LA BORGHESIA AMERICANA E’ IN CRISI DI ASTINENZA BELLICA?

•giugno 11, 2018 • Lascia un commento

 

 

 

Quando il 7 aprile 2017 Trump face attaccare la base militare siriana di Shayrat, i bagliori dei missili hanno illuminato, più che la situazione militare della Siria, resa oscura da notizie false provenienti da ogni dove, la scena politica american e quella dei satelliti europei.

Sono rimasti sorpresi quei politici che avevano visto in Trump l’artefice di una politica che rompesse con il militarismo dei Bush, dei Clinton e di Obama.

Sembra superata la figura di un Trump isolazionista, protezionista[1], antiglobalizzazione, uno che mira agli affari e non alla guerra. Ma non bisogna mai dimenticare che l’isolazionismo non fu mai una politica di pace da parte degli USA, fu un relativo distacco dalla scena europea per concentrarsi sull’imperialismo rivale nel Pacifico, il Giappone, contro cui gli USA si prepararono industrialmente, psicologicamente ed infine anche militarmente. Il protezionismo prevede blocchi, controlli, pattugliamenti di navi militari, interruzioni delle rotte marittime, terrestri e aeree, essere contro la globalizzazione, per il borghese vuol dire erigere muti, reticolati.

Ci sono tanti interrogativi sulla vera politica militare di Trump, quello che riteniamo assurdo è sostenere la tesi del il giornalista Thierry Meyssan in un articolo dal titolo incredibile che titolava: Donald Trump smantella l’organizzazione dell’imperialismo statunitense[2]  solo perché Trump in Memorandum per l’organizzazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale prevedeva l’esclusione della CIA da tale consiglio, salvo i casi in cui la questione trattata lo richiedesse. In seguito Trump si è rimangiato questa dichiarazione, detto questo, è da sciocchi affermare o parlare di “tradimento” effettuato da Trump, come quello di “smantellare” con un decreto l’organizzazione dell’imperialismo USA. L’imperialismo è un’escrescenza del capitalismo: “…l’imperialismo e il capitalismo finanziario sono una sovrastruttura del capitalismo. Se ne demolisce la cima, apparirà il vecchio capitalismo”.[3]

La seconda guerra mondiale demolì l’apparato imperialistico di Germania Giappone e Italia, che fu ben presto ricostruito in funzione della cosiddetta guerra fredda, sotto controllo USA. Per distruggere l’apparato imperialistico USA ci vorrebbe una terribile sconfitta o una rivoluzione. Escludere la CIA dal Consiglio di Sicurezza sarebbe al massimo un passo verso l’accentramento dei poteri nella persona del presidente. La questione messa in risalto dall’attacco missilistico è un’altra: la classe dominante USA (e non solo questa ovviamente) trova la sua unità nella guerra. Non appena si profila una tregua, ecco che scoppia la rissa; appaiono i dossier (veri o inventati, poco importa), le minacce di impeachment. Ogni tanto qualche personaggio in buona salute fino al giorno prima, muore all’improvviso di infarto, o ha un incidente stradale. Quando però inizia un’operazione bellica anche assurda sul piano militare, ma non su quello politico, come questa che si è svolta contro la Siria, in cui si avverte prima. In modo da effettuare lo sgombero, e la maggior parte dei missili vanno fuori bersaglio, tutto si aggiusta, e la maggior parte dei missili vanno fuori bersaglio, tutto si aggiusta, purché la spesa sia ingente; alla faccia del contribuente americano, che deve sborsare. La borghesia americana può dimenticare le enorme divisioni solo con operazioni belliche. Come il drogato, che ha bisogno della sua dose, così le società di classe hanno bisogno di sacrifici umani, come per i romani i ribelli di Spartaco crocifissi o il pollice verso per i gladiatori perdenti, così l’imperialismo cui occorrono le periodiche stragi di popoli o la repressione di proletari e diseredati nelle metropoli.

Una sinistra fasulla parla di keinesismo militare. Nella realtà, le spese militari, se arricchiscono certe industrie, ne sacrificano molte altre, favoriscono la centralizzazione, sottopongono “l’economia nazionale” al potere congiunto del capitale finanziario e dello Sato.

La produzione di plusvalore diminuisce sempre di più per l’impiego per l’impiego nelle attività militari di una gran parte delle forza lavoro, ma i profitti della grande borghesia crescono a scapito di quelli delle media e piccola borghesia.

Bisogna tenere conto che nel periodo di declino del Modo di Produzione Capitalista crescono i settori improduttivi e le spese militari costituiscono uno di questi.

Il fine del capitale è la propria autovalorizzazione, quel processo che comincia con  lo sfruttamento del lavoro vivo – estrazione del plusvalore – e termina con l’accrescimento di questo plusvalore in nuovo capitale.

Il capitale non è sinonimo di ricchezza accumulata, anche se è anche questo. La sua caratteristica specifica risiede:

  • Nella sua capacità di estorcere plusvalore.
  • Nell’accrescimento del capitale.

 

 

Il capitale è prima di tutto un rapporto sociale.

   Ora, le armi hanno questa particolarità enorme di possedere un valore d’uso che in alcun caso permette loro di entrare sotto una qualsiasi forma nel processo di produzione. Se una tonnellata di ferro o una macchina a vapore, in quanto mezzi o oggetti di lavoro, possono funzionare come capitale sotto forma di capitale costante, le armi non possono che distruggere o arrugginire.

Le armi essendo vendute, sono trasformate in denaro e con la somma ottenuta il capitalista venditore può acquistare dei mezzi di produzione o di sussistenza. Ma esse non diventano per questo capitale. L’acquirente di armi paga con del capitale e riceve in cambio un bene (di consumo) che non potrà mai diventarlo. Ciò che il capitale globale guadagna nella persona del venditore di cannoni, lo perde nella persona dell’acquirente di armi. Il risultato globale dell’operazione è nullo.

Il fatto che il capitale come globalità, non viva che sotto una forma parcellizzata non implica che non esista. Il fatto che non possa esistere per se stesso, cioè con una coscienza collettiva ed unificata non cambia niente al problema. Il capitale globale è sempre una somma di capitali antagonisti. Esistono delle leggi generali che agiscono unicamente a livello globale, con fenomeni propri (guerre mondiali, crisi mondiali) che si impongono a ciascuna delle sue frazioni e sui quali alcuna frazione ha presa reale. Nel capitalismo, la produzione del capitale si è da lungo tempo esteso a tutto il pianeta. Una qualunque merce può contenere oggi lavoro e materie prime provenienti dai quatto angoli del mondo. In un tale stato di cose, prima di tutto la realtà del capitale globale che determina la realtà la realtà di ciascuna delle sue parti e non l’inverso. Vogliamo far presente che quando parliamo di capitale globale non intendiamo per niente ad approcciarsi anche in maniera indiretta con la tesi dell’ultraimperialismo.

Tornado al discorso sulle spese militari come improduttive si potrebbe obiettare che la borghesia USA nelle guerre mondiali si è arricchita. Ebbene, bisogna tenere conto che gli USA in entrambi i conflitti mondiali vi sono entrati in ritardo, vendendo per anni prodotti e armi ai belligeranti, poi si sono impadroniti dei capitali tedeschi in America Latina, hanno ricattato la stessa Inghilterra imponendole la cessione per quattro soldi delle proprie imprese in America latina, e hanno arraffato brevetti importantissimi della Germania sconfitta. Queste sono le ruberie più clamorose.

Non è quindi il keinesismo di guerra che spiega la febbre bellica degli USA. Si, tratta, invece, di una malattia mortale, che porterebbe alla guerra civile, se la tensione non fosse trasferito all’estero. E il malcapitato può essere chiunque. La piccola e innocua Grenada, Noriega, Saddam, beniamino degli USA finché combatteva la Repubblica Islamica d’Iran; in Afghanistan, prima Najibullah, poi i suoi nemici talebani, la Libia, la Siria, lo Yemen, la Somalia…Dovunque la borghesia americana ha bisogno di lanciare missili, di far girare droni a caccia di “terroristi” (veri o presunti), a costo di bombardare il deserto, come un pugile suonato che quando sente il gong, si mette a picchiare il primo che capita.

 

  

 

  

[1] Pensiamo ai dazi sull’acciaio.

 

[2] http://www.voltairenet.org/article195149.html

 

[3] Leni, VIII Congresso del PC(b)R, Rapporto sul programma del Partito, 19 marzo 1919.

 

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MACERATA: UNO DEI TANTI STIMOLI DI GOVERNARE CON LA PAURA?

•giugno 1, 2018 • Lascia un commento

 

 

   Le Marche potrebbero apparire una regione ai margini, dove sembra non succedere niente di importante, dove all’improvviso come un incubo viene fuori la tragica e orribile storia di Pamela orrendamente tagliata a pazzi e subito dopo un folle, Traini, comincia s parare all’impazzata verso immigrati. Macerata diventa una città famosa.

Pochi sanno un fatto inquietante che riguarda le Marche: secondo l’associazione Penelope, negli ultimi quarant’anni nelle Marche sono scomparse 567 persone e più di 20 sono i cadaveri non identificati.[1] Molti delle persone scomparse sono minori e ragazzini, di alcuni di loro non si sono mai trovato i corpi, mentre altre volte sono stati ritrovati i resti seppelliti in zone franche al riparo da occhi indiscreti.

Si potrebbe ipotizzare che dietro a questi rapimenti e ai relativi omicidi ci siano dei fini rituali o pedofili. Se fosse vera questa ipotesi si potrebbe dire che ci siano delle zone che si potrebbe definire “magiche” che sono scelte da ambienti particolari per rapire bambini, ragazzi e donne. Che questi ambienti particolari siano costituiti da persone altolocate, come militari, uomini di santa romana chiesa, imprenditori e massoni deviati (gente frustrata che a loro non interessa l’esoterismo per conoscere, ma per dominare) che attraverso malavitosi rapiscono persone per abusarne sessualmente e talvolta per torturarle fino alla morte. Come potrebbero esserci una magistratura collusa col potere politico, economico e religioso, ambienti occultisti che praticano la magia (i maghi neri che usano la magia con finalità di dominio), e reparti esoterici dei servizi segreti che potrebbero avere il compito di creare fake-news per depistare (pensiamo ai a tutta la questione del cosiddetto “Mostro di Firenze) e soprattutto ricattare quello che si potrebbe definire il Macro Mondo quando alla sovragestione necessita di fare delle svolte politiche. Nella sostanza c’è la necessità di comunicare iniziative di “gestione del potere” della sovrastruttura attraverso messaggi che utilizzeranno appunto i fatti di cronaca di cui prima si parlava.

In questo semplice e rodato schema criminale si evince si evince come il potere (quello reale invisibile) si muove e gestisca i media che dovranno necessariamente depistare spostando il bersaglio su comodi capri espiatori o dei semplici fattorini del crimine, i vari Pacciani di turno di turno ieri, oggi gli stranieri.

Pamela è stata uccisa – come prima di lei altre ragazze – da questa realtà criminale affamata di sangue sacrificale. Quindi non ritengo che ci sia un frutto di fantasia se si formulasse l’ipotesi che possano esistere due realtà criminali, una delle quali sia di stampo puramente magico orgiastico che può culminare con la morte della vittima. Questo tipo di delitto viene perpetrato da ambienti verosimilmente simili da quelli descritti da Kubrick in Eyes Wide Shut, popolato dall’alta società e sopra di esso, una sovragestione che strumentalizza e manipola questo mondo per infilarci politici e vip per ricattarli, plasmarli e sigillarli. Questi saranno i loro araldi per sempre, dei fedeli esecutori delle agende del potere costituito, kapò e servi.[2]

Molto probabilmente la povera Pamela, sezionata e lasciata in bella vista (si fa per dire ovviamente) dentro due valigie presso la Villa Monti in provincia di Macerata. Vittima probabilmente di questi ambienti e strumentalizzata dalla sovragestione che, dopo aver indicato i soliti capri espiatori che non sono altro che i semplici fattorini del crimine (i nigeriani), attraverso i media collusi ha mandato messaggi (sottili e meno sottili) a chi di dovere riguardo la politica interna (elezioni, vittoria di una certa area politica, utilizzazione della vittoria) ed a quella estera. Lo stesso schema accade in quasi tutti i paesi del mondo con le dovute differenze di cultura, il sacrificio a quelli che sono ritenuti gli Dei è uno schema ancestrale che riguarda tutte le culture comprese quelle che sono ritenute (a torto dal mio modesto punto di vista” “civilizzate”.

Guarda caso, dopo le elezioni una volta che sono stati scelti e puniti i capri espiatori, sono venute fuori che avrebbero meritato più notizie ed attenzione da parte dei media e degli inquirenti, ovvero, del ritrovamento di resti di scheletri e ossa, presubilmente di bambini e ragazzi nelle zone di Porto Recanati[3] e Macerata[4] notizie apparse e posi sparite, quasi a significare “attenzione, possiamo tirare fuori gli scheletri dall’armadio”. Notizie che avrebbero dovuto mobilitare la cosiddetta opinione media e allarmare i media, per cercare di capire i legami tra le tante sparizioni e il curioso ritrovamento dei resti.

Ma non c’è solo questo. Mentre il ceto politico emerso dalle elezioni del 4 marzo 2018 sembra che stia a giocare per non fare il governo, trapelava nei media (in punta di piedi) una notizia a dir poco clamorosa, che è venuta fuori per merito di una denuncia rimasta inascoltata. Una ragazza dal nome di fantasia Selvaggia stata intervistata da Angela Caponnetto per TaiNew 24.[5]

Da questa intervista emerge la realtà di un giro di prostituzione minorile e uno spaccio di droga in cui sarebbero coinvolte persone della cosiddetta “Macerata bene” che utilizzano come manovalanza gruppi di immigrati, in particolare nigeriani.

Gente insospettabile della buona borghesia e dell’aristocrazia italica che partecipa a festini a luci rosse dove vengono drogate, abusate e talvolta uccise giovani vittime, episodi che sarebbero stati denunciati alle autorità di polizia, senza però che siano seguite delle indagini.

Interpellata telefonicamente in merito, la Questura al momento non ha ritenuto di commentare.

 

   L’OMICIDIO DI PAMELA FA EMERGERE UN GIRO DI BABY SQUILLO

 

Quello che emerge, dall’orrendo delitto di Pamela, è che a Macerata, città consacrata alla Madonna, una realtà fasta di festini dove insospettabili che come si diceva prima si servono di immigrati clandestini, per adescare le giovani grazie alla droga. È come se la morte di Pamela avesse scoperchiato il vaso di Pandora: quasi quotidianamente ci sono ingenti sequestri di stupefacenti (come quello effettuato dai carabinieri il 14 aprile 2018 a Monte San Giusto, dove furono arrestate 4 persone con oltre 2 quintali di hashish)[6] e fatti di sangue, che indicano come la città sembri diventata fuori controllo. Di sicuro è diventata una base operativa degli spacciatori – di quella che viene definita la “mafia nigeriana” –  dove è operante un sistema criminale alimentato dall’abnorme presenza di immigrati clandestini.

Da Macerata si potrebbe dire emerge il noir (come i vecchi film francesi in bianco e nero dove ci delitti e misteri) della provincia italiana, pervasa da apparenti virtù pubbliche e concreti vizi privati.

Nell’intervista di Selvaggia, la ragazza denuncia “Esiste un sistema Macerata. Droga e prostituzione minorile per alimentare un giro di festini a luci rossi in cui sono coinvolti personaggi bene della città”.[7]

Selvaggia testimonia: “Mi sono decisa a parlare perché mi ritrovo nella tragica storia di Pamela, anche lei come era una ragazza sola”.[8]

Le accuse sono precise: il suo fidanzato l’ha portata, dopo averla stordita con la droga, in un casolare dove più volte ha incontrato molti uomini. Questo casolare potrebbe essere una villa nella frazione Sant’Egidio di Montecassiano, hinterland di Macerata. Egli afferma: “Lì ad aspettarmi c’erano personaggi facoltosi, ho riconosciuto tre poliziotti, un avvocato, tanti dell’alta borghesia di Macerata. Davanti alla villa erano parcheggiate Bmw, Mercedes, Maserati”.[9]

Questa storia risale a 10 anni fa “ma è stata insabbiata perché di mezzo c’è una massoneria, c’è la mafia”.[10]

I genitori di Selvaggia fecero un esposto alla Procura delle Repubblica a nome della figlia allora minorenne. Ma il fascicolo per un anno scomparve. Dopo il secondo esposto l’indagine fu “riesumata” ma s’insabbiò di nuovo fino a quando il gip, su richiesta del PM non ha archiviato tutto.

Ma oggi, dice Selvaggia: “Basta tacere, dopo quello che è successo a Pamela e che potrebbe succedere a me, bisogna che queste cose vengano fuori”. Anche perché c’è il forte sospetto che questi festini siano continuati e che il clima di omertà che c’è in città possa trovare fondamento nei ricatti incrociati.

Come si diceva prima a Macerata è al centro di un intensissimo traffico di droga controllato dai nigeriani, così come ci sono dei segnali che la città è luogo di reclutamento di giovanissime prostitute – anch’esse nigeriane – che vengono comprate nei centri di accoglienza.

Già nel 2015 la Corte di Assise di Macerata condannò a pene pesanti sette nigeriani per sfruttamento della prostituzione. Un’indagine condotta dall’allora procuratore antimafia di Ancona, Vicenzo Luzi, appurò che due uomini e cinque “madame” reclutavano le giovani in Nigeria, le facevano arrivare passando per i progetti di assistenza ai profughi e poi con i riti le ricattavano fin quando le giovani non pagavano tra i 40.000 e i 60.000 €.

Tutt’ora alla stazione di Macerata giovanissime nigeriane immigrate si vendono, dalle telecamere di sicurezza, le stesse che hanno inquadrato Pamela prima di essere uccisa, filmano centinaia di incontri. Ma su questo fronte a quanto se ne sa non c’è nessuna indagine anche se il legame tra droga, prostituzione, criminalità nigeriana e il delitto Pamela sembrano sempre più evidenti. Del resto altre denunce attendono da più di un anno di sortire qualche effetto: sono quelle della Guardia di Finanza che imputa alle ONLUS che si occupano dell’assistenza un’abnorme evasione fiscale.

Il particolare il Gruppo Umano Solidarietà[11] – oltre 35 milioni di fatturato provenienti interamente da soldi pubblici, 407 dipendenti, essa è la più consistente azienda della provincia di Macerata – a cui il Comune attraverso il sindaco Carancini ha di fatto concesso il monopolio dell’assistenza ai migranti. L’ONLUS presieduta da Paolo Bernabuci e guidata da Giovanni Lattanzi responsabile nazionale delle politiche sociali del PD, è accusata dalla Finanza di aver occultato redditi per 40 milioni e di aver evaso l’IVA per 6 milioni di Euro. [12]

Nel frattempo al GUS arrivano da Prefettura e Comune altri appalti milionari per ospitare profughi in una città e in una provincia che hanno già un numero rilevantissimo di migranti. Peraltro il GUS è l’ONLUS che si occupata anche dell’accoglienza di Innocent Oseghale, il principale imputato dell’omicidio di Pamela.

Alla luce della denuncia di Selvaggia c’è da capire se Pamela non sia stata vittima del giro di balletti a luci rosse e se questo giro non condizioni la vita pubblica di Macerata, se Pamela non si sia incappata nel giro di chi, arrivato a Macerata accolto dalle ONLUS, gestisce eroina e sesso. Oggi diventa indispensabile rileggere la presenza di esponenti del Black Axe (Ascia Nera) – una delle più feroci organizzazioni della criminalità nigeriana[13] – ai funerali di Emmanule Chidi Namdi ucciso dopo una lite con l’ultrà Amedeo Mancini a Fermo.[14]

Anche perché tra le provincie di Macerata e Fermo lo spaccio di droga e la prostituzione sono diventati fenomeni abnormi: si stima che tra Porto Sant’Elpidio, Civitanova, Macerata. Lido di Fermo, porto Recanati e Numana ci siano 420 prostitute nigeriane clandestine. Queste fruttano circa 3.000 Euro al mese ciascuna all’organizzazione.[15]

E in questo contesto che si inserisce il delitto Pamela e la successiva azione di luca Traini.

Il raid criminale di Traini, un ragazzo leghista (era stato candidato della Lega alle amministrative del 2017)[16] già targato come xenofobo[17] a sua volta andato “fuori di testa”.[18]

Tutto ciò ricorda un personaggio anche lui psicolabile e nazistoide che fece un vera propria esecuzione contri ignari vu cumprà a Firenze[19] e che in seguito si suicidò.

C’è da chiedersi chi era lo psichiatra che seguiva Traini?

I tragici fatti di Macerata si inquadrano in un contesto di crisi generale che provoca tra l’altro un guerra tra poveri e dentro la crisi di un sistema politico.

 

SUL SESSO COME PREVARICAZIONE E VIOLENZA

 

Come si è visto in tutte queste storie il sesso entra sempre. C’è da chiedersi quali siano i riferimenti culturali (e politici) di una certa deviazione mentale ampiamente diffusa oggi in occidente (come ben testimonio lo scandalo Dutroux in Belgio), le cui evidenze sono nella pedofilia, nella violenza carnale che spesso viene attuata in gruppo, nell’incesto, nella tratta delle donne, nell’obbligarle alla prostituzione, nella schiavizzazione di persone e nel ritorno a forme feudali di servitù, nel satanismo, nella diffusione di forme plateali di spettacolarizzazione del sesso in locali e luoghi mercificati come fiere, nella pornografia di paese e nel messaggio che porta con sé la protagonistizzazione delle pornostar e dei più noti “stalloni” che si accompagno loro (anche se vi sono classi sociali e remunerazioni ben diverse),  possano essere tranquillamente individuate in alcuni dati:

  • La cultura bigotta e retrograda italiana molto legata ai divieti ecclesiastici da aggirare ipocritamente nel mentre ci si scandalizza e si chiamano i carabinieri per qualche chitarra fuori orario o per qualche nudista in una spiaggia.
  • La perdita di senso della vita da parte della borghesia e delle classi che subiscono l’influenza.
  • L’uso del corpo sessualmente come mezzo di carriera e di assunzione.
  • La necessità di protagonismo dei giovani ed adolescenti che non trova più se non in determinate situazioni e segmenti di classe, collocazione nell’impegno sociale.
  • La negazione di spazi sociali e di aggregazione liberi da condizionamenti che non siano immediatamente cooptati dalle istituzioni viste come controllo dall’alto e non come espressione e luogo delle necessità dal basso.
  • L’esasperata ostentazione di ricchezza attuata soprattutto il sistema mediatico per cui chi non possiede nulla per accedere come si sul dire al “giro” di riferimento deve mercificarsi o dedicarsi ad attività illecite.
  • La pornografia istiga non solo alla pedofilia, in particolare a quella nascosta (filmini con bimbone sui 18 anni che fanno la parte delle bimbe istigate alla istruzione al sesso dal padre e cazzate del genere) ma anche al sadismo (carceriere che violenta la donna davanti al marito ammanettato e legato) e al feticismo (leccatura di scarpe e porcate simili).

 

La base feticista ed ipocrita del sesso quale mezzo di subalternità delle donne, quale non a caso la cultura italiana, nel denunciarla anche con strumenti di avanguardia, ha faticato a trovare ascolto (Pasolini: Salò e le 120 giornate di Sodoma, Cavani: La portiera di notte, ecc.) oppure è stata mistificata e trasformata da ciò voleva rappresentare (Porci con le ali).

Un chiaro esempio di feticismo (il gesto) sociale (il soggiorno, l’orologio e gli orecchini, gli occhi chiusi e le unghie, la camicia legata sulla pancia) nell’immagine clou di un porno che rovina la scena dove dovrebbe emergere la bellezza di un rapporto sessuale come atto d’amore, si trasforma in un gesto di violenza e subordinazione in cui il seme è unicamente strumento di puro feticismo e sadomasochismo.

Più spesso in tempi recenti la stessa cosa è da vedere in alcuni telefilm americani apparentemente innocui, magari incentrati sulla lettura del pensiero o sulla trance ipnotica (come Alias o The Hunger), in cui scene di sesso sadomasochistico in cui la figura femminile   è soggetto si “emancipa”  (si fa per dire ovviamente) facendo uso di tecniche in passato dominio di uomini di poter e molto borghesi, ove quindi è la cultura dell’oggettivizzazione della persona a farsi dominare e non più solo o tanto della sola donna, ma anche dell’uomo: in questo senso gli spogliarelli maschili o i calendari per signore che emulano le porcherie inutili cui masse di persone, prive, di un proprio equilibrio sentimentale e di una vita sessuale soddisfacente, rivolgono un attenzione da “mercato”, come se fossimo ripiombate, sintomaticamente come la pedofilia di nei cortili e nelle piazze della Roma antica. Questo fenomeno molto spinto in italia e negli USA che in altri paesi, come la pedofilia dei sacerdoti.

Non a caso i film porno stanno evolvendosi anche in varie branche prima più nascoste al pubblico come:

  1. Le ragazzine.
  2. I sacerdoti sporcaccioni.
  3. I genitori ammiccanti verso le figlie.
  4. Il sesso in carcere.
  5. La corruzione sessuale come forma di pagamento ad uomini potenti.
  6. Le segretarie

 

A livello personale ritengo che in una società che considererei giusta non vedrebbe alcuna possibilità per schiavisti di donne e bambini.

 

USO DELLA PSICHIATRIA

 

Dicevo prima che bisognerebbe interrogarsi su chi era lo psichiatra di Traini. Dico questo perché ritengo sia importante essere consapevoli degli usi che si fa della psichiatria.[20]

Dico questo perché non bisogna mai perdere di vista che essa (come la pratica scientifica nel mondo non è neutrale, nella società capitalista deve per forza essere funzionale al profitto e dominio sull’uomo da parte dell’uomo, di una minoranza che ha i mezzi economici. Mai dimenticare la ricerca per scopi militari è stata uno dei motori preponderanti dello sviluppo scientifico.

Con questo non intendo certamente affermare che non vi siano ricerche scientifiche che non siano state legate a logiche di profitto e militari.

Uno delle conseguenze del predominio della scienza legata al profitto e alle ricerche militari, è che molte delle aree di conoscenze e cognizioni risultano tutt’oggi, essere state nascoste alle grandi masse e addirittura a quote significative del mondo scientifico.

Per ragioni economiche o di controllo e dominio (segreto di Stato, segreto militare e segreto industriale) si nascondono le applicazioni metodiche e le pratiche illegali che sono contrarie alle morali generalmente condivise.

Mondi scientifici, mondi universitari e la cosiddetta “opinione pubblica” manipolata, nonostante la rivendicata libertà di insegnamento e ricerca, sono indirizzati e indirizzati a non vedere dentro e oltre.

Vi è una costante universale, infatti, chi non ricorda il film In nome della Rosa dove la custodia dei libri vietati, era nascosta agli stessi scribi del convento, dal vecchio e cieco superiore, e tra essi, il libro di Platone, sulla risata che avrebbe dovuto rimanere nel comune intendimento espressione del diavolo.

Nonostante tutto si può tranquillamente dire che la quantità e qualità dell’informazione che c’è in giro, grazie alla rete, che il condizionamento e la disinformazione di massa se sempre meno efficaci.

Dunque c’è in giro dell’informazione, ma che purtroppo non è sufficiente perché a livello di massa si è sufficientemente accorti del ruolo e dell’uso a fini del controllo sociale e di dominio e repressione della psichiatri, dell’uso sistemico delle conoscenze psicologiche. A livello di massa non ci si è accorto che l’uso della psichiatria ha assunto una forma capillare e diffusa, che ha assunto una funzione di infiltrazione, pressione e controllo delle persone più” attenzionate”, delle finalità distruttive anziché di salute psichica e si sostegno della persona.

Pensiamo anche l’uso a fini di lotta politica della psichiatria. Quando lo psichiatra Luigi Cancrini presidente del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale afferma che: “Berlusconi perde il controllo se non dispone della ‘sostanza’ da cui dipende. E come un tossicomane[21] cosa non è se un chiaro e lampante tentativo di delegittimazione di un uomo politico.

Oppure prendiamo il caso del magistrato Paolo Ferraro che si tentò di farlo passare per pazzo (con un TSO) quando scoprì una realtà agghiacciante fatta di sette esoteriche sataniste in ambiti civili militari che usavano tecniche di condizionamento mentale MK ULTRA.

Tenendo conto, delle connessioni che esistono tra psichiatria e industria farmaceutica, si può considerare tranquillamente che la psichiatria funziona non solo come controllo sociale ma anche come un’industria che si autoalimenta e accresce costantemente i propri clienti e profitti. Senza entrare nel merito della discussione sull’organicità della malattia mentale, mi limito a dire c’è gente che mente approfittando dal fatto che la gran massa dei potenziali interlocutori non hanno “l’autorità scientifica” per contestare le loro affermazioni.

I due sistemi principali adottati dalla psichiatria per aumentare e far fiorir il proprio mercato sono: la creazione di nuove malattie e l’uso di falsi dati statistici sul numero dei bisognosi di cure psichiatriche.

La creazione di nuove malattie è da sempre l’arma principale. Le modalità di questa operazione sono diverse.

Anzitutto c’è una distinzione che deve esser fatta e che “stranamente” non è mai sottolineata: quella tra handicap neurologico accertato e “malattia mentale”.

Ci sono persone che hanno malattie genetiche specifiche, danni cerebrali organici gravi, conseguenti ad asfissia da arto, traumi ecc. questi sono in realtà la maggioranza di coloro che sono etichettati come “malati mentali”.

Tutti costoro sono “portatori di Handicap” e non hanno certamente bisogno certamente di cure con psicofarmaci o di terapie psichiatriche che li danneggiano solamente.

Buona parte degli internati nelle strutture psichiatriche in Italia sono in realtà degli handicappati.

Ma la psichiatria non si limita ad includere persone che nulla c’entrano; cerca di includere ogni individuo come potenziale paziente.

Quasi ogni giorno sono formulate nuove “diagnosi psichiatriche”.

La psichiatria si limita a pendere in esame quello che si potrebbe definire “aspetti di vita” (i problemi che si ha ogni giorno, le mode e fenomeni sociali, le caratteristiche della personalità umana di fronte a certi eventi), li cataloga, decide che questi sono malattie, stabilisce quali sono i sintomi di queste nuove patologie e quali terapie vanno usate per “guarire” che n’è affetto.

Di particolare interesse è il primo meccanismo con cui sono create nuove malattie.

L’idea di partenza può anche nascere dalla base (da un singolo psichiatra o da gruppetto periferico), ma la decisione finale viene presa, di fatto, dal comitato scientifico dei compilatori del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali (DSM).

Il comitato, riunito, ascoltato il parere dei suoi membri vota.

Bisogna sapere che il DSM è il testo unico e ufficiale di diagnosi psichiatrica in tutto il mondo e che i membri dei vari comitati scientifici che lo compilano sono quasi esclusivamente americani e membri dell’American Pychiatric Association.

Vediamo alcuni esempi della creazione di nuove “malattie.

Il SISDE, ha avuto come consulente lo psichiatra Francesco Bruno, un personaggio diventato famoso al pubblico televisivo, non c’è una trasmissione di un qualsiasi delitto che manchi (da Erika che uccise la madre al delitto di Cogne). Davanti alla testimonianza degli agenti del SISDE Malpica, Galati e Broccoleti che durante lo scandalo dei fondi neri del SISDE nel 1993 accusavano i loro superiori egli ritenne che le loro testimonianze non sono attendibili. A suo parere i tre sarebbero, infatti, affetti da una nuova malattia psichiatrica: la “sindrome del canarino”.

Affermava Bruno: “a differenza dei mafiosi gli agenti segreti che risentono traditi dallo stato, improvvisamente si sentono abbandonati e perdono ogni riferimento con la realtà… questo complesso di onnipotenza, sindrome del canarino, porta i soggetti in questione a partire all’attacco il più alto possibile, ritenendo di avere delle carte che giustificano queste affermazioni“.[22]

Questa teoria è suffragata naturalmente da un “importante studio scientifico psichiatrico” americano.

Vediamo un altro esempio: un bambino scatenato o vivace si è sempre pensato che fosse sinonimo di salute e benessere.

La psichiatria, invece, ci dice che tutto ciò deve essere rivisto: questi sono bambini malati e la malattia (che hanno scoperto) si chiama “sindrome da deficit dell’attenzione e iperattività”, gli psichiatri fanno un tabella/test (sul loro Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – DSM) in base alla quale chiunque può far la diagnosi, riempiendo le opportune caselle con le crocette.

Le domande (riferite a bambini di due – cinque anni) sono: Muove spesso le mani o i piedi o si agita sul sedile? – E ritratto facilmente da stimoli esterni? ecc.

Gli psichiatri attraverso il loro più autorevole testo (il DSM), ci dicono che la diagnosi deve essere fatta in tenera età (entro i 7 anni al massimo), altrimenti i sintomi scompaiono. In questo modo nessuno può sfuggire ad essere trattato, visto che, com’è noto, i bambini crescendo si tranquillizzano. Così riescono a rifilare terapie psicologiche alla famiglia ed ai bambini, o arrivano addirittura, come negli USA a mettere in terapia psicofarmacologica decine di migliaia di pazienti in tenerissima età.

Negli USA i bambini sottoposti a questo tipo di terapia psicofarmacologica, se non subiscono danni dalla terapia stessa, tendono a divenire con maggiore facilità dei tossicodipendenti una volta cresciuti.

Dunque, i bambini che seguono queste terapie, sono educati “a pillole”. Se si comportano bene è la pillola che ha funzionato, se non lo fanno, la cura deve essere rivista.

La responsabilità dell’individuo non esiste più: egli impara a dipendere da sostanze che introduce per bocca o in vena. C’è da stupirsi che da grande, grazie a queste “cure” si diventa facilmente un tossicodipendente?

Ogni aspetto della vita umana è catalogato dagli psichiatri come malattia.

Quando ci muore un congiunto, si ritiene normale soffrire.

Secondo la psichiatria il soffrire è una malattia mentale.

Il secondo meccanismo principale dell’industria psichiatrica è, la “moltiplicazione dei pazienti”. Moltiplicando le malattie e trovando che ogni cosa che si fa è una malattia, si moltiplicano i pazienti; ma la psichiatria agisce anche sul numero di chi è colpito da ogni specifica malattia che ha essa stessa inventato.

Il caso più clamoroso è la depressione. Qualche psichiatra l’ha addirittura definita come il “male del secolo”.

Se la depressione fosse una malattia, ciò significherebbe che chi ne è affetto finisce per essere meno adatto alla vita. In realtà, i depressi sono, di fatto, essere in gran parte artisti, pittori, scrittori, poeti, musicisti e creativi d’ogni genere. Tra di loto si trova persone come: Byron, Melville, Virginia Woolf, Tolstoj, Giacomo Leopardi.

Chi è depresso certamente soffre; altrettanto certamente possono attraversare periodi di estremo entusiasmo e giuria di vivere. Tra i depressi ci sono anzitutto persone dall’estrema sensibilità, capaci di sentire e cogliere nella vita quegli aspetti belli o brutti che esistono, con profondità.

Strana malattia la depressione, le cui cause sono: le delusioni, il fallimento professionale, una perdita; malattia che colpisce le donne dopo il parto, le donne all’arrivo della menopausa, i pensionati, i ragazzi durante la pubertà, i celibi, i divorziati o i vedovi.

Nel frattempo la diagnosi di depresso è affibbiata a decine di milioni di persone: quasi ogni artista o persona sensibile potrebbe esserne affetto.

Vi è anche una specie di campagna promozionale, ben orchestrata, che pubblicizza il prodotto. Sono organizzate serate televisive nelle fasce di maggiore ascolto, su reti nazionali e su televisioni minori; durante la trasmissione qualche illustre psichiatra spiega alla gente che essere tristi, giù di morale, depressi appunto, è una malattia.

Se si perde il posto di lavoro, il marito o la moglie ti ha lasciato, state male perché siete malati, c’è qualcosa sbagliato nella chimica del vostro cervello, ma niente paura arriva lo psichiatra a rimettetevelo a posto.

Bisogna riflettere: in un momento come l’attuale la crisi generale di sovrapproduzione assoluta di capitale causa un continuo e costante peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato e delle masse popolari, dove i motivi di lottare certamente non mancano, la psichiatria ci viene a dire che prendendo certe pastiglie vedremo “meglio” il mondo che ci circonda e smetteremo di soffrire. Per questi motivi la psichiatria assume una funzione di controllo sociale a favore delle classi dominanti.

Il ruolo della psichiatria come controllo diventa sempre più importante se si pensa che le strategie autoritarie e repressive tradizionali (del tipo gendarmerie sovranazionali ecc.) e quelle politico economiche (patto di stabilità) devono essere perfezionate.

Questo sviluppo della psichiatria ai fini del controllo sociale nasce dal fatto che le democrazie borghesi per quanto controllate, condizionate, eterodirette e gestite, presentano il “pericolo” (per le classi dominanti ovviamente) del formarsi di una volontà popolare non gestita sufficientemente e dove il controllo dell’informazione e delle opinioni collettive non basta.

Per questo alla classi dominanti occorre una diffusa e sistematica capacità di intervento sugli individui, mediato anche dalle autorità pubbliche, usando la gli strumenti i tradizionali strumenti di tutela sociale del cosiddetto welfare state, ma mutandone la funzione. Nella sostanza il cosiddetto “stato sociale” viene usato per colpire e condizionare chiunque sia visto come un ostacolo dalle varie consorterie.

Si realizzò così il più grande degli inganni. Nessuno sarebbe venuto in mente che l’estendersi degli interventi sociali sarebbero stati usati contro la libertà dell’individuo in nome dell’interesse pubblico.

Nella sostanza, qui in Italia è stata costruita una vera rete intrecciata tra magistratura, servizi-sociali e psichiatria che ha allevato psicologi, educatori, mentre si formavano piccoli imperi economici privati.

Una rete che è servita a coprire luoghi veri del potere. Una rete che costituisce il superamento della strategia piduista primitiva.

La P2 attraverso il Progetto di Rinascita Democratica si proponeva il controllo dei vertici degli organismi inerenti l’informazione (come le televisioni, i giornali quotidiani e periodici) e della politica, ideando persino la costruzione di nuovi partiti che avessero l’obiettivo dell’eliminazione delle garanzie e diritti dei lavoratori, garanzie e diritti duramente conquistati nel periodo precedente.

La costruzione di questa rete richiedeva un controllo pressoché sistematico continuamente rinsaldabile dell’insieme o di quote essenziali di giudici come deve avere un sistema normativo orientato e diretto a creare e rinforzare la trama dei poteri diffusi necessaria nella società e nelle istituzioni tutte.

Un altro obiettivo è stato quello dell’allontanamento definitivo dei partiti dalle loro radici sociali e popolari, per poter maggiormente ricattare e controllare la politica, depotenziare e controllare, televisioni e giornali di importanza nazionale.

Per far passare questo tipo passaggio, da una democrazia borghese a un sistema di controllo più capillare fu decisivo il controllo della magistratura, dove tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni 80, ci fu la resa dei conti tra la vecchia massoneria tradizionale e la nuova schiera di magistrati, molto “efficentisti” e magari anche “democratici”.

Infatti, sotto una versione di “sinistra”, la tendenza emergente della magistratura parlando di diritti e progettando istituti che avrebbero dovuto tutelari, in realtà si è portato a un risultato che è stato tutto l’opposto rispetto ai fini dichiarati.

Una vicenda che possiamo prendere come esempio è quella che vede a braccetto Magistratura Democratica e Psichiatria Democratica.[23] Sin dal 1997, queste due associazioni “democratiche” invocarono una legislazione sull’istituto dell’Amministratore di sostegno, un istituto che avrebbe dovuto essere a “beneficio dei bisognosi, minorati, di tutela”. Tutto questo nascondeva in realtà un’idea d’ingegnerizzazione sociale mediante un uso mirato o più diffuso di quello che in linea teorica sarebbe stato necessario.

Nel 2004 è approvata dal parlamento la legge sull’amministratore di sostegno, nel 2008 è sancito il potere assoluto di certificazione sulle “patologie” ai medici psichiatri. Non è un caso che l’inizio del XXI secolo ha visto l’attuazione della strategia della distruzione di molti individui mediante la scienza asservita. Nel 2012 il DSM, espande in sostanza il vaglio di criticità mentale in sostanza a tutti gli aspetti del comportamento umano e alla sfera di condotte e reazioni che se non sono patologiche sono fisiologici (come dire l’identità umana, è in mano allo psichiatra di turno che ha un vaglio di discrezionalità tale, che neanche i parroci nel medioevo avrebbero potuto pensare).

Si sta assistendo all’uso deviato sulle nomine dell’amministratore di sostegno per fini diversi dal “sostegno”. Quello che emerge oggi in maniera eclatante, è la concettualizzazione e applicazione concreta di istituti finalizzati ad un controllo sociale autoritario diffuso, dove psichiatri, psicologi, educatori ed assistenti sociali sotto l’egida dei primi e magistrati di settore “sensibilizzati” o plasmati attraverso informazioni e nozioni “manipolatorie”, entrano in modo deviato e deviante nelle sfere individuali, talvolta condotti per mano alla finalità della distruzione e del controllo dei soggetti colpiti.

Se si va vedere si riscontra che c’è un dedalo accuratamente costruito mediante il controllo di professionalità, ruoli, che s’interfaccia con le componenti della magistratura “consapevoli” (del ruolo di controllo sociale s’intende) e un uso spregiudicato degli strumenti e degli ambiti, “di tutela”.

Che si tratti di conflitti genitoriali, di minori o conflitti parentali, e di soggetti speciali o ordinari, le logiche degli interventi accuratamente teorizzati a monte, indicano un principio di sottrazione, d’intervento sociale autoritario, che crea dolore, danni, orientando scelte ingiuste con argomenti soavi e spesso sul piano meramente formale difficile da contestare.

Con la chiave di lettura dello scontro tra genitori all’interno delle famiglie, e per “tutelare” i minori, si arriva che per sottrarli al conflitto, s’ingenera un fenomeno di adduzione dei minori verso case famiglia (e il relativo business) ma anche verso pratiche che e situazioni, come soluzioni “comunitarie come quella del Forteto dove i minori erano soggetti non solo di molestie ma anche di violenze sessuali.

Ben 23 sono state le persone rinviate a giudizio, dopo le denunce dei ragazzi. In pratica, tutti i vertici del Forteto. Lo stesso Fiesoli (il leader della comunità) e il suo braccio destro, Luigi Goffredi, aveva già subito una condanna (passata in giudicato) negli anni ’80 per violenza sessuale. Ma nonostante questo il Tribunale di Firenze ha continuato ad affidare minori al centro per anni. Così come la politica, con il Comune che non ha offerto le tutele necessarie. Anzi, ha continuato ad affidare i bambini al Forteto. Anzi i leader della comunità venivano invitai nelle scuole per parlare di violenza. Un altro dei fondatori del centro decide di denunciare Fiesoli: “Dopo essere stato condannato, era riuscito a convincere tutti come fosse vittima di persecuzione giudiziaria”. Tanto da essere considerato nel tempo quasi un “santo laico”, diventando un’icona di un’amministrazione storicamente di centro-sinistra. Per questo i ragazzi vittime di abusi negli anni continuano a essere mandati all’interno del centro del fondatore già condannato per violenze sessuali. Piero Tony, oggi a capo della Procura di Prato e allora il giudice minorile responsabile dei numeri affidamenti al Forteto “si vantava” dei rapporti con il centro.[24]

 

In questo scenario incombe le proposte di una nuova normativa sul T.S.O. che in linea teorica avrebbe dovuto essere per malati psichici in grave stato e situazioni urgenti, da strumento eccezionale, sottoposta al meccanismo della doppia certificazione (l’ordinanza del sindaco e la verifica di legittimità della stessa) ed essere operativa per periodi di 7 giorni rinnovabili con un limite beve, diverrebbe nelle intenzioni dei proponenti uno strumento di carcerazione sulla base di una sola certificazione a monte, addirittura di un solo medico. Tutto ciò costituisce la presa di potere da parte degli psichiatri nell’apparato sanitario. Essi sviluppano la collaborazione con il circuito giudiziario, che nel frattempo si struttura per agevolare la “tendenza normativa”. Con queste proposte si avvierebbe in via definitiva il controllo sociale di tutti gli individui “certificati”. Qualunque obiezione formale o del tipo bisogna vedere il caso concreto” crolla miseramente, dinnanzi a un quadro storico così nitido e chiaro.

 

GOVERNARE CON LA PAURA?

 

 

La paura e il relativo bisogno di protezione e di certezza non sono solo una delle radici della cultura ma anche uno dei fondamenti del governo politico. Il fatto che la paura sia una cosa ritenuta ineliminabile dalla condizione umana, che essa rimanga sullo sfondo di ogni raggruppamento sociale, la rende un abituale strumento di governo. Cose come governare la paura sono un compito essenzialmente politico, governare per mezzo della paura è una delle forme che la politica può assumerne specialmente quando viene meno il consenso che sostiene il ceto politico. Freud spiega così il rapporto fra pura e governo politico: crescendo la paura, l’individuo ritorna bambino e questi non può fare a meno della protezione contro potenze superiori sconosciute, egli presta a queste i tratti della figura paterna, si crea degli dei, che teme, che cerca di propiziarsi, e ai quali nondimeno affida la sua protezione. Il motivo del desiderio ardente del padre coincide pertanto col bisogno di protezione contro le conseguenze della debolezza umana”.[25]

Si governa con il consenso e con la forza, ma la forza in fondo non è che la capacità di incutere, cioè un’altra via per ottenere un consenso non spontaneo. Così la paura attraverso le differenze di forza, sia che passi attraverso l’immaginario collettivo diventa uno strumento di governo. E poi quando viene meno un nemico, se ne crea un altro. La paura nata nel mondo psichico la paura entra per diverse vie nell’ordine politico ed è usata dai diversi regimi, nelle situazioni di crisi, o anche, quando bisogna garantire e la compattezza della classe dirigente. La paura allora diventa manipolazione, blocco dell’azione o della reazione, schermo per giustificare una decisione o un’azione.

 

È predominante nella sociologia e negli altri campi di analisi della società, ritenere che le relazioni sociali abbiano raggiunto una tale densità da sfuggire a ogni controllo e a ogni rappresentazione sistemica. In sostanza secondo questa tesi, per quanto la classe dominante si sforzi con l’aiuto della tecnologia di introdurre nuove tecniche di controllo sociale, quasi a generare una specie di militarizzazione della vita collettiva, per via della complessità delle relazioni sociali non è possibile trovare delle soluzioni definitive alla soluzione dei problemi che nascono. Questo tipo d’impostazione, comporta da un punto di vista politico, che ci debba limitare alla conservazione dello status quo, che al massimo si può tamponare i numerosi imprevisti che insorgono nella vita sociale. In sostanza l’immutabilità di una società divisa in classi sociali.

Quest’analisi entra in crisi di fronte all’evidenza dei fatti. La crisi in atto accentua e allarga la polarizzazione sociale. Le masse anziché assuefarsi in una comunità totalmente alienata, si muovono, in barba a tutte le teorie dell’integrazione dei lavoratori (questi grandi teorizzatori dimenticano il semplice fatto che in quanto forza-lavoro, sono parte integrante del rapporto capitalistico) e che si inventano per questo “de-integrazioni. Tra il 2010 e il 2011 c’è la “sorpresa” delle rivolte in Nord Africa, dove masse di dannati hanno liquidato regimi autoritari asserviti all’imperialismo che sembravamo intramontabili, dotati di forti apparati di polizia (un fattore determinante, da non scordare per la caduta del regime egiziano è stato quando i soldati fraternizzavano con gli insorti) costringendo l’imperialismo americano a sconfessare Mubarak.

