe operaia e delle masse popolari, emigrazioni bibliche di popolazioni ridotte alla fame dalle multinazionali e dalle grandi banche ecc. A tutto questo, oggi si aggiunge la corsa verso la terza guerra mondiale e in stretto rapporto con essa, l’instaurazione del fascismo su scala planetaria.

   La lotta per una nuova spartizione del mondo è una tendenza insita nella natura capitalistica e imperialista delle diverse potenze, USA e Europa da una parte e Russia e Cina dall’altra che giorno dopo giorno mirano a conquistare nuove sfere di influenza economica, politica e militare, nuovi mercati e nuove materie prime, sconvolgono in modo irreversibile tutto un complesso di delicati equilibri strategici, generando un processo competitivo che può trovare uno sbocco solo nella terza guerra mondiale.

   In questo quadro l’Italia spicca per la grottesca contraddizione tra la sua aspirazione ad essere i primi della classe ed essere una miserabile realtà di un imperialismo marginale, che è nello stesso tempo un paese semi-dipendente che in pochi decenni ha dissipato il nucleo portante del proprio sistema industriale cedendolo alle potenze straniere e che oggi sopravvive ai margini dei paesi imperialisti più forti cercando di non perdere occasione per lanciarsi in avventure militaresche di ogni genere pur di contendere ai propri concorrenti piccole aree d’influenza politico-militare ed economica.

   Un’Italia ben rappresentata da un generale a capo della presunta “guerra” contro il coronavirus. Quello che allo Stato italiano è sembrato una cosa meritevole, porre cioè un militare a capo della gestione dell’emergenza sanitaria, sarebbe apparso un obbrobrio ai liberali dei paesi più avanzati dell’Ottocento, che sapevano bene che far coincidere troppo direttamente società civile e società politica è molto rischioso dal punto di vista della gestione del consenso sui “governati”. D’altronde tutto questo è ben attestato dalla stessa fine disastrosa dello “Stato etico” mussoliniano, che in pochi decenni ha suscitato la lotta partigiana, che fu una guerra popolare antifascista che ha seriamente minacciato di stravolgere lo stesso capitalismo italiano.

   Certamente non è certamente un caso che si è voluto gestire l’emergenza pandemica con l’introduzione di uno Stato d’emergenza, dove, in fasi alterne si è instaurato un regime burocratico-militare. Il tutto, non per garantire una più efficace lotta contro la pandemia ma per evitare che il semi-collasso della sanità con relativo criminale scaricamento della stessa pandemia sulle masse popolari, potesse tradursi in una sacrosanta rivolta generalizzata. Modello burocratico-militare di approccio all’emergenza sanitaria che andava sempre più pericolosamente approssimandosi a quello relativo alla gestione, effettivamente messa in atto negli USA nel 2005, della rivolta popolare scoppiata a New Orleans, nella Louisiana, in conseguenza dell’Uragano Katrina che aveva ridotto alla fame decine di migliaia di persone private della possibilità di evacuare la città. Rivolta che è stata domata uccidendo sul posto i “saccheggiatori” e rinchiudendo 20.000 persone senza assistenza e senza alimentazione in uno stadio della città.

   E così lo Stato italiano, mentre da un lato fa un passo in avanti in direzione di quell’identificazione tra “società politica” e “società civile”, detto in altri termini un passo in avanti nella costruzione di uno “Stato etico” o più comunemente nell’edificazione  del fascismo, pensa bene dall’altro di preparare una nuova tosatura di massa dei lavoratori italiani, lasciando lievitare i costi dei carburanti, del riscaldamento, dell’energia elettrica e dei generi di prima necessità e facendo pagare ai soliti contribuenti gli armamenti e i mezzi militari forniti gratuitamente all’esercito ucraino, senza parlare delle esercitazioni militari sempre più frequenti dentro il territorio nazionale. Il tutto insieme all’invio dei confini dell’Ucraina di migliaia di soldati, dove molti di loro sono veterani di missioni in Somalia, Jugoslavia, Afghanistan, Libia. Tutta questa attività viene accompagnata dalla chiusura degli spazi aerei in Russia, il blocco dei bancomat ai turisti russi in Italia, la censura delle conferenze aventi come oggetto la celebrazione della Storia della cultura e della letteratura russa, ecc. Insomma una vera e propria dichiarazione di guerra alla Russia a  dispetto dell’art. 11 della Costituzione, tutto questa è l’ennesima dimostrazione che la carta costituzionale vale quanto carta straccia nel momento in le classi dominanti, legate agli interessi del capitalismo monopolistico industriale e finanziario e alle grandi rendite, decidono che è giunta l’ora di liberarsene.


[1] https://www.ecplanet.org/node/1401

[2] Fonte: rudy2.wordpress.com / Traduzione e adattamento linguistico a cura di: Rudy Andria

A COSA SERVONO GLI STUDI PSICHIATRICI SULL’ANSA?

•Maggio 1, 2022 • Lascia un commento

      Giampaolo Perna, professore onorario in psichiatria e neuropsicologia all’Università di Maastricht, insegnate all’Università Vita e Salute del San Raffaele nonché fondatore e dirigente del Mental Fitnes Institute a Milano[i],  su City venerdì 9 gennaio 2009 ha rilasciato  un’intervista che riporto qua sotto (con commenti miei).

D. Mental Fitnes, cioè?

R. La mente è una macchina che può essere perfezionata con il giusto allenamento e con alcune precauzioni. Può imparare a fare scelte migliori, ad avere più memoria e a controllare le emozioni.

(Già dire che una macchina che può essere perfezionata, è quasi una metafora che non si ha che fare con esseri umani ma appunto con delle macchine da programmare).

D. In che cosa consiste l’addestramento del cervello che proponete?

R. Premetto che nel Mental Fitnes Institute non curiamo problemi mentali, come ansia o attacchi di panico. Infatti nei primi incontri controlliamo tramite uno screening medico se la persona è sana. Poi proseguiamo con la valutazione della personalità in rapporto con stili di vita, ritmi circadiani, alimentazione ed esercizio fisico. Se la persona ha delle aree di debolezza, proponiamo dei programmi di rafforzamento di queste aree specifiche.

(Mistero, non serve a curare problemi mentali, ma “rafforza le aree di debolezza”).

D. Si può imparare a fare scelte migliori, scartando i fallimenti?

R. Di solito le persone impulsive, che ascoltano le emozioni del momento e cercano di soddisfarle, rischiano di farsi un danno nel lungo termine. Faccio un esempio. Se mi trovo davanti a un capo poco simpatico e all’ennesima sfuriata gli tiro un cartone e mi licenzio, avrò soddisfatto l’emozione del momento, me nel lungo periodo avrò uno svantaggio economico e professionale.

(E’ allora cosa propone? La rassegnazione, accettare tutto, prenderla in quel posto?).

D. In questo caso insegnate al cliente a controllare le emozioni? Come?

R. Tanto più una persona è capace di trattenersi del soddisfare le emozioni istantanee, tanto più sarà in grado di gestire i suoi bisogni. Ci sono delle tecniche specifiche. Prendendo consapevolezza dell’emozione, si riduce l’esplosione della stessa, sia essa ira o tristezza. Davanti un capo odioso, posso chiedere di andare in bagno o di rimandare la discussione. Ci si può concentrare modulando la respirazione o contando alla rovescia.

(Ecco il problema dell’essere umano! Le emozioni, bisogna rimuoverle, averle sono una “malattia”).

D. A furia di trattenere i sentimenti, non si rischia di diventare fredde macchine?

R. La parte emotiva è cruciale, ovviamente. Se io sono un manager in grado di prendere le migliori decisioni ma non riesco a essere felice con mia moglie o stramangio non starò mai bene. Però, sia chiaro, noi non insegniamo a essere felice, questo è un compito che appartiene al singolo. Noi forniamo delle tecniche per far correre la Ferrari. Ma se alla guida non c’è uno Schumacher, che ci mette passione e rischio, la macchina non vincerà mai. L’emozione deve essere integrata e non eliminata, né controllata. Vanno controllati gli eccessi.

(In sostanza si impara ad essere adattivi).

D. In caso mobbing che cosa consigliate?

R. Il mobbing è un concetto non qualificabile, non c’è una diagnosi precisa. Se c’è una situazione difficile sul lavoro, bisogna imparare a gestire i rapporti, imparando, per esempio il linguaggio del capo. Uno dei più gravi difetti di comunicazione, per esempio, avviene fra i sessi, anche sul lavoro. Il linguaggio dell’uomo e della donna non coincidono.

(Qui casca l’asino, il mobbing non esiste, e tutto un problema di comunicazione, bisogna accettare ed assorbire “il linguaggio del capo”, in sostanza bisogna fare propri le esigenze dell’azienda, prenderle come “naturali”, “razionali”. In sostanza pone il  problema del linguaggio per mascherare i rapporti classe).

D. In che cosa consiste il programma di psicofitness?

R. Insegniamo tecniche di rilassamento che devono essere applicate nel contesto lavorativo. Il training autogeno, la meditazione tibetana personalizzata. Se la persona non è allenata fisicamente, cerchiamo di organizzare per lei  un allenamento nel suo contesto. In caso o in ufficio: mi compero un cyclette e prima di mangiare pedalo per venti minuti. La psicofitness è un metodo che serve alle persone che hanno un grado di performance alto, dalle mamme che lavorano ai manager.

D. Voi aiutate anche a recuperare le capacità mnemoniche?

R. Sì, se la persona ha difficoltà di concentrazione e di attenzione, usiamo un software professionale, che stimola una serie di compiti. Una versione avanzata per della settimana enigmistica.

(Un software di stimolazione della memoria, probabilmente è un frutto delle ricerche sulla memoria in atto).

D. I nostri tempi veloci e compulsivi aumentano gli stati di ansia?

R. Chi non è predisposto ad un disturbo di ansia, raramente lo sviluppa se è pressato da lavoro e dalle responsabilità. Chi ne soffre, invece, viene schiacciato da questi tempi.

(Sei pieno dei debiti, ti licenziano, ai il mutuo da pagare? E non ai soldi da pagare? Non fatti prendere dall’ansia. Queste terapie mi sembrano una droga per non pensare).

D. Come si può affrontare psicologicamente questo periodo di crisi economica?

R. Dal crollo delle Torre Gemelle, alle crisi finanziarie c’è stato un continuo evolversi di crisi e la strategia utilizzata in passato per combattere gli eventi non funziona più. Quindi funzionano meglio le persone che rispondo più velocemente ai cambiamenti.

(Della serie chi si adatta meglio).

   Tutta questi studi sull’ansia, mi sembrano lo strumento che nelle metropoli imperialiste possano servire a riprogrammare le personalità per adattarle meglio in situazione di crisi.  


[i] https://www.focus-online.it/articolo.php?id=2245

OPERAZIONE CHAOS, DROGHE, INFILTRAZIONE NEL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO

•aprile 27, 2022 • Lascia un commento

   L’operazione CHAOS era il nome in codice di un piano della CIA elaborato alla fine degli anni ’60 dal generale americano William Westmoreland[1]. E’ stata una tipica operazione False flag[2]. Base di quest’operazione era, come dice il nome, creare il caos, in modo che l’opinione pubblica ne chiedesse al governo la repressione. L’operazione raggiunse il suo momento culminante nel 1968 e 1969, addirittura ci sono tesi operò nel concerto di Woodstock per usare come cavie i giovani che erano venuti a questo concerto, per il progetto MK ULTRA, diffondendo stupefacenti[3].

   Quest’operazione ha consistito nell’infiltrazione in ambienti rivoluzionari tendente allo scopo di egemonizzarli e strumentalizzarli onde provocare atti estremi di violenza e quindi diminuire il consenso popolare verso le organizzazioni comuniste, anarchiche, antimperialiste.

   Ha avuto un ruolo preminente alla preparazione della situazione politica della Grecia nei mesi precedenti il colpo di stato del 1967.[4]

   Il Manuale da Campo 30-31 dell’esercito degli Stati Uniti redatto il 18 marzo 1970 dal generale Westmoreland sviluppa i concetti dell’Operazione CHAOS, così come le appendici FM 30-31 A e FM 30-31 B, dove si trovano descritte  le operazioni False flag”: “Possono esserci momenti in cui governi ospiti mostrano passività o indecisione di fronte alla sovversione comunista, e, secondo l’interpretazione dei servizi segreti americani, non reagiscono con sufficiente efficacia (…) I servizi segreti dell’esercito degli Stati Uniti devono avere i mezzi per lanciare operazioni speciali che convincano i governi ospiti e l’opinione pubblica della realtà del pericolo insurrezionale. Allo scopo di raggiungere questo obiettivo, i servizi americani devono formare gruppi d’azione speciale tra gli elementi più radicali (…) Nel caso in cui non sia possibile infiltrare con successo tali agenti vertice ribelli, può essere utile strumentalizzare per i propri fini organizzazioni di estrema sinistra per raggiungere gli scopi descritti sopra (…). Queste operazioni speciali devono rimanere rigorosamente segrete. Solamente le persone che agiscono contro l’insurrezione rivoluzionaria conosceranno il coinvolgimento dell’esercito americano negli affari di un paese alleato”.

AGINTER PRESS

   L’Aginter Press era ufficialmente un’agenzia di stampa di Lisbona operante dal 1966  al 1974.  In realtà era principalmente un centro di reclutamento ed addestramento di mercenari e terroristi, riconducibile alla rete Stay Behind[5].

   Quest’organizzazione che agiva nel Portogallo governato dalla dittatura di Oliveira Salazar, era diretta dal Capitano Yves Guérin Serac[6]. Le operazioni svolte dall’Aginter Press erano finalizzate a [1]:

  • Diffondere idee e programmi nazisti nel mondo, in particolare in Europa e in Africa. Lo faceva attraverso un’organizzazione fascista internazionale denominata ORDRE ET TRADITION e il suo braccio militare O.A.C.I. (ORGANIZATION D’ACTION CONTRE LE COMMUNISME INTERNATIONAL).
  • Reclutare e addestrare mercenari, terroristi e sabotatori per portare “disordine e caos ovunque”, allo scopo di destabilizzare per stabilizzarla verso soluzioni autoritarie.
  • Azioni di spionaggio, per conto dei servizi segreti portoghesi e ad altri servizi segreti occidentali quali la C.I.A. e la rete tedesco-occidentale GEHLEN.

   Inizialmente il principale campo di interesse dell’AGINTER PRESS, nei primi anni di vita, erano stati i Paesi africani, soprattutto quelli ove vi era ancora una presenza europea (Congo, Angola, Mozambico, Rhodesia) minacciata dai movimenti rivoluzionari anti-colonialisti (era la fase della Tricontinental organismo nato dallo sforzo del Che di creare un fronte antimperialista a livello internazionale, del Vietnam e  della Rivoluzione Culturale in Cina) e dove quindi era necessario inviare mercenari esperti ed anche svolgere un’azione più raffinata, caratterizzata dall’infiltrazione (per disgregare dall’interno) nei movimenti di liberazione e dalla creazione di falsi movimenti di liberazione con lo scopo specifico di screditare quelli veri. A tal fine ad esempio, Roberto LEROY, braccio destro di GUERIN SERAC, si era recato in Tanzania, fra il 1968 e il 1969, sotto la falsa veste di militante marxista-leninista e filo-cinese e, incontrando in tale Paese i principali leaders del FRELIMO (il movimento di liberazione del Mozambico), aveva svolto un’attenta opera di disinformazione e intossicazione mettendo l’una contro l’altra le varie tendenze del movimento e quindi avendo certamente una parte o ispirando l’assassinio di uno dei più importanti dirigenti del FRELIMO, Eduardo Mondlane, ucciso da un sofisticato congegno esplosivo nascosto all’interno di un libro, tecnica (si noti) nella quale GUERIN SERAC aveva istruito i suoi adepti. Ben presto l’AGINTER PRESS aveva comunque cominciato a rivolgere la sua attenzione alla situazione dei Paesi europei, soprattutto quelli come l’Italia più degli altri, sull’onda delle agitazioni studentesche e operaie del 1967/1968, minacciati dalla crescita delle forze di sinistra.

   Nel maggio del 1974, un gruppo di militanti appartenenti al nuovo Governo portoghese[7], nato dalla Rivoluzione dei Garofani dell’aprile dello stesso anno, fece irruzione nei locali di un’agenzia di stampa al civico 13 di Rua des Pracas, a Lisbona, dove un funzionario della PIDE, l’ex polizia politica del regime salazarista, aveva rivelato celarsi,  perquisì i locali dell’agenzia AGINTER PRESS. Nei locali semi-abbandonati dell’agenzia, frequentata saltuariamente solo da un impiegato dopo gli eventi del 25.4.1974, veniva rinvenuta, oltre ad un enorme archivio con documenti e microfilm riguardanti ogni Continente e Paese del mondo, un’officina per la fabbricazione di falsi documenti, comprese tessere di giornalisti e di poliziotti, di numerosi Paesi nonché visti e timbri relativi alle principali frontiere europee. Venivano anche rinvenuti documenti commerciali concernenti transazioni di notevole entità e libri contabili riguardanti i pagamenti di singoli militanti indicati con sigle e nomi cifrati. Tra le carte c’era un documento nel quale si tracciava una strategia politica: “Noi pensiamo che la prima parte della nostra azione politica debba essere quella di favorire l’installazione del caos in tutte le strutture del regime. È necessario cominciare a minare l’economia dello Stato per giungere a creare confusione in tutto l’apparato legale (…). Questo porterà a una  situazione di forte tensione politica, di paura del mondo industriale, di antipatia verso il governo e verso tutti i partiti: in questa prospettiva deve essere pronto un organismo efficace capace di riunire attorno a sé gli scontenti di ogni classe sociale: una vasta massa per fare la nostra rivoluzione (…). A nostro avviso la prima azione che dobbiamo lanciare è la distruzione delle strutture dello Stato sotto la copertura dell’azione dei comunisti e dei filo-cinesi. Noi, d’altronde, abbiamo già elementi infiltrati in tutti questi gruppi; su di loro dovremo evidentemente adattare la nostra azione: propaganda ed azioni di forza che sembreranno fatte dai nostri avversari comunisti e pressioni sugli individui che centralizzano il potere ad ogni grado. Ciò creerà un sentimento di antipatia verso coloro che minacciano la pace di ciascuno e della nazione; d’altra parte, ciò peserà sull’economia nazionale”.

LA DIFFUSIONE DEGLI STUPEFACENTI COME STRUMENTO DI DISARTICOLAZIONE DEI MOVIMENTI

  Ma l’operazione Chaos non è stata la sola operazione di indebolimento dei movimenti di opposizione. Nell’indagine sulla strage di Piazza Fontana condotta negli anni ’90 del giudice istruttore Salvini, nell’interrogazione di Roberto Cavallaio a suo tempo imputato nell’istruttoria della Rosa dei Venti, riferisce dell’esistenza di un operazione della CIA in Italia, denominata Blue Monn, che consisteva nella diffusone di sostanze stupefacenti nei settori giovanili italiani al fine di depotenziare il loro impegno politico. Nel corso di quest’inchiesta venne fuori che l’utilizzo di stupefacenti contro leaders della sinistra in diversi paesi al fine di farli parlare incoerentemente e screditarli in pubblico. In documento della CIA del 4 settembre del 1970, di fronte all’impressionante estensione della protesta giovanile per la guerra del Vietnam, il dipartimento della “Difesa” USA suggeriva nuovi metodi di contenimento della contestazione. Si affermava che la tendenza dei moderni metodi di polizia era quella di demoralizzare e rendere temporaneamente incapaci gli avversari. Si sosteneva che con l’avvento di potenti prodotti naturali, droghe psicotrope e immobilizzanti, fosse nata una nuova era dei metodi di applicazione della legge. Allo stesso tempo, giornalisti vicini agli ambienti dei servizi diffondevano nella società americana la convinzione che la protesta giovanile e l’opposizione alla guerra del Vietnam nascessero da giovani menti alterati dall’LSD. Contemporaneamente, alla fine degli anni ’60, furono diffusi per le strade di New York e San Francisco massicci quantitativi di un superallucinogeno denominato Stp, prodotto dalla Dow Chemical Company Edgewood Arsenal.[8]  E in quest’ambito che in Italia e in Europa emerge la figura di Ronald Stark, agente della CIA, nel laboratorio aperto da Stark a Bruxelles, sotto la copertura di un centro di ricerche biomediche, in solo due anni furono prodotti 50 milioni di dosi di allucinogeni. Nel 1977 la polizia inglese arresta il chimico Richard Kemp, aiutante di Stark, sequestrando sei milioni di dosi di LSD. Successivamente si seppe che Kemp, a metà degli anni ’70, fabbricava da solo il 50% della produzione mondiale di LSD[9].


