BREVI NOTE SULL’ESP

•luglio 29, 2020 • Lascia un commento

   Durante la lotta di liberazione dei vietnamiti contro la dominazione colonialista francese capitò spesso ai soldati francesi di cadere in imboscate o di trovarsi di fronte al nemico quando meno se lo aspettasse. Tra gli ufficiali dello Stato Maggiore francese venne il sospetto ci fosse all’interno dell’esercito un traditore. Solo verso la fine della guerra di liberazione si seppe la verità. Responsabile di una parte delle informazioni che consentirono a vietnamiti di tendere le imboscate era un bonzo espertissimo nelle tecniche di ricognizione mentale a distanza: l’uomo si poneva in trance e presenziava quindi, invisibile, alle riunioni dei capi militari francesi, ascoltando quelli che dovevano essere segretissimi piani di battaglia.[1]

  Questo non può essere considerato un episodio unico reso possibile dalle doti particolari di questo bonzo. Attualmente sappiamo che le forze armate e i servizi segreti di varie nazioni come gli USA, l’ex Unione Sovietica e a seguire a ruota Israele, Cina e Giappone, hanno utilizzato le facoltà extrasensoriali dei sensitivi più dotati, per spiare le nazioni avversarie.

   Ha dichiarato nel 1998 il giornalista Judy Wall sulla rivista Resonance: “Per anni sono circolate voci che il Dipartimento della Difesa statunitense fosse stato impegnato nella ricerca e lo sviluppo di tecnologia estremamente sofisticata per la manipolazione mentale. Di quello mi è giunta recentemente conferma sotto forma di due bollettini del servizio telematico della ITV New Bureau Ltd di Londra”.

   Wall citava un comunicato stampa del 23 marzo 1991 intitolato Guerra psicologica ad alta tecnologia arriva in Medio Oriente, in cui si descriveva unta tattica della US Psychological Operations (PsyOps) americano, diretta contro truppe irachene in Kuwait durante l’Operazione Desert Storm. La manovra consisteva in un sistema col quale la tecnologia per l’alterazione mentale subliminale veniva estesa alle frequenze standard delle trasmissioni radio. Un successivo comunicato stampa del 26 marzo 1991 sosteneva che “tra i normali gruppi di pianificazione militare che predisponevano operazioni militari statunitensi a Riyadh vi era un incredibile programma PsyOps altamente sofisticato, che utilizzava tecniche di suono silenzioso. Sensitivi e macchine capaci di trasmettere radiofrequenze in grado di manipolare la mente umana venivano utilizzati dai militari USA per sbaragliare le forze irachene. La squadra PsyOps statunitense predispose la propria trasmissione FM portatile nella città deserta di Al Khafij. La trasmissione statunitense sopraffaceva la locale stazione radio irachene. Insieme a musica patriotica e religiosa, PsyOps trasmetteva ordini militari e informazioni contradditorie, vaghe e fuorvianti”, ha dichiarato Wall, “Subliminalmente, era all’opera una tecnologia molto più potente: un sofisticato sistema elettronico per parlare direttamente alla mente dell’ascoltatore, alterare e coinvolgere le sue onde cerebrali, manipolare i suoi schemi elettroencefalografici (EEG) e inserire artificialmente stati emotivi negativi, come sensazioni di paura, ansia, disperazione e smarrimento. Questo sistema subliminale non dice semplice ad una persona di provare un’emozione, gliela fa provare; impianta quella emozione nella sua mente”, ha concluso il giornalista.[2] Questa tecnologia, peraltro, non è spuntata da un giorno all’altro; i russi ne disponevano da molto tempo e, negli anni ’70, svilupparono un sistema Psicotronico di Influsso, PIS, che veniva utilizzato per trasformare i soldati in armi umane programmabili. Il sistema impiegava telepati ed una combinazione di onde radio ad alta frequenza ed ipnosi. In seguito, i portavoce russi i fatti problemi nell’ammetterlo. “Il progetto PIS fu iniziato in risposta ad un programma di addestramento simile avviato negli Stati Uniti dal presidente Carter”, ha detto nel marzo 1996 Yuri Malin, ex consigliere per la sicurezza del Presidente Gorbaciov.[3]

   Tutto ciò sembra fantascienza ed invece è realtà. Le ricerche sulle psicospie, un tempo top secret, sono usciti dagli archivi più segreti e consacrano il paranormale[4] sicuramente reale.

   Ma la storia dell’ESP è molto antica. Ben pochi sanno lo scrittore di fantascienza Herbert G. Wells, che legò il suo nome all’invenzione (letteraria) della macchina del tempo, si interessava molto al paranormale, e che, in uno dei suoi libri migliori, The world set free, del 1913 (nel quale prevedeva l’invenzione della bomba atomica e che non venne tradotto in Francia perché – ufficialmente – ritenuto “troppo fantasiosi”), immaginava un dialogo tra l’uomo e la Scienza. Il primo diceva alla seconda: “Non insegnarci niente riguardo a noi riguardo a noi stessi. Tieni lontana dagli stretti sentieri della nostra vita la terribile teoria della comprensione”. Queste parole d’ordine il cavallo di battaglia del circolo di poeti intellettuali di sinistra, parapsicologi ed ufologi francesi che negli anni ’60 si riunivano della redazione della rivista esoterica Planète (tradotta in Italia e Spagna), con in testa il matematico e ufologo Aimè Michel, il fisico Jacques Bergier ed un noto scienziato che mascherava la propria identità sotto lo pseudonimo di Pierre Duval. Essi sostenevano nel 1965 che “come nel romanzo di Wells, anche la parapsicologia rischia di insegnarci troppo su noi stessi; essa rischia di rivelare nell’essere umano più umile immense possibilità e terribili poteri. Il che fa sì che tutti coloro che detestano l’uomo, che temono l’uomo, che si rifugiano nella scienza perché è più facile studiare le funzioni meromorfe o la riproduzione dei muschi e delle felci che avere relazioni profonde con gli esseri umani, detestino e temano la parapsicologia”.[5]

   La parapsicologia si potrebbe dire lo studio sugli episodi ritenuti al di fuori della norma, essa veniva chiamata psionica[6] per analogia con l’elettronica e la bionica, dal fisico nucleare americano John W. Campbell, direttore della rivista Analog ed ebbe la sua genesi nei tempi un po’ folcloristici dello spiritismo ottocentesco, quando fenomeni parapsicologici e manifestazioni medianiche erano accumunati e spesso confusi. Da allora siamo arrivati alla ricerca parapsicologica da laboratorio (anche presso laboratori militari segreti), sulle tracce della misteriosa energia PSI che permetterebbe la produzione delle principali facoltà paranormali: telepatia, chiaroveggenza, precognizione. Tutto ciò avverrebbe durante la cosiddetta “fase alfa”, uno stato alterato della coscienza  durante la il quale i sensitivi manifestano questa facoltà paranormali spostando oggetti, prevedendo il futuro, captando voci telepatiche (chiaroudienza), vedendo nel futuro (premonizione) nel passato a distanza geografica (retrocognizione), nel presente ma in aree geografiche molto distanti (chiaroveggenza), perfino rivivendo sensazioni vissute da altre persone al solo tocco di oggetti loro appartenuti (psicometria) e tutti questo grazie a facoltà sopite del nostro cervello un tempo forse comuni all’umanità, quando il linguaggio non era ancora diffuso.

   Secondo alcuni tali prodezze sarebbero possibili in quanto i sensitivi attingerebbero a misteriosi archivi cosmici contenenti tutti i segreti dell’universo o, più semplicemente, attiverebbero la ghiandola pineale, solitamente atrofizzata, del nostro cervello, meglio nota come “terzo occhio”.

   In effetti, esperimenti laboratorio hanno confermato l’esistenza in alcuni sensitivi di un’attività cerebrale alterata durante la quale viene prodotta un’energia sconosciuta. Una risposta a questa fenomenologia può darla, oltre che la medicina, la parapsicologia, ha classificato lo stato alfa come una fase particolare di coscienza alterata, comune a tutti i sensitivi, durante la quale il cervello lavora utilizzando le onde alfa (normalmente, in fase cosciente, si impiegano solo le onde beta). In questo stadio i sensitivi, spesso senza accorgersene, diventano enormemente ricettivi e producono fenomeni paranormali. in alfa, per dirla con gli esoteristi, si aprirebbe quello che verrebbe definito “terzo occhio”[7]  si potenzierebbe l’attività della ghiandola pineale[8] del cervello, un organo endocrino[9]  ritenuto sede e causa dello sviluppo dei fenomeni paranormali. perché questo avvenga, ufficialmente[10] è un mistero. Sta di fatto che durante questo stato alterato della coscienza (gli altri sono la trance, l’ipnosi, il sogno e le estasi) la coscienza normale può svanire, come avviene appunto, nella trance, oppure può oscurarsi o limitarsi; viene constata inoltre la perdita del senso del corpo, un senso di unione con il tutto, con conseguente superamento del senso di separazione tra l’Io e il mondo circostante. Sebbene le percezioni alfa siano difficilmente controllabili, taluni sensitivi, mistici e praticanti di yoga sostengono di riuscire a padroneggiare con grande facilità.

   Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che le onde PSI o alfa del cervello (responsabili dei fenomeni paranormali, a differenza delle onde beta, che regolano la normale attività cerebrale in stato di veglia) possono viaggiare nello spazio e nel tempo superando la velocità della luce. Queste particelle supererebbero pertanto distanze inimmaginabili in un attimo e sarebbero in grado di tornare indietro per portare alla nostra mente un messaggio, una sequenza, una serie di immagini accadute in quello stesso momento. Il viaggio spaziale delle particelle alfa non si basa su alcuna teorizzazione scientifica. Di sicuro c’è il fatto che queste visioni a distanza, vengono realmente percepite sia da sensitivi che, occasionalmente, anche da persone non dotate di alcuna capacità extrasensoriale. E questo fenomeno si verifica da sempre.

   Sono celebri, ad esempio, i casi del veggente Apollonio di Tiana che, trovandosi ad Efeso, in Asia Minore, descrisse dettagliatamente ai suoi concittadini l’omicidio dell’imperatore Domiziano a Roma, nel 96 d.C., e quello del mistico svedese Emanuel Swedenborg che stando a Göteborg, vide in ogni dettaglio l’incendio che stava divampando a Stoccolma, a 400 chilometri di distanza. Il fatto venne poi confermato due giorni dopo da alcune staffette giunte dalla capitale. 

   Apollonio e Swedenborg, come molti altri sensitivi, erano riusciti a varcare con la vista lo spazio-tempo?

   Le visioni a distanza possono essere di qualsiasi tipo, sebbene, nei casi di veggenze occasionali, prevalgono le sciagure. Questo + stato motivato dagli esperti con la possibilità che gli eventi disastrosi colpiscano con maggiore violenza la psiche dei sensitivi rispetto ad immagini del banale quotidiano. Molto ricettivi sembrano poi essere i bambini, forse perché la loro mente non è stata ancora condizionata da un certo modo di pensare o forse perché libera da pensieri e preoccupazioni. Per questo motivo, negli anni Novanta, la parapsicologia da laboratorio non ha disdegnato di sperimentare con soggetti in giovane età, ai quali, a mo’ di gioco, veniva applicata una benda sugli occhi e chiesto di indovinare il contenuto di una busta.

   Molti interessanti esperimenti sono stati condotti all’inizio del secolo scorso, in Francia, dal ricercatore parigino Charles Richer con il sensitivo polacco Stefano Ossowiecki. Quest’ultimo riusciva a leggere i messaggi chiusi in buste sigillare, come pure i biglietti schermati in tubi di piombo.

   Lo stesso fenomeno era prodotto, nel 1964, da una sensitiva russa in cura per isteria dallo psichiatra Korsakov. Asseriva Korsakov (Questa donna è capace di leggere un foglio in una busta chiusa con l’aiuto del tatto, di una sensitiva generale, di una particolare sensazione du calore. Legge attraverso vari strati di carta e riconosce la scrittura a mano e il colore dell’inchiostro. Si tratta di una sensitività che esula dalla normale ricettiva degli organi di senso e che appare alla gente come manifestazione quasi soprannaturale”.[11]

   Questa capacità è stata ribattezzata “talento dermo-ottico”, la possibilità di “chiaro-vedere” grazie al contatto della pelle; si tratta di un’abilità molto diffusa nella ex Unione Sovietica ove, nel 1962, presso il laboratorio psicologico dell’Istituto pedagogico di Nizhini-Tagil, negli Urali, un’altra donna sbalorditiva Roza Kuleshova – che era una sensitiva – quando era bendata riusciva a leggere i giornali semplicemente sfiorandoli con la mano destra. Inoltre, identificava i diversi colori dei fogli come pure, tastando delle fotografie, riconosceva il soggetto (in genere un uomo). Per queste insolite forme di chiaroveggenza i ricercatori sovietici abbozzarono le ipotesi più disparate: alcuni sostennero che queste persone erano in grado di reagire alle differenze di temperatura delle superfici diversamente colorate, altri ancora si rassegnarono all’idea dell’esistenza della visione a distanza.

   Nel 1946 lo scienziato sovietico Leonid L. Vasiliev, assieme al biologo Piotr Terentiev e al clinico Ja Perikhanjants conduceva una serie di esperimenti su una giovane fisiologa che non aveva mai dato segno di possedere di possedere facoltà paranormali.


[1] Alfredo Lissoni, PSICOSPE Viaggio negli archivi segreti del paranormale in America Russia e Medioriente, EDITORIALE OLIMPIA, Sesto Fiorentino (FI), 2003, p. 11.

[2] J. Wall, Utilizzo militare di armi per il controllo della mente, in Nexus, n. 21, 12, 1999.

[3] Alfredo Lissoni, PSICOSPE Viaggio negli archivi segreti del paranormale in America Russia e Medioriente, EDITORIALE OLIMPIA, Sesto Fiorentino (FI), 2003, p. 13.

[4] Io amo definire il paranormale il normale che non si conosce.

[5] Alfredo Lissoni, PSICOSPE Viaggio negli archivi segreti del paranormale in America Russia e Medioriente, EDITORIALE OLIMPIA, Sesto Fiorentino (FI), 2003, p.p. 13-14.

[6] In alcuni giochi di ruolo le arti psioniche sono la capacità di sfruttare il potenziale della mente. La capacità di usare i poteri mentali è una capacità innata, ma che può essere presente in latenza nella mente di molti individui e sviluppata tramite una rigida disciplina mentale.

[7] Il Terzo Occhio nell’ambito di certe tradizioni religiose ed esoteriche è ritenuto un organo capace di percepire realtà invisibili situate oltre la visione ordinaria.

[8] La ghiandola pineale, o epìfisi, è una ghiandola endocrina (da endo=dentro e crino=verso) nel cervello dei vertebrati.

   Cartesio era molto interessato all’anatomia e alla fisiologia umana. Egli tratta largamente della ghiandola pineale, in particolar modo nel trattato De Homine e nel suo ultimo libro Le passioni dell’anima. Il punto di vista del De homine è puramente meccanicistico: in esso infatti Cartesio vede il corpo come nient’altro che una macchina le cui funzioni sono riducibili ai principi fisici della meccanica classica. Non a caso, le teorie cartesiane saranno tra le principali ispiratrici della dottrina medica Iatromeccanica. All’interno di questa macchina la ghiandola pineale gioca un ruolo centrale, poiché coinvolta nella percezione, immaginazione, memoria e nella causalità dei movimenti corporei.

   Negli studi scientifici sulla ghiandola pineale, vi furono piccoli progressi fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo. Nel 1828, il fisiologo François Magendie suggerì che fosse una valvola designata ad aprire e chiudere l’acquedotto cerebrale. Verso la fine del diciannovesimo secolo, comunque, la situazione cominciò a cambiare. Innanzitutto, diversi scienziati lanciarono indipendentemente l’ipotesi che la ghiandola pineale fosse una reliquia filogenica, un vestigio di un terzo occhio dorsale. Una versione modificata di questa teoria è ancora accettata. Inoltre, gli scienziati iniziarono a supporre che la ghiandola pineale fosse una ghiandola endocrina. Questa teoria fu completamente accettata nel ventesimo secolo: infatti, grazie agli sviluppi scientifici e biochimici, attualmente si ha una conoscenza abbastanza completa delle funzioni svolte dall’epifisi e dai suoi secreti.

   Verso la fine del XIX secolo Helena Blavatsky la fondatrice della Teosofia identificò il “terzo occhio” scoperto dagli anatomisti comparativi del suo tempo con l’”occhio di Shiva” della tradizione induista, concludendo che il corpo pineale dell’uomo moderno è una traccia atrofizzata di questo “organo della visione spirituale”.

[9] In anatomia il sistema endocrino o ormonale è un sistema corporeo che comprende l’insieme di ghiandole endocrine che hanno la funzione di produrre e immettere nell’organismo sostanze particolari dette ormoni.

[10] Di quello di importante in molte ricerche militari non si sa niente se non dopo ricerche pressanti o pressioni dell’opinione pubblica.

[11] Alfredo Lissoni, PSICOSPE Viaggio negli archivi segreti del paranormale in America Russia e Medioriente, EDITORIALE OLIMPIA, Sesto Fiorentino (FI), 2003, p. 17.

LA RUSSIA TESTA UN’ARMA ANTI SATELLITE: CRESCE LA MILITARIZZAZIONE DELLO SPAZIO

•luglio 28, 2020 • Lascia un commento

   L’U.S. Space Command, il comando americano per lo spazio, ha rilasciato un comunicato in cui afferma che la Russia ha condotto un test di un’arma antisatellitein orbita. Il 15 luglio dal satellite Cosmos 2543 è stato rilasciato un oggetto in prossimità di un altro satellite russo, attività ritenuta incompatibile con lo scopo dichiarato del sistema satellitare di Mosca.

 Ha detto il generale John W. Raymond, comandante dell’U.S. Space Command e capo operazioni della neonata Space Force statunitense:[1]Il sistema satellitare russo utilizzato per condurre questo test sulle armi in orbita è lo stesso per il quale abbiamo sollevato preoccupazioni all’inizio di quest’anno, quando la Russia ha effettuato manovre nello spazio vicino a un satellite del governo degli Stati Uniti” e per rafforzare le paure “Questa è un’ulteriore prova dei continui sforzi della Russia per sviluppare e testare sistemi basati nello spazio coerenti con la dottrina militare pubblicata dal Cremlino che prevede l’impiego di armi che mettono a rischio gli Stati Uniti e le risorse spaziali alleate”.

   L’attività del satellite russo, monitorata dai radar, è stata di tipo non distruttivo, simile ad altre svolte nel recente passato: il 23 agosto 2017 il Cosmos 2519, un satellite che ufficialmente dovrebbe essere impiegato per la geodesia, ha rilasciato un subsatellite in una manovra molto simile a quella compiuta dal Cosmos 2543 lo scorso 15 luglio.[2]

   Ha spiegato a C4isrnet[3] Chris Ford, sottosegretario di Stato aggiunto per la sicurezza internazionale e la non proliferazione “Quello che è successo dopo è la parte inquietante. Il subsatellite (definito Cosmos 2521) ha lanciato un oggetto aggiuntivo nello spazio all’elevata velocità relativa di circa 250 km all’ora”, la preosscupazione consiste che Cosmos 2521 ha dimostrato la capacità di posizionarsi vicino a un altro satellite e di sparare un proiettile.

   Questo tipo di attività dei russi è fonte di preoccupazione per gli USA, specialmente quando, nel corso di questi test, si avvicinano ai satelliti americani: lanciati a novembre e dicembre 2019, Cosmos 2542 e Cosmos 2543 hanno attivamente manovrato vicino ai satelliti USA che operano in orbita bassa.

   Risulta quindi più chiara la necessità per l’imperialismo USA per mantenere e consolidare il domino dello spazio, di aver creato una nuova forza armata, la Space Force, che ha tra i suoi compiti non solo il controllo dell’attività extra-atmosferica ma anche l’eventuale contrasto delle possibili minacce.

   La Russia, del resto, ha dimostrato recentemente di aver dato impulso alle armi Asat(Anti-Satellite): lo scorso 15 aprile un missile Pl-19 Nudol si è alzato da un dispositivo mobile tipo Tel andando a colpire il suo bersaglio nello spazio. Il PI-19 ha effettuato il suo primo test coronato da successo nel novembre del 2015 dopo due tentativi non andati a buon fine.

   Gli Stati Uniti quindi, già nel 2016 , avevano attivato la Smf (Space Mission Force), un reparto inquadrato nel 50esimo Space Wing di base a Schriver (Colorado) posto sotto il controllo diretto del Comando Spaziale (Afspc) con il compito di monitorare ed impiegare al meglio tutti i sistemi satellitari militari e di intraprendere azioni offensive e difensive volte a mantenere la supremazia americana in questo campo di battaglia.

   Le opzioni della guerra anti satellite vedono una serie di sistemi diversi: armi a radiofrequenza installate su satelliti, laser di grande potenza basati a terra, veicoli di manovra per operazioni spaziali (come satelliti mina) e lancio di missili anti satellite da terra e da velivoli come l’Asm-135. Questo era un missile a propellente solido lanciato da un F-15 Eagle appositamente modificato. Il lancio avveniva ad una quota di 11.600 metri con un preciso assetto del velivolo in modo da immettere il missile in una precisa traiettoria di collisione col satellite bersaglio. Era dotato di una testata non esplosiva formata da un oggetto cilindrico ci 30 cm di diametro e dal peso di 15 kg che incorporava un giroscopio e dei piccoli razzi. Nel 1988 il programma fu ufficialmente cancellato ma secondo alcune fonti sarebbe stato solo apparentemente ritirato dal servizio ed è proseguito il suo sviluppo in segretezza.

   Anche la Russia sembra avere un sistema simile attualmente in servizio: a settembre del 2018 un MiG-31BM (Foxhound in codice Nato) è stato fotografato nell’aerodromo Zhukovsky, fuori Mosca, armato quello che è stato identificato come un potenziale missile antisatellite.

   Esistono poi dei sistemi non cinetici: dispositivi jammer possono essere montati sia su satellite sia su piattaforme aeree come Uav o velivoli pilotati, e anche per i laser si era pensato, durante gli anni ’80, ad un sistema aeroportato – l’Abl – montato su un Boeing 747 appositamente modificato, ma in seguito il programma fu cancellato, anche se recentemente c’è chi pensa di riesumarlo. Al contrario lo sviluppo di laser di grande potenza basati a terra e di quelli montati su satellite continua: gli Usa riferiscono che nel 2006 un loro satellite era stato illuminato (da un fascio a bassa potenza quindi senza provocare danni) da un laser terrestre.

   Una soluzione alternativa era stata pensata nel pieno della cosiddetta Guerra Fredda: richiedeva l’esplosione di un missile nucleare nello spazio per mettere fuori uso gli assetti in orbita tramite l’impulso elettromagnetico della detonazione atomica, ma l’Emp generatosi avrebbe “bruciato” anche la propria rete satellitare.

    Quello che è in atto attualmente conferma la tesi che più aumenta la crisi generale del capitalismo è più lo stato imperialista dominante (gli U.S.A.) diventa aggressivo per cercare di mantenere la supremazia politico-militare mondiale in funzione dei profitti delle sue multinazionali. Più aumentano le tensioni tra i paesi imperialisti concorrenti per assicurarsi quote di profitto sui mercati mondiali e più la guerra commerciale tra gli imperialisti concorrenti tende a trasformarsi in una nuova guerra interimperialistica per la spartizione dei mercati mondiali. Essendo la guerra una valvola di sfogo per le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, poiché essa distrugge i mezzi di produzione (macchinari, uomini e valore-capitale) eccedenti e, quindi, con tali distruzioni apre la strada ad un nuovo periodo di accumulazione capitalistica.


[1] https://www.spacecom.mil/MEDIA/NEWS-ARTICLES/Article/2285098/russia-conducts-space-based-anti-satellite-weapons-test/

[2] https://it.insideover.com/guerra/la-russia-testa-unarma-antisatellite-nello-spazio.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect

[3]  E’ una pubblicazione che copre le questioni e le tendenze emergenti nella trasformazione militare globale e nelle tecnologie di guerra incentrate sulle reti, prodotti e servizi per i dirigenti, la difesa e l’industria del governo federale. Viene pubblicato nove volte all’anno.

TEST MILITARE NELLO SPAZIO?

•luglio 25, 2020 • Lascia un commento

   Sul piano strettamente militare, la componente spaziale ha un ruolo sempre maggiore nei moderni assetti e viene considerata come parte integrante delle infrastrutture strategiche della difesa.

   La militarizzazione dello spazio risale alla fine degli anni ’50 quando i primi sistemi antisatelliti superarono le prove. Le armi nucleari e le altre armi di distruzione di massa sono vietate nello spazio dal Trattato del 1967 sui principi che governano le attività degli Stati nell’esplorazione e nell’uso dello spazio, includendo la Luna e gli altri corpi celesti. Il Trattato impedisce ai firmatari di mettere in orbita armi nucleari o altri tipi di armi di distruzione di massa, così come vieta l’installazione di tali sui corpi celesti e l’utilizzo di qualsiasi altro metodo per mettere tali armi nello spazio.

   Sono gli Stati Uniti, la nazione che in assoluto effettua i maggiori investimenti in campo spaziale, e che teorizzano e mettono in pratica con il concetto dello Space Control, l’esercizio di un potere militare predominante nello spazio. Certo un predominio molto fragile, poiché questo predominio è basato su apparati estremamente vulnerabili, quali possono essere i satelliti, espone i loro dispositivi al rischio di attacchi mediante armi antisatellite (ASAT).

   A proposito di armi ASAT, il più grande giornale ebraico YedihotAharonot, nel 2011, ha fatto uno scoop. Secondo il giornale, l’Iran avrebbe accecato un satellite spia della CIA. Il giornale ha aggiunto che una fonte dell’intelligence europea afferma che l’Iran ha stordito l’Occidente puntando un laser contro un satellite americano distruggendolo. Si deve stare attenti nel valutare un tale scoop da un giornale israeliano. Dopo tutto, Israele sta apertamente spingendo verso un attacco americano contro l’Iran e questo potrebbe essere il false flag necessario per lanciare un attacco del genere. Israele vuole scatenare i cani da guerra. Eppure, la notizia è apparsa in un momento interessante. Il trattato del 1967, però, non menziona alcuna restrizione sulle armi convenzionali nello spazio. Il primo trattato russo-americano sulla limitazione delle armi strategiche (SALT 1), include l’obbligo di non attaccare i veicoli spaziali.

   Il manifestarsi della crisi capitalistica dalla metà degli anni ’70 comportò un aumento dell’aggressività dell’imperialismo U.S.A. in particolare nei confronti di quello che era definito “campo socialista” e dei paesi che tentavano di liberarsi dal gioco imperialista (Nicaragua, Angola ecc.).

   Gli anni ’80 furono caratterizzati da un enorme spesa militare da parte degli U.S.A. L’amministrazione Reagan spese per un totale di 2.200 miliardi di dollari per il settore militare, e nel 1984 superò il bilancio militare del 1969, l’anno di massima spesa per la guerra del Vietnam. Mai sino allora il bilancio militare statunitense aveva registrato un aumento del 50% in periodo di pace.

   Quest’aumento delle spese negli armamenti in che vengono fate in chiave antirecessive, crea un curioso paradosso: mentre da un lato Reagan agita la bandiera del liberismo, dall’altra crea uno dei più giganteschi programmi keynesiani di spesa pubblica, che non è impiegata per servizi sociali e assistenza, ma produrre e comprare armi.

   Le spese militari sono una forma per il rilancio dell’economia capitalista. Esse rappresentano una forma attraverso cui lo Stato finanzia l’economia. Sono un esempio evidente delle politiche borghesi di gestione delle crisi. Lo sviluppo del credito, l’intervento massiccio dello Stato nell’Economia, la gestione in funzione anticiclica della massa monetaria e dei tassi attraverso l’azione delle banche centrali, sono strumenti che servono a tentare di frenare l’impeto della recessione. Ma tutto ciò alla fine ha causato lo sviluppo abnorme del debito pubblico e quello abnorme dell’inflazione che da fattore eccezionale, è diventato un elemento permeante dell’economia.

   Il documento del 1997 del Comando Spaziale degli U.S.A. Visione per il 2020 parlava dell’importanza di assicurarsi “Il comando e il dominio dello spazio”.[1] Da quel momento il pentagono, con fondi stanziati dal Congresso, ha continuato a espandere e sviluppare il numero di armi spaziali.

   Nel piano strategico del Comando Spaziale intitolato Fy e oltre si afferma: “La dottrina delle forze aeree considera l’aria, lo spazio e l’informazione come elementi chiavi per dominare lo spazio di battaglia e assicurare la nostra supremazia. Il nostro fine ultimo è quello di sfruttare lo spazio, ma non possiamo farlo se prima non lo controlliamo”, il piano termina che “la capacità di ottenere la supremazia nello spazio (la capacità di sfruttarlo impedendo agli avversari di farlo) è di importanza fondamentale. Mantenere la superiorità nello spazio è una condizione essenziale per avere successo nelle guerre moderne”.[2] Un punto importante è che le guerre attuali sulla terra sono dirette dalla tecnologia spaziale (questo conta per le guerre imperialiste se si vuole essere precisi, perché le guerre popolari hanno un altro tipo di criterio, la mobilitazione delle masse popolari, il loro protagonismo).

   Quando nel 2003 gli USA lanciarono l’illegale e banditesco attacco contro l’Iraq, i satelliti spaziali sono stati d’importanza vitale. Nell’attacco iniziale il 70% delle armi utilizzate erano guidate sugli obiettivi dalla tecnologia spaziale. Dunque, il controllo dello spazio è d’importanza per la vittoria nelle guerre sulla terra sottostante.

  Quando nell’ottobre del 2006, Bush, durante l’annuale settimana. Teniamo lo spazio per la pace organizzata da Global Network, annunciò la nuova politica dello spazio dando via libera al Pentagono perché procedesse a sviluppare armi spaziali offensive in grado di distruggere i satelliti di altre nazioni. La Cina rispose l’11.01.2007 compiendo un test che ha portato nello spazio un proiettile portato da un missile balistico lanciato dalla base di Xichang nella Cina sudorientale che distrusse un vecchio satellite meteorologico cinese.[3] Ma già nel 2006 la Cina aveva provato un canone laser antisatellite contro un satellite spia U.S.A.[4] La Cina è una potenza dello spazio dal 2003 quando è riuscita a portare con mezzi propri il primo cinese nello spazio con la missione Shenzou 5. Il 18 aprile 2004 la Cina ha lanciato nello spazio il suo primo nano-satellite, il Naxing 1. Questo lancio per la Cina è un successo importante dal punto di vista tecnologico e industriale. I nani satelliti hanno il vantaggio di essere difficilmente individuabili e quindi non possono essere colpiti meno facilmente dalle nuove armi antisatelliti. Sono quindi molto importanti da un punto di vista militare.

  L’attuale fase caratterizzata dalla fusione tra la contraddizione principale imperialismo (principalmente U.S.A./popoli oppressi) e la contraddizione fondamentale capitale/operai, e dall’affermarsi delle contraddizioni interimperialistiche (fra U.S.A. e U.E. – Francia e Germania principalmente – fra U.S.A. e Giappone, fra U.S.A. Russia e Cina). Gli U.S.A. più di qualsiasi paese imperialista devono sostenere una loro guerra mondiale (non dichiarata) per mantenere la loro egemonia. O meglio, affinché l’egemonia del dollaro sia preservata e imposta. Russia e Cina si stanno rilevando degli ostacoli per l’imperialismo U.S.A. Per questi motivi, queste due nazioni hanno nel 2005 tenuto esercitazioni militari congiunte,[5] per chiarire che non resteranno inerti mentre gli U.S.A. tentano di dominare il pianeta. Basta ricercare i dati sulla costruzione delle basi e i dispiegamenti di armi dopo l’11 settembre per vedere emergere un chiaro piano: il Pentagono ha sei nuove basi permanenti lungo il confine interno con la Cina in Afghanistan. Lungo la regione costiera della Cina, i cacciatorpediniere Aegis della marina americana, dotati d’intercettori per la difesa missilistica, sono schierati in Giappone, Corea del Sud e Australia.

   Gli U.S.A. stanno formando “partnership” spaziali con altri paesi come il Canada, l’Italia, il Giappone, l’Australia, l’Inghilterra, Israele e altri, per attirare la loro industria aerospaziale in questo costosissimo progetto per spostare la corsa degli armamenti nello spazio. La dottrina militare degli U.S.A. sostiene la necessità di ritirarsi dai trattati internazionali perché questi restringerebbero le possibilità di lanciare attacchi fulminei contro altri paesi. Nel 2004, l’istruttore del Collegio Navale Militare Thomas Barnet ha dichiarato davanti ad un vasto pubblico di ufficiali che:Adolf Hitler non ha mai dovuto chiedere il permesso per invadere un altro paese e non lo chiederemo nemmeno noi”.[6]

   La sostanza di questa nuova strategia U.S.A. è che a differenza del periodo della cosiddetta guerra fredda, dove avevano la loro strategia era basata sulla dissuasione; vale a dire: la certezza di una risposta nucleare bastava a dissuadere le potenze avversarie.

   Ora si basa sulla superiorità assoluta strategia elaborata negli anni ’80 dagli Stati maggiori. Se la “minaccia” proviene da paesi come la Russia e la Cina, la risposta si baserà su missili, satelliti, veicoli a lungo raggio, reti d’informazione ecc. In sintesi, un minore dispiegamento forze militari all’estero ma una superiore capacità di intervento rapido. Questo cambiamento della strategia piace alle varie imprese che hanno i contratti con il Pentagono[7] hanno fiutato odore di grandi affari: nel 2000 il settore bellico è cresciuto del 55% alla borsa di New York nel 2001. Una performance superiore a quella di ogni altro settore. 

   La Revolution of Military Affairs Information War (RMA-Iwar)[8] il termine con il quale il signor William Owens, Segretario Generale alla Difesa degli Stati Uniti, definiva il complesso di dottrine che staranno alla base delle prossime future strategie militari nord-americane.

   L’RMA parte non tanto dalla mutata situazione politica e geopolitica dopo il crollo del blocco socialimperialista che induce gli strateghi a fornire un preciso indirizzo alla ricerca tecno-scientifica. Lo schema è il seguente: mutate condizioni politiche, geo-politiche, strategiche > Rivoluzione negli Affari Militari > sviluppo nuove tecnologie necessarie a supportare la RMA.

   Una conferma implicita di questo schema è il fatto stesso che la realizzazione della RMA e quindi, concretamente, della ristrutturazione delle Forze Armate è fissata nel medio-lungo periodo (2010-2025) e che molte delle tecnologie indicate sembrano fantascienza. Sostenere che le nuove dottrine militari nord-americane sono indotte meccanicisticamente dalla cosiddetta era dell’informazione è oltre che un falso (i calcolatori elettronici e internet, per fare due noti esempi, sono tecnologie militari passate poi all’uso civile) è un modo sottile per dissimulare le proprie precise responsabilità nel rilanciare (oggi come ieri) la corsa agli armamenti: l’avere stracciato i trattati contro la proliferazione delle armi nucleari e bio-chimiche è solo l’ultima ineludibile conferma di ciò. Le tecnologie in questione sono indicative del corretto parallelo che tra governo le politiche e le impostazioni ideologiche che guidano il governo USA e le dottrine naziste. Nello schema che segue la RMA – Iwar viene suddivisa in obiettivi da realizzarsi in due principali stadi (2010 – 2025) attraverso specifiche tecnologie e dottrine:

OBIETTIVI1° STADIO (entro 2010)2° STADIO (entro 2025)
Ridurre rischio di perdite e danni mediante:Piattaforme “Stand-Off”. Dominio dell’informazione. Dominio dello Spazio, satelliti, difesa Anti Missili.Robotica. Armi non letali. Psicotecnologie. Difesa cibernetica.
Applicare gli sforzi su:Centro di gravitàSistemi interconnessi
Ottimizzare il coordinamento delle operazioni attraverso:Miglioramento sistemi C3I. Tecnologia spaziale. Impego di computer e GPS. Digitalizzazione del campo di battaglia. Uso di armi “intelligenti”.Microtecnologia. Nanotecnologia. Sistemi “brillanti”.
Nuovi modelli organizzativi centrati su:Task Force. Combined Joint Task Force. Coalizioni ad hocStruttura Uni-Forza Armata. Iperflessibilità.

   Per decifrare la tabella è necessario fornire una piccola legenda dei principali termini impiegati:

Sistemi “Stand-Off”: sono i sistemi d’arma che possono essere lanciati da postazioni navali, terrestri e da aerei a grande distanza dall’obiettivo e quindi tendenzialmente irraggiungibili dal fuoco nemico. Ne sono un esempio i missili balistici, i Cruise, i missili aria-terra con autoguida sull’obiettivo.

Psicotecnologia: “…Tecnologia che emula, estende ed amplifica le funzioni senso-motorie, psicologiche e cognitive della mente (…) In campo militare le psicotecnologie consentiranno ai Comandanti di manipolare oltre che le percezioni ed il credo dei propri soldati, anche quelle dell’avversario e dei media televisivi…”.

   Difesa Cibernetica: “…La cyberwar si prefigge due obiettivi. Il primo consiste nel paralizzare il ciclo decisionale dell’avversario mentre il secondo mira a sottomettere l’avversario senza combattere, mediante operazioni letali e non letali che possono comprendere il blocco di: a) sistemi informativi; b) reti informatiche; c) borsa, sistemi bancari e delle telecomunicazioni; d) trasporti di superficie e di controllo del traffico aereo; e) della produzione e distribuzione di energia…”

Centro di Gravità: “…Caratteristica capacità o località dalla quale il nemico o le forze amiche traggono la loro libertà di azione, la forza fisica o la volontà di combattere. Il Centro di Gravità quando attaccato ed eliminato, porta alla sconfitta del nemico oppure alla ricerca della pace attraverso negoziati. Esempi comprendono: la massa delle forze nemiche, la sua struttura di Comando e Controllo, il consenso dell’opinione pubblica, la volontà, la leadership, la struttura della coalizione. Con l’avvento delle reti informatiche, dei sistemi neurali artificiali e sistemi esperti, il concetto di Centro di Gravità verrà sostituito dai cosiddetti sistemi interconnessi…”.

Sistemi Interconnessi: “…Si fonderanno sulle reti informatiche e dovrebbero garantire la Sopravvivenza della rete stessa in quanto i nodi saranno distanti tra loro e sfrutteranno anche una autonoma capacità di riconfigurare il sistema…”

Nanotecnologia: Tecnologia di miniaturizzazione spinta.

Sistemi brillanti: “…L’evoluzione dei sistemi d’arma intelligenti, mediante l’implementazione delle nanotecnologie, sistemi esperti e reti neurali artificiali…”.

Reti Neurali Artificiali: “…Nuova generazione della tecnologia della intelligenza artificiale che tende a emulare la fisiologia del cervello umano basato sulla connessione di neuroni biologici. Una Rete Neurale Artificiale è formata da un certo numero di nodi computerizzati collegati in una rete mediante interconnessioni flessibili (detti anche neurodi) …”.

   Entro il 2025, quindi con il secondo stadio della RMA, è previsto lo sviluppo di altri due tipi di guerra non indicati direttamente nella tabella: La Guerra Meteorologica e la Guerra Genomica. Le Guerre meteorologiche “…prevedono l’utilizzo di prodotti chimici per provocare, in campo avversario, forti piogge e inondazioni. In tali casi l’avversario è impossibilitato a condurre qualsiasi tipo di operazione militare…”.

La Guerra Genomica (in realtà i nord-americani usano il termine tedesco Genome Kampf…) è una “Guerra condotta nel campo della genetica. Si tratta di individuare, nella mappa dei geni (DNA) di un popolo/etnia, i punti deboli da attaccare mediante virus e batteri, frutto di biotecnologie. Gli effetti, che comprendono influenza, diarrea, infezioni e altro, potranno colpire più quel popolo che un altro…”.

   E’ inutile commentare simili nefasti, lugubri, direi hitleriani obiettivi. Nell’articolo cui la presente nota integrativa si riferisce, ho già esposto il quadro d’insieme delle ristrutturazioni correnti e future delle Forze Armate nord-americane. Ciò che si può aggiungere è invece una valutazione di carattere politico generale su tali ristrutturazioni: esse, come modello, sono legate indissolubilmente al capitalismo oligopolista e in particolare al sistema di potere basato sull’integrazione stretta tra imprese multinazionali-Forze Armate-Stato lanciata negli anni Trenta da tedeschi e nord-americani e diventate già da tempo paradigma dello sviluppo capitalistico. Questo sistema di potere non lascia e non lascerà nessuno spazio.

   C’è connessione tra potere militare terrestre, la capacità di controllo dei sistemi strategici in orbita e la prospettiva di un futuro sfruttamento ai fini economici del cosmo. Considerando la rilevanza di attività commerciali con base nello spazio per lo svolgimento di attività cruciali per la vita quotidiana, come le comunicazioni o la sicurezza ambientale, è evidente l’interesse riservato dagli stati alle problematiche inerenti al controllo dello spazio e ai rapporti di forza che interessano per il dominio dello stesso.

   Se una delle tendenze dell’esplorazione dello spazio è lo sviluppo della robotizzazione, un’altra è come si è visto è quella della militarizzazione dello spazio. Nell’epoca contemporanea fino alla seconda guerra mondiale era decisivo per la condotta del conflitto il dominio dei mari, dall’ultimo conflitto mondiale fu il dominio dell’aria, in questa fase diventa il dominio dello spazio.

   Gli USA sono la nazione che in assoluto compie i maggiori investimenti in campo spaziale, hanno teorizzato nella loro dottrina militare il concetto di Space Control, che rappresenta un obiettivo da perseguire anche al fine di impedire azioni avversarie che possano ledere il loro dominio.

   La dottrina militare del dopoguerra fredda ha come obiettivo strategico la preservazione della Pax Americana, in altre parole del domino mondiale dell’imperialismo USA; per questo si deve impedire il sorgere di nuove potenze competitrici.

   Nel 1985 fu fondato lo US Space Command che ha l’obiettivo di “dominare la dimensione spaziale delle operazioni militari per proteggere gli interessi e gli investimenti statunitensi. Integrare le Forze Spaziali nell’apparato bellico a 360°”. Le capacità spaziali daranno agli USA una superiorità strategica – militare schiacciante.

   Rappresenta un obiettivo da perseguire anche al fine di impedire azioni avversarie che possano ledere il loro dominio.

   La dottrina militare del dopoguerra fredda ha come obiettivo strategico la preservazione della Pax Americana, in altre parole del domino mondiale dell’imperialismo USA; per questo si deve impedire il sorgere di nuove potenze competitrici.

   Nel 1985 fu fondato lo US Space Command che ha l’obiettivo di “dominare la dimensione spaziale delle operazioni militari per proteggere gli interessi e gli investimenti statunitensi. Integrare le Forze Spaziali nell’apparato bellico a 360°”. Le capacità spaziali daranno agli USA una superiorità strategica – militare schiacciante. Per questo gli USA si prefiggono l’integrazione sinergica tra le forze spaziali e quelle di terra, mare e cielo. Nel documento Vision for 200023 l’obiettivo delle forze spaziali non sarà solo quello di fornire di supporto strategico alle forze terrestri, ma “inizieranno anche condurre operazioni spaziali.    L’emergente sinergia tra superiorità spaziale e quella di terra, mare e cielo, ci consentirà di ottenere la Full Spectrum Dominance”.[9] Di conseguenza gli USA non devono perdere posizioni nello spazio rispetto alle altre potenze imperialiste, se vogliono mantenere lo status di unica superpotenza, anzi devono negare agli altri l’accesso allo spazio.

   Per questo gli USA si prefiggono l’integrazione sinergica tra le forze spaziali e quelle di terra, mare e cielo. Nel documento Vision for 200023 l’obiettivo delle forze spaziali non sarà solo quello di fornire di supporto strategico alle forze terrestri, ma “inizieranno anche condurre operazioni spaziali. L’emergente sinergia tra superiorità spaziale e quella di terra, mare e cielo, ci consentirà di ottenere la Full Spectrum Dominance”.[10] Di conseguenza gli USA non devono perdere posizioni nello spazio rispetto alle altre potenze imperialiste, se vogliono mantenere lo status di unica superpotenza, anzi devono negare agli altri l’accesso allo spazio.

   Le esercitazioni per lo sviluppo del progetto guerre stellari sono avvenute con le più disparate motivazioni. La notte del 21 febbraio 2008, dalla nave lanciamissili USS Lake Erie che si trovava nell’Oceano Pacifico a ovest delle Hawaii, è partito un razzo che ha colpito un satellite, “fuori controllo” che rischiava di schiantarsi sulla Terra.[11] Questa motivazione non ha convinto la Cina, che ha richiesto informazioni e accusa gli USA di usare un doppio standard, essa ritiene che questo tipo di test serva ad affinare armi antisatellite.

   E’ in progetto il lancio di una serie di satelliti spia, chiamata Space Base Surveillance System (SBSS) dall’AESPC.[12] La rivista The Register a proposito di questo progetto rileva che: “il SBBS ha lo scopo di facilitare considerevolmente la Superiorità Spaziale della Forza Aerea, cercando di monitorare le “attività spaziali” militari di tutte le altre nazioni”. Ad aprile, il Defense Systems aveva informato che l’AFSPC aveva “identificato quattro pilastri” della percezione situazionale dello spazio: caratterizzazione dell’intelligence, integrazione e sfruttamento dei dati, avvertimento delle minacce e informazioni per l’attacco”. Per affrontare questi “pilastri”, si stanno preparando tre nuovi programmi: “i veicoli spaziali Space Base Space Surveillance (SBSS), Space Fence e Space Surveillance Telescope (SST)”.

   Il SBSS è visto dai guerrieri stellari del Pentagono come la piattaforma spia ideale, perché “offre la capacità di essere influenzata dal clima, essendo basato nello spazio. Non ha problemi legati alle basi all’estero, e fornisce gli aggiornamenti più tempestivi riguardo gli oggetti di grande interesse in orbita geostazionaria “. O, più realisticamente, considerando le tendenze del Pentagono di sparare prima e analizzare dopo, si tratterebbe di una polizia spaziale che opererebbe contro gli obiettivi in tempo reale, potendoli abbattere efficientemente. Anche se l’interferenza deliberata sui satelliti delle altre nazioni è strettamente vietata dai trattati internazionali, il The Register ci informa che “è possibile che gli stessi USA siano capaci di una certa cattiva condotta orbitale, non prevedibile in futuro”. Infatti, “una cattiva condotta orbitale imprevedibile” è il nome dell’operazione. La scorsa settimana, The Register ha informato che i nuovi gruppi “frazionati” di satelliti del Pentagono – dove piccoli gruppi di veicoli orbitali controllati via radio sostituiranno le attuali grandi navi spaziali – saranno capaci di disperdersi per evitare attacchi nemici, per poi ritornare a costituire gruppi operativi”.

   Secondo un comunicato stampa del DARPA (Defence Advanced Research Projects Agency): “Il programma di dimostrazione System G6; (Future Navi Spaziali, Rapide, Flessibili, Frazionate, in Volo Libero) metterà l’accento sullo sviluppo di un’architettura spaziale aperta e onnipresente, e sull’insieme associato di standard aperti. Il concetto di navi spaziali frazionate, sostituisce i mezzi spaziali di grandi dimensioni e monolitici, con gruppi di mezzi più piccoli, che interconnesse in modalità wireless condivideranno le risorse per creare, in effetti, un ‘satellite virtuale’“. In altre parole, reti di satelliti in continua comunicazione con i loro padroni del Pentagono, a terra. Con l’accento sulla “quota di tempo reale e di tolleranza degli errori nel collegamento wireless delle risorse; sugli algoritmi per un volo sicuro e agile di un gruppo di oggetti multipli; sulle comunicazioni in banda larga tra le navi spaziali in orbita a bassa quota (LEO) e la terra; e un’architettura che garantisce un’informazione solida ed espandibile a più livelli”, il DARPA ritiene che il programma F6 “renderà possibile coordinare incarichi e servizi forniti da differenti agenzie e paesi, condividendo un’infrastruttura comune, su molteplici livelli di sicurezza”.

   L’Unione Europea e il Giappone hanno i mezzi economici e tecnologici per inviare armi nello spazio però mancano della volontà politica di dividersi dagli USA e assumersi i costi di un’autonoma politica di difesa.

   Questo non significa, ovviamente rinuncia a essere presenti in questa rincorsa alla colonizzazione dello spazio. Nel dicembre del 2000 l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) presentò un rapporto sulla strategia spaziale europea; in cui emergevano alcuni aspetti rilevanti e indicativi delle reali intenzioni dell’Agenzia.

   Nello statuto dell’ESA le attività dell’agenzia sono inerenti allo sviluppo pacifico dello spazio. Nel rapporto però si disegna una nuova interpretazione, sulla scia medesima degli “interventi umanitari” della Nato, che con la giustificazione della prevenzione dei conflitti e della gestione delle crisi permette di introdurre in concetti inerenti agli interessi della “sicurezza” e di “difesa” nei compiti dell’ESA senza violarne lo statuto. Inoltre, emerge una sostanziale indipendenza dell’ESA dal parlamento europeo, nell’ottica di un’apertura verso gli interessi industriali. In questo rapporto diventa pressante l’invito al doppio uso, in altre parole a fare in modo che il programma spaziale europeo, oltre agli interessi di ricerca e di uso civile, sia allo stesso tempo correlato agli interessi economici delle industrie e a quelli strategici dei governi. In sostanza il concetto che passa è che qualsiasi progetto spaziale deve essere anche d’interesse economico e militare.

   Lo sviluppo della presenza militare europea nello spazio viene motivato sia come necessità d’indipendenza dagli USA, che come prevenzione nei confronti di altri competitori asiatici per impedire loro lo sviluppo di una propria infrastruttura (palese riferimento alla Cina).

   Ci sono già alcuni progetti in via di definizione che rientrano in quest’ottica. Ad esempio, il Progetto Galileo, il sistema GPS europeo, in contrapposizione al GPS attuale che è controllato dalla struttura militare statunitense oppure il GMES (Global Monitoring for Environment and Security).

   Proprio la connessione tra ambiente e sicurezza appare così frequentemente da destare il sospetto che non si tratti solo di attenzione alle problematiche ambientali, ma anche preparazione strategica per i problemi che emergeranno in seguito al crescente degrado ambientale.

   La Russia ha il “Know-how” per competere militarmente nello spazio, ma manca delle risorse finanziarie. Per il 2003 ha speso per i programmi spaziali 1/10 dei 3 miliardi di dollari stanziati dalla Cina mentre gli USA hanno un budget di 23 miliardi di dollari per solo due (Nasa e Difesa Missilistica) della miriade dei loro programmi spaziali.[13]

   Resta la Cina a insidiare il primato americano: grazie all’aiuto tecnologico russo. Infatti, per gli analisti del Pentagono, anche se pubblicamente la Cina si oppone alla militarizzazione dello spazio e cerca per vie diplomatiche di prevenire o rallentare lo sviluppo da parte degli SUA di armi antisatellite (ASAT) e della difesa missilistica spaziale, in realtà, in privato considera tali tipi di armamenti come una tendenza inevitabile del prossimo futuro.

   A dimostrazione delle reali intenzioni cinesi, nel gennaio 2007, in un’esercitazione delle forze armate cinesi, si è colpito con un missile un satellite meteorologico obsoleto in un’orbita esterna.

   Con questa esercitazione Pechino intende dimostrare la propria capacità di colpire nello spazio anche piccoli oggetti come i satelliti spia. Dopo aver fatto vedere al mondo di essere in grado di mandare in orbita propri astronauti, il test, sembra porre con chiarezza una nuova sfera della competizione militare in cui la Cina intende, essere presente. In questo senso questa esercitazione una sorte di sparo in aria per segnalare la necessità di negoziare i nuovi equilibri che si stanno determinando nell’uso dello spazio indicato ormai come il prossimo teatro dello scontro geopolitico.

   Secondo un articolo del Christian Science Monitor, gli iraniani hanno successivamente ottenuto l’accesso alla tecnologia di bloccaggio, permettendo loro di tenere traccia della navigazione dell’aereo senza equipaggio. L’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite John Bolton ha detto alla Fox News che una tale opzione è possibile. Ci sono ulteriori testimonianze di questo. Il 4 dicembre, l’Iran ha catturato un drone americano. La TV iraniana ha mostrato un video di un drone Lockheed Martin RQ-170 Sentinel. Era stato intercettato da unità di guerra elettronica dell’esercito iraniano sulla città di Kashmar. Fonti americane hanno ufficiosamente confermato la perdita. Il generale di brigata Amir-Ali Hajizadeh, capo dell’unità aerospaziale delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran ha detto che il drone “è caduto nella trappola atterrando con danni minimi”. Questo è accaduto a 140 miglia dal confine afghano, ben all’interno dello spazio aereo iraniano. Ciò dimostra che apparentemente l’Iran possiede la base tecnologica necessaria per sviluppare tali armi. Bolton aggiunge che secondo rapporti la Russia ha venduto all’Iran un sistema di bloccaggio molto sofisticato poco tempo fa. Ora, militari americani dicono che non è vero, che il drone è precipitato a causa di un malfunzionamento, perché se così non fosse, il successo iraniano sarebbe il primo del genere. Ora, l’Iran ha apparentemente distrutto un satellite della CIA, rendendolo un cattivo cliente per Stati Uniti ed Israele, che potrebbero limitarsi solo ad attacchi chirurgici. In un paese grande come l’Iran, sarebbe quasi inutile. Se lo scoop di Yedihot Aharonot fosse vero, allora il teatro è cambiato e gli Stati Uniti non possono più attaccare l’Iran nel suo modo preferito. Se l’Iran può accecare i satelliti della CIA, può facilmente colpire i satelliti di comunicazione. L’esercito americano si basa su questi satelliti per le sue comunicazioni. Coordinare un attacco americano contro l’Iran, senza immagini e satelliti per le comunicazioni richiederebbe impiegare un esercito di una generazione fa.[14]

Ad aggiungere la precarietà del dominio USA nello spazio bisogna aggiungere che, come si è visto, diversi paesi potenzialmente ostili agli Stati Uniti stanno gareggiando anche loro alla corsa dello spazio.

   Inoltre, sul piano politico, se lo spazio rappresenta, com’è innegabile, la proiezione di rapporti di forza terrestri in orbita, è evidente come la volontà di dominio assoluto statunitense non è compatibile con quello delle altre potenze spaziali come Cina e Russia, che interpretano la propria politica spaziale come mezzo per affermare la propria egemonia regionale, in un’ottica di rifiuto della supremazia USA.

   L’avvicinamento tra Mosca e Pechino nel campo dei progetti d’avanguardia in campo spaziale, anche se volti all’esplorazione della Luna e di Marte, evidentemente rappresenta un motivo di preoccupazione per gli USA, soprattutto perché detti Paesi negli ultimi anni, pur destinando ai rispettivi piani spaziali risorse nettamente inferiori rispetto a quelle investite dagli Stati Uniti, hanno messo a segno successi di tutto rispetto in campo scientifico.

   Gli Stati Uniti non hanno un inoltre accettato di buon grado l’avvio da parte europea di programmi spaziali mirati ad acquisire una certa indipendenza sul piano strategico frenando, ad esempio, il decollo del sistema di navigazione satellitare Galileo e disapprovando poi l’apertura europea alla partecipazione cinese.

GLI USA ACCUSANO LA RUSSIA DI EFFETTUATO UN TEST MILITARE NELLO SPAZIO

   La Russia ha testato un’arma antisatellitee antimissile spaziale? Un punto interrogativo sollevato dal comando spaziale USA e da quello britannico  quando hanno accusato le forze armate russe di aver usato – il 15 luglio scorso – il satellite Cosmos 2543 per lanciare “un proiettile nello spazio”.[15] Un test, ovviamente, non distruttivo, ma che – se confermato – rappresenterebbe un pericoloso precedente andando ad aggiungere ulteriore benzina sul fuoco nei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Alle possibili implicazioni politiche, inoltre, si affiancherebbero quelle militari, perché il test rappresenterebbe un passo avanti verso la militarizzazione dello spazio da parte di Mosca.

   I timori statunitensi

Secondo il generale John Raymond, capo delle operazioni spaziali della US Space Force, il test svolto con il Cosmos 2543 non sarebbe il primo a essere effettuato,[16] perché già nel 2017 un satellite russo (l’allora Cosmos 2519) aveva “sparato” un oggetto in orbita. Per il Pentagono quello era stato considerato un modo per provocare una reazione statunitense, oltre che per dimostrare l’effettiva possibilità di distruggere satelliti in orbita con armi spaziali. Tra le capacità del Cosmos 2543 quella che fa maggiormente preoccupare gli stati maggiori statunitensi è la possibilità di spostarsi e posizionarsi nelle vicinanze di un’altra sonda. Se a ciò si aggiunge anche la capacità di “sparare” proiettili nello spazio, vien da sé che tutti i satelliti in orbita potrebbero essere in pericolo.

   Non solo i satelliti però, perché effettivamente la Russia potrebbe utilizzare questi sistemi anche per intercettare in orbita eventuali missili balistici nel loro apogeo. Lo sviluppo dei satelliti Cosmos e il miglioramento delle loro capacità balistiche permetterebbero alla Russia di schierare un sistema difensivo spaziale, andando a intaccare anche le capacità deterrenti degli Stati Uniti. Nonostante la smentita di Mosca il Dipartimento della “Difesa” e quello di Stato hanno ordinato un’attenta analisi di ciò che è avvenuto nell’orbita terrestre, anche perché il rischio è di far decadere anche il trattato sullo spazio extra-atmosferico che ne vieta la militarizzazione.

   Un futuro incerto

   Questo però non cambierà di molto l’attuale politica statunitense nei confronti dello spazio, anche perché già il 17 giugno scorso il Pentagono ha pubblicato la nuova dottrina di difesa spaziale. Un documento reso necessario dalle politiche e dalle azioni di Cina e Russia accusate di aver trasformato lo spazio in un dominio di guerra, rappresentando “la più grande minaccia strategica con lo sviluppo, il collaudo e il dispiegamento di sistemi offensivi e difensivi nello spazio”.[17]

   L’ultimo test russo non farà che aumentare la velocità della “corsa agli armamenti” spaziali, riducendo anche i tempi per la creazione di un comando unificato per lo spazio tra i Paesi alleati degli Stati Uniti. Difendere i satelliti da eventuali attacchi e scongiurare la creazione di un sistema antimissile spaziale è vitale per tutelare gli interessi militari e civili degli Stati Uniti e degli alleati ovvero il loro dominio.


