LA DISTRUZIONE DEL DIRITTO DEL LAVORO IN ITALIA

•ottobre 26, 2020 • Lascia un commento

  L’origine dell’attacco alle condizioni materiali di esistenza delle masse popolari da parte della Borghesia Imperialista che ha portato nel nostro paese la distruzione del diritto del lavoro è la crisi del sistema capitalista iniziata all’incirca alla metà degli anni Settanta. La caratteristica di questa crisi si possono riassumere nel fatto che la crisi è generale (cioè nasce come crisi economica e poi si trasforma in crisi politica e culturale), di lunga durata e coinvolge tutto il mondo, cioè riguarda, sia pure con tempi e intensità diversa, tutti i paesi del mondo.

   È di dominio pubblico che i paesi semicoloniali e dipendenti vengono ricolonizzati, che i governi raddoppiano e triplicano i prezzi dei beni essenziali,  che milioni di persone sono cacciate dai loro paesi e costrette all’emigrazione.

   In Italia nel periodo che va dall’inizio degli anni Novanta (dove – non certamente a caso – ha operato in funzione di guerra ortodossa la Falange Armata) fino ad oggi, è stato anche (e non sarà certo un caso) quello della demolizione del diritto del lavoro e delle conquiste che i lavoratori italiani le avevano ottenute dal secondo dopoguerra dopo dure lotte.

   C’è stato anche il cambiamento del significato delle parole in uso. Fino all’altro ieri per riforme s’intendeva miglioramento (certamente graduale) delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, da un certo periodo in poi ha solamente significato un continuo e costante peggioramento. Se poi ci si opponeva a tali “riforme” ci si tirava dietro l’accusa di essere “conservatori” che si oppongono al “progresso”.

   Quest’attività di “riforma” e di abolizione del diritto del lavoro è stata portata avanti con l’apporto dei partiti di sinistra (compresi quelle definiti “radicali” come Rifondazione) e dai sindacati confederali.

   Ci sono state due modalità diverse per portare avanti questo tipo di attacco ai diritti dei lavoratori:

  • Da parte dei governi di Centro-Sinistra la “riforma” del diritto del lavoro deve avvenire di concerto con i sindacati confederali in modo da farla accettare ai lavoratori senza alcuna protesta.
  • L’orientamento dei governi di Centro-Destra, invece, prevedeva più l’immediato e diretto intervento del potere legislativo.

   In effetti, queste cosiddette “riforme” sono avvenute in prevalenza mediante accordi sindacali che, una volta consolidati ed evitato la protesta dei lavoratori, alla fine sono state consolidate.

   Agli accordi sindacali, è stato attribuito un vero e attribuito un vero e proprio ruolo normativo.

   Un esempio. In maniera di contratti a termine, la legge n. 56 del 1987 riconosceva ai sindacati la possibilità di derogare in peggio il divieto di apposizione del termine. Con tali accordi, il termine si poteva apporre liberamente ed anche all’attività ordinaria. In pratica, con gli accordi sindacali si legalizzava la violazione della legge. Una volta consolidatigli accordi ed evitato la protesta dei lavoratori, nel 2001 è stata emanata la nuova normativa sulla liberalizzazione del contratto a termine.

   Per il resto, basta confrontare la successione dei contratti collettivi per comprendere facilmente come i sindacati sottoscrittori hanno gradualmente introdotto la flessibilità e compresso, se non abolito, i diritti dei lavoratori.

   Il ruolo di CGIL-CISL-UIL è stato quello di far passare la “riforma” in peggio dei diritti dei lavoratori in silenzio e senza sorprese.

   A garanzia di tale ruolo, l’ordinamento e la giurisprudenza hanno riconosciuto a tali sindacati l’esclusivo riconoscimento di rappresentatività per legalizzare la loro preminenza rispetto a sindacati molto più conflittuali di loro.

SULLA FLESSIBILITA’

   La flessibilità la si fa ma non si dice. In 1.127 accordi sindacali sottoscritti tra il 1990 e il 1995 la parola compare solo su 137 documenti mentre esiste nei fatti molto di più di quanto compariva nei testi che venivano poi modificati. Flessibilità soprattutto negli orari. Ciò costituisce una linea guida che poi scatterà anche in tema di salario.

   Gli accordi gradino prevedono salari inferiori ai minimi previsti dai contratti.

   Un accordo gradino è stato stipulato nell’estate del 1996 per i tessili e costituisce una clausola aggiuntiva inserita nel C.C.N.L. del 1995. Con l’affermazione che “Gli accordi gradino salvano posti di lavoro e fanno aumentare al sindacato la presenza nei posti di lavoro” (Antonio Megale della CGIL Tessili). In sostanza sindacati e imprenditori tessili sono concordi nel ritenere che la clausola dei tessili dimostra l’approccio alle deroghe salariali risulti più efficace se affidato alle singole categorie e non imposto con intese centralizzate troppo condizionate da querelle politiche. Quello dei tessili è stato uno dei settori apripista nell’emersione del sommerso: nel 1996 aveva 30.00 addetti; 2.000 aziende; 10.000 addetti già emersi; 70 aziende emerse nel leccese, 20 a Martina Franca.[1]

   Altri accordi “brillanti” sottoscritti nel 1996: la CISL sigla un accordo territoriale a Brindisi in base al quale le nuove aziende possono pagare salari inferiori ai minimi contrattuali. La Barilla sottoscrive delle intese con i sindacati in base alle quali il personale è retribuito con un gradino inferiore a Melfi e Foggia. Il Contratto Collettivo nazionale del Legno prevede per i nuovi assunti stipendi inferiori del 20%. Mentre il Contratto Collettivo nazionale Lapidei e manufatti hanno allungato il periodo di avviamento da due a cinque anni.[2]

I   n base all’art. 36 della Costituzione, ogni lavoratore deve percepire una retribuzione in misura comunque sufficiente per garantire una vita libera e dignitosa per sé e alla sua famiglia. Tale misura è stata individuata nei minimi sindacali stabiliti dalle singole contrattazioni collettive nazionali.

   Il primo intervento per ridurre la retribuzione dei lavoratori è stato quello di non aumentare più i suddetti minimi, ormai fermi da oltre venti anni. Ciò è avvenuto con la complicità dei sindacati confederali e dei governi di Centro-Sinistra (con dentro la sinistra cosiddetta “radicale”).

   Le altre azioni sono state le più svariate.

   Con gli accordi gradino, come si diceva prima, è stato previsto un salario d’ingresso inferiore per i primi anni di lavoro. Questo tipo di azione, essendo anticostituzionale per violazione del diritto di uguaglianza, era prevista solo per qualche anno e in via transitoria invece dura dal 1990 perché è sempre stata prorogata.

   Con la leggi sui Lavoratori Socialmente Utili (LSU) di cui il decreto legislativo 468/98, lo Stato e gli enti pubblici possono assumere personale precario senza tutele e con garanzie ridottissime per la realizzazione di opere o fornitura servizi, con contratti temporanei e a scadenza. L’art. 8 esclude espressamente che tale personale possa essere considerato come lavoratori subordinati.

   Con i Contratti d’Area e i Patti Territoriali si sono introdotte forme di assunzione e retribuzione precaria. Nonostante tali azioni consistano in strumenti di finanziamento statale delle attività produttive, con il beneplacito di CGIL-CISL-UIL sono state introdotte politiche per la riduzione dei salari e per nuove forme di lavoro meno garantito e meno tutelato. I Contratti d’Area sono previsti dall’accordo per il lavoro del 24.09.1996 (Governo Prodi) per le aree industriali in crisi e ad alto tasso di disoccupazione, mentre i Patti Territoriali sono stati introdotti con le leggi nn. 104/95 e 662/96 per tutto il territorio. In realtà questi strumenti che riducono le tutele dei lavoratori sono stati applicati anche in zone non in difficoltà, come Pavia, Trieste, Crema. Un posto di lavoro creato con tali strumenti costa allo Stato 300.000€, quindi per gli imprenditori è quasi a costo zero. Ciò ha prodotto nuova occupazione precaria e con reddito insufficiente ed è stata un’operazione di sostituzione dei lavoratori a costo intero con quelli a costo ridotto.

   Con l’uso indiscriminato dei Contratti di Formazione si è provveduto all’assunzione finanziata di lavoratori per un massimo di due anni con il ricatto per essere confermato il rapporto a tempo indeterminato.

   Ora l’istituto è stato sostituito con le varie forme di apprendistato della durata di quattro anni ed applicabile liberamente anche a lavoratori qualificati (ingegneri, tecnici ecc.). Come apprendisti, i lavoratori svolgono un lavoro qualificato ma sono retribuiti secondo livelli d’inquadramento inferiori.

Per quanto riguarda, la flessibilità occupazionale che abolisce la garanzia di stabilità con il Decreto Legislativo 368/2001 e la Legge 133/2008 è stata introdotta la libertà dei Contratti a termine con i quali si ottiene lo stesso risultato della totale libertà di licenziamento in favore dei padroni: stipulando ripetuti contratti a termine o brevissimo termine mensile o settimanale il lavoratore deve sottostare ai ricatti datoriali, per non ottenere il rinnovo e rimanere disoccupato e senza reddito.

   Con la legge 428/90 è possibile licenziare i lavoratori in caso di cessione di azienda per assumere altri a condizioni più svantaggiose.

   Nei casi in cui non interessa la cessione di azienda, la flessibilità è attuata mediante la pratica dello “svecchiamento” che consiste nel porre in cassa integrazione i lavoratori garantiti per indurli alle dimissioni stante il ridotto ammontare dell’assegno rispetto allo stipendio ed i limiti imposti al cassintegrato. I lavoratori con maggiore anzianità sono posti in mobilità lunga per la pensione anticipata. In entrambi i casi, cassa integrazione e mobilità con prepensionamento, i costi sono a carico dello Stato e il datore si libera di quei lavoratori garantiti per assumere nuovo personale a condizioni peggiori.

   Con l’operazione “svecchiamento” il datore di lavoro ottiene anche un altro obiettivo: liberarsi del personale “anziano” anche se efficiente per assumere personale giovane, “fresco” di studi, proprio come avviene con un computer funzionante ma sostituito con un altro di ultima generazione.

La legge Biagi del 2003 ha introdotto ulteriori forme di flessibilità, tra cui: contratti a progetto, a chiamata, lavoro intermittente, a somministrazione, ripartito, accessorio, il distacco, il trasferimento, appalto di manodopera, cessione di ramo d’azienda.

   Tutte queste tipologie comportano una retribuzione inferiore, un’insicurezza del posto di lavoro, la mancanza di copertura delle ulteriori forme di retribuzione, come quella collaterale e differita (tredicesima, quattordicesima, ferie, TFR), ed assicurativa (malattie, maternità, previdenza, indennità di disoccupazione).

   Fino alla serie di leggi che il Governo Renzi, ha varato che sono raggruppate col nome di Jobs Acts che sono un sistema di ricatto permanente a favore dei padroni e contro i lavoratori e le lavoratrici.

   Infatti, questo ricatto procede su due gambe: quella dei contratti a termine a casuali (per cui il padrone può assumere a termine quando vuole e per il tempo che vuole) e quella dei contratti a tutele crescenti (per cui il padrone può assumerne a tempo indeterminato, ma licenziare quando e come vuole pagando una miseria di indennità)

   Tutti questi interventi sindacali e legislativi hanno avuto come conseguenza che in Italia la forza lavoro è tonalmente svalorizzata. Con il ricatto della disoccupazione di massa e con il lavoro nero (che nella sostanza con questi interventi sopra descritti è stato legalizzato), il padronato ha abbassato anno dopo anno i salari.

   I bassi e bassissimi salari cono la carta che i padroni italiani e i loro governi giocano sul tavolo della competitività contro gli altri capitalisti europei e mondiali.

   Per questo motivo anche in città come Milano c’è gente che lavoro per 3-4-3 euro l’ora!

   Per questo motivo un fronte unitario di lotta e di massa dovrebbe battersi che ci sia una paga oraria che non sia inferiore a 9€ l’ora (niente di estremistico è la media della paga base oraria europea) e un salario minimo garantito per i disoccupati che non sia inferiore almeno a 1.250€ mensili.

   In sostanza bisogna combattere il sottosalario, contro la condizione sempre più schiavistica imposta dal padronato e dalle leggi dello Stato, contro l’attacco alla dignità dei lavoratori e delle lavoratrici.

INCIDENTI E INFORTUNI SUL LAVORO

   Secondo dati ufficiali (molto inferiori alla realtà) i morti ufficiali sul lavoro sarebbero oltre 1.000 all’anno. In questa cifra sono compresi solo i lavoratori che muoiono in seguito ad un incidente violento entro i primi cinque giorni.

   Sono quindi escluse, tutte le morti successive ai cinque giorni e quelle causate da malattie contratte sul lavoro.

   Perciò questo numero aumenterebbe a diverse migliaia di morti all’anno. Una vera propria guerra che la Borghesia sta effettuando contro i proletari.

   Qual è la causa degli incidenti sul lavoro e quali potrebbero essere le soluzioni?   Una delle cause è la mancata predisposizione di mezzi e sistemi infortunistici ritenuti dalle aziende troppo costosi oppure elementi che frenano la produttività. Il motivo fondamentale di quest’atteggiamento delle aziende risiede nella legge economica del sistema capitalistico della competitività: la riduzione dei costi di produzione.

   Non applicare mezzi e sistemi anti infortunistici significa risparmiare soldi, quindi aumentare i profitti.

   Un’altra causa è l’aumento dei ritmi di lavorazione. La produzione aumenta con l’aumento della velocità di lavorazione.

   È un dato economico che un prodotto è tanto più competitivo quanto viene fabbricato nel minor tempo possibile. La velocità della lavorazione, però, non permette di rispettare le regole di sicurezza. Non permette di effettuare un lavoro con attenzione e precisione. Ciò crea motivo di incidenti ed infortuni.

   Un esempio è quanto sì e registrato nei supermercati della grande distribuzione, dove i commessi dovevano correre su pattini a rotelle per rifornire gli scafali.[3]

   Inoltre, aumentare i ritmi di lavoro e ridurre e abolire le pause (si potrebbe definire il “modello Marchionne” fatto di diminuzione pause, cassa integrazione e straordinari)[4] ed i riposi, tutto ciò significa maggiore produzione ma anche maggiore rischio di incidenti per stanchezza e mancanza di lucidità.

   Egli ultimi anni è aumentato anche il numero dei lavoratori minorenni, finanche bambini. In Italia si stima che nel 2013 erano 260.000 i minori sotto i 16 anni coinvolti, più di 1 su 20.[5]

I minorenni sono i più esposti agli incidenti e alla contrazione di malattie professionali vista la loro debole condizione fisica e la mancanza di esperienza e preparazione professionale. E chi fa lavorare i bambini viola, la legge sul diritto del lavoro, figuriamoci quelle sulla sicurezza.

I governi italiani – nel 1997 quello di Centro-Sinistra (appoggiato da un grande “comunista” come Bertinotti) e nel 2003 quello di Centro-Destra hanno abolito il limite dell’orario giornaliero fissato nel 1924 in otto ore. In base alla legge n. 66/03, un lavoratore può essere obbligato anche 16 ore al giorno senza alcun aumento di retribuzione. Quello che non ha fatto il fascismo storico al governo (ma all’epoca c’era un Movimento Comunista Internazionale degno tal nome con dirigenti come Lenin non intellettuali da salotto arrivati ai posti dirigenti grazie ai revisionisti come Ingrao), lo ha fatto il tecno-fascismo attuale con la complicità di tutti i partiti politici di centro, destra e della sinistra borghese (e dei sindacati che praticano la collaborazione di classe).

   Il limite della giornata di 8 ore è stata una grande conquista dei lavoratori sugellata con gli eccidi proletari del 1° maggio.

   La richiesta di limitare la giornata lavorativa al massimo di otto ore era motivata che più ore di lavoro provocavano maggiore stanchezza psico fisica. A causa della stanchezza avvenivano maggiori incidenti.

   La stessa legge n. 66/30 che ha abolito le otto ore, prevede che possono beneficiare di una pausa di 15 minuti per il riposo solo coloro che svolgono un lavoro ripetitivo e solo dopo le prime sei ore di lavoro. Pausa che non costituisce un diritto del lavoratore ma una concessione del datore di lavoro. Se il lavoratore decide di utilizzare la pausa dopo sei ore di lavoro contro la volontà del datore di lavoro, è passibile di sanzione disciplinare per insubordinazione che può essere punita con il licenziamento.

   È chiaro che il lavoratore evita di riposarsi per non perdere il posto di lavoro.

   Ma è anche chiaro che la stanchezza e la perdita di lucidità provocano incidenti la cui colpa viene posta sempre a carico del lavoratore, ritenuto disattento.

   Questi sono gli effetti della legislazione italiana.

   Pertanto, non si può parlare di soluzione della problematica degli infortuni se non si aboliscono queste leggi, se non si abolisce la legge n. 66/03, se non si affronta la questione dei ritmi di lavoro.

   Le imprese, per risparmiare sui costi, non predispongono adeguati mezzi, né attrezzature antiinfortunistiche. Sempre per risparmiare sui costi, gli imprenditori assumono personale non specializzato e senza esperienza in modo da pagarli di meno. La mancanza di conoscenze e d’informazioni è una causa degli incidenti.

   Le imprese che ricorrono maggiormente a questi espedienti sono quelle pressate dal contenimento dei costi rispetto agli introiti stabiliti da un appalto.

   Il prezzo con cui un’impresa concorre per l’aggiudicazione di un appalto è frutto di un calcolo complessivo dei costi di esecuzione. Quanto più riduce i costi, maggiore è la possibilità di aggiudicarsi la gara di appalto.

   I costi che in genere sin riducono sono proprio quelli destinati alla sicurezza poiché ritenuti non produttivi. La conseguenza è l’esposizione agli incidenti.

   Esposizione che aumenta vertiginosamente con i subappalti. In questi casi la riduzione del costo dei costi è ancora maggiore perché il subappaltante ottiene per il medesimo lavoro un prezzo di prezzo di appalto minore. Il subappaltante per ricavare degli introiti deve risparmiare sui lavoratori e sulla loro sicurezza.

   Appare chiaro che un terreno di lotta sta nell’abolire tutte le leggi e le norme che permettono il subappalto e disporne il divieto totale.

   Il subappalto è stato sempre una causa degli incidenti sul lavoro, inoltre, ha fatto riemergere la figura del caporale che era stata vietata dalla Legge 1369/60.

   Ebbene, prima della Legge Treu (approvato da quel grande “rivoluzionario” che era Bertinotti), poi con la Legge Biagi si è abolita la Legge 1369/60 e liberalizzato gli appalti e i subappalti di manodopera e legalizzato in sostanza il caporalato con il lavoro interinale e a somministrazione.

   I lavoratori assunti con contratti flessibili e precari, come il lavoro a termine, part time, a progetto, a chiamata ecc. sono maggiormente esposti agli infortuni. La loro condizione di riscattabilità li obbliga a non protestare e ad accettare lavorazioni pericolose o, comunque faticose, compresi i ritmi elevati e senza sicurezza.

   Pertanto, non è vero che le istituzioni vogliono eliminare le stragi sul lavoro. I partiti e i governi sono stati promotori (o comunque non si sono contrapposti) di leggi che facilitano e aumentano gli incidenti sul lavoro.

   Quindi, finché esisterà questo sistema economico che si basa sullo sfruttamento delle persone, il problema degli infortuni non sarà mai risolto ed i lavoratori saranno destinati a rischiare la vita.

   Ma, intanto è importante ed obbligatorio combattere affinché siano abolite tutte quelle leggi che facilitano gli incidenti e gli infortuni. Quindi occorre immediatamente ottenere l’abolizione della legge n. 666/03 e ristabilire l’orario massimo di lavoro a otto ore per cinque giorni a settimana (e ovviamente se si hanno i rapporti di forza sufficienti lottare per ulteriori riduzioni di orario senza perdita di salario); l’abolizione delle leggi che permettono il subappalto e stabilire il divieto dell’appalto di manodopera e del caporalato; l’abolizione totale della legge Treu e della legge Biagi; l’abolizione della Jobs Act e di ogni forma di precarietà e flessibilità del lavoro.

   Il prezzo che i lavoratori stanno pagando non è solo una retribuzione inferiore o il licenziamento, ma la loro sopravvivenza fisica.

LA DELOCALIZZAZIONE DELLE IMPRESE

   Gli imprenditori italiani hanno deciso di confermare la loro politica aziendale che prevede il licenziamento degli operai, la chiusura delle fabbriche in Italia ed il loro trasferimento nel Tricontinente o nei paesi dell’ex “campo socialista” (pensiamo che al 31 dicembre 2014 risultavano in Romania ben 18.433 imprese italiane).[6]

   Questa politica di licenziamento e trasferimento delle fabbriche è a completamento di quanto gli industriali hanno già fatto negli anni ’90 e che ha comportato il licenziamento di migliaia di lavoratori.

   Tutto questo è avvenuto ed avviene nonostante l’aumento delle commesse e la concessione di enormi benefici e finanziamenti pubblici in favore degli industriali per garantire l’occupazione.

   Le imprese italiane, infatti, hanno beneficiato di enormi aiuti finanziari e agevolazioni per creare e mantenere l’occupazione in Italia. La concessione di finanziamenti, immobili, stabili, infrastrutture, macchinari, sgravi fiscali, è stata la costante di questi aiuti.

   Quasi sempre gli industriali occupavano un numero di dipendenti inferiore a quello per cui beneficiavano degli aiuti.

   Spesso gli industriali, cambiando solo il nome dell’impresa e mantenendo le medesime strutture, macchinari e dipendenti, beneficiavano di ulteriori finanziamenti come se fosse una nuova azienda che dava occupazione.

   In maniera ricorrente, gli industriali assumevano i lavoratori con contratti precari per risparmiare sul costo della manodopera. Molte volte si è scoperto il pagamento con la doppia busta paga: una fittizia secondo i minimi salariali quale documentazione per ottenere i benefici pubblici e un’altra reale, riportante un importo inferiore che era corrisposto al lavoratore.

   A partire dal 1993, gli industriali italiani hanno cominciato a trasferire la produzione all’estero (coincidente l’aperta e dichiarata restaurazione capitalista nei paesi dell’Est), iniziando dall’Albania (storico terreno di caccia dell’imperialismo italiano), grazie ad accordi e concessioni effettuati dal governo italiano.

   In conformità a questi il governo italiano finanziava la chiusura degli stabilimenti in Italia, finanziava l’apertura all’estero. Lo Stato italiano, sempre in conformità a questi accordi, non richiede agli industriali nemmeno le tasse e i dazi di ritorno dei prodotti dall’estero. L’operazione è chiamata TPP (Traffico di perfezionamento Passivo).

   Con successivi accordi governativi, gli industriali hanno aperto stabilimenti, nell’Est Europa, in America Latina, in Africa e in Asia.

   Il principale, se non unico, motivo del trasferimento è costituito dallo scorso costo della manodopera. In Albania un operaio è pagato sulla media tre euro il giorno, mentre in Bulgaria (sempre sulla media) con soli 70 centesimi

   Non c’è mai stata nessuna riduzione delle commesse. La crescita delle imprese e la produzione. È aumentata la percentuale di vendita del prodotto, e i mercati, con relativo aumento di fatturato, di capitale e di profitto (ma di posti di lavoro in Italia).

   Anzi. Le aziende del settore interessato che nel 1990 avevano in tutto 700.000 operai in Italia, fino al 1998 hanno portato all’estero la lavorazione, operando 330.000 licenziamenti.

   Gli industriali non solo non hanno portato il lavoro fuori dall’Italia, ma non hanno fatto rientrare nel paese i profitti ottenuti. Questi profitti prendono la via dei paradisi fiscali, dei fondi pensione, dei fondi di investimento in altri paesi.

   La delocalizzazione ha coinciso largamente con l’esplosione della “fuga dei capitali all’estero”. Dei profitti ottenuti, solo nel 1998 sono stati esportati all’estero 80 mila miliardi di lire, pari a 41 miliardi di euro.

   Nei primi anni della delocalizzazione, gli industriali avevano mantenuto in Italia il 40-50% della produzione solo per limitare il rischio che si poteva determinare dalla realizzazione produttiva in paesi istituzionalmente ed economicamente non ancora sicuri (cosiddetto rischio Paese).

   Tale margine d’insicurezza è stato ridotto e quasi eliminato mediante l’intervento e la presenza militare italiana. Le forze speciali dell’esercito, dietro la scusa delle missioni di pace, garantiscono all’estero gli affari degli industriali italiani. Non è un caso che i militari italiani sono presenti in almeno 36 paesi e si parla addirittura, di sottoporli al comando del Ministero degli Esteri quale strumento di politica di espansione internazionale. La Marina Militare Italiana garantisce la scorta del trasporto merci.[7]

   Ora gli industriali che si apprestano a traferire quasi tutta la produzione lasciando in Italia solo il ciclo a più alto valore aggiunto (design, marketing ecc.).

   Oltre al trasferimento delle produzioni di beni si stanno delocalizzando anche le attività di servizi (per esempio i call center).

   Nonostante ciò, nonostante gli industriali abbiano da anni dichiarato a più riprese che chiuderanno gli stabilimenti, lo Stato continua ad elargire finanziamenti in loro favore anche per ammodernamento e ristrutturazione degli impianti affinché mantengano l’occupazione di operai, che invece, quasi sempre vengono messi in cassa integrazione e in mobilità.

   I finanziamenti sono elargiti anche a quegli industriali che sono stati più volte inquisiti per truffa ai danni dello Stato.

  Gli effetti di questa delocalizzazione, che in alcuni casi è definita “impetuosa”, sono facilmente leggibili. Nel “mitico” Nordest i laboratori contoterzisti che lavorano in subappalto sono stati sostituiti da aziende situate nell’Est Europa. Mentre nel più modesto Sudest, nel Salento in particolare, solo nel comparto calzaturiero si sono registrati dagli anni ’90 si calcola secondo dati prudenti sci siano stati almeno 13.000 licenziamenti.

  La chiusura delle fabbriche in Italia, il licenziamento dei lavoratori e il trasferimento all’estero è avvenuto ed il trasferimento con la complicità dei partiti e dei sindacati che non hanno perso il tempo a firmare accordi per la cassa integrazione e la mobilità.

  I sindacati non solo non hanno accennato ad una minima protesta, mentre venivano portati via i macchinari alla luce del sole, ma hanno fatto di tutto per convincere gli operai a subire le politiche aziendali poiché “esistono le supreme leggi del mercato”.

   Nessuna istituzione ha chiesto agli industriali la restituzione dei finanziamenti ottenuti con la scusa di creare e mantenere occupazione in Italia.

   La delocalizzazione è avvenuta e avviene in base ad accordi ed a norme emanate dallo Stato italiano che permette i licenziamenti in Italia ed invoglia il trasferimento all’estero.

   I padroni rimangono impuniti e continuano a speculare. Per loro la disoccupazione è un affare.

   Il trasferimento all’estero, come si diceva prima, avviene per sfruttare i bassissimi costi della manodopera. È evidente che non si può proporre a nessuno in Italia (almeno fino a oggi) di guadagnare asolo un euro il giorno. Altrettanto è chiaro che (almeno fino ad oggi ed è sempre bene ripeterlo) che un salario del genere difficilmente si può proporre nemmeno in Francia e in Germania. Il trasferimento avviene verso quei paesi ricattati dalla miseria, dalla fame e dalle guerre scatenate degli stessi paesi imperialisti occidentali.

   Pagare un operaio, un euro al giorno significa mantenerlo alla fame, nella disperazione più totale.

   Ecco perché queste popolazioni emigrano nei paesi imperialisti come l’Italia, essi scappano dalla fame generata dagli industriali occidentali (tra i quali molti italiani e padani). Gli stessi che licenziano nei loro paesi di origine (tra i quali l’Italia) creando così disoccupazione e marginalità (la criminalità diffusa è solo un prodotto di questi fenomeni sociali creati dai padroni).

   Gli immigrati sono vittime del medesimo disegno speculativo dei padroni.

  La questione dei licenziamenti e delle delocalizzazioni è collegata, quindi, a quella dell’immigrazione.

   La delocalizzazione, tra l’altro, è utilizzata per scardinare i diritti dei lavoratori.

  In pratica, si “invitano” i lavoratori ad accettare un lavoro flessibile, una drastica riduzione dei loro diritti e garanzie, dietro la minaccia di chiudere l’azienda trasferirla all’estero dove i lavoratori costano meno.

 Il messaggio che gli industriali danno ai lavoratori è chiaro: se accettate condizioni simili a quello che vivono i lavoratori del Tricontinente o quelli dell’Est europeo, la fabbrica non chiude e l’occupazione è salva.

  Partiti e sindacati non contrastano questa politica dando per scontato la “normalità” delle condizioni di lavoro dei lavoratori dei paesi esteri in cui si delocalizza.

   Con la guerra si afferma, demistificando e mentendo, di esportare quello che dicono di essere la “democrazia” (e i regimi che sorgono da queste aggressioni nella realtà sono solo dei satelliti e dei burattini degli imperialisti), con la delocalizzazione si vuole importare l’abolizione dei diritti dei lavoratori, si vuole scatenare la concorrenza e lo scontro tra lavoratori, tra italiani e immigrati.

   Questa tendenza deve essere invertita. Bisogna estendere a tutti i lavoratori, i diritti. L’internazionalismo non è solo un ideale, ma soprattutto una necessità concreta degli operai, il capitale agisce globalmente e globalmente deve agire la classe, un punto di partenza è stabilire dei collegamenti con i lavoratori degli altri paesi dove le aziende italiane sono andate a investire, per aprire lotte comuni dove si devono omologare (non al ribasso ovviamente) sia la parte salariale che quella normativa.

IL DIRITTO DEL LAVORO

   In quasi in tutto il mondo si fa risalire la nascita del diritto al periodo dell’impero romano. Già duemila anni fa, infatti, erano state descritte ed elaborate le varie branche del diritto, per esempio quello del matrimonio, dell’eredità, dei contratti, della proprietà ecc. L’unica branca che nel diritto romano non esisteva era quello del diritto del lavoro. Ai lavoratori non era riconosciuto nessun diritto.

   Il diritto del lavoro nel diritto romano non esisteva se non come proprietà dello schiavo. In sostanza, il lavoratore, era paragonato a un attrezzo, a una macchina di lavoro, che il padrone poteva disporre a suo piacimento. Lo poteva usare, spostare, abbandonare e vendere come voleva.

   Anche dopo l’impero romano, la condizione di schiavitù è continuata senza che ai lavoratori fosse riconosciuto alcun diritto da tutte le legislazioni del mondo.

   Solo nel XVIII secolo si sono si sono registrati i primi sporadici interventi per frenare alcune situazioni schiavistiche, mentre le prime elaborazioni di diritto del lavoro sono nate tra il 1800 e il 1865.

   Tale periodo noto come rivoluzione industriale, vede la borghesia affermarsi definitivamente come classe egemone dal punto di vista politico, subentrando a quella feudale.

   Durante la rivoluzione industriale le condizioni di lavoro degli operai di fabbrica furono molto pesanti, anche l’assoluta mancanza di ogni tutela dei loro diritto e per il divieto imposto dai governi di associarsi per ottenere miglioramenti salariali e normativi.

   La giornata lavorativa era di quattordici ore e spesso fu portata a sedici. La disciplina in fabbrica era ferrea: le macchine dovevano lavorare a un ritmo continuo e veloce e non c’era spazio per riposarsi, né per le pause. Allontanarsi dal proprio posto di lavoro o parlare con un compagno di lavoro venivano considerale mancanze gravi e costavano pesanti sanzioni fino al licenziamento.

   Era l’essere umano a doversi adattare alla macchina e non il contrario. Al lavoratore si chiedeva di svolgere un ruolo meccanico e non attivo o intelligente.

   I salari erano bassissimi perché i disoccupati erano così tanti che un operaio se scontento poteva essere sostituito in qualsiasi momento.

   Particolarmente grave fu la condizione dei bambini e delle donne che, essendo pagati meno, erano utilizzati in gran numero. Costavano meno perché ricevevano un salario più basso e rendevano allo stesso modo. Nelle fabbriche della Scozia nel 1816 su 10.000 operai, 6.850 erano donne e bambini.