[1] Corrado Incerti in “L’europeo”, n. di Novembre 1974.


[1] William Childs Westmoreland (1914-2005) è stato un generale statunitense. Dopo una brillante carriera militare, divenne il comandante in capo delle forze armate statunitensi durante il periodo più cruento della Guerra del Vietnam, dal 1964 al 1968.  https://it.wikipedia.org/wiki/William_Westmoreland

[2] Le operazioni False flag, o operazioni sotto falsa bandiera, sono operazioni segrete condotte da governi, grosse compagnie multinazionali, esse sono progettate per apparire come condotte da altri enti e organizzazioni. Il nome deriva da ‘false’ e ‘flag’, ossia bandiera falsa. L’idea è quella di ‘firmare’ una certa operazione per così dire “issando” la bandiera di un altro stato o la sigla di un’altra organizzazione. Un’operazione ‘false flag’ può vedersi come la versione in grande, strategico-politica, di un falso d’autore. Le operazioni false flag non si limitano alle operazioni belliche e di contro-insorgenza, e sono state utilizzate anche in tempi di pace, per esempio, in Italia nel periodo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 che fu definito “strategia della tensione”.

[3] http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=7140&sez=HOME_SPETTACOLO

[4] Da William Colby, La mia vita nella CIA, Ed. Mursia, 1996.

[5] Luci sulle stragi, raccolta di testi tratti dalle relazioni della commissione stragi del parlamento, Ed. Lupetti/Piero Manni, 1996.

[6] Direttore dell’AGINTER PRESS, Yves GUILLOU alias GUERIN SERAC, di origine bretone, già combattente con il grado di capitano in Corea, Indocina e Algeria, specializzato in guerra psicologica. Dopo la sconfitta algerina, GUERIN SERAC, con altri reduci dell’O.A.S., era riparato in Portogallo per sfuggire alla condanna per diserzione e tradimento e qui aveva preso corpo l’idea di dar vita ad un’organizzazione anticomunista internazionale (una sorta di O.A.S. internazionale) formata da specialisti nella lotta contro la “sovversione” e caratterizzata non solo, o non tanto, da un’ideologia fascista (GUERIN SERAC, personalmente, era di orientamento cattolico-tradizionalista e molti reduci dell’O.A.S. avevano addirittura partecipato, durante la seconda guerra mondiale, alla resistenza contro i tedeschi), quanto da una scelta di campo in favore dei “valori occidentali”, ovunque fossero minacciati dai comunisti e dai loro alleati, e attenta nei primi anni ‘60 soprattutto alla tematica della difesa della “presenza bianca” nei pochi territori africani.

[7] http://www.strano.net/stragi/tstragi/salvini/salvin60.htm

[8] Timothy Leary, uno dei guru della controcultura americana, cultore della diffusione LSD, collaborò con l’FBI sulle indagini su Weather Underground l’organizzazione rivoluzionaria americana per avere sconti di pena. Negli ultimi anni della sua vita, si dedicò allo sviluppo di software per computer assieme alla software house Futique Inc da lui fondata, con particolare attenzione alla realtà virtuale (egli stesso definiva il PC come “l’LSD degli anni ’90”). Il videogame più famoso creato dalla Futique fu “Mind Mirror(*), una sorta di simulatore/gioco di società tramite il quale il giocatore poteva esplorare la propria psiche e crearne una mappa. Una vita spesa per rincoglionire la gioventù.

[9] Bisogna ricordarsi che per le fasi iniziali del progetto MK Ultra, LSD era usato massicciamente.

CHIP NEL CRANIO DEI SOLDATI

•aprile 16, 2022 • Lascia un commento

   Su Nova (giornale telematico de Il Sole 24ORE) del 28 febbraio 2008 uscì la notizia che il Dipartimento della “Difesa” USA ha da tempo iniziato ricerche e sperimentazioni sulla tecnologia Rfid e sulla sua modalità di impiego nelle Forze Armate.

   Questa notizia non deve fare scalpore poiché nel complesso delle strategie militari USA noto come Revolution of Military Affairs Information (RMA) tra le tecnologie che si intende sviluppare ci sono:

  1. La Psicotecnologia. È una tecnologia che emula e amplifica le funzioni senso-motorie, psicologiche e cognitive della mente. Dovrebbe consentire di manipolare le percezioni e il credo sia dei propri soldati che di quelli avversari.
  2. Le nanotecnologie. Tecnologia di miniaturizzazione spinta.
  3. Le Reti Neurali Artificiali. Sono una nuova generazione della tecnologia dell’intelligenza artificiale che tende a emulare la fisiologia del cervello umano basato sulla connessione di neuroni biologici. Una Rete Neurale Artificiale è formata da un certo numero di nodi computerizzati collegati in una rete mediante interconnessioni flessibili (detti neurodi).

   È ormai noto (non al largo pubblico purtroppo) dello sviluppo delle armi elettromagnetiche. La sperimentazione di tali armi ha fatto diventare la popolazione civile delle cavie umane. Un esempio tra i tanti: negli anni ’90 nelle lande del New Messico e negli Stati del Michigan, del Nevada e del Texas, un fenomeno inspiegabile sconvolse la vita tranquilla della gente del luogo. Qualcosa sembrava pulsare nei cuori delle persone, qualcosa che tormentava i residenti con insonnie, nausee e disturbi nervosi, che scomparivano “magicamente” non appena ci si allontanava dalla zona interessata[1]. Il fenomeno divenne noto come The Sound (Il Suono). La Fondazione Phoenix, guidata dal direttore esecutivo Jim Moore, nel 1992 fu convocata dagli abitanti di Taos, una cittadina del New Messico, per indagare sull’origine del Sound. Dana Hougland, ingegnere del suono della David L. Adams Inc. di Denver e membro della Fondazione, intervenne col proprio equipaggiamento e dopo attenti rilevamenti identificò il suono come una potente pulsazione a frequenza passante da 17 a 70 hertz. Negli Stati Uniti, l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) ha classificato tali frequenze come psicoattive, rilevandone i pericolosi effetti biologici. Le ripercussioni furono gravi sia per gli abitanti, sia per i giornalisti di un giornale locale che furono dissuasi con minacce telefoniche e lettere minatorie a insistere da ulteriori ricerche.

   Tutti i tentativi di localizzare la fonte del fenomeno, apparso improvvisamente, fallirono. Il ricercatore Bill Hamilton di tutta questa faccenda ha una tesi che sembra presa dagli autori della serie X-FILE: egli afferma dell’esistenza nel suolo degli USA di enormi basi, dove militari ed extraterrestri lavorerebbero congiuntamente in esperimenti segreti. Certo un’affermazione simile non può che generare delle perplessità come minimo, si può giustamente sospettare che chi afferma simili sia un depistatore,[2] bisogna tener conto, però, che una delle zone colpite da questo fenomeno, lo Stato del Nevada, è anche, guarda caso, lo Stato dove si risiede la ben troppa famosa Area 51[3].  Infatti, Moore si accorse che posizionando una mappa delle aree interessate al fenomeno, sua una cartina delle presunte basi sotterranee, che le località coincidevano quasi perfettamente, presso Gromm Lake nel Nevada, zona che Hamilton ritiene che il governo usi contro la popolazione ignara un’arma ad onde elettromagnetiche (ELF) come possibile strumento di controllo mentale. Tra l’altro, guarda caso, L’Area 51 confina con la regione Yucca Flat del Nevada Test Site (NTS), un sito di test nucleari dove sono stati condotti 739 dei 928 di questi da parte del Dipartimento dell’energia statunitense. Il deposito nucleare di Yucca Mountain dista circa 64 km sudovest del Groom Lake).  Questo suono era simile a quello sentito all’ambasciata americana a Mosca.

   Nel 1961 Allan H. Frey produsse delle prove secondo cui è possibile la percezione del suono in esseri umani udenti e non udenti irradiando la testa con energia elettromagnetica UHF ad altissima frequenza) a densità di bassa potenza, modulata ad impulso; un tipo di onda radio inferiore a 10 cm poteva produrre il riscaldamento della cute e potenziali gravi bruciature.

   Da allora, il lavoro di Frey e di altri ricercatori ha dimostrato che questa stessa energia a microonde è in grado di indurre tachicardia (accelerazione del battito cardiaco) e brachicardia (rallentamento del battito cardiaco), nel 1973 S.M. Bawin e altri ricercatori fornirono ulteriori riscontri del fatto che è possibile inibire o accrescere le onde cerebrali tramite energia VHF (a bassissima frequenza) di bassa intensità.

   La guerra ha da tempo assunto forme “non militari di conflitto” (sabotaggio delle reti informatiche, manipolazioni finanziarie distruttive, diffusioni di malattie dell’uomo e dei raccolti ecc.) e per questo motivo necessita di particolari combattenti, poiché ogni nella morale nell’etica scompare ogni tipo di limiti. Non è certamente un caso che uno dei libri che circolano negli ambienti militari si intitola Guerra senza limiti (Libreria editrice goriziana).

   Tornando al Rfid nel cervello dei soldati, il colonello William Osbome in Informator Operations: a new war-fighting capability, in Project Air Force 2025 (17 giugno 1996), disse: “Stiamo evolvendo verso l’impianto tecnologico… La popolazione civile accetterà l’impianto di microscopici chips nel cervello di membri delle forze armate”.

   Dall’articolo di Antonio Teti del febbraio 2008 tratto dalla rivista telematica Nova risulterebbe che il Dipartimento della “Difesa” USA avrebbe deciso di stanziare la modica somma di 1,2 milioni di euro per verificare la possibilità di adottare la tecnologia Rfid per un progetto di sperimentazione particolarmente audace.[4] Come si diceva prima, l’idea è quella di poter impiantare un tag Rfid nel cranio dei soldati per poter osservare in tempo reale lo stato delle funzioni vitali dei militari mediante tag dotati di biosensori in grado di rilevare, ad esempio, informazioni sul livello di glucosio, ossigeno e altre sostanze presenti nel sangue. L’accordo stipulato con il Centro Bioelectronics, biosensors, and biochips (C3B) dell’Università di Clemson (USA), si svilupperà in un arco temporale di cinque anni. Il direttore del C3B, Anthony Guiseppi-Elie professore di ingegneria e bioingegneria chimica e molecolare, asserisce che i biosensori collegati ai chip Rfid: “… avranno lo scopo di segnalare costantemente lo stato di salute dei militai e di permettere. In caso di incidente o ferimento, un’immediata segnalazione del livello di gravità del caso. Spesso mole persone non sopravvivono a seguito di una emorragia interna; pertanto, sapere immediatamente – al momento del ricovero – qual è il tasso di ossigeno può rappresentare per loro la migliore possibilità di salvezza. Il nostro obiettivo è quello di migliorare la qualità delle terapie. E questo non soltanto per i soldati, ma anche per tutti i civile vittime di incidenti[5]. Tuttavia a quanto si evince dalle informazioni fruibili proprio sul portale del C3B[6] i tag possono ottenere informazioni a più ampio spettro: la storia clinica del paziente, sulla propria famiglia, gli interventi subiti, le terapie farmacologiche, eccetera.

   Questa notizia rappresenta la naturale di sperimentazione effettuate nel passato. Parliamo del famigerato progetto MK-ULTRA, ovvero le attività segretissime effettuate dalla CIA tra gli anni Cinquanta e Sessanta che avevano come obiettivo quello di influenzare e controllare il comportamento di determinate persone (ovvero il controllo mentale) mediante l’utilizzo dei farmaci o l’impianto di alcuni sensori radiocomandati. Il progetto, mai reso pubblico dalla CIA, fu “svelato” da una serie di testimonianze dirette che denunciavano misteriosi esperimenti condotti su persone di diversa nazionalità effettuate da personale afferente a università americane e agenti dei servizi segreti. Tali esperimenti, tra l’altro, prevedevano l’uso dell’ipnosi, la somministrazione di sieri della verità, l’uso dei messaggi subliminali, LSD e altre violenze psicologiche. Lo scopo principale del progetto era quello di modificare il livello di percezione della realtà delle persone sottoposte ai trattamenti costringendole, a livello inconsapevole, a compiere delle reazioni o ad assumere comportamenti specifici al verificarsi di determinate condizioni. Tra le azioni previste di questo progetto c’era la possibilità di creare degli assassini inconsapevoli. Soltanto nel 1977, alcuni documenti che testimoniavano la partecipazione diretta della CIA al programma MK-ULTRA furono pubblicizzati e il progetto fu portato all’attenzione dell’opinione pubblica. Solo nel 1995 il presidente Bill Clinton, dopo le proteste del Comitato dei sopravvissuti agli esperimenti di controllo mentale su esseri umani, ha chiesto pubblicamente scusa al paese e alle vittime di questi esperimenti, affermando che non ne sarebbe più fatto uso. Splendido, se fosse stato vero. Nel 1995 le Forze Armate USA promossero una ricerca alla Tulane University sulla possibilità di inserimento di elettrodi nel cervello di individui affetti da turbe psichiche per misurare gli effetti di droghe psichedeliche[7]. Nel 1996 un documento sconcertante, pubblicato da Nexus New Times (edizione italiana 6 luglio-agosto 1996) elenca una serie di azioni per giustificare una causa intentata contro la National security agency (Nsa) statunitense. Nel documento si afferma: “Il Domint (Domestic surveillance and mind control technology) della Nsa ha la capacità di condurre operazioni di controllo psicologico occulto… tiene sotto controllo tutti i pc e altri computer venduti negli Usa… (…). La Nsa dispone di attrezzature elettroniche esclusive che analizzano a distanza l’attività elettrica negli esseri umani (…) la Nsa registra e decodifica mappe del cervello individuali (relative a centinaia di migliaia di persone). (…) Discorsi, suono a 3D e audio sublimali possono essere inviati alla corteccia del cervello del soggetto… e immagini… alla corteccia visiva: l’Rnm può alterare le percezioni, gli stati d’animo e il controllo motorio…”.

   Ma come risulta possibile tutto ciò? Cerchiamo di spiegarlo nel modo più semplice. La Nsa rappresenta sicuramente più potente struttura di raccolta delle informazioni esistente sul pianeta. Le sue basi (almeno quelle conosciute) sono dislocate in diversi punti del globo, ma poco si conosce delle sue attività e dei compiti assegnati. Di sicuro è noto che si occupa di operazioni denominate Comint (Communications intelligence) che mirano al reperimento e all’analisi di tutte le informazioni che viaggiano attraverso l’etere. Tra le varie “mission” della Nsa c’è quella del Sigint (Signals intelligence) che si è evoluta nel corso degli anni in un programma di decodifica delle onde Emf (Frequenze elettromagnetiche), che spazia dalla ricezione di quelle prodotte dai computer a quelle prodotte dal corpo umano. Il sistema Sigint si basa sul fatto che in ogni ambiente pervaso da correnti elettriche si genera un campo magnetico che genera onde Emf.
Il funzionamento del sistema è il seguente: il campo magnetico prodotto da un soggetto può essere rilevato e controllato ovunque esso sia. Mediante speciali attrezzature Emf in dotazione alla Nsa, i crittologi sono in grado di rilevare i segnali nervosi tradotti da un elettroencefalogramma per poi codificarli in tipologie di pensiero e stati mentali della persona. Pertanto il soggetto può essere perfettamente monitorato e stimolato anche a distanza, mediante un Emf brain stimulation. La tecnica nasce dalle ceneri del famigerato progetto MK-ULTRA che includeva le ricerche nel settore neurologico soprattutto nello sviluppo delle “radiazioni bioelettriche (Emf non ionizzate). I risultati conseguiti in queste tecnologie sono state catalogate dalla Nsa come “Radiazioni intelligenti” meglio identificate come “informazioni elettromagnetiche involontarie diffuse nell’ambiente non radioattive o nucleari”. Ovviamente tutto il progetto è avvolto nel più assoluto segreto e la Nsa è indisponibile alla divulgazione, al pubblico, di qualsiasi informazione o commento sulla metodologia in questione. Naturalmente tutto ciò potrebbe essere facilitato dall’inserimento di un moderno tag Rfid.


  

I SOLDATI AMERICANI SARANNO “CURATI” CON DEI MICROCHIP SOTTOPELLE

   Martedì’ 26 agosto 2014 il presidente degli USA Barack Obama annunciò 19 nuovi provvedimenti per migliorare i programmi di tutela e cura della salute mentale dei veterani dell’esercito americano.

   Questo fenomeno che colpisce l’esercito USA ha la causa nel fallimento della cosiddetta “Guerra Infinita” dichiarata da Bush e dalle potenze europee ai popoli del Sud del mondo in lotta contro lo supersfruttamento regalato a loro da secoli di dominazione coloniale e neocoloniale e contro i governanti locali affiliati alle diplomazie e alla banche occidentali.

   Torniamo ai provvedimenti presi da Obama.

   Tra i diversi punti, che prevedono tra le altre cose l’estensione degli investimenti per la prevenzione dei suicidi tra i militari, è stato presentato un programma di ricerca che durerà cinque anni – e per cui sono stati stanziati fondi per 78,9 milioni di dollari[8] – per “sviluppare nuove neurotecnologie mininvasive che aumenteranno le capacità del corpo e del cervello di indurre la guarigione”.

   Il Washinton Post ha spiegato che gli USA stanno cercando di produrre dei chip che intervengano sul sistema nervoso, per “aiutare” i soldati per guarire più velocemente (è così tornare a combattere) da diversi tipi di malattie, dall’artrite al disturbo post-traumatico da stress (PTSD), sfruttando biosensori e componenti elettromagnetici che controllino gli organi. Una delle difficoltà di questo tipo di chip è che, dovendo essere impiantati nel corpo devono essere di dimensioni molto piccole.

   Tecnologie del genere sono già utilizzate in medicina per curare diversi tipi di malattie, ma normalmente i dispositivi hanno del dimensioni di un mazzo di carte, e provocano spesso effetti collaterali quando vengono inseriti chirurgicamente.

   Alcuni ricercatori della DARPA hanno detto che questi nuovi chip “ultraminiaturizati”[9] e progettati per essere impiantati con un ago o con altri metodi meno invasivi.

   La ricerca fa parte della Brain Initiative, un programma di ricerca voluto dal governo USA per “rivoluzionare la nostra conoscenza del cervello umano”, per sviluppare nuove neurotecnologie e per cercare di mappare il cervello umano[10]. Già nel maggio 2014 la DARPA aveva annunciato di voler costruire piccoli chip da impiantare nel cranio di chi soffre di PTSD e altri disturbi psichiatrici, per facilitarne la guarigione[11].

   Nel 2018 la DARPA forte di un budget da 3,17 miliardi[12] vuole ora sviluppare sistemi che siano in grado di legare, senza interventi chirurgici, il cervello umano alle macchine, garantendo velocità e alta risoluzione del flusso di informazioni[13].  Per questo motivo è stato lanciato il programma N3 (Next-generation nonsurgical neurotechology).