 

Nonostante l’esplodere e l’accentuarsi delle contraddizioni interimperialiste nel cosiddetto “dopoguerra fredda”, e proprio per evitare le eventuali insorgenze popolari (Banlieue 2005 e Grecia sono un monito), una realtà litigiosa come l’Unione Europea sulla questione “sicurezza” (eufemismo per dire la paura delle classi dominanti contro l’insorgenza sociale) sembra raggiungere, non a caso un’armonia e una collaborazione più tangibili di quella di cui difettano nelle relazioni internazionali, dove è evidente la dialettica tra “cessione di sovranità”, “sovranità limitata”, e “non ingerenza”. A livello poliziesco sulle questioni dell’emigrazione, del “terrorismo” e della criminalità, la collaborazione è in atto da diversi anni, con estensione di competenze, programmi e creazione di autorità, accesso a banche dati del DNA e impronte digitali, archivi e registi automobilistici, formazione di squadre speciali dirette da Euoropol, cooperazione tra polizie e servizi segreti, monitoraggio di Internet, controllo delle reti di telecomunicazioni e provider. Sono effettuati addestramenti comuni e operazioni di contrasto a manifestazioni di protesta.

 

Le metafore di “guerra alla droga” all’interno degli USA dagli anni ‘80, dove le aree considerate “ad alto tasso criminale” (i ghetti) sono state considerate da un certo periodo in poi zone di guerra che trasformano i proletari e sottoproletari che le abitano in nemici potenziali e i poliziotti in truppe di occupazione.

 

Lo stesso discorso si potrebbe dire nelle zone del sud Italia con la scusante della “guerra alla mafia”, per non parlare delle banlieue francesi dove nell’autunno del 2005 si sono espresse da parte delle masse proletarie/sottoproletarie (in particolare giovanili) delle forme di lotta che per un breve periodo fece perdere allo Stato il controllo di alcune zone metropolitane.

 

La costituzione di corpi polizia paramilitari con addestramento militare si è sviluppata in tutti i paesi imperialisti. In Gran Bretagna l’equivalente delle Swats sono le PSU (Police Support Unit), utilizzate per molti anni in Irlanda del Nord, in Germania i GSG-9 (Grenzchtzgruppe 9), in Francia i Gign (Groupe de Securitè et d’Intevention de la Gerdamerie Nazionale), in Italia per l’occasione del vertice del G8 di Genova fecero la loro comparsa, i CCIR dei Carabinieri (Compagnia di Contenimento e Intervento Risolutive).

 

GUERRA E POLITICA NELLA CITTA’

 

La paura della potenziale insorgenza sociale connessa alla povertà urbana e alla precarietà, già intravista dalla Banca Mondiale che la definì “il problema principale e politicamente più esplosivo del prossimo secolo”,[26] genera l’ossessione securitaria nella classe dominante e negli strati rentier che indirettamente godono dei privilegi connessi a questo dominio. Il riflesso più sconcio della regressione sociale si ha nelle campagne d’isteria collettiva contro migranti, abusivi, clandestini, volte a sorreggere fiumi di denaro per foraggiare polizie private, polizie regionali, ronde, agenzie di sicurezza, apparati di videosorveglianza, prigioni, CIE, e schedare, fino alla paranoia.

 

L’urbanizzazione sta cominciando ad avere i suoi effetti planetari. Il 2007 è l’inizio della crisi immobiliare negli USA, e non a caso! È anche l’anno dove si registra il fatto che la popolazione negli agglomerati urbani supera quella che si trova nelle campagne, mentre all’inizio del 1800 solo 5 persone su 100 erano cittadini. Più di 3,3 miliardi di esseri umani abitano in città e di essi più di 500 milioni nelle megalopoli.

 

Almeno un miliardo di esseri umani secondo dati ONU vive attualmente nelle grandi megalopoli del Sud del Mondo.

 

Quest’urbanizzazione ha raggiunto proporzioni mostruose: Lagos potrebbe avere nel 2015 venti milioni di abitanti, Karachi ne ha oggi 25 milioni, il Cairo 16 milioni.

 

 

Questo ritmo di crescita della popolazione urbana e del relativo ingrandimento delle città pone tutta una serie di questioni da affrontare inerenti alle abitazioni e della rendita fondiaria.

 

Pensiamo cosa comporta tutto questo nei conflitti militari. Per esempio il Pentagono non solo per quello che è succedendo a Baghdad, ma anche dall’esperienza di Mogadiscio del 1993 dove i Rangers americani subirono perdite del 60% per mano dei guerriglieri somali. Il peggio per il Pentagono (come per le forze armate degli altri paesi imperialisti) sta nel fatto che nel futuro dovrà affrontare sempre di più questo tipo di situazioni di conflitto.

 

Il Pentagono ha già cominciato a finanziare le ricerche di piccole imprese ad alta tecnologia con lo scopo di escogitare nuove armi. Tutto questo per ottenere la superiorità nella guerriglia urbana. Ecco alcuni progetti già avviati:

 

  • Sarebbero una serie di veicoli volanti teleguidati in miniatura, grandi come aeromodelli o anche come insetti e collegati in rete, che dovrebbero sorvolare le strade e i quartieri ostili con le loro videocamere, e dovrebbero comunicare ai soldati, che sarebbero dotati di un video tascabile come un cellulare, di tutto ciò che è utile per la ricognizione e l’acquisizione dei bersagli.[27]
  • Nano air Veicles. Modelli volanti non più grandi di 8 cm e non più pesanti di dieci grammi capaci di curiosare all’altezza delle finestre, di entrare ronzando in appartamenti e uscirne. Sono allo studio minuscoli robot muniti di ruote che percorreranno i vicoli nei quartieri ostili e penetrano, saltando, nelle case.
  • Z-Man. Tuta da combattimento che dovrebbe trasformare un soldato nell’Uomo Ragno.
  • Close combat lethal recon. È una granata che lanciata, con un tubo lanciarazzi da un singolo soldato, sarebbe in grado di colpire nemici che non si trovano sulla linea di mira, volando attorno ad edifici o sopra di essi. Ha una telecamera sul muso, perciò il soldato lanciatore può vedere dove la granata sta andando, e guidarla con una fibra ottica.

 

Chiaramente gli Stati Uniti (come degli altri paesi imperialisti) memori dalle esperienze negative in passato, sono coscienti che una guerra non si vince solo con i militari, perciò sviluppa la collaborazione fra civile e militare (cosa non per nulla nuova nelle strategie militari).[28] Un altro aspetto è la ricerca di nuovi tipi di legittimazione, più “democratiche” e “umanitarie”, dice proposito il politologo tedesco Herfried Muenkler: “Dalla fine degli anni ’90 i conflitti interni agli stati vengono sempre di più caratterizzati come “nuove guerre”.[29] Con questa affermazione si vuole chiarire che è avvenuto un mutamento fondamentale della guerra, che si sarebbe sviluppata una forma di conflitto armato. Le “nuove guerre” sono contrassegnate dalla privatizzazione dei mezzi della violenza; vengono iniziate in primo luogo sulla base dei scopi economici[30] (…)”.[31]

“Interventi umanitari” e “responsabilità verso il protetto” diventano dagli anni ’90 i concetti che legittimano le guerre di aggressione imperialiste. La necessità degli interventi militari è collegata ai diritti delle persone, occasionalmente anche ai diritti delle donne, al sostegno allo sviluppo e al buon governo. Di conseguenza diventa facile spingere in avanti il coordinamento e la collaborazione fra i diversi attori quali: le organizzazioni di sostengo allo “sviluppo”,[32] quelle che organizzano la formazione ecc., tutti questi organismi sono inseriti nei piani militari delle varie strategie contro insurrezionali.

 

A dimostrazione della dimensione internazionale dello scontro di classe e della controrivoluzione, anche le città delle metropoli imperialiste, come dicevo prima, sono diventate terreno di scontro e di sviluppo della militarizzazione.

Prendiamo come esempio gli U.S.A. Negli ultimi 25 anni, i vari uffici di polizia hanno organizzato unità paramilitari (PPUs) variamente denominate: Swats, SRT, equipaggiate per operare in tenuta di combattimento con armi automatiche ad alto potenziale come fucili d’assalto e granate assordanti, accecanti, gas paralizzante e automezzi corazzati.

 

Il numero di queste unità e delle situazioni nelle quali sono dispiegate è aumentato rapidamente. Con i prevedibili risultati: civili coinvolti, poliziotti uccisi da fuoco amico e un crescente antagonismo tra forze di polizia militarizzate e popolazione.

 

All’interno di questi corpi d’élite altamente militarizzati è accresciuta la cultura della violenza e dell’antagonismo razziale. Uno studio fatto dai professori Peter Kraska e Vicotor Cappelleria della Scuola di studi di polizia dell’Università dell’Eastern Kentacky rileva il livello di inaccettabilità che queste squadre di polizia paramilitare hanno raggiunto nelle comunità afro americane e ispaniche.[33]

 

Dagli anni ‘70 negli U.S.A c’è stato un incremento di queste squadre. Nel 1982 il 59% dei dipartimenti di polizia aveva tra i suoi effettivi un’unità paramilitare. Quindici anni dopo quasi il 90% dei 48 dipartimenti ha in attività unità paramilitari. Queste unità sono chiamate con compiti di normale amministrazione per le forze di polizia, come pattugliare le strade o eseguire mandati di perquisizione. Le comunità nere delle città sono le prime a subire l’impatto con queste unità dove il razzismo cresce.

Nel 1983 e nel 1989 ci furono due cambiamenti del Posse Comitatus Act, che era stato emesso per porre fine allo stato di legge marziale che regnava negli stati del sud dopo la guerra civile, che hanno portato l’istituzione militare e poliziesca a lavorare fianco a fianco. Dopo questi emendamenti al Posse Comitatus Act, i militari hanno potuto fornire servizi d’intelligence, materiali e mezzi e addestramento così come partecipare a operazioni antidroga, in pratica pressoché tutte le attività di ricerca, attività e arresto.

La somiglianza tra le attività di polizia e quelle dei militari ha creato un forte allarme riguardo le libertà civili.

Come dicevo prima l’urbanizzazione a livello mondiale si sta espandendo mostruosamente, le megalopoli abitate da milioni e milioni di abitanti, concentreranno al loro interno tutte le contraddizioni della società capitalista.

L’attuale tendenza all’interno delle metropoli capitaliste dell’accentuazione delle differenze di classe e il costante e continuo azzeramento dei servizi sociali portano ad accentuare il conflitto di classe, dentro un quadro del restringimento costante e continuo delle tradizionali mediazioni riformiste sia a livello politico che sindacale.

In questo contesto le normali forze di polizia non saranno in grado di condurre operazioni tra folle “ostili” o semplicemente “complici” senza il rischio di forti perdite o di addirittura di ritirate come nelle banlieue francesi. L’utilizzo dell’esercito condotto con armi convenzionali diventa controproducente, poiché potrebbe far scatenare di più le folle, e in più ci sono gli inconvenienti a livello politico.

L’intervento dell’esercito in Italia all’epoca del governo Berlusconi non è stato una scelta determinante dalle scelte razziste di questo governo, ma molto probabilmente faceva parte di progetti NATO inerenti l’utilizzo degli eserciti regolari nella megalopoli nel futuro.[34] Si tratterebbe di un progetto che si chiamerebbe NATO UO 2020 prodotto da un gruppo di studio che si chiamerebbe SAS 30 Urban Operations in the 2020, al quale avrebbero partecipato dal 1998 esperti di sette nazioni della NATO (Italia, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e USA).[35]

 

L’UO 2020 è uno studio che esamina la natura probabile dei campi di battaglia, i tipi di forze terrestri, le loro caratteristiche e capacità. Lo studio ipotizza l’andamento entro l’anno 2020, il 70% della popolazione mondiale dovrebbe superare i 7,5 miliardi e ciò sarà causa di una spaventosa crescita demografica nelle città incrementando l’urbanizzazione, e con relativa crescita della povertà incrementando conseguentemente le tensioni sociali. Perciò, da parte dei paesi imperialisti, necessita una presenza militare su periodi prolungati. Questo necessariamente entrerà in contraddizione con le richieste da parte del mondo politico per azioni rapide, decisive e chirurgiche.

 

In sostanza ricapitolando secondo questo studio:

 

  • Le guerre future saranno all’interno delle città;
  • Si avrà l’esercito lungo le strade;
  • Si deve far accettare alla popolazione che l’esercito nelle città sia una cosa normalissima. Gli obiettivi, sono raggiunti attraverso strumenti di guerra psicologica (campagne di stampa, manipolazione delle notizie ecc.) è che siano i politici e i cittadini a chiedere l’intervento dell’esercito;
  • Che le forze militari utilizzeranno ogni sorta di armi (letali e “non letali”);
  • Che sommosse, scontri sociali, manifestazioni potranno essere sedate dall’esercito (Genova 2001, gli interventi polizieschi in Val di Susa, a Vicenza, a Chiaiano sarebbero delle prove generali di come sarebbe gestito il conflitto sociale.

 

Lo studio U02020 consiglia di iniziare gradualmente in base alle necessità a utilizzare l’esercito in funzione di “ordine pubblico”. Nel frattempo ogni paese aderente a questo gruppo (Italia compresa) deve creare dei reparti che appositamente si specializzino per operazioni di contenimento delle folle e di controllo del territorio, compresi i rastrellamenti per la caccia a “sovversivi” e “agitatori”.

Un’altra tendenza in atto è quella della diffusione delle cosiddette “armi non letali”.

Le tecnologie della repressione sono il prodotto dell’applicazione della scienza e della tecnologia al problema della neutralizzazione dei nemici interni dello Stato, sono dirette principalmente contro la popolazione civile, sono indirizzate principalmente al cuore, alla mente e al corpo.

Questo nuovo tipo di armamenti ha rivoluzionato lo scopo, l’efficienza e la crescita del potere repressivo della polizia molto diverso da nazione a nazione. Vedere le riflessioni del maggiore dei carabinieri Rosario Castello nella pagina web: http://www.carabinieri.it/Inernet/Editoria/Rassegna-Arma/2003/4/Informazioni-e-Segnalazioni/01_Rosario_Castello.htm

Sono armi per una guerra a bassa intensità che però hanno lo svantaggio di una loro possibile proliferazione e utilizzo da parte di gruppi criminali/terroristi. Questo fatto ha preoccupato settori di opinione pubblica, poiché la commissione STOA del Parlamento Europeo (Scientific Tecnological Options Assessment – Commissione per la Valutazione delle Opzioni Scientifiche e Tecnologiche) ha ordinato uno studio per conto della Commissione libertà civili e affari interni dell’Unione Europea.

Questo rapporto del 1998 dal titolo “Una valutazione delle tecnologie di controllo politico” ha confermato i primi interessi da parte degli scienziati in Europa (ma non negli USA). Il rapporto STOA ha disegnato un agghiacciante quadro delle innovazioni repressive, con le seguenti opzioni:

  • Sistemi semi intelligenti della zona di rifiuto, questi sistemi di guardia automatizzati adottano reti neurali capaci di utilizzare modelli di riconoscimento e “imparare” così che possano pattugliare zone sensibili e utilizzare modelli di riconoscimento e “imparare” così che possano pattugliare zone sensibili e utilizzare secondo l’opportunità armi letali o sub letali;
  • Sistema di sorveglianza, il software di riconoscimento vocale può intercettare e rintracciare individui e gruppi, mentre super computer classificano automaticamente la maggior parte delle chiamate telefoniche, fax, e-mail, sistemi di raccolta di informazioni, tracciano immigrati o altri obiettivi, attraverso l’uso delle tecniche biometriche per identificare le persone tramite il riconoscimento del DNA, la retina o le impronte digitali, un esempio di questo sistema è il Progetto Erodac. Questo progetto diventato operativo il 15 gennaio 2003 prevede che uno Stato membro dell’U.E. potrà raffrontare le impronte digitali dei richiedenti asilo o dei cittadini terzi “illegalmente” nel proprio territorio per verificare se hanno presentato domanda asilo in un altro Stato membro;
  • Profilo dati, le polizie di stato sono state in grado di usare la sorveglianza dei dati per compilare “mappe di amicizia” o legami, attraverso l’analisi di chi Telefona o spedisce posta elettronica e di chi la riceve. In Guatemala si è usato il sistema Tadiran13 localizzato nel palazzo nazionale per creare liste di gente da assassinare;
  • Sub letale o armi inabilitanti, Pepper spray (spray al pepe), CS gas e schiuma chimica, possono essere usati sia nelle prigioni, che nel controllo di massa, così come nelle operazioni di conflitti sotterranei diversi dalle guerre (o come si ama chiamarli attualmente conflitti a bassa intensità). Il Pepper gas, un impianto tossico, è stato bandito nel 1972 dalla Convenzione delle Armi Biologiche per l’uso in guerra, è invece consentito nell’uso per la sicurezza personale. “La schiuma adesiva” è un adesivo chimico, può essere usato su varie superfici, o l’uno con l’altro. La schiuma può essere usata per formare barriere che bloccano tutte le vie di fuga e facilitano gli arresti di massa;
  • Munizioni dalla punta morbida. Con il pretesto di proteggere civili innocenti, i proiettili soft point sono venduti come più sicuri delle regolari munizioni con rivestimento in acciaio, che potrebbero passare attraverso i muri, e colpire civili aldilà del campo di vista. Queste munizioni sono tra le più usate da Swats e dalle altre forze speciali delle polizie;
  • Veicoli d’ordinanza mimetizzati. Progettati per dissimulare, soprattutto per la televisione, questi veicoli delle forze di sicurezza, mimetizzati spesso come ambulanze, possono dispiegare una formidabile quantità di armamenti e sono stati usati per fornire una prova di forza in paesi come la Turchia, o per spruzzare sostanze chimiche o tinture sui manifestanti, come hanno fatto le forze di sicurezza in Indonesia.

 

 

Un’arma “non letale” che si sta diffondendo l’uso è il Taser, una pistola che trasmette scosse elettriche che sono già in dotazione non solo nella polizia amerikana ma anche in diverse polizie europee.[36] Tutto questo in sfregio alla decisione delle Nazioni Unite del novembre 2007 che ha stabilito che i Taser sono uno strumento di tortura.[37]  Non solo: negli U.S.A. e nel Canada, tra il 2001 e il 2008, 338 persone sono state uccise dalla polizia che ha usato le Taser. Su un rapporto del dicembre 2008 di Amnesty International sull’uso delle Taser negli U.S.A., emerge che su 98 autopsie il 90% dei casi delle persone morte dopo essere state colpite con un Taser erano disarmate. Molte di esse sono state colpite più volte, e talvolta erano state già stordite da un primo colpo. E hanno il coraggio di chiamarle “armi non letali”.

 

Gli eserciti sono impazienti di imbracciare la dottrina della “guerra non letale”. Il concetto nacque negli USA nel 1990, i suoi difensori erano prevalentemente scrittori futuristi come Alvin e Heidi Toffler,[38] i quali trovarono uno spunto nei laboratori di armi nucleari di Los Alamos, Oak Ridge e Laurence Livermore. Questa dottrina trovò un campione nel College Jhon Alexander, che era diventato famoso per il programma Phoenix nella guerra del Vietnam[39] (più tardi diventato un proponente della guerra psichica).[40] Il Pentagono e il Dipartimento di Giustizia chiamati a raccolta intorno alla dottrina della “guerra non letale” speravano di trovare un “proiettile magico” che potesse neutralizzare “il fattore CNN”.

Questa esigenza era sentita sia da parte della polizia dopo il pestaggio di Rodney King a Los Angeles, dall’A.T.F. e dall’F.B.I. dopo Waco e Rubi Ridge[41] e dall’esercito cui bruciava l’umiliazione subita in Somalia. Tutti cercavano una “soluzione tecnica”. Si costituì un gruppo di lavoro integrato composto da: i Marines, l’Air Force, il Comando per le Operazioni Speciali, l’Esercito, la Marina, la Giunta dei Capi Unificati di Stato Maggiore, e i dipartimenti del Trasporto, della Giustizia e dell’Energia. Uno dei ruoli di questo gruppo di lavoro è stabilire collegamenti con governi amici. Questo gruppo sponsorizzò delle conferenze a Londra sul “Futuro delle armi non –letali”. Nel corso della conferenza del 1997, Hildi S. Libby, direttrice del programma militare per i sistemi non letali, propugnava lo sviluppo di una vasta gamma di avanzate tecnologie “destinate ad essere inserite nei programmi di armamenti esistenti”. Il suo intervento era centrato senza che nessuno se ne sorprendesse sulle munizioni che permettono di isolare una determinata zona. In effetti, gli Stati Uniti rifiutano di firmare il trattato sulle mine anti-uomo prima del 2006, per avere il tempo di sviluppare “adeguate” soluzioni alternative. Tra i progetti presentati da Libby si possono elencare: una mina anti-uomo “non letale”, basata sulla classica mina M1*A1; una carica “non letale” di 66 mm per contenere o reprimere la folla un sistema di tiro costituito da munizioni di tipo diverso (pallottole di gomma, gas, mine invalidanti, ecc.); una mina immobilizzante anti-uomo, che chiude la vittima in una rete. Tra i “miglioramenti” già sperimentati di questa mina: l’aggiunta di materiale adesivo o irritante, di elettroshock o di un effetto “lama di rasoio” che costringe le persone colpite a rimanere completamente immobili per evitare ulteriori ferite laceranti. Le conferenze del 1997 e 1998 hanno permesso di scoprire alcune armi su cui si era fino allora mantenuto il segreto: la pistola Vortex, che emette onde d’urto verso il corpo umano, e alcune armi acustiche dagli effetti regolabili che, secondo l’esperto americano William Arkin, possono, a scelta, provocare un “lieve fastidio” oppure “emettere onde di 170 decibel capaci di ledere organi, creare cavità nel tessuto umano e causare traumi potenzialmente letali “. La conferenza del 1998 è stata l’occasione per presentare il “concetto di difesa a strati”, concepito come una cipolla i cui strati più esterni sono i meno letali ma che, man mano ci si avvicina al centro, diventa sempre più distruttiva. Veniva poi proiettato un video dimostrativo in cui si vedevano alcuni soldati fare uso di armi a microonde, e al loro fianco personale medico che si prendeva cura delle vittime in coma. Oltre alle possibili violazioni del giuramento di Ippocrate, Steven Aftergood, direttore della Federazione degli scienziati americani, sottolinea il carattere estremamente intrusivo di queste armi: “Non prendono di mira solo il corpo delle persone. Sono programmate per disorientarle o destabilizzarle a livello mentale “. Ordigni di questo tipo possono interferire con i regolatori biologici di temperatura del corpo umano; le armi a frequenza radio, per esempio, agiscono sulle connessioni nervose del corpo e del cervello; i sistemi laser provocano, a distanza, scosse elettriche “tetanizzanti” o “paralizzanti”.[42]

 

PRIVATIZZAZIONE DELLA “SICUREZZA”

 

 

La paura crea il bisogno indotto di sicurezza e lo alimenta con l’ideologia, dà vita a un affare, valutato dagli analisti tra i 100 e i 200 miliardi di dollari, in crescita ovunque, specie nelle aree in “sviluppo”. In Russia ci sono più poliziotti privati che pubblici (il rapporto e 10 a 1). In Sudafrica sono le stesse caserme di polizia che ingaggiano milizie private a sorveglianza delle caserme. In India si stimano a circa un milione, i posti di lavoro nella polizia. Negli USA la tradizionale agenzia Pinkerton, nata come forza privata antisciopero e crumiraggio,[43] collabora con le polizie federali, statali e regionali. Il proliferare di polizie private è un fenomeno vistoso che in Italia era cominciato con la sorveglianza delle banche, ora la vediamo davanti a grandi fabbriche come la FIAT, dove arrivano a sostituire i guardioni. Esso è diventato uno strato sociale che assorbe plusvalore.

Per quanto riguarda l’Italia c’è il tentativo di estendere i poteri e le competenze di queste agenzie. In un articolo di Rita Pennarola pubblicato nella Voce della Campania,[44] c’è la seguente notizia: in un protocollo d’intesa redatto al Ministero dell’interno nei primi giorni del novembre 2007 e riguardante delle modifiche al TULPS (Testo unico leggi pubblica sicurezza) e in particolare al Titolo IV[45] che tratta della “riforma” degli istituti di vigilanza privati. Girato in forma riservata dalla Federpol (Federazione Italiana degli Istituti Privati per le Investigazioni, le Informazioni) agli associati, il protocollo è accompagnato da copia della missiva di G. Pellegrino (presidente nazionale della Federpol) al prefetto Giulio Gazzella Direttore dell’Ufficio per l’amministrazione generale del Dipartimento della pubblica sicurezza, che chiede un incontro per sistemare alcuni aspetti del protocollo d’intesa.

In questo protocollo è previsto che all’area di sicurezza privata oltre i confini tradizionali tracciati dagli articoli 133 e 134 del TULPS, che fino ad ora hanno limitato i poteri agli addetti della vigilanza privata, sia riservati compiti di ordine pubblico che fino adesso era esclusivamente riservato alla Polizia e ai Carabinieri. Già col decreto dell’8 agosto 2007 arriva un nuovo eldorado per chi si occupa di “vigilanza”, soprattutto nella parte in cui prevede che i servizi Stewart negli stadi siano “assicurati dalle società organizzatrici direttamente ovvero avvalendosi d’istituti di sicurezza privata autorizzati” nel caso limite possono rientrare non solo gli istituti di vigilanza composte da guardie particolari (generalmente armate), ma anche le attività di reclutamento, addestramento e organizzazione di corpi di contractor come quelli utilizzati in Iraq.

Con le modifiche al TULPS si arriva all’unificazione tra gli istituti che si occupano d’investigazioni e gli istituti di vigilanza privata e le guardie giurate (finora tutto ciò contenuto nei limiti per quanto riguarda compiti e funzioni), tutto ciò nel segno degno di un colossale business.

C’era stato un precedente di “riforma” che intendeva allargare le competenze degli istituti vigilanza. Tentativo che finì tragicamente. Nella notte del 21 e 22 febbraio 2005 lungo la statale che collega Verona e Brescia, ci fu una sparatoria nel corso della quale furono esplosi oltre 30 colpi e che ha fatto 4 vittime: 2 agenti di polizia, una prostituta ucraina e Andrea Arrigoni, l’uomo che avrebbe ucciso i due poliziotti e la prostituta.[46] Chi era Arrigoni? Che centra lui con la riforma della vigilanza privata che in quel periodo stava preparando AN?

Andrea Arrigoni aveva fatto il paracadutista in Somalia,[47] la guardia del corpo di Umberto Bossi tra il 1994 e il 1996, è in seguito diventato una guardia privata, aveva messo su l’agenzia Mercuri Investigazioni a Bergamo ed era uno dei dirigenti della CON.IPI, l’associazione nazionale degli investigatori privati (della quale presidente onorario è Maurizio Gasparri, ha come membri l’ex generale dei carabinieri G. Servolini, e presidente è Filippo Ascierto ex maresciallo dei carabinieri). Arrigoni negli ultimi mesi prima di morire era diventato un assiduo frequentatore di Montecitorio e di convegni organizzati alla Camera.

Proprio in quel periodo si stava preparando da parte di A.N., in particolare da parte di Mantovano all’epoca sottosegretario all’Interno (nonché sostenitore dell’Opus Dei) stava preparando una legge di riforma sulla vigilanza privata che era un autentico colpo di stato. La manovra consisteva nell’equiparare lavoro e competenze dei vigilantes (di cui A.N. controlla la principale rete agenzie) a quelli della Polizia di Stato. Nel progetto c’era la volontà di attribuire loro le competenze dei cosiddetti servizi integrati (il controllo della criminalità comune), con possibilità di identificare le persone.

Nello stesso periodo si avvia il Wireless in Italia (che permette di controllare i pc di tutto il vicinato a qualsiasi spione in erba) e si aumentano di dieci volte rispetto al massimo tollerabile dall’uomo per l’Associazione di ricerca sul cancro, i Microtesla per metro quadro massimi tollerabili, per opera del ministro delle Comunicazioni Gasparri.

 

FACCIAMO DELLE IPOTESI

 

Partiamo dal fatto che tutto ciò che viene fatto passare per esoterismo è spesso e volentieri esso è uno strumento per indurre delle persone particolarmente deboli a fare delle cose che altrimenti non farebbero. Ma contemporaneamente l’esoterismo viene utilizzato come codice per farla franca. Cioè il fatto che ci sia quel simbolismo viene utilizzato perché tutti quelli che si rendano conto, senza bisogno che qualcuno gli telefoni o lo concordi, che l’ordine di scuderia è coprire quella cosa.

Quello che voglio ipotizzare (non ho prove ovviamente) è che quello che è accaduto a Macerata sia qualcosa di simile a quello che anni fa è accaduto a Firenze quando colpiva il cosiddetto Mostro.

Voglio dire se a Macerata come Firenze ci sia stato un progetto di destabilizzazione psicologica dei cittadini di queste città, e magari, come strumento per effettuare queste operazioni siano stai effettuati degli esperimenti militare di controllo mentale.

Questo progetto è senza dubbio una prosecuzione degli esperimenti di Mengel nei campi di concentramento nazisti e in seguito sviluppati con il famigerato MK-ULTRA e in seguito proseguito con il Progetto Monarch. Mengel capì che si potevano ottenere degli schiavi mentali perfettamente controllati attraverso gravi episodi traumatici indotti. Si può ipotizzare che tali esperimenti siano applicati su due piani. Il primo piano sono i cittadini di Firenze e Macerata che alla fine della fiera sono il vero bersaglio di questi episodi. Si uccidono delle coppiette come a Firenze o si taglia a pezzetti una ragazza come a Macerata per indurre il trauma nei cittadini di questa città. In altre parole le vittime uccise sono solo il mezzo per indurre il trauma su un livello più alto. Su un secondo piano tali esperimenti vengono applicati sui capri espiatori, i soggetti manipolati che commettono materialmente gli omicidi.

A questo punto è necessario fare una parentesi necessari per comprendere l’oggetto della presente trattazione. Al giorno d’oggi sistema mediatico lavora incessantemente per condizionare il modo di pensare delle persone e una volta che la notizia o l’interpretazione di una vicenda viene divulgata acquisisce spesso il crisma della verità senza alcuna possibilità per l’individuo che rifiuta la mistificazione del sistema elaborare interpretazioni diverse. Come nell’immaginario collettivo si è cristallizzata l’idea che il cosiddetto “Mostro di Firenze” sia stato un contadino ubriacone che uccideva le coppiette per futili motivi o semplicemente per divertimento.

Molti dei delitti sia di quelli attribuiti al cosiddetto “Mostro di Firenze” che quello che ha coinvolto la povera Pamela per le modalità con la quale sono stati compiuti, per la parte simbolica si potrebbero definire dei delitti rituali.

Questi non sono i soliti omicidi comuni, fisiologici, che accadono ovunque, ai quali i media non danno importanza, ma si capisce che sono omicidi che vedono coinvolte entità o gruppi.

Si potrebbe dire (forzando) che questi tipi delitti siano una continuazione della strategia della tensione.

E in effetti dagli anni ’90 ad oggi entrano in scena sui media quello che si potrebbe benissimo dire il fenomeno dei delitti mediatici.

Se si analizza bene i fatti si dovrebbe notare che in Italia nella prima metà degli anni ’90 denota un’inquietante sovrapposizione di fatti:

  1. Nascita di partitini federati al centro-sud e affermazione della Lega Nord.
  2. Inizio di una nuova strategia della tensione che dall’ammissione ufficiale dell’esistenza di Gladio, passa per la conseguente nascita della Falange Armata e dopo il 1994 entra in gioco Unabomber nei territori del nord-est.
  3. Elezioni del 1994 che celebrano la vittoria del Centro-destra capeggiata da una nuova figura politica: Silvio Berlusconi.

Sempre nello stesso periodo operò quella che fu definita la banda della Uno Bianca. Essa era composta, da poliziotti e si macchiò di omicidi e ferimenti contro obiettivi apparentamene diversi tra loro: carabinieri, tabaccai, cassieri, impiegati, passanti, zingari e immigrati senza neanche il pretesto di finte rapine per pochi spiccioli. Un terrorismo da serial killer.

   Si può ipotizzare che questo terrorismo dei serial killer sia funzionale alla strategia del capitale che deve necessariamente colpire disgregare le “arretratezze” della società italiana, che costituiscono un ostacolo al pieno sviluppo capitalistico. In sostanza di uno sviluppo che sia decisionista, capace di stare al passo con la competizione globale.

La società italiana non era preparata a questi cambiamenti radicali che devono avvenire in tempi rapidi, perché l’accentuata concorrenza determinata dalla crisi, non aspetta nessuno, né tollera ritardatari. Occorre dunque colpire le “cattive” abitudini comportamentali: il provincialismo, l’assistenzialismo, la socialità e perfino la famiglia e le tradizioni religiose, quando diventano ostacolo a questa “rivoluzione culturale” del capitale.

E in questo contesto che appare la figura del serial killer (solitario o di gruppo come la Uno Bianca), del mostro. Tanti eventi criminali, spesso di una ferocia, come si trattasse di azioni coordinate fra loro. Li accomuna uno spropositato uso della violenza, spesso la mancanza di un movente plausibile e, soprattutto, l’indignazione popolare che riesce a scatenare.

Il periodo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 (periodo dello stragismo “mafioso” e della Uno Bianca), è una fase molto delicata, del tentativo di transizione da quella, come si diceva prima, che era definita “prima repubblica” (nella realtà era la crisi del sistema democristiano che gestiva il potere dal secondo dopoguerra) al tentativo di creare una “seconda repubblica” (questa politica delle alternanza ricorda molto quello che afferma Magaldi nel suo libro Massoni[48]  l’accordo tra le varie superlogge internazionali per favorire le alternanze, come modalità di gestione più adeguate dei conflitti).

Questo è stato un periodo di scontri senza esclusione di colpi fra apparati statali e servizi segreti legati alla vecchia classe politica che qui in Italia è attaccata sul fronte giudiziario con Tangentopoli (ma ricorda anche l’avversione dei Bush – e dei settori di Borghesia Imperialista a essi legati – all’accordo delle superlogge internazionali di avviare i processi di alternanza)[49] e quegli apparati fortemente legati ai poteri sovranazionali che spingono sul terreno delle “riforme”.

In effetti, questo, è stato favorito dal fatto che a partire degli anni ’50 (con la massiccia penetrazione del capitale multinazionale USA e con il contemporaneo sviluppo del nostro capitale nazionale su scala internazionale) si era creato e formato un personale politico imperialistico.

L’emergere della borghesia imperialista come frazione dominante della borghesia, ha come conseguenza l’affermarsi nelle articolazioni vitali del potere di un personale economico-politico-militare che è la più diretta espressione dei suoi interessi.

Questa nuova burocrazia efficiente, intercambiabile, non è più selezionata, qualificata dalle vecchie scuole di partito, ma direttamente dai Centri di formazione quadri, dalle Fondazioni, dalle Fabbriche dei cervelli predisposte allo scopo dalle grandi multinazionali.

Condizione imprescindibile della sua funzione è una presenza egemone negli apparati di dominio che compongono lo Stato o che comunque articolano la sua azione e cioè i fondamentali centri del potere: Governo, Banca d’Italia, Confindustria, Mass-media… Suo compito specifico è invece quello di ricercare e rendere operanti le mediazioni più equilibrate, cioè meno contraddittorie, tra gli interessi capitalistici dominanti e quelli particolari dell’area.

Si capisce subito che l’affermarsi della borghesia imperialista e del suo personale non è un processo lineare. Infatti, questa nuova burocrazia è in costante lotta per occupare i punti chiave dello Stato e quand’è il caso, scalzare dalle posizioni strategiche quegli uomini che esprimono interessi conflittuali e cioè propri delle altre frazioni della borghesia.

   L’affermazione degli interessi complessivi dell’imperialismo passa dunque per una fase transitoria in cui le varie forze borghesi si scontrano e coesistono, rappresentando un elemento interno della crisi dello Stato. E però, questa crisi, che travaglia lo Stato, le varie forze che si scontrano, ovviamente, cercano di spingere non verso la disgregazione dello Stato, bensì alla sua ristrutturazione.

La strategia del terrore che si è aperta in questo periodo, in una fase caratterizzata dalla sconfitta del Movimento Rivoluzionario (la soluzione politica è dalla fine degli anni ’80) e dai processi di ristrutturazione nell’industria che sono anche un attacco all’autonomia proletaria che si era sviluppata nelle grandi fabbriche dalla fine degli anni ’60. Questo stragismo bombarolo è una strategia controrivoluzionaria, tesa a colpire e a terrorizzare innanzitutto le masse popolari, che in questo processo di transizione/crisi del regime democristiano cominciavano a essere in fermento.

Mentre lo stragismo bombarolo si potrebbe definire una strategia controrivoluzionaria classica, quello dei serial killer o dei terminators, la si può collocare in una strategia “rivoluzionaria” del Capitale che deve necessariamente colpire e disgregare nel più profondo il conservatorismo e le riluttanze, formali e informali, della società italiana alla modernizzazione capitalistica dopo il crollo del revisionismo nei paesi dell’Est e la contemporanea crisi irreversibile dei modelli socialdemocratici determinata dalla crisi generale riduce constatemene gli spazi riformisti.

Esorcizzato il “pericolo comunista” e messi nell’angolino i movimenti antagonisti resta il problema di disgregare e cancellare tutti quegli elementi di “arretratezza” che costituiscono un ostacolo al pieno sviluppo di un capitalismo efficiente, decisionista, capace di stare al passo con la competizione globale determinata dall’accentuazione della crisi.

Occorre disgregare il “comunitarismo conservatore” come dirà Luttwak (consigliere speciale della casa Bianca e attento osservatore dell’Italia). E’ in questo contesto che appare sempre più evidente la figura del serial killer, del “mostro”.

Tanti eventi criminali, spesso di una ferocia inaudita, come se si trattasse di azioni coordinate fra loro. Li accomuna uno spropositato uso della violenza, spesso la mancanza di un movente plausibile e, soprattutto, l’indignazione popolare che riesce a scatenare.

Come i delitti dell’Uno Bianca.

Menzionarli tutti sarebbe impossibile: ricordiamo Manolo lo slavo, accusato di aver ucciso in Italia otto volte, girando le campagne del Nord Italia vestito con pantaloni mimetici e anfibi. A difendere Manolo ci sono legali che hanno difeso personaggi del calibro di Tom Arkan, indicato come uomo chiave dei traffici illegali di armi.[50] C’è del sangue a unire Manolo ad Arkan: l’assassinio di Dragon Radsic, il poliziotto ucciso a Belgrado freddato a Belgrado, nel 1996, a 48 ore dopo la conclusione del processo contro di lui. Il poliziotto stava indagando sui traffici di armi e fu lui ad arrestare Manolo dopo la strage dei Pontevico (dove nell’agosto del 1990 fu sterminata la famiglia Viscardi). Guarda caso nessun poliziotto andò al processo contro Manolo.

Dopo che fu arrestato, si “pente”,[51] dice che non ha ammazzato lui la famiglia Viscardi, che l’hanno incastrato. Ma soprattutto parla dei suoi rapporti con quelli della Uno Bianca, della “misteriosa” scarcerazione dal carcere di Rimini, di colossali traffici di droga.

Poi c’è il killer delle pensionate in Puglia, quello dei taxisti in Toscana che usa strangolare le sue vittime con un laccio alla commando; quello delle prostitute a Modena che vede indagato, un ‘ex parà.

Cosa si potrebbe dire del “mostro” Bilancia, 17 delitti senza nessuno motivo veramente plausibile (inizialmente sembrava la vendetta, ma poi in seguito se la prende con le prostitute)? Sui suoi delitti ci sarebbero parecchie cose da chiarire anche dal punto di vista dei fatti. Poiché Bilancia ha confessato, questo ha esonerato (ma forse si potrebbe dire che potrebbe essere l’alibi) gli inquirenti dal fare indagini più approfondite. Ma in realtà seri dubbi sulle vicende son state sollevate anche dai legali delle vittime (che, in teoria, non avrebbero alcun interesse a dimostrare l’erroneità della tesi dell’accusa).    Dice ancora Bilancia a questo proposito: “La verità la so soltanto io ed emergerà quando lo vorrò”,[52]A nessuno è interessato più di tanto sapere, ad esempio se avessi avuto dei complici, chi mi ha dato l’arma e altro ancora”. “La verità è che non sono sempre stato io ad uccidere”, “Ho l’impressione che nessuno voglia sentire la verità, che si voglia tenere tutto soffocato”.    Vale la pena a questo punto di riportare le conclusioni degli esperti che hanno dovuto fare la perizia psichiatrica su Bilancia: “Forse deludendo le aspettative dei giudici, dobbiamo alla fine della nostra indagine dichiarare che non siamo in grado di rispondere all’interrogativo sul perché egli ha ucciso. Siamo certi solo di un fatto: che nella criminogenesi degli omicidi non è intervenuta alcuna infermità di mente”.

Tanti interrogativi da quell’impulso irresistibile per compiere gli omicidi, nonostante Bilancia non abbia mai sentito prima l’impulso di uccidere. C’è da interrogarsi sul perché sul luogo del delitto risulta che lui talvolta non è solo, com’è dalla dinamica ricostruita dagli inquirenti; perché quando sono realizzati questi omicidi deve comunque esserci qualcun altro (probabilmente più persone) che controlli che tutto vada a buon fine.

L’Avvocato Paolo Franceschetti in un articolo afferma che l’ex parà Fabio Piselli in una mail gli dice che per indurre una persona media a uccidere, occorre solo “qualche mese”.[53] Che per raggiungere questo scopo si usano le tecniche di manipolazione mentale applicate sui militari, che per fargli perdere la memoria; s’impianta un minuscolo microchip su un dente. C’è da chiedersi se Bilancia sia stato un candidato manciuriano.

Le vicende del cosiddetto “Mostro di Firenze” farebbero pensare che Firenze sia stata una sorte di laboratorio. Abbiamo avuto di tutto (depistaggi, interventi dei servizi segreti, morte misteriose).

Pensiamo al caso Narducci. Nel 2002 l’indagine sul mostro si riapre, ma a Perugia. Per capire come e perché si riapre, però dobbiamo fare un passo indietro. Il 13 ottobre del 1985 è trovato nel lago Trasimeno il corpo di un giovane medico perugino, Francesco Narducci. Il caso è archiviato come un suicidio, anche se la moglie non crede a questa versione dei fatti. E sono in molti a non crederlo. Anzi, da subito alcuni giornali ipotizzano un coinvolgimento del Narducci nei fatti di Firenze. Nel 2002 la procura di Perugia, intercettando per caso alcune telefonate, sospetta che il medico Perugino sia stato assassinato e fa riesumare il cadavere. Il cadavere riesumato ha abiti diversi rispetto a quelli indossati dal cadavere nel 1985. Altri, numerosi e gravi indizi, e le testimonianze della gente che quel giorno era presente al ritrovamento, portano a ritenere che il cadavere ripescato allora non fosse quello di Narducci, e che solo in un secondo tempo sia stata riposta la salma del vero Narducci al posto giusto. Indagando sul caso, il PM di Perugia, Mignini, scopre che il giorno del ritrovamento le procedure per la tumulazione furono irregolari; che quel giorno sul molo convogliarono diverse autorità, tutte iscritte alla massoneria, come del resto era iscritto alla massoneria il padre del medico morto. E si scopre che il Narducci era probabilmente coinvolto negli omicidi del mostro di Firenze. Anzi, forse era proprio lui che, in alcune occasioni, asportò le parti di cadavere.

Le indagini portano ad ipotizzare una pluralità di mandanti coinvolti negli omicidi del mostro, che commissionavano questi omicidi per poi utilizzare le parti di cadavere per alcuni riti. In particolare, il Lott (uno dei cosiddetti “compagni di merende”) confessa che questi omicidi erano pagati da un medico. E con un accertamento sulla finanza di Pacciani saranno trovati capitali per centinaia di milioni, di provenienza assolutamente inspiegabile.    Sono mandati 4 avvisi di garanzia a 4 persone, tra cui il farmacista di San Casciano Calamandrei, un medico e un avvocato, che sarebbero i mandanti dei delitti del mostro di Firenze.    Mentre per occultamento di cadavere, sviamento d’indagini e altri reati minori (che inevitabilmente andranno in prescrizione) sono rinviati a giudizio il padre di Ugo Narducci, e i fratelli di Francesco; il questore di Perugia Francesco Trio, il colonnello dei carabinieri Di Carlo, l’ispettore Napoleoni, l’avvocato Fabio Dean e molti altri, quasi tutti iscritti alla stessa loggia massonica, la Bellucci di Perugia, e alcuni di essi, compreso il padre di Narducci, collegati addirittura alla P2. Appartengono alla P2 Narducci, il questore Trio, mentre l’avvocato Fabio Dean è il figlio dell’avvocato Dean, uno dei legali di Gelli. Una bella compagnia non c’è che dire.[54]

In questa vicenda sono presenti ancora una volta i servizi segreti e i loro depistaggi, e tutte le mosse tipiche che sono attuate quando occorre depistare. In pratica l’indagine conosce una prima fase, che arriva fino al processo di appello di Pacciani, in cui essa scorre senza problematiche particolari, tranne ovviamente quella tipica di ogni indagine, e cioè l’individuazione dei colpevoli. Ma appena si apre la pista dei mandanti si scatena un vero inferno. Anzitutto lo screditamento degli inquirenti, che vengono derisi, sminuiti; vengono continuamente sottolineati gli errori fatti da costoro (come se fosse semplice condurre un indagine del genere senza commetterne); la procura fiorentina viene spesso presentata dai giornali come una procura che vuole a tutti i costi incastrare degli innocenti; Giuttari viene presentato come uno che vuole farsi pubblicità; un pazzo che crede alla folle pista satanista; quando il commissario si ritiene sia vicino alla verità lo si isola, oppure si cerca di trasferirlo con una meritata promozione (che però metterebbe in crisi tutta l’inchiesta).

Più volte giornali e televisioni annunceranno scoop fantastici tesi a demolire il lavoro di anni della procura di Firenze, e di Perugia. Alcuni giornalisti che ipotizzano il collegamento massoneria – delitti del mostro – sette sataniche sono querelati (querele che in seguito saranno ritirate). Sono state fatte indagini parallele e non ufficiali di cui non sono informati gli inquirenti. Il PM Mignini scopre che dopo l’ultimo delitto del mostro, la polizia di Perugia aveva indagato su Narducci e sul mostro, e ciò risulta dai prospetti di lavoro, datati 10 settembre 1985. Ma di queste indagini non viene avvisata la procura di Firenze.

Ma in compenso anche i carabinieri, per non essere da meno, fanno le loro indagini parallele di cui non informano gli inquirenti.

Infine, ci sono gli immancabili depistaggi. Il Sisde aveva già dai tempi del terzo delitto preparato un dossier che ipotizzava che non fosse coinvolto un solo serial Killer, ma i componenti di una setta che agivano in gruppo, e ciò appariva evidente da alcuni particolari della scena del delitto. Ma questo dossier – che porta la data del 1980 – non viene mai consegnato agli inquirenti di Firenze. Il dossier era firmato da Francesco Bruno, consulente del Sisde. In totale, sono tre gli studi commissionati dal Sisde che si persero misteriosamente per strada e non arrivarono mai sulle scrivanie degli inquirenti fiorentini. Guarda caso proprio quei dossier che ricostruivano la pista dei mandanti plurimi e delle messe nere. Ma qualche anno dopo Francesco Bruno, intervistato, sosterrà che a suo parere il serial Killer è un mostro isolato, ancora in libertà!    Ci sono poi le solite morti sospette tipiche di tutte le grosse vicende giudiziarie italiane. Una vera strage, in realtà. O meglio, una strage nella strage. La prima morte sospetta è quella del medico Perugino trovato morto nel lago Trasimeno. Poi la morte di Pacciani per la quale la procura di Firenze apre un fascicolo per omicidio. E poi la solita mattanza di testimoni. Elisabetta Ciabiani, una ragazza di venti anni che aveva lavorato nell’albergo dove Narducci e la sua loggia massonica si riunivano e che aveva rivelato al suo psicologo, Maurizio Antonello (fondatore dell’Associazione per la ricerca e l’informazione delle sette) il nome di alcuni mandanti del mostro e aveva rivelato il coinvolgimento di una setta dal nome Rosa Rossa nei delitti: Elisabetta sarà trovata uccisa a colpi di coltello, compresa una coltellata al pube, ma il caso fu archiviato come suicidio. Mentre lo psicologo Maurizio Antonello sarà trovato “suicidato”, impiccato al parapetto della sua casa di campagna.    Una vera falcidia, sembra che ci sia una sorta di maledizione sulle persone che in qualsiasi modo hanno avuto a che fare la vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze”. Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, l’amante di Pacciani, viene trovato impiccato, ma con i piedi che toccano per terra; uno degli innumerevoli casi di suicidi in ginocchio, la polizia archivia il caso come suicidio. Francesco Vinci e Angelo Vargiu, sospettati di essere tra i compagni di merende di Pacciani trovati morti carbonizzati nell’auto.    Anna Milva Mattei, anche lei bruciata in auto. Claudio Pitocchi, morto per un incidente di moto, che sbanda ed esce di strada all’improvviso, senza cause apparenti. Anche questa è una modalità che troviamo in tutte le vicende italiane in cui sono coinvolti servizi segreti e massoneria. Milva Malatesta e suo figlio Mirko, anche loro trovati carbonizzati nell’auto; una fine curiosamente simile a quella che volevano far fare al perito del Moby Prince, l’ex parà Fabio Pisoni. La stessa tecnica. Così come la tecnica dei suicidi in ginocchio è identica a quella dei morti di Ustica e di tutte le altre stragi che hanno insanguinato l’Italia. Tecniche identiche, che fanno ipotizzare una firma unica: quella dei servizi segreti. Rolf Reineke, che aveva visto una delle coppiette uccise poche ore prima della loro morte, che muore d’infarto nell’1983. Domenico, un fruttivendolo di Prato che scompare nel nulla nell’agosto del 1994 e fu considerato un caso di lupara bianca.