[1] Fonte: Bruce K. Gagnon coordinatore di Global Network Wetwork Against Weapons & Nuclear Power in Space, Maine USA.

[2] http://www.ilgiornale.it/a.pic1ID=132645.

[3] http://cristian-alicata.blogspot.com/2008/01/la-cina-luso-militare.html

[4] http://www.paginedidifesa.it/2004/pdd_040714.html

[5] http://www.paginedidifesa.it/2004/pdd_040714.html

[6] www.space4peace.org.

[7] La rivista Time del 27.06.1988 in un servizio intitolato Il Pentagono in vendita: “Spendendo 160 miliardi di dollari l’anno in colossali forniture il Dipartimento della Difesa statunitense è divenuto il più grande e importante impresa d’affari del mondo”.

[8] http://www.peacelink.it/disarmo/a/2240.html.

[9]                         C.s

[11] http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scienza_e_tecnologia/razzo_abbatutto/razzo-

[12] http://sitoaurora.altervista.org/Impero/impero207.htm

[13] http://www.carmillaonline.com/archives/2005/03/001270print.html

[14] http://www.ecplanet.com/node/2921

[15] https://it.insideover.com/guerra/gli-stati-uniti-accusano-la-russia-svolto-un-test-militare-nello-spazio.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect

[16] https://www.thedrive.com/the-war-zone/35057/space-force-boss-says-russia-has-been-testing-its-killer-satellites-in-orbit

[17] https://it.insideover.com/guerra/gli-stati-uniti-accusano-la-russia-svolto-un-test-militare-nello-spazio.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect

CRISI, DECOMPOSIZIONE, PANDEMIA

•luglio 13, 2020 • Lascia un commento

   I fatti dimostrano che l’imperialismo è un capitalismo in decomposizione

   Ma cosa bisogna intendere per decomposizione?

  Tutti i modi di produzione del passato hanno conosciuto un periodo di ascendenza e un periodo decadenza. Il primo periodo corrisponde a un pieno adeguamento dei rapporti di produzione dominanti con il livello di sviluppo delle forze produttive della società, nel secondo questi rapporti di produzione sono divenuti troppo stretti per contenere le forze produttive.

   La decadenza di un modo di produzione si caratterizza per due aspetti, uno economico e l’altro sovrastrutturale. 

L’ASPETTO ECONOMICO DELLA DECADENZA

    Lo sviluppo delle forze produttive può presentarsi sotto due forme:

  1. Con l’accrescimento del numero dei lavoratori incorporati nella produzione a un livello di produttività dato.
  2. Con lo sviluppo della produttività del lavoro con numero dato di lavoratori.

    Nella realtà di un sistema in piena espansione si costata la combinazione di queste due forme. Un sistema in crisi è un sistema che si trova limitato sui due piani allo stesso tempo.

   Si potrebbe parlare di un “limite esterno” all’espansione del sistema (incapacità ad allargare il campo di applicazione del sistema) e di un “limite interno” (incapacità a superare un certo stadio di produttività). Consideriamo il caso della fine dello schiavismo nell’Impero romano. Il limite esterno è costituito dall’impossibilità materiale di continuare a estendere la superficie dell’Impero. Il limite interno è l’impossibilità di aumentare la produttività degli schiavi senza sconvolgere il sistema sociale stesso, senza eliminare il loro stato di schiavi. Per il feudalesimo è la fine dei dissodamenti, l’incapacità di trovare nuove terre coltivabili, che costituisce il limite esterno; il limite interno è costituito dall’impossibilità di aumentare la produttività del servo o dell’artigiano, senza introdurre il lavoro associato del capitale sconvolgendo l’ordine economico feudale.

   Le influenze di questi due tipi di limiti sono dialetticamente legate: l’Impero romano non poté estendere indefinitamente il suo Impero a causa dei suoi limiti tecnici; inversamente, più le difficoltà a estendersi sono grandi, più fu obbligato ad accrescere la propria produttività, spingendola così più rapidamente fino ai suoi limiti estremi. Allo stesso modo i dissodamenti feudali erano limitati dal livello delle tecniche e nello stesso tempo man mano che le terre diventano rare, ci si sforza nelle città e nelle campagne di aumentare la produttività feudale fin sulla soglia del capitalismo.

   In ultima analisi sono i limiti che trovano lo sviluppo della produttività in seno all’antica società che provoca il marasma. È, in effetti, questa produttività che costituisce la vera misura dello stadio di sviluppo delle forze produttive: essa è l’espressione quantitativa di una certa combinazione di lavoro umano e di mezzi di produzione, di lavoro vivo e di lavoro morto.

   A ogni stadio di sviluppo delle forze produttive, cioè a ogni livello globale di produttività, corrisponde un certo tipo di rapporto di produzione. Quando questa produttività raggiunge i massimi limiti possibili in seno al sistema che gli corrisponde, la società entra in una fase di decadenza economica. Si assiste allora a una specie di fenomeno “valanga di neve”: le prime conseguenze della crisi si trasformano in fattori acceleratori di questa. Per esempio, tanto alla fine di Roma che nel declino del feudalesimo, la caduta dei redditi delle classi dominanti le spinge ad aumentare lo sfruttamento della sua mano d’opera fino all’esaurimento. Il risultato è nei due casi un disinteressamento e un malcontento crescente dei lavoratori, cosa che può che non può che accelerare ancor più l’abbassamento dei profitti. Inoltre, l’impossibilità di incorporare altri lavoratori alla produzione obbliga la società a mantenere uno strato di inattivi che non possono che pesare nel profitto.

   Parallelamente a queste conseguenze economiche, la crisi provoca una serie di convulsioni sociali che a loro volta ostacolano la già debole vita economica. Lo sviluppo della produttività urta sistematicamente contro le strutture sociali esistenti, rendendo sempre di più difficile ogni ulteriore sviluppo delle forze produttive. Il superamento della vecchia società è messo all’ordine del giorno.

   “Mai una società si estingue prima che si siano sviluppate tutte le forze produttive che essa può contenere” (Marx). In effetti, bisogna notare che nessun sistema ha potuto sviluppare tutte – nel senso proprio del termine – le forze produttive che potevano contenere in teoria.

   Sotto la pressione delle forze produttive, le basi della nuova società cominciano a svilupparsi in seno all’antica: questo però è valido solo per le società passate in cui la classe che ha realizzato il superamento di un sistema non è mai stato la classe sfruttata. Il feudalesimo si sviluppa nel seno stesso dell’Impero Romano schiavista. Le prime forme di feudalesimo a Roma erano spesso attuate da anziani membri del Senato Municipale che si erano resi autonomi nei confronti dello Stato che li aveva resi responsabili della riscossione delle imposte. Allo stesso modo alla fine del feudalesimo, membri della nobiltà diventano uomini d’affari e nelle città – spesso in lotta con i signori locali – si sviluppano le prime manifatture annuncianti il capitalismo.

   Questi primi “centri del sistema futuro” sorgono nella maggior parte dei casi come risultato della decomposizione del sistema. Vi si trovano tutti i tipi di persone che cercano di sfuggire al sistema. Da risultati della decadenza essi si trasformano rapidamente in fattori acceleratori di essa.

   Le condizioni materiali che permettono il passaggio a un nuovo tipo di società esistono già nell’antica società e la loro pressione è sufficiente a farvi germogliare gli inizi del nuovo sistema.

    “Mai dei rapporti di produzione superiori cominciano ad attuarsi prima che le condizioni materiali della loro esistenza si siano sviluppate nel seno stesso della vecchia società” (Marx).

    Non è sufficiente che la produzione si avvicini ai suoi limiti massimi nella vecchia società. C’è ancora bisogno che i mezzi di superarla esistano già o siano in via di formazione. Quando queste due condizioni sono storicamente realizzate, l’adozione da parte della società di nuovi rapporti di produzione è all’ordine del giorno. Ma la resistenza della vecchia società (resistenza delle antiche classi privilegiate, inerzia dei costumi e delle abitudini, delle ideologie, della religione ecc.) e l’eventuale anacronismo nella realizzazione delle due condizioni, impediscono che il passaggio sia effettuato secondo una progressione continua. La fase di decadenza di un sistema è questo periodo nel quale il salto storico da realizzare non è ancora compiuto: è l’espressione di una contraddizione che s’ingigantisce tra forze produttive e rapporti di produzione; è il malessere di un corpo che cresce in un vestito troppo stretto. 

   Prigioniera delle sue contraddizioni, la società conosce una serie di fenomeni caratteristici che traducono il malessere crescente.

 

 LO SCONVOLGIMENTO DELLE +SOVRASTRUTTURE

   Quando l’economia traballa, tutta la sovrastruttura che essa sostiene entra in crisi e in decomposizione. Le manifestazioni di questa decomposizione sono altrettanti elementi caratteristici della decadenza di un sistema.

   Prendiamo in esame quattro fenomeni presenti tanto nella decadenza dello schiavismo quanto in quello del feudalesimo. Essi sono:

1° La decomposizione delle forme ideologiche regnanti in seno all’antica società.

2° Lo sviluppo delle guerre tra le frazioni della classe dominante.

3° L’intensificazione dello sviluppo della lotta fra le classi.

4° Il rafforzamento dell’apparato statale.

LA DECOMPOSIZIONE DELLE FORME IDEOLOGICHE REGNANTI IN SENO ALL’ANTICA SOCIETÀ

   L’ideologia dominante di una società divisa in classi è necessariamente l’ideologia della classe dominante. La capacità di arricchimento e di sviluppo di queste forme ideologiche dipende dalla capacità reale di questa classe a fare accettare la sua dominazione dall’insieme della società. Una società che non è disposta ad accettare una data ideologia se non quando il sistema economico che questa difende corrisponde ai propri bisogni. Più un sistema economico assicura prosperità e sicurezza e più gli uomini che ci vivono dentro fanno proprie le idee che lo giustificano come sistema che esse difendono e da cui sono prodotte.

   In condizione di espansione le ingiustizie dei rapporti economici possono apparire come dei mali necessari; la convinzione che “ciascuno può trovarvi il proprio interesse” permette lo sviluppo di ideologie democratiche, soprattutto in seno alla frazione che ne trae il maggior profitto: la classe dominante. La forma politica repubblicana corrisponde al periodo fiorente dell’economia romana; nel feudalesimo in espansione il re non è che un signore, eletto come il primo tra i suoi pari. Il diritto stesso è poco sviluppato perché il sistema corrisponde sufficientemente ai bisogni oggettivi della società perché un gran numero di problemi può risolversi mediante la forza stessa delle cose.

   Le scienze tendono ad arricchirsi, le filosofie propendono al razionalismo, all’ottimismo e alla fiducia nell’uomo. Quando l’aspetto orribile di ogni società di sfruttamento è dissimulato dalla prosperità, le ideologie sono meno ostacolate nella loro elaborazione dalla necessità di mascherare la realtà e di giustificare ciò che non può esserlo. L’arte stessa riflette questo ottimismo e conosce in generale i suoi grandi momenti nei migliori periodi economici (quella che si suole chiamare l’età dell’oro dell’arte latina corrisponde al periodo di piena espansione dell’Impero; allo stesso modo che nella prosperità dell’XI e XII, il feudalesimo conosce un rinnovamento intellettuale e artistico immenso).

   Ma è sufficiente che i rapporti di produzione si trasformino in una zavorra per la vita della società e tutte le forme ideologiche corrispondenti al passato si trovano sradicate, vuotate del loro contenuto, contraddette apertamente dalla realtà. Nell’Impero romano decadente, l’ideologia del potere politico non può che prendere un carattere sempre più soprannaturale e dittatoriale. Così la decadenza feudale si accompagna a un rafforzamento del carattere divino della monarchia e dei privilegi della nobiltà, sconfitti dai rapporti mercantili che la borghesia introduce.

 Filosofia e religioni traducono un pessimismo costante; la fiducia nell’uomo cede il posto all’abnegazione davanti alla fatalità e a un oscurantismo crescente (sviluppo dello stoicismo, poi del neoplatonismo nel Basso Impero Romano: il primo che parla dell’elevazione dell’uomo per mezzo del dolore, il secondo che nega all’uomo la capacità di comprendere con la sua ragione i problemi del mondo).

   Tutto ciò traduce l’anacronismo crescente tra i rapporti che reggono la società e le idee che se ne erano fatti gli uomini fino allora.

   Le sole forme ideologiche che in questo periodo possono acquistare un vero sviluppo sono il diritto, da una parte, e le ideologie che annunciano la nuova società dall’altra.

   Il diritto in una società divisa in classi non può che essere che l’espressione degli interessi e della volontà della classe dominante espressa in forma legislativa. È l’insieme delle regole permettenti il buon funzionamento del sistema di sfruttamento. Il diritto conosce dunque il maggior sviluppo all’inizio della vita di un sistema sociale, quando sono stabilite le “nuove regole del gioco”, ma alla fine di, questa, quando, la realtà rende sempre più inadatta e impopolare il sistema vigente, è la volontà della classe dominante che diventa un elemento sempre più importante per mantenere in vita questi rapporti. Il diritto traduce allora la necessità di rafforzare il quadro oppressivo necessario alla sopravvivenza di un sistema diventato superato. È per questo che il diritto si sviluppa tanto nella decadenza romana che in quella del feudalesimo. (Diocleziano, il più grande imperatore del Basso Impero, fu anche quello che redasse il maggior numero di editti. Allo stesso modo a partire dal XIII secolo cominciano ad apparire le prime forme di diritto abituale)

   Parallelamente a questo diritto dell’antica società cominciano a sorgere le idee preconizzanti il nuovo tipo di rapporti sociali: esse prendono delle forme critiche, contestatarie, poi rivoluzionarie. Questo fenomeno è particolarmente evidente a partire dal XV secolo in Europa occidentale. Il protestantesimo, soprattutto quello di Calvino, religione che opponendosi al cattolicesimo, ammette il prestito su interesse (condizione di vita del Capitale); che preconizza l’elevazione spirituale per mezzo del lavoro e che glorifica “l’uomo che è riuscito” (opponendosi ai privilegi “di fonte divina” della nobiltà); che mette in questione il ruolo soprannaturale della Chiesa cattolica per preconizzare l’interpretazione della Bibbia da parte dell’uomo stesso senza bisogno di intermediari; questa religione costituisce un elemento ideologico annunciatore del capitalismo.

Lo sviluppo delle guerre tra frazioni della classe dominante

   La prospettiva di un sistema di sfruttamento permette una relativa armonia tra gli sfruttatori e dunque dei rapporti “democratici” tra di loro. Quando il sistema cessa di essere redditizio, quando i profitti diminuiscono, l’armonia cede posto alla guerra tra i profittatori. Così si assiste al moltiplicarsi delle guerre tra le frazioni della classe dominante.

   A partire dal II secolo in Roma si assiste alle guerre tra cavalieri, burocrati, capi dell’esercito contro senatori e patrizi.

   Alla fine del Medio Evo le guerre tra i signori assumono tali proporzioni che i re occidentali sono costretti a proibirle e il re di Francia Luigi IX arriverà fino a proibire il porto delle armi. In questo secondo ordine di fenomeni si colloca la guerra dei Cento Anni. Quando la classe dominante non può servirsi dei suoi profitti, la soluzione più immediata consiste per ogni frazione della classe dominante nell’impadronirsi di quello degli altri; o almeno nell’impadronirsi delle condizioni di produzione permettenti la creazione di profitto (per esempio, i feudi nell’epoca feudale).

Intensificazione e sviluppo della lotta tra le classi

   Si riscontrano nella decadenza tre fenomeni che fanno delle lotte di classe una delle caratteristiche principali di questi periodi di declino.

  1. L’aumento della miseria: la fine dello schiavismo romano e la fine del feudalesimo sono marcate da carestie, epidemie e da una miseria che tende a generalizzarsi. Sono le classi oppresse che subiscono più intensamente questi problemi; cosa che da parte loro provoca ribellioni rivolte sempre più frequenti.
  2.  L’aumento dello sfruttamento: in un sistema in decadenza, non poteva essere accresciuta con mezzi tecnici, le classi dominanti sono costrette a ovviare a ciò mediante un supersfruttamento della forza lavoro. La forza lavoro è utilizzata fino al suo esaurimento. I sistemi di punizione si sviluppano. Aggiunto alla miseria e alle sofferenze, quest’ultimo fattore non può che accentuare il fenomeno di generalizzazione delle lotte degli sfruttati contro gli sfruttatori. Le reazioni contro il tentativo di accrescere la loro produttività sono da parte dei lavoratori così violente e nefaste per la produzione, che tanto alla fine dell’Impero che in quella del Medio Evo, si tenderà a sostituire le punizioni con sistemi di “interessamento” (liberazione di schiavi o di servi).
  3.  La lotta della classe portatrice della nuova società: parallelamente alle rivolte degli sfruttati si sviluppa la lotta di una nuova classe (grandi proprietari feudali alla fine dell’Impero, borghesia alla fine del feudalesimo), che cominciò a stabilire le basi del proprio sistema di sfruttamento minando così le basi del vecchio. Queste classi sono portate a una guerra permanente contro la vecchia classe privilegiata. Nel corso di questa lotta esse hanno sempre trovato nella rivolta dei lavoratori la forza che mancava loro distruggere le antiche strutture diventate reazionarie (Solo nella Rivoluzione Proletaria avviene che la classe portatrice della nuova società sia nello stesso tempo la classe sfruttata).

   Tutti questi elementi spiegano perché la decadenza di una società provoca obbligatoriamente un rifiorire deciso della lotta tra le classi.  Nel Basso Impero Romano: “la situazione creata dalla carenza di produzione, una tassazione sempre più forte, la svalutazione della moneta e l’indipendenza sempre maggiore di grandi proprietari, ebbe per conseguenza di accentuare la disorganizzazione politica e sociale e di far scomparire i principi che regolavano le relazioni umane.

Proprietari impoveriti, uomini d’affari rovinati, lavoratori della città. Coloni, schiavi, disertori dell’esercito, si davano al saccheggio in Gallia, Sicilia, Italia, Africa del nord e Asia Minore. Nel 235 un’onda di brigantaggio spazzò tutto il Nord. Nel 238 i coloni della Gallia attaccano in numerose città e nel 269 una rivolta di schiavi scoppiò in Sicilia”.

   Nello stesso modo alla fine del Medio Evo, le rivolte operaie sconvolgono le città fiamminghe. Al tempo della guerra dei Cento Anni ci furono sollevamenti causati dalla miseria urbana. Dei tribuni sfruttarono queste rivolte al servizio delle ambizioni politiche di gruppo o di un individuo.

   La rivoluzione di Cromwell nel 1649 in Inghilterra e quella francese del 1789 saranno il risultato spettacolare delle lotte che il declino della società feudale e la nascita del sistema capitalistico avevano provocato.

Il rafforzamento dello Stato

   Se il diritto traduce l’interesse e la volontà della classe dominante, sotto forma di legge, lo Stato è la forza armata incaricata di farlo rispettare. Esso è il garante dell’ordine necessario allo sfruttamento di una classe da parte di un’altra. Di fronte ai disordini economici e sociali che caratterizzano la fase di decadenza di un sistema, lo Stato non può, dunque, che rafforzarsi.

   Nato come forza armata della classe dominante, lo Stato è essenzialmente il servitore di una classe. Tuttavia, è in questo servitore che si cristallizzano nel modo più perfetto gli interessi della classe dominante: il suo compito è di mantenere un ordine globale, generale. In questo senso esso ha una visione più completa del funzionamento del sistema, e delle sue necessità, che quella degli individui che costituiscono la classe privilegiata. Separato dall’insieme della società, poiché organo di oppressione al servizio di una minoranza, esso si distingue anche da questa minoranza per il suo carattere unico di fronte alla diversità degli interessi frazionali o individuali degli sfruttatori. Inoltre, i privilegi della burocrazia statale sono strettamente legati al buon andamento del sistema nel suo insieme. Lo Stato è così, non solo strumento che hanno le classi dominanti è capace di giungere a una visione globale dell’economia, ma anche il solo ad avere in ciò un interesse immediato e vitale.

   Perciò nei periodi di decadenza, lo Stato si rafforza poiché non solo deve far fronte a un numero, crescete di rivolte della classe oppressa, ma anche perché è il solo capace di assicurare la coesione della classe dominante spinta al laceramento e allo sparpagliamento.

   Lo sviluppo del potere dell’imperatore romano dal II secolo, così come quello della monarchia feudale trovò una giustificazione tanto nelle loro lotte rispettive contro le rivolte degli oppressi, quanto nella loro azione di difensori dell’ordine vigente per frenare le lotte tra frazioni della classe dominante. L’imperatore Settimio Severo (193-211) arrivò fino al punto di confiscare le proprietà di senatori e degli uomini di affari della città (come i commercianti) per procurarsi i fondi necessari al pagamento dei soldati che assicuravano la sua sicurezza e il suo potere; la monarchia capetingia nella Francia del medioevale dovette svilupparsi a spese dei grandi signori feudali.

   Nella maggior parte dei casi le guerre costituiscono anche un potente fattore del processo di rafforzamento dell’apparato dello Stato. Solo l’autorità statale può realizzare il raggruppamento della forza che esse esigono, lo Stato esce dunque sempre più rafforzato dalla prova.

   Questo fattore ha giocato un ruolo molto importante nel rafforzamento del potere monarchico, soprattutto in Francia.

  Si costata il grande sviluppo dell’interventismo economico dello Stato tanto nel declino dell’Impero Romano che in quello del feudalesimo. L’imperatore Diocleziano (284-305), ideò, per stimolarla, una specie di “economia diretta”, controllando lo sfruttamento dei grandi latifondi, stabilendo un controllo dei prezzi e ristrutturò il sistema fiscale. La monarchia feudale si rafforzò creando una potente amministrazione le cui funzioni economiche accrescono in tutto il regno.

   Quando i rapporti economici di una società diventano una calamità per coloro che li praticano, solo la forza delle armi permette di farli sopravvivere.

   Con lo sviluppo delle forze armate e conseguentemente si sviluppa l’intervento dello Stato nell’economia.

   Tutto in una società in decadenza produce questo fenomeno: le spese parassitarie per far sopravvivere un’economia che non è più redditizia impongono lo sviluppo della pressione fiscale. Solo uno Stato forte può riuscire a strappare queste imposte a una popolazione affamata e pronta a rivoltarsi. L’Imperatore del Basso Impero e il re feudale troveranno in questa funzione una delle basi per rafforzare i loro poteri. Poiché l’economia non si accorda più alle necessità imposte dalla realtà sociale, le iniziative economiche non sono più guidate dalla ricerca della prospettiva e dell’armonia con il resto della società. L’intervento dello Stato e della sua forza diventa allora il solo mezzo per evitare la paralisi dell’economia.

   Una tendenza alla burocratizzazione della società e all’inquadramento sistematico degli individui si sviluppa tanto alla fine dello schiavismo che nel declino del feudalesimo.

Ci sono delle differenze tra come emerge la decadenza negli altri modi di produzione e quello capitalista?

   È sbagliato affermare che la decadenza del capitalismo segua le tracce dei modi di produzione che l’hanno preceduto. È importante sottolineare le differenze fondamentali tra la decadenza capitalista e quelle delle società del passato.

  1. Il capitalismo è la prima società della storia che si estende a livello mondiale, che abbia sottomesso alle proprie leggi tutto il pianeta, per questo fatto, la decadenza di questo modo di produzione si estende a tutta la società umana.
  2.  Mentre nelle società del passato, i nuovi rapporti di produzione che erano chiamati a soppiantare i vecchi ormai superati, poteva svilupparsi all’interno della stessa società (cosa che poteva, in un certo modo, limitare in un certo modo gli effetti e l’ampiezza della decadenza), la società comunista, la sola che possa succedere al capitalismo, non può in alcun modo svilupparsi al suo interno; non esiste dunque alcuna possibilità di una qualunque rigenerazione di questa società in assenza di un rovesciamento del potere della classe borghese e dell’estirpazione dei rapporti di produzione capitalistici.
  3.  La crisi che dura dalla metà degli anni ’70, non è solo economica, ma anche politica e culturale.
  4. Anche se i periodi di decadenza del passato sono stati marcati da conflitti bellici, questi non erano neanche comparabili alle guerre mondiali che, per due volte, hanno devastato il mondo.

   La differenza tra l’ampiezza e la profondità della decadenza capitalista e quelle della decadenza del passato non può essere ridotta a una semplice questione di quantità. La società capitalista è la prima a minacciare la sopravvivenza stessa dell’umanità, la prima che possa distruggere la specie umana (armamenti nucleari, biologici e chimici, crisi ambientale ecc).

QUALE E’ LA DIFFERENZA TRA DECADENZA E DECOMPOSIZIONE?

   Tutte le società in decadenza comportano degli elementi di decomposizione: sfaldamento del corpo sociale, putrefazione delle sue strutture economiche, politiche e ideologiche ecc.

    Non bisogna confondere decadenza e decomposizione.

   La fase della decomposizione non si presenta solo come quella caratterizzata dal controllo sociale e dalla crisi permanente. Nella misura in cui le contraddizioni e manifestazioni della decadenza del capitalismo, che una dopo l’altra, marcano i diversi momenti di questa decadenza, la fase della decomposizione appare come quella risultante dell’accumulazione di tutte queste caratteristiche di un sistema moribondo, quella che chiude degnamente l’agonia di un modo di produzione condannato dalla storia.

   Essa costituisce l’ultima tappa del ciclo infernale di crisi – secondo conflitto mondiale – ricostruzione e ripresa del capitalismo (i 30 anni succeduti dalla fine del conflitto) nuova crisi con convulsioni enormi, che ha caratterizzato nel XX secolo, la società e le differenti classi:

  1. Due guerre mondiale cha hanno lasciato esangui la maggior parte dei principali paesi.
  2.  Un’ondata rivoluzionaria che ha fatto tremare tutta la borghesia mondiale e che è sfociata in una controrivoluzione dalle forme più atroci (fascismo e nazismo) e ciniche (democrazia borghese);
  3. Il ritorno di un impoverimento assoluto a livello mondiale, di una miseria delle masse proletarie che sembravano, orami dimenticate. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro il numero dei disoccupati nel mondo è passato da 30 milioni nel 2007 a 210 milioni di oggi. Negli Stati Uniti, secondo un rapporto del Census Bureau circa 44 milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà, ossia di 6,3 milioni di poveri in due anni che vanno ad aggiungersi al già forte sviluppo della povertà conosciuto nei tre anni precedenti.

   La crisi che dura dalla età degli anni ’70 apre di nuovo l’alternativa storica guerra mondiale o scontri di classe generalizzati verso la rivoluzione proletaria. La crisi degli anni ’30, si è sviluppa in un momento in cui il proletariato subiva la cappa di piombo della sconfitta subita negli anni ’20 (sconfitta della rivoluzione proletaria in Europa determinata anche dal ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia, fascismo in Italia) e ’30 (nazismo in Germania, guerra e sconfitta della rivoluzione in Spagna). La radicalizzazione della lotta di classe nel 1968 nelle metropoli imperialiste ha mostrato che la borghesia non aveva più le mani libere per scatenare un’ennesima guerra mondiale. Allo stesso tempo, se il proletariato ha già la forza di impedire una tale conclusione, esso non ha ancora trovato quella di rovesciare il capitalismo, e questo a causa del ritardo nello sviluppo della sua coscienza determinato dalla rottura provocato dal diffondersi del revisionismo nel Movimento Comunista Internazionale.

    In una situazione in cui le due classi fondamentali e antagoniste della società si confrontano senza riuscire a imporre la loro risposta decisiva, la storia non può attendere fermandosi. Mentre le contraddizioni del capitalismo in crisi non fanno che aggravarsi, l’impossibilità da parte della borghesia di offrire la minima prospettiva per l’insieme della società, unita al fatto che in questo periodo il proletariato non è ancora riuscito ad affermare la sua prospettiva di cambiamento della società, nell’immediato non può che sfociare in un fenomeno di decomposizione generalizzata, della società.

   Nessun modo di produzione è capace di vivere e svilupparsi, assicurare la coesione sociale, se non è capace di presentare una prospettiva all’insieme della società da esso dominata. Nell’attuale fase caratterizzata dall’impedimento che i rapporti di produzione capitalisti allo sviluppo delle forze produttive ormai collettive, non può che determinare una fase di decadenza e della successiva deposizione.

   Manifestazioni evidenti della decomposizione della società capitalista sono:

  1. Le moltiplicazioni di carestie che avvengono nei paesi che sono definiti “Terzo Mondo” mentre nei paesi “avanzati” sono distrutti stock di prodotti agricoli, oppure sono abbandonate superfici considerevoli di terre fertili. La FAO, che si rallegra nell’osservare che nel 2010 c’è stato un arretramento della malnutrizione che colpisce particolarmente l’Asia con 578 milioni di persone e l’Africa con 239 milioni, non rileva che nello stesso tempo questa cifra resta largamente superiore a quella pubblicata nel 2008, perché gli effetti dell’inflazione speculativa dei prezzi dei prodotti alimentari si erano fatti sentire fino a provocare una serie di sommosse in numerosi paesi.
  2. La trasformazione di questo “Terzo Mondo” in un’immensa bidonville in cui centinaia di milioni di esseri umani sopravvivono come topi nelle fogne. L’Asia e l’Africa sono l’epicentro di tali squilibri. La popolazione urbana africana, cresciuto di oltre 10 volte dal 1959, raggiungerebbe il 63% nel 2050, ma già in Tunisia, il 60% è urbanizzato e concentrato nella zona costiera, mentre quella asiatica dovrebbe raddoppiare.
  3.  Lo sviluppo di questo stesso fenomeno nei paesi “avanzati” in cui numero dei senzatetto e di quelli privi di ogni mezzo di sostenimento continua ad accrescersi.
  4. Le catastrofi “accidentali” che si moltiplicano (aerei che precipitano, treni che si trasformano in casse da morto).
  5. Gli effetti sempre più devastanti sul piano umano, sociale ed economico delle catastrofi “naturali” (inondazioni, siccità, terremoti, cicloni) di fronte alle quali gli esseri umani sembrano sempre più disarmati laddove la tecnologia continua progredire ed esistono già oggi tutti i mezzi per realizzare le opportune protezioni (dighe, sistemi d’irrigazione, abitazioni antisismiche e resistenti alle tempeste, …), mentre poi, di fatto, sono chiuse le fabbriche che producono tali mezzi e licenziati i loro operai;
  6. La degradazione dell’ambiente che raggiunge proporzioni assurde (acqua di rubinetto imbevibile, i fiumi ormai privi di vita, gli oceani pattumiera, l’aria delle città irrespirabile, decine di migliaia…) e che minaccia l’equilibrio di tutto il pianeta con la scomparsa della foresta dell’Amazzonia (il “polmone della terra”), l’effetto serra e il buco dell’ozono al polo sud.

   Tutte queste calamità economiche e sociali, se sono in generale un’espressione della decadenza del capitalismo, per il grado di accumulazione e l’ampiezza raggiunta costituiscono la manifestazione dello sprofondamento in uno stallo completo di un sistema che non ha alcun avvenire da proporre alla maggior parte della popolazione mondiale se non una barbarie al di là di ogni immaginazione. Un sistema in cui le politiche economiche, le ricerche, gli investimenti, tutto è realizzato sistematicamente a scapito del futuro dell’umanità e, pertanto, a scapito del futuro stesso del sistema stesso.

   Ma le manifestazioni dell’assenza totale di prospettive della società attuale sono ancora più evidenti sul piano politico e ideologico:

  1. L’incredibile corruzione che cresce e prospera nell’apparato politico, amministrativo e statale, il susseguirsi di scandali in tutti i paesi imperialisti.
  2.  L’aumento della criminalità, dell’insicurezza, della violenza urbana che coinvolgono sempre di più i bambini che diventano preda dei pedofili.
  3.  Il flagello della droga, che è da tempo divenuto un fenomeno di massa, contribuendo pesantemente alla corruzione degli Stati e degli organi finanziari, che non risparmia nessuna parte del mondo colpendo in particolare i giovani, è un fenomeno che sempre meno esprime la fuga nelle illusioni e sempre di più diventa una forma di suicidio.
  4. Lo sviluppo del nichilismo, del suicidio di giovani, della disperazione, dell’odio e del razzismo.
  • La proliferazione di sette, il rifiorire di un pensiero religioso anche nei paesi imperialisti, il rigetto di un pensiero razionale, coerente, logico.
  • Il dilagare nei mezzi di comunicazione di massa di spettacoli di violenza, di orrore, di sangue, di massacri, finanche nelle trasmissioni e nei giornalini per i bambini.
  • La nullità e la venalità di ogni produzione “artistica”, di letteratura, di musica, di pittura o di architettura, che non sanno esprimere che l’angoscia, la disperazione, l’esplosione del pensiero, il niente.
  •  Il “ciascuno per sé”, la marginalizzazione, l’atomizzazione degli individui, la distruzione dei rapporti familiari, l’esclusione delle persone anziane, l’annientamento dell’affetto e la sua sostituzione con la pornografia, lo sport commercializzato, il raduno di masse di giovani in una isterica solitudine collettiva in occasione di concerti o in discoteche, sinistro sostituto di una solidarietà e di legami sociali completamente assenti.

   Tutte queste manifestazioni della putrefazione sociale che oggi, a un livello mai visto nella storia, permea tutti i pori della società umana; esprimono una sola cosa: non solo lo sfascio della società borghese, ma soprattutto l’annientamento di ogni principio di vita collettiva nel senso di una società priva del minimo progetto, della minima prospettiva, anche se a corto termine, anche se illusoria.

   Tra le caratteristiche principali della decomposizione della società capitalista bisogna sottolineare la difficoltà crescente della borghesia a controllare l’evoluzione della situazione sul piano politico. L’impasse storica in cui si trova imprigionato il modo di produzione capitalistico, i fallimenti delle diverse politiche economiche che si sono attuate, l’indebitamento generalizzato che ha permesso di sopravvivere l’economia mondiale, tutti questi elementi che ripercuotersi su un apparato politico incapace, da parte su, di imporre alla società, e in particolare alla classe operaia, la disciplina e l’adesione richieste per mobilitare tutte le forze e le energie verso la sola risposta storica che la borghesia possa offrire: la guerra.

DALLE DEMOCRAZIE IN DECOMPOSIZIONE AL GOVERNO DIRETTO DEL CAPITALE

   Concentriamoci su uno degli aspetti che riguarda maggiormente i maggiori paesi imperialisti: la decomposizione delle forme di democrazia parlamentare.

   Questo fenomeno è in atto da tempo nei maggiori paesi imperialisti, pur con ritmi e forme diverse, un processo di rafforzamento delle forme istituzionali. Esse sono l’espressione a livello giuridico – istituzionale non solo di un avvenuta trasformazione dei rapporti tra proletariato e borghesia.

   A questo indebolimento del proletariato ha contribuito il crollo del cosiddetto “blocco socialista”. Non può esserci indifferente che il blocco dell’est sia crollato sotto i colpi della crisi economica piuttosto che sotto i colpi della lotta di classe. Se fosse prevalsa questa seconda alternativa, piuttosto che indebolirsi come sta avvenendo oggi, la fiducia del proletariato nelle proprie capacità si sarebbe potuta rafforzare. Inoltre, nella misura in cui il crollo del blocco dell’est fa seguito a un periodo di “guerra fredda” con il blocco occidentale, in cui quest’ultimo appare come il “vincitore” senza colpo ferire, si è generato nelle popolazioni occidentali, e anche tra i proletari, un sentimento di euforia e di fiducia verso i propri governi, simile (facendo le debite proporzioni) a quello che pesò sui proletari dei paesi “vincitori” nelle due guerre mondiali e che fu una delle cause della sconfitta dell’ondata rivoluzionaria seguita alla prima guerra mondiale.

   Una tale euforia, catastrofica per la coscienza del proletariato, sarà evidentemente molto più limitata dato che oggi non stiamo uscendo da una carneficina imperialista. Tuttavia, quella che oggi si manifesta in alcuni paesi dell’est ha certamente un impatto in occidente e non potrà che accentuare gli effetti nefasti della situazione attuale. Infatti, quando è caduto il muro di Berlino, simbolo del terrore imposto dallo stalinismo, la stampa ed alcuni esponenti borghesi hanno paragonato l’atmosfera che regnava in questa città a quella della “Liberazione” dopo il secondo macello mondiale. Non è un caso: i sentimenti provati dalla popolazione della Germania dell’est nel momento in cui si abbatteva questo simbolo erano paragonabili a quelli delle popolazioni che avevano subito per anni l’occupazione e il terrore della Germania nazista. Ma, come ci ha dimostrato la storia, questo tipo di sentimenti sono tra i peggiori ostacoli per la presa di coscienza del proletariato. La soddisfazione provata dagli abitanti dei paesi dell’est davanti al crollo del revisionismo e soprattutto il rafforzamento delle illusioni democratiche che questo comporta, si ripercuoteranno fortemente, e si ripercuotono già sul proletariato dei paesi occidentali e particolarmente su quello tedesco che riveste una particolare importanza all’interno del proletariato mondiale nella prospettiva della rivoluzione proletaria.

   Tornado al discorso del rafforzamento istituzionale, esso è soprattutto l’espressione del tentativo borghese di predisporre un apparato statale adeguato alle maggiori difficoltà che si manifesteranno in futuro e di contenere all’interno dell’ideologia borghese i rapporti sociali che vanno sempre più decomponendosi.

   È in questa fase che c’è il passaggio da una democrazia sotto forme parlamentari a un governo che appare sotto forma di “governi tecnici”, si potrebbe dire una “dittatura tecnocratica”.

   Che la democrazia si in decadenza è reso evidente dai diversi avvenimenti e fenomeni che ci sono nella sfera politica, sociale e culturale. Prendiamo come esempio la corruzione: essa ha pervaso ogni settore, i politici si contendono i contributi finanziari dei capitalisti; le pozioni all’interno dei governi e dei parlamenti (andando in giù in ogni settore del potere locale) hanno tutto un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre opportune alla loro approvazione.

   Questa democrazia in decomposizione si sta trasformando in un governo autoimposto da funzionari dell’esecutivo. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi dollari e di euro presso un’oligarchia finanziaria e riducendo il tenore di vita di milioni di persone tramite “pacchetti di austerità”.

   Questo governo viene descritto come un governo condotti da tecnici esperti, “apolitici” e “scevri da interessi privati”. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per e con i grandi interessi finanziari nazionali e internazionali.

   Lucas Papdemos, nominato Primo ministro, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e stato il capo della Banca centrale greca, nonché responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro.  Mario Monti, designato Presidente del Consiglio in Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione Europea e nella Goldman Sachs.

   Queste nomine si basano sulla lealtà totale di questi personaggi e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche, le più inique sui lavoratori di Grecia e in Italia.

   I cosiddetti tecnici non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sensibili a qualsiasi protesa sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico…tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori dei titoli di Stato, in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nordamericane.

   C’è una differenza tra questi governi tecnici e le dittature come quella fascista.   

   Negli attuali governi tecnici, il potere viene consegnato dalle élite politiche della democrazia borghese, in sostanza una sorta di transizione pacifica, almeno nella sua fase iniziale.

   A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi conservano le facciate elettorali, ma svuotate da contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di legittimazione, che seduce la stampa finanziaria. A differenza delle precedenti dittature come il fascismo che si presentavano come stati di polizia, gli attuali governi tecnici prima lanciano il loro assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro del proletariato, con il consenso parlamentare, e poi di fronte alla resistenza posta, procedono per gradi fino ad arrivare a uno stato di polizia.

   L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione. Al fine di imporre politiche che si traducono in massici trasferimenti di ricchezza dal lavoro al capitale nazionale e internazionale, è essenziale un regime autoritario in veste democratica, questo in previsione di un’accanita resistenza. La borghesia non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con qualche parvenza di democrazia (che è sempre il miglior involucro della dittatura della borghesia) e tanto meno una democrazia come quella attuale in decomposizione.

   La missione della “dittatura democratica” non è solo quello di attuare un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento di questi tecnocrati è di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficace in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti i n favore dei detentori dei titoli.

   Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di grossi industriali, banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. I tecnocrati ignorano completamente le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Le trasformazioni principali della democrazia sotto i tecnici sono:

  1. Massici spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni delle masse popolari ai pagamenti dei titoli di Stato e alle rendite.
  2. Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita
  3. Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione di titoli e investimento.
  4. Riscrittura dei codici del lavoro. Salari, condizioni di lavoro e problemi sanitari sono consegnati alle commissioni aziendali (commissioni “paritetiche” dove c’è la presenza “paritetica” di padroni e sindacati).
  5. Lo smantellamento delle imprese pubbliche, e la privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono attivate su una scala mondiale. Monopoli privati rimpiazzano quelli pubblici, forniscono un numero minore di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di una nuova capacità produttiva.
  6. L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa dinamica richiese salari sempre più bassi per competere a livello internazionale, ma contrae il mercato interno.

QUALI PROSPETTIVE

   Bisogna prendere coscienza della minaccia mortale della decomposizione. Non bisogna nascondere a sé stessi l’estrema gravità della situazione mondiale. Inoltre, sarebbe sbagliato considerare la decomposizione, una realtà essa sia anche una necessità, cioè un passo necessario verso la rivoluzione.

   All’inizio la decomposizione ideologica colpisce evidentemente la classe capitalista stessa e per contraccolpo, gli strati di piccola borghesia che non hanno alcuna autonomia.

   Solo il proletariato porta in sé una prospettiva per l’umanità e, in questo senso, è al suo interno che esiste la maggiore capacità a resistere a questa decomposizione.     Tuttavia, neanche lui è risparmiato, in particolare perché la piccola borghesia a contatto della quale esso vive ne è il principale veicolo. I diversi elementi che costituiscono la forza del proletariato si scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione ideologica:

  1. L’azione collettiva, la solidarietà, contro l’atomizzazione, il “ciascuno per sé”, “l’arrangiarsi individuale”.
  2. Il bisogno di organizzazione contro la decomposizione sociale, la distruzione dei rapporti su cui poggia la sociale.
  3. La fiducia nell’avvenire e nelle sue forze continuamente minate dalla disperazione, dal nichilismo, dalla “mancanza di futuro”.
  4. La coscienza, la lucidità, la coerenza e l’unità del pensiero, l’inclinazione per la teoria hanno difficoltà ad affermarsi di fronte alla fuga nelle chimere, alla droga, alle sette, al misticismo, al rigetto della riflessione e la distruzione del pensiero che caratterizza la nostra epoca. Perciò è importante avere coscienza della posta in gioco nella situazione attuale, in particolare i pericoli mortali che decomposizione fa correre all’umanità. Perciò il proletariato deve essere determinato a continuare, sviluppare e unificare la propria lotta di classe.

   Questo è una premessa indispensabile, però bisogna prendere coscienza che contrariamente alla situazione esistente negli anni ’70, il tempo non gioca più a favore della classe operaia. Questo non per fare del catastrofismo, ma bisogna partire dal presupposto che finché la distruzione della società era rappresentata dalla guerra imperialista, il semplice fatto che le lotte del proletariato fossero capaci di mantenersi come ostacolo decisivo di un tale evento decisivo era sufficiente a sbarrare la strada a questa distruzione. Invece, contrariamente alla guerra imperialista che per potersi realizzare richiede l’adesione del proletariato alle idee della borghesia, la presente fase della decomposizione della società capitalista non ha nessun bisogno di imbrigliare la classe operaia per distruggere l’umanità. Le lotte operaie puramente difensive non sono sufficienti a costituire un freno alla decomposizione in atto: solo la rivoluzione comunista può bloccare questa minaccia.

   Il proletariato non può sperare di utilizzare a proprio beneficio l’indebolimento che la decomposizione provoca all’interno della borghesia. In questa fase il suo obbiettivo sarà quello di resistere agli effetti nocivi della decomposizione al suo interno contando solo sue forze, sulla propria capacità di battersi in maniera collettiva e solidale in difesa dei propri interessi in quanto classe sfruttata.

   Solo quando saremo in una situazione rivoluzionaria, e sarà all’offensiva, quando ingaggerà direttamente e apertamente la lotta per la sua prospettiva storica, esso potrà utilizzare alcuni effetti della decomposizione, in particolare la decomposizione dell’ideologia borghese e quella delle forze del potere capitalista, come punti su cui far leva e da ritorcere contro lo stesso capitale.

   I pericoli che la decomposizione della società capitalista che fa correre alla classe operaia e all’insieme dell’umanità non deve indurre il proletariato e soprattutto le sue minoranze rivoluzionarie, a adottare nei suoi confronti un atteggiamento fatalista. Oggi, la prospettiva storica resta completamente aperta.

la lotta di classe di fronte alla decomposizione della società

    Il crollo del blocco “socialista” si è imposto a un proletariato che non aveva raggiunto il livello necessario per essere capace di reagire sul terreno di classe ad un avvenimento storico di tale portata.

    L’enorme, mistificatoria campagna ideologica sulla “morte del comunismo” che la borghesia internazionale ha sviluppato in questa occasione ha avuto un impatto profondamente negativo sulla coscienza di classe (a eccezione di una minoranza politicizzata della classe operaia), che è un elemento fondamentale per la capacità della classe di sviluppare una prospettiva, che abbia come scopo di dare una visione globale alla lotta.

   Il crollo del blocco “socialista” ha portato un colpo alla classe in due maniere:

  1. Ha permesso alla borghesia di sviluppare tutta una serie di campagne sul tema della “morte del comunismo” e della “fine della lotta di classe” che ha profondamente intaccato la capacità della classe di situare le sue lotte nella prospettiva della costruzione di una nuova società, ergendosi a forza autonoma e antagonista al capitale. La classe operaia non avendo giocato un ruolo negli avvenimenti del 1989-91, è stata intaccata profondamente il suo livello di fiducia in sé stessa.
  2. Nello stesso tempo il crollo del blocco “socialista” ha aperto le porte a tutte le forze della decomposizione che stavano alla sua origine sottoponendo sempre di più la classe alla putrida atmosfera del “ciascuno per sé”, alle influenze nefasta dei vari fondamentalismi religiosi, della criminalità organizzata, ecc. In più la borghesia è stata capace di rivolgere contro la classe operaia le manifestazioni della decomposizione del suo sistema. Esempi tipici sono stati l’affare Dutroux in Belgio e Mani Pulite in Italia, dove le sporche pratiche delle cricche borghesi sono state usate come pretesto per trascinare le masse proletarie in una vasta campagna democratica per un “governo pulito”. L’utilizzazione della mistificazione democratica è diventata sempre più sistematica perché essa è allo stesso tempo la “logica conclusione della fine del comunismo” (ovviamente secondo la borghesia) e costituisce uno degli strumenti ideali per accrescere l’atomizzazione della classe (e favorire l’identificazione con lo Stato borghese). Le guerre provocate dalla decomposizione (come quella della ex Jugoslavia) hanno avuto l’effetto di aumentare il senso di impotenza nel proletariato, il sentimento di vivere in un mondo crudele e irrazionale nel quale non c’è altra soluzione che quella di nascondere la testa nella sabbia.

   La situazione dei disoccupati mostra con chiarezza i problemi che pongono oggi alla classe. Sotto il peso della decomposizione si è visto che è risultato sempre più difficile per i disoccupati sviluppare proprie forme collettive di lotta e di organizzazione, essendo essi particolarmente vulnerabili agli effetti più distruttivi della decomposizione (atomizzazione, delinquenza, ecc). E questo è vero in particolare per i giovani disoccupati, che non hanno mai fatto l’esperienza lavorativa.

   Allo stesso tempo questa influenza negativa è stata aggravata dalla tendenza del capitale a deindustrializzare i suoi settori tradizionali – siderurgia, tessile ecc. – dove gli operai hanno una lunga esperienza di lotta di classe.

   Nonostante, questi pericoli per la classe operaia di essere schiacciata in questo processo di decomposizione (pericoli che non possono e devono essere sottostimati), la capacità del proletariato di lottare, di reagire al declino del sistema capitalistico non è sparita.

I DUBBI SULLA CLASSE OPERAIA

   Per analizzare il rapporto che esiste tra crisi generale del capitalismo, le lotte che sta attuando il proletariato e i movimenti che dal 2011 sono partiti dalla Spagna e si sono propagati alla Grecia fino ad Israele, bisogna rifuggire categoricamente dal metodo immediatista ed empirico. Con questo metodo ogni avvenimento viene analizzato in sé, al di fuori di ogni contesto storico e isolandolo nel paese in cui si svolge.

  Il metodo immediatista/empirico usato dagli intellettuali “in voga” è un riflesso della degenerazione ideologica della borghesia. Tutto questo perché la borghesia, è una classe decadente, quello che può offrire all’insieme della società è quello di resistere giorno per giorno, colpo su colpo, al crollo del Modo di Produzione Capitalista.

   Certo tutto ciò a chi si definisce comunista, internazionalista, marxista si pone inevitabilmente delle domande: ma oggi che siamo XXI secolo può essere ancora la classe operaia essere il soggetto centrale della rivoluzione comunista? Sara capace di rispondere alla crisi.

   Quando la classe operaia mostra apertamente la sua forza paralizza la macchina produttiva, fa indietreggiare lo Stato, scatenando un fermento di vita nell’insieme della società, come fu il caso dello sciopero di massa del 1980 in Polonia.

   Quando gli operai arrivano a rompere le forze che li atomizzano in polvere impotente, quando la loro unione esplode in faccia alla classe dominante, facendo vacillare tutto il suo edificio, costringendola a fare in marcia indietro, è facile, se non evidente, comprendere come e perché la classe operaia è la sola forza capace di concepire e di intraprendere un rovesciamento rivoluzionario.

   Ma quando la lotta aperta cessa, quando il capitale riprendere il controllo e reinstalla la sua cappa di piombo sulla società, ciò che sembrava così evidente in un dato momento pare sfumare anche nel ricordo, la borghesia come classe decadente impone, attraverso i suoi intellettuali, la propria visione del mondo: quella di una classe operaia sottomessa, atomizzata, che entra in ranghi silenziosi tutti i giorni nelle fabbriche, nei cantieri, incapace di rompere le sue catene.

   Non mancano allora teorici per spiegare che la classe operaia è nei fatti parte integrante del sistema, che essa ha un posto da difendere all’interno di esso.

   Quello che questi intellettuali (in buona o cattiva fede, coscientemente o meno) difendono, è la bontà del sistema capitalista. Nei periodi di riflusso della lotta operaia, guarda caso, si vede l’apparire di gruppi e di pubblicazioni che teorizzano i dubbi sulla classe operaia, dubbi che possono emergere anche tra chi rivendica la rivoluzione comunista.

   Le idee di stampo populista secondo la quale la rivoluzione non sarà essenzialmente l’opera non si una classe economica specifica, ma dell’insieme degli uomini che, in un modo o in un altro, subiscono l’inumanità del capitalismo, in questo contesto guadagnano terreno.

   La visione che in questi ambiti che mettono in dubbio la capacità rivoluzionaria della classe operaia, il proletariato diventa una forza rivoluzionaria dai contorni più o meno indeterminati, comprendente un po’ di tutto: dall’operaio metallurgico al teppista di professione, passando per prostitute, omosessuali, studenti ecc.

  Marx per definire la nozione di proletariato è molto preciso: “Il prodotto si trasforma (…) in prodotto sociale, prodotto comune di un lavoratore complessivo, cioè di un personale da lavoro combinato, le cui membra hanno una parte più grande o più piccola dell’oggetto del lavoro. Quindi col carattere cooperativo del processo lavorativo si amplia necessariamente il concetto di lavoro produttivo e del veicolo di esso, cioè del lavoro produttivo. Ormai per lavorare produttivamente non è più necessariamente por mano personalmente al lavoro, è sufficiente essere organi del lavoratore complessivo e compiere una qualsiasi delle sue funzioni subordinate”.

  Quello che Marx sottolinea non è che tutti nel mondo sarebbero diventati produttivi o proletari, ma bensì che è la qualità del compito di questo o quel lavoratore non costituisce, nel capitalismo avanzato, un criterio, una determinazione valida se è produttivo o meno, modificando il processo di produzione secondo i suoi bisogni, il capitale sfrutta l’insieme della forza lavoro che esso compra, come quella di un lavoratore produttivo. L’utilizzazione concreta che esso fa di ognuno dei suoi salariati, operaio di panetteria o impiegato di ufficio, produttore di armi o spazzino, è secondario dal punto di vista del sapere chi è sfruttato dal capitale. È l’insieme complessivo che lo è.

   Per quanto si sia sviluppato, la dominazione del capitale non ha generalizzato a tutta la società la condizione di proletariato. Esso ha lasciato sopravvivere dei settori pre-capitalisti, come i piccoli contadini, il piccolo commercio, l’artigianato, le libere professioni.

  Come genera, anche nei paesi capitalisti più avanzati, per via della generale dell’accumulazione capitalista, un enorme massa di marginalizzati.

   Prima di riprendere questo il discorso sul ruolo centrale della classe operaia, vorrei fare alcune precisazioni sul concetto di lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Capire questa distinzione è fondamentale per comprendere la reale natura del capitale e del suo antagonista diretto: il proletariato.

   Lavoro produttivo, astrattamente inteso, al di fuori di modi di produzione specifici, è qualsiasi attività lavorativa che produce valori d’uso. E come dice Marx un “un ricambio organico” tra uomo e natura.

   Lo stesso processo di produzione è l’unità del processo produttivo e del processo di valorizzazione, così come la merce è unità di valore d’uso e valore di scambio.    Inteso rispetto la produzione di valori d’uso, tutto il lavoro è lavoro produttivo.

   Ma tale definizione di lavoro produttivo, così come appare dal punto di vista del processo lavorativo in generale, non dice niente della definizione di lavoro produttivo così denominato dal processo di produzione capitalistico.

   Lavoro produttivo e lavoro improduttivo vengono, dunque determinati dallo specifico modo di produzione dominante. Produttivo e improduttivo sono concetti mobili, trasformandosi il modo di produzione, possono trasformarsi gli stessi concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo.

  Il lavoro, in quanto capacità lavorativa dell’operaio, separato dal capitale, non è produttivo, così come produttivo fino a quando resta nell’ambito della circolazione mercantile semplice (M – D – M) e si scambia con il reddito.

  Il lavoro diventa produttivo nel Modo di Produzione Capitalista soltanto quandoriproduce il suo contrario, Lavoro produttivo, nel senso che, nello scambio con la parte salariale del capitale (la parte del capitale spesa in salario) non solo riproduce questa parte del capitale (o il valore della propria capacità lavorativa) ma oltre ciò produce plusvalore per il capitalista. È produttivo solo il lavoro salariato che produce capitale”.

  Il lavoro produttivo, nella società capitalista non ha nulla a che vedere con il particolare contenuto del lavoro, né con la sua utilità. Non è il suo valore d’uso, ma il valore di scambio che interessa al capitalista.

   La produzione capitalista non è rivolta alla soddisfazione dei bisogni, ma è produzione di plusvalore. Il capitalista ottiene plusvalore solo con lo scambio con il lavoro, che, per questo, si può definire lavoro produttivo.

  Il lavoro produttivo trasforma le condizioni di lavoro in capitale e il proprietario in capitalista: esso produce non una merce specifica, ma il capitale stesso. Lavoro produttivo è quel lavoro che, scambiandosi direttamente con denaro in quanto capitale, per l’operaio riproduce il valore della propria forza-lavoro mentre per il capitalista è creatore di plusvalore.

   Fatta questa precisazione, si può tranquillamente dire il Modo di Produzione Capitalista è instaurato in tutto il pianeta e ha sottomesso tutta la società. In sostanza è attuato il processo di sussunzione reale della società nel capitalismo.

   In che consiste questo processo di sussunzione? Se prima la borghesia si era impadronita delle attività produttive che erano state sviluppate in seno alla vecchia società e sviluppò le relazioni sociali sue proprie negli spazi che la vecchia società consentiva. Questo era il processo che viene definito sussunzione formale nel capitale: cambiano i rapporti nell’ambito dei quali un’attività lavorativa viene svolta, ma l’attività e la società che fa da contesto restano sostanzialmente eguali a quelli che la borghesia ha trovato. In un secondo tempo modifica il contenuto dell’attività, in modo da renderla più produttiva, più adatta all’estrazione del plusvalore assoluto (allungamento della giornata lavorativa) e del plusvalore relativo (riduzione del lavoro necessario). Contemporaneamente modifica il complesso dei rapporti sociali, onde renderli più favorevoli alla valorizzazione del capitale. Questo processo viene definito sussunzione reale della società nel capitale.

   Tutti quelli che subiscono questo processo, per via della miseria che porta, hanno delle ragioni per rivoltarsi contro di esso. Ma solo la parte legata al capitale attraverso il salario e la produzione di plusvalore è veramente antagonista al capitale: il proletariato.

   Il proletariato ha una sua specifica centralità nel processo rivoluzionario: “Perché nel proletariato pienamente sviluppato è fatta astrazione da ogni umanità, perfino dalla parvenza; perché nelle condizioni di vita del proletariato sono riassunte tutte le condizioni di vita dell’odierna società nella loro forma più inumana; perché l’uomo nel proletariato ha perduto sé stesso, ma contemporaneamente, non solo ha acquistato la coscienza teorica di perdita, bensì è stato spinto direttamente dalla necessità ormai incombente, ineluttabile, assolutamente imperiosa – dall’espressione pratica della necessità – alla ribellione contro questa inumanità; ecco per quali ragioni il proletariato può e deve emanciparsi. Ma esso non può emanciparsi senza sopprimere le proprie condizioni di vita. Esso non può sopprimere le proprie condizioni di vita senza sopprimere tutte le inumane condizioni di vita della società attuale, che si riassumono nella sua situazione”.

  Questa è la specificità della classe operaia: i suoi interessi immediati e storici coincidono con quelli dell’intera umanità, il che non è per nessuna altra classe della società. Il proletariato non può liberarsi del salariato capitalista, la forma più matura dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, senza eliminare ogni forma di sfruttamento.

   La classe operaia trae la sua forza innanzitutto dalla sua posizione centrale che ha nel processo di produzione. Il capitale non è macchine e materie prime; il capitale è un rapporto sociale. Quando, attraverso la sua lotta, la classe operaia rifiuta questo rapporto, il capitale è immediatamente paralizzato. Non c’è capitale senza plusvalore, non c’è plusvalore senza lavoro dei proletari, è in questo che risiede la potenza degli scioperi di massa.

   Gli schiavi di Spartaco, nell’antichità, o i servi della gleba nel feudalesimo avevano anch’essi una situazione centrale, determinante nel processo di produzione. Tuttavia, le loro rivolte non potevano sbocciare in una prospettiva comunista.