   Questo programma vuole sviluppare “un sistema di interfaccia neurale, sicuro e portatile, in grado di leggere e scrivere contemporaneamente su più punti del cervello”, ha spiegato Al Emondiprogram manager presso l’ufficio di Tecnologie Biologiche della Darpa. Ha aggiunto Emondi: “Stiamo chiedendo a team multidisciplinari di ricercatori di costruire approcci per permettere interazioni precise con aree molto piccole del cervello, senza sacrificare la risoluzione del segnale o introdurre una latenza inaccettabile nel sistema N3”. Alcuni sistemi per comunicazione macchina-cervello già esistono, ma in passato “la neurotecnologia ad alta risoluzione e non chirurgica è stata elusiva”, ha spiegato l’esperto della Darpa. “Grazie ai recenti sviluppi nell’ingegneria biomedica, nelle neuroscienze, nella biologia sintetica e nella nanotecnologia, ora crediamo che l’obiettivo sia accessibile”.

   Elettroencefalogrammi e sistemi di stimolazione trans-cranica già esistono ma non offrono la precisione, la risoluzione e la portabilità che richiederebbe un loro impiego militare. Spiega l’esperto della DARPA: “Il più grande ostacolo sarà il superamento della complessità fisica della dispersione e dell’indebolimento dei segnali mentre passano attraverso la pelle, il cranio e il tessuto cerebrale”. Quando questo problema verrà risolto, l’obiettivo del programma si sposterà sullo sviluppo di algoritmi per la codifica e decodifica dei segnali neurali; poi sulla valutazione della sicurezza del sistema attraverso test sugli animali e, infine, sulla richiesta di volontari umani per i test. Questi “piccoli sistemi impatteranno in maniera significativa sul modo di operare delle nostre truppe in futuro”, ha rimarcato ancora Emondi. Inoltre, ha aggiunto: “Se mettiamo i migliori scienziati a lavoro su questo problema fermeremo gli approcci correnti alle interfacce neurali e apriremo la porta a interfacce ad alte performance”.

  Il programma N3 ha una durata di quattro anni e, nell’intenzione dell’agenzia, dovrebbe concludersi con la creazione di un sistema bidirezionale uomo-macchina. In altre parole, nel 2022 nelle intenzioni (folli) assistere a un uomo che gestisce, tramite il solo pensiero, piattaforme senza pilota, sistemi di difesa cibernetici o equipaggiamenti militari. Certo, tutto questo ha delle implicazioni legali, etiche e sociali che sono sotto gli occhi di tutti e che da tempo alimentano un ampio dibattito. La Darpa ha pensato anche a questo, facendo appello ad esperti di etica per seguire il programma N3

     Molte delle innovazioni per contrastare il Coronavirus erano, una volta, oscuri progetti finanziati dal Pentagono per difendere i soldati da malattie contagiose e dalle armi biologiche. Adesso, però, il loro uso verrà esteso (ufficialmente trascurando le operazioni clandestine, criminali e illegali) alla popolazione civile: in questo caso parliamo di un microchipda inserire sotto la pelle per rilevare la presenza, o meno, del Covid-19.

UN MICROCHIP SOTTOPELLE CHE “PREVEDE” IL COVID

   Questa tecnologia è stata sviluppata dalla DARPA[14]: a dare la notizia è stata la trasmissione televisiva 60 Minutes[15] della CBS americana.  Il dottor Matt Hepburn, medico di malattie infettive e colonnello dell’esercito in pensione, è stato reclutato otto anni fa con la “missione di eliminare le pandemie”. È stato lui a svelare che il microchip, ancora non utilizzato al di fuori del Dipartimento della “Difesa”, potrebbe rilevarela presenza del Covid-19 in un individuo ben prima che un paziente zero generi un’epidemia. “Sfidiamo la comunità di ricerca a trovare soluzioni che possano suonare come fantascienza”, ha detto il Dott. Hepburn il cui ruolo in DARPA, ha aggiunto, è quello di “eliminare le pandemie dal tavolo. Se vogliamo dire che non possiamo mai permettere che ciò accada di nuovo, la prossima volta dovremo andare ancora più veloci”, ha affermato durante un’intervista esclusiva dell’emittente televisiva.

   Quando intervengono i miliari vuol dire che la salute umana e il cervello sono diventati un campo di battaglia.


[1] http://www.comedonchisciote.org/site//modules.php?name=New&file=article%sid=

[2] Voglio precisare che non ritengo che gli ufologi siano tutti delle spie o depistatori, infatti, è proprio da un ufologo e ricercatore c/o l’Istituto di ricerca spaziale austriaco, il prof. Helmut Lamner che viene la denuncia che il fenomeno delle MILAB, ovvero dei falsi rapimenti alieni che secondo Lamner sono compiuti da militari che conducono piani per il controllo mentale. Non è un caso che molte delle vittime di questi presunti “rapimenti alieni” testimoniano di aver visto i presunti “alieni” che collaborava in attività chirurgiche e diagnostiche con personale in divisa ed inoltre, maschere artificiali afflosciate in caucciù di “alieni grigi” e abbandonate in sale interrate di laboratori medici, dove cavie umane sequestrate erano state condotte. In questi laboratori sono stati condotti esperimenti genetici e alle vittime viene inserito un microchip nel corpo. Per ulteriori informazioni c’è da aggiungere che Enrico Baccarini, consigliere nazionale del CUN (Centro Ufologico nazionale) pubblicò su http://www.notizieufo.com dell’11/05/02, delle considerazioni che aveva, tra l’altro, già presentate al 10° Simposio Mondiale di S. Marino Sugli Oggetti Volanti Non Identificati e I Fenomeni Connessi intitolato “Abductions, nuove frontiere”. Il lavoro di Baccarini, estremamente preciso e documentato, delinea un’ipotesi già da tempo ventilata da molti ricercatori, secondo la quale buona parte dei cosiddetti rapimenti non sarebbero affatto eventi di tipo intrusivo-invasivo messi in atto da esseri intelligenti non terrestri, ma piuttosto esperimenti attuati da gruppi di elìte dei maggiori servizi segreti mondiali. Tali sperimentazioni sarebbero finalizzate da un lato a testare nuovi metodi di manipolazione biologica attraverso l’introduzione nell’organismo di microchip emittenti radiazioni mirate, dall’altro a creare un sistema di localizzazione e controllo globale degli abitanti del pianeta in cui i Chip o “impianti” che dir si voglia, fungerebbero da localizzatori o “cimici”, per usare una frase tipica del gergo spionistico. Questo tipo di operazioni potrebbe essere la continuazione del progetto MK ULTRA.

[3] Giovedì 15 agosto 2013 il National Security Archive (NSA, in italiano Agenzia per la Sicurezza Nazionale) ha pubblicato sul suo sito un documento della CIA dove per la prima volta il governo americano nomina esplicitamente l’Area 51, la famosa base segreta diventata famosa in tutto il mondo perché, secondo gli ufologi, sarebbero custoditi i corpi di alcuni extraterrestri e le loro navi spaziali. La storia detta da questo documento della CIA è molto più prosaica: per anni nell’Area 51 sono stati testati e messi a punto numerosi progetti aerei segreti, tra cui gli aerei spia che sorvolavano l’Unione Sovietica durante la cosiddetta guerra fredda.

[4] http:/7www.novaonline.ilsole24ore.com/converging-technologies/2008/02/28/4_C.php 

[5]                                                         C.s.

[6] http://www.clemson.edu/c3b/

[7] https://marcos61.wordpress.com/2009/05/12/rfid-nel-cranio-dei-soldati/

[8] https//www.ilpost.it/2014/08/28/microchip-cervello-usa/

[9]                    C.s.

[10] https://en.wikipedia.org/wiki/BRAIN_Initiative

https://braininitiative.nih.gov/

[11] https://www.cbsnews.com/news/darpa-program-to-develop-brain-implants-for-mental-disorders/

[12] https://airpress.formiche.net/in-evidenza/pentagono-darpa-neurotecnologia/

[13]                        C.s.

[14] https://www.ilgiornale.it/news/mondo/microchip-che-rileva-covid-ecco-cosa-studiano-pentagono-1940207.html

[15] https://www.cbsnews.com/news/last-pandemic-science-military-60-minutes-2021-04-11/?intcid=CNM-00-10abd1h

UN PIANO DEL PENTAGONO PER FRONTEGGIARE UN ATTACCO DI ZOMBIE

•aprile 12, 2022 • Lascia un commento

   Nel 2014 l’ANSA dette una notizia che sembrava presa da un film di George Andrew  Romero (il regista de La notte dei morti viventi e di altri film sugli zombie). La notizia era che il Pentagono era pronto ad affrontare un attacco di Zombie. E non si trattava di uno scherzo, ma, come sottolineava la rivista Foreign Policy[1] di una strategia militare del Dipartimento della “Difesa” USA.[2]

   Il documento classificato si chiama CONPLAN888[3] che dettaglia le procedure necessarie per rispondere efficacemente ad un’invasione di morti viventi. Il documento prevede strategie specifiche per affrontare diversi tipi di zombie e pone come obiettivo quello di “preservare la santità della vita umana e condurre e condurre operazioni in supporto di qualunque popolazione umana. incluse le nazioni tradizionalmente avversari”.[4]

  Il documento, come si diceva prima  diffuso nel mese di maggio del 2014 dalla rivista Foreign Policy,  proviene dal network privato di computer dell’esercito americano. La serietà del progetto viene confermata inoltre nelle prime righe del testo, dove si legge: “Questo piano non è uno scherzo”. Ovviamente però, il Pentagono non ha realmente approntato un piano per combattere un’invasione di zombie. La storia è questa: tra il 2009 e il 2010 gli addestratori dello U.S. Strategic Command[5] di Omaha cercavano un programma per allenare i loro cadetti nelle strategie di protezione della popolazione, quando per puro caso (giurano loro) si sono accorti che utilizzare la finta minaccia di un’invasione di zombie come tema delle esercitazioni risultava molto più coinvolgente per gli studenti rispetto ad uno scenario più plausibile.

    Si tratta comunque pur sempre dell’esercito di una nazione (gli USA) che spende di più in fatto di armamenti[6] e quindi nonostante il tema scherzoso, il CONPLAN 8888 è un piano scrupoloso e dettagliatissimo. Ci sono sezioni dedicate alla difesa della popolazione dagli zombie, sezioni che descrivono le operazioni per eradicare i non morti dalle aree colpite, e dettagli sulle iniziative che dovranno mettere in atto le autorità civili per mantenere l’ordine pubblico durante la crisi, e per ripristinare i servizi nel periodo dell’invasione. Il piano inoltre non è rivolto ad una minaccia generica, ma dettaglia diversi possibili tipi di zombie.

 

   La lista ne comprende otto: Pathogenic Zombie****s (PZ), creati da un infezione virale o batterica; Radiation Zombie****s (RZ), causati dall’esposizione a forti dosi di radiazioni; Evil Magic Zombie****s (EMZ), creati da un qualche tipo di magia nera; Space Zombies (SZ), ovvero zombie provenienti dallo spazio, o derivanti da contaminazione di sostanze tossiche o radiazioni di origine extraterrestre; Weponized Zombies (WZ), creati a scopo bellico con tecnologie biologiche o biomeccaniche; Symbiant-Induced Zombies (SIZ), infettati da un organismo simbionte; Vegetarian Zombies (VZ), creature sfortunate, che non rappresentano un pericolo per l’uomo poiché si nutrono unicamente di vegetali; Chicken Zombies (CZ), ovvero temibili galline zombie.

 

  Vi sembrerà strano, eppure gli zombie CZ esistono realmente. Documentate per la prima volta in un articolo del 2006[7], le galline zombie sono chiocce anziane a cui gli allevatori praticano in modo errato l’eutanasia, e che dopo essere state sepolte tornano alla vita, emergendo dalle loro fosse e sopravvivendo per qualche tempo prima di morire definitivamente. Un fenomeno che, ovviamente, ha creato non pochi dibattiti sulle pratiche utilizzate negli allevamenti di galline da uova americani.

 

   Questo piano era stato elaborato sotto l’amministrazione di Obama che aveva un piano di gestione per le epidemie e una struttura di vigilanza il cui controllo[8] era stato delegato al  Centers for Disease Control and Prevention[9].

 

   Molto probabilmente il vero obiettivo del Pentagono non erano tanto una presunta invasione di Zombie  ma quello di avere le mani libere di attaccare senza preoccuparsi delle leggi statunitensi e internazionali, che regolano il trattamento degli avversari. Secondo il piano anti-zombie il paese avrebbe dovuto essere esso sotto la legge marziale per un po’ di tempo. Nella sostanza questo piano è in forma velata di cosa possa significare un contenimento reazionario delle emergenze sociali.

 

   Per comprendere meglio di cosa possa essere una gestione burocratico-militare delle emergenze sociali possiamo prendere come esempio cosa accade nel 2005 a New Orleans (USA) quando fu attraversata dall’uragano Katrina.

  

   Una serie di cause strettamente connesse tra loro ha trasformato un evento naturale, teoricamente controllabile e gestibile, in una tragedia sociale e umana per gli strati proletari e popolari in maggioranza provenienti dalla popolazione nera. Un’evacuazione tardiva e sommaria preceduta dalla chiusura delle stazioni ferroviarie ha trasformato la fuga dalla città in un inferno e l’intera città in una trappola mortale in cui sono rimaste rinchiuse più di 100.000 persone. L’uragano ha così determinato 2000 morti e migliaia di feriti, la devastazione di interi isolati per un totale di circa 134.000 abitazioni inagibili, il 70% delle abitazioni danneggiate, l’allagamento di gran parte della città, la perdita di gran parte dei beni personali di decine di migliaia di persone. Dopo l’uragano gran parte degli abitanti si è ritrovato senza alimenti, senz’acqua, senza servizi igienici e a rischio immediato di epidemie anche a causa della presenza di cadaveri galleggianti. Quest’emergenza sanitaria e alimentare non ha trovato in quei giorni alcuna reale risposta, a parte quella di piccole associazioni e gruppi di volontariato. Per giorni si è protratta una situazione di sostanziale abbandono. Decine di migliaia di persone hanno incominciato a cercare acqua potabile, alimenti e altri generi di prima necessità e di abituale consumo quotidiano. Sono state assaltate abitazioni, negozi e supermercati. Le classi dominati decisero di affrontare questa situazione di emergenza e di crisi scegliendo la via della messa sotto tutela militare della popolazione, a ulteriore danno delle condizioni di vita delle masse già duramente colpite. È stata affrontata la situazione affidando la gestione dell’emergenza di esperti, imponendo il coprifuoco e facendo intervenire i reparti militari per calmierare la situazione e sanzionare i rivoltosi, anche facendo direttamente fuoco su chi violava le regole del coprifuoco in cerca di alimenti e sui veri o presunti responsabili di assalti ai negozi e ai supermercati. La popolazione è stata rastrellata e lentamente e caoticamente evacuata. Circa 20.000 persone, trattate come criminali in quanto sospettate di aver preso parte ai saccheggi, sono state rinchiuse per giorni nel palazzetto del centro congressi semidistrutto dall’uragano, senz’acqua, alimenti e servizi igienici, senza cure sanitarie, e con i cadaveri che rimanevano nei sui pavimenti, mentre i militari impedivano qualsiasi contatto con i gruppi e le associazioni esterne di volontariato che ceravano di portare i generi di prima necessità. Migliaia di persone sono state evacuate via via per essere subito dopo nelle carceri. Dopo il completamento della evacuazione decine di migliaia di persone che avevano perso tutto sono state costrette a emigrare in altre zone e in altri Stati in cerca di una possibilità di sopravvivenza. Tre anni dopo l’uragano centinaia di persone di New Orleans vivevano ancora in tende posizionate sotto ponti e viadotti. La ricostruzione di New Orleans divenne occasione per sopprimere migliaia di case popolari devastate dall’uragano e per lasciare sulla strada 5000 famiglie. La necessità della ricostruzione di scuole e ospedali pubblici diventava l’occasione per la loro soppressione e per l’ulteriore ridimensionato del settore pubblico.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Foreign Policy è un’autorevole rivista statunitense dedicata alle relazioni Internazionali. La sua pubblicazione, con cadenza bimestrale, avveniva originariamente a cura della fondazione Carnegie Endowment for International Peace, ma è ora di proprietà del The Washington Post https://it.wikipedia.org/wiki/Foreign_Policy

[2] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2014/05/14/-zombie-apocalypse-ce-un-piano-del-pentagono_5849749f-987b-4751-9668-9eae5c2ffc09.html

[3] https://i2.cdn.turner.com/cnn/2014/images/05/16/dod.zombie.apocalypse.plan.pdf

[4] https://www.wired.it/attualita/tech/2014/05/15/piano-esercito-epidemia-zombie/

[5] Lo United States Strategic Command è uno degli undici centri di comando congiunti del dipartimento della “difesa” statunitense. Fondato nel 1992 e divenuto operativo a partire dal primo giugno 2001. https://it.wikipedia.org/wiki/United_States_Strategic_Command

[6] In termini assoluti, nel 2020 nel mondo si sono spesi 19 mila miliardi di dollari (pari a circa 17 mila miliardi di euro) in armamenti. I paesi della Nato da soli valgono 10,9 mila miliardi di dollari e, di questi, 766 miliardi sono riconducibili agli Stati Uniti.

https://www.youtrend.it/2022/03/22/quanto-si-spende-per-la-difesa/#:~:text=In%20termini%20assoluti%2C%20nel%202020,sono%20riconducibili%20agli%20Stati%20Uniti.

[7] http://www.foxnews.com/story/2006/12/05/zombie-chickens-causing-debate-over-fate-older-chickens-in-california/

[8] https://s3.documentcloud.org/documents/6819268/Pandemic-Playbook.pdf

[9] I Centers for Disease Control and Prevention sono un importante organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America. Il CDC è un’agenzia federale degli Stati Uniti, facente parte del Dipartimento della salute e dei servizi umani ed ha la sede principale ad Atlanta, Georgia. https://it.wikipedia.org/wiki/Centers_for_Disease_Control_and_Prevention

CONTROLLO REMOTO DEL SISTEMA NERVOSO CON ARMI PSICOTRONICHE

•aprile 9, 2022 • Lascia un commento

   Nel marzo 2012 il Ministro della Difesa russo Anatoli Serdjukov disse: “Lo sviluppo di armamenti basati sui nuovi principi della fisica, armi ad energia diretta, armi geofisiche, armi a onde di energia, armi genetiche, armi psicotroniche etc., fa parte del programma di approvvigionamento delle armi di stato per gli anni 2011-2020[1].

   Il mondo dei media reagì a questo accenno sull’uso “aperto” di armi psicotroniche pubblicando gli esperimenti effettuati negli anni ’60 dove onde elettromagnetiche vennero usate per trasmettere semplici suoni nel cervello umano.

   Tuttavia la maggior parte di queste pubblicazioni non dissero che questa ricerca scientifica è stata portata avanti in tutto il mondo. Solo un quotidiano colombiano, El Spectador, pubblicò un articolo che copriva tutta la gamma dei risultati ed avanzamenti in questo campo.

  Il quotidiano britannico Daily Mail[2] scrisse che la ricerca nelle armi elettromagnetiche[3]  è stata portata avanti segretamente dagli USA e dalla Russia dagli anni ’50 e che, una precedente ricerca ha mostrato che onde o raggi a bassa frequenza, possono influenzare le cellule cerebrali, alterare stati psicologici e rendere possibile trasmettere condizionamenti e comandi direttamente nel processo del pensiero dell’individuo. Nel 1975, un neurofisiologo, Don R. Justesen, direttore dei Laboratories of Experimental Neuropsychology at Veterans Administration Hospital in Kansas City – USA, involontariamente lasciò trapelare delle informazioni della National Security Information. Pubblicò un articolo nell’ American Psychologist, sull’influenza delle microonde sul comportamento delle creature viventi.[4]

   Nell’articolo citò i risultati di un esperimento descrittogli da Joseph C. Sharp, che stava lavorando sul Progetto Pandora. Don R. Justesen nel suo articolo scriveva: “Irradiando se stessi con queste microonde modulate sulla voce, Sharp e Grove furono prontamente in grado di sentire, identificare e distinguere tra 9 parole. I suoni uditi non erano dissimili da quelli emessi dalle persone con la laringe artificiale[5]

   Che quel sistema  sia stato perfezionato, è dimostrato dal documento che apparve sul sito della Environmental Protection Agency (Agenzia per la Protezione Ambientale), nel 1997, dove il suo Ufficio Ricerca e Sviluppo (Office of Research and Development) presentò il progetto del Dipartimento della “Difesa” (Department of Defense): “Comunicare attraverso l’effetto auditivo del microonde”.