E poi ce ne sono tanti altri. C’è il caso di tre prostitute, una suicidatasi, e due accoltellate, che avevano avuto rapporti a vario titolo con i compagni di merende, e chissà quanti altri di cui si non si saprà mai nulla. Un discorso a parte va fatto per Luciano Petrini. Consulente informatico, nel 1996 avvicinò una persona (anche lei testimone al processo) Gabriella Pasquali Carlizzi, comunicandogli alcune informazioni sul mostro e mostrando di sapere molto su questa vicenda; ma il 9 maggio fu ucciso nel suo bagno, colpito ripetutamente con una porta asciugamani cui tolsero la guarnizione per renderla più tagliente. Nella casa non compaiono segni di scasso o effrazione. Conclusioni: omicidio gay. Nessuno prende in considerazione altre piste. Nessuno prende in considerazione – soprattutto – l’ipotesi più evidente: Petrini aveva svolto consulenza nel caso Ustica, sul suicidio del colonnello dell’aereonautica Mario Ferraro, quel Mario Ferraro che fu trovato impiccato al portasciugamani del bagno. Ma il fatto che sia stato ucciso – guarda caso – proprio con un portasciugamani, non induce a sospettare di nulla. Omicidio gay!

Vediamo in maniera sintetica il fenomeno storico dei serial killer in Italia.

  • Prima del 1975 6 serial killer 30 vittime.
  • Prima del 1995 33 serial killer 143 vittime
  • 1995 – 2000 11 serial killer 67 vittime.

Totale 47 serial killer 240 vittime.

A costoro vanno aggiunti almeno 9 serial killer agenti in gruppo che anno totalizzato (ufficialmente) 32 vittime.

 

 

Progressione di frequenza

 

1975-1989 8 serial killer

1981-1985 8 s.k.

1986-1990 4 s.k.

1991-1995 12 s.k.

1996-2000 11 s.k.

 

 

Serial killer agenti in gruppo

 

  • 1987/94 Banda della Uno Bianca – Emilia Romagna
  • 1988/90 Gruppo di Manolo lo slavo -. Veneto

 

Ripeto questi sono solo dati parziali, quello che è interessante è vedere il crescere di questo fenomeno, a partire dalla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Ci sono delitti che apparentemente sono diversi, ma hanno molto in comune. Prendiamo come esempio le vicende di Cogne e quella di Omar ed Erika. Che cosa hanno in comune? Molto: innanzitutto l’apparizione del reparto dei RIS con le loro investigazioni “scientifiche” (prova del DNA ecc.); poi ci sono i genitori che ammazzano i figli e i figli che ammazzano i genitori nella maniera più sanguinaria e feroce. Tutto questo non in una grande metropoli, dove farebbe meno clamore, ma nella provincia italiana, nella piccola comunità montana dove tutto è sempre più tranquillo e non succede mai niente di eclatante. L’immaginario collettivo è colpito e turbato profondamente. Poi i macellai dell’informazione renderanno tutto questo più macabro: il messaggio che viene fuori è che non si può essere sicuri neanche fra le mura domestiche con la propria famiglia. L’effetto è equivalente a quello di una strage in una stazione ferroviaria a ferragosto o durante le vacanze di natale.

Del resto non è forse accertato che quello che definito “mostro di Rostov” in Russia negli ann’80 era coperto da settori del KGB che stavano preparando la transizione a un’aperta e completa restaurazione del capitalismo. Forse non è un caso che in questo passaggio diventava fondamentalo lo scadimento dei principi socialisti che erano ancora riconosciuti. Tra questi principi  c’era quello che garantivano sicurezza e protezione assoluta ai bambini. Occorreva qualcosa di forte, di traumatico per preparare i russi a quello che sarebbe venuto più tardi, qualcosa che non si era mai visto prima: un “mostro” con la tessera del PCUS che divorava le bambine.

In sostanza lo scopo è sempre lo stesso: condizionare e manipolare costantemente la cosiddetta “opinione pubblica” attraverso crimini particolarmente efferati.

Se guardiamo quello che è successo in Italia dagli anni ’90 ci si renderà conto dei cambiamenti radicali avvenuti in un periodo relativamente breve (rispetto ai 45 precedenti).

Il terrorismo di Stato, nelle sue varie forme ed espressioni, accompagna e guida questi cambiamenti.

C’è da chiedersi se il progetto vero dietro a tutti questi eventi non sia un maggiore  controllo politico e sociale completo e totale della società?

Dal punto di vista politico si potrebbe di che siamo passati dalle democrazie in decomposizione al governo diretto del capitale finanziario  

Concentriamoci su uno degli aspetti che riguarda maggiormente i maggiori paesi imperialisti: la decomposizione delle forme di democrazia parlamentare.

E’ in atto da tempo nei maggiori paesi imperialisti, pur con ritmi e forme diverse, un processo di rafforzamento delle forme istituzionali. Esse sono l’espressione a livello giuridico – istituzionale di un’avvenuta trasformazione dei rapporti tra proletariato e borghesia.

A questo indebolimento del proletariato ha contribuito il crollo del cosiddetto “blocco socialista” a guida revisionista. Non può esserci indifferente che il blocco dell’est sia crollato sotto i colpi della crisi economica piuttosto che sotto i colpi della lotta di classe. Se fosse questa prevalsa seconda alternativa, piuttosto che indebolirsi come sta avvenendo oggi, la fiducia del proletariato nelle proprie capacità si sarebbe potuta rafforzare. Inoltre, nella misura in cui il crollo del blocco dell’est fa seguito a un periodo di “guerra fredda” con il blocco occidentale, in cui quest’ultimo appare come il “vincitore” senza colpo ferire, si è generato nelle popolazioni occidentali, e anche tra i proletari, un sentimento di euforia e di fiducia verso i propri governi, simile (facendo le debite proporzioni) a quello che pesò sui proletari dei paesi “vincitori” nelle due guerre mondiali e che fu una delle cause della sconfitta dell’ondata rivoluzionaria seguita alla prima guerra mondiale.

Tornando al discorso del rafforzamento istituzionale, esso è soprattutto l’espressione del tentativo borghese di predisporre un apparato statale adeguato alle maggiori difficoltà che si manifesteranno in futuro e di contenere all’interno dell’ideologia borghese i rapporti sociali che vanno sempre più decomponendosi.

È in questa fase che c’è il passaggio da una democrazia sotto forme parlamentari a un governo che appare sotto forma di “governi tecnici”, si potrebbe dire una “dittatura tecnocratica”.

Che la democrazia sia in decadenza è reso evidente dai diversi avvenimenti e fenomeni che ci sono nella sfera politica, sociale e culturale. Prendiamo come esempio la corruzione: essa ha pervaso ogni settore, i politici si contendono i contributi finanziari dei capitalisti; le posizioni all’interno dei governi e dei parlamenti (andando in giù in ogni settore del potere locale) hanno tutto un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre opportune alla loro approvazione.

Questa democrazia in decomposizione si sta trasformando in un governo autoimposto dai funzionari dell’esecutivo. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, che destina miliardi dollari e di euro a un’oligarchia finanziaria riducendo così il tenore di vita di milioni di persone tramite “pacchetti di austerità”.

Questo governo è descritto come un governo condotti da tecnici esperti, “apolitici” e “scevri da interessi privati”. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per e con i grandi interessi finanziari nazionali e internazionali.

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston è stato il capo della Banca centrale greca, nonché il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro.[55] Mario Monti, Presidente del Consiglio in Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione Europea e nella Goldman Sachs.

 

Queste nomine si basano sulla lealtà totale di questi personaggi e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche, le più inique sui lavoratori di Grecia e in Italia. I cosiddetti tecnici non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sensibili a qualsiasi protesa sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico…tranne uno quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori dei titoli di Stato, in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

C’è una differenza tra questi governi tecnici e le dittature come quella fascista.

Negli attuali governi tecnici, il potere è consegnato dalle élite politiche della democrazia borghese, in sostanza una sorta di transizione pacifica, almeno nella sua fase iniziale. 

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi conservano le facciate elettorali, ma svuotate da contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di legittimazione, che seduce la stampa finanziaria. A differenza delle precedenti dittature come il fascismo che si presentavano come stati di polizia, gli attuali governi tecnici prima lanciano il loro assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro del proletariato, con il consenso parlamentare, e poi di fronte alla resistenza posta, procedono per gradi fino ad arrivare a uno stato di polizia.

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione. Al fine di imporre politiche che si traducono in massici trasferimenti di ricchezza dal lavoro al capitale nazionale e internazionale, è essenziale un regime autoritario in veste democratica, questo in previsione di un’accanita resistenza. La borghesia non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con qualche parvenza di democrazia (che è sempre il miglior involucro della dittatura della borghesia) e tanto meno una democrazia come quella attuale in decomposizione.

La missione della “dittatura democratica” non è solo quello di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento di questi tecnocrati è di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficace in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.

 

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di grossi industriali, banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. I tecnocrati ignorano completamente le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

 

Le trasformazioni principali della democrazia sotto i tecnici sono:

 

  • Massici spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni ai pagamenti dei titoli di Stato e alle rendite.
  • Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
  • Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione di titoli e investimento.
  • Riscrittura dei codici del lavoro. Salari, condizioni di lavoro e problemi sanitari sono consegnati alle commissioni aziendali (commissioni “paritetiche” dove c’è la presenza “paritetica” di padroni e sindacati).
  • Lo smantellamento delle imprese pubbliche, e la privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono attivate su una scala mondiale. Monopoli privati rimpiazzano quelli pubblici, forniscono un numero minore di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di una nuova capacità produttiva.
  • L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questo dinamica richiese salari sempre più bassi per competere a livello internazionale, ma contrae il mercato interno.

 

   Per questo motivo per le classi dominanti è diventata una necessità andare oltre il progetto P2, per rendere il controllo ancora più sistematico.

   Si potrebbe dire che si è creato una forma di fascismo moderno che si potrebbe definire più correttamente tecno-fascismo. Dove per l’organizzazione del potere e del consenso diventa centrale l’uso dei media e della televisione in particolare.

Non nel senso che è la televisione decide cosa le persone cosa le persone devono pensare. Ma essa lavora su quel fenomeno che la sociologia Tavistockiana chiama Agenda Setting, ovvero la facoltà decidere “riguardo a cosa” la massa deve pensare. E’ importante per capire di quello che si sta parlando di capire la genesi di quest’Agenda. Il 15 gennaio 1934 uno spaventoso sconvolse la provincia indiana del Bihar. Per qualche tempo, nelle regioni vicine a quella colpita, si diffusero allarmistiche che predicevano nuovi e peggiori disastri. Queste voci, circa venti anni dopo dovevano cadere sotto gli occhi di Festinger, uno dei più importanti studiosi americani, che era allora impegnato a ordinare e integrare teoricamente la grande quantità di dati che erano stati, sono allora raccolti nel campo della comunicazione dell’influenza sociale. L’esame di questi dati inerenti alle voci allarmistiche costituì la molla da cui doveva nascere e diffondersi così facilmente alla teoria della dissonanza cognitiva. Come mai, si chiese Festinger, in una situazione del genere potevano nascere e diffondersi così facilmente delle voci terrorizzanti? Non sarebbe stato più logico che tra quelle popolazioni, già in preda al terrore, nascessero invece delle voci che tendessero a ridurre la paura? La risposta di Festinger è che queste voci non erano destinate a provocare paura, bensì a giustificare quella che già la gente aveva. Esisteva cioè una discordanza tra quanto queste persone, non direttamente colpite dal terremoto, vedevano attorno a loro, e la paura che provavano e che non era giustificata da quanto vedevano. A questa discordanza tra elementi cognitivi (intendendo per elemento cognitivo ogni conoscenza, opinione o credenza che un individuo o un gruppo ha su se stesso o sul mondo che lo circonda) venne dato il nome di dissonanza cognitiva. Secondo la teoria che nacque allora esiste in ogni persona, in presenza di una dissonanza, una pressione tendente a ridurla, tanto maggiore quanto è più forte è la dissonanza. La riduzione può ottenersi (ed è il caso delle popolazioni indiane) aggiungendo nuovi elementi consonanti (le voci di prossime sciagure); potrebbe però aversi, ha seconda delle circostanze anche cambiando glie elementi dissonanti o diminuendone l’importanza. La portata della teoria così abbozzata è indubbiamente molto ampia, e abbraccia gran dei problemi della psicologia sociale, particolarmente nel campo delle comunicazioni. Dai processi decisionali e dalle conseguenze delle decisioni all’induzione forzata di un comportamento esteriore in contrasto con le opinioni private dell’individuo, ai problemi della comunicazione e di diffusione delle informazioni, al comportamento dei gruppi, ai fenomeni di massa, Festinger analizza in un quadro unitario, in conformità a numerose ricerche sperimentali, il potere predittivo e interpretativo della teoria. Dunque progetto Tavistock e Agenda Setting potendo decidere gli argomenti su cui le persone ragioneranno, si scambieranno pareri, si formeranno opinioni, chi controlla la TV è in grado di creare una realtà parziale ed omettere da questa ciò che non vuole si conosca.

   È dunque l’omissione, il vero potere, l’omissione di tutti quegli argomenti, quei valori, quei modelli, quelle sensazioni, quegli atteggiamenti, quei comportamenti che siano ostili al leader e al regime.

Infatti, se si nota il comportamento di molti giornalisti televisivi o dei conduttori di programmi d’intrattenimento, il loro atteggiamento non si limita a fare domande, ma quello di evitare di approfondire argomenti importanti, e spesso prendere le difese delle personalità che sono contestate.

Oppure c’è l’omissione della realtà inserendo fatti concreti in minestroni fatti da magia, esoterismo, numerologia ecc.

In sostanza la “verità” consiste in un consenso preconfezionato che è stato deciso aprioristicamente, a tavolino e chiunque non si adatta viene bollato come estremista, catastrofista e cose del genere.

La gestione del potere e del consenso comporta anche il processo d’inclusione-esclusione. Non è un caso che attualmente mobbing e stalking sono diventati un fenomeno di massa. Fenomeno favorito dall’utilizzo della tecnologia elettronica (e dall’utilizzo delle onde telepatiche) che ha portato nei fatti anche se non giuridicamente l’affermarsi nella società di un nazismo genetico fatto di controllo e sperimentazione sulle persone sensibili. In sostanza una psichiatrizzazione di massa che comporta lì innesto di meccanismi elettronici a persone sensibili. E da un punto di vista culturale la perdita di valore e dignità delle donne, dove nessuno contesta più se il lavoratore sia solo merce (un’ideologia fascista che giustifica il licenziamento) è perciò giustifica e legittimizza il mobbing di massa nei luoghi di lavoro e in quelli sociali.

Una realtà, dove alla base stanno multinazionali farmaceutiche e delle protesi uditive ed acustiche, che si serve di centri di ricerca universitari e militari (neurologia, psichiatria, neurofisiologia e, cibernetica) strettamente connessi tra di loro (scienza asservita = guerra), di parlamentari (magari connessi a servizi segreti o a polizie speciali), dei servizi segreti (e attraverso i servizi carcerari utilizzano molti detenuti nel loro sporco lavoro), delle organizzazioni mafiose (e il carcere è uno dei luoghi dove collaborano con i servizi), di organizzazioni terroristiche per creare i capri espiatori, di intellettuali ecc.

   Ebbene perché non definire tutto questo, che è il prodotto della guerra civile a bassa intensità che c’è stata in Italia, se non tecno-fascismo? Se Dimitrov definisce il fascismo come la dittatura terroristica aperta della borghesia, che sorge e si sviluppa proprio nei momenti di crisi del sistema capitalista, quando la classe operaia e le masse popolari in generale prendono l’iniziativa per difendere i loro interessi e diritti e conquistare importanti rivendicazioni importanti, allo stato attuale si potrebbe definire il tecno-fascismo come la fusione del capitale finanziario, delle multinazionali con il potere politico più reazionario.

E se guardiamo le tendenze in atto in tutto il mondo capitalistico quali la criminalizzazione della protesta sociale ed il proposito di introdurla all’internodi modelli costituzionali che sostengono l’economia capitalistica in maniera aperta e sfacciata (senza la presa in giro del riconoscimento della funzione sociale della proprietà privata), le necessità di imporre l’assoggettamento della classe operaia e delle masse popolari all’obbedienza di leggi e regolamenti che derivano da tale concezione, i continui interventi imperialisti nei diversi paesi costituiscono elementi che portano acqua al mulino del fascismo, quanto meno alla fascistizzazione della vita sociale e politica.

Non è certamente un caso che ha partire dagli anni ‘90 dove ha operato in funzione di guerra ortodossa la Falange Armata è stato anche quello dell’accentuazione della demolizione del diritto del lavoro e delle conquiste che i lavoratori italiani le avevano ottenute dal secondo dopoguerra dopo dure lotte.

C’è stato anche il cambiamento del significato delle parole in uso. Fino all’altro ieri per riforme s’intendeva miglioramento (certamente graduale) delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, da un certo periodo in poi ha solamente significato un continuo e costante peggioramento. Se poi ci si opponeva a tali “riforme” ci si tirava dietro l’accusa di essere “conservatori” che si oppongono al “progresso”.

Quest’attività di “riforma” e di abolizione del diritto del lavoro è stata portata avanti con l’apporto dei partiti di sinistra (compresi quelle definiti “radicali” come Rifondazione) e dai sindacati confederali.

Ci sono state due modalità diverse per portare avanti questo tipo di attacco ai diritti dei lavoratori:

 

  1. Da parte dei governi di Centro-Sinistra la “riforma” del diritto del lavoro deve avvenire di concerto con i sindacati confederali in modo da farla accettare ai lavoratori senza alcuna protesta.
  2. L’orientamento dei governi di Centro-Destra, invece, prevedeva più l’immediato e diretto intervento del potere legislativo.   In effetti, queste cosiddette “riforme” sono avvenute in prevalenza mediante accordi sindacali che, una volta consolidati ed evitato la protesta dei lavoratori, alla fine sono state consolidate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] https://www.ilrestodelcarlino.it/pesaro/cronaca/carla-rovaldi-scomparsa-1.3868749

 

[2] Se sono dei politici magari deputati e senatori sono usati per approvare leggi antipopolari, illiberali e dispotiche.

 

[3] https://www.ilrestodelcarlino.it/civitanova-marche/cronaca/ossa-umane-1.3816376

 

[4] http://www.lastampa.it/2018/03/29/italia/ossa-umane-ritrovate-nel-maceratese-forse-ci-sono-anche-i-resti-di-una-enne-scomparsa-d7m7mGjOgEMSf5jNhIPGhK/pagina.html

 

[5] http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Gli-insospettabili-nei-festini-a-luci-rosse-6e42f953-0a7e-4de0-8838-ddcb950c3969.html

http://www.repubblica.it/cronaca/2018/03/28/news/porto_recanati_trovate_ossa_umane_appartenenti_a_piu_cadaveri-192480783/

http://www.emmetv.it/2018/04/14/rainews24-a-macerata-giro-di-droga-e-prostituzione-minorile/ http://www.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/slide_persone_scomparse.pdf

https://www.cronacheancona.it/2017/05/23/sette-anni-dopo-nessuna-notizia-sulla-scomparsa-di-cameyi-mosammet/33213/ http://www.cronachemaceratesi.it/2018/02/03/omicidio-di-pamela-critica-lassociazione-penelope-il-nigeriano-doveva-essere-espulso/1062123 /

 

[6] http://www.viveremarche.it/2018/04/16/monte-san-giusto-maxi-sequestro-di-droga-sgominata-banda-di-spacciatori-magrebini/679216/

 

[7] http://www.mag24.es/2018/04/17/macerata-e-scandalo-lomicidio-di-pamela-fa

 

[8]                                                        C.s.

 

[9]                                                        C.s.

 

[10]                                                       C.s.

 

[11] http://gusitalia.it/   https://www.youtube.com/watch?v=hYmZwsPRNh8

 

[12] È accusata tra l’altro del fatto che per diversi anni non ha presentato nessun bilancio  https://www.cronachemaceratesi.it/2018/02/11/gus-non-chiamatela-onlus-la-finanza-contesta-evasione-milionaria/1066111/

 

[13] http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cos-black-axe-i-misteri-mafia-nigeriana-1336536.html

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/25/mafie-ora-litalia-importa-quelle-straniere-la-droga-degli-albanesi-il-riciclaggio-di-cinesi-e-russi-la-tratta-dei-nigeriani/3678401/5/

 

[14] http://www.ilgiornale.it/news/cronache/fermo-polizia-inchioda-emmanuel-membro-mafia-nigeriana-1336366.html

https://www.giornalettismo.com/archives/2190468/fermo-emmanuel-mafia-nigeriana

 

[15] http://www.mag24.es/2018/04/17/macerata-e-scandalo-lomicidio-di-pamela-fa

 

[16] http://www.ansa.it/marche/notizie/2018/02/03/sparatorie-a-macerata-traini-candidato-con-la-lega-alle-amministrative-del-2017_83d9135c-1fbe-46e6-b2d2-425b385e0302.html

 

[17] Al di là della candidatura della Lega, Traini ha posizioni di estrema destra. Sulla tempia destra ha un tatuaggio con il simbolo di Terza posizione, movimento neofascista eversivo fondato negli anni 70 da Roberto Fiore. http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/03/news/macerata_luca_traini-187950304/

 

[18] Traini era in cura da uno psichiatria da quando era stato giudicato borderline. https://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/luca-traini-cura-psichiatra-border-line-sparatorie-macerata-2824182/

 

[19] http://www.repubblica.it/cronaca/2011/12/13/news/firenze_gianluca_casseri_killer_senegalesi_suicida-26554634/

 

[20] Una testimonianza personale. Una persona che conobbi che faceva delle ricerche dei rapporti tra controllo mentale, telepatia e confraternite iniziatiche, mi disse che una buona parte degli psichiatri sono dei satanisti (peraltro senza darmi delle prove concrete).

 

[21] https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/18/berlusconi-affetto-da-narcisismo-patologico-non-e-padrone-dei-suoi-comportamenti/87015/

 

[22] Nel 1993 scoppiò lo scandalo dei fondi neri del SISDE, che coinvolse anche Scalfaro, perché era stato ministro degli interni. Un buon psichiatra serve sempre, a dar del pazzo quando si accusa un potente.

 

[23] Costituzione di una Commissione Nazionale di studio in materia di funzioni del Giudice Tutelare e dell’Amministratore di sostegno.

Psichiatria Democratica e Magistratura Democratica hanno costituito una Commissione di Studio perché il Paese si doti di uno strumento di legge (Amministratore di sostegno) che serva a sostenere adeguatamente le persone in difficoltà, soprattutto oggi che progressivamente si vanno svuotando gli Ospedali Psichiatrici. L’obiettivo che ci si prefigge è quello da un lato di limitare ai soli casi estremi il ricorso agli istituti dell’inabilitazione e dell’interdizione e dall’altro a far sì che l’attenzione si sposti dalla” roba” alla quotidianità della persona. Responsabili della Commissione sono stati designati i dottori E.LUPO e L. ATTENASIO per P.D. e il dott. AMATO per M.D.

Roma 1997

Comunicato Stampa.

 

PSICHIATRIA DEMOCRATICA MAGISTRATURA DEMOCRATICA

In relazione al Progetto di Legge relativo alla costituzione dell’Amministratore di sostegno per i cittadini in difficoltà anche temporanea a causa di menomazioni o malattie o a causa dell’età, presentato dal governo lo scorso luglio, Psichiatria Democratica e Magistratura Democratica ,attraverso i rispettivi Segretari Nazionali dott. Emilio LUPO e Vittorio BORRACCETTI, richiamano l’attenzione del Governo e del Parlamento tutto, acchè sia promossa sul tema una ampia e rapida consultazione di quelle realtà nazionali impegnate a fianco dei meno garantiti.

P.D. ed M.D. auspicano che in tempi brevi il Paese si doti di uno strumento che garantisca diritto di cittadinanza e dignità di vita a quei cittadini cui oggi è concessa la sola interdizione.

LUPO e BORRACCETTI si dicono, infatti, preoccupati dal fatto che, in assenza di disposizioni più adeguate e rispondenti alle necessità del singolo in difficoltà, possa concretizzarsi il pericolo che in talune realtà, nel corso del processo di chiusura dei manicomi si promuovano interdizioni di massa.

Settembre 1997

Invito al Governo ed al Parlamento perché riprenda e si concluda la discussione sui progetti di legge

Psichiatria Democratica e Magistratura Democratica invitano il Governo ed il Parlamento a voler adoperarsi perché la Commissione giustizia della Camera dei Deputati riavvii la discussione ed il confronto-in Commissione Giustizia- sul testo unificato dei progetti di legge nn.960 e 4040, relativamente alle” Disposizioni in materia di funzioni del Giudice tutelare e dell’Amministratore di sostegno”. Le due Associazioni che nei mesi scorsi hanno trovato nell’ Onorevole Giuliano PISAPIA (allora Presidente della Commissione) un attento e sensibile interlocutore, oggi rinnovano l’invito a tutti coloro che hanno a cuore lo sviluppo di pratiche dei diritti, perché il testo della Commissione-con le opportune modifiche ed integrazioni- costituisca l’utile base di una discussione rapida e definitiva.

Napoli, Gennaio 1999

 

[24] http://www.giornalettismo.com/archives/915489/le-iene-il-forteto-e-il-potere-che-copre-gli-stupri-sui-bambini/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A%20giornalettismocom%20(Giornalettismo)

 

[25] Freud, Il disagio della civiltà.

 

[26] Banca Mondiale, Documento di lavoro del gruppo di ricerca Finanza e Sviluppo, gennaio 2000.

 

[27] L’università del Michigan ha messo a punto il prototipo di un piccolo robot spia simile a un pipistrello. Il congegno sarà usato dai militari. Il bat robot è un aeroplano che raccoglie dati su oggetti, persone, suoni e odori in zone di guerra. Poi trasmette le informazioni in tempo reale. City 4 febbraio 2008.

 

[28] Gli strateghi militari in Afghanistan tengono nel cassetto i libri sulla guerra in Algeria. Marc Thoerner, un giornalista che nel 2008/2009 si trovava in Afghanistan, riporta nel suo libro Afghanistan Code, edito nel 2010, conversazioni avute con soldati francesi: “L’ufficiale Guena addetto alla stampa paragona quanto accade nella regione di Kabul quel che accadeva in Algeria alla fine degli anni ’50: attacchi continui sulla popolazione civile, su chi insorge che trova sicuri in altri paesi, come allora il FLN (Fronte di Liberazione Nazionale) in Tunisia e Marocco. ‘Per questo qui a Kabul seguo diverse tecniche dimostratesi valide allora in Algeria’ (…).

   Un paragone ripreso in pieno da un altro luogotenente, Fricaz: ‘Dall’Algeria traiamo tante lezioni, anche si è un poco sviluppato ed ha perfezionato i suoi mezzi. Gli schemi sono gli stessi. Durante la battaglia d Algeri, 1957, la popolazione venne censita e infine ripartita in categorie, per conoscere le attività di ogni preciso gruppo di persone. In questa maniera si riusciva a scoprire, i Fellaghas, chi agiva o meno per l’insurrezione ’”. Quest’ultima affermazione dell’ufficiale francese, deve far riflettere sulla costante richiesta di censimenti da parte delle istituzioni.

 

[29] Evidentemente dire guerra civile evoca qualcosa di tremendo e traumatico.

[30] Sono le mistificazioni di un politologo, come se le guerre del passato erano combattute per motivi religiosi, etnici, o altro.

 

[31] Herfried Muenkler, Imperien.

 

[32] Metto tre virgolette la parola “sviluppo”, perché si pensa allo sviluppo capitalistico che genera solo ineguaglianze e sfruttamento.

 

[33] http://www.tmcrew.org7csa/138/wwi/caq62ogs.htm

 

[34] http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/fut_2_mil_2.htm

 

[35] ftp://ftp.rta.nato.int/PubFullText/RTO/TR/RTO-TR-071/TR-071-$$TOC.pdf

 

[36] In Francia i vigili urbani francesi potranno usare il Taser. Il governo francese ha deciso ha deciso di dotare 20.000 vigili urbani di Taser con scarica elettrica da 50.000 volt, che bloccano la vittima con una paralisi momentanea. Fonte: City giovedì 25 settembre 2008.

 

[37] http://punto-informatico.it/2124264/PI/News/onu-taser-sono-tortura.aspx

 

[38] A. Toffler, War and Anti-War, Survival at the Dawn of the 21 st Century (Londra, Little Brown & Morris 1994).

 

[39] Programma della CIA che aveva lo scopo di cercare ed eliminare gli attivisti Vietcong villaggio per villaggio. Si calcola che almeno 60.000 persone furono assassinate in conformità a questo programma.

 

[40] John Alexander, scrivendo su “Military Revew” (n. 12 dicembre 1980), la rivista specializzata disse: <esistono sistemi di armi il cui funzionamento si basa sui poteri mentali, le cui caratteristiche sono già state sperimentate>. L’articolo molto lungo s’intitolava: “The New Mental battlefield” (La nuova strategia mentale).

 

[41] Il 28 febbraio 1993 a Waco, in Texas, un gruppo di agenti dell’ATF (Alcohol, Tabacco and Firearms) bureau, cioè l’ufficio statunitense preposto al controllo di alcol, tabacco e armi da fuoco, attaccò in armi la comunità religiosa guidata da David Koresh, alla ricerca di armi illegali. Ne seguì un conflitto e un assedio di 51 giorni, che si terminò con l’uccisione di 4 agenti dell’ATF e di 86 seguaci di Koresh, lui compreso e 24 bambini. L’anno prima (1992), Randy Weaver, un suprematista bianco, divenne un eroe popolare quando resistente per oltre un anno, armi in pugno, all’arresto dei federali. Nello scontro finale a Ruby Ridge, perirono sua moglie e uno dei suoi figli. Weaver fu assolto dalla giuria da tutte le accuse, eccetto alcuni reati minori per i quali aveva già scontato 18 mesi di carcere. In seguito Weaver denunciò l’F.B.I. per l’omicidio della moglie e del figlio e nel 1995 vince la causa (l’F.B.I. gli pagò 3 milioni dollari).

A Waco durante l’assedio, l’FBI chiese l’aiuto di Smirnov un esperto russo di armi psicotroniche, come consulente. Egli suggerì di bombardare le persone asserragliate con suoni in apparenza simili al grugnire stridulo di maiali isterici. In questi suoni avrebbe dovuto esserci dei messaggi subliminali che invitavano gli assediati alla resa.

 

[42] L’esercito britannico è interessato a tale “raggio paralizzante”. Cfr. Rayfun Freezes Victims Without Caussing Injiuries, Sunday Times Londra 9 maggio 1998.

 

[43] Contorto destino quello di Alan Pinkerton, il fondatore dell’agenzia. Nato a Glasgow nel 1819, divenne militante del movimento proletario dei Cartisti, fu costretto a emigrare negli USA per ragioni politiche, per evitare di essere mandato in una colonia penale. Si potrebbe dire uno dei primi esempi di pentitismo nel movimento operaio.

 

[44] http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php

 

[45] Che riguarda le guardie e gli istituti di vigilanza e d’investigazione privata.

 

[46] La dinamica della sparatoria non è del tutto chiara, l’autopsia ha, infatti, rilevato pallottole di tipo diverso, pur dello stesso calibro della pistola di Arrigoni.

 

[47] I paracadutisti italiani della Folgore in Somalia si contraddistinsero per le torture ai prigionieri somali le fotografie furono pubblicate dal settimanale Panorama.

 

 

[48] Gioele Magaldi, Laura Maragnani, Massoni. Società a responsabilità illimitata. La scoperta delle Ur-Lodges, Chiarelettere, 2014.

 

[49] Questi processi non sono lineari. Non tutta la vecchia classe dirigente politica si pone sul terreno di resistenza alle trasformazioni in atto, una parte di essa sale sul treno di quello che possa sembrare il vincitore. In Italia c’è la spaccatura del vecchio triangolo che aveva governato gli anni ’80 il CAF (Craxi, Andreotti, Forlani). Da una parte si ha Craxi e dall’altra Andreotti e Martelli (l’ex delfino craxiano) che si pongono alla testa del “rinnovamento” (lotta alla Mafia, rivelazioni su Gladio).

 

[50] http://archiviostorico.corrier.it/1996/febbraio/07/Manolo_tornerà_Italia

 

[51] http://archiviostorico.corrier.it/1996/settembre/28/Adesso_Manolo_pentito

 

[52] http://paolofranceschetti.blogspot.it/2010/04/17-omicidi-non-per-caso-i-misteri-di.html

 

[53]                                                                 C.s.

 

[54] http://paolofranceschetti.blogspot.it/2007/12/il-mostro-di-firenze-quella-piovra-che.html

 

[55] http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmpbm30-0100856.htm

CONTROLLO DELLA MENTE E DEL PENSIERO UMANO

•maggio 21, 2018 • Lascia un commento

 

 

L’argomento del controllo della mente e del pensiero umano è un tema affascinante e controverso, del quale nel mondo contemporaneo si parla molto, soprattutto nel web.

Per affrontare il discorso in modo corretto si deve anzitutto cosa di deve intendere per controllo mentale.

Per controllo mentale bisogna intendere un insieme di processi di condizionamenti del pensiero e del comportamento, che per attuarlo nel XX scolo viene realizzato attraverso l’inserimento di microchip ed elettrodi.

   Uno degli strumenti usati è il lavaggio del cervello che è una tecnica che corrisponde ad una sorta di uccisione del senso di identità e di volontà di una persona o di un gruppo di persone. Il che corrisponde a una sorta di limbo culturale con cui concepire queste tecniche in forma lontana e inafferrabile. In definitiva non contrastabile.

Un’altra forma cui viene attuata è quella praticata nel mondo dei media e dello spettacolo, attraverso la quale, si tende a voler uniformare la struttura del pensiero collettivo a quella del Magus

Cosa bisogna intendere per Magus? E quale è il rapporto con la manipolazione?

La manipolazione è una diretta conseguenza del potere: non c’è potere senza manipolazione. Ognuno fa quello che vogliono altri, perché è manipolato. L’errore che molti di noi commettono è quello di soffermarsi sulla manipolazione di cui ci accorgiamo, senza capire come nasce il potere. Se non si capisce come funziona il potere, non si può decodificare la manipolazione, che del potere è figlia. Nel libro Dominio, Francesco Saba Sardi[1] spiega che il potere nasce quando l’uomo abbandona il nomadismo. L’uomo che non ha bisogno di conquistare, gestire, governare, coltivare e sfruttare la terra non ha neanche bisogno del potere. Quel bisogno nasce quando qualcuno diventa proprietario di un territorio. E quel territorio lo governa, lo gestisce, lo difende, lo sfrutta economicamente. E come nasce, il potere? Per un passaggio obbligato: la guerra. Devo fare una guerra per conquistare un territorio, per difenderlo, per conservarlo. Prendermi la terra significa che devo fare la guerra. Per poi coltivarla e sfruttarla, questa terra, che diventa sempre più grande (non posso coltivarmela la solo), devo avere dei servi. E per avere dei servi devo avere una religione. Alla fine, tutto questo, secondo Saba Sardi, si chiama “dominio”.

Il dominio è il rapporto tra la terra, la guerra e la religione: alla fine, configurano il potere. E’ chiaro che, per sfruttare gli altri,[2] li devo manipolare: perché mai una persona non manipolata dovrebbe farsi sfruttare da me? Questo meccanismo si chiama pensiero magico. Nel momento in cui io sono uno che conosce, io sono un “magister”. La radice “Mg”, in sanscrito, significa “conoscere”. Nel momento io cui io conosco, per espandere il mio essere e accrescere la mia consapevolezza, io sono un “magister”; nel momento in cui utilizzo questa mia conoscenza non per l’essere ma per il potere, e quindi per cambiare il comportamento degli altri, allora io sono “magus”. Si passa dal “magister” al “magus”: il “magus” è l’elemento che caratterizza il potere, e quindi è l’elemento che manipola. E’ il “magus”, il pensiero magico, la fonte della manipolazione. Il pensiero magico stabilisce un’area all’interno della quale non valgono le regole vere, quelle dell’universo; valgono le regole del “magus”, e quel territorio si chiama “cerchio magico”. Il mago faceva un gesto, tracciava un cerchio, e all’interno di quel cerchio non valevano più le regole del mondo, valevano le regole per cui aveva ragione lui, essendo lui lo strumento del potere – che poteva essere sacerdotale, regale o di qualunque altra natura.

Noi siamo talmente contaminati e impressi di pensiero magico che ne viviamo fin dalla prima infanzia. I genitori dicono a loro figlio “non fare questa cosa perché è sbagliata”, “non farla perché viene l’Uomo Nero”. Quello è pensiero magico, perché si stabilisce una regola diversa da quella della natura: nella natura non esiste, l’Uomo Nero. Sembra una cosa piccola, ma poi ci segna. Tutti quanti scegliamo le vie magiche: il Superenalotto che ci cambia la vita, la grande vincita, la fortuna, la sfortuna. Tutti quanti preferiamo disegnare itinerari che ci mettono in condizione di essere all’interno di cerchi magici, dove poi siamo manipolati: chi pone le regole di quel cerchio ci fa fare quello che vuole lui, senza che neanche ce ne accorgiamo. Il tonno Rio Mare, “così tenero che si taglia con un grissino”, ha dietro un’operazione magica: trasformare un difetto in una qualità. E’ magia. Un tonno non può essere tenero; se è tenero, è perché lo fanno con le frattaglie pressate. Ma è “così tenero che si taglia con un grissino”, e voi infatti lo comprate. Sono le manipolazioni della pubblicità, e sono operazioni magiche: io vi costringo ad accettare non le regole della natura, che imporrebbero di capire cos’è un tonno, ma le mie regole.

Le tecniche usate dal Magus sono note da tempi immemori, oggi sono usate su vasta scala grazie ai mezzi di comunicazione di massa, che sono in gradi di portare consecutivamente la volontà del Magus a milioni direttamente nelle menti delle persone.

Questo tipo di tecnica è molto semplice quanto efficace ed oggi è alla base di materie come la Programmazione Neuro Linguistica (PNL). Questa tecnica di controllo della comunicazione propone alle persone tutta una serie tutta una serie di consigli che consentono di cambiare atteggiamento e di creare nuove forme di “spontaneità” adatte alle differenti circostanze della vita. Originaria degli USA, la PNL viene presentata come una tecnica in grado di indurre rapidamente di raggiungere la felicità. I suoi “inventori”, Richard Bandler[3] e John Grinder[4] vogliono convincere che tutto coloro che hanno avuto successo nella vita condividano i medesimi atteggiamenti e la medesima gestualità. Per questo motivo, la PNL tende a riprogrammare il cervello, allo scopo di aggiungervi nuovo potenziale. Come suggerisce il nome, la programmazione neuro-linguistica può riuscirci grazie alla sua azione sulle capacità comunicative. Nello specifico, il suo scopo è quello di identificare i comportamenti e i riflessi inopportuni, e quindi sostituirli con atteggiamenti e reazioni più positive. Il principio, dunque, è semplice: la PNL propone innanzitutto il sistema relazionale di un individuo, in particolare in occasione delle sue esperienze di fallimento; in una seconda fase, prevede di migliorare la percezione delle situazioni e infine interviene nella riprogrammazione di attitudini differenti più positivi.

Come si diceva prima, la manipolazione è sempre esistita. Come già osservava Platone, esistono due generi di discorsi: i discorsi che cercano di procedere lungo il cammino della conoscenza e quelli che mirano a ottenere benefici che esulano dall’ordine del discorso, e che sono competenza della sofistica, una tecnica linguistica intrisa di menzogna e manipolazione. Ma i classici sapevano distinguere tra il discorso del filosofo e quello sofista. Usare argomenti fallaci per rendere le proprie posizioni indiscutibili era considerata una pratica deplorevole. Aristotele, ancor più di Platone analizzerà e sottoporrà a severa critica, nelle Confutazioni sofistiche, la falsa argomentazione implicita nel metodo sofistico: proporrà una classificazione dei diversi sofismi; indagherà a fondo ed esaminerà i paralogismi più diversi (ragionamenti falsi che sembrano rigorosi), consegnerà ai lettori i mezzi per confutare gli argomenti ingannevoli.

Queste tecniche definite “di persuasione”, sono usate nella psichiatria e nella psicologia, sono oggetto di studio da parte della neuropsichiatria e delle più moderne branche della scienza di frontiera dove si studiano l’interazione tra la mente umana e la cibernetica e la robotica.

Questa tecnica si basa sull’induzione attraverso molteplici modi diversi di uno ipnotico delle masse, durante il quale è possibile seminare nell’inconscio di ogni singolo individuo dei comandi, nelle credenze artefatte, delle paure, le quali, in un tempo più o meno breve si radicano nell’inconscio del soggetto sino a cambiarne la mentalità che finirà per coincidere con quella degli altri individui oggetto dell’opera del Magus.

Esistono molte tecniche verbali, gestuali, che mareggiate da un operatore esperto sono in grado di indurre uno stato ipnoide in una persona, oltre che gli svariati supporti vegetali o chimici delle varie sostanze o droghe in grado di indurre, in chi le assume, stati alterati di coscienza congeniali al conseguimento del controllo del pensiero: fondamentalmente sono queste tecniche che per diversi secoli dai maghi e dagli stregoni di tutte le congreghe e latitudini, per manipolare a loro piacimento le più disparate personalità.

Ma oggi, nel mondo contemporaneo, dal momento che è stato scoperto che lo stato ipnoide e gli stati alterati di coscienza utili al conseguimento della pratica del controllo del pensiero, si verificavano contingentemente all’emissione da parte del cervello di determinate elettromagnetiche, le quali sono direttamente proporzionali al determinato stato di coscienza preso in esame, è stato compreso che se determinate onde emesse dal sistema elettromagnetico del cervello, durante un determinato stato di coscienza, sono conseguenti di esso altresì è ugualmente possibile indurre in un soggetto un determinato stato alterato tramite l’interferenza di campi ed onde elettromagnetiche , le quali entrando in contatto con il campo generato dal cervello sono in grado di modulare le determinate onde relative allo stato di coscienza.

Tutto ciò ha determinato in determinati ambienti esoterici/oscurantisti una nuova branca della Magia definita Tecno Magia[5] nella quale di utilizzano supporti tecnologici insieme alle classiche operatività magiche, affinché si possa ottenere un risultato migliore, più duraturo e con un minor dispendio di energie.

Nel corso della vita quotidiana tutti gli esseri umani sperimentano diversi stati coscienza. Ad esempio, nell’arco di un intera giornata, tra la luce del mattino e il buio della notte, l’individuo si muove da uno stato ordinario di veglia ai diversi stadi di sonno.

Esistono poi anche gli stati di coscienza impropriamente definiti “straordinari”, che fanno parte dell’esperienza umana comune: quando ad esempio una persona si sente creativa, insolitamente intuitiva, eccezionalmente lucida, profondamente rilassata.

Ordinari o straordinari che siano tutti gli stati di coscienza sono dovuti all’incessante attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso onde elettromagnetiche. La frequenza di tali onde, calcolata in cicli al secondo, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello è impegnato.

Comunemente si suddividono le onde in quattro bande, che corrispondono a quattro fasce di frequenza riflettenti le diverse attività del cervello.

Le onde cerebrali sono fluttuazioni ritmiche delle tensioni fra i diversi componenti del cervello.

I quattro stati più comuni di queste onde sono: Delta, Theta, Alpha e Beta.

La frequenza di tali onde è relativa allo stato di coscienza e talo stato correla con certe emozioni e/o funzioni mentali. Le diverse frequenze di onde cerebrali di onde cerebrali sono presenti in quantità variabili in diversi parti del cervello. Lo stato di coscienza è relativo alle onde dominanti in un dato momento.

Le Onde Delta hanno una frequenza tra 0,5 e 4 Hz sono associate al rilassamento psicofisico molto profondo. Le onde cerebrali a minore frequenza sono quelle proprie dalla mente inconscia, del sonno senza sogni, dell’abbandono totale, e pare delle esperienze di pre-morte di coma.

Secondo alcuni vengono prodotte durante i processi inconsci di autogenerazione. In questo stato si è solitamente incoscienti della realtà fisica.

Questo stato di coscienza di solito è privo di sogni e, fisiologicamente, può essere ottenuto ad esempio da un esperto di meditazione.

Le onde Theta, invece hanno la frequenza fra i 4 ed i 8 Hz e sono proprie della mente impegnata in attività di immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa.

Tendono ad essere prodotte ad occhi chiusi e corpo fermo con un’intensa attenzione rivolta all’interno e durante la meditazione profonda, il sogno ad occhi aperti, la fase REM del sonno (in altre parole quando si sogna) e in stato di ipnosi profonda. Nelle attività di veglia le onde Theta sono il segno di una conoscenza intuitiva e di una capacità immaginativa radicata nel profondo.

Genericamente vengono associate alla creatività e alle abitudini artistici.

Le Onde Alpha hanno una frequenza che varia da 8 a 14 Hz e sono associate a uno stato di coscienza vigile, ma rilassata. La mente, calma e ricettive, è concentrata sulla situazione di problemi esterni, o sul raggiungimento di uno stato meditativo leggero.

Le onde Alpha dominano nei momenti introspettivi o in quelli in cui più acuta è la concentrazione per raggiungere un obiettivo preciso. Sono tipiche, per esempio, dell’attività cerebrale di è impegnato in una seduta di meditazione, yoga, taiji.

Le onde Beta hanno una frequenza bassa che varia da 14 a 40 Hz e sono associate alle normali attività di veglia, quando siamo concentrati sugli stimoli esterni, con occhi aperti e focalizzazione esterna.

Le onde Beta sono infatti alla base delle nostre fondamentali attività di sopravvivenza, di ordinamento, di selezione e valutazione degli stimoli che provengono dal mondo che ci circonda. Per esempio, leggendo queste righe il nostro cervello produce onde Beta. Esse, poi, ci consentono la reazione veloce rapida di azioni.

Nel momento di stress o di ansia le onde Beta ci danno la possibilità di tenere sotto controllo la situazione e di dare veloce soluzione ai problemi.

Le onde Gamma invece sono onde molto veloci (41-100 Hz), individuate in epoca recente rispetto alle altre e quindi ad oggi conosciute in modo meno approfondito. Non sono infatti facili da registrare a causa della loro ridottissima ampiezza. Sono riscontrabili in momenti di massima performance (fisica e mentale) e profonda concentrazione, oltre che durante esperienze mistiche e trascendentali.

Un caratteristica di queste onde è la sincronizzazione della loro attività in vaste aree del cervello.