   Il proletariato è portatore del comunismo perché la società capitalista ha creato i mezzi materiali della sua realizzazione. Sviluppando le ricchezze materiali della società al punto di permettere una abbondanza sufficiente per sopprimere le leggi economiche, cioè le leggi della gestione della penuria, il capitalismo ha aperto una prospettiva che esso sfrutta.

   C’è un altro aspetto da non trascurare. Per accrescere la produttività del lavoro dei suoi operai, la borghesia ha dovuto rendere le forze produttive sempre più collettive, cioè tali che la quantità e qualità delle ricchezze prodotte dipendono sempre meno dalle capacità, qualità e caratteristiche del singolo lavoratore e dai suoi sforzi personali (la sua dedizione al lavoro, la durata del suo lavoro, la sua intelligenza, la sua forza ecc.). Esse dipendono sempre di più dall’insieme organizzato dei lavoratori (il collettivo di produzione), dal collettivo nell’ambito del quale l’individuo lavora, dalla combinazione dei vari collettivi di lavoratori, dal patrimonio scientifico e tecnico che la società impiega nella produzione. In conseguenza di ciò il lavoratore isolato è ridotto all’impotenza: egli può produrre solo se è inserito in un collettivo di produzione (azienda, unità produttiva). Ma nello stesso tempo si sono create le condizioni perché crescano non solo la produttività del lavoro, ma anche la coscienza di massa dei lavoratori, la loro capacità ed attitudine a organizzarsi, cioè a costituirsi in collettivo e a dirigersi, la loro attitudine a svolgere attività umane intellettualmente e moralmente superiori.

   Detto questo, non si può non tenere conto che le idee comuniste, la teoria rivoluzionaria, si sono sviluppate attraverso e in vista della comprensione delle lotte operaie. Tutti i grandi passi in avanti della teoria della rivoluzione sono state il prodotto, non delle pure deduzioni logiche di qualche pensatore isolato, ma dell’analisi militante e impegnata dei grandi passi del movimento reale della classe operaia. Marx nella Miseria della filosofia descriveva il passaggio di trasformazione della classe operaia in classe per sé: il processo della coscienza di classe nel proletariato: “le condizioni economiche avevano dapprima la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale, ma non lo è ancora per sé stessa. Nella lotta, della quale abbiamo segnalato alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per sé stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica”.

   Engels descrive ne La situazione della classe operaia in Inghilterra i tentativi della classe operaia di organizzarsi, di fondare un’associazione generale che riunisse tutti gli operai del paese. Ne descrive anche i metodi di lotta, in primis lo sciopero, poi la lotta contro i crumiri e quindi l’esercizio di forme di pressione contro coloro che rifiutano di organizzarsi nell’organizzazione operaia. Ma mentre riconosce che il sindacalismo è una forma organizzativa operaia valida in quella fase, allo stesso tempo ne comprende i limiti nella società capitalista: “La storia di queste associazioni è una lunga serie di sconfitte degli operai, interrotta da qualche vittoria isolata. È naturale che tutti gli sforzi non possono mutare la legge economica secondo la quale sul mercato del lavoro il salario viene determinato dal rapporto tra domanda e offerta”.

   Ma anche quando gli scioperi possono sembrare inconcludenti, è chiaro che gli operai devono lottare contro la diminuzione del salario, poiché in mancanza di tali proteste gli imprenditori non conoscerebbero limite alla loro avidità: “Ma queste associazioni e scioperi che ne derivano assumono un’importanza specifica in quanto rappresentano un’importanza specifica in quanto rappresentano il primo tentativo di abolire la concorrenza tra loro. Esse presuppone la consapevolezza che il potere della borghesia, poggia unicamente sulla concorrenza degli operai tra di loro cioè il frazionamento del proletariato, sul reciproco contrapporsi dei singoli operai”.

   Ai socialisti e agli economisti che condannavano gli scioperi, Engels ne ricorda il valore educativo: “In genere questi scioperi sono soltanto scaramucce di avamposti, talvolta però ci sono gli scontri di una certa importanza; non decidono nulla, ma sono la prova migliore che la battaglia decisiva tra il proletariato e la borghesia si sta avvicinando. Sono la scuola di guerra in cui gli operai si preparano alla grande lotta ormai inevitabile; movimento operaio (…). E come le scuole di guerra, sono di un’efficacia insuperabile sono i pronunciamenti di singole categorie di operai sulla loro adesione al grande”.

  Marx, nella sua polemica contro Proudhon (anch’egli non favorevole agli scioperi) riprese le conclusioni di Engels dandogli solo una formulazione più precisa, mostrando come lo sviluppo delle trad-unions fosse connessa all’organizzazione di classe del proletariato:” I primi tentativi degli operai di associarsi tra di loro assumono sempre forma di coalizioni. La grande industria raccoglie in un solo luogo una folla di persone sconosciute le une dalle altre. La concorrenza le divide, nei loro interessi. Ma il mantenimento del salario, questo interesse comune che essi hanno contro il loro padrone, li unisce in uno stesso proposito di resistenza e coalizione. Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare la concorrenza al capitalista. Se il primo scopo della resistenza era solo il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni dapprima isolate, si uniscono in gruppi, e di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora di più di quello del salario. Ciò è talmente vero, che gli economisti inglesi rimangono stupiti a vedere come gli operai sacrifichino una buona parte del salario a favore di associazioni che, agli occhi di questi economisti, erano state istituite solo a favore del salario. In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia imminente. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico”.

   L’organizzazione di scioperi, l’istituzione di sindacati, la loro estensione a livello provinciale, i tentativi di collegarsi su scala nazionale, che per il momento portarono solo all’unione temporanea di qualche sindacato, andarono di passo con la lotta politica degli operai assumendo una certa rilevanza negli anni 1836-37. Questa fu l’epoca del primo partito operaio: il partito cartista. Engels descrive come si passò gradualmente dalla lotta dei singoli sindacati alla loro federazione nella lotta di classe su scala nazionale e quindi alla lotta politica vera e propria: “Poiché dunque gli operai non rispettano la legge, ma unicamente ne riconoscono la forza dal momento che non hanno essi stessi la forza di mutarla, è più che naturale che essi avanzino delle proposte per modificare la legge, e che al posto della legge borghese vogliano instaurare la legge proletaria. Questa legge proposta dal proletariato è la people’ charter che nella sua forma ha un carattere esclusivamente politico ed esige una base democratica per la Camera bassa. Il cartismo è la forma compatta dell’opposizione. Nelle associazioni e negli scioperi l’opposizione rimaneva sempre isolata, erano singoli operai e gruppi di operai a combattere contro i singoli borghesi; quando la lotta diventava più generale, raramente ciò avveniva per volontà degli operai, e in quei pochi casi alla base di quella volontà vi era il cartismo. Nel cartismo, invece, è l’intera classe che insorge contro la borghesia e che attacca prima di tutto il suo potere politico, il muro di leggi con il quale essa si è circondata”.

  Perciò non è un caso che è stata solamente la classe operaia che ha messo in pratica nella Comune di Parigi e nella rivoluzione di ottobre del 1917, la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione del potere proletario.

   Questo non significa che il proletariato possa ignorare tutto il resto della società. L’esperienza della Rivoluzione russa ha dimostrato l’importanza per la sua lotta dell’appoggio di tutti gli strati sfruttati. Ma l’esperienza ha anche messo in evidenza che solo il proletariato è capace di offrire un programma rivoluzionario coerente. L’unificazione di tutta l’umanità, e in un primo tempo di tutti gli sfruttati, non può farsi che sulla base dell’attività e del programma della classe operaia. Organizzandosi in maniera separata, il proletariato non divide la società, esso si dà i mezzi per condurre la sua unificazione comunista.

   Certo le sconfitte storiche (come quella avvenuta negli anni ’20 con la sconfitta della Rivoluzione Proletaria nei principali paesi europei), non solo hanno disgregato e debilitato la classe operaia isolandone l’avanguardia, ma hanno pure abbassato il livello ideologico complessivo, facendo regredire il pensiero politico. Ma tutto ciò non può da parte delle minoranze comuniste rivoluzionarie essere accettato con fatalismo. Chi conosce la storia del movimento operaio, sa che il processo che conduce il proletariato alla rivoluzione non ha niente di lineare o di automatico. Esso è una dinamica dialettica fatta di arretramenti e di avanzate, dove solo una lunga pratica ed esperienza della lotta permette a milioni di proletari, sotto la pressione della miseria, cominciano a unificarsi, ritrovano le lezioni delle lotte passate, cominciano a scoperchiarsi la cappa ideologica della classe dominante, per lanciarsi in un nuovo assalto contro l’ordine stabilito.

l’evoluzione della lotta di classe dopo il 1989

   All’inizio degli anni ’90 si comincia a delineare i primi segni di una ripresa della combattività della classe operaia, in particolare attraverso la mobilitazione degli operai italiani contro le misure di austerità del governo Amato nel mese di settembre 1992. Queste mobilitazioni sono state seguite dalle manifestazioni dei minatori contro la chiusura delle miniere. Alla fine del 1993 ci sono stati nuovi movimenti di lotta in Italia, in Belgio, in Spagna e soprattutto in Germania con scioperi e manifestazioni in numerosi settori, in particolare nell’edilizia e in quello automobilistico.  

   Nel 1995 in Francia, sull’onda di un conflitto nelle ferrovie e a seguito di un attacco alla protezione sociale dei lavoratori, si sviluppò un movimento con scioperi e assemblee generali. Nell’estate del 1998 ci fu un altro grande sciopero in Danimarca.

   Tutto questo sta a dimostrare di una lenta ripresa della lotta di classe.

    Caratteristiche di questa fase della lotta di classe è la riuscita degli scioperi, l’ampia partecipazione a essi, e la nascita in paesi come l’Italia del fenomeno del sindacalismo di “base”, che riassorbì solo in minima parte la combattività e il malcontento dei proletari nei confronti dei sindacati ufficiali.

   Questa combattività si espresse in numerosi paesi:

  1. Negli Stati Uniti, durante l’estate 1998, con gli scioperi di quasi 10.000 operai alla General Motors, quello di 70.000 operai della compagnia telefonica Bell Atlantic, quella dei lavoratori della sanità a New York, senza parlare dei violenti scontri con la polizia durante la una manifestazione di 40.000 edili a New York.
  2. In Gran Bretagna, con gli scioperi non ufficiali della sanità in Scozia, dei postali a Londra, così come i due scioperi degli elettrici nella capitale nella capitale che hanno mostrato una chiara volontà di battersi nonostante l’opposizione della direzione sindacale.
  3. In Grecia, dove gli scioperi tra gli insegnanti sono arrivati allo scontro con la polizia.
  4. In Norvegia dove in autunno vi era stato uno sciopero paragonabile in ampiezza a quello della Danimarca.
  5. In Francia, dove si sono sviluppate tuta una serie di lotte in vari settori, nella scuola, nella sanità, nelle poste e nei trasporti, in particolare lo sciopero degli autisti dei bus di Parigi dove i lavoratori hanno risposto sul loro terreno di classe. Era successo che ha fronte un terreno di aggressioni che subiscono (frutto della decomposizione della società), invece che la presenza della polizia degli autobus, hanno rivendicato un aumento dei posti di lavoro.
  6. In Belgio, con gli scioperi nell’industria automobilistica, nei trasporti, nelle comunicazioni.
  7. Nel cosiddetto Terzo Mondo, con gli scioperi in Corea e in Zimbabwe dove uno sciopero generale è stato indetto per canalizzare la collera degli operai non solo contro le misure di austerità del governo, ma anche contro i sacrifici imposti dalla guerra nella Repubblica Democratica del Congo, questo sciopero ha coinciso con diserzioni in seno alle truppe.

   Se ne potrebbero fare tanti di esempi, la borghesia ha risposto alla maggior parte di questi movimenti di lotta con la politica del blackout, della censura, del silenzio, a riprova del fatto che questi movimenti di lotta sono un sintomo di un crescente volontà di lottare da parte proletaria, che la borghesia non può certo incoraggiare.

   In questa fase c’è un certo fiorire di sindacati di “lotta” o di base” (come in Belgio, in Grecia o nello sciopero degli elettrici inglesi).

   Nello stesso tempo si sviluppa la propaganda sulla democrazia (vittoria dei governi di sinistra (o di centro-sinistra come in Italia), l’affare Pinochet ecc., le mistificazioni sulla crisi (la critica alla mondializzazione, gli appelli ad una sedicente “terza via” che utilizzerebbe lo Stato per tenere le redini di una “economia di mercato sociale”) e si sviluppano le calunnie contro la Rivoluzione di ottobre, i bolscevichi e il comunismo in genere.

   Nonostante ciò, per quanto a molti possa apparire paradossale, si può dire che alla fine la classe operaia ha conservato un enorme potenziale per combattere questo sistema moribondo. I motivi di questo giudizio nascono da altri fattori che possono portare a una radicalizzazione dei movimenti di classe, sono:

  1. Lo sviluppo sempre più aperto della crisi economica mondiale. La crisi mette a nudo i reali limiti del Modo di Produzione Capitalistico.
  2. L’accelerazione della crisi corrisponde all’accelerazione degli attacchi contro la classe operaia. Ma essa significa anche che la borghesia è sempre meno in grado di diluire nel tempo questi attacchi, di riportarli o di concentrali su alcuni settori. Sarà sempre più tutta il proletariato a essere colpito in tutti gli aspetti delle sue condizioni di vita e di lavoro a essere minacciati. Così la necessità di dare una risposta agli attacchi sempre più massicci della borghesia metterà sempre più in chiaro la necessità di una risposta di massa da parte del proletariato.
  3. Nello stesso, la borghesia dei principali paesi imperialisti si impegna in avventure militari. Di conseguenza la società si impregna sempre di più da un’atmosfera di guerra. alcune circostanze (come il crollo del blocco “socialista” e della relativa campagna della “morte del comunismo”), lo sviluppo del militarismo può far aumentare il sentimento di impotenza del proletariato. Dalle mobilitazioni contro i vari interventi imperialisti, al di là del loro interclassismo e pacifismo, l’aspetto positivo sta nel fatto nell’incapacità da parte della borghesia di mobilitare in massa il proletariato per le sue avventure militari.

SULLA CRISI ATTUALE

   Dalla metà degli anni ‘70 è divenuto impossibile per i capitali più concentrati (quelli con una massa enorme di macchinari in rapporto ai lavoratori impiegati) investire ulteriormente ricavando un tasso di profitto superiore a quello ottenuto in precedenza ottenuto con un capitale minore.

   Di conseguenza, da un lato è stato avviato un poderoso processo di trasferimento delle lavorazioni più mature e standardizzate in paesi poco (o niente) industrializzati nell’intento di alzare i profitti; dall’altro lato, una parte dell’enorme massa dei capitali prodotti da circa 30 anni di sviluppo capitalistico (ovvero di sfruttamento operaio) non ha potuto trovare impieghi remunerativi adeguati, nel ciclo produttivo, per gli appetiti capitalisti ed ha cominciato, per così dire, a “agitarsi” girovagando per tutto il globo in cerca di delle occasioni migliori: fossero le materie prime o gli interessi sui prestiti a breve termine o i differenziali tra i cambi delle valute.

   Di pari passo, come si diceva prima, è cresciuto a dismisura l’indebitamento dei paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” verso cui è confluita, attraverso l’intermediazione del sistema finanziario internazionale, una parte significativa dei capitali in eccedenza in cerca di valorizzazione. La massa dei capitali in cerca di adeguata valorizzazione sui mercati internazionali rappresenta l’aspetto specifico della crisi (anche se non mancano gli aspetti cosiddetti classici della sovrapproduzione delle merci, della disoccupazione, del sottoimpiego delle capacità produttive).

   Combinato con questo principale, campo di sfogo del capitale in eccesso, vi furono in questo periodo altri campi di sfogo ausiliari e complementari, tra cui particolarmente importante è stata la privatizzazione nei paesi imperialisti dei settori economici pubblici e dei servizi sociali. Non è un caso che è nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 che cominciarono ad avviarsi le cosiddette politiche neoliberiste. Ed è sempre in questo periodo, che prese corpo la controffensiva dei paesi imperialisti tesa a ridurre la rendita petrolifera e il potere politico ed economico dell’OPEC.

   Negli anni ’90 e nei primi anni del nuovo secolo il capitale in eccesso ha trovato principalmente sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” (creazione di una struttura produttiva integrata a livello internazionale, con cui i paesi semicoloniali e nei paesi che erano considerati “socialisti” o che ancora si definiscono tali come la Cina, sono stati trasformati in un’officina mondiale per la produzione di manufatti con bassi salari e con vincoli antinquinamento di basso livello), nelle fusioni e aggregazioni che crearono grandi imprese produttive mondiali nell’ulteriore sviluppo della finanziarizzazione e della speculazione.

   In questo periodo della cosiddetta “globalizzazione”, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi detti “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Kong). I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1986-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2006 + 47,2%. questo gigantesco afflusso di capitali ha creato una mondializzazione della produzione industriale. Con un forte aumento dei reparti produttivi collocati in Asia, in America Latina. Nel periodo tra il 1982 e il 2007 i dipendenti delle filiali all’estero delle multinazionali sono balzati da 21 milioni e mezzo a 81 milioni e 615.000. Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone. Nella sola Cina vi sono 100 milioni di lavoratori nell’industria, 50 milioni di addetti all’edilizia, 6 milioni di minatori, 20-25 milioni di lavoratori dei trasporti. Dal 1996 al 2006 la totalità della crescita dell’occupazione industriale mondiale si è realizzata fuori dai paesi dell’OCSE. Nei primi 5 anni del XXI secolo Brasile, Cina, Russia, e India hanno creato 22 milioni di nuovi posti di lavoro l’anno, complessivamente 110 milioni (molti nell’industria). Questi addetti all’industria lavorano in media 9 – 10 ore al giorno, se non di più. La grande maggioranza di loro riceve paghe, nettamente inferiori alla media mondiale dei salari industriali. Questa tendenza è in atto anche per i lavoratori dei paesi imperialisti, statunitensi in testa, che sempre in questo periodo hanno visto venire meno le garanzie occupazionali e il salario ridotto sempre più all’osso.

   Negli ultimi tre decenni il capitale transazionale è ulteriormente penetrato in agricoltura. Le società che producono macchine agricole, fertilizzanti, sementi, medicinali per il bestiame e le piante, le banche, le corporations della raccolta e commercializzazione dei cereali e degli altri prodotti agricoli, le imprese dell’agro-alimentare e quelle della grande distribuzione, hanno stretto in una morsa di ferro i piccoli produttori agricoli “indipendenti”. E li hanno trasformati, quali fossero i loro titoli formali di proprietà sulla terra, in un enorme esercito di proletari e semi-proletari di un’agricoltura sempre più dominata dal mercato mondiale e dalle forze dominanti in esso.

   L’attuale crisi mondiale è cominciata negli U.S.A., si è estesa nei paesi capitalisti più avanzati e poi (attraverso l’esportazione di capitali e l’industrializzazione accelerata) a tutto il mondo (contribuendo tra l’altro al crollo del cosiddetto blocco “socialista”.

   Si può dire tranquillamente che ci troviamo davanti a una crisi generale del capitalismo.

   Cosa si deve intendere per crisi generale del capitalismo? La crisi è generale perché non riguarda solo alcuni aspetti, ma il complesso della società. Si tratta di una crisi economica, quindi di una crisi politica e di una crisi culturale. La crisi economica non può trovare una soluzione in campo economico, a differenza di quanto credono i riformisti che si affannano a proporre misure economiche quali “meno orario a pari salario”, “lavori socialmente utili”, “maggiore competitività”, “meno concorrenza” ecc.; per evitare il crollo del sistema. Essa trapassa in crisi politica (le istituzioni esistenti non rispondono più alle esigenze del grande capitale e i gruppi capitalisti lottano gli uni contro gli altri per assumere il controllo dello Stato trasformandolo in conformità ai propri scopi) e sociale – culturale (aumenta l’insicurezza per le masse, aumentano le tensioni e la violenza nei rapporti tra gli individui, le idee formatesi prima diventano inadeguate e se ne manifestano di nuove). Gli idealisti, non hanno una visione unitaria, trattano le crisi politica e culturale non vedendone i legami che esse hanno con la crisi economica.

   A quelli che si sorprendono dell’attuale crisi, bisognerebbe farli leggere gli stralci di un’intervista che Carlo De Benedetti nel “lontano” 1998: Quella che stiamo vivendo è la prima crisi finanziaria in un mercato globale. La diffusione delle tecnologie e la globalizzazione interagiscono in modo nuovo e senza precedenti. L’attività economica mondiale ha subito un tale rallentamento che è oggi corretto dire che l’economia globale è alle soglie della recessione.  …il rallentamento dell’attività economica negli Stati Uniti determina una fase di contrazione degli investimenti e di inizio della riduzione dell’occupazione. Di conseguenza si ridurranno i redditi e i consumi individualiE poiché questi eccessi finanziari globali sono di gran lunga i maggiori che il mondo abbia mai visto, la mia tesi è che non possono che essere il presagio a una gravissima crisi globale. Ma la maggiore preoccupazione è quella che una crisi iniziata come finanziaria, e che già si è trasformata per i due terzi della popolazione mondiale in crisi economica, possa trasformarsi come altre volte nel passato, portare e crisi sociali e politiche”.(Intervista di Carlo De Benedetti suIl Sole – 24 0redel 23.10.1998).

   Questa è una crisi di lunga durata. Da più di 30 anni e a ogni nuovo ciclo di crisi finanziaria (all’interno della crisi generale) produce nuove dirompenti contraddizioni: gli sforzi di coordinamento internazionale, i salvataggi dei paesi in difficoltà (come nel 1994 il Messico, nel 1998 la Russia, il Brasile…) pongono rimedi alla situazione contingente senza risolvere il problema fondamentale che sul versante del capitale, è rappresentato dall’impossibilità di riavviare il processo di accumulazione a un grado soddisfacente.

   Crisi generale del Modo di Produzione Capitalistico significa crisi economica, sociale, culturale e politica, di lunga durata e mondiale.

   Cerchiamo di vedere uno degli aspetti dell’attuale crisi: quello inerente alla finanza.

   Partiamo dal fatto che il capitale finanziario non è la causa o la forma motrice della crisi. Il gonfiamento (l’accrescimento rapido, tumultuoso e illimitato) del capitale finanziario è un effetto, una delle manifestazioni della crisi, come lo è la sovrapproduzione di merci e la sovrappopolazione.

   Il capitale finanziario è una categoria tipica della fase imperialista. Lenin ha mostrato il ruolo dirigente, in questa fase del capitalismo, in campo economico del capitale finanziario.

   Con questo, non bisogna esagerare sul ruolo delle banche nell’economia, Lenin non parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario bensì della fusione di queste due forme di capitale che egli denominò appunto capitale finanziario.

   Marx diceva a proposito:Quando la produzione capitalista si sviluppa pienamente e diventa il modo di produzione fondamentale, il capitale usuraio si sottomette al capitale industriale e il capitale commerciale diventa un modo di essere del capitale industriale, una forma derivata dal suo processo di circolazione. Ma proprio per questo, entrambi devono arrendersi e assoggettarsi preventivamente al capitale industriale” (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II°).

   Per Marx è la banca che s’indebolisce se perde i suoi legami con l’industria e il commercio. Il capitale può funzionare solo simultaneamente come capitale produttivo, capitale-merci e capitale-denaro. In questa formula trinitaria è il capitale produttivo che svolge il ruolo più importante poiché può funzionare autonomamente, mentre gli altri costituiscono ciò che Marx chiamava “capitale inattivo”.

  Certi equivoci nascono dal fatto che per “finanza” s’intende fondamentalmente speculazione borsistica. La definizione di Lenin è come abbiamo visto è più ampia e lungimirante: infatti, se si approfondisse l’analisi dei bilanci delle grandi imprese che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scoprirebbe che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Facciamo degli esempi. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT, è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e dal denaro in prestito dalle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensione degli U.S.A., per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse, tendono a fondarsi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale. Secondo lo studio della società di consulenza InterSecResearch, le azioni possedute da queste strutture su scala mondiale nel 1998 arrivavano a 11 miliardi di dollari. Il 10% circa dei portafogli dei fondi pensione statunitensi è investito fuori dagli U.S.A., e sono diventati o protagonisti di primo piano delle fusioni e delle acquisizioni ovunque nel mondo. La General Motor, pur essendo una delle più grandi imprese del settore automobilistico del mondo, in realtà è un agglomerato in cui gli assetti finanziari costituiscono l’80% del suo bilancio aggregato, lo stesso discorso vale per le imprese come Ford e Chrysler. 

   Riprendiamo il discorso su crisi e speculazione.

   Con il crollo del 1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità dei rapporti che si era venuta a creare. A differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così una mazzata finale, il sistema aveva creato nel frattempo delle cinture “protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori colpiti da tutti gli altri, impedendo la propagazione dei fenomeni. Queste forme di gestione collettiva dell’economia per gestire la crisi, che già Marx ne parlava nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse). Il capitolo del denaro (Opere complete vol. 29), nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo per questo motivo, diventa un’esigenza da parte della borghesia creare in continuazione forme di gestione collettiva che costituissero una mediazione di questo contrasto, che cerchino di porre in qualche misura dei freni agli effetti più devastanti dal fatto che i rapporti di produzione capitalisti sopravvivono. Queste forme di gestione collettiva sono: le società per azioni, le associazioni di capitalisti, i cartelli internazionali di settore, le banche centrali, le banche internazionali, i sistemi monetari internazionali, i sistemi monetari fiduciari, le politiche statali, gli enti economici pubblici, i contratti collettivi di lavoro, i sistemi assicurativi generali, i regolamenti pubblici dei rapporti economici, gli enti sopranazionali, il capitalismo monopolista di stato.

   Permanendo lo stato di crisi, il capitale speculativo s’ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire proprio lo smantellamento di queste cinture protettive. Il risultato è stato che in nessun paese, esiste più una separazione fra credito a esercizio breve e finanziamento a lungo termine delle imprese industriali; è venuta a meno la divisione fra banche d’affari e banche commerciali; vi è totale commistione fra istituti di credito, sono nati e si sono sviluppati hedge-funds, specializzati nella speculazione sui derivati, si è estesa in modo sconvolgente la speculazione delle banche in conto proprio con la propensione degli istituti di credito a finanziarie le attività speculative.

   Attività speculative e ruolo delle banche sono fattori chiave per comprendere l’attuale situazione di crisi capitalista. Se si prendesse come esempio il caso Parmalat, quello che è successo non deve certo essere interpretato che tutto ciò che è accaduto sia dovuto alle avventure di un “furbone” in un paese come l’Italia dove non ci sono “regole”. Quello che è accaduto (e questo discorso vale per tutti i paesi capitalisti) non è stato solamente una gestione speculativa delle eccedenze valutarie, cioè del capitale monetario temporaneamente inattivo, ma i profitti generati nel processo produttivo erano totalmente al servizio dell’attività speculativa, diventata sotto ogni punto di vista il vero business dell’azienda.

   È errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzare il loro capitale e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli U.S.A., il monte salari è stato una percentuale decrescente del P.I.L.) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato, milioni di famiglie si sono indebitati, le imprese sono riuscite così a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.   

   Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso rateizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (anche a chi ha avuto problemi di pagamento). Fenomeno che si è diffuso dagli U.S.A. a tutti gli altri paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie tendono al risparmio) l’indebitamento delle famiglie è salito in pochi anni, in Spagna e salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

   Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stato evitato e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari U.S.A. e del crollo del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

   Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

   Le chiavi attorno a cui ruota l’interno meccanismo furono essenzialmente quattro:

  1. I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartolarizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamate morgtgage-backed Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli di debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso d’interesse è agganciato al tasso d’interesse interbancario (LIBOR rate) – che serviranno per acquistare le obbligazioni rischiose dalla banca madre, cartolarizzarle nella forma di collateralized debt obligation (Cdo) e rivenderle ad altre istituzioni bancarie oppure a investitori come fondi pensione o hedge funds. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che lega i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e in tassi d’interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  2. Collateralized Debt Obligation (Cdo). La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  3. Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravvalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista in cui operano, se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  4. Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prendere denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando alti profitti. Per quanto riguarda la bolla sub prime, l’inflazione dei prezzi immobiliari alla base della continua rivalutazione dei titoli cartoralizzati ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi dei commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma sulla pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare. 

   Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

   La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie infotelematiche (TIC): ma alla fine, i forti incrementi in termini di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale a lavoro.

   L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, dell’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, della finanziarizzazione dell’economia e di attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa giacché avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

   Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% all’1%. Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi d’interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio, chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

   Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto.  Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

   Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

   Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

1) Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.

2) Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.

3) Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

   Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti, ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari. Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

   Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche).  

   Nel primo trimestre 2009 le 390 imprese che ci sono al mondo vedono calare i loro profitti del 75% e il fatturato del 26% su base annua.

   La crisi incide nei consumi della maggior parte della popolazione. All’inizio del 2009 negli USA 32,2 milioni di persone fanno la spesa con i buoni governativi, se poi si guardassero i consumi più indicativi (case e auto) si scopre che negli USA 12 milioni di persone vivono in coabitazione e le richieste in tal senso crescono, mentre 14 milioni di abitazioni sono vuote. Quanto all’auto essa ha avuto diversi sostegni per opera di vari governi, ma la più grande fabbrica russa licenzia, nel 2009. 27.000 dipendenti, la FIAT nel terzo trimestre del 2009, accusa su base annua un calo del 15,9% del proprio fatturato, e lo stesso avviene per il gruppo PSA francese, sia pure in maniera più contenuta.

   Nel 2009 negli USA Chrysler e GM sono decotte e l’industria dell’auto lavora al 51,2% delle proprie capacità produttive contro il 54,5% del 2008. Ma è tutta l’industria U.S.A. come quella degli altri paesi imperialisti che lavora con una capacità utilizzata al 70%.

   Le banche sono in ginocchio: le perdite ufficiali sono di 1717,4 miliardidi dollari (1167,5 SUA, 567,1 Europa 48,2 Asia), tuttavia il Fondo Monetario Internazionale ammonisce che la metà delle perdite bancarie sono occultate con giochi di bilancio, il che significa che le cifre prima indicate vanno raddoppiate, sfiorando i 3.500 miliardi di dollari.

   Non meno mostruosa è la crescita dell’indebitamento pubblico, le previsioni sono catastrofiche ad esempio per il 2010 è prevista per i SUA una crescita del debito del 97/5% (rapporto debito federale-PIL). In realtà non si conoscono le cifre esatte dell’indebitamento totale, c’è chi parla di 80-90 miliardi di dollari d’indebitamento mondiale.

   Chi pagherà questa massa enorme di debiti che sta franando? Esiste una consistente riserva inutilizzata: i capitali in giacenza presso i paradisi discali, che secondo alcune stime sarebbero qualcosa come 33 miliardi di dollari. Se un improbabile San Francesco convertisse gli evasori (capitalisti che falsano i bilanci, politici corrotti, mafiosi ecc.) a dare i loro capitali occultati per riparare il buco nero che sta divorando l’economia mondiale, si potrebbe ottenere una cifra pari a 1/7 del volume del debito globale (dico potrebbe perché con le cifre bisogna essere prudenti e quelle ufficiali sono di molto inferiori alla realtà). Poco per riparare il debito. Poiché di un San Francesco non se ne intravede l’ombra, gli evasori professionali continuano con il loro tipico atteggiamento: sottoscrivono i bond del debito pubblico in cambio d’interessi favorevoli e di benevolenza verso l’evasione fiscale, altrimenti nulla. E i governi lo sanno bene, poiché le posizioni contro i paradisi fiscali sono in realtà un’autentica burla, del fumo negli occhi.

   Il capitalismo è in un culo di sacco, per distruggere il debito dovrebbe attuare una politica iperinflazionistica come quella attuata nella Germania del 1923, quando i prezzi crescevano di ora in ora, se non di minuto in minuto, dove un fascio di broccoli costava 50 milioni di marchi, e il cambio sul dollaro del 23.11.1923 arrivò a 4.200 marchi per dollaro. Questa inflazione permise di azzerare i vecchi debiti: si poteva rimborsare il mutuo fatto per acquistare una casa con una somma che, al momento dell’estinzione, bastava ad acquistare un paio di scarpe. L’economia tedesca però era ferma: le industrie erano ferme, la moneta non valeva più nulla (si ritornava allo scambio in natura), sicché il governo dovette cambiare, radicalmente, la politica inerente alla stampa selvaggia di carta moneta; i vecchi marchi furono ritirati dal mercato con un tasso di cambio del genere: una monetina d’oro da un marco contro mille miliardi di carta straccia.

   In altre parole, per distruggere il debito si rischia di distruggere l’apparato produttivo, in sostanza di creare un deserto.

   Torniamo alla cosiddetta lotta ai paradisi fiscali e all’evasione. Perché cosiddetta? Perché burla? Se Obama volesse veramente combattere l’evasione fiscale, non avrebbe bisogno di spingersi sulle montagne svizzere, gli basterebbe varcare il Deleware ed entrare nel territorio di uno Stato della Federazione americana di cui egli è presidente, che è uno dei paradisi fiscali dei più illustri al mondo, le cui performance umiliano Svizzera e Lussemburgo, e senza dimenticare Puerto Rico che è un protettorato U.S.A. di diritto, nonché Panama protettorato U.S.A. di fatto. Questo discorso vale anche per gli altri paesi imperialisti che tuonano contro lo scandalo dei paradisi fiscali, ma proteggono da decenni, i propri paradisi fiscali. Come Macao e Hong Kong sono un’emanazione della Cina, Monaco è un protettorato francese, di fatto, mentre le isole francesi del canale e i territori di oltremare sono suolo francese, e lo stesso dicasi per le isole inglesi del canale o Gibilterra, l’Andorra è un protettorato franco-spagnolo, Panama, Puerto Rico e Deleware (come si è detto prima), San Marino è un’isola in terra italiana. I comunicati che i vari paesi imperialisti contro i paradisi fiscali, sono delle autentiche buffonate, perché basterebbe che i singoli paesi (USA, Inghilterra, Francia, Cina in testa), prendessero misure concrete (e serie) sui loro paradisi fiscali, quelli cioè che si trovano nel loro territorio o nella loro orbita. Così non avviene. L’iniziativa di Obama contro la Svizzera in realtà mirava a colpire la Svizzera per favorire i paradisi fiscali U.S.A. In sostanza, un atto concorrenziale, volto a convincere gli evasori amerikani a tornare in patria, dove potranno continuare a evadere ma patriotticamente.

   Ma quanto vale o pesa l’evasione fiscale? Prendiamo le cifre ufficiali (da prendere sempre con le molle): per l’OCSE vale 7000 miliardi di dollari, per il governo U.S.A siamo a 7300 miliardi, per Guerra, numero uno dell’OCSE, siamo a 11 miliardi (così corregge al rialzo la stima della propria organizzazione).Come si vede sono cifre enormi ma assolutamente approssimative, perché indicano in genere il volume del capitale che giacciono nei cosiddetti paradisi fiscali in un momento dato, ma il fatto è che queste somme sono capitali che vanno investiti, il compito dei paradisi è di occultare, rietichettare e reinvestire i capitali con un continuo movimento di andirivieni.

   In Italia, negli anni ‘70 il Ministero delle Finanze riteneva che 1/3 del reddito italiano fosse occultato, poco male nella vicina Francia, che ha fama di grande efficienza burocratica, ciò avveniva negli anni ’60. A questo bisogna aggiungere la massa enorme dei profitti creati dalle attività criminali: l’industria del crimine è valutata dall’ONU come un’industria che vale il 5% almeno del PIL mondiale e questo significa evasione necessaria: questo reddito deriva dal commercio della droga, dallo sfruttamento della prostituzione, dal commercio dei lavoratori clandestini ecc.

   Analogo discorso vale per il lavoro nero: in Italia Confindustria e Istat (che portano dati da prendere sempre con le molle) stimano al 15% del PIL. e a livello mondiale l’OCSE ha stimato che il 60% dei lavoratori al mondo (1,8 miliardi) lavora in nero.

   Torniamo alla cosiddetta lotta all’evasione fiscale lanciata da Obama. Il contenzioso contro la Svizzera, volta a ottenere informazioni sui conti di 52.000 correntisti americani ottenne il risultato che furono consegnati o rivelati solo 4450 conti. L’amministrazione Obama spacciò questo risultato come una vittoria, ma d’altronde questo non deve meravigliare, poiché è consuetudine dei tutti politici borghesi chiamare vittorie le sconfitte.

   Un’altra cosa da rilevare è che nei paradisi fiscali non sembrano per nulla impressionati dagli squilli di guerra che squillano contro di loro; dopo il G20 di Londra, il presidente della Liberia, un altro notissimo paradiso fiscale, dice che “non cambia nulla e non cambierà niente” e che continueranno a collaborare come prima con gli USA (che sono il loro protettore).

   Se poi si andasse a vedere i conti occultati in Svizzera e che furono rivelati, quello che viene fuori è che sono intestati a prestanome poco consistenti da punto di vista patrimoniale, ma dietro ci sono autentici colossi. Ma questo in realtà è solo un aspetto secondario del problema, perché gli U.S.A. sono essi stessi un paradiso fiscale (non solo il Deleware), perciò la manovra di Obama è in realtà un atto di concorrenza tra paradisi fiscali. Abbiamo parlato prima del Deleware. Si scoprirà che in questo piccolissimo Stato, hanno sede un milione di società tra cui 250 delle 500 più grandi classificate da Fortune; in un palazzo della capitale di questo statale hanno sede 200 mila società, che fa rendere ridicolo il “primato” mondiale delle Cayman nelle quali un palazzo ospitava solo 18.000 società; il motivo di ciò è molto semplice, nel Deleware non si pagano imposte sui profitti societari e il libro dei soci è impenetrabile sicché il 56% delle società quotate a New York hanno sede nel piccolo Stato, tutto questo di chi alla faccia di chi a sinistra soprattutto dice che negli Stati Uniti c’è una feroce lotta all’evasione fiscale.

   Enorme è stato l’impegno a sostegno dei salvataggi bancari, valutabili in termini di trilioni di dollari di aiuti diretti e indiretti. Le banche sembrerebbero “risanate”. Sembrano appunto. Nel 2008 negli USA il numero dei fallimenti nel 2008 fu 25, nel 2009 (fino all’inizio di novembre) 124, cui si devono aggiungere 522 banche in serie difficoltà.

   Ma non è tutto: un settore importante su cui il sistema finanziario si regge, è quello dei fondi pensione per via dei loro immensi patrimoni. Questi alla fine del 2009, dichiarano di non poter garantire il vecchio livello delle pensioni (che fondamentale per il livello consumi negli USA) se non trovano una “piccola” somma di 2000 miliardi che al momento manca.

   Perciò dire che la crisi bancaria è passata è una grandissima balla, la politica dei salvataggi può solo tamponare la situazione.

   Dopo la Seconda guerra mondiale imperialista, lo Stato della borghesia imperialista USA ha assicurato la persistenza o il ristabilimento del dominio delle classi borghesi nella parte continentale dell’Europa Occidentale, in Giappone e in buona parte delle colonie e delle semicolonie.

   La borghesia imperialista USA aiutò la borghesia dei singoli paesi a ricostruire i propri Stati. Essa pose tuttavia dei limiti alla sovranità di alcuni nuovi Stati (l’Italia in primis), assicurandosi vari strumenti di controllo della loro attività e d’intervento in essi.

   Nei 45 anni che seguirono la fine del conflitto, i conflitti tra questi Stati e gli U.S.A. non hanno avuto un ruolo rilevante nello sviluppo del movimento economico e politico, con delle eccezioni come ad esempio le tensioni con gli Stati della borghesia francese e inglese in occasione della campagna di Suez del 1956.

   Questo non significa che è finita l’epoca dei conflitti fra Stati imperialisti. Finché gli affari sono andati bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppata felicemente (e ciò è stato fino all’inizio degli anni ’70), non si sono sviluppare contraddizioni antagoniste tra Stati imperialisti, né potevano svilupparsi se è vero che esse sono la trasposizione in campo politico di contrasti antagonisti tra gruppi capitalisti in campo economico. Il problema sorge quando dalla metà degli anni ’70 comincia la crisi. E da questo momento che la lotta da parte degli U.S.A. per la difesa dell’ordine internazionale (quello che certa pubblicistica ha spacciato per “nuovo ordine internazionale”) si mostra alla fine per quello che è effettivamente: lotta per difendere gli interessi dei capitalisti U.S.A e le condizioni di stabilità politica all’interno degli Stati Uniti, cioè del dominio di classe sulla popolazione americana anche a scapito degli affari della borghesia degli altri paesi diventando quindi un fattore d’instabilità politica.

   Né i capitalisti operanti in altri paesi possono concorrere a determinare la volontà dello Stato USA al pari dei loro concorrenti americani:

  1. Benché vi sia una discreta ressa di esponenti della borghesia imperialista di altri paesi a installarsi negli USA, a inserirsi nel mondo economico e politico USA: pensiamo solamente ai defunti Onassis e Sindona;
  2. Benché molti gruppi capitalisti di altri paesi organizzino correntemente gruppi pressione (lobbies.) per orientare l’attività dello Stato federale USA e partecipano, di fatto, attivamente a determinare l’orientamento.

   Man mano che le difficoltà dell’accumulazione di capitale, c’è il tentativo da parte di una frazione della borghesia imperialista mondiale di imporre un’unica disciplina a tutta la borghesia imperialista cercando di costruire attorno allo Stato USA il proprio Stato sovrazionale. Questo tentativo è favorito dal fatto che negli anni trascorsi dopo la Seconda guerra mondiale imperialista, si è formato un vasto strato di borghesia imperialista internazionale, legata alle multinazionali, con uno strato di personale dirigente cresciuto al suo servizio.

   Già sono stati collaudati numerosi organismi sovrastali (monetari, finanziari, commerciali), che sono, come si diceva in precedenza, un tentativo di gestione collettiva che deve mediare il contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo. Attraverso questi organismi uno strato di borghesia imperialista internazionale tenta di esercitare una vasta egemonia.

   Parimenti si è formato un personale politico, militare e culturale borghese internazionale. Di conseguenza ci sono le basi materiali per il formarsi di un unico Stato, ma la realizzazione di un processo del genere, quando la crisi economica avanza e si aggrava, difficilmente si realizzerebbe in maniera pacifica, senza che gli interessi borghesi lesi dal processo si facciano forti di tutte le rivendicazioni e pregiudizi nazionali e locali.

   Tutto questo è importante, per comprendere le dinamiche che avvengono a livello di politica economica, internazionale e l’inseguire falsi obiettivi, come l’andare a contestare le varie riunioni come il G8 dove si riuniscono i principali briganti imperialisti. In realtà, queste riunioni non sono un embrione di governo mondiale dell’economia, ma sono un mascheramento delle reciproche impotenze dei vari paesi imperialisti a governare la crisi. 

   Quando nel 2009 si riunirono i vari briganti imperialisti a Londra, essi misero sul piatto della bilancia 5.000 miliardi di dollari d’interventi, ma al TG2 della sera del 02.04.2009 Federico Rampini, giornalista di Repubblica, fa notare che questa è solo la somma dei diversi provvedimenti decisi dai singoli governi, senza alcun coordinamento globale, ognuno agisce per contro proprio, non esiste nessuna politica economica mondiale dei vari paesi che partecipano ai vari G. Sintomatico, è quello che avviene nel campo degli ammortizzatori sociali: USA e Canada lasciano scoperti (senza alcuna tutela cioè) il 57% dei lavoratori, che diventano il 93% in Brasile, l’84% in Cina, il 77% in Giappone, il 40% nel Regno Unito, il 18% in Francia e il 13% in Germania (fonte ILO),come si vede, si va da una copertura quasi totale come in Francia e in Germania a una marginale ò pressoché assente in Cina, Giappone e Brasile.

   Ma è poi vero che i miliardi spesi sono 5000? Proprio nei giorni del G20 di Londra,

Il Sole 24 Ore pubblica una mappa analitica e aggiornata degli interventi compiuti dai vari governi dal settembre 2008 al marzo 2009 e la cifra è sconcertante: 22-23 mila miliardi di dollari, contro gli 80 che costò il new Deal e i 500 del costo della seconda guerra mondiale imperialista,  la metà di questa cifra o quasi è impegnata solo dal governo USA (amministrazioni Bush e Obama) e larghissima parte di essi, in USA e nel mondo, è destinato alle banche.

   Raffrontando queste cifre risulta che:

  1. La spesa della Seconda guerra mondiale imperialista abbraccia un arco di 6 anni, qui siamo in presenza di 6-7 mesi;
  • La spesa militare nella Seconda guerra mondiale imperialista rilanciò l’economia USA, infatti, nel 1941 il PIL era di poco superiore al 1929 e s’impenna negli anni susseguenti raddoppiando quasi mentre nel 1943-44 la percentuale del PIL della spesa militare era pari al 44,6%. Adesso invece si spende molto di più ma l’economia non sembra reagire positivamente.

   Che queste cifre non siano arrivate alla stampa “popolare” è evidente: l’enormità della cifra significa che siamo vicini al si salvi chi può.

  L’estate del 2011 ha messo in evidenza che le enormi immesse non possono arrestare l’emorragia e che il capitalismo viene trascinato in una china che come dimostrano i dati prima citati, che è molto ben più grande di quella del 1929.

LA CRISI ECONOMICA ACCENTUATA DALLA PANDEMIA

    La pandemia da Covid 19 sembra svelare, anche ai meno attenti, che il capitalismo nelle sue diverse forme di “capitalismo buono” o Welfare Keynesiano e di “capitalismo cattivo” neoliberista non è la soluzione ma il problema. Non è il sistema che può garantire ai lavoratori un benessere più diffuso ma è lo strumento che costringe all’impoverimento di masse sempre più cospicue della popolazione mondiale. Il Covid 19 è la recente manifestazione dell’agonia capitalistica.

   Come si diceva prima la tendenza alla decrescita dei tassi di profitto industriali negli USA dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso[1] e la successiva fine degli accordi di Bretton Woods (nel 1971)[2] sono i momenti in cui il capitale per valorizzarsi a un profitto maggiore, necessita di spostare gli investimenti dall’economia reale a quella finanziaria.

   Negli anni ’80 con il modello socialista ormai snaturato dal pluridecennale revisionismo e ormai entrato in crisi, si realizza l’egemonia economica e culturale degli USA in un mondo sempre di più unipolare e privo di alternative sistemiche: edonismo e individualismo promuovono un modello di crescita con ulteriore indebitamento sia pubblico che privato. L’Italia con il movimento operaio con la sua forza era riuscito era riuscito a strappare importanti conquiste al capitale e allo Stato borghese, vede realizzarsi la prime disfatte del movimento sindacale diretto da gruppi dirigenti disponibili alla concertazione, proni alla agli interessi della controparte interessata a ridurre progressivamente l’incidenza di sindacati e lavoratori al tavolo delle trattative. Di lì a poco sarebbe maturata inevitabilmente anche la sconfitta del movimento operaio, mentre l’alveo democratico borghese italiano ed europeo era ormai definitivamente accettato come l’unico possibile anche dal PCI più importante dell’occidente capitalista, incamminandosi gradualmente sulla disastrosa via del moderno revisionismo. L’Italia, quindi, si accoda al modello ormai imperante, e nel 1981 si realizza il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia con una ulteriore crescita del debito pubblico, una decrescita dei tassi di profitto industriale e una crescita degli investimenti speculativi.

   Nel febbraio 1981 il governo Forlani (nella persona del Ministro del Tesoro Nino Andreatta un tecnocrate della Borghesia Imperialista esponente della cosiddetta “sinistra democristiana) e dall’allora Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Essi alla chetichella e del tutto illegalmente misero in vigore una decisione politica dalle implicazioni enormi ed eversiva anche della Costituzione del 1948.[3]  Con questa decisione lo Stato non poteva più decidere quanta moneta la Banca d’Italia doveva creare perché lo Stato potesse far fronte ai suoi compiti in sede politica. Per far fronte a essi da allora lo Stato avrebbe dovuto far ricorso al mercato finanziario. Avrebbe cioè dovuto emettere e vendere titoli finanziari con cui chiedere in prestito alla “comunità internazionale” dei banchieri, delle società finanziarie, dei fondi di investimento, i soldi che eccedevano le sue entrate: cioè dei servizi pubblici, dei profitti delle imprese pubbliche, delle rendite dei beni demaniali.

   In questo modo la “comunità finanziaria” otteneva quattro vantaggi.

  1. Creava un campo proficuo di investimento per i suoi capitali che, stante la sovrapproduzione assoluta di capitale in corso nell’economia reale, aveva difficoltà a investire altrimenti. Era come si diceva prima l’epoca delle furiose pressioni del sistema imperialista mondiale sul “campo socialista” e sui paesi neocoloniali,[4]  perché si indebitassero.
  2. Creava un buon pretesto per premere, con la virtuosa motivazione di reperire denaro per la Pubblica Amministrazione, a favore delle privatizzazioni del settore pubblico dell’economia e dei servizi pubblici che in questo modo diventano un altro campo di investimento del capitale. Privatizzazione che infatti in Italia partì alla grande sotto l’alta direzione di Romano Prodi all’epoca presidente dell’IRI (mentre il debito pubblico, anziché diminuire per i proventi delle privatizzazioni, continuava ad aumentare a gran velocità).
  3. Allentava la pressione fiscale, mentre la spesa pubblica aumentava per le prestazioni crescenti che la “politica” (intesa come partiti, correnti, consorterie varie, lobbie di interessi, logge massoniche come la P2) imponeva alla Pubblica Amministrazione. Una delle varie per far fronte alle maggiori spese per la Pubblica Amministrazione era l’aumento delle imposte, delle tasse e dei contributi, ed era sempre viva la pressione per farli pagare, come d’altronde indica la Costituzione (e questo non solo in Italia, ma per effetto della prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale cominciata con la rivoluzione di ottobre del 1917 in Russia e sbocciata nel secondo dopoguerra con la costituzione di un campo socialista, principi analoghi alla Costituzione italiana erano iscritti nelle Costituzioni e nelle legislazioni di tutti i pesi retti a democrazia borghese) “ad ogni cittadino i proporzione al suo reddito”, con evidente danno per i capitalisti, il clero e le rispettive associazioni e attività economiche.
  4. Poneva le premesse per la riduzione della spesa pubblica, cioè per contrastare con maggior argomenti le richieste che il movimento proletario e popolare di crescenti prestazioni della Pubblica Amministrazione per dare attuazione effettiva ai diritti (istruzione, igiene, sanità, pensioni, servizi vari ecc.) che dovevano essere universali stando alla coscienza che la solidarietà sociale che la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale aveva diffuso. Occorre ricordare che in tutti i paesi imperialisti dopo la seconda guerra mondiale, Borghesia Imperialista, attraverso i revisionisti moderni ha corrotto il Movimento Comunista trasformandolo da un movimento rivoluzionario in un movimento puramente rivendicativo nell’ambito della società capitalista. Per la Borghesia fu certamente un decisivo vantaggio politico, che però comportò un prezzo elevato da un punto di vista economico.

   In sostanza, con la sottrazione del sistema bancario e monetario all’autorità del governo, in ogni paese imperialista i governi e in generale le autorità della Pubblica Amministrazione nazionale e locale divennero clienti del sistema finanziario. Per finanziare la spesa pubblica eccedente, le loro entrate, emettevano titoli di debito pubblico che vendevano alle banche e tramite queste al pubblico, privatizzando imprese e servizi pubblici e vendendo beni demaniali. Tutte queste privatizzazioni erano campi di investimento per i capitalisti.

   Nel nostro paese è dal 1981 che il debito pubblico ha preso a gonfiarsi stabilmente e rapidamente: non perché lo Stato ha fornito più servizi pubblici, ma perché ha dovuto far fronte alla vecchia spesa e pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico e le commissioni alle banche e alle altre istituzioni finanziarie che li vendevano al pubblico. Per lo stesso motivo tutte le misure “per ridurre il debito pubblico e il deficit di bilancio annuale dello Stato” si sono tradotte in miseria crescente per le masse popolari, in taglio dei servizi, in ridistribuzione del  reddito a favore dei ricchi ecc., ma il debito pubblico ha continuato a crescere: nel maggio 2011 il debito pubblico italiano era quasi di 1.900 miliardi di Euro, e dopo la “cura da cavallo” operata dal governo Monti è salito a quasi 2.050 miliardi di Euro.

   Il capitalismo ha ottenuto una vittoria storica, ancorché provvisoria, sulla classe operaia e la lancia la sua offensiva. Intervengono quindi leggi per assecondare l’ulteriore concentrazione della ricchezza. Ne consegue l’attacco strumentale al debito pubblico e si costruisce l’idea che il debito possa essere ridotto e controllato solo attraverso la distruzione del welfare e l’affidamento dei servizi alla gestione privatistica sussidiaria, “più efficiente e meno costosa per la collettività”. Il capitalismo ha bisogno di liberare capitali per le speculazioni e lo fa costruendo l’idea di un nuovo modello urbano che necessita della deindustrializzazione per aumentare la qualità della vita della collettività; infine, tenta la strada delle delocalizzazioni per garantirsi minori costi di produzione.

   Negli anni ’90 e all’inizio del nuovo millennio, con il crollo dell’URSS e la definitiva trasformazione del PCI revisionista in PDS, DS e infine PD di pari passo procede l’edificazione della Unione Europea (UE), con il trattato di Maastricht del 1992, per getta dell’Unione economica e monetaria assicurando da subito la stabilità dei prezzi, che implica l’abbattimento dell’inflazione, generata dalla politica della circolazione del denaro e del credito, come dall’aumento dei prezzi delle materie prime. Per superare temporaneamente la contraddizione fra produzione domanda, tamponando temporaneamente la tendenza al calo del tasso di profitto, e per contrastare l’inflazione è necessario, dal punto di vista borghese, il contenimento dei costi con il blocco dei salari. Per evitare gli aumenti salariali è necessario distruggere la possibilità di lotta da parte dei lavoratori: alla borghesia ora servono leggi per distruggere il lavoro stabile, serve ancor di più la collaborazione sindacale, serve la distruzione sistematica dello “Stato sociale”[5] per trarre capitale da settori pubblici redditizi. Infatti, nel 1993 passa la concertazione sindacale, nel 2003, nel 2011 il vincolo di pareggio di bilancio in Costituzione, nel 2014 il Testo Unico sulle rappresentanze. L’attacco alla libertà sindacale e al diritto di sciopero è uno degli strumenti principali dei lavoratori nel conflitto e nella lotta di classe. Con il pretesto del debito, l’attacco al welfare è ormai esplicito e le privatizzazioni dilagano.

   Ma le speculazioni finanziarie come si diceva prima cominciano a mostrare i loro limiti nell’accrescimento del capitale: il crollo del subprime (prestiti e mutui erogati a soggetti ad alto rischio) in USA nel 2008, con lo scoppio della bolla speculativa e poi i gravi problemi del 2013, innescati dal default della Grecia, mostrano al mondo il vero volto della mondializzazione capitalistica.

   Dopo il 2008 l’afflusso di capitale per il capitalismo viene garantito dalle Banche Centrali attraverso la politica dei bassi tassi d’interesse e delle iniziazioni di liquidità, con l’illusione di una ripresa che sarà modesta, parziale e diseguale, in realtà le Banche Centrali continuano a mettere a disposizione i capitali per le speculazioni facendo lievitare artificialmente il valore nominale dei titoli e dei derivati. La bolla continua e nuovamente il capitalismo si ricicla: alcuni grandi gruppi ad alta intensità di tecnologia iniziano a tornare in madrepatria dove trovano lavoratori annientati, disorganizzati, remissivi, dove la disoccupazione e la precarietà hanno generato una enorme offerta di lavoro a prezzi stracciati, dove le guerre imperialiste e lo sviluppo planetario ineguale hanno generato flussi migratori tali sa aumentare l’offerta di lavoro nel nord del mondo e la conseguente riduzione del prezzo.

   Per una parte del capitalismo è conveniente tornare a casa perché sono state le premesse per far fruttare il capitale in maniera efficace, perché la tecnologia basata su Internet ha fatto passi gigante e si può iniziare a parlare di “Internet of Things” (Internet delle cose). Le macchine con intelligenza artificiale sono una realtà: alla rete arrivano informazioni su gusti e ordini, si analizzano punti di forza e debolezza della produzione, si adatta, attraverso l’informatica e in tempo reale la produzione al mercato.

   Siamo all’industria 4.0, tanta tecnologia e pochi lavoratori che producono che obiettivi, la massa dei lavoratori in competizione costa poco ed è senza diritti. In Italia si evidenzia una carenza di risorse economiche da destinare all’industria 4.0 a causa di una struttura produttiva storicamente parcellizzata e fondata sulle PMI (Piccole e Media imprese), a causa di una carenza tecnologica cronica e di personale adeguato. Quindi si rischia di avere un sistema a due velocità, un divario tecnologico e quindi competitivo crescente: poche grandi imprese affronteranno questa trasformazione mentre le PMI sono destinate a scomparire per favorire un nuovo accentramento monopolistico del capitale. Sempre meno ricchi ma sempre più poveri.

   Arrivano i primi dati: le imprese che hanno adottato il modello 4.0 hanno una crescita di fatturato del 58%, ma l’86% delle imprese segnala difficoltà a reperire ingegneri e tecnici e segnala difficoltà a mantenere i livelli occupazionali del personale non qualificato. In Italia (dati Osservatorio Industria 4.0 della School of Management dello Politecnico di Milano) a giugno 2018 l’industria 4.0 era in crescita del 30% e in Lombardia aveva la sua maggioranza localizzazione (con immediata caduta occupazionale pari a – 1%).

  Per una parte del grande capitale, soprattutto quella orientata all’ecologico e al rinnovabile in salsa 4.0 (con investimenti per lo più finanziati dagli Stati), è giunta l’ora di riportare parte della riproduzione delocalizzata in madre patria (con sede legale nei “paradisi fiscali” dove troverà una forza-lavoro formata più che adeguatamente che nel sud del mondo e immobilizzata da decenni attacchi ideologici, disorganizzazione e divisione di classe.

   La contraddizione capitale-lavoro si è palesata e acutizzata in tutte le sue forme distruzione del lavoro, dei redditi e dei diritti, della vita dei lavoratori, creazione di tecnologia non al servizio del benessere collettivo ma generatore di ulteriori profitti per pochi; distruzione dell’ambiente e delle risorse.