   Nella descrizione si diceva: “Si descrive una tecnologia rivoluzionaria ed innovativa che offre comunicazioni a bassa probabilità di intercettazione in frequenza radio (RF). Si è stabilita la fattibilità del concetto usando sia un sistema di laboratorio a bassa intensità che con trasmettitore ad alta potenza RF. Esistono numerose applicazioni militari in area di ricerca e salvataggio, sicurezza e operazioni speciali”.

   Nel gennaio 2007 il Washington Post scriveva sullo stesso tema: “Nel 2002, il Laboratorio dell’Air Force Research [Laboratorio di Ricerca dell’Aeronautica- USA] brevettò precisamente una tale tecnologia: usare microonde per mandare parole nella testa di qualcuno…”.


   Rich Garcia, un portavoce del consiglio direttivo per l’energia, del laboratorio di ricerca, non accettò di discutere quel brevetto o attuale o correlata ricerca nel campo, citando la politica del laboratorio di non commentare il suo lavoro sulle microonde. In risposta ad una richiesta del Freedom of Information Act (la legge per la libertà di informazione che c’è negli Stati Uniti) attivatasi per questo articolo, l’Aeronautica pubblicò documenti non “classificati” (in altre parole è una definizione per classificare i  documenti che  non si possono definire segreti)  che riguardavano quel brevetto del 2002 — che rilevavano che il brevetto si basava su sperimentazione umana al laboratorio dell’Aeronautica, nell’ottobre 1994, dove scienziati furono in grado di trasmettere frasi nella testa di soggetti umani, anche se con marginale intellegibilità.

   Pare che la ricerca sia continuata almeno per tutto il 2002. Fin dove questo lavoro si sia spinto non è mai stato ufficialmente dichiarato. Il laboratorio di ricerca, citando la classificazione, si rifiutò di discuterne o pubblicare altro materiale. Possiamo solo ri-sottolineare, che i media mondiali hanno evitato di pubblicare tutta la gamma dei progressi fatti nella ricerca relativa al controllo remoto del sistema nervoso umano. Il dr Robert Becker, nominato due volte per il Nobel per la Pace, per la sua parte nella scoperta degli effetti di campi pulsati per guarire ossa fratturate, scrisse nel suo libro Body Electric sull’esperimento del 1974 fatto da J. F. Schapitz, pubblicato grazie alla richiesta del Freedom of Information Act.

   J.F. Schapitz affermava: “In questa investigazione verrà mostrato come la parola pronunciata dall’ipnotista può anche essere veicolata direttamente in parti subconscie del cervello umano, a mezzo di energia elettromagnetica modulata, senza impiego di apparecchi tecnici per ricevere o decodificare i messaggi e senza che la persona esposta a tale influenza abbia la possibilità di controllare coscientemente l’input informativo”.

   “In uno dei 4 esperimenti, ai soggetti coinvolti venne dato un test di 100 domande, che variavano da domande facili a quelle tecniche. Successivamente, non sapendo che venivano irradiati, essi sarebbero stati soggetti a raggi di informazione che avrebbero suggerito le risposte che avevano lasciato in bianco, amnesia per alcune delle loro risposte corrette e una falsificazione di memoria per altre risposte corrette. Dopo 2 settimane dovevano rifare il test”. (Dr. Robert Becker, Body Electric: Electromagnetism and the Foundation of Life, William Morrow and comp., New York, 1985).

  I risultati del secondo test non furono mai pubblicati. E’ piuttosto evidente che in tali esperimenti venivano mandati messaggi al cervello umano in frequenze di ultrasuoni, che il cervello umano percepisce, ma di cui il soggetto è inconsapevole.

   Il Dr. Robert Becker, a causa di quelle pubblicazioni e del suo rifiuto di sostenere la costruzione di antenne per la comunicazione con i sottomarini via frequenze cerebrali, perse il supporto finanziario per la sua ricerca, cosa che significò la fine della sua carriera scientifica. Trasmettere un discorso nel cervello umano usando onde elettromagnetiche, pare sia, per i ricercatori, uno dei compiti più difficili. Deve essere molto più facile controllare le emozioni umane che motivano il pensiero e le azioni. Le persone che affermano di essere vittime di esperimenti con tali dispositivi, lamentano, a parte il fatto di sentire le voci, di sentire false emozioni (incluso l’orgasmo) ma anche dolori ad organi interni che i medici non sono in grado di diagnosticare. Nel novembre 2000 il Comitato per la Sicurezza della Duma, dello Stato Russo affermò che molti governi hanno a disposizione mezzi che consentono il controllo remoto del sistema nervoso umano o la possibilità di procurare in remoto (a distanza) malori fisici.

   E’ piuttosto evidente che quelle tecnologie vengono usate, per esperimenti su esseri umani ignari. Nel 2001 il quotidiano dell’esercito USA, il Defense News, scriveva che Israele stava sperimentando queste armi sui Palestinesi. Anche il Presidente, spodestato, dell’Honduras, Manuel Zelaya, mentre era sotto assedio nella ambasciata brasiliana in Honduras, lamentò di essere stato soggetto a ”bombardamento di elettroni con microonde”, cosa che produceva “mal di testa e destabilizzazione organica[6].

   Quando Amy Goodman del Democracy Now gli chiese: “Come Presidente, sapete di questo nell’arsenale dell’Honduras?”.


   Zelaya rispose: “Si, ovviamente”.


   L’uso di quelle armi riemerge di tanto in tanto in tempi di crisi politica. Secondo dei quotidiani russi, durante il fallito putsch contro Mikhail Gorbaciov, nel 1991, il generale Kobets mise in guardia i difensori della Casa Bianca Russa, sul fatto che la tecnologia del mind control poteva venire usata contro di loro.[7]

   Dopo il putsch, il vice presidente della Lega degli Scienziati Indipendenti dell’URSS Victor Sedlecki, pubblicò una dichiarazione nel quotidiano russo Komsomolskaya Pravda, dove affermava: “Come esperto ed entità legale, dichiaro che la produzione di massa … di biogeneratori psicotronici è stata lanciata a Kiev (e questo è veramente una questione molto seria). Non posso asserire per certo che siano stati esattamente i generatori di Kiev ad essere usati durante il putch… tuttavia, il fatto che fossero usati è cosa ovvia per me”.

   I generatori psicotronici sono un equipaggiamento elettronico che produce l’effetto di controllo guidato nell’organismo umano. I suoi effetti sono particolarmente sugli emisferi destro e sinistro della corteccia. Questa è anche la tecnologia del progetto USA Zombie 5[8]. Egli inoltre affermò che a causa della inesperienza del personale che li usava, il tentativo di usare i generatori fallì.[9]

  Attualmente negli USA molte centinaia di persone che lamentano la manipolazione remota del loro sistema nervoso stanno preparando una class action contro l’FBI, il Dipartimento della Difesa ed altre Agenzie (ministeri) per chiedere loro di pubblicare i files che riguardano le loro persone, rilevare le radiazioni dannose mirate ai loro corpi e le fonti di tali radiazioni[10]. Allo stesso modo circa 2000 persone stanno denunciando la situazione in Russia, più di 200 in Europa, più di 300 in Giappone e decine di persone in Cina ed India.

  Un politico russo, Vladimir Lopatin, che lavorava al Comitato della Sicurezza della Duma dello Stato Russo e che vi introdusse un emendamento per proibire l’uso di tali tecnologie, ammise nel suo libro Psychotronic Weapon and Security of Russia (Arma psicotronica e Sicurezza della Russia   –  editore Sinteg, Moscow, 1999), che in Russia vengono fatti esperimenti su cittadini ignari; lo si comprende da questo passaggio: “Servono processi legali per realizzare dei risarcimenti per i danni e perdite che siano da riferirsi alla riabilitazione sociale di persone che soffrono di influenze informative distruttive“. Bisogna comprendere che la maggior parte di queste persone, passano da un ospedale psichiatrico all’altro.

   Perché questa ricerca è stata mantenuta segreta fino ad oggi?

Ci sono due spiegazioni per questo:

  1. È in atto una gara segreta tra i maggiori eserciti nel mondo, dove la maggiori potenze concorrono per ottenere una supremazia decisiva in questo tipo di tecnologie.
  2. I governi  tengono al caldo queste tecnologie nel caso in cui non siano in grado di controllare con mezzi democratici, le masse popolari dei loro paesi fortemente colpite dalle politiche hanno determinato un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

   Bisogna prendere atto che il cervello è da tempo entrato nel mirino.

   Pensiamo alla guerra delle informazioni. Sarebbe errato a pensare che nel suo mirino sarebbero soltanto le tecnologie o i mezzi di elaborazione e trasmissione dei dati.

   Il controllo mentale è uno dei metodi che si basa sulla persuasione forzata, sulla coercizione psicologica e sui meccanismo di influenza sui processi mentali delle persone prese nel mirino.

   Sappiamo che dietro al termine coercizione c’è il forzare qualcuno a fare o pensare in un certo modo, oppure dominare o controllare una persona con la forza.

   I sistemi psicologici coercitivi sono programmi per la modifica dei comportamenti che si basano sull’uso della forza mentale e che sono attuati per fare conoscere e abbracciare nuove idee, consuetudini, credenze e ideologie.   

   La strategia normalmente adottata da chi sfrutta queste tecniche è di selezionare, programmare in sequenza e coordinare differenti tipologie di influenze coercitive, tattiche ansiogene o capaci di produrre stress, applicando la soluzione prescelta per il tempo necessario ottenere e mantenere e il risultato prestabilito.

   Nel corso di simili piani di azioni la persona bersagliata/vittima è probabilmente portata a percorrere una serie di passaggi pressoché invisibili. Ogni singola tappa è tanto piccola da rendere impercettibili i cambiamenti della persona e da non far capire che le variazioni di condotta eventualmente avvertire sono motivate da forzature o altri condizionamenti esterni.

   È ovvio che i bersagli/vittime delle operazioni di coercizione non debbano nutrire il benché minimo sospetto in merito agli obiettivi nascosti del programma in atto se non molto più avanti nel tempo (quando i cambiamenti mentali dovrebbero essere irreversibili) o addirittura mai.

   Le tecniche in questione sono generalmente applicate con manifestazioni di buone intenzioni nei confronti della vittima, con il nitido intento di prospettargli un ambiente di amici e alleati, così da far crollare qualsivoglia difesa o protezione psicologica che verrebbe adottata in un contesto ostile.

   L’influenza coercitiva psicologica (indotta spesso da apparecchiature elettroniche) di queste attività ambisce a sopraffare le capacità del pensiero critico e la libera volontà dell’individuo. Poco alla volta le vittime perdono la loro abilità a prendere decisioni e a manifestare il proprio consenso reale. Il loro pensiero critico, i meccanismi naturali di difesa, i valori, le idee e le attitudini, i comportamenti e i ragionamenti sono così minati da un processo studiato attentamente a tavolino, con il supporto della tecnologia.

   Ovviamente tutte queste pratiche attuate per il controllo mentale sono in tutti i paesi dove viene attuato sono illegali e decisamente criminali.

    Alla radice dello controllo mentale, sta nel fatto nello sviluppo totalitario del capitalismo.

   Cerco di spiegarmi meglio. Personalmente sono sempre stato critico alla definizione di “totalitarismo”, poiché lo ritenevo e lo ritengo tuttora nella concezione che fa il blocco storico-giornalistico revisionista tendente a rilegittimare il fascismo (o quantomeno alcuni aspetti di esso) e ad attribuire l’etichetta di male assoluto al binomio comunismo-nazismo accomunato dall’infamante epiteto di “totalitarismo”.

   La dialettica concettuale liberalismo-totalitarismi (nazismo-comunismo), inventata dagli storici totalitaristi,  è una dialettica astratta e non reale. Tale dialettica risponde all’esigenza, da parte della storiografia liberale, di conferire valore universale, di civiltà, alla politica conservatrice di classe adottata dai partiti liberali a cavallo tra a fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo.

   Totalitarismo non è un concetto storico, una categoria storica, un principio di ricerca storica, ma uno schema pratico-ideologico utile alla propaganda politica della borghesia imperialista in quanto risponde all’esigenza della cultura borghese di conferire valore universale alle istituzioni ed ai valori borghesi storicamente in crisi, in quanto divenuti sul piano concreto della storia elementi di copertura di brutali interessi particolari di classe. agli intellettuali borghesi sfugge che la prassi delle società borghesi è la negazione storica della sua idea di “politico”; sfugge che è stata la stessa borghesia a ritrarsi dai suoi “immortali principi” (libertà, uguaglianza, fratellanza), ad abbandonarne il progressivismo ottimista a mano a mano che la coscienza di classe del proletariato  si elevavain coscienza della sua universale funzione storica in cui s’inverava la lotta per la sua emancipazione e  i suoi diritti. Per usare la terminologia che usano gli intellettuali borghesi il “politico” è stato abbandonato e distrutto dalla stessa borghesia imperialista che ha finanziato e sostenuto il fascismo e il nazismo scegliendoli come forma di governo totalitaria di gestione della società borghese italiana e tedesca.

   Ad una verifica storica tutti i luoghi comuni risultano falsi; è falsa la tesi secondo cui i campi di concentramento del XX secolo siano la diretta filiazione dei regimi che sono definiti totalitari.

   Storicamente l’inventore dei campi di concentramento fu il generale Valeriano Weyler y Nicolau che, al fine di reprimere la rivolta in corso negli ultimi anni del XIX secolo a Cuba contro la dominazione spagnola, stabilì la deportazione di circa 400.000 vecchi, uomini, donne, bambini in Campos de concentracion provocando un numero estremamente elevato di vittime; la cattolicissima Spagna premiò il generale Weyler insignendolo di numerose onorificenze nobiliari e nominandolo per ben tre volte ministro della guerra. Pochi anni dopo furono gli Stati Uniti a ricorrere ai campi di concentramento nella Filippine come deterrente per combattere la guerriglia guidata da Emilio Aguinaldo contro l’occupazione statunitense.

   L’originale spagnolo e la copia americana vennero ben presto superati dagli inglesi quando i boeri si rivoltarono contro le truppe britanniche. Gli inglesi distrussero le fattorie boere ed imprigionarono donne e bambini in concentration camps fatti di tende e baracche, privati di riscaldamento e di cibo, condannati a morire di stenti.

   In Italia il governo liberale di Giolitti (marzo 1911-marzo 1914) fa ricorso alla deportazione di massa in campi di concentramento nelle isole italiane Ustica, Tremiti, Ponza, Favignana per stroncare la resistenza della popolazione araba alla occupazione della Tripolitania da parte delle truppe italiane. Le migliaia di libici deportati in Italia morirono falcidiati dalla fame e dalle epidemie e nessuno tornò nel proprio paese. In piena continuità con il liberale Giolitti, il governatore della Libia occupata dai fascisti, Badoglio, deportò l’intera popolazione della città di Gebel (100.000 persone) in 15 campi di concentramento con il vessillo tricolore. Alla fine tra le esecuzioni sommarie dei deportati, l’estenuante marcia forzata di trasferimento nei lager, la fatica del lavoro forzato, furono 50.000 il numero dei libici che non riuscirono a sopravvivere a quelle disumane condizioni di prigionia.

   Per affrontare correttamente l’analisi sul fascismo e sul nazismo bisogna partire dal fatto che in entrambi i casi fu la risposta della borghesia per sconfiggere la rivoluzione proletaria e normalizzare il proletariato, e contemporaneamente, la messa in atto della necessità di centralizzare le risorse economiche e politiche per tutelare gli interessi collettivi del capitalismo nazionale nei confronti delle altre potenze mondiali.

   Se si deve parlare di totalitarismo per quanto riguarda i regimi fascista e nazista, non si deve intendere l’aspetto dell’abolizione della democrazia formale e nella repressione degli oppositori, ma nel sancire ideologicamente e praticamente il nesso inestricabile tra popolo e stato, fissato il quale la democrazia finiva con l’essere pletorica e gli oppositori sabotatori e disfattisti. La fede nello Stato non era rivolta a un ente astratto, ma a uno Stato concreto, quello fascista, ossia allo Stato diretto dal fascismo, movimento/partito attraverso il quale il popolo si affasciava come un sol uomo per perseguire la missione di riscattare la patria e sé stesso, promuovendo il progresso della produzione agricola e industriale, dotandosi delle infrastrutture necessarie allo sviluppo economico e delle istituzioni utili al “benessere del popolo” e contrastando il potere egemonico delle potenze imperialiste rivali. Il totalitarismo popolo-partito-Stato era, sul piano storico, precondizione per realizzare il totalitarismo del capitale, che all’epoca si poneva come qualcosa di esterno alla quotidianità della comunità umana (sussunzione formale), che si era appropriato, cioè di gran parte della produzione materiale, ma doveva ancora conquistare parti rilevanti e, soprattutto, doveva avviarsi a sottomettere a sé tutta la vita sociale, modellandola e funzionalizzandola completamente alla propria riproduzione. Il fascismo, infatti, si poteva permettere persino di lanciare degli strali contro il capitalismo, opponendogli le virtù del “socialismo”  nazionale, ovvero di un programma che si contrapponeva ufficialmente al capitalismo, ma praticamente solo al potere finanziario e militare dei concorrenti capitalisti (e “all’egoismo” antinazionale dei capitalisti interni) che volevano bloccare il progresso dell’Italia quale paese capitalista dotato di forza propria, come cercavano di stroncare la Germania, che potenza capitalista in proprio lo era già diventata.

   Alla morte ufficiale del fascismo è conseguito un processo di ulteriore del capitalismo in tutto il mondo (accentuatosi negli anni Novanta con il crollo dei regimi revisionisti nell’Est e nell’URSS) che ha portato alla realizzazione di un totalitarismo molto più totalitario del fascismo, quello del capitale che per dominare le classi e i popoli oppressi non ha più bisogno della  mediazione popolo-Stato, ma si è affermato in proprio, trasformandosi (sussunzione reale) in rapporto sociale di produzione che si estende in tutti gli aspetti della vita sociale e individuale, immedesimandosi  con la riproduzione della vista stessa.

Ccezionale

   Un esempio della tendenza al totalitarismo da parte del capitale è stata la gestione governativa della pandemia.

   Si è trattato di un grandioso esperimento di disciplinamento e controllo sociale, per imporre una torsione autoritaria delle istituzioni e del potere politico. Una tendenza già in atto da diversi anni, ma che con la gestione pandemica h subito un’accelerazione eccezionale ed inaudita.


[1] https://www.affaritaliani.it/Rubriche/cafephilo/sos-armi-ci-manipolano-il-cervello.html

[2] Il Daily Mail è un quotidiano popolare britannico fondato nel 1896. Dal 1971 è stampato in formato tabloid. Come la maggior parte dei quotidiani inglesi esce sei giorni alla settimana. La domenica i lettori trovano il Mail on Sunday. Il quotidiano ha anche, dal 6 febbraio 2006, una versione irlandese.  https://it.wikipedia.org/wiki/Daily_Mail

[3] https://www.affaritaliani.it/Rubriche/cafephilo/sos-armi-ci-manipolano-il-cervello.html

http://dellamancia.blogspot.com/

[4] https://www.affaritaliani.it/Rubriche/cafephilo/sos-armi-ci-manipolano-il-cervello.html

[5]                                                              C.s. 

[6] The Guardian, Ottobre 2008.

[7] Komsomolskaya Pravda, September 7,1991, O. Volkov, Sluchi o tom chto nam davili na psychiku nepotverzdalis. Poka.