Nel 1665 il fisico, astronomo e matematico olandese Cristiian Huygens[6] che fu tra i primi a postulare la teoria ondulatoria della luce, osservò che disponendo a fianco e sulla stessa parete due pendoli, questi tendevano a sintonizzare il proprio movimento oscillatorio, quasi volessero assumere lo stesso ritmo. Dai suoi studi deriva quel fenomeno che oggi viene chiamata risonanza.

Nel caso dei due pendoli, si dice che uno fa risuonare l’altro alla propria frequenza.

Allo stesso modo e per lo stesso principio, se si ripercuote un diapason che produce onde alla frequenza fissa di 440 Hz e lo si pone vicino un secondo diapason “silenzioso”, dopo un breve intervallo quest0ultimo comincia anch’esso a vibrare.

La risonanza può essere verificata anche nel caso delle onde cerebrali. Studi che si sono serviti dell’elettroencefalogramma, hanno mostrato un evidente correlazione tra lo stimolo che proviene dall’esterno e le onde cerebrali del soggetto in esame.

Inizialmente, le ricerche in questo campo utilizzavano soprattutto la luce, poi, si è passati ai suoni ed alle stimolazioni elettromagnetiche. Si è osservato che il cervello è sottoposto ad impulsi (visivi, sonori o elettrici) di una certa frequenza, la sua naturale tendenza è quella di sintonizzarsi su tale frequenza.

Il fenomeno è detto “risposta in frequenza”. Per esempio, se l’attività cerebrale di un soggetto è nella banda delle onde Beta (quindi, nello stato di veglia) e il soggetto viene sottoposto per un certo periodo a uno stimolo di 10Hz (onde Alpha) il suo cervello tende a modificare la propria attività in direzione dello stimolo ricevuto. Il soggetto dunque allo stato di rilassamento proprio delle onde Alpha.

Il cervello umano è composto da due emisferi cerebrali: il destro il quale è archetipicamente e simbolicamente associato alla parte femminile e Lunare, quella che esotericamente viene definita anima.

Il sinistro simbolicamente ed archetipicamente associato alla parte maschile del sé, quello che sempre esotericamente viene chiamato spirito.

Ogni emisfero ha competenze proprie: l’occhio sinistro, l’orecchio sinistro e tutta la parte sinistra del corpo sono connesse all’emisfero destro, di qui la famosa associazione metaforica con la via della mano sinistra prettamente allineata con la dimensione lunare; l’occhio destro e tutta la parte destra del corpo sono connesse all’emisfero sinistro, da qui la famosa associazione metaforica con la via della mano destra prettamente allineata con la dimensione solare.

I due emisferi, poi, funzionano in modo diverso, elaborano tutti i processi informativi, secondo motivi distinte. Al fine di indurre il cervello a produrre una frequenza destinata, ad esempio Theta, può essere impiegata una particolare tecnica, detta ritmo biauricolare e o binaurale, che opera in modo seguente: se l’orecchio sinistro viene stimolato con un suono portante alla frequenza, poniamo di Hz e l’orecchio destro con uno a 506 Hz, la differenza di 6 Hz viene percepita dal cervello (e solo dal cervello, perché è una frequenza che sta al di fuori dello spettro sonoro) che è stimolato a produrre una frequenza simile (entra cioè in risonanza con ritmo biauricolare di 6 Hz).

Tale tecnica può essere impiegata ad esempio per indurre una situazione di calma e tranquillità nella persona. Nella prima fase della procedura ipnotica “standard” di induzione, si verifica un primo cambiamento dello stato di coscienza del soggetto. In linea di massima possiamo dire che il soggetto passa da uno stato ove predominano le onde Beta, ad uno stato dove predominano le onde Alpha.

Nel processo di rilassamento a queste variazioni cerebrali si accompagnano un rallentamento anche di altre attività (numero degli atti respiratori, profondità degli stessi, frequenza cardiaca ecc.) in sintesi, si assiste ad un aumento dell’attività trofotropica[7] legata all’incremento dell’attività parasimpatica.[8]

In seguito, con l’incremento dell’attenzione della persona rivolta verso l’interno e l’approfondimento della trance, si manifesta un predominio delle onde Theta, più lente delle Alpha, che caratterizza la trance vera e propria.

È da notare che le onde Theta si manifestano di solito nel periodo che precede il sogno (fase ipnagogica), questo stato, che normalmente è vissuto passivamente o fugacemente, nell’ipnosi viene mantenuto per tutta la seduta a fini terapeutici.

Durante questo passaggio l’individuo vive la destrutturazione del suo stato di coscienza, potrebbe anche avvertire delle sensazioni di spersonalizzazione o di irrealtà. Lo schema del corpo può alterarsi diventano evanescente e spesso si presentano fantasie e immagini fugaci.

La persona comincia a far fatica a seguire il senso parole dell’ipnotista anche se sente un forte legame con la stessa. Più che al contenuto semantico della parola, la persona potrebbe, in questa fase, essere sensibile e quindi reagire, agli aspetti ritmico – prosodici del discorso.

A questo livello l’operatore, riconoscendo i segnali fisiologici della trance, comunque, passa all’utilizzo di un linguaggio metaforico – allegorico proprio dell’emisfero destro, che nel frattempo è divenuto l’emisfero dominante.

Tra l’altro si è scoperto, tramite la PET (tomografia ad emissioni di positroni), che le realtà prodotte in ipnosi sono virtuali sino a un certo punto, poiché le persone a cui si comanda di pensare a correre su un prato; attivano i medesimi percorsi neuronali di una vera corsa.

Bisogna fare una differenza tra controllo mentale/comportamentale e il controllo del pensiero.

Per controllo mentale/comportamentale bisogna intendere una manipolazione i cui effetti sono molto più evidenti di quelli generati da un semplice controllo del pensiero, la persona presumibilmente e perennemente in uno stato ipnotico nel quale esegue i comandi del magus o dell’operatore come un autonoma, privato di alcun senso critico e delle propria personalità in ogni sfaccettature. Per la natura terribilmente invasiva della pratica e per gli effetti drasticamente deleteri se protratti a lungo termine, solitamente il controllo comportamentale e delle mente viene su un individuo per un breve lasso di tempo, affinché porti a termine la volontà del Magus (si può ipotizzare che vittime possano essere controllati da diversi Magus o per essere precisi se lo passino a vicenda)[9] dopo di che si tenderà a destarlo dallo stato ipnoide, poiché non conserverà alcun ricordo di quanto avvenuto.

Questo tipo di manipolazione oscura si può ipotizzare che sia uscita dai circoli magici della tradizione esoterica ed iniziatica, per essere rinchiusa nei laboratori di ricerca scientifico militare di diversi Stati (a partire dagli USA), dai quali sono stati distillati una serie di pratiche più o meno barbare in grado di permetter agli Adler (i controllori) in qualsiasi momento, attraverso un semplice e banale comando vocale, potesse ripotarlo (anche a distanza ad esempio usando un telefono) di nuovo allo stato ipnoide, impartirgli qualsiasi ordine affinché questo la eseguisse, ed infine, terminato l’incarico affidatogli, impartire un nuovo comando che lo destasse dall’ipnosi, cancellandogli consecutivamente qualsiasi ricordo della vicenda.

Questi stregoni (magari dei folli malati di delirio di onnipotenza di onnipotenza per via delle conoscenze che hanno) travestiti di scienziati e da militari, da almeno cinquant’anni non solo hanno manipolato le loro cavie/vittime attraverso programmi segreti sponsorizzati dalle multinazionali e (segretamente) dai contribuenti dei vari Stati che gestivano il controllo mentale.

Se qualcuno si potrebbe stupire quando si mette la parola di Stregoni e di Magus per chi gestisce i programmi di controllo mentale, pensi solamente a personaggi come Aquino ex membro della Chiesa di Satana e fondatore del Tempio di Set, iniziato a molteplici cenacoli di poliedrica matrice e soprattutto esperto militare della guerra psicologica.

Proprio grazie a un documento scritto dal colonello P. Valley e da M. Aquino intitolato From PSYOP to Mindwar: The Psychology of Victory[10] si afferma del possesso da parte dell’esercito USA di un sistema d’arma che serve per mappare le menti e mondificarle secondo i loro interessi.

Questa tecnica sarebbe stata usata nel Vietnam tra il 1967 e il 1968 e sarebbe sta causa della resa di diversi reparti di Vietcong.[11]

La Marina degli USA era anch’essa pesantemente coinvolta nella ricerca sul controllo mentale.

Personaggi come Aquino non hanno fatto altro che mettere in atto su vasta scala alcune delle proprie conoscenze occulte di Magus, integrandole con supporti tecnologici, entrando così nel campo di quel ramo che si potrebbe definire Teknomagia dal quale si sono sviluppate branche come la Psicotronica, le quali si sono sommate, ai metodi più antichi di cui sopra come l’uso di droghe, l’ipnosi, l’utilizzo di supporti elettromagnetici, i quali come abbiamo visto sono in grado di interferire con il campo elettromagnetico del cervello umano alterandone le funzionalità ed inducendo facilmente lo stato ipnotico necessario all’Operatore per innestare della persona/vittima qualsiasi ordine o comando.

Tutti gli esseri umani sono potenzialmente ipnotizzabili, ovviamente ci sono diversi livelli di suggestionabilità, quest’ultima sicuramente influisce sulla facilità con la quale è possibile mettere in ipnosi un determinato soggetto. Oggi con le tecnologie e con le conoscenze ed esperienze radicate in diversi settori, che sin dal secondo dopoguerra hanno condotto esperimenti e ricerche in laboratori, nessun essere umano può sentirsi al sicuro o esente dalla possibilità di essere messo, inconsapevolmente, sotto controllo comportamentale e mentale.

E se fino a qualche tempo fa, le tecniche spersonalizzazione usate in queste officine, in cui si fonde, scienza e conoscenza magica, fisica e metafisica, queste erano invasive e brutali e richiedevano un trattamento fisico sulla persona di una durata che poteva andare fino a 21 giorni, oggi le tecniche si sono affinate e i tempi molto abbreviati, soprattutto grazie alle nuove tecnologie.

Detto questo, voglio precisare che bisogna riflettere su quanto sia sottile ed impercettibile il confine tra la realtà degli eventi e la finzione e su quanto sia facile per molti epigoni definiti che sarebbe bene definire dal mio modesto punto di vista “clerico-complottista”, confezionare racconti intrisi di dietrologia spiaccia e di stupidaggini costruite ad arte con frammenti di verità ed elementi verosimili; il tutto servito su di un piatto d’argento per le menti più labili.

 

 

 

 

 

[1] Francesco Saba Sardi, (1922-2012). Scrittore, saggista e traduttore italiano.

 

[2] Aggiungo io, che potere deve essere associato a classi sociali, perciò il rapporto diventa tra classe dominante e classe dominante, che classe che ha necessità di manipolare e classe che deve essere manipolata ai fini dello sfruttamento.

 

[3] Richard Wayne Bandle, (1950-…). Psicologo e saggista statunitensi. È stato cofondatore assieme a John Grinder della PNL,

 

[4] John Grinder (1940-…). Linguista, saggista USA. Cofondatore della PNL

 

[5] http://maestrodidietrologia.blogspot.it/2015/03/intervista-al-mago-nero-fratello-raum_

 

[6] Cristiian Huygens (1629-1695). Matematico, fisico e astronomo olandese.

 

[7] Trofotropico, sistema anatomofunzionale a prevalente localizzazione nell’ipotalamo posteriore, la cui stimolazione provoca effetti di attivazione parasimpatica, e di riduzione dell’attività corticale, muscolare e comportamentale. Fonte http://www.unive.it/media/allegato/download/Scienze/Materiale%20didattico%20Perin/Ambiente%20e%20salute/Glossario_di_Ambiente_e_Salute.pdf

 

[8] Sistema parasimpatico. Sistema In anatomia, una delle due sezioni costituenti il sistema nervoso vegetativo essendo l’altra costituita dall’ortosimpatico. La parasimpaticotonia è la prevalenza dell’eccitabilità della porzione parasimpatica del sistema nervoso vegetativo rispetto a quella simpatica, detta anche vagotonia; rappresenta talora una caratteristica familiare; può essere generalizzata o localizzata a una parte del p. (parasimpaticotonia sacrale o cranica). Si manifesta con rallentamento della frequenza cardiaca, ipotensione arteriosa, restringimento delle pupille (miosi), pelle fredda, pallida e sudata.

I parasimpaticolitici sono farmaci che inibiscono la funzione del sistema nervoso p.; alla classe appartengono alcune sostanze di origine vegetale, per lo più di natura alcaloidea (atropina, scopolamina ecc.), e numerosi composti di sintesi (derivati dal dietilaminoetanolo, esteri dell’acido tropico ecc.). Essi agiscono sugli organi recettori periferici, bloccando l’azione dell’acetilcolina, per cui sono detti anche anticolinergici: la loro azione farmacodinamica si manifesta con midriasi, tachicardia, diminuzione di alcune secrezioni (salivare, gastrica, sudorale ecc.), rilassamento della muscolatura bronchiale, delle pareti intestinali e di altri organi a muscolatura liscia. In terapia sono indicati contro l’ipercloridria, l’iperidrosi, nelle sindromi parkinsoniane.

I farmaci parasimpaticomimetici riproducono gli effetti della stimolazione delle fibre post-gangliari parasimpatiche. Appartengono a questa classe l’acetilcolina, che ne è il capostipite; alcuni derivati sintetici della colina e la muscarina, che agiscono su recettori colinergici; l’eserina, o fisostigmina, che raggiunge l’effetto parasimpaticomimetico inattivando la colinesterasi; la pilocarpina e l’arecolina, che sembrano agire direttamente sui tessuti reattivi (fibrocellule muscolari, epiteli ghiandolari). Clinicamente l’azione di questi farmaci si manifesta con miosi, bradicardia, abbassamento della pressione arteriosa, aumento della salivazione, della secrezione gastrica e sudorale, della peristalsi intestinale ecc.

 

[9] Possiamo ipotizzare che in questi scambi si sorto un autentico business.

 

[10] https://archive.org/stream/pdfy-Mv-q4qGq8_TBPcwL/Michael+Aquino+%28US+Satanist%29+-+From+PSYOP+to+MindWar+-+The+Psychology+of+Victory+%281980%29_djvu.txt

 

[11] http://maestrodididietrologia.blogspot.it/2015/03/intervista-al-mago-nero-fratello-raum

CRISI E ARMAMENTI

•maggio 16, 2018 • Lascia un commento

 

 

Dopo il crack della Borsa del 1929, si potenziò l’intervento dello Stato nell’economia sia negli U.S.A. che in Europa.

 

Questa tendenza dell’intervento statale nella direzione dell’economia diventa permanente e sempre più massiccio; si afferma così in tutti i paesi la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale.

 

Questa tendenza al capitalismo di stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta una novità rispetto al capitalismo classico, anzi né è l’estrema conseguenza. E’ un chiaro esempio della decadenza del capitalismo. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali ecc. non sorgono, come conseguenze della prosperità economica, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo d’industria, il controllo dello Stato nell’economia nazionale serve a impedire, attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni. E il primo grande impulso all’estensione dell’intervento statale è stato dato dall’economia di guerra durante la prima guerra mondiale imperialista.

 

Ci sono, però, motivi più profondi che hanno fatto sorgere queste forme di gestione collettiva dell’economia, esse nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto dal carattere collettivo delle forze produttive con i rapporti di produzione. Per far fronte a questo contrasto, la borghesia crea istituzioni e procedure, che sono delle mediazioni di esso. Esempio di queste istituzioni e procedure sono le banche centrali, il denaro fiduciario, la contrattazione collettiva del lavoro salariato, la politica economica dello Stato.

 

E’ nel periodo successivo alla crisi del ’29, che nei circoli accademici anglo-americani, con testa Keynes, si affermò l’idea di dare un governo all’economia capitalista. Idea non nuova, giacché si riprendevano le tesi del “capitalismo organizzato” di ideologi borghesi quali Sombart, Liefaman, Schulze-Gaevenitz e riprese poi dai teorici della Seconda Internazionale quale Kautsky e Hilferding. Queste posizioni erano state favorite dal fatto che nel periodo 1870/1914 ci fu un lungo periodo di assenza di guerra fra i paesi imperialisti. I teorici del “capitalismo organizzato” sostenevano che nella società borghese “moderna” si riduceva progressivamente il campo delle leggi economiche operanti e si ampliava in modo straordinario quello della regolamentazione cosciente dell’attività economica per opera delle banche. Queste teorie del “capitalismo organizzato” naufragarono nelle trincee della prima guerra mondiale imperialista, ma, come si diceva prima, furono riprese nel periodo della grande depressione dell’inizio degli anni ‘30.

 

Keynes sosteneva che la stagnazione era dovuta alla mancanza d’investimenti produttivi da parte degli industriali; per questo, come via di uscita dalla crisi, propugnava l’aumento della spesa pubblica, anche in condizioni di deficit statale, al fine di sostenere la domanda totale per i beni d’investimento e consumo: manovrando questa domanda e mettendo degli “incentivi a spendere” si poteva mantenere un livello di produzione che limitasse la disoccupazione.

 

Il presidente degli Stati Uniti, F.D. Roosevelt, grazie anche alla spinta delle lotte prodotte dalla crisi di enormi masse di lavoratori e di disoccupati, varò un grande piano d’investimenti per l’espansione e l’ammodernamento delle infrastrutture, nell’intento di sostenere la domanda globale e riavviare il ciclo espansivo dell’economia. Queste misure si rilevarono, di fatti insufficienti a sconfiggere la crisi. Gli U.S.A. e tutto il mondo capitalistico uscirono dalla crisi solo in seguito alle immani distruzioni operate dalla seconda guerra mondiale imperialista.

 

Se si esamina la dinamica degli avvenimenti politici che si sono succeduti dalla crisi del ‘29, si nota che il mondo è stato scosso da eventi di grande e significativa portata. Si inizia con la caduta della monarchia spagnola (aprile 1931) all’avvento di Hitler in Germania (gennaio 1933) all’apertura delle campagne militari dell’imperialismo giapponese in Cina fino alla guerra di Etiopia (1935) e alla guerra civile spagnola (1936-1939).

 

La borghesia come risposta alla crisi e per salvare l’ordinamento capitalista, attraverso lo Stato (che è il comitato di affari della borghesia), ha sviluppato l’industria delle armi, mettendo in crisi la pace mondiale e favorendo l’ascesa del fascismo.

 

Un’acuta analisi di M. Kalecki, contenuta in un articolo presentato alla Marshall Society di Cambridge nel 1942, egli diceva: “Durante la grande depressione degli anni ’30, in tutti i Paesi tranne che nella Germania nazista, si è registrata la netta opposizione nel mondo degli affari contro ogni esperimento tendente ad utilizzare la spesa pubblica per espandere l’occupazione (…) ma se durante le fasi recessive, il massimo desiderio degli imprenditori è quello di subentrare presto una fase di veloce espansione: perché dunque non accettano di buon grado il boom “artificiale” che il Governo è in grado di offrire?

   Le ragioni possono venire distinte in tre categorie: (1) l’avversione per l’interferenza statale, in quanto, tale nel campo dell’occupazione, (2) l’avversione per il tipo di orientamenti impressi alla spesa pubblica (investimenti pubblici, sostegno ai consumi, (3) l’avversione per i mutamenti sociali derivanti dal perdurare della piena occupazione (…) in un regime di piena occupazione permanente, la minaccia del licenziamento perderebbe tutta la sua efficacia di misura disciplinare. La posizione sociale del padrone non avrebbe più dei contorni netti, mentre i lavoratori acquisterebbero una maggiore coscienza di classe (…). Una delle più importanti funzioni del fascismo, nella forma che attualmente riveste nel sistema nazista, consiste nel rimuovere le obiezioni dei capitalisti contro il pieno impiego. L’avversione per la spesa pubblica, sia sotto dorma di investimenti pubblici che di sussidi al consumo, viene superata concentrando la spesa negli armamenti.

 

   Il fatto che gli armamenti costituiscono la spina dorsale della politica fascista per la piena occupazione, viene ad esercitare una profonda influenza sul piano economico. Un riarmo su larga scala non può prescindere dall’espansione delle forze armate e dalla predisposizione di piani per una guerra di conquista, ciò che, per competizione, induce al riarmo anche gli altri paesi. Questo fa sì che l’obiettivo principale della spesa cessi gradualmente di essere il pieno impiego per identificarsi con la garanzia di massimi risultati nel campo degli armamenti.

 

Un” economia degli armamenti” implica, in particolare dei consumatori assai più limitati di quanto dovrebbero essere in una situazione di pieno impiego.

 

Il sistema fascista esordisce sopprimendo la disoccupazione, si sviluppa determinando una “economia degli armamenti” dominata dalla penuria, e sfocia inevitabilmente nella guerra”.[1]

 

L’ordine hitleriano era riuscito ad aprire ai capitalisti tedeschi colpiti dalla grande recessione vaste prospettive di profitti. Un mese dopo l’ascesa al potere, Hitler rivolgeva una nota di politica industriale alla Federazione Tedesca dell’industria Automobilistica presieduta da F. Porsche. I provvedimenti contenuti in questa nota prevedevano la costruzione di infrastrutture, agevolazioni fiscali e sovvenzioni all’esportazione, la messa a disposizione di manodopera e di materie prime a basso costo, oltre che di crediti rilevanti.

 

Decine di migliaia di imprese approfittarono del grande sviluppo dell’industria degli armamenti, dell’esproprio della borghesia ebraica e dai saccheggi della Wermacht. Parallelamente la nuova legislazione del lavoro significò la distruzione delle istituzioni della classe operaia edificate in oltre un secolo di lotte.

 

IL SECONDO DOPOGUERRA

 

Nell’immediato dopoguerra, anche grazie al Piano Marshall che permise di investire i capitali eccedenti americani nella ricostruzione delle industrie europee dalla guerra, l’economia americana era una macchina che filava a tutto vapore: “Con la fine del conflitto, l’economia americana si venne a trovare nella spiacevole situazione del tuffatore che spiccata, la corsa sul trampolino, si accorge che non c’è più acqua nella piscina. Era necessario riconvertire, cioè passare alla produzione di pace; era soprattutto necessario che la spesa privata, compressa durante tutto il conflitto, aumentasse in breve tempo in misura sufficiente per permetter alle industrie belliche di non ridurre il ritmo produttivo e con esso l’occupazione; tutto ciò mentre il ritorno dei giovani alla vita civile poneva il problema di trovare loro un lavoro.

 

Negli anni dell’immediato dopoguerra, 1945-48, l’economia americana fu convertita alla produzione civile senza problemi. Non avendo subito danni fisici durante la guerra, gli Stati Uniti raggiunsero un livello di prosperità molto elevato. La domanda dei consumatori, spinta anche dall’aumento del numero delle famiglie, dovuto al ritorno dei soldati, era molto forte, particolarmente per i beni che non erano di denaro liquido. La domanda delle imprese per investimenti era stata molto scarsa durante la guerra, in modo che anche nel settore industriale vi era una forte domanda arretrata”.[2]

 

La guerra di Corea (1950-1953), nell’immediato dopoguerra portò a una “forbice” nell’apparato industriale USA tra l’industria bellica completamente dipendente dalla spesa statale e le industrie escluse dai contratti per le spese militari. Durante la presidenza Eisenhower lo stanziamento per le spese militari era di 40 miliardi di dollari; alla fine del suo mandato Eisenhower denunciò: “…nei Consigli dello Stato, occorre guardarsi dall’acquisizione di autorità non delegata, ricercata con malizia, da parte del complesso militare – industriale. Le possibilità di un tragico spostamento di potere esistono e sono destinate a perdurare”. Fu Eisenhower a coniare il termine “complesso militare – industriale”. È stato stimato che negli Stati Uniti nel 1958 le spese destinate a ciò che eufemisticamente è chiamata “difesa” ammontavano a più dell’11% del prodotto nazionale loro, e che nel Regno Unito essi si avvicinavano all.8%, cifre che, in ciascuno dei due paesi, sono pressappoco uguali al volume degli investimenti industriali produttivi. Ciò significa che arrestando questa corsa al riarmo si potrebbe grosso modo raddoppiare la capacità produttiva del sistema industriale, senza per questo imporre alcun sacrifico straordinario né creare delle pressioni inflazionistiche maggiori di quelle sperimentate in passato. E anche se una simile politica viene ufficialmente ripudiata, appare assai evidente che l’amministrazione degli Stati Uniti fa affidamento sull’intensificazione delle spese militari come correttivo contro ogni minaccia di recessione”.

In sostanza lo Stato della borghesia imperialista americana – reduce dalla crisi del ‘29 e da una guerra mondiale – capì abbastanza rapidamente la funzione anticiclica della produzione bellica, in altre parole la possibilità di contrastare i rallentamenti ciclici usando gli investimenti militari come volano per l’intera economica.

 

 

LE CRISI AMERICANE DEGLI ANNI ’60 E ’70

 

 

Gli Stati Uniti si trovano in crisi da molto tempo prima che gli europei se ne rendessero conto. Kennedy fu eletto presidente sulla base di una piattaforma bellicista. Appena eletto denunciò la crisi nel suo messaggio inaugurale del 1961: “L’attuale stato delle nostra economia è preoccupante. Assumo l’ufficio sulla scia di recessione, tre anni e mezzo di economia fiacca, di sette anni di sviluppo ridotto, e di nove anni di caduta del reddito agricolo…A parte un breve periodo nel 1958, la disoccupazione registrata è la più alta della nostra storia. Dei cinque milioni e mezzo di americani che sono senza lavoro, più di un milione sono in cerca di un posto da più di quattro mesi… In breve l’economia americana è nei guai. Il più ricco paese industrializzato del mondo è quello che ha il minor tasso di sviluppo economico”.

 

Negli anni ‘60 vi fu un grande aumento della produzione negli USA. La politica adottata fu quella del “burro e cannoni” cioè iniziare la guerra del Vietnam, finanziare la corsa per la conquista dello spazio e nello stesso tempo finanziare alcune spese sociali. Tutto questo portò a un aumento vertiginoso della spesa pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Principali dati dell’economia americana dal 1960 al 1971 – Medie annue dei trienni, in miliardi di dollari

 

 

Spesa pubblica Investimenti privati
Trienni Totale Militare Non Militare Diretti Di portafoglio  
1960-62 108,1 48,1 60,0 0,15 0,8  
1963-65 129,4 50,3 79,1 2,6 0,8  
1966-69 178,8 70,5 108,3 3,3 1,0  
1969-71 221,3 74,9 146,4 4,2 1,2  

 

 

 

L’incremento della spesa statale degli anni ‘60 sfociò negli anni ‘70 nel deficit pubblico. Così testimoniava davanti al Sottocomitato sulla Finanza Internazionale e sulle Risorse della Commissione Finanze del Senato Americano, membro del Consiglio Dewen Danne, membro del Consiglio dei Governatori del Federal Reserve System il 30 maggio 1973: “L’anno scorso (il 1972) come sapete abbiamo avuto un deficit commerciale di 7 miliardi di dollari e un deficit delle partite correnti e dei movimenti di capitale di lungo termine di più di 9 miliardi di dollari”.

 

Inoltre, la maggior produttività dell’Europa e del Giappone[3] rispetto agli USA negli anni ‘50 e ‘60 modificò profondamente i rapporti di forza fra i paesi capitalisti e portò alla disgregazione del sistema monetario stabilito nel 1944 a Bretton Wood. Nel 1971, gli USA gravati da un enorme deficit della bilancia dei pagamenti[4] decretarono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro (di fatto sospesa da tempo), allo scopo di promuovere la svalutazione del dollaro e, di conseguenza, un alleggerimento automatico del deficit della bilancia dei pagamenti per far riacquistare competitività alle merci americane, facendo gravare l’inflazione sugli altri paesi capitalisti, indurre una parziale valorizzazione delle riserve in dollari dei paesi concorrenti e degli eurodollari.[5]

 

 

LA CORSA AL RIARMO NEGLI ANNI ’80’

 

 

Il manifestarsi della crisi capitalistica dalla metà degli anni ’70 comportò un aumento dell’aggressività dell’imperialismo americano, in particolare, nei confronti del cosiddetto “campo socialista” e dei paesi che tentavano di liberarsi dal gioco imperialista (Angola, Nicaragua ecc.).

 

Gli anni ’80 furono caratterizzati da un enorme spesa militare da parte degli USA. L’amministrazione Reagan spese per un totale di 2.200 miliardi di dollari per il settore militare, e nel 1984 superò il bilancio militare del 1969, l’anno di massima spesa per la Guerra del Vietnam. Mai sino allora il bilancio militare statunitense aveva registrato un aumento del 50% in periodo di pace.

 

Circa il 50% dei fondi destinati dal Pentagono all’acquisto di armamenti, erano andati ai 20 maggiori contrattisti, che avevano monopolizzato la produzione dei più dei più importanti sistemi. Si era così consolidato ulteriormente il monopolio che i colossi dell’industria avevano costruito negli ultimi decenni.

 

Alcuni esempi: la General Dynamics aveva ricevuto il contratto per la produzione dei cacciabombardieri F-111 nel 1962, quando era stata cancellata la produzione dei B.58 e, una volta terminata la produzione dei F-111, aveva ricevuto nel 1974 il contratto per la costruzione dei cacciabombardieri F.14.

 

Alla McDonnel Douglas, una volta cessata la produzione dei F-14, era andata nella 1970 il contratto per la produzione dei F-15. Alla Lockheed il contratto per gli aerei di trasporto C.54, una volta cessata la produzione dei C.141. Inoltre, la Lockheed per trent’anni aveva fornito alla Marina tutti i missili balistici dei sottomarini dai Polaris ai Poseidon, dai Trident I ai Trident II.

 

I costi principali sistemi d’arma avevano continuato a crescere, superando le previsioni di bilancio. Il bombardiere Stealth B-2, prodotto dalla Northorop, aveva raggiunto il costo di circa 600 miliardi di dollari (all. incirca 700 miliardi di lire dell’epoca) e l’Aeronautica ne chiedeva 172 per un costo, complessivo di 75 miliardi di dollari. Rilevava la rivista Time del 27/02/88 in un servizio intitolato Il pentagono in vendita: “Spendendo 160 miliardi di dollari l’anno in colossali forniture il Dipartimento della Difesa statunitense è divenuto la più grande e importante impresa d’affari del mondo”.

 

Nel 1983 fu varato il programma denominato Iniziativa di Difesa Strategica (S.D.I.). Originalmente tale progetto prevedeva la realizzazione di un complesso sistema a tre stadi, noto come “scudo spaziale” capace di intercettare i missili balistici intercontinentali (I.C.B.M. = Intercontinental Ballistic Missile) con base di lancio a terra con base di lancio a terra e i missili balistici con base di lancio sottomarina (S.L.B.M. = Submarine Launche Missile) e le loro testate nucleari, durante tutte le fasi della loro traiettoria.

 

L’architettura della SDI prevedeva una serie di piattaforme, dotate di vari tipi di sensori e armi, e sistemi d’intercettazione con base a terra: alcune piattaforme avrebbero avuto la funzione di identificare e tracciare i missili in fase di lancio, elaborare con i computer di bordo i dati per la loro intercettazione; altre, la funzione di distruggere i missili, nella prima e seconda fase, con armi a energia diretta (raggi X, fasci di particelle neutre); altre, la funzione di distruggere i veicoli di rientro, nella terza e quarta fase, con armi a energia cinetica (missili intercettori con guida terminale, lanciati da piattaforme orbitanti o da rampe a terra).

 

Da parte di molti scienziati e esperti di questioni strategiche, si metteva in evidenza che uno stato in possesso di uno “scudo spaziale”, anche se imperfetto, avrebbe potuto lanciare un attacco nucleare di sorpresa, sapendo che lo “scudo” sarebbe stato in grado di neutralizzare uno scoordinato colpo di rappresaglia. Inoltre, le armi ad energia cinetica, che apparivano le più fattibili per uno spiegamento a breve termine rispetto a quelle a energia diretta, avrebbero potuto essere usate per distruggere i satelliti militari dell’avversario che, “accecato”, sarebbe stato più vulnerabile in un attacco nucleare.

 

I circa 300 satelliti attivi, dei 170 sono militari[6] svolgono importantissime funzioni militari e civili: tra quelle militari vi sono la raccolta di informazioni, le comunicazioni, l’allarme precoce contro un attacco ecc.

 

Costituiscono quindi un sistema nevralgico di primaria importanza. Le prime armi anti-satellite (ASAT = Anti-Satellite) sono state costruite e sperimentate negli Stati Uniti nel 1959, quelle sovietiche nel 1969; da allora i programmi ASAT sono proseguiti.

 

 

 

 

 

LE CONSEGUENZE ECONOMICHE E SOCIALI DELLA POLITICA DI RIARMO NEGLI ANNI ’80

 

 

Uno degli effetti della spesa militare sull’economia statunitense negli anni ‘80 è stato il fenomeno del rigonfiamento artificiale dei costi: essendo divenuto il Dipartimento della Difesa uno dei principali acquirenti di macchine utensili e uno dei maggiori promotori di ricerca e sviluppo, la sua disponibilità di mezzi di pagamento aveva contagiato l’intera industria delle macchine utensili, inducendo una lievitazione dei prezzi del settore, con la conseguenza di una perdita di competitività, una minore propensione agli investimenti e la perdita di posti di lavoro nell’industria.[7]

 

Con un deficit del bilancio federale che alla metà degli anni ’80 superava già i 100 miliardi di dollari annui, l’amministrazione Reagan ricorse ai mercati finanziari internazionali e, per attirare negli USA capitali stranieri, operò un elevamento dei tassi di interesse: questo richiamò negli USA capitali crescenti, soprattutto europei e giapponesi, ma la maggiore domanda di dollari sui mercati valutari faceva salire la quotazione della moneta statunitense, con la conseguenza che molti prodotti statunitensi, come le macchine utensili, tessili e agricole divenivano meno competitivi. Dato che per le stesse aziende statunitensi diveniva più conveniente importare tali prodotti, il deficit della bilancia commerciale degli Stati Uniti cresceva fino a superare i 150 miliardi di dollari annui poco dopo la metà degli anni ‘80. Il peso della crisi ricadeva su ampi settori dell’economia interna. L’industria manifatturiera perdeva nel periodo 1980-85 2.300.000 posti di lavoro (International Herald Tribune 10.06.85), 93.000 aziende agricole – informava il Dipartimento dell’Agricoltura (The Associated Press dell’11/03/85) erano insolventi o sull’orlo del fallimento e ciò provocava il fallimento di centinaia di banche agricole. Ampi strati della popolazione, colpiti dalla crisi economica e dal taglio della spesa pubblica, vedevano peggiorare la loro situazione, mentre aumentava il numero dei disoccupati, dei senzatetto, degli emarginati.

 

Documentava la rivista Time del 10.10.88: “Dal 1977 al 1988 il reddito delle famiglie che costituivano il 20 per cento più povero della popolazione, calcolata al netto dell’inflazione, è calato di oltre il 10 per cento. Il numero di persone che vivono sotto la linea di povertà. Sceso dai 40 milioni del 1960 ai 23 milioni scarsi nel 1973, è risalito a 35 milioni nel 1983, restando da allora tale livello. Nel frattempo, per l.1 per cento più ricco di tutte le famiglie, il reddito è salito vertiginosamente dal ‘74, da 174.000 dollari a 304.000 dollari l’anno”. Dice il democratico californiano George Miller, membro del Congresso e Presidente del comitato che si occupa dei problemi delle famiglie: “Stiamo creando qualcosa che somiglia a un manubrio per il sollevamento dei pesi: i poveri sono più poveri e c’è né sempre di più. I ricchi sono più ricchi e c’è né sempre di più. E la classe media? Dato che una parte cade in povertà un’altra si arricchisce, essa si sta restringendo

 

Il deficit di bilancio da 150 a oltre 150 miliardi di dollari annui (Neesweek, 15/10/90), il debito federale è arrivato nel 1990 a 12.409 dollari per abitante rispetto ai 3.889 dollari di dieci anni prima (Time del 15/10/90), un indebitamento pubblico e privato complessivo tale da rendere il debito pro-capite statunitense 70 volte maggiore di quello del Terzo Mondo. Scriveva W. Pfaff sul Los Angeles Times del 30/11/91: “L’indebitamento e il relativo declino della competitività degli Stati Uniti diminuiscono la capacità di leadership. La leadership globale degli Stati Uniti oggi si basa fondamentalmente sulla loro potenza militare”.

 

 

IL COMMERCIO MONDIALE DELLE ARMI

 

 

Verso la fine degli anni ‘60, la Guerra del Vietnam e l’insieme degli impegni mondiali presero a gravare in maniera sempre più pesante sulle risorse degli Stati Uniti, dando il loro contributo all’inflazione e al disavanzo della bilancia dei pagamenti. In questo contesto vendere armi all’estero e venderne il più possibile, si configurò come il tentativo di “scaricare” all’estero una parte delle difficoltà interne dell’economia americana, tentativo che non poteva non essere favorito dal consolidamento delle economie dell’Europa e del Giappone e dal rapido arricchimento, dopo il 1973, dei paesi produttori di petrolio del Medio Oriente. Così alla fine degli anni ‘60 il Pentagono prese a impegnarsi in un’aggressiva politica di vendite militari all’estero.

 

A metà degli anni ‘60 il ricavato delle vendite di armi era sul miliardo di dollari annui, a metà degli anni ‘70 era salito sui 10 miliardi di dollari annui, nel 1980 aveva raggiunto i 15 miliardi di dollari annui. Se il contributo alla riduzione del disavanzo della bilancia dei pagamenti fu uno dei motivi che indussero gli USA a prendere l’iniziativa della vendita di armi, esistevano agli inizi degli anni ‘70 altri motivi. Le imprese produttrici si trovavano in quel periodo con una notevole capacità in eccesso per effetto dell’imponente domanda di armi verificatosi durante la Guerra del Vietnam; grazie ad essa, infatti, sia l’occupazione sia la capacità produttiva militare si erano espanse rapidamente. Ma quando, verso la fine della guerra, quella domanda diminuì rapidamente, le imprese impegnate nella produzione militare riuscirono a ridurre l’occupazione, ma non ridussero la capacità produttiva.

 

Nell’ambito della crescente instabilità internazionale, tutti i principali paesi del Medio Oriente utilizzarono i maggiori introiti per acquistare armi nell’intento di costituirsi come potenza militare regionale. I dati parlano chiaro: nel 1991 l’Arabia Saudita ha chiesto di poter acquistare armamenti dagli Stati Uniti per 20 miliardi di dollari. Contemporaneamente Israele ha rivendicato una maggiore assistenza militare da parte statunitense. L’Egitto, dal canto suo ha subordinato il suo appoggio militare all’operazione “Tempesta del Deserto” a una fornitura statunitense per un valore di 6 miliardi di dollari. Tutto questo ha reso effervescente il mercato clandestino delle armi e alimentato gli scambi petrolio-armi realizzati a livello internazionale sfruttando le triangolazioni finanziarie e commerciali.

 

Di fatto, il meccanismo petrolio-armi si era già attivato da molto tempo. Del resto, molte importanti banche probabilmente evitano il tracollo anche grazie a questi meccanismi; infatti, la “stabilità istituzionale” di molte banche sembra discutibile, quando esaminando i crediti concessi a paesi del Terzo Mondo. Se si confrontano i loro prestiti con il loro capitale, si vede che nel 1984 tutte le nove maggiori banche statunitensi avevano collocato prestiti a paesi quali il Messico, il Brasile, l’Argentina e il Venezuela per un ammontare superiore al loro capitale netto.

 

Solamente una di esse le supera, la britannica Lyods, che nel 1984 aveva impegnato in prestiti a questi quattro debitori il 165% del suo capitale, mentre la Midland le batteva tutte con un vertiginoso 205%.

 

Viceversa, la banca americana con il maggiore scoperto, la Manufactures Hannover, nel 1984 doveva farsi rimborsare dai maggiori debitori “solamente” il 173% del suo capitale.

 

Nel periodo compreso tra il 1980 e il 1989, i paesi arabi dell’OPEC hanno investito il 38% delle loro rendite di petroldollari nell’acquisto di armamenti per un totale di 426 miliardi di dollari. Il solo Iraq, nel decennio considerato, ha acquistato grandi sistemi d’arma per un ammontare di 25 miliardi di dollari, cifra che non computa gli acquisti iracheni di attrezzature militari di supporto, delle munizioni e delle piccole armi. Nel periodo 1971-1985 Iraq, Iran, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain hanno assorbito il 23,2% delle esportazioni totali dei maggiori sistemi d’arma verso i paesi del Terzo Mondo.

 

 

LA PRIMA GUERRA DEL GOLFO (1991)

 

 

Sono state diverse le cause che hanno scatenato la Guerra del Golfo del 1991. Una di queste è stata l’esigenza dell’imperialismo USA di riprendere sotto controllo l’Iraq, che cercava di diventare uno dei più grandi produttori mondiali di petrolio conquistando militarmente i pozzi di del Kuwait (cosa che gli avrebbe permesso di influire sul prezzo del mercato mondiale del petrolio).

 

Il prezzo del petrolio ha avuto una storia relativamente tranquilla dalla seconda metà dell’ottocento fino ai primi anni ‘70 del XX° secolo quando, i 6 paesi del Golfo membri del Golfo fecero raddoppiare il prezzo medio del greggio, portandolo a superare per la prima volta i 10 dollari a barile.

 

L’aumento del costo del barile significava da un lato, una fetta più grossa per gli “sceicchi” (ovvero la casta semifeudale dominante nei paesi arabi, per lo più legata all’imperialismo americano) e dall’altro, costi di produzione maggiore per gli europei e i giapponesi, più dipendenti dalle importazioni petrolifere che non gli U.S.A. (le cui merci guadagnarono, di fatto, in competitività nella concorrenza sul mercato mondiale). Intanto la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere attuata in alcuni paesi arabi (quali l’Algeria e la Libia) e l’embargo selettivo sull’export di petrolio attuato verso gli U.S.A. e i paesi europei sostenitori di Israele, le borghesie arabe iniziavano a scrollarsi di dosso, il sistema di saccheggio impostogli dall’imperialismo. Si manifestava così pure a questo livello la forza raggiunta dal moto nazionalrivoluzionario d’Asia e d’Africa che l’insurrezione iraniana del 1979 ravvivò.[8]

 

L’aumento del prezzo del petrolio (quintuplicato in due anni e poi raddoppiato nei successivi 8 – 9 anni) concorse con il ciclo mondiale delle lotte operaie del 1969-1972 ad accrescere i costi di produzione dei capitalisti europei e giapponesi nel momento in cui finiva un trentennio di sviluppo e più acuto diventava il bisogno del capitale ad abbassare i costi di produzione.

 

Nei 25 anni successivi al 1973, prese corpo la controffensiva dei paesi imperialisti tesa a ridurre la rendita petrolifera e il potere politico-economico dell’OPEC. Le conseguenze si sono viste: l’OPEC è stata in sostanza ridimensionata. L’Iraq è stato scagliato contro l’Iran. La Libia, il Sudan e la Siria sono stati continuamente sotto tiro. E infine nel 1991 arrivò la micidiale operazione contro l’Iraq.

 

La prima guerra del Golfo servì all’imperialismo U.S.A. a riprendere sotto controllo il costo del petrolio. Ed è esattamente quel che è successo dopo la distruzione dell’Iraq se è vero che in “termini reali in dollari del 1973, il prezzo medio del greggio OPEC è risultato, nei primi mesi del 1998 a 3,81 dollari a barile, è cioè circa un terzo soltanto di quello che era il suo prezzo storico del 1982 (9,87 dollari a barile). “Arabians Trends” dicembre 1998.) Se si considera che un barile e poco meno di 160 litri, questo vuol dire che il greggio, il primo motore dell’industria, dei trasporti e della vita urbana del mondo intero, viene attualmente a costare ai paesi imperialisti non più di 40/100 lire a litro.

 

Questa rapina è vitale per gli imperialisti americani (che sono i massimi consumatori mondiali di energia per usi industriali e domestici) perché consente loro, di conservare un livello di consumi interni altrimenti impossibile data la contrazione del potere d’acquisto dei salari. E. anche attraverso i proventi di questa rapina che i paesi imperialisti cercano di evitare la recessione, preservare la pace sociale[9] e finanziare gli eserciti che devono terrorizzare le masse sfruttate delle “periferie” mondiali.

 

Un’altra causa della Guerra del Golfo è stata rappresentata dalla necessità dell’imperialismo U.S.A. di controllare manu-militare il Golfo per indirizzare il flusso dei petroldollari verso il mercato finanziario americano. Gli U.S.A. possono così sottrarre ai paesi europei e ai giapponesi una notevole quantità di capitali finanziari, riequilibrando temporaneamente la loro disastrosa situazione debitoria dei partner europei e giapponesi.

 

La Guerra del Golfo stata la prima applicazione della teoria denominata M.I.C. (Mid Intensity Conflict). Questa teoria è nata con la fine della “Guerra Fredda” dalla necessità di mutare la dottrina strategica – tattica in conseguenza del crollo dell’U.R.S.S.

 

Il New York Times del 07/02/.90 riportava la notizia che il Sottosegretario alla Difesa Dick Cheney aveva predisposto un documento programmatico che stabiliva le regole dell’impiego del potenziale militare U.S.A. nel periodo 1992-1997: in tale documento si raccomandava di porre l’accento sull’eventualità di conflitti armati con potenze regionali quali Siria e l’Iraq. La dottrina del M.I.C. presuppone a livello militare l’impiego di forze di rapido intervento, armate dei nuovi mezzi, potenti e flessibili, risultato dell’applicazione della tecnologia avanzata ai mezzi di distruzione.

 

Questa dottrina ha imposto alle forze armate degli Stati Uniti una revisione della loro strategia, poiché esse erano preparate principalmente ad affrontare un conflitto ad Alta Intensità, ossia una guerra fra NATO e Patto di Varsavia, e secondariamente un conflitto a Bassa Intensità contro i movimenti di liberazione del Terzo Mondo (la strategia del conflitto a Bassa Intensità fu applicata nell’America Centrale degli anni ‘80 in Nicaragua, in Salvador e nel Guatemala).

 

E’ in questo periodo che assume crescente importanza, per la “presenza avanzata” statunitense, il fianco sud della NATO, in particolare la rete di basi nel meridione d’Italia, da Gioia del Colle a Taranto, da La Maddalena a Sigonella. Tale presenza, costituita da forze sia convenzionali che nucleari, sarebbe stata ulteriormente potenziata, come confermavano i Ministri della Difesa della Nato il 12 dicembre 1991. Venuta meno la “minaccia dell’Est” s’individuava ora la “minaccia dal Sud” per giustificare soprattutto il potenziamento del ruolo strategico del meridione d’Italia, naturale base di lancio e supporto degli interventi militari in Medio Oriente, Nord Africa e nei Balcani.

 

E in questo quadro che si inserisce il nuovo modello di difesa italiano, presentato nel novembre 1991. Tenendo conto della vulnerabilità dell’economia italiana, dipendente dall’importazione di materie prime e dall’approvvigionamento petrolifero, il nuovo modello di difesa passa dalla “Difesa avanzata” alla “Presenza avanzata con il compito aggiuntivo di “difendere gli interessi esterni e contribuire alla sicurezza internazionale” nelle aree di crisi.

 

Il nuovo modello di difesa richiede un esercito più professionale, con conseguente riduzione della leva, e nuovi armamenti: dai Tornado, dotati di nuove capacità d’interdizione dei sistemi di comunicazione e delle difese aeree nemiche, a una seconda miniportaerei con aerei a decollo verticale, idonea a operare in aree lontane.

 

Inoltre la guerra del Golfo è stata un banco di prova delle tecnologie della ricerca militare degli anni ‘80, pensiamo alle cosiddette “bombe intelligenti” o agli Scud e ai Patriot; infatti, essa ha contribuito a rilanciare l’iniziativa della Difesa Strategica S.D.I. (le cosiddette “Guerre Stellari”) dando nuovo impulso alla ricerca nel settore militare. La Guerra del Golfo, accrescendo la già enorme spesa militare di 300 miliardi di dollari annui e vanificando con il rilancio della produzione bellica i tagli previsti al bilancio della difesa, aggravò il deficit federale, a ulteriore scapito della spesa sociale e delle condizioni economiche delle fasce più povere della popolazione.