   Il Covid q9 ci svela la banalità del male; un virus è il nemico invisibile che costringe a guardare negli occhi il vero nemico: il capitale. Siamo di fronte non ha una crisi ciclica ma una strutturale che ha dimensione mondiale; da un lato distrugge capitali e dall’altro spinge alla loro ulteriore centralizzazione e concentrazione. Lo scopo dei capitalisti è continuare a speculare ovunque possano accaparrarsi profitti accettabili e a scapito della salute e della vita umana.

   La contraddizione capitale-lavoro è evidente dal primo giorno: chiusura di aziende, ferie forzate, cassa integrazione, ricorso al FIS (Fondo d’Integrazione Salariale); precarizzazione, smart working dove dietro c’è lo spettro di non rientrare più al lavoro perché la concorrenza internazionale non aspetta. Il ricatto è conseguente: o torni al lavoro in condizioni rischiabili, o non ci sarà lavoro.

   È una crisi da distruzione di una massa di capitale che darà impulso alla concentrazione e alla centralizzazione del capitale sostenute dalle Banche Centrali. Bastano pochi dati per far capire come andrà finire: Bonomi ex presidente di Assolombarda e promotore del Libro Bianco sul lavoro, ossia il Mein Kampf della borghesia italiana, diventa, in piena crisi Covid 19, il nuovo presidente di Confindustria; negli USA, dopo un mese di Covid 19, si certificano 40 milioni di disoccupati; l’OIL  (Organizzazione Internazionale del Lavoro) dichiara che la crisi da virus genererà nel prossimo triennio 1,5 miliardi di disoccupati a livello globale.

   Tute le imprese invocano aiuti di Stato che saranno erogati incrementando un debito pubblico e privato che qualcuno dovrà passare. Quindi, chi davvero ha generato la crisi e che la pagherà? Il virus è stato niente altro che il detonatore di una bolla finanziaria che ha continuato a crescere dal 2008 e che genererà immediatamente crisi di liquidità, fallimenti, chiusure di imprese; un rallentamento drammatico del mercato globale che so trasformerà in un ulteriore attacco alle condizioni di vita e di lavoro e in incremento dello sfrutta

CORONAVIRUS

   Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a un succedersi di processi come mai era accaduto prima: dalla fine dell’ordine bipolare USA-URSS, al naufragio del progetto monopolare degli USA, e guarda caso proprio adesso gli Stati Uniti si “ricordano” che la Cina, il paese che negli ultimi tempi ha avuto un grosso sviluppo economico ed è il principale concorrente degli USA, non è “democratica”.

   C’è da ricordarsi che Pechino detiene una fetta rilevante del mostruoso debito estero statunitense[6]. Comodo, oggi, per il debitore insolvente, dichiarare guerra proprio alla Cina, che è il creditore. C’è da chiedersi se è in atto una guerra fatta con diversi strumenti: dai dazi ai virus.

   Andando alle cause sociali, economiche e ambientali bisogna ricordarsi che tutto ciò è una vecchia storia che accompagna come un’ombra l’industrializzazione capitalistica fin dall’Inghilterra del XVII secolo. Che è la storia delle pratiche capitalistiche in agricoltura e dello sventramento di contesti naturali ancora (relativamente) intatti per edificare o ingigantire i centri urbani; processi che liberano agenti patogeni rimasti fino ad un dato momento isolati e sconosciuti, e li portano a circolare nel mondo intero e a sottoporsi, nella loro sempre più veloce circolazione, a molteplici, aggressivi mutamenti e passaggi di specie. L’età dell’oro della produzione e circolazione delle moderne epidemie globali (senza per questo, vogliamo precisare, idealizzare in alcun modo il passato precapitalistico) comincia, se cerchiamo una data simbolo, con il 1918, l’anno della terribile influenza spagnola, che coincide con l’epoca dell’imperialismo.

   Il bilancio delle vittime di questa influenza, sebbene venga rappresentata come un’anomalia imprevedibile per il carattere del virus, ha avuto un aiuto altrettanto importante dalle condizioni sociali. L’influenza si diffuse rapidamente grazie al commercio e alla guerra mondiale. E anche qui ritroviamo ancora ancora una volta una storia ormai familiare sul luogo e sul modo in cui è stato prodotto un ceppo di influenza così mortale: sebbene l’origine esatta sia ancora poco chiara, oggi si presume, che il virus ha avuto origine tra i maiali o il pollame allevati a livello domestico, probabilmente in Kansas. Il tempo e il luogo sono particolarmente degni di nota, poiché gli anni successivi alla guerra furono una sorta di punto di svolta per l’agricoltura americana, che ha visto l’applicazione generalizzata di metodi di produzione di tipo industriale sempre più meccanizzati. Queste tendenze si intensificano solo negli anni ’20 e l’applicazione massiccia di tecnologie come la mietitrebbia portò sia ad una graduale monopolizzazione della produzione agricola, che al disastro ecologico, che combinati insieme, causarono la crisi che fu definita dei “Dust Bowl” (la crisi delle tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 al 1939) e l’emigrazione di massa che ne seguì. L’intensa concentrazione di bestiame che in seguito che avrebbe caratterizzato l’allevamento industriale non era ancora apparsa, ma le forme elementari concentrazione e produzione intensiva, che avevano già creato epidemie di bestiame in Europa, erano ormai considerate il primo caso di peste bovina propriamente capitalistica, e l’epidemia di peste bovina propriamente capitalista, e l’epidemia di peste bovina in Africa nel 1890 il più grande delle olocausti epidemiologici causati dell’imperialismo, l’influenza spagnola può essere considerata la prima delle epidemie del capitalismo che ha colpito il proletariato.

   Le epidemie sono in gran parte l’ombra dell’industrializzazione capitalista, e allo stesso tempo ne fungono da precursore, il caso del vaiolo e di altre pandemie introdotte in Nord America è un esempio fin troppo semplice da citare, poiché la loro intensità è stata rafforzata dalla separazione delle popolazioni per un largo lasso di tempo dovuta alla geografia fisica – e queste malattie, nonostante tutto, avevano già acquisito la propria virulenza grazie alle reti mercantili pre-capitalistiche e all’urbanizzazione precoce in Asia e in Europa. Se, invece, guardiamo all’Inghilterra, che è il paese che ha visto sorgere il capitalismo prima nelle campagne, attraverso la cacciata dalle terre della massa dei contadini, sostituiti da monocolture di bestiame, vediamo i primi esempi di queste epidemie chiaramente capitalistiche. Tre diverse pandemie si sono verificate nell’Inghilterra del XVIII secolo, dal 1709 al 1720, dal 1742 al 1760 e dal 1768 al 1786. All’origine di ciascuna di queste epidemie c’è stato il bestiame importato dall’Europa, infettato dalle normali pandemie precapitalistiche che seguivano i periodi di guerra. Ma in Inghilterra la concentrazione del bestiame avrebbe iniziato ad avvenire in modi nuovi, e l’introduzione di bestiame infetto andava quindi a dilaniare la popolazione in modo più aggressivo di quanto avvenisse in Europa. Non è un caso, quindi, che il centro dei focolai di epidemie fossero i grandi caseifici di Londra, che rappresentavano l’ambiente ideale per l’intensificazione del virus.   

   Queste epidemie portano un segno di classe tanto nella loro genesi quanto nelle loro vittime predilette. Dal nostro punto di vista non è una forzatura ideologica affermare che è in atto una “guerra di classe microbiologica”.

   In questo tempestoso inizio di secolo tale guerra pare velocizzarsi come ogni altra dinamica e allargarsi, alimentata dalle molteplici crisi dell’ecosistema globale e degli ecosistemi locali. Nel giro di pochi anni si è verificata una sentenza di epidemie minori (secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità tra il 2011 e il 2018 ci sono stati 1.483 eventi epidemici in 172 paesi. Siamo a quella che si potrebbe definire una “ribellione” alla specie umana delle specie animali addomesticate, da noi forzate ad essere dopate e torturate negli allevamenti intensivi e di quelle non addomesticate, colpite con sventrato dei suoli e dei loro habitat millenari. Una specie umana rappresentata, fin che non gli toglieremo la delega, dai rapacissimi capitali dell’agribusiness, della rendita immobiliare, delle mega-imprese che delocalizzano i propri impianti, specie i più nocivi, nei paesi del Sud del mondo. Questa “ribellione” va di pari passo con la rivolta degli ecosistemi, e segna un’intera epoca, la nostra, in cui la distruzione degli ambienti naturali, ambienti di vita degli esseri umani e delle specie non umane, è causata da un’accumulazione di capitale senza fine estesa da un lato verso l’alto, sistema climatico mondiale, dall’alto, il sistema climatico mondiale, dall’altro verso il basso dentro i substrati microbiologici della vita.

   I vari Stati si sono comportati in maniera contradditoria. Ad esempio, in Cina prima c’è stata la negazione, la punizione dei presunti “colpevoli” per procurato allarme, della serie mai allarmare la massa della popolazione specie se, come a Wuhan, è stata in precedenza protagonista di scioperi e manifestazioni. Quindi l’ammissione del problema, l’obbligata scarcerazione e le scuse pubbliche per il caro (alla suddetta massa) dottore Li, che aveva colto per tempo il nuovo pericolo, e la punizione degli incapaci capi locali del partito. Infine, l’imposizione di regole draconiane. In sostanza c’è stata una combinazione tra forme dure di repressione, misure restrittive di timbro militare appello alla mobilitazione volontaria dei quadri e della popolazione locale.

   Quel che è certo è che l’esplodere dell’epidemia ha messo in risalto come il sistema sanitario cinese del tempi affluenti da un punto di vista economico (quelli che vanno dal ’76 in avanti) sia più debole e inefficace, nel fornire le cure di base universali, rispetto al sistema sanitario dei tempi di Mao che era stato capace di innalzare le speranze di vita della popolazione cinese – che viveva in una paese semicoloniale e semifeudale – dai 45 a 68 anni  – e garantire l’accesso gratuito di tutti alle medicine e alle informazioni essenziali, questo è un miracolo ottenuto dallo Stato uscito dalla rivoluzione di nuova democrazia.

    Impressiona soprattutto il livello di scopertura sanitaria degli emigranti interni: solo il 22% di loro ha un’assicurazione medica di base.

   Nonostante che la Cina sia per valore del Pil, la seconda economia del mondo, l’avvenuta di semi-privatizzazione del sistema sanitario e l’impunità accordata a tanti imprenditori privati che si sottraggono ai versamenti necessari per farlo funzionare, lasciando intendere la direzione di marcia: si va verso il “disinvestimento statale massiccio nel sistema sanitario”. Da qui il ritardo con cui si è mosso l’intero apparato.

   Questi sono i frutti della restaurazione capitalista in Cina.

   Non si può comprendere l’evoluzione dello sviluppo economico della Repubblica Popolare della Cina se non se ne comprende l’evoluzione (ma sarebbe meglio dire l’involuzione) politica, in altre parole del blocco della transizione verso il comunismo e la restaurazione del capitalismo.

   Come non si può comprendere tutti gli avvenimenti successivi se non si comprende la GRCP (Grande Rivoluzione Culturale Proletaria) con la quale i comunisti cinesi hanno accumulato un’esperienza nella trasformazione socialista della società e nella lotta contro la borghesia sotto la dittatura del proletariato, esperienza che è di grande utilità per i comunisti di tutto il mondo, come l’esperienza della Comune di Parigi del 1871 e della rivoluzione russa del 1905 lo fu nella prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale che si produsse nella prima metà del secolo scorso.

   Lo studio dell’esperienza della GRCP ci aiuta a comprendere meglio in che modo, e per quali vie e con quali mezzi la borghesia cerca di impadronirsi del potere nei paesi socialisti, si oppone alla trasformazione socialista della società, cerca di ridare vigore ai residui della società capitalista (nei rapporti di produzione e nella sovrastruttura politica e culturale nella società) e di soffocare i germi di comunismo.

   Durante la GRCP la destra del PCC (Partito Comunista Cinese) sosteneva che l’economia era in disordine e per questo occorreva andare a destra. Mentre la sinistra del PCC poneva l’accento sulla liberazione delle forze produttive da raggiungere mettendo in atto la trasformazione dei rapporti di produzione e nella sovrastruttura. Verso la metà degli anni ’70 la destra lanciò una potente offensiva per ristabilire nelle fabbriche alcune vecchie relazioni tra quadri e operai, e per riportare i lavoratori ai loro posti di lavoro allontanandoli dalle attività politiche che esercitavano nelle scuole, negli uffici statali e nelle istituzioni culturali.

   “Siate padroni delle banchine e non bestie da soma” replicarono i portuali di Shanghai, facendo comprendere che il centro della questione non è di sapere se bisogna o meno produrre, ma perché e per quale classe produrre.

   Con la direzione e la sua posizione Mao aiutò il proletariato in questa battaglia per sconfiggere il “vento deviazionista di destra”. Egli criticò duramente e pubblicamente Teng Hsiao-ping e il suo programma di restaurazione del capitalismo mascherato sotto il pretesto della “modernizzazione” della Cina.

   Dopo la morte di Mao il 9 settembre 1976, il 6 ottobre, alla vigilia di un’importante riunione di partito, i dirigenti della destra del partito e alcuni comandanti dell’esercito organizzano un colpo di Stato militare. I più vicini compagni di Mao nel partito, compresa Chiang Ching, sono arrestati. È la fine della GRCP, e per il momento, anche la fine della rivoluzione socialista in Cina. Ma non è e non sarà la fine della resistenza al potere borghese in Cina da parte di milioni di operai e di contadini che seguono sempre la linea di Mao. Il nuovo governo revisionista incontra una seria resistenza e deve mostrare i denti. In molte province la lotta armata rivoluzionaria fu aspra e prolungata. Secondo il governo le province di Anwhuei, Scechwan, Yunnan, Shansi e Kiangsi rimasero fuori controllo per un certo tempo.

   Tornando al Coronavirus, l’epidemia ha reso più grottesche che mai le sparate “sovraniste” sulla chiusura delle frontiere. Tanto più dai leghisti che hanno fatto della promozione delle esportazioni italiane nel mondo la loro missione di vita; o da tutta quella sinistra borghese che vuole liberarsi dalla Germania (e dall’Euro) perché l’Italia nuoti da sola e sovrana nel mercato mondiale (come se i virus girerebbero al largo per celebrarne la sovranità riconquistata).

   Anche in Italia il governo ha oscillato in maniera vistosa, ma con una sequenza diversa rispetto a quello cinese.

   Quello che si potrebbe definire “modello cinese”, è consistito dal fatto che il governo come si è visto dopo qualche esitazione iniziale, assumere drastiche iniziative per ostacolare la diffusione da persona a persona del virus. In pratica, il governo cinese ha ritenuto che il modo di più efficace sia quello che le persone non si devono incontrare tra di loro.[7]

   Questo modello richiede due condizioni per essere implementato con successo:

  1. Una è la determinazione del governo a far passare avanti la tutela della salute alle esigenze a breve termine dell’economia (tenendo conto che si tratta di una sola regione della Cina e non dell’intera nazione).
  2. Un’altra è la mobilitazione della popolazione.

     L’altro modello si potrebbe definire quello posto dalla Germania, in cui un governo reticente, ha fatto ogni sforzo per nascondere i dati evitando le diagnosi e riclassificando i morti[8] perché teme le conseguenze economiche.

   In Italia si è attuato un modello intermedio, più vicino a quello cinese, anche se a tratti si sono avute delle tentazioni verso quello tedesco (ad esempio Confindustria e le altre associazioni industriali). Quel che si è fatto è quello è stato di assumere iniziative drastiche di confinamento, quelle che sono definite “zone rosse”, che sono le zone più importanti del paese sotto il profilo economico, ma senza il coordinamento e soprattutto la determinazione necessaria.

   Con lo scoppi dell’epidemia in Italia le strutture sanitarie pubbliche sono un passo dal collasso anche al Nord. L’Italia degli intoccabili F35 e delle trenta missioni militari all’estero, l’Italia settima-ottava potenza industriale del mondo, ha su tutto il territorio nazionale la miseria di 5.000 posti di terapia intensiva (e un ventilatore polmonare costato da 4.000 a 17.00€).  Il taglio di oltre 10.000 medici e infermieri, di oltre 70.000 posti letto, di 37 miliardi di finanziamenti in 10 anni (su un fondo sanitario nazionale ai 115 miliardi) e l’assenza di qualsiasi forma di prevenzione a prevenire il fronteggiare le epidemie globali in via di moltiplicazione, non poteva produrre altro risultato. Questo stato di cose è una condanna senz’appello per le politiche di amputazione del sistema sanitario nazionale attuate negli ultimi vent’anni da tutti i governi, di destra, di centro sinistra, da tutte le regioni: destra e di centro sinistra. I provvedimenti di estrema emergenza presi dal governo Conte bis, servono ad occultare le inefficienze e i vuoti   nella tutela della salute della popolazione creati, con criminale metodicità, da decenni di tagli alle strutture pubbliche e di privatizzazione della sanità, deliberati dalle camarille affaristiche al soldo delle grandi industrie e dei boss della sanità privata a partire dalla banda Formigoni in Lombardia. In quegli stessi decenni è stato brutalmente precarizzato il lavoro del personale sanitario. Ora tanto il governo PD-Cinquestelle quanto l’opposizione di destra vogliono evitare a tutti i costi che in un paese sempre più privo di “eccellenze” e di miti fondativi, crolli uno degli ultimi miti del capitalismo made in Italy: la cosiddetta “eccellenza sanità”. Ormai è evidente a tutti che in Italia si è sviluppato un capitalismo che riesce a difendere il proprio ranking internazionale di componente del Club imperialista occidentale che riesce a reggersi in piedi solo ed esclusivamente schiacciando sempre più verso il basso i bisogni, le aspettative (ormai anche le aspettative di vita), i diritti dei lavoratori.

   Ma c’è anche una ragione più profonda e generale per queste misure esagerate, che stanno portando per giunta ingenti danni all’economia: usare l’occasione offerta dalla crisi del coronavirus per imporre a tutte le classi sociali e innanzitutto ai lavoratori, un clima da coesione nazionale. Il governo Conte bis, che è arrivato a questa crisi in grande affanno, sta cercando di recuperare fiato. E sopra di esso il regista il Quirinale è tornato a esporsi al proscenio per giocare, nell’interesse dell’intera classe capitalistica, la carta dell’unità intorno più che al governo, alle istituzioni dello Stato. Obbligato a ciò dalla situazione confusa e sfilacciata, densa di conflitti tra governo e regioni, tra regioni e sindaci, tra alleati di governo e alleati dell’opposizione, e di colpi sotto la cintura inferti all’Italia dei fratelli-coltelli europei. I poteri forti di cui Mattarella è ottimo interprete, provano a cogliere l’occasione infausta per rottamare il M5S, spingere all’angolo figure ormai da avanspettacolo (Di Maio, Renzi), mettere in ordine la Lega, statizzare sempre di più CGIL-CISL-UIL come organi di controllo dei lavoratori, soffiando sull’orgoglio nazionale per limitare i danni e rilanciarci domani.

   L’imposizione di regole rigide “per tutti” ha per destinatari da un lato i cosiddetti ceti “medi”, dall’altro il resto del mondo del lavoro. Ai primi, si chiede un po’ di disciplina, quella disciplina che è generalmente mancata alla moltitudine di padroncini, commercianti e simili, per l’abitudine invetera a godere di ogni sorta di esenzione fiscale, rendine di posizione, privilegi corporativi. Una disciplina oggi necessaria anche per imporre il pugno di ferro alla massa dei lavoratori e stroncare sul nascere, è questo il sogno, ogni forma di conflitto sociale.

   Attualmente siamo di fronte a situazione dove il livello di conflittualità sociale ridotta a livelli infimi. Ma tra l’inevitabile recessione, le guerre in Medioriente, le crisi ambientali e sanitarie, ciò che si prospetta è un’ulteriore polarizzazione sociale, un’ulteriore imposizione di sacrifici e di repressione.  La semina dall’alto di paure, psicosi sociali e razzismo, razzismo anticinese in questa occasione (anche se non c’è un solo cinese ammalato di coronavirus in Italia), le rigide misure di isolamento nelle case, servono a rendere il più difficile possibile la risposta

   La risposta da parte delle masse popolari alla crisi del coronavirus (doppiata dall’accentuazione della crisi economica) e al suo uso da parte dei padroni, delle banche, del governo, dello Stato, si deve articolare a più livelli, tenendo conto che l’attuale stato di shock, di paura e quasi di paralisi vissuto dalla gran parte delle masse popolari è destinato a lasciare il campo a sentimenti di tutt’altro quando l’emergenza sarà superata e si dovrà fare i conti con i pesantissimi danni che l’asse governo/padronato cercherà di scaricare sulle spalle dei lavoratori.

   C’è un primo livello di risposta immediato, sindacale o sindacale/politico, già assunto da quella parte del sindacalismo di base che si pone sul terreno di classe e da altri organismi: invitare i lavoratori a prendere nelle loro mani la difesa della salute e di tutta la popolazione, a cominciare da quelli della sanità, i più colpiti finora in prima linea nella “guerra al virus”, senza che le più elementari norme di precauzioni venissero rispettare.  La misura del disprezzo di Stato e governo, del disinteresse, dell’incuria, del cinismo dei padroni verso i lavoratori salariati è espresso dal fatto che milioni di operai/salariati sono tuttora coatti ogni giorno al lavoro a loro rischio e pericolo. Il risultato è che non si contano più le fabbriche, i magazzini e gli altri posti di lavoro in cui è entrata l’infezione. Bisogna che i lavoratori autorganizzati pretendano e costringano i padroni e le istituzioni rigide misure di protezione della salute. Che non è solo la salute dei milioni di lavoratori costretti ad andare a lavorare, ma è anche la salute dei loro familiari e quanti vengono a contatto con loro, raccogliendo e generalizzando e generalizzando degli operai FCA di Pomigliano che hanno fermato produzione per questo motivo, scavalcando la colpevole inerzia di Fiom-Fim-Uilm. Bisogna rivendicare un piano di assunzioni straordinario nella sanità pubblica che non si limiti a quello sbandierato dal governo Conte, e conduca al reintegro totale alla scopertura totale di austerità, con il totale l’assorbimento totale dell’enorme area di precarietà. Che si sviluppi un movimento di massa che imponga ai comuni la requisizione senza indennizzo delle strutture della sanità privata, ultra-beneficiate dallo Stato e ora pronte a fare profitti sul collasso delle Asl. Rivendicare misure che tutelino in pieno i posti di lavoro e i salari di quanti/e dipendono da imprese o enti costretti al fermo totale delle attività, non consentendo al governo di risparmiare sul sostegno alle famiglie, e soprattutto sulle donne, per largheggiare, come al solito, con i regali alle imprese. Impedire che il lavoro a casa diventi una forma abituale di lavoro segretato e segregante, e che le lezioni a distanza soppiantino la vita scolastica in diretta. Denunciare l’impunità accordata da Stato e governo ad ogni genere di speculazione affaristico-securitaria sulle forniture agli enti ospedalieri, ai comuni, ai singoli cittadini, come si trattasse di qualcosa di inevitabile.

   E soprattutto e prima di tutto respingere al mittente la pretesa di azzerare gli scioperi, le lotte, l’organizzazione di classe, i contratti di lavoro in scadenza, mentre si dà modo ai capitalisti o ai direttori delle Asl di usare l’emergenza per i propri scopi. Non possiamo assolutamente cedere al terrorismo di Stato contro ogni forma di socialità! Per questo è della massima importanza continuare ad esercitare, con gli accorgimenti del caso, il diritto di sciopero, organizzare assemblee sui luoghi di lavoro, trovare il modo di manifestare, senza arrendersi alla pretesa degli apprendisti stregoni che ci hanno scaraventato in questo disastro, di esercitare il loro comando sulla società e sulla nostra classe come e più di prima. Abbasso la militarizzazione dei territori, della vita sociale, dei luoghi di lavoro. Il disastro in atto è in tutto e per tutto capitalistico, e i suoi costi non debbono essere scaricati sui proletari. Non dobbiamo barattare i nostri diritti e le nostre libertà in cambio di una presunta “sicurezza” regalata da chi ci ha condotti nel terreno di tutte le insicurezze!

REGIONE LOMBARDIA: UN ESEMPIO DI UNA SANITÀ’ PRIVATIZZATA

   Il modello sanitario lombardo assieme a quello toscano è (prima della marea degli scandali che hanno travolto la giunta regionale lombarda e dopo con lo scoppio della pandemia) stato considerato un modello da esportare in campo nazionale, nella realtà l’unico dato oggettivo, al di là della retorica, questo modello deve essere considerato come un ulteriore e pesante attacco alla sanità pubblica.

IL SERVIZIO SANITARIO ITALIANO DAGLI ANNI ’30 FINO AI GIORNI NOSTRI

   Le prime leggi organiche in materia di assistenza sanitaria sono rappresentate dai regi decreti n. 1263 (1934) e n. 1634 (1938) che riordinava le norme concernenti, l’ordinamento dei servizi sanitari e ospedalieri, delle professioni mediche e sanitarie, delle norme igieniche del territorio, degli alimenti ecc.

   Durante il periodo fascista una consistente fascia di lavoratori/trici era esclusa dall’assistenza sanitaria mutualistica, negli anni ‘45-’50 in seguito alle lotte della classe operaia e delle masse popolari, fu imposto alla classe dominante l’adozione di misure per migliorare le condizioni igienico-sanitarie della popolazione e dare all’organizzazione sanitaria un nuovo assetto, fino al riconoscimento del diritto universale all’assistenza e alla prevenzione della malattia. Verso gli anni ’50 l’assistenza sanitaria fu gradualmente estesa ai pensionati dipendenti dello Stato, ai pensionati per invalidità e vecchiaia dell’INPS, ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai commercialisti e ai professionisti.

  L’estensione non cancellò comunque, la disparità di trattamento degli assistiti (nell’assistenza diretta e indiretta tramite i rimborsi spesa), gli squilibri territoriali (tra la città e la campagna e tra Nord/Sud) e la mancanza di protezione sociale per i disoccupati, gli immigrati e i giovani in cerca di prima occupazione.

   A cavallo degli anni ’60 e ’70, in seguito ad un ciclo di lotte memorabili, ci fu la conquista dello Statuto dei lavoratori (1970).

   Lo Statuto dei lavoratori riconobbe alcuni diritti fondamentali, come quello alla non licenziabilità senza giusta causa, nelle aziende con oltre 15 dipendenti (art. 18), oltre al riconoscimento della sicurezza e della tutela della salute nei luoghi di lavoro.

   Oggi grazie ad una serie di “provvedimenti risparmio”, che vanno dal Pacchetto Treu, passando per la Legge 30 fino all’attuale Jobs Act, i giovani ed i disoccupati non hanno più nessuna forma di protezione.

   La Legge 132 rinnovò la struttura degli ospedali, individuando per ciascuno di essi i servizi necessari, trasformandoli in enti con finalità sanitaria più ampia che non la semplice diagnosi e terapia. Il numero dei posti letto passò dai 3.76 per mille abitanti nel 1956, a 5 per mille per abitanti nel 1962, fino a raggiungere il 10 per mille nel 1974.

   Nel 1978 arriva alla Legge 833, la riforma sanitaria che istituisce il Sistema Sanitario Nazionale (S.S.N.), emanata dopo anni di rinvio e varie proposte di legge e anticipata da alcune leggi regionali. La riforma sanitaria si basava su tre cardini: prevenzione, cura e riabilitazione, ispirandosi dal punto di vista del funzionamento delle strutture (USL, istituite allora, ospedali, cliniche universitarie, istituiti di ricerca ecc.) ai principi di universalità, eguaglianza, globalità degli investimenti e partecipazione dei cittadini.

   Questa legge, come altre in materia di sanità, Legge 194/78 sull’aborto, Legge 180/78 (Legge Basaglia) sulla psichiatria, furono il frutto di una stagione di lotte dalla classe operaia e del resto delle masse popolari, ed ebbero come riflesso la nascita di un forte movimento culturale sorto all’interno della medicina, come Medicina Democratica.

   La Legge Basaglia segnò una rivoluzione nel campo della psichiatria, perché dispose la chiusura dei manicomi, limitando a casi eccezionali e per periodi ben definiti, i ricoveri coatti all’interno di strutture ospedaliere, in modo da ridurre le forme di discriminazione e segregazione, con l’obiettivo di reinserire quello che è definito il “malato” nella vita sociale attraverso lo strumento della prevenzione.

   Tutte queste lotte chiedevano un nuovo modo di porsi della medicina di fronte alle modificazioni della società, dell’ambiente, dei comportamenti, delle tecnologie, un’esigenza di equa e migliore tutela sanitaria e sociale, quindi anche migliori case, servizi, infrastrutture, ecc.

   Nella fase storica attuale, tutti i diritti conquistati in questo periodo, dalla metà degli anni ’70 con l’avvio della crisi generale del capitalismo, sono stati progressivamente cancellati: la Legge 833, fu gradualmente smantellata, la Legge Basaglia è continuamente minacciata da tentativi di controriforma, la Legge 194 è stata pesantemente attaccata, in modo trasversale, attraverso l’approvazione nel 2004 della Legge 40 sulla procreazione assistita.

   La Legge 40 pone come sua premessa, la salvaguardia a tutti i costi dell’embrione, considerato come una persona a tutti gli effetti, quindi, da impiantare sempre anche in presenza di forte rischio di gravissime malattie genetiche. Questa legge, cavalcata dalla Chiesa cattolica, è usata come pesante attacco culturale contro la Legge 194, è un “cavallo di Troia” che consentirà, in mancanza di una sua difesa, la cancellazione o il forte ridimensionamento della 194 stessa.

   Dalla fine degli anni ’70 inizia gradualmente lo smantellamento della sanità pubblica, fermo restando che, come nel caso della 833, molti aspetti non furono attuati (si pensi alla prevenzione, alla mancata costituzione al Sud dei distretti sanitari, al mancato varo del Piano Sanitario Nazionale), altri furono attaccati all’indomani della loro attuazione. Facciamo un esempio: tre mesi dopo il varo della riforma, fu introdotta la famigerata “tassa della salute” e i ticket sanitari e sulle prestazioni sanitarie.

   Nel 1987 il democristiano Donat Cattin allora Ministro della Sanità, fu l’ispiratore di una nuova filosofia dell’assistenza sanitaria, che determinò un peggioramento a 360° attuato attraverso:

  • Una riduzione dei posti letto.
  • Il blocco alle assunzioni dei medici e degli infermieri (a fronte di una notevole mancanza di personale rispetto dalla legge che aveva istituito il SSN).
  • Il pagamento delle prestazioni con l’introduzione di prestazioni gratuite solo per i poveri.
  • La riduzione dei giorni di degenza ospedaliera.
  • La riduzione delle USL.
  • La gestione degli enti pubblici addetti all’assistenza sanitaria come aziende aventi come obiettivo principale il raggiungimento di obiettivi finanziari.

   Questa filosofia passò principalmente attraverso le leggi annuali sulla pubblica finanza, le varie finanziarie che si sono susseguite negli anni.

   La legge finanziaria del 1991 stabiliva che le regioni dovevano provvedere a programmare la ristrutturazione della ristrutturazione della rete ospedaliera in modo da realizzare i seguenti obiettivi:

  • Occupazione media annua dei posti-letto a un non inferiore al 75% delle giornate.
  • Dotazione complessiva di 6 posti-letto ogni 1.000 abitanti di cui 0,5 per mille riservato alla riabilitazione e alla lunga degenza.
  • Disattivazione e/o riconversione degli ospedali con meno di 120 posti letto (con la conseguenza messa in mobilità d’ufficio o disponibilità del personale addetto).

   In tutti quegli anni, fino al 1992, vi fu una serie di interventi a raffica, da parte di industriali, baroni della medicina ed esponenti di governo (il Ministro della Sanità era all’epoca De Lorenzo), contro il cosiddetto “stato assistenziale” (di cui la sanità è parte integrante).

   Sono gli anni di Tangentopoli, delle maxitangenti (come lo scandalo Montedison), delle ruberie e delle truffe in campo sanitario (come il sangue infettato dal virus dell’epatite C lasciato circolare liberamente per anni), che porteranno all’arresto del Ministro De Lorenzo e del suo sottosegretario Poggiolini, beccati con “le mani nella marmellata”.

   In tutti questi interventi e nella parallela guerra mass-mediologica contro la “malasanità”, la sanità è trattata come un settore dell’economia nazionale che deve essere valutata sulla base dell’efficienza produttiva e di conseguenza ridotta ai soliti parametri economici.

   Reclamando a gran voce la “liberalizzazione” e la “privatizzazione” si arriva al 1992, al Decreto 502 del governo Amato dal titolo Riordino della disciplina in materia sanitaria, che introduce pesanti tagli all’assistenza sanitaria, basandosi sul concetto che lo Stato non può garantire tutto a tutti, ma solo erogare uno standard minimo di prestazioni, lasciando così di conseguenza, alle Regioni, il compito di ridefinire i fondi attraverso una maggiore autonomia impositiva (dalla riduzione degli esoneri ai ticket, all’aumento dei contributi sanitari versato dai/dalle lavoratori/trici). In questo modo, dal punto di vista normativo ed economico si esautora l’ente che era stato il cardine della 833, cioè il Comune.

   Come conseguenza alle USL è attribuita autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile, della gestione e tecnica con un’organizzazione tipica del modello aziendale. Avviene di conseguenza il trasferimento di denaro dallo Stato alle USL, secondo parametri non più determinati dai bisogni dei cittadini, ma dalle risorse disponibili e la remunerazione, secondo la logica del mercato, sarà a tariffa, cioè in base alle prestazioni erogate.

   Con il decreto 502 s’introduce la legge del mercato del profitto nella sanità pubblica e questo comporterà come vedremo conseguenze molto gravi.

   I primi effetti si cominciano a vedere da subito, il 1° gennaio 1993 lo Stato non ripiana più il disavanzo delle regioni, con un’inevitabile diminuzione quantitativa delle prestazioni e uno scadimento qualitativo, oltre ad un maggior costo per chi ne usufruisce.

   Gli ospedali specialistici sono costituiti in aziende dotate di autonomia amministrativa, è autorizzato l’accorpamento degli ospedali generali nelle USL dove ne esistono più d’uno, viene disposta la costituzione di appositi fondi integrativi sanitari per fornire prestazioni aggiuntive rispetto a quelle assicurate dal SSN (favorendo quindi le assicurazioni e spremendo i lavoratori), viene disposta la creazione di una forma di assistenza differenziata (a questo fine le regioni hanno ricevuto la facoltà di creare società miste a capitale pubblico e privato), viene demandata alle regioni la diminuzione del numero delle USL, in modo che, a parte alcune eccezioni, ogni USL coincida con una provincia.

   Nel 1992 le esenzioni dai ticket per fasce di reddito stabilite sono abolite e nel 1994 sono ridotte si soli minori di 12 anni ed agli ultrasessantenni.

   Nel 1995 lo Stato riduce del 18% la spesa sanitaria destinata all’acquisto di beni e servizi.

   La Legge Finanziaria del 1993 dispone ancora dei tagli:

  • Diminuzione ulteriore dei posti letto, da 6 a 5.5 ogni 1.000 abitanti (tornando così al livello del 1962).
  • Inasprimento dei ticket sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie.
  • Istituzioni dei ticket sul pronto soccorso, quando non sia seguito da ricovero.

   Con la privatizzazione sono dati, all’interno dei presidi ospedalieri e delle aziende ospedaliere, spazi ai medici per l’esercizio della libera professione, riservando a camere a pagamento (con meno del 5% e non più del 10% dei posti letto disponibili).

   Con la Legge Finanziaria del 1998, infine, si arrivò al blocco delle assunzioni.

   Con tutti questi provvedimenti è avviato e portato avanti il processo di privatizzazione della sanità che verrà completato con la cosiddetta “Riforma sanitaria ter” ovvero il Decreto Legislativo del 19/06/1999 n. 229, del Ministero della Sanità dell’allora governo di Centro-sinistra Rosy Bindi.

   Questa legge accelera il processo di aziendalizzazione e privatizzazione della sanità, le aziende sanitarie sono disciplinate con atto aziendale di diritto privato, soggette al vincolo di bilancio e governate da un Direttore Generale, affiancato da un Direttore Sanitario e un Direttore Amministrativo, che ha poteri mai visti prima nella dirigenza pubblica.

   Il Direttore Generale è responsabile di tutta la gestione e dei risultati economici dell’azienda, se crea profitto, guadagna di più, altrimenti può essere buttato fuori.

   Le conseguenze dell’agire di questa figura sono sotto gli occhi di tutti, si è risparmiato su tutto: personale, strutture, apparecchiature, perfino lenzuola, aghi, siringhe, ecc. per puntare solo all’apertura di reparti ultra-specialistici, all’uso di apparecchiature più sofisticate o alla moda che servissero ad attirare clienti soprattutto da ASL che devono così pagare la prestazione. Si sono inventate, per il profitto, modalità di gestione impensabili, per esempio in certi casi, si sono affittati spazi ospedalieri pubblici a medici privati.

   Il Direttore Generale è potente solo verso il basso e assolutamente inerme verso l’alto, dove comandano i Governatori delle Regioni (definizione pomposa per definire i Presidenti di Giunta) e gli Assessori della sanità che lo designano in base ai propri criteri partitici e lo tengono permanentemente sotto ricatto, potendolo anche destituire.

   Questo meccanismo ha dato il via a una lottizzazione sfrenata, che va dai primari alle caposala e vede coinvolti Direttori Generali di Centro-sinistra (all’epoca al governo di ben 18 regioni italiane) e Direttori di Centro-destra.

   Sempre in quest’ottica si sono vincolati anche i primari e perfino le caposala alla gestione di un budget, trasformandoli da medici in manager che devono far guadagnare l’azienda e si è dato sempre più spazio alla libera professione intramoenia, a scapito dei servizi cui potessero accedere anche i non paganti.

   Nel luglio 2005 un primario di oncologia a Siena è stato destituito dall’incarico per non aver ridotto del 50% i posti letto, come invece aveva deciso l’Azienda.

   Una grave novità introdotta dal Decreto n. 229 è la sperimentazione della gestione, cioè la possibilità di sperimentare nuovi modelli di gestione che prevedono forme di collaborazione fra strutture pubbliche e private, anche con la costituzione di società a capitale misto pubblico-privato. Siamo passati da una sanità privata che lavorava parallelamente a quella pubblica all’introduzione del capitale privato dentro il servizio pubblico.

   Sempre di più vale il principio che non sono i bisogni e determinare le risorse, ma viceversa, che si concretizza con l’introduzione dei nuovi criteri di remunerazione per le prestazioni: il finanziamento è calcolato in base al costo standard prestabilito a livello centrale del Ministero e locale delle Regioni per ogni programma di assistenza (intervenuti chirurgici, programmi per patologie croniche o recidivanti ecc.), i famosi DRG.

   Si arriva alla “riforma” del Titolo V della Costituzione, Legge costituzionale n. 3 18/10/2001, voluta dal Governo di Centro-sinistra, che riscrive tutto l’articolo 117 e porta avanti il processo di attribuzione di ulteriori competenze alle regioni in ambito sanitario.

   Con questa riforma alle regioni sono attribuiti poteri di legislazione su molte materie, quali: sanità, scuola, ambiente e altre che sono così sganciate dalla potestà statale. Con il vecchio articolo 117 lo Stato affidava alle regioni la gestione dell’assistenza sanitaria e ospedaliera, adesso l’asse di riferimento del Sistema Sanitario sono le Regioni alle regioni la gestione dell’assistenza sanitaria ed ospedaliera, adesso l’asse di riferimento del Sistema Sanitario sono le Regioni, che decidono le linee di politica sanitaria nella più completa autonomia. Lo Stato garantisce solo che siano erogati standard minimi di prestazioni, i famigerati LEA.

   Con la riforma del Titolo V della Costituzione, si è innescato un pericoloso meccanismo federalista che è stato portato a compimento da un’altra Legge di revisione costituzionale di chiara ispirazione bossiana, approvata nel 2005.

   Questa legge rivede tutti il sistema di rappresentanza politica, modifica la struttura della Camera dei deputati e del Senato, le funzioni del capo dello Stato e del Presidente del Consiglio dei ministri e porta a compimento l’autonomia delle Regioni (e creando nello stesso tempo un neocentralismo regionale e presidenzialismo nel quadro del rafforzamento degli esecutivi).

   Le regioni non saranno più vincolare da alcun principio statale nemmeno dalla garanzia degli standard minimi delle prestazioni, ognuno dovrà fare con suoi mezzi: è la famosa devolution.

   In questo modo si sono spalancate le porte alla privatizzazione più selvaggia, alla cancellazione della prevenzione, dei servizi di base, dell’assistenza sanitaria, dei piccoli ospedali a favore delle attività ultraspecialistiche dei grandi policlinici, in cui sempre più prestazioni saranno a pagamento, alle assicurazioni.

IL MODELLO DELLA SANITÀ’ DELLA LOMBARDIA

   La Lombardia il centro-destra, ha portato avanti (come il Centro-sinistra nelle regioni cosiddette “rosse”) un’opera di distruzione dello “Stato sociale”. La sanità (come la scuola), è diventata un laboratorio sperimentale, per capire come si possa smantellare il sistema pubblico, azzerandolo, e facendo che sia il mercato, che (come si trattasse di una fabbrica di scarpe) regola la domanda e l’offerta, che è legata direttamente ai “famosi conti che devono tornare”, in sintesi che ci sia un profitto.

   Nel modello lombardo c’è una separazione fra acquirenti di prestazioni ed erogatori (da notare l’uso della terminologia per definire pazienti e operatori), fra domanda e offerta, e pur volendo il piano sanitario governare la domanda e l’offerta, è il livello dell’offerta ad influenzare la domanda stessa.

   Da una parte c’è cittadino, considerato il centro del sistema, cui è lasciata apparentemente “libera scelta”, dall’altra, vi sono le varie offerte pubbliche, private, convenzionate o meno (attraverso un sistema di rimborsi), appartenenti a settori profit e no profit. Con questo modello si crea un sistema a rete integrato con un’equiparazione di tutti i soggetti che vi partecipano, sia pubblici e/o privati, che competono tra loro secondo principi di sussidiarietà orizzontale e verticale.

   Ogni struttura sanitaria deve avere piena libertà di azione e piena responsabilità, deve dare risposte “efficaci ed efficienti nel rispetto di un budget prestabilito”. In soldoni la libertà di azione si concretizza nella ricerca delle misure concrete atte a rispettare il budget, pena l’eventuale defenestrazione … di manager e dirigenti.

   La Lombardia realizza così un sistema autonomo di sanità, sposando il pieno il concetto bossiano di “devoluzione”, per cui allo Stato rimane solo la possibilità (non l’obbligo) di determinare i livelli essenziali di assistenza e alle regioni tutta la vera gestione della sanità: in questo modo si rinuncia al principio che ai cittadini italiani siano garantiti uguali in materia di salute, indipendentemente dal fatto che risiedono in regioni più o meno ricche e con diversa presenza di strutture sanitarie.

   Nell’era della devolution ogni regione deve avere più risorse, e la Regione Lombardia rivendica soprattutto la possibilità di sperimentare nuovi modelli gestionali, avendo più autonomia nella contrattazione decentrata con i sindacati e nella politica del farmaco.

   Con la piena devoluzione la regione deve attivare norme di programmazione, indirizzo, controllo e dare la più completa autonomia alle Azienda Sanitarie, soprattutto ospedaliere, le quali devono adottare tecniche di Management avanzate, realizzare l’integrazione e la parificazione fra strutture pubbliche e private.

   Questa equiparazione delle strutture sanitarie pubbliche e private ha costretto le Aziende Ospedaliere a competere sul mercato con i privati accreditati, in una corsa sempre più sfrenata a produrre prestazioni remunerative a tutto discapito di quelle meno valorizzate che solo il pubblico è obbligato a fornire. Il risultato sarà che il deficit regionale salirà alle stelle, e in compenso, le liste di attesa regionali per alcuni interventi scarsamente remunerativi, si allungheranno senza speranza, mentre prolifereranno case di cura, Medical-center (di varia natura e collocazione), assolutamente privi di controlli sia per quanto riguarda il numero di prestazioni erogate, che soprattutto per la qualità delle cure erogate, senza dimenticare la questione della sicurezza. La ricetta che è proposta diventa terreno di prova per conseguire agli effetti speculativi del privato la gestione della salute pubblica, avvicinandosi al modello USA, una “democrazia matura” in cui i cittadini sono privi di assistenza sanitaria se non può pagarsi un’assicurazione privata!

   Oltre a questo, la Lombardia ha sempre auspicato la trasformazione delle aziende ospedaliere pubbliche in fondazioni con la partecipazione di soggetti pubblici e privati, profit e no profit.

   Queste aziende dovranno realizzare un profitto e quindi un consistente taglio dei posti letto per acuti, per riattivare un posto letto per acuti in un settore specialistico è necessario ridurne a due in un altro.

   Parallelamente è partita una grossa ristrutturazione dei servizi di emergenza- urgenza e perciò nella “progredita” Lombardia, può accadere, che una signora anziana sia rifiutata da vari ospedali per mancanza di posti sia in reparti di emergenza-urgenza sia nelle medicine, e muoia prima di trovare una collocazione.

   Sempre nella logica della riduzione dei posti letto, gli ospedali di piccole dimensioni saranno trasformati in “strutture leggere” per ricoveri diurni e specialistiche ambulatoriali.

   Per valutare gli effetti che questi pesanti cambiamenti avranno sui risultati, è stato messo in piedi un imponente sistema valutativo mediante indicatori di accreditamento, di qualità delle prestazioni, del tempo di attesa, indicatori economico-finanziari, come: costo medio per assistito, costo del personale in base ai ricavi ottenuti, indicatori di mantenimento della spesa entro i limiti previsti.

   Vengono anche prese in considerazione determinate variabili di sistema: variabili input, che considerano personale e utenti come partecipanti a processi produttivi, variabili di risultato ed efficienza, output, variabili di efficacia, outcome. Inoltre, è necessaria una metodologia di valutazione dell’attività a garanzia della qualità dell’assistenza e del corretto utilizzo delle risorse, che tenga in considerazione anche la valutazione della soddisfazione dell’utenza, in termini di qualità percepita.

   Il sistema lombardo della libertà di scelta e dell’equiparazione fra tutte le strutture, Formaggino ha offerto al privato un business senza precedenti, accreditando centinaia di privati (attraverso l’autocertificazione) a ricevere dalla regione rimborsi stellari per le cure private, cure accuratamente scelte fra quelle più remunerative, come i famigerati DRG (Gruppi Omogenei di Diagnosi), tariffario delle patologie alle quali corrisponde un intervento sanitario con un diverso rimborso economico.

   Un altro aspetto da sottolineare in questo modello è la veloce trasformazione delle strutture pubbliche in aziende, in seguito alla separazione tra prestazioni e offerta, tra chi produce prestazioni sanitarie (strutture sanitarie di vario tipo) e chi le compra per conto del cittadino (ASL), gestendo una quota per ogni residente sul proprio territorio, con la quale deve anche assicurare gli aspetti di assistenza sociale connessi trattamento sanitario. Come conseguenza, le aziende sanitarie, come conseguenza, le aziende sanitarie tenderanno a scaricare tutti i costi connessi all’assistenza sociosanitario ai comuni.

   Tutto questo è stato scritto chiaramente nel Piano Sanitario Regionale 2002-04 della Lombardia, dove, a proposito dell’assistenza domiciliare, si assiste a un vero abbandono dell’ente pubblico che si limita a dare ai cittadini buoni un assegno di 413€ circa per assistere anziani non autosufficienti, disabili, malati psichici e terminali a domicilio.

   Tutta l’assistenza territoriale, disabili il suo carico di problemi sociali e sanitari, strettamente interconnessi fra loro, viene affidata ad un sistema di mance date a chi (soprattutto donne) starà a casa ad occuparsi di patologie e disagi di vario tipo.

   C’è un altro aspetto da considerare, parlando della sanità lombarda, ed è cessione alle Fondazioni (ossia ai privati) di 35 IRCC (Istituti di Ricovero e Cura a carattere scientifico), di cui 15 a carattere pubblico, fra le quali molte situate a Milano, come l’Istituto dei Tumori, il Neurologico Besta e il Policlinico.

UN BUSINESS CON CIFRE DA CAPOGIRO

   Come si diceva prima l’assistenza sanitaria in Lombardia è diventata una grande opportunità di affari. Il giro di affari è di oltre 16 miliardi di euro. Dal 2001 al 2008 le strutture accreditate sono aumentate di 277 unità pari a un aumento del 70%, mentre il pubblico cala di anno in anno.

   Bisogna tenere conto che questo modello lombardo non nasce dal nulla, non è frutto delle idee “geniali” di Formigoni e di CL, ma come si è messo in evidenza prima, nasce dentro un quadro ben preciso della privatizzazione della sanità.

   Come dicevo prima (ed è un bene ripeterlo costantemente), la sanità lombarda (come la scuola), diventa un laboratorio sperimentale (sulla pelle dei cittadini che ora sono definiti clienti) su come si possa smantellare il sistema pubblico, azzerando il più possibile le contraddizioni che inevitabilmente emergeranno sia sul fronte dei lavoratori, sia su quello dell’utenza.

   In questo quadro, ogni struttura sanitaria deve avere piena libertà di azione e di responsabilità, deve dare risposte “efficaci ed efficaci nel rispetto di un budget prestabilito”. In soldoni la libertà si concretizza nella ricerca delle misure concrete atte a rispettare un budget, pena l’eventuale defenestrazione di manager e dirigenti.

   La Lombardia realizza così un sistema autonomo di sanità, sposando in pieno il concetto di devoluzione per cui allo Stato rimane solo la possibilità non l’obbligo di determinare i livelli di assistenza e alle regioni tutta la vera gestione della sanità: questo significa l’abbandono di un’assistenza a tutti, indipendentemente dal fatto che si risieda o no in regioni più o meno ricche e con diverse prestazioni sanitarie.

   Nell’era della devolution ogni regione richiede più risorse, e la Regione Lombardia rivendica soprattutto la possibilità di sperimentare nuovi modelli gestionali, avendo più autonomia nella contrattazione decentrata con i sindacati e nella politica del farmaco.

   Con la piena devoluzione, la regione deve attirare norme di programmazione, indirizzo, controllo e dare la più completa autonomia alle Aziende Sanitarie, soprattutto quelle ospedaliere, le quali devono adottare tecniche di management avanzate, realizzare l’integrazione e la parificazione fra strutture pubbliche e private.

   Questa equiparazione delle strutture sanitarie private e pubbliche ha costretto le Aziende Ospedaliere a competere sul mercato con i privati, in una corsa sempre più sfrenata a produrre prestazioni remunerative a tutto discapito di quelle meno valorizzate che solo il pubblico è obbligato a fornire. Il risultato sarà che il deficit regionale salirà alle stelle, e in compenso, le liste di attesa regionali per alcuni interventi scarsamente remunerativi, si allungheranno senza speranza, mentre proliferano case di cure Medical-center, assolutamente privi di controllo sia per quanto riguarda il numero delle prestazioni erogate, che soprattutto della qualità delle cure erogate, senza dimenticare la questione della sicurezza.

   Oltre a questo, la Lombardia auspica la trasformazione delle aziende pubbliche in fondazioni con la partecipazione di soggetti pubblici e privati.

   Queste aziende dovranno realizzare un profitto e quindi è previsto un consistente taglio dei posti letto per acuti, per riattivare un posto per acuti in un settore specialistico è necessario ridurne due in un altro. I posti letto per patologie acute saranno ridotti fino a quattro per mille.

   Parallelamente è partita una grossa ristrutturazione dei servizi di emergenza urgenza e perciò anche nella “progredita” Lombardia, può accadere che una signora anziana sia rifiutata da vari ospedali per mancanza di posti dia in reparti di emergenza-urgenza, che nelle medicine, e muoia prima di trovare una collocazione.

   Sempre nella logica della riduzione dei posti letto, gli ospedali di piccole dimensioni sono trasformati in “strutture leggere” per ricoveri diurni e specialistiche ambulatoriali.

   Per valutare gli effetti pesanti che questi cambiamenti avranno sui risultati, e stato messo in piedi un sistema valutativo mediante indicatori di accreditamento, di qualità delle prestazioni, del tempo di attesa, degli indicatori economici finanziari, come: costo del personale, costo medio per assistito, costo del personale in base ai ricavi ottenuti, indicatori di mantenitori della spesa entro i limiti previsti.

   Sono presi in considerazione determinate variabili di sistema quali:

  • Variabili d’imput, che considerano personale e utenti come partecipanti a processi produttivi.
  • Variabili di risultato ed efficienza.
  • Variabili di output.
  • Variabili di efficacia.
  • Variabili di out come.

   Inoltre, è necessaria una metodologia di valutazione a garanzia della qualità dell’assistenza e del corretto utilizzo delle risorse, che tenga in considerazione anche la valutazione della soddisfazione dell’utenza, in termini di qualità percepita.

   Tutto questo sistema sarà garantito da un’agenzia di valutazione regionale, svincolata dal sistema sanitario, che esternalizzerà ad aziende del settore, oltre che tutto il lavoro, anche le verifiche necessarie.

   Si accentua così il processo di esternalizzazione dei servizi legati alla sanità che arriva fino all’assistenza ai malati, verso le cooperative (il famigerato terzo settore dell’economia). All’interno delle cooperative (come di tutto il cosiddetto “no profit”) c’è sfruttamento dei lavoratori, dove sono fatti figurare spesso e volentieri come soci-lavoratori.

   Ritornando al sistema valutativo, il non superamento dei livelli stabiliti può significare per le strutture esaminate anche la fuoriuscita dal sistema sanitario.

   Un altro aspetto da rilevare in questo modello è la veloce trasformazione delle strutture pubbliche in aziende, in seguito alla separazione tra prestazioni e offerta, tra chi produce prestazioni sanitarie (strutture sanitarie di vario tipo) e chi le compra per conto del cittadino (ASL), gestendo una quota capitaria per ogni residente sul territorio, con la quale deve anche assicurare gli aspetti di assistenza sociale connessi al trattamento sanitario. Come conseguenza, le aziende sanitarie sempre di più dal settore sociosanitario, cercando di scaricare i costi connessi ai comuni.

   Durante il periodo che Formigoni è stato Presidente della Giunta lombarda tutti i più importanti ospedali della Lombardia erano (e in parte lo sono tuttora) alla Compagnia delle Opere(CdO), i più grandi come il Niguarda e il gruppo San Donato, del patron Giuseppe Rottelli, azionista del Rcs (Corriere della Sera) e quelle dell’hinterland come Desio e Vimercate, e poi Busto Arsizio, Lodi, l’ASL e l’Ospedale Civile di Brescia, le ASL della provincia di Como, Pavia, Mantova e Lodi. L’Ospedale Mellini di Chiari, gli Istituti di Cremona, l’Ospedale Maggiore di Crema e l’A.O. della Valtellina e della Valchiavenna.

   In Lombardia il monopolio clericale è avanzato grazie alla colonizzazione mirata operata direttamente da Formigoni delle direzioni sanitarie. Furono collocati, ciellini, nelle posizioni strategiche: al Niguarda, al San Matteo di Pavia, all’Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli, nell’A.O. di Mantova. A dirigere l’Ospedale di Castiglione delle Stiviere (trasformato in Fondazione), c’è l’imprenditore Guarrino Nicchio, vicino alla Compagnia delle Opere, che si occupa di due ospedali e tre residenze assistenziali. Complessivamente dei 48 direttori sanitari, ben 12 erano legati a CL.

   Non bisogna dimenticare che nella Puglia del sinistro Vendola fu firmato da parte della Regione un accordo, con cui il San Raffaele, per la costruzione di un ospedale sarà finanziato dal pubblico e sarà gestito dalla fondazione privata San Raffaele (ora penso di capire perché una forza politica come il SEL di Vendola inneggia alla libertà, evidentemente alla libera iniziativa privata foraggiata con soldi pubblici).

   Questa colonizzazione clericale della sanità lombarda, non solo di quella pubblica ma anche di quella privata, resta per CL una priorità, non solo economica ma anche ideologica (assieme, ovviamente, alla scuola e all’Università, alla formazione professionale, al cosiddetto “terzo settore”, all’Ente Fiera ecc.) ma anche per altre agguerrite lobby clericali-confindustriali-fasciste come l’Opus Dei. E in atto uno scontro tra le varie fazioni delle alte gerarchie ecclesiastiche e della massoneria piduista per ottenere il monopolio della sanità lombarda, uno scontro che vede coinvolgere CL, e l’Opus Dei, Tettamanzi, Scola e Bertone e quindi dell’allora PDL, della Lega, dell’UDC e del PD.

E I SOLDI NON CI SONO MAI…

   In una fase di crisi e di tagli alla spesa pubblica, qualcuno (ingenuamente) potrebbe pensare che anche i finanziamenti alle strutture private convenzionate e in particolare a una struttura come al San Raffaele per via del buco pauroso del bilancio, sarebbero diminuiti.

   Giammai. Il San Raffaele mantiene tuttora il record di soldi pubblici ricevuti dalla Regione Lombardia, lo dimostra la delibera dell’agosto del 2011. Al San Raffaele sono stati assegnati 41 milioni extra, pari 37.906 a posti letto.

   Ed è la somma più contenuta nel provvedimento del 4 agosto che distribuisce complessivamente 995 milioni di euro agli oltre 220 ospedali pubblici e privati lombardi. Sono i fondi concessi come riconoscimento di “attività d’eccellenza”.

   Il terreno della discrezionalità è quello pascolano e prosperano anche intermediari e faccendieri, che spesso si spacciano come emissari ufficiosi dei dirigenti pubblici. Questo sistema di consulenti che fungono da intermediari senza alcun titolo tra chi paga (Regione) e chi eroga il servizio (strutture sanitarie) stando alle voci che circolano nel mondo della sanità, sarebbe assai diffuso. In questa terra di nessuno si muovono rivoli di denaro che alcuni chiamano tangenti, altre consulenze.

   Sta di fatto che questo bonus regionale muove decine di milioni e spesso è decisivo per fare quadrare il bilancio.

   Questi soldi d’agosto ad aggiungersi ai rimborsi (DRG) per le singole prestazioni: il San Raffaele con i DRG porta a casa dalla Regione Lombardia 450 milioni di euro l’anno.

   Il San Raffaele ha beneficiato di un flusso si soldi pubblici senza pari. Basta spulciare i bonus ricevuti in Lombardia da altri istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS), che pone il San Raffaele, si è Ministero della salute per “l’eccellenza” nell’attività clinica, nella ricerca e nella didattica.