In nessun paese esistevano leggi per tutelare i bambini, nemmeno quelli più piccoli.

   Dopo le prime lotte operaie, molte delle quali duramente represse,[8]   lo Stato inglese approvò la prima legge nel 1819 che prevedeva il limite di età di assunzione dei bambini dai dieci anni in poi e il limite dell’orario giornaliero stabilito in dieci ore. Non c’era, però, alcuna autorità che prevedeva il controllo. Quindi la legge minorile non è stata mai applicata.

  Dal 1800 era enormemente aumentata l’esasperazione dei lavoratori causata non solo dallo sfruttamento ma anche dalle ripercussioni lavorative consistenti in moltissime morti sul lavoro (storia vecchia nel capitalismo come si vede), malattie professionali, infortuni, miseria, sopraffazioni sulla persona, insomma, gli operai erano (e lo sono tuttora se non si difendono e mettono in discussione questo Modo di Produzione) carne da macello.

   Tutto questo era la dimostrazione pratica che gli interessi delle due classi, borghese e proletaria sono inconciliabili. La borghesia ritiene che qualunque sia la sorte dell’operaio, non è compito del padrone migliorarla.

   Dalla loro esperienza pratica, gli operai hanno imparato che per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro devono contare essenzialmente sulle loro forze. Impresa difficile perché i padroni hanno dalla loro parte anche i governi i quali rappresentano le classi più elevate che si schierano con i padroni e non con gli operai.

   I governi hanno sempre vietato l’associazione dei lavoratori e impedito le varie forme di lotta, in primis lo sciopero. In Germania, addirittura, nel 1845 ogni interruzione del lavoro era severamente punita anche con la pena di morte.

  La libertà di sciopero e di associazione alla classe operaia non è stata certamente regalata.

   In una società divisa in classi, una classe subalterna, che quindi non detiene il potere, riesce con la lotta a strappare alla classe dominante una concreta libertà, anche se parziale, e sempre in costante pericolo che le sia nuovamente tolta. Questo significa che quando si parla di conquista di concrete libertà in regime borghese, queste non possono che essere libertà che la classe soggetta strappa alla classe dominante, anche se parzialmente e anche se possono essere rimesse in discussione.

   Vediamo alcuni esempi. La libertà di riunione e di associazione fu nel periodo della Rivoluzione Francese e precisamente il 14 giugno 1791 con la legge Le Chapelier, abolita per gli operai, in quanto proibiva a loro il diritto di riunione e di associazione, e comminava ai proletari che non osservavano il divieto multe e perdita a tempo determinato dei diritti civili.

   Ugualmente in Inghilterra, in periodo di affermazione della dittatura della classe borghese a cavallo tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo è un susseguirsi di leggi che vietano ogni diritto di riunione e associazione per ogni tipo di lavoratori. Lo stesso avverrà in Italia e in altri paesi di più tarda industrializzazione a metà del XIX secolo, dove ogni diritto di coalizione e di resistenza operaia sarà proibita.

   Sia in Inghilterra che in Francia e successivamente negli altri paesi, occorreranno decenni di lotte durissime, migliaia e migliaia di morti, centinaia di migliaia di feriti e carcerati, insurrezioni e rivolte, scioperi di milioni di uomini e donne, per strappare ai governi borghesi di questi paesi la libertà di sciopero, di associazione, di coalizione e di resistenza per i lavoratori. In Francia occorreranno le rivoluzioni del 1830 e del 1848 in Inghilterra le lotte del 1825, 1832 e 1859 e la dura cruenta lotta del movimento cartista.

   Un’altra battaglia è stata quella di eleggere o essere eletti dei proletari nel parlamento borghese, la richiesta del suffragio universale (dei maschi adulti) era il primo punto della Carta del 28 febbraio 1837 che segna il momento più alto e di massa del movimento operaio inglese. Gli altri punti erano: parlamenti annuali, voto a scrutinio segreto, stipendio ai membri del parlamento, abolizione dei requisiti di censo per i candidati al parlamento, distretti uguali.

   Si noti che il cartismo, specie in quel periodo non fu emanazione di ceti piccolo-medio borghesi, ma espressione di tutto il mondo proletario mobilitato a livello di massa. Occorreranno cinquant’anni di lotte per ottenere in Inghilterra il suffragio universale, che sarà concesso solo nel 1918. Lo stesso avverrà nei decessi successivi nelle altre nazioni europee dove, il proletariato chiederà il potere per sé non per le altre classi.

   Vediamo ancora la libertà di stampa, in pratica la libertà di scrivere e diffondere le proprie idee.

   Nell’Inghilterra dell’Ottocento dove vigevano grosse tasse di bollo su ogni copia di giornale (quotidiano o settimanale) venduto. Il prezzo di vendita diveniva così altissimo, tanto che per i proletari era concretamente irraggiungibile l’acquisto di un giornale. Occorsero campagne operaie durate decenni e la sfida lanciata da giornali operai, venduti al prezzo di pochi centesimi e illegalmente senza bollo, per far abolire la legge. Il primo a lanciare la campagna fu il The poor man’s guardian che, su iniziativa del suo direttore Cobbet, fu venduto al prezzo di un penny come protesta “contro la tassa sul sapere”. Altri giornali operai seguirono, in una lotta che durò alcuni lustri, per arrivare al 1836 quando la tassa sui giornali fu ridotta, e infine nel 1855 quando fu abolita.

   Il limite di tutte queste libertà che sono state conquistate da parte del proletariato con lotte durissime (durate decenni se non addirittura due secoli) sono avvenute nell’ambito e nel quadro dello Stato borghese, permanendo la dittatura della classe borghese. E quindi in ultima analisi sono state utilizzate dallo Stato borghese per mantenere il proprio dominio. Ciò conferma la correttezza dell’analisi marxista e leninista sullo Stato, secondo cui lo Stato della classe opprime, non può essere utilizzato dalla classe oppressa, ma deve essere demolito dalle fondamenta.

   Poiché questo non è avvenuto negli ultimi due secoli, tutte le conquiste operaie, per quanto ottenute attraverso lotte asprissime e prolungate, sono state utilizzate e fatte proprie dalla classe dominante. Se da una parte la conquista di queste liberà, ha allargato le possibilità del proletariato, ma dall’altro sono state utilizzate e “catturate” dalla borghesia che le ha mistificate come proprie libertà. La libertà operaia di associarsi e di costituire leghe e sindacati sono stati utilizzati dalla borghesia per istituzionalizzare il sindacato come ulteriore struttura di sostegno alla dittatura della classe borghese. La libertà di eleggere e di essere eletti è stata usata dalla borghesia per strappare alla loro classe di provenienza gli eletti operai e farne dei borghesi. La libertà di stampa, per l’enorme differenza economica di chi finanzia i giornali (monopoli) è utilizzata dalla borghesia per creare un’opinione contraria agli interessi proletari, e si può continuare con infiniti esempi.

   Su tutte queste libertà incombe il continuo ricatto da parte della borghesia di essere abolite tutte in una notte (attraverso uno stato fascista per esempio) ove le strutture democratiche-parlamentari non dovessero più essere funzionali per il domino capitalista.

   Tutto questo per dire che il diritto del lavoro non è stato un’elargizione da parte dello Stato borghese, ma è un prodotto delle lotte operaie (soprattutto se sono rivolte al cambiamento radicale del sistema).

   Ecco perché nel linguaggio giuridico il diritto del lavoro è definito come “elemento che resiste e che restringe lo sviluppo economico”.

   Pertanto, il diritto del lavoro non è mai riconosciuto come una delle tante branche giuridiche ma come la forza dei lavoratori di rivendicare la tutela dei loro interessi. È evidente che la sua esistenza dipende dall’espressione di tale forza. Quando i lavoratori smettono di lottare in maniera radicale al di fuori delle compatibilità del sistema, il diritto del lavoro sarà sempre limitato fino ad essere abolito.


[1] Il Sole 24 0re, 28 agosto 1996.

[2] Il Sole 24 0re, 29 agosto 1996, pag. 13.

[3] http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/13/manager_commessi_negozio_muoveranno

[4] http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/21/pause-ridotte-cassa-integrazione-straordinari-pilastri-%E2%80%9Cmodello-pomigliano%E2%80%9D/172169/

[5] http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/All/IT/Tool/Press/Single?id_press=592&year=2013

[6] http://www.icebucarestnews.ro/userfiles/file/LA%20PRESENZA%20ITALIANA%20IN%20ROMANIA%202014.pdf

[7] Ci ricordiamo i due marò questi “eroi” uccisori di pescatori indifesi, dove erano? Su una nave mercantile. E nessuno si è chiesto cosa ci stavano a fare? Se c’è una normativa che li consente? Ebbene sì, in base al DECRETO-LEGGE 12 luglio 2011, n. 107 Proroga (delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l’attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonché degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione). Misure urgenti antipirateria. (11G0148) (GU n.160 del 12-7-201) ha permesso la convenzione tra gli armatori e il Ministero della “Difesa” (ma forse si intende difesa degli armatori e degli industriali in genere).

   Ci si chiederà se è possibile che un corpo di élite della marina non abbia nulla di più importante a cui pensare che fare la guardia giurata dei privati?    Esso è possibile poiché è un nuovo modo per fare cassa, poiché gli armatori sono pagati dal ministero. Dopo dismissioni e svendite del patrimonio, tasse e tagli a spese sociali, istruzione e ricerca, ecco a voi affitto di militari scelti. Un’ulteriore dimostrazione che l’austerità non ha come conseguenza solo il peggioramento delle condizioni sociali ma arricchimento di chi è già ricco.

   Del resto, ci siamo abituati all’impiego dell’esercito per cose che non gli competono istituzionalmente, per spot elettorali, tipo la “sicurezza” o l’emergenza neve; situazioni nate per dare solennità e importanza ad alcuni temi.

[8] L’episodio più grave di repressione si ebbe a St Peter’s Fields, vicino a Manchester, nel 1819, quando fu usata la cavalleria per disperdere un raduno di 50 000 persone che chiedevano una riforma parlamentare, provocando undici morti e 500 feriti. Questa strage fu approvata da tutta la classe politica inglese: e poiché anche il duca di Wellington, il vincitore della battaglia di Waterloo, espresse pubblicamente il suo sostegno nei confronti degli ufficiali che avevano ordinato la carica dei dimostranti, l’episodio venne sarcasticamente ribattezzato massacro di Peterloo.

LA PANDEMIA DEL DEBITO

•ottobre 25, 2020 • Lascia un commento

   In questi mesi la maggior parte della popolazione  (giustamente) si è concentrata sul Covid 19. Dal mio modesto punto di vista ritengo che bisognerebbe concentrarsi anche su un altro tipo di pandemia: quella dei debiti pubblici e privati che si stanno propagando nel mondo.

   Gli effetti del debito sono descritti dal compianto Gianfranco Bellini[1] e uscito postumo nel 2013, nel libro intitolato La bolla del dollaro – Ovvero i giorni che sconvolgeranno il mondo, edito da Odradek. Nella Bolla del dollaro si trovano riferimenti teorici, storici ed analitici che possono essere utili ad analizzare la situazione attuale. Nel frastuono di parole che i media, con ore di trasmissioni televisive sempre fuorvianti, di valanghe di notizie molte volte inattendibili  che servono ad anestetizzare la pubblica opinione, poco spazio si è dato al summit che si è tenuto il 27 – 29 agosto 2020  a Jackson Hole, in Wyoming, che è stato uno degli appuntamenti economici più attesi e importanti dell’anno, utilizzato dai banchieri centrali per mandare messaggi di politica monetaria.[2] Il tema di discussione era senza dubbio molto impegnativo: Navigare nel prossimo decennio: implicazioni per la politica monetaria. Star dell’evento è stato Jerome Powell presidente della Federal Reserve (Fed) e custode della valuta più indebitata, ma si badi bene non inflazionata, dell’intero globo terrestre,  se consideriamo che un debito di 26.712 miliardi di dollari non può più essere contenuto nei ristretti confini del pianeta Terra. Powell ha dichiarato che la Fed non si opporrà ideologicamente ad un livello di inflazione intorno al 2%, se questo sarà da stimolo alla crescita dell’occupazione. Non un accenno sul vertiginoso aumento del debito americano, di oltre 3.000 miliardi di dollari realizzatosi da marzo ad oggi, oppure per il suo improbabile contenimento, pensando alle tensioni inflazionistiche previste in percentuale assai contenute se rapportate alla massa monetaria espressa in dollari. Bisogna intendersi cosa intende dire Powell quando parla di tolleranza al 2%. Magari il capo della Fed sta mandando un messaggio alle classi dirigenti americane che si apprestano a scegliere il prossimo presidente attraverso la pantomima delle elezioni.  Powell ad esempio potrebbe sottendere che arrivare a un cambio di 1 dollaro per 0,70£ nei prossimi mesi non sarebbe tollerabile (oggi al cambio 1 dollaro per il 0,84£).  Bisognerebbe tenere d’occhio i rapporti di cambio tra le monete da novembre in avanti. Inoltre, bisognerebbe prestare attenzione al titolo del convegno Navigare nel prossimo decennio, assieme a un ulteriore riflessione: i banchieri centrali si stanno dando un orizzonte temporale definito e neppure troppo ampio. Nelle segrete stanze, e non in convegni pubblici, essi sanno che qualcosa dovrà succedere per forza nei prossimi anni.  

   Nel mondo occidentale il debito pubblico dilaga: il debito delle   corporation cresce, il debito delle aziende aumenta, il debito privato s’ingrandisce. Il Covid-19 sta accelerando questi processi, la cui velocità aumenta costantemente senza sapere effettivamente dove si vada a finire, nell’incerta certezza che per pura magia (magari per eredità culturale di Harry Potter o meglio ancora di Mago Merlino) non si andrà a sbattere contro nessun ostacolo. Ma sarà davvero così?

   Nella Bolla del Debito capitale reale e capitale fittizio vengono correttamente presentati in completa antitesi. Per quanto riguarda il capitale reale non si può che fare riferimento alla fondamentale opera di Marx DasKapital  (in italiano Il Capitale). Per quanto riguarda il capitale fittizio. Bellini fa notare che l’approfondimento teorico è ancora lacunoso e soggetto a critiche  e allo stato attuale una definizione di capitale fittizio, di potrebbe dire che c’è in esso il superamento del classico della formula classica di Marx  D-M-D’ (denaro-merce-più denaro).[3] Nella sostanza “Il Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere  simultaneamente convertita in valori d’uso esistenti. È un’invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro. Si tratta di una finzione necessaria ma costosa e prima o poi crolla a terra”. Lavoriamo su questa definizione dove troviamo essenziali per comprendere perché il fittizio è il debito ed il debito è il capitale fittizio. Analizziamola la prima parte della definizione: “Il Capitale Fittizio è quella parte di capitale che non può essere simultaneamente convertita in valori d’uso esistenti…”. Nel  Capitale di Marx è la merce che contiene valori d’uso e valore di scambio, la continua trasformazione di denaro in merce e di merce in denaro genera il capitale reale. Il capitale fittizio è invece avulso da questo meccanismo, la sua generazione non dipende da fattori produttivi e commerciali, è una sorta di auto generazione perpetrata da enti che sono in grado di creare e moltiplicare denaro (banche centrali ed istituti privati). Essi hanno storicamente avuto freni inibitori in quest’azione speculativa dove alla fine sono progressivamente indeboliti. Freni inibitori importanti fino allo scoppio della prima guerra mondiale: lo sterling era il derivato (capitale fittizio) della sterlina,[4] il quale era convertibile in oro secondo i sacri dettami del Gold Standard. Una delle ragioni a fondamento della prima guerra mondiale fu lo squilibrio fra gli Sterling Bills circolanti e l’insufficiente riserva d’oro della Banca d’Inghilterra per garantirli. Un successivo indebolimento avvenne nel primo dopoguerra, allorché il dollaro di fatto affiancò la sterlina quale moneta di riferimento del commercio mondiale e quindi gli inglesi e gli americani poterono creare capitale fittizio tramite i rispettivi bills (cambiali, titoli di credito commerciali ecc.) fortemente utilizzati per le transazioni internazionali, ma a loro volta soggetti alla speculazione finanziaria. Un ulteriore ridimensionamento vi fu a seguito degli accordi di Bretton Woods del 1944, ed al passaggio al Gold Exchange Standard. Le monete europee rappresentanti di paesi accumunati dalla distruzione fisica ed economica dovute alla seconda guerra mondiale (senza particolari distinzioni tra vincitori e vinti), persero la possibilità di convertirsi in oro, delegando al solo dollaro questa possibilità. La sterlina abdicò definitivamente al proprio ruolo di moneta di riferimento a favore del biglietto verde USA.  Negli Cinquanta e Sessanta, le necessità vere o presunte di far fronte alla cosiddetta guerra fredda contro il “blocco socialista” a guida revisionista e la Repubblica Popolare Cinese, sia dalle due guerre calde determinate dalle guerre di liberazione rivoluzionaria della Corea e del Vietnam, indussero ben presto le autorità monetarie a premere sull’acceleratore dell’indebitamento e della conseguente creazione di capitale fittizio fino a giungere al primo default del debito americano dell’agosto 1971, allorché il presidente Richard Nixon decretò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro (35 dollari per un oncia Troy[5]). Dal Gold Exchange Standard si passò al Dollar Standard, attualmente in vigore, ed alla possibilità per le autorità monetarie USA di creare debito senza limiti e quindi generare capitale fittizio a profusione per alimentare la voracità di Wall Street da un lato, e l’enorme costosissima macchina militare, compreso il suo notevole indotto industriale, dall’altro. Mai dimenticare che il privilegio di avere la valuta di riferimento lo si conquista e lo si difende sul campo di battaglia. Veniamo ora alla seconda parte della definizione: “E’ un’invenzione che è assolutamente necessaria per la crescita del capitale reale, costituisce il simbolo di fiducia nel futuro…”. Il capitale fittizio è invenzione, è frutto della fantasia di banche ed istituiti finanziari che operano anche tramite il mercato borsistico, loro complice in nefandezze bancarie. Facciamo l’esempio dei Subprime oggetto della bolla esplosa nel 2008. Al rapporto reale di erogazione di un mutuo a fronte dell’acquisto di una casa, banche e finanziarie costruiscono una serie di prodotti finanziari derivati costruiscono una serie di prodotti finanziari derivati che inglobano il rapporto mutualistico, per poi venire a loro volta inclusi in altri prodotti finanziari, moltiplicando così il valore del debito originario. Fino al momento dell’esplosione della bolla, la vendita sul mercato tali prodotti speculativi genera denaro vero che ritorna “impropriamente” sotto forma di capitale investito, in questo senso ai alimenta il capitale reale, il capitale fittizio costituisce il simbolo di fiducia nel futuro perché tale sistema si fonda sulla convinzione che il sottostante rapporto reale, un debitore in carne ed ossa che paga regolarmente le rate del mutuo, non cesserà mai di adempiere al proprio dovere “sociale”. Su questa fiducia la speculazione moltiplica i valori senza porsi limiti. Allorché tale debitore viene meno a tale obbligo abbiamo è la crisi del 2008.

LA FASE TERMINALE DELLA CRISI?

   E’ errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, con la mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista e, il passaggio del capitale finanziario a ruolo guida del processo economico capitalista, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia, di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzarsi il loro capitale e accumulare e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli USA il monte salari è stato una percentuale decrescente del PIL) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato milioni di famiglie si sono indebitate, le imprese sono riuscite  a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.

   Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso generalizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (persino anche a chi ha avuto problemi di pagamento!). Questo fenomeno si è diffuso dagli USA a tutti i paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie hanno sempre teso al risparmio), l’indebitamento delle famiglie occidentali è salito in pochi anni, in Spagna è salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

   Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stata evitata e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari USA e del crollo  del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

   Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi  atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

   Le chiavi attorno a cui ruotò l’intero meccanismo furono essenzialmente quattro:

  1. I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartorizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamati Morgtgagebaked Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli a debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso di interesse è agganciato al tasso di interesse interbancario (LIBORrate) – che servivano per acquistare le obbligazioni rischiose dalla “banca madre”, cartorizzarle nella forma di collateralizet debt obligation (Cdo)  e rivenderle ad altre istituzioni bancarie, oppure a investitori come fondi pensione o hedge fund. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e i tassi di interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  2. Colleteralized Debt Obligation (Cdo).  La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine, oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  3. Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente, sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista dell’ambiente dove operano, anche se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  4. Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prelevare denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando profitti. Per quanto riguarda la bolla, l’inflazione dei prezzi immobiliari sta alla base della continua rivalutazione dei titoli cartolarizzati che ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi della commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma su pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare.

Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

   La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie informatiche (TIC): ma alla fine i forti incrementi di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale al lavoro.[6]

   L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, l’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, la finanziarizzazione dell’economia e l’attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa in quanto avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

   Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% al 1% . Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi di interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio, chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

   Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni  finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto.  Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

   Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

   Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

  1. Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.
  2. Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.
  3. Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

   Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari. Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

   Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche – qui in Italia in questo quadro bisogna vedere il superamento della divisione tra fascismo/antifascismo).

IL RUOLO DELLO STATO NELLA CREAZIONE DEL CAPITALE FITTIZIO

   la borghesia finanziaria[7] fa un uso privatistico dello Stato per creare capitale fittizio a costante sostentamento delle attività speculative. La Bolla del dollaro ci richiama alla genesi dell’intervento dello Stato in economia, nota eresia per il pensiero liberista classico, come soluzione della crisi economia del 1929.

   Gli economisti che sostengono l’intervento statale nell’economia sostenevano la tesi che il capitalismo sia governabile. Ideologi borghesi quali Sombart, Liefman, Schulze-Gaevenitz e riprese poi dai teorici della Seconda Internazionale quali Kautsky e Hiferding sostenevano la tesi del “capitalismo organizzato”.[8] Queste posizioni erano favorite dal fatto che nel periodo 1870/1914 ci fu un lungo periodo di assenza fra i paesi imperialisti.[9] I teorici del “capitalismo organizzato” sostenevano che nella società borghese moderna si riduceva progressivamente il campo delle leggi economiche operanti e ampliava in modo straordinario quello della regolamentazione cosciente dell’attività economica per opera delle banche.

   Queste teorie del “capitalismo organizzato “naufragarono nelle trincee della prima guerra mondiale, ma furono riprese all’inizio della grande depressione degli anni Trenta. In quel periodo nei circoli academici anglo-americani, in particolare Keynes ripresero il tentativo di dare un governo all’economia capitalista.

   Partendo dalla tesi che la stagnazione era causata dalla mancanza di investimenti produttivi ad un livello adeguato da parte dei capitalisti, che sono gli unici in una società borghese hanno i mezzi e sono nelle condizioni prendere l’iniziativa in campo economica. Secondo Keynes gli Stati devono creare una domanda di consumo finanziata col disavanzo statale. Keynes sosteneva che manovrando questa domanda attraverso la spesa pubblica e mettendo “degli incentivi a spendere” si poteva mantenere un livello di produzione che limitasse la disoccupazione.

   Le diverse soluzioni politiche che le borghesie dei vari paesi imperialisti hanno assunto negli anni Trenta (New Deal negli USA, nazionalsocialismo in Germania) erano caratterizzate da elementi comuni quali l’intervento dello Stato per razionalizzare l’economia.

   A essere precisi questo fenomeno dell’intervento dello Stato nell’economia era cominciato molto prima, ma fino al 1914 era rimasto sporadico o solo abbozzato:

   Vi sono stati due modelli di intervento statale nel mondo capitalista, da un lato la modalità degli Stati Uniti di Roosevelt e della Germania di Hitler, dall’altra la modalità dell’Italia di Mussolini. Il periodo è lo stesso: il primo lustro degli anni Trenta.

   In questo periodo  negli Stati Uniti l’azione del neo presidente Franklin Delano Roosevelt, a partire dai famosi primi 100 giorni del 1933, sinteticamente si rivolgono a tre aree d’intervento: l’area finanziaria, mettendo qualche briglia alle attività di Borsa tramite l’istituzione di una commissione di controllo sulle operazioni, ma soprattutto dividendo in modo netto l’attività delle banche commerciali (raccolta del piccolo e medio risparmio privato e loro investimento nei settori produttivi tradizionali) da quello delle banche di affari (gestione dei grandi patrimoni ed attività speculative); la seconda area riguarda il ruolo dello Stato (tramite apposite agenzie) come datore di lavoro, la più famosa delle quali fu certamente la Tennessee Valley Authority, con lo scopo di rilanciare economicamente la valle del fiume Tennessee soprattutto tramite la sua completa elettrificazione; infine nel campo fiscale dove, cosa incredibile se pensiamo alle risibili aliquote delle imposte dirette sugli alti redditi di oggi (in Italia la maggiore è il 43 per cento). Roosevelt gravò i redditi maggiori con aliquote fino al 79 per cento. Tutte queste azioni, tuttavia, non misero mai in discussione la proprietà privata di aziende ed istituti finanziari.

   Adolf Hitler, andato al potere agli inizi del 1933, si affidò per il rilancio dell’economia del Reich “millenario” ad un veterano della finanza tedesca del primo dopoguerra: Hjalmar Schacht. Già responsabile dell’economia nella Repubblica di Weimar nel 1923, presidente della Reichbank nel 1924. Nella sua azione governativa in economia, Schacht aderì al modello Rooseveltiano delle grandi opere pubbliche, che nel caso tedesco furono necessariamente ed immediatamente finanziate generando debito (capitale fittizio), che qualcuno tra Lombard Street[10] e Wall Street pensò bene di garantire, essendo la Reichbank impossibilitata a farlo. Il rapporto dello Stato con le grandi corporation tedesche fu subito quello di un’economia volta alla preparazione di un grande esercito e di una potente aeronautica: quindi soldi a profusione ai settori degli armamenti, meccanici ed automobilistici (come la Volkswagen, nata da un accordo siglato tra Hitler e Ferdinand Porsche). Anche nel caso tedesco le grandi banche ed i grandi agglomerati industriali (Krupp, Siemens, Bosch) non ebbero mai nulla da temere circa la saldezza dei pacchetti azionari nelle mani delle famiglie fondatrici.

   Come Roosevelt, anche Mussolini varò una legge bancaria nel 1933 che prevedeva la divisione tra banche di affari e banche commerciali. Ma in Italia si fece un passo che USA e Germania non si sognarono mai di fare: il salvataggio di banche ed industrie venne pagato proprio dai possessori dei pacchetti azionari, che dovettero cederli all’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI) fondato da Alberto Beneduce[11]. In ogni caso, in misura diversa e con modalità differenti, Stati Uniti, Germania ed Italia vararono ufficialmente e come politica strutturale l’era dell’intervento statale nell’economia. Anche la Gran Bretagna diede il suo contributo accademico, tramite l’opera di John Maynard Keynes, la cui divulgazione di uno dei due modelli, ovviamente quello che non metteva in pericolo i pacchetti azionari dei benefattori di denaro pubblico, contribuì alla diffusione dell’intervento statale nell’economia  nel mondo occidentale, soprattutto nel secondo dopoguerra. I due modelli di intervento statale ebbero diverse evoluzioni, dovute anche agli esiti della seconda guerra mondiale. Di fatto, il modello rooseveltiano venne quasi subito sostituito da un intervento di tipo finanziario: le agenzie governative del New Deal scemarono d’importanza, e lo Stato Federale da “datore di lavoro” diventò “committente” soprattutto nei confronti delle industrie belliche.

   Per ricapitolare: l’intervento dello Stato a partire dagli anni Trenta divenne permanente e più massiccio; la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale dell’economia nazionale si è affermato in tutti i paesi dominati dalla borghesia. Questa tendenza al capitalismo di Stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta nessuna novità qualitativa nei confronti del capitalismo classico, anzi ne è l’estrema conseguenza. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali, ecc. non sorgono, in sistema capitalistico, come conseguenze della prosperità economico, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo dell’industria; il controllo dello Stato sull’economia nazionale serve ad impedire attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni.

   Tornando all’epoca contemporanea, le esigenze della cosiddetta guerra fredda portarono il Tesoro americano all’indebitamento progressivo che costringerà Washington ad abbandonare il Gold Exchange System nel 1971.

 Il modello italiano, invece, si sviluppò ulteriormente: al gigante IRI si affiancano i giganti pubblici ENI ed ENEL. È il boom economico di questo paese, che è bene sottolineare, non fu mai a trazione privata. Il modello italiano di intervento pubblico ha dei tratti diversi rispetti a quello degli altri paesi occidentali, poiché tendeva a formare quella che veniva definita un “economia mista”, quando in realtà sarebbe corretto che si creavano delle FAUS (Forme Antitetiche dell’Unità Sociale).

   Le FAUS sono istituzioni e procedure con cui la borghesia cerca di far fronte al carattere collettivo oramai assunto dalle forze produttive, restando però sul terreno della proprietà e dell’iniziativa individuale dei capitalisti. Per farvi fronte crea istituzioni e procedure che sono in contraddizione con i rapporti di produzione capitalisti. Sono mediazioni tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione che ancora sopravvivono. Sono ad esempio FAUS le banche centrali, il denaro fiduciario, la contrattazione collettiva dei rapporti di lavoro salariato, la politica economica dello Stato, ecc.

    In tale sistema la produzione di capitale fittizio da parte dello Stato è sostituita dalla crescita del PIL agevolata dal ruolo direttivo dello Stato esercitato tramite il Ministero delle Partecipazioni statali. Nel 1964, in pieno boom economico, quando l’economia italiana cresce in media del 5% annuo sostanzialmente senza inflazione, il rapporto debito-Pil si trova al 33%.

   Nonostante gli anni Settanta vedono un oggettivo aumento dell’inflazione e della spesa pubblica, anche grazie alle conquiste dei lavoratori, lo Stato non genera debito: nel 1981 si trova ancora al 60% del Pil. Negli anni Ottanta, al ruolo dello Stato “direttore” dell’economia si affianca il ruolo di “sovvenzionatore” sia dell’economia privata che di un Welfare che si sbilancia sul lato della spesa (ad esempio le baby pensioni). La produzione del debito inizia ad eccedere la capacità di crescita del sistema di “economia mista”.

   La  caduta del muro di Berlino in Italia decreta la fine di molte FAUS per abbracciare un liberismo spinto al suo estremo. Il fallimento morale, politico, economico e sociale delle famigerate privatizzazioni selvagge degli anni Novanta guidate da Mario Draghi e Romano Prodi sono sotto gli occhi di tutti, basta pensare alla gestione Benetton delle autostrade italiane ed alle vicende legate al ponte Morandi di Genova.

   Gli anni Novanta rappresentano il trionfo del liberismo più o meno estremo (in Italia estremissimo) in tutto il mondo; tuttavia questo passaggio alla magia del mercato ha bisogno subito della generazione di tanto debito e quindi di capitale fittizio: dal 1991 al 2001 ultimo decennio della lira si passa dal 98,6 al 108,7 del rapporto debito Pil. L’ingresso del bel paese nella moneta unica non muta il trend: si passa dal 105,5 del 2002 al 126,1 del 2012 (complice la crisi dei Subprime), per poi superare brillantemente il 135 per cento nel 2019, per non parlare del 2020 ancora in corso.

CAPITALE FITTIZIO E LOTTA DI CLASSE

   La lotta di classe non è mai finita, lo sappiamo bene, semplicemente dalla caduta del muro di Berlino ad oggi nei paesi imperialisti centrali, la borghesia ne ha maggior coscienza ed è all’offensiva. Altro discorso è quello che avviene nei paesi del Sud del mondo poiché a livello politico la contraddizione principale è imperialismo (principalmente U.S.A.)/popoli oppressi. Massima espressione di questa contraddizione sono le guerre popolari in atto condotte da partiti comunisti guidati dal marxismo leninismo maoismo. Contraddizione che si sta fondendo con la contraddizione fondamentale classe operaia/capitale, poiché la classe operaia si è allargata a livello mondiale in termini assoluti, se si considera (pur con dati parziali) che la classe operaia mondiale abbia superato il miliardo di componenti e tendendo conto delle migrazioni verso i paesi imperialisti, dove ormai i lavoratori migranti sono una quota rilevante della classe operaia di questi paesi, per questo motivo nelle metropoli imperialiste si può tranquillamente dire che siamo di fronte ad una classe operaia multinazionale.