 

Riferiva il corrispondente del Corriere della Sera in un articolo del 02/11/91 che titolava “Una situazione così pesante non si ripeteva dai tempi della Guerra del golfo”: “La settimana di lavoro è stata più corta perché la produzione ristagna, le richieste di sussidi di disoccupazione sono aumentate. La situazione è nera”.

 

In Francia i costi della guerra del Golfo erano calcolati dal giornale l’Expansion (Medicine et Guerre Nuclèare n. 2 1991) in: 3 – 6 miliardi di franchi quale costo dell’operazione Daguet ossia la partecipazione delle forze armate francesi all’Operazione Tempesta del Deserto, 5,5 miliardi quale perdita delle esportazioni verso il Kuwait e l’Iraq, 16 miliardi quale aggravio delle imposte petrolifere, 40 miliardi in seguito al mancato pagamento di debiti da parte dell’Iraq; 60 miliardi in seguito alla mancata esportazione di prodotti francesi nei paesi arabi: 50-100 miliardi in seguito al rallentamento della crescita del prodotto interno lordo.

 

Il totale dei costi sono stati calcolati circa tra i 175 e oltre i 227 miliardi di franchi, per compensare il deficit, il governo decideva una serie di tagli ai bilanci della Sanità, dell’Assistenza sociale, dell’Istruzione e altri per un ammontare valutato di 30 miliardi di franchi. L’unico a non essere intaccato è stato il bilancio della difesa, che era già forte ascesa con un incremento del 30% destinato alle forze nucleari.

 

 

LE SPESE MILITARI USA NEGLI ANNI ’90

 

 

Prevedo di rivedere la nostra politica sugli armamenti e di affrontare la questione con l’altro grande Paese venditore di armi nell’ambito di uno sforzo a lungo termine per ridurre la proliferazione delle armi”. Questa fu la promessa elettorale di Clinton in fatto di armi, a Guerra del Golfo appena conclusa.

 

Ma dopo un anno di presidenza Clinton, le vendite di armi erano, di fatto, già raddoppiate: il governo USA aveva ritenuto opportuno non contrastare il positivo effetto che la Guerra del Golfo aveva avuto sull’economia americana attraverso il rilancio delle commesse militari (in particolare per quanto riguardava il settore aerospaziale, l’elettronica, l’informatica ecc.).

 

Dal 1993 al 1997 il governo statunitense ha venduto, trattato o concesso armi per l’equivalente di 190 miliardi di dollari. Per riconoscenza, l’industria delle armi ha finanziato la campagna elettorale 1998 del Partito Democratico con una cifra che si aggira sui 2 milioni di dollari.

 

Le esportazioni mondiali di armamenti costituiscono una percentuale molto ridotta della produzione globale degli armamenti: meno del 3% della produzione di armi viene, infatti, esportata. Per le industrie militari U.S.A. (che pure raggiungono il 55% del totale mondiale) le esportazioni di armi rappresentano un affare minore – anche se non trascurabile – rispetto alle colossali commesse nazionali assicurate dal Pentagono. Le esportazioni di armi – al di là del valore economico – hanno comunque anche una valenza politica, nel senso che s’inseriscono nella strategia complessiva del governo U.S.A. per assicurare condizioni favorevoli ai profitti delle multinazionali americane su scala mondiale (ad esempio, sia l’amministrazione Bush S. sia, in seguito, l’amministrazione Clinton hanno ampiamente sfruttato il ruolo preponderante degli U.S.A. nella vittoria su Saddam Hussein per aumentare la quota di mercato delle compagnie americane in Medio Oriente a scapito delle compagnie francesi e inglesi).

 

Passando alle spese per la R&S (ricerca e sviluppo) militare, tra il 1992 e il 1995 gli U.S.A. hanno speso 162 miliardi di dollari, ossia il doppio di quanto spendono tutti gli altri stati (in altri termini, circa il 2/3 del totale mondiale). Tale cifra spiega e riassume il predominio mondiale militare degli U.S.A. a livello mondiale (relativa, poiché non ci si deve scordare la sconfitta U.S.A. nella guerra del Vietnam e il pantano iracheno in cui si erano cacciati gli U.S.A e i loro alleati).

 

Nel 1997, l.85% delle spese mondiali per la difesa era assicurata da 22 paesi “ad alto reddito”: a loro volta gli U.S.A. rappresentavano il 50% di quella percentuale (ovvero generavano il 42,5% delle spese militari mondiali).

 

Nei primi giorni del gennaio 1999, in un discorso per radio Clinton annunciò nuovi stanziamenti per le spese militari per 100 miliardi di dollari nell’arco di 6 anni (circa 170 miliardi di lire al cambio dell’epoca), dichiarando che le “forze armate meritano un riconoscimento per le complesse missioni con straordinaria precisione, come il recente bombardamento di Baghdad”.[10]

 

Si trattava del massimo incremento del bilancio del Pentagono dal 1991: il 24 marzo 1999 iniziò la guerra di aggressione degli imperialisti USA e europei nei confronti della Repubblica Federale Jugoslava.

 

I bombardamenti sulla Jugoslavia, compiuti quasi esclusivamente con materiali bellici americani; hanno comportato il consumo di circa la metà dell’arsenale NATO; conseguentemente, è iniziato un nuovo ciclo di commesse miliardarie (in dollari) per il complesso militare – industriale americano, che ha funzionato da volano per l’intera economia U.S.A. allontanando lo spettro del ristagno paventato dagli economisti borghesi per il secondo semestre del 1999.

 

 

CRISI ECONOMICA, NECESSITA’ DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA E RIARMO

 

 

Una delle conseguenze della crisi economica è l’esasperazione della concorrenza, per decidere chi debba fare le spese dell’eccedenza del capitale, essendo l’attuale crisi economica una crisi di sovrapproduzione di capitale. La causa di essa sta nel fatto che nell’ambito del modo di produzione capitalistico a un certo punto si crea un conflitto inconciliabile tra la produzione di plusvalore e la realizzazione del valore prodotto. I capitalisti dovrebbero investire tutto il plusvalore estorto, anche così facendo il tasso di profitto diminuisce o non aumenta. Se i profitti attesi non aumentano o diminuiscono, i capitalisti cessano l’accumulazione, con la conseguenza di non valorizzare tutto il plusvalore estorto. Diminuisce il capitale impegnato nella produzione e aumenta il capitale impegnato nella sfera finanziaria che diventa la parte più grande del capitale (si pensi che secondo stime correnti il mercato dei titoli aveva raggiunto nel 1994 i 14.000 miliardi di dollari U.S.A., ossia il doppio del P.I.L. che aveva all’epoca gli U.S.A.). La finanziarizzazione dell’economia tende a crescere e la crisi assume la veste di crisi finanziaria. I movimenti propri del sistema finanziario diventano essi stessi un ulteriore fattore di sconvolgimento del capitale impegnato nella produzione di merci e una via attraverso cui la crisi compie il suo cammino.

 

Ne deriva un’enorme accelerazione del processo di concentrazione di capitale che tentano di raggiungere la “massa critica” indispensabile per reggere lo scontro con i concorrenti. Tale processo, nel corso degli ultimi anni, ha trovato una proiezione nello sforzo di ciascuna grande potenza imperialistica di costituire aree economiche integrate, al cui interno si cerca di portar e al minimo la concorrenza tra i capitali, in modo da concentrare i propri sforzi nella lotta contro i concorrenti esterni. In tal senso si sono mossi gli U.S.A., che hanno cercato attraverso il Nafta di costituire un’area di libero scambio. Allo stesso modo il Giappone, il secondo grande polo imperialista, si muove da tempo per sottomettere alla propria influenza un’area del Pacifico dai confini sempre più ampi e che rappresenta un punto focale dello scontro interimperialistico.

 

Confrontarsi con queste due aree a dominanza giapponese e statunitense è divenuto impossibile senza gettare sul piatto della bilancia un potenziale economico del medesimo ordine di grandezza: i paesi europei, con la Germania in prima fila debbono quindi abbandonare ogni ambizione di contare nelle relazioni internazionali per la lotta per la supremazia se continueranno ad agire in ordine sparso senza avere, presi singolarmente, una capacità economica paragonabile a quella dei concorrenti. Dentro questo quadro dei rapporti mondiali sta quindi l’esigenza materiale dell’integrazione europea.

 

Nella concorrenza con l’imperialismo U.S.A., i paesi imperialisti europei si stanno dotando di mezzi adeguati per avere una voce in capitolo sulle questioni internazionali, soprattutto dopo la guerra contro la Jugoslavia, che è stata per i governi europei un vero e proprio schiaffo militare oltre che politico, perché lo strapotere della forza militare americana rispetto a quello europea è risultata schiacciante agli occhi dei vari governi europei che si sono accodati all’imperialismo U.S.A. nell’aggressione alla Jugoslavia.

 

Nel vertice di Helsinki che si tenne il 10 e 11 dicembre 1999, il Consiglio Europeo, prese, la decisione di creare un corpo d’armata totalmente europeo. Per permettere lo svilupparsi di questo progetto, occorre un incremento dei fondi destinati alla ricerca e allo sviluppo per l’ammodernamento degli eserciti.

 

Conseguentemente a queste decisioni e alla guerra contro la Jugoslavia, le maggiori industrie europee stanno facendo affari d’oro: il gruppo tedesco-statunitense Daimler Chrysler Areospace (DASA) e quello francese Areospatiale-Matai ha dato vita all’EDAS (European Astronautic Defense and Space) un colosso che vale un fatturato potenziale di oltre 25 miliardi di dollari, il primo in Europa e terzo al mondo. Poi c’è la costituzione di Astrium che rappresenta il matrimonio tra la stessa Dailmer e la franco-britannica Matra Marconi Euro, che dovrebbe operare nel comparto spaziale.

 

Il progetto Eurodifesa quindi è avviato dal punto di vista politico ed economico: il problema principale dal punto di vista militare è che gli europei devono fare salti mortali per raggiungere o quanto meno avvicinarsi agli standard di armamenti dell’esercito americano.

 

L’apparato bellico americano risulta sempre il più potente che c’è nel mondo: alla fine degli anni ‘90 possedeva 8.239 carri armati, 26.000 mezzi corazzati di vario tipo, 5.703 pezzi di artiglieria, 4905 aerei da combattimento, 2.157 elicotteri d’attacco, 234 navi da battaglia, una flotta che comprende 12 portaerei e 138 corazzate e incrociatori. A tutto bisogna aggiungere l’arsenale nucleare: 33.550 ordigni che possono essere lanciati dai sottomarini, dalle navi, dagli aerei o con i missili balistici.

 

Se si confrontano queste cifre con quelle dei paesi europei, risulta in maniera eclatante la supremazia americana, l’Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna possono mettere assieme: 6495 carri armati, 3.725 cannoni, 2032 aerei, 875 elicotteri e 486 navi.

 

LE STRATEGIE BELLICHE DEL PENTAGONO PER IL 21° SECOLO

 

 

Gli U.S.A. nel 2001 hanno speso 291,1 miliardi di dollari in spese militari. Il Pentagono fece sapere che però era ancora tropo poco, per la ricerca e la realizzazione di strumenti “difensivi” tecnologicamente avanzati ci sarebbero occorsi almeno 30 miliardi di dollari. Grazie all’11 settembre si spesero per R&S nel settore militare se ne spesero ben 52,7.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vediamo alcuni capitoli di spesa militare U.S.A. nel periodo 2001-2003:

Spesa per singola forza armata in miliardi di dollari:

 

  2001 2002 2003
U.S. Army 61,7 80,9 90,9
U.S. Navy 91,7 98,8 108,3
U.S. Air Force 85,2 94,3 107

 

Gli U.S.A. più di qualsiasi altro paese imperialista devono annualmente sostenere la loro guerra mondiale, per mantenere la loro egemonia. Dal Medio Oriente all’Asia, dall’Europa all’America Latina, allo spazio siderale, mantenere basi aeree e navali, soldati, satelliti militari, flotte navali, centri d’addestramento, missioni segrete e cover Action, radar e sistemi d’intercettazione, spie e microspie, richiede un grosso impegno affinché l’egemonia del dollaro sia preservata e imposta.

 

 

IL PROGRAMMA PER LA SUPREMAZIA MILITARE USA PER IL 21° SECOLO

 

 

Il programma Joint Vision 2010 (JV 2010) ha l’obiettivo di “stimolare le varie forze armate a ragionare in termine di dominio globale dallo spazio agli abissi del mare”.[11]  L’U.S. Army sta lavorando alla realizzazione del progetto Objective Force che in linea generale dovrebbe raggiungere l’obiettivo di proiettare e sostenere una brigata da combattimento in qualsiasi angolo del pianeta entro 4 giorni dall’ordine, una divisione in 5 giorni, 5 divisioni entro 30 giorni. Per fare ciò si punta a una “standardizzazione” delle varie unità eliminando le attuali distinzioni (peraltro presenti in tutti gli altri eserciti) tra unità leggere (parà, fanteria d’assalto, fanteria leggera, ecc.) e unità pesanti (corazzate d’artiglieria ecc.) con l’obiettivo di creare un nuovo esercito composto di divisioni identiche e autonome in grado di accorpare capacità di controllo e comando, comunicazione, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione, ma soprattutto con necessità logistiche enormemente ridotte grazie alla prevista riduzione del 50-70% del peso dei veicoli.

 

Buona parte degli investimenti è quindi rivolta alla realizzazione di questa prima fase di standardizzazione che dovrebbe portare al così detto Army XXI. Una seconda fase si protrarrà sino al 2025 per finire il progetto complessivo attraverso l’approntamento del cosiddetto Army After Next.

 

Per far ciò che riguarda l’U.S. Navy il sotto progetto di riferimento, è stato definito Forward From The Sea e prevede la realizzazione e mantenimento di cinque funzioni principali: controllo dei mari e supremazia marittima, capacità di proiezione dal mare verso terra, deterrenza strategica, capacità di trasporto strategica e presenza navale avanzata. In particolare è stato riconfermato il ruolo dei gruppi di battaglia che comprendono portaerei giacché sono delle vere e proprie basi aeree avanzate dalle quali svolgere tutte le operazioni del caso senza dover chiedere eventuali autorizzazioni di paesi alleati/allineati per l’utilizzo o l’accesso a basi situate in territorio extra-nazionale.

 

L’US Marine Corps e l’US Navy in particolare ritengono di vitale importanza raggiungere un buon livello nella dotazione e impiego di munizionamento così detto “intelligente” e lamentano una certa arretratezza sia nel campo dei sistemi d’arma che missilistici.

 

Da segnalare che il programma Urban Warrion che i Marines stanno approntando sistemando particolari tecniche di combattimento in ambiente urbano accompagnate da relative strumentazioni hi-tech come visori e sistemi di comunicazione integrati.

L’ambiente urbano-metropolitano è, infatti, considerato (anche dall’Esercito col suo programma Land Warrion XXI) l’ambiente principale delle guerre presenti e, soprattutto future.

 

Il programma dell’Aviazione (USAF) ha anch’esso un titolo non meno altisonante e guerrafondaio: Global Engagement: A Vision For The 21 st. Century (Ingaggio Globale: una visione per il 21° secolo). Facilmente prevedibile l’obiettivo: dominare il cielo e spazio in stretta integrazione con le altre armi.

 

 

LA MILITARIZZAZIONE DELLO SPAZIO.

 

 

Con il programma denominato National Missile Defense, affidato alla neo costituita Missile Defence Agency, che prevede la messa a punto nell’arco di 5 anni di 100 intercettatori atmosferici, 5 radar di allerta e un radar speciale, l’amministrazione Bush affossa gli accordi di non proliferazione nucleare, proseguendo la politica della precedente amministrazione Clinton che approvò, a suo tempo i capitoli di spesa per lo sviluppo del sistema anti-missile.

 

L’intenzione di creare una quarta forza arma spaziale completamente indipendente è strettamente connessa alla difesa anti-missile quindi è già costituita un’agenzia ad hoc, ma anche alla riorganizzazione stessa dell’aviazione come forza non più aerea ma appunto aero-spaziale. Un percorso obbligato; a loro tempo la marina e l’aviazione ebbero lo stesso tipo di genesi: diventarono armi indipendenti nel momento in cui diventò strategico il controllo dei rispettivi ambienti. La militarizzazione totale del pianeta sarà così compiuta: dalla terra al mare, dal mare all’aria, dall’aria allo spazio.

 

In occasione dell’approvazione del bilancio federale del 2000, l’amministrazione Clinton istituiva una commissione per l’organizzazione e la pianificazione della sicurezza spaziale degli Stati Uniti.[12] A presiedere tale commissione veniva posto (guarda che caso) Donald Rumsfeld, mentre 8 dei 12 membri erano generali in pensione.

 

Nel gennaio 2001, la commissione rendeva noti i risultati del suo lavoro. Lo spazio diventa definitivamente ambiente di interesse militare alla stessa stregua di terra, mare e cielo. Gli USA devono occuparlo ed acquisire la superiorità necessaria per impedire a qualsiasi altra potenza d’installarsi. Attraverso l’uso militare dello spazio possono conquistare per sé la supremazia illimitata in tutti gli altri ambienti.

 

La commissione rilevava che l’attuale situazione, dove l’interesse spaziale è frammentato per le singole forze armate, come per la marina che già ha suoi propri satelliti in orbita, genera o può generare doppioni nelle acquisizioni nonché incompatibilità dei vari mezzi e sistemi. Per questa ragione i compiti di occupare e “difendere” lo spazio dovrebbe essere assegnato ad un comando indipendente. Le ricerche e lo sviluppo dovrebbero arrivare a: a) aumentare le capacità di controllo e avvertimento in caso d’attacco; b) accrescere le misure protettive e difensive, i sistemi di prevenzione e neutralizzazione, le capacità di proiezione rapida di potenza; c) modernizzare le capacità di lancio (auspicandone la privatizzazione); d) lanciare un programma scientifico e ultravioletti, tecnologie che permettano la costruzione di veicoli da lancio riutilizzabili.

 

Dal punto di vista organizzativo la suddetta commissione ha elaborato dieci raccomandazioni:

1° L’arma spaziale sarà sottoposta all’autorità del presidente degli Stati Uniti;

2° Il presidente deve essere affiancato da un consiglio spaziale;

3° Deve essere formalizzato, all’intero del Consiglio di Sicurezza, un coordinamento tra le varie agenzie d’intelligence per la definizione delle attività spaziali;

4° Il segretario della difesa e il direttore della CIA si devono incontrare regolarmente per indirizzare la politica spaziale di sicurezza nazionale, i suoi obiettivi ecc.;

5° Deve essere designato un sotto segretario alla difesa spaziale che coadiuvi il segretario nelle questioni spaziali e di coordinamento con i servizi segreti;

6° Il comando spaziale deve essere distinto dai comandi delle altre armi:

7° I sistemi spaziali dovranno garantire la possibilità di svolgere operazioni indipendenti o a supporto d’interventi delle altre forze armate. Per far ciò sarà necessario costituire uno Space Corps. Nel breve periodo l’Air Force avrà il compito di formare ed equipaggiare queste forze spaziali. Nel lungo periodo tali unità potranno dipendere da un dipartimento militare per lo spazio indipendente.

8° Al sottosegretario dell.Air Force è affidata la direzione del National Reconnnaissance Office (agenzia che si occupa di rilevazioni di vario tipo utilizzando satelliti in orbita) e delle acquisizioni spaziali;

9° Il segretario della difesa e il direttore della CIA devono dirigere i processi di ricerca e sviluppo rivolti alla creazione di nuovi metodi per la raccolta delle informazioni;

10° Aumentare la visibilità delle spese e del personale coinvolti nel programma spaziale per migliorarne l’organizzazione.

 

 

LA RIVOLUZIONE NEGLI AFFARI MILITARI

 

 

Revolution of Military Affairs Information (RMA-Iwar) è il termine che definisce il complesso che staranno alla base delle strategie militari U.S.A.

 

L’impressione che si ricava è che la RMA parta non tanto da tecnologie date quanto dalla mutata situazione politica che induce gli strateghi a fornire un preciso indirizzo alla ricerca tecno-scientifica, seguendo il seguente schema mutate condizioni politiche, geopolitiche e strategiche —-> Rivoluzione negli affari militari —–> sviluppo nuove tecnologie necessarie a supportare la RMA.

 

Una conferma di questo schema è il fatto che la realizzazione della RMA e quindi, concretamente, della ristrutturazione delle Forze Armate è fissata nel medio – lungo periodo (2010-2025) e che molte tecnologie indicate sembrano uscite da un libro di fantascienza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella tabella[13] la RMA – Iwar è suddivisa in obiettivi in due principali stadi (2010 – 2020) attraverso specifiche tecnologie e dottrine.

 

 

 

OBIETTIVI 1° STADIO (entro 2010) 2°STADIO (entro 2025)
Ridurre rischio di perdite mediante: Piattaforme “Stand-Off”

 

Dominio dell’informazione

 

Difesa Anti-Missile

Robotica

 

Armi non letali

 

Psicotecnologie

 

Difesa cibernetica

Applicare gli sforzi su: Centro di gravità Sistemi interconnessi
Ottimizzare il coordinamento delle operazioni attraverso: Miglioramento sistemi C31

 

Tecnologia spaziale

Impiego di computer e GPS

 

Digitalizzazione del campo di battaglia

 

Uso di armi “intelligenti”

Microtecnologia

 

Nanotecnologia

 

Sistemi “brillanti”

Nuovi modelli organizzativi centrati su: Task Force

 

Combined Joint Task Force

 

Coalizioni ad hoc

Struttura uni-Forza Armata

 

Iperflessibilità

 

Per decifrare la tabella è necessario fornire una piccola legenda dei principali termini impiegati:

 

– Sistemi “Stand-Off”: sono i sistemi d’arma che possono essere lanciati da postazioni navali, terrestri e da aerei a grande distanza dall’obiettivo e quindi tendenzialmente irraggiungibili dal fuoco nemico. Ne sono un esempio i missili balistici, i Cruise, i missili aria-terra con autoguida sull’obiettivo.

– Psicotecnologia: “…Tecnologia che emula, estende ed amplifica le funzioni senso-motorie, psicologiche e cognitive della mente (…) In campo militare le psicotecnologie consentiranno ai Comandanti di manipolare oltre che le percezioni ed il credo dei propri soldati, anche quelle dell’avversario e dei media televisivi…”.

 

– Difesa Cibernetica: “…La cyberwar si prefigge due obiettivi. Il primo consiste nel paralizzare il ciclo decisionale dell’avversario mentre punta a sottomettere l’avversario senza combattere, mediante operazioni letali e non letali che possono comprendere il blocco di: (a) sistemi informativi; (b) reti informatiche; (c) borsa, sistemi bancari e delle telecomunicazioni; (d) trasporti di superficie e di controllo del traffico aereo; (e) della produzione e distribuzione di energia…”

 

– Centro di Gravità: “…Caratteristica capacità o località dalla quale il nemico o le forze amiche traggono la loro libertà di azione, la forza fisica o la volontà di combattere. Il Centro di Gravità quando attaccato ed eliminato, porta alla sconfitta del nemico oppure alla ricerca della pace attraverso negoziati. Esempi comprendono: la massa delle forze nemiche, la sua struttura di comando e controllo, il consenso dell’opinione pubblica, la volontà, la leadership, la struttura della coalizione. Con l’avvento delle reti informatiche, dei sistemi neurali artificiali e sistemi esperti, il concetto di Centro di Gravità verrà sostituito dai cosiddetti sistemi interconnessi…”.

 

– Sistemi Interconnessi: “…Si fonderanno sulle reti informatiche e dovrebbero garantire la sopravvivenza della rete stessa in quanto i nodi saranno distanti tra loro e sfrutteranno anche una autonoma capacità di riconfigurare il sistema…”

– Nanotecnologia: Tecnologia di miniaturizzazione spinta.

 

– Sistemi brillanti: “…L’evoluzione dei sistemi d’arma intelligenti, mediante l’implementazione delle nanotecnologie, sistemi esperti e reti neurali artificiali…”.

 

– Reti Neurali Artificiali: “…Nuova generazione della tecnologia della intelligenza artificiale che tende a emulare la fisiologia del cervello umano basato sulla connessione di neuroni biologici. Una Rete Neurale Artificiale è formata da un certo numero di nodi computerizzati collegati in una rete mediante interconnessioni flessibili (detti anche neurodi) …”.

 

Inoltre, entro il 2025, quindi con il secondo stadio della RMA, è previsto lo sviluppo di altri due tipi di guerra non indicati direttamente nella tabella: La Guerra Meteorologica e la Guerra Genomica.

 

Le Guerre meteorologiche “…prevedono l’utilizzo di prodotti chimici per provocare, in campo avversario, forti piogge e inondazioni. In tali casi l’avversario è impossibilitato a condurre qualsiasi tipo di operazione militare…”.[14]

 

La Guerra Genomica (in realtà i nord-americani usano il termine tedesco Genome Kampf…) è una “Guerra condotta nel campo della genetica. Si tratta di individuare, nella mappa dei geni (DNA) di un popolo/etnia, i punti deboli da attaccare mediante virus e batteri, frutto di biotecnologie. Gli effetti, che comprendono influenza, diarrea, infezioni e altro, potranno colpire più quel popolo che un altro.[15]

 

 

LE SPESE MILITARI USA

 

 

Tutto questo non deve fare credere a una sorta d’onnipotenza dell’imperialismo U.S.A., tutto questo in realtà nasconde una profonda debolezza a livello economico degli U.S.A. nei confronti degli altri paesi imperialisti.

 

Un chiaro esempio della decadenza economica U.S.A. è il dollaro che è in continua picchiata. Quando nacque la moneta europea, occorreva 0,85 dollari per acquistare un euro. Oggi ne occorrono 1,32. Il destino della moneta americana appare dunque incerto: alle difficoltà interne degli U.S.A si aggiungono le prese di posizioni di vari paesi, specie quelli produttori di petroli, che diversificano le proprie riserve valutarie.

 

Il declino dei valori immobiliari americani (-24% in un anno) dà il colpo di grazia, poiché la massa delle costruzioni serve da garanzia per prestiti e mutui in un paese indebitatissimo. E questo peggiora le cose: con il dollaro svalutato, gli indebitati americani pagano già ben caro quello che importano, mentre gli europei riescono a pagare le forti importazioni di petrolio e gas. La Cina incomincia ad avere problemi a mantenere troppi dollari svalutati nelle proprie riserve, ma non può venderli per non provocare un terremoto monetario mondiale, con la diversificazione delle monete di conto altrui a favore dell’Euro, i paesi imperialisti europei non soffrono particolarmente per le loro esportazioni, m sono certo tentati di disfarsi delle riserve in dollari. Per evitare un possibile disastro monetario mondiale c’è chi propone una moneta continentale americana da contrapporre all’Euro, basata sull’area d’interscambio fra U.S.A., Canada e Messico (NAFTA).

 

Un altro esempio delle difficoltà economiche U.S.A. sta nella bilancia commerciale che non gode di buona salute, esempio: nel 2001 il 61% delle automobili negli Stati Uniti venivano dall’estero, come il 65% delle macchine per taglio dei metalli (Guerra S.p.A. Seymour Melman 2006).

 

La spesa militare degli Stati Uniti fa ovviamente parte del complesso delle spese sostenute dell’amministrazione pubblica, che, a differenza di un tempo quando la potenza militare americana era quasi insussistente, è per la maggior parte responsabilità del governo centrale ossia federale e solo per la minor parte delle amministrazioni locali (Stati, Contee, Municipi). Tuttavia questo accade in buona parte per l’esistenza della spesa militare e la conduzione della cosiddetta national defense, che assieme alla politica estera e alla politica monetaria è pertinenza esclusiva dell’amministrazione federale: nel campo della spesa civile il rapporto fra le due amministrazioni è quasi in equilibrio e negli ultimi vent’anni si muove a favore dei governi locali.

 

Lasciando da parte il periodo della seconda guerra mondiale, la spesa pubblica complessiva relativa (vale a dire in rapporto al Pil) tende ad aumentare dall’epoca della depressione fino all’inizio degli anni .80 (un picco del 36.5% è toccato nel 1983), resta più o meno costante fino al 1992, quindi diminuisce abbastanza celermente durante gli anni dell’amministrazione Clinton scendendo al 32.5% del 2000 per risalire in seguito con l’amministrazione Bush.

 

Il punto di svolta è all’inizio degli anni ’80, quando la spesa per servizi diventa il motore di tutta la spesa militare, e, il supporto al personale, rubrica che comprende il vero e proprio nucleo della privatizzazione delle guerre e il cui boom diviene impressionante dal 2000 in poi, diventa il motore della spesa per servizi. Lo spazio per accrescere la spesa per l’acquisizione di servizi in generale e per quella dei servizi di supporto in particolare viene ricavato sacrificando tutto il resto ossia riducendo l’esborso complessivo in salari e lo stock netto di capitale fisso del dipartimento della difesa, capitale fisso che consta naturalmente di Equipaggiamento composto di Aerei, Navi, Missili, Veicoli, Elettronica e Altro Equipaggiamento, e Strutture, fatte di Edifici Residenziali e Industriali e di Installazioni Militari.

 

ALCUNE OOSSERVAZIONI CONCLUSIVE

 

In sostanza più aumenta la crisi e più lo stato imperialista dominante (gli USA) diventa aggressivo per cercare di mantenere la sua supremazia- militare in funzione dei profitti della sua borghesia, più aumentano le tensioni tra i paesi imperialisti concorrenti per assicurarsi quote di profitto sui mercati mondiali e più la guerra commerciale tra gli imperialisti concorrenti tende a trasformarsi in guerra per la spartizione dei mercati mondiali.

 

La guerra rappresenta una valvola di sfogo per le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, poiché essa distrugge i mezzi di produzione (macchinari, uomini e valori capitale) eccedenti e, quindi con tali distruzioni apre la strada a un nuovo periodo di accumulazione capitalistica.

 

Attualmente, si è aperta una fase di contesa globale tra le varie potenze imperialiste che ha come posta in gioco una nuova divisione del mondo. Un segno concreto delle contraddizioni interimperialiste in atto, sta nel fatto che gli U.S.A. sono stati costretti a condurre la guerra contro l’Iraq nel 2003 in pratica da soli, con l’ausilio di un ristrettissimo numero di alleati (Gran Bretagna, Israele, Polonia, Italia).

 

 

 

[1] Kalecki M., Aspetti della piena occupazione, Celuc Libri,1975.

 

[2] O. Ekstein, Econimic Policy in the United States from 1949 to 1961. L’economista J. Robinson in Collected Economic Papers Vol. III° Pag. 103-112 in Oltre la piena occupazione: “I paradossi di Keynes – costruire delle piramidi, scavare delle buche nel terreno – vennero presi alla lettera.

 

[3] La produttività degli USA calò dal 3,2% medio annuo del 1946-1968 al 1,9% del 1968/1972 (e allo 0,7 del 1972-1979), mentre l’Europa e il Giappone mantenevano tassi di sviluppo più alti di quelli americani. Le quote di mercato perse dagli USA (meno 23% rispetto agli anni .60) sono state conquistate quasi per intero dalla Germania Federale e dal Giappone

 

 

[4] Conseguente al loro indebolimento sui mercati internazionali e al deficit dello Stato amplificato dalla guerra del Vietnam.

 

 

[5] Gli eurodollari erano i capitali europei che non venivano reinvestiti nel ciclo produttivo ma che cercavano altre fonti di guadagno fuori dalla produzione.

 

[6] Dati del 1991 tratti dal libro Tempesta del deserto di D. Bovet – M. Dinucci, edizioni ECP

 

[7] La lievitazione artificiale dei prezzi delle industri produttrici di macchine utensili non ha fatto altro, in realtà, che aggravare una situazione dipendente dalla più elevata composizione organica del capitale americano e dalla conseguente minore competitività delle merci americane rispetto ai concorrenti europei e giapponesi.

 

 

[8] Questo moto fa parte di un processo che ha visto il secolo XX° ricco di guerre e rivoluzioni da parte delle nazioni dipendenti contro il dominio dei paesi imperialisti. La lotta antimperialista è stata sempre (a partire dal Messico del 1911-1938, dalla “rivoluzione costituzionale di Mossadeq del 1951-1953 alla rivoluzione in Iran del 1979) parte costituente dello scontro di classe locale e in internazionale.

 

[9] Si è visto cosa è successo nell’estate del 2000, quando il greggio ha raggiunto i 37 dollari al barile, proteste in tutta Europa dalla Spagna Scandinavia, con blocchi dei porti (Barcellona), scioperi dei camionisti, dei pescatori ecc.

 

 

 

[10] A metà dicembre 1998, in una notte sulla capitale irachena furono scagliati dalle navi americane 290 missili Tomahawk, tanti quanti quelli scagliati durante la guerra del Golfo del 1991.

 

 

[11] Pietro Gianvanni, Il Bilancio 2001 del Pentagono, Panorama Difesa, maggio 2000.

 

[12] www.defenselink.mil/pubs/space20010111

 

[13] Pier Paolo Lunelli, La rivoluzione negli affari militari, Marzo – Aprile 2001

 

[14] Per quanto riguarda le guerre climatiche, vedere articolo di Michel Chossudovsky, Guerre climatiche: Haarp High Frequency Aural Research Program, su www.intermarx.com/ossinter/clima sul programma HAARP.

 

[15] Molto probabilmente il Progetto RMA su questo campo è la continuazione delle ricerche che negli anni ‘80, il governo Sudafricano (quello dell’apartheid) effettuò. Questo programma di guerra biologica, chiamato Project Coast, aveva l’obiettivo di mettere a punto un’arma genetica mirata alla popolazione nera. Stesse ricerche in questo campo, sono state effettuate anche in Israele

 

 

 

DA BERNSTEIN A GROSSMAN: IL DIBATTITO SULLA CRISI NEL MOVIMENTO OPERAIO EUROPEO DALLA FINE DEL SECOLO XIX AL PRIMO DOPOGUERRA

•maggio 16, 2018 • Lascia un commento

                                                                                                               

 

Se si esamina il dibattito promosso dai revisionisti alla fine del secolo XIX° si nota che è fondamentalmente sul terreno economico che si è data battaglia contro il marxismo. I revisionisti avevano sviluppato le vecchie concezioni del socialismo utopistico che avevano fatto parte delle tradizioni del movimento operaio e che non erano mai state completamente abbandonate. D’altra parte, le idee economiche di Marx hanno inciso, più di tutti gli altri aspetti della sua analisi, tra gli intellettuali e tra gli accademici, dando origine a una specie di pensiero ibrido che aveva poco a che fare con quello delle sue origini, tutto ciò ha reso straordinariamente difficile la lotta contro il revisionismo nell’Economia Politica e di conseguenza è proprio, dove revisionisti avevano le radici più salde. Il revisionismo è nato e si è consolidato tra la fine secolo XIX° e l’inizio del secolo XX°. Questo fu un periodo di sviluppo economico rapido, pacifico e tranquillo del capitalismo[1] che passava proprio in questo periodo alla fase imperialista. Le idee del revisionismo si fondano su quasi trent’anni di sviluppo e di espansione economica senza precedenti. Questo permetteva ai revisionisti di dimostrare la capacità del capitalismo di svilupparsi all’infinito le sue forze produttive[2] e che le crisi e contraddizioni saranno definitivamente eliminate attraverso una continua “rivoluzione scientifico-tecnologica”. In sostanza il capitalismo diventa un modo di produzione eterno, dotato di una capacità espansiva illimitata. Il marxismo ha dimostrato scientificamente che il capitalismo, come tutte le formazioni economico-sociali esistite (comunismo primitivo, schiavista, asiatico, feudale), ha un termine al quale dovrà inesorabilmente giungere, spinto dalle sue stesse contraddizioni interne insieme all’azione rivoluzionaria del proletariato (perciò dall’insieme dei fattori soggettivi e oggettivi). Esistono, pertanto, due teorie sulla crisi del capitalismo: la prima, quella borghese e revisionista, che nega l’esistenza della crisi, o la considera una mera oscillazione ciclica, destinata a correggere delle disfunzioni e a permettere di continuare indefinitamente lo sviluppo delle forze produttive; la seconda è quella marxista che si caratterizza per aver analizzato i meccanismi oggettivi tanto d’espansione che di distruzione del capitalismo.

 

 ROMANTICISMO ECONOMICO E SOCIALISMO UTOPISTICO

 

 

Marx raggruppava in quattro categorie gli economisti. In primo luogo, i “fatalisti” che, a loro volta, si dividono in altre due categorie, i classici e i romantici. I classici (Smith[3] e Ricardo[4]) che rappresentano la borghesia in ascesa e dimostrano che il capitalismo è un modo di produzione superiore al feudalesimo, al quale deve subentrare inevitabilmente. Al contrario i romantici, il cui massimo esponente fu l’economista svizzero Sismondi,[5] mostrano il lato negativo del capitalismo, i suoi difetti, le sue miserie e di conseguenza più o meno coscientemente hanno lo sguardo rivolto al passato, verso un feudalesimo visto come società armonica. Le altre due categorie quella umanitaria e quella filantropica, propria dei socialisti utopisti[6] come Saint – Simon,[7] Fourier[8] e Owen,[9] confondono la scienza con la morale. I classici ponevano l’accento sulla produzione; i romantici e gli altri sul consumo. Ma, tuttavia queste correnti avevano un punto in comune: pensavano che la produzione si reggesse su leggi “naturali” eterne, indipendenti dalla volontà degli uomini, mentre il consumo e la distribuzione erano “artificiali”, modificabile purché su di essi intervenissero gli uomini. Il grande contributo di Marx alla scienza economica è consistito proprio nel dimostrare che tutte queste leggi (tanto quella della produzione come quella della distribuzione) non sono naturali bensì sociali e, di conseguenza, storiche: perciò non solo si potevano modificare, ma si sarebbero modificate.

 

Marx si considerava l’erede dei primi economisti, vale a dire degli economisti classici, mentre tacciò di utopisti tutti gli altri, specialmente quelli che confondevano la realtà economica con i loro desideri.

 

Sismondi, agli inizi del secolo XIX°, espose vivacemente nelle sue opere tutti i difetti del capitalismo, ottenendo grande influenza tra gli utopisti, come Proudhon in Francia[10] e Rodbertus in Germania.[11] Per gli utopisti, la lotta di classe tra la borghesia e il proletariato è soppiantata da un conflitto puramente quantitativo: la disuguaglianza tra ricchi e poveri; il capitalismo non è, per loro, un sistema di produzione che si basa sullo sfruttamento della forza-lavoro, ma su una ingiusta ripartizione della ricchezza. Gli utopisti pongono l’accento che il plusvalore non è altro che lavoro non retribuito, ma da ciò arrivano solo a rivendicare una migliore redistribuzione, una ripartizione più equa. Questo è anche il punto di partenza della teoria del sottoconsumo, che Sismondi adottò ricavandola dai fisiocrati:[12] poiché i capitalisti non consumano tutto il plusvalore e ne accumulano una parte, l’offerta supera la domanda, la produzione cresce più del consumo. Il fatto di non ottenere in forma di salario una parte maggiore del valore creato dal lavoro, comprime la capacità d’acquisto del mercato che non è in grado di assorbire tutta la produzione. La pauperazione del proletariato è alla base delle tesi romantiche e utopistiche: bisogna migliorare la distribuzione, elevare il livello di vita della classe operaia per ampliare il mercato ed evitare le crisi.

 

I romantici descrivono il capitalismo non come un sistema economico destinato ad accumulare e produrre plusvalore, ma come un sistema destinato a soddisfare i bisogni sociali mediante la produzione di merci, la loro distribuzione e la loro vendita. Sostituiscono con una contraddizione secondaria, quella principale, quella che si attua fra il processo di lavoro e il processo di valorizzazione, con una contraddizione secondaria, quella che avviene fra la produzione e il consumo o, per dirla in altre parole, con la contraddizione produzione-mercato, produzione-realizzazione- circolazione, produzione-distribuzione. Da qui derivano tutte le teorie del sottoconsumo, della contrazione dei mercati e delle difficoltà di realizzazione. Per Marx la vera scienza dell’economia politica comincia là dove l’analisi teorica si sposta dalla circolazione al processo di produzione. Ma per i romantici la borghesia investe il suo denaro non con il fine di ottenere un utile, non per valorizzare il suo capitale, ma per fornire un servizio al consumatore, per produrre le merci che esso richiede. Le loro idee si fondano sulla presunta dipendenza della produzione dal mercato e dalla circolazione. Queste idee determinarono un regresso verso il vecchio mercantilismo.[13] Secondo Sismondi, il capitalismo restringe il mercato interno per effetto del depauperamento, della iniqua distribuzione della ricchezza. Per evitare la sovrapproduzione ed estendere il mercato bisogna migliorare la distribuzione, evitare le ingiustizie ed elevare il livello di vita del proletariato. Sismondi diceva di differenziarsi da Smith perché questi non era interventista, mentre egli rivendicava il controllo, la regolamentazione, la pianificazione centrata sulla distribuzione.

 

Sismondi si distinse per la difesa della piccola distribuzione e per il fatto di porre in primo piano il consumo, al posto della produzione. Da qui ad affermare che la produzione è determinata dal consumo il passo era breve e Sismondi insieme a tutti i suoi seguaci non esitarono a compierlo, fondando così su una base totalmente erronea le loro teorie sul sottoconsumo. L’Economia Politica cominciava a subire una svolta, assumendo il peggio dei fisiocrati (il sottoconsumo) e il peggio dei mercantilisti (la massima preoccupazione per i mercati). Al contrario per Marx ed Engels, nella contraddizione tra la produzione e il consumo, la produzione è l’aspetto dominante: “La distribuzione, in linea generale, dipende sempre dalla situazione della produzione e dello scambio in una società determinata, così come dei precedenti storici di detta società, di modo che, quando conosciamo questi ultimi, posiamo dedurre con precisione la forma di distribuzione che esiste nella società stessa” (Engels, Anti-Dühring). Certamente il capitalismo è unità dialettica di produzione e consumo; però è soprattutto unità tra il processo di lavoro e il processo di valorizzazione. All’interno stesso della produzione capitalista si sviluppa una contraddizione tra il processo di lavoro e il processo di valorizzazione, di cui la valorizzazione è il processo dominante. Questa è stata una delle questioni che maggiormente i revisionisti hanno travisato del pensiero di Marx, promuovendo nuove varianti di mercantilismo. Le tracce di questo tipo di concezioni neomercantilistiche arrivano fino al XX° secolo, quando un economista come Sweezy[14] scriveva: “Il processo di produzione è, deve continuare ad essere, indipendentemente dalla sua forma storica, un processo destinato a produrre beni per il consumo umano. Qualsiasi tentativo di allontanarsi da questo fatto fondamentale rappresenta una fuga dalla realtà” (Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Einaudi 1951). Per Sweezy: “la crisi non è l’effetto ma piuttosto la causa di un deficit della domanda effettiva. La difficoltà, di conseguenza, non risiede per niente nella insufficienza dei mercati, bensì in una insoddisfacente (dal punto di vista capitalista) distribuzione delle entrate tra coloro che percepiscono salari e coloro che percepiscono plusvalore” (Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Einaudi 1951). Egli vincola la produzione al consumo. Per Marx: “La produzione di plusvalore è il fine propulsore della produzione capitalista il livello della ricchezza non si misura con la grandezza assoluta della produzione, ma con la grandezza relativa del prodotto eccedente. Il motivo propulsore e la finalità determinante del processo di produzione capitalista consistono, innanzitutto, nell’ottenere la maggior valorizzazione del capitale, vale a dire nel far sì che esso renda il maggior plusvalore possibile e che, pertanto, il capitalista possa sfruttare con la maggior intensità possibile la forza-lavoro” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1° Capitolo 7°).

 

La contraddizione economica fondamentale del capitalismo, può situarsi unicamente all’interno del processo lavorativo e di valorizzazione, e non tra la produzione e il mercato. La differenza tra il capitalismo e i precedenti modi di produzione si fonda precisamente sul fatto che, mentre i precedenti modi di produzione si basavano sulla mera circolazione di merci M-D-M, il capitalismo si basa sulla circolazione D-M-D’, dove D’=D+^D. Marx lo spiegava in questo modo: “Il ciclo M-D-M parte dal polo di una merce e si conclude nel polo di un’altra merce, che esca dalla circolazione ed entra nell’orbita del consumo. Il suo fine ultimo è il consumo, il soddisfacimento dei bisogni o, detto in altri termini, il valore d’uso. Al contrario, il ciclo D-M-D’ parte dal polo del denaro per ritornare, alla fine, allo stesso polo. Il suo motivo propulsore è la sua finalità determinante è, pertanto, il valore di scambio” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1°, Capitolo 4°).

 

Il capitalismo, pertanto, non è fondamentalmente un sistema di produzione di valori d’uso, un sistema di soddisfacimento dei bisogni, bensì un sistema di valorizzazione, di creazione di valore di scambio e di plusvalore.

Le posizioni di Sismondi sul sottoconsumo erano simmetriche a quelle di Malthus.[15] Per Malthus la produzione cresce in progressione aritmetica, mentre la popolazione cresce in progressione geometrica. Questo squilibrio tra produzione e consumo è quello che, secondo Malthus, giustifica l’esistenza di settori sociali intermedi, che non sono né borghesia né proletariato e che, con il loro sperpero, assorbono la sovrapproduzione capitalista. Malthus rovescia il problema: la causa della miseria sta nel fatto che la produzione non basta per tutti perché esiste sovrappopolazione. Le posizioni di Malthus si riallacciavano alla legge dei rendimenti decrescenti della terra di Smith e di Ricardo. Questa legge prevedeva l’incremento costante dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime, rispetto alle quali, i salari diminuivano, il che a sua volta provocava l’impoverimento della classe operaia e il peggioramento sistematico del suo livello di vita con il trascorrere del tempo. Per questa via il sottoconsumo di Sismondi coincide con il sotto consumismo dei malthusiani: “E’ da questa teoria di Malthus che nasce tutta questa concezione sulla necessità che esista e si sviluppi senza sosta il consumo improduttivo, concezione che trova uno zelante propagandista in questo apostolo della sovrappopolazione per mancanza di mezzi di sostentamento” (K. Marx, Teorie del Plusvalore, Tomo II°).

 

Malthus non fornì alcun apporto originale all’Economia Politica, così che Marx ne Il Capitale quasi non si preoccupa di discutere le sue tesi, si limita a porre l’accento la continuità delle tesi Malthus con quelle di Sismondi e alla sua teoria del sottoconsumo. Marx dimostrò che i limiti della produzione non erano naturali bensì sociali, perché derivano dai rapporti di produzione capitalisti. Per Marx non esiste un eccesso assoluto di forza lavoro ma solo un eccesso relativo, che chiama esercito industriale di riserva, che è indispensabile ai fini dell’accumulazione: “La produzione di una popolazione relativamente in eccesso, cioè in eccesso in rapporto alle necessità medie di sfruttamento del capitale, è una condizione di vita dell’industria moderna (…) Alla produzione capitalista non basta, nemmeno, la quantità di forza lavoro disponibile che le procura la crescita naturale della popolazione. Essa ha bisogno, per potersi sviluppare con disinvoltura, di un esercito industriale di riserva libero da questo vincolo naturale” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1°, Capitolo 23°).

 

Per dimostrarlo Marx espone il caso dell’Irlanda a metà del secolo XIX° che a causa della carestia del 1846 e dell’emigrazione di massa dei decenni successivi, perse un terzo della popolazione, retrocedendo di oltre quarant’anni. Tuttavia, ciò non intaccò né il capitale globale del paese né la sovrappopolazione relativa. La popolazione era scesa da otto a cinque milioni e, nonostante tutto, il lavoro scarseggiava e le paghe giornaliere erano diminuite. Si dimostra così che il capitalismo non può funzionare senza un esercito industriale di riserva e senza miseria, che il pauperismo non è la causa della crisi del capitalismo, ma, invece, è condizione indispensabile per il suo buon funzionamento.

Tutte le impostazioni economiche del romanticismo e dei suoi epigoni hanno la stessa natura classista, benché alcune volte pongano l’accento sulla piccola proprietà contadina e altre volte sulla piccola borghesia urbana. La piccola borghesia ha sempre considerato se stessa come il prototipo dell’umanità; per questo tutte le variazioni ideologiche derivanti da essa si presentano come liberatrici di tutta l’umanità. Il capitalismo manda in rovina la piccola proprietà, e i suoi paladini devono difenderla cercando di far fare marcia indietro alla storia.