[8] Circa 10 anni fa gli USA hanno creato Conplan 8888: un piano segreto che fornisce informazioni dettagliate contro un attacco zombie. Non si tratta della trama di nessuna serie televisiva, ma di un vero e proprio documento creato dal Governo americano per rispondere ad un’eventuale minaccia da parte dei morti viventi. https://www.focus.it/cultura/curiosita/zombie-il-pentagono-aveva-un-piano-per-combatterli

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2014/05/14/-zombie-apocalypse-ce-un-piano-del-pentagono_5849749f-987b-4751-9668-9eae5c2ffc09.html

https://www.treccani.it/magazine/atlante/societa/piano_anti-zombi_del_pentagono.html

[9] Komsomolskaya Pravda, August 27,1991, Avtory programy Zombi obnaruzheny v Kieve.

[10] http://www.ilcrivello.altervista.org/armi_psicotroniche_2014.htm?fbclid=IwAR0EbDAv26Jta9nasQRceM-NhC-yoH-4hcfexmyiLPSDcLyAa8O7gGqlZXk

DNA E CAMPO MILITARE

•aprile 4, 2022 • Lascia un commento

Fin dall’antichità gli uomini hanno impiegato gran parte del loro tempo e delle loro risorse intellettuali per escogitare mezzi con i quali sopraffare gli avversari.

   L’importanza che nel corso della storia tutti gli eserciti hanno attribuito ai fattori psicologici nel determinare il successo o la sconfitta in guerra rende assai interessante lo studio dei mezzi mediante i quali gli eserciti hanno cercato di porsi nella migliore condizione possibile per vincere.

   Per questo motivo non ci si dovrebbe meravigliare se l’ottimizzazione delle prestazione umane sia da molto tempo una priorità della ricerca scientifica a fini bellici. Il divario tra il rapido avanzamento tecnologico degli armamenti e le naturali prestazioni psicofisiche dei membri dell’esercito, col tempo si è dilatato a dismisura. Mentre le armi sono diventate più sofisticate, ancora oggi bisogna prevedere pause per consentire ai combattenti di dormire, nutrirsi d guarire dopo ferite o traumi. Ed è così che gli esseri umani diventano un impaccio, nell’arte della guerra. Perciò non è l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico o le armi laser, che il Dipartimento della “Difesa” USA considera prioritari nella strategia del futuro. L’area di ricerca più promettente a scopi bellici è quella delle scienze biologiche (o bioscienze) per la creazione di super-guerrieri.

   L’enfasi posta dall’ONU sulle missioni di “peace keeping” ha ottenuto scarsi risultati, e ha provocato delle forti resistenze tra molti strateghi americani, secondo cui i soldati dovrebbero lasciare le caserme solo per proteggere “l’interesse nazionale” da minacce definite. In un articolo del 1992 del colonnello Charles Dunlap dell’U.S. Army, che fu premiato dall’allora capo di stato maggiore, generale Colin Powell, come migliore saggio militare dell’anno, si afferma che impegnare l’esercito americano in “operazioni umanitarie” sotto l’egida dell’ONU avrebbe trasformato le forze armate in una sorte di boy-scout, incapaci di adempiere la loro unica missione: distruggere il nemico e vincere le guerre.

   Secondo Martin Libicki della National Defense University, la tecnologia sofisticata che ha permesso la vittoria americana nella guerra contro l’Iraq del 1991, poteva dimostrarsi inadeguata in situazioni di caos (come si dimostrò in una Mogadiscio degli anni ’90) e la disparità tra la concezione della guerra come massima espressione della tecnologia e la realtà dei conflitti locali combattuti con armi giudicate obsolete, ma non per questo meno distruttive, resta insanabile.

  A proposito può essere interessante una citazione del mistico indiano Osho Raineesh: “Quando una società giunge al suo culmine non può combattere. Le società più raffinate vengono sempre calpestate e sconfitte da società minori… Quando una società è ricca e opulenta non combatte più[i].

   L’addestramento degli eserciti imperialisti occidentali è basato sostanzialmente su due contrapposte filosofie. Da un lato utilizza un approccio estremamente disumanizzante, in cui il civile appena giunto al reparto è ricostruito con un’immagine stereotipata e specifica, eliminando la sua individualità. Esempi di questa tecnica sono il corso di addestramento dei paracadutisti britannici e di quelli francesi, dei paracadutisti e dei marines dell’esercito americano.

   L’altro sistema è ispirato alle teorie di Kurth Halm, la cui base è il concetto che il singolo individuo non deve essere massificato o costretto, ma deve essere posto in un ambiente controllato e progettato per fare emergere in ciascuno gli aspetti più responsabili del carattere e lo spirito di gruppo. Secondo le opinioni di alcuni specialisti, questo genere di autodisciplina, ispirata al concetto di “disciplina accettata” della tradizione cavalleresca, non può funzionare in condizioni estrema che richiede il massimo controllo sulle truppe e l’obbedienza automatica agli ordini.

   Fra le tecniche di condizionamento psicologico sperimentale negli ultimi anni delle forze armate statunitensi un posto di rilievo spetta alla Programmazione Neurolinguistica. I suoi presupposti sono fondati sulla possibilità d’influenzare durevolmente il comportamento di un soggetto modificandone la percezione della realtà attraverso il linguaggio. Fra i vantaggi di questa tecnica, oltre alla facilità d’apprendimento che ne rende l’applicazione standardizzata in tempi brevi a un grande numero di persone, va ricordata la possibilità del soggetto trattato di designare lui stesso la meta auspicata. Presupposto teorico della PNL è la possibilità di agire attraverso tecniche come la visualizzazione d’immagini mentali, modificando i processi sensoriali, che organizzano e mantengono un comportamento, senza esaminare il contenuto emozionale o le dinamiche esistenti come invece avverrebbe con una tecnica psicodinamica tradizionale, ad esempio con quelle di derivazione psicoanalitica.

   Ci sono programmi più sinistri, volti ad addestrare individui ad agire come killer, selezionando di preferenza militari con precedenti penali per reati violenti.[ii] Queste tecniche tenderebbero a desensibilizzare, mediante uso di filmati con scene particolarmente raccapriccianti, i soggetti trattati, rendendoli indifferenti verso la sofferenza altrui e pronti a uccidere senza esitazione.

   Le strade percorse per ottenere il controllo delle proprie truppe e influenzare negativamente il nemico sfiorano il campo della fantascienza. Già nel 1985 nel libro The mind race di Keith Harary e Russel Targ della Stanford Research Institute, vennero per la prima volta ufficialmente esposti al pubblico i risultati di esperienze parapsicologiche in campo militare. In particolare erano state eseguite ricerche per la comunicazione telepatica tra personale a terra e altro imbarcato a bordo si sottomarini nucleari. Anche nell’Unione Sovietica furono eseguiti degli studi e ricerche nel campo della percezione extrasensoriale e sulle applicazioni pratiche in campo medico, educazionale, e per obiettivi politici.

   Per vent’anni i servizi segreti statunitensi hanno impiegato medium con il programma Stargate per studiare l’efficacia dei fenomeni parapsicologici. I sensitivi statunitensi, ospitati nella base di Fort Meade nel Maryland, avrebbero tentato di localizzare il nascondiglio di Gheddafi prima del bombardamento di Tripoli nel 1986, o ancora di individuare gli ostaggi americani in Iran.[iii]

   L’ultima e più agghiacciante delle iniziative in questo campo è che nel 2008 il Dipartimento della “Difesa” USA ha ufficialmente (sicuramente le aveva cominciato prima in gran segreto) le ricerche sulla tecnologia Rfid e sulla modalità d’impiego nelle Forze Armate. [iv]

   Tutto ciò ci riporta all’antico e perenne desiderio di tutte le classi dominanti di dominare con ogni mezzo l’essere umano e la natura con tutti i mezzi a disposizione, sono cambiati i mezzi e nel corso dei secoli dai rituali sacri degli sciamani si è giunti agli esasperati sviluppi dell’alta tecnologia ma il fine non è mutato.

  Oggi le scoperte nel campo della biologia genetica permettono sia di potenziare le risorse fisiologiche dei soldati per renderli più performanti sul campo di battaglia, sia di dotarli di caratteristiche che potrebbero renderli “invulnerabili” agli attacchi chimici o batteriologici del nemico. La creazione di questi nuovi soggetti può essere pianificata attraverso attente modifiche genetiche effettuate con le tecnologie del gene doping[v] e del geneediting[vi], su cui si conducono da anni ricerche ed esperimenti a livello globale. Queste tecnologie non sono state sviluppate inizialmente a scopi militari, ma le loro possibili applicazioni in campo bellico hanno fatto convergere su questi studi (realizzati sia da operatori statali che da soggetti privati) ingentissimi finanziamenti pubblici.

   Gene doping e gene editing sono estensioni della terapia genica (gene therapy), definita come l’inserimento di materiale genetico nelle cellule umane per il trattamento o la prevenzione di una malattia o di una disfunzione. Questa procedura di inserzione è nota come trasfezione. In parole povere, all’interno della cellula viene inserito un gene terapeutico per compensare il gene assente o sostituire quello anormale. Generalmente viene utilizzato del DNA, il quale codifica per la proteina terapeutica e viene attivato quando raggiunge il nucleo.

  Il gene doping nasce in ambito medico-sportivo e viene definito dalla World Anti-Doping Agency (WADA) come “l’uso non terapeutico di geni, elementi genetici e/o cellule che hanno la capacità di migliorare le prestazioni atletiche”. Già vietato alle prossime olimpiadi, rende possibile migliorare la velocità, la potenza e la resistenza al di là di quanto si riesca a ottenere con qualunque tipo di alimentazione e di allenamento[vii].

   Il gene editing (o editing del genoma) rappresenta invece un gruppo di tecnologie che danno agli scienziati la capacità di modificare il DNA di un organismo. Queste tecnologie permettono di aggiungere, rimuovere o alterare materiale genetico in specifici punti del genoma di un essere vivente (sia esso una pianta, un animale o un essere umano) per costruire degli organismi geneticamente modificati, utili agli scopi più vari[viii].

   Non serve molta fantasia per rendersi conto che le qualità che rendono un atleta più performante sono altamente desiderabili anche in un soldato: con la crescente attenzione a livello mondiale allo sviluppo di forze armate più agili e letali (si pensi agli investimenti nei corpi speciali), le applicazioni mirate per migliorare i componenti dell’esercito a livello individuale hanno un grande fascino. Jared M. Stafford, laureato in medicina alla Johns Hopkins University e analista presso l’Edgewood Chemical Biological Center (ECBC, la principale struttura militare degli USA per la ricerca chimica e biologica a scopo medico non terapeutico); James J. Valdes, laureato in neurotossicologia alla Johns Hopkins University e consulente dell’esercito americano per le biotecnologie dal 1990 al 2014; e Aleksandr E. Miklos, laureato in biochimica alla Duke University e contractor all’ECBC, identificano specifiche aree-chiave su cui intervenire per migliorare le prestazioni del soldato attraverso il doping genetico, fra cui la resistenza, la forza, la tolleranza al dolore, il miglioramento dei livelli di energia e l’aumento della vascolarizzazione[ix]. Gli agenti biologici utilizzati a questo scopo so-no, fra gli altri, l’eritropoietina (EPO), i fattori di crescita insulino-simile, l’ormone della crescita (somatotropina), la miostatina, il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF), il fattore di crescita dei fibroblasti, l’endorfina, le encefaline e l’alfa-actinina-3 (ACTN3). I geni artificiali possono essere introdotti nel corpo direttamente (per esempio attraverso un’iniezione in un muscolo) oppure possono essere trasportati nell’organismo da un vettore, tipicamente un virus modificato. Un vantaggio unico di questa estensione della terapia genica è che, grazie alla produzione continua della proteina in vivo (cioè nell’organismo del soggetto sottoposto al gene doping), i picchi farmacodinamici delle sostanze dopanti vengono eliminati, fornendo così un rilascio costante.

   L’eritropoietina (EPO) è un ormone prodotto principalmente dai reni che aumenta la massa dei globuli rossi (RBC, red blood cell) e di conseguenza l’apporto di ossigeno ai muscoli, contribuendo così a migliorare notevolmente le attività legate alla resistenza. Utilizzando il doping genetico, l’EPO potrebbe essere somministrato al soldato tramite un vettore virale e il conseguente aumento della capacità di trasporto dell’ossigeno nel sangue sarebbe particolarmente utile per i soldati in pattuglia, in ricognizione a lungo raggio, o che partecipano a un combattimento di lunga durata. La stanchezza fisica, infatti, diminuisce la prontezza di reazione, e portata all’estremo rende i soldati incapaci di completare qualunque missione. I livelli di EPO che potrebbero essere raggiunti con il doping genetico superano di gran lunga quelli riscontrabili naturalmente anche negli atleti super-allenati.

   In aggiunta all’innalzamento dei livelli di EPO, il gene doping potrebbe potenziare un’altra molecola, il fattore di trascrizione HIF (o fattore inducibile da ipossia), che modula l’attività dell’organismo in ambienti a basso contenuto di ossigeno, aumentando la produzione di globuli rossi e l’energia cellulare: questo particolare “ritocco genetico” potrebbe essere molto utile nelle operazioni in montagna ad alta quota per compensare gli effetti negativi del mal d’altitudine.

   La forza fisica è essenziale per qualunque soldato per svolgere i propri compiti, ma è ancora più importante per i soldati delle operazioni speciali che devono impegnarsi in battaglie ravvicinate e combattimenti particolarmente pesanti. Il doping genetico offre diverse opzioni per aumentare la dimensione e la forza muscolare: per esempio l’ormone della crescita, già utilizzato come agente dopante nello sport, ha effetti anabolizzanti sulle proteine muscolari e sul tessuto connettivo dei muscoli scheletrici umani (cioè dei muscoli collegati alle ossa che costituiscono nel loro complesso la muscolatura volontaria). In prospettiva anche la somatomedina o IGF-1, una proteina che stimola la proliferazione cellulare, la crescita somatica e la differenziazione e che porta a una drammatica ipertrofia muscolare nei topi, potrebbe avere un grande impatto sulle dimensioni dei muscoli umani e sulla forza, così come la miostatina, un’altra proteina che funziona come regolatore negativo della massa muscolare (“spegne” la crescita muscolare): quando il gene che produce la miostatina nei topi viene disattivato, si verifica una crescita muscolare superfisiologica e la contemporanea riduzione della massa grassa.

   Il fattore di crescita dell’endotelio vascolare stimola la produzione di nuovi vasi sanguigni, rendendo possibile un maggiore afflusso di sangue, ossigeno e sostanze nutritive al cuore, al fegato, ai muscoli e ai polmoni, ritardando l’esaurimento di energia. Come nel caso del gene doping con l’EPO o il fattore di trascrizione HIF, i miglioramenti della vascolarizzazione renderebbero il corpo del soldato più efficiente e prolungherebbero la capacità di combattere o di impegnarsi in altri compiti militari, aumentando così l’efficacia del combattimento.

   Per aumentare la soglia del dolore si introduce nell’organismo dei soldati specifici geni che sintetizzano endorfine analgesiche (composti prodotti dal cervello e dotati di un effetto paragonabile a quello della morfina e degli altri farmaci oppioidi) ed encefaline (neurotrasmettitori coinvolti nella regolazione della sensazione dolorosa). Queste sostanze, secondo gli studi, funzionerebbero ugualmente bene sia nel caso di lesioni acute o croniche (come nel caso di una ferita da proiettile), sia quando nei muscoli si accumula acido lattico come risultato di uno sforzo fisico continuo. Tali narcotici naturali potrebbero sostituire le medicazioni con farmaci antinfiammatori e antidolorifici, riducendo di conseguenza la necessità di portare questo tipo di rifornimenti in missione e fornendo al contempo una soluzione per alleviare il disagio fisico e il dolore.

   Migliorare l’efficienza metabolica di un soldato significherebbe aumentare le sue prestazioni nel combattimento. L’adenosina trifosfato (ATP) è la fonte immediata di energia per tutti i processi cellulari. Nel nostro corpo la produzione di ATP passa attraverso il ciclo di Krebs (o ciclo dell’acido tricarbossilico), la catena di trasporto degli elettroni e la glicolisi. Questi processi avvengono nei mitocondri, organelli cellulari di forma allungata che costituiscono la “centrale elettrica” delle cellule: in milioni di anni di evoluzione essi hanno prodotto percorsi altamente efficienti per la produzione di energia che hanno caratteristiche strutturali simili in tutti gli esseri umani. Tuttavia il funzionamento metabolico varia da individuo a individuo, per cui non è possibile effettuare dei percorsi “standard” di potenziamento. Quel che oggi si può fare, attraverso la metabolomica (lo studio sistematico delle impronte chimiche lasciate da specifici processi cellulari) è definire il profilo metabolico del singolo soldato, che rappresenta una sorta di fotografia della sua chimica fisiologica. Questa fotografia potrebbe poi servire come linea di base per personalizzare gli elementi che migliorano le prestazioni individuali, come la dieta e l’addestramento. L’ingegneria metabolica, cioè il miglioramento diretto dei processi cellulari attraverso la modifica di specifiche reazioni biochimiche o l’introduzione di nuove reazioni, tuttavia, offre maggiori opportunità e permette di aumentare la sintesi di ATP nei soldati in modo più rapido ed efficiente[x].

   L’editing genetico si basa sulla tecnologia CRISPR, definita una delle più grandi scoperte scientifiche del decennio: il CRISPR utilizza una proteina (in genere la Cas9), che funziona come una sorta di forbice molecolare in grado di tagliare un DNA bersaglio. Questa forbice molecolare può essere programmata per effettuare modifiche al genoma di qualunque cellula, sia essa animale, umana o vegetale, ragion per cui la tecnologia CRISPR-Cas9 può essere utilizzata per modificare il patrimonio genetico di ogni essere vivente, sulla base delle più varie motivazioni, per ragioni terapeutiche e non. Molte possibili applicazioni del CRISPR hanno una grande rilevanza per il Dipartimento della “Difesa” (DoD): uno studio di gene editing su embrioni di beagle ha prodotto dei cuccioli con il doppio della massa muscolare; si potrebbe innestare un gene animale, come quello che conferisce ai rettili la capacità di vedere in condizioni di scarsa luminosità, sul DNA umano per ottenere soldati con capacità da supereroi. Oppure, e questa è una strada che il DoD sta attualmente percorrendo, “si può proteggere un soldato sul campo di battaglia da armi chimiche e biologiche controllando il suo genoma […] facendo sì che il suo genoma produca proteine che lo proteggano in automatico[xi]. Storicamente, l’esercito ha cercato di proteggere le truppe da armi chimiche e biologiche attraverso dispositivi di protezione e vaccini, ma la terapia genica potrebbe essere una soluzione migliore, che renderebbe inutile sviluppare e immagazzinare medicinali per ogni possibile minaccia: “Se possibile, vogliamo che sia l’organismo umano a diventare una fabbrica di anticorpi”, afferma il direttore della DARPA.[xii]

   Il soggetto interno al DoD che si occupa specificamente delle applicazioni di gene editing è il Biological Technologies Office (BTO) della DARPA, creato nel 2014 e diretto dalla dott.ssa Renee Wegrzyn. Scopo della sezione è “utilizzare gli strumenti della biologia sintetica per supportare la biosicurezza e risolvere le malattie infettive[xiii]. I programmi il cui contenuto è stato reso pubblico (è evidente che il DoD conduce anche programmi di ricerca che, per ragioni di “interesse nazionale” – che in un pase imperialista coincide con gli interessi della Borghesia Imperialista – godono di vari livelli di confidenzialità e segretezza) sono denominati Living Foundries[xiv]SafeGenes[xv]DIGET (Detect It with Gene Editing Technologies)[xvi]; e PREPARE (PReemptive Expression of Protective Alleles and Response Elements)[xvii].