   Come si diceva prima in Italia (come negli agli altri paesi imperialisti) è stata combattuta strenuamente ed efficacemente da una classe sola: la borghesia “finanziaria” internazionale, quella che frequenta Wall Street, la City di Londra, che partecipa al World Economic Forum di Davos; la stessa che detiene la proprietà dei mass media, che crea partiti e leader di plastica che, a loro volta, allestiscono il “palco delle elezioni democratiche”. La crescita di debito e la conseguente produzione di capitale fittizio sono un segnale dello sfacciato uso privatistico che la classe dominante fa dello Stato.  Poniamoci una domanda: come mai i paesi occidentali soffrono di deficit costanti e debiti pubblici e privati crescenti? Il caso Italia è illuminante sotto questo profilo. Le ragioni del maggior debito non risiedono, come comunemente viene fatto credere dai mass media di regime, dalla crescita della spesa pubblica, la quale in Europa ha avuto un aumento limitato e fisiologico a causa degli accordi di Maastricht. La ragione sta nella diminuzione tendenziale delle entrate, le cui cause sono ideologiche e politiche; vediamole. La principale e fondamentale causa, che accomuna tutti i paesi occidentali, è la progressiva diminuzione della tassazione sia sui redditi delle persone fisiche più elevati sia sulle grandi aziende, e l’inevitabile spostamento del peso della tassazione diretta quasi interamente sulla classe dei salariati. Il sistema fiscale dei paesi democratici borghesi funziona come lo sceriffo di Nottingham: prende tanto ai poveri per dare a piene mani ai ricchi (vedasi il recente “prestito Covid-19” ottenuto dalla Fiat per 6,3 miliardi di euro da Intesa San Paolo, garantiti dallo Stato e che molto probabilmente non saranno mai restituiti[12]). La classe dominante non sopporta l’offesa di pagare le tasse. Gli Stati Uniti sono passati dalle aliquote rooseveltiane (ma anche del predecessore Herbert Hoover) del 79% sui redditi più alti agli attuali 39% per redditi oltre i 500.000 dollari: hai voglia a restituire il debito USA. Per quanto riguarda le grandi corporation, il culto del mercato globale ha ispirato legislazioni fiscali che permettono ai grandi gruppi di eludere il fisco dei paesi dove producono il proprio reddito tramite complesse architetture societarie, che finiscono sempre per avere “holding” in paesi offshore oppure a tassazione agevolata come Olanda e Lussemburgo. Cercare poi di far pagare le giuste tasse ad Amazon, Google, Apple nei paesi europei, ad esempio, rappresenta un oltraggio per gli Stati Uniti che su questo tema sono pronti alle ritorsioni commerciali (ultima crisi è datata dicembre 2019).

   In Italia è tradizionalmente tollerata un’elevata evasione fiscale il cui dato esatto è un vero e proprio segreto di stato, ma che viene mediamente calcolata tra i 170 e 190 miliardi di euro l’anno. Siccome nel Bel Paese le grandi corporation sono poche e le piccole e medie imprese sono molte e tutte private, l’aver creato un fisco caotico, inefficiente e profondamente ingiusto ha agevolato la media e piccola borghesia nostrana ad escogitare numerose e fantasiose pratiche evasive quasi mai perseguite. Allora chi paga le tasse per intero? Ovviamente la classe dei salariati, soggetta al sostituto d’imposta e quindi impossibilitata ad evadere.

   Tuttavia, tartassare e dileggiare i salariati è necessario ma non sufficiente. La performance tributaria di questa classe si è fortemente deteriorata dagli anni Novanta in avanti, grazie alla solerte opera dei partiti di governo (partendo da quelli di sinistra, vedi le riforme Treu) votati allo smantellamento progressivo dei contratti nazionali e rendendo possibile ed estremamente conveniente precarizzare il lavoro. In Italia il gettito fiscale da salari e stipendi è diminuito per ragioni quantitative: l’epoca della privatizzazione e del liberismo senza appello ha fortemente diminuito il numero degli assunti in valore assoluto; e per ragioni qualitative: il valore e la stabilità dei contratti degli assunti è progressivamente diminuito, deprimendo quindi il relativo gettito fiscale. La soluzione è stata quella di alzare la tassazione indiretta, ulteriore decisione a sfavore delle classi meno abbienti.

   Oggi l’aliquota principale sul valore aggiunto in Italia è del 22%, e vi sono meccanismi “automatici” che prevedono l’inasprimento delle percentuali IVA in caso di deficit eccessivo. Negli Stati Uniti invece esiste una Sales Tax[13] che arriva solo all’11% (nondimeno il gettito IVA è determinato dai consumi domestici, anch’essi diminuiti seguendo fatalmente il declino del reddito delle persone fisiche, altro elemento depressivo delle entrate. Last butnotleast (come dicono i bravi scrittori anglosassoni), l’aumento del debito è dovuto alle politiche delle banche centrali come il Quantitative easing e dei tassi d’interesse vicini allo zero oppure negativi. Federal Reserve e Banca Centrale Europea hanno inondato il mercato di denaro a bassissimo costo, ma non è arrivato a tutti. Le Banche private debbono prestare denaro a tassi forzatamente bassi e che non permettono di coprire adeguatamente il rischio delle insolvenze. Trincerandosi dietro agli accordi di Basilea ed al sistema dei rating su famiglie ed aziende, gli istituti di credito prestano a sicuri solventi, cioè a coloro che non hanno bisogno di soldi, e difficilmente a coloro che ne hanno realmente necessità, quindi potenzialmente a rischio. Il risultato di questo giochino è una montagna di denaro messa a disposizione per acquisto di titoli del debito pubblico, per alimentare i private equity, gli edgefound e per le speculazioni di borsa anche a causa dello smantellamento di un altro pilastro delle politiche economiche degli anni Trenta: la distinzione tra banche commerciali e banche d’affari, tornate in un’inquietante simbiosi. Il Quantitative Easing tiene il denaro lontano dall’economia reale ed è uno strumento di generazione di capitale fittizio. Sommando tutti questi elementi, che sono i principali ma non gli unici, possiamo comprendere perché il mantenimento di un sistema occidentale, democratico borghese e liberista non può che avvenire attraverso i deficit dei bilanci annuali, quindi dell’aumento del debito complessivo ed in ultima istanza di produzione di capitale fittizio: le stigmate della classe borghese dominante.

IL CAPITALE FITTIZIO PUO’ ESSERE DISTRUTTO?

   Riprendiamo l’ultima parte della definizione di Capitale fittizio: “Si tratta di una finzione necessaria ma costosa, e prima o poi crolla a terra”. Fino ad ora abbiamo visto che il capitale fittizio, essendo frutto di invenzioni ed architetture finanziarie è totalmente estraneo alla produzione di capitale reale, e quindi viene necessariamente distrutto. Il capitale fittizio è generato dalla grande disponibilità di denaro derivante dall’espansione dei debiti pubblici, e moltiplicato dalle attività speculative della finanza.

Spostiamo quindi l’oggetto della riflessione sui debiti sovrani e sul loro futuro. Un assunto: un debito pubblico che supera una certa soglia (per convenzione diciamo il 100% del proprio PIL) non è rimborsabile né ora né mai. Tali debiti possono avere altri destini. Quando il debito non è espresso da una moneta di riserva e di riferimento internazionali come la sterlina fino al 1944 oppure il dollaro oggi, la sua distruzione è accompagnata dall’evaporazione della moneta che lo esprime. Il debito della Germania sconfitta nella Grande Guerra e vessata dal trattato di Versailles ha cessato di esistere e pagare interessi distruggendo il Papiermark[14], sostituito dal Rentenmark[15] prima e dal Reichmark[16] subito dopo.

   Queste monete tedesche, prive di significative riserve d’oro e valutarie a seguito delle sanzioni post belliche ed espressioni di un paese allo sbando economico, erano interamente garantite da dollaro e sterlina (quante cose non sappiamo dell’ascesa al potere di Hitler). Quando il debito è espresso nella moneta di riserva e riferimento internazionale, come oggi è il dollaro, esso è “protetto” dall’esercito, dalla marina e dell’aviazione della metropoli imperiale, che non esitano a persuadere, chiunque voglia utilizzare monete più sane, a cambiare immediatamente idea.

   Agli inizi del XXI secolo  vi fu un leader che non fu accorto e lesto nel mutare opinione a proposito di vendere petrolio contro euro. Gli americani prima devastarono il suo paese per la seconda volta e poi lo impiccarono: si chiamava Saddam Hussein[17]. Il debito americano sembrerebbe quindi eterno finché protetto dalle portaerei USA. Esistono infine debiti che, se fossero espressi nella moneta nazionale, sarebbero già dissolti evaporandone la moneta, ma avendo nominato tale debito con una valuta comunitaria, esso è garantito da tale moneta e quindi da altri paesi: è il debito italiano denominato in euro. Proviamo ora ad immaginare il Bel Paese che perdesse la garanzia di paesi creditori, siano essi UE oppure la Cina, se volessimo trattare l’arduo tema dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Possiamo immaginare uno scenario dove gli italiani dovrebbero ridurre le proprie attività e gli spostamenti al minimo indispensabile; se i lavoratori dovrebbero essere legati ad un delimitato territorio, con divieto di oltrepassare determinati confini. Andrebbero dotati di un salvacondotto (anche sotto forma di autocertificazione) che dichiari i confini del fondo” all’interno del quale potersi muovere, ispirandosi in questo alla figura intermedia tra schiavo e uomo libero che fu per secoli il servo della gleba; chi invece non lavora, dovrebbe essere confinato nel proprio alloggio e basta. I servizi pubblici andrebbero ridotti sensibilmente: sportelli d’utilità generale come uffici comunali, INPS, Agenzia delle Entrate, Catasto eccetera dovrebbero rimanere chiusi il più possibile. Le scuole andrebbero chiuse e sostituite da forme d’istruzione (come le lezioni a distanza, anche in assenza di una infrastruttura di trasmissione dati dignitosa) che permetta agli scolari di stare a casa, con un risparmio anche su questa voce; l’accesso agli ospedali andrebbe regolato e concesso a chi può pagare, per talune malattie e non per altre, dando ai dirigenti sanitari la discrezionalità impunibile di scegliere di curare e chi lasciare al proprio destino; intere classi di pensionati, che beneficiano di forme di contribuzione antiche e quindi redditizie, andrebbero eliminati senza che nessuno fiati.

   Ad esempio, per una regione ricca di lavoratori a riposo provenienti dall’industria come la Lombardia, circa 17.000 persone morte  sarebbero un target adeguato. Luoghi e modalità di assemblamento andrebbero vietati, le assemblee sindacali nei posti di lavoro interdetti, i governi dovrebbero perpetrare stati di emergenza per prevenire sommosse, eccetera. Questo scenario, “del tutto ipotetico”, sarebbe compatibile per la sopravvivenza di un paese con un debito di 2.600 miliardi e nessuna possibilità di fare deficit. Ma se arrivassero 209 miliardi dai creditori, che per motivi geopolitici, sapendo di dare denaro a potenziali incapaci e disonesti scialacquatori, decidessero di salvare il debitore…. Per gli Stati Uniti il discorso è diverso. Il capitale fittizio primo o poi crolla a terra, eppure il congresso americano ha varato un allargamento di debito mai visto in un lasso di tempo ridottissimo: circa 3.000 miliardi di debiti creati da marzo 2020 ad oggi esta inondando Walle Street, banche private, private equity[18], società finanziarie, ecc. Quale destino può quindi avere un debito di 26.712 miliardi? Personalmente per quanto ne sappia ritengo impossibile che possa essere rimborsato. Potrebbe implodere internamente, il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione mai vista prima della storia dell’umanità, rigorosamente accompagnato da uno spaventoso conflitto domestico che potrebbe avere connotati raziali, ad esempio inasprendo la tradizionale e diffusa brutalità della polizia ai danni delle minoranze, aggiungendo l’azione repressiva delle guardie nazionali dei vari  stati federali, magari (speriamo veramente di no) comprendendo come strumento repressivo l’uso di testate nucleari. Questo debito potrebbe esplodere esternamente, tramite un poderoso tentativo di dollarizzazione di altri importanti paesi attraverso l’aggressione militare. La Cina sarebbe l’obiettivo ideale per numero di abitanti e le dimensioni della sua economia. Con l’aiuto di ottimi eserciti ausiliari come quello giapponese e  coreano la guerra alla Cina (che viene fatta ovviamente per portare “democrazia” e “libertà” – sarebbe un’impresa ardua ma possibile. Non è impossibile che ci possa essere un conflitto interno alla NATO ad esempio fra la Turchia e la Grecia[19] che rischierebbe di infiammare tutto il Medio Oriente, che potrebbe determinare il blocco della produzione di petrolio, e non sarebbe da scartare un conflitto con la Russia magari con la scusa di soccorrere un governo con la facciata democratica guido ad arte da amici dell’occidente come Tikhanovskaya.

   Non bisogna scordare che ci saranno le elezioni americane per la presidenza e che non possiamo suddividerli tra presidenti “buoni” o “cattivi”, ma presidenti di  quello che è tutt’ora il maggior paese imperialista.  


[1] Gianfranco Bellini (Milano, 1952-Milano, 2012). Manager, esperto di sistemi informatici, studioso e critico di economia internazionale. Di famiglia proletaria e comunista dà vita con i fratelli Andrea e Marco, al Collettivo di quartiere Casoretto, passato alle cronache come “la banda Bellini”. Si iscrive alla Boccon, durante il servizio militare, milita nel Movimento dei soldati. Si laurea in Economia alla Bocconi, con una tesi sull’Economia di Piano in Unione Sovietica, sviluppata con la matematica lineare di Kantorovic, che lo indirizza ai temi dell’economia globale e a una propria visione geopolitica. Manager in molte multinazionali, dalla Barclays Bank alla Montedison alla IBM, successivamente e fino alla sua morte continua la sua militanza nella sezione Tematica Laika del PdCI che ha come elemento fondante la ricerca teorica sul Capitale e l’inchiesta militante alla maoista.

[2]  Questi summit sono l’appuntamento annuale per economisti e banchieri centrali organizzato dalla Fed. Prende il nome dalla vallata del Wyoming dove gli esperti di tutto il mondo dovrebbero avere un momento di riflessione. Un momento di relax favorito dalla pace della vallata e dalla splendida vista sulle montagne Grand Teton, tra boschi di conifere e fiumi blu. Negli ultimi anni tuttavia su Jackson Hole si sono proiettate le tensioni dell’economia mondiale. https://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/jackson-hole.html

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/08/27/news/fed_l_inflazione_non_conta_piu_-265651271/

[3] Marx ritiene che tale “più” monetario, ovvero Plusvalore, non debba essere cercato a livello di scambio di merci, bensì a livello della produzione capitalistica delle medesime.

[4] Sterlina è il nome italiano della valuta ufficiale del Regno Unito e di alcune parti di territorio sparse nel mondo, compresa un’area del Polo Sud definita “Territorio Antartico Britannico”. All’origine del suo nome deriva da “Sterling Silver“, una lega metallica composta per il 92.5% di argento e il 7.5% rame.

[5] L’oncia troy è un’unità di misura del sistema imperiale britannico. Al 2013, è la più comune unità di massa per i metalli preziosi, le gemme e la polvere da sparo e, come tale, è utilizzata per definire il prezzo di questi beni nel mercato internazionale

[6] Spinte dalla concorrenza le imprese se non volevano essere spazzate via hanno investito in nuove tecnologie e modernizzato il capitale produttivo, tutto ciò ha causato un aumento fortissimo dei costi.

[7] Questa frazione (dominante) della borghesia è l’espressione del  capitale finanziario che  si determina la fusione e l’equiparazione del capitale industriale con quello industriale e la stretta unione di entrambi con il potere dello Stato monopolista.

[8] All’interno del Movimento Comunista N. Bucharin sosteneva la tesi che il capitalismo dalla fine del XIX secolo ha avviato un processo di organizzazione che ha modificato seriamente il libero gioco delle forze della concorrenza.

[9] Non è certamente un caso che in questo periodo all’interno del movimento operaio nasce e si consolida il revisionismo.

[10] Lombard Street è una strada della Città di Londra, nota per i suoi legami, risalenti al Medioevo, con i mercanti, i banchieri e gli assicuratori della City. Viene perciò spesso paragonata a Wall Street a New York.

[11] Alberto Beneduce è stato un dirigente pubblico, economista, politico (era un socialista riformista)  e accademico italiano, amministratore di importanti aziende statali nell’Italia liberale e fascista, amministratore delegato dell’INA, tra gli artefici della creazione dell’IRI e suo primo presidente, oltre che ministro e deputato.

[12] https://www.ilsole24ore.com/art/fiat-chrysler-stretta-prestito-garantito-63-miliardi-la-filiera-italia-ADlxC6Q

[13] La sales tax è la tassa sulla vendita di prodotti e servizi applicata in America ed è pagata dal consumatore finale al momento dell’acquisto.

[14] Il nome Papiermark si applica alla valuta tedesca dal 1914 quando il collegamento tra il Marco e l’oro fu abbandonato, a causa dello scoppio della I guerra mondiale. In particolare, il nome fu usato per le banconote emesse durante il periodo dell’iperinflazione in Germania nel 1922 e specialmente nel 1923.

[15] Il Rentenmark è stato la valuta emessa il 15 novembre 1923 per fermare l’inflazione del 1922-1923 in Germania. Sostituì la Papiermark, che era stata completamente svalutata. La Rentenmark fu solo una valuta temporanea, e non ebbe valore legale.

[16] Reichsmark è stato la valuta della Germania dal 1924 fino al 20 giugno 1948, quando è stato sostituito dal marco tedesco nella Germania Ovest.

[17] https://m.facebook.com/Coscienzeinrete/posts/291343917557482/?_rdr

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=11366

[18] Il private equity è un’attività finanziaria mediante la quale un’entità rileva quote di una società definita obiettivo, sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno dell’obiettivo.

[19] Non sarebbe la prima volta già nel 1974, quando La Turchia invase Cipro sabato 20 luglio 1974. … L’operazione, il cui nome in codice era Operazione Atilla, fu chiamata nella zona turca di Cipro “Operazione di pace del 1974”. Le forze turche dispiegarono una chiara e decisa strategia, costringendo numerosi greco-ciprioti a riparare nel sud dell’isola.

   Secondo un’intervista di Cem Gurdeniz, che nella Marina turca ha rivestito il grado di contrammiraglio ed ora dirige il centro studi marittimi della Koc University tale conflitto nel Mar Egeo significherebbe la fine della Nato e spingerebbe la Turchia definitivamente nell’orbita russa.  https://www.agi.it/estero/news/2020-08-12/guerra-grecia-turchia-trivellazioni-cipro-9403144/

ACQUA SULLA LUNA?

•ottobre 28, 2020 • Lascia un commento

   Il 26 ottobre ’20 la NASA ha comunicato che l’acqua sulla Luna c’è per davvero e potrebbe essere più accessibile del previsto: la svolta per le future missioni umane arriva da due studi pubblicati sulla rivista Nature Astronomy.[1] Il primo, coordinato dalla Nasa, dimostra la scoperta inequivocabile della ‘firma’ della molecola di acqua (H2O), rilevata per la prima volta sulla Luna dal telescopio volante Sofia. Il secondo studio, condotto dall’Università del Colorado, stima invece che oltre 40.000 chilometri quadrati di superficie lunare potrebbero intrappolare acqua sotto forma di ghiaccio in piccole cavità ombreggiate.

   Ricerche precedenti avevano indicato la possibile presenza di acqua sulla superficie lunare, soprattutto vicino al polo Sud, ma gli strumenti usati per le rilevazioni non permettevano di distinguere se il segnale derivasse dalla molecola d’acqua H2O o dall’idrossile (OH) legato ai minerali. Il telescopio Sofia, montato a bordo di un Boeing 747, ha risolto il mistero analizzando lo spettro della Luna a una lunghezza d’onda di 6 micrometri a cui l’acqua non può più essere confusa con altro. “Aver visto la firma spettrale della molecola d’acqua è un grande passo avanti, perché ci permette finalmente di risolvere una questione aperta da anni[2], commenta Enrico Flamini, presidente della Scuola Internazionale di Ricerche per le Scienze Planetarie (IRSPS) presso l’Università di Chieti-Pescara.

   I risultati delle analisi dimostrano che a latitudini più meridionali l’acqua è presente in abbondanza (circa 100-400 parti per milione), probabilmente sequestrata in matrici vetrose o rocciose. Aggiunge Flamini: “Questo ci dice che la Luna potrebbe essere meno arida del previsto – ma non è ancora possibile stabilire quanta acqua ci sia e quanta sia utilizzabile: di certo questa scoperta ci aiuterà a pianificare meglio le future missioni“. [3] Più ottimisti i ricercatori dell’Università del Colorado, che col loro studio ipotizzano la presenza diffusa di ‘trappole’ d’acqua sulla superficie lunare: afferma Paul Hayne “se avessimo ragione l’acqua potrebbe essere più accessibile per ottenere acqua potabile, carburante per i razzi, tutto ciò per cui la Nasa ha bisogno di acqua“.[4]

   La scoperta dell’acqua potrebbe accelerare i vari progetti delle maggiori agenzie spaziali prevedono un ritorno sulla Luna con missioni umane attorno al 2030, a partire proprio dalla NASA[5] nel 2024 con il programma Artemis[6]  e l’agenzia spaziale cinese[7] in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea e con l’Agenzia Spaziale Russa.

   Comunque come si diceva prima è da tempo che si è sviluppata da parte dei paesi interessati alla conquista dello spazio la ricerca dell’acqua sulla Luna.

   Nel 1994, la sonda Clementine ha scoperto, presso le regioni polari del satellite, un giacimento di oltre 10 miliardi di tonnellate di ghiaccio, un bacino d’acqua in grado di provvedere al fabbisogno di un’intera, futura colonia anche ove si pensasse di ricavarne ossigeno o combustili, in combinazione con l’idrogeno.[8]

   A proposito della ricerca di acqua sulla Luna, c’è una notizia che sembra presa da un film di fantascienza del tipo Star Trek  ma non lo è. Nel 2009  si è svolta  la missione Lcross della Nasa per cercare acqua sulla Luna. Un razzo Centaur si è schiantato sul cratere lunare Cabeus vicino al Polo Sud lunare alla ricerca di eventuali riserve idriche, seguito dalla ‘sonda madre’. L’impatto a oltre 7.000 chilometri orari del missile bomba Centaur, il primo stadio della sonda, con la superficie lunare è avvenuto alle 7:33 ora di Cape Canaveral, con alcuni minuti di ritardo sull’orario previsto, sollevando una nube di polvere lunare. La sonda ha avuto quindi soltanto quattro minuti per filmare e fotografare gli effetti dell’impatto e, attraverso gli strumenti di rilevamento a bordo, per cercare vapore acqueo o frammenti di ghiaccio nella nube di detriti alzata dall’esplosione. La spettacolare missione potrebbe confermare i risultati della sonda indiana Chandrayaan-1, che ha scoperto tracce d’acqua sulla superficie lunare, aprendo scenari di esplorazione alla Star Trek, il telefilm cult di fantascienza: la presenza di acqua è, infatti, considerata l’elemento essenziale per il  ritorno dell’uomo sulla Luna,  in una base spaziale stabile. Nel programma della NASA, in attesa dell’approvazione della Casa Bianca, questa ipotesi è fissata per il 2020. Alla stampa americana Alan Andrews, che ha progettato la missione LCROSS, non ha nascosto la sua eccitazione per l’evento, che sarà trasmesso in diretta sul sito della Nasa: “La tempesta di polvere che si scatenerà e che potremo vedere sarà fantastica, come se la Luna ci venisse addosso“, ha detto.[9]

    Il Centaur ha espresso una potenza pari a una tonnellata e mezzo di dinamite, sollevando una nube di 350mila chilogrammi di detriti lunari e aprendo una voragine che gli scienziati ritengono, avrà un diametro di circa venti metri. Affermano i responsabili della missione che la Luna, però, non corre alcun rischio: in media quattro volte al mese viene colpita da corpi celesti che provocano crateri equivalenti. La differenza, in questo caso, è che il punto dell’impatto è stato scelto dagli scienziati con cura, al polo sud della Luna, dove la luce del Sole non batte mai e dove potrebbero trovarsi depositi di ghiaccio nascosti nel sottosuolo. Svolto il suo primo compito ‘dinamitardo’, la sonda LCROSS rimarrà nello spazio per studiare la superficie lunare, in cerca del sito migliore per il futuro, eventuale, atterraggio sulla luna. Certo qualche dubbio su missioni di ricerca fatte a suon di missili, il sospetto che dietro questa parvenza scientifica ci siano scopi militari, sorge.[10]

   Vediamo i minerali che stanno nel suolo lunare, quelli di cui se ne ha la certezza. Essi sono: alluminio, calcio, ferro, magnesio, titanio. Vi potrebbero essere anche riserve d’oro. Inoltre, nella prospettiva di un possibile sfruttamento a fini energetici, la Luna è ricchissima di elio-3 (He3), un isotopo leggero di elio derivato dalle reazioni nucleari all’interno delle stelle, pressoché inesistente sulla Terra, ma che, per le particolari condizioni ambientali che ne caratterizzano l’atmosfera , è presente allo stato gassoso in enormi quantità sulla Luna.

   L’elio-3 potrebbe essere utilizzato come combustibile per alimentare i reattori a fusione nucleare, in condizione di relativa sicurezza, considerando che le scorie radioattive prodotte dalla reazione di questo elemento del deuterio  e del trizio, peraltro ancora a loro volto in fase sperimentale.

   Gli esperti sostengono che un carico corrispondente a quello di uno Shuttle di elio-3 (pari a circa 25 tonnellate) potrebbe  soddisfare il bisogno di un grande Stato, come gli usa, per almeno un anno, mentre periodicamente si moltiplicano le stime degli scienziati sull’incidenza che potrebbe avere l’accesso alle riserve di elio-3 lunare sull’evoluzione delle soluzioni energetiche sul nostro pianeta. L’elio-3 si rivelerebbe inoltre, un ottimo combustibile per eventuali astronavi in corsa verso missioni più lontane, che non possono prescindere dall’alimentazione nucleare.

   Ma questo processo di colonizzazione dello spazio non è lineare ed è contradditorio. Ci sarebbe da chiedersi cosa ha impedito fino ad ora la colonizzazione dello spazio.

   La mancata colonizzazione dello spazio nasce dal  fatto che in regime capitalista qualunque cosa non produce plusvalore, è nulla, per questo motivo i Cristoforo Colombo in scafandro, non hanno aperto la via a flotte di caravelle e galeoni.

   Che si tratti della stazione spaziale o della missione su Marte, la potenza del capitale non si misura tanto con la potenza dei missili o con la precisione dei manufatti spaziali, quanto con il loro significato economico. Fintanto che si riesce a produrli e farli partecipare alla valorizzazione, essi sono per il Capitale come l’ossigeno per l’asfittico o l’antibiotico per l’infetto. Essi invertono l’aspetto fondamentale dell’industria moderna che produce merci a milioni mediante pochi uomini e tante macchine: mentre infatti nelle merci normali si assiste ad una diminuzione del valore unitario per via della produzione di massa con sempre meno uomini, nel manufatto spaziale, al contrario, si concentra il lavoro di migliaia di uomini; esso è prodotto in pezzi unici o limitati e ha verso di sé masse enormi di capitale, valorizzandolo in concentrato.  Con ciò è in controtendenza rispetto alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, anche se non influisce sull’economia come in genere si tende a credere.[11] I manufatti spaziali sono dei paradossi, merci di lusso prodotte alla stregua di preziosi gioielli d’artigianato. Solo che tutto ciò, invece di essere linfa che alimenta una nascita, è ossigeno che impedisce una morte.  Come le armi e guerre attuali, che rappresentano un campo di produzione e consumi utili alla rianimazione capitalista. Non è un caso che la “conquista spaziale” è figlia degli Stati Maggiori militari.

   Poiché ogni merce che viene prodotta nel tempo ad un valore decrescente, l’unico affare sarebbe la keynesiana continuazione dei lanci e degli esperimenti in modo di aumentare la massa di materia messa in moto in rapporto ai capitali investiti; si darebbe dovuto passare dalle merci di lusso alle merci popolari, in modo da compensare in modo classico la caduta del saggio di profitto con la realizzazione di una massa crescente. Ma la merce alla lunga deve anche avere un valore d’uso  oltre che un valore di scambio, altrimenti è negata la realizzazione del plusvalore. Insomma, non si possono vendere missili come automobili. Keynes aveva un bel dire che si poteva guarire dalla crisi scavando delle buche  con lo scopo di riempirle di nuovo: le buche sono già state scavate e riempite.

   Rimarrebbe il campo militare, grande consumatore di merci che hanno il pregio di diventare obsolete senza passare per l’uso effettivo o, se usate, passibili di elevato consumo. Anche in questo campo però il numero, la massa, diventa un ostacolo insormontabile quando già si possiede un arsenale di per sé sufficiente per distruggere diverse volte tutto il pianeta. D’altra parte l’innalzamento della soglia tecnologica non ha funzionato per le armi spaziali: le stupefacenti Guerre Stellari che piacevano tanto a Reagan cozzarono contro un elementare ragionamento, che all’epoca, fece un imperturbabile tecnico russo: quei marchingegni supertecnologici nello spazio si potevano neutralizzare acquistando dal primo rigattiere un bidone di chiodi arrugginiti e sparpagliandoli sulla stessa orbita in direzione contraria; alla velocità relativa di 60.000 Km all’ora la supercostosa supertecnologia reaganiana  sarebbe stata ridotta a un colabrodo al costo di pochi rubli. Anche in questo caso si ha la conferma che dietro la mitologia della conquista spaziale, comprese le sue diramazioni militari, non c’è tanto l’efficienza scientifica quanto il volgarissimo business.

    È ben noto che i militari non badano a spese e che sono avidi consumatori di nuove tecnologie, che spesso e volentieri si rivelano assurde e in ogni caso si rivelano inutilizzabili in caso di guerra vera. Ma anche i civili non scherzano. La nuova stazione spaziale, paralizzata lungo un decennio dalla lotta per il profitto e dalla concorrenza fra Stati, è un monumento alla scienza decadente: è obsoleta prima ancora di nascere, è complicata e costosa, in sostanza è un assemblaggio di egoismi e di strutture che rispondono più alle lobby industriali che ad un progetto razionale e unitario.

   Non si salva dunque nulla dell’avventura spaziale? Queste affermazioni che non sono in contrasto con quanto il marxismo ha sempre sostenuto che lo sviluppo delle forze produttive è di per sé rivoluzionario?

   Ora, lo sviluppo delle forze produttive rimane un fattore rivoluzionario. Ma tale sviluppo  non lo si deve vedere soltanto nelle macchine spedite nello spazio o nelle pattuglie di “eroi” che rischiano la pelle. La rivoluzione lavora attraverso l’organizzazione molto centralizzata e nello stesso tempo distribuita in tutto il tessuto produttivo dei paesi industriali che hanno permesso i risultati spaziali. Lavora soprattutto attraverso il rapporto che ha legato tra di loro più di un milione di uomini, i quali non erano slegati da altri milioni e milioni, altrettanto coinvolti nel massimo livello di socializzazione del lavoro raggiunto dall’umanità. Un milione di uomini che hanno concentrato i loro sforzi sincronizzati in modo tale che macchine inizialmente rozze e imperfette sono state in grado di estendere i sensi umani oltre il sistema solare. Il telescopio Hubble ha esteso il nostro senso ancora più in là, ai confini dell’universo conosciuto.

   Per quanto riguarda la socializzazione del lavoro, questa ha prodotto fenomeni molto interessanti dal punto di vista del comunismo. La Qualità Totale e tutti i criteri organizzativi che vi si collegano sono in genere identificati con un insieme di tecniche atte ad ottenere un abbassamento statistico degli scarti, un miglioramento del prodotto o qualcosa di simile. In realtà l’esigenza di tali tecniche dalla necessità di controllare la produzione come fatto integrato in un contesto di lavoro sociale di perfezionamento dei metodi non è che un fenomeno derivato da cause più profonde.