 

 

LE POSIZIONI ECONOMICHE DEI REVISIONISTI

 

 

Le idee economiche del romanticismo ebbero una straordinaria influenza sul movimento operaio del secolo XIX° perché sottolineava la miseria che il capitalismo causava tra le masse lavoratrici.

 

Il revisionismo si sviluppò in seno alla socialdemocrazia tedesca che, verso la fine del secolo XIX° e l’inizio del secolo XX° costituiva la parte più importante del movimento operaio internazionale.

 

Il Partito Socialdemocratico tedesco (Sozialdemockratische Parti Deutschlands – SPD) nasce come partito a dimensione nazionale nel maggio 1875, dalla fusione tra l’Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi (Allgemeinen Deutschen Arbeiterverein – ADAV) di Lassale[16] e il Partito Operaio Socialdemocratico (Sozialdemokratischer Arbeiterpartei – SDAP) di Bebel[17] e Liebknecht.[18] Tra questi due partiti c’erano diverse impostazioni. L’ADAV seguendo l’impostazione di Lassalle sulla “Legge bronzea del salario”, secondo la quale i capitalisti pagano gli operai un salario minimo appena sufficiente alla soddisfazione dei bisogni primari necessaria per il mantenimento della mano d’opera, riteneva superflua l’organizzazione sindacale ritenendo invece primario la formazione di associazioni produttive a credito statale. Per questi motivi uno dei primi obiettivi politici dell’ADAV (e in seguito della socialdemocrazia tedesca fino al 1919) era la sostituzione del suffragio prussiano a tre classi con il suffragio universale, come premessa per ottenere la democratizzazione dello Stato. Lo SDAP invece lavorava per la creazione di un forte movimento sindacale. L’ADAV, dopo la morte Lassalle e sotto l’influsso delle lotte operaie che cominciarono a svilupparsi dalla metà degli anni ’60 del secolo XIX° cambiò posizione rispetto alla costruzione di organizzazioni sindacali, si arrivò così alla fondazione di due unioni nazionali sindacali, da cui scaturì negli anni a seguire importanti impulsi al superamento della divisione del movimento operaio tedesco.

 

Il Programma di Gotha approvato dal congresso di riunificazione, fu duramente criticato duramente da Marx.

 

Il partito unificato fu sottoposto a dura prova dalla legislazione antisocialista di Bismarck[19] iniziata nel 1878 e finita nel 1890, anno della caduta di Bismarck.

Il partito nel periodo della semiclandestinità (la legge prevedeva il divieto di riunione, di manifestazioni pubbliche, la chiusura di giornali e alcuni sindacati furono sciolti, ma il partito poteva partecipare alle elezioni) sviluppò un robusto apparato per distribuire le proprie pubblicazioni.

 

Gli iscritti alla SPD che alla fine della legislazione antisocialista erano più di 50.000, erano diventati 384.327 nel 1905-1906, e 1.085.905 (per il 90% operai) nel 1913-1914. Gli iscritti ai sindacati passarono da 277.659 a 2.483.661 nel 1914.

 

Il partito nel 1890 ebbe 1.427.298 voti con 35 deputati eletti, nel 1912 (le ultime elezioni in Germania prima dello scoppio della guerra) passò a 4.250.000 voti con 110 deputati eletti. Questa progressione dei risultati elettorali era la base materiale della convinzione di un’ascesa irresistibile e lineare del partito operaio verso la maggioranza assoluta e il potere.

 

I dirigenti della SPD avevano un’enorme autorità ideologica e politica davanti alle altre organizzazioni operaie europee. Uno di loro, E. Bernstein,[20] che aveva collaborato con Engels, alla morte di quest’ultimo diede via allo sviluppo di nuove concezioni ideologiche, politiche ed economiche che egli stesso definì revisioniste. La sua opera più importante Le premesse del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, apparve nel 1899 con l’esplicito proposito di criticare e modificare determinate concezioni di Marx ed Engels.

 

La diffusione delle concezioni revisioniste all’interno della socialdemocrazia tedesca fu favorita dal lassalismo diffuso al suo interno. Come si diceva prima Marx criticò duramente il programma di Ghota, dove s’identificava il fondamento della legge ferrea sui salari nei principi di Malthus. Sorsero correnti come quella che fu definita i “socialisti di cattedra”. Questa corrente voleva fondare una nuova teoria sociologica in cui si unisse la teoria dello sviluppo sociale, quella della conoscenza scientifica e la pratica politica: una sociologia che fosse una scienza dell’ethos, secondo l’insegnamento del romanticismo e di Fichte,[21] per cui il Volksgeist, ossia la volontà di una nazione, rappresenta la legge fondamentale del suo sviluppo sociale. Cercarono, in pratica, di conciliare i conflitti di classe attraverso la mediazione dello Stato bismarckiano e l’abolizione del sistema della libera concorrenza. Si trattava di un socialismo senza rivoluzione, per uno Stato senza società civile autonoma.

 

Engels nel 1878 dette battaglia all’ideologia eclettica di Dühring.[22] L’Anti-Dühring ebbe una straordinaria influenza nella socialdemocrazia tedesca e in generale, in tutto il movimento operaio europeo. A partire da allora in apparenza, il marxismo sarà l’ideologia predominate nel movimento operaio europeo.

 

Ma come diceva Lenin: “La dialettica della storia è tale che il trionfo teorico del marxismo obbliga i suoi nemici a travestirsi da marxisti” (Lenin, I destini storici della dottrina di K. Marx). I revisionisti cominciarono a dare battaglia al marxismo al suo interno.

 

Per i revisionisti, il capitalismo non è più quel modo di produzione dominato dall’anarchia di cui parlava Marx, ma un sistema economico organizzato cioè capace di regolare meccanicamente il proprio funzionamento al fine di ridurre al massimo i collassi. L’idea che il capitalismo fosse un modo di produzione anarchico era molto radicata nel movimento operaio e quest’anarchia era identificata con la concorrenza, con il capitalismo premonopolista. Quando i socialdemocratici cominciarono prendere in considerazione i monopoli, lo era per dimostrare che il capitalismo ha introdotto razionalità nell’anarchia, che esso è capace di pianificare efficacemente la produzione, la distribuzione, l’accumulazione e il consumo, così da poter evitare distorsioni rilevanti: i monopoli, scrisse Hilferding[23]sono in grado di abolire completamente le crisi, poiché possono regolare la produzione e adattare in ogni momento l’offerta alla domanda” (Hilferding, Il capitalismo finanziario). Il capitalismo concorrenziale portava all’anarchia e alle crisi, ma il capitalismo monopolista regola e attenua la crisi. Nella nuova fase del capitalismo non c’è alcun limite alla monopolizzazione crescente dell’economia, in modo che se Kautsky[24] parlò di “ultraimperialismo”, Hilferding a sua volta, esporrà la sua teoria del “cartello generale”, una specie d’istanza suprema in grado di regolare coscientemente tutte le sfere dell’economia: sparisce la divisione del lavoro, cessa la speculazione alla fine, il capitalismo cessa di essere capitalismo.

 

A dispetto di tutto ciò, bisogna ricordarsi che anarchia non significa caos, perché la concorrenza è retta da leggi che sono indipendenti dalla volontà degli stessi capitalisti. Quando i revisionisti parlano di controllo e regolamentazione del capitalismo si riferiscono, naturalmente alla possibilità dello Stato di intervenire sul funzionamento del mercato. Essi si ricollegano a due loro predecessori: a Sismondi che fu il primo a rivendicare questo interventismo dello Stato contro il liberismo di Smith, e a Lassalle che vuole attribuire allo Stato dei poteri demiurgici, sopra le classi. I revisionisti tedeschi, pertanto, innestano l’interventismo economico di Sismondi con la concezione dello Stato di Lassalle come ente hegeliano, portatore di una razionalità universale, che deve elevare il livello di vita delle masse mutando la distribuzione del prodotto sociale e frenando le crisi di sovrapproduzione. Lo Stato, sarebbe in grado di pianificare perché non è parte del sistema economico, ma sta al di sopra di esso, è indipendente da esso: la questione di chi pianifichi e regoli, diceva Hilferding è una questione di potere, il capitale finanziario significa creazione di controllo sociale sulla produzione, cosa che facilita molto il superamento del capitalismo. Non appena il capitale finanziario avrà messo sotto il proprio controllo i settori più importanti della produzione, basta che la società si appropri del capitale finanziario mediante il suo organo esecutivo cosciente, lo Stato, conquistato dal proletariato, per poter disporre immediatamente dei più importanti settori della produzione” (Hilferding, Il capitale finanziario).

 

Tuttavia, né lo Stato capitalista né i monopoli possono modificare le leggi di funzionamento del sistema economico perché entrambi sono parte integrante di queste stesse leggi, le leggi della concorrenza che conducono inesorabilmente alla sua negazione, al monopolio: il quale, a sua volta, è retto anch’esso da leggi economiche. Pertanto, sono queste leggi che si impongono tanto alla concorrenza come al monopolio, per cui l’idea di un capitalismo regolamentato e pianificato è assurda. Il monopolio non può controllare il funzionamento dell’economia capitalista, così come non la poteva controllare neppure il suo precedente, cioè la concorrenza; non solo esso non può sovrapporsi alle leggi oggettive, ma è anzi soggetto a queste stesse leggi. Il capitalismo non cessa di essere capitalismo perché giunge alla sua fase monopolista, per cui nel corso di questa nuova fase restano in vigore le stesse leggi economiche della fase della concorrenza. Il revisionismo ha sempre voluto fa credere che sono sorti “nuovi” fenomeni economici che Marx ed Engels non avevano potuto prendere in considerazione e che hanno cambiato la sostanza del capitalismo. Per loro il monopolismo sarebbe stato l’anticamera del socialismo, che il capitalismo non sarebbe crollato ma che avrebbe dato luogo a una diversa fase, quasi socialista, e con ciò avrebbe permesso una transizione pacifica e democratica dal capitalismo al socialismo. In sostanza il capitalismo non cammina verso il suo crollo ma verso il socialismo. Il monopolismo sarebbe una specie di socialismo con proprietà privata: bastava eliminare questa per ritrovarsi senz’altro nel socialismo.

 

Niente di più falso di queste loro tesi. Marx ed Engels, quando analizzarono come la concorrenza capitalista nasce dialetticamente, dalla distruzione dei monopoli feudali e come, a un nuovo livello di sviluppo, il monopolio riappare: “La concorrenza è stata generata dal monopolio feudale. Così, alle sue origini, la concorrenza è stata la negazione del monopolio e non il monopolio la negazione della concorrenza. Quindi il monopolio moderno non costituisce una semplice antitesi; è, al contrario la vera sintesi” (Marx, Miseria della filosofia). Questa, sintesi è dinamica, è contraddizione: il monopolio produce la concorrenza, la concorrenza produce il monopolio. I monopolisti si fanno la concorrenza. I concorrenti diventano monopolisti (…). La sintesi è tale che il monopolio non può reggersi se non passando continuamente attraverso la lotta concorrenziale (Marx, Miseria della filosofia).

Quella monopolista non è una fase diversa dal capitalismo concorrenziale, ma solamente una fase superiore all’interno dello stesso capitalismo. Conseguenza nessuna delle leggi del capitalismo si modifica in questa nuova tappa. In sostanza i monopoli acuiscono e intensificano la concorrenza.

 

Marx mise in relazione la rinascita dei monopoli in regime capitalista con la concentrazione del capitale, che è un modo di rafforzare la sua accumulazione. Se si concentrano masse di capitale sempre maggiori in pochissime mani, la concentrazione diventa una sorta di espropriazione di capitali diversi al fine di costituire grandi masse di capitale sotto una stessa direzione. L’accumulazione di capitale determina un processo di dispersione dei capitali: al crescere della massa di capitale, cresce anche il numero dei capitalisti contrapposti come produttori di merci, indipendenti gli uni dagli altri e in concorrenza reciproca. I nuovi capitali pertanto creano nuovi capitali indipendenti; ma a fronte di questo fenomeno di dispersione, sorge il fenomeno opposto di attrazione: i capitali già esistenti si concentrano in pochissime mani, alcuni capitalisti espropriano altri capitalisti, i grandi capitali divorano quelli piccoli senza che, necessariamente, si crei nuovo capitale. Marx evidenziò come la concentrazione del capitale è uno strumento molto più potente, e che i suoi meccanismi più importanti sono il credito e le società per azioni. La concentrazione consiste in una redistribuzione del capitale già esistente e non esige accumulazione, in quanto le basta la riproduzione semplice. Tuttavia, la concentrazione permette di ampliare la grandezza delle operazioni, di costituire potenti consorzi economici, il che è indispensabile man mano che il capitale costante cresce e si espande, poiché cresce sempre di più il suo volume minimo necessario per trarre profitto da un’impresa.

 

La concentrazione del capitale è una conseguenza della concorrenza, nella quale i più deboli soccombono e sono assorbiti da quelli più forti. I capitali si spiazzano a vicenda. Molti si distruggono e i pochi che sopravvivono vedono rafforzata la loro pozione.

 

Per i revisionisti basta abbandonare il liberismo economico e intervenire sul sistema economico perché il capitalismo non crolli. L’interventismo, il controllo e la regolamentazione dimostrano che si tratta di un modo di produzione eterno, “naturale” e immutabile. I revisionisti mantengono una visione statica del capitalismo, il cui le contraddizioni e gli squilibri non trovano più spazio. Mentre per Engels l’Economia Politica ha natura essenzialmente storica, per i revisionisti (come tutti i borghesi) concepiscono le leggi economiche su cui il capitalismo si regge indipendenti dall’influenza del tempo.

 

Tutta una serie di posizioni di Bernstein divennero le argomentazioni chiave dei revisionisti. La prima di queste è la scomparsa delle crisi, giacché Bernstein, pur continuando a riconoscerne la possibilità, pensa che in futuro si andranno attenuando fino a sparire, grazie al controllo delle fluttuazioni economiche. La seconda, sono le classi medie, il loro crescente protagonismo che, a suo indizio, la piccola produzione mantiene nel capitalismo, grazie al credito e alle società anonime che “democratizzano” il capitalismo e fanno partecipe dei suoi benefici tutta la popolazione. Su questo punto Bernstein non è d’accordo con Hilferding e con le sue teorie sul capitale finanziario, rifiutandosi di riconoscere il ruolo che cominciava a svolgere i grandi monopoli ed evidenziando al contrario una presunta redistribuzione della proprietà. D’altro lato, in questo periodo, tra la fine del secolo XIX° e l’inizio del secolo XX° in alcuni paesi imperialisti come l’Inghilterra e la Germania ci fu un miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia, fatto che dimostrerebbe che Marx era in errore quando affermava al contrario, che il proletariato avrebbe sperimentato un processo di pauperizzazione crescente. Da qui, parte l’idea che la società si stava incamminando verso una progressiva democratizzazione, che deve essere approfondita includendovi non solo l’ambito politico ma anche quello economico, aspetto questo in cui i revisionisti moderni non hanno innovato proprio nulla.

 

I revisionisti s’impegnarono, in due battaglie fondamentali: quella di trasferire le cause della crisi dal momento della produzione, dove Marx le aveva collocate, al momento della circolazione, alludendo a crisi di realizzazione, di sottoconsumo e di squilibrio e inoltre quella di opporsi a ciò che una volta si chiamava la Zusammenbruchstheorie ovvero la teoria del crollo, che costituì il nucleo centrale della polemica da parte dei revisionisti fino al 1914. La sostanza del dibattito era: se il capitalismo non crolla, non si doveva sostituirlo con il socialismo, bensì dirigerlo, controllarlo, regolarlo a propria discrezione: compito della socialdemocrazia avrebbe dovuto essere quello di gestire il capitale, vincere le elezioni.

 

L’importanza del dibattito sul “crollo del capitalismo” stava nelle conseguenze politiche che ne derivavano per il movimento operaio e in particolare per l’unità tra il momento oggettivo e quello soggettivo nel processo rivoluzionario. La legge sul crollo collocava il processo rivoluzionario verso il socialismo su un fondamento oggettivo: la rovina del capitalismo, mentre i revisionisti volevano fondarlo su dei fattori puramente soggettivi. I revisionisti sostituirono Marx con Kant:[25] la rivoluzione non era più una necessità bensì una possibilità.

 

I revisionisti concepiscono il sottoconsumo non come una conseguenza della crisi bensì come la sua causa e, pertanto non trovano contraddizione tra il processo di produzione e quello di valorizzazione, per cui il capitalismo come modo di produzione è inesauribile. Crisi e recessioni, sono dovute, in sostanza a fattori esterni, che si pongono al di fuori della produzione in nessun caso, lo porteranno al crollo. Il revisionismo ammette solo il sottoconsumo che a sua volta, trova il proprio rimedio nelle ricette keynesiane della domanda effettiva e dello sperpero. Il prototipo più ingenuo di questo tipo di concezioni fu il libro del genero di Marx, P. Lafargue.[26] Il diritto alla pigrizia pubblicato nel 1883, dove il sottoconsumo è l’asse centrale delle sue riflessioni economiche. Con questo tipo di concezioni, si passa a teorizzare che la piccola borghesia è un settore sociale in crescita che, con il suo arricchimento, può evitare la contrazione dei mercati.

 

L’idea di crollo appare ripetutamente nelle opere di Marx che sul primo libro de Il Capitale scrive: “Man mano che progressivamente diminuisce il numero dei magnati capitalisti che usurpano e monopolizzano questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, dell’oppressione, della schiavizzazione, della degradazione, dello sfruttamento; ma cresce anche la ribellione della classe operaia, che è sempre più numerosa e più disciplinata, più unita e più organizzata per effetto del meccanismo stesso con cui funziona il processo di produzione capitalista. Il monopolio del capitale si converte in una morsa che strangola il modo produzione che è cresciuto con esso e grazie ad esso. La concentrazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro arrivano a un punto tale da diventare incompatibili con il loro involucro capitalista. Questo salta in aria e finisce in pezzi. L’ora della proprietà privata capitalista è suonata. Gli espropriatori vengono espropriati” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1°, capitolo 24).

 

Questa citazione (e se ne potrebbero citare altre) sintetizza bene come Marx concepisce la natura storica e transitoria del modo di produzione capitalista. Bernstein definì l’analisi di Marx sul crollo del capitalismo come meccanicistica e fatalista, saltando così la natura dialettica del pensiero di Marx. Bernstein cercava di deviare il processo rivoluzionario su un versante puramente soggettivo. In sostanza rompeva l’unità dialettica tra l’oggettivo e il soggettivo nel processo rivoluzionario e in seguito pone l’accento sull’aspetto soggettivo, etico, della lotta di classe.

 

Le conseguenze teoriche finali di queste impostazioni diviene in sostanza l’interclassismo. Se la rivoluzione è un problema etico, in essa non deve intervenire solo, né principalmente il proletariato, ma tutti quelli che sono coscienti delle disuguaglianze del capitalismo. La lotta di classe sfuma e trasferisce l’asse della critica dal momento dello sfruttamento a quella distribuzione definita ingiusta.

 

KAUTSKY LA LOTTA AL REVISIONISMO DAL PUNTO DI VISTA DEL “MARXISMO ORTODOSSO”.

 

Gli attacchi di Bernstein scatenarono una forte polemica dentro la socialdemocrazia tedesca. Il dibattito principalmente si concentrò sulle sue posizioni politiche, mentre su quelle economiche restarono in secondo piano. Questo dibattito coinvolse essenzialmente i dirigenti e gli intellettuali del partito. La SPD, in realtà era ancorata alle concezioni lassalliane, e dopo la fine delle leggi antisocialiste, i dirigenti del Partito volevano evitare ulteriori persecuzioni. Nel 1891 (quando la SPD aveva in corso l’elaborazione del Programma di Erfurt) Engels pubblicò di sua iniziativa la Critica del programma di Gotha che Marx aveva scritto nel 1875, ma che i dirigenti della SPD, cui Marx l’aveva diretta, avevano tenuto segreta per scrupoli legalitari, per non incorrere nei rigori della legge dello Stato tedesco.

 

L’esempio più significativo delle pozioni teoriche e pratiche della socialdemocrazia tedesca si impersona in Kautsky. Egli fu uno dei primi a contrastare il revisionismo e a difendere una presunta “ortodossia” del marxismo.

 

Kautsky, aveva una posizione che si poteva definire centrista. Non condivideva la teoria del crollo (che era il punto centrale della polemica di Bernstein) ma non condivideva neppure la teoria della vitalità illimitata del capitalismo. Per dimostrare la sua tesi fece ricorso a una singolare versione sottoconsumista. Sosteneva che la situazione che rendeva inevitabile il trionfo del socialismo, fosse l’eccesso di produzione che non trovava sbocco nei mercati.

 

Il sottoconsumo non lo concepisce come una mera oscillazione ciclica di natura congiunturale, ma come un collasso definitivo di tutto il sistema capitalista mondiale. Il capitalismo non potrebbe sopravvivere a fronte di una sovrapproduzione cronica.

Kautsky differenzia due tipi di crisi: quelle congiunturali e quelle strutturali. Solo quest’ultime sono le crisi per antonomasia.

 

Kautsky come Bernstein, rompe l’unità dialettica tra oggettivo e soggettivo nella rivoluzione. Nonostante alluda sia all’aspetto soggettivo (la lotta di classe) che a quello oggettivo (il sottoconsumo come limite estremo del capitalismo), nell’esposizione i due aspetti contrari non appaiono uniti ma separati; i fattori economici coesistono con gli altri fattori ed entrambi sembrano indipendenti gli uni dagli altri, di modo che altri fattori possono anticipare nel tempo quelli economici e, pertanto, sorgere in margine ad essi.

 

LA LEGGE DEI MERCATI DI SAY.

 

L’esposizione del pensiero economico revisionista non sarebbe completa senza descrivere un’altra teoria revisionista che si sviluppò sul terreno del dibattito economico, che si opponeva alle tesi sottoconsumiste. Si tratta delle posizioni delineate e sostenute da Tugan Baranovski[27] e da Hilferding. In contrasto con i sottoconsumisti, queste impostazioni che si riallacciavano direttamente ai classici, in particolare a Ricardo, che non riconosceva nessuna forma di sovrapproduzione, né di merci, né di capitale. Le impostazioni che si caratterizzavano per il fatto di negare la sovrapproduzione assumono la difesa della “legge dei mercati di Say”,[28] ossia della corrispondenza tra la produzione e il consumo. Non può esserci sottoconsumo perché ogni produzione genera il proprio consumo. La prima esposizione di questa tesi la fece l’economista russo T. Baranovski, nel 1894, nella sua opera Studi sulla teoria e la storia della crisi industriale in Inghilterra, che tradotta in tedesco nel 1901, ebbe un grande successo dentro la socialdemocrazia. A differenza dei sottoconsumisti, costoro non partivano dalla domanda bensì dall’offerta, dalla produzione e pensavano che il capitalismo non avesse come scopo il soddisfacimento dei bisogni bensì la realizzazione di plusvalore. T. Baranovski interpretava Marx in questo senso: la produzione può svilupparsi indipendentemente dal consumo e, di conseguenza, il capitalismo può progredire indefinitamente senza pericolo di crisi. Le equazioni esposte da Marx nel libro secondo de Il Capitale dimostravano l’illimitata capacità di crescita dei mercati e di conseguenza negava qualsiasi possibilità di sovrapproduzione.

 

Ciò che trascuravano era che le condizioni di sfruttamento diretto e quelle della sua realizzazione non sono identiche, poiché la capacità di consumo della società capitalista, a differenza della sua capacità di produzione, è limitata dalla spinta all’accumulazione che la riduce a un minimo suscettibile di variazioni solo entro limiti molto ristretti. Per esempio: se il settore destinato a produrre mezzi di produzione si sviluppa più rapidamente di quello che produce beni di consumo, non significa che il settore dei beni di consumo non si sviluppi in assoluto, si sviluppa; anche se più lentamente dell’altro. L’accumulazione amplifica sia il settore che produce mezzi di produzione che il settore che produce beni di consumo. La sovrapproduzione di beni di consumo esiste proprio perché la produzione è slegata dal consumo, è così si dà il via a una produzione per un mercato anonimo: “La discordanza tra il processo immediato di produzione e il processo di circolazione fa sì che di nuovo si sviluppi e si approfondisca la possibilità di crisi, che già si manifesta nella semplice metamorfosi della merce. La crisi esiste dal momento in cui questi processi non si fondono, ma anzi si rendono indipendenti l’uno di fronte all’altro”. (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II°).

 

Il consumo dipende dall’accumulazione. L’accumulazione determina tanto il salario dei lavoratori come lo stesso consumo dei capitalisti perché amplifica sia il volume del capitale costante che quello del capitale variabile. Le teorie di Turgan Baranovski e di Hilferding, basandosi sulla legge di Say, negano la sovrapproduzione e si riassumono nell’idea della “produzione per la produzione”.

 

Ma non esiste la produzione per la produzione stessa. Il plusvalore ha un triplice destino: una parte è destinata al consumo improduttivo della borghesia; un’altra ad aumentare il capitale variabile, cioè i salari e solo una terza è destinata all’incremento del capitale costante, cioè del settore che produce mezzi di produzione. Una tesi molto diffusa nell’economia politica borghese, è quella di non considerare né il consumo improduttivo dei capitalisti né quello degli operai come parte dell’accumulazione capitalista, bensì come parte del costo di produzione. Secondo questo punto di vista, ciò che essi chiamano risparmio è destinato unicamente ad essere investito in mezzi di produzione. Procedendo su questa via, è facile cadere nella tesi di considerare i salari come variabile indipendente e di ridurre il risparmio ad un residuo. Nella contraddizione tra produzione e consumo, è la produzione che svolge il ruolo dominante: la produzione anticipa il mercato, l’offerta non attende la domanda, il consumo non determina la produzione. Il capitalismo apre, effettivamente, una breccia tra la produzione e il consumo, ma proprio in ciò consiste il profitto e l’accumulazione. Lo sviluppo del settore destinato alla produzione di beni di consumo svolge, tuttavia, un ruolo fondamentale nel capitalismo, perché è quello che incide sui salari, cioè sul prezzo della forza-lavoro. L’innalzamento del livello di vita della classe operaia fa parte dello sviluppo di questo settore di imprese. Da ciò deriva che determinate conclusioni dei sottoconsumisti sul pauperismo siano prive di fondamento, ma nello stesso tempo, ciò non significa che non via sia pauperismo, cioè che le condizioni di vita della classe operaia non peggiorino con lo sviluppo del capitalismo.

 

Le previsioni di Marx sulla proletarizzazione e l’impoverimento crescente della classe operaia si sono rilevate esatte poiché rispondono alle leggi inesorabili del capitalismo. In una ricerca dell’IRES CGIL del 2004 (Salari, inflazione e produttività in Italia e in Europa, settembre 2004) quantifica la riduzione del potere di acquisto complessivo in tre anni (2002-2004) in € 1.380 sulla base dell’inflazione prevista nel 2004 del 2,8%. Dalle tasche dei lavoratori mancano pertanto 21-22 miliardi di €. Una conseguenza dell’impoverimento è l’aumento dell’acquisto a credito: il risparmio delle famiglie si è dimezzato in 30 anni, passando dal 18% all’8% e contemporaneamente aumenta l’indebitamento, con la crescita degli acquisti a credito che nel 2004 sono aumentati del 14% raggiungendo il 3,9% del P.I.L.

 

Se si calcola i disoccupati in diversi paesi, secondo dati ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), presi dal sito http://laborsta.ilo.org (che hanno il limite di essere basate su dati ufficiali e quindi largamente non descrittivi della realtà di ciascun paese esaminato), il divario tra il 1970 e il 2003 risulta: in Italia nel 1970 erano 1.111.000 disoccupati, nel 2003 passano a 2.06.000; in Francia nel 1970 erano 510.000 disoccupati, nel 2003 passano a 2.640.000; in Giappone nel 2003 erano 590.000 disoccupati, nel 2003 passano a 3.500.000; negli U.S.A. nel 1970 erano 4.093.000 disoccupati, che passavano a 8.774.000.

 

Però, non si può spiegare la crisi di sovrapproduzione in atto in base al pauperismo crescente, poiché esso dà impulso alla crescita dell’accumulazione capitalista, che si troverebbe in difficoltà se sparissero i bassi salari e l’esercito industriale di riserva: La misura di questa produzione in eccesso è data dal capitale stesso, dal livello esistente delle condizioni di produzione e dallo smisurato istinto di arricchimento e di capitalizzazione dei capitalisti; non è data in alcun modo dal consumo, che è di per sé limitato, che è di per sé limitato, poiché la maggioranza della popolazione, formata dalla popolazione operaia, può aumentare i suoi consumi solo entro limiti molto ristretti (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II).

 

LA LOTTA CONTRO IL REVISIONISMO DA PARTE DI ROSA LUXEMBURG.

 

La Luxemburg[29] si oppose ai revisionisti, partendo da una concezione sottoconsumista. Questo dimostra quanto le teorie sottoconsumiste erano molto radicate nel movimento operaio e socialista. Certo non si può inquadrare la Luxemburg tra i riformisti (che ha sempre combattuto), ma non riuscì a porre le basi di una teoria rivoluzionaria che riuscisse a depurare Marx dai romantici e dagli utopisti.

 

Nella sua opera Riformismo o rivoluzione, scritta nel 1899, la Luxemburg si oppone ai revisionisti eredi di Kant, Proudhon e di Lassalle, mentre è d’accordo con la legge del crollo, poiché, secondo lei, il collasso inevitabile del capitalismo è la pietra miliare del socialismo scientifico, che poco a poco dovrà imporsi su tutti gli errori utopisti e piccolo-borghesi che l’hanno preceduto. Ritiene, inoltre che la legge del crollo inevitabile del capitalismo faccia parte della tradizione teorica della socialdemocrazia tedesca e che, separandosi da essa, Bernstein l’abbia tradita. La socialdemocrazia aveva sempre pensato che si sarebbe arrivati al socialismo con una crisi generale e catastrofica, a causa della quale il capitalismo si sarebbe estinto da solo, vittima delle sue stesse contraddizioni.

 

La Luxemburg cerca di dimostrare l’incapacità del capitalismo di sopravvivere come modo di produzione ma prese in considerazione delle contraddizioni secondarie che non hanno questa potenzialità. Mette sullo stesso piano la contraddizione tra la socializzazione delle forze produttive e la privatizzazione dell’appropriazione e la contraddizione tra produzione e consumo. Critica Bernstein perché sostiene la possibilità da parte del capitalismo di superare le proprie crisi, quando, secondo lei, l’eliminazione delle crisi presuppone il superamento della contraddizione tra produzione e scambio. Questa sua posizione, è identica à quella di Kautsky: il capitalismo sparirà in conseguenza della crisi di sottoconsumo. Come Kautsky, trasferisce la contraddizione nell’ambito della circolazione. Secondo lei non ci sarebbe crisi se la produzione coincidesse con il mercato, se questo avesse una capacità di espansione illimitata. Sostituisce la contraddizione produzione-valorizzazione con quella produzione-mercato.

 

La sua opera posteriore L’accumulazione del capitale (1913), suscitò una viva e violenta polemica reazione da parte dei dirigenti della socialdemocrazia tedesca.

 

L’irritazione da parte dei dirigenti della socialdemocrazia tedesca era causata dall’avvicinarsi della guerra imperialista, e la legge del crollo poteva avere interpretazioni troppo pericolose, per un partito, dove da tempo vigeva la separazione tra una teoria “ortodossa” del marxismo e una pratica riformista, pronto a sostenere il proprio imperialismo come alla fine accade nel 1914. In L’accumulazione del capitale, la Luxemburg amplifica le tesi di Riformismo e rivoluzione: per lei il consumo determina la produzione; poiché i capitalisti non consumano tutto il plusvalore, quest’accumulazione genera sottoconsumo che non trova sbocchi perché manca di domanda solvibile; questo sottoconsumo si può solo compensare con le vendite sul mercato estero, in aree che vivono al margine del capitalismo; pertanto il capitalismo è un sistema economico che può funzionare soltanto se coesiste con regioni precapitaliste, perché la sua produzione non trova acquirenti né tra gli operai né tra i capitalisti (poiché questi consumano solo la parte di plusvalore che non accumulano); una volta che il capitalismo si sarà esteso tanto da non disporre più regioni vergini in condizioni precapitaliste e non ci sono soggetti terzi (le altre classi sociali che stanno tra capitalisti e classe operaia) che completino la domanda, avverrà il crollo. La causa del crollo, pertanto, è la mancanza di domanda, la limitatezza dei mercati.

 

Per lei la coesistenza tra modo di produzione capitalista e quelli precapitalistici non avviene necessariamente fuori dalle frontiere, perché è possibile anche l’espansione interna quando esistono regioni non ancora raggiunte dal capitalismo. Il problema sorge, poiché questi mercati precapitalisti (sia, interni che esterni) si esauriscono, il capitalismo crolla inesorabilmente. In realtà ciò che dimostra la Luxemburg, è l’impossibilità del capitalismo a svilupparsi all’infinito non il suo crollo.

 

La Luxemburg parte dalla domanda, dal consumo e colloca i problemi economici nella fase della realizzazione. Basterebbe un’espansione della domanda e del mercato perché si possa procedere con l’accumulazione. Pertanto la Luxemburg, paradossalmente, criticando il revisionismo, in realtà prende posizione, alla fine, per una delle due correnti teoriche del revisionismo: quella di Kautsky (in opposizione alle tesi di Hilferding e di T. Baranovski che difendevano la legge di Say).

 

Queste tesi della Luxemburg, avevano origine dal fatto che essa partiva dagli schemi di riproduzione capitalista del Libro II° de Il Capitale e di prenderli per un modello di funzionamento del capitalismo. Ma questi schemi partono dall’ipotesi che non esiste il mercato estero e pertanto non si può pretendere di dimostrare, a partire da essi, che il mercato estero è indispensabile. D’altro canto, nei suddetti schemi Marx ipotizza anche che le merci si scambino in base al loro valore e che quindi non esistano trasferimenti occulti mediante i prezzi di produzione (caratteristica tipica del commercio internazionale).

 

D’altronde la Luxemburg riafferma che il capitalismo è un sistema mosso dalla logica del profitto e non della mera produzione di merci, difende la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e del crollo del capitalismo, che si arriverà, secondo la Luxemburg, per due vie: sia per l’espansione capitalista che comprime sempre di più i settori non capitalisti e, di conseguenza, impedisce l’accumulazione, sia perché, senza attendere quel momento, il proletariato si solleverà e la farà finita con il capitalismo.

Un importante contributo della Luxemburg sta nell’analisi delle differenze fra le crisi iniziali del capitalismo, che li giudica come un frutto della sua crescita infantile, e le crisi di decadenza (che non erano ancora sopraggiunte ma che ci si doveva aspettare). Le prime derivano dalla fase di espansione del capitalismo, mentre quelle future saranno crisi d’invecchiamento e di putrefazione. Questo apporto, che in seguito Lenin svilupperà, è esposto per la prima volta dalla Luxemburg, che, però, collega sempre al mercato: l’espansione è espansione del mercato e non della produzione, i limiti sono del mercato e non della produzione stessa, il capitalismo non è in grado di espandersi illimitatamente proprio per questi limiti del mercato, le crisi appaiono come crisi commerciali, sino ad arrivare ad affermare, che sotto il capitalismo, lo scambio domina la produzione. La Luxemburg critica Bernstein e la sua teoria della “ingiusta distribuzione” della ricchezza, ma la sostituisce con un’altra equivalente, non conclude che è il sistema di produzione che condiziona il mercato.

 

Il successo delle teorie sottoconsumiste posteriori, specialmente negli ambiti accademici anglosassoni, si fonda precisamente sul fatto che la Luxemburg le era rifornite di un involucro rivoluzionario; altrimenti, sarebbero rimaste rinchiuse nell’ambito della socialdemocrazia e del sindacalismo riformista, poiché il loro ruolo consisteva nel dimostrare la necessità di aumentare i salari reali dei lavoratori per stimolare la domanda e uscire dalla crisi. L’opera della Luxemburg, ebbe un’influenza sui suoi posteri perché, dal 1907 al 1914 insegnò economia politica alla scuola di partito di Berlino, influenzando una gran quantità di intellettuali europei. Le sue opere contribuirono alla diffusione dell’ideologia del sottoconsumismo, tra certi settori intellettuali della “nuova sinistra” negli anni sessanta/settanta.

 

LE POSIZIONI DI BUCHARIN.

 

Bucharin[30] per un certo periodo fu considerato l’economista ufficiale del Partito e i suoi scritti ebbero una certa risonanza grazie ai suoi interventi nei dibattiti nell’Internazionale Comunista. Le sue opere più famose sono: L’economia mondiale e l’imperialismo scritto nel 1914 e L’imperialismo e l’accumulazione del capitale scritto nel 1925 per confutare le tesi della Luxemburg.

 

Bucharin sostiene anche lui tesi sottoconsumiste e la sua critica alla Luxemburg si basa sul fatto che la produzione ha come destinatario finale il consumo, che tra i due momenti c’è una connessione oggettiva, che c’è tra loro una mutua dipendenza, che il volume della produzione è determinato dal livello della domanda. La contraddizione tra il valore d’uso e il valore di scambio della merce appare nella contraddizione tra produzione di plusvalore, che tende ad un’espansione senza limiti, e il limitato potere d’acquisto delle masse che realizzano il valore della loro forza-lavoro. Questa contraddizione trova la sua soluzione nelle crisi. Il potere di acquisto del proletariato tende a diminuire sempre di più a causa di una distribuzione della ricchezza che tende a ridurre i salari al livello al minimo vitale, Bucharin così aderisce alla legge bronzea dei salari di Lassale. In una sua nota opera di divulgazione, Bucharin scrive: “Cosa sono le crisi? Ecco come si sviluppa il loro processo. Un bel giorno risulta che si sono prodotte alcune merci in quantità eccessiva. I prezzi si abbassano e, ciò nonostante, non si trova chi le compri. Tutti i magazzini sono stracolmi. Una gran quantità di operai sono ridotti a tali condizioni di miseria che non riescono a comprare nemmeno quel poco che consumavano in altri tempi. Allora cominciano le catastrofi” (Bucharin, L’ABC del comunismo, 1919).

 

Il suo pensiero è contraddittorio: da una parte è un sottoconsumista, ma quanto al resto egli segue fedelmente le tesi Hilferding.

 

Egli sostiene, che i movimenti migratori internazionali abbiano la loro origine nelle differenze tra i livelli di salario esistenti nei diversi paesi, differenze che essi devono livellare, proprio come si livella il saggio di profitto per mezzo del commercio internazionale.

 

Seguendo Hilferding alla lettera, egli ritiene che sia la differenza tra i saggi di profitto (e, pertanto, la differenza nella composizione organica del capitale) che provoca l’esportazione dei capitali. Pertanto, concepisce, la sovrapproduzione di capitali non in senso assoluto, ma in senso relativo: in un dato paese il capitale risulta eccedente ed esportabile solo in rapporto all’utile che può ottenere in paragone a quello che otterrebbe in un altro paese. Questo principio lo eleva nientemeno a categoria di legge generale del modo di produzione capitalista.

 

Bucharin esagera il potere delle banche, secondo lui, il capitale bancario prevale progressivamente su quello industriale, operando come organizzatore dell’attività industriale, cosicché non si può creare nessun monopolio senza l’intervento delle banche. Questa influenza delle banche contribuisce a superare il caos del mercato concorrenziale e tende a creare un gigantesco monopolio onnicomprensivo, quel superimperialismo di cui parlava Kautsky: Le diverse sfere del processo di concentrazione e di organizzazione si stimolano a vicenda e determinano una forte tendenza alla trasformazione di tutta l’economia nazionale in una gigantesca impresa concertata sotto l’egida dei magnati della finanza e dello Stato capitalista, alla trasformazione di un’economia che monopolizza il mercato mondiale e che arriva ad essere la condizione necessaria della produzione organizzata nella sua forma superiore non più capitalista (Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo) Nel VI° Congresso dell’Internazionale Comunista (1928) Bucharin prese espressamente le difese di Hilferding per sostenere questa tesi, che contraddiceva quanto sosteneva Marx: “Quando la produzione capitalista si sviluppa pienamente e diventa il modo di produzione fondamentale, il capitale usuraio si sottomette al capitale industriale e il capitale commerciale diventa un modo di essere del capitale industriale, una forma derivata dal suo processo di circolazione. Ma proprio per questo, entrambi devono arrendersi e assoggettarsi preventivamente al capitale industriale (K. Marx, Teorie sul Plusvalore, tomo II° ). Neppure Lenin parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario bensì della fusione di queste due forme di capitale, che egli denominò capitale finanziario.

 

Per Marx è la banca che s’indebolisce se perde i suoi legami con l’industria e il commercio. Il capitale può funzionare solo simultaneamente come capitale produttivo, capitale-merci e capitale-denaro, senza che nessuna di queste due forme possa assorbire le altre. Ma in questa formula trinitaria è il capitale produttivo che svolge il ruolo più importante poiché che può funzionare autonomamente, mentre gli altri costituiscono ciò che Marx chiamava “capitale inattivo”. Questi capitali inattivi (e in particolare il capitale-denaro e il capitale-bancario) non possono “allontanarsi” dal capitale produttivo né operare nel vuoto, ma devono avvicinarsi ad esso, fondersi con esso. Il movimento D – D’non è che una formula abbreviata, feticista del movimento D-M-D’, che concentra in un solo atto il processo di produzione e quello di circolazione.

 

Certi equivoci, nascono dal fatto che per “finanza” si intende fondamentalmente speculazione borsistica. La definizione di Lenin è più lungimirante: infatti, se si approfondisce l’analisi dei bilanci delle grandi imprese che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scopre che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Facciamo degli esempi. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT; è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e dal denaro in prestito dalle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensione degli USA, per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse tendono a fondersi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale.

 

Seguendo la linea di Hilferding, Bucharin sostiene che dalla fine del secolo XIX° il capitalismo sperimentò un chiaro processo di crescente organizzazione che modificò seriamente il libero gioco delle forze della concorrenza. Secondo, Bucharin, il processo di concentrazione e di crescente monopolizzazione è lineare; il volume e la dimensione delle imprese cresce sempre fino ad arrivare ad un unico consorzio identificato con lo Stato, che come conseguenza sposta la concorrenza quasi completamente nell’ambito della concorrenza internazionale. In questo contesto operano due tendenze: la prima, l’internazionalizzazione, che porta verso un’organizzazione capitalista mondiale; la seconda, nazionalista, che obbliga a chiudere le frontiere. La concorrenza capitalista ormai esiste solo a livello internazionale, dove si manifesta come una lotta dei gruppi nazionali tra di loro.

Bucharin è decisamente contrario alla legge del crollo del capitalismo, poiché ritiene che il futuro del capitalismo sia determinato dal rapporto tra le forze sociali in lotta. Alla fine Bucharin prende solamente in considerazione il fattore soggettivo, per cui la rivoluzione torna a trasformarsi in un imperativo categorico kantiano, in sostanza, diventa alla fine un problema di ordine esclusivamente morale.

 

Queste critiche alle concezioni economiche della Luxemburg e di Bucharin, nulla tolgono del loro ruolo importante nel movimento comunista internazionale. Le battaglie contro il revisionismo della Luxemburg rimangono delle pietre miliari nella storia del movimento operaio, come per Bucharin il suo ruolo di dirigente bolscevico e dell’Internazionale Comunista. Queste critiche devono servire a capire i limiti del movimento comunista.

 

LA  LOTTA CONTRO IL REVISIONISMO DI LENIN

 

Lenin impostò la battaglia contro le concezioni dei revisionisti sul terreno politico, ideologico, e organizzativo. Quest’opera di Lenin è ben conosciuta ed è stata divulgata in tutto il movimento comunista internazionale.

 

Le prime opere economiche di Lenin erano contro i populisti,[31] T. Baranovski, Bulgakov[32] e Struve,[33] gli ultimi due erano della corrente dei “marxisti legali”, un’anticipazione russa di quello che sarebbe stato in seguito il revisionismo nella socialdemocrazia tedesca.

 

Il suo primo scritto Nuovi spostamenti economici nella vita contadina, terminato nel 1893 ma pubblicato solo nel 1923, fu proprio contro i populisti, poiché si occupava dell’obscina, la tradizionale comunità rurale russa che populisti la vedevano come la cellula della futura società; Lenin osserva che in essa si producono differenze di classe, poiché una piccola minoranza riesce ad accumulare una maggiore quantità di terra, mentre la maggioranza dei contadini s’impoverisce; questi ultimi, costretti al lavoro salariato acquisiscono in compenso mezzi a loro prima sconosciuti, favorendo così la disgregazione dell’economia naturale e il sorgere di un’economia di mercato, favorendo così lo sviluppo del capitalismo.

 

Nel 1894 scrisse il breve saggio Che cosa sono “Gli amici del popolo” e come lottano contro in socialdemocratici, dove affermava la superiorità scientifica del marxismo e rimproverando i populisti di soggettivismo sociologico: “Le condizioni storiche che avevano dato ai nostri soggettivisti il materiale per la loro teoria consistevano e consistono tuttora in rapporti antagonistici e hanno generato l’espropriazione del produttore (in pratica la trasformazione del piccolo contadino e dell’artigiano in lavoratore salariato). Non riuscendo a capire questi rapporti antagonistici, non riuscendo a trovare in loro elementi sociali che possano riscuotere l’adesione degli individui isolati, i soggettivisti si sono limitati a costruire teorie che consolino questi individui isolati, affermando che in realtà la storia è stata fatta da loro” (Lenin, Chi sono “Gli amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici). I populisti non si rendevano conto delle trasformazioni che erano avvenute nella realtà della Russia, né colsero così le contraddizioni dello sviluppo della società russa, né le contraddizioni dello stesso capitalismo.

 

Indubbiamente, nella lotta contro l’economicismo, l’opera più famosa è stata il saggio Che Fare? composto tra il maggio 1901 e il febbraio 1902, riprendeva il titolo di un noto romanzo dello scrittore russo N. C. Cernysevskij,[34] che aveva affascinato più di una generazione di rivoluzionari russi.

 

L'”economismo” era una corrente della socialdemocrazia russa. La sua essenza politica si riassumeva nel programma: “Agli operai la lotta economica, ai liberali la lotta politica”. La sua principale base teorica era il cosiddetto “marxismo legale” o “struvismo”, il quale “ammetteva” un “marxismo” completamente epurato da qualsiasi rivoluzionarismo e adattato alle esigenze della borghesia liberale. Riferendosi alla scarsa evoluzione delle masse operaie in Russia, e desiderando “andare con la massa”, gli “economisti” limitavano i compiti e lo slancio del movimento operaio alla lotta economica e all’appoggio politico al liberalismo, non ponendosi nessun compito politico indipendente e nessun compito rivoluzionario.

 

Quando nella socialdemocrazia tedesca sembrava in apparenza essere battuto il revisionismo, Lenin non insisté sulle questioni economiche perché nel 1903, nel corso del II° Congresso del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo) tenuto prima a Bruxelles e poi a Londra, sopraggiunse la scissione nel Partito che si divise tra bolscevichi (maggioritari) e menscevichi (minoritari). Da quel momento Lenin dovette trasferire il dibattito sul terreno politico, strategico e ideologico e solo molto superficialmente entrò nelle questioni economiche. Basta leggere La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (1918) o Stato e rivoluzione (1917) per rendersi conto di quali erano le questioni più importanti che allora Lenin dovette affrontare nella sua lotta contro il revisionismo.

 

Le posizioni di Lenin, in seguito, furono travisate, dal revisionismo del movimento comunista internazionale. Umberto Cerroni,[35] un’intellettuale del P.C.I. arriva a dire nel suo libro La teoria della crisi sociale in Marx, falsificare il pensiero di Marx, Lenin, Kautsky e della Luxemburg. Secondo Cerroni la teoria del crollo fu respinta da Kautsky, dalla Luxemburg e da Lenin. Tutti i suoi sforzi sono diretti a dimostrare che Lenin si oppose tanto all’idea di un collasso quanto all’idea della sovrapproduzione, e quindi intendeva il processo rivoluzionario come un fenomeno esclusivamente soggettivo. Il capitalismo sarebbe stato abbattuto dalla crescente coscienza e organizzazione del proletariato. Secondo Cerroni, la crisi economica è solo uno dei tanti aspetti della crisi sociale, sulla quale incidono fattori giuridici, politici e morali, poiché Marx non aveva una concezione meccanicistica della crisi capitalista.