   Il Policlinico di Milano, a parità di posti di letto (1088), riceve 38,2 milioni, tre in meno. Il San Matteo di Pavia, con mille lotte, riceve 25,4 milioni. L’Istituto dei Tumori, punto di riferimento a livello italiano per le cure contro il cancro, ottiene 12,1 milioni cioè 28.300€ a posto letto contro i 37.906 del San Raffaele. Il Policlinico San Donato di Giuseppe Rotelli è rimborsato la metà (18.600 a letto per 8,1 milioni totali), discorso simile per l’Humanitas della famiglia Rocca (14.800€ a posti letto per 9,6    milioni). Solo la IEO di Veronesi e solo nel 2011, è appena sopra il livello del San Raffaele: 8,7 milioni di finanziamenti pari a quasi 45.000€ posti letto. 

 MA COME E’ STATO POSSIBILE IL BUCO?

   Questo che potrebbe essere il titolo di un programma televisivo, è una domanda più che legittima visto i fiumi di denaro pubblico che sono affluiti verso il San Raffaele.

   Il mistero (mistero per noi profani e miscredenti che sono fuori da queste vicende “divine “ovviamente) comincia un giorno del luglio del 2011, quando Mario Cal suicida (così che viene data la notizia) nel suo studio. Cal avrebbe dovuto essere ascoltato dalla Procura della Repubblica, come testimone, per definire i contorni e le dimensioni del maxi-buco del San Raffaele.

   Questo suicidio pone interrogativi, prima quello della pistola già conservata in un sacchetto di plastica nel mare di sangue in cui cadavere Cal è stato trovato. Come mai? Chi ha provveduto?

Torniamo alla possibile origine dei debiti. Si sapeva che il San Raffaele faceva le cose in grande, spendeva e spandeva. Un esempio è la cupola di 60 metri d’altezza sovrastata da una statua di 8 metri dell’angelo San Raffaele. Oppure gli hotel in Sardegna[9] e le piantagioni di mango in Brasile.

  Cal lasciò un ultimo segnale ai magistrati, lasciando in una villetta di sua proprietà, l’archivio delle operazioni occulte del San Raffaele.[10]

   Questa parte occulta parla di consulenze, e di fatture in apparenza inspiegabili, di aerei e Joint ventur. In questi fascicoli Cal ha reso evidente alcune operazioni.

   Una è l’operazione inerente, l’aeroplano Challenger CL 604, passata attraverso l’Assion Aircraft & Yachting, che è una scatola con sede ad Auckland (Nuova Zelanda). I fatti risalgono al 2007, quando don Verzè sostituisce il vecchio aereo con uno più lussuoso e in grado di fare voli transoceanici. I soldi, circa 13 milioni di euro li garantiva la Fondazione, ma arrivano attraverso una società finanziaria, la Sg Equipment Finance Scweiz, da una società del gruppo francese Société Generale e in particolare dalla filiale svizzera di Zurigo con la quale Airviaggi, la partecipante del San Raffaele che controlla la Assion, apre un leasing. Chi si occupa di tutto è Piero Daccò.

   Daccò sarebbe l’uomo che avrebbe il ruolo ufficiale di collegamento tra il San Raffaele e un gruppo di manager e politici della Regione Lombardia. L’uomo, italiano con residenza a Londra, ufficio in Svizzera, casa a Sant’Angelo Lodigiano (Lodi) e interessi in Cile, è un ex fornitore per l’ospedale Fatebenefratelli di Milano[11]  in sostanza è la longa manus degli uomini della Regione Lombardia.

   A Lugano, ha l’ufficio, la Juvans International, che sarebbe riconducibile secondo molti fonti a Daccò. Essa non è altro che una succursale della Juvans Bv olandese.

   La Juvans è indicata come controparte in numerose transazioni   finanziarie che aveva come controparte il San Raffaele.

   In un altro fascicolo Cal indica una consulenza affidata a Daccò attraverso una società austriaca, l’Harman Holding, che fu incaricata di gestire i contenziosi legali esteri. Un lavoro remunerato per mezzo milione di euro. Un’altra operazione riguarda l’EdiRaf, la società di costruzione del San Raffaele che l’ospedale ha condotto tra il 2001 e il 2008 in Joint venture con la Diodoro Costruzioni Srl, una società di Pierino Zammarchi, oggi liquidata. La Diodoro ha costruito la residenza alberghiera del San Raffaele, e attraverso la Method ha partecipato ai lavori della costruzione di Olbia, a quelli dell’ospedale in Brasile e negli otto anni ha incassato fatture (non solo dal San Raffaele) fatture per 271 milioni. Fino al 2006 ha avuto tra i suoi soci anche un politico locale, Emilio Santomauro, dell’UDC, due volte consigliere comunale a Milano ed ex presidente della Commissione Urbanistica del Comune di Milano e già vicepresidente della SOGEMI, la società del Comune gestisce l’Ortomercato. Dire Ortomercato significa mafia e non è un caso che la Procura di Milano arriva a sospettare che Santomauro e Zammarchi possano essere dei prestanome della Camorra. Zammarchi arriva a raccontare di essere stato vittima di una serie di pressioni di alcuni malavitosi. Il magistrato che lo assolve scrive che è “solo un imprenditore che ha la pessima idea di farsi prestare soldi da un mafioso e da quel momento ne diviene vittima”. Il processo a suo carico si conclude, nel marzo 2011, con un’assoluzione per formula piena: la motivazione è che non vi alcuna prova dei legami di questa società con la camorra.[12] Dopo l’assoluzione Zammarchi ritorna a frequentare Cal negli ultimi mesi della sua vita, con pranzi e frequentazioni molto frequenti.

   Nelle carte di CAL c’è l’altra grande diversificazione di don Verzè e Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche milanesi, vicino manco a dirlo a CL, ex consigliere della Fondazione San Raffaele. Il duetto ha costituito la Blu Energy (destinata in seguito alla vendita): in tre anni di vita la società ha accumulato 116 milioni di debiti, soldi per lo più ricevuti dalle banche (79,8 milioni) e utilizzati per costruire l’impianto di produzione di energia di Vimodrone (MI). La missione di Blu Energy erano forniture elettricità al San Raffaele. Ma all’ospedale ha fatto solo lievitare i costi di approvvigionamento da 11 a 41 milioni.

   Tutte queste operazioni farebbero pensare a fondi segreti. Secondo fonti giornalistiche[13] il deputato PDL il deputato del PDL Enrico Pianeta,[14] quello che aveva contribuito a fa riversare sul San Raffaele massicci finanziamenti pubblici con la finalità ufficiale di realizzare opere nel Terzo Mondo, avrebbe favorito il flusso di fondi dall’Italia verso l’estero (soprattutto in Brasile, dove il San Raffaele ha molte attività). Ma prima di arrivare a destinazione quel patrimonio avrebbe fatto “sosta”, guarda caso, in Svizzera, per poi ripartire più leggero.

   Quest’affermazione da un punto di vista economico e politico di CL nella sanità, come in altri settori, è mal vista dall’OPUS DEI.

   Il giorno che si suicidò Cal, Rutelli fece un comunicato che scatenò, via agenzie, un furioso litigio tra lui e Formigoni. Colpisce che Rutelli intervenga su una vicenda – seppur grave a livello nazionale per via del buco di oltre un miliardo e mezzo di un importante struttura come il San Raffaele – in cui altri leader politici si sono ben guardati dal dire una parola soprattutto nel giorno del suicidio di Cal.

   Da dove viene questo fervore di Rutelli per una struttura privata?

   E bene ricordare il rapporto che esiste tra il cardinale Tarcisio Bertone e Francesco Rutelli. È un rapporto che si basa sulla stima reciproca che dura da anni. Basti ricordare che nella sua prima uscita pubblica da segretario di Stato vaticano, in occasione di un concerto all’Auditorium di Via Conciliazione – nel settembre 2006 – l’allora vicepresidente del consiglio era presente con altri uomini del centrosinistra tra i quali Alfonso Pecoraro Scanio, Claudio Petruccioli e Vincenzo Vita.

   Non solo. Giusto un anno dopo, in occasione della presentazione del libro del segretario di Stato. L’ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia opera redatta con il vaticanista del Tg1 Giuseppe De Carli, tra gli altri, sedeva anche Francesco Rutelli, che ricordò in quella sede filiale devozione mariana di Giovanna Paolo II. Ora Rutelli dai trascorsi radicali negli anni ’70 che non erano certo vicini a santa romana chiesa, si è convertito tanto da sposarsi in chiesa ed entrare in contatto con l’Opus. Non a caso nel 2002 partecipa a un convegno dedicato al beato Escrivrà (il fondatore dell’Opus Dei) prossimo a essere proclamato santo.

   Dunque, dietro il battibecco tra Rutelli e Formigoni si cela il tentativo dell’Opus Dei di prendere la guida del sistema sanitario lombardo (e dei relativi affari) messo a dura prova da alcune mosse quali ad esempio:

  • Il salvataggio da parte dello IOR del San Raffaele.
  • Il salvataggio di manager romani.
  • Il tentativo di far dimenticare di far dimettere il cardinale Tettamanzi dall’istituto Toniolo – che controlla l’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli di Roma – prima dell’arrivo del neo Arcivescovo di Milano Angelo Scola.

In sostanza si tratta di una lotta per contendersi una torta miliardaria legata alla sanità.

RIORDINO DELLA SANITÀ’ PUBBLICA O “RIORDINO DEI POTERI” ALL’INTERNO DEL CENTRO DESTRA

   Come si è visto nei 15 anni di presidenza della Regione, Formigoni era riuscito ad assicurarsi non solo il controllo della sanità ma anche del territorio attraverso un collaudatissima rete clientelare; in un audizione del dicembre 2015; alla Commissione Speciale Antimafia Regionale, Nando dalla Chiesa sottolineava che la Sanità rappresenta un tassello importante di questa rete clientelare; infatti le difficoltà a superare le liste di attesa per esami, visite specialistiche, interventi chirurgici possono essere superate attraverso medici o amministratori compiacenti; si rafforza così la “stima” della gente nei confronti del politico di riferimento, mentre gli operatori della Sanità sanno che la vicinanza dell’associazionismo cattolico spiana la possibilità di carriera.

   Maroni quindi ha sempre cercato di cambiare i direttori generali di ASL e Ospedali; solo negli ultimi tempi gli è riuscita grazie alla Magistratura che ha incriminato vari dirigenti regionali e soprattutto l’Assessore alla Salute Mantovani, che occupava quel posto in palese conflitto d’interessi poiché proprietario di una rete di Residence Sanitarie-Assistenziali (RSA).

   La sanità dell’era maroniana prevede diverse cose. Innanzitutto, una variazione della denominazione degli strumenti con cui la Regione vuole gestire i servizi Sanitari, Sociosanitari e Sociali; questi sono numerosi perché non c’è stato alcun sforzo (ma forse sarebbe meglio dire che Forza Italia non ne ha dato la possibilità alla Lega) di sburocratizzare le istituzioni sanitarie.

   Senza dubbio l’atto più importante di questo riordino è l’accorpamento degli assessorati alla Salute e della Famiglia, che in linea teorica farebbe intravedere una volontà di procedere verso una integrazione tra servizi sanitari, sociosanitari e sociali; peccato che la legge non prevedeva più i distretti che nonostante i limiti e le incongruenze erano un luogo di integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali, di cui i Comuni sono titolari. Solo l’approvazione di un emendamento dell’opposizione permetteva la sopravvivenza dei distretti, ma senza concedere all’assemblea dei Sindaci (organo di rappresentanza dei Sindaci di un distretto) quei poteri decisionali e non solo consultivi che renderebbero più efficace l’integrazione sociale e sanitaria ad esempio i NIL (nuclei per l’inserimento lavorativo) avrebbero bisogno di una stretta collaborazione coi servizi di diagnosi di disabilità ed invalidità; l’ADI (Assistenza domiciliare integrata) dovrebbe incentivare la cooperazione tra operatori sanitari e sociali. Gli esempi sono moltissimi, tutti causa di malessere tra gli assistiti che non capiscono cosa tocchi fare ai servizi delle ex ASL e cosa ai servizi comunali.

   Forse nello spirito della nuova legge, queste incongruenze dovrebbero superate dalle ATS (Azienda di Tutela della Salute) con funzioni sovrapponibili alle ex ASL, cioè PAC (Programmazione, Acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti pubblici e privati, Controllo), compiti questi in parte sovrapponibili a quelli della Direzione Generale dell’Assessorato; vedremo se questa duplicazione avrà effetti pratici positivi.

   Le ATS sono 8 mentre le ASL erano 15 e sono:

  • ATS Città Metropolitana (ASL MI, MI1, MI 2, Lodi).
  • ATS Insumbria (vecchie ASL Varese e Como).
  • ATS Brianza (vecchie ASL Lecco e Monza).
  • ATS Bergamo (vecchia ASL Bergamo).
  • ATS Brescia (vecchia ASL Brescia).
  • ATS Pavia (vecchia ASL Pavia).
  • ATS della Val Padana (vecchie ASL di Mantova e Cremona).
  • ATS della Montagna (vecchie ASL di Sondrio e Val Camonica).

   È abolita la Conferenza dei Sindaci (organo di rappresentanza consultiva dei Sindaci di una ASL); d’altra parte l’aumento del numero dei Comuni di una ATS e la loro disomogeneità è tale da impedire una voce omogenea dei Sindaci nei confronti della direzione delle ATS; dal punto di vista dell’utenza ci sarebbe da auspicare un decentramento reale di queste funzioni essenziali per i cittadini che avranno a che fare con ATS di dimensioni ancora maggiori rispetto alle ASL.

   Le ASST (Aziende Socio-Sanitarie Territoriali) sostituiscono le ex AO (Aziende costituite non solo dagli stabilimenti ospedalieri ma anche da ambulatoriali specialistici, consultori, dipartimenti di salute mentale, ecc.). Sono 27; cito solo quelle della metropolitana; gli interessati potranno vedere le altre (alcune con nomi fantasiosi come la ASST Sette Laghi del Varesotto) sul sito della Regione; la citazione però è sufficiente per far vedere come la collaborazione di operatori ospedalieri e territoriali sia da tutta da costruire e che la nuova legge certamente non facilita quella auspicata continuità assistenziale tra cure ospedaliere-specialistiche e medici di base.

   Le ASST della città metropolitana sono:

  • ASST Niguarda (vecchia AO Niguarda).
  • ASST S. Paolo e S. Carlo (vecchie AO omonime).
  • ASST Polo Pediatrico (vecchie AO Sacco e Fatebenefratelli).
  • ASST G.Pini/CTO (vecchia AO omonima).
  • ASST Ovest Milanese (vecchia AO Legnanese).
  • ASST Rhodense (vecchia AO di Garbagnate).
  • ASST Nord Milano (vecchia AO ICP).
  • ASST Melegnano e Martesana (vecchia AO Melegnano).

   Come si vede non sono compresi in questo elenco gli Istituti Scientifici (Policlinico, Tumori, ecc.) in gestione con Ministero della Sanità; gli Ospedali Sacco e Fatebenefratelli siano accomunati in un polo pediatrico che devono realizzare in sostituzione dell’Ospedale Buzzi e M. Melloni.

   Il riordino dell’assistenza sanitaria territoriale è affidato alle Articolazioni Socio-Sanitarie Locali (ASSL) con compiti di governo delle cure primarie e della prevenzione, di programmazione dell’offerta locale, di accreditamento dei servizi territoriali (es. consultori privati), di controllo sulle prestazioni e sull’uso dei farmaci e dei presidi medico-chirurgici. Le ASSL dovrebbero funzionale in stretto contatto con le AISA (Aziende integrate per la salute e l’assistenza) e con le UCCP (Unità di cure complesse primarie). I compiti sono differenti ma tuttora non bene differiti.

   L’AISA gestisce le strutture ambulatoriali e ospedaliere secondo una classificazione degli Ospedali “coerente con il regolamento degli standard della rete ospedaliera adottata d’intesa fra Stato e Regioni, definiti con successivo provvedimento di Giunta”. In aggiunta sono istituiti i POT (Presidi Ospedalieri Territoriali) e i PreSST (Presidi Socio-Sanitari Territoriali), non presenti negli standard nazionali in cui dovrebbero entrare medici di base e specialistici-ospedalieri, secondo un modello organizzativo non stabilito, ma che verosimilmente dovrebbe essere flessibile in rapporto alle situazioni locali; nei PreSST oltre ai medici di base dovrebbero essere presenti operatori sociali; ma quali? Di provenienza comunale o dalle attuali strutture sociosanitarie (SerT, Psichiatria, Consultori ecc.). È sottolineato con un provvedimento apposito che i POT potranno (dovranno) essere costituiti attraverso la collaborazione pubblico-privato (si intende che i medici di base lavorino anche negli Ospedali territoriali o che si costituiscono cooperative di medici che lavorano in questi ospedali o altro?).

   La Regione Lombardia, inoltre, dovrà chiedere che gli accordi convenzionali nazionali dei medici di base e che il contratto collettivo nazionale dei medici ospedalieri prevedano queste nuove funzioni.

   Altro servizio territoriale previsto dalla legge è l’UCCP (Unità di Cure Complesse Primarie), istituzione in cui dovrebbe avvenire “la presa in carico del paziente nella prospettiva della continuità assistenziale e nella gestione di percorsi di cura e di presa in carico della cronicità”; si tratta, in altre parole, di gestire malati complessi (diabetici, ipertesi, cardiopatici, oncologici), che necessitano multipli accertamenti diagnostici e controlli ripetuti, oggetto degli attuali Crea (modalità di compenso dei medici di base che si assumono l’incarico di seguire questi malati secondo protocolli stabiliti).

   Con questa legge Maroni ha raggiunto i suoi obiettivi comunicativi, vantando fatti che nella realtà non sono mai stati raggiunti, come l’abbreviazione delle liste di attesa o il risparmio di 300 milioni di euro da reinvestire in servizi.

IL FALLIMENTO

   È evidente che qualcosa veramente non ha funzionato nel servizio sanitario lombardo, accreditato come si diceva prima da più parti come il migliore ed il più efficiente della penisola.

  1. A distanza di diverse settimane dalla notizia della comparsa del Coronavirus, quando già si conoscevano le vie di trasmissione, non può essere considerato normale il fatto che tra le persone contagiate dal famoso trentottenne di Codogno, vi siano degli operatori sanitari che lavoravano nell’ospedale di Codogno. Né può essere considerato “normale” il contagio di pazienti già ricoverati per altri motivi in strutture ospedaliere. Le indicazioni dell’Oms sulle precauzioni universali e i protocolli da rispettare per gli operatori sanitari sono molto chiari.
  2. E’ sterminata la letteratura sull’obbligo dell’uso dei DPI, i dispositivi di protezione individuale (non solo di adeguate mascherine) da parte del personale sanitario, sulle modalità di accoglienza, di ricovero dei cittadini con patologie sospette e sulla gestione della sicurezza sanitaria nelle strutture ospedaliere. Misure da adottarsi quindi non solo di fronte ad un paziente già fornito di diagnosi.
  3. Tardive sono state le indicazioni, rivolte a chi temeva di essere stato infettato, di non recarsi nei Pronto Soccorsi, né nello studio del proprio medico curante per evitare di trasformare quei luoghi di cura in luoghi di malattia. Si è aspettato il caso Codogno prima di diffondere a tamburo battente i numeri di telefono da contattare e le indicazioni di non recarsi al pronto soccorso. Ma ormai “i buoi erano scappati”.
  4. I medici di famiglia sono stati completamente abbandonati a se stessi dalla Ats di Milano (e non solo) mentre in una condizione di enorme stress erano sommersi da ogni tipo di richiesta. Per vari giorni non sono state loro fornite nemmeno le mascherine; hanno dovuto cercarsele da soli spesso senza riuscire a trovarle. Eppure, la tutela della salute degli operatori sanitari rappresenta un patrimonio sociale fondamentale della collettività per garantire assistenza e cura a tutti. Ma Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, la scorsa estate quando era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, aveva dichiarato “ma chi va più dal medico di base? Quel mondo è finito”. Chi governa la Lombardia sembra muoversi su questa linea.
  5. I dispositivi di protezione individuale (DPI) sono arrivate in grande arrivato anche nelle strutture ospedaliere e spesso distribuiti con criteri incomprensibili ad esempio il personale addetto ai trasporti interno dei malati non è stato munito di mascherine:[15] questi lavoratori non sono dipendenti del SSN ma di una cooperativa.
  6.  L’aver indicato, a livello nazionale, il 112 come numero di riferimento è stato un grave errore, migliaia di telefonate per avere informazioni sul Coronavirus hanno intasato un numero dedicato alle emergenze creando conseguenze drammatiche per cittadini con altre gravi urgenze sanitarie. Quando finalmente in Lombardia è stato attivato un numero telefonico dedicato, ben presto questo è risultato difficilmente raggiungibile per l’alto numero di telefonate e per il basso numero di operatori.
  7. Diversi medici ospedalieri sono sottoposti a turni massacranti in attesa di un cambio turno che non arrivava. Mentre nessuna autorità regionale ha ritenuto di obbligare le strutture sanitarie private a mettere a disposizione della collettività le proprie competenze e il proprio personale medico; eppure la sanità privata è destinataria di somme ingenti da parte della Regione. Ma la tutela della salute pubblica, non le riguarda, e nessuno sente il dovere di chiedergliene conto.
  8. In questi giorni sono stati cancellati da parte delle strutture sanitarie pubbliche una grande quantità di visite ed esami già prenotati anche con codice d’urgenza e relative ad altri settori della medicina non coinvolti nella vicenda Coronavirus.[16] Chi economicamente poteva si è rivolto alla sanità privata che sta traendo ulteriori guadagni da questa situazione.

  Tutte queste carenze non sono state casuali e limitate alla vicenda del Coronavirus. Ma nascono dal fatto che i servizi di prevenzione sono ridotti al minimo, i pronto soccorso sono quasi tutti in condizioni fortemente critiche, i medici di base scarseggiano, gli ambulatori territoriali sono stato ridotti.

   Un sistema sanitario concertato solo sulla cura e sul profitto che ha trasformato la salute in una merce, che ignora la prevenzione perché non produce guadagni per le lobby private del settore e che non coinvolge la popolazione nella tutela della propria salute individuale e collettiva ha mostrato il suo tallone di Achille di fronte a una nuova patologia infettiva di facile trasmissibilità.

DA DOVE PARTIRE

   È importate che ci sia una grande mobilitazione popolare per una sanità pubblica e gratuita, che non sia legata alle esigenze del profitto capitalistico sulla pelle dei malati.

   In questa mobilitazione è importante il coinvolgimento dei lavoratori degli ospedali e servizi sociosanitari territoriali, che insieme alle altre forze organizzate al cambiamento, partendo dai problemi materiali degli addetti, si allarghi ai pazienti e alle loro famiglie, ai lavoratori delle altre realtà lavorative, ai ricercatori, agli specializzanti medici e laureati non medici, agli studenti (soprattutto quelli delle facoltà di medicina e quelli delle professioni infermieristiche), ai movimenti antagonisti e al volontariato solidale (quello vero non quello affaristico).

   Bisogna essere coscienti che i medici rappresentano la parte del sistema più restia al cambiamento, con forti contraddizioni interne.

   Le organizzazioni sindacali che si muovono sul terreno di classe possono dare un grande contributo alla costruzione di questo fronte di lotta.

  È stato dimostrato che la Sanità pubblica come Servizio sanitario nazionale è efficace e meno dispendiosa di quella privata.

   Occorre battersi per ottenere una vera medicina preventiva, che deve porsi l’obiettivo del rischio zero per tutti i cancerogeni.

   Si calcola che in Italia siano presenti circa tre milioni di tonnellate di amianto che sono una reale emergenza nazionale, sociale, ambientale e sanitaria.

   Questo lavoro è difficile visto i ritmi di bonifica attualmente impiegati.

   La prevenzione non deve intervenire con i ritmi di bonifica attualmente impegnati, ma anche per pericoli e malattie nuove come lo stressa quotidiano e l’Uranio impoverito. Impiegato nelle guerre imperialiste dove sono state coinvolte l’Italia, malattie che provocano tumori, o patologie legate ai flussi migratorie o per altre malattie che ritornano, come la TBC e la poliomielite.

   Altro aspetto non trascurabile è quello riguardante i disabili, le persone colpite dalla psichiatria, i malati cronici e gli anziani.

  La sostenibilità dei servizi offerti nel pubblico è del tutto insufficiente alla massiccia domanda che perviene della popolazione.

   Il privato, spesso nella sua formazione assistenziale, è subentrato al pubblico offrendo servizi quasi esclusivamente con rette esorbitanti che spesso ricadono in maniera considerevole nell’economia dell’utente e della sua famiglia.

   Le politiche complessive, in altre parole i campi prioritari di azione non si conciliano nella maniera più assoluta con l’organizzazione del lavoro delle aziende ospedaliere (strutturalmente inadeguate).

   Nel privato per es. si richiede agli operatori (siano essi infermieri, Operatori Socio-Sanitari – gli O.S.S. – medici, tecnici) una superflessibilità mansionaria, oraria, di turni ecc.

   L’utilizzo dei denari pubblici, anche questi inadeguati, è privo di una pur ragionevole e rigoroso controllo da parte di quelli che dovrebbero essere gli organi competenti.

   Se a tutto questo aggiungiamo le condizioni vetuste delle strutture destinate a ogni tipo di assistenza, si comprende la causa della non conformità dei servizi.

   La cura con farmaci chimici o omeopatici rappresenta un’opzione terapeutica, collegata al più ridotto sconto praticato dalle farmacie al SSN e quindi ai minori risparmi che quest’ultimo può realizzare in conseguenza dello spending réview.

   Lo spending réview è il contrario di ciò che rende più appropriate le prestazioni del welfare sociosanitario.

   Essa diminuisce la copertura e universale e quindi i “livelli essenziali” riguardanti i diritti sociali previsti dalla Costituzione.

   Per universalismo s’intende che tutti i cittadini, con il pagamento delle imposte e per diritto costituzionale, sono salvaguardati nella loro condizione di salute.

   Per questo motivo riteniamo che ci si debba porre l’obiettivo che non sia solo quello delle cure in caso di malattia, ma la creazione di un sistema che prevenga le malattie e preveda una condizione di benessere per tutta la popolazione.

    Partiamo dal fatto che l’organizzazione sanitaria è una parte (la più importante) del sistema salute.

   Bisogna battersi per un sistema che sia basato sulla prevenzione, la partecipazione e la programmazione, coscienti che la prevenzione è la malata più grave. I tagli che sono stati effettuati dai governi che si sono succeduti nel paese, non consentono non solo di svilupparla, ma neppure di difenderla mettendo in forse quanto di buono gli operatori hanno fatto.

   I liberisti (che siano di destra o di “sinistra”) dicono che lo Stato deve risparmiare e potrebbe in forse e potrebbe risparmiare e potrebbe essere volta a dismettere l’imponente attività sanitaria, devolvendo tutto al privato e dedicando il frutto e dedicando il frutto delle tasse al pagamento del debito sovrano.

   In realtà il sistema sociosanitario italiano è funzionale alla logica del profitto e non alla tutela della salute.

   Nell’attuale fase di crisi economia il capitale finanziario lavora per creare fonti di profitto, speculazione e sfruttamento.

   Per questa battaglia è importante e decisivo che tra le masse popolari ci sia la consapevolezza (e questo non avviene certamente spontaneamente) che se non ci fosse il Sistema nazionale per la stragrande maggioranza dei cittadini sarebbe difficile a far fronte alle spese per la prevenzione, le cura e l’assistenza sanitaria.

   Un altro terreno di lotta è contro il mobbing, che in altre parole una tortura soft presente nei luoghi di lavoro, questo è un fenomeno ha ormai assunto, a seguito delle denunce di esperti del settore (medici, sociologi ecc.) e delle stesse vittime, proporzioni senza dubbio rilevanti, così da coinvolgere secondo la stima di un autorevole settimanale francese,[17] percentuali non indifferenti di lavoratori. In conformità a tale stima, oltre il 4% dell’intera forza lavoro occupata in Italia è attualmente colpita da pratiche di mobbing.


[1] A volere essere precisi già dalla metà degli anni ’60, completata la ricostruzione post-bellica in Europa e in Giapponesi, cominciarono a manifestarsi i primi sintomi di un nuovo tipo di crisi cominciarono a manifestarsi i primi sintomi di un nuovo tipo di crisi. Da un lato si indeboliva la posizione economica degli USA, il paese fino ad allora dominante il paese fino ad allora dominante, di fronte alla concorrenza della Germania e Giappone, dall’altro attraverso lo sfruttamento degli operai una massa enorme di capitali (gli “eurodollari”) che non vengono reinvestiti nel ciclo produttivo ma che cercavano altre fonti di guadagno fuori dalla produzione.

[2] Nel 1971 gravati dall’enorme da un enorme deficit della bilancia dei pagamenti (conseguente al loro indebolimento sui mercati internazionali e al deficit dello Stato amplificato dalla guerra in Vietnam), gli USA decretarono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro,

[3] Una ricostruzione dell’evento è data da un intervento di Luigi Cavallaro, La congiura dei tecnici – All’origine della crescita del debito pubblico nel nostro paese c’è il divorzio consumato negli anni Ottanta tra Banca d’Italia e governo dell’economia per ripristinare il comando del capitale sulla società – Un percorso di lettura su Il Manifesto di sabato 29 settembre 20012.

[4] Termine corretto per definire la stragrande maggioranza dei paesi che appartengono al cosiddetto “Terzo Mondo”, si tratta delle vecchie colonie che sono diventati paesi politicamente autonomi ma dipendenti da un punto di vista economico.

[5] Mettiamo tra virgolette Stato sociale poiché nell’ambito del modo di produzione capitalista dove la classe dominante è quella borghese, lo Stato non può essere sociale. Le riforme (tra le quali è da mettere tutti gli interventi in nel campo del diritto alla salute, alla previdenza ecc.) sono il sottoprodotto di lotta rivoluzionaria/radicalizzazione della lotta di classe.

[6] La Cina possiede 1.120 miliardi di dollari (pari a circa mille miliardi di euro) di titoli di debito Usa. Sul mercato mondiale dei prestiti americani, la quota della Cina è pari al 7%, mentre l’ex Celeste impero è il primo creditore degli Stati Uniti, davanti al Giappone e rappresenta il 17% del debito sovrano americano detenuto da investitori stranieri.

https://www.italiaoggi.it/news/pechino-ha-1-000-mld-di-bond-usa-2363664

[7]  Certamente l’epidemia di coronavirus le difficoltà di Pechino. Né poteva essere diversamente. Wuhan e la provincia dell’Hubei sono tra le più industrializzate della Cina. Là sono concentrate molte industrie elettroniche, là si trova il più grande polo automobilistico del paese.  Lo stop delle attività ha inferto un duro colpo alla produzione cinese. Ma già a febbraio i dati ufficiali parlavano di un indice composito dell’attività manifatturiera calato a un valore oscillante, a seconda delle stime, fra il 35,7 e 27,8 punti, più basso del livello raggiunto nel 2008 in piena crisi finanziari mondiale. Analogo caso nel settore dei servizi.

[8] Un trucco che qualche medico italiano ha provato a “vendere” anche nella televisione italiana è di dire che la data persona morta a seguito di crisi respiratoria, o complicazioni a carico del cuore o altro, non è “morta di” coronavirus, ma è “morta con” il coronavirus. Ovvero è morta per altre cause, mentre il coronavirus è solo una concausa. Un poco come se si dicesse che una persona che viene trapassata da una pallottola al cervello, in seguito al quale evento il cuore si ferma, non è morto per la pallottola, ma per l’arresto cardiaco. Nello stesso modo un anziano (o un giovane) con varie problematiche pregresse che muore in terapia intensiva sarebbe morto per queste e non per la causa della terapia. Peccato che altrimenti sarebbe ancora con noi.

[9] http://www.corriere.it/cronache/11_luglio19/gerevini-cal-conti_4789aa4

[10]  http://tuttigliscandalidelvaticano.blogspot.com/2011/10/don-verze-e-i-segreti-occulti-

[11] http://blitzquotidiano.it.cronaca-italia/san-raffaele-i-sospetti-

[12] All’inizio di luglio, prima di suicidio di CAL, nel cantiere del San Raffaele, scoppia un incendio nel cantiere. La versione ufficiale che è accreditata è quella dell’autocombustione, perché si ritiene difficile entrare in un cantiere molto sorvegliato, con tanto di telecamere. Ora il belo è che quasi nessuno si era reso conto che c’era un incendio nel cantiere http://lanuovasardegna.gelocal-it/cronaca/2011/07/10/newa/scoppia-un-incendio-paura-al-san-raffaele-4596010

[13] http://www.corriere.it/11_luglio_21/san-raffaele-i-sospetti-

[14] La sua assistente, Perla Genovesi, a causa di un’indagine a Palermo su di lei per traffico di droga, aveva cominciato a fare delle rivelazioni.

[15] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/27/coronavirus-cosa-non-ha-funzionato-nella-sanita-lombarda/5718745/

[16] Come risulta ad esempio ai microfoni di “37e2”, la trasmissione sulla salute di Radio Popolare.

[17] Ricerca a cura di Romano Nobile con prefazione di Giovanni Russo Spena e di Vittorio Trupiano, la tortura nel Bel Paese, Malatempor

CIBERWAR

•luglio 8, 2020 • Lascia un commento

   Il Cyberspazio è il dominio caratterizzato dall’uso dell’elettronica e dello spettro elettromagnetico per immagazzinare, modificare e scambiare informazioni attraverso le reti informatiche e le relative infrastrutture fisiche. È visto come la dimensione immateriale che mette in comunicazione i computer in tutto il mondo in un unico network che permette agli utenti di interagire tra loro. È oggi comunemente utilizzato per riferirsi al “mondo di Internet” in senso generale. Il termine trae origine dalla fantascienza cyberpunk, nella quale il cyberspazio comprende vari tipi di realtà virtuale condivise da utenti. Il termine cyber-war fu coniato nel 1993 da John Aquila ex marine e docente di Scienze dell’informazione in un’università della marina a Monterey a sud di San Francisco e da David Ronfeldt analista della Rand Corpotion. Nel loro saggio Cyber-war is coming descrissero le prossime sfide alla macchina militare S.U.A.: “La rivoluzione negli strumenti di informazione significa la nascita della cyber-guerra. I conflitti non saranno decisi dalla massa delle truppe o dalla mobilità, ma vincerà il lato che sa di più sulle forze del nemico. La cyber guerra potrebbe essere, per il XXI secolo, ciò che la guerra lampo è stata per il Novecento e necessita di sostanziali cambiamenti nell’organizzazione militare”. In quest’ottica, i due diedero vita anche ai nuovi concetti (e conseguenti neologismi) di netwar (guerra in rete) e noonpolitik (politica della conoscenza).

   In sostanza la cyberwar si prefigge due obiettivi. Il primo consiste nel paralizzare il ciclo decisionale dell’avversario mentre il secondo mira a sottomettere l’avversario senza combattere[1], mediante operazioni letali e non letali che possono comprendere il blocco dei sistemi informativi; delle reti informatiche; della borsa, dei sistemi bancari e delle telecomunicazioni, dei trasporti di superfice; della produzione e della distribuzione di energia.

   Per questi motivi non è un caso che la dottrina congiunta delle operazioni di informazione del Pentagono (in data febbraio 2006), spiega che, “per avere successo, è necessario che le forze armate statunitensi ottengano e mantengano la superiorità nel campo dell’informazione[2]. Le “operazioni di informazione” si definiscono come “l’uso integrale della guerra elettronica” (EW), le operazioni sulle reti informatiche di computers (CNO), le operazioni psicologiche (PSYOP), demoralizzazione delle forze avversarie (MILDEC) e le operazioni di sicurezza (OPSEC), tutte queste sono un insieme di capacità specifiche di appoggio per influenzare, interrompere, corrompere o usurpare le decisioni degli avversari umani e non per proteggere le proprie”. Secondo tale dottrina, le operazioni di informazione sono composte da queste cinque capacità: PSYOP, MILDEC, OPSEC, EW e CNO, tre delle quali (le prime), nelle operazioni belliche, hanno svolto un ruolo fondamentale per secoli, attualmente sono state accompagnate da un nuovo concetto di guerra, la guerra elettronica (EW) e le operazioni sulle reti (CNO), da qui il nasce il concetto di guerra cibernetica. Le capacità delle operazioni di informazione possono essere impiegate in operazioni massicce sia di difesa che di offesa e in forma simultanea, incrementando di fatto l’efficacia delle forze convenzionali e al tempo stesso proteggendo le organizzazioni e i sistemi.

   Questa particolare strategia si articola in ben undici obbiettivi:

  1. Distruggere: danneggiare un sistema o ente fino al punto di renderlo in operativo e irreparabile nel suo complesso;
  2.  Interrompere: rompere, rallentare e impedire il flusso delle informazioni avversarie;
  3. Degradare: ridurre l’efficacia e l’efficienza di tutti i sistemi di comunicazione nemici e di conseguenza le loro capacità di ricompilazione di informazioni, demoralizzare le unità di combattimento, sminuire il valore di un bersaglio o confondere l’avversario;
  4. Negare: impedire al nemico di avere accesso e utilizzare informazioni, sistemi e servizi critici;
  5.  Ingannare: indurre una persona a pensare il falso. MILDEC consiste nel cercare di ingannare gli avversari tramite la manipolazione della percezione della realtà;
  6. Sfruttare: avere accesso ai sistemi degli avversari per raccogliere informazioni o seminarne di false o preoccupanti;
  7. Influenzare: provocare comportamenti favorevoli alle forze di occupazione statunitensi;
  8. Proteggere: azioni di difesa riguardanti le operazioni di spionaggio, prevenire la cattura di strumentazioni sensibili e informazioni;
  9.  Allerta: scoprire l’esistenza, o presenza di fatto, di una intrusione/invasione nel sistema informatico;
  10. Restaurare: reintegrare informazioni e sistemi al loro stato iniziale;
  11. Rispondere: reagire rapidamente agli attacchi o invasioni avversarie.

   Il Venezuela bolivariano di Chávez conosce molto bene per averle ripetutamente subite, l’uso di queste strategie, le operazioni psicologiche (PSYOP) e la loro messa in pratica. Nel giugno 2005, il Pentagono lanciò un attacco PSYOP diretto al Venezuela per proiettare opinioni che cercavano di screditare il governo venezuelano e demonizzare il Presidente Chávez. Inoltre, le PSYOP in Venezuela sono state dirette verso tutte quelle comunità che appoggiano il Presidente Chávez per cercare di ridurre questo appoggio ed eventualmente distruggere la base della rivoluzione bolivariana. Le PSYOP sono operazioni pianificate che promuovono informazioni e indicatori verso spettatori stranieri per influenzare le loro emozioni, motivazioni, il pensiero obbiettivo e, per ultimo, il comportamento rispettivo dei governi, organizzazioni, gruppi e individui. Le PSYOP formano parte vitale delle attività e dell’armamentario degli Stati Uniti per influenzare l’opinione mondiale in favore degli interessi statunitensi. La “destabilizzazione militare” (MILDEC) si descrive come “quelle azioni eseguite con il proposito intenzionale di ingannare gli avversari sulle capacità, obiettivi e operazioni delle forze militari statunitensi e dei suoi alleati“. MILDEC promuove analisi sbagliate, cercando di indurre l’avversario a conclusioni sbagliate, mentre le operazioni di sicurezza (OPSEC) cercano di occultare e negare le informazioni reali a eventuali avversari e prevenire la loro capacità di raggiungere certezze. La guerra elettronica (EW) si riferisce a qualsiasi azione militare che comprende l’uso di energia elettromagnetica per controllare lo spettro elettronico o attaccare direttamente l’avversario. EW include tre sottodivisioni principali: attacco elettronico (EA), protezione elettronica (EP) e appoggio alla guerra elettronica (ES). EA si occupa dell’uso della energia elettromagnetica, l’energia direzionata o armi anti-elettromagnetiche per attaccare personale, sedi e macchinari con lo scopo preciso di neutralizzare o distruggere la capacità di combattimento nemica. EP assicura l’uso dello spettro elettromagnetico e ES consiste in azioni sotto il controllo diretto di un comandante operativo per cercare, intercettare, identificare o localizzare fonti di energia elettromagnetica per il riconoscimento immediato di minacce e la progettazione e condotta di future operazioni. Le operazioni delle reti informatiche (CNO) sono di ultimo modello. In queste operazioni, si sostiene l’incremento operativo dei computers in rete e l’appoggio a infrastrutture di tecnologia e informatica da parte di organizzazioni militari e civili. CNO si utilizza per attaccare, ingannare, degradare, interrompere, negare, sfruttare e difendere strutture e informazioni elettroniche. Secondo la dottrina, “l’incremento della dipendenza dai computers e dalle reti da parte dei militari non sofisticati e di gruppi terroristici, con l’obiettivo di scambiarsi informazioni confidenziali, rafforza l’importanza delle CNO nei piani e nelle attività delle operazioni di informazione. Sempre che le capacità dei calcolatori e il raggio della loro distribuzione aumentino, nuove opportunità e punti deboli si svilupperanno. Questo offre le brecce per attaccare e sfruttare le debolezze dei sistemi informatici e computazionali di un avversario”.

   Il Col. Charles W. Williamson III della Agenzia di Intelligence, Controspionaggio e Riconoscimento delle Forze Aeree U.S.A. ha richiesto la creazione di una rete di “robots” (“botnet”) che possa dirigere quantità massicce di flusso elettronico di rete via internet per bombardare i computers e i sistemi elettronici avversari, riuscendo cosi ‘a far perder loro le capacità comunicative e convertirli in “niente di più che metallo e plastica”. Questa tattica è definita “bombe – cartelle” nel cyberspazio. La “botnet” è un compendio di computers distribuiti in modo amplio e controllati da uno o più punti specifici. Le botnets utilizzano processi automatici per rompere le difese di computers in qualsiasi parte del mondo e seminare in essi programmi e codici. A volte questo succede con una semplice e-mail ingannevole che finisce per installare codici nei computers vittime.

   Le macchine infettate si denominano “zombies” e sono controllate remotamente da Hackers. Il processo è possibile in milioni di computers simultaneamente. Il Col. Williamson III propone la creazione di una botnet per la forza aerea U.S.A. che sarà predisposta con migliaia di computers e sotto il diretto controllo di un solo comandante: il Comandante dei Componenti Congiunti della Forza Aerea (JFACC). Il JFACC è responsabile della capacità di “attacco profondo” e opera sempre una “guerra parallela” con centinaia di attacchi in luoghi distinti. Secondo il colonnello Williamson questa è esattamente il tipo di capacità che promuoverà la botnet che lui propone.

   Gli Stati Uniti stanno rapidamente sviluppando nuove tecnologie di attacco, debilitazione e neutralizzazione degli avversari che non necessariamente posseggono armamenti convenzionali. La guerra dell’informazione e la cibernetica sono i campi di battaglia di questo secolo. Chi controlla l’informazione, vince la battaglia.

  Un sistema informatico è un insieme di macchine, programmi, processi progettati da uomini e quindi con caratteristiche negative derivanti dalla fattibilità umana. Nel caso di un sistema progettato da una sola persona, esso rifletterà le carenze tecniche specifiche di quella persona. Ad esempio, un programmatore, che in genere non è un esperto di sicurezza, tenderà a sviluppare sistemi vulnerabili a qualche forma di attacco. Invece, un sistema informatico progettato e sviluppato da una squadra di tecnici conterrà ben più della somma delle vulnerabilità introdotte dall’incompetenza in materia di sicurezza di ogni singolo tecnico. A queste vanno infatti sommate le vulnerabilità indotte dal processo di comunicazione e coordinamento della squadra di tecnici

  Ma chi sono veramente Hacker che sono i protagonisti di una guerra informatica non dichiarata?  

    Il termine hacker nasce alla fine degli anni ‘50 al MIT, e stava a indicare una persona che si dedicava ad attività stupide e rilassanti oppure a goliardate spiritose e innocue. Il collegamento con la Tecnologia lo prese quando cominciò a essere usato dagli studenti che facevano parte del Tech Model Railroad Club, un circolo dedicato al modellismo ferroviario, in cui gli hacker erano gli addetti alla gestione dei circuiti elettronici, riuniti nel comitato Signals and Power. Quando al MIT arrivò il primo computer, il TX-0, gli hacker del Signals and Power, si dedicarono ai software, maneggiandoli e componendoli come le forme più istituzionalizzate di programmazione non avrebbero immaginato, rendendoli allo stesso tempo più veloci e divertenti.

   Questa è la storia ufficiale dell’origine degli hacker[3] Come si vedono nascono in una tipica istituzione imperialista come il MIT.[4] Gli Hacker non sono liberi professionisti che operano per conto loro (chi si immagina libere comunità antagoniste o è un illuso o è uno che vuol vedere fumo).

   Cyber-Mafia e Cyber-Economia: la Cyberguerra si sviluppa in tutto il mondo.

   Dalai Lama fa parte del Mind and Life Institute, un istituto nato nel 1987 che ha lo scopo di confrontare la tradizione scientifica occidentale e l’antico sapere orientale. Il Mind and Institute organizza riunioni che si svolgono ogni 2 anni in India e che ha visto negli ultimi 20 anni la partecipazione dei nomi più prestigiosi della fisica, della psicologia e delle neuroscienze del mondo imperialistico occidentale. Questa correlazione tra filosofie orientali e scienze nasce dalle esigenze dell’imperialismo e della scienza asservita di creare nuovi paradigmi. D’altronde non bisogna scordarsi alla fine degli anni ‘70 il ruolo delle filosofie orientali nel cosiddetto “riflusso” (per non parlare la diffusione delle sostanze stupefacenti), il loro ruolo di dessolarizzazione del movimento rivoluzionario.[5]

   In Rete si sono riprodotti essenzialmente i meccanismi di controllo e sfruttamento della criminalità: è in questo ambito vengono assoldati gli script kiddies, gli equivalenti informatici dei picciotti, minorenni utilizzati per le loro conoscenze informatiche e assoldati per scagliare attacchi. Le organizzazioni mafiose hanno predisposto reti parallele che controllano fino a decine di migliaia di computer; reti predisposte agli attacchi, per difendersi dai quali le società e le aziende devono pagare pizzi e tangenti.

   Un’accurata ricerca su Google può rilevare qualunque tipo di succosi segreti industriali classificati top segret. Per rubare informazioni sensibili da ignari utenti a casa o al lavoro, il metodo più diffuso per questo genere di attività è il crack delle password, o l’installazione di backdoors e Trojan Horse (i famosi spyware), i racket sniffing e trucchi simili che portano gli impiegati a soffiare informazioni confidenziali. Dalla fine del 2003 si è diffuso il sistema del phishing. Si tratta di inviare e-mail fraudolente che, un primo sguardo, sono identiche a bollettini ufficiali delle aziende e delle imprese, permette di rubare quintali di password e dati di carte di credito e conti correnti bancari. Nel maggio 2005, il Gruppo di lavoro Anti-phishing, un consorzio di istituzioni finanziarie che monitorano l’argomento, ha dichiarato di avere ricevuto quasi 15.000 denunce di phishing, rispetto alle 7000 dell’ottobre 2004. Le banche sono le più colpite, fin dai primi casi, nel 2003 negli U.S.A, in Australia e Gran Bretagna.

   Ma il vero affare su Internet è spiare le aziende concorrenti. È in atto nel mondo una vera e propria guerra commerciale, tutto ciò nasce dal fatto che una delle conseguenze della crisi di sovrapproduzione di capitale in atto è lo scatenamento di una lotta senza quartiere fra i capitalisti per decidere quale porzione di capitale debba fare le spese e sparire dal mercato. Nel 1995, la compagnia francese Airbus che produceva Jumbo sapeva che, con ogni probabilità, tutto lo spionaggio poteva venirle dalla compagnia rivale americana, la Boeing. Nel giugno 2005, il Centro di Coordinazione della Sicurezza delle Infrastrutture nazionali inglese, il NISSC, ha inviato un messaggio d’avvertimento alle aziende britanniche e al governo, dicendo che aveva notato una grossa quantità di spam proveniente dall’Asia in cui erano nascosti dei pericolosi Trojan Horse capaci di entrare nelle reti aziendali e rubacchiare documenti e dati.

   Riptech, la multinazionale che ha clienti in decine di paesi diversi, ha tracciato una mappa della caotica cyberguerra[6] .

   Queste rivelazioni le basate su quello che accade alle industrie e agli enti di mezzo mondo. I paesi nei quali ha origine il maggior numero di attacchi cyber rispetto al numero degli utenti internet sono, secondo Riptech sono Israele e Hong Kong. Nella fascia dei paesi dove vi sono più di un milione di utenti internet, infatti, Israele fa registrare 33 attacchi ogni 10 mila utenti, mentre Hong Kong il dato Riptech parla di 22 attacchi ogni 10.000 utenti. In Russia è in fenomeno particolarmente diffuso, Nel 2003 sono stati accertati circa 7000 casi simili.

   Dato interessante: nei paesi dove la rete è meno diffusa[7], la percentuale di aggressioni informatiche non scende. Nel Kuwait, dove gli utenti internet sono poco più di 100.000, ci sono 50 attacchi ogni 10.000 utenti. In Iran se ne registrano 30 ogni 10.000 utenti. Il paese dove si registra il numero più alto di aggressioni sono gli U.S.A. che sono però anche il paese dove è più diffusa la rete e sono statunitensi una parte consistente degli utenti internet mondiali. Subito dopo dietro gli U.S.A. (con il 40% delle aggressioni), vi sono la Germania (7,6).

   Nella prima metà del 2006, in Cina è stato rilevato il maggior numero di computer infettati da bot[8], pari al 20% del totale mondiale, mentre Pechino è stata la città con il maggior numero i computer infettati da Bot, pari a quasi il 3% del totale mondiale.

   Per quanto riguarda l’Italia, la situazione non certo migliore, anzi.

   Uno su cinque dei computer italiani è a rischio[9]. E i maggiori pericoli arrivano da quelli usati per lavorare. Maurizio Macciopinto responsabile delle investigazioni informatiche della Polizia postale spiega: “Il 23% dei computer presenti oggi in Italia sono infatti[10] , e continua “E i rischi della rete internet sono sempre più spesso determinati dalle modalità di gestione delle reti di piccole aziende o studi professionali”.

USO MILITARE DELLA REALTÀ VIRTUALE

   L’Italia è al terzo posto in Europa e al decimo nel mondo per la diffusione dei virus informatici. Il pericolo è dovuto anche dal modo in cui sono gestite le reti aziendali. In particolare, sono colpiti i server o le reti delle piccole e medie aziende. in parte questi server e reti sono usate come testa di ponte per attacchi informatici, una sorte di robot, di pc zombie manovrati a distanza. Si deve pensare ai danni che questi danni causano con l’annullamento dei dati. Pensiamo, ai dati personali che gestisce un commercialista. La guerra commerciale è guerra, che viene combattuta con tutti i mezzi, cyberwar compresa.

   Cosa bisogna intendersi per mondo virtuale?

   Dalle origini della sua comparsa sulla Terra l’essere umano, prima di esprimersi attraverso il linguaggio, si è espresso attraverso l’immagine, l’icona, il geroglifico, in altre parole un linguaggio espresso attraverso l’immagine. La Realtà Virtuale è l’evolversi di quello che una volta era rappresentato dal graffito, un evolversi che, come tutti i linguaggi, rappresenta per forza una possibilità di vedere il mondo in modo più ampio. Se è vero, infatti, che attraverso l’evoluzione del linguaggio è possibile dire sempre di più e in modo più preciso e intelligibile, è anche vero che un linguaggio indubbiamente più evoluto come quello che la Realtà Virtuale mette a disposizione allarga di molto le zone del dicibile e quindi garantire una visione nettamente più ampia e completa del mondo e, di conseguenza della conoscenza.

   Un altro aspetto che però bisogna considerare è quello del tipo di mondo col quale si viene a contatto attraverso un sistema virtuale. Il modello cui si fa riferimento è necessariamente un modello arbitrario, virtuale, illusorio e il rischio dunque è quello di fare della simulazione non uno strumento della conoscenza del mondo, ma piuttosto uno strumento di conoscenza del modello ideale di mondo da noi costruito. In sostanza la Realtà Virtuale rischia di diventare uno strumento che ci allontana dagli elementi conoscitivi che la realtà ci impone di conoscere.

   Quando parliamo della Realtà Virtuale non bisogna dimenticare che i più grandi sforzi economici per sviluppare attrezzature e sistemi virtuali sono stati fatti dagli eserciti più potenti al mondo (in sostanza da parte degli eserciti dei paesi imperialisti), e non è un caso. I costi per sostenere le prove e gli addestramenti militari reali sono talmente alti da giustificare senza un dubbio anche un costo esorbitante per costruire attrezzature virtuali, ed è per questo che la prima stazione completamente virtuale e funzionante fu costruita proprio dal direttore del centro di ricerche sulla Realtà Virtuale dell’Air Force degli USA: Thomas Furness III.

   Se la guerra diventa sempre più virtuale, però il virtuale diventa sempre più realistico creando il cortocircuito dagli aspetti molto inquietanti soprattutto se riflettiamo sul fatto che i bambini seduti oggi davanti alle playstation potrebbero essere i piloti di domani. Se il cinema di guerra, strumento di propaganda per eccellenza, è abbandonato dai giovani, ecco i video giochi sono pronti a occupare il suo posto. Il videogame più venduto nel 2009 è stato Call of uty: Modern Warfare 2, ambientato in Afghanistan, versione aggiornata di un altro gioco da hit parade contro una non meglio precisata nazione del Medio Oriente.

   Il gioco Medal of Honor (lanciato nei negozi il 12 ottobre 2012) si apre cronologicamente poco prima degli attacchi dell’11 settembre. Il giocatore-avatar si ritrova nelle vesti di navy seal infiltrato tra le file dei talebani a Gardez, in Afghanistan. Il gioco è talmente realistico che, mentre si viene paracadutati sul terreno, si possono ascoltare le trasmissioni dei talebani insieme ai notiziari in inglese proveniente da Manhattan.

   Nel maggio 2010, ad esempio, la marina statunitense ha deciso di utilizzare i videogiochi anche per l’addestramento fisico degli arruolati. L’utilizzo di software specifici per il fitness, come i videogiochi per Wii servirebbero a rendere meno traumatica l’esperienza delle nuove reclute. Rispetto al passato, infatti, i nuovi arrivati sotto le armi hanno più difficoltà a mettersi in forma, con un aumento esponenziale degli infortuni che capitano nei Boot Camp (addestramento stile marines). I videogiochi potrebbero essere un buon sistema per introdurre i giovani all’attività dei campi d’addestramento senza che si facciano troppo male. In ogni caso, resta da più vedere l’effettiva applicazione pratica di tali idee.

   Nel frattempo, l’aviazione degli Stati Uniti non esita a promuovere la sua immagine e a fare reclutamento nei siti Web più frequentati dai videogiocatori, con alcuni Banner chiaramente ispirati al mondo dei videogiochi, pensati per stuzzicare e incuriosire i patiti della playstation. Il Banner che rimanda al sito ufficiale dell’US Air Force, ad esempio, si presenta in una veste grafica particolare, un misto tra il menu di un videogioco e un’avventura grafica “punta e cicca”.[11]

   Ora il mondo della Realtà Virtuale può aprire un dibattito per quanto riguarda il problema etico. Ricordiamoci del film Total Recall che in italiano era stato tradotto come Atto di forza, interpretato da Arnold Schwarzenegger, dove il protagonista era sottoposto a una macchina capace di imprimere nel cervello le emozioni, le sensazioni e tutti gli aspetti di una realtà costruita dell’individuo stesso. Nel film c’è addirittura un’agenzia turistica che al posto di far viaggiare i clienti, li soddisfa imprimendogli nella mente le emozioni di una vacanza contenente tutti gli aspetti richiesti: sole, mare, belle donne, azione e che più ne ha ne metta.

   Se pure esageratamente coinvolgente il mondo virtuale che nel film è proposto agli ipotetici clienti di quest’agenzia rappresenta però uno spunto interessante dal quale partire per chiedersi se, in effetti, l’utilizzo di una Realtà Virtuale non possa in qualche modo essere nocivo per l’essere umano.

   La realtà virtuale tuttavia presenta notevoli vantaggi anche per l’addestramento di ogni aspetto legato alla guerra e l’utilizzo in remoto di equipaggiamento militare.

   Le esperienze videoludiche entrarono a far parte dell’addestramento dei militari di qualsiasi corpo già negli anni ’80, e con l’evoluzione delle tecnologie relative e della grafica si sono rivelate via via sempre più importanti e funzionali. L’arrivo della realtà virtuale renderà il legame tra sviluppatori di simulazioni ed eserciti di tutto il mondo sempre più stretto.

   Ad esempio, un’azienda coreana, DoDAAM, ha già prodotto una serie di esperienze per l’addestramento dei soldati. Una delle più interessanti riguarda il paracadutismo. Il candidato è legato ad una imbragatura in tutto e per tutto simile a quella di un vero paracadute e indossa un visore VR attraverso il quale ha una visione in soggettiva e a 360° dello scenario possibile dopo un lancio. Tramite l’imbragatura è in grado di dirigere i suoi movimenti nello spazio virtuale, che risulta così una perfetta simulazione di un vero lancio, senza però tutti i rischi che questo comporta. Sempre la stessa azienda coreana ha sviluppato un software che trasforma l’Oculus Rift in un binocolo usato nelle postazioni dei cecchini per individuare la posizione del bersaglio e comunicarlo al tiratore. 

   La realtà virtuale può simulare scenari di guerra, guida di veicoli come auto, carri armati, jet, natanti di qualsiasi tipo, situazioni di pericolo generico e perfino essere usata per l’addestramento del personale medico, riducendo contemporaneamente costi, tempi e rischi.

   Un’azienda britannica, la Plextex, collabora da anni con l’esercito ed è specializzata proprio in addestramento del personale medico in situazioni belliche. Per rendere le loro esperienze virtuali maggiormente efficaci, hanno deciso di abbandonare il controller Xbox usato fino ad ora, e hanno sviluppato Razer Hydra, un controller che dà indipendenza alle mani e distacca completamente l’utente da eventuali ricordi legati ai propri pomeriggi a divano e videogiochi (va tenuto presente che le reclute che vengono addestrate hanno un’età massima di 24 anni, ed è anche per questo motivo che questa tecnologia ha un impatto notevole). 

   Sempre in GB, Visualise ha invece, similmente a DoDAAM, creato una serie di esperienze in realtà virtuale per varie fasi e aspetti del reclutamento e dell’addestramento. Dai dati riportati sul sito dell’azienda, il numero di richieste di entrata nell’esercito è aumentato notevolmente con circa il 50% in più rispetto all’anno precedente.