   Il cambiamento radicale intervenuto negli anni ’70 e ’80 ha portato alla scomparsa della fabbrica tradizionale in gran parte dei paesi imperialisti. Essa è stata in gran parte sostituita da nodi produttivi facenti parte di una rete talmente integrata che non può più fare a meno di tener conto delle relazioni tra ogni suo punto.


[1] https://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/spazio_astronomia/2020/10/26/lacqua-sulla-luna-ce-ed-e-piu-accessibile-del-previsto-_3ade9d2e-65a3-4215-8ac6-58b8692f3940.html

[2]                                                                                                C.s.

[3]                                                                                                C.s.

[4]                                                                                               C.s.

[5] https://www.nasa.gov/feature/nasa-unveils-sustainable-campaign-to-return-to-moon-on-to-mars

[6] Il programma Artemis è un programma di volo spaziale con equipaggio in corso portato avanti principalmente dalla NASA, dalle aziende di voli spaziali commerciali statunitensi e da partner internazionali come l’Agenzia Spaziale Europea, l’Agenzia Spaziale Giapponese l’Agenzia Spaziale Canadese con l’obiettivo di far sbarcare “la prima donna e il prossimo uomo” sulla Luna, in particolare nella regione del polo sud lunare, entro il 2024. La NASA vede Artemis come il prossimo passo verso l’obiettivo a lungo termine di stabilire una presenza autosufficiente sulla Luna, gettare le basi per le società private per costruire un’economia lunare e infine mandare gli umani su Marte. https://it.wikipedia.org/wiki/Programma_Artemis

[7] https://sputniknews.com/science/201810011068500311-China-Probes-Manned-Missions-Base-Moon/

[8] https://marcos61.wordpress.com/2014/01/21/la-questione-spaziale/

[9]                                               C.s.

[10] http://www.csu-sicilia.com/index.php?option=com_content&view=article&id=122:missile-sulla-luna-riuscito-impatto-la-sonda-lcross-ha-scaglia-un-proiettile-contro-un-cratere-lunare&catid=1:ultime&Itemid=50

[11] Nel 1989-93 gli investimenti spaziali americani raggiunsero il massimo dopo le riduzioni seguite al disastro della Challenger. Il Budget spaziale fu in media di circa 50 miliardi di dollari all’anno (in buona parte assorbiti dall’apparato militare); lo 0,6 del P.I.L.

GOVERNARE CON LA PAURA?

•ottobre 27, 2020 • Lascia un commento

   Il progetto P2 si proponeva il controllo degli organigrammi essenziali dei vertici degli apparati dello Stato e dell’informazione attraverso televisioni, quotidiani e periodici, della politica (comprando i vertici o costruendone nuovi se necessario): questo con l’obiettivo di eliminare le garanzie e di diritti che i lavoratori si erano conquistati con dure lotte.

  A fronte della crisi generale in atto e dei relativi processi di decomposizione tutto questo non è più sufficiente, anzi è inadeguato. Come non sono sufficienti le strategie repressive tradizionali (gendarmerie europee, strategie geopolitiche militari, ecc.).

   Si è messa in atto una strategia sotterranea, non visibile, molto sottile. Uno degli strumenti di questa strategia è quello della disinformazione, dove si miscela false informazioni mescolate, magari, a quelle vere.

  Ma uno degli aspetti essenziali di questa strategia è quella di rendere il controllo pressoché sistematico. Le democrazie borghesi per quanto siano miglior involucro per il capitalismo per via della mistificazione della “volontà popolare”, presenta sempre il pericolo (per il capitale ovviamente) della possibilità di un un’autentica volontà popolare che risulterebbe difficilmente gestibile e il controllo dell’informazione e delle opinioni “collettive” non sarebbero sufficiente.

   Occorre perciò una diffusa e sistematica capacità sugli individui, mediato anche dalle pubbliche autorità, usando la medesima trama di interventi per la “tutela sociale”, ma invertendone la funzione: allo Stato “sociale” (da mettere sociale tra virgolette, perché sotto il capitalismo non può esserci autentica socialità), che era un sottoprodotto della lotta di classe tendente a rovesciare il sistema, che con la sua ramificazione, tutelava bene o male le masse popolari (bisogna dire che se si parla dell’Italia, sotto il regime DC, si dovrebbe parlare di stato assistenziale e clientelare), emerge una sua caricatura che ha funzioni di puro controllo della popolazione in particolare di quella che una volta venivano definite “le classi pericolose”, oppure dei soggetti “deviati”.

   Possiamo prendere come un esempio magistrale, di quello che sto affermando, quella rete che intreccia tra di loro, magistratura, servizi socio-sanitari e psichiatria. Questa rete alleva e forma un esercito di psicologi, educatori e laureandi di discipline medico-sociali. Che aiuta la formazione di imperi economici privati grazie alla formazione di un vero e proprio intreccio di attività, interventi e presenze.

   Possiamo prendere come un esempio di questi intrecci, il fatto che dal 1995 direttore scientifico della Comunità Saman il prof. Luigi Cancrini, ben noto psichiatra nonché presidente del Centro Studi di Terapia e Relazione. Proveniente dal PCI è stato deputato del PdCI. Saman è una realtà dove ha operato sia Rostagno prima di essere assassinato, ma anche un avventuriero come Francesco Cardella, grande amico di Craxi, che costruì un impero economico, possiamo prendere come esempio la Holding Saman e altre attività economiche controllate da lui. Bisogna pensare che il fisco nel 1996 ha fatto su Cardella una relazione di duecento pagine.[1]  Guardando alle sue attività economiche ci si trova una sfilza di sigle, da Saman International a Saman Italia, da Saman France (amministrato da Giorgio Pietrostefani).

   Per far passare questo tipo di passaggio, da una democrazia borghese a un sistema di controllo più capillare fu decisivo il controllo della magistratura, dove tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ci fu la resa dei conti tra la vecchia massoneria tradizionale piduista e la nuova schiera di magistrati, molto “efficentisti” e magari “democratici”.

   Infatti, sotto una versione di “sinistra”, la tendenza emergente della magistratura parlando di diritti e progettando istituti che avrebbero dovuto tutelarli, in realtà si è portata a un risultato che è stato tutto l’opposto rispetto ai fini dichiarati.

   Una vicenda che può prendere come esempio è quella che vede a braccetto Magistratura Democratica e Psichiatria Democratica.[2]  Sin dal 1997 queste due associazioni “democratiche” invocarono una legislazione sull’istituto dell’Amministratore di sostegno, un istituto che avrebbe dovuto essere a “beneficio dei bisognosi, minorati, di tutela”. Tutto questo nascondeva in realtà un’idea d’ingegnerizzazione sociale mediante un uso mirato o più diffuso di quello che in linea teorica sarebbe stato necessario.

   Nel 2004 è approvata dal Parlamento la legge sull’amministratore di sostegno, nel 2008 è sancito il potere assoluto di certificazione sulle “patologie” ai medici psichiatri. Non è un caso che l’inizio del XXI secolo ha visto l’attuazione della strategia della distruzione di molti individui mediante la scienza asservita. Nel 2012 il DSM, espande in sostanza il vaglio di criticità mentale in pratica a tutti gli aspetti del comportamento umano e alla sfera di condotte e reazioni che se non sono patologiche sono fisiologici (come dire l’identità umana, è in mano allo psichiatra di turno che ha un vaglio di discrezionalità tale, che neanche i parroci nel medioevo avrebbero potuto pensare).

   Se facciamo una breve storia dell’evoluzione del DSM, si noterebbe che è una costante che a ogni revisione del Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) c’è un aumento costante di quelli sono chiamati “disturbi mentali”.

   Nel 1952 l’associazione psichiatrica americana (APA) pubblicò il suo primo manuale Diagnostico dei disturbi mentali(DSM), che conteneva una lista di 112 tipi di disturbi. Nel 1968 il DSMII si conformò alla sezione dei disturbi mentali contenuti nella pubblicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: la classificazione internazionale dei disturbi (ICD) che consisteva di 163 disturbi. Gli psichiatri americani sono stati coinvolti direttamente con i comitati che hanno stilato l’ICD.

   Nel 1980 fu pubblicata la terza edizione del DSM, al quale furono aggiunti 61 tipi di disturbi, raggiungendo un totale di 224 disturbi mentali.

   Erano avvenuti alcuni interessanti sviluppi. Nella sezione “infanzia, fanciullezza e adolescenza” furono aggiunti 32 nuovi tipi di “disturbi mentali”, tra i quali: disturbo della condotta, disturbo da deficit dell’attenzione, disturbo della lettura, il disturbo del calcolo e il disturbo del linguaggio.

   Nel 1987, nel DSMIIIR, il numero dei disturbi mentali aumentò arrivando a 253. In questa edizione si richiedeva che ci fossero almeno quattro delle caratteristiche indicate per fare una diagnosi di schizofrenia, e una selezione approvata delle quattro poteva essere: pensiero magico, telepatia o sesto senso; contatto sociale limitato; e ipersensibilità alle critiche.

   Nel 1994 il DSMIV elencava un totale di 374 disturbi mentali e per quanto riguarda le caratteristiche richieste per una diagnosi di schizofrenia, furono ridotti a due, incluse per esempio, le allucinazioni e i sintomi “negativi” quali l’appiattimento negativo o il linguaggio disorganizzato o incoerente – oppure solo una caratteristica, se le illusioni sono considerate strane, o se le allucinazioni in una voce che continuasse a commentare il comportamento o i pensieri della persona.

   La pubblicazione nel 2013 del DSM-5,[3] ha provocato – forse ancor più delle edizioni precedenti – una valanga di polemiche. Persino i due direttori della Task Force che aveva redatto i DSM precedenti, Robert Spitzer e Allen Frances,[4] hanno attaccato pubblicamente l’impostazione del nuovo DSM.


   Accenniamo qui a vari tipi di critiche – spesso tra loro contraddittorie – sollevate:  

già alcuni autori (Carlat 2000; Moynihan & Cassels 2005; Whitaker 2010) avevano fatto notare il vistoso abbassamento delle soglie (come si dice prima sopra) di molte diagnosi nei DSM precedenti. Ma è soprattutto col DSM-5 che molte più persone risultano “disordinate”, termine che ha sostituito il più crudo “malate”.

   Insomma, il DSM creerebbe un’epidemia artificiale di malattie mentali nella popolazione (Angell 2011a, 2011b). Lo riconosce persino Frances (2013), responsabile del DSM-IV che ammette che quest’ultimo ha favorito la super-medicalizzazione soprattutto di molti bambini attraverso la categoria di disturbo bipolare nell’infanzia e nell’adolescenza. In effetti, grazie al DSM-IV le diagnosi di disturbo bipolare tra bambini e adolescenti sono aumentate di quaranta volte! Mentre gli adulti con disordine bipolare sono solo raddoppiati.

   Negli ultimi 50 anni le persone diagnosticate come psicotiche sono quintuplicate nelle società iper-industriali. Le diagnosi di autismo sono aumentate di venti volte. Oggi si è convinti che in molti paesi (Italia compresa) ci siano otto autistici ogni 10.000 bambini sotto i cinque anni. I diagnosticati con deficit di attenzione, in altre parole gli iperattivi, sono triplicati nella popolazione.

   Ciò comporta, tra l’altro, un aumento straordinario dei costi per il trattamento di disordini mentali appaiono sempre più frequenti. Questa dilatazione è impressionante soprattutto negli Stati Uniti. All’inizio del 2000, il costo per la presa in carico dei malati mentali in quel paese ammontava a 148 miliardi di dollari l’anno, in altre parole le cure psichiatriche assorbivano il 2,5% del prodotto interno lordo americano.[5] Gli Stati Uniti sono, però l’avanguardia di una psichiatrizzazione massiccia della popolazione, soprattutto infantile, fenomeno che sta avvenendo in tutti i paesi capitalisti più sviluppati.

   Il DSM-5, quando articola una definizione formale e precisa di che cosa intenda per “disordine mentale”, non fa appello a principi utilitaristi, ma a un’altra filosofia, rivale dell’utilitarismo, che si potrebbe chiamare funzionalismo aristotelico. Si legge nel DSM-5: “Un disordine mentale è una sindrome caratterizzata da disturbi [disturbance] clinicamente significativi nella cognizione, nella regolazione emotive o nel comportamento dell’individuo, disturbi che riflettono una disfunzione [dysfunction] nei processi psicologici, biologici o di sviluppo sottostanti al funzionamento [functioning] mentale. I disordini mentali sono di solito associati con un’afflizione [distress] significativa in attività sociali, occupazionali o in altre importanti attività. Una risposta prevedibile, o approvata culturalmente, a un comune fattore di stress o a una perdita, come la morte di una persona amata, non è un disordine mentale. Un comportamento (ad esempio, politico, religioso o sessuale) che sia socialmente deviante e conflitti che siano prima di tutto tra l’individuo e la società non sono disordini mentali, a meno che la devianza e il conflitto non risultino da una disfunzione nell’individuo, così come è stata descritta più sopra.


   Un’analisi approfondita di tutto il DSM-5 mostra presto che il vero marcatore del disordine mentale rispetto a comportamenti e vissuti non disordinati è l’afflizione (distress). Il patologico, insomma, coincide con il fatto che il soggetto stesso o chi gli è accanto patisce un’afflizione e/o un social impairment, una menomazione sociale. Potremmo mostrare che questi marcatori discendono direttamente dai presupposti dell’etica filosofica utilitarista. Anche qui l’afflizione (distress) è evocata, ma con la clausola “di solito” [usually], come a dire: “Anche se molto spesso il disordine mentale produce afflizione nel soggetto, questa non è la condizione necessaria e sufficiente perché ci sia disorder”. Questo significa che ci può essere disordine senza afflizione, mentre d’altro canto la presenza di afflizione non implica ipso facto disordine mentale. Questo contrasta col fatto che invece in molti disordini per il DSM sono proprio l’afflizione e la menomazione sociale, le condizioni necessarie anche se non sufficienti per marcare certi modi di essere come patologici.


   Ciò che appare qui necessario e sufficiente di una patologia è qualcosa di disfunzionale: si suppone insomma che ci sia un funzionamento mentale sano, non disordinato, dei “processi psicologici, biologici e di sviluppo”, e che invece ci sia materiale per la psichiatria quando questi processi non funzionano più come dovrebbero. Ma la trappola è proprio nel termine “funzionale” e “disfunzionale”, spie di una visione antropologica che oggi nemmeno gli estensori del DSM-5 possono accettare più.


   Possiamo dire che un’auto non funziona più bene – “è rotta” – quando non svolge le funzioni per cui è stata costruita. Ma possiamo dire che un’auto non funziona più proprio perché è una macchina, ovvero è un utensile fatto per svolgere certe funzioni, per servire agli esseri umani. Il concetto di funzionamento è inscindibile da quello di servire a, in altre parole qualcosa funziona bene quando serve a fare la cosa per cui è stata costruita. Possiamo anche dire che un impiegato alle poste, ad esempio, “funziona” perché svolge bene il suo lavoro postale per cui è stato assunto; è una macchina umana, se vogliamo, ma pur macchina è. Ora, se cerchiamo di montare un cavallo e questo, non essendo stato domato, scalcia e ci manda gambe all’aria, possiamo dire che “quel cavallo non funziona bene”? Un’espressione del genere ci sorprenderebbe, perché nessuno pensa che i cavalli esistano per essere cavalcati dagli esseri umani. Se un cavallo non si lascia cavalcare, si comporta da cavallo come si deve; non possiamo dire “quel cavallo è pazzo”.


   Ora, dire che un assassino sadico soffre di un disordine mentale perché alcuni suoi processi mentali o biologici non funzionerebbero significa dare per scontato che i nostri processi mentali e biologici sono sani solo quando ci comportiamo con gli altri in modo non sadico. Ma si tratta di un presupposto arbitrario, tutto da dimostrare. Chi e con quali argomentazioni ha mai dimostrato che se uno è buono “funziona bene” mentre se uno è cattivo, e gode nel far soffrire gli altri, “funziona male”? Affermazioni del genere danno per scontato che gli esseri umani siano stati ‘costruiti’ come macchine in vista di uno scopo, di un dover servire a qualche cosa – un presupposto ammesso da certe visioni religiose o metafisiche, ma non certo da una visione naturalistica e materialista dialettica come vorrebbe essere quella del DSM. Per questa, le cose che esistono – quindi anche gli esseri umani – esistono perché esistono, non esistono per svolgere una funzione predeterminata.


   Certo la maggior parte di noi non è funzionale a molte cose. Ma la filosofia naturale di oggi esclude che Homo sapiens esista sulla terra per qualche scopo, per svolgere una qualche funzione.


   Inoltre, il DSM-5 distingue in modo banale sofferenze “culturalmente giustificate e attese” – come il vivere un lutto severo per la scomparsa di una persona cara o per una sconfitta nella vita – da sofferenze “disordinate”. Ma quale è il criterio di questa distinzione? Fino a che punto la sofferenza per una perdita o una sconfitta è normale e da quale momento diventa patologica? Si dirà: “una cosa è essere depressi per un lutto, altra cosa è essere depressi senza una chiara ragione comprensibile”. Certo ci sono più modi depressivi diversi, ma cosa ci autorizza a dire che il lutto è “ordinato” mentre altre forme di depressione sono “disordinate”? Se si dice che il depresso che si suicida soffre di una disfunzione, si dà dogmaticamente come evidente il fatto che un essere umano “funziona bene” quando non è depresso. Il che implica un assioma antinaturalistico, come abbiamo visto.


   L’idea della malattia come disfunzione presuppone tutta un’antropologia metafisica che dà per implicito il fatto che l’essere umano vada pensato come una macchina volta a uno scopo. E questo funzionamento può essere stato stabilito solo da un dio, o da una Natura deificata. Anche se il DSM-5 non parla di Dio e nemmeno di Natura con la N maiuscola, la sua definizione di disordine presuppone entrambe le istanze come condizioni fondamentali del “disordine mentale”. Si è disordinati nella misura in cui non si funziona più secondo una norma implicita di vita “normale”.


   Qui il DSM-5 cerca di distinguere “un comportamento (ad esempio, politico, religioso o sessuale) che sia socialmente deviante” ma non patologico da una parte, da un comportamento socialmente deviante e patologico dall’altra. Ovvero, ad esempio, se sono omosessuale in una società dove l’omosessualità è molto riprovata e anche criminalizzata (come in molti paesi islamici), certo mi esporrò a gravi rischi e andrò incontro a “afflizioni e menomazioni” anche molto serie, ma non sono un caso psichiatrico. Se invece, sono convinto di essere un uomo che si è trasformato in donna grazie a dei miracoli divini dato che Dio mi vede come donna, questo certo mi mette in conflitto con il sistema cognitivo della mia società, che non crede a questo tipo di trasformazioni miracolose; però in questo caso sono un paziente psichiatrico. Ma appunto, quale criterio mi fa distinguere un caso dall’altro? Che cosa mi ha fatto decidere di inscrivere nel patologico il transessuale delirante e non l’omosessuale infelice? Tanto più che fino a pochi decenni fa il secondo caso era inscritto nel patologico non meno del primo nelle nostre società. La differenza è data come qualcosa che va da sé, ma non va per niente da sé, perché i principi discriminativi che fanno concludere in due modi diversi nei due casi non vengono mai enunciati. Si dice solo dogmaticamente: “L’omosessuale anche se deviante rispetto al suo contesto sociale non soffre di disfunzioni psicologiche, biologiche o di sviluppo, non è disordinato. Il transessuale delirante non solo è deviante rispetto al suo contesto sociale, ma soffre di disfunzioni psicologiche, biologiche o di sviluppo”. E in che cosa consisterebbe invece un corretto funzionamento psicologico, biologico o di sviluppo? Nel non delirare. Ci troviamo evidentemente di fronte a un argomento circolare. I concetti di “disordine” e “disfunzione” rimandano l’uno all’altro, senza che l’uno fornisca all’altro il criterio ultimo.


   Ora, la “definizione” di disordine da parte del DSM-5 porta a queste impasse perché qui il DSM assume una filosofia molto antica, il funzionalismo aristotelico. In particolare, la dottrina aristotelica dell’entelechia, ripresa poi da Leibniz e da Hans Driesch (1905), la quale afferma che ogni organismo tende spontaneamente al proprio compimento, alla propria perfezione, e la salute sarebbe il raggiungimento di questo pieno sviluppo. La malattia è una lesione per cui l’organismo non funziona più come dovrebbe rispetto al proprio fine. L’organismo è concepito come una macchina nel senso originario, in altre parole come oggetto costruito per svolgere una certa funzione. L’organismo sano è la macchina che realizza adeguatamente i fini per cui è stato “costruito”, da Dio o dalla Natura.


   Ma perché qui il DSM adotta questa visione funzionalista che cozza con la visione naturalista di oggi? E cozza in particolare con l’utilitarismo, per il quale, come abbiamo visto, se si può parlare di funzione nella vita umana, essa si riassume in una sola: massimizzare il piacere e minimizzare il dolore.


   Rispolvera il funzionalismo per una ragione molto semplice: che la visione funzionalista è l’unica che dia senso alla nozione di malattia o di disordine. E’ l’unica cioè che permetta di dare una parvenza di coerenza all’idea di “disordine mentale”. In questo modo il DSM è costretto a giocare su due tavoli tra loro incompatibili; come se uno giocasse con uno stesso mazzo di carte contemporaneamente il poker e il bridge. Quando si tratta di descrivere specificamente un disordine – potremmo mostrarlo per quasi tutta la diagnostica DSM – questo adotta la visione utilitarista e, sullo sfondo, l’empirismo naturalistico; una visione però che non fornisce alcuna giustificazione alla differenza sano/malato. Quando invece si tratta di descrivere il disordine mentale in generale, e quindi di giustificare una psichiatria medica in generale, deve ricorrere a presupposti funzionalisti in contraddizione con l’utilitarismo naturalista. Nella misura in cui il DSM si situa in continuità con la tradizione medico-psichiatrica, usa concetti aristotelizzanti; nella misura in cui segna una discontinuità perché adotta come criterio l’individualismo utilitarista, riprende, di fatto, una visione naturalista per cui non esiste una differenza categoriale tra sano e malato.


   Sarà il caso di mostrare che tutto il DSM-5, come del resto i precedenti, è incastrato in questa contraddizione tra due filosofie, tra due antropologie, che non riesce a sintetizzare né a conciliare.

   Da osservare: nonostante le pretese tecniche, il DSM non è mai entrato nella storia della scienza e, la realtà, non ha mai rappresentato una scoperta scientifica per nessuno degli addetti ai lavori, tranne che per gli psichiatri stessi.

   Il motivo è che la maggior parte dei disturbi che gli psichiatri definiscono mentali è sconosciuta e non esiste alcuna prova organica che ne attesti l’esistenza. In altre parole, nessuno dei disturbi elencati nel DSM è sostenuto da un qualsiasi criterio di osservazione diagnostica oggettiva!

  Quindi: non vi è alcuna prova che uno dei 374 “disturbi mentali psichiatrici” esista del tutto; essi esistono perché la psichiatria dice che esistono.

   Da diversi anni a questa parte, oggi in modo assiduo e martellante, la diffusione di psicofarmaci nei vari ambiti del sociale ha preso piede anche in Italia in un modo talmente rapido e veloce che nessuno ha mai avuto l’opportunità o l’inclinazione a chiedersi come mai hanno assunto un ruolo così importante nella vita quotidiana degli individui.

  Gli psicofarmaci sono usati intensamente nelle scuole, nelle case di riposo, nei centri di riabilitazione dalle droghe, nelle carceri, nei centri di permanenza temporanea per immigrati/e, e molte persone ricorrono a essi anche per “aiutarsi” a controllare il peso, per i problemi in matematica e di concentrazione, per la mancanza di autostima, per l’ansia e per i piccoli o grandi dispiaceri di tutti i giorni. Insomma, gli psicofarmaci sono divenuti la panacea per le pressioni, oppressioni e stress della vita moderna.

   Tuttavia, benché siano legali e sponsorizzati costantemente dai medici, psichiatri e neurologi, che li definiscono “medicine”, sono molto doversi dai farmaci usati solitamente per la cura delle malattie organiche. Essi sono dei farmaci che alterano la mente e l’umore; ciò significa che sono in grado di cambiare non solo il modo di pensare, di sentire e di agire di una persona, ma anche di alterare quello che una persona vede. Per quanto allucinante possa essere farmacologizzare la vita degli individui, riteniamo che a nessuno debba essere negata la possibilità di scegliere l’assunzione degli psicofarmaci per se stesso, ma in tale scelta bisogna comunque avere chiaro che questi non curano, reprimono solo i sintomi fornendo altresì una temporanea fuga dalla fonte dei problemi.

   La maggior parte di questi può avere degli effetti collaterali talmente gravi da incidere in tutto il corpo e soprattutto sul sistema nervoso, provocando un’immediata dipendenza.

  La psichiatria, con una lista di diagnosi dagli altisonanti termini scientifici, privi realmente di significato, affianca a un prontuario di farmaci psicotropi che causano numerosi effetti collaterali e sintomi d’astinenza, convince gli individui che diagnosi e droghe siano la risposta autorevole per qualsiasi problema, grande o piccolo che sia.

Insomma, ogni motivazione individuale o sociale è ridotta a un “problema” di salute mentale.

   La “medicina” sperimenta accanitamente sulla vita di bambini, adulti, anziani e animali, obbedendo a ordini di controllo e di tortura inerente a un vasto progetto di morte sociale di cui la psichiatria è una delle pratiche più diffuse.

L’unica metodologia di comprensione adottata dalla psichiatria è l’utilizzo della forza e della violenza in cui la punizione è la sola terapia efficace per imporre le proprie menzogne spacciandole per verità e renderle così, assolute e incontestabili.

      Molti psicanalisti e psicoterapisti, invece di un processo di classificazioni che avrebbe portato e spesso alla detenzione, all’internamento, e alla medicazione con farmaci antipsicotici che alterano la mente, hanno pensato che anche nei casi gravi di ritiro schizoide non perdevano necessariamente tempo se tentavano di ripristinare la salute mediante il difficile compito di districare le esperienze al fine di comprendere la malattia. In questa maniera la psicanalisi nella sua forma più radicale si potrebbe dire che è una critica a una società che non esercita l’empatia immaginativa nel giudizio della persona. Il Lavoro di Harry Stack Sullivan, Fromm, di Laing – tutti psichiatri e tutti ribelli contro le procedure tradizionali – ha fornito un modo di lavorare con le persone con le persone diverso dal modello psichiatrico, che sembrava incoraggiare la repressione della malattia da parte della di una società malata (e come si potrebbe definire una società divisa in classi sociali dove un pugno di persone possiede i capitali e dunque di mezzi di produzione della ricchezza?) creando un gruppo nettamente distinto portatore della malattia stessa. Tuttavia, è difficile credere, quando si ascolta la storia di una vita, che la persona considerata “schizofrenica” non stesse subendo gli effetti di essere stata resa, più o meno inconsapevolmente portatrice (tutto ciò, naturalmente, tenuto nascosto) dei mali della famiglia.

   Per chi sente la propria mente andare a pezzi, l’essere messo nella situazione stressante di un esame psichiatrico, anche se lo psichiatra si afferma con gentilezza, la situazione della procedura stessa della valutazione può essere un modo efficace per far diventare qualcuno pazzo o più pazzo. Ma se fare il resoconto di esperienze considerate strane garantiva, più o meno, una nuova bollatura o un giro in un reparto psichiatrico, ci sono ancora altri motivi di indignazione per un nuovo gruppo di persone sul metodo di diagnosi dei loro sintomi. Viene imposta una sentenza doppiamente crudele agli individui che sono vittime del più orribile attacco per mezzo di esperimenti militari-scientifici, con una società che è totalmente indifferente nei loro confronti.

   Tornando all’amministratore di sostegno, si deve notare un uso distorto delle nomine dell’amministratore di sostegno per fini diversi dal “sostegno”. Quello che emerge oggi in maniera eclatante concettualizzazione ed applicazione concreta di istituti finalizzati ad un controllo sociale autoritario diffuso, dove psichiatri, psicologi, educator e assistenti sociali sotto l’egida dei primi e dei magistrati di settore “sensibilizzati” plasmati attraverso informazioni e nozioni “manipolatorie”, entrano in modio deviato e deviante nelle sfere individuali, talvolta condotti per mano alla finalità della distruzione e del controllo dei soggetti colpiti.

   Se si va a vedere, si riscontra che c’è un dedalo accuratamente costruito mediante il controllo di professionalità, ruoli, che ci interfaccia con le componenti della magistratura “consapevoli” (del ruolo di controllo sociale s’intende) e un uso spregiudicato degli strumenti e degli ambiti, “di tutela”.

   Che si tratti di conflitti genitoriali, di minori o conflitti parentali, e di soggetti speciali o ordinari, le logiche degli interventi accuratamente teorizzati a monte, indicano un principio di sottrazione, di intervento sociale autoritario, che crea dolore, orientando scelte ingiuste con argomenti soavi e spesso sul piano meramente formale difficili da contestare.

   Con la chiave di lettura dello scontro tra genitori all’interno delle famiglie, e per “tutelare” i minori, si arriva che per sottrargli al conflitto, si ingenera un fenomeno di adduzione dei minori verso case-famiglia (e il relativo business) ma anche verso pratiche e situazioni, come soluzioni “comunitarie” come quelle del Forteto dove i minori erano soggetti non solo di molestie ma anche di violenze sessuali.

In questo scenario incombono le proposte di una nuova normativa sul T.S.O. che in linea teorica avrebbe dovuto essere per malati psichici in grave stato e situazioni urgenti, da strumento eccezionale, sottoposta al meccanismo della doppia certificazione (l’ordinanza del sindaco e la verifica di legittimità della stessa) ed essere operativa per periodi di 7 giorni rinnovabili con un limite breve, diverrebbe nelle intenzioni dei proponenti uno strumento di carcerazione sulla base di una sola certificazione a monte, addirittura di un solo medico, tutto ciò costituisce presa di potere da parte dei psichiatri nell’apparato sanitario. Essi sviluppano la collaborazione con il circuito giudiziario, che nel frattempo di struttura per agevolare la “tendenza normativa”. Con queste proposte si avvierebbe in via definitiva il controllo sociale di tutti gli individui “certificati”. Qualunque obiezione formale o del tipo “vedere il caso concreto” crolla miseramente, dinanzi a un quadro storico così nitido e chiaro.

GOVERNARE CON LA PAURA

   La paura e il relativo bisogno di protezione e di certezza non sono solo una delle radici della cultura ma anche uno dei fondamenti del governo politico. Il fatto che la paura sia una cosa ritenuta ineliminabile dalla condizione umana, che essa rimanga sullo sfondo di ogni aggregazione sociale, la rende un abituale strumento di governo. Cose come governare la paura è un compito essenzialmente politico, governare per mezzo della paura è una delle forme che la politica può assumere specialmente quando viene meno il consenso che sostiene il ceto politico. Freud spiega così il rapporto fra paura e governo politico: crescendo la paura l’individuo ritorna bambino e questi: “non può fare a meno della protezione contro potenze superiori sconosciute, egli presta a queste i tratti della figura paterna, si crea degli dei, che teme, che cerca di propiziarsi, e ai quali nondimeno affida la sua protezione. Il motivo del desiderio del padre coincide pertanto col bisogno di protezione contro le conseguenze della debolezza umana”.[6]

  Si governa con il consenso e con la forza, ma la forza in fondo non è che la capacità di incutere, cioè un’altra via per ottenere consenso non spontaneo. Così la paura attraverso le differenze di forza, sia che passi attraverso l’immaginario collettivo, diventa uno strumento di governo. E poi quando viene meno un nemico, se ne crea un altro. La paura nata nel mondo psichico entra per diverse vie nell’ordine politico e viene usata dai diversi regimi politici, nelle situazioni di crisi, o anche, quando bisogna garantire la compattezza della classe dirigente. La paura allora diventa manipolazione, blocco dell’azione o della reazione, schermo per giustificare una decisione o un’azione.