 

Lenin difese apertamente le idee economiche di Marx, sosteneva che capitalismo marcia verso la bancarotta, intesa sia nel senso di una serie di crisi politiche ed economiche isolate che in quello del crollo definitivo di tutto il regime capitalista. Non si tratta soltanto di difficoltà di realizzazione, di squilibri o di contrazione dei mercati, ma dell’incapacità del capitalismo di sopravvivere come sistema economico di produzione e di valorizzazione, poiché l’accumulazione incontra un limite che, una volta raggiunto, impedisce la riproduzione del sistema. I populisti russi negavano che il capitalismo potesse svilupparsi in Russia, ma Lenin seppe chiarire che la situazione in Germania e in Russia, era diversa: il primo era un paese maturo, dove il capitalismo aveva sviluppato le sue forze produttive ed era sul punto di entrare nella fase imperialista, mentre in Russia la sua penetrazione era ancora molto debole. Per questo la situazione in Germania doveva essere analizzata soprattutto in base al Libro III° de Il Capitale (Il processo complessivo della produzione capitalistica), mentre per lo studio della situazione economica della Russia si dovevano adottare gli schemi di riproduzione del Libro II° (Il processo di circolazione del capitale). Nel primo caso bisognava parlare della crisi del capitalismo e nel secondo caso del suo sviluppo. Questo è significato del Libro II°: dimostrare la circolazione del capitale e la possibilità di realizzazione all’interno di un paese, illustrare il passaggio dall’economia naturale all’economia mercantile (In polemica con la Luxemburg, questi schemi comprendono tutto l’insieme economico, quindi anche le “colonie precapitalistiche”, del resto il commercio internazionale non è che… commercio. Lenin, a memoria, si riferisce alla riproduzione allargata).

 

Gli schemi del Libro II° si basano sull’idea di equilibrio e, pertanto, hanno una portata assai limitata: bisogna metterli in relazione con l’analisi marxista delle tendenze del capitale nel suo insieme e, specialmente, con la tendenza decrescente del saggio di profitto, di cui si parla nel Libro III°. Le due ipotesi più importanti consistono nel fatto che, a questo livello di analisi, Marx continua a ipotizzare che, il sistema economico sia chiuso al commercio internazionale e che le merci si vendano in base al loro valore, che quindi i saggi di profitto dei due settori non si siano ancora eguagliati e non vi siano trasferimenti di valore da un settore all’altro e inoltre che circoli solo moneta metallica.

 

Si può dire che mentre nel Libro II° si parla dell’equilibrio a breve termine, nel Libro III° si parla delle tendenze, degli squilibri a lungo termine e soprattutto, della caduta del saggio di profitto. Se non si tiene conto di questo, gli schemi di riproduzione del Libro II° non servono nel modo più assoluto a capire i meccanismi di accumulazione e di riproduzione.

 

Quanto alla sovrapproduzione; Lenin criticò le concezioni di Sismondi al riguardo, poiché il sottoconsumo è esistito sotto i regimi economici più diversi, mentre le crisi costituiscono il tratto distintivo del capitalismo. Non sottrae la diagnosi delle crisi dall’ambito della produzione, le situa nella contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione,[36] tra il carattere socializzato delle forze produttive e quello privato dei rapporti di produzione.[37] Non nega l’importanza del sottoconsumo, della contraddizione tra produzione e consumo, ma non lo mette sullo stesso piano della contraddizione delle forze produttive e i rapporti di produzione: la prima è una contraddizione secondaria rispetto alla seconda.

 

Uno delle critiche di Lenin a Sismondi, ai populisti ed a tutti i sottoconsumisti consisteva nel dire che essi prendevano in considerazione soltanto il consumo improduttivo, il consumo personale, mentre anche il mercato dei mezzi di produzione è consumo (consumo produttivo) ed entra a far parte della sfera della circolazione. Questa concezione partiva dal fatto che Sismondi non corresse l’impostazione di Smith che suddivideva la produzione unicamente tra capitale variabile e plusvalore, senza tener conto del capitale costante. Da ciò derivava la concezione secondo la quale il capitalismo è un meccanismo economico rivolto al consumo, è da ciò, derivano tutte le teorie del sottoconsumo. Invece è proprio questo mercato del capitale costante, dei mezzi di produzione che con lo sviluppo del capitalismo va acquistando un’importanza sempre maggiore, rispetto al consumo improduttivo. Di modo che una parte della piccola borghesia rurale va in rovina e si scinde in borghesia rurale e proletariato rurale, questo fenomeno di proletarizzazione contribuisce, per un verso, a liberare mano d’opera per l’industria e, per l’altro, a promuovere il mercato dei mezzi di produzione. Uno degli aspetti dell’accumulazione originaria del capitale consiste proprio in un’espropriazione della piccola proprietà rurale e in una concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione, che si converte in capitale, tutto ciò non riduce il mercato interno, anzi lo crea.

 

Lenin analizza la contraddizione tra la produzione e il mercato dal punto di vista cruciale dell’accumulazione e di come questi comporti una crescita dei bisogni di tutta la produzione, compreso il proletariato. Pertanto l’accumulazione deve incrementare il settore produttivo destinato a fabbricare beni di consumo; una parte della produzione non può che destinarsi all’incremento del capitale variabile. Questa è la chiave per analizzare il problema della pauperazione della classe operaia: il settore destinato alla produzione di mezzi di produzione cresce più rapidamente di quello destinato alla produzione di beni di consumo, ma ciò non significa che quest’ultimo non cresca in assoluto.

 

Un altro dei postulati defenestrati da Lenin è quello che ritiene necessaria la presenza di terzi e del mercato internazionale per garantire l’esistenza del capitalismo. Esigenza, questa sostenuta sia dai populisti in Russia che dalla Luxemburg in Germania.

 

Nel 1910 Hilferding pubblica Il capitale finanziario in cui mette in relazione i monopoli con la possibilità di disciplinare il capitalismo ed evitare le crisi, scartando radicalmente qualsiasi possibilità di collasso del sistema. Lenin criticò queste concezioni: L’affermazione riformista borghese che il capitalismo monopolista di Stato non è più capitalismo, che può già chiamarsi “socialismo di stato”, ed altre cose del genere, è fra tutti l’errore più diffuso. Naturalmente, i trust non programmano, non hanno programmato finora né possono programmare una pianificazione completa. Ma in quanto sono loro che tracciano i loro piani, in quanto sono i magnati del capitale che calcolano in anticipano il volume della produzione su scala nazionale o anche internazionale, in quanto sono loro che regolano la produzione in modo pianificato, seguitiamo ad essere, nonostante tutto, nel capitalismo. Certo in una sua fase particolare, ma indubbiamente nel capitalismo. La prossimità di un simile capitalismo al socialismo deve rappresentare per i veri rappresentanti del proletariato, un argomento a favore della vicinanza, della probabilità, della possibilità e dell’urgenza della rivoluzione socialista; ma in nessun modo deve essere un argomento che giustifichi la tolleranza verso coloro che negano questa rivoluzione e verso coloro che abbelliscono il capitalismo, come fanno tutti i riformisti(Lenin, Stato e rivoluzione). In un’altra sua opera annotta: “Allo stesso tempo, i monopoli, che derivano dalla libera concorrenza, non la eliminano, in quanto esistono al di sopra di essa e al pari di essa, generando così contraddizioni, attriti e conflitti particolarmente aspri ed acuti (…) . Il monopolio non può mai eliminare la concorrenza dal mercato mondiale in modo completo e per un periodo di tempo abbastanza lungo” (Lenin, L’imperialismo).

 

Lenin dice chiaramente che l’imperialismo tende ad aumentare tutte le contraddizioni, che esse portano il capitalismo alla sua crisi generale. E questa tendenza al collasso è l’unica che permette di spiegare questa crescente acutizzazione di tute le contraddizioni sotto il regime dei monopoli, così come il fermento delle condizioni soggettive della rivoluzione. Il materialismo insegna che le condizioni soggettive non spuntano dal nulla ma corrispondono a una situazione oggettiva, di modo che risulterebbe impossibile una loro crescita se il capitalismo potesse svilupparsi indefinitamente e le sue contraddizioni si attenuassero con il trascorrere del tempo, come pretendevano i revisionisti. La crisi generale del capitalismo significa precisamente che la bancarotta del sistema economico si estende al sistema politico, giuridico, ideologico e istituzionale: che non vi è nessuna sfera che si salva dalla degenerazione capitalista. Cercare di frenare questa crisi generale diventa sempre più difficile perché, quantitativamente e qualitativamente, gli antagonismi diventano sempre più grandi. Anche ciò dipende che l’imperialismo sia un sistema di corruzione di una parte dei lavoratori, di creazione di un’aristocrazia operaia complice delle manovre dei capitalisti. Con le crescenti difficoltà del capitale, i capitalisti necessitano di ausiliari fedeli dentro le file operaie: riformisti, sindacati gialli ecc. L’esistenza di questo settore traditore e corrotto tra i lavoratori non è tanto un sintomo di debolezza o di mancanza di coscienza del movimento operaio ma un chiaro sintomo di crisi del capitalismo nel suo insieme, che è costretto a cercare alleati nelle classi antagoniste rispetto al sistema.

 

Lenin non pensava il dominio borghese nella fase imperialista possa democratizzarsi, ma proprio il contrario: “la svolta dalla democrazia alla reazione politica rappresenta la sovrastruttura politica della nuova economia, del capitalismo monopolista (l’imperialismo è capitalismo monopolista). La democrazia corrisponde alla libera concorrenza. La reazione corrisponde al monopolio (…). L’imperialismo è in contraddizione, in contraddizione logica con tutta la democrazia politica in generale (…). La sostituzione della libera concorrenza con i monopoli ostacola ancora di più la realizzazione di qualunque libertà politica” (Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’economicismo imperialistico, 1916).

 

EUGEN VARGA.

 

Eugen Varga[38] fu l’economista e il ministro delle finanze del governo rivoluzionario ungherese del 1919, dopo la cui sconfitta dovette emigrare a Mosca, dove rimase per il resto della sua vita. Svolse anche un ruolo di spicco nei Congressi dell’Internazionale Comunista.

 

Caratteristica degli scritti di Varga (che sarà di tutti gli economisti sovietici) era quella di ripetere determinate citazioni tratte dagli scritti di Marx e di Lenin, per dimostrare un attaccamento formale a quei testi. Le opere di Varga e i Manuali sovietici si limiteranno a svolgere un lavoro puramente descrittivo sui fenomeni del capitalismo contemporaneo. Quasi a voler dire che nell’Economia Politica, tutto era già stato scritto e non restava altro da fare che attualizzare statisticamente gli studi di Marx e di Lenin. In sostanza si trattava di un comodo “aggiornamento” dei vecchi testi con i nuovi dati.

Tuttavia a differenza degli economisti sovietici, Varga conservava ancora alcuni stralci della teoria del crollo e scriveva: “La dottrina di Marx relativa alle crisi è indissolubilmente legata alla sua analisi del carattere storicamente temporaneo del capitalismo e del suo inevitabile crollo rivoluzionario per effetto della lotta del proletariato (…). Chi rinnega la teoria del crollo, deve necessariamente ripudiare o falsificare in maniera opportunistica la sua teoria della crisi” (Varga, La crise èconomique, sociale, politique, Bureau d’Editions, 1935, Paris).

Del resto Varga e i sovietici riprendono anche loro la teoria del sottoconsumo. Varga distingue la produzione (che chiama potere d’acquisto della società) dal potere di consumo (i salari operai più il plusvalore dei capitalisti che non è destinato all’accumulazione) e ritiene che l’abisso tra queste due quantità aumenti progressivamente; la contraddizione tra una produzione socializzata e un’appropriazione privatizzata si manifesta in questa divergenza crescente tra l’espansione della produzione di merci e la limitatezza del consumo. E il monopolismo aggrava il problema del sottoconsumo poiché riduce la capacità di consumo dei mercati.

I Manuali d’Economia dei sovietici hanno ripetuto fino alla nausea quest’idea delle difficoltà di realizzazione e di vendita delle merci. Rumiantsev ad esempio dice: “Le crisi di sovrapproduzione di distinguono per un considerevole aggravarsi delle difficoltà di vendita del prodotto” (Rumiantsev, Economia Politica Capitalismo, Manuale, Mosca 1980).

Attraverso questi Manuali “marxisti” d’economia il sottoconsumo è attecchito come la mala erba, alla fine, la conseguenza è stata che non vi è partito che si definisce “comunista” che non proponga, come ricetta, l’aumento dei salari e il sostegno della domanda per uscire dalla crisi economica e che non cessi di denunciare l’eclatante contrasto tra questo sottoconsumismo e lo “sperpero economico” che il capitalismo scatena. Ciò nonostante, la realtà segue un’altra rotta e non vi è crisi che non abbia come conseguenza una forte caduta dei salari e della domanda di beni di consumo come via d’uscita (la retorica dei sacrifici). I sottoconsumisti inoltre continuano a non spiegare la sovrapproduzione di capitale-denaro cioè del profitto già realizzato.

Varga, annota particolari interessanti, che però non sviluppa. Così, per esempio, egli individua correttamente la natura dei cicli economici che non mette in relazione con il sottoconsumo ma con l’accumulazione, che considera un processo dialettico. Così, nella sua opera, si determina una dualità irresolubile: la crisi pare che non abbia legami con il ciclo economico; sembra che entrambi camminino in parallelo la prima legata al sottoconsumo e il secondo legato all’accumulazione.

 

Le teorie vecchie e nuove del sottoconsumo non possono fornire alcun contributo all’analisi della crisi del capitalismo. La sovrapproduzione non è la causa della crisi ma la sua conseguenza, non è una sovrapproduzione che riguarda i beni di consumo ma una sovrapproduzione di capitale. La sua causa sta nell’insufficiente valorizzazione del capitale.[39] L’analisi degli economisti sovietici è confusa ed è ambigua, Rumiantsev diceva che l’essenza della crisi “sta nel fatto che la quantità di merci prodotte nella società risulta superiore alla domanda solvibile e non trova sbocchi. Di conseguenza, una certa parte della produzione cede il passo un periodo di recessione. Questa eccedenza di merci prodotte rispetto alla domanda evidenzia, nella società, la sovrapproduzione di capitale, l’eccessiva espansione della produzione, dovuta alla sete di guadagno, in rapporto al volume della domanda solvibile possibile nelle condizioni date in ciascun caso concreto”  (Economia, Politica, Capitalismo, Mosca, 1980).

Gli economisti sovietici ammettevano soltanto la sovrapproduzione relativa e non alludono alla sovrapproduzione assoluta. Varga fa dire a Marx che accumulazione significa una sovrapproduzione relativa continua mentre gli economisti sovietici dicevano che fu Lenin a sottolineare la relatività della sovrapproduzione dei capitali. Gli economisti sovietici scaricavano tutti i mali del capitalismo sui monopoli, attribuivano a loro la responsabilità della sovrapproduzione, ma ciò non è vero perché la sovrapproduzione si manifestava anche nella fase premonopolista del capitalismo.   Gli economisti del Partito Comunista Francese adottarono una posizione intermedia[40] riconoscono i due tipi di sovrapproduzione, quella assoluta e quella relativa. Definiscono sovrapproduzione assoluta quella in cui il capitale aggiuntivo non aggiunge alcun utile a quello già esistente, mentre definiscono sovrapproduzione relativa quella in cui il capitale aggiuntivo non riesce ad ottenere il saggio medio di profitto. Gli economisti del Partito Comunista Francese prendevano in considerazione due fattori: il primo era l’intervento dello Stato nell’economia e il funzionamento delle imprese pubbliche, la maggior parte operava (prima delle privatizzazioni) in perdita o con utili al di sotto del saggio medio di profitto e il secondo è l’esistenza di determinate piccole attività di tipo familiare che operano al di sotto dei margini di profitto correnti e che rappresentano sacche di disoccupazione occulta. Tuttavia quest’impostazione è di tipo statico e considera il saggio di profitto come qualcosa di fisso e non in continuo movimento. Una considerazione dinamica spiegherebbe come mai una stessa impresa in un determinato momento ottenga utili al di sopra del saggio medio di profitto e, in seguito al di sotto di esso, senza che nessuna delle due situazioni cambi sostanzialmente la sua condizione, poiché essa continuerebbe a funzionare mentre il capitale accumulato continuerebbe a produrre utili. A volte la sovrapproduzione di manifesta in presenza di un saggio di profitto al di sopra del saggio generale e, altre volte, quando il saggio individuale di profitto sta al di sotto di quello generale. La sovrapproduzione relativa non riesce a spiegarci com’è possibile che si determini esportazione di capitali tra paesi con saggi di profitto similari. “Ciò che interessa al capitalista non è tanto un numero astratto, il mero indice, il saggio generale, bensì la massa totale dell’utile in rapporto al capitale accumulato: per Marx il flusso del capitale ovvero la sua accumulazione “si sviluppano in proporzione all’ammontare che esso ha già raggiunto e non in proporzione al livello del saggio di profitto (Marx, Il Capitale, Libro III°, Capitolo 15).

 

LA SOVRAPRODUZIONE ASSOLUTA DI CAPITALE: HENRYK GROSSMAN

 

Fu l’economista polacco Henry Grossman[41] che, basandosi sugli studi di Marx, dopo la morte di Lenin formò il contributo più importante all’Economia Politica. La sua opera La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, apparsa nel 1929, costituisce un apporto decisivo al materialismo storico, un apporto decisivo al materialismo storico, un apporto che si è cercato di farlo passare sotto silenzio.  Grossman è, senza dubbio, un economista “maledetto”. Di tutto il gruppo di economisti polacchi che cominciarono a scrivere nel periodo tra le due guerre (Moszkowska, Kalecki, Lange, Rosdolsky) è l’unico che, non solo si non si basa sulla Luxemburg, ma che la critica, e con lei critica tutte le teorie sottoconsumiste. Grossman parte dai postulati marxisti sul valore, che pone al stesso della sua analisi, per dimostrare la tendenza inesorabile del capitalismo verso il tracollo. Ma Grossman non si limita a ripetere ciò che Marx aveva detto, ma sottolinea determinati aspetti trascurati precedentemente da altri economisti marxisti, come ad esempio: il valore d’uso, il consumo improduttivo dei capitalisti ecc. Grossman, infine, fornisce importanti contributi all’analisi economica in campi che, sino a quel momento, erano rimasti inesplorati. Fu il primo ad analizzare il processo di elaborazione e la struttura logico-dialettica de Il Capitale. Gli studi di Grossman non ebbero seguaci e non poterono creare una scuola.

 

Grossman concepisce il capitalismo non come un sistema di produzione di valori d’uso, un sistema diretto al soddisfacimento dei bisogni così caro ai sottoconsumisti, bensì come un sistema di valorizzazione, di creazione di valore, di valore di scambio e di plusvalore. Per Grossman la produzione è determinata dalle necessità di valorizzazione, di accumulazione e non dalla domanda dei consumatori. L’unità dialettica tra il processo di produzione e il processo di valorizzazione è l’espressione economica della contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Il capitale sviluppa le forze produttive per creare plusvalore, per accrescere il suo volume, il che accresce la composizione organica del capitale; i mezzi di produzione crescono più velocemente di chi deve valorizzarli, cioè della forza lavoro. Il capitale sperimenta allora l’effetto di due tendenze contraddittorie, una diretta a ridurre il capitale variabile e l’altra diretta ad accrescere il plusvalore; ciò significa che vi è sempre più capitale costante da valorizzare con meno capitale variabile, che vi è una parte sempre più importante della produzione che non si trasforma in reddito consumabile ma che può solo funzionare come capitale. Lo sviluppo stesso delle forze produttive fa sì che una massa crescente di capitale accumulato non venga remunerata con una massa maggiore di plusvalore, ma anzi con una massa minore. In sostanza l’evoluzione delle forze produttive determinata dal capitale stesso nel costo del suo stesso sviluppo storico, una volta, raggiunta una certa fase di sviluppo, annulla l’autovalorizzazione del capitale.

 

La crisi del capitalismo non deriva, allora, dal pauperismo delle masse operaie, né dalla domanda insufficiente, né dal consumo ridotto, bensì dall’insufficiente valorizzazione o, il che è lo stesso, dalla sovraccumulazione, dall’eccesso di capitale: la produzione precipita per grandi sacche di capitale (sia sotto forma di denaro che di merci) che non si riproducono produttivamente. È un processo dialettico nel quale le stesse cause che creano la prosperità portano alla depressione, perché lo sviluppo delle forze produttive riduce la fonte del plusvalore, che non è altro che il lavoro produttivo e ostacola la valorizzazione e l’accumulazione del capitale. Essa è l’espressione della contraddizione tra il carattere collettivo (che è l’aspetto principale delle forze produttive nella fase capitalista del modo di produzione capitalistico) che ha raggiunto le forze produttive[42] e il carattere capitalista dei rapporti di produzione.

 

   Di conseguenza; Grossman difende tenacemente la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto[43] e critica i sottoconsumisti e i loro tentativi di far dipendere la produzione dal livello della domanda e del consumo. Secondo Grossman la produzione è la variabile indipendente e da essa dipendono le grandezze della circolazione. Il capitalismo crolla per le sue stesse contraddizioni interne. In opposizione a tutti i revisionisti, Grossman fu il più ardente difensore della teoria del crollo che, nella sua esposizione, non presenta alcuna traccia di meccanicismo, né di automatismo, né di catastrofismo: il crollo si manifesta nel corso di contraddizioni cicliche periodiche e non in modo continuativo: “La tendenza al crollo, in quanto naturale “tendenza di base” del sistema capitalista, si scompone in una serie di cicli, in apparenza indipendenti tra loro, dove la tendenza al crollo si evidenzia solo periodicamente di tanto in tanto (…) La teoria marxiana costituisce perciò il presupposto e il fondamento necessario della sua teoria delle crisi, perché la crisi, secondo Marx, rappresenta solo una tendenza al crollo momentaneamente interrotta e non ancora giunta alla sua piena estensione, ossia interrotta da fasi che rappresentano una deviazione passeggera della “linea tendenziale che il capitalismo persegue.

 

   “Ma nonostante tutte le interruzioni periodiche e le attenuazioni della tendenza al crollo, col progredire della accumulazione capitalistica, il meccanismo globale marcia necessariamente verso la sua fine, poiché con la crescita assoluta dell’accumulazione di capitale diventa gradualmente sempre più difficile la valorizzazione del capitale prodotto (…). Se queste controtendenze finiranno per indebolirsi o per paralizzarsi (…) allora la tendenza al crollo prenderà il sopravvento e si imporrà nella sua validità assoluta come “crisi finale”.

 

  “Non è necessario che la legge del crollo si imponga. La sua realizzazione assoluta potrebbe essere interrotta da tendenze contrastanti. In questo modo il crollo assoluto si trasformerebbe in una crisi transitoria, dopo la quale il processo di accumulazione potrebbe riprendere su base diversa” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

Per Grossman il problema non sta nel chiedersi se il capitalismo prima o poi crollerà, ma nel sapere perché finora non è ancora crollato. Per risolvere quest’interrogativo, egli passa ad analizzare dettagliamene tutte le controtendenze al crollo, sia quelle già segnalate da Marx, sia delle altre che egli prende in considerazione. Partendo sempre dal fatto che lo sviluppo storico precede sempre verso una maggiore acutizzazione delle contraddizioni all’interno del modo di produzione capitalistico. L’acutizzazione delle contraddizioni sviluppa la coscienza di classe, l’elemento soggettivo: “Malgrado la sua inevitabile necessità oggettiva, il crollo è soggetto in buona misura all’influenza esercitata dalle forze vive delle classi in lotta, lasciando in questo modo un certo margine alla partecipazione attiva delle classi” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

 

Accusato di essere un meccanicista. Grossman replica[44] che il capitalismo può essere abbattuto solo per mezzo della lotta di classe operaia, ma che questa non è sufficiente. Non bastano solo le condizioni soggettive ma ci vogliono anche quelle oggettive. Che tra elementi oggettivi e soggettivi ci sono rapporti dialettici. In sostanza la teoria del crollo non esclude un intervento attivo della classe operaia, ma si propone in quali condizioni può sorgere una situazione rivoluzionaria.

 

Un altro aspetto del pensiero economico marxista difeso da Grossman è quello della pauperizzazione del proletariato sotto il capitalismo. Egli critica il fatto che s’identifichi il principio stabilito da Marx secondo il quale il salario si determina con la quantità di beni necessaria alla riproduzione della forza – lavoro, con il minimo indispensabile al sostentamento quotidiano del lavoratore. Per Grossman il salario non è costante, ma varia in funzione dell’intensità del lavoro, di modo che se, da un lato, la crescente produttività tende a ridurre il salario, dall’altro l’aumento d’intensità del lavoro spinge verso l’incremento dei salari reali. L’aumento dell’intensità del lavoro, pertanto, aumenta il costo di riproduzione della forza-lavoro e, con esso, i salari. Ebbene, da un certo di sviluppo, la logica dell’accumulazione opera in senso contrario espellendo forza-lavoro e riducendo i salari. Cosicché la tendenza all’aumento dei salari non può avere continuità a causa dell’accumulazione che esige, da un certo momento, una riduzione dei salari e un drastico peggioramento delle condizioni di vita della classe operaia. Una delle controtendenze cui Grossman dedica una speciale attenzione è quella della popolazione. Partendo sempre dalla legge del valore, Grossman ricorda che la massa di plusvalore è direttamente proporzionale al numero di operai impiegati nella produzione che, di conseguenza, un modo di incrementare questa massa è quello di incrementare la popolazione lavoratrice. Egli ritiene che né l’emigrazione dalla campagna alla città né l’incorporazione della donna nel processo produttivo della donna nel processo produttivo siano sufficienti ad appagare la sete di profitti del capitale. Il problema della popolazione è cambiato dall’epoca di Malthus e, perciò il significato dell’esercito industriale di riserva è ora un altro: “Ciò che differenzia l’epoca attuale da quella maltusiana è l’opposizione tra la fase iniziale e la fase tardiva dell’accumulazione del capitale, l’opposizione tra il ritmo lento dell’accumulazione ai suoi inizi (per cui l’esercito di riserva è una conseguenza dell’insufficiente accumulazione del capitale) e il ritmo accelerato dell’accumulazione giunta ad un livello più alto dello sviluppo capitalista (per cui l’esercito di riserva è una conseguenza della sovraccumulazione)” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

Grossman, vede nell’esigenza della borghesia di avere una sovrappopolazione, una  delle radici del colonialismo[45]  e ci offre una spiegazione dei nessi tra colonialismo e popolazione nel corso della storia, a partire dalla conquista dell’America latina a partire del 1492: mentre nelle metropoli la mano d’opera va verso l’esercito di riserva, nelle colonie si crea una scarsità cronica di mano d’opera; nascono così le grandi ondate migratorie verso le colonie, si scatena contemporaneamente il commercio degli schiavi. Il malthusianismo appare transitoriamente, secondo quanto afferma Grossman, proprio in questo passaggio da una situazione di deficit forza-lavoro dovuto ad uno stadio precoce dell’accumulazione a un altro sempre di deficit ma dovuto questa volta alla sovraccumulazione.

 

Grossman considera il commercio internazionale e l’esportazione di capitali, controtendenze rispetto alla caduta del saggio di profitto. Il commercio internazionale consiste in uno scambio internazionale che dà origine ad un drenaggio di valore dalle colonie e semicolonie ai centri imperialisti per via del divario tra il valore delle merci e il loro costo di produzione. I paesi imperialisti trovano, in questo modo, fonti addizionali di plusvalore da accumulare. I paesi imperialisti trovano, in questo modo, fonti addizionali di plusvalore da accumulare. L’assicurarsi l’approvvigionamento  di materie prime a basso prezzo è un motivo dello scatenarsi di una lotta senza quartiere in quanto ha un’importanza crescente nel costo del capitale costante e pertanto nella configurazione del saggio di profitto. Ma non solo: La lotta competitiva degli stati capitalisti cominciò, innanzi tutto, come lotta per il controllo delle materie prime, perché qui le possibilità di profitti monopolisti erano maggiori. Tuttavia, questa non è l’unica ragione. Il controllo sulle materie prime porta al controllo sull’industria in generale” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

 

Grossman si preoccupa anche dei rapporti interimperialistici, poiché la concorrenza tra le grandi potenze imperialiste andava acquistando un’importanza sempre maggiore. Commerciare con un paese arretrato, a bassa composizione organica di capitale, è redditizio solo finché sussiste quel ritardo tecnologico che consente il drenaggio occulto di valore a favore dei paesi imperialisti. Il commercio tra paesi a composizione organica del capitale similare non offre questi vantaggi, mentre l’esportazione di capitali tra di loro si può una fonte addizionale di plusvalore che pone un freno alla crisi si sovraccumulazione. E una delle caratteristiche dell’imperialismo caratterizzarsi più per l’esportazione dei capitali che per quello delle merci. Grossman a differenza di Hilferding, di Bucharin, di Varga e dei Manuali sovietici che affermavano che il capitale veniva investito all’estero a causa di un saggio di profitto più elevato rispetto a quello del paese d’origine, sosteneva che tutto aveva origine nella sovraccumulazione. La sovraccumulazione fa sì che grandi masse di merci non si realizzano sul mercato e grandi somme di denaro non trovano impiego redditizio all’interno del paese. Non è che il saggio di profitto all’estero sia superiore, ma che all’interno non vi è alcun tipo di impiego redditizio, che si tratta di un capitale eccedente, inattivo. In sostanza quello che si trova d’avanti è una sovraccumulazione di capitale, vale a dire un capitale in eccesso per il quale non vi è possibilità di valorizzazione, ovvero di impiego redditizio. La borghesia si avvia a trasformarsi in una classe che vive di rendita, parassitaria.

 

  Grossman colloca la speculazione come un fenomeno complementare della sovraccumulazione: “L’esportazione di capitali all’estero e la speculazione all’interno del paese sono fenomeni paralleli che hanno la medesima radice (…) La speculazione è un mezzo per sostituire l’insufficiente valorizzazione dell’attività produttiva con dei guadagni che derivano dalle perdite di quotazione delle azioni di larghe masse di piccoli capitalisti, di quella che viene considerata la “mano debole”, ed è, per questo, un poderoso mezzo di concentrazione del capitale monetario (Grossman, Il crollo del capitalismo).

 

E se guardiamo la situazione attuale vediamo che il venir meno della redditività dell’investimento “normale” ha spinto il sistema capitalistico verso una più spiccata finanziarizzazione dell’economia. E’ così che masse crescenti di capitali vengono mantenute in forma liquida; capitali erratici enormi, fuori dal controllo delle banche centrali e degli organismi internazionali, che si valorizzano fagocitando i capitali più deboli, senza che ovviamente in questo processo si crei nuova ricchezza. Da d-m-d’ si passa a d-d’.

 

Con il crollo del 1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità di tutti i rapporti che si era venuta a creare. Ma à differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così mazzata finale, il sistema aveva creato delle “cinture protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori del mercato colpiti da tutti agli altri, impedendo la propagazione dei fenomeni.

Ma permanendo lo stato di crisi, il capitale speculativo si ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire proprio lo smantella mento di quelle cinture protettive. Il risultato è stato è che in nessun paese esiste più una separazione fra credito di esercizio a breve e finanziamento a lungo termine delle imprese industriali; è venuta meno la divisione fra banche d’affari e banche commerciali; vi è totale commistione fra istituti di credito, sono nati e si sono sviluppati i cosiddetti hedge-funds, specializzati nella speculazione sui derivati, si è estesa in modo sconvolgente la speculazione delle banche in conto proprio con la propensione degli istituti di credito a finanziare le attività speculative.

Attività speculativa e ruolo delle banche sono fattori chiave per comprendere l’attuale situazione di crisi capitalista. se prendiamo come esempio il caso Parmalat, questo fatto non deve essere interpretato come le avventure di un furbone in un  paese come l’Italia dove non ci sono “regole”, ma (e questo discorso vale per tutte le imprese capitaliste) non vi era solo una gestione speculativa delle eccellenze valutarie, cioè del capitale monetario temporaneamente inattivo, ma i profitti generati nel normale processo produttivo erano totalmente al servizio dell’attività speculativa, diventata sotto ogni punto di vista il vero business dell’azienda.

 

Per questo Grossman si oppone alle tesi Hilferding sulla diminuzione della speculazione come conseguenza della regolamentazione monopolista e dove il capitale finanziario è concepito come capitale bancario applicato all’industria, contrappone la definizione leninista di fusione del capitale industriale con quello bancario e di stretta connessione di entrambi con il potere dello Stato.

 

   Grossman affronta la teoria del “superimperialismo ”di Kautsky e l’idea di Hilferding di una corporazione unica, capace di conglobare e di gestire un capitalismo “organizzato” e senza crisi, e lo fa partendo da un’idea semplice: il capitalismo non esiste senza valore di scambio e questo, a sua volta, esige una molteplicità di produttori indipendenti che si scambiano le loro merci, di modo che si scambiano reciprocamente le loro merci, di modo che questi produttori indipendenti venissero inghiottiti da un gigantesco monopolio, sparirebbe il valore di scambio e il capitalismo. Un economia capitalista non può essere pianificata.

 

CONCLUSIONI

 

Marx dedicò la maggior parte della sua vita allo studio dell’Economia Politica[46] e Il Capitale è la sua opera più conosciuta. In questo mio lavoro, mi sono limitato di arrivare alle soglie della Seconda guerra mondiale imperialista. Non abbiamo citato nemmeno tutti gli economisti del campo marxista che hanno affrontato la problematica delle crisi economiche del capitalismo. Parlo della teoria dei cicli lunghi dell’economista russo Nikolai Dmitrievich Kondratiev (1892-1938).  Quello che vogliamo evidenziare, è la prevalenza all’interno del movimento operaio delle teorie sottoconsumiste. Se si fa una ricerca tra gli ambiti che si definiscono comunisti, rivoluzionari, di sinistra ecc. troveremo tutta la cantilena relativa al sottoconsumo: domanda solvibile, difficoltà di realizzazione, spreco, saturazione dei mercati. Il capitalismo diventa o qualcosa di eterno, oppure l’anticamera del socialismo.  La realtà dimostra, l’infondatezza di tutte le tesi sottoconsumiste. Quando c’è crisi si riduce il consumo non lo si aumenta, i capitalisti riducono i lavoratori che impiegano nella produzione e abbassano i salari. I sottoconsumisti approfittano il fatto che una delle manifestazioni più evidenti della crisi è la sovrapproduzione; ma la sovrapproduzione non è sottoconsumo. Se poi si suddivide la sovrapproduzione in sovrapproduzione di merci e sovrapproduzione di capitali, la confusione aumenta. In quanto i sottoconsumisti identificano le merci con i beni di consumo, come d’altronde sbagliano le concezioni “ortodosse” che identificano le merci solamente nei mezzi di produzione. Per Marx: “la merce è in primo luogo un oggetto esterno, una cosa che mediante le sue qualità, soddisfa bisogni umani di qualsiasi tipo. La natura di questi bisogni, per esempio il fatto che provengono dallo stomaco che provengono dalla fantasia non cambia nulla” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1° Cap. 1).

In realtà la sovrapproduzione di merci è una conseguenza, della sovrapproduzione di capitale. Astraendo dagli effettivi rapporti di produzione, la società potrebbe consumare tutto, anzi potrebbe consumare una quantità di beni e servizi maggiore di quello che oggi produce.

Ma in certe determinate situazioni, nel rispetto del rapporto di produzione capitalista, non può consumare nell’ambito di questo rapporto consumare tutti quei beni e servizi che vengono prodotti o potrebbe produrre, quindi è il rapporto di produzione capitalista che impone che la produzione sia minore della produzione possibile. Ma nello stesso tempo, ogni frazione di capitale deve per sua natura crescere: ciò provoca lo sconvolgimento generale della società stessa. Il sistema capitalista impedisce che la società possa consumare tutti i beni e servizi che produce proprio perché non può investire nel nuovo ciclo produttivo tutto il capitale che alla fine del ciclo produttivo appena terminato esiste nella forma di merci, pena la produzione di un plusvalore minore o eguale a quello prodotto, ma con un capitale minore, nel ciclo appena terminato. La sovrapproduzione di merci è la prima manifestazione della crisi generale sovrapproduzione di capitale, è uno dei segni più eclatanti e diretti della crisi, salvo che nei settori in cui i capitalisti riescono con accordi di cartello e con il monopolio a limitare la produzione. Tutte le soluzioni proposte di soluzione della crisi con la creazione da parte dello Stato (con una politica di lavori pubblici e di investimenti pubblici) di una domanda aggiuntiva di merci, sono illusorie e inefficaci, in quanto la crisi non ha origine dalla scarsa domanda delle merci.[47] La sovrapproduzione di merci, pur arrestata per un momento, si ricrea o la crisi si manifesta in altri modi. L’aumento della spesa pubblica e degli investimenti pubblici, possono essere una rivendicazione difensiva dei lavoratori, ma obiettivo centrale deve essere la reale causa della crisi, l’abolizione del modo di produzione capitalista.

Le politiche economiche che in ambito borghese per uscire dalla crisi si possono riassumere in due interventi: il primo, aumentare il saggio di profitto, e il secondo distruggere e svalutare il capitale in funzione per sostituirlo con il capitale che si trova momentaneamente inattivo. Per aumentare il saggio di profitto bisogna aumentare il saggio di plusvalore, cioè lo sfruttamento dei lavoratori, con licenziamenti, riduzione dei salati, aumentando i ritmi di lavoro, eliminando i diritti sociali ecc. La distruzione fisica e la svalutazione del capitale vecchio di presenta in numerose forme: ammortizzazione accelerata, riconversione, intervento pubblico nell’economia, distruzione dei capitali più deboli ecc.

Un altro strumento di politica economica che gli economisti borghesi e revisionisti non prestano importanza e attenzione è la guerra. La guerra ha sempre avuto un importanza che ha sempre per il modo di produzione capitalistico per uscire dalle crisi.

Le guerre permettono di distruggere capitali e rigenerare una nuova fase di accumulazione ed espansione. L’obiettivo della borghesia dominante rimane sempre il profitto e non la distruzione di capitali, quindi è la guerra funzionale allo sviluppo e non il contrario, sviluppo che perciò non può che affermarsi in periodo di pace borghese.

 

Molti manuali di storia economica sostengono, ancora oggi che le politiche Keynesiane hanno posto fine alla “Grande depressione” degli anni 30. Le politiche attuate da presidente USA F.D. Roosevelt, sotto la spinta delle lotte di enormi masse di lavoratori e di disoccupati prodotti dalla crisi,[48] varò un grande piano di investimenti per l’espansione e l’ammodernamento delle strutture nell’intento di sostenere e riavviare il ciclo espansivo dell’economia.[49] Queste misure si rilevarono, di fatto, insufficienti a sconfiggere la crisi. Gli USA e tutto il mondo capitalistico uscirono dalla crisi solo in seguito alle immani distruzioni operate dalla Seconda Guerra Mondiale Imperialista.

Infatti, se si esamina la dinamica degli avvenimenti politici che si sono succeduti a partire dalla crisi del ’29 in avanti si nota che il mondo è stato scosso da eventi di grande e significativa portata. Si inizia con la rivoluzione spagnola che portò alla caduta della monarchia (aprile 1931) all’avvento di Hitler in Germania (gennaio 1933), all’apertura delle campagne militari dell’imperialismo giapponese in Cina fino alla guerra di Etiopia e alla guerra civile (e rivoluzione) spagnola (1936-1939).

 

INDICI ATTIVITA’ ECONOMICHE U.S.A.

(miliardi di dollari a prezzi correnti )*

 

Anno 1929 1930 1933 1935 1940 1945
Redditi da lavoro dipendente 51,1 46,8 29,5 37,3 52,1 123,1
Redditi da lavoro autonomo 15,0 11,9 5,9 10,7 13,0 31,8
Rendita 4,9 4,4 2,2 1,8 2,7 4,6
Profitti delle società 9,0 5,8 -1,7 2,5 8,6 19,0
Interessi netti 4,7 4,9 4,1 4,1 3,8 2,2
Totale reddito nazionale 84,8 73,8 39,9 56,4 79,7 2,2
Spese per consumi privati 77,3 69,9 45,8   71,1 119,5
Investimenti lordi privati 16,2 10,2 1,4   13,1 10,6
Esportazione netta di beni e servizi 1,1 1,0 0,4   71,1 -0,5
Acquisti governativi di beni e servizi 8,8 9,5 8,2   14,2 88,8
P.N.L. 100,4 90,7 8,2   14,2 88,8

 

* Fonte USS: Statical Abstracts 1982

 

 

 

   Nel tentativo di salvare l’ordinamento capitalistico, lo Stato Borghese, questo comitato d’affari della borghesia imperialista, cercando di uscire dalla crisi del 1929-1933 attraverso l’intervento statale ha sviluppato l’industria delle armi, mettendo in crisi la pace mondiale e favorendo l’ascesa del fascismo e del nazismo. L’ordine hitleriano era riuscito ad aprire ai capitalisti tedeschi colpiti dalla grande recessione vaste prospettive di profitti. Un mese dopo l’ascesa al potere, Hitler rivolgeva una nota di politica industriale alla Federazione Tedesca dell’Industria Automobilistica presieduta da F. Porsche. I provvedimenti contenuti in questa nota prevedevano la costruzione rapida di infrastrutture fiscali e sovvenzioni all’esportazione, la messa a disposizione di manodopera[50] e di materie prime a basso costo, oltre che di crediti rilevanti. Decine di migliaia di imprese approfittarono del grande sviluppo dell’industria bellica, dell’esproprio della borghesia ebraica e dei saccheggi della Wermacht. Parallelamente la nuova legislazione del lavoro significò la liquidazione delle istituzioni della classe operaia edificate in oltre un secolo di lotte. La politica economica della Germania nazista (come quella degli altri paesi imperialisti) è stata una variante del Capitalismo Monopolista di Stato.[51]. Tutti i fenomeni economici e ancor più le crisi devono essere visti e compresi con la prospettiva del crollo del capitalismo. Questo crollo sarà la conseguenza delle contraddizioni interne del capitalismo e non da fattori esterni al sistema stesso. In particolare, la contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive (che nell’attuale fase imperialista sono collettive) e i rapporti di produzione che ne impediscono lo sviluppo. Le forze produttive costituiscono, pertanto, il fattore dinamico, mentre i rapporti di produzione per il loro carattere privato hanno finito per diventare un pesante fardello che ostacola qualsiasi progetto economico e sociale. E, all’interno delle forze produttive è il proletariato, l’elemento più importante e più energico che mobilita e spinge in avanti il corso della storia.

Nel corso del duro cammino dell’abbattimento del modo di produzione capitalista e la costruzione di una nuova società senza classi sociali, si forgerà l’unità dell’elemento oggettivo e di quello soggettivo del processo rivoluzionario, e qui si verificherà il passaggio tra il crollo e la rivoluzione. Il capitalismo non è un modo di produzione indefinito, e nemmeno un modo di produzione che ci avvicina al socialismo;[52] la rivoluzione proletaria è un fenomeno essenzialmente cosciente e soggettivo che matura in mezzo alle rovine del capitalismo agonizzante. Il versante soggettivo non à meno necessario di quello oggettivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] In Europa tra il 1870 (fine della guerra franco-prussiana) e il 1914 ci fu un’assenza di conflitti tra i vari paesi imperialisti europei. Le Guerre Balcaniche nell’Europa sud-orientale, nel corso elle quali gli Stati componenti la Lega Balcanica (Bulgaria, Montenegro, Serbia, e Grecia) contro l’Impero Ottomano, dapprima conquistarono agli ottomani la Macedonia e poi si scontrarono tra loro per la spartizione delle terre conquistate, si svolsero in una zona considerata periferica.

 

[2] Per forze produttive bisogna intendere: la capacità lavorativa umana (forza lavoro), l’esperienza e la conoscenza impiegata nel processo impiegato, gli utensili, le macchine, gli impianti e le installazioni che i lavoratori usano nel processo produttivo.

 

 

[3] Adam Smith (1723-1790). Economista e filosofo scozzese, che gettò le basi dell’economia politica liberista.

 

[4] David Ricardo (1772-1790). Economista britannico, considerato uno dei massimi esponenti della scuola classica.

 

[5] Jeane Charles Léonard de Sismondi (1773-1843). Scrittore e economista svizzero. Fu un contestatore del laisser faire e un assertore dell’intervento governativo per “regolare il progresso del benessere”.

 

[6] Il socialismo utopistico è la prima corrente del moderno pensiero socialista, sviluppatasi tra il XVIII ° e il XIX° secolo in Europa. Il termine fu introdotto da Marx per distinguere tale corrente utopistica dal socialismo scientifico, basato invece su un’analisi scientifica della realtà sociale.

 

[7] Claude – Henri de Rouvroy conte di Saint – Simon (1760-1825). Filosofo francese. E’ considerato il fondatore del socialismo francese: partecipò alla guerra d’indipendenza americana, combattendo agli ordini di La Fayette. Teorico della “filosofia positiva” e di un approccio scientifico ai problemi sociali e politici, mirò all’avvento di una nuova società orientata a migliorare le condizioni del proletariato. Alla sua morte si sviluppò un movimento politico-religioso, basato sulle sue idee, chiamato Sansimonismo.

 

[8] François Marie Charles Fourier (1772-1837). Filosofo francese, che ispirò la fondazione della comunità comunista chiamata La Réunion sorta presso l’attuale Dallas in Texas, oltre a diverse altre comunità negli Stati Uniti d’America. Le radici del suo pensiero, sono da ricercarsi nell’illuminismo e in particolare in Jean-Jacques Rousseau. Questo pensiero ritiene importante la parità tra uomo e donna. Inoltre aveva sviluppato un metodo pedagogico, che avrebbe dovuto favorire lo sviluppo libero e creativo dei bambini, tramite la scoperta dei loro istinti individuali. Fourier pensava che lo sviluppo dell’umanità si trovava all’epoca tra il quarto periodo (le barbarie) e il quinto (la civiltà). A questi periodi seguiranno, poi, l’armonia. Il pensiero di Fourier affermava che attenzione e cooperazione erano i segreti del successo sociale e, che una società i cui membri cooperassero realmente avrebbe potuto vedere un immenso miglioramento della propria produttività. I lavoratori sarebbero stati ricompensati per la loro opera secondo il loro contributo, con un bonus per chi avesse scelto un lavoro negletto (come la nettezza urbana), dai più. Questa comunità, da lui denominate falangi, sarebbero state basate su strutture di abitazioni comuni chiamate falansteri.

 

[9] Robert Owen (1771-1858). Imprenditore e sindacalista gallese. Questo paradosso, nasce dal fatto, che nel periodo in cui Owen sviluppa la sua attività, l’antagonismo fra classe operaia e borghesia non era ancora diventato la contraddizione principale, perché in Europa, la rivoluzione borghese non era ancor stata completata. Owen è considerato uno dei primi socialisti. Il suo pensiero riformatore, imbevuto di ideali illuministi e umanitari, era improntato sulla convinzione che l’ambiente esercitasse un’influenza decisiva sulla formazione del carattere e che il sistema industriale del suo tempo avessero in sé le risorse al meglio senza bisogno di un eccessivo sfruttamento dei lavoratori o dell’esasperazione della concorrenza. Owen possedeva uno stabilimento a New Lanark in Scozia, dove, fra il 1800 e il 1825 mise in pratica le sue idee. New Lanark divenne una specie di industria modello, con alti salari e assistenza agli operai anche fuori dalla fabbrica.