   Al di là dei vantaggi a livello di costi (uno scenario di addestramento deve essere allestito, eventuali proiettili vanno sparati etc.) e di tempo, la realtà virtuale ha anche il vantaggio di rilassare maggiormente il candidato. Nell’addestramento tradizionale spesso le reclute si comportano come da manuale per poter passare l’esame, mentre nell’esperienza virtuale sono maggiormente naturali, permettendo in questo modo una valutazione più accurata delle loro capacità effettive. John Eggert, project manager per un progetto di addestramento con VR dell’esercito americano, fa inoltre notare come in alcuni settori le competenze siano poco durature se non applicate. La realtà virtuale permette, grazie al maggiore interesse che stimola, una ritenzione delle informazioni che supera di gran lunga quella delle esperienze di addestramento normali.[12]

Altri strumenti che sono utilizzati nei diversi ambiti dove sono effettuati gli addestramenti militari sono:

  • Simulatori di volo. L’esempio più diffuso di utilizzo della realtà virtuale in ambito militare e quello dei simulatori di volo. Questi ultimi hanno una lunga tradizione, ma solo di recente sono stati modernizzati proprio attraverso la tecnologia della realtà virtuale.
  • Simulatori di combattimento. Questo è un altro ambito militare nel quale viene utilizzato la realtà virtuale. Nell’addestramento degli occhiali speciali proiettano una serie di immagini che si muovono quando si muove la testa.
  • Simulatori di sottomarino – sono soprattutto i corpi della mariana a utilizzare questo tipo di simulatore che serve a riprodurre un sottomarino. Sono molto meno realistici dei simulatori di volo poiché nei sottomarini non esistono finestre sull’esterno.
  • Mappatura dei luoghi. La realtà virtuale vie utilizzata dall’esercito USA anche per la mappatura dei terreni di combattimento.

   L’addestramento non è tuttavia l’unico utilizzo della realtà virtuale. Questa tecnologia può essere impiegata anche sul campo. In Russia stanno sperimentando Svarog, un elmetto dotato di visore VR con il quale controllare i droni. Le caratteristiche di questo visore sono piuttosto interessanti. È abbastanza ingombrante, perché “esce” di ben 10 cm dalla testa dell’utente, ma pesa solo 400 gr. Lo schermo VR incorporato ha una risoluzione di 5120×2180, molto più alta della risoluzione di un normale schermo di computer. Questo permette la visione nel dettaglio perfino di singoli soldati nel campo nemico anche da altezze considerevoli (che servono per mantenere il drone in sicurezza). Oltre alla visione in sé, Svarog controlla i movimenti del drone. Con la testa si controlla l’altezza e grazie ad un dispositivo di ET incorporato nel visore, lo sguardo controlla la direzione. I vantaggi rispetto ad un monitor normale sono essenzialmente legati alla reattività del pilota di drone. Tramite il visore VR il pilota si trova immerso nel campo di battaglia ed è quindi molto più reattivo.

   Non è difficile ipotizzare un uso sempre più massiccio di realtà virtuale e aumentata in questo settore delle attività umane. Tuttavia, si pone un problema di carattere etico-morale. Mentre le esperienze sono sempre più realistiche e atte ad addestrare un soldato a fare il suo mestiere, il comparto ludico della VR è anch’esso sempre più orientato a restituire un’esperienza realistica ai giocatori. Ma nel caso dei giochi di guerra, non staranno addestrando semplici cittadini a farli diventare dei soldati?

   Se si andasse verso un utilizzo incondizionato di sistemi virtuali ci sarebbe il serio rischio di andare incontro ad una serie di problematiche. Una di queste riguarda la possibilità di un costante estraniarsi dal mondo reale e di conseguenza un disadattamento sempre più marcato alla realtà, con la perdita della propria identità e forse una pretesa d’autosufficienza che può arrivare all’incapacità di socializzare.

   Un’altra problematica riguarda il concetto di libertà: fino a che punto, in effetti, un individuo è libero all’interno di un sistema virtuale? Attualmente la libertà di muoversi e di agire sembra molto limitata dalle scelte che preventivamente sono state “inserite” da chi ha concepito il mondo virtuale nel quale ci si trova. Questo significa un grande pericolo per la persona umana poiché la Realtà Virtuale in questo modo si presta a essere manipolata e nasconde in sé un perfido tranello perché, pur dando l’illusione di libertà, obbliga chi la vive a restare all’interno di una volontà predefinita e il pericolo sussiste soprattutto se i sistemi sono utilizzati a scopi educativi i formativi.

ALCUNE RIFLESSIONI

   Le guerre contemporanee sono dei grandi contenitori dove vengono usati tutti e i mezzi e i campi di battaglia avvengono in ambiti fino ad adesso impensati. Pensiamo alla mente, come essa sia diventata da tempo un terreno di guerra, come ricordavo prima nel 1984 era un uscito un libro dal titolo Wind Wars (Guerre Mentali) dell’ex corrispondete da Pentagono Ronald M. McRae. Che questi tipi di strumenti vengano usati per un sistema di controllo della popolazione a molti potrebbe sembrare fantascienza, ma è la realtà. Perciò, nel porsi l’obiettivo della messa a bando delle cosiddette “armi non letali” e degli strumenti della tortura elettronica e di condizionamento mentale, bisogna vere la coscienza che tutto ciò significa lottare contro gli aspetti più avanzati, peraltro illegali e anticostituzionali, che la controrivoluzione preventiva ha assunto nelle metropoli imperialiste. Chi a sinistra copre tacendo l’utilizzo di questi strumenti è strumento/complice della controrivoluzione in quanto lavora per la pace sociale. La risposta sta nella costruzione di un Fronte che sappia unire la lotta della classe operaia (compreso i sindacati di base che operano nel terreno di classe) e quello sociale delle varie realtà proletarie e popolari che operano in vari ambiti della realtà sociale (casa, sanità, carcerario ecc.). Fronte che operi anche sul piano delle “armi non letali”, e della tortura elettronica. In pratica se una volta gli organismi di massa avevano (e anno ancora adesso) il compito di intervento politico nelle varie situazioni di lavoro e nel sociale in genere con assemblee, riunioni, formare comitati, creare organizzazione, manifestazioni, assemblee, plenarie, coordinamenti, presidi, picchetti, spazzolate, occupazioni, autodifesa, antifascismo militante, rendo ecc., utilizzano volantini, giornali, manifesti, radio; creando rapporti con radio, giornali quotidiani, avvocati e attraverso essi con magistrati democratici.

   Oggi questi organismi di massa devono avere come compito aggiunto: l’organizzazione di autodifesa elettronica contro questo di armi e creare centri di difesa per persone attaccate elettronicamente e con altri strumenti.


[1] Sun Tzu è indubbiamente una delle letture preferite dalle persone di ottima cultura tra i quali purtroppo vi sono gli alti ufficiali servi della borghesia imperialista o diretta loro espressione.

[2] http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=20341

[3] Fabio Ghioni, Roberto Preatoni, Ombre Asimmetriche, Robin Edizioni S.r.l.

[4] Bisogna sapere che il Dalai Lama (che come ben si sa è stato finanziato dalla CIA e solo degli idioti possono considerarlo un leader spirituale) al MIT di Boston si occupa di neurologia applicando la filosofia buddista alla fisica quantistica (pensiamo al teletrasporto per quanto riguarda le possibili applicazioni).

[5] Ma questo non si limita alle organizzazioni criminali, le aziende

hanno scoperto da tempo i vantaggi de “la più grande risorsa gratuita dello spionaggio”.

[6] http://punto-informatico.it/servizi/ps.asp?i=186857

[7] Come nei paesi arabi.

[8] Il termine bot (abbreviazione di robot) si riferisce, in generale, a un programma che accede alla rete attraverso lo stesso tipo di canali utilizzati dagli utenti umani (per esempio che accede alle pagine Web, invia messaggi in una chat, e così via). Programmi di questo tipo sono diffusi in relazione a molti diversi servizi in rete, con scopi vari ma in genere legati all’automazione di compiti che sarebbero troppo gravosi o complessi per gli utenti umani.

[9] City venerdì 6 giugno 2008.

[10] City venerdì 6 giugno 2008

[11] Sabina Morandi, la guerra dei droni. L’invasione degli UAV aerei senza pilota e robot assassini segretamente prodotti da tutti i governi del mondo, Coniglio Editore.

[12] https://www.augmenta.it/addestramento-militare-realta-virtuale/

SOROS E NETANYAU: LE DUE ANIME DELLA LOBBY SIONISTA

•luglio 6, 2020 • Lascia un commento

   Quando nel 2017 il primo ministro israeliano Netanyahu ed il primo ministro ungherese Victor Orban si incontrarono quello che unisce i due leader nazional/sciovinisti è l’ostilità contro lo speculatore internazionale Soros.[1]

   Ce da chiedersi perché le destre in particolari quelle nazional scioviniste sono ostili a Soros.

   Ma prima bisogna intendersi bene che cosa si deve intendere per lobby sionista (anche per non scadere nel campo della demonologia).

    Quando si parla della Lobby sionista e della sua influenza, si deve intendere dell’attività di un gruppo di capitalisti di diversi paesi, che hanno in comune l’origine ebraica, che nel cercare di influenzare l’attività degli USA (come di altri paesi imperialisti) e che partecipano, di fatto, attivamente a determinarne l’orientamento.


   Perciò quella frazione borghese, denominata Lobby sionista, cerca di influenzare la politica USA e per questo entra spesso in conflitto con gli imperialisti rivali (come l’Europa) e con altre frazioni borghesi interne (o esterne) agli Stati Uniti.

  A partire dalla metà degli anni ’70 con l’avvio della crisi generale del capitalismo (crisi non solo economica ma anche politica e culturale, una crisi che nella sostanza coinvolge l’insieme della società) una frazione della Borghesia Imperialista Mondiale ha cercato di imporre un’unica disciplina a tutta la Borghesia Imperialista cercando di costruire attorno agli USA il proprio stato sovranazionale.

   Negli anni trascorsi dopo la Seconda guerra mondiale si è formato un vasto strato di Borghesia Imperialista Internazionale, legata alle multinazionali, con uno strato di personale dirigente cresciuto al suo servizio.

   Già sono stati collaudati numerosi organismi sovrastatali (monetari, finanziari, commerciali) nei quali quello strato di borghesia internazionale esercita una vasta egemonia.

   Parimenti si è formato un personale politico, militare e culturale borghese internazionale. Di conseguenza il disegno della fusione dei maggiori Stati imperialisti in unico Stato ha una base materiale maggiore di quanto ne avessero gli analoghi disegni personali perseguiti nella prima metà del XX secolo. Ma la realizzazione di un processo del genere, nel mentre la crisi economica, difficilmente si realizzerebbe in maniera pacifica, senza che gli interessi borghesi lesi dal processo si facciano forti si tutte le rivendicazioni e i pregiudizi nazionali e locali.

   Il contrasto tra gruppi di capitalisti si esprimerà prima o poi in guerra civile. Già oggi entro i confini degli attuali Stati emergono conflitti di interessi borghesi che si nutrono di motivazioni regionali, etniche, linguistiche, religiose ecc.

   Contrasti che come si diceva prima si accentuano con l’avvio della crisi generale che coinvolgono l’insieme dei paesi e degli organismi che compongono quella che si potrebbe definire la comunità internazionale dei gruppi imperialisti americani, europei e sionisti.

   Esempi ce ne sono diversi come il contrasto tra USA e CEE e quelli all’interno della UE.

   L’euro e la UE naufragano poiché la costruzione la costruzione di un polo imperialista europeo in alternativa a quello USA aveva bisogno di un contesto e di istituzioni che la borghesia europea non è in gradi di costruire.

   Diventa quindi ovvio che anche a quello che si definisce lobby sionista (che non è mai stata una componente omogenea e monolitica) scoppino delle contraddizioni sul come affrontare le problematiche che la crisi generale del capitalismo sta portando.

   Soros e tutta la componente che viene definita “mondialista” è quella che sta portando avanti che per affrontare meglio i problemi del futuro bisogna costruire/rafforzare organismi sovranazionali. Ovviamente questo tipo di approccio entra in conflitto con chi dice di rafforzare il proprio stato nazionale.

   Ed è uno dei motivi perché la destra antimondialista appoggia Orban e Netanyahu in quanto ritiene si oppongono a Soros & C. che nella sua visione sono un fattore che minano l’integrità degli Stati e quindi – lasciando stare il nazional-sciovinista Orban – legittimano il sionismo israeliano. Ne è un esempio un articolo del giornalista Gianpaolo Rossi sul Giornale dove dice “La notizia è questa: Israele si schiera dalla parte dell’Ungheria contro George Soros.

  Per chi fosse distratto, ricordo chi è il signore in questione: Soros è lo speculatore globalista con il vizietto di destabilizzare governi democraticamente eletti e nazioni sovrane, esportando conflitti sociali, guerre civili, sponsorizzando processi migratori per alterare gli equilibri demografici secondo quella “etica del caos” tipica dell’umanitarismo ideologico della élite.

   Qualche settimana fa il governo ungherese ha lanciato una campagna propagandistica con cartelloni e manifesti stradali raffiguranti il faccione di Soros che ride con lo slogan: “non permettere a Soros di ridere per ultimo…”.
   La campagna s’inserisce nel conflitto esploso ormai da mesi tra il Primo Ministro ungherese Orbán ed il magnate filantropo (ebreo ma di origine ungherese). Conflitto di cui abbiamo dato notizia per primi 
in questo articolo del gennaio scorso.
   Di fatto, il governo ungherese ha deciso di porre un freno all’attività delle Ong finanziate da Soros, che operano nel paese e che dietro la presunta difesa di “diritti umani violati”, favoriscono immigrazione, rivolte di piazza e promuovono attività di partiti di opposizione violando Costituzione e leggi”.  “La storia di questo 
“Shelob del Nuovo Ordine Mondiale” dovrebbe far riflettere le anime candide dell’occidentalismo arcobaleno e quei governanti che accolgono a braccia aperte questo signore quando viene a dare ordini su come nazioni sovrane debbano gestire il dramma dell’immigrazione che lui alimenta e promuove.

   Soros odia ogni patria e ogni uomo che si riconosce nella propria. Perché, da “maestro” dell’élite globalista, l’unica patria che ama è il suo denaro e l’unica umanità che riconosce è quella che lui può comprarsi”.[2]

   Bisogna non lasciarsi ingannare da una critica a Soros che sembra un attacco ai poteri oligarchici, il pubblicista del Giornale non ammette che Israele è uno stato etnico alieno al costituzionalismo democratico (e d’altronde se democrazia vuol dire letteralmente potere del popolo, come si può definire uno Stato che nega la libertà a un altro popolo?), che non si limita a perseguire il progetto della pulizia etnica della Palestina ma mina l’integrità degli Stati arabi. Quindi queste posizioni di sostegno a Israele scimmiottano dei neoconservatori USA che alla fine della fiera legittimano l’esistenza dello Stato per soli ebrei.

   Che Israele sia uno Stato fondato sulla violenza e che sulla violenza fa affari. A quanto pare, una mezza dozzina di campi di terroristi artificiali sono stati aperti in tutta Israele e nella Cisgiordania, offrendo a turisti di tutto il mondo l’opportunità di fingere di uccidere terroristi, che sembrano sospetti come gli arabi palestinesi, solo per 115 dollari a persona.[3]

   Mentre gli estimatori di Netanyahu sono per lo più definibili ad appartenenti della destra “classica”, gli estimatori di Soros possono mascherare posizioni della sinistra (borghese ovviamente). In sostanza hanno una visione della società divisa in tribù biologicamente orientate: ad esempio, neri, donne, LGBT, lesbiche. Divide et impera dunque, la perfetta società borghese non più borghesi e proletari in antagonismo, ma diverse tribù che si scannano tra di loro.

  Schematizzando si potrebbe dire che il sionismo ha due correnti: una nazionalista (Netanyahu) ed un’altra globalista che punta al rafforzamento di organismi sovranazionali (Soros). La prima corrente punto alla realizzazione della Grande Israele e dirottano le risorse della Lobbies Sionista in questa direzione; la seconda punta al rafforzamento al rafforzamento di una classe capitalistica internazionale.  Negli anni ’90 ci fu il fenomeno denominato “globalizzazione”. Sarebbe più corretto dire si stava attuando la mondializzazione del Modo di Produzione Capitalistico (formazione di un unico sistema capitalista mondiale, esteso a tutti i paesi, che è andata ben oltre la fase dell’internazionalizzazione del MPC – anni ’70 – in cui ai paesi semicoloniali si sono aggiunti gli e paesi cosiddetti “socialisti” o che ancora si definiscono tali come la Cina, nel ruolo di fornitura di materie prime e semilavorate e di produzione di manufatti a bassi salari e senza alti costi concernenti la sicurezza e alla protezione dell’inquinamento) nelle fusioni e aggregazioni che crearono grandi imprese produttive mondiali nell’ulteriore sviluppo della finanziarizzazione e della speculazione.

    La destra di Netanyahu è per un brutale colonialismo di insediamento. La sinistra imperialista di Soros ha nella sostanza, come si diceva prima, un progetto tribale di dominio planetario. Il loro scontro riguarda due linee differenti interne alla stessa lobby, quindi è una faida tutta sionista, al contrario di quello che pensa certe destre tradizionaliste e nazionalscioviniste.[4]

   Pertanto, è fuorviante dare delle patenti di “antiglobalista” a personaggio come Orban. Dal Blog di Fulvio Grimaldi: “In conclusione, dico qualcosa sul ruolo di Orban. Dobbiamo capire chi è questa persona. Assurdo sarebbe considerarlo un “antiimperialista” o rappresentante di una qualsivoglia “alternativa”. Niente di tutto questo. Orban è un nazionalista ungherese che si è costruito un piccolo satrapato orientale autoritario, e che strizza l’occhio alla Russia. Ma attenzione, strizzare l’occhio non significa averci intrapreso una relazione completa. Orban è in realtà un ottimo doppiogiochista, tanto che sembra incredibile come riesce a prendere per il culo tanta gente (ma non bisogna mai sottovalutare l’umana idiozia). Blatera di Russia, “aperture a Est” ecc., retorica antieuropea e antiamericana, chiacchiere populiste contro il capitale straniero. Ma sono tutte prese per il culo, e per capirlo basta guardare la struttura politica ed economica, che è sotto gli occhi di tutti per essere vista. L’Ungheria è membro UE e Nato. Non solo, ma è tra i paesi che ricevono più soldi dall’UE per una miriade di progetti (basta che chiunque si faccia una passeggiata per Budapest o per altre città ungheresi, non si vedono altro che cantieri o altre cose finanziate con soldi comunitari). E non ho sentito che voglia uscire dall’UE o dalla Nato. Quando mai?

Veniamo ora alla retorica contro il capitale straniero. Quelli che dicono che qui c’è chissà quale “influenza russa” evidentemente non hanno capito niente di questo paese. Semmai, è un paese colonizzato dalle multinazionali americane e europee, ce ne sono tantissime. Queste multinazionali sfruttano i lavoratori di qua come limoni approfittando della mancanza di sindacati e del fatto che i lavoratori ungheresi sono docili e disciplinati (preferiscono sempre prendersela con l’ebreo-zingaro-frocio-comunista della situazione). Inoltre, queste multinazionali occidentali fanno profitti miliardari perché questo è ancora un Far West rispetto ad altri paesi dell’Europa Occidentale: condizioni peggiori, meno diritti, meno garanzie, malattia e gravidanza non totalmente pagate, liquidazione chissà che cosa sia, poi bisogna pagare di meno perché è un paese povero. Queste multinazionali occidentali fanno profitti enormi anche perché pagano pochissime tasse, e da poco hanno ricevuto ulteriori sgravi. In alcuni casi, praticamente è stato il governo ungherese che ha pagato delle multinazionali per venire qui e assumere qualche lavoratore (solo che le multinazionali sloggiano dall’oggi al domani come li pare: “essere competitivi” significa trasferirsi in continuazione verso il paese dove si può fare maggiore macelleria sociale, che ogni tanto cambia). Conosco bene le multinazionali di qui, perché ci ho lavorato.

Detto questo, spero sia chiaro che la retorica antiamericana, antieuropea e “anticapitalista” di questo politico è una presa per il culo, solo che convince parecchia gente. Orban è un maestro nel mungere due vacche, e sinora ci ha guadagnato molto”.[5]

   Perciò se l’Ungheria è un paese colonizzato dalle multinazionali americane ed europee di quale indipendenza nazionale blaterano i rossobruni e i vari nazionalsciovinisti?

  Un dato politico à certo che l’estrema destra europea ha optato per un’alleanza strategica con il nazionalismo territoriale israeliano. Sono molti i partiti provenienti dall’area neofascista che accumunati dall’idea dello Stato etnico e dall’odio antimusulmano, hanno scelto di mettersi sotto l’ala protettrice del sionismo religioso del sionismo religioso. In Italia la Lega ha “canonizzato” la transizione di ex membri dell’area neonazista al sionismo guerrafondaio.

   Ha proposito dei rapporto tra i neonazisti  e Israeliani bisogna sapere che Digilio[6] (uomo dei servizi americani infiltrato in Ordine Nuovo) ha spiegato che nell’ambiente di Ordine Nuovo di Venezia, anche se ciò poteva apparire in contrasto con l’ideologia vicina al nazismo, vi era un’area di simpatia con lo Stato di Israele poiché entità vista come difensore dei valori occidentali in quella regione, costituendo insieme agli amerikani, una barriera contro i movimenti di liberazione arabi che dicevano che erano influenzati dall’URSS e dai comunisti.[7]

   Sostenitore di tale linea politica era in particolare l’avvocato Giampiero Carlet, il quale, alla fine degli anni 60 si era impegnato all’interno del MSI e di ordine Nuovo affinché fossero avviate iniziative di appoggio in favore dello Stato di Israele.

   In sostanza emerge che i servizi segreti israeliani, spalleggiati da quelli statunitensi e della NATO, sono penetrati nel mondo fascista italiano e nella più assoluta segretezza, fare di gruppi come Ordine Nuovo, la massa operativa per le proprie azioni occulte.

   Si potrebbe parlare di una sorte di americanizzazione dell’estrema destra neonazista che al centro il mito dello sceriffo texano linciatore di neri, indiani e latinos.

   Per questo è importante di capire le diverse componenti delle diverse componenti in cui sono suddivise le élite nordamericane.

COME SONO SUDDIVISE LE VARIE COMPONENTI DELLA CLASSE DOMINANTE USA

   In sostanza sono suddivise in tre poli attorno ai quali si coagulano per ragioni essenzialmente di origine “etnica”[8]  e non geografiche. Per maggiore sintesi si possono definire la prima come l’élite della costa orientale, quella originale WASP[9] di origine britannica, una sorta di aristocrazia della repubblica nordamericana arrivata già dalla Gran Bretagna, educata nei college esclusivi di Harvard e Yale, legata al mondo finanziario delle banche e speculativo di Walle Street. Questa frazione di classe dominante è quella più antica, si è costituita alla fine del XVIII secolo nel periodo della lotta di indipendenza dalla Gran Bretagna. La seconda élite è quella cosiddetta texana caratterizzata da dinastie famigliari che si sono affermate nel corso del XIX secolo impegnate nella conquista dell’ovest post-guerra di secessione. Le origini etniche sono marginalmente inglesi, queste famiglie provengono invece da altri paesi europei (in primo luogo Francia, Irlanda e Germania) come quella dei Bush, è una élite nata “indigena” fortemente bianca, radicata nel territorio e quindi nazionalista, legata al mondo degli idrocarburi e dell’energia, tradizione dei magnati del Texas. La terza élite (ed è quella che nel nostro discorso del filo sionismo dell’estrema destra) è quella della cosiddetta costa californiana, caratterizzata etnicamente dalla marcata presenza di tedeschi arrivati negli USA soprattutto nel XX secolo a seguito delle due rovinose sconfitte militari di quel paese. Questa élite è legata all’industria aereo spaziale ed elettronica per scopi militari, in altre parole è il gruppo di potere che ha organizzato e che gestisce la poderosa macchina industriale bellica moderna degli USA. La potenza di questa macchina industriale bellica è stata indicata nel 1961 in un famoso discorso del presidente degli USA Eisenhower, in cui fu coniato il termine di complesso militare-industriale: “Negli affari di governo, dobbiamo guardarci le spalle contro le influenze arbitrarie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa do poteri che vanno oltre le loro prerogative esistenti ora e persisterà in futuro”.[10] In realtà, nella bozza originale era usato un termine per sottolineare il ruolo del Congresso ovvero: “congressional- military-industrial complex”.[11]

  Tra i tre gruppi, questa élite è la più giovane, ed ha accolto l’eredità tecnologica e, in modo surrettizio, il retaggio ideologico del Terzo Reich hitleriano, vedasi le vicende legate alla figura di Wernher von Braun nel secondo dopoguerra ed agli scienziati nazisti ideatori dei razzi V1-V2 precursori dei missili che oggi sono a spina dorsale dei sistemi d’arma più evoluti.

  Approfondiamo la parte di questa componente per comodità definiamo tedesca che è quella legata ai nazisti.

   Il 10 agosto 1944 a Strasburgo nella Francia occupata, in una villa di proprietà della famiglia Speer e trasformata in albergo, l’Hotel Maison Rouge si riuniscono tutti i maggiori esponenti del potere economico, politico e militare del Terzo Reich.[12] In quelle stesse ore gli alleati angloamericani sbarcati in Normandia poco più di due mesi prima, stavano avanzando verso la Germania. Sono presenti i nomi più importanti della gerarchia nazista, come Martin Bormann, segretario personale di Hitler e l’ammiraglio Canaris, i proprietari delle industrie volano dell’industria bellica, come Krupp, Messershmitt, Thyssen, Bussing, finanzieri e capi di istituti di credito, membri delle SS e del partito nazionalsocialista.

   All’ordine del giorno di questa riunione era la sopravvivenza del nazismo, che in sostanza si trattava di coniugare il passato con il futuro individuando un nuovo “spazio vitale” dove mettere in salvo la vita e fortune dei più alti gerarchi del Terzo Reich. Lo scopo è di conciliare due aspirazioni: quella dei politici di far rinascere il Terzo Reich, e quella degli industriali e dei banchieri di mettere in salvo i loro beni, che dopo la disfatta c’era il pericolo di essere confiscati. Si giunse a un accordo: gli imprenditori finanzieranno la fuga dei gerarchi, che a loro volta custodiranno e gestiranno tutti i capitali trasferiti.

   Dopo Strasburgo ingenti somme di denaro sono subito trasferite in alcune banche di Paese “neutrali”, quali la Svizzera, la Spagna, la Turchia, ma soprattutto l’Argentina e il Paraguay. Quando i capitali tedeschi sono al sicuro, si costituiscono le società commerciali. Esportare il capitale è relativamente facile, grazie alla fitta rete di rapporti intessuta in tutto il mondo dagli uomini d’affari e degli industriali tedeschi. Un rapporto del Dipartimento del Tesoro degli USA, datato 1946, rivelerà che nell’insieme le imprese finanziate dagli industriali nazisti dopo la fine della guerra furono circa 750: 214 solo in Svizzera, 112 in Spagna, 58 in Portogallo, 35 in Turchia, 98 in Argentina e 233 in altre nazioni.

   Dai verbali dell’incontro di Strasburgo emerge che il partito era disposto a elargire forti somme agli industriali, che stava a significare che disponeva di enormi risorse finanziarie paragonabili alle riserve delle grandi imprese industriali, e che, a differenza degli industriali, di quel denaro all’estero ancora non disponeva.

   Ma come il partito nazionalsocialista era riuscito ad accumularlo tutto questo capitale? Simon Wiesenthal il famoso e controverso (per il suo rapporto con il sionismo) cacciatori di nazisti afferma che: “i nazisti non erano dei semplici assassini, erano degli assassini rapinatori. Mi sembra importante rilevarlo perché c’è in Austria e in Germania una certa tendenza ad attribuire il grande massacro al solo motivo della follia. In realtà non si è mai unicamente trattato del predominio di una razza nordica nel continente europeo, si è sempre trattato anche della cosiddetta arianizzazione dei beni ebraici, del saccheggio delle abitazioni degli ebrei, dell’oro che si ricavò dai denti degli ebrei dopo averli uccisi e nelle camere a gas. Gli alti papaveri nazisti hanno rubato a man bassa e ci si può fare un’idea di quanto, considerando ha Salisburgo era stato arrestato un certo dottor von Kummel, già aiutante di Martin Bormann, il quale cercava di andare all’estero con una quantità d’oro del valore di cinque milioni di dollari. A qualche chilometro di distanza in direzione est, vicino al castello di Fuschl, che era appartenuto a Ribbentrop (e oggi ospita un albergo di lusso), un contadino trovò una cassetta con parecchi chili di monete d’oro, che molto onestamente consegnò alla polizia. E a qualche decina di chilometri da quel luogo, ancora verso est, nella zona dell’Ausseee, dopo la guerra affiorarono dappertutto monete d’oro tra le più stupefacenti, solo che in molti casi non furono consegnati affatto”.[13]

   Molte delle colossali somme di denaro contante, gioielli, oro, opere d’arte e certificati azionari che uscirono dalla Germania, andarono ad impinguire il capitale delle più importanti multinazionali statunitensi.

   Alcune grandi società USA (ITT, Rca, Ford) avevano fatto grossi investimenti in Germania all’inizio degli anni ’30. Il coinvolgimento dell’IBM nella Germania nazista era cominciato l’anno stesso della presa del potere di Hitler (1933) quando l’azienda eseguì il primo censimento nazista, l’8 gennaio 1934, con un investimento di un milione di dollari l’IBM aprì una fabbrica di macchine Hallerikh a Berlino. In un libro L’IBM e l’olocausto. I rapporti fra il Terzo Reich e una grande azienda americana di E. Black (Rizzoli, 2001), si rende evidente che l’IBM progettò, eseguì e fornì l’assistenza sanitaria necessaria al Terzo Reich per portare a compimento l’automazione per l’Olocausto. Watson, l’allora presidente dell’IBM, fu insignito nel 1937 della Croce del merito dell’aquila, la più alta onorificenza nazista. Saranno i fori delle schede IBM a decretare chi sarà deportato, chi sarà mandato nei campi di lavoro e chi in quelli di sterminio.

   Nonostante la dichiarazione di guerra tra gli USA e la Germania nazista, gli affari non cessarono. Quando il 20 ottobre 1942, furono confiscate le azioni dell’Union Banting Corporation (U.B.C.) perché accusata di finanziare la Germania e avere venduto quote azionarie ad importanti gerarchi nazisti, Averel Harriman (un industriale che nel 1921 decise di ripristinare il corridoio di navigazione tedesco Hamburg-America Line, che divenne la più grande linea di navigazione negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale, sua madre era Averel Harriman una che sovvenzionò l’Eugenetics Record Ospit, che era il cuore del movimento eugenetico USA) e Prescot Bush (padre di un presidente e nonno di un altro), che erano soci, si incaricano di effettuare presso la borsa di Wall Street le operazioni necessarie affinché la Germania potesse avere un parziale accesso ai crediti internazionali e grazie a questi riuscì a finanziarie le importazioni richieste dalla sua industria bellica.

   La famiglia Harriman e Prescot Bush tramite l’accordo con la German Steel riuscì a fornire alla Germania nazista, tra le altre cose, il 50,8% dell’acciaio da cui si ricavarono gli armamenti; il 45,5% dei condotti e delle tubature della Germania e il 35% del materiale esplosivo.

   La compagnia chimica I.G. Farben e la Standard Oil prima che scoppiasse la Seconda guerra mondiale crearono una Joint Werstur. Nel settembre 1939 i dirigenti della Standard Oil volarono in Olanda, dove s’incontrarono con i dirigenti dell’I.G. Farben dove raggiunsero un accordo: la Standard Oil si impegnò a mantenere l’accordo con la I.G. Farben anche se gli Stati Uniti fossero entrati in guerra contro la Germania. Quest’accordo fu rilevato nel 1942 davanti alla Commissione investigativa del senatore H. Truman.

   Nel 1940-41 l’I.G. Farben costruì una fabbrica gigantesca ad Auschwitz, per utilizzare la licenza della Standard Oil – I.G. Farben, sfruttando la forza lavoro gratuita degli schiavi detenuti nei campi di concentramento, per produrre benzina dal carbone.[14]

   Molti degli stabilimenti comuni della Standard Oil Farben erano situati nelle immediate vicinanze dei campi di prigionia, e nonostante il bombardamento sistematico dell’aviazione angloamericana delle città tedesche, i bombardieri agirono sempre con estrema cautela quando si trattava di colpire le zone in prossimità di questi stabilimenti. Nel 1945 la Germania era un cumulo di macerie, ma gli stabilimenti comuni Standard Oil e I.G. Farben erano tutti intatti.

   L’avvocato che rappresentava negli anni ’30 gli interessi di queste multinazionali non era altri che Allen Dulles, direttore dell’Office of Strategic Services (OSS) in Europa, nome in codice agente 100, colui che qualche anno dopo il termine del conflitto mondiale diventerà direttore della CIA.

   Tra gli ospiti di Maison Rouge, c’era un personaggio dall’aura leggendaria: è il colonnello delle SS Otto Skorzeny. Eroe di numerosissime missioni speciali, uomo d’azione molto legato a Hitler, nel corso della guerra d’imprese memorabili: dalla battaglia di Monte Cassino al sequestro nell’ottobre del 1944 a Budapest, del figlio dell’ammiraglio Horty, sospettato di tradimento e d’intesa con i sovietici; ma soprattutto è lui a guidare l’operazione di paracadutismo con cui il 12 settembre 1943, sul Gran Sasso, libera Mussolini prigioniero e portarlo in Germania da Hitler. Finita la guerra, grazie alla sua disponibilità a collaborare con i servizi segreti americani, Skorzeny goderà di una parziale protezione e di una relativa libertà di azione. Dopo due anni di interrogatori viene lasciato libero nel 1947. In realtà fa il doppio gioco con gli americani, nel senso che non ha smesso di combattere per la causa nazista. Un rapporto della Commissione Brandy lo indicherà a chiare lettere come capo dell’organizzazione Die Spinne, la struttura segreta delle SS preposta e messa a punto, in vista della futura disfatta, preposta per l’autoprotezione dei vertici della Germania nazista, del loro denaro e dei loro segreti. Saranno gli alleati angloamericani a dare a questa struttura, che i tedeschi non riconosceranno mai l’esistenza (come la Mafia), il nome di Odessa, Organizzazione degli ex appartenenti delle SS. Il colonnello Skorzeny, dunque, da una parte prende accordi con gli americani per garantirsi libertà di movimento soprattutto in Sud America e in Spagna, dove si stabilirà nel dopoguerra; dall’altra si adopera per portare avanti il piano di salvataggio e di rinascita delineato alla Maison Rouge.

   Quella che si svolse negli anni tra il 1946 e il 1947 fu una partita a tre (se non a quattro). Da un lato agivano le forze degli alleati angloamericani, USA in primo piano; da un lato i capi nazisti (e una rete di fascisti italiani ed europei); il Vaticano alleato di entrambe le parti sotto il profilo di “contrasto al comunismo” e affidabilissimo dal punto di vista di vista logistico. Persino l’URSS entrò in gioco poiché era interessata agli scienziati nazisti.

   Senza dubbio l’accordo che riuscì meglio fu quello che raggiunse Reinhard Gehlen, il capo della sezione sovietica dei servizi di informazione dell’esercito tedesco.

   Gehlen nelle sue memorie ha raccontato come Allen Dulles cercò di agganciarlo in tutti i modi. Egli sarebbe potuto diventare un uomo molto utile per gli occidentali alla fine della guerra: “Alla fine di dicembre 1944 i colloqui arrivarono a buon fine. Ricordo bene i termini dell’accordo con l’Oss. Che un servizio clandestino tedesco potesse continuare ad esistere e a raccogliere informazioni nell’Est, come aveva fatto fino ad allora. La base dei nostri comuni interessi era la difesa contro il comunismo. Che questa organizzazione non avrebbe lavorato per o sotto gli americani, ma insieme agli americani. Che l’organizzazione sarebbe stata finanziata dagli Stati Uniti. Che i servizi segreti americani si sarebbero impegnati ad aiutare chiunque fosse stato proposto dall’organizzazione come un soggetto in pericolo”.[15]

  Che l’anticomunismo fosse la base comune dell’accordo tra imperialismo USA e nazismo, si potrebbe dedurre dalla storia di un servizio segreto come l’OPC (Office of Policy Coordination), la cui funzione esclusiva era la lotta contro l’Unione Sovietica e il Movimento Comunista. Secondo la direttiva 10/2 del Consiglio di sicurezza nazionale USA, l’OPC poteva organizzare operazioni a ogni latitudine per ribaltare i governi considerati ostili agli USA. Per dirigere l’OPC, il Dipartimento di Stato nominò un giovane e brillante avvocato, Frank Wiesner.

   John Loftus è un investigatore statunitense che per due anni (dal 1979 al 1981) si è occupato, per conto del Dipartimento della “Giustizia” USA, dei criminali di guerra nazisti, con l’incarico di procuratore federale presso l’ufficio di inchieste speciali. Studiando il Dossier della Brigata bielorussa – una delle unità SS che combatterono contro le truppe americane in Europa – Loftus scoprì che la maggior parte dei suoi membri aveva trovato rifugio negli Stati Uniti dopo aver partecipato a operazioni clandestine dell’OPC.[16]

   Nel libro Segreti inconfessabili, Loftus ha descritto in dettaglio l’invasione nazista dell’URSS, i massacri nell’Europa dell’Est e la creazione, sotto l’egida delle SS, del Consiglio centrale della Bielorussia e della Brigata bielorussa. Secondo, l’autore, i criminali di guerra implicati nelle atrocità sono stati ingaggiati da Wiesner. Nel corso della ritirata, le SS fin dal 1944 fecero una lista di chi doveva essere evacuato prioritariamente. Tutti quelli che si trovavano in questa lista riuscirono a fuggire e a vivere tranquillamente negli USA, dopo essere passati per l’OPC.

   Adesso andiamo ne 1953. In quest’anno la polizia tedesca dell’Ovest, con l’appoggio degli americani e degli inglesi, lanciò un’operazione mirata – si disse – a contrastare un presunto complotto neonazista. Fece irruzione nei locali della H.S. Lucht Imperial/Export di Amburgo, che commerciava con Berlino Est in non meglio precisati “traffici strategici”, trovando il corpo di Lucht privo di vita nel giardino della sua azienda. Ci furono molti arresti, tra cui Werner Naumann, colui che Goebbels, prima di suicidarsi, aveva designato come suo successore e che era stato uno degli ultimi a vedere Bormann in fuga. Dopo la sua cattura, Naumann fu interrogato ma rilasciato quasi subito. Tanta celerità fa nascere il dubbio[17] che questi arresti siano stati il mezzo con cui gli ambienti politico-industriali di Bonn, ai cui vertici si trovano ancora personaggi compromessi con il regime nazisti, abbiano cercato di comunicare agli amici e camerati rifugiati in America del Sud e soprattutto in Argentina che era giunta l’ora di rimpatriare e reintegrare nell’economia della Repubblica Federale Tedesca un certo numero d’industrie e d’imprese commerciali create là da Bormann e dai suoi amici, secondo il progetto importato nel 1944 alla Maison Rouge di Strasburgo.

   Ancora nel 1951 Adenauer aveva ben 134 funzionari che erano stati agli ordini di von Ribbentrop, 34 dell’organizzazione di Barman e una dozzina degli uomini di Gestapo-Müller.[18]  Mentre Adenauer stringeva accordi con gli alleati europei e l’Alleanza atlantica, parte degli industriali manteneva invece contatti con l’Unione Sovietica.

   Alla Deutsche Sudamericanische Bank di Buenos Aires, come pure nella vicina Deutsche Uberreiche Bank, un terzo del personale è tedesco. Dal 1953 al 1957, sotto la regia di Schacht e tramite il braccio operativo dell’avvocato Hermann Achenbach, si registra un’inversione di tendenza nella circolazione di capitali tra la Germania e il Sud America: i soldi arrivati qui nel 1943 e il 1945 cambiano rotta. Nel frattempo, si sono ricostruite le fabbriche in Spagna, a Barcellona, a Getafe e a Cadice. A occuparsi delle industrie che producono in Spagna gli aerei Messerschmidt è Léon Degrelle, che rappresenta anche le industrie Focke-Wulf, Dornier, Heinkel e Junker.

   Una delle figure di maggior rilievo nelle operazioni di recupero dei beni sudamericani è il vecchio industriale Fritz Thyssen, amico di Bormann sin dal 1923. Thyssen non smise mai di finanziare il partito nazista, cui era si era iscritto dal 1931, e come lui lo fecero alcuni suoi amici, anch’essi del circolo di Keppler[19] industriali affiliati alla Massoneria.

   In meno di cinquant’anni, dopo la fine confitto, i “vecchi signori” (questa è la definizione loro assegnata nei servizi segreti), appoggiati da Abs e Pferdmenges, hanno reintegrato in Germania beni, denaro industrie e reti commerciali per un valore di 400 milioni di dollari, riciclato i beni occulti del Terzo Reich nella nuova Repubblica Federale Tedesca. Hanno vissuto tutte le stagioni della Germania trovandosi a manovrare in modo che né l’URSS né le comunità ebraiche alzassero la voce per denunciare le loro attività. Hanno sostenuto Hitler dagli anni ’30, poiché esponenti dei circuiti finanziari e bancari che cercavano di far risollevare dalla crisi politica ed economica la Germania di Weimar. Vissuta l’avventura del Terzo Reich, hanno creato legami economici con le prime multinazionali tedesco-americane, anglo-tedesche ed europee.

   È grazie al loro lungimirante e disinvolto realismo politico che l’enorme patrimonio, industriale e finanziario del Terzo Reich è stato traghettato nella Germania post-bellica.

   In sostanza dopo la Seconda guerra mondiale è nato il Quarto Reich che non s’identifica in un territorio preciso, né ancora in un preciso movimento politico ma in una rete di idee mitologie influenze diverse.

Ma tutto ciò è ancora una risposta parziale. Se pensiamo alla rete Gehlen che agì di concerto con gli Stati Uniti, oppure alla rete di Otto Skorzeny che rappresentò il ponte fra Stati Uniti, Spagna franchista e Argentina peronista. Alle associazioni degli ex combattenti delle SS. A società come Stille Hilfe che garantisce una mutua assistenza ai “pensionati” del Terzo Reich. Realtà che dispongono denaro, spregiudicatezza politica e un’indubbia volontà di potere si deve capire che esso è qualcosa che non c’è pubblicamente ma che opera nell’ombra, si potrebbe dire che è la parte oscura del potere, un esempio per tutti: MK ULTRA.

   Tali esperimenti prevedevano l’uso di ipnosi, sieri della verità, messaggi subliminali, farmaci (soprattutto LSD), impianto di elettrodi, elettroshock e numerose altre metodologie atte a manipolare gli stati mentali delle persone scelte alterandone le funzioni cerebrali, ivi comprese pratiche di deprivazione o alterazione sensoriale e del sonno, isolamento, abusi verbali e sessuali, così come delle varie forme di tortura. I documenti recuperati indicano che la CIA avrebbe fatto tutto questo, al fine di controllare le menti delle persone sottoposte. Le cavie umane erano dipendenti dell’Agenzia, personale militare, agenti governative, prostitute, pazienti con disturbi mentali e persone comuni; il tutto con lo scopo di verificare che tipo di reazione avessero queste persone sotto l’influsso delle persone o altre sostanze.

   Tra gli operatori (ma sarebbe meglio dire i criminali) in seno al Progetto MKULTRA spicca il tenente colonello dell’esercito USA esperto in spionaggio psicologico Michael Aquino, che nel 1975 fondò il Tempio di Set assieme ad un certo numero di elementi appartenenti alla Chiesa di Satana. Aquino, sotto la direzione del comandante Paul Valley, ha scritto un articolo intitolato From PSYOP to Mind War: The Psychology of Victory. Egli sosteneva che i concetti alle base delle operazioni di spionaggio psicologico erano obsoleti, e che c’era bisogno di un modo nuovo di spiegare in che modo i militari possono utilizzare la guerra psicologica per raggiungere i loro obiettivi. Aquino, collegato al satanista Anton La Vey, fu anche indagato poiché sospettato di essere al centro di una organizzazione di pedofili. Nel 1972 La Vey e Aquino si separarono aa causa di divergenze sulla natura di Satana (Aquino credeva a Satana come entità reale, mentre La Vey lo riteneva solo entità una entità simbolica).

   Tutto questo porterà nel 1975 alla costituzione del Tempio di Set, divenuto un organismo che pretende di essere il leader mondiale delle organizzazioni iniziatiche appartenenti alla cosiddetta “Via della mano sinistra”[20] professando la via setiana rifacentesi all’antico dio egizio Set (divinità primigenia del caos – guarda caso –della guerra e della forza bruta) e alla dichiarazione pratica della Magia Nera. Pur con tali inequivocabili e negativi caratteristiche, il Tempio di Set è stato nondimeno riconosciuto in California come una organizzazione religiosa non-profit. Che l’antico esoterismo mediorientale pre-biblico di ispirazione “demoniaca” abbia trovato spazio e credito negli odierni ambienti dei servizi segreti USA come pure in altre realtà statunitensi di potere quali gli Skull and Bones e il Bohemian Grove può indubbiamente apparire sconcertante ai più. Ma non a chi conosca le remote ed occulte radici storico-culturali di tutto ciò.

  Essendo il gruppo più giovane, il gruppo “tedesco” raggiunse il vertice del potere negli anni ’80 del secolo scorso soprattutto sotto l’amministrazione di Ronald Reagan e dei suoi due uomini forte Caspar Weinberger e George Schultz, nonché della più recente esperienza di governatore della California del cittadino austriaco Arnold Schwarzenegger (il cui padre era stato un membro del partito nazista).[21]

  Quando parliamo di nazismo bisogna avere chiaro la differenza che passa tra base di massa e base sociale. Poiché una base di massa non è sempre coincidente con la base sociale: la piccola borghesia è stata la base di massa del fascismo italiano ma la sua base la sua base sociale era la grande industria e i grandi agrari.

   Ora partiamo dal fatto che uno dei principali contrassegni che caratterizza la fase imperialista del capitalismo è contrassegnata dalla fusione del capitale bancario col capitale industriale, col formarsi in sostanza del capitale finanziario, di un’oligarchia finanziaria che tende a dominare completamente la vita sociale e politica e quindi lo Stato.

   I legami oggettivi di natura economica e finanziaria che s’intessono tra i vari gruppi monopolistici sono accompagnati da legami personali. Cioè questi legami oggettivi sono espressi naturalmente da persone, da uomini che sono alla direzione di gruppi produttivi o di gruppi finanziari. Si verifica quindi uno scambio di dirigenti. Nei consigli di amministrazione delle varie industrie si ritrovano gli stessi nomi; uomini di banca si ritrovano nei consigli di amministrazione di industrie e viceversa. Spesso in mancanza d’informazione sugli altri legami oggettivi che intercorrono tra gruppi diversi, l’esistenza delle stesse persone in consigli di amministrazione diversi è indice di questa colleganza.

   Nasce così un’oligarchia finanziaria, composta di questi capitalisti. Vi sono o sono stati in essa nomi mondiali come i Rockefeller, Morgan, i Ford, gli Stinnes, i Krupp, gli Agnelli ecc. ma ogni paese ha i suoi re la sua élite.

   Vi è anzi indubbiamente una correlazione tra la teoria della “classe eletta”, che si sviluppa alla fine del XIX secolo e che ha avuto in Italia il suo più alto sostenitore nel Pareto[22] e la sua base sociale costituita dal consolidarsi della oligarchia finanziaria.

   Così pure vi è una correlazione tra l’esigenza, in certi momenti una più stretta unità del capitale finanziario e la teoria del superuomo, del duce, del Führer.

   Ricordiamoci dell’impetuoso processo rivoluzionario che andò al di là della Seconda guerra mondiale che investì tutti i continenti e che segno la fine del colonialismo classico. Il punto di partenza di questo gigantesco ciclo rivoluzionario è costituito dalla Rivoluzione d’Ottobre che per prima lanciò l’appello a spezzare le catene agli schiavi delle colonie fino a quel momento non solo privi di diritti, ma anche usati come carne da cannone nel corso dello scontro tra le grandi potenze imperialiste iniziato nel 1914.

   Il nazifascismo si presenta come reazione, a quell’appello. Non a caso esso trionfa, con modalità diverse, in tre Paesi che, giunti tardi al banchetto coloniale, si vedono frustrati nelle loro ambizioni e direttamente minacciati dalla possente ondata anticolonialista: e così, il Giappone cerca il suo “spazio vitale” in Cina; l’Italia in Etiopia, in Albania e altrove: la Germania in Europa orientale e nei Balcani.

   Se si analizzano i discorsi pronunciati da Mussolini nel periodo in cui era impegnato a celebrare l’aggressione all’Etiopia come un essenziale contributo alla diffusione della città europea in lotta contro uno “pseudo Stato barbarico e negriero” diretto dal “Negus dei negrieri”. Sembra di rileggere i testi che a suo tempo avevano scandito le tappe più importanti e più infami del colonialismo. Al Congresso di Berlino del 1885, alla vigilia del Congresso di Berlino del 1885, alla vigilia dell’annessione del Congo, Leopoldo II del Belgio dichiara: “Portare la civiltà in quella sola parte del globo dove essa non è giunta, dissipare le tenebre che avvolgono intere popolazioni: questa è – oso dirlo – una crociata degna di questo secolo di progresso”. E Mussolini nel dicembre 1934: “L’Etiopia è l’ultimo lembo d’Africa che non ha padroni europei”. Ovviamente le intenzioni sono ben altre da parte dei colonialisti, e i mezzi adottati per portare “progresso” e “civiltà” erano tutt’altro che civili e umani. I colonialisti belgi del Congo ridussero la popolazione indigena dai 20-40 milioni del 1890 agli 8 milioni del 1911. A loro volta, le truppe fasciste italiane ricorrono all’impiego massiccio di iprite e gas asfissianti, ai massacri su larga scala della popolazione civile, ai campi di concentramento.

   Nella sua guerra a Est, il Terzo Reich presenta le sue aggressioni, le sue conquiste come un contributo alla diffusione dell’esportazione e diffusione della civiltà. Subito dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa (l’aggressione all’Unione Sovietica), Hitler si atteggia, nel suo proclama del 22 giugno 1941 a “rappresentante, cosciente della propria responsabilità, della cultura e civiltà europea”.

   Perciò il nazismo è un cancro che nasce dentro la società capitalista. E non hanno del tutto del torto gli studiosi come Noam Chomsky e Naomi Wolf che hanno fatto un parallelo tra l’America di Bush e i fascismi europei: e non solo per la politica estera ma anche per le misure speciali di “sicurezza nazionale” prese (soprattutto quelle attuate dopo l’11 settembre 2001).

   Ebbene, è interessante considerare che un’icona dei think tank[23] di George Bush fosse il filosofo Leo Strauss.

   Leo Strauss, professore di filosofia politica all’università di Chicago dal 1953 al 1973, è stato, infatti, il maestro di una generazione d’ideologi e di politici che hanno rivestito ruoli di rilievo nel governo amerikano e nei settori neoconservatori. Sono straussiani Paul Wolfowitz, ex presidente della Banca mondiale, e l’ex direttore della CIA James Woolsey, nel campo dei media John Podhoretz redattore del New York Post. Tra i pensatori e gli strateghi Samuel Huntington, Francis Fukuyama.

   Rimasti nell’ombra durante la presidenza Clinton, gli straussiani in quel periodo non sono però rimasti inattivi. Oltre a elaborare dottrine militari, tra cui quelle che furono in seguito applicate in Medio Oriente, in cui si prevede la fine degli accordi di Oslo. Il 3 giungo 1997 William Kristol due intellettuali “nella tradizione di Strauss” hanno lanciato a Washington, in collaborazione con l’American Entreprise, il Project for the New American Century, che si propone di rilanciare il ruolo di gendarme del mondo degli USA, a cominciare dall’intervento dell’Iraq. L’atto fondativo invita a una nuova politica estera basata “sull’egemonia globale benevola” degli Stati Uniti. Questa dottrina imperialista si poggia su due pilastri: il fondamentalismo religioso e la forte impronta imperialista con l’apologia senza veli della legge del più forte.

   Con sfumature diverse, questi erano gli stessi elementi che fondavano l’ideologia nazista. E si dà il caso che il legame tra l’America di Bush e la Germania di Hitler sia proprio Leo Strauss, già allievo e collaboratore del filosofo e giurista Carl Schmitt il quale, ammetterà lo stesso Strauss, furono fra coloro che spianò la strada al nazismo: “Un gruppo di professori e di scrittori hanno aperto la via a loro insaputa o no, a Hitler, Spengler, Möller van der Bruck, Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger”.[24]

   Leo Strauss, era ebreo, era riuscito a fuggire dalla persecuzione nazista rifugiandosi negli USA anche grazie agli auspici del maestro. Nel 1933 in una lettera a Gershom Scholem, importante studioso di cabala ebraica, affermava di dover ringraziare Schmitt per la borsa di studio ottenuta dalla Fondazione Rockefeller che gli aveva permesso di emigrare con il pretesto di studiare Hobbes in Inghilterra. La corrispondenza tra Strauss e Schmitt tra il 1932 e il 1933 portò quest’ultimo a rivedere in maniera significava il suo lavoro La concezione della politica. Al momento in cui la fuga del giovane filosofo ebreo interruppe la loro collaborazione, Strauss e Schmitt lavoravano assieme su quella teoria dello Stato “totalitario”.[25]

   Giurista tra i più considerati dal governo nazista, Carl Schmitt, influente professore che era già stato consigliere giuridico del governo von Papen, pose le basi per lo snaturamento della Costituzione della Repubblica di Weimar e il successivo smantellamento del sistema costituzionale fondato sulle idee del liberalismo politico e dei diritti costituzionali. Considerando questo sistema impotente corrotto e inadeguato per pendere le misure necessarie le misure necessarie nel momento in ci la Germania affondava economicamente, propose di sostituirgli un regime eccezionale che snellisse le procedure dei sistemi legislativo ed esecutivo – governando sostanzialmente per decreto – e di stabilire una temporanea dittatura presidenziale. Schmitt ammirava Mussolini, con cui aveva discusso di diritto romano, e riteneva che il dittatore italiano avesse costituito un sistema perfetto fondato su uno Stato autoritario, oltre che sulla Chiesa, su un’economia di “libera impresa” (eufemismo per dire capitalismo), e su un mito fondativo forte capace di stimolare e affascinare il popolo. Fu infine Schmitt a fornire il quadro giuridico per l’introduzione delle misure d’emergenza che i nazisti inaugurarono all’indomani dell’incendio del Reichstag, il 27 febbraio 1933. E quando Hitler invase la Polonia, l’autorevole giurista giustificò la legalità della guerra preventiva con le esigenze della sicurezza tedesca serviva una sfera d’influenza capace di proteggere il Reich dalle “orde bolsceviche che premevano sui confini orientali”.

   Le tre élite possiedono anche una sorta di ideologia, che si sposta dal veteronazismo del gruppo californiano, alla destra tradizionale di stampo confessionale del gruppo texano allo pseudo sinistrismo elitario tipico di coloro che passano la vita a speculare nelle borse mondiali, muovendo miliardi di dollari creati artificialmente dalla Federal Reserve ad uso di Walle Strett, e che hanno perso contatto con il concetto produttivo del lavoro, tratto distintivo dei “bostoniani”.[26] I tre gruppi marcano la propria presenza in modo trasversale nei due partiti nazionali, con una presenza maggiore dei californiani e dei texani nel partito repubblicano e dei bostoniani in quello democratico, ma senza alcuna rigida rappresentanza di tali idee all’interno dei due comitati elettorali che sono, alla fine dei conti, i maggiori partiti a stelle e strisce. Questi tre gruppi di potere interagiscono poi con quelli meno importanti e locali, disseminati nel territorio USA, ed hanno interessi diversi nonché disegni strategici differenti, rispecchiando così la natura vasta e disomogenea degli USA. Quando i tre gruppi riescono a concordare su una o più strategie, allora di genera una pressione irresistibile sul Presidente tramite varie cinghie di trasmissione che principalmente sono: il Congresso degli Stati Uniti, i comitati elettorali repubblicano e democratico, i mass media che negli USA sono ancora più manipolatori di quelli europei. Il terminale di queste violente pressioni “esterne” è la figura del Presidente, pensata all’interno di una costituzione che, sia pure emendata, risale al 1787, e che si rivolgeva criticamente alle monarchie europee di fine Settecento. Il risultato di questa singolare elaborazione è stato quello di dare poteri al presidente americano simili, fatte le debite proporzioni temporali, a quelli dei sovrani che hanno guidato gli imperi centrali nella Prima guerra mondiale, come Guglielmo II oppure Francesco Giuseppe: veri capi di governo e veri capi dell’esercito. Il potere dei presidenti e solo relativamente bilanciato dalle camere dei deputati e dai senatori, ed ancora dal potere giudiziario che negli Stati Uniti è estremamente disarticolato e legato al territorio. I tre gruppi di potere descritti devono fronteggiare enormi problemi che li costringono perennemente alla ricerca di una strategia risolutiva ed al necessario ma anche arduo allineamento tra loro: il fantastico debito pubblico americano che, nel all’inizio del 2020 si attesta intorno ai 22.000 miliardi di dollari (il debito pubblico italiano si attesta intorno ai 2.400 miliardi, se proprio vogliamo fare un paragone); che comporta come diretta conseguenza che il tempo lavora contro gli USA. L’enorme debito americano rende il dollaro tecnicamente privo di un suo valore economico, e solo la minaccia della ritorsione militare statunitense in caso di rifiuto dell’uso del dollaro nelle transazioni internazionali, a costringere mondo ad accettare ancora il biglietto verde come elemento di scambio con beni e servizi reali e tangibili. Per difendere il ruolo indifendibile del dollaro, a partire dall’inizio del XXI secolo i presidenti USA hanno adottato la strategia del perenne stato di guerra a bassa intensità, che è la continuazione della controffensiva che l’imperialismo porta avanti dal 1991.

      Dal 1991 di fronte alla crisi generale in atto, approfittando del crollo del revisionismo nei paesi dell’Est dove ancora sussistevano alcune precedenti conquiste della fase della costruzione del socialismo cessata nel 1956 e di fronte alle prime avanguardie della Rivoluzione Proletaria Mondiale (Perù, Filippine ecc.), l’imperialismo scatena un’offensiva controrivoluzionaria generale che pretende di scongiurare la rivoluzione come tendenza generale, storica e politica. Dalla guerra del golfo del 1991 gli USA si ergono a superpotenza generale. Quest’offensiva controrivoluzionaria è diretta contro il proletariato mondiale.