   È predominante nella sociologia e negli altri campi di analisi della società, ritenere che le relazioni sociali abbiano raggiunto una tale densità da sfuggire a ogni controllo e a ogni rappresentanza sistemica. In sostanza secondo questa tesi, per quanto la classe dominante si sforzi con l’aiuto della tecnologia di introdurre nuove tecniche di controllo sociale, quasi a generare una sorta di militarizzazione della vita collettiva, essa nella realtà diventa un’impresa impossibile per via della complessità delle relazioni sociali. Questo tipo d’impostazione, comporta da un punto di vista politico, che ci si debba limitare alla conservazione dello status quo, al massimo si possono tamponare i numerosi imprevisti che insorgono nella vita sociale. In sostanza l’immutabilità di una società divisa in classi sociali.

   Ma quest’analisi salta di fronte all’evidenza dei fatti. La crisi in atto accentua e allarga la polarizzazione sociale, le masse anziché assuefarsi in una comunità totalmente alienata, pur in maniera confusa e contradditoria si muovono, in barba a tutte le teorie sull’integrazione dei lavoratori (questi “grandi” teorizzatori dimenticano – volutamente o meno ma ciò non ha importanza – il semplice fatto che in quanto forza-lavoro, sono parte integrante del rapporto capitalistico) e per questo si inventano le “de-integrazioni”.

L’INFAMIA CONTEMPORANEA

   Ritengo che sia il titolo più appropriato per concludere.

   Quello che abbiamo assistito nel nostro paese è stata nella sostanza una guerra civile a bassa intensità.

   La cordata che faceva parte gli elementi della P2 in parte in si è riciclata e in parte è stata annullata politicamente. La P2 ha svuotato gli apparati della democrazia borghese, tramite il controllo degli apparati e dei gangli dello Stato, ed è intervenuta pesantemente su partiti, sull’informazione e la formazione degli uomini, col Progetto di Rinascita Democratica. Progetto questo che alla fine è stato fatto da tutte le forze politiche presenti in parlamento, comprese quelle di sinistra anche quella cosiddetta “radicale”, che non opporsi alle varie modifiche costituzionali in atto.

   Nel frattempo, è andata avanti un’operazione, più complessa e sotterranea, coperta, portata avanti da strutture che un ex magistrato Paolo Ferraro chiama Supergladio, ma che si potrebbe definire in tanti altri nomi. Strutture che sono la parte nazionale di strutture internazionali.

   Strutture che avevano come compito l’accentuarsi del controllo sociale. A esse molto probabilmente partecipano:

  • Psichiatri a doppio ruolo, infiltrati nelle varie istituzioni giudiziarie, poliziesche, militari, carcerarie e sanitarie.
  • Magistrati affiliati a una massoneria “illuminata” e “progressista”
  • Settori della polizia, dei carabinieri (bisogna includere molto probabilmente anche guardie forestali e carcerarie).
  • Membri degli apparati statali in particolare dei servizi segreti (dove ci sono molti militari).
  • Settori dell’esercito.
  • Professionisti o personaggi legati al mondo delle professioni e alle attività forensi o sociali.
  • Uomini politici legati al progetto.

   Questo progetto che non è solamente italiano, ma è internazionale.

   Non è certamente un caso, il ridimensionamento dei servizi antiplagio e delle squadre antisetta del Ministero dell’Interno. Bisognava proteggere questo progetto e l’organizzazione, ed eliminare i punti di attrito istituzionali e il pericolo che il tutto fosse capito e scoperto.

   Ma queste organizzazioni che nella realtà per quanto si possa venire delineando come un insieme di strutture aveva la necessità di farsi propaganda, ed avendo la necessità di rimanere segreta, ha usato per fini di omertà e contemporaneamente di casta, di una casta fortemente elitaria, ma anche per terrorizzare viene usato tra le i membri di queste élite l’esoterismo (nella versione occultista, con lo scopo non dichiarato ma esplicito di tagliare fuori le masse, non far comprendere le reali dinamiche),[7] e soprattutto il linguaggio simbolico.

   Alla fine tutti gli omicidi “strani”, i “mostri” (pensiamo a quello di Firenze) e tutte le altre nefandezze (pedofilia, tossicodipendenza ecc.) sono divenute foriere di ricatto (pensiamo al caso Marazzo), paura e viltà negli stessi apparati statali, si crea il mito negativo (del serial killer, della madre “assassina”, i figli “assassini” ecc.) dove tutta una serie di situazioni, dopo la stagione stragistica, tendente a creare tensione, terrore, soprattutto negli ambiti privati (famiglia, tra moglie e marito, tra genitori e figli) proprio dove le persone vivono la quotidianità della propria esistenza.

   Funzionale a questa strategia è l’uso dei media in particolare dello strumento televisivo. La televisione, come ormai è ben noto, è il canale più comunemente usato nella pratica della diffusione di modelli e tendenze ed è il più utilizzato da chi vuole controllare le masse nelle metropoli imperialiste, definite in altri termini “paese democratici”. Non si tratta, di dire che abbia il potere di decidere cosa le persone devono pensare. 

I PRODOTTI DI QUEST’INFAMIA

  In sostanza tutto ciò prodotto una forma di fascismo moderno che si potrebbe definire tecno-fascismo. Dove per l’organizzazione del potere e del consenso diventa centrale l’uso dei media e della televisione in particolare.

   Non nel senso che è la televisione decide cosa le persone cosa le persone devono pensare. Ma essa lavora su quel fenomeno che la sociologia Tavistockiana chiama Agenda Setting, ovvero la facoltà decidere “riguardo a cosa” la massa deve pensare. E’ importante per capire di quello che si sta parlando di capire la genesi di quest’Agenda. Il 15 gennaio 1934 uno spaventoso ciclone sconvolse la provincia indiana del Bihar. Per qualche tempo, nelle regioni vicine a quella colpita, si diffusero allarmistiche che predicevano nuovi e peggiori disastri. Queste voci, circa venti anni dopo dovevano cadere sotto gli occhi di Festinger, uno dei più importanti studiosi americani, che era allora impegnato a ordinare e integrare teoricamente la grande quantità di dati che erano stati, sono allora raccolti nel campo della comunicazione dell’influenza sociale. L’esame di questi dati inerenti alle voci allarmistiche costituì la molla da cui doveva nascere e diffondersi così facilmente alla teoria della dissonanza cognitiva. Come mai, si chiese Festinger, in una situazione del genere potevano nascere e diffondersi così facilmente delle voci terrorizzanti? Non sarebbe stato più logico che tra quelle popolazioni, già in preda al terrore, nascessero invece delle voci che tendessero a ridurre la paura? La risposta di Festinger è che queste voci non erano destinate a provocare paura, bensì a giustificare quella che già la gente aveva. Esisteva cioè una discordanza tra quanto queste persone, non direttamente colpite dal terremoto, vedevano attorno a loro, e la paura che provavano e che non era giustificata da quanto vedevano. A questa discordanza tra elementi cognitivi (intendendo per elemento cognitivo ogni conoscenza, opinione o credenza che un individuo o un gruppo ha su se stesso o sul mondo che lo circonda) venne dato il nome di dissonanza cognitiva. Secondo la teoria che nacque allora esiste in ogni persona, in presenza di una dissonanza, una pressione tendente a ridurla, tanto maggiore quanto è più forte è la dissonanza. La riduzione può ottenersi (ed è il caso delle popolazioni indiane) aggiungendo nuovi elementi consonanti (le voci di prossime sciagure); potrebbe però aversi, ha seconda delle circostanze anche cambiando glie elementi dissonanti o diminuendone l’importanza. La portata della teoria così abbozzata è indubbiamente molto ampia, e abbraccia gran dei problemi della psicologia sociale, particolarmente nel campo delle comunicazioni. Dai processi decisionali e dalle conseguenze delle decisioni all’induzione forzata di un comportamento esteriore in contrasto con le opinioni private dell’individuo, ai problemi della comunicazione e di diffusione delle informazioni, al comportamento dei gruppi, ai fenomeni di massa, Festinger analizza in un quadro unitario, in conformità a numerose ricerche sperimentali, il potere predittivo e interpretativo della teoria. Dunque, progetto Tavistock e Agenda Setting potendo decidere gli argomenti su cui le persone ragioneranno, si scambieranno pareri, si formeranno opinioni, chi controlla la TV è in gradi di creare una realtà parziale ed omettere da questa ciò che non vuole si conosca.

   È dunque l’omissione, il vero potere, l’omissione di tutti quegli argomenti, quei valori, quei modelli, quelle sensazioni, quegli atteggiamenti, quei comportamenti che siano ostili al leader e al regime.

  Infatti, se si nota il comportamento di molti giornalisti televisivi o dei conduttori di programmi d’intrattenimento, il loro atteggiamento non si limita a fare domande, ma quello di evitare di approfondire argomenti importanti, e spesso prendere le difese delle personalità che sono contestate.

  Oppure c’è l’omissione della realtà inserendo fatti concreti in minestroni fatti da magia, esoterismo, numerologia ecc.

   In sostanza la “verità” consiste in un consenso preconfezionato che è stato deciso aprioristicamente, a tavolino e chiunque non si adatta viene bollato come estremista, catastrofista e cose del genere.

  La gestione del potere e del consenso comporta anche il processo d’inclusione-esclusione. Non è un caso che attualmente mobbing e stalking sono diventati un fenomeno di massa. Fenomeno favorito dall’utilizzo della tecnologia elettronica (e dall’utilizzo delle onde telepatiche) che ha portato nei fatti anche se non giuridicamente l’affermarsi nella società di un nazismo genetico fatto di controllo e sperimentazione sulle persone sensibili. In sostanza una psichiatrizzazione di massa che comporta lì innesto di meccanismi elettronici a persone sensibili. E da un punto di vista culturale la perdita di valore e dignità delle donne, dove nessuno contesta più se il lavoratore sia solo merce (un’ideologia fascista che giustifica il licenziamento) è perciò giustifica e legittimizza il mobbing di massa nei luoghi di lavoro e in quelli sociali.

   Una realtà, dove alla base stanno multinazionali farmaceutiche e delle protesi uditive ed acustiche, che si serve di centri di ricerca universitari e militari (neurologia, psichiatria, neurofisiologia e, cibernetica) strettamente connessi tra di loro (scienza asservita = guerra), di parlamentari (magari connessi a servizi segreti o a polizie speciali), dei servizi segreti (e attraverso i servizi carcerari utilizzano molti detenuti nel loro sporco lavoro), delle organizzazioni mafiose (e il carcere è uno dei luoghi dove collaborano con i servizi), di organizzazioni terroristiche per creare i capri espiatori, di intellettuali ecc.


[1] http://archiviostorico.coriere.it/1996/luglio/25/Cardella_spunta_impero

[2] Costituzione di una Commissione nazionale di studio in materia di funzioni del Giudice Tutelare e dell’Amministratore di Sostegno.

Psichiatria Democratica e Magistratura Democratica hanno costituito una Commissione di Studio perché il Paese si doti di uno strumento di legge (Amministratore di sostegno) che serva a sostenere adeguatamente le persone in difficoltà, soprattutto oggi che progressivamente si vanno svuotando gli Ospedali Psichiatrici. L’obiettivo che ci si prefigge è quello da un lato di limitare ai soli casi estremi il ricorso agli istituti dell’inabilitazione e dell’interdizione e dall’altro a far sì che l’attenzione si sposti dalla “roba” alla quotidianità della persona. Responsabili della Commissione sono stati designati i dottori E. LUPO e L. ATTENASIO per P.D. e il dottor AMATO per M.D.

Roma 1997

Comunicato Stampa

PSICHIATRIA DEMOCRATICA MAGISTRATURA DEMOCRATICA

   In relazione al Progetto di Legge relativo alla costituzione dell’ Amministratore di sostegno per i cittadini in difficoltà anche temporanea a causa di menomazioni o malattie o a causa dell’età, presentato dal governo lo scorso luglio, Psichiatria Democratica, attraverso i rispettivi Segretari nazionali dott. Emilio LUPO e Vittorio BORRACCETTI, richiamano l’attenzione del Governo e del Parlamento tutto, acchè sia promossa sul tema una ampia e rapida consultazione di quelle realtà nazionali impegnate a fianco dei meno garantiti.

   P.D. ed M.D. auspicano che in tempi brevi il Paese si doti di uno strumento che garantisca diritto di cittadinanza e dignità di vita a quei a quei cittadini cui oggi è concessa la sola interdizione.

   LUPO e BORRACCETTI si dicono, infatti, preoccupati dal fatto che, in assenza di disposizioni più adeguate e rispondenti alle necessità del singolo in difficoltà, possa concretizzarsi il pericolo che in talune realtà, nel corso del processo di chiusura dei manicomi si promuovano interdizioni di massa.

Settembre 1997

Invito al Governo ed al Parlamento perché riprenda e concluda la discussone sui progetti di legge psichiatria Democratica e Magistratura Democratica invitano il Governo ed il Parlamento a voler adoperarsi perché la Commissione giustizia della Camera dei Deputati riavvii la discussione ed il confronto – in Commissione Giustizia – sul testo unificato dei progetti di legge nn. 960 e 4040, relativamente alle “Disposizioni in materia di funzioni del Giudice tutelare e dell’Amministratore di sostegno”. Le due Associazioni che nei mesi scorsi hanno trovato nell’Onorevole Giuliano PISAPIA (allora presidente della Commissione) un attento e sensibile interlocutore, oggi rinnovano l’invito a tutti che hanno a cuore lo sviluppo di pratiche dei diritti, perché il testo della Commissione – con le opportune modifiche ed integrazioni – costituisca l’utile base di una discussione rapida e definitiva.

Napoli, Gennaio 1999

[3] Edito dall’American Psychiatric Association, Washington DC, London. Tr.it. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina, Milano, 2014

[4] Spitzer (2011), Frances (2010; 2010-13; 2012b; 2013), Spitzer & Frances (2011).

[5] OMS 2003, p. 3.

[6] Freud, Il disagio della civiltà.

[7] Quello che fu definito Bunga Bunga potrebbe essere stato un rito di magia sessuale praticato in molti ambienti altolocati. Afferma a proposito Magaldi: “Infatti, a differenza della P2, che trascurava molto l’aspetto “rituale”, al Fratello Silvio l’Esoterismo e le cerimonie occulte piacciono molto…specie quelle di magia sessuale…    Specie quelle che coinvolgano in un “sol colpo” alcuni presunti Illuminati Massoni e alcune fanciulle scelte all’uopo per la loro potenzialità erotico-iniziatica “sottile (Julius Evola docet) e non per un’adeguata qualificazione spirituale. Questo, almeno, accadeva prima che il Fratello Silvio perdesse la bussola della propria Via contro-iniziatica e iniziasse a praticare il Bunga-Bunga de noantri…    Ma le/i testimoni di quei riti più raffinati restano: spetta solo alla libera informazione italica (se c’è) di convincerle/i a “vuotare il sacco”.    Di lì, da quei riti di magia sessuale che, al contrario del Bunga-Bunga (in cui il Grande Satiro è pressoché l’unico Fruitore), vedevano coinvolti molteplici importanti (e qualificati) personaggi dell’entourage berlusconiano, non sarà difficile risalire ad alcuni importanti componenti della “Loggia del Drago”, tra le cui attività non è mai mancata la possessione rituali di “Vergini”, intese in senso “iniziatico”, come con rara precisione e raffinatezza ebbe a dichiarare la steineriana Veronica Lario”. http://www.grandeoriente-democratico.com/il_massone_fascista_Licio_Gelli_l_Anello_della_Repubblica_e_la_perdurante_ignoranza_degli_italiani_sulla_Massoneria.html

ALCUNI ELEMENTI INERENTI ALLA DISCIPLINA AZIENDALE E L’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO DAL SECONDO DOPOGUERRA AGLI ANNI SETTANTA

•ottobre 18, 2020 • Lascia un commento

   Le lotte operaie dispiegatasi nel nostro Paese a partire degli anni ’60, culminate nell’autunno caldo del 1969 e proseguite negli anni ’70 hanno consentito ai lavoratori delle rilevanti conquiste.

   La base materiale che ha reso possibile queste conquiste sono stati i tre decenni (1945-1975) di sviluppo dell’economia capitalistica. Beninteso, la Borghesia Imperialista, non ha regalato ai lavoratori né i miglioramenti economici, né il diritto di sciopero, il diritto di associazione, le otto ore ecc. Essi li hanno dovuto strappare, cioè conquistare con la lotta, con il sacrificio. Ecco perché è corretto parlare di conquiste. D’altra parte, le masse hanno conquistato nuove e migliori condizioni di vita dovendo far fronte, nel primo dopoguerra alla repressione dovuta dal fascismo e nel secondo dopoguerra alla persecuzione delle avanguardie partigiane, al boicottaggio e all’isolamento del sindacato, ai morti nelle manifestazioni (Portella della Ginestra, Reggio Emilia, Avola). Ciononostante, quello che ha caratterizzato il periodo del secondo dopoguerra è stata la conquista di migliori condizioni di vita. Analogamente il periodo attuale di cri è caratterizzato principalmente dall’attacco della Borghesia Imperialista alle conquiste.

   Alcune conquiste sono state realizzate, dai lavoratori prima che leggi le sanzionassero ; altre i lavoratori sono riusciti a farle sanzionare dalle leggi, ma non hanno avuto la forza di farle applicare perché la Borghesia Imperialista o la sua “pubblica” amministrazione avevano nel frattempo ripreso saldamente in mano il coltello dalla parte del manico.

DISCIPLINA AZIENDALE E ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

   I problemi relativi alle sanzioni disciplinari non possono non essere esaminati quando si affrontano quelli relativi all’organizzazione del lavoro dell’impresa. La materia è per lo più oggetto di studio da parte dei giuristi; e per le controversie a cui talune sanzioni disciplinari generalmente danno luogo, si è spesso ritenuto che, trattandosi di problemi giuridici, la competenza sia dei tecnici del diritto. Anche se così fosse, si tratterebbe comunque di regole giuridiche e di controversie giuridiche che riguardano direttamente lo svolgimento e l’eventuale cessazione del rapporto di lavoro; si tratterebbe sempre di regole giuridiche che influiscono sulla libertà, la dignità, la sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Per tali ragioni, la materia non può essere lasciata agli specialisti del diritto, e tanto meno agli specialisti di un diritto che abbia per scopo di mantenere e adattare strumenti idonei ad assoggettare i lavoratori ad esclusivi interessi padronali. Certo, la diffidenza di molti lavoratori per l’uso che tradizionalmente viene fatto degli strumenti giuridici ha profonde motivazioni economiche, sociali, e politiche (come d’altro canto ci sono lavoratori che hanno nel lato giuridico, dentro un quadro di demoralizzazione e sfiducia in se stessi come forza collettiva, sperano in sostanza che il ricorre alle leggi eviti il ricorso alla lotta in prima persona). Ma i lavoratori organizzati e coscienti, quando operano per apprestare strumenti idonei alla loro emancipazione, non possono trascurare di conoscere e modificare i meccanismi attraverso i quali sono regolati, mantenuti, e adeguati sostanziali rapporti di rapporti di dominazione e di sfruttamento. Se vi sono dunque aspetti dell’organizzazione capitalista del lavoro i quali richiedono un esame critico del diritto che è andato formandosi nel campo delle sanzioni disciplinari, i lavoratori non possono rifuggire da questo compito, giacché, se intendono modificare la sostanza dei rapporti nei luoghi di lavoro, non possono ignorare le relazioni di quei rapporti registrate in leggi e in contratti collettivi.

   Il sindacato di fatto opera nel campo del diritto, poiché intervenie nei rapporti economici, sociali e politici, e nella loro regolazione. Tant’è che se ne abbia piena coscienza, bisogna evitare che la diffidenza verso il tradizionale uso del diritto in senso antipopolare non si tramuti in feticismo culto delle norme scritte. Del resto, un approfondimento delle questioni relative alle sanzioni disciplinari sotto il profilo del diritto, per certi aspetti non è stato effettuato. Per cui, quello che potrebbe sembrare una pura esercitazione teorica, mostrerà invece i suoi evidenti riflessi pratici; e si comprenderà che non si tratta già di una materia per studi a tavolino, ma di concreti rapporti sui luoghi di lavoro, e di precisi obiettivi rivendicativi a profonda modifica delle regolamentazioni del passato.

   Certo, è, però che quando nell’interesse dei lavoratori si affrontano i problemi giuridici , non ci si muove nell’ambito del diritto tradizionale, e ancora meno in quelle delle esercitazioni interpretative, ma piuttosto nell’ambito dell’affermazione, anche con l’attività pratica, di nuovi rapporti adeguati alla maturazione delle istanze di emancipazione dei lavoratori, e conseguentemente nell’ambito di nuovi strumenti giuridici, di nuove regolazioni, aperte a nuovi incessanti sviluppi.

le sanzioni disciplinari nella legge e nei contratti

   Nei luoghi di lavoro vengono inflitti ai lavoratori – in relazione ad alcuni comportamenti – multe e licenziamenti a titolo di punizione,  perché sia assicurata l’osservanza della disciplina. Tali misure vengono chiamate comunemente sanzioni disciplinari, o provvedimenti disciplinari, e riguardano comportamenti chiamati comunemente infrazioni disciplinari. Anche la legge e i contratti collettivi di lavoro le prevedono. Le norme di legge in materia sono contenute nel Codice civile e nello Statuto dei diritti dei lavoratori.

LE NORMATIVE DEL CODICE CIVILE DEL 1942

  Il Codice civile è stato emanato nel 1942 e le norme relative alle sanzioni disciplinari sono contenute nel libro quinto Del lavoro, che, come si può leggere nella relazione del ministro Guardasigilli dell’epoca, “coronano l’edificio della riforma fascista del codice civile”, sanzionando la incorporazione in esso della Carta del lavoro fascista. In pochi articoli del codice civile sono contenute le norme sulle sanzioni disciplinari.

   L’art. 2104, sulla diligenza del prestatore di lavoro, dice che “deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse dell’impresa e da quello superiore della produzione nazionale”, e che “deve inoltre osservare le disposizioni per l’esecuzione e per la disciplina del lavoro impartite dall’imprenditore e dai collaboratori di questo dai  quali gerarchicamente dipende”.

   L’art. 2105, sull’obbligo di fedeltà, dice che “il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’ impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio”.

   L’art. 2106, sulle sanzioni disciplinari, dice che “l’inosservanza delle disposizioni contenute nei due articoli precedenti può dar luogo all’applicazione di sanzioni disciplinari, secondo la gravità dell’infrazione in conformità delle norme corporative”.

   Il decreto legislativo luogotenenziale 13 novembre 1944, n. 369, abrogando l’ordinamento corporativo,  ha poi mantenuto in vigore i contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni corporative, “salvo le successive modifiche”.

LA GERACHIA NELL’IMPRESA

   Questi tre articoli – obbligo di diligenza, obbligo di fedeltà, sanzioni disciplinari per l’inosservanza dei due obblighi – sanciscono, secondo le parole usate nella relazione del ministro Guardasigilli in carica nel 1942 “i doveri generali di comportamento, che incombono al lavoratore, come partecipe della organizzazione dell’impresa, e quindi soggetto al suo ordinamento (rapporto gerarchico, poteri direttivi e disciplinati)”.

   Perché meglio si capisca in qual senso il lavoratore fosse considerato partecipe dell’organizzazione dell’impresa, va ricordato che l’art. 2086 del codice civile afferma che “l’imprenditore è il capo dell’impreso e da lui dipendono gerarchicamente i suoi collaboratori”, e ciò – come è detto nella citata relazione del ministro Guardasigilli – in conformità alla dichiarazione VI della Carta del lavoro fascista, in quanto l’ordine dell’impresa non può riposare che sul principio gerarchico, di cui il Fascismo è scuola”.

LO STATUTO DEI LAVORATORI DEL 1970 E LE NORME DEI CONTRATTI COLLETTIVI

   Nessuna altra norma di legge, dopo quelle del Codice civile del 1942, è stata emanata in materia di sanzioni disciplinari prima dello Statuto dei diritti dei lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300). Lo Statuto nel suo articolo 7, ha prescritto che le norme disciplinari relative alle sanzioni devono essere affisse in luogo in luogo accessibile a tutti e devono applicare quanto in materia è stabilito dai contratti di lavoro. L’art. 7 ha anche previsto una procedura di contestazione del provvedimento disciplinare con l’assistenza del rappresentante sindacale ed un ulteriore procedimento di conciliazione e di arbitrato in sede di Ufficio provinciale del lavoro. Altre norme sono contenute nell’art. 7 sui limiti delle multe e delle sospensioni, sull’intervallo tra il rimprovero e l’applicazione della sanzione, sul rinvio alla legge sul licenziamento, sull’irrilevanza della recidiva  dopo due anni.

   La legge – cioè il Codice civile e lo Statuto dei diritti dei lavoratori – rinvia ai contratti collettivi per le sanzioni disciplinari. Infatti, tutti questi contengono clausole intitolate Procedimenti disciplinari, o Norme disciplinari, o Disciplina del lavoro, o Disciplina aziendale, o Licenziamenti per cause disciplinari, o Licenziamenti mancanza, o ancora Licenziamento per cause disciplinari, o ancora Licenziamento per punizione. Le punizioni previste vanno dall’ammonimento, alla multa, alla sospensione, al licenziamento. Le infrazioni sanzionabili vanno dall’abbandono del posto di lavoro alla negligenza o lentezza nel lavoro, al danneggiamento del materiale, al furto o all’introduzione di bevande alcoliche, all’ubriachezza, alle collette o sottoscrizioni, comprendono inoltre nell’inizio il ritardo dell’inizio del lavoro, la sospensione o anticipata cessazione, l’esecuzione di lavori di pertinenza dell’azienda per conto terzi fuori dalla stessa, altri comportamenti non precisati che consistano in trasgressioni o mancanze che comunque pregiudichino la disciplina e ancora aggressioni a mancanza che comunque pregiudichino la disciplina la disciplina e ancora l’insubordinazione, il furto, la rissa, il trafugamento di schizzi, la costruzione di oggetti per uso proprio o di terzi dentro lo stabilimento, la recidiva in infrazioni.

   Queste sono le sanzioni disciplinari. L’espressione viene usata nei contratti collettivi e gli studiosi del diritto hanno trattato la materia trasmettendosi le loro riflessioni in argomento, di epoca in epoca da un sistema all’altro, senza grandi modifiche nell’impostazione.

disciplina e organizzazione del lavoro

   Disciplina, sanzione: che cosa si intende per disciplina? Che cosa si intende sanzione? Sono questi i primi interrogativi a cui converrà rispondere se si vuole tentare di affrontare con una nuova visuale, una materia i cui fondamenti sono stati fin qui dati per scontati, ma che certo non sono piu adeguati alle nuove istanze di emancipazione che stavano emergendo tra la fine degli anni  Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Prima di tutto per affrontatore correttamente il tema bisogna chiedersi che cosa è la disciplina.

   Nei dizionari si leggerà che la disciplina è un insieme di regole che mantengono l’ordine e l’obbedienza. Nei  trattati di diritto si leggerà che la disciplina è un fattore ed un aspetto di un certo ordine, di un insieme di norme che regolano il comportamento umano in relazione a particolari fini, norme che regolano il comportamento umano in relazione a particolari fini, un insieme di comodi e di sanzioni che tendono ad assicurare l’ordinato funzionamento di un organismo sociale.

   Rimanendo nell’ambito dell’azienda, la disciplina è dunque un aspetto dell’ordine in azienda, un insieme di comandi di comandi e di sanzioni che regolano al suo interno comportamenti in relazione ai fini dell’impresa, insomma è insieme di comandi e sanzioni rivolti ad assicurare il funzionamento dell’azienda secondo un ordine predisposto al raggiungimento dei fini perseguiti dall’impresa stato. La legge – che regola un ordine più in generale, cioè i rapporti economici e sociali della società  – stabilisce l’obbligo del lavoratore di usare diligenza nella prestazione, di essere fedele al datore di lavoro e di osservare le disposizioni da lui impartire riconoscendo all’imprenditore il potere di stabilire e far osservare un ordine nell’azienda.

DISCIPLINA AZIENDALE E POTERE GERARCHICO DELL’IMPRENDITORE

   Ludovico Barassi[1] che viene considerato un maestro del diritto del lavoro da parte dei docenti in materia, ha scritto nei suoi trattati abbonatissime pagine sulla disciplina nel rapporto di lavoro (per esempio (per es. Il diritto del lavoro, Giuffré, Milano, 1936 e 1957). Molto significativo il fatto che nelle edizioni successive al crollo del fascismo siano state portate soltanto lievissime modifiche. Il che sta a confermare i legami che uniscono una certa disciplina aziendale al sistema capitalistico in generale.[2]

   Sulla disciplina aziendale Barassi ha scritto che le obbligazioni del lavoratore debbono da lui essere attentamente osservate “perché gli scopi cui mira l’azienda presuppongono, per il loro raggiungimento, il massimo rendimento del fattore lavoro così come la migliore utilizzabilità degli altri fattori di cui l’imprenditore si serve (capitali, cognizioni, tecniche). E il lavoro occorre a questo fine solo con l’armonica coordinazione di tutti quegli elementi e in particolare dei lavoratori. L’attuazione di questa organizzazione ordinata e feconda del lavoro è quella che si chiama disciplina, la disciplina interna del personale e basta scorrere i contratti anche per capire la grandissima importanza che essa ha nel sistema del lavoro, anche secondo la Carta del lavoro (dich. XIX)”.

   Il testo citato, che è del 1936, è stato modificato nell’edizione del 1957 solo nelle ultime parole, in cui in luogo di “sistema fascista del lavoro” ecc., è detto “sistema giuridico del lavoro” (rispettivamente, pag. 103 dell’edizione del 1936 e pag. 375 di quella del 1957). E più avanti: “la vigilanza della disciplina che ai dipendenti di un’azienda è imposta spetta naturalmente al datore, al quale anche l’ordinamento fascista del lavoro (cambiato poi in “ordinamento giuridico del lavoro”), concede logicamente col potere direttivo, i mezzi per farlo rispettare. La facoltà lui concessa come datore, cioè come titolare della potestà direttiva ed organizzativa, di applicare le sanzioni dirette all’osservanza della disciplina cioè il potere disciplinare come è inteso, rientra nel potere gerarchico”.  (Rispettivamente, a pag. 103 e a pag. 375 delle due azioni).

   Che cosa il potere disciplinare?

   Se ne parlò in un convegno di giuristi del lavoro, tenuto nel 1971 a Saint Vincent, in relazione ai limiti che lo Statuto dei diritti dei lavoratori ha introdotto nei poteri del datore di lavoro; è in quell’occasione è stato mantenuto lo schema di Barassi sul potere gerarchico che si esplica nei due momenti del potere direttivo e del potere disciplinare.

   Due relatori riferirono infatti riferirono sui limiti al potere disciplinare – relatore Spagnuolo Vigorita – e sui limiti al potere direttivo – relatore Suppiej.[3]

   A chi faceva rilevare che tale ripartizione del potere gerarchico fosse di vecchia data e risalire ai maestri del diritto corporativo ai maestri del diritto corporativo fascista, veniva risposto da un docente particolarmente legato al padronato industriale, prof. Ubaldo Prosperetti, con queste parole: “Si è parlato di potere gerarchico: questa è un’altra di quelle espressioni che non bisognerebbe adoperare, tanto più perché certe assonanze impressionano gli ignoranti. Che cos’è il potere gerarchico? Un potere gerarchico non esiste; si tratta di un modo di esercizio del potere direttivo esplicato, per le dimensioni di certe aziende, attraverso i rappresentanti aziendali interni dell’imprenditore. È dunque il potere direttivo che gradatamente si specifica e scende (questa parola è avalutativa, come si dice oggi, non vuole indicare che si va verso il basso) e si dirama presso tutti i lavoratori che devono avere le direttive dell’imprenditore”.[4]

   Insomma: il potere rimane gerarchico, ma non bisognerebbe più dirlo. Di fatto è sempre l’imprenditore che dirama le direttive che se ne impone l’osservanza con le sanzioni. È qui la fonte del potere disciplinare. Molti giuristi hanno speso fiumi di parole e d’inchiostro per affermare che se il lavoratore subisce la volontà del datore di lavoro, è in virtù del contratto con il quale “liberamente” accetta un rapporto di signoria e di soggezione; rapporto in cui c’è chi comanda e punisce e c’è chi obbedisce ed è punito. Altri giuristi hanno replicato affermando che all’origine del potere disciplinare dell’imprenditore deve considerarsi l’organizzazione del lavoro stessa, indipendentemente dal contratto.