   Al DoD viene garantito l’accesso a un certo numero di molecole critiche di alto valore, spesso proibitive e costose, non reperibili a livello nazionale e/o impossibili da produrre con i tradizionali approcci sintetici. Il programma Living Foundries mira a consentire la produzione adattabile, scalabile e su richiesta di queste molecole attraverso il biomanufacturing. Il biomanufacturing è una biotecnologia che utilizza sistemi biologici per produrre biomateriali e biomolecole commercialmente importanti che vengono utilizzate per esempio per la produzione di farmaci, di dispositivi di protezione, per la lavorazione di alimenti e bevande, e molto altro. La produzione industriale di molecole complesse avviene attraverso la programmazione dei processi metabolici fondamentali dei sistemi biologici, cioè esse si ottengono da colture di microbi, oppure dal metabolismo di cellule animali o vegetali coltivate in strutture specializzate. Le cellule utilizzate durante la produzione possono essere naturali o modificate con le tecniche di ingegneria genetica.

   Il Safe Genes è stato sviluppato per proteggere i membri dell’esercito dall’uso improprio accidentale o intenzionale delle tecnologie di modifica del genoma. Il programma “utilizza i progressi della tecnologia di gene editing per accelerare lo sviluppo di trattamenti profilattici e terapeutici avanzati contro gli effetti indesiderati del gene editing” (affermazione questa che, non serve rimarcarlo, ha un contenuto alquanto paradossale). Safe Genes, secondo la DARPA, “fornisce un set di soluzioni a più livelli, modulare e adattabile per: proteggere i soldati e la patria contro il cattivo utilizzo accidentale o intenzionale delle tecnologie di genome editing; prevenire e/o invertire i cambiamenti genetici indesiderati in un dato sistema biologico; e facilitare lo sviluppo di farmaci sicuri, precisi ed efficaci che utilizzino le tecnologie di genome editing”. La DARPA sottolinea che “la sicurezza è una priorità del programma. Tutto il lavoro si svolge in strutture controllate e sicure dal punto di vista del rischio biologico. Inoltre, Safe Genes è supervisionato dal punto di vista etico, legale e per le sue implicazioni sociali da un team di esperti che aiutino la DARPA a identificare in modo proattivo i potenziali problemi legati alle tecnologie di editing. Il team di esperti si impegnerà anche con le potenziali parti interessate, compresi i responsabili dei controlli governativi, per promuovere l’importanza di queste ricerche scientifiche e per richiedere esperimenti sui temi che suscitano dubbi e preoccupazioni”.

   Il DoD richiede un rilevamento tempestivo e completo delle minacce biologiche e per contrastare la diffusione delle malattie. Oggi nemmeno i sistemi diagnostici e di biosorveglianza più all’avanguardia sono in grado di tenere il passo con le epidemie (che siano create oppure no) per supportare il processo decisionale nel momento e nel luogo del bisogno. Il programma DIGET mira a sfruttare i progressi delle tecnologie di modificazione genica per sviluppare “dispositivi di rilevamento dell’acido nucleico semplici da utilizzare, a basso costo e rapidamente riconfigurabili” in grado di individuare qualsiasi minaccia biologica.

   La logica del programma è che gli agenti patogeni con potenziale pandemico, le sostanze chimiche tossiche e i materiali radioattivi mettono in pericolo la salute pubblica e rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale, e nonostante gli investimenti nello sviluppo di contromisure mediche, queste hanno ancora un’applicabilità limitata, un’efficacia insufficiente, richiedono dosi ripetute, processi di produzione lunghi e complessi e requisiti per lo stoccaggio logisticamente onerosi; queste limitazioni rendono straordinariamente difficile trattare il gran numero di individui che potrebbero essere colpiti dagli esiti di un disastro naturale, di un incidente, di un’epidemia o di un attacco diretto in un’area densamente popolata. Il programma PREPARE quindi “intende identificare quali siano le difese genetiche innate degli esseri umani contro questo tipo di minacce per sviluppare dispositivi medici in grado di attivare rapidamente queste difese genetiche, senza alterare il DNA sottostante”.

   Vediamo di chiarire questo concetto: in biologia molecolare, con il termine espressione genica si intende il processo attraverso cui l’informazione contenuta in un gene (costituito dal DNA) viene convertita in una macromolecola funzionale (tipicamente una proteina) con uno scopo specifico. Ciò che la DARPA si propone è innanzitutto di individuare quali siano i geni che si attivano, per esempio, durante l’esposizione a determinate radiazioni e che producono la proteina specifica che difende l’organismo dagli effetti negativi di queste radiazioni. Il secondo passo è quello di trovare un farmaco che stimoli il gene a produrre questa proteina prima che il soggetto venga in contatto con le radiazioni, in modo che il soldato goda di una specie di “vaccinazione genetica” contro questa minaccia specifica. Il programma si propone, come passo iniziale, di studiare i geni interessati alle misure di difesa che l’organismo mette in campo contro quattro condizioni patologiche: la comune influenza, l’overdose da oppioidi, l’avvelenamento da organofosfati e l’esposizione alle radiazioni gamma.

   Che si parli di gene editing, di gene doping o di vaccinazione genica, è evidente che la manipolazione del DNA potrebbe fornire ai membri degli eserciti capacità altamente desiderabili. Tuttavia queste tecnologie tanto magnificate sono ancora molto al di là dall’essere sufficientemente precise e affidabili, non solo per quanto riguarda il processo di editing in sé (cioè la capacità di modificare o attivare il materiale genetico) o l’efficacia della manipolazione rispetto all’obiettivo (gli esperimenti finora effettuati sono in genere definiti “molto promettenti”, ma nessuno ha davvero ottenuto i risultati sperati), ma soprattutto per le possibili ripercussioni negative sull’uomo e sull’ambiente, a breve e a lungo termine. A breve, gli esperimenti finora intrapresi hanno portato alla luce tutta una serie di possibili risposte negative dell’organismo, che vanno dalle reazioni immunitarie gravi alle risposte infiammatorie massicce, dallo sviluppo di neoplasie (cancro) fino alla morte. Degli effetti nel lungo periodo, in particolare sul genoma umano e sull’ambiente, non sappiamo invece ancora nulla, ed è possibile che ci si accorga che la situazione è sfuggita di mano solo quando sarà troppo tardi.

   Il programma Safe Genes è emblematico da questo punto di vista: il DoD si preoccupa già oggi, prima ancora che si arrivi allo stadio dell’implementazione delle nuove tecnologie, di sviluppare un programma che dovrebbe, teoricamente, permettere di tornare al punto di partenza se le cose dovessero prendere una brutta piega. Il problema è che la tecnologia per attuare le modifiche e quella per tornare allo status quo ante sono la stessa: se è inaffidabile in andata, è inaffidabile al ritorno, sempre poi che sia davvero possibile intervenire in tempo in caso di errore (se per esempio una procedura di gene editing provocasse la morte inaspettata dei soggetti, non si vede quale tipo di rimedio sia possibile). Inoltre, in aggiunta a tutti questi dubbi di natura scientifica, bisogna tenere presente una vasta gamma di considerazioni etiche, inevitabili quando si parla di manipolazione del patrimonio genetico, in particolare di quello degli esseri umani – tema già affrontato nell’articolo Genome editing. Le modifiche al DNA umano, nel numero scorso – e ancor di più quando i soggetti coinvolti hanno uno status particolare, come nel caso del personale militare.

   Dopo la seconda guerra mondiale circa 60.000 soldati statunitensi sono stati sperimentalmente esposti a gas mortali co-me l’iprite (il tioetere del cloroetano, chiamato anche gas mostarda a causa del suo odore, che ha causato quasi 400.000 vittime durante la Grande Guerra)[xviii], e (ufficialmente)  fino al 1975 gli scienziati militari hanno continuato a sviluppare e testare su membri dell’esercito (sebbene su scala minore) presso l’Edgewood Arsenal, il principale centro militare di ricerca per la guerra chimica situato ad Aberdeen, nel Maryland, più di 250 composti chimici: da insetticidi come l’organofosforo ad agenti nervini, antidoti di agenti nervini, agenti inabilitanti come i gas lacrimogeni, e perfino agenti psicoattivi come i cannabinoidi o LSD[xix].

   Molti esperimenti erano destinati al miglioramento delle capacità protettive di indumenti e maschere antigas; altri hanno misurato l’impatto (per esempio la velocità d’azione o l’efficacia) degli agenti tossici per valutarne l’uso in casi specifici, per esempio a fini antisommossa. Altri test si sono concentrati sull’azione di composti utili per stordire il nemico o per essere utilizzati per il cosiddetto ‘lavaggio del cervello’ (brainwashing).

   Tuttavia, dopo la notizia di esperimenti scientifici decisamente criminali sugli esseri condotti negli Stati Uniti e all’estero, e in particolare dopo lo scandalo dello studio sulla sifilide di Tuskegee[xx], il 18 aprile 1979 lo United States Department of Health and Human Services pubblicò il Rapporto Belmont, intitolato Ethical Principles and Guidelines for the Protection of Human Subjects of Research (Principi etici e linee guida per la protezione dei soggetti umani coinvolti nella ricerca), che costituisce uno dei più importanti documenti storici nel campo dell’etica medica, e stabilisce i tre fondamentali principi che consentono la partecipazione di cavie umane agli esperimenti scientifici[xxi].

   Questi capisaldi sono il principio di autonomia (respect for persons), che comporta la protezione di tutte le persone (specialmente quelle che, per qualunque ragione, soffrono di capacità ridotte), un trattamento rispettoso e la necessità del consenso informato; il principio del beneficio (beneficience), ossia la filosofia del “non arrecare danno”, che comporta la massimizzazione dei benefici per il progetto di ricerca e la contestuale minimizzazione dei rischi per i soggetti; e il principio di giustizia (justice), che assicura una gestione equa delle procedure di ricerca in un’ottica di non sfruttamento dei soggetti testati.

   Nel 1981, sulla base del Rapporto Belmont, l’HHS (il Departement of Health and Human Services) e la FDA (Food and Drug Administration) hanno rivisto e reso il più possibile compatibili, secondo i rispettivi statuti, i regolamenti esistenti in materia di esperimenti che coinvolgono soggetti umani. Da questa revisione comune è nata la Federal Policy for the Protection of Human Subjects, meglio nota co-me Common Rule, che è stata pubblicata nel 1991 ed è adottata da venti fra dipartimenti e agenzie, incluso il DoD[xxii]. Il DoD ha poi sviluppato regolamenti propri che riguardano l’implementazione della Common Rule e le considerazioni relative alle protezioni speciali per i membri delle forze armate, e ha convenuto di conformarsi alle normative della Food and Drug Administration relative allo sviluppo e all’utilizzo di nuovi farmaci, compreso l’obbligo di ottenere il consenso informato da parte dei membri dei servizi militari che partecipano a sperimentazioni biologiche. In particolare, il paragrafo 980 del codice 10 USC[xxiii] stabilisce che tutti coloro che partecipano come soggetti sperimentali a ricerche finanziate dal DoD debbano essere in grado di dare il proprio consenso preventivo, a meno che il partecipante non sia un diretto beneficiario del progetto, nel qual caso il consenso può essere ottenuto da un suo rappresentante legale.

   Tuttavia, già prima della firma della Common Ru le erano stati previsti con una disposizione di legge i casi in cui il Dipartimento della “Difesa” era sollevato dall’onere di ottenere il consenso dai membri dell’esercito, e cioè in caso di emergenza militare e per la protezione da agenti biologici o chimici. Questa eccezione alla Common Rule, nota come Interim Rule, è stata autorizzata dalla FDA nel 1990, durante la prima Guerra del Golfo (1991). La regola, che doveva essere provvisoria, ha sollevato diverse questioni etiche[xxiv], per cui nel 1999 il Congresso ha stabilito che il DoD potesse fare a meno del consenso informato del personale militare solo con un ordine esecutivo del Presidente degli Stati Uniti emanato sulla base di una minaccia alla sicurezza nazionale[xxv]. Nel novembre del 2017, infine, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato la Additional Emergency Uses for Medical Products to Reduce Deaths and Severity of Injuries Caused by Agents of War, una legislazione che permette al DoD, in caso di emergenza, di accelerare lo sviluppo e fare uso di farmaci con un potenziale significativo per la sicurezza nazionale per contrastare gli agenti bellici nemici[xxvi].

   Con l’emergere della tecnologia CRISPR e la possibilità per i membri delle forze armate di accedere a miglioramenti genetici permanenti, il dibattito su dove ci si dovrebbe fermare quando si tratta di ottimizzare le prestazioni del personale militare richiede ulteriori considerazioni. In genere, quando si parla di editing genetico si accettano come etiche le modifiche al DNA effettuate in un contesto terapeutico (gene therapy), che si propongono di trovare una cura efficace a una determinata patologia; e si considera moralmente inammissibile l’editing genetico effettuato a fi-ni eugenetici o di potenziamento. Tuttavia, attualmente non esiste negli USA un regolamento specifico che impedisca il potenziamento genetico dei membri dei servizi militari, sebbene l’attuale enfasi del Dipartimento sull’ottimizzazione delle performance e sulla reversibilità degli interventi suggerisca in generale un distacco dalle pratiche di editing con effetti permanenti (la modifica del DNA tout court). Ma, con il perfezionarsi della tecnologia, è “concepibile che in futuro ta-li sviluppi possano diventare pienamente conformi alle politiche del Dipartimento[xxvii]. Quindi, partendo dal presupposto che possa essere ammesso utilizzare il CRISPR per il potenziamento militare, le questioni più delicate dal punto di vista etico evidenziate in letteratura sono quelle che riguardano il consenso informato, il rapporto rischi/benefici e la parità di accesso.

   Per quanto riguarda il consenso informato, uno dei fattori specifici che complicano la questione è la struttura di comando: per un membro dell’esercito disobbedire all’ordine di un superiore è un crimine, e come tale viene sanzionato dal codice militare. Per proteggere i soldati da indebite pressioni da parte degli ufficiali superiori, la responsabilità di ottenere il consenso dovrebbe spettare a un organismo esterno alla catena di comando (per esempio il gruppo di ricerca). Un altro fattore specifico che potrebbe interferire con la volontà del singolo soldato di partecipare a un esperimento è il fatto che i membri dell’esercito sono addestrati ad agire come un unico organismo: può essere particolarmente difficile per un individuo non comportarsi come gli altri membri del proprio gruppo, specialmente se la maggioranza dell’unità ha deciso di partecipare. Una complicazione ulteriore, trattandosi di tecnologie sofisticate, è che alcuni soggetti potrebbero avere difficoltà a comprendere i concetti di base di genetica e di terapia genica, oppure potrebbero sentirsi costretti a partecipare a un esperimento convinti che questa procedura possa offrire loro un

   Gli scienziati non hanno dubbi che le biotecnologie in campo militare si o-rientreranno verso il potenziamento del genoma (qualunque cosa questa espressione voglia dire): “Accadrà sicuramente”, dice Derya Unutmaz, capo ricercatore del Jackson Laboratory for genomic medicine[xxviii] intervistato dal South China Morning Post: “A livello militare non si può non desiderare di creare dei super-soldati, in grado di resistere a tutti i tipi di malattie e a tutte le condizioni climatiche […] Finora erano fantascienza, ma ora abbiamo gli strumenti per renderli reali”.

ANCHE I CINESI VOGLIONO CREARE I SUPERSOLDATI

   Anche la Cina starebbe conducendo esperimenti su esseri umani, nello specifico membri dell’Esercito Popolare di Liberazione, onde sviluppare soldati che possano vantare capacità biologiche che superino anche quelle del più addestrato soldato, qualcosa che, in fin dei conti, abbiamo visto solo in qualche film di fantascienza o di supereroi.


   E, proprio per ottenere questo scopo, ossia quello di creare dei supersoldati, i cinesi sarebbero utilizzando anche loro la tecnologia CRISPR, una delle tecnologie di manipolazione genetica tra le più avanzate ma anche tra le più discusse. Lo rileva il Wall Street Journal che riporta un articolo di John Ratcliffe, direttore della National Intelligence statunitense, dunque non un fanatico o un complottista dell’ultima ora.

   In Cina l’utilizzo di tecnologie per modificare il genoma umano, viene promosso e incentivato. [xxix]


[i] O. Raineesh, Il libro dei segreti, Bompiani, Milano 1994.

[ii] P. Watson, War on the Mind, Hutchinson, London 1978.

[iii] E. Carretto, I maghi della CIA meglio di 007, Corriere della Sera, 30 novembre 1995.

[iv] Nova (giornale telematico de Sole 24ORE) del 28 febbraio 2008.

[v] Il doping genetico è l’utilizzo da parte di atleti di terapie genetiche durante eventi sportivi che proibiscono questo tipo di tecnologia, non per scopi terapeutici ma per migliorare la loro performance atletiche. https://it.wikipedia.org/wiki/Doping_genetico

[vi] L’Editing genomico è un tipo di ingegneria genetica in cui il DNA è inserito, cancellato, modificato, o rimpiazzato dal genoma dell’organismo vivente. A differenza delle prime tecniche di ingegneria genetica che casualmente inserivano materiale genetico in un genoma ospite, l’editing genomico agisce in siti specifici. https://it.wikipedia.org/wiki/Editing_genomico

[vii] Gaffney, G. R., Parisotto, R. 2007. Gene Doping: A Review of Performance Enhancing Genetics. Pediatric Clinics of North America, 54, 807-822.

[viii] Giovanna Baer, Genome editing. Le modifiche al DNA umano, Paginauno n. 66/2020.

[ix]  https://smallwarsjournal.com/jrnl/art/the-real-captain-america-bioengineering-the-super-soldiers-of-tomorrow

[x]  Valdes, J.J., et al. 2010. Bio-Inspired Innovation and National Security. National Defense University Press. 219-225

[xi]  https://www.washingtonexaminer.com/policy/defense-national-security/military-wants-to-use-gene-editing-to-protect-troops-against-chemical-and-biological-weapons

[xii]                                     c. s.

[xiii] https://www.darpa.mil/staff/dr-renee-wegrzyn

[xiv] https://www.darpa.mil/program/living-foundries

[xv] https://www.darpa.mil/program/safe-genes

[xvi] https://www.darpa.mil/program/detect-it-with-gene-editing-technologies

[xvii]  https://www.darpa.mil/program/preemptive-expression-of-protective-alleles-and-response-elements

[xviii] https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_chimica

https://www.agi.it/estero/usa_gas_testati_su_soldati_neri_durante_ii_guerra_mondiale-273924/news/2015-06-23/

[xix] Military Chemical Warfare Agent Human Subjects Testing: Part 1 — History of Six-Decades of Military Experiments With Chemical Warfare Agents, Mark Brown, PhD, Military Medicine, Volume 174, Issue 10, October 2009, Pages 1041–1048, https://academic.oup.com/milmed/article/174/10/1041/4339311

[xx] Lo studio sulla sifilide di Tuskegee fu un esperimento clinico attuato e seguito dallo United States Public Health Service nella città di Tuskegee, in Alabama, negli USA, fra il 1932 e il 1972: vennero reclutati 399 inconsapevoli mezzadri afroamericani malati di sifilide e 201 sani (come gruppo di controllo), i quali furono seguiti dalle autorità coinvolte per capire l’evoluzione della malattia e i suoi reali effetti. Tuttavia, sebbene già nel 1940 fosse stata provata l’efficacia della penicillina come cura della malattia, i medici proseguirono nel programma, seppur consapevoli che avrebbe portato a un disastro sia sul piano sanitario che su quello sociale. Nel 1972 la ricerca cadde sotto i riflettori dell’opinione pubblica, prendendo la prima pagina di tutte le testate nazionali, e si concluse nel giro di un giorno. A causa dell’esperimento, i soggetti malati a cui erano state negate le cure morirono, dopo aver trasmesso la sifilide alle loro donne che, rimaste incinte, trasmisero una sifilide congenita ai loro nascituri.