   Guerra permanente portata avanti con tutto ciò ad essa è accessorio (colpi di Stato, guerre locali per procura condotte da organizzazioni mercenarie tipo Al Qaida, ISIS, deposizioni di presidenti, assassini mirati come quello occorso del generale iraniano Soleimani ecc). I successi di questa strategia non sono mancati: ad esempio il vento bolivariano che aveva soffiato forte in Sud America e stato soffocato (grazie anche dei limiti e degli errori delle direzioni di questo movimento). Tuttavia, il quadro mondiale ì sempre più sfuggente al ferreo controllo di Washington e non potrebbe essere altrimenti considerando che la politica imperialista americana è ridotta di fatto alla sola minaccia militare.

   La Cina è la nuova officina del mondo, la Russia è tornata a giocare il ruolo di potenza mondiale, l’Europa è sempre di più in Giano bifronte, ex padroni sconfitti in due guerre mondiali e asserviti ed occupati militarmente, ma infidi detentori dell’euro e pronti al “tradimento”[27] appena possibile. La fine del mandato di Obama ha coinciso con un passaggio delicato nell’elaborazione della nuova strategia mondiale: i tre gruppi di potere hanno dovuto scegliere se continuare lo stato di guerra a bassa intensità, magari aprendo nuovi conflitti locali (ad esempio promuovere una guerra di confine tra Pakistan e India), oppure passare con decisione a una guerra mondiale con tutte le incognite del caso soprattutto in ordine all’utilizzo dell’arma nucleare, oppure ancora cercare ancora una strategia che si ponesse nel mezzo alle due opzioni di bassa ed alta bellicosità.

IL RAPPORTO DELLA LEGA CON L’IMPERIALISMO SIONISTA E LA DESTRA ESTREMA

   Bisogna partire dall’inizio degli anni Novanta, i capitalisti sperano che con il muro si caduta anche ogni prospettiva di alternativa sociale ed economica.

   Con il “declino della classe operaia” (dove molti sociologi borghesia affermavano che era scomparsa) si ritiene che sia aumentato il peso ‘politico’ di una fascia sociale di piccoli e medi lavoratori autonomi. Questa settore del mondo del lavoro autonomo è una realtà molto eterogenea dove si distinguono due grandi gruppi. Uno formato da lavoratori sempre meno autonomi (artigiani, bottegai, coltivatori diretti, trasportatori, ecc,) che sono proprietari dei mezzi del proprio lavoro. L’altro è formato da quei lavoratori formalmente dipendenti ma con alte qualifiche che forniscono prestazioni nelle quali non sono facilmente rimpiazzabili. Essi hanno la caratteristica di venditori di servizi.

 Questa fascia di lavoro autonomi fa di tutto pur di conservare la posizione conquistata e non retrocedere per via della crisi a una condizione proletaria. Per questi motivi componenti della Borghesia Imperialista ritengono sia stupido privare a questa fascia consistente del mondo di “ceti medi” di una valvola di sfogo in Parlamento. Questo “ceto intermedio” tende sempre a seguire il più forte, la borghesia.

  
   Nel 1992 la Lega Nord sembra essere matura per assolvere questo compito. Da un anno ha abbandonato l’originario nome Lega Lombarda e rinnovato il guardaroba politico. Tra le sue fila compaiono personaggi nuovi, alcuni dei quali, come Gianfranco Miglio, prendono la ribalta, mentre altri, come Gianmario Ferramonti, si muovono nell’ombra in cerca di finanziamenti e di alleanze segrete tra le istituzioni pubbliche e il mondo dell’economia[28].

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   Accanto al potere economico, altri poteri occulti dal ponte di comando manovrano verso un attracco di emergenza sulle coste della cosiddetta “seconda Repubblica”[29], e anch’essi individuano in Bossi l’uomo chiave attraverso cui consegnare alla popolazione, bisognosa di figure politiche nuove a cui aggrapparsi, sorge così il mantra politico d’inizio secolo; l’ennesimo ismo stipato nell’onnivoro immaginario degli italiani: Federalismo!

   Come per magia, la metamorfosi della Lega Nord coincide con un sensibile aumento della sua visibilità mediatica. In televisione la voce roca del Senatur comincia a inveire contro i meridionali parassiti, lo Stato assistenzialista e la cultura impregnata di meridionalismo, appellandosi al sempreverde motto Roma ladrona, e centra il bersaglio. La formula piace, conquista la pancia di un gran numero di elettori. Nella sua veste di novità, di partito di rottura e senza scheletri nell’armadio, la Lega Nord è utile al nuovo Ordine per due ragioni. Ha le caratteristiche ottimali per farsi carico del voto di protesta, inevitabilmente espresso dal malcontento di fronte alla pioggia di avvisi di garanzia caduta sui leader dei partiti popolari storici; e, allo stesso tempo, propone una politica economica di continuità in un’ottica reazionaria.

   Il problema immigrazione diventa, attraverso i portavoce leghisti, il punto di scontro etico della nuova politica sociale e cancella dall’ordine del discorso il vero conflitto sociale. Il fulcro su cui viene costruito il grande inganno ideologico è la nuova figura dell’extracomunitario. A un tempo ricercato dalle imprese come forza lavoro a basso prezzo e mostrato ai cittadini come un pericolo per la sicurezza e per l’identità cristiana, il suo sfruttamento teorico diventa la leva con cui i lumbard riescono a spostare da verticale a orizzontale l’asse del conflitto di classe. E così, dal giorno alla notte, il conflitto storico tra padrone e lavoratore – più che mai vivo in questa congiuntura storica – viene disinnescato, per trasformarsi in uno scontro tra gli ultimi, ovvero tra lavoratore del settore privato e lavoratore del pubblico, e tra lavoratori italiani e lavoratori stranieri.

   Il tema razzista, mascherato da emergenza sicurezza, diventa un asso pigliatutto. Le sue forti implicazioni economiche richiamano alla superficie ataviche paure nel nuovo ceto medio emergente, diventando la pedana di salto con cui la Lega si appropria del concetto cardine dell’impianto ideologico capitalista: la difesa della proprietà privata, ovvero: del valore dei valori. In un’epoca in cui, secondo logica, la scomparsa dell’ideologia comunista dovrebbe rendere scontata la sua sacralità, Bossi, Maroni, Calderoli, riescono nell’impresa, a forza di slogan brutali, di rimettere la proprietà privata sotto attacco e di imporre se stessi come soluzione politica in difesa dell’interesse più immediato del piccolo e medio lavoratore autonomo del Nord: che si tratti della casetta acquistata con i sudati risparmi e insidiata dei delinquenti extracomunitari[30], dell’azienda attaccata dalla prepotenza della globalizzazione economica, o dello Stato che espropria il nord dei suoi guadagni per ridistribuirli ai lavativi meridionali e alla mafia.
A conti fatti, l’improvvisa visibilità garantita ai leghisti sembrerebbe essere l’ennesima formula pseudoprogressista con cui il potere si cambia le maschere politiche per vestirne di nuove. Il nuovo travestimento si chiama, appunto, federalismo.

   La Lega Nord diventa una forza con cui fare i conti nelle elezioni del 1992; l’Italia, come quasi tutti i Paesi Europei, vive un periodo di grande stravolgimento; la questione federalista, dalla nascita della cosiddetta “seconda Repubblica”, inizia a occupare, con una costanza e una trasversalità sospetta, il discorso politico; il federalismo è molto gradito anche alla mafia, alla massoneria collusa con la criminalità organizzata, ai capitani d’industria; piace anche alla Fondazione Agnelli, la quale promuove l’ipotesi della divisione dell’Italia in tre macroregioni – ordini e messaggi partono e arrivano per vie neanche troppo indirette; l’11 e il 12 giugno 1992, a Torino, si svolge un convegno per discutere di soluzioni procedurali e istituzionali per l’autonomia della macroregione Padania, al fine di valorizzare le risorse economiche; tra i relatori, l’ideologo Gianfranco Miglio.

   Il progetto prende il via in maniera violenta ed eclatante, il 23 maggio, con l’esplosione di Capaci in cui perdono la vita Giovanni Falcone, la moglie e la scorta. Facendo un salto indietro, il 19 marzo, sette giorni dopo l’omicidio di Lima, un’agenzia giornalistica che si occupa di politica, economia e finanza, pubblica un lungo articolo che inizia così: “Il presidente del Consiglio dei ministri, intervistato dal quotidiano di Scalfari, ha fatto riferimento a una possibile articolazione del terrorismo, nazionale e internazionale, come esecutore-regista dell’eccidio di Salvo Lima. Resta tuttavia indeterminata la sua matrice e la strategia complessiva che ne regolerebbero la presenza nella società italiana e i suoi princìpi d’azione. Una possibile teorizzazione e comparazione, benché astratta, degli elementi distintivi delle varie eversioni, che dilaniano il territorio del Vecchio Continente, indurrebbe a ricondurre il delitto dell’uomo politico siciliano all’interno di una logica separatista e autonomista, anche se mai esplicitamente dichiarata, al contrario di quanto avviene per l’Ira dell’Irlanda del Nord.

“L’atipicità, per così dire, del caso italiano si configura nel fatto che la Mafia siciliana, in particolare avrebbe, fin d’ora, il ‘controllo militare’ del territorio, unito a imponenti canali di autofinanziamento, che hanno soltanto un pallido riscontro con alcune situazioni fortemente compromesse con l’America latina. Per divenire essa stessa Stato le risulta, quindi, sufficiente conquistare l’autonomia amministrativa e regolamentare, al fine di costruirsi come nuovo paradiso fiscale del Mediterraneo, portando alle estreme conseguenze le tecniche di ‘offshore’ e di traffico commerciale (stavolta non più illegale), diretto a sfidare i dazi e le difese doganali dei Paesi confinanti. […] Infatti, l’attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari comporta, come effetto immediato, sia la frammentazione del consenso (aspetto, quest’ultimo, destinato a offrire ben altri margini di manovra al condizionamento e alla penetrazione mafiosa dell’elettorato attivo), sia un inasprimento del meccanismo di tradizione Nord-Sud.

“Quest’ultimo aspetto fa riferimento al processo di ‘feedback’, secondo il quale all’aumento della pressione criminale nel Sud corrisponde una contro-reazione della società civile che tende a prendere le distanze dalla situazione meridionale, apparentemente incontrollabile. […] Paradossalmente, il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciar sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud, lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito derivabile dalla diversificazione degli impieghi del capitale disponibile”.[31]

   Secondo l’autore, quindi, contro i processi di globalizzazione nessun potere centrale è in grado di proporsi come unico elemento di dominio. Cosa invece possibile nel caso di una forte suddivisione territoriale. L’articolo è l’ennesima denuncia cifrata di un progetto in corso d’opera. Coltelli che volano al buio. L’attività parlamentare è bloccata. La politica stenta a trovare un accordo sul successore di Cossiga al Quirinale. La Dc è preda di un equilibrio di forze tra le sue varie correnti interne, il Psi è bersagliato dagli avvisi di garanzia, la società civile è in subbuglio…

   Secondo la medesima agenzia stampa (22 maggio 1992) questi sono i presupposti storici per una soluzione violenta e così far passare le candidature istituzionali di Spadolini e Scalfaro: “Manca ancora, perché passi in modo indolore questa candidatura del ‘partito trasversale’, qualcosa di drammaticamente straordinario. I partiti, cioè, senza una strategia della tensione che piazzi un bel botto esterno – come ai tempi di Moro – a giustificazione di un voto d’emergenza, non potrebbero accettare d’autolegittimarsi. Per fortuna, le brigate rosse e nere sono roba da museo. E, comunque, i poteri dello Stato hanno accumulato esperienza e dimostrato professionalità”.[32]

  Il giorno dopo il “bel botto” arriva e Scalfaro viene eletto in fretta e furia. Il direttore responsabile di questa divinatoria agenzia di stampa è Ugo Dell’Amico, figlio di Lando, direttore politico nonché fondatore dell’agenzia giornalistica, in passato militante dell’estrema destra, molto vicino al principe Valerio Junio Borghese e coinvolto nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, a causa delle quali è stato arrestato nel 1974.


   Lando Dell’Amico, interrogato dalla DIA, pur dichiarando di non sapere chi abbia scritto il primo articolo, indica nell’onorevole Vittorio Sbardella – leader della Dc laziale, vicino a Salvo Lima e appartenente alla corrente andreottiana – l’autore del secondo.

   Colpisce il riferimento all’alleanza del terrorismo nazionale e internazionale formulato dall’allora presidente del Consiglio Andreotti. Nel 1990 quando la Commissione stragi, indagando sulla bomba esplosa nel 1972 a Peteano, si scopre dei collegamenti tra una Gladio jugoslava e i fascisti ustascia croati e giuliani. A tal proposito, Andreotti, chiamato a rispondere dell’esistenza dell’esercito segreto denominato Gladio, consegna un elenco di iscritti, buona parte dei quali residenti in Veneto e in Friuli e appartenenti all’ufficio R del Sismi. Quest’ultimo è il ponte di collegamento tra l’organizzazione e le attività di destabilizzazione della parte orientale dell’Europa fino alla zona Mediorientale. Alcune testimonianze raccolte sempre dalla Commissione parlano della presenza di civili albanesi addestrati in Italia. Il che lascia intendere l’esistenza di una struttura equivalente in Albania, gestita dalla Cia e dai servizi segreti italiani. Lo smantellamento di Gladio è ormai una strada obbligata, ma è difficile credere che ciò possa avvenire davvero. È più logico pensare che i servizi segreti sacrifichino parte della vecchia organizzazione – la cui esistenza è ormai cosa nota – allo scopo di nascondere le operazioni in corso d’opera.

   Nel 1992 viene alla luce un tunnel sulla linea di confine tra Jugoslavia e Albania, attraverso cui i terroristi albanesi possono entrare e uscire dal loro Paese. Un articolo apparso sul Piccolo di Trieste parla della presenza di istruttori italiani nei campi di addestramento per ribelli albanesi e kossovari. Proprio in quel periodo scoppia nei Balcani una guerra che, oltre a ricostruire la cartina geografica dell’Europa e creare nuove prospettive politiche, apre nuove rotte e nuovi mercati in cui le varie mafie prontamente organizzano ricchi transiti di droga, di valuta e di armi provenienti dalla Russia.


   Ci sono le dichiarazioni di Massimo Ciancimino secondo cui il padre Vito, l’ex sindaco di Palermo ai tempi del sacco di questa città, militava nell’organizzazione militare segreta Gladio.


   Questo spostamento della narrazione nel nord-est dell’Europa offre diverse prospettive da fiction. Tanto più che in questo contesto di guerra si consolidano alleanze come quella tra Cosa nostra e le milizie croate fasciste; un elemento utile ai fini della trama, dato che l’esplosivo Sentex usato per Falcone e Borsellino è dello stesso tipo inviato dalla Croazia alle cosche palermitane. È qui che entrano in scena: Gladio e i suoi due centri di addestramento, Scorpione (Trapani) e Ariete (Udine); alcuni strani personaggi, finanziatori dei movimenti nazionalisti russi, sloveni, croati, italiani…; e grappoli di neofascisti che si infiltrano nei partitini separatisti del nord per poi confluire nella Lega Nord.

    Vediamo alcuni rapporti scabrosi per la Lega: nel 2004 condanna per bancarotta fraudolenta per la costruzione di un villaggio vacanza sul golfo di Umago, in Croazia. Condannati uomini della Lega Nord. Ipotizzati reati a seguito del fallimento della società Euroservice S.r.l., una specie di immobiliare che finanziava un’altra società: la Ceit. Secondo un deputato dell’Udeur, ex deputato leghista milanese, compito della Ceit era ‘drenare denaro’ per conto della Lega. Indagini patrimoniali identificano alcuni leghisti come soci occulti.


   E, poco sotto, un paio di domande: c’entra con inchieste Phoney Money e Cheque to Cheque – sui finanziamenti internazionali alla Lega? E con i rapporti tra fascisti croati, nazionalisti sloveni e i piccoli movimenti indipendentisti del nord-est italiano, in seguito confluiti nella Lega Nord?

   Perciò non deve destare meraviglia l’alleanza della Lega di Salvini con l’estrema destra israeliana. Gli strali di Salvini contro Iran e Cina qualificano la visione geopolitica del personaggio. Si tratta del rovescio della medaglia rispetto all’imperialismo liberale; i neoconservatori esaltando la pulizia etnica si sono tolti la maschera.

   Nel 2012, nella provincia di Sondrio, venne concluso un accordo di amicizia con alcuni insediamenti coloniali abusivi. A proposito di questo accordo si legge a proposito nel giornale La Città Futura: “Un accordo di “amicizia” con i coloni.

A prima vista sembrerebbe un’attività di gemellaggio come tante altre, una piccola provincia montana italiana che facilita scambi culturali ed economici con una piccola provincia montana israeliana. Solo un piccolo dettaglio: Shomron non è una provincia israeliana, è una colonia all’interno della Cisgiordania. 

Già dal 2012 (allora era presidente della Provincia Massimo Sertori, Lega Nord) si sono svolte visite a Sondrio di allevatori provenienti dalla colonia israeliana, causando anche le proteste dei movimenti filo palestinesi. Alla fine, è stato il nuovo presidente Luca Della Bitta a chiudere il mese scorso l’accordo di amicizia con i coloni. 

Nelle comunicazioni ufficiali della Provincia di Sondrio non si fa nessun cenno al fatto che il Consiglio Regionale di Shomron (29 insediamenti per un totale di 6500 coloni) non sia una normale provincia israeliana e che sia, in realtà, considerato come illegale dalla grandissima parte della comunità internazionale. Il rappresentante dei coloni Yossi Dagan viene onorato col titolo di “governatore” e addirittura si usa il termine di “Giudea e Samaria” cioè il nome usato da Israele per indicare ciò che il resto del mondo conosce come Cisgiordania. Un nome, in ultima analisi, usato per negare ogni pretesa di sovranità palestinese sui territori occupati.

Della Bitta ha difeso l’accordo sostenendo che si tratta di un puro accordo tra amministrazioni locali e che le visite svolte dalle autorità sondriesi avevano riscontrato nelle visite a Shomron una situazione positiva di convivenza tra palestinesi e israeliani. Peccato che il “governatore” Dagan sia tutt’altro che impegnato nel dialogo e nella pacificazione. All’inizio del 2015 Dagan è stato coinvolto in prima persona in un caso di aggressione a una spedizione diplomatica statunitense che compiva un’ispezione agli oliveti palestinesi sradicati dai coloni israeliani. Per di più l’amministrazione della colonia è impegnata nella produzione di materiale di propaganda in cui gli attivisti filo palestinesi sono dipinti come neo nazisti.

Made in colonialismo

L’accordo Sondrio-Shomron è arrivato il 19 novembre, una settimana dopo la decisione dell’Unione Europea di adottare un’etichettatura a parte per i prodotti provenienti dalle colonie israeliane nei territori occupati. Una scelta che l’UE ha impiegato anni ad attuare (il percorso è partito nel 2013) e che non è in realtà nulla di radicale. Con questo provvedimento l’Unione semplicemente riconosce che in teoria quei territori sono palestinesi e che quindi i prodotti non possono essere etichettati come “made in Israele”, lasciando fra l’altro aperta la porta alla possibilità di etichettare come israeliano un prodotto coltivato nelle colonie e inscatolato in Israele.

Inoltre, la nuova etichettatura non chiude in nessuna misura al commercio con le colonie e tutte le autorità europee si sono affrettate a dichiarare che si tratta di una misura tecnica che non ha nulla a che fare col boicottaggio dei prodotti israeliani.

Come accade spesso, Israele ha reagito molto duramente a una politica molto blanda. Il premier Netanyahu ha nientemeno paragonato la decisione dell’Unione Europea all’inizio delle persecuzioni naziste attraverso l’etichettatura dei prodotti ebraici. Il ministro degli esteri Nahson ha protestato ufficialmente con l’ambasciatore dell’Unione Europea e ha fatto sapere che la questione dell’etichettatura mette l’Unione Europea al di fuori dei colloqui di pace.

La Lega filo – israeliana

La vicenda della Provincia di Sondrio non dimostra solo la spregiudicatezza di una piccola provincia che per ottenere qualche beneficio economico è disposta a essere l’unico ente pubblico europeo a intrattenere rapporti ufficiali con le colonie israeliane. Dimostra anche quanto la Lega Nord sia profondamente legata a una politica pro-Israele.

Come già accennato all’inizio di quest’articolo, i contatti con le colonie di Shomron sono iniziati quando era ancora presidente della provincia il leghista Sertori (attualmente responsabile enti locali della Lega) e sono continuati poi con Della Bitta, formalmente “indipendente” ma sostenuto da Forza Italia e dalla Lega Nord, e con un vicepresidente che è anche segretario provinciale della Lega Nord. A coronare tutta l’operazione, compresi viaggi nella colonia, è il leghista Fiorello Provera, già presidente della provincia, già europarlamentare, già presidente della commissione esteri del Senato. È proprio Provera la fonte a cui attinge Della Bitta quando descrive Shomron come una situazione quasi idilliaca:” Una città dove ebrei e palestinesi frequentano la stessa università e lavorano nelle stesse aziende con gli stessi salari”.

D’altronde la Lega Nord si è sempre opposta al riconoscimento dello stato palestinese, si è schierata contro la Freedom Flottilla, ha dato ai palestinesi la colpa dei bombardamenti su Gaza, collabora strettamente con l’Associazione Italia – Israele. E la lista potrebbe continuare a lungo.

La politica filo israeliana della Lega è una delle poche costanti tra i balletti ideologici del Carroccio: secessione, federalismo o nazionalismo, euro o lira, Russia o Europa, l’amicizia con Tel Aviv non è in discussione”.[33]

   La Lega intende portare avanti una politica estera che calpesta il diritto internazionale, regali pezzi di territorio italiano all’estrema destra dello Stato israeliano. Si tratta di un modello che va ben oltre al fascismo storico al classico imperialismo classico do si conserva ancora le forme politiche e istituzionali liberali, in quanto si prefigura uno stato etnico/territoriale.

   Israele è laboratorio dell’imperialismo, un luogo militarizzato dove ai gruppi sociali e politici al potere tutto è permesso.


[1] http://iridium-defence.com/soros-e-in-guerra-con-israele-e-il-governo-italiano-e-dalla-parte-sbagliata 

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/05/09/soros-lebreo-che-odia-israele/

[2] http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/07/14/soros-orban-e-netanyahu/

[3] https://www.invictapalestina.org/archives/28988

[4] http://www.linterferenza.info/esteri/5559/

[5] https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2017/04/una-voce-da-budapest.html

[6] Digilio è nato a Roma nel 1937 ma veneziano d’adozione, s’iscrisse nei primi anni ’60 alla Facoltà di Economia e Commercio dell’università di Venezia, senza riuscire a terminare gli studi. Prima il servizio militare, poi la morte del padre Michelangelo, dopo un incidente stradale nel gennaio del 1967, lo portarono, è lui stesso a scriverlo in un memoriale, a contattare l’ambiente in cui il genitore si era inserito: la rete degli informatori italiani al servizio delle basi NATO nel Veneto. “Il mio primo reclutatore – disse – fu il capitano David Carret della Marina militare degli Stati Uniti di stanza a Verona che aveva già conosciuto mio padre”. Negli anni dell’università, entrò anche a far parte del Centro Studi Ordine Nuovo. Il primo nucleo di questa organizzazione fu fondato a Venezia nell’aprile del 1957 da Giangastone Romani e Carlo Maria Maggi, per poi diramarsi nel Veneto. Gli anni immediatamente successivi furono quelli dei rapporti con l’OAS (l’”Organisation de l’Armée Secréte”), organizzazione promossa da settori dell’esercito francese e dall’estrema destra per contrastare l’indipendenza dell’Algeria, presto trasformatasi in un’internazionale nera. Ordine Nuovo ne favorì l’azione, allestendo nel nostro paese basi logistiche e rifugi coperti. Nel marzo del 1962, sempre a Venezia, si tenne uno dei raduni più importanti del neofascismo a livello internazionale, con il tentativo di dar vita ad un “Partito Nazionale Europeo”. Tra gli altri, a firmare il “Protocollo” d’intesa, il tedesco Adolf von Thadden, l’inglese Oswald Mosley, il belga Jean Thiriart e il conte italiano Alvise Loredan, un grande proprietario terriero veneto.  http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2824&Class_ID=1001

[7] https://marcos61.wordpress.com/2011/09/16/su-bertoli-e-i-rapporti-tra-ordine-nuovo-e-gli-israeliani/

[8] Metto etnica tra virgolette poiché sta indicare l’origine e non necessariamente l’appartenenza.

[9] Con il termine WASP negli Stati Uniti, appartenente o relativo alla classe dei bianchi di origine anglosassone e di religione e cultura protestante (white anglo-saxon protestant), che vogliono distinguersi dagli altri gruppi della società americana, con atteggiamenti conservatori ed elitari.

[10] Public Papers of the Presidents, Dwight Eisenhower, pp. 1035-1040.

[11] Geoffrey Perret, Eisenhower, Adam media Corporation, 2000.

[12] Tranne significative eccezioni quali Goebbels, Himmler e lo stesso Hitler.

[13] Marco Dolcetta, Gli spettri del quarto reich Le trame occulte del nazismo dal 1945 a oggi, BUR saggi, 2007, Milano, pp. 39-40.

[14] Tutte le maggiori aziende tedesche durante la Seconda guerra mondiale approfittarono della manodopera dei campi di concentramento per ridurre i costi di produzione.

  Secondo la storica Anni Lacroix Riz dai 12 ai 14 milioni di lavoratori stranieri deportati – in gran parte ebrei e prigionieri di guerra – sono stati utilizzati dalle aziende tedesche durante il conflitto mondiale

[15] Reinhard Gehlen, The Gehlen Memoirs, Collins, London, 1972.

[16] Franco Fracassi, il quarto reich Organizzazioni, uomini e programmi dell’internazionale nazista, Editori Riuniti, 1996, Roma, p. 15.

[17] A sollevarlo fu un articolo uscito su Der Spiegel il 13 febbraio 1954.

[18] Heinrich Müller (1900 – scomparso a Berlino, 1º maggio 1945) è stato un ufficiale tedesco, comandante dell’Amt IV del RSHA e della Gestapo dal 1939 fino alla sua misteriosa scomparsa il 1° maggio 1945.

[19] Il Freundeskreis Reichsführer-SS (Circolo degli amici del Reichsführer-SS) venne creato nella primavera del 1934, dopo che Himmler strinse amicizia con Wilhelm Keppler, un dirigente delle IG Farben. Questo circolo comprese un gruppo di ricchi industriali e di consulenti finanziari che versò regolari contributi finanziari a sostentamento delle attività culturali e sociali delle SS in cambio della protezione di Himmler; durante tutta la vita del Terzo Reich il Freundeskris depositò somme enormi nelle casse delle SS in cambio di contratti vantaggiosi nei territori occupati e di manodopera a basso costo dai campi di concentramento.

[20] Via della mano sinistra e della mano destra sono due termini che si riferiscono ad una dicotomia tra due opposte filosofie, presente nella tradizione esoterica occidentale, che si estende su diversi gruppi coinvolti nell’occulto e nella magia cerimoniale. In alcune definizioni, il sentiero della mano sinistra è identificato con la magia nera, quello della mano destra con la benevola magia bianca.

[21] https://en.wikipedia.org/wiki/Gustav_Schwarzenegger

[22] Vilfredo Federico Damaso Pareto (1848 – 1923) è stato un ingegnere, economista e sociologo italiano. Riguardo al suo pensiero politico, Pareto fu il primo a introdurre il concetto di élite, che trascende quello di classe politica e comprende l’analisi dei vari tipi di élite. La sua teoria delle élite trae origine da un’analisi dell’eterogeneità sociale e dalla constatazione delle disuguaglianze, in termini di ricchezza e di potere, presenti nella società. Pareto intende studiare scientificamente queste disuguaglianze, percepite da lui come naturali. Nel corso del suo sviluppo, ogni società ha dovuto di volta in volta misurarsi con il problema dello sfruttamento e della distribuzione di risorse scarse. L’ottimizzazione di queste risorse è quella che è assicurata, in ogni ramo di attività, dagli individui dotati di capacità superiori: l’élite. È interessato in particolar modo alla circolazione delle élite: “la storia è un cimitero di élite “. A un certo punto l’élite non è più in grado di produrre elementi validi per la società e decade; nelle élite accadono due tipi di movimenti: uno orizzontale (movimenti all’interno della stessa élite) e uno verticale (ascesa dal basso o declassamento dall’élite).

[23] Un think tank (letteralmente serbatoio di pensiero in inglese) è un organismo, un istituto, una società o un gruppo, formalmente indipendente dalle forze politiche (anche se non mancano think tank governativi), che si occupa di analisi delle politiche pubbliche e quindi nei settori che vanno dalla politica sociale alla strategia politica, dall’economia alla scienza e la tecnologia, dalle politiche industriali o commerciali alle consulenze militari.

   Il termine è coniato negli Stati Uniti d’America durante la Seconda guerra mondiale quando il Dipartimento della Difesa creò delle unità speciali per l’analisi dell’andamento bellico chiamate in gergo proprio think (pensiero) tank (tanica, serbatoio, ma anche carro armato).

   In Italia le più conosciute think tank sono Italia Futura e Arel/Associazione TrecentoSessanta presiedute rispettivamente da Luca Cordero di Montezemolo e da Enrico Letta. Oltre a queste troviamo altre “fondazioni di matrice politica” nel panorama italiano quali FareFuturo di Adolfo Urso, ItalianiEuropei di Massimo D’Alema, Nuova Italia di Gianni Alemanno, Magna Carta di Gaetano Quagliariello, Medidea di Giuseppe Pisanu, Liberal di Ferdinando Adornato, ItaliaDecide di Luciano Violante, Folder di Antonio Di Pietro Sardegna Democratica di Renato Soru e Mezzogiorno Europa nato per volontà da Giorgio Napolitano

[24] Marco Dolcetta, gli spettri del quarto reich Le trame oscure del nazismo dal 1945 a oggi, BUR, p. 9.

[25] Si mette totalitario tra virgolette giacché mistificante, in quanto nasconde il contenuto di classe dei vari regimi politici.

[26] Per bostoniano non si intende solamente gli abitanti di Boston, ma in questo caso un personaggio raffinato, elitario; intellettualistico.

[27] Si mette tra virgolette la parola tradimento perché le varie svolte politiche dei paesi sono determinati dalle scelte e dagli interessi delle reciproche borghesie.

[28] http://www.rivistapaginauno.it/Romanzo-mai-scritto-anni-novanta4.php

[29] Si mettere tra virgolette seconda repubblica poiché nella realtà quello che è avvenuta in Italia e la crisi del sistema democristiano.

[30] Le ronde smascherano l’inutilità del Pd, Walter G. Pozzi, PaginaUno n. 14/2009

[31]         http://www.rivistapaginauno.it/Romanzo-mai-scritto-anni-novanta4.php                                          

[32]                                                                   C.s                                          

[33] https://www.lacittafutura.it/editoriali/dalle-colonie-a-sondrio-gli-affari-della-lega-con-israele

SE SI SENTONO LE VOCI

•luglio 2, 2020 • Lascia un commento

   Molte vittime del controllo mentale, sostengono di sentire voci nella testa, vengono congedate come persone che hanno bisogno di assistenza psichiatrica. Si fanno queste affermazioni quando ci sono i riscontri che indicano che la tecnologia per generare le voci della testa esiste. Da molti anni la tecnologia utile ad alterare e/o influenzare la mente umana con l’ausilio di innovazioni elettroniche è oggetto di vari progetti e programmi gestiti da organizzazioni militari e di servizi segreti occidentali, in particolare di quelli USA. Ecco alcuni esempi:

  • Un brevetto USA rivela un Progetto Psico-Acustico: “In linea generale questa divulgazione è indirizzata ad un sistema per la produzione disturbi chimici uditivi e di una parziale sordità nelle truppe nemiche in situazioni di combattimento. Essenzialmente si proietta un alto fascio direzionale da una moltitudine di traduttori distinti, modulato da un rumore, un codice o una nota di battimento del linguaggio. L’invenzione può utilizzare varie forme e comprendere trasmettitori modali montati su veicolo, oppure mezzi per modulare il fascio acustico rispetto ad una frequenza prestabilita”.[1]
  • Un altro brevetto esamina i metodi e i sistemi per alterare la coscienza, un tipo di tecnologia che il Dipartimento della “Difesa” aveva già acquisito trami vari progetti e programmi. Il compendio di uno di questi programmi recita: “Un sistema per alterare gli stati di coscienza umani implica la simultanea applicazione di molteplici stimoli, preferibilmente suoni, aventi frequenze e forme d’onda diverse”.[2] Da un altro si legge: “I ricercatori hanno concepito una varietà di sistema di sistemi per stimolare il cervello ad esibire specifici ritmi delle onde cerebrali  e in tal modo alterare lo stato di coscienza del soggetto”.[3]

   Anche i messaggi subliminali silenziosi sono una fertile area di attività. Il Dr. Oliver M. Lowry ha preso parte a diversi progetti classificati per il governo USA, relativi a quello che nel mondo dei militari e dei servizi segreti viene definito Silent Sound Spread Spectrum (SSSS) talvolta conosciuto anche come SQUAD. Edward Tilton, presidente della Silent Sound Corporation, che scrivendo al ricercatore Armen Victorian affermando che: “il sistema è stato utilizzato con notevole successo durante tutta l’Operazione Desert Storm (Iraq)”.[4]  Lowry fornisce qualche indicazione sull’uso di questa tecnologia: “Un sistema di comunicazioni silenziose in cui vettori non-auricolari, nella gamma delle bassissime o altissime frequenze o nello spettro dell’adiacente frequenza ultrasonica, vengono amplificati o modulati in frequenza con le informazioni desiderate e propagati acusticamente o tramite vibrazioni per stimolare il cervello. I vettori modulati possono essere trasmessi direttamente in tempo reale o convenientemente registrati e riposti meccanici, magnetici o ottici per una trasmissione ripetuta o successiva”.[5]

   Allo scopo di iniettare suoni intellegibili nella testa di esseri umani si sono collaudati vari tipi di apparati e modalità di applicazione. Il suono potrebbe essere indotto nella testa di una persona anche irraggiandola con onde radio, microonde comprese, di gamma compresa fra 100 e 10.000 MHz, modulate secondo una particolare forma d’onda, la forma d’onda consiste di raffiche modulate in frequenza, ciascuna delle quali è costituita da dieci e venti impulsi uniformemente distanziati e strettamente raggruppati. L’ampiezza della raffica varie da 500 nanosecondi a 100 microsecondi; l’ampiezza dell’impulso rientra nella gamma compresa fra 10 nanosecondi e un microsecondo. Solitamente le raffiche sono modulate dall’input audio per creare la sensazione di ascolto nelle persone irradiate.

   Il più recente sviluppo nella tecnologia della paura indotta e del controllo mentale è di fatto la clonazione delle EEG o onde cerebrali di tutte le vittime, prese singolarmente o in gruppi bersaglio. Con l’uso di potenti computer sono stati individuati e isolati, come “grappoli caratteristici di emozioni” entro i segnali EEG, segmenti di emozioni umane quali rabbia, angoscia, ansia, sdegno, disperazione, afflizione, senso di colpa, odio, indifferenza, indignazione, gelosia, pietà, collera, rammarico, rimorso, risentimento, tristezza, vergogna e terrore.


[1] Psycho-Acoustuc Projector, Progetto 3.566.347, Ufficio Brevetti degli Stati Uniti, 23 febbraio 1971.

[2] Method and System for Altering Consciousness, Brevetto 5.289.438, Ufficio Brevetti degli Stati Uniti, 22 febbraio 1994.

[3] Metod and System for Altering Consciousness, Brevetto 5.123.899, in data 2 giugno 1992.

[4] Lettera di Edward Tilton 13 dicembre 1994.

[5] Silent Subliminal Presentation, Brevetto 5.159.703, Ufficio Brevetti degli Stati Uniti, 27 ottobre 1992

MUOVERE GUERRA

•giugno 29, 2020 • Lascia un commento

   La Russia vanta una lunga tradizione di programmi di manipolazione psichica[1] tramite l’utilizzo di tecniche qua la psicotronica. La comunità scientifica occidentale (in apparenza dal mio punto di vista) sembrò ignorare per decenni l’opera di individui quali Moray Abrams, Hieronymous, Tesla, De la Warr, Down e Reich.

   Ad ogni modo, alcuni settori del governo USA si erano resi conto della realtà della psicotronica. Come ho accennato altre volte, negli anni ’60 l’ambasciata americana di Mosca era stata bombardata da una miscela di segnali elettromagnetici e microonde, che avevano provocato nel personale della stessa un’ampia gamma di disturbi fisici e mentali, culminata nel decesso dell’ambasciatore. Il Dr. Stephen Possony, un tempo consulente scientifico del Dipartimento della “Difesa” disse al ricercatore Armen Victorian “Dopo la morte per leucemia del nostro ambasciatore a Mosca e di un paio di altri dipendenti, improvvisamente ci rendemmo conto di dover esaminare attentamente cosa stesse accadendo lì. Di conseguenza fu avviato il Progetto PANDORA, che includeva una serie di progetti paralleli, denominati TUMS, MUTS, e BAZAR che vedevano il coinvolgimento della CIA, della Advanced Research Project Agency (ARPA), del Dipartimento di Stato, della Marina e dell’Esercito”, incaricati di studiare gli effetti che le microonde avevano sugli esseri umani e sugli animali.

   La portata delle inquietudini USA può essere valutata in base a un telegramma confidenziale firmato da Brement, spedito nell’aprile 1976 al segretario di Stato USA dall’ambasciatore statunitense a Mosca: “un altro fattore avverso è l’esposizione degli impiegati e delle persone a loro carico ad elevati livelli di radiazioni elettromagnetiche, indirizzate da fonti sovietiche verso il complesso dell’ambasciata. La situazione ha molto accresciuto lo stress emotivo dei dipendenti e delle loro famiglie. Il problema è particolarmente grave per i trentacinque impiegati che lavorano e soggiornano nell’ambasciata e per le persone a loro carico, fra cui alcuni bambini e donne incinte. Quali che siano gli effetti fisici e sulla salute derivanti dall’esposizione a radiazioni elettromagnetiche, ora la maggior parte dei dipendenti ed un significativo numero di famiglie hanno un ulteriore motivo di ansia e preoccupazione, in una compagine già soggetta ad una singolare varietà di tensioni emotive. Altre informazioni classificate sull’argomento sono disponibili in A/SY e M/MED.

   Nelle ultime settimane le autorità sovietiche hanno intrapreso una intensa ed energetica campagna di molestie contro i dipendenti dell’ambasciata e le loro famiglie. Nel corso di una delle ultime notti, vari impiegati e relative famiglie hanno ricevuto più di 70 telefonate le quali, oltre a rendere difficile il riposo, il riposo, spesso minacciavano atti di violenza contro i destinatari, il alcuni casi contro i bambini. Alcuni funzionari hanno ricevuto minacciate di morte; altri sono stati trattenuti contro la loro volontà e borseggiati ad opera di gang di cittadini sovietici. Altri esempi di minacce comprendono: trasmissione di musica funebre via telefono al figlio di un dipendente, danneggiamento di veicoli privati e minacce di attentati con esplosivi, che hanno comportato l’evacuazione dell’ambasciata e degli alloggi della cancelleria”.

   Le onde elettromagnetiche indirizzate verso l’ambasciata, successivamente denominate i “Segnali di Mosca”, rientravano nello spettro corto ‘S’ lungo ‘L’ ed avevano modulazioni complesse, alcuni delle quali casuali. Un memorandum dell’ARPA Top Secret-Eyes Only, in data 20 dicembre 1966, indica la rilevanza della minaccia: “Tramite l’USIB (US Intelligence Board) la Casa Bianca ha ordinato che all’interno del Dipartimento di Stato, della CIA e del DoD vengano condotte delle ricerche onde determinare di quale minaccia si tratti. Il programma nazionale è stato coordinato dal Dipartimento di Stato, con il nome in codice ‘TUMS’. L’ARPA via è rappresentata su una parte selezionata del programma complessivo, riguardante una delle potenziali minacce, ovvero quella degli effetti delle onde elettromagnetiche di basso livello sugli esseri umani. Questo memorandum riassume i risultati ottenuti da questo programma, denominato PANDORA”.

   Nell’aprile del 1976 il segretario di Stato Henry Kissinger inviò all’ambasciata statunitense a Mosca il seguente telegramma, che riassumeva le conclusioni degli studi sul segnale di Mosca: “Oggetto: pericoli derivanti da radiazioni, UHF ed emissioni elettromagnetiche:

  1. Il 6 aprile il presidente dell’AFSA John Hemenway ha sottoposto il seguente rapporto al gruppo dirigente dell’AFSA:
  2. Testo iniziale: ‘A partire dal 1960 l’Unione Sovietica ha individuato fasci di radiazioni verso l’ambasciata statunitense a Mosca, il cui intento non era quello di raccogliere informazioni ma di provocare effetti fisiologici sul personale.

   Gli effetti sul personale in servizio che i Sovietici prevedevano di conseguire (almeno nel 1960) comprendevano (A) Malessere, (B) Irritabilità, (C) Estremo Affaticamento. All’epoca i Sovietici ritenevano che gli effetti indotti fossero temporanei.

In seguito, si è accertato che tali effetti non erano temporanei. Indubbiamente collegati a tali radiazioni ed alle onde elettromagnetiche UHF/VHF vi sono: (A) Cataratte, (B) Modificazioni del sangue che inducono attacchi di cuore, (C) Tumori maligni, (D) Problemi circolatori e (E) Deterioramento permanente del sistema nervoso.

Nella maggioranza dei casi gli effetti postumi non si manifestano molto tempo dopo l’esposizione – un decennio o più”.

   Le ricerche russe stavano chiaramente suscitando inquietudine negli USA, anche naturalmente non vi fu alcuna ammissione pubblica della questione. Le inquietudini erano decisamente fondate: ad esempio, nel 1974 V. P. Kaznacheyev [2] riteneva di aver dimostrato che era possibile indurre la morte proiettando raggi ultravioletti a distanza. Lo stesso anno, l’ingegnere ceco Robert Pavlita dimostrò di essere in grado di uccidere insetti a distanza tramite l’utilizzo di congegni psicotronici.

   In Occidente continuavano ad emergere prove aneddotiche di lavori analoghi. Un biofisico statunitense, il quale nel 1979 partecipò ad un programma di scambio presso l’università di Praga, riferì al ricercatore Victorian Armen che: “Appena prima del mio arrivo, uno studente universitario della Germania Est rimase ucciso mentre stava lavorando ad un progetto utilizzando una guida d’onda superconduttrice (un congegno raffreddato criogenicamente che allinea e indirizza le onde radio con estrema precisione). I Sovietici sventrarono l’intera parete del laboratorio di fisica e spedirono tutta l’attrezzatura criogenica, le guida d’onda egli altri meccanismi ad un castello vicino al confine ceco-russo”.

   Il biofisico continuò: “Da altri professori che collaborano al progetto venni a sapere che dopo alcuni mesi gli scienziati sovietici riuscirono a uccidere delle capre in pascoli distanti oltre un chilometro e a causare ad una distanza di oltre due chilometri, effetti inabilitanti o di disorientamento a seconda dell’angolo di esposizione della testa delle capre”.[3]

   Dopo i “segnali di Mosca”, la successiva attività russa che destò allarme negli USA fu quella dei cosiddetti “segnali Woodpecker” (Picchio) individuati per la prima volta verso la fine del 1975 e protrattisi per qualche tempo; questi segnali ad alta frequenza, che potevano essere ricevuti su radio casalinghe a 21 MHz, erano contraddistinti da un suono ripetitivo come una sorta di “toc toc, toc” da cui le denominazione di “Woodpecker”.[4]

   Le loro origini vennero dagli americani ricondotta a tre stazioni di Riga, in Lettonia. Ogni segnale emesso era 25-30 volte più intenso del naturale campo elettromagnetico di fondo della Terra, che ha una frequenza di 7-7.5 Hz. Gli analisti dei segnali formularono la teoria che i cervelli dei mammiferi sono sintonizzati naturalmente con la frequenza di 7-7.5 Hz., ma il 25% subirebbe gli effetti dei segnali Woodpecker a 10 Hz. Quindi si pensò che fosse possibile adattare queste modulazioni affinché funzionassero da vettore per qualsiasi tipo di messaggio che potesse essere immesso nel cervello.

   Le frequenti modifiche delle caratteristiche dell’impulso trasmesso, nonché la frequenza della trasmissione, indicavano che il segnale veniva utilizzato per telemetria[5] o per il controllo a distanza. Ad ogni modo, in base ad informazioni riservate raccolte dalla Defense Intelligence Agency, nell’ establishment militare USA si decise che le trasmissioni Woodpecker rappresentavano il primo tentativo da parte russa di sviluppare radar – oltre – l’orizzonte (OTHR).

   Il primo sito radar fu allestito nel 1975 e i test proseguirono per molti anni; risultò che il segnale elettromagnetico veniva attenuato mentre passava attraverso la ionosfera polare. Su dieci missili lanciati, il radar riuscì a garantire l’individuazione solo alcuni di essi.[6] Woodpecker era un’invenzione del progettista capo F. Kuzminskiy, il quale in seguito divenne direttore del NII (Istituto di Ricerca Scientifica). Una lotta di potere interna fra F. Kuzminskiy e Vladimir Ivanovich Markov, consulente tecnico-scientifico, determinò l’interruzione del progetto. Pur avendo risolto i problemi del sistema, F. Kuzminskiy non riuscì ad ottenere il sostegno del governo russo ed esso non venne mai ultimato.

   Il rapporto della DIA sul sistema Woodpecker fa molteplici riferimenti al lavoro di F. Kuzminskiy come “sistema d’arma”, tuttavia ora è chiaro che non venne deliberatamente progettato per interferire con le funzioni cerebrali. Nondimeno, quando gli USA ne vennero a conoscenza si ritenne che il suo scopo fosse quello appena citato, forse un mezzo per “controllare l’atmosfera mondiale creando effetti fisiologici o psicologici su individui all’esterno dell’URSS”.[7]

   Analoghe prerogative sono conferite al programma HAARP del Dipartimento della “Difesa” USA che dovrebbe essere allestito in Alaska.[8] Con l’intento di mettersi alla pari, l’Esercito e la Marina degli USA si sono imbarcati in intensi programmi di ricerca comprendenti aspetti di elettromagnetismo, microonde, trasmissione radio e così via. Questi programmi erano e restano per la maggior parte sottoposti alla massima segretezza.

   Alcune sezioni inizialmente non classificate vennero riclassificate verso la fine degli anni ‘60. Laddove e allorquando tali programmi presentavano ambiti che gli potevano interessare, la CIA intervenne e, finanziandoli, estese l’ambito della ricerca e ne condivise i risultati. Furono varate delle leggi per limitare eventuali richieste di informazioni a livello pubblico ed alle autorità universitarie fu vietato di porre domande ai membri della comunità accademica implicati in tali programmi.

Ca

   I valori educativi e l’etica persero qualsiasi rilevanza.  Una situazione simile attiene ai campus di alcune università britanniche.[9] I risultati di alcuni programmi sperimentali furono sconvolgenti.[10]

   Settori di militari e dei servizi segreti nutrivano dei sospetti sui possibili effetti nocivi delle microonde e delle radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti sugli esseri umani. La Defence Intelligence Agency, la CIA e l’Esercito tenevano sotto controllo da decenni i progressi in questo campo in atto nell’URSS e nei paesi socialisti; nonostante i rapporti dei servizi segreti sugli effetti nocivi della Radiazione Elettromagnetica (EMR) e delle microonde; decisero di verificare da sé come di fatto stessero le cose. In effetti il Progetto Pandora apparentò un passo in tale direzione; CIA, Esercito, Marina e Aeronautica condissero approfonditi test, tramite i propri laboratori oppure ricorrendo ad appaltatori esterni.

   Questi ultimi fornirono loro collaudatori umani non volontari. Vari contratti militari prevedevano lavori in ambienti assai pericolosi, come alcuni casi accade tuttora. Talvolta i datori di lavoro ne erano consapevoli e tuttavia permettevano che ciò continuasse. Le ragioni principalmente erano due: a) Rispettare i termini dei lucrosi contratti. b) Raccogliere dati sugli effetti dell’irradiazione sugli esseri umani.

   Qui ci troviamo di fronte a due crimini efferati: il primo è la sperimentazione sugli esseri umani aggravata da fatto dalla non volontarietà delle vittime, il secondo ci troviamo di fronte a un classico esempio di dittatura degli interessi privati (il peso delle corporazioni economiche, come nella dittatura fascista, prevale in maniera in maniera illegale sul diritto sociale della tutela del lavoro).

   Alcuni anni dopo, un profluvio di azioni legali intentate da vittime pone nell’opinione pubblica il quesito se i fini giustificavano i mezzi. C’è dal mio punto di vista se anche i fini erano giusti poiché la sperimentazione inerente a questo tipo di armamenti non sono fatte per motivi difensivi ma per la volontà da parte dell’imperialismo USA di difendere il proprio predominio mondiale dal punto di vista economico e politico. C’è da dire che in molti casi i responsabili delle aziende che lavoravano come appaltatrici e degli enti militari, erano consapevoli degli effetti nocivi dell’EMR e tuttavia avevano deliberatamente tenuto nascosto le conseguenze alle loro vittime che spesso erano loro dipendenti, ciononostante l’establishment o i suoi appaltatori non hanno mai riconosciuto alcuna responsabilità. Per quanto ne sappia la situazione odierna rimane immutata.[11]

   L’interesse dei militari USA per le radiazioni elettromagnetiche è ormai appurato. Il Tri-Service Electromagnetic Advisory Panel (TERP) rappresenta gli interessi di tutte le tre Armi (Esercito, Marina e Aeronautica) degli USA. Quando fu fondato il TERP, il Memorandum di Intesa in data 21 luglio 1980 fu firmato da rappresentanti militari delle tre Armi.

   Un ulteriore Memorandum di Intesa del 1990 riporta: “

  • FINALITà: La presente commissione viene ricostituita e ridefinita onde garantire un visibile ed efficace coordinamento delle attività da parte dei dipartimenti militari, ciascuno dei quali possiede requisiti specifici per condurre ricerca e sviluppo sugli effetti biologici delle radiazioni elettromagnetiche (EMR) non ionizzanti sull’uomo.
  • OBIETTIVI.
  • Individuare e riesaminare periodicamente le attività di ricerca e sviluppo riguardanti gli effetti biologici delle EMR non ionizzanti comuni alle tre Armi e i requisiti che sono competenza specifica di un singolo dipartimento.
  • Individuare obiettivi di ricerca e sviluppo di natura medica rispondenti alle esigenze delle forze militari operative, degli elaboratori dei sistemi e della comunità tecnica e scientifica.
  • Coordinare l’utilizzazione di impianti, materiali, personale e stanziamenti per realizzare le necessarie attività di ricerca e sviluppo in maniera tempestiva ed efficace.
  • Elaborare procedure per il costante scambio di informazioni interforze su tutti gli aspetti delle attività di ricerca e sviluppo in corso sugli effetti delle EMR non ionizzanti sugli esseri umani.
  • Elaborare procedure per il coordinamento delle attività di ricerca e sviluppo in quest’area fra le tre Armi ed altre agenzie”.

   Il TERP consta di tre dipendenti civili o militari a tempo pieno selezionati da Esercito, Marina, Aeronautica e Corpo dei Marine. La commissione convoca regolarmente “eminenti” (si fa per dire ovviamente) membri della comunità scientifica per consulenza e progressi supplementari. Funge da ente di consulenza per l’Ufficio del ministro della “Difesa” (OSD) ed altri uffici interni all’Ufficio del viceministro della “Difesa” (OASD), ma non limita la propria ricerca al settore militare ed ha un fattivo interesse per la ricerca di carattere nazionale.

 Nel 1990 la ricerca del TERP ha riguardato un vasto ambito. Ad esempio, l’interesse dell’Esercito per gli effetti biologici degli impulsi elettromagnetici non nucleari portò a studi e ricerche in aree quali la dosimetria[12] umana e i bioeffetti di campi elettromagnetici di picco elevato, nonché allo sviluppo di un database sulle lesioni elettromagnetiche non nucleari di tipo occupazionale ed ambientale.

   Conoscere gli effetti di tale campo hanno sugli esseri umani era considerato un fattore di importanza vitale. In questo ambito molti civili furono oggetto di esperimenti segreti, tanto negli USA che in Europa, tuttavia costoro non sono riusciti a identificare chi fosse il responsabile degli abusi subiti. Il loro tentativo di ottenere l’appoggio dai loro rappresentanti politici o da varie organizzazioni internazionali quali Amnesty International e la Medical Foundation for the Care of Victim of Torture, non hanno avuto nessun esito.[13] Anche l’Aeronautica Militare USA ha condotto ricerche sulle lesioni oculari provocate dalla esposizione a sistemi d’onda millimetrica, nonché sugli effetti biologici di microonde ad alta potenza in regioni con basse microonde (banda S). i verbali di una riunione del TERP, tenutasi il 27 e 28 ottobre 1987 alla Scuola di Medicina Aerospaziale dell’USAF presso la Base Aerea di Brooks, Texas, iniziava così: “Il programma comportamentale Radiazioni e Radiofrequenza presso il Walter Reed Army Institute of Research è da ritenersi di alta priorità”.

   L’impiego di microonde ad alta potenza (HMP), sviluppato presso i laboratori di Lawrence Livermore, Sandia o di Los Alamos da ciascuna delle tre Armi, sembra essere un dato acquisito. Una lettera in data 18 marzo 1986, relativa alla riunione del TERP del 10-13 febbraio dello stesso anno, annotava che “L’Esercito prenderà in consegna un sistema da 2.5 GHz elaborato dalla Sandia il 3 marzo 1986”. La stessa lettera riportava inoltre che “Gli studi biologici saranno focalizzati su vista, cuore e comportamento”.

   Il Dipartimento della “Difesa” tiene in debita considerazione la ricerca in questo campo. I verbali di una riunione del TERP tenutasi il 1° maggio 1989 i partecipanti raccomandavano che “tutti di sorveglianza medica su vulnerabilità, sopravvivenza ed effetti inerenti ai raggi elettromagnetici” abbiano un ruolo di primaria importanza per gli esiti della ricerca.[14]

   La Marina Militare statunitense sembra l’ente maggiormente interessato. La lista dei programmi sugli effetti biologici delle onde elettromagnetiche divulgata dall’Office of the Chief of Naval Research (OCNR)[15] è monumentale. Nell’aprile del 1989 il solo indice, che descriveva in sintesi ciascun programma, ammontava a cinque volumi; questo dato fornisce certamente un’indicazione sulla mole della ricerca.[16]  I programmi vanno dall’impiego della corrente corporea per valutare i tassi di assorbimento delle trasmissioni ad alta frequenza (HF) e a bassissima frequenza (VLF), gli effetti biologici dei campi magnetici, lo sviluppo di efficaci sistemi di rilevazione del campo elettromagnetico e gli effetti della EM sui geni e sul DNA – sino ad argomenti dalle connotazioni fantascientifiche quali l’elettrotrasporto (trasporto sintetico).[17] Il campo d’azione e i risultati di questi studi, sempre non valutabili sotto il profilo scientifico, qualora venissero ulteriormente modificati a scopo offensivo potrebbero presentare implicazioni spaventose e di enorme portata.

   Sembra che avvalendosi della tecnologia elettromagnetica (EMF) le varie agenzie di intelligence abbiano sviluppato notevoli capacità. La NSA ha manifestato un forte interesse verso lo sviluppo delle potenzialità della tecnologia onde monitorare le EEG (onde cerebrali) delle persone; se tale tecnologia dovesse essere elaborata e le EEG dell’individuo prescelto venissero decodificate, questo consentirebbe alla NSA non solo di studiare i processi di pensiero della persona ma potrebbe persino influire sugli schemi mentali dei suoi processi decisionali.

   Un passo preliminare è già stato compiuto. Il Dr. Donald York, neurofisiologo, e il Dr. Thomas Jensen, esperto di disturbi del linguaggio, in forza all’Università del Missouri, sono riusciti ad individuare e decodificare in 40 persone 27 parole e sillabe in precisi schemi d’onda cerebrale e a correlare questi schemi EEG sia con le parole dette che con quelle pensate. Hanno realizzato un programma informatico con il vocabolario delle onde cerebrali; ufficialmente il loro scopo era quello di aiutare le persone colpite da colpo apoplettico che hanno perso la facoltà della parola.

   All’acme dei programmi RV varie organizzazioni di intelligence, quali la CIA, l’Esercito e la DIA, intrapresero approfonditi studi sulle EEG dei loro osservatori a distanza. L’idea era quella di cercare di accertare in che modo gli osservatori ottengono le informazioni e se, invertendo il processo, le informazioni fornite a questi ultimi possano essere trasmesse sino a influenzare l’obiettivo. Il Los Alamos National Laboratory svolse estesi programmi di ricerca in tale ambito.