   La questione non era certo priva d’interesse, ma la sua complessità richiederebbe di per sé una trattazione specifica. Peraltro, non sembra che l’adesione all’una o all’altra delle due tesi porti a molto di più che a una scelta fra concetti, delle due senza toccare apprezzabilmente la realtà  dei rapporti disciplinari sui luoghi di lavoro. Il contratto, in sostanza, non fa che regolamentare il fatto, cioè la prestazione di lavoro subordinato, lo sfruttamento, e dare una veste giuridica a questa situazione di fatto; cioè altro non è che uno strumento per il mantenimento di questa. Il richiamo al contratto è un diversivo utile per chi non voglia considerare la situazione di fatto che sta a monte e che consiste nello sfruttamento subito dagli operai. Ci si ferma al momento in cui operaio e padrone hanno stipulato il contratto, come due uguali con diritti uguali che stringono un accordo; da quell’accordo si prende le mosse e si entra nel mondo del diritto –  inaccessibile ai profani  –  che ha proprio la funzione di dare una giustificazione, un’organizzazione, una veste sanzionatoria a dei rapporti di fatto che sono segnati da una profonda disuguaglianza.

ORGANIZZAZIONE, SUBORDINAZIONE E CONTRATTO

   In sostanza il contratto, nel rapporto di lavoro, è soltanto la forma che assume lo sfruttamento imposto dalla classe dominante e quindi, chiunque si ponga su un piano di critica attiva nei confronti del rapporto di classe caratterizzante la società capitalista, non attribuirà alla disputa maggiore importanza di quanta ne abbia ai fini pratici.

   Del resto, alla tesi che pone nel contratto la fonte della disciplina, fu contrapposta un’altra da un vecchio maestro dei giuristi, Santo Romano, che afferma che la disciplina di stabilimento non rientra se non indirettamente nel contratto di lavoro. “Certo, se tale contratto – egli ha detto – il lavoratore non sarebbe ad essa vincolato, ma questo non è che un presupposto. La disciplina dell’impresa non nasce dal patto contrattuale, ma dall’organizzazione interna, di cui si viene a far parte previo tale patto (…). Ciò è tanto vero che anche coloro che adottano le vedute di cui abbiamo fatto cenno, riconoscono che la disciplina è l’affermazione signorile della volontà di uno solo: del capo che ha i rischi e perciò dirige e coordina il lavoro. Ora la volontà di uno solo è evidente qualcosa di diverso dalla volontà che estrinseca nel contratto. Si aggiunga che la disciplina importa un vincolo di coesione non solo con il capo dell’azienda ma altresì degli operai tra loro, tra i quali non si può dire che intervenga un contratto”.[5]

   Un altro vecchio maestro degli stessi docenti, Paolo Greco, nel suo trattato Il contratto di lavoro del 1939 affermò molto chiaramente che “l’organizzazione stessa dell’impresa nella quale il lavoratore s’inserisce è la vera fonte della gerarchia, e quindi del potere disciplinare del datore di lavoro quale capo dell’impresa”.

   Riassumendo: la disciplina è un aspetto di un certo ordine; la disciplina aziendale è quindi un aspetto di un certo ordine aziendale; l’ordine aziendale nasce dall’organizzazione, che vuole la soggezione del lavoratore. Si evidenzia così il legame stretto che unisce che unisce la disciplina aziendale all’organizzazione del lavoro in azienda.

“Essenziale per l’organizzazione è la disciplina”

   Il legame tra la disciplina e l’organizzazione che fa al datore di lavoro, è generalmente affermato dai giuristi di lavoro. Uno dei loro maggiori esponenti, Santoro Passarelli, in un dibattito svoltosi negli anni Sessanta svoltosi all’Università di Trieste[6], ha ribadito chiaramente il concetto: “il titolare dell’organizzazione ha un suo particolare interesse a che l’organizzazione funzioni  (…). Vi sono organizzazioni che si staccano dall’organizzazione, ma tale non è l’impresa”; infatti “sia il potere direttivo dell’imprenditore, sia il potere disciplinare sono collegati essenzialmente alla posizione di chi è preposto all’organizzazione, non voglio usare  il nome dell’imprenditore per non complicare il problema. Dove c’è una organizzazione e l’organizzazione funziona, non ci può essere ordine, e c’è, purché ci sia chi lo stabilisca e chi lo faccia osservare (…). Come potere direttivo e come potere disciplinare di esigere rispetto commisurando la sanzione quando le regole non sono rispettate, è un potere essenzialmente unilaterale spettante a chi è responsabile dell’organizzazione”.

Per chiarire meglio il senso di queste affermazioni, in una serie di altre citazioni tratte dall’intervento di Santoro Passarelli: “La fonte del potere (…) è in un’esigenza intrinseca dell’organizzazione”. “Essenziale per l’organizzazione è la disciplina”. “Il diritto positivo può regolare il potere disciplinare in vario modo, purché non renda impossibile l’organizzazione o la permanenza dell’organizzazione”. “Il rapporto di lavoro è certamente un rapporto di organizzazione perché inserisce il singolo lavoratore, sia in caso di inosservanza la sanzione”. “Il funzionamento dell’organizzazione per me non può corrispondere all’interesse imprenditoriale”.

il tentativo di adeguamento dei contratti ai valori costituzionali

   Agli inizi degli anni Settanta vediamo un tentativo di adeguare i contratti ai nuovi indirizzi che il movimento sindacale stava prendendo in materia di organizzazione del lavoro.

   A livello di massa si cominciava a riconoscere che le sanzioni sono strumenti atti a rafforzare un insieme di norme di comportamento sui luoghi di lavoro, ci si cominciava a porsi l’obiettivo che questa attività normativa si richiami a fini diversi dell’esclusivo tornaconto economico dell’imprenditore che il fascismo aveva considerato perno dell’interesse nazionale.

L’ONDA DEL ’68 E L’AUTUNNO CALDO

   Come si diceva prima, come coda del periodo di lotte del periodo 1968/69 sul piano legislativo su approvato dal Parlamento il 20 maggio 1970 lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

   Tale legge fu il prodotto della necessità, per lo Stato, di fornire riconoscimenti alla forza alla forza del movimento operaio e – allo stesso tempo – di contempo – di sistematizzare, regolare e normalizzare le potenzialità di conflitto emerse negli anni precedenti.

E se tale aspetto di “normalizzazione” è assai rilevante, ed altresì rilevanti sono le limitazioni imposte a diritti generali di libertà riconosciuti dalla Costituzione (si pensi ad esempio alle norme in tema di libertà di manifestazione del pensiero, dallo Statuto (art. 1) concessa “nel rispetto dei principi della Costituzione e delle norme della presente legge”, quindi in modo assolutamente riduttivo, ovvero alle norme sulla possibilità padronale di procedere alle perquisizioni personali all’uscita dai luoghi di lavoro (art. 6) in quanto “indispensabili ai fini della tutela del patrimonio”, che evidentemente contrastano con l’art. 13 della Costituzione che ammette la perquisizione solo per atto motivato dell’Autorità Giudiziaria) è anche vero che aumentò in modo rilevante la tutela dei lavoratori di fronte ai licenziamenti illegittimi, in quanto è finalmente previsto – senza alternativa monetaria – l’obbligo, per il datore di lavoro, di reintegrare nel posto di lavoro, cui viene attribuita  – in linea di principio – una vera e propria “stabilità reale”.

   È poi introdotta una rigorosa procedura per l’applicazione delle sanzioni disciplinari, sono vietati i trasferimenti ingiustificati ed ogni atto della discriminazione basato sulla partecipazione ad attività sindacali.

   È altresì previsto il diritto dei lavoratori di controllare, mediante rappresentanze, l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica (la non applicazione di tale norma non è dovuta solo per l’attività dei padroni per i quali dove subordinano alle ragioni del profitto ogni valore, compreso quello della vita. A questa disapplicazione non si può dimenticare la complicità delle organizzazioni sindacali – non solo CGIL-CISL-UIL, ma anche molti sindacati di base – che hanno determinato l’abbandono di questo terreno).

   Infine, proseguendo in una sintetica esposizione di punti positivi, viene ribadito il principio dell’avviamento numerico al lavoro tramite gli Uffici di Collocamento, con teorica impossibilità padronale di discriminare nelle assunzioni: è anche espressamente previsto il divieto “di effettuare sulle opinioni politiche, religiose e sindacali del lavoratore, nonché sui fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore”, divieto la cui è punita anche con l’arresto fino ad un anno.

   D’altro canto, il segno politico dello Statuto è poi da tutte le disposizioni che regolamentano e istituzionalizzano l’attività sindacale, e che fin dall’immediatezza della sua approvazione lo fecero definire come “uno Statuto per padroni e sindacati” in un intervento del Comitato di difesa e lotta contro la Repressione pronunciato al Congresso di Trieste dell’Associazione Nazionale Magistrati svoltosi nel settembre 1970.[7]

   Osserva, infatti, il Comitato che i diritti di libertà dei singoli erano negati o scarsamente tutelati, puntando il Legislatore tutto “sulla promozione del sindacato e sulla cristallizzazione della sua egemonia”. Si apre il dialogo col sindacato (bisogna precisare che quando si parlava di sindacato ci si riferisce nella pratica a CGIL-CISL-UIL), si cerca di farselo alleato, aiutandolo a difendersi dai movimenti di base che lo accusano di tradimento, moderazione; gli si conferiscono nuovi poteri e responsabilità anche nella partecipazione delle scelte economiche (una sorta di cogestione subalterna) e nell’elaborazione delle riforme. E, con lungimiranza, considerava che storicamente, quando le organizzazioni del proletariato cercano e accettano il proprio rafforzamento attraverso il riconoscimento, la disciplina e l’istituzionalizzazione all’interno dell’ordinamento giuridico dello Stato borghese, questo non porta a un avanzamento di potere e libertà dei lavoratori, ma segna l’avvio di una politica di conservatrice, di collaborazione di classe, di controllo e soffocamento del movimento operaio.

   Quando si affrontano queste tematiche, bisogna sempre ricordarsi che nella produzione legislativa vi è sempre un segno del rapporto di forza, con la decisiva impronta del disegno di chi il potere lo detiene. Nello stesso tempo è tuttavia importante ricordare il clima complessivo del periodo della entrata in vigore dello Statuto, del clima cioè di anni che vedevano – bene o male  –  anche un embrione di capacità egemonica del punto di vista operaio su altri strati sociali.

   E il discorso ci deve portare a una considerazione degli effetti peculiari che ebbe il vento di quegli anni sulla corporazione della magistratura, che divenne essa stessa settore di intervento e di azione che si collocavano, per così dire, all’interno dell’ottica anticapitalista.

   È così ad esempio, sulla rivista Quale Giustizia, espressione di Magistratura Democratica, si potevano leggere interventi di giudici che sottolineavano la necessità che “le soluzioni giurisprudenziali prescelte[8]traggano ispirazione e trovino rispondenza e sostegno in interessi e forze sociali che si trovino in posizione antagonista rispetto agli equilibri del potere” e che “il giudice si apra all’esterno, e superando la chiusura corporativa e castale del proprio ruolo rompa l’isolamento fittizio in cui lo vuole la cultura dominante e si collochi all’interno delle dinamiche sociali, mediante un impegno vissuto non già idealisticamente e moralisticamente, come impegno tutto individuale e soggettivo, bensì come partecipazione diretta allo scontro politico in collegamento con il movimento di classe… quanto più il giudice si sentirà sottoposto al costante e penetrante controllo dell’opinione pubblica popolare, tanto più avvertirà intorno alla sua funzione un’attiva e vigilante critica delle forze democratiche, tanto più gli sarà facile liberarsi dalla sua sostanziale dipendenza dai ceti dominanti, resistere alle sollecitazioni del potere, invertire le finalità di cui egli è più o meno inconsapevole strumento”.[9]

   In questo quadro, nei primi anni ’70, anche con l’ulteriore innovazione legislativa della riforma del processo relativo alle cause di lavoro (Legge 11 agosto 1973 n. 533), si assiste ad un tentativo di effettivo utilizzo dello strumento giudiziario a sostegno delle lotte operaie.

   Ricordiamo alcuni casi di questo intervento giudiziario nell’area milanese:

  • Le decisioni dei Pretori che impediscono la chiusura della Fargas e il trasferimento della Crouzet.
  • Le sentenze che ordinano la reintegrazione in Alfa Romeo, Pirelli, Magneti Marelli di avanguardie di fabbrica extrasindacali.
  • Le sentenze sul cottimo alla Pirelli, anch’esse promosse da iniziative di settori operai in duro contrasto con la linea sindacale.
  • Le sentenze che obbligano Motta e Alemagna ad assumere a tempo indeterminato tutta quella fascia di lavoratori utilizzati (con la convivenza delle organizzazioni sindacali) con illegittimi contratti a termine, e quindi privati di reddito e di garanzie di stabilità.
  • Le inchieste giudiziarie (e le susseguenti sentenze) sulle violazioni della legge sul collocamento da parte dell’Alfa Romeo, con l’ovvio corollario di schedature effettuate da un’apposita polizia privata.

[1] Ludovico Barassi (1873-1961). Giurista e accademico italiano che ha influito in modo fondamentale sulla formazione ed il consolidamento delle strutture della formazione del diritto del lavoro. Introdusse l’idea che le leggi sul lavoro fossero applicabili al lavoro subordinato e che questo dovesse essere individuato dalla eterodirezione da parte del datore di lavoro, in contrapposizione all’organizzazione del lavoro da parte dello stesso lavoratore caratteristica del lavoro autonomo.

[2] Questa è una delle conseguenze dalla continuità degli apparati statali tra lo Stato fascista e quello postfascista.

     De Gasperi inventò la formula della superiore continuità dello Stato per giustificare le scelte di continuità con il regime.

   Intanto i crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra mondiale rimasero impuniti. I militari italiani accusati da Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia e da altri paesi dove furono presenti le truppe di occupazione italiane non vennero mai processati in Italia o effettivamente puniti.

   Questo fatto segnò che la transizione verso una democrazia ispirata ai principi della Costituzione del 1948 fu segnata.

    I centri di potere dello Stato furono invasi dai reduci del ventennio. De Gasperi e la DC rimossero tutti i prefetti di nomina politica (ed avevano fatto la Resistenza) e li sostituirono con funzionari di carriera divenuti galoppini della DC, ma che si erano distinti per il loro zelo durante il fascismo. Ancora prima, nell’estate del 1946, oltre 150 spie fasciste furono “riconvertite” (si fa per dire ovviamente) e inserite nei gangli vitali dell’allora nascente Stato repubblicano “nato dalla Resistenza” (quando sarebbe corretto dire “nato dall’affossamento della Resistenza”) .

[3] Vedere I poteri dell’imprenditore e i limiti derivanti dallo Statuto dei lavoratori, Atti del IV Convegno nazionale di diritto del lavoro di Saint Vincent, 3-6 giugno 1971, Giuffrè, Milano 1972).

[4]                                                                     C.s. p. pagine 168-169

[5] Santi Romano, L’ordinamento giuridico, Firenze 1951 e seguenti.

[6] Tavola rotonda sul tema dal “Bollettino di perfezionamento e di specializzazione in diritto del lavoro e della sicurezza sociale dell’Università di Trieste, n. 34, luglio 1965.

[7] Intervento pubblicato su Quaderni Piacentini n. 42, 1970.

[8] Cioè le sentenze.

[9] Quale giustizia n. 17-18, pagine 565-567.

L’INDUSTRIA DELLA “SALUTE” CONTROLLA LA SCIENZA E LA SOCIETA?

•ottobre 12, 2020 • Lascia un commento

   Dentro un contesto di crisi generale del capitalismo (crisi, non solo economica, ma anche politica, culturale, ambientale e di tutti gli aspetti che investono i rapporti sociali e umani, in sostanza di potrebbe benissimo dire che siamo di fronte alla decomposizione della società) anche l’arrivo dei “disastri naturali”, delle “pandemie”, e delle “catastrofi naturali” riveste un utile ruolo politico.

   Dentro questo quadro l’industria farmaceutica ha occupato un posto particolare, e paradossale, poiché nonostante la crisi in atto, nella classifica delle industrie che hanno maggiori profitti. Nel 2005 la Pfizer annunciava profitti equivalenti a quelli della Total, per un fatturato 5 volte inferiore.

   C’è da chiedersi che cosa c’è di particolare nella produzione dei farmaci perché la redditività di grandi gruppi come Pfizer o Aventas possa fare concorrenza a quella di un’industria come la Renault, perché i sonniferi alla fine sono più redditizi del petrolio?

Ebbene questo settore è un esempio di come il percorso capitalistico di sviluppo abbia in nome del profitto delle conseguenze negative sulle persone.

   La produzione su scala industriale di farmaci è un fenomeno relativamente recente. Con l’imporsi della teoria dell’origine microbica delle malattie, con Louis Pasteur e Robert Kock, nella seconda metà dell’Ottocento, e la comparsa dei primi farmaci relativamente efficaci (come l’Aspirina per febbre e dolori, messa in produzione dalla Bayer nel 1899, e il Salvarsan contro la sifilide, inventato dall’immunologo tedesco Paul Ehrlich ai primi del Novecento), decolla anche l’industria del farmaco.

   E’ la fase eroica della medicina moderna. Finalmente, non solo si potevano descrivere le malattie, ma anche trovarne una causa in un agente patogeno e utilizzare una “pallottola magica” che lo sopprimeva. Il cerchio era chiuso. Il paradigma forte e compatto.
Certo, non per tutte le malattie si poteva risalire a una causa e poche ancora si potevano curare con le pallottole magiche. Ma era solo una questione di tempo, di accumulo di conoscenze scientifiche. In questo quadro, i produttori di pallottole magiche svolgevano un ruolo centrale.

   Ma è solo con la messa in produzione della penicillina, scoperta da Alexander Fleming nel 1929, iniziata a essere prodotta su larga scala dal 1941, che l’industria decolla. Nei due decenni successivi, battezzati dagli storici l’età dei farmaci, c’è una vera e propria esplosione nella scoperta e nella produzione di farmaci, tra cui certamente rilevante è il cortisone, nel 1949.

   Negli ultimi decenni, la salute diventa uno dei più floridi e profittevoli settori economici nei Paesi definiti “avanzati” (eufemismo per nascondere il fatto che essendo paesi imperialisti hanno un ruolo gerarchico dominante nel mondo rispetto ai paesi coloniali/semicoloniali che potrebbero  benissimo essere definiti dominati).


   Il motore dell’industria della salute è ovviamente quella del farmaco. Solo in Europa, queste attività danno lavoro a più di mezzo milione di persone. Per stare a casa nostra, solo nell’area milanese operano più di tremila aziende, con oltre cinquantamila addetti e un giro d’affari che supera i dieci miliardi di euro.[1]

   A livello mondiale, il settore conosce una forte concentrazione in poche mani: un piccolo gruppo di supercolossi, che gli angloamericani chiamano “Big Pharma”, con fatturati vertiginosi.


   Tanto per fare un esempio, la Pfizer da sola detiene più del 10% del mercato mondiale, con oltre 48 miliardi di dollari. Negli ultimi anni questa tendenza alla concentrazione monopolistica è talmente cresciuta, che ha portato il numero delle attuali grandi aziende da trenta a dodici. I margini di profitto diventeranno sempre più elevati.

 Tutto questo non deve migliorare, essendo che le aziende capitaliste non producono per il benessere della popolazione ma per raggiungere sempre un maggior profitto (ricordarsi sempre la formula D-M-D’).


   In proposito, di solito si pensa all’informatore farmaceutico che corrompe il medico prescrittore con regali e benefici (la Corte di Cassazione ha sentenziato che si commette non solo “comparaggio” ma vera e propria “corruzione in atti d’ufficio”), oppure al dirigente d’azienda che mette sul conto svizzero di un primario la tangente per l’acquisto, da parte dell’ospedale, di kit e macchinari diagnostici. Certo, tutto questo è documentato ed è anche stato sentenziato in via definitiva dalla Corte di Cassazione, dal famoso caso Poggiolini e De Lorenzo (l’ex Ministro che prese tangenti per rendere obbligatorio il vaccino anti-epatite B che, in sostanza, è somministrato illegalmente!) in avanti, e ha sicuramente effetti di distorsione dell’intervento medico, ma non sembra l’aspetto principale della questione. Infatti, la corruzione è un fenomeno che si verifica a valle.

   A monte c’è la sistematica distorsione della conoscenza. E’ questo l’aspetto più preoccupante e pesante come un macigno.


   “Si possono fare molti soldi, dicendo alle persone sane che sono malate“. Così inizia un citatissimo articolo scritto per il British Medical Journal da un giornalista scientifico, un medico di base e un professore di farmacologia clinica, il cui titolo esplicita l’argomento: Vendere le malattie: l’industria farmaceutica e il mercato della malattia.


   Gli autori dimostrano, con numerosi esempi, che c’è una costante azione, da parte dell’industria farmaceutica, di medicalizzazione della società, al fine di allargare il mercato.

Uno studioso di Sanità, Gianfranco Domenighetti [2]nel libro Etica, conoscenza e sanità, così descrive le strategie di allargamento del mercato messe in atto dall’industria e dagli altri anelli della rete: “Anticipazione della diagnosi, screening e altre procedure assimilabili, che tendono ad estendere il dominio della malattia sul piano temporale della vita. Abbassamento della soglia tra normalità e patologia, che tende ad estendere il dominio della malattia sul piano quantitativo. Attribuzione della qualifica di patologico a condizioni esistenziali comuni, che tendono ad estendere il dominio della malattia sul piano quantitativo“.

   La promozione degli screening rappresenta probabilmente “il più grosso business per creare ammalati” scrive Domenighetti.
Tipico esempio è lo screening del PSA (Antigene Prostatico Specifico), che è stato proposto a tappeto in Europa e negli Stati Uniti d’America a maschi cinquantenni, anche in buona salute, con effetti nulli sul controllo della mortalità per tumore alla prostata, con molti effetti negativi derivanti dalla diffusione ingiustificata della chirurgia della prostata e con molti effetti positivi per i produttori del test e dei farmaci.

   Ma l’esplosione di questa strategia di allargamento del mercato la tocchiamo tutti i giorni col bombardamento vaccinale al quale vogliono sottoporre i bambini, addirittura con uno scriteriato calendario vaccinale da 0 a 100 anni, con la diffusione dei test genetici che fondano la cosiddetta “medicina predittiva“.
La strategia della “medicina predittiva” è quella che piace tanto a giornali e televisioni e anche al mercato della Sanità. Quella che scrutando i geni pensa di trovare il gene dell’autismo, quello del cancro e magari anche quello dell’immortalità!

   Ma come sappiamo, e come ricorda il Prof. Paolo Vineis[3], “il ruolo dei geni nel provocare malattie viene spesso equivocato. Il determinismo genetico è un chiaro errore metodologico, eppure lo ritroviamo spesso nelle pagine dei giornali e delle stesse riviste scientifiche” .[4]

  L’altro pilastro della strategia di marketing è l’abbassamento della soglia che divide il normale dal patologico. Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi: la soglia del colesterolo e quella della pressione arteriosa sono diventate talmente mobili verso il basso che si fa fatica a catturare l’ultimo limite. Al punto che, ormai, è frequente sentire cardiologi che dicono che meno colesterolo si ha e meglio è, stravolgendo la fisiologia e la biochimica, che ci insegnano come questa molecola è comunque essenziale per la sintesi degli ormoni steroidei. [5]

   Dal punto di vista conoscitivo, adottare questo punto di vista significa passare dal concetto di equilibrio dei valori[6] a quello di nemici interni da annientare.

   L’esempio eclatante riferito alle vaccinazioni lo troviamo con il tetano.


   Il bacillo del tetano vive come innocuo commensale nel tratto intestinale di molti animali e anche dell’uomo stesso. Qualsiasi persona sana potrebbe albergare il bacillo del tetano nel suo intestino.


   Le spore tetaniche sopravvivono nel nostro corpo per mesi o anni senza germinare: la loro sopravvivenza, germinazione o eliminazione dipendono dalla forza del nostro sistema immunitario.

   Il bacillo del tetano non è un germe di per se stesso pericoloso, ma è pericolosa la tossina che produce e che non viene prodotta in presenza di ossigeno. Ecco perché la prima terapia antitetanica è il corretto trattamento delle ferite.


   Eppure, il Ministero della Salute ha stabilito che va considerato come protettivo un tasso plasmatico dieci volte maggiore a quello proposto dagli studi scientifici internazionali (superiore a 0,1 UI/ml invece di 0,01 UI/ml), in questo modo risultano non protetti anche molti soggetti adeguatamente protetti.

   Il concetto di salute che è alla base non è più quello di equilibrio, che la persona ricerca in prima persona, ma è quello di difesa da nemici esterni e interni, da realizzarsi con armi che vengono fornite dall’esterno sotto forma di pillole, vaccini e simili.


  Roy Moynihan[7], tanto per tornare all’esempio del colesterolo, in nel libro Selling Sickness (Vendere la malattia) scritto assieme ad Alan Cassels  fa notare che la decisione di abbassare la soglia del colesterolo negli USA, dopo molte traversie, è stata presa nel 2004 da un gruppo di 9  esperti federali, di cui 8  hanno interessi con le industrie che producono farmaci per abbassare il colesterolo. Le nuove Linee Guida, solo negli USA, hanno, di colpo, creato 25 milioni di malati in più, facendo passare da 12 a 36 milioni le persone che dovrebbero ricevere un farmaco per abbassare il colesterolo.

  Per non parlare poi delle Linee Guida sull’ipertensione, per le quali, nel giro di pochi anni, si è passati da una pressione di 140/90 considerata normale a 120/80. Nella primavera del 2003, gli esperti chiariscono che se si raggiungono quei valori di 120/80 la persona deve essere considerata in “pre-ipertensione”. In sostanza, per questi signori, una persona, per essere considerata sana, dovrebbe viaggiare sempre sul filo del rasoio dell’ipotensione!


   Anche in questo caso è ovvio che abbassare la soglia significa alzare le prescrizioni di farmaci, e comunque medicalizzare uno stato normale.

   Altri esempi massicci sono rappresentati dagli sforzi di etichettare come malattie delle normali condizioni come perdere i capelli, avere un calo del desiderio sessuale dopo una certa età, non riuscire da piccoli a stare inchiodati in un banco di scuola per molte ore di fila, ecc.


   Eppure, i soliti incalliti detrattori che si permettono addirittura di tacciare per “complottisti” degli stimati professionisti e soprattutto i genitori che hanno assistito impotenti alla regressione autistica del proprio figlio causata dai vaccini, proseguono ad affermare che le industrie hanno dalla loro la ricerca e una solida documentazione scientifica, che viene pubblicata su riviste di grande prestigio.

   Questi detrattori, a volte perfino pagati sotto banco dalle stesse industrie, sembrano dimenticare il segreto nelle procedure riguardanti il sistema regolatorio dei farmaci, i conflitti d’interesse della cricca dei vaccini e nella pratica clinica, i risultati di una ricerca tutta italiana che misura il grado di attendibilità, trasparenza ed equilibrio della divulgazione scientifica sui quotidiani e i settimanali di casa nostra, la risposta non lascia spazio all’ottimismo. Quando si parla di salute al grande pubblico, devono essere soppesati tutti gli aspetti in gioco: i benefici di un vaccino o di una terapia non farmacologica, ma soprattutto i rischi per il paziente e i costi per il sistema. E va cercata e svelata la presenza di eventuali conflitti di interesse, se cioè esiste un legame di natura finanziaria fra l’azienda produttrice e la fonte di informazione: medici, riviste, associazioni, giornalisti. Perché se l’esperto è a libro paga dell’industria, questo condiziona inevitabilmente il punto di vista. E chi legge, ha tutto il diritto di saperlo!

   Addirittura, tre pezzi da novanta dell’editoria medica sono scesi in campo sull’argomento: Marcia Angell e Jerome Kassirer (ex Direttori del New England Journal of Medicine) e Richard Smith (ex Direttore – per venticinque anni – del British Medical Journal).


   Richard Smith, con dovizia di particolari, mostra tutti i trucchi usati dalle industrie farmaceutiche per ottenere risultati favorevoli ai loro studi clinici. Si va dal confrontare il proprio farmaco con un concorrente noto per avere una scarsa efficacia, oppure con un dosaggio o troppo basso o troppo alto del concorrente, oppure a giocare a fini statistici sul numero delle persone coinvolte nello studio, sull’analisi dei cosiddetti sottogruppi, fino a evitare di pubblicare gli studi che danno risultati negativi.

   L’industria, infatti, essendo la principale promotrice di ricerca, ne detta anche le condizioni riguardo all’uso e alle proprietà dei dati raccolti, che rimangono saldamente nelle sue mani, e quindi può decidere se saranno pubblicati o no, a seconda del vantaggio o dello svantaggio che ne può ricavare.


   L’ex Direttore del British Medical Journal descrive poi i legami e la dipendenza dell’editoria medica dall’industria farmaceutica, non solo tramite la pubblicità, che, scrive, “almeno è visibile“, ma, soprattutto, tramite pratiche come l’acquisto, da parte delle compagnie, di riproduzioni di molte migliaia di copie di articoli pubblicati e favorevoli ai loro prodotti. Per i giornali medici queste copie sono fonte di forti ingressi finanziari e, soprattutto, hanno costi bassissimi.

   In sostanza Smith conclude affermando che “i giornali medici sono l’estensione del settore marketing delle industrie farmaceutiche“. Per uscire da questa incresciosa situazione, propone, con una serie di accorgimenti, di recidere il cordone ombelicale tra stampa medica e industrie e di incrementare la presenza pubblica nel campo degli studi controllati.


   L’analisi di Kassirer è più centrata sulla corruzione, sul “fiume di denaro che dalle industrie arriva ai medici“, come scrive nel suo libro denuncia, il cui titolo è tutto un programma, On the take (Nel taschino) e, affinché il messaggio sia chiaro, l’editore, che è nientemeno che la Oxford University Press, mette in copertina un primo piano di un camice bianco con una mazzetta di dollari nel taschino!

epidemie, vaccini industria farmaceutica c’è una correlazione?

   Potrebbe sembrare complottista, ma ritengo personalmente ritengo che non se ne parli mai abbastata parlare delle epidemie, magari create artificialmente per rifilare vaccini. Questa non è una questione di questo o quel personaggio (magari corrotto fino al midollo). Qui sono implicati interi organismi mondiali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

   Le malattie come le guerre e i cataclismi cosiddetti “naturali” non sono un prodotto della natura, ma delle condizioni storiche in cui vivono gli esseri umani. È l’intero sistema della medicina (da quella che viene chiamata pomposamente viene chiamata scienza medica a tutta l’organizzazione della società, pubblica e privata, alle industrie farmaceutiche e alla casta dei medici, il quale, così come è venuto sottomettendosi al sistema del capitale complessivo, non serve affatto a curare i malati ma a mantenerli tali, e qualche volta a farli ammalare semplicemente per cavarci denaro. Infatti, le malattie, come le guerre, i terremoti, le alluvioni sono la linfa dell’arricchimento.

   Normalmente (e ingenuamente) curare viene inteso come un processo che conclude con la guarigione, per cui la malattia scompare. Di fatto si hanno dei trattamenti, per rallentare, diminuire i sintomi, migliorare, ecc.  ma quasi mai  per guarire, anzi spesso si hanno effetti collaterali e nuove insorgenze.