[xxi] https://www.hhs.gov/ohrp/regulations-and-policy/belmont-report/index.html

[xxii]  https://www.hhs.gov/ohrp/regulations-and-policy/regulations/common-rule/index.html

[xxiii] Limitation on use of humans as experimental subjects, https://uscode.house.gov/view.xhtml?req=granuleid:USC-prelim-title10-section980&num=0&edition=prelim

[xxiv] https://www.rand.org/pubs/monograph_reports/MR1018z9/MR1018.9.chap4.html

[xxv] Executive Order 13139, dal titolo Improving Health Protection of Military Personnel Participating in Particular Military Operationshttps://www.govinfo.gov/content/pkg/FR-1999-10-05/pdf/99-26078.pdf

[xxvi] Public law n. 115-92, https://www.congress.gov/115/plaws/publ92/PLAW-115publ92.pdf

[xxvii] Ethical Issues of Using CRISPR Technologies for Research on Military Enhancement, Marsha Greene e Zubin Master, Journal of Bioethical Inquiry volume 15, pages327–335(2018https://link.springer.com/article/10.1007/s11673-018-9865-6

[xxviii]  Bryan Galvan, CRISPR ‘super-soldiers? ’ Why we need international gene-editing rules, South China Morning Post, 8 gennaio 2019, https://geneticliteracyproject.org/2019/01/08/crispr-super-soldiers-why-we-need-international-gene-editing-rules/

[xxix] https://notiziescientifiche.it/cinesi-usano-crispr-per-creare-supersoldati-biologicamente-avanzati-lallarme-usa/#:~:text=E%2C%20proprio%20per%20ottenere%20questo,anche%20tra%20le%20pi%C3%B9%20discusse.

LA NATURA DEL BIOCAPITALISMO

•aprile 1, 2022 • Lascia un commento

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      Il capitalismo ha attraversato nella sua lunga storia diverse fasi, ma ha seguito un unico percorso evolutivo, caratterizzato dal processo di una progressiva diffusione del capitale nella realtà sociale. Il capitale infatti, in virtù della sua natura quantitativa e impersonale, ha la capacità di assumere qualsiasi forma e di propagarsi nel mondo qualitativo del valore d’uso e dei bisogni umani.  In altre parole, ha la capacità di smaterializzarsi e di penetrare in profondità nella cultura individuale e sociale, facendo assumere a quest’ultima un carattere astratto.

   Innanzitutto, il processo di astrazione riguarda il capitale stesso. La ricchezza economica, in cui da sempre esso si concretizza, è infatti cambiata: un tempo legata alla concretezza della terra e ad altri beni immobili, ora si è fatta più mobile e leggera, assumendo ad esempio le forme del credito e della finanza. Ne è testimonianza la smaterializzazione progressiva del denaro, avvenuta, a partire dalla Grecia antica, attraverso tre fasi successive: il denaro che incorpora direttamente il suo valore (d’oro, d’argento), il denaro di carta e l’assegno (che svolgono una funzione simbolica in quanto sono realizzati con un materiale privo di valore, sebbene abbiano ancora un’esistenza concreta) e la moneta elettronica, cioè il denaro virtuale circolante nelle reti telematiche. Come ha messo in luce già alla fine dell’Ottocento Georg SImmel[1], che il denaro ha perso il suo valore materiale e specifico per trasformarsi in valore astratto e indistinto. Ciò gli ha consentito però di funzionare sempre meglio come unità di misura di tutte le cose, come “equamente generale” che livella le differenze qualitative e quantifica tutto per poterlo rendere scambiabile. 

   Marx affermava che nel capitalismo il processo di astrazione riguarda principalmente il lavoro ed è evidente nella particolare capacità della forza lavoro di trasformare il suo valore d’uso in valore economico, dunque di farsi astratta. La qualità della forza lavoro diventa cioè quantità nel momento in cui il lavoro viene venduto sul mercato al capitalista come un qualsiasi merce. Con lo sviluppo dei mercati e del capitalismo, il lavoro ha trasformato progressivamente la propria natura, da concreta in astratta. Perciò, anche il lavoro come il denaro, è stato smaterializzato dal processo di diffusione sociale del capitale.

   Una tappa fondamentale nel processo di astrazione del lavoro si è avuta a metà del Novecento, quando nei paesi capitalisti più avanzati i cosiddetti “colletti bianchi”, cioè i lavoratori che occupano posizioni direttive, tecniche e impiegatizie hanno cominciato a pesare quantitativamente nelle aziende. Per questo motivo molti sociologi borghesi cominciavano a parlare, erroneamente di “società postindustriale”.

   Approdiamo un attimo questa problematica inerente i “ceti medi”. Nel Manifesto dei Comunisti Marx ed Engels volevano mettere in evidenza la scissione sempre più netta, sotto il profilo politico, della società capitalista in due “grandi campi” fra loro antagonisti, campi che hanno la loro forza egemone nella classe borghese e nella classe proletaria. Nel 18 brumaio, e nelle Lotte di classe in Francia, in Rivoluzione e controrivoluzione in Germania e in altre opere storico-politiche di Marx e di Engels troviamo la piena conferma di questa loro concezione (che sarà poi ripresa e sviluppata da Lenin). Ed è innegabile che tutto lo sviluppo della società capitalista fino ad oggi sia andata in questa direzione.

   Sotto il profilo economico, la questione della riduzione marxiana del sistema capitalista a due soli classi è stata, in generale, fraintesa, confondendo il problema della produzione del valore e del plusvalore, con quello della sua realizzazione. Per quanto riguarda l’origine del plusvalore, è del tutto irrilevante sapere se, e come, esso poi sarà ripartito fra diverse classi che abbiano titolo a percepirne una determinata quota; interessa sapere chi lo estrae a chi, e questo rapporto si instaura fra due sole classi. Per quanto riguarda, invece, la realizzazione del plusvalore, l’esistenza di altre classi (oltre alle due fondamentali degli operai salariati e dei capitalisti) non solo non è negata da Marx, ma è da lui ritenuta necessaria per il funzionamento del sistema capitalistico.

   Nel Capitale, Volume III, egli afferma esplicitamente che “allo stato attuale delle cose, la ricostituzione dei capitali impiegati nella produzione dipende soprattutto dalla capacità di consumo delle classi improduttive”. E nelle Teorie sul plusvalore, Volume II, mette in rilievo mette il “costante accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo, fra gli operai da una parte e i capitalisti e i proprietari fondiari dall’altra, in gran parte mantenute direttamente dal reddito, e che gravano come un peso sulla sottostante base lavoratrice e accrescono la sicurezza e la sociale dei diecimila soprastanti”.

   Nel III volume delle Teorie del plusvalore vi è poi un brano ancora più eloquente. Marx spiega come siano i consumatori improduttivi a salvare (almeno in parte) i capitalisti dalle crisi di sovrapproduzione, “poiché i consumatori improduttivi non solo costituiscono un enorme canale di scarico per i prodotti gettati sul mercato, ma da parte loro non gettano alcun prodotto sul mercato; quindi, per quanto numerosi siano, non fanno concorrenza ai capitalisti, ma rappresentano tutta la domanda senza offerta”. Chi sono questi consumatori improduttivi? Sono in primo luogo i proprietari fondiari; ma continua Marx “questi rentiers fondiari non bastano a creare una domanda sufficiente”. Bisogna ricorrere a mezzi artificiali. “Questi consistono in forti imposte, in una massa di sinecuristi[2] statali ed ecclesiastici, in grandi eserciti, pensionati, decime per i preti, in un considerevole debito pubblico e, di tanto in tanto, in guerre dispendiose”.

   Questa descrizione che fa Marx, sembra una descrizione del giorno d’oggi; dall’enorme apparato burocratico dello Stato borghese alle spese militari, dai gravai fiscali per i lavoratori alla voragine del debito pubblico, fino all’otto per mille a favore della Chiesa Cattolica.

   Per quanto concerne la natura e la composizione delle “classi medie”, gli ideologi borghesi hanno interesse, da un lato, a gonfiarne la consistenza quantitativa, dall’altro a ricomprendere sotto la generica etichetta “ceto medio” un conglomerato eterogeneo di classi e ceti diversi (dal punto di vista terminologico, anche Marx ed Engels usano spesso il termine Mittelstande = ceti medi,[3] la questione, tuttavia, non è di parole, ma di sostanza).

   Ci può aiutare ad affrontare questo lavoro sulla definizione di “ceti medi” l’affrontare il rapporto fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo.

   I testi generali di riferimento sono alcune pagine del Libro I del Capitale, il cosiddetto Capitolo VI inedito del Capitale stesso, nella parte che si intitola appunto Lavoro produttivo e lavoro improduttivo, il vol. I cap. 4° delle Teorie del plusvalore e l’Appendice allo stesso volume.

   Dal punto di vista del processo lavorativo semplice è produttivo ogni lavoro che mette capo a un risultato utile, a un valore d’uso, a un prodotto qualsiasi destinato al consumo. Dal punto di vista della produzione semplice di merci, è produttivo ogni lavoro che si oggettiva in un prodotto il quale assuma la forma merce, quale unità di valore d’uso e valore di scambio. Nel modo di produzione capitalistico, il processo lavorativo è soltanto un mezzo per la valorizzazione del capitale; perciò, dal punto di vista della produzione capitalistica di merci, è produttivo solo quello che si oggettiva, sì in merci, ma oltre a questo valorizza il capitale, aumenta il capitale, produce cioè un plusvalore per il capitale investito in quel ramo della produzione.       

   Scrive Marx nel    Capitolo VI inedito: “Poiché il fine immediato e lo specifico prodotto della produzione capitalistico è il plusvalore, in essa è   produttivo soltanto quel lavoro – e produttivo solo quell’erogatore di forza-lavoro – che produce direttamente plusvalore; quindi soltanto il lavoro consumato direttamente nel processo di produzione per valorizzare il capitale”.

   Sono dunque produttivi (di plusvalore) i lavoratori che scambiano il proprio lavoro vivo con denaro-capitale, sono improduttivi i lavoratori che scambiano il loro lavoro vivo con un reddito (cioè con una qualsiasi somma di denaro che non funge da capitale) e che pertanto non sono sussunti, né formalmente né realmente, nel rapporto di produzione capitalistico.

   La categoria dei lavoratori produttivi non coincide, dunque, con quella, dei lavoratori salariati. Vi sono lavoratori (per esempio, un giardiniere assunto in modo fisso da una persona che ne compensa il lavoro con una retribuzione mensile), i quali scambiano il loro lavoro semplicemente con un reddito. Questa persona può anche essere un capitalista; ma non è in quanto capitalista che essa assume il giardiniere perché tenga in ordine il giardino di casa. Altro esempio, le colf sono retribuite mensilmente o a ore con retribuzione che il loro datore di lavoro detrae dal proprio reddito. Il lavoro della colf non aumenta alcun capitale; al contrario, il salario da essa percepito riduce il valore di volta in volta, il salario da essa percepito riduce di volta in volta il reddito della controparte. La colf è dunque una lavoratrice improduttiva.

   L’analisi di Marx è estremamente preciso in proposito: “Ogni lavoratore produttivo è salariato, ma non per questo ogni salariato è lavoratore produttivo. Se il lavoro è comperato per consumarlo in quanto valore d’uso, in quanto servizio, anziché per sostituirlo come fattore vivente al valore del capitale variabile e incorporarlo al processo di predazione capitalistico, il lavoro non è lavoro produttivo, e il salariato non è lavoratore produttivo. In questo caso, il lavoro è consumato per il suo valore d’uso non in quanto pone lavoro di scambio (…) Come le merci che il capitalista compera per il suo consumo privato non sono consumate produttivamente, non diventano fattori del capitale, così non sono consumati produttivamente i servizi che egli acquista, o volontariamente o per necessità di cose (servizi forniti dallo Stato, ecc.), a causa del loro valore d’uso, per il suo consumo”.

   A proposito dei servizi forniti dallo Stato (esercit0, polizia, magistratura, pubblica amministrazione, ecc.), Marx nei Grundrisse (Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica), Cap. III, distingue ulteriormente il “salario” (Lohn) dal “soldo” (Sold), che fu storicamente la prima forma di retribuzione fissa, percepita dai soldati negli eserciti antichi. Sotto questo aspetto, anche negli Stati moderni i membri delle forze armare, i funzionari, gli impiegati statali ecc. sono degli “assoldati” rispetto ad altre categorie di “salariati”.

   Sotto la generica categoria dei “servizi” la sociologia borghese (e le statistiche borghese) coprono figure sociali ed appartenenze di classe molto diverse, mistificando il tutto fino al ben noto slogan secondo il quale la società in cui viviamo sarebbe diventata la “società dei servizi” (slogan imbecille, che fa il paio con altri, non meno noti ed altrettanto mistificatori, come la “società dello spettacolo”, la “società dell’informazione”, la “società del benessere”, ecc.).

   Ciò che, invece, richiederebbe oggi un’analisi attenta, e sempre più approfondita, è la crescente sussunzione sotto il rapporto di produzione capitalistico di tutta una serie di attività che, in precedenza, erano condotte in modo non capitalistico da lavoratori autonomi (ristorazione, lavanderie, manutenzione e ripartizione, noleggio auto, attività culturali e ricreative, ecc).

   A proposito di certe attività di lavoro che non consistono nella produzione di beni materiali, Marx fa tre esempi che chiariscono molto bene le idee: lo scrittore, la cantante e l’insegnante.

   Lo scrittore:

  1. Può scrivere esclusivamente per il proprio piacere;
  2. Può scrivere libri per venderli, di volta in volta, come merci sul mercato librario: in tal caso, fa di se stesso un “trafficante di merci”;
  3. Scrive libri in modo continuativo su comando di un editore-capitalista che lo assume come suo salariato; valorizza, in tal caso, col suo lavoro il capitale dell’editore, produce per lui un plusvalore (Marx lo definisce esplicitamente, in quest’ultimo caso “letterato-proletario”).

   La cantante:

  1. Può cantare esclusivamente per il proprio piacere.
  2. Canta per un complesso che riceve di volta in volta (vendita di un servizio che assume forma di merce); è “un trafficante di merci”.
  3. È assunta, per cantare, in modo continuativo da un impresario teatrale capitalista che le corrisponde un salario, anch’essa, in quest’ultimo caso, aumenta un capitale; è una “cantante-proletaria”.

   L’insenante:

  1. Dà lezioni private per un compenso che riceve di volta in volta dai suoi allievi (vendita di un servizio che assume forma di merce) è “trafficante di merci”;
  2. Viene assunto come salariato da un istituto di insegnamento privato gestito su base capitalistica: valorizza il capitale del suo imprenditore, produce per lui un plusvalore; “è in insegnante-proletario”.

   Marx aggiungeva, ai tempi suoi, che “la grande maggioranza di questi lavori non è sottomessa (neppure) formalmente al capitale, ma rientra nelle forme di transizione verso il modo di produzione capitalistico”. Questa transizione si sta compiendo in forma sempre più accelerata.

Possiamo dunque concludere che uno stesso lavoro:

  1. Può essere produttivo o improduttivo a seconda che sia eseguito da un capitalista in quanto agente del capitale o per il consumo di consumatore qualsiasi (un artigiano, un operaio, un capitalista, un contadino, ecc.);
  2. Il carattere produttivo o improduttivo del lavoro non dipende dal contenuto materiale del lavoro;

   Inoltre, uno stesso lavoratore può, in certi casi, cumulare nella sua persona entrambe le figure di lavoratore produttivo e di lavoratore improduttivo. Per esempio: il dipendente di una ditta commerciale, quando trasporta le merci all’interno del negozio e le dispone per la vendita, svolge un lavoro direttamente produttivo di pluslavoro (trasporto = prolungamento della produzione nella sfera della circolazione); quando vende le merci al cliente, svolge un lavoro non direttamente produttivo di plusvalore.

   Dunque, nell’odierna società capitalista a proposito del rapporto fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, alcune figure che i sociologi borghesi includono nel “ceto medio” fanno parte integrante del proletariato.

   Altre figure sociali appartengono, invece, alla piccola borghesia urbana, classe intermedia della società (distinta dalle classi fondamentali della società civile stessa): ne fanno parte gli artigiani nella sfera della produzione e i piccoli commercianti in quella della circolazione. Come scrivono lapidariamente Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista, essi spesso “combattono la borghesia”, ma “per salvare dalla rovina l’esistenza loro di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancor più, essi sono reazionari, essi tendono a far girare a far girare all’indietro la ruota della storia. Se sono rivoluzionari, lo sono in vista del loro imminente passaggio al proletariato; cioè non difendono i loro interessi economici presenti, ma i loro interessi futuri”.

   La miglior descrizione di questa classe sociale rimane ancor oggi quella che ne dette Engels in Rivoluzione e controrivoluzione in Germania: “La sua posizione intermedia tra la classe dei capitalisti, commercianti, ed industriali maggiori, tra la borghesia propriamente detta e la classe dei proletari o industriale, determina il suo carattere. Mentre essa aspira alla posizione della prima, il più piccolo rovescio di fortuna precipita i suoi membri nelle file della seconda”. Dal punto di vista politico, è una classe estremamente instabile e vacillante nelle sue opinioni, perché “sballottata esternamente tra la speranza di salire nelle fila della classe più ricca  e la paura di essere ridotta alla condizione di proletari e pesino di poveri, tra la speranza di favorire i propri interessi con la conquista di una partecipazione nella direzione degli affari pubblici e il timore di provocare, con la sua opposizione intempestiva, la collera di un governo da cui dipende la sua stessa esistenza, perché ha il potere togliere i migliori clienti”.Questa descrizione potrebbe benissimo essere associ della sinistra borghese.

   Piccoli commercianti, artigiani, piccoli contadini sono classi di origine precapitalistica che conservano, anche nella fase del capitalismo maturo, la loro essenziale caratteristica di classi transitorie. Ma, accanto a questa piccola borghesia di tipo tradizionale, la dinamica interna del capitalismo nella sua fase caratterizzata dal Capitalismo Monopolistico di Stato genera una piccola borghesia urbana di tipo nuovo (tecnici, pubblicitari, esperti di marketing ecc.) che svolge ruoli particolari sia nella sfera della produzione che in quella della circolazione del capitale.

   Infine l’esigenza di una mediazione statale che regoli in forme più istituzionali le crescenti contraddizioni e i sempre più gravi squilibri del capitalismo nell’epoca imperialista genera uno sviluppo ipertrofico dell’apparato statale e parastatale (pubblico impiego).

   Nelle società di tardo capitalismo, tende a essere assorbita nel “ceto impiegatizio” statale anche una parte notevole di quella che Marx chiamava “ceti ideologici” (insegnanti, scrittori) e di quegli altri “ceti sociali” (avvocati, medici, liberi professionisti ecc.) che, in epoca precapitalistica, svolgevano la loro attività in forma privata.

   Esiste, inoltre, una massa di lavoratori salariati che, nelle città e nelle campagne, vendono la loro forza-lavoro al capitale solo per una parte limitata della loro giornata lavorativa, mentre nell’altra parte della loro giornata svolgono lavori non sussunti sotto il rapporto di produzione capitalistico (lavori di natura autonoma). Questi lavoratori salariati potrebbero essere classificati come semiproletari.

   Con l’arrivo del post fordismo[4] nelle metropoli imperialiste la grande fabbrica è stata via via sembrata e ha assunto la forma i una struttura reticolare dispersa sul territorio e composta da piccole realtà produttive.

  Questo processo nasceva come una risposta alla crisi generale del capitalismo (crisi non solo economica, ma anche politica, culturale e ambientale) cominciata nella metà degli anni Settanta.

   La crisi oltre alla transizione tra fordismo e postfordismo, hai provocato anche la tendenza nell’affermazione di nuove tecnologie come forza trainante dell’espansione economica[5] e la tendenza alla massiccia internazionalizzazione dei flussi finanziari.

   Un altro fattore che ha favorito le ristrutturazioni aziendali oltre all’accentuazione della concorrenza determinata dalla crisi è stata la lotta di classe dove negli anni Settanta nelle metropoli imperialiste ci fu una radicalizzazione delle lotte operaie.