 

[10] Pierre-Josep Proudhon (1809-1865). Filosofo francese. Pur appartenendo a una famiglia povera, ha potuto studiare grazie all’appoggio della madre C. Simonin. Ipotizzò una forma di anarchia, dove lo Stato non esisteva ed erano gli individui a decidere l’organizzazione politica e sociale. Proudhon è considerato il padre del federalismo integrale. Nella Célébration du Dimanche definì la proprietà privata come l’ultimo dei falsi dei in quanto ostacolo all’eguaglianza fra gli uomini, cioè alla giustizia. In Che cos’è la proprietà? scrisse la sua famosa frase, apprezzata anche da Marx: “la proprietà è un furto!”. In realtà ciò che Proudhon vuole combattere è soltanto la proprietà come mezzo di sfruttamento di altri uomini: i mezzi di produzione e la casa da abitare devono appartenere a chi li adopera, finché li adopera (“la casa è di chi li abita” dirà più tardi un famosissimo canto anarchico). Nella sua forma di governo ideale, egli rifiuta la presenza di uno Stato perché considerato un’istituzione assurda, finalizzata semplicemente allo sfruttamento del lavoro altrui da parte degli uomini. Egli rifiuta ogni tipo di potere al di sopra dell’individuo, ivi compreso Dio, che in ambito religioso, è esattamente come lo Stato in ambito politico e la proprietà in ambito economico: istituzioni illegittime finalizzate al controllo di altri uomini e del loro sfruttamento. Per altri versi Proudhon fu un conservatore, ad esempio si dichiarò favorevole alla sottomissione della donna all’uomo e si scagliò contro quello che venivano definite perversioni sessuali come l’omosessualità.

 

[11] Johann Karl Rodbertus (1805-1875). Economista tedesco. Di orientamento nazionalista e monarchico, propugnò l’instaurazione di una sorte di socialismo nel quale lo Stato avrebbe dovuto fissare il prezzo del lavoro e dei beni di consumo e istituire un sistema di scambi basato sull’emissione di buoni-salario e sul monopolio statale del commercio dei beni di consumo.

 

[12] Il termine deriva dalle parole greche physis (natura) e kratein (dominare) e nella letteratura economica è usato per indicare un gruppo di economisti francesi della seconda metà del secolo XVIII° secolo, più noti come sostenitori dell’economia agricola e del libero commercio. I fisiocrati si opposero a tutti quei vincoli e regolamenti che la società feudale aveva costituito, e in particolare propugnarono l’abolizione di tutte quelle norme che ostacolavano il commercio dei prodotti agricoli. Secondo la dottrina di Quensney (1698-1774), esposta nel suo Tableau èconomique, l’agricoltura è l’unico settore in grado di fornire un prodotto netto, mentre il settore manifatturiero non fa che conservare nei suoi prodotti il valore dei mezzi di produzione. Per Marx, il merito dei fisiocrati fu di creare l’analisi economica sulla produzione e non sulla circolazione, come avevano fatto i mercantilisti.

 

[13] Il mercantilismo fu una politica economica che prevalse in Europa dal XVI° al XVIII° secolo, basata sul concetto che la potenza di una nazione sia accresciuta dalla prevalenza delle esportazioni sulle importazioni. Nelle società europee di quei secoli, dietro gli aspetti di uniformità del mercantilismo, furono attuate differenti politiche a secondo della specializzazione economica (agricola, manifatturiera, commerciale) e all’idea di ricchezza (oro, popolazione, bilancia commerciale). Il mercantilismo si è dimostrato una forza persistente nel campo dell’economia, anche sotto il nome di protezionismo.

 

[14] Paul Marlor Sweezy (1910-2004). Economista statunitense, noto soprattutto per il suo saggio Il capitale monopolistico tradotto nel 1968.

 

[15] Malthus Thomas (1766-1834). Economista inglese che divenne famoso per il suo scritto Saggio sulla popolazione, nel quale sviluppò l’idea secondo cui la popolazione mondiale cresce più velocemente della produzione dei mezzi di sussistenza. Engels in una lettera a Danielson nota come in realtà debba per forza avvenire l’opposto: perché la popolazione possa crescere, i mezzi di sussistenza devono già esistere. Marx definì il libro di Malthus come “una calunnia sulla razza umana”.

 

 

[16] Ferdinand Lassale (1825-1864). Scrittore politico e agitatore tedesco. Di inclinazione democratica, passò al socialismo. Prese parte attiva alla rivoluzione del 1848-49 e conobbe Marx ed Engels, con i quali ebbe uno scambio epistolare fino al 1862. Inizialmente discepolo di Marx successivamente ebbe forti divergenze su diverse questioni anche teoriche (come ad esempio sulla “legge bronzea del salario”). Nel 1863 fondò l’Associazione generale degli operai tedeschi. Intrattenne rapporti politici con Bismarck.

 

[17] Bebel August (1863-1913). Esponente del movimento operaio tedesco. Prese parte alla fondazione della Prima Internazionale. Eletto deputato nel 1867 per il Partito Operaio Socialdemocratico, fu condannato a due anni di fortezza nel 1871 con l’accusa di alto tradimento per essersi rifiutato di votare i crediti di guerra. Fu uno degli artefici della riunificazione con i lassalliani nel 1875 e della fondazione della Seconda Internazionale nel 1889. Scrisse La donna e il socialismo una delle opere più popolari negli ambienti socialisti.

 

[18] Liebknecht Wilhelm (1826-1900). Esponente del movimento operaio tedesco. Fondatore assieme a Bebel del Partito Operaio Socialdemocratico e in seguito del partito nato dalla riunificazione con i lassalliani.

 

[19] Bismarck Otto von (1826-1898). Cancelliere prussiano che dominò la vita politica tedesca ed europea nel periodo 1862-1890. Autore delle leggi anti-socialiste.

 

[20] Bernstein Eduard (1850-1932). Socialdemocratico tedesco, caposcuola del revisionismo. Nel 1880 fu con Bebel a Londra per prendere contatto con Marx e Engels e da allora fu in corrispondenza con Engels del quale divenne collaboratore e intimo amico nei suoi ultimi anni di vita, tanto da essere da lui nominato suo esecutore letterario. Emigrato in Svizzera dopo l’approvazione delle leggi antisocialiste, fu direttore (1880-1889) del Sotsial-Demokrat ispirandosi alla guida di Engels. Espulso dalla Svizzera, si trasferì a Londra, pubblicò una seconda raccolta di articoli in un libro intitolato I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia.

 

[21] Johann Gottlieb Fichte (1726-1828). Filosofo tedesco, continuatore del pensiero di Kant e iniziatore dell’idealismo.

 

[22] Dühring Eugen (1833-1921). Intellettuale tedesco. Dal 1862 libero docente all’Università di Berlino.

 

[23] Hilferding Rudolf (1877-1941). Socialdemocratico tedesco di origine austriaca, fu redattore della Newe Zeit e del Vorwärts tra il 1907 e il 1915 e direttore dal 1918 al 1922 della Freiheit. Divenne dirigente dell’USPD (i socialdemocratici che si erano staccatisi dalla SPD in quanto avversi all’appoggio del partito allo sforzo bellico tedesco) e si schiererà a favore della riunificazione con la socialdemocrazia. Tornato all’interno della SPD fu deputato al Reichstag dal 1923 al 1929, ricoprendo a più riprese la carica di Ministro delle Finanze di governi borghesi. Fu tra i principali esperti di economia e finanza della socialdemocrazia (scrisse il Capitale finanziario, pubblicato nel 1910). Dopo il 1933 fuggì in Francia, dove i nazisti, invaso il paese, lo arrestarono. Ufficialmente morì in carcere suicida.

 

[24] Kautsky Karl (1854-1938). Socialdemocratico tedesco di origine ceca; uno dei più famosi teorici della Seconda Internazionale.

 

[25] Kant Immanuel (1724-1894). Filosofo tedesco. Il suo pensiero ebbe un’importanza eccezionale per la cultura filosofica e la cultura moderna. La sua opera più famosa è Critica della ragion pura. Decisivi i suoi scritti politici per la formulazione e l’evoluzione del liberalismo europeo.

 

[26] Lafargue Paul (1842-1911). Nato a Santiago (Cuba), da genitori misti. Da ragazzo si trasferì in Francia con la sua famiglia; qui prese a studiare medicina e si avvicinò per la prima alla politica, come seguace di Proudhon; dal 1861 cominciò ad appoggiare il movimento repubblicano, poi divenne uno dei leader della sinistra marxista del movimento operaio francese e co-fondatore del Partito operaio francese (1879). Fu membro della Prima Internazionale come segretario corrispondente per la Spagna dal 1866 al 1868 e cofondatore delle sezioni francesi, spagnola e portoghese. In questo modo divenne amico di Marx ed Engels, le cui posizioni teoriche prese a sostenere. Nel 1868 si sposò con Laura, la seconda figlia di Marx; i Lafargue iniziarono così decenni di vita e lavoro politico comune, supportati finanziariamente da Engels. Nel 1870-71 partecipò alle agitazioni operaie di Parigi e di Bordeaux; dopo la caduta della Comune fuggì in Spagna per poi trasferirsi definitivamente a Londra, dove fu condannato a un anno di carcere a seguito della sua attività politica. Lafargue lottò sempre contro il riformismo di Millerand (cioè contro l’entrata dei socialisti nei governi borghesi) e scrisse molto, seppur commettendo svariati errori, in difesa del marxismo rivoluzionario. Lafargue era un ottimo oratore ed ha scritto numerosi lavori sul marxismo rivoluzionario, incluso l’ironico e ben conosciuto Il diritto d’essere pigri e Evoluzione e proprietà. Nel 1911, l’ormai anziana coppia decise di suicidarsi, nella coscienza di non aver ormai più nulla da dare al movimento dei lavoratori cui avevano dedicato tutta la vita.

 

 

[27] Tugan Baranovski (1865-1919). Economista russo, seguace di Bernstein. Successivamente continuò a ritenersi socialista, ma rinnegò definitivamente il marxismo.

 

[28] Jeane Baptiste Say (1767-1832). Economista francese. Convinto liberista, all’inizio appoggiò la Rivoluzione francese. Salito al potere Napoleone, fu dapprima suo seguace, passò in seguito all’opposizione. Per le sue idee liberali, il suo Traité d’économie politique fu fatto sequestrare. Nel 1814 il governo insediato dalla Restaurazione lo incaricò di studiare l’organizzazione commerciale inglese. Nel 1815 fu nominato professore all’Università di Parigi. Eletto nel 1830 membro del Consiglio Generale della Senna, rinunciò nel 1831 a tale incarico per dedicarsi alla cattedra di Economia Politica, da lui fondata presso il College de France. Say fu uno degli ultimi rappresentanti in Francia della scuola classica.

 

 

[29] Rosa Luxemburg (1871-1919). Comunista polacca di origine ebraica.

 

 

[30] Bucharin Nikolai (1888-1939). Dirigente bolscevico, editore della Pravda e presidente del Komintern (1926-29). Durante la prima guerra mondiale venne in contatto con Trotskij a new York. Membro della frazione dei “comunisti di sinistra”, si oppose alla firma della pace di Brest-Litovsk, battendosi a favore di una continuazione della guerra in senso rivoluzionario. Nel 1923 formò con Zinoviev, Kamenev e Stalin, un “blocco anti trotzkista”. Anche quando Zinoviev, prese ad appoggiare Trotskij entrando far parte dell’Opposizione di “Sinistra”, Bucharin continuò ad appoggiare Stalin. La rottura tra i due avvenne all’epoca della collettivizzazione.

 

 

[31] Il populismo in Russia (la parola deriva da narodnicestvo, da narod, popolo) è stato un movimento politico e culturale nato in Russia attorno alla metà del XIX° secolo e alimentato da una visione sentimentalista e idealizzata delle masse popolari, in particolare quelle contadine. Fenomeno complesso, il populismo rappresentò da un lato la presa di coscienza, da parte di giovani intellettuali, dei gravi problemi economici, sociali, politici e morali che travagliavano la Russia ottocentesca, dall’altro il primo tentativo di fornire una soluzione nuova e adeguata a tali problemi. Due furono le correnti di pensiero che lo contraddistinsero: lo slavofilismo, che sosteneva l’idea che la civiltà occidentale fosse ormai corrotta e decadente e che solo le virtù del popolo russo (la fede ortodossa, l’umiltà, la pazienza di fronte alla sofferenza, la solidarietà avrebbero potuto salvare la Russia da un analogo destino e la corrente occidentalista, che al contrario riteneva l’occidente un modello non solo industriale o tecnologico, ma anche politico. Entrambe le correnti convergevano nell’individuare nell’obscina (termine usato in Russia per indicare le comunità contadine).

 

[32] Sergej N. Bulgakov (1871-1871). Economista e filosofo russo. Nel 1897 pubblica il suo primo libro: Sui mercati nella produzione capitalista e nel 1901 pubblicò Capitalismo e agricoltura sintesi della sua ricerca scientifica. Successivamente si convertì alla religione ortodossa.

 

[33] Struve P.B. (1870-1944). Economista e pubblicista russo, uno dei capi del partito dei Cadetti. Negli anni ’90 del XIX° secolo fu uno dei maggiori esponenti del marxismo legale.

 

[34] Cernysevskij Nikolaj Gavrilevic (1828-1898). Democratico rivoluzionario russo, scienziato e scrittore, autore del romanzo Che fare? da cui Lenin prese spunto per intitolare uno delle sue opere più importanti. Per il suo radicalismo scontò oltre venti anni di carcere, è stato uno dei più alti antesignani della socialdemocrazia russa.

 

[35] Umberto Cerroni (1926-2007). Ha studiato a Roma con Pilo Albertelli e si è laureato nel 1947 in Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza di Roma. Ha ottenuto nel 1964 la libera docenza in Filosofia del diritto e l’incarico di Storia delle dottrine economiche e Storia delle dottrine politiche nella Facoltà di Filosofia di Lecce. Nel 1971 è diventato professore di ruolo di Filosofia della politica e ha insegnato a Salerno e all’Istituto Orientale di Napoli. Dal 1976 insegna Scienza della politica nella Facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza di Roma. E’ stato membro del Comitato Centrale del PCI.

 

[36] Secondo Marx: “…nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forse produttive materiali” (Marx, Per la critica dell’economia politica). I rapporti di produzione comprendono tre elementi: la proprietà dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione, delle forze produttive; i rapporti tra gli uomini nel lavoro (nel processo lavorativo): lavoro manuale e lavoro intellettuale, lavoro esecutivo e lavoro di direzione, città e campagna ecc; la distribuzione del prodotto. I rapporti di produzione sono essenzialmente rapporti sociali, cioè da un lato condizionano tutta la società in cui sono “rapporti dominanti”, e dall’altro sono a loro volta influenzati, in diversa misura, da tutte le altre manifestazioni della vita sociale, ivi comprese quelle che Marx chiama le sovrastrutture giuridiche. Secondo la concezione materialistica della storia le diverse epoche, o fasi dello sviluppo, dell’umanità devono essere analizzate studiando il rapporto che intercorre tra il grado di sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione corrispondenti. Infatti, il solo modo in cui può concretamente realizzarsi il lavoro, e quindi il “ricambio organico tra l’uomo e la natura” consiste nel fatto che il lavoro stesso si attua all’interno di determinati rapporti di produzione e di una divisione sociale (del lavoro). Tuttavia, secondo Marx, in determinate condizioni storiche “questi rapporti, da forme delle forze produttive, si convertono in loro catene: allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale”.

 

[37] Le forze produttive moderne nell’ambito del capitalismo hanno reso i singoli lavoratori e le singole unità costitutive di un unico organismo economico, esse hanno ormai assunto un carattere collettivo. Il contrasto fra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalisti crea una contraddizione che solo lo sbocco rivoluzionario della lotta di classe può risolvere. Il dilemma “socialismo o barbarie” è quanto mai attuale, perché le distruzioni (sociali, ambientali ecc.) che nell’epoca attuale accompagnano lo sviluppo delle forze produttive, sono causate dell’ambito (sempre contradditorio) dei rapporti capitalisti.

 

 

[38] Eugen Varga (1879-1964). Economista ungherese, comunista.

 

[39] Nell’ambito dei rapporti di produzione capitalisti, il lavoro non può perdere il carattere servile e coercitivo di mezzo di valorizzazione del capitale. Infatti, il lavoratore non è in produzione principalmente per produrre dei beni e dei servizi, ma per produrre plusvalore: la legge che regola il suo rapporto col mondo del suo lavoro è la massima estorsione possibile di plusvalore. Il capitale è valore che si valorizza.

 

[40] AA.VV. Capitalismo Monopolistico di Stato. Trattato marxista di Economia Politica, Tomo I.

 

 

[41] Henry Grossman (1881-1950). Economista marxista polacco. Ha insegnato in varie università europee e americane. i suoi lavori più noti sono quelli sui precursori di Marx, del saggio del 1924 su Sismondi (tradotto in italiano con il titolo Sismondi e la critica del capitalismo, Bari 1972) agli articoli su Condorcet, Santi Simon, Steward e Jones, tutti pubblicati tra il 1934 e il 1948, e, dall’altro, le ricerche di approfondimento delle teorie marxiane che si concludono con Das Akkumulations – und Zusammebruchsgesetz des kapitalistichen pubblicata postuma nel 1967 (tradotto in italiano col titolo Il crollo del capitalismo. La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, Jaca Book, Milano 1977).

 

[42] Per accrescere la produttività del lavoro dei suoi operai, la borghesia ha dovuto rendere le forze produttive sempre più collettive, cioè tali che la quantità delle ricchezze prodotte dipendono sempre meno dalle capacità, qualità e caratteristiche del singolo lavoratore e dai suoi sforzi personali (la durata del suo lavoro, la sua intelligenza, la sua forza ecc.). Esse dipendono invece sempre più dall’insieme organizzato dei lavoratori, dal collettivo nell’ambito del quale l’individuo lavora, dalla combinazione dei vari collettivi di lavoratore, dal patrimonio scientifico e tecnico che la società impiega nella produzione. In conseguenza di ciò il lavoratore isolato è ridotto all’impotenza; egli può produrre solo se è inserito on un collettivo di produzione (azienda, unità produttiva) ma nello stesso tempo si sono create le condizioni perché crescano la produttività di lavoro.

 

[43] Dato lo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro, che comporta un aumento del capitale costante rispetto al capitale variabile, il saggio di plusvalore viene espresso da un saggio del profitto che tende a decrescere continuamente.

 

[44] Ensayos sobre la teoria de las crisis. Dialèctica y metodologia en El Capital, Pasado y Presente, México, 1979, pag. 250.

 

[45] D’altronde sin dall’inizio il colonialismo è stato per il capitalismo uno dei fattori dell’accumulazione primaria di capitale: “La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria” (Marx, Il Capitale, Capitolo 24°).

 

 

 

[46] Bisogna precisare che il marxismo non ha niente in comune con la caricature secondo cui Marx ridusse tutto all’economia. A questa palese assurdità hanno risposto molte volte gli stessi Marx e Engels, come seguente brano tratto dalla lettera di Engels a Bloch: “Secondo la concezione marxista della storia, la produzione e riproduzione della vita sociale è nella storia il momento in ultima istanza decisivo; di più nei io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta, insignificante, astratta e assurda” (La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, pag. 63).

 

[47] Come è altrettanto inefficace è la soluzione proposta (e attuata) dai reazionari: la riduzione della produzione con meno orario, meno salario e altre misure simili.

 

[48] Negli Stati Uniti tra il 1936 e il 1937 ci furono oltre mille occupazioni di fabbrica con la partecipazione di mezzo milione di lavoratori e 6912 scioperi che coinvolsero 1.861.000 lavoratori.

 

[49] Bisogna sottolineare che le differenti soluzioni politiche che il capitalismo assunse di fronte alla crisi degli anni ’30 (New Deal negli U.S.A., nazionalsocialismo in Germania) erano, caratterizzate dall’elemento comune dell’intervento dello Stato nell’economia.

 

[50] Tutte le maggiori aziende tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale Imperialista approfittarono della manodopera dei campi di concentramento per ridurre i costi di produzione. Ad esempio la I.G. Farben impiantò ad Auschwitz una fabbrica di gomma sintetica. Secondo la storica Anni Lacroix dai 12 ai 14 milioni di lavoratori stranieri in gran parte ebrei e prigionieri sono stati utilizzati dalle aziende tedesche.

 

[51] Il Capitalismo monopolista di Stato è un modello di capitalismo, dove il capitale investe nei rami della produzione dei grandi mezzi di produzione, di energia, e dei trasporti strategici è per lo più e a seconda delle circostanze, di proprietà o sotto il controllo dello Stato, che lo gestisce (in modo monopolistico) per conto della propria borghesia. E’ un sistema economico che permette di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Quando prevale il primo aspetto, si parla e si attuano nazionalizzazioni di un intero ramo (come ferrovie, elettricità) o l’intervento pubblico nelle aziende (come faceva tempo fa l’I.R.I.); quando prevale il secondo, si attuano dismissioni e privatizzazioni.

 

[52] Un conto è dire che sotto il capitalismo si creano le basi materiali, altro discorso sarebbe che il continuo sviluppo delle forze produttive avrebbe portato al socialismo senza traumi, o della concezione che prevalse in URSS prima e successivamente in Cina, dove l’avanzata del socialismo era fatta coincidere con l’aumento del P.I.L. e del capitale costante (più macchinari) in generale, e non con l’estinzione del lavoro salariato, della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, della divisione tra campagna e città, della natura di merce del prodotto del lavoro e dei lavoratori (che possono essere assunti e licenziati a discrezione delle esigenze aziendali, che sono costretti a vendere la loro forza lavoro ecc.). ora, in merito a quest’argomento, noi comunisti non abbiamo nulla a che fare col produttivismo demente, ma neanche con le nostalgie della “trazione animale” e della piccola produzione. Per noi ogni aumento della produttività va connesso, non con l’aumento della produzione, ma con la riduzione dell’orario di lavoro.

 

 

 

 

 

GUANTANAMO TORTURE DEMOCRATICHE: PER NON SCORDARE

•maggio 14, 2018 • Lascia un commento
  Dall’11 gennaio 2002, la base navale di Guantanamo a Cuba, è diventata un centro di detenzione per persone etichettate come terroriste. Questa è la verità ufficiale. In realtà in tale base c’è un misto di crudeltà, spietatezza e violenza. È un luogo dove si sperimentano farmaci, psicofarmaci, tecniche di controllo mentale e torture (che spesso non lasciano una traccia fisica) dove si riducono le perso imprigionate a uno stato vegetativo. Persone che, il più delle volte, sono estranee alle accuse che gli si rivolgono.

Dei quasi 800 (ufficiali) detenuti transitati a Guantanamo, nessuno è mai stato incriminato formalmente, sottoposto a processo e condannato. Molti di questi hanno denunciato le torture inumane e tanti ne sono usciti con gravi danni per la loro psiche.

Dopo le terribili rilevazioni dell’australiano David Hicks sulle torture sofferte nel lager di Guantanamo, includendo misteriose iniezioni di prodotti di natura sconosciuta, l’avvocato di Nizar Sassi e Maourad Benechellali, due detenuti di nazionalità francese liberati in luglio di quest’anno, ha appena rilevato che i suoi clienti sospettano di essere state vittime di “esperimenti” in uno dei sinistri centri per gli interrogatori della base navale nordamericana. Jacques Debray, letterato francese, ha denunciato nell’ultima edizione della rivista francese Le Nouvel Observateur che Sassi e Benechellali sono stati forzati a inghiottire medicinali sospetti e si stanno chiedendo se sono stati vittime di “esperimenti”. I due raccontano solo frammenti di quello che è accaduto a Guantanamo. La DST, i servizi interni dei servizi segreti francesi hanno fatto capire che era preferibile tacere fino a che altri francesi sono detenuti in quella base. I due, tra le tante storie di orrore,[1] raccontano che c’erano stanze dove si ascoltava una musica, terribilmente violenta, hanno parlato di “medicinali strani” che hanno dovuto ingerire. Una volta Nizar svenne dopo averlo fatto e ha avuto l’impressione di essere rimasto senza conoscenza per un paio di giorni. Non sapevano che medicinali fossero ma entrambi hanno affermato che un detenuto si riempì completamente di foruncoli dopo l’iniezione.

Le ampolle dei medicinali erano solo numerate e un medico li visitava per sapere come si sentivano; hanno potuto vedere un medico al di fuori di quelle domande solo un paio di volte, perché a Guantanamo tutto funziona per ricompense (della serie fai il bravo e vedrai che ti possiamo dare un contentino). Nizar ha dovuto aspettare un anno per vedere un dentista.

   Nizar e Benechellali affermano che a Guantanamo c’è un numero impressionante di psichiatri ed esistono unità riservate, dove s’impazzisce.

   Ora, visto che gli esperimenti medici su detenuti, sono assolutamente proibiti dalla Convenzione contro la tortura, come altre altri trattamenti crudeli, delle Nazioni Unite, oltre alla chiusura del Lager di Guantanamo come ha promesso Obama, bisognerebbe istituite un tribunale internazionale contro i criminali che hanno permesso questo. Tra i tanti da portare sotto processo c’è la Croce Rossa. Questa “benefica” e “umanitaria” organizzazione ha affermato che medici e infermieri che erano presenti agli interrogatori, erano lì come “consulenti” per riferire sulla vulnerabilità psicologica dei detenuti.

   Anche l’Italia è complice. Reprieve, un’Ong di Londra che si occupa di tutelare e aiutare chi ha subito le conseguenze della “guerra al terrorismo”, i cui diritti sono stati calpestati, denuncia che in sette casi di cittadini tunisini residenti in Italia all’epoca dell’arresto avvenuto in Pakistan o in Afghanistan, su segnalazioni, poi rilevatesi infondati, delle forze di polizia e dei servizi segreti italiani. Che gli hanno appioppato lo status di “nemico combattente”, permettendo così alle autorità U.S.A. di rinchiuderli come sospetti nel lager di Guantanamo. Alla fine tutti e sette sono stati scagionati e scagionati da ogni accusa, e sono liberi di tornare … in Tunisia, paese dove la tortura e abbondantemente usata contro chi è sospettato di terrorismo, figuriamoci loro che hanno avuto delle condanne dai 10 ai 40 anni, per sospetti rivelatisi infondati.

   Ma non finisce qui, Reprieve descrive come in almeno tre occasioni, ufficiali dei Carabinieri, della Polizia e del SISMI si siano recati a Guantanamo per interrogare i sette tunisini, vedendo di persona le condizioni disumane di detenzione. Inoltre, documenta le 680 volte che l’Italia ha concesso il diritto di sorvolo agli aerei U.S.A. che dal Pakistan o dall’Afghanistan portavano i detenuti sospetti a Guantanamo.

E per finire la carrellata degli orrori, sul web è spuntato un documento riservato del Pentagono che parla di nuovi strumenti wireless per la tortura: grazie a radiazioni elettromagnetiche a determinate frequenze, si può alzare la temperatura corporea di una persona, si può disorientarla o si può addirittura farle sentire delle voci dentro la testa. Questo documento è vecchio di dieci anni: originalmente marchiato “Classified-Noforn” (ovvero topo secret anche per gli alleati della Nato) è stato declassificato recentemente poiché sono trascorsi i termini di legge. Non dice se questi strumenti siano in uso a Guantanamo o in qualche parte del mondo, ma ammette che sono state sperimentate: in qualche caso anche sugli esseri umani.

Vedere documento su Download Bioeffects_of_Selected_Non-Lethal_Weapons.pdf

Una lezione si può tratte, nella loro lotta di predoni, gli stati imperialisti (a partire dall’imperialismo principale: gli U.S.A.) si ammantano di grandi valori, sbandierano richiami alla civiltà. Tutto questo sono munizioni per il loro combattimento, servono a distogliere l’attenzione dalle divisioni di classe, che devono lasciare il posto agli “scontri di civiltà”, alle divisioni religiose, ai miti nazionalisti. Serve a legare il proletariato e le masse popolari al carro della classe dominante. Questo scandalo introduce delle crepe alla propaganda imperialista, ma fino a che il proletariato non saprà organizzarsi, rialzarsi e far sentire la propria voce e il proprio peso sul piano nazionale e internazionale, difficilmente il gioco imperialistico con tutti i suoi orrori potrà essere inceppato e distrutto.

 

[1]  Raccontano che appena arrivati a Guantanamo i militari U.S.A. quando scesero dall’aereo, gli orinarono addosso.

ROBOT NELLO SPAZIO

•maggio 7, 2018 • Lascia un commento

 

 

La conquista dello spazio (con la relativa colonizzazione della Luna e degli altri pianeti) accelera lo sviluppo della robotizzazione.

C’è un progetto giapponese che sembra uscito da un film di fantascienza. Un centro di ricerca governativo ha, infatti, redatto un’ipotesi di sbarco entro il 2020 per creare una vera e propria base sulla Luna.[i]

Secondo il progetto perfezionato dal centro di ricerca Waseda University, lo sbarco dovrebbe avvenire in due fasi. Entro il 2015 dovrebbero essere messi in orbita intorno alla Luna alcuni robot che avrebbero il compito di monitorare e studiare il nostro satellite. In seguito entro il 2020 ci sarebbe la discesa sul suolo lunare dei droidi che si stabilirebbero nei pressi del polo sud lunare.[ii] Pesanti circa 330 Kg e dotati di poderosi cingolati, i robot potrebbero operare all’interno di uno spazio di circa 60 miglia di raggio interno alla base. L’alimentazione dei droidi avverrebbe grazie a panelli a energia solare. Il progetto avrebbe un costo stimato di circa 1,83 miliardi di euro e sarebbe, nelle intenzioni del governo giapponese, solo il primo passo di una successiva esplorazione del sistema solare.

Questa è l’ennesima dimostrazione che l’esplorazione del sistema solare e dello spazio in generale, avverrà in prevalenza non con esseri umani, ma con l’impiego di macchine-robot.

Ricordiamoci del Pioneer 10, una sonda spaziale lanciata nel marzo 1972 verso i pianeti esterni al sistema solare (dove su una placca fu inciso un messaggio destinato a eventuali esseri extraterrestri che dovessero raccoglierlo), trent’anni dopo una stazione radio di Madrid ricevette un segnale lanciato da Pioneer 10. Ci sarebbe da soffermarsi sul significato tecnico del fatto che una macchina sopravviva per trent’anni nello spazio a 230 gradi sotto zero, percorra 12 miliardi di chilometri, si destreggi fra orbite di sei pianti, produca e conservi energia, trasmetta da oltre l’orbita di Plutone (sorpassata ormai dal 1982) e il segnale sia captato, ripulito dal rumore dell’intero universo e compreso dopo che ha viaggiato 22 ore andata-ritorno alla velocità della luce.

   Il vero significato di tutto ciò, è che con l’esplorazione (e la relativa colonizzazione) dello spazio era iniziata l’era dei robot.

Le missioni con l’essere umano (come quelle Apollo) in realtà erano più che altro roba che serviva per la propaganda, non dimentichiamo che quando si svolgevano questi viaggi spaziali con gli esseri umani era l’epoca della cosiddetta guerra fredda. In quel periodo l’esplorazione umana dello spazio era diventata una competizione d’immagine tra i due blocchi (chi avrebbe mai potuto identificarsi con un astronauta robot?).

La storia della robotica è strettamente legata a quella dell’esplorazione spaziale. Le sonde spaziali che hanno fornito, negli anni, preziose informazioni sul nostro sistema solare non erano altro che robot.

Il legame tra esplorazioni spaziali e robotica ha una ragione semplice: gli esseri umani, che sono “progettati” per operare nelle condizioni ambientali della Terra, non sono adatti né allo spazio vuoto né agli altri pianeti del sistema solare. Al contrario, un robot progettato dall’uomo, può essere realizzato in modo da adattarlo alle condizioni specifiche di qualsiasi ambiente, per lo meno entro i limiti che la tecnologia ci pone, e in particolare può essere progettato per operare su un altro pianeta o nello spazio.

Per mantenere in vita un uomo è necessario portarsi dietro un piccolo pezzetto di ambiente terrestre (aria, acqua, cibo) e prevedere sistemi per gestire tutte le necessità fisiologiche umane. Questa “Terra portatile” potrà essere più o meno fedele all’originale, più o meno grande, e più o meno sofisticata, potrà perfino ridursi (per brevi periodi) alle dimensioni di una tuta spaziale. In quest’ottica un’astronave non è altro che un piccolo ambiente terrestre simulato, naturalmente dotato di apparati per il moto nello spazio.

Un motivo non trascurabile che rende i robot più adatti all’esplorazione dello spazio sta nel fatto che i viaggi spaziali sono lenti. Infatti, le distanze sono così enormi che, all’interno del nostro sistema solare, possono esser necessari anni per arrivare a destinazione. E non è facile risolvere il problema di trasportare uno o più esseri umani per lunghissimo tempo in un ambiente ristretto che li mantiene a stretto contatto tra loro, senza che essi ne soffrano fisicamente e psicologicamente. Se poi si va a vedere le distanze tra stelle diverse esse, sono inconcepibili. Ad esempio la stella più vicina alla Terra, ovvero Alfa Centauri, si trova a circa 4 anni luce da noi.

 

CYBORG ASTRONAUTI?

 

La NASA non sta dedicando le sue ricerche sul modo di costruzione di un astronauta migliore. La loro Human Research Program si concentra invece su come farmaci, esercizio e una migliore schermatura contro le radiazioni possano attenuare gli effetti spaziali sulla vita umana. C’è più di una discussione su come modificare interi pianeti adatti agli esseri umani – un processo chiamato terraforming – piuttosto che cambiare l’uomo per adattarlo allo spazio.

Uno dei motivi della Nasa di avere poco interesse al cyborg può essere dovuto alla loro attenzione per riportare gli astronauti a casa in modo sicuro. Gli esseri umani modificati per la vita nello spazio potrebbero non vivere troppo bene sulla Terra. L’adattamento permanente è un problema per tutti i futuri coloni di Marte (e degli altri pianeti) poiché nel corso del tempo la gravità più debole del pianeta potrebbe tradursi in ossa più deboli. Mentre alcuni hanno proposto “viaggi di sola andata”, con persone che vivono il resto della vita su questo pianeta, gli attuali piani della Nasa prevedono un soggiorno della durata di 500 giorni.

E proprio riguardo allo spazio che fu coniato il termine di cyborg (cybernetic organism ovvero organismo cibernetico): ideato dagli scienziati Manfred E. Clynes e Nathan S. Kline nel 1960 in un saggio dal titolo Cyborg nello spazio riferendosi alla loro idea di un essere umano potenziato con organi artificiali (qualcosa che ricorda il transumanesimo) per sopravvivere in ambienti extraterrestri inospitali. Essi ritenevano che un’intima relazione fra umano e macchina fosse la chiave per cercare la nuova frontiera dell’esplorazione spaziale in prossimo futuro.

Queste ricerche sull’interazione uomo macchina assumono degli aspetti inquietanti. Kevin Warwick, docente di cibernetica all’università di Reading in Inghilterra, ha condotto diversi studi sull’ibridazione uomo-macchina eseguendo degli esperimenti su se stesso. Nel 1998 si è fatto impiantare un microchip a radiofrequenza e nel 2002 (Warwick evidentemente deve avere una componente sadomasochista) si è fatto innestare un centinaio di micro elettrodi nelle terminazioni nervose dello stesso arto.[iii] Questi dispositivi gli hanno permesso di inviare e ricevere messaggi.

Tutto ciò diventa ancora più, inquietante quando Warwick è stato avvicinato dai rappresentanti di due importanti compagnie di software, una britannica e una amerikana, la Blackabaud Inc. considerata una dei giganti de software. Con questo tipo di tecnologia le aziende potrebbero seguire, passo per passo, i loro dipendenti, dentro e fuori dai posti di lavoro.[iv]

La NASA seguendo i suggerimenti del saggio di Clynes e Kline, commissionò uno studio sull’argomento.

Questo studio dal titolo The Cyborg Study: Engineering man for Space fu pubblicato nel 1962. In esso si esaminava la possibilità di sostituire gli organi, quali tipi di farmaci e i modi di ibernazione che avrebbero consentito di rendere i viaggi nello spazio meno stressanti. La relazione terminò però, che la sostituzione del cuore del polmone e dei reni – che sono gli organi più sollecitati dai viaggi nello spazio – non era possibile con la tecnologia disponibile all’epoca.

Nei laboratori di ricerca della NASA tuttavia sono in corso diversi progetti per sviluppare meglio l’interfaccia uomo macchina, l’obiettivo di questa ricerca è di migliorare le comunicazioni tra persone e computer, rendendo le macchine, i nostri avatar[v] per l’esplorazione dello spazio. Forse con un impianto che collega il cervello al robot sarà il prossimo passo per l’esplorazione spaziale riducendo notevolmente il tempo di comunicazione in tutta la vasta distesa dello spazio.

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI RELATIVE ALLA QUESTIONE SPAZIALE

 

Pur essendo vero che siamo nella fase della decomposizione del Modo di Produzione Capitalista, tutto ciò non comporta necessariamente l’involuzione del pensiero scientifico. Questo, al contrario, può essere suscettibile di evoluzione. E ciò perché, in linea generale di teoria e metodo, non v’è tra struttura e sovrastruttura determinazione meccanica ma dialettica.

Nel caso della dominazione borghese bisogna constatare il fatto determinante che la borghesia si accaparra e si asservisce le migliori forze intellettuali provenienti per lo più dalle categorie sociali piccolo-borghesi e dalla classe operaia. Mediante tali forze intellettuali, la scienza borghese, in dati limiti, trova alimenti e progredisce. Perciò durante il regime economico e sociale di una classe decadente è possibile raggiungere nel campo scientifico e tecnico, tappe qualitative del progresso storico del sapere umano. Esempi: la relatività einsteiniana e la teoria dei quanti.

È sbagliato fissare dei limiti al sapere della classe borghese; però bisogna partire dal fatto che essa non risolve i problemi della conoscenza umana a causa della sua stessa natura classista. Che solo una società che metterà fine alla divisione in classi, alla divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, alla divisione tra le varie discipline scientifiche, alla ricerca scientifica legata al meccanismo del profitto, può aprire la strada alla conoscenza sociale universale dell’essere umano.

Tornando alla questione spaziale, ritengo che bisogna evitare l’errore di considerare i lanci dei satelliti artificiali, con esseri umani o senza, come la realizzazione tecnica di ciò che i grandi ingegni della scienza borghese avevano ipotizzato secoli fa e pertanto privi di valore scientifico autentico. Detta posizione rientra nel meccanicismo. Infatti tra scienza e tecnica v’è azione reciproca e tutte due, in ultima analisi dipendono da esigenze produttive di insieme.

Bisogna tenere conto prima di dare un giudizio sui voli spaziali in genere, che essi sono i risultati di un vasto campo di ricerca scientifico-tecnica che abbraccia tutti i rami dello scibile: fisico, chimico, biologico ecc.

Un altro errore è rappresentato dalla negazione in assoluto che l’essere umano non potrà mai viaggiare nel cosmo. Ne consegue pertanto una posizione antievoluzionistica. In sostanza l’essere umano si è adattato, con un’ininterrotta azione e reazione di trasformazione, alle condizioni naturali del suo ambiente terrestre. Per questo, in ben delimitati limiti e ben giusto dire: poiché l’essere umano riesce a riprodurre nello spazio le condizioni ambientali della propria esistenza, intanto è capace di affrontare lo spazio stesso che lo circonda.

La colonizzazione dello spazio (e la militarizzazione ne è una conseguenza) fa parte di una speranza planetaria di un sistema economico come quello capitalista che, saturo di capitali e di merci, si proietta nello spazio perché si sente strangolato dal nodo scorsoio delle sue contraddizioni. Lo spazio dovrebbe servire ai vari imperialismi per combattervi le loro guerre, per fondarvi le loro colonie. Provincia dell’accumulazione, lo spazio è destinato a diventare un territorio da spartire o da egemonizzare. La militarizzazione dello spazio dimostra l’incapacità dei capitalisti a comporre i loro antagonismi e le loro lotte sulla superficie terrestre.

Ma la vecchia talpa rivoluzionaria, che oggi rode le basi del sistema, distruggerà questo sistema che separa la scienza dalla conoscenza generalizzata degli uomini e delle donne. L’autogestione da parte delle masse farà della scienza una banalità alla portata di tutti.

Gli uomini e le donne andranno nello spazio per fare dell’universo il teatro dell’ultima rivoluzione: quella che andrà contro i limiti della natura. Si andrà nello spazio non come impiegati dell’amministrazione spaziale o come “volontari” di un progetto di Stato, ma come persone senza schiavi che ispezionano i loro possedimenti.

Utopie? Sogni? No perché lo sviluppo di alcune ricerche smonta lo status quo ideologico che la scienza ufficiale asservita al potere del capitale rafforza.

Prendiamo come esempio il caso della materia oscura. Si ritiene che una buona parte della massa dell’universo sia oscura. Stabilire la natura di questa massa è uno dei problemi della cosmologia moderna. Davanti all’osservazione di un moto delle galassie, che non può essere spiegato solo con l’azione della gravità, sarebbe ragionevole considerare la possibilità che anche l’elettromagnetismo possa essere responsabile. I fisici fino ad oggi sono stati in grado di scoprire quattro tipi differenti di forza: gravità, elettromagnetismo, forza nucleare forte e debole, queste ultime agenti solo a distanze subatomiche, infinitesimali.

La materia oscura è stata inventata perché si potesse ottenere la quantità di gravità necessaria non solo per la formazione delle galassie, ma anche per evitare il loro collasso. Le velocità di rotazione di molte galassie sono troppo grandi rispetto alla gravità prodotta dalla materia visibile che dovrebbe tenerle insieme. Piuttosto che cercare una spiegazione per questo fatto nei confini della fisica conosciuta come fanno i fisici del plasma,[vi] i teorici del Big Bang hanno invece inventato forme invisibili di materia ed energia che si suppone pervadano l’universo, costituendone ben il 95% del totale.

Nonostante il suo immenso contributo alla gravità, la materia oscura “interagisce debolmente” per altri aspetti con quella “normale”, giustificando così in minima parte la sua presenza non rilevabile con test sperimentali. Questo non ha impedito al sistema delle fondazioni di investire somme sempre più ingenti nella ricerca finanziando così solo carriere scientifiche individuali.

La materia, piuttosto che oscura, è assente. Studi recenti sulla radiazione infrarossa emessa da certe galassie hanno reso possibile una stima sulla massa delle stelle di queste strutture, registrando effetti gravitazionali, anche negli ammassi di galassie, che lasciano ben poco spazio alla materia oscura. La materia visibile giustifica circa i 2/3 di questi effetti nelle galassie, mentre negli ammassi la differenza è maggiore probabilmente perché la grande quantità di gas e polveri riduce le possibilità di osservazione.

Tutta questa faccenda della materia oscura, riflette un pericolo, insito nell’approccio deduttivo non solo in cosmologia secondo cui le risposte derivano da “leggi dell’universo” che non richiedono verifica (e che quindi possono essere costruite per tappare i buchi).

La popolarità dell’approccio deduttivo sta nel fatto che con il suo utilizzo sia pure in ambiti scientifici molto circoscritti è stato possibile riassumere anni di lavoro in una forma astratta e molto sintetica, usando un piccolo numero di simboli matematici. Come nel caso delle equazioni di Maxwell che regolano l’elettromagnetismo.

Per un matematico o per un fisico potrebbe essere attraente, ma il rischio reale è quello di dimenticare che ci sono voluti molti anni di duro lavoro svolto da tante persone per raggiungere il grado di conoscenza attuale. Come non bisogna dimenticare che nei fenomeni fisici c’è la presenza di molti fattori che interagiscono tra loro.

Se poi prendiamo la teoria del Big Bang, uno dei nodi centrali di questa teoria è l’ipotesi di un effetto in questo caso l’esplosione di materia ed energia nell’universo, senza che abbia una causa. Non bisogna, essere degli scienziati che con una teoria del genere, alla fine significa accreditare un approccio opposto a quello scientifico, che ricerca una causa dietro ogni effetto. Il metodo scientifico sta nella possibilità di generalizzare i risultati dell’osservazione e nel poter fare previsioni, nello sviluppare teorie studiando i processi in corso e nell’utilizzare queste teorie come guida per l’azione.

Tra l’altro se si osserva attentamente tra la teoria del Big Bang e il mito cristiano della creazione può essere tracciato un parallelo che mette in disagio. Non è sufficiente come fanno i suoi sostenitori che è impossibile sapere cosa ci fosse prima[vii] del Big Bang quando si presume che non esistevano il tempo e l’indagine scientifica, come ogni altra speculazione, dove perciò fermarsi a quel momento.

Esiste invece una corrente di scienziati del gruppo per una cosmologia alternativa che stanno lottando per stabilire un approccio materialistico e dialettico ai concetti di spazio tempo e origine dell’universo e fanno questo perché si tratta dell’unico approccio che si accorda con i fatti.

Una delle conclusioni che sono arrivati questi scienziati è che l’universo non ha inizio, E non ha fine, che il tempo è infinito. Indubbiamente la scoperta più importante dove sono arrivati è che l’universo non è statico. Ovunque, dalla scala infinitesimale a quella infinitamente grande, si notano moto cambiamenti ed evoluzioni. Semplici galassie, o ammassi di esse evolvono e mutano. Stelle e pianeti nascono crescono e muoiono. Su questo sfondo sorgono e crollano imperi. Gli individui crescono imparano, agiscono e scompaiono. Miliardi di cellule interagiscono tra loro, si sviluppano, muoiono e scompaiono. E così via fino alla più piccola scala e oltre.

Le teorie non sono mai neutre, le vecchie idee in cosmologia tendono a rinforzare, e traggono rinforzo, dalle idee dominanti nella società. La concezione di uno spazio immobile, assoluto, porta molti intellettuali a un pessimismo storico, alla squallida visione di Fukuyama sulla “fine della storia”, per giustificare la perennità del modo di produzione capitalistico e di un sistema fondato sulla divisione in classi sociali. Ma se l’universo come realtà materiale è in continua espansione e non ha confini, allora vuole dire che ogni sistema sociale è una realtà provvisoria, che può finire e far nascere qualcosa di nuovo e di diverso.

C’è un motivo di speranza: tutto si muove e tutto si modifica

 

 

[i] http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_giugno_14/base-lunare-giapponese

 

[ii] Curioso, vicino, dove nel 2009 la NASA ha lanciato un missile “per la ricerca dell’acqua” si vede che è una zona davvero interessante.

 

[iii] http://www.3lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/Istp/220702/

 

[iv] http://www.paolodorigo.it/IlGovernoDelleCimici.htm

 

[v] L’avatar è un’immagine scelta per rappresentare la propria utenza in comunità virtuali, luoghi di aggregazione, discussione, o di gioco on-line. La parola che è in lingua sanscrita, è originaria della tradizione induista, nella quale ha il significato di incarnazione di assunzione di un corpo fisico da parte di un dio (Avatar: “colui che discende”): per traslazione metaforica, nel gergo di Internet si intende che una persona reale che scelga di mostrarsi agli altri, lo faccia attraverso una propria rappresentazione, un’incarnazione: un avatar appunto. Tale immagine, che può variare per tema e per grandezza (di solito stabilite preventivamente dai regolamenti delle comunità virtuali), può raffigurare un personaggio di fantasia (ad esempio di un cartone animato o di un fumetto), o anche temi più vari, come vignette comiche, testi, ed altro. Il luogo di maggior utilizzo degli avatar sono i forum, i programmi di instant messaging e i giochi di ruolo on-line, dove è d’uso crearsi un alter ego. Alcuni siti invitano a dotarsi di un avatar ispirato a un certo tema per renderne uniforme l’utilizzo in modo da migliorare il senso di appartenenza alla comunità virtuale. Per esempio il sito del Villaggio di Oleon richiede un avatar di ispirazione medievale che, unitamente a un nickname in tema, tende a creare un’ambientazione di cavalieri del medio evo.

 

[vi] Il plasma è un gas che contiene un gran numero di particelle con carica positiva o negativa (ioni e elettroni). Questo può verificarsi quando un gas viene elevato a temperature estremamente alte (per esempio le regioni esterne del sole) o in un campo elettrico intenso. La fisica del plasma è una branca importante della scienza moderna.

 

[vii] Nel CERN di Ginevra gli scienziati hanno tentato di riprodurre il Big Bang. Link http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asplD_articolo=924&ID_sezione Ma qui ciò che origina il Big Bang si sa: è l’acceleratore di particelle.