   La stessa logica quantitativa ha la precedenza ad ogni definizione qualitativa, ad esempio l’inquinamento atmosferico non se ne discute l’abolizione, con l’abolizione delle emissioni,  ma la riduzione, con la tacita e tragica ammissione che tanto non è possibile, pena la fine dello “sviluppo”, che poi significa l’uscita dal capitalismo. Così diventa commestibile ogni cibo, non perché esente da veleno (esempio la diossina da delezioni industriali), ma se ne contiene solo una parte convenzionale, e chi stabilisce la quantità sono proprio coloro che a vario titolo sono interessati a lucrare da quella soglia convenzionale. I morti sono già messi nel conteggio, perché è arcinoto che non tutti si ammalano oltre quella soglia, ma una parte si ammala prima. E non si tratta neppure si morti per errore, perché in questo campo si ammazza sperando di farlo (persino con tabulati alla mano, quando non vengono occultati in occasione di scandali) e accettando di farlo per denaro.

    Queste potrebbero essere definite parole grosse,   ma se pensiono che l’epidemia nota come “spagnola” nel 1918 che fece oltre 50 milioni di morti ne primo dopoguerra. Questa epidemia ebbe origine negli Stati Uniti, nella rurale contea di Haskell in Kansas. Solo successivamente si sarebbe diffusa in tutto il mondo, soprattutto a causa dei movimenti di truppe provocati dalla prima guerra mondiale: è la storia ripresa e raccontata dallo storico americano John Barry in The Great Influenza. The Story of the Deadliest Pandemic in History, uno dei libri più documentati sulla vicenda.[8] Si tratta di una delle diverse teorie sulla presunta origine dell’influenza del 1918, su cui, però, non si avrà mai una reale certezza per la mancanza di una sufficiente documentazione storico-scientifica.

   soldati americani destinati al fronte europeo venivano addestrati in patria in campi estremamente affollati, uno dei quali a pochi chilometri dal luogo di propagazione del virus. Il medico Loring Miner fu il primo a notare questa influenza con strani sintomi e avvisò subito le autorità, ma in quel momento l’amministrazione Wilson aveva altre priorità e nessuno badò a quella che sembrava solo una modesta epidemia locale.

   I militari acquartierati nei campi di addestramento statunitensi cominciarono quindi a infettarsi, ma i sintomi non erano ancora sufficientemente gravi per capire l’entità della malattia e le truppe vennero spedite in Europa. I due terzi dei soldati americani diretti in Francia arrivavano nel porto Brest, che fu il primo focolaio di infezione nel vecchio continente, mentre negli Stati Uniti l’epidemia si sviluppò a partire dalle basi dell’esercito e dai porti dove transitavano le truppe, come Boston, Philadelphia e New Orleans.

   Le navi registravano decine, a volte centinaia di casi durante la traversata: a quel punto le autorità sanitarie militari compresero la gravità del problema e cercarono di isolare i soldati contagiati ma ormai era troppo tardi.

 Per quale motivo questa epidemia è rimasta alla storia con spagnola? Per una ragione molto semplice e allo stesso tempo inquietante: la censura. La Spagna infatti in quel momento non era in guerra, quindi i giornali furono i primi a parlare dei primi casi di morti in rapida successione, descrivendo l’epidemia nelle sue vere dimensioni.  Non bisognava mettere in evidenza la correlazione esistente tra epidemia e guerra.

   Ma pensiamo anche le più recenti epidemie lanciate come armi batteriologiche, dalla SARS all’Antrace.

L’ANTRACE E LA CIA

Il 18 settembre 2001   furono consegnate le prime lettere all’antrace, due giorni dopo la proposta presidenziale del decreto antiterrorismo detto Patriot Act. La crisi dell’antrace però non scoppia prima del 4 ottobre, con la prima persona infettata (CNN, 18 novembre 2001). Il primo caso d’infezione all’antrace è in Florida, è riportato sui giornali. Lettere all’antrace continueranno a essere recapitate fino al 19 ottobre.

   Questi attacchi all’antrace, sono mirati, sicuramente per influenzare la vita politica U.S.A.

   Il senatore democratico Tom Daschle (leader della maggioranza in Senato) e il deputato democratico Patrick Leahy (presidente della Commissione Giustizia alla Camera dei Rappresentanti) critici sul decreto anti-terrorismo, il 9 ottobre ricevono una lettera all’antrace. Il 24 ottobre è approvato dai Rappresentanti il Patriot Act, insieme agli altri decreti che prima erano osteggiati: riduzione del prelievo fiscale alle imprese per 25 miliardi di dollari, lo sfruttamento petrolifero in Alaska, tagli alla sicurezza sociale e all’istruzione (CNN, 25 ottobre 2001).[9]  Gli attacchi all’antrace, ai membri (democratici critici dei provvedimenti di Bush) del Senato e del Congresso, ai principali media e al sistema postale, furono dapprima attribuiti ad Al-Qaida e all’Iraq.

   Il 23 marzo 2002 l’FBI annunciava ufficialmente che “esaurienti esami non supportavano la voce che l’antrace fosse presente in qualsiasi luogo dove erano stati i dirottatori”. Dopo quest’affermazione l’FBI ha evitato sistematicamente di eseguire le indagini sull’antrace.

   Il 4 aprile 2002 il giornalista investigativo dell’ABC, Brian Ross, nella trasmissione dell’ABC World News Tonight dice che dopo sei mesi l’FBI non aveva ancora indizi o sospetti colpevoli dell’indagine sull’antrace.

   Il microbiologo K. Alibekov che tra l’altro  è anche un consulente del Pentagono, fa una sorprendente affermazione: “dietro agli attacchi all’antrace potrebbe ci potrebbe essere un consulente del governo USA”[10] . E interessante sapere che Alibek è della Handron Advanced Biosystem, una sussidiaria dell’Handron Inc. di Alexandria in Virginia, ditta che si autodefinisce “specializzata in soluzioni tecniche per la comunità dell’intelligence”. Il 2 ottobre 2001, due giorni prima che il primo caso di antrace fosse riportato, l’Handron Advanced Biosystem, ricevete un sussidio di 800.000 dollari dal NIH (sarebbe l’Istituto Nazionale della Sanità statunitense) per individuare un’efficace difesa contro l’antrace. Già negli anni ’80 la società Handron Inc. era incappata in uno scandalo. Quando era presidente della società, Earl Brian (che era stato segretario della Sanità in California quando era governatore di questo Stato Reagan), l’Handron Inc, si appropriò illegalmente del Promis (Prosecutors Management Information System), un software che inizialmente era stato creato per assembleare gli archivi privati di studi legali e procure.

   Non solo: pare che Promis fosse in grado di leggere e integrare qualunque programma o banca-dati indipendentemente dal linguaggio informatico usato. Questo significava che questo software, nato per assemblare i casi legali, in mano a una società collegata ai servizi segreti poteva servire come strumento di controllo su intere comunità, organizzazioni e gruppi di opposizione, ma anche poteva essere venduto a paesi terzi. Ed è quello che accade, l’Handron Inc. grazie ai rapporti che aveva con i servizi segreti vendette il Primis ad altri paesi[11].

   Torniamo agli attacchi con l’antrace dopo l’11 settembre. Il 14 marzo 2002 in un programma della BBC Newsnight, la Dottoressa Barbara Rosemberg della Federazione degli scienziati americani, afferma che la CIA era coinvolta, attraverso i fornitori della difesa, in collaudi segreti d’invio di antrace per posta. La Rosemberg fu attaccata dalla Casa Bianca, dall’FBI e ovviamente dalla CIA. La BBC ha intervistato anche il Dr. Timithy Read dell’Istituto Ricerche sul Genoma e principale esperto delle caratteristiche generiche dell’Antrace. Read, in questa intervista, disse dei due ceppi, che essi sono assolutamente collegati l’uno all’altro. Comunque, Read non si spinse ad affermare che il ceppo della Florida, conosciuto come Ames, e quello sviluppato nel laboratorio di guerra biologica a Fort Detrick, erano una cosa sola.

   Fort Detrick, ufficialmente terminò ogni attività inerente alla guerra biologica il 1972, quando Nixon firmò, assieme all’Unione Sovietica, la Convenzione sulle Armi Biologiche. Ora si sa che i militari e i servizi segreti USA violarono quest’accordo. Durante gli anni ’70 Cuba accusò fermamente gli Stati Uniti di usare contro di essa armi biologiche. Malcom Dando uno studioso americano di questioni militari, nei suoi lavori ha raccontato degli attacchi biologici USA contro Cuba. La campagna segreta bersagliò il raccolto di tabacco con la peronospera tabacina, il raccolto di canna da zucchero con il fungus usrilaginales, il bestiame con la febbre suina africana e la popolazione cubana usando un ceppo emorragico della febbre gialla.

   William C. Patrick, uno che ha lavorato al programma di sviluppo iniziale dell’antrace a Fort Detrick, disse alla BBC che come esperto dell’antrace (negli anni ’90 era membro del gruppo d’ispezione di guerra biologica dell’ONU) era sorpreso che l’FBI non l’avesse chiamato dopo i primi attacchi con l’antrace[12]. La BBC riportò che il Batelle Memorial Institute (uno dei fornitori preferiti del Pentagono e della CIA) ha condotto nel settembre 2001 un test di guerra biologica nel deserto del Nevada usando antrace modificato geneticamente, appena prima degli attacchi terroristici. Tra l’altro, la BBC riportò la notizia che Patrick scrisse un documento sugli effetti della spedizione per poste dell’antrace, e che questo documento faceva parte del lavoro di fornitore su tale agente biologico.

   Nel gennaio del 2002, un giornale statunitense l’Hartford Courant riporta la notizia della scomparsa di 27 confezioni di esemplari di tossine biologiche da Fort Detrick dopo l’inventario del 1992. Il  giornale riportava che tra gli esemplari scomparsi vi

era il ceppo dell’antrace. Eric Oldenberg, un tecnico che aveva lavorato nel laboratorio di Fort Detrick, disse che mentre lavorava in questo laboratorio maneggiò solamente il ceppo Ames, lo stesso mandato al Senato e ai media. Lo Hartford Courant rilevò pure che erano spariti esemplari, inclusi Ebola, l’hantavirus, l’AIDS e due etichettati come sconosciuti, un termine di copertura per la ricerca classificata su agenti biologici segreti.

   Steven Block della Standford University, un esperto di guerra biologica, disse al The Dallas Morning che “Il procedimento americano per preparare l’antrace è segreto nei dettagli, ma gli esperti sanno che produce una polvere molto pura. Un grammo (appena un 28° di oncia) contiene un trilione di spore… Un trilione per grammo è una spora essenzialmente solida… Appare in tutti rapporti fatti finora che questa era   una polvere fatta con la c.d. ricetta ottimale USA… ciò significa che essi dovevano

avere informazioni dagli Stati Uniti o forse essi erano gli Stati Uniti”. Block inoltre disse al giornale di Dallas, “Dopo tutti questi mesi l’FBI non ha ancora arrestato nessuno…E’ possibile, com’è stato suggerito, che se ne stiano tenendo alla larga perché

la persona coinvolta potrebbe avere le informazioni che il governo degli Stati Uniti non vorrebbe fossero divulgate”. Quello che il governo U.S.A. non vorrebbe  che fosse divulgato è che gli Stati Uniti violano apertamente la Convenzione sulle

armi biologiche del 1972.

   Il 24 febbraio 2002 appare sul Washington Times una storia, molto meschina. Una lettera anonima inviata a fine settembre (perciò molto prima che il caso antrace scoppiasse) alla polizia militare della Marina a Quantico, Virginia, accusava un bio-ingegnere di origine egiziana, Ayaad Assaad, cittadino americano che ha lavorato per anni al laboratorio segreto di Fort Detrick di essere la mente di un complotto bioterroristico.

   Ayaad che interrogato il 2 ottobre 2001, racconta la sua versione dei fatti. Nel 1991 nel laboratorio dove lavorava, aveva dovuto subire le angherie di un gruppetto di ricercatori capeggiati dal colonnello (e micro biologo) Philip Zack, un ebreo sionista. Dopo che invano denuncia queste angherie ai superiori, Assaad intentò un’azione legale contro l’esercito (suo datore di lavoro) per discriminazione razziale. In conseguenza a questi fatti, Zack si dimise volontariamente nel dicembre del ’91 ma non mancò di tornarvi. Difatti, come riportava il giornale statunitense,

l’Hartford Courant sopraccitato, nel segretissimo laboratorio scomparvero scomparsa  27 confezioni di esemplari di tossine biologiche. Una telecamera di sicurezza identificò il colonnello Zack. La cosa fu nascosta, Zack trovò lavoro in un’azienda di Washington che ha contratti con il governo. Dopo che questa storia è venuta a galla, Zack fu licenziato dall’azienda, ma non arrestato.

I VIRUS COME ARMI BATERIIOLOGICHE

   La SARS proviene da un ceppo sconosciuto di coronavirus[13] , frutto di un’abile clonazione tra l’agente patogeno del morbillo e quello della parotite epidemica. Un “mostro” d’ingegneria genetica, in grado di selezionare il tipo di DNA da colpire. Sergei Koleshnikov, un membro dell’Accademia russa delle scienze  mediche, durante una conferenza disse: “Un virus composto come quello responsabile della SARS non può formarsi spontaneamente in natura. Può essere creato solo in laboratorio” e ancora “quando si creano armi batteriologiche in genere allo stesso tempo si lavora al vaccino

   Guarda caso, nell’aprile del 2003 il Corriere della Sera riportando notizie diffuse dal Times di Londra[14] fa sapere che “i primi esperimenti effettuati dall’Istituto nazionale della società americana AVI BioPharma dell’Oregon avrebbero confermato la capacità del preparato nell’uccidere il virus responsabile della polmonite atipica, tanto da spingere a realizzarsi entro le prossime due settimane”. Jean Shinoda Boled medico e ricercatore, ricorda che quando esplose l’allarme SARS, che l’Institute of Science in Society di Londea si chiese se “l’ingegneria genetica non abbia prodotto per inavvertenza il virus SARS”.

   I teorici della Revolution in Military Affaire (che è termine che definisce il complesso che dovrebbe stare alle strategie militari USA) contemplano la Guerra Genomica (in realtà i nord-americani usano il termine tedesco Genome Kampf…) è una “Guerra condotta nel campo della genetica. Si tratta di individuare, nella mappa dei geni (DNA) di un popolo/etnia, i punti deboli da attaccare mediante virus e batteri, frutto di biotecnologie”.

    È risaputo (per chi vuole prenderne atto ovviamente) che le  ricerche sulla “bomba etnica” sono sviluppate da tempo,[15] esse contemplano la possibilità di una “forma di schiavitù farmacologia”, in cui “la popolazione presa di mira non sa di essere messa in schiavitù”.

RIPRENDIAMO IL DISCORSO

   È noto che proprio dove affluiscono i più grossi capitali, nel campo della ricerca (ospedali e relativo indotto, centri di ricerca, ecc.) e dove anche dovrebbero riversarsi, raccolti con periodiche campagne faraoniche, come ad es. la ricerca contro il cancro, quello è punto dove maggiormente viene ostacolata la ricerca vera, quella che, nonostante tutto, non è ancora asservita, o non del tutto alle leggi del capitalismo. Il sistema sanitario è diventato ovunque un polmone parassitario di spartizione del plusvalore, al punto che si erogano finte cure o terapie “non necessarie”, persino interventi chirurgici, talvolta mortali, si inventano letteralmente prestazioni a pazienti inesistenti o già deceduti, pur di pompare denari, a volte semplicemente per prenderli dalle Compagnie assicuratrici, che lo sanno e che, a loro volta, li estorcono agli assicurati con l’assicurazione obbligatoria e la bonus malus[16], con la complicità dello Stato  e spesso con la mediazione di organizzazioni criminali.[17]   

   L’organizzazione sanitaria in tutti i paesi in tutti i paesi del mondo sia considerata come un qualunque settore di investimento del capitale, lo dimostra il vertice di tale organizzazione a livello internazionale, l’OMS, che attraverso la sua direttrice che era in carica nel 2000, alla Terza Conferenza internazionale sulla priorità in materia di cure sanitarie (Amsterdam, 23/11/2000), cerva di convincere dirigenti di azienda, banchieri e capi di Stato a investire nel campo sanitario evidenziando gli effetti negativi delle malattie nella “crescita economica”, sul calo del PIL, ecc.[18] Se poi consideriamo le spese sanitarie in rapporto al PIL si può osservare la perfetta corrispondenza tra redditi a più alto reddito e spesa sanitaria.[19]

   Inoltre, la medicina e le malattie siano solo fonte di business, lo dimostra il regime dei brevetti che, spesso più che ad altre industrie , si è attaccato come una zecca all’industria farmaceutica, nonché la vera e propria guerra scatenata contro ogni innovazione e ricerca nella cura contro il cancro, con rapimenti, assassini di ricercatori e biologi che, secondo una collaudata tradizione, cadono a raffica con aerei che li trasportano.[20] Il legame tra guerra e industria farmaceutica può essere visto nel personaggio di D. Rumsfeld, ministro della guerra di G. W. Bush Jr. e insieme di direttore generale di parecchie industrie farmaceutiche e non è un caso che il 50% dell’amministrazione Bush Jr. fosse formato da di alti funzionari dell’industria farmaceutica. Il gruppo Rockefeller, che per conto suo è già ramificato dai primi decenni del secolo scorso nei settori finanziario, bancario, petrolifero, dei media, gestisce un capitale superiore al PIL di oltre mezzo mondo, controlla più di 200 ditte farmaceutiche. Altrettanto abbarbicato in Europa all’industria farmaceutica è il gruppo Rothschild.

   Per questo motivo bisogna sottolineare il fatto che la sottomissione totale al rapporto capitalistico, con l’effetto della regressione sia della medicina in quanto tale (ma anche dell’alimentazione, del clima e dell’ambiente) che delle condizioni della vita della specie umana che dalla tale sottomissione si determinano, qui ancor più che in altri campi sottomesso al rapporto capitalistico. Non è l’organizzazione della sanità che nasce in funzione del malato ma sono i malati che servono ad alimentare ciclicamente flussi di arricchimento parassitario. Il paradosso è evidente: se non ci fossero i malati, li si inventerebbe. Uno degli effetti nefasti e regressivi in questo intreccio politico, finanziario, industriale è la battaglia contro l’informazione scientifica sugli effetti dei prodotti naturali salvavita non brevettabili, fino alla loro messa fuori legge. Lotte sorde svolte nell’ombra, nel pieno controllo dell’arma mediatica.

 


[1] https://www.disinformazione.it/industria_salute.htm

[2] Gianfranco Domenighetti, (1942-2917). Era conosciuto soprattutto come studioso del sistema sanitario (offerta medica, farmaci).

  Domenighetti è stato un promotore della medicina preventiva (promozione della salute) ed uno strenuo paladino del ruolo attivo e critico del paziente nella diagnosi e cura della sua malattia (“patient empowerment”).

[3] Paolo Vineis è professore di Epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra. Il suo lavoro principale è sull’impatto dei cambiamenti ambientali sulla salute umana e sulle molecole.

[4] Manuale Etica, ambiente e biotecnologie.

[5] Ormoni sessuali, cortisolo, e altri di minor peso.

[6] Del colesterolo, della glicemia, della pressione arteriosa, ecc.

[7] Ray Moynihan è un ricercatore australiano, giornalista sanitario, documentarista e autore. Impiegato per molti anni come giornalista investigativo presso l’Australian Broadcasting Corporation.

[8] https://ilbolive.unipd.it/it/news/come-nacque-linfluenza-spagnola

[9] Questa  breve cronologia breve è stata presa dalle indagini fatte da Mike Ruppert, uno che ha indagato a fondo

sull’11settembre. Egli è un ex poliziotto di Los Angeles, alla scuola investigativa gli ha insegnato, fra l’altro, il metodo

della cronologia in ordine di data di tutte le notizie giornalistiche relativo a un evento delittuoso oscuro, per vedere

se ne emerge un disegno, una logica.

[10] Fonte: Wayne Madsen giornalista investigativo di Washington DC http://xoomer.alice.it/sitoaurora/Covert/Lantrax.-

Htm

[11] Dal rapporto investigativo della commissione giudiziaria di Jack Brooks, del 10.09.1992: “Documenti del Dipartimento di Giustizia dimostrano che una versione del Promis era stata mandata a entità nazionali estere”.

[12] Il personaggio, è evidentemente uno con il senso dell’umorismo. Ma d’altronde cosa non si farebbe per mettere

fumo negli occhi alla gente.

[13] I coronavirus sono virus di forma sferica, con un diametro che varia dagli 80 ai 160 mm, a simmetria elicoidale e dotati di envelope.

[14] USA: farmaco contro la SARS entro pochi mesi, Corriere della Sera, 25 aprile 2003.

[15] https://marcos61.wordpress.com/2020/02/07/armi-etniche-e-biologiche/

[16] Il termine bonus-malus viene utilizzato per una serie di accordi commerciali che premiano o penalizzano alternativamente. Viene utilizzato, ad esempio, nei call center e nelle industrie assicurative.

[17] Un danno di oltre 30 milioni di euro contestato a 4 manager della sanità siciliana: avrebbero consentito il pagamento di tariffe gonfiate anche del 400% alle cliniche di Michele Aiello, prestanome di Provenzano. Citati in giudizio gli ex direttori generali delle Asl di Palermo, Giancarlo Manenti e Guido Catalano e i dirigenti della stessa Asl Salvatore Scaduto e Lorenzo Ianni (ANSA, 13.01.2011). http://notizie.it.msm.com/topnews/articolo.aspx?cp-documentid=1558309813

[18] JEANE-LOUP MOTHCANE, Quand l’OMS épouse la cause des firmes pharmaceutiques, in http://www.monde-diplomatique.fr/2002/07/MOTCHANE/16708  luglio 2002.

[19] Dante Lepore, gemeinwesen o gemeinscaft? Decadenza del capitalismo e regressione sociale – Loren Goldner, l’immensa sorpresa di OTTOBRE. Un collasso del mondo capitalista, PonSinMor, p. 193.

[20] Su questo argomento oltre a quello indicato sopra nella parte dedicata all’antrace, rinvio al libro di Roberto Quaglia, Il mito dell’11 settembre e l’opzione dottor Stranamore, PonSinMor, Torino 2006.

I FULMINI COME ARMA?

•settembre 28, 2020 • Lascia un commento

  Un titolo che in apparenza potrebbe essere preso da un film di fantascienza/horror, ma bisogna prendere atto che da tempo le guerre ambientali sono in atto. E non lo dice un complottista ma un generale.

Il Tenente Generale Fabio Mini, non è l’ultimo attivato, ha svolto all’interno dell’esercito italiano incarichi importanti: ha comandato tutti i livelli di unità meccanizzate, dal plotone alla brigata. È stato comandante della Brigata Legnano durante l’operazione Vespri Siciliani, nel 1992 dopo gli attentati a Falcone e Borsellino. E nel 2001 è stato comandante del Comando Interforze delle Operazioni nei  Balcani. È membro delle Conferenze Mondiali Pugwash e del Comitato scientifico di Limes. E proprio sul quaderno speciale n. Comitato scientifico di Limes. E proprio su un quaderno speciale sta rivista in un articolo molto eloquente. Perché combattiamo ancora[1] ci informa che la “La lotta istituzionale si deve rivolgere anche in questo campo (parla della propaganda e della disinformazione n.d.a.) e non sarà semplice è indolore” dove il dissenso è equiparato alla spazzatura. Afferma ancora: “i cinquemila di New York non sono morti invano e la guerra al terrorismo in Afghanistan e altrove è giusta e doverosa”.

dissenso è equiparato alla spazzatura. Afferma ancora: “i cinquemila di New York non sono morti invano e la guerra al terrorismo in Afghanistan e altrove è giusta e doverosa”.

   Ebbene lo stesso generale in un’intervista rilasciata a Radio Base 48 il 21 febbraio 2008 dice dell’esistenza della guerra ambientale. Già in suo articolo precedente su Limes n. 6 del 2007[2]   parla dello stesso argomento. In quest’ultimo documento fa affermazioni molto forti del tipo: “Si tendono a giustificare le emissioni di chi produce ricchezza e si tende a criminalizzare coloro che inquinano per il solo fatto di dover respirare, scaldarsi, cuocersi un piatto di minestra o soltanto tentare di emanciparsi. Molti si chiedono: se non producono ricchezza che respirano a fare? Se assorbono risorse e inquinano per produrre cose che mi fanno concorrenza perché farli continuare?”e

ancora “Il fatto è che oggi più che mai esistono la volontà, la capacità e le tecnologie per “possedere” l’ambiente, per devastarlo o proteggerlo, ma comunque per usarlo ai fini politici ed egemonici”.

  Ci informa che sin dagli anni Quaranta un professore australiano, Thomas Leech, preside della facoltà d’ingegneria di Auckland in Nuova Zelanda e assegnato durante la seconda guerra mondiale all’esercito neozelandese, condusse esperimenti per conto degli americani e degli inglesi cercando di provocare onde anomale in corrispondenza di particolari bersagli nel Pacifico. Gli esperimenti rimasero segreti e non si elevarono oltre il livello di minionde di marea nella zona di Whangaparaoa, a nord di Auckland nel periodo 1944-45. Il loro principio si basava sulla detonazione di cariche esplosive sottomarine, ma la “bomba tsunami” di Leech ufficialmente non fu mai resa operativa. È certo che gli americani dopo la guerra proseguirono gli esperimenti dando vita ad un nuovo campo d’applicazione della guerra ed una nuova metodologia dello dando vita ad un nuovo campo d’applicazione della guerra ed una nuova metodologia della guerra ed una nuova metodologia dello studio dei terreni e delle esplorazioni geologiche utilizzando le onde sismiche. Mini dice un’altra notizia interessante: le grandi compagnie petrolifere e minerarie stanno scandagliando il fondo marino e le esplorazioni si avvalgono anche di test sismici provocati da esplosioni controllate. Ma la notizia che dovrebbe fare rabbrividire è che le compagnie americane premono per essere autorizzate ad impiegare minitestate nucleari e ordigni a penetrazione e aggiunge Mini non è detto che non ci siano già riuscite. Mini sottolinea che quando c’è un terremoto lungo la faglia tettonica l’attenzione si sposti sulle compagnie petrolifere che stanno effettuando ricerche e trivellazioni lungo la stessa faglia a distanza di migliaia di chilometri. È’ accaduto per il terremoto Kobe, per quello di Santo Stefano del 2003 a Bam in Iran e per lo tsunami indonesiano.

   In questi due ultimi casi c’è da rilevare che si trattano di due aree a maggioranza islamica. È sembrato strano che dopo lo tsunami, l’invio di aiuti americani all’Indonesia che fu sotto forma di una missione militare nella provincia ribelle di Aceh, dove da tempo la Exxon Mobil cerca di avere una base permanente per lo sfruttamento delle considerevoli risorse minerarie e di idrocarburi.

   Dunque, le guerre ambientali esistono e dagli ambienti militari.[3] Ma questa storia dell’uso del fulmine come arma da dove proviene?

   Tutto prese vita da una lettera inviata alla Central intelligence agency il 21 settembre 1967 da uno scienziato che, probabilmente, era un “senior” meteorologo-ricercatore  delle forze armate americane. Quest’ultimo, di proprio pugno, inviò al Deputy for Research “Special Activities” l’idea di una nuova arma basata sulla possibilità di poter armare i fulmini. Come si apprende dal documento, la proposta fu inviata all’attenzione del Capo dell’Air Systems Divisions, il 12 ottobre 1967.[4] Ma, sebbene nessuna evidenza confermi l’adozione di quest’arma, il rapportorivela però che la proposta fu sottoposta all’attenzione di qualcuno.  

   Come si evince dal file, la Cia ha acconsentito il rilascio pubblico  dell’informazione il 9 settembre 2002. La corrispondenza interna al governo intestava il contenuto della missiva con: Idee sulle Scariche di Fulmini e citava testualmente: “Signori, ho descritto alcuni aspetti di un’idea riguardante l’influenza della scarica luminosa per produrre effetti favorevoli ai nostri scopi. Fondamentalmente, l’idea centrale è quella di fornire leader artificiali che causino scariche quando e dove li desideriamo. Questo può essere fatto inserendo fili (conduttori) molto lunghi e sottili in regioni caricate elettricamente per aiutare e guidare il processo di scarica. Da come vedo la situazione, i fili potrebbero avere un diametro di alcune migliaia di pollici e uno o più (diciamo cinque) miglia di lunghezza. Essi potrebbero essere sganciati da aerei o sollevati da razzi per essere inseriti nelle tempeste. Una volta nella regione desiderata, potrebbero essere srotolati da una bobina per mezzo di un paracadute. Questo metodo è possibile perché la scarica principale avverrà attraverso l’aria ionizzata che circonda il filo. A causa dell’altissima conducibilità dell’aria ben ionizzata, anche rispetto ai metalli, il Lighting Bug servirà solo per avviare e dirigere lo scarico e non sarà importante una volta avviato. Pertanto, l’unica limitazione nel suo diametro è la forza richiesta. Anche se si dovesse rompere in alcuni punti, dovrebbe comunque fare il suo lavoro.

Il piano ha diversi vantaggi:

a) È possibile stabilire uno sbarramento relativamente economico.

b) Disenergizzare una tempesta può portare a condizioni meteorologiche   migliori ogni qualvolta noi lo riterremmo favorevole per le nostre esigenze.

c) Rimarrebbero poche o alcuna prova di ciò che abbia causato il temporale.

Consiglio un’attenta valutazione e qualche test di volo per determinare la fattibilità di questa idea. Ho preparato una domanda di brevetto per coprire gli aspetti commerciali della moderazione metereologica. Auguro a voi ed alle nostre forze armate un libero utilizzo di questa idea, se si dimostrerà pratica, come penso che sarà”.[5]

   La “gestione atmosferica” degli Usa

   Riassumendo il concetto, tale proposta era protesa ad offrire un armamento costituito da un sistema di  fulmini guidati attraverso un percorso chiamato “passo del leader” che è formato da aria ionizzata. Non appena quest’ultima raggiunge il suolo, creando un circuito, si forma un fulmine, che Forbesindica tra i 300 milioni di Volt a 30mila ampere.

   Questo sistema avrebbe consentito alla Cia di poter colpire qualsiasi obiettivo ed assassinare chiunque ed ovunque, lasciando pensare che si fosse trattato di una scarica naturale e casuale, provenuta dal cielo.

   Ma in realtà gli Usa, proprio nel 1967, già erano in grado di manipolare gli agenti atmosferici, basti ricordare l’Operazione Popeye che prevedeva l’inseminazione delle nuvole consentendo di allagare obiettivi militari per fini strategici, come avvenne “già” durante il conflitto vietnamita. Inoltre dall’analisi del rapporto Rainmaking-Seasia,si evince, che le tecniche d’immissione già prevedevano l’utilizzo di ioduro d’argento e piombo immesso nell’atmosfera da aerei, sotto il progetto Stormfury.

   Infine, al di là di ogni teoria cospirativa, anche in considerazione della Convenzione Enmod, sul divieto delle tecniche di manipolazione dell’ambiente per fini militari o ad ogni altro scopo ostile, resta difficile pensare ad un uso indiscriminato di tale arma da parte degli Usa. Differentemente ciò che rimane chiaro è invece il concetto che, la capacità bellica recentemente rivendicata da alcune super-potenze, era già in uso dagli Stati Uniti più di 50 anni fa.


[1] http://www.kelebekler.com/occ/mini.htm

[2] http://service.users.micso.net/FSI/Downloads/Owning_the_weath

er-Fabio_Mini.pdf

[3] https://www.youtube.com/watch?v=BZ94LKHv-mk

[4] https://it.insideover.com/senza-categoria/quando-la-cia-penso-a-unarma-per-uccidere-con-i-fulmini.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect

[5] https://www.cia.gov/library/readingroom/docs/CIA-RDP71B00822R000200150006-5.pdf

LA PRIMA MISSIONE (UFFICIALE) DELLA SPACE FORCE AMERICANA

•settembre 25, 2020 • Lascia un commento

   Bisogna prendere atto che lo Spazio è da tempo diventato un campo di battaglia.