   Non è certamente un caso che negli USA le prime aziende a essere ristrutturate sono quelle più sindacalizzate.

    In effetti, dopo il ciclo di lotte operaie degli anni ‘60/’70, i capitalisti sentivano la necessità di sperimentare nuove strategie produttive che consentissero loro un maggior controllo. Ma era la stessa evoluzione del sistema industriale che spingeva i capitalisti a ricercare una maggiore flessibilità produttiva. Una flessibilità resa possibile anche dalla riduzione del costo dei trasporti e dalla disponibilità di quella particolare struttura a rete che caratterizza il funzionamento delle tecnologie informatiche. A ciò va aggiunta la spinta al cambiamento derivante dalla crisi economica cominciata come si diceva nella metà degli anni Settanta, quando molti mercati dei beni di largo consumo raggiunsero per la prima volta il livello della maturazione e della saturazione.

   Nel corso dei secoli, anche la materia ha vissuto un processo di astrazione in conseguenza dell’analogo processo subito dal capitale. I beni hanno progressivamente ampliato i loro significati, sviluppando le loro componenti comunicative e immateriali a scapito di quelle puramente materiali. A partire dalla fine del Medioevo, prese vita il “mercato dello stile”, che si basava sullo scambio di oggetti preziosi, opere d’arte e persino volumi manoscritti in edizioni di lusso, cioè manufatti unici che richiedevano molti mesi per la loro realizzazione. Si trattava di un mercato riservato agli aristocratici e ai ricchi borghesi, che per diversi secoli è rimasto tale. Con l’arrivo dell’Ottocento però l’industrializzazione ha fatto grandi passi avanti e la riproduzione in serie di oggetti di stile ha dato l’avvio a un mercato di massa per questi articoli, un mercato cioè in cui un maggior numero di persone poteva permettersi di acquistare imitazioni standardizzate di oggetti tipici del mondo aristocratico.

   Nell’Ottocento ha inoltre avuto origine il concetto di design. Esso inizialmente si riferiva all’intero processo di progettazione dei prodotti, ma via via il suo significato è passato a indicare la possibilità di abbellire la superfice esterna degli oggetti. Possibilità realizzabile con decorazioni e forme slegate dalla funzione svolta dall’oggetto. Nel contempo, anche la disponibilità di nuove tecniche di costruzione e di materiali come l’acciaio e le grandi lastre di vetro ha consentito la creazione di uno stile architettonico sempre più astratto, in grado di esprimere una tensione verso l’immaterialità e la trascendenza. Il grattacielo, ardita invenzione statunitense di fine Ottocento, simbolizza meglio di qualunque altra architettura creata dagli esseri umani l’idea di crescita economica, ma anche di spinta verso l’alto e dunque verso l’immaterialità del cielo.

   Nel Novecento, il processo di smaterializzazione è proseguito tanto che fra gli innovatori dell’architettura e del design moderni, dal 1900 in poi, il fascino dell’immateriale diventò lo scopo del loro lavoro. Nei loro progetti e disegni, e spesso nelle loro parole, l’impulso a liberare la forma dalla sostanza rappresentava uno scopo. È il caso di designer Walter Gropius, Marcel Breuer oppure di architetti come Le Corbusier e Frank Lloyd Wright.

   Negli ultimi decenni il processo di smaterializzazione degli oggetti è stato particolarmente evidente grazie ai progressi dell’elettronica. Di dimensioni sempre più ridotte e realizzati con nuovi materiali leggeri, gli oggetti sono diventati protagonisti discreti dello scenario sociale. In essi, infatti, la componente hard si è progressivamente ridotta e alleggerita, mentre quella software si è sviluppata, moltiplicando le funzioni sino a rendere a volta addirittura difficoltose per gli utilizzatori di riconoscimento e impiego.

   Insieme agli oggetti e alle architetture, anche i corpi individuali sono stati interessati da un processo di astrazione. Nel corso del Novecento, ad esempio, gli abiti femminili si sono ridotti e semplificati, producendo una percezione di dinamismo e di spostamento verso l’alto della figura femminile. E se nei primi anni del Novecento le rappresentazioni idealizzate del corpo continuavano a riflettere la predilezione per il tangibile, tipica del valore fondiario, con figure corpulente che rimandavano direttamente alla “pesantezza” della ricchezza terriera, nei decenni successivi il corpo femminile si è fatto più sottile e leggero. Rimedi dimagranti e diete sono diventati così la norma (e non solo per il sesso femminile), mentre la cellulite, codificata la prima volta nel 1924 dal medico Louis Alquier, è sempre più percepita come un vero e proprio nemico da distruggere.

   Appare evidente che nel corso della storia del capitalismo l’intera società ha subito una progressiva astrazione. D’altronde, anche la storia dell’industria culturale è imperniata su una progressiva proliferazione di dispositivi che spingono verso la smaterializzazione del mondo vissuto. Con la diffusione a livello di massa di libri a stampa e dei quotidiani, le persone hanno imparato a separare il produttore della conoscenza dalla conoscenza stessa, che è diventata un soggetto sempre più autonomo della società. A metà dell’Ottocento la nascita della fotografia ha indotto il medico statunitense Oliver Wendell Holmes a pensare che tale mezzo avrebbe potuto modificare la percezione della realtà da parte degli individui, producendo una netta separazione tra la forma espressiva e la materia. In effetti, la fotografia l’immagine autonoma dalla realtà oggettuale che rappresenta, stabile nel tempo e facilmente trasportabile. A ciò si può aggiungere che la fotografia è una riproduzione della realtà più convincente della realtà stessa e ha introdotto un processo di produzione meccanica dell’immagine che ha in parte esautorato l’autore umano. Questi non può più comportarsi infatti cone il pittore tradizionale che tendeva a imporre il suo personale punto di vista cercando di stabilire una distanza tra sé e il mondo.

   In seguito con il cinema e la radio, la riproducibilità tecnica perdeva in concretezza e guadagnava in astrazione. Ciò ha consentito a questi due mezzi di potenziare la loro capacità di coinvolgimento dello spettatore. Il cinema, intensificando la forza comunicativa delle immagini fotografiche, ha attraversato il confine dell’esistenza materiale, evocando un modo spirituale. La radio, introducendo invece un flusso di voci per rappresentare la realtà, ha dimostrato un grande potenza evocativa. Così la strategia di messa a distanza che era stata instaurata dal modello di rappresentazione imposto dalla cultura moderna viene progressivamente sostituita da un processo che tende ad annullare la distanza dell’esistente tra lo spettatore e la realtà.

   Ma è stata la televisione a sostituire definitivamente il punto di vista dell’individuo con quello della telecamera.

   Con il mezzo televisivo infatti a inquadrare la realtà non è più lo sguardo del singolo, ma quello della collettività che usa lo schermo. Tanti sguardi individuali si fondono in un unico sguardo, che coincide appunto con quello della telecamera. E tutto ciò viene ulteriormente intensificato oggi dal computer, che rappresenta la somma di tutti i media precedenti, e che in più è in grado di sfruttare le grandi possibilità comunicative proprie della Rete. Pertanto bisogna essere ciechi per non accorgersi che il computer si sta sposando con la televisione per costituire, all’esterno della psiche organica della persona, una psiche elettronica che propone ormai una paracoscienza collettiva.

DALL’ECONOMIA MATERIALE ALL’ECONOMIA DELLA CONOSCENZA

   Negli ultimi anni, il processo di astrazione della società si è intensificato. Il denaro man mano si sta trasformando in informazione circolante nelle reti informatiche e dunque senza più vincoli di spazio e di tempo. È diventato cioè una componente di un flusso globale dove tutto si mescola incessantemente: forme di pagamento, messaggi pubblicitari, informazioni, spettacoli, merco e consumatori. E la vita sociale è sempre più il risultato della mescolanza tra i luoghi fisici tradizionali e questo flusso globale.

   Nelle metropoli imperialiste il lavoro si sta trasformando nella gestione di un flusso continuo di informazioni.[6]

   Ciò non significa che il lavoro manuale faticoso e alienante della fabbrica sia scomparso. Ma che si sta sviluppando la tendenza che vede che al lavoratore che non possedeva i suoi mezzi di produzione, si sostituisce più frequentemente un lavoratore che è invece proprietario del suo principale strumento di lavoro: la conoscenza.

   La conoscenza è sempre stata un risorsa importante per il funzionamento del sistema economico. Marx aveva intuito questa trasformazione del capitalismo individuando l’importante ruolo produttivo svolto dal general intellect, cioè dal “sapere sociale generale”, inteso come rete di relazioni e conoscenze che si sviluppano all’interno della fabbrica e che vengono impiegate per la produzione attraverso i macchinari. Nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica aveva sostenuto che il sapere astratto, quello scientifico in primo luogo, ma non solo, si avviava a diventare, proprio in virtù della sua autonomia dalla produzione, niente di meno che la principale forza produttiva, relegando il lavoro parcellizzato e ripetitivo in una posizione individuale.

   Ma il processo che si sta sviluppando oggi è ben più ampio di quello previsto da Marx all’interno della concezione del general intellect. Non riguarda cioè soltanto la capacità del sapere sociale di trasformarsi in Capitale fisso, cioè di rendere produttivi i macchinari operanti nelle fabbriche. A diventare sempre più importanti come strumenti di produzione sono le componenti immateriali dell’essere umano, come i processi mentali, le immaginazioni e le visioni del mondo. Vale a dire che la fonte del valore economico è ancora rappresentata dal lavoro svolto dagli individui, ma, grazie alla delocalizzazione produttiva in aree geografiche dove il costo della manodopera è minimo e alla crescente potenza delle tecnologie produttive, il lavoro nell’Occidente imperialista tende a focalizzarsi soprattutto sulle attività di ideazione, progettazione, promozione e commercializzazione dei prodotti. Cioè sulle attività di marketing e comunicazione e sul loro orientamento verso la ricerca di una relazione con i consumatori. Dunque, oggi la fonte del valore economico per molte aziende sta più che dalla produzione nella invenzione di un bene. Lo dimostra il caso esemplare di un’azienda come Google, dove i dipendenti devono per contratto, dedicare almeno il 20 per cento del proprio tempo a farsi venire idee nuove[7]. Ciò comporta che nel lavoro assumano un peso importante le esperienze e le conoscenze maturate dagli individuo al di fuori degli ambienti lavorativi e che le tradizionali frontiere tra lavoro e tempo libero si sgretolino progressivamente. Si può dire, insomma, che la produzione tende a uscire dalla fabbrica ed è la società che nel suo complesso a divenire la vera sorgente del progresso tecnico, mentre i meccanismi capitalistici di produzione del valore si estendono a tutto il tempo e lo spazio sociali.

SMART WORKING

   A proposito della tendenza del superamento della frontiera tra lavoro e tempo libero non si può non parlare dello Smart Working.

    La pandemia di Covid-19 è stata l’occasione che i capitalisti hanno colto per universalizzare un metodo di lavoro che esalta una delle esigenze fondamentali della produzione capitalistica: la flessibilità.

   Le misure di confinamento obbligatorio, l’ordine di restare a casa come prima e indispensabile misura per non infettare o infettarsi, con la conseguente chiusura di moltissime attività lavorative non si sapeva per quanto tempo, calavano sulle masse popolari come un’improvvisa calamità: niente lavoro, niente salario, pericolo di povertà assicurato. Quindi,  al rischio di essersi ammalati di Covid-19 senza accorgersene, al rischio di farsi curare per una malattia sconosciuta con farmaci del tutto inutili se non dannosi, al rischio di finire in ospedale quando i posti letto erano ormai esauriti e la terapia intensiva, o subintensiva, veniva destinata a pazienti selezionati con condizioni ipoteticamente con maggiori probabilità di guarigione, si aggiungeva il rischio di perdere il lavoro, e quindi il salario, e, per i più “fortunati”, di vedersi decurtato sensibilmente il salario con la cassa integrazione.

   Molte aziende, e non solo quelle che rientravano tra le funzioni “essenziali” in tempi di pandemia, hanno continuato per settimane a far lavorare i propri dipendenti per tamponare in qualche modo l’inevitabile perdita di profitto, ma senza attuare la necessaria sanificazione degli ambienti e senza rifornire delle indispensabili protezioni individuali i propri dipendenti (perfino negli ospedali!).

   La tecnologia moderna legata ad internet permette il collegamento a distanza, e non solo fra l’azienda e l’abitazione dei dipendenti, ma fra una parte e l’altra del mondo. Il telelavoro – ormai abitualmente adottato in moltissime operazioni (basti pensare ai call center) – è diventato così il modo di lavorare per una massa sempre più numerosa di lavoratori. Il cosiddetto Smart Working è così diventato una soluzione che risponde magnificamente alla flessibilità di cui hanno bisogno le aziende; può essere temporaneo, parziale, totale, a seconda della situazione in cui l’azienda viene trovarsi. E questa flessibilità aziendale è stata trasformata in “opportunità”, se non in un “favore” che l’azienda offre ai lavoratori – a cominciare dalle lavoratrici – nei casi in cui essi devono occuparsi della gestione domestica dei figli, degli anziani, dei disabili e, naturalmente, della cura della casa. Insomma, lo Smart Working, il lavoro intelligente, agile, rapido che, in realtà, confina in casa i lavoratori e le lavoratrici – come una specie di cottimo 2.0 – separa ogni lavoratore dagli altri, lì isola, li schiaccia nelle faccende domestiche illudendoli di poter “gestire” il proprio tempo di lavoro secondo le proprie esigenze familiari quotidiane.  Invece si tratta, in realtà, di un’ulteriore forma di sfruttamento schiavistico!

   Già nella vita quotidiana imposta dal capitalismo, i proletari sono sempre più costretti a provvedere da sé a tutta una serie di compiti pratici, ben riassunti nella denominazione di lavori domestici. La famiglia, questa forma organizzativa della vita che il capitalismo ha ereditato dalle precedenti società divise in classi, si dimostra sempre più – in particolare per i proletari – una prigione, uno spazio ristretto in cui vivere, un luogo da attrezzare per sopravvivere come se si fosse soli al mondo, un ambito in cui i rapporti tra esseri umani non sono “liberi” di esprimersi a seconda delle predisposizioni e pulsioni individuali di ciascun componente nel pieno rispettò delle predisposizioni e delle pulsioni degli altri componenti il nucleo familiare, ma dipendono dal guadagno privato, dai soldi che uno o più componenti riescono a portare a casa, dalla stabilità di quel guadagno. I soldi decidono tutto, chi ha i soldi, chi porta più soldi a casa acquista più potere all’interno del nucleo familiare, di fatto compra i favori degli altri, il loro affetto o la loro sottomissione, come succede sistematicamente nei confronti dei figli e, in generale, nei confronti delle donne da parte degli uomini. La schiavitù domestica, è ciò che caratterizza la condizione della donna nelle società divise in classi; con il capitalismo e il suo sviluppo, alla schiavitù domestica si è aggiunta la schiavitù salariale. La donna, sotto il capitalismo, soffre di questa doppia schiavitù, e lo Smart Working, riportando le lavoratrici e i lavoratori all’interno delle quattro mura domestiche, li toglie non dalla schiavitù salariale – che permane, in questo caso, sotto forma di auto detenzione – ma dai rapporti diretti con gli altri lavoratori salariati coi quali, proprio in base al lavoro associato che caratterizza l’attività produttiva capitalistica, è possibile confrontarvisi, verificare insieme e negli stessi momenti i comportamenti dei padroni e dei capi, solidarizzare praticamente e sul momento in tutti i casi in cui uno o più lavoratori vengono presi di mira, puniti, emarginati perché si oppongono o si ribellano a condizioni di lavoro insopportabili o rischiose. L’interesse borghese è di dividere, isolare i lavoratori gli uni dagli altri, renderli più deboli, schiacciarli in condizioni lavorative, e salariali, tali da obbligarli ancor più ad accettare “quel che passa in Convento”, ad accettare che le esigenze delle aziende primeggino su qualunque esigenza personale.

   E cosa c’è di meglio che confinare i lavoratori fra le quattro mura di casa dove li si illude di poter lavorare con meno stress, ma nei confronti dei quali non si attenua affatto, anzi, per un certo verso, si rafforza, il controllo sul loro lavoro, sulla quantità e qualità di tale lavoro.

   Lo Smart Working è utile soprattutto alle aziende: risparmiano sui costi fissi(locali in cui far lavorare più persone, postazioni attrezzate con scrivanie, telefoni, energia elettrica, riscaldamento, bagni, mensa o ticket pasti ecc.) e sui costi variabili (cancelleria, carta, ricariche varie ecc.), mentre scaricano una buona parte di quei costi sui lavoratori che si devono attrezzare in casa per collegarsi stabilmente via internet con l’azienda, pagando le bollette per l’elettricità e il gas aumentate per il loro maggior consumo, aumentando i costi dei pasti ecc., senza contare il fatto che non c’è più separazione tra il tempo di lavoro per l’azienda e il tempo a disposizione per se stessi.  L’azienda è entrata in casa, 24 ore su 24!


[1] Georg Simmel (1856-1918) è stato un sociologo e filosofo tedesco. Ad oggi è considerato uno dei padri fondatori della sociologia, insieme ad Émile Durkheim e Max Weber. Il suo pensiero ha ispirato molti e in modi diversi, anche per la vastità della sua opera. https://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Simmel

[2] Sinecura s. f. [dalla locuz. lat. eccles. sine cura «senza cura (di anime)»]. – 1. . Beneficio ecclesiastico senza obbligo di uffizî e di cura spirituale di fedeli. 2.. Ufficio, occupazione di scarso impegno e di poca fatica e responsabilità. https://www.treccani.it/vocabolario/sinecura/

[3] https://www.google.it/search?q=mittelstand+traduzione&source=hp&ei=2-ApYqSGMYPYaKifuvAD&iflsig=AHkkrS4AAAAAYinu60ShPxKjfRgegtjekve1eJ4iZn6T&oq=Mittelstande+&gs_lcp=Cgdnd3Mtd2l6EAEYADIECAAQDTIGCAAQDRAeMgYIABANEB4yCAgAEA0QChAeMgYIABANEB4yBggAEA0QHjIGCAAQDRAeMgYIABANEB4yCAgAEA0QChAeMgYIABANEB5KBQhAEgExUABYAGDyHGgAcAB4AIABjQeIAY0HkgEDNi0xmAEAoAECoAEB&sclient=gws-wiz

[4] Postfordismo In economia, la fase di sviluppo industriale che caratterizza gran parte delle economie capitaliste più avanzate a partire dagli ultimi decenni del 20° secolo. Contrariamente alla fase del fordismo, la cui caratteristica precipua era la produzione industriale di massa basata sull’impiego di lavoro ripetitivo che aveva progressivamente perso qualifiche e specializzazioni, il postfordismo si caratterizza per l’adozione di tecnologie e criteri organizzativi che pongono nuova enfasi sulla specializzazione, qualificazione e flessibilità dei lavoratori. L’industria, abbandonata la tradizionale produzione di massa, acquista maggiore flessibilità produttiva e organizzativa, adeguando la propria offerta a una domanda, in particolare di beni di consumo, sempre più diversificata e soggetta a cambiamenti anche molto repentini. Metodo di produzione emblematico del p. è il sistema di gestione delle scorte chiamato just in time

https://www.treccani.it/enciclopedia/postfordismo/

[5] Microelettronica, telecomunicazioni, elaborazioni dati, tecnologie ottiche, robotica ecc.

[6] Tutto questo però non ha niente a che fare con le teorie della scomparsa della classe operaia e con le tesi della società “postindustriale”.

[7] https://www.giovannilucarelli.it/2014/05/principi-innovazione-google-2/

https://www.feltrinellieditore.it/news/2007/09/17/vittorio-zucconi-google–i-dieci-anni-che-sconvolsero-il-web-8986/

https://formiche.net/2013/09/google-lavoro-tempo-libero-convivono-azienda-i-dipendenti-hanno-diritto-al-20-liberta-creativa-fino-quando/ ci