 C’è una connessione tra potere militare terrestre, e la prospettiva di un futuro sfruttamento ai fini economici del cosmo. Considerando la rilevanza di attività commerciali con base nello spazio per lo svolgimento di attività cruciali per la vita quotidiana, come le comunicazioni o la sicurezza ambientale, è evidente l’interesse riservato dagli stati alle problematiche inerenti al controllo dello spazio e ai rapporti  ai rapporti di forza che interessano per il dominio dello stesso.

   Se una delle tendenze dell’esplorazione dello spazio è lo sviluppo della robotizzazione, un’altra è come si è visto è quella della militarizzazione dello spazio. Nell’epoca contemporanea fino alla seconda guerra mondiale era decisivo per la condotta del conflitto il dominio dei mari, dall’ultimo conflitto mondiale fu il dominio dell’aria, in questa fase diventa il dominio dello spazio.

   Gli USA sono la nazione che in assoluto compie i maggiori investimenti in campo spaziale, hanno teorizzato nella loro dottrina militare il concetto di Space Control, che rappresenta un obiettivo da perseguire anche al fine di impedire azioni avversarie che possano ledere il loro dominio.

   La dottrina militare del dopoguerra fredda ha come obiettivo strategico la preservazione della Pax Americana, in altre parole del domino mondiale dell’imperialismo USA; per questo si deve impedire il sorgere di nuove potenze competitrici.

   Nel 1985 fu fondato lo US Space Command che ha l’obiettivo di “dominare la dimensione spaziale delle operazioni militari per proteggere gli interessi e gli investimenti statunitensi. Integrare le Forze Spaziali nell’apparato bellico a 360°”. Le capacità spaziali daranno agli USA una superiorità strategica – militare schiacciante.

   Rappresenta un obiettivo da perseguire anche al fine di impedire azioni avversarie che possano ledere il loro dominio.

   La dottrina militare del dopoguerra fredda ha come obiettivo strategico la preservazione della Pax Americana, in altre parole del domino mondiale dell’imperialismo USA; per questo si deve impedire il sorgere di nuove potenze competitrici.

   Nel 1985 fu fondato lo US Space Command che ha l’obiettivo di “dominare la dimensione spaziale delle operazioni militari per proteggere gli interessi e gli investimenti statunitensi. Integrare le Forze Spaziali nell’apparato bellico a 360°”. Le capacità spaziali daranno agli USA una superiorità strategica – militare schiacciante. Per questo gli USA si prefiggono l’integrazione sinergica tra le forze spaziali e quelle di terra, mare e cielo. Nel documento Vision for 200023 l’obiettivo delle forze spaziali non sarà solo quello di fornire di supporto strategico alle forze terrestri, ma “inizieranno anche condurre operazioni spaziali. L’emergente sinergia tra superiorità spaziale e quella di terra, mare e cielo, ci consentirà di ottenere la Full Spectrum Dominance”. Di conseguenza gli USA non devono perdere posizioni nello spazio rispetto alle altre potenze imperialiste, se vogliono mantenere lo status di unica superpotenza, anzi devono negare agli altri l’accesso allo spazio.

   Per questo gli USA si prefiggono l’integrazione sinergica tra le forze spaziali e quelle di terra, mare e cielo. Nel documento Vision for 200023 l’obiettivo delle forze spaziali non sarà solo quello di fornire di supporto strategico alle forze terrestri, ma “inizieranno anche condurre operazioni spaziali. L’emergente sinergia tra superiorità spaziale e quella di terra, mare e cielo, ci consentirà di ottenere la Full Spectrum Dominance”.[1] Di conseguenza gli USA non devono perdere posizioni nello spazio rispetto alle altre potenze imperialiste, se vogliono mantenere lo status di unica superpotenza, anzi devono negare agli altri l’accesso allo spazio.

   Le esercitazioni per lo sviluppo del progetto guerre stellari sono avvenute con le più disparate motivazioni. La notte del 21 febbraio 2008, dalla nave lanciamissili USS Lake Erie che si trovava nell’Oceano Pacifico a ovest delle Hawaii, è partito un razzo che ha colpito un satellite, “fuori controllo” che rischiava di schiantarsi sulla Terra.[2] Questa motivazione non ha convinto la Cina, che ha richiesto informazioni e accusa gli UUSA di usare un doppio standard, essa ritiene che questo tipo di test serva ad affinare armi antisatellite.

  La nuova forza armata americana, la Space Force fortemente voluta dall’amministrazione Trump, vede la sua prima missione all’estero in un teatro molto particolare: la penisola arabica. Come riportato in un comunicato ufficiale[3], 20 avieri assegnati al 16esimo Expeditionary Space Control Flight e al 609esimo Air Operations Center hanno preso servizio il primo settembre presso il complesso Silent Sentry della base Usa di al-Udeid, in Qatar.

   Quella in Qatar è il primo schieramento all’estero per la Space Force, che è diventata la sesta forza armata degli Stati Uniti ed è la prima nata dalla creazione dell’U.S. Air Force nel 1947.

    Nel mese di giugno del 2018 il presidente Trump aveva ordinato la creazione della Space Force[4] col fine di riaffermare la supremazia americana nello spazio in aperta sfida alla Russia e alla Cina.

   La nascita vera e propria della nuova forza armata, però, risale allo scorso dicembre,[5] quando la Camera dei Rappresentanti del parlamento Usa ha approvato il bilancio per la Difesa che prevedeva, tra le altre cose, lo stanziamento dei primi fondi per la Space Force.

   Una decisione in controtendenza rispetto a quanto intrapreso dalla Russia, che ha riunito i comandi dell’Aeronautica e quello Spaziale in uno solo, razionalizzando quindi la catena gerarchica con la creazione della Vks (Vozdušno-kosmičeskie Sily) la forza aerospaziale russa che ha preso il posto della Vvs (Voyenno-Vozdushnye Sily). Una decisione che ha generato anche malumori in seno all’Air Force, che temeva di perdere il controllo diretto sulla gestione della progettazione degli assetti connessi all’attività spaziale, come i satelliti e, probabilmente, anche i radar di allarme precoce.

   Il processo di sganciamento del ramo spaziale da quello aeronautico era in atto già da tempo: nel 2016 era stata creata la Smf (Space Mission Force) ovvero un reparto inquadrato nell’Usaf posto sotto il controllo diretto del Comando Spaziale (Afspc) con il compito di monitorare ed impiegare al meglio tutti i sistemi satellitari militari e di intraprendere azioni offensive e difensive volte a mantenere la supremazia americana in questo campo di battaglia. Successivamente abbiamo assistito alla nascita degli Space Corps, un reparto che dipende dal Dipartimento dell’Air Force così come i Marines dipendono dall’U.S. Navy, senza dimenticare la nascita dell’U.S. Space Command, primo vero comando “autonomo” che presiede alle attività spaziali.

   Lo spazio rappresenta sempre più un nuovo campo di battaglia[6] “attivo”, grazie ai nuovi assetti in grado di colpire i satelliti avversari[7] con armi cinetiche, oppure con sistemi laser basati a terra. La decisione di inviare elementi della Space Force in Qatar, però, non è principalmente dovuta al controllo e contrasto dell’attività spaziale di quelli che sono i due più grandi avversari degli Stati Uniti, ovvero la Russia e la Cina, ma è la cartina tornasole delle crescenti tensioni tra Washington e Teheran.

   L’Iran, infatti, lo scorso aprile[8] ha effettuato il suo primo lancio coronato da successo di un satellite che ha preoccupato non poco il Pentagono, non tanto per la conquista dello spazio da parte del regime degli Ayatollah, quanto per l’evidenza che il programma missilistico iraniano ha fatto un salto in avanti[9] verso la capacità intercontinentale con un vettore affidabile.

   La presenza della Space Force nella base di al-Udeid intende anche fornire una base avanzata per il contrasto all’attività di disturbo dei segnali elettronici nella delicata area del Golfo Persico: sappiamo infatti che uno dei compiti degli avieri che opereranno in Qatar sarà quello di geolocalizzare, caratterizzare e segnalare le fonti di interferenza elettromagnetica alle risorse satellitari statunitensi.

   “L’esercito fa molto affidamento sulle comunicazioni satellitari, per la navigazione e l’allarme missilistico globale[10] ha detto il capitano Ryan Vickers, un membro della forza spaziale appena giunto ad al-Udeid all’ Associated Press.[11]

   Le truppe americane, ha aggiunto, utilizzano sistemi Gps per tracciare le navi che passano attraverso snodi strategici del Golfo “per assicurarsi che non si trovino in acque territoriali di altre nazioni”.

   Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa il 20% del petrolio mondiale, è stato teatro di una serie di incidenti con l’Iran quando ha sequestrato natanti che sosteneva avessero sconfinato, ed il sospetto è che Teheran abbia messo in atto una qualche forma di jamming del segnale Gps che li ha messi fuori rotta creando così un incidente diplomatico.

   Anche la Federal Aviation Administration, l’ente aeronautico civile degli Stati Uniti, ha avvertito che gli aerei che si trovano a volare sul Golfo Persico potrebbero subire interferenze e disturbi delle comunicazioni. Secondo le autorità americane, navi in transito nella regione hanno anche segnalato tentativi di spofing 12] delle comunicazioni da entità sconosciute che affermavano falsamente di essere navi da guerra statunitensi o della coalizione.

Gli uomini della Space Force saranno quindi impegnati sostanzialmente in una doppia missione: controllare l’attività missilistica (e spaziale) iraniana e contrastare l’attività di jamming/spoofing molto presumibilmente messa in atto da Teheran identificando e bloccando le sorgenti dei segnali di disturbo.

   Da parte dell’Iran si afferma che non saranno tollerate interferenze e, in conformità con il diritto internazionale, si risponderà a qualsiasi attacco che minacci la sovranità della Repubblica Islamica. Il timore, infatti, è che gli operatori della Space Force possano intervenire non solo “spegnendo” le sorgenti di disturbo iraniane, ma anche effettuare cyber attacchi[13] alle infrastrutture sensibili di Teheran oltre che sabotare il programma missilistico o nucleare.


[1] http://www.peacelink.it/disarmo/a/2240.html.

[2] http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scienza_e_tecnologia/razzo_abbatutto/razzo-

[3] https://www.spaceforce.mil/News/Article/2336178/auab-airmen-make-history-as-first-deployed-space-force-members/

[4] https://it.insideover.com/politica/trump-space-force.html

[5] https://it.insideover.com/guerra/nasce-ufficialmente-la-space-force-usa.html

[6] https://it.insideover.com/schede/politica/cose-lo-space-warfare-perche-cosi-importante.html

[7] https://it.insideover.com/guerra/la-russia-testa-unarma-antisatellite-nello-spazio.html

[8] https://it.insideover.com/politica/liran-lancia-un-satellite-militare-ed-irrita-gli-stati-uniti.html

[9] https://it.insideover.com/guerra/iran-e-corea-del-nord-riprendono-a-collaborare-per-il-programma-missilistico.html

[10] https://it.insideover.com/guerra/la-prima-missione-allestero-per-la-nuova-space-force-americana.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect

[11]

[12] https://it.insideover.com/guerra/cosa-puo-esserci-dietro-lincidente-in-iran.html 

[13] https://it.insideover.com/guerra/la-cyber-warfare-il-campo-di-battaglia-piu-caldo.html

LA FOLGORE E LE OPERAZIONI COPERTE

•settembre 22, 2020 • Lascia un commento

   Intorno al 1987, soldati della Folgore, frequentando Camp Davis seppero della formazione di nuclei autonomi della formazione di strutture dipendenti alla Presidenza del Consiglio dei ministri in funzione di “antiterrorismo”. La Folgore ha sempre fornito personale ai Servizi segreti, per l’impiego di unità d’élite in funzione operativa, per operazioni all’estero e per il rifornimento di ufficiali e sottoufficiali esperti transitati di raggruppamenti di unità speciali o di difesa. Rus e poi Rud. In particolare, in quest’ultimo reparto, il Rud, alcuni elementi non più operativi ma congedati o tornati al proprio reparto di origine, erano addestrati continuando a collaborando con i Servizi segreti in forma esterna, gestiti da un ufficiale il cui compito è stato è stato quello di coordinare gli “esterni”.

   I membri della Folgore collaborarono con alti ufficiali con i quali avevano un rapporto di fiducia, saldati dal condizionamento psicologico indotto dall’appartenenza a reparti d’azione e dal particolare tipo di addestramento, dal fatto di sentirsi diversi alle altre unità, di essere legittimati a compiere azioni diverse da quelle condotte normalmente dalle Forze Armate o dalle Forze di Pubblica Sicurezza. Questi operatori erano attivati laddove le altre unità incontravano i propri limiti.

   Laddove sono adombrati dei sospetti nei confronti di paracadutisti indicati come responsabili di azioni coperte, immediatamente questi hanno cambiato la sezione operativa rimbalzando da un raggruppamento ad un’unità, transitando dal proprio dal proprio reparto di origine alle collaborazioni esterne ma sono sempre rimasti operativamente validi, mai resi deboli e soprattutto mai considerati effettivamente di qualcosa laddove eventualmente lo fossero stati.

CERVELLI CHE PARLANO AL COMPUTER E COMPUTER CHE PARLANO AL CERVELLO

•settembre 22, 2020 • Lascia un commento

   A mezzanotte del 28 agosto 2020, dopo 30 minuti di attesa, è stata attivata la luce nel canale di Neuralink, la società di tecnologia neurale creata da Elon Musk, l’imprenditore americano guru delle nuove tecnologie, gran maestro dell’automobile elettrica senza guidatore, fondatore della multinazionale che porta il nome del grande, visionario inventore e scienziato serbo Nikola Tesla. È stato prodotto il primo neurone artificiale, progettato per riparare connessioni danneggiate.[1] Il 2020 non è solo l’anno del virus e dell’attesa spasmodica del vaccino, dell’accettazione, anzi della potente richiesta popolare di vedersi inoculare nel corpo sostanze sconosciute, ma è anche l’anno in cui le tecnoscienze, ufficialmente (e non per sentito dire),  affermano di poter penetrare nel cervello.

   Sorge la necessità di conoscere ciò che sta accadendo nei laboratori riservati, comprendere quali ricadute avrà sulle nostre vite. Ciò che ha mostrato Elon Musk nello spettacolo montato ad uso dei mercati, per ridare fiato alla declinante fortuna del suo gruppo, è il progresso conseguito nello sviluppo di un impianto cerebrale in grado di leggere l’attività neuronale di ben 1.024 elettrodi inseriti nel cervello di maiali, mostrati mentre vagavano a loro agio. Nell’esperimento sono stati esibiti tre animali: uno privo di impianto, il secondo con il dispositivo nascosto sotto la pelle del cranio che emetteva segnali in diretta sullo schermo. Al terzo era stato espiantato l’apparato in precedenza. L’obiettivo era dimostrare la sicurezza dell’invenzione, e sarebbe stato un successo strepitoso se uno dei maiali, dispettoso, non avesse resistito a uscire dal luogo dell’esperimento.

   C’è da chiedersi se i nostri cervelli sono al sicuro.

   Ciò che gli scienziati hanno potuto osservare sugli schermi nella presentazione è stata l’attività di diversi neuroni. L’ attivazione di ogni neurone appariva come un piccolo punto bianco; ogni linea

un neurone; a centinaia disposti in una matrice di dati che fluivano continuamente in tempo reale. In basso, in azzurro, il conteggio accumulato dell’attività. Mentre il maialino annusava l’ambiente circostante, si succedevano ondate di colpi coordinati. Più tardi, al diciottesimo minuto del video, si è sperimentato come – attraverso la lettura delle attività neuronali – fosse possibile prevedere i passi successivi di uno dei maiali dotati di impianto, mentre camminava su un tappeto mobile.

   Qual è la novità? Secondo gli esperti di neuroscienze, niente e tutto. Nuova è la scelta tecnologica di “impacchettare” 1.024 neuroni in alcuni finissimi peli che, inseriti nel cervello, sono in grado di isolare l’attività di centinaia di neuroni. Nuova è anche la tecnologia senza fili (wireless) che consente di trasmettere segnali in tempo reale, in aggiunta alla misurazione della temperatura corporea, alla pressione intracranica e altri dati di fisiologia del cervello, eccetera. “Eccetera” rappresenta tutto ciò che è sconosciuto ed è rimasto nell’esclusiva disponibilità di Tesla. Non conosciamo la durata della batteria, che si può ricaricare per induzione, come i moderni orologi digitali. Altrettanto nuovo è che si possa occultare l’apparato sotto il cuoio capelluto, proteggendo, affermano senza pudore, la privatezza di colui a cui è stato impiantato. Curiosa privacy per qualcosa che ha la funzione opposta, ovvero monitorare, sorvegliare e, a lungo termine, indurre, orientare, manipolare da remoto l’attività cerebrale.

   Neuralink società di Elon Musk, americano guru delle nuove tecnologie, gran maestro dell’automobile elettrica senza guidatore, fondatore della multinazionale che porta il nome del grande visionario inventore e scienziato serbo Nikola Tesla.

   Impressiona il gioco di magia organizzato da Musk, dietro il quale ci sono anni di ricerca di molti eccellenti scienziati, ma anche una fascinazione organizzata, al servizio delle declinanti sorti finanziarie di Tesla, affidate all’ignara maialina Gertrude. Non è nuovo che si possa leggere l’attività dei neuroni, né decodificare i loro messaggi, specie se i gesti sono relativamente semplici o ovvii, come muovere le estremità del corpo. Non è nuovo neppure che si possano impiantare sistemi wireless, per quanto con molti meno canali, più ingombranti e apparentemente con minore efficienza. Non è una novità assoluta che si possano stimolare gruppi di neuroni in maniera localizzata, come il video mostra, utilizzando l’immagine microscopica di un doppio fotone (particella priva di massa, con carica elettrica nulla, costituente elementare della radiazione elettromagnetica, detta anche quanto di energia) per osservare l’attivazione di sensori di calcio espressi geneticamente nei neuroni.

   Tutte queste cose sono la quotidianità di alcuni laboratori di ricerca impegnati a decifrare i segreti del cervello, il nostro organo più complesso. Le neuroscienze lavorano da anni nella lettura e decodifica dell’attività neuronale. L’obiettivo è comprendere come funziona il cervello, ma i veri scopi sono più concreti e prosaici. Si potranno trattare alcune infermità e disabilità, ma intanto – non incidentalmente – chi avrà il controllo di queste tecnologie avrà assunto il dominio – se non la proprietà – delle nostre vite. Potrà prevedere i nostri gesti e reazioni, soprattutto sarà in grado di indirizzarle verso ciò che interessa l’oligarchia, attivare e disattivare aree cerebrali, con conseguenze ancora sconosciute, ma certo inquietanti. 

   E infatti c’è da chiedersi quali sono le reali finalità di queste ricerche?

   Alla massa viene presentato il consueto specchietto per le allodole, la speranza di lottare contro malattie, disabilità gravi, conseguenza di incidenti e simili. Il consenso è assicurato.  La promessa di Elon Musk è di implementare questi dispositivi a breve, una volta ricevuta l’approvazione dell’agenzia americana per la salute e i servizi umani, per lanciarsi nella competizione durissima tra giganti tecnologici. Molte imprese e laboratori di ricerca collaborano da tempo con neurochirurghi e neurologi per cercare di applicare le nuove conoscenze “in maniera sicura e controllata”, almeno così affermano. Sono già sperimentati dispositivi simili a quelli presentati da Elon Musk per aiutare persone con lesioni cerebrali a muovere braccia robotiche, impianti di elettrodi profondi per il trattamento del morbo di Parkinson e la previsione di crisi epilettiche.

   Del tutto nuova è la tecnologia senza fili che permette di trasmettere segnali in tempo reale. Quella esposta, naturalmente, è la versione “buona” delle nuove tecnologie, ad uso delle masse zoologiche. Poco si parla dei rischi, delle derive, della probabilità di vivere in una società di schiavi tecnologici, i cui movimenti, le cui azioni, le cui idee, pulsioni e visioni della vita saranno domani non solo previste, ma indotte da remoto, dai padroni di tecnologie di impressionante potenza. Diventa profetico il brano dell’Enrico V in cui Shakespeare fa dire ad un suo personaggio: “il re prende nota di tutte le loro intenzioni con mezzi che neppure possono immaginare”. Al suo tempo, i mezzi erano essenzialmente lo spionaggio e la delazione. Il nostro tempo non solo vuole e può conoscere le intenzioni, ma a breve sarà in grado di determinarle con mezzi tecnici.

 Neuralink, un’azienda privata, che come tutte le aziende capitaliste ha come scopo  il profitto. Con la collaborazione dei pazienti, è in grado di registrare l’attività neuronale umana e tentare di decodificarla. Uno scienziato commenta che “non vi è nulla di temibile se siamo in buone mani, ovvero entro ricerche finanziate con fondi privati e pubblici sottoposti ai più stretti controlliPanzane, ottimismo infantile o cosciente inganno. Si tratterebbe, per i tecno entusiasti (a fattura?) di “capire come proseguano le ricerche, in che maniera controlliamo le nostre braccia e le nostre gambe, come generalizziamo la conoscenza e rappresentiamo il mondo

   Per fortuna, al di là dello spettacolino ad uso degli investitori e degli appassionati di tecnomagia montato da Musk, le promesse non sono facili da realizzare. Non sono ancora dietro l’angolo, ma rappresentano la sfida neurotecnologica del momento. L’idea è che esiste un mondo di funzioni che i dispositivi in via di sperimentazione possono esercitare: avvertirci di un possibile attacco di cuore, di un ictus cerebrale e di altre minacce simili. Possono aiutarci a suonare brani musicali o mettere in moto l’automobile elettrica: il racconto futurista è accattivante, in grado di provocare l’acquolina in bocca al post – uomo malato di tecnologia.

   Ogni nuova conoscenza è un’arma a doppio taglio. Non si sa nulla – né Tesla ha contribuito a chiarire – dell’eventualità di complicazioni nell’impianto di corpi estranei nel cervello, organo acquoso e corrosivo al massimo grado. Non sappiamo nulla dei meccanismi di difesa fisiologici che ci proteggono e che necessariamente produrranno una cicatrice gliale (cellule che, insieme ai neuroni e ai vasi sanguigni, formano il sistema nervoso) nella materia grigia dei maiali e domani degli uomini, incapsulando elettrodi e promuovendo infezioni di cui non sappiamo nulla. Questo sotto l’aspetto della fisiologia del corpo; e le eventuali modificazioni e patologie mentali, nonché l’immenso campo della perdita delle libertà e della stessa individualità personale, del libero arbitrio? Gli interrogativi sono immensi e occorre porli al massimo livello da subito.

   Musk, ovviamente, non ha neppure lontanamente accennato agli aspetti etici, se non antropologici, associati alle neuroscienze. Inoltre, questo è un terreno su cui non si può procedere in marcia solitaria, con i criteri e gli obiettivi di un’impresa, per la natura delle sfide, le domande e le conseguenze che corrono in ogni direzione e si ingrandiscono come rizomi incontrollati, in assenza di regole, limiti, principi morali. Un conto è soccorrere gli invalidi o curare certe forme di depressione, un altro è editare e mettere sul mercato la memoria, manipolare la coscienza fino a impadronirsi della mente e rendere gli individui altrettanti tecnoschiavi. C’è bisogno di uno sforzo comune che parta dalla conoscenza e dalla consapevolezza. La scienza è un sostegno straordinario, ma non può essere la soluzione incontrollata e addirittura privatizzata alle pandemie che paralizzano, alle domande di senso che accompagnano la creatura uomo, ai limiti che costituiscono l’essenza della nostra condizione.

   Il dottor Jack Gallant, neuroscienziato computazionale, ha lavorato per anni a migliorare la nostra comprensione di come il cervello codifica le informazioni: quali regioni diventano attive, ad esempio, quando una persona vede un aereo o un mela o un cane, e in che maniera queste attività possano essere visualizzate e riprodotte. Siamo all’alba di nuova era, in cui i cervelli parlano ai computer e i computer ai cervelli.

   Un giorno, Gallant ha pensato di invertire ed ingegnerizzare l’algoritmo che aveva sviluppato in modo che si potesse ricostruire quello che un gruppo di volontari stava vedendo e successivamente “leggerlo”. La tecnologia è già in grado di tradurre l’attività cerebrale in immagini comprensibili da altre persone. In altre parole, siamo molto vicini alla macchina che “legge “il cervello. Lo stesso Gallant ne ha avuto paura, rendendosi conto di collaborare a un’era in cui i pensieri possono essere strappati dalle nostre teste. A quel punto, si potranno “rubare” anche i ricordi e le conoscenze e farne oggetto di compravendita.

   Il riconoscimento vocale, come quello utilizzato da Siri di Apple o da Alexa di Amazon, è un passo verso un’ulteriore integrazione tra uomo e macchina. Il prossimo, che gli scienziati di tutto il mondo stanno perseguendo, è realizzare una tecnologia che permetta di attivare mediante il pensiero e interagire con i computer e gli apparati elettronici, ovvero con tutto ciò che ad essi è collegato, come automobili, robot, braccia e droni.   

   La tecnologia che può facilmente scrutare attraverso il cranio, come la macchina di risonanza magnetica, è troppo ingombrante da montare nella nostra testa. Una tecnologia meno invasiva, come l’elettroencefalogramma che misura l’attività elettrica del cervello attraverso elettrodi attaccati al cuoio capelluto, non fornisce la stessa chiarezza. Nuovi metodi di “vedere” nel cervello potrebbero includere la magnetoencefalografia, o MEG, che misura le onde magnetiche che emanano all’esterno del cranio dai neuroni che si attivano al di sotto di esso; oppure usando la luce infrarossa, che può penetrare nei tessuti viventi, per dedurre l’attività cerebrale dai cambiamenti nel flusso sanguigno. Con quali rischi fisici, psichici, ambientali di medio e lungo termine?

   Le soluzioni tecniche stanno cominciando ad emergere. Soprattutto, oltre a Tesla, investono somme notevoli colossi come Facebook (Zuckerberg) e Microsoft (Bill Gates). Nella notte dell’uomo, qualcuno si preoccupa dell’appropriazione privata del nostro cervello? Qualcuno si pone domande in termini morali, storici, antropologici? Qualcuno comprende sino a che punto la persona umana  rischi di diventare un prodotto, una merce da compravendere in quanto espropriata di se stessa? 

   Elon Musk, ha delle idee che rischiano di essere definite folli.

   Ha proposto un sistema un aeromobile elettrico supersonico VTOL (decollo e atterraggio verticali) con propulsione a ventole elettrico.[2]  Musk ha affermato che il suo obiettivo ruota intorno all’ideale di cambiare il mondo e l’umanità[3] (il mondo che si sta riempendo di multimiliardari filantropi, Soros Docet). Tra i suoi obiettivi c’è quello di ridurre il riscaldamento globale (Greta non è sola!) tramite l’utilizzo di energie rinnovabili e riducendo il “rischio di un’estinzione umana” stabilendo una colonia umana su Marte.[4]

   Ebbene, per questo scopo Musk ha detto che saranno necessarie circa 1.000 navicelle Starship ma anche dell’allineamento planetario Terra-Marte.[5]

   La navicella Starship è stata svelata solo alla fine di settembre 2019. Essa è il nuovo mezzo spaziale di SpaceX alimentato dai nuovi motori Raptor destinato a portare in orbita un equipaggio umano, per poi essere parte delle missioni che rivedranno gli uomini sulla Luna e infine su Marte.    Inoltre, Musk ha detto che sono necessari due milioni di dollari per ogni volo Starship.

Come si diceva prima, lo scopo finale è quello di creare una “città autosufficiente” su Marte, SpaceX dovrebbe programmare migliaia di voli Starship, che dovrebbero trasportare merci, infrastrutture ed equipaggio destinati a   Marte nel corso di circa 20 anni. L’allineamento planetario tra i due pianeti che, in tempi compatibili con le tecnologie attuali consente un solo volo da Terra a Marte ogni due anni.

   Dentro questo quadro, Musk in un messaggio lanciato su Twitter, presentando le t-shirt, propone l’idea di bombardare il pianeta rosso con testate nucleari per renderlo vivibile. Lo scopo ufficiale sarebbe quello di sciogliere le calotte polari così da liberare anidride cronica sufficiente a creare un effetto serra che renda sopportabili le temperature estreme di Marte.[6]

   Tutto ciò mi pone alcuni interrogativi. Se questo progetto non fosse una provocazione, mi chiedo: si vuole costruire una città sul pianeta rosso. Ma una città per chi? Se si guardasse le condizioni di Marte (radiazione, gravità) e proviamo a immaginarci su cosa poi si dovrebbe mangiare, la totale assenza (per quello che ufficialmente si sa) si spazi verdi animali, stagioni, luce del sole (nelle quantità a cui siamo abituati) dovrebbe essere folle a desiderare una esistenza di quel genere. Non sarebbe meglio desiderare per questa opera dei robot?

   Ma la domanda vera è verso quale tipo di società ci stiamo avviando.

     Dopo la seconda guerra mondiale, gli USA hanno assicurato la persistenza o il ristabilimento del dominio delle classi borghesi dell’Europa Occidentale, in Giappone e in buon parte delle colonie e delle semicolonie. In alcuni di questi paesi lo Stato borghese era completamente dissolto a seguito della guerra (come in Germania); negli altri, gli Stati borghesi erano molto indeboliti e prossimi al collasso. Di conseguenza le borghesie dei paesi continentali dell’Europa Occidentale e del Giappone non ebbero di meglio che accettare l’autorità dello Stato della borghesia USA per ristabilire il loro dominio di classe. La borghesia USA aiutò la borghesia dei singoli paesi a ricostruire i propri Stati (a partire dai loro apparati).

   Finché gli affari vanno bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppata felicemente, non si sono sviluppate contraddizioni antagoniste fra Stati imperialisti.

   Il problema si è posto quando dalla metà degli anni ’70 le condizioni di valorizzazione del capitale diventano sempre più difficili.

   Parimenti nel frattempo si è formato un personale, politico, militare, spionistico e culturale borghese internazionale, che rende la fusione dei maggiori paesi imperialisti, una possibilità reale. Ma la realizzazione di un processo del genere, nel mentre si approfondisce la crisi economica difficilmente realizzabile per via pacifica.

   E dall’interno di queste contraddizioni che si è sviluppato un nazismo occulto, genetico poiché finalizzato al controllo alla discriminazione e alla sperimentazione delle persone sensibili. È una realtà fatta da centri di ricerca universitari e militari (neurologia, psichiatria, neurofisiologia, robotica, oculistica, biologia, cibernetica e controllo del computer tramite pensiero). Dalle multinazionali farmaceutiche e delle protesi uditive ed acustiche per invalidi. Da parlamentari connessi ai servizi segreti e alle polizie speciali e militari. Dalle organizzazioni mafiose e dalla borghesia nera, dalle organizzazioni terroriste. Da intellettuali annoiati. È una realtà che ha sviluppato nuovi reati quali: furto di identità, sequestro virtuale, schiavitù psichica e sessuale, spionaggio indotto, pedofilia cibernetica, mafia cibernetica, dominio delle menti di funzionari e ufficiali dell’esercito e della polizia. Che provoca danni politici quali: potere occulto e mafioso, pedofilia ecc. Danni etici: persone dipendenti da centri occulti che possono trasmettere in diretta segreti di qualsiasi genere a chiunque sia legato al centro che pilota. Alienazione dei rapporti tra le persone ecc.


[1] https://www.inchiostronero.it/gli-impianti-cerebrali-che-cambieranno-lumanita/

https://www.repubblica.it/scienze/2020/06/15/news/la_prima_sinapsi_artificiale_comunica_con_le_cellule-259286613/

[2] Jonathan Charlton, Elon Musk ‘Toying’ with Designs for Electric Jet, su Aviation.com 

   Elon Musk on dodging a nervous breakdown (2013) 16 marzo 2015.

[3] YouTube Video – Elon Musk: The mind behind Tesla, SpaceX, SolarCity

[4] Ross Andersen, Elon Musk puts his case for a multi-planet civilisation, su Aeon, 30 settembre 2014.

[5] https://www.dday.it/redazione/3301/elon-musk–musk-citta-autosufficente-marte

[6] https://www.repubblica.it/scienze/2019/08/17/il_tweet_di_elon_musk_bombe_atomiche_su_marte_233826763/