   Nel 1996 la USA Air Force riportò: “La moderna teoria dello scattering elettromagnetico prefigura la prospettiva che la diffusione di impulsi ultracorti attraverso il cervello umano possa determinare segnali riflessi che possono essere utilizzati per ricavare un’affidabile valutazione del grado di stimolazione del sistema nervoso centrale. La nozione a monte di queste ‘EEG a distanza’ è quella di disperdere potenziali di azione o insiemi di potenziali azione nei principali settori del settore nervoso. Presumendo che comprendendo in che modo le nostre abilità vengono impresse e richiamate alla mente, forse sarebbe possibile far avanzare di un altro passo questo concetto e replicare il set di esperienze in un altro individuo. La prospettiva di fornire una conoscenza base del tipo ‘sono stato lì – ho fatto questo’ potrebbe apportare un cambiamento rivoluzionario al nostro approccio all’addestramento specialistico; l’impatto del successo sarebbe tale da sconvolgere la mente”.[18]

   In anni più recenti vari programmi di controllo mentale hanno contemplato la concezione delle armi “non-letali”. Un esempio sono le armi a infrasuoni che incorporano una modulazione a bassissima frequenza (VLF) e in radiofrequenza (RF) volte a provocare nausea, spasmi addominali e vomito. Già nel 1969 un rapporto confidenziale approntato dall’US Army Mobility Equipment Research Research and Development Center, Fort Believer, Virginia, descriveva nel dettaglio i potenziali effetti dei sistemi infrasonici sull’uomo dalla devastazione del sistema nervoso sino alla morte.[19]

  Non ci sono dubbi che queste armi siano state impiegate. Quando lo spiegamento dei missili Cruise nelle basi statunitensi in territorio britannico era al suo apice, si sviluppò un forte movimento pacifista in Gran Bretagna con una forte presenza femminile. Alla fine del 1985 le donne che stavano nei campeggi della pace di Greenham Common iniziarono a sperimentare insoliti disturbi, mal di testa, sonnolenza, perdite mestruali fuori tempo o dopo la menopausa, sino a episodi di paralisi temporanea e coordinamento del linguaggio improprio; vi furono anche rapporti relativi a due aborti spontanei a cinque mesi di gravidanza, un momento ritenuto tardivo. Sospettando il possibile uso di armi biologiche elettromagnetiche, le donne cercarono aiuto. Esperti della rivista Electronics Today eseguirono una serie di misurazioni e, nel dicembre 1985, pubblicarono un proprio rapporto, le cui conclusioni erano: “Le misurazioni effettuate con un’ampia gamma di rilevatori di intensità di segnale hanno indicato significativi aumenti del segnale hanno indicato significativi aumenti del livello del segnale di fondo nei presso di uno dei campeggi delle donne, concomitanti all’area all’arco di tempo in questi dichiararono di sperimentare effetti nocivi”. Inoltre, notarono che se le donne disturbavano o facevano chiasso nei pressi della recinzione, i segnali aumentavano bruscamente.

   Nell’articolo dal titolo Peace Women fear electronic zapping at base, pubblicato il 10 marzo 1986 su The Guardian, Gareth Parry riportava che “i militari statunitensi (a Greenham Common) dispongono di un sistema di individuazione degli intrusi denominato BISS, Base Installation Security, che opera su una frequenza sufficientemente elevata da far rimbalzare onde radio su un corpo umano che si aggiri nei dintorni della recinzione”. Nel corso di un’udienza innanzi alla Sottocommissione Stanziamenti Costruzioni Militari per il 1985 del Comitato Stanziamenti del Senato, Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, il generale Schneidel fece un riferimento alla possibilità di impego delle armi a microonde a Greenham Common.

   Parlando in una sorta di gergo militare ha detto: “La concezione alla base delle nostre operazioni è quella di proteggere le più preziose risorse della nostra base. Abbiamo realizzato un’idea che garantisce la sicurezza presso il distaccamento e certamente in tempo di guerra, allorquando schiera l’installazione e in condizioni operative. In ogni caso, quando il sistema non è provvisto dei necessari sensori, recinzioni ed illuminazione, vi saranno persone incaricate di compensare le inadeguatezze delle attrezzature”.

   Ormai è chiaro che le donne a Greenham Common furono colpite da un’arma a microonde o irradiate a causa della vicinanza ad una recinzione di sicurezza a microonde.

   In questo articolo o voluto rafforzare:

  •  La necessita di prendere coscienza di tali abusi sui diritti e di tali minacce alla democrazia (intesa come potere del popolo) senza ulteriori ritardi.
  • Di cercare di allertare una società dormiente sulle minacce che sono rappresentate dalle operazioni naziste segrete, attuato da organismi che hanno il controllo di questo tipo di armamenti.

   Partiamo dal fatto che spesso le vittime non riescono ad ottenere le cure mediche contro gli effetti di questi attacchi.   Essendo negato a loro il rispetto della credibilità di essere usate come cavie umane, ed essendo portate al suicidio, sono trattate come pazze, nel migliore delle ipotesi sono considerate come dei “casi sfortunati”. Dato che la presenza di un “altro” nella propria mente e nel proprio corpo è per definizione un atto della più intollerabile crudeltà, le persone sono costrette a sopportarlo, ma che si rifiutano di lasciarsi a spezzare da questo, non  hanno altra scelta a diventare degli attivisti e spesso e volentieri consumano la loro vita nella battaglia contro tali atrocità, le loro energie ad allertare ed informare il pubblico sulle forze oscure e criminali che operano nella società, cose di cui la stragrande parte della non ne vuole sentir parlare e non vuole capire.

   Ci sono stati alcuni tentativi (sarebbe meglio dire i pochi preziosi tentativi) da parte delle istituzioni pubbliche di verifica dell’esistenza e della denuncia dei pericoli che coso connessi all’utilizzo di queste tecnologie:

  1. L’ex presidente degli Stati Uniti d’America Clinton, nel 1995, dopo le proteste del Comitato dei sopravvissuti degli esperimenti di controllo mentale su esseri umani ha chiesto pubblicamente scusa al paese ed alle vittime di questi esperimenti, affermando che non se ne sarebbe più fatto uso.
  2. Nel gennaio 1998 è stato tenuto a Parigi un convegno pubblico del Comitato di Bioetica Francese. Il presidente Jeane-Pierre Changeux, un neuroscienziato dell’Istituto Pasteur di Parigi, ha detto ai presenti che i “i progressi dell’immagine cerebrale rappresentano un immenso pericolo per l’invasione della privacy. Sebbene la strumentazione necessaria sia ancora altamente specializzata, diventerà una cosa comune, capace di essere usata a distanza. Questo aprirà la strada della libertà personale, il controllo del comportamento e il lavaggio del cervello. Queste sono lungi dell’essere questioni di fantascienza…”.[20]
  3.  Nel gennaio 1999, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in cui chiede “una convenzione internazionale che introduca una messa a bando a livello globale di tutti gli sviluppi ed impieghi di armi che possano consentire qualunque forma di manipolazione degli esseri umani. È nostra convinzione che questa messa a bando non potrà essere attuata senza la pressione globale sui governi da parte di un pubblico generale informato. Il nostro maggiore obbiettivo è comunicare al pubblico generale la reale minaccia che queste armi rappresentano per i diritti dell’uomo e per la democrazia e fare pressione sui governi e sui parlamenti in tutto il mondo per attuare legislature che proibiscano l’uso di questi dispositivi sia da parte dei governi che delle organizzazioni private, nonché degli individui”.[21]
  • Nell’ottobre 2001 Dennis J. Kucinich, membro del Congresso degli Stati Uniti, introdotto una proposta alla Camera dei Rappresentanti che mirava a bandire l’impiego delle seguenti armi:[22]
  • Armi elettroniche e psicotroniche.
  • Armi ad alta quota ad emissione di onde di bassa frequenza.
  • Armi elettromagnetiche soniche e ultrasoniche.
  • Armi laser.
  • Armi strategiche ed extra-atmosferiche.
  • Armi chimiche, biologiche e tettoniche.

   La proposta di legge fu riferita al Comitato per la scienza e in aggiunta, ad altri due comitati che si occupano degli armamenti e delle relazioni internazionali.  Nella versione originale si era chiesta anche la messa al bando delle scie chimiche, e delle tecnologie usate per il controllo mentale.  Nonostante l’inclusione della proibizione di installare armi nello spazio, e di armi per distruggere o danneggiare gli oggetti nello spazio, nella versione finale non c’è menzione di alcuna delle già citate armi invasive della mente, né dell’uso di tecnologie satellitari radar o di altro tipo di energia per utilizzare o sviluppare tecnologie per l’uso contro la mente umana.[23]

   Il fallimento di questa iniziativa (come delle altre), è determinato dal fatto che gli interessi economici e le esigenze di dominio globale da parte dell’imperialismo U.S.A. (come degli altri imperialismi) sono più forti di tutti gli imperativi etici e morali. Per mantenere, consolidare questo dominio (sempre più fragile) sono usati i più disparati sistemi d’arma, tra i quali le armi che si potrebbero benissimo dire invisibili. Invisibili perché questo tipo d’armamenti si è sviluppato nel più gran segreto.


[1] Tendo a precisare che se parlo di Russia e altre volte di URSS, è perché ritengo cose come manipolazione psichica, controllo mentale e cose del genere ritengo che tutto ciò siano incompatibili con il socialismo che deve tendere all’emancipazione delle masse, si potrebbe dire le tendenze borghesi dentro uno stato socialista.

[2] V. P. Kaznacheyev e altri, Apparent Information Transfer Between Two Groups of Cell’, Psychoenergetic System, Vol- I, dicembre 1974 e Distant Intercellular Interaction in a System if Issue Cultures, Psychoenergetic System, Vol. I, no, 3, marzo 1976.

[3] The Atlantic, Vol. 259, marzo 1987, p. 24.

[4] I segnali di “Woodpecker” iniziarono a operare all’inizio del ciclo solare di undici anni, quando le attività delle macchie solari, che interferiscono con i sistemi radiofonici commerciali, sono all’apice. Non si sa se sia trattato di un tentativo dei russi di nascondere “Woodpecker” nell’attività solare o se quest’ultima abbia acuito gli effetti del primo.

[5] La telemetria è una tecnologia informatica che permette la misurazione e la trascrizione di Informazioni di interesse al progettista di sistema o all’operatore. La parola deriva dalle radici greche tele = lontano, e metron = misura.

[6] Defense Intelligence Agency JPR Report, Soviet Union, Military Affairs, 3 maggio 1991.

[7] F. C. Judd, The Russian Woodpecker : Has it become an extinet species ? in Short Wave Magazine, marzo 1991. 

[8] Alquanto stranamente, anche i Lawrence Livermeore National Laboratories (LLNL) hanno un programma denominato Woodpecker, sebbene il programma degli LLNL sembri più confacente alle loro iniziative di sviluppo delle armi “non-letali” alcune delle quali hanno effetto sulla mente umana. Queste notizie derivano da una corrispondenza tra il ricercatore Victorian Armen con Lawrence Livermore.

[9] Per informazioni sulle attività dei militari britannici nelle università vedere The Campus Connection – Military Research on Campus di Rob Evans, Nicola Butler e Eddie Gonsalves, Student CND, Londra 1991.

[10] Il Naval Aerospance Medical Research Laboratory di Pensacola, Florida, nel corso dei suoi test svolti a Clam Lake nel contesto del Progetto SANGUINE, scoprì che l’esposizione al componente del campo magnetico produce dell’antenna SANGUINE – all’interno di un campo ELF di 45-74 Hz – produceva uno stress identico a quello indotto da uno smodato consumo di alcol: documenti sul Progetto SANGUINE forniti a Victorian Armen dall’US Navy. Vedere anche Robert Becker, Cross Currents, Jeremy P. Tarcher Inc. Los Angeles, USA, 1990, p. 202.

[11] Vedere The Killing of Strom in Open Eye no 3,1995. La vicenda di Strom è stata trattata dal notiziario della CBS Sixty Minutes, Strom VS. Boeing, prodotto da David Angeles, USA, 1990, P. 207.

[12] La dosimetria è una branca della fisica che si occupa del calcolo e della misura della dose assorbita dalla materia quando sottoposta sia alle che si occupa del calcolo e della misura della dose assorbita dalla materia quando sottoposta sia alle radiazioni ionizzanti sia alle radiazioni non ionizzanti.

[13] Ad esempio, i coniugi Verney che ho già parlato del loro caso in questo Blog. Essi avevano intrattenuto una corrispondenza con il Ministero dell’Interno, Amnesty International e la Medical Foundation for the Care of Victim of Torture, senza esiti positivi. Essi erano stati oggetto – e molto probabilmente lo sono ancora – di una quotidiana tortura attuata con mezzi elettromagnetici.

[14] Rapporto sulla riunione del TERP, 1° maggio 1989, p. 2.

[15] Lettera di Loris Welch a Victorian Armen, Office of the Chief of Naval Research, 13 febbraio 1991.

[16] Biological Effects of Nonionizing Electromagnetic Radiation, Vol. XII, numeri dal 1 al 5 dicembre 1988; Office of the Chief of Naval Research, Arlington, Virginia, pubblicato nell’aprile del 1989.

[17] Un esempio di progetto di tipo fantascientifico è il Progetto Codice 441k708-04. Electroportation: Theory of Basic Mechanism – Progress: the quantitative theory successfully describes reversible electrical brekdown of a bilayer membrane due to large electrical pulse and passive charging with the retention of the charge due to small pulse. ‘Gli scienziati dei Lawrence Livermore National Laboratories, centro di ricerca nucleare, parlano di cose quali bombe cerebrali – capaci di prendere l’energia di un’arma nucleare e concentrarla in una porzione selezionata dell’estremità inferiore dello spettro elettromagnetico, nonché di utilizzare tale energia per avere effetti sul cervello dei nemici. L’idea sarebbe quella di abbattere i soldati nemici su due piedi”. The Atlantic, Vol. 259, marzo 1987.

[18] Biological Process Control, in New World Vistas – Air and Space Power for the Twenty-first Century, US Air Force, 1996, p. 90.

[19] An Infrasonic System, US Army Mobility Equipment Research and Development Center Fort Believer VA, 1969. Vedere la sezione ‘Effetti – Umani’. Nel libro The Future Wrare, John Alexander, uno dei promotori, precursori e fondatori del concetto di armi “non-letali”, cerca di legittimare l’acquisizione e lo spiegamento di queste armi devastanti.

[20]Nature, Vol 391, 1998. 

[21] Sessioni Plenarie/Europarlamento, 1999).

[22]Pentagon Preps for War in Space, Noa Shachtman, 20.02.2004.

[23]Space Preservation Act, 2002.

ALI’ AGKA E’ STATO UNA SORTA DI CANDIDATO MANCIURIANO?

•giugno 21, 2020 • Lascia un commento

   Ovviamente è una tesi, prove certe non ce ne sono, ma se si ragiona sull’attentato a Giovanni Paolo II del 1981 e cosa c’è stato dietro, emergono diverse prove che l’attentato dei Lupi Grigi fu guidato da servizi segreti.

   Alla luce degli ormai numerosi depistaggi verificatesi negli anni sull’attentato al Papa, e sulle speculazioni politiche che furono imbastite sulla base della convenienza politica, bisognerebbe vagliare le varie ipotesi possibili sull’episodio, non scartando la possibilità di una contemporanea presenza di più centri di potere interessati allo stesso delitto.

   In sostanza l’ipotesi che bisognerebbe vagliare, che non ci troviamo di fronte a un “comune” complotto, inteso come accordo tradizionale raggiunto tra complici appartenenti a una stessa organizzazione.

   Qui ci troviamo di fronte a qualcosa di più complesso, ovvero di un attentato eseguito dai Lupi Grigi, la cui organizzazione sarebbe stata diretta, aiutata, assistita, da una pluralità di soggetti interessati – ance se talora tradizionalmente contrapposti – uniti, nell’occasione, dal comune obiettivo delle eliminazione del Papa/o quello di lanciargli un messaggio, e facilitati, nel raggiungimento delle convergenze di reti occulte massoniche.

  A provare questa tesi, c’è un Massone Gioele Magaldi che è Gran Maestro del Grande Oriente Democratico[1] che sostiene che dietro a questo all’attentato al papa c’è stato un conflitto tra centri massonici internazionali.

   Secondo Magaldi, il movente dell’attentato di Agca ai danni di Karol Woytila andava ricercato nella furibonda lotta per il predominio globale che in quel fatidico 1981 coinvolgeva le Ur-Lodges (Logge Internazionali) Three Eyes e White Eagle, entrambe ascrivibili a diverso titolo al milieu massonico di tipo reazionario ed oligarchico.

   Sul finire degli anni ’60 del secolo scorso fu fondata, su impulso di pezzi da novanta del calibro di Rockefeller, Kissinger e Brzezinski, la famigerata superloggia dai “tre occhi”, motore decisionale di una torsione illiberale e antidemocratica che avrebbe dispiegato dappertutto i suoi malefici effetti dal principio fino ai giorni nostri (guarda caso nel periodo che stava finendo il periodo di sviluppo che aveva conosciuto l’occidente capitalista).  

   Sempre secondo Magaldi i principali avvenimenti storici accaduti a cavallo fra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, dal golpe greco dei colonnelli all’operazione condor in America latina, passando per diversi tentativi golpisti falliti in Italia, portavano indiscutibilmente il marchio della Three Eyes. A lungo andare lo strapotere di questa nuova Ur-Lodge, capace di far saltare vecchi e consolidati equilibri, provocò per reazione la nascita di una nuova superloggia, la White Eagle, sorta per iniziativa congiunta di due storiche Ur-Lodges come la Edmund Burke e la Geburah. L’obiettivo di questa nuova Ur-Lodge era quello di limitare il “raggio di influenza” della Three Eyes, divenuta nel frattempo troppo arrogante ed ingombrante. La White Eagle, fondata nel dicembre del 1978, piazzò fin da subito alcuni colpi importanti, favorendo l’elezione di Margaret Thatcher in Inghilterra e di Ronald Reagan negli Stati Uniti, personaggi notoriamente distanti dal circuito di influenza della Three Eyes[2].

   Più o meno nello stesso periodo, gli stessi ambienti massonici in grado di condizionare così pesantemente il corso politico dell’Occidente, favorirono pure l’ascesa al potere in Iran dell’ayatollah Khomeini, mandando contestualmente in esilio lo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, sgradito avamposto della Three Eyes in Medio Oriente. Tesi questa che non mi trova d’accordo poiché trascura il fatto che sono le masse che fanno storia. La rivoluzione iraniana era una manifestazione della forza del moto rivoluzionario d’Asia e d’Africa. Poi, in Iran, il proletariato è stato la forza decisiva e la spina dorsale della rivoluzione, non bisogna dimenticare che i lavoratori crearono i Shoraz, strutture assimilabili ai Soviet.

 Dopo aver subito una serie di smacchi gravissimi in rapida sequenza, l’ala più dura della superloggia fondata da Kissinger, Brzezinski e Rockefeller maturò l’idea di mettere in atto una “esemplare ritorsione”: il 30 Marzo del 1981 John Warnock Hinckley Jr. spara contro il presidente Reagan.

   Da tenere conto che negli attentati contro Giovanni Paolo II (quello del 1981 fu uno dei tanti episodi) la presenza di simbologie esoteriche.

   E non solo negli attentati contro il papa. Sempre Gioele Magaldi indicò l’evidenza correlazione della data dell’attentato a Parigi del 13 novembre 2015, con la tragica conclusione della vicenda dei Templari.

   Negli attentati di Bruxelles il 22 marzo 2016 la data coinciderebbe con la data della soppressione dell’Ordine del Tempio. C’è da chiedersi sul perché su questa scelte simbolica della data e l’utilizzo di un linguaggio avverso o estraneo per gli esecutori.

   Inoltre c’è da tenere conto della presenza in ambienti vaticano di personaggi vicini alla massoneria[3] e ai servizi americani.

   Tra l’altro è emerso i collegamenti tra l’episodio dell’attentato al papa del 1981 e i centri di poteri occulti presenti nelle logge trapanesi, punto di raccordo tra massoneria internazionale, servizi deviati americani e italiani, esponenti dell’ortodossia russa (tramite i contatti resi possibili attraverso l’Ordine dei Templari).[4]    I collegamenti tra logge trapanesi e mondo arabo.[5] Da tenere conto il collegamento tra i Lupi Grigi e organizzazioni di matrici khomeinista.[6]  E non si deve scordare le connessioni ideologiche tra Lupi Grigi e le ideologie naziste e neonaziste e quindi con i movimenti terroristi appoggiati dalla CIA in chiave anticomunista sin dall’epoca dalla fine della seconda guerra mondiale. Fondamentali l’emersione delle connessioni bancarie tra queste propaggini e i potentati economici riconducibili, alla famiglia dei Thurn und Taxis[7] e alla destra europea.  

   In sostanza da diversi indagini e ricerche sono emersi i collegamenti globali tra le centrali criminali e i massimi centri di potere dell’Occidente e in particolare quelli presenti ai vertici degli Stati Uniti dell’imperialismo di ispirazione panaglista.

   Ora cosa mi fa dire che Agka un potenziale candidato manciuriano. In un libro scrive: “Il 31 marzo 1981 c’era stato a Washington l’attentato al presidente Reagan. Uno psicopatico aveva sparato al presidente … Io quel giorno (il 13 maggio) fui invaso da una misteriosa energia spirituale … Io non ero uno psicolabile ispirato, indotto dall’attentato a Reagan all’attentato al Papa. Misteriosi personaggi, provocando l’attentato a Reagan, mi avevano trasmesso, quasi imposto, facendoli tuttavia con naturalezza, il loro ordine dell’attentato al papa. Sono soltanto uno strumento di misteriosi che io colloco nell’universo dell’evento assolutamente unico e irripetibile in tutta la storia mondiale, dell’attentato al Papa”.[8]  


[1] http://www.grandeoriente-democratico.com/

[2] http://www.ilmoralista.it/2014/12/28/lo-strano-sbarco-a-roma-di-ali-agca-turco-che-sparo-al-papa-per-vendicare-il-ferimento-di-ronald-reagan/

[3] https://www.amazon.it/Vaticano-massone-denaro-poteri-occulti/dp/885662298X  

http://www.marcovuyet.com/ALARMA%20LISTA%20PECORELLI.htm

[4] http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/74140-massoneria-e-mafia-carlo-palermo-non-dobbiamo-perdere-mai-la-fiducia-di-raccontare-questi-fatti.html

[5] https://ventoditrapani.altervista.org/i-misteri-politici-di-trapani/   https://www.limesonline.com/cartaceo/sicilian-connection-cosi-collaborano-mafiosi-e-jihadisti?prv=true   http://www.gerograssi.it/cms2/file/casomoro/B171/0472_001.pdf

[6] https://www.varesenews.it/2010/01/attentato-a-wojtyla-non-e-agca-la-chiave-per-arrivare-alla-verita/158773/

[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Thurn_und_Taxis   https://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/tag/carlo-palermo/  https://www.maurizioturco.it/bddb/2010-05-11-antimafia-duemil.html

[8] Alì M. Agka, La mia verità, a cura di A.M. Turi, Roma, Newton Compton, 1996, p. 132.

COVID 19: UN MODO MASCHERATO DI FARE LA GUERRA?

•giugno 18, 2020 • Lascia un commento

  Nel 2001 uscì un libro dal titolo emblematico Guerra senza limiti edito dalla Libreria editrice goriziana, degli autori Qiao Lang e Wang Xiangsui, due ufficiali dell’esercito cinese che hanno svolto incarichi come Commissari politici presso i Dipartimenti politici dei comandi superiori come addetti alla morale, disciplina supervisione dei Comandanti e delle attività di propaganda. Il termine moderato dei loro incarichi non tragga in inganno: si tratta di due autentici revisionisti di fino. Il libro illustra l’evoluzione dell’arte della guerra, dai primi conflitti armati alla nostra epoca “di terrorismo e globalizzazione”. Quello che è messo ben in luce, è come muti l’approccio dei governi all’idea “fare la guerra”. In questo libro c’è la codificazione delle nuove regole dell’arte militare[1]. Nei “nuovi” conflitti, dove le finalità non sono mai completamente interpretabili, si tratta di schiacciare il nemico in un campo di battaglia molteplice e non del tutto definibile, e di conseguenza si progettano le armi adatte ai tipi di guerra che si vuol fare[2]. Attualmente, la guerra imperialista è sempre più veloce ed immediata e “teoricamente” opera col minor spargimento di sangue “possibile” (in relazione agli obiettivi prefissati). In realtà questo è ciò che viene propagandato, il terreno concreto smentisce la teoria, solo che la teoria deve essere sufficientemente indefinita di modo da permettere l’utilizzo di armi e progetti che si traducano in un aumento del potere degli eserciti stessi rispetto alle altre forze del sei paese agente. Una guerra dove si mira più a destabilizzare il nemico che ad eliminarlo.

   La guerra di oggi preferisce agire in misura ben superiore che al passato, anche in campi che teoricamente non hanno nulla a che fare con i conflitti armati. Dietro la scusa di non uccidere nemici in maniera visibilmente ingestibile, si può anche muoversi là dove lo scontro fisico non è necessario, andando a toccare i nervi scoperti del suo apparato statale, sociale ed economico, cercando di ottenere un effetto paralizzante superiore a quello delle armi usuali. Ma poi, ed è Gaza a dimostrarlo, si tratta solo di teorie dal fine recondito, come appunto sosteniamo, un fine secondo: infatti poi, alla fine, prevale l’utilizzo barbaro dei cannoni e dei bombardamenti.

   Riguarda anche noi in Italia. Nel capitolo Il volto del dio della guerra è diventato indistinto gli autori di Guerra senza limiti parlano del terrorismo (pagg. 83-84), dicono che “se tutti i terroristi limitassero le loro attività unicamente all’approccio tradizionale – vale a dire attentati dinamitardi, rapimenti, assassini e dirottamenti aerei – non otterrebbero il massimo terrore. Ciò che realmente scatena il terrore nel cuore della gente è l’incontro di terroristi con vari tipi di nuove tecnologie avanzate che potrebbero trasformarsi in nuove superarmi”, essi citano come esempi di terroristi dotati di superarmi i seguaci di Amu Shinrikyo che hanno cosparso il Sarin, un gas tossico, nella metropolitana di Tokyo e in contrapposizione questi killer che compiono eccidi indiscriminati cita “il gruppo italiano “Falange armata” è una categoria completamente diversa di organizzazione terroristica high-tech. I suoi obiettivi sono espliciti e i mezzi impiegati straordinari. La sua specializzazione consiste nell’irruzione in reti di computer di banche e di mezzi di comunicazione, nel furto di dati archiviati, nella cancellazione di programmi e nella divulgazione di false informazioni, vale a dire operazioni terroristiche classiche dirette contro reti e mass media. Questo tipo di operazione terroristica si serve della tecnologia più avanzata nei settori di studio più moderni e sfida l’umanità nel suo complesso una guerra che potremmo definire ‘nuova guerra terroristica’. E c’è chi vuol ridurre gli avvenimenti dell’inizio degli anni ’90 nella semplice formuletta “trattativa Stato-Mafia”! In queste nuove guerre i campi di battaglia diventano infiniti, una volta che il bersaglio non è più solamente il corpo fisico da annientare, ma anche la psiche di quello è ritenuto il nemico. Un bersaglio che permette la progressiva erosione dei diritti civili, lo svuotamento dello Stato di diritto, tutto questo dentro un quadro di resa da parte delle persone colte e impegnate, che vede in sostanza un definitivo imbarbarimento della società che non fa che confermare quanto esporta Lenin ne L’imperialismo, aspetto che dopo il nazismo, non cera bisogno di altre conferme.

   Pertanto, perché diamo attenzione ad un testo del genere? Non solo perché è stata la CIA a dedicarsi allo studio di questo testo, sin da quasi subito dopo che venne nelle mani degli alti ufficiali dell’esercito cinese e della cricca borghese impadronitasi del Partito un tempo comunista. I campi di battaglia diventano infiniti, una volta che il bersaglio non è il corpo fisico da annientare, ma la psiche del “nemico”, in forma non direttamente evidente “agli altri”. Un bersaglio che permette una progressiva erosione dei diritti civili, uno svuotamento dello stato di diritto, un atteggiamento di resa da parte delle persone colte ed impegnate, un definitivo imbarbarimento che non fa che confermare quanto esposto da Lenin ne “l’imperialismo”, aspetto di cui tuttavia, dopo il nazismo, non avevamo bisogno di altre conferme. Una guerra segreta quindi, che colpisce attraverso nuove tecnologie e coinvolgimento di specialisti in campo medico e psichiatrico, psicologico, fisiologico, elettronico, informatico, biologico, il cervello, i sentimenti, il clima, il cyberspazio, lo spazio ecc.  Non a caso il vicepremier D’Alema nel 1999 fa divenire corpo d’armata l’Arma dei carabinieri, e questa subito dopo assume in gran numero laureati in scienze biologiche. La pubblicistica pre e post-11 settembre serve allo scopo, antrace, armi biologiche, chip a DNA. Le riviste scientifiche parlano apertamente di queste cose, la politica tace. Chi autenticamente comanda, ha i suoi soldatini. I politici delegano ai ministri, i quali nel divenire ministri, si adeguano ai generali. Quindi non ci può essere una seria lotta alla guerra imperialista senza porre la questione della messa al bando di queste “armi elettroniche-mentali”, ivi compresi i raggi immobilizzanti, ecc. Infatti, evidenziare cosa stia dietro a queste “armi” e alle tecnologie diffusosi di recente (GPS, GPRS, UMTS, Wireless, ecc.), sarebbe dovere non nostro, ma di ogni appartenente alla Sanità, alla Polizia municipale, alle Giunte comunali, provinciali, regionali, ai Parlamenti, alle forze sociali e sindacali. Ma nessuno ne parla, a parte rari e coraggiosi soggetti. Tutti, paiono segretamente entusiasti di poter produrre la morte per tumore di un nemico, senza che nessuno possa loro imputar nulla.

    Vediamo in sintesi la visione della guerra “post-atomica” dei due autori del libro”.

   Per gli autori queste visioni sono infinite e tutte in continua evoluzione. Vediamo quali sono per gli autori le principali.

   La prima è la classica guerra commerciale, che per gli autori però la vedono evoluta: “nelle mani degli americani, che ne hanno fatto un’arte raffinata, può essere utilizzata con grandissima competenza. Tra i vari strumenti impiegati, vi sono l’uso del diritto commerciale interno sulla scena internazionale, l’introduzione e l’abolizione arbitrarie di barriere tariffarie, l’utilizzo di frettolose sanzioni commerciali, l’imposizione di embarghi sulle esportazioni di tecnologie fondamentali, l’applicazione della legge della “Sezione speciale 301”, la concessione del cosiddetto status di nazione favorita (most favored nation), eccetera… “.

   Una seconda forma che viene evidenziata dagli autori è la guerra finanziaria, apprezzata come segue: “Noi riteniamo che presto “la guerra finanziaria” diventerà sicuramente uno dei lemmi dei vari dizionari del gergo militare ufficiale, come pure crediamo che quando, rileggeremo i libri di storia sulla guerra del ventesimo secolo, il capitolo della guerra finanziaria sarà quello che più richiamerà la nostra attenzione. Il principale protagonista di questo capitolo non sarà uno statista o uno stratega militare, bensì George Soros. Naturalmente, Soros non ha il monopolio esclusivo dell’uso dell’arma finanziaria per combattere le guerre. Prima di Soros, Helmut Kohl si è servito del marco tedesco per abbattere il muro di Berlino, un muro che nessuno era mai riuscito a scalfire con le granate dell’artiglieria…Inoltre, non possiamo non citare la miriade di grandi e piccoli speculatori arrivati in massa a questo grande party per ingordi di denaro, tra cui Morgan Stanley e Moody’s, che  sono famose per i rapporti sul grado di solvibilità da loro emessi e che segnalano promettenti obiettivi di attacco agli squali del mondo finanziario”.

   Soffermiamoci un attimo sull’aspetto delle guerre finanziarie, poiché gli autori trascurano il fatto che l’espansione della finanza è determinata dalla crisi economica, che è una crisi di sovrapproduzione di capitale.

In che cosa consiste la crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale?

   Considerando il ciclo di valorizzazione del capitale complessivo, cioè il percorso attraverso il quale il capitale di una data grandezza, facendo degli operai, si trasforma in un capitale di grandezza maggiore.

   Il capitale C si valorizza producendo un plusvalore PV. Ora il nuovo valore (C+PV) deve a sua volta nuovamente valorizzarsi. Ciò richiede o nuove iniziative (sviluppo in estensione) o una crescita della composizione organica nei vecchi campi di applicazione del capitale, sulla base della crescita della composizione tecnica (sviluppo intensivo). Il nuovo capitale C’ = (C+V) deve quindi valorizzarsi producendo nuovo plusvalore PV’. Se il nuovo capitale C’ si impiega a una più alta composizione tecnica e organica, occorre esaminare come va la produzione di plusvalore. Si possono avere situazioni profondamente diverse. Consideriamo le seguenti:

cvpvp 
1005050200p’=66,6%
1651525225p’=12,5%
1703050250p’=25%
162,537,562,5262,5p’=31,2%
1554575275p’=37,5%

c = capitale costante – v = capitale variabile   –   c+v = capitale complessivo –

pv = plusvalore estorto – p’ = saggio percentuale di profitto = 100 pv/(c+v) – p = capitale complessivo del plusvalore = 100/(pv/v) – s = saggio percentuale di plusvalore (i numeri impiegati sono solo numeri esemplificativi).

   Il primo caso è il primo ciclo di valorizzazione, quello che consideriamo già avvenuto e concluso. Gli altri casi sono tutti e quattro possibili casi di secondo ciclo di valorizzazione, tutti con un capitale complessivo di 200 e diverse composizioni organiche.

   Supponiamo che nel primo caso il capitale abbia impiegato 10 operai che hanno lavorato 5 ore come lavoro necessario e 5 come pluslavoro.

   Il secondo caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 4 operai che lavorano ore 3+3/4 come lavoro necessario e 6+1/4 come pluslavoro.

   Il terzo caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 10 operai che lavorano ore 3+3/4 come lavoro necessario e 6+1/4 come pluslavoro.

   Il quarto caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 12 operai che lavorano ore 3+3/4 come lavoro necessario e 6+1/4 come pluslavoro.

   Se la nuova composizione organica porta ad un ciclo di valorizzazione come nel quarto caso, nessun problema; aumentano saggio di profitto, saggio del plusvalore e massa del pluslavoro.

   Se la nuova composizione organica porta a un ciclo di valorizzazione come nel terzo caso, i problemi nascono dal fatto che il saggio di profitto diminuisce. Ma stante la massa del plusvalore aumenta, tutti il nuovo valore viene usato come capitale. La concorrenza tra capitali aumenta.

   Se la nuova composizione organica portasse a un ciclo di valorizzazione come nel terzo caso o peggio come nel secondo, il valore prodotto nel primo ciclo, C+PV, non può essere impiegato tutto come capitale nel successivo ciclo di valorizzazione. Nessun capitalista accetterà di impiegare un capitale maggiore per ricavare una massa di plusvalore minore. Ovviamente qui parliamo delle condizioni di valorizzazione del capitale complessivo.

   Qui si riscontra sovrapproduzione di capitale: è stato prodotto (nel ciclo precedete) più valore di quanto ne possa essere impiegato.

   Questo ragionamento ci aiuta a capire perché in un certo momento dello sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra (e precisamente dalla metà degli anni ’70) è divenuto impossibile per i capitali più concentrati (quelli con una massa enorme di macchinari in rapporto ai lavoratori impiegati), investire ulteriormente ricavando un tasso di profitto superiore a quello ottenuto precedentemente con un capitale minore.

   Di conseguenza, da un lato è stato avviato un poderoso processo di trasferimento delle lavorazioni in paesi a minore industrializzazione nell’intento di alzare il profitto; dall’alto lato, una parte dell’enorme massa di capitali prodotto in circa 30 anni di sviluppo capitalistico (ovvero di sfruttamento operaio) non ha potuto trovare impieghi remunerativi adeguati, nel ciclo produttivo, per gli appetiti capitalisti ed ha cominciato, ad “agitarsi” girovagando in tutto il globo in cerca delle occasioni migliori: fossero le materie prime o gli interessi sui prestiti a breve termine o i differenziali tra i cambi delle valute.

Cerchiamo di vedere uno degli aspetti della crisi attuale, quello inerente al capitale finanziario-

   Partiamo dal fatto che il capitale finanziario non è la causa o la forza motrice della crisi. Il gonfiamento (l’accrescimento rapido, tumultuoso e illimitato) del capitale finanziario è un effetto, una delle manifestazioni della crisi, come lo è la sovrapproduzione di merci e la sovrappopolazione.

   Il capitale finanziario è una categoria tipica della fase imperialista. Lenin ha mostrato il ruolo dirigente, in questa fase del capitalismo, campo economico del capitale finanziario.

   Con questo, non bisogna esagerare il ruolo delle banche[3] nell’economia, Lenin non parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario, bensì di fusione di queste due forme di capitale che egli denominò appunto capitale finanziario.

   Marx dice a proposito: “Quando la produzione capitalista si sviluppa pienamente e diventa il modo di produzione fondamentale, il capitale usuraio si sottomette al capitale industriale e il capitale commerciale diventa un modo di essere del capitale industriale, una forma derivata dal suo processo di circolazione. Ma proprio per questo, entrambi devono arrendersi e assoggettarsi preventivamente al capitale industriale” (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II°).

   Per Marx è la banca che s’indebolisce se perde i suoi legami con l’industria e il commercio. Il capitale può funzionare solo simultaneamente come capitale produttivo, capitale-merci e capitale-denaro. Ma in questa formula trinitaria è il capitale produttivo che svolge il ruolo più importante poiché può funzionare autonomamente, mentre gli altri costituiscono ciò che Marx chiama “capitale inattivo”.

   Certi equivoci nascono dal fatto che per “finanza” il cosiddetto senso comune intende fondamentalmente la speculazione borsistica. La definizione di Lenin è come si è visto più ampia e lungimirante: infatti, se si approfondisce l’analisi dei bilanci delle grandi imprese che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scopre che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT, è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e del denaro in prestito delle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensioni degli USA, per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi di interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo di interesse, tendono a fondersi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale. Secondo lo studio della società di consulenza InterSecResearch, le azioni possedute da queste strutture su scala mondiale nel 1998 arrivavano a 11 miliardi di dollari. Il 10% circa dei portafogli dei fondi pensione statunitensi sono investiti fuori dagli USA, e sono diventati o protagonisti di primo piano delle fusioni e delle acquisizioni nel mondo. La General Motor, pur essendo una delle più grandi imprese del settore automobilistico del mondo, in realtà è un agglomerato in cui gli assetti finanziari costituiscono l’80% del suo bilancio aggregato, il discorso vale per le imprese come Ford e Chrysler.

   Riprendiamo il discorso su crisi e speculazione.

   Con il crollo del 1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità dei rapporti che si era venuta a creare. Ma a differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così una mazzata finale, il sistema aveva creato nel frattempo delle “cinture protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori colpiti da tutti impedendo la propagazione dei fenomeni. Queste forme di gestione collettiva dell’economia per gestire la crisi, che già Marx ne parlava nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse). Il capitolo del denaro. (Opere complete Vol. 29), nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo,[4] per questo motivo diventa un’esigenza da parte della borghesia creare in continuazione forme di gestione collettiva che costituissero una mediazione di questo contrasto, che cerchino di porre in qualche misura dei freni agli effetti più devastanti del fatto che i rapporti di produzione capitalisti sopravvivono. Queste forme di gestione collettiva sono: le società per azioni, le associazioni di capitalisti, i cartelli internazionali di settore, le banche centrali, le banche internazionali, i sistemi monetari internazionali, i sistemi monetari fiduciari, le politiche statali, gli enti economici pubblici, i contratti collettivi di lavoro, i sistemi assicurativi generali, i regolamenti pubblici dei rapporti economici, gli enti sopranazionali, il capitalismo monopolistico di Stato.

   Ma permanendo lo stato di crisi, il capitale speculativo si ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire lo smantellamento di queste cinture preventiva.[5]

   In tutti i paesi imperialisti, grazie anche al profondo declino del Movimento Comunista Internazionale determinato dalla prevalenza del revisionismo (ossia della politica borghese in seno al Movimento Comunista),[6] si adottarono tre misure nel campo delle politiche economiche e cercare di frenare il percorso della crisi.

   La prima fu quella di sottrarre le banche centrali e in generale il sistema bancario (che facendo credito crea nuovo denaro) dall’autorità dei governi i quali almeno in qualche misura, rispondevano del loro operato ai partiti di massa che a loro volta dovevano tenere conto del loro elettorato popolare (che magari anche in maniera indiretta, nei momenti di radicalizzazione della lotta di classe, poteva essere influenzato in senso classista se non addirittura rivoluzionario, pensiamo a un’associazione di lavoratori cattolici come le ACLI che nel 1969 sotto l’ influsso dell’autunno caldo nel 1969 rompe il collateralismo con la DC e l’anno dopo parla di “ipotesi socialista” guadagnando la sconfessione del Vaticano). La direzione delle banche centrali, del sistema bancario e più in generale del sistema monetario (le istituzioni che producono denaro, quelle che amministrano la circolazione fissando i criteri della concessione del credito e i tassi di interesse, le regole e le abitudini che presiedono alle relazioni tra loro) vennero affidate a uomini di fiducia della Borghesia Imperialista i sedicenti “tecnici” (come se la loro gestione fosse dettata da leggi di natura, indipendenti dagli interessi delle persone e classi coinvolte).

   Nel nostro paese la separazione tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro fu conclusa nel febbraio 1981 dal governo Forlani (nella persona del Ministro del Tesoro Nino Andreatta un tecnocrate della Borghesia Imperialista esponente della cosiddetta “sinistra democristiana”) e dall’allora Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Essi alla chetichella e del tutto illegalmente misero in vigore una decisione politica dalle implicazioni enormi ed eversiva anche della Costituzione del 1948.[7]  Con questa decisione lo Stato non poteva più decidere quanta moneta la Banca d’Italia doveva creare perché lo Stato potesse far fronte ai suoi compiti in sede politica. Per far fronte a essi da allora lo Stato avrebbe dovuto far ricorso al mercato finanziario. Avrebbe cioè dovuto emettere e vendere titoli finanziari con cui chiedere in prestito alla “comunità internazionale” dei banchieri, delle società finanziarie, dei fondi di investimento, i soldi che eccedevano le sue entrate: cioè dei servizi pubblici, dei profitti delle imprese pubbliche, delle rendite dei beni demaniali.

   In questo modo la “comunità finanziaria” otteneva quattro vantaggi.

  1. Creava un campo proficuo di investimento per i suoi capitali che, stante la sovrapproduzione assoluta di capitale in corso nell’economia reale, aveva difficoltà a investire altrimenti. Era come si diceva prima l’epoca delle furiose pressioni del sistema imperialista mondiale sul “campo socialista” e sui paesi neocoloniali,[8]  perché si indebitassero.
  2. Creava un buon pretesto per premere, con la virtuosa motivazione di reperire denaro per la Pubblica Amministrazione, a favore delle privatizzazioni del settore pubblico dell’economia e dei servizi pubblici che in questo modo diventano un altro campo di investimento del capitale. Privatizzazione che infatti in Italia partì alla grande sotto l’alta direzione di Romano Prodi all’epoca presidente dell’IRI (mentre il debito pubblico, anziché diminuire per i proventi delle privatizzazioni, continuava ad aumentare a gran velocità).
  3. Allentava la pressione fiscale, mentre la spesa pubblica aumentava per le prestazioni crescenti che la “politica” (intesa come partiti, correnti, consorterie varie, lobbie di interessi, logge massoniche come la P2) imponeva alla Pubblica Amministrazione. Una delle varie per far fronte alle maggiori spese per la Pubblica Amministrazione era l’aumento delle imposte, delle tasse e dei contributi, ed era sempre viva la pressione per farli pagare, come d’altronde indica la Costituzione (e questo non solo in Italia, ma per effetto della prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale cominciata con la rivoluzione di ottobre del 1917 in Russia e sbocciata nel secondo dopoguerra con la costituzione di un campo socialista, principi analoghi alla Costituzione italiana erano iscritti nelle Costituzioni e nelle legislazioni di tutti i pesi retti a democrazia borghese) “ad ogni cittadino i proporzione al suo reddito”, con evidente danno per i capitalisti, il clero e le rispettive associazioni e attività economiche.
  4. Poneva le premesse per la riduzione della spesa pubblica, cioè per contrastare con maggior argomenti le richieste che il movimento proletario e popolare di crescenti prestazioni della Pubblica Amministrazione per dare attuazione effettiva ai diritti (istruzione, igiene, sanità, pensioni, servizi vari ecc.) che dovevano essere universali stando alla coscienza che la solidarietà sociale che la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale aveva diffuso. Occorre ricordare che in tutti i paesi imperialisti dopo la Seconda guerra mondiale, Borghesia Imperialista, attraverso i revisionisti moderni ha corrotto il Movimento Comunista trasformandolo da un movimento rivoluzionario in un movimento puramente rivendicativo nell’ambito della società capitalista. Per la Borghesia fu certamente un decisivo vantaggio politico, che però comportò un prezzo elevato da un punto di vista economico.

   In sostanza, con la sottrazione del sistema bancario e monetario all’autorità del governo, in ogni paese imperialista i governi e in generale le autorità della Pubblica Amministrazione nazionale e locale divennero clienti del sistema finanziario. Per finanziare la spesa pubblica eccedente, le loro entrate, emettevano titoli di debito pubblico che vendevano alle banche e tramite queste al pubblico, privatizzando imprese e servizi pubblici e vendendo beni demaniali. Tutte queste privatizzazioni erano campi di investimento per i capitalisti.

   Nel nostro paese è dal 1981 che il debito pubblico ha preso a gonfiarsi stabilmente e rapidamente: non perché lo Stato ha fornito più servizi pubblici, ma perché ha dovuto far fronte alla vecchia spesa e pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico e le commissioni alle banche e alle altre istituzioni finanziarie che li vendevano al pubblico. Per lo stesso motivo tutte le misure “per ridurre il debito pubblico e il deficit di bilancio annuale dello Stato” si sono tradotte in miseria crescente per le masse popolari, in taglio dei servizi, in ridistribuzione del  reddito a favore dei ricchi ecc., ma il debito pubblico ha continuato a crescere: nel maggio 2011 il debito pubblico italiano era quasi di 1.900 miliardi di Euro, e dopo la “cura da cavallo” operata dal governo Monti è salito a quasi 2.050 miliardi di Euro.

   La seconda misura fu l’abolizione delle leggi e dei regolamenti e la restrizione dell’autorità dei governi a proposito della circolazione internazionale delle merci e dei capitali di investimento (i cosiddetti investimenti diretti): i capitali usati per aprire nuove aziende o comperare aziende esistenti, (quindi non semplici partecipazioni azionarie al capitale, che rientrano nel capitale finanziario, ma le aziende stesse). Le potenze maggiori imposero agli altri paesi, pena sanzioni e altri trattamenti e condizioni “di minor favore” per il credito e il commercio accordi e patti del tipo World Trade Organisation (WTO) fino al Transatlantc Trade and Investement Partnership tra UE e USA. Questi accordi permettevano ai capitalisti di impiantare imprese nei paesi che preferivano e di esportare dove loro conveniva, limitando o abolendo le interferenze dei governi locali. A questo scopo fu creato e rafforzato un sistema di leggi e di corti a giurisdizione internazionale.

   La terza misura fu l’abolizione delle leggi e dei regolamenti che limitavano la creazione di titoli finanziari e la loro circolazione internazionale e che in ogni paese le sottomettevano ad autorizzazioni dei rispettivi governi. Con misure varie veniva facilitata la collocazione delle aziende in Borsa, gli aumenti di capitali da parte delle aziende (l’emissione di nuove azioni e obbligazioni), la creazione di titoli finanziari di nuovo tipo, in particolare di tipo speculativo (relativi a derrate alimentari, a minerali, a quotazioni di titoli già in circolazione), l’acquisto e la vendita di titoli “allo scoperto” (cioè di titoli che il venditore non possiede ma che si impegna a consegnare alla scadenza fissata), l’emissione di titoli che assicuravano titoli già circolanti (titoli derivati),  ecc. I titoli finanziari di tipo speculativo drenano i risparmi del ceto medio (commercianti, artigiani, impiegati di livello superiore, tecnici ecc.), e dei lavoratori dipendenti (liquidazioni, pensioni, ecc.) arricchiscono alcuni capitalisti finanziari a danno di altri (coinvolgendo in questa ripartizione l’economia reale dato che il capitale delle aziende che producono beni e servizi è costituito in tutto o in parte da titoli finanziari e che spesso lo stesso capitalista è sia produttore di beni e servizi sia capitalista finanziario e i tracolli finanziari si riversano quindi sulle aziende). Nacque allora quella che Tremonti quando era ministro di Berlusconi declamava come “finanza creativa”. Simili titoli potevano essere comperati, venduti e quotati nelle Borse di vari paesi connesse in rete: ovviamente Wall Street (New York), la City di Londra, Francoforte e Parigi facevano la parte del leone. I paradisi fiscali fiorirono come mai prima. Le nuove tecniche bancarie e di comunicazione principalmente derivanti dall’informatica davano un efficace supporto dall’informatica davano un efficace supporto alle nuove libertà dei capitalisti.

   Attraverso le tre misure illustrate, passo dopo passo cresceva la massa del capitale finanziario e le istituzioni finanziarie risucchiavano denaro dall’economia reale che è principalmente industriale, commerciale e monetarie (attività svolte sempre dentro le leggi che muovono l’economia capitalista): quindi esposta al risucchio[9]  e aprivano ai capitali terreni più ampi d’investimento (sia nel campo dell’economia reale che in quello finanziario) nei singoli paesi e nel mondo. L’economia finanziaria offriva uno sbocco allo sbocco alla sovrapproduzione di capitale che manifestava nell’economia reale assorbendo da questa capitale che restando nell’economia reale avrebbe esasperato la concorrenza, la sovrapproduzione di merci, il consumismo, le rivendicazioni salariali e normative e altri fenomeni che l’avrebbero sconvolta. Nello stesso l’economia finanziaria alimentava l’economia reale con iniziative speculative (speculazione sulle materie prime con connesse nuove esplorazioni, sulle derrate alimentari, sulle grandi opere ecc.) e bolle di vario genere (bolle nel settore immobiliare, bolle nell’innovazione informatica, bolle nel commercio, ecc.). Come si diceva prima, in ogni azienda capitalista di un certo rilievo, il settore finanziario diventava parte indispensabile e rilevante del funzionamento aziendale.

   Lo sviluppo su grande scala del capitale finanziario evitò che la crisi strutturale del capitalismo precipitasse già negli anni ’80 e ’90. L’acuirsi della crisi nell’economia reale capitalista avrebbe, su scala maggiore di quanto avvenga oggi, alimentato la lotta della classe operaia e delle masse popolari in genere.

   Ma sul piano dell’economia reale capitalista, della struttura della società borghese che era ammalata di sovrapproduzione di capitale, lo sviluppo su grande scala del capitale finanziario fu un rimedio efficace, come sarebbe un rimedio efficace alla fatiscenza di un edificio, nei cui muri del piano terra  si formano delle crepe e nelle cui fondamenta ci sono cedimenti (la crisi strutturale), costruire piani superiori e via via spostarsi a vivere in questi: prima o poi ti troverai travolto in una rovina ancora più disastrosa (quella che si è messa in moto nel 2008).

   La terza forma che viene evidenziata dagli autori è quella che viene definita la “guerra terrorista”, che ha assunto un volto moderno rispetto a quello tradizionale: “Ciò che realmente scatena il terrore nel cuore della gente è l’incontro di terroristi con vari tipi di nuove tecnologie avanzate che potrebbero trasformarsi in nuove tecnologie. Abbiamo già un’idea di ciò che può riservarci il futuro, un’idea che sicuramente può destare preoccupazione”.      Negli anni duemila gli americani, tramite le monarchie del Golfo, hanno sostenuto surrettiziamente le varie organizzazioni terroristiche da Al-Qaeda ad ISIS, anche in modo palese in Siria durante le vittoriose delle forze russe e siriane.

   Un’altra forma di guerra non militare assolutamente da segnalare, soprattutto per il largo utilizzo è “guerra dei mezzi di comunicazione (manipolare ciò che la gente vede e sente per orientare l’opinione pubblica)”.

   Teniamo conto che la verità è la prima vittima della guerra. Nel 1990 una quindicenne è un dato di fatto. Nel 1990 una quindicenne di nome Nayirah parlò al Congresso degli USA durante la crisi irachena. La ragazzina raccontò che i soldati iracheni, una volta occupato il Kuwait, andarono all’ospedale e tolsero i neonati dalle incubatrici lasciandoli morire di freddo sul pavimento gelido. Il New Times ha poi rivelato che Nayirah era figlia dell’ambasciatore del Kuwait a Washington e la sua falsa testimonianza era stata scritta da due dipendenti della società di consulenza Hill&Knowlton. L’interpretazione di Nayirah fu la scintilla che permise l’attacco all’Iraq.

   Il 1992 fu il turno della Jugoslavia, l’accusa è quella di pulizia etnica, vennero mostrati campi di concentramento dei serbi, ma in realtà si trattava di luoghi in cui i prigionieri mussulmani erano ammassati per essere scambiati con i prigionieri serbi. La conseguenza furono quattro anni di una guerra atroce tra mussulmani, serbi e croati.

   Nel 1993 in Somalia la cosiddetta “missione di Pace e aiuto alla popolazione” che ufficialmente doveva mettere ordine tra le milizie somale, si trasformò in una sanguinosa guerra civile. Fu in questo clima di granfi tensioni che si verificarono gli episodi agghiaccianti che verranno riportati su Panorama solo nel 1997: torture con elettrodi, stupri di gruppi con uso di bombe, pestaggi di donne e bambini.[10]

  Nel 1999 la macchina bellica si riaccese nella ex Jugoslavia. Questa volta i Serbi furono accusati di commettere un genocidio verso gli albanesi del Kossovo. Ma come venne in seguito ammesso dal portavoce della NATO, Jamie Shea, si trattò di un’invenzione, nel frattempo Milosevic era diventato il “macellaio dei Balcani”. Migliaia furono le vittime dei bombardamenti umanitari, ma la pulizia etnica c’era stata davvero: quella dei serbi in Kossovo e ad attuarla fu l’UCK, un esercito di kossovari sostenuto dalla NATO.

   Dopo l’11 settembre 2001 il presidente americano George Bush annunciò al mondo la sua dichiarazione di guerra al “terrorismo”. Il suo obiettivo era Osama Bin Laden, uno sceicco saudita con cui la sua famiglia aveva anche commerciato. Fu ripetuto anche senza prove concrete, che fosse il responsabile degli attentati alle Torre Gemelle e che i talebani lo nascondessero in Afghanistan. Il 2 maggio del 2011 durante un intervento di forze speciali denominato Operation Neptune Spear, Bin Laden fu ucciso e il suo corpo gettato in mare.

   Nel 2003 George Bush decise di terminare ciò che suo padre aveva cominciato dodici anni prima in Iraq. Un decennio in cui l’embargo contro l’Iraq causò la morte di circa mezzo milione di bambini, un’ecatombe.

   Il pretesto per intervenire fu che il presidente iracheno Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa. La seconda Guerra del Golfo si può riassumere con questa frase: fu attaccato un paese accusato di possedere armi di distruzione di massa che non c’erano, mentre accadde in realtà che furono gli aggressori USA a usarle, come accadde nella carneficina di Falluja dall’8 al 16 novembre 2004.

  Nel 2011 fu la volta della Libia. Il colonello Gheddafi all’improvviso sembrò che avesse perso il senno e cominciato a sterminare i manifestanti, “la sua stessa gente”. Fu inventata la storia, veicolata pure da Hillary Clinton che il colonello avesse distribuito il suo esercito del Viagra per far violentare più agevolmente le donne dei ribelli. Fu detto altresì che avesse fatto bombardare i manifestanti addirittura con aerei di guerra. In realtà era l’ennesima fake news, infatti, come poi emerse, si trattava di un cimitero i cui cadaveri furono esumati per far credere che fossero uccisi.

   Sempre nel 2011 si aprì un nuovo fronte, quello siriano. Anche in questo caso Bashar al Assad fu all’improvviso derubricato da “esempio di laicità”, come l’aveva definito qualche mese prima il presidente Giorgio Napolitano in visita a Damasco, e riqualificato come feroce dittatore. Anche Assad fu accusato di uccidere i manifestanti, utilizzare armi chimiche contro i civili e non volere la democrazia. L’uso di armi chimiche da parte dell’esercito siriano non è mai stato provato, mentre le diplomazie occidentali non hanno mai contestato l’uso di agenti chimici da parte dei cosiddetti “ribelli” in decine di occasioni, durante il conflitto.

   Nel 2014 fu la volta dell’Ucraina. In questo caso il presidente ucraino Janukovich era “colpevole” di non volere gli accordi di associazione all’UE.  Il copione è pressoché uguale a quello andato in scena dal 2000 in poi con le cosiddette “rivoluzioni colorate”. fu data poca rilevanza il fatto che l’UE avesse appoggiato l’ascesa di gruppi neonazisti.

   In tutti questi casi, a volte senza nemmeno troppa originalità, sono fake news le scintille che hanno scatenato conflitti in realtà pianificati da anni. Menzogne ben orchestrate e veicolate dall’efficiente fabbrica del consenso capace di mobilitare popoli, governi e parlamenti per ottenere il consenso necessario per attaccare uno stato sovrano.

   Ogni guerra è stata anticipata da sanzioni che hanno sempre colpito i popoli. Alle sanzioni si sono affiancati alle cosiddette “opposizioni democratiche”, che sovente hanno palesato intransigenza al dialogo limitandosi a chiedere al “dittatore” di turno di cedere a loro il potere. Alcune volte questo ha funzionato provocando la caduta del governo, in altri casi si è scatenata una guerra civile e in altri casi ancora a intervenire sono stati direttamente coloro che in nome della “democrazia” dicono di salvare il popolo bombardando anche ospedali e scuole. Il copione è sempre lo stesso e sarebbe giunto il tempo di porre fine a questa terza guerra mondiale combattuta a pezzi.

   La Guerra del Golfo è stata determinante per i think tank americani nello sviluppare il concetto di guerre allargate usando armi non militari. Il seguente passaggio al libro scritto dal generale Fabio Mini chiarisce questo concetto: “Dopo la Guerra del Golfo la revisione della strategia Usa e la ristrutturazione (contrazione e ammodernamento) è stata svolta esclusivamente in campo Usa. Gli Usa hanno teorizzato e avviato la guerra dell’informazione, gli esempi di primi hackeraggi sono Usa. La crisi asiatica è stata avviata dagli Usa e dagli speculatori americani: tutto questo è documentato e scritto dagli stessi americani, a partire dai loro Presidenti. E quello che ufficialmente gli americani non possono dire lo lasciano intendere: operazioni speciali, guerra psicologica, impiego di armi biologiche e chimiche e, non ultimo, il terrorismo sono mezzi usati dagli americani quando hanno voluto intervenire in maniera non convenzionale nei vari angoli del mondo dall’Iraq all’Afghanistan e così via. Ciò che non si può dire ufficialmente non si può scrivere nel corso del testo e allora lo si scrive nelle note. E così nelle note a piè capitolo si legge che Bin Laden ha costruito le caserme per gli americani in Arabia Saudita. Per gli stessi commentatori tutto questo è oltraggioso”. Nel corso dei primi vent’anni del XXI secolo abbiamo avuto esempi di guerra informatica, di guerra finanziaria, (l’azione di speculatori come Soros, l’attacco fatale alle economie delle cosiddette “Tigri asiatiche” di inizio 2000), di guerra batteriologica come AIDS, Evola, SARS. Ma questi concetti non sono ancora sufficienti per descrivere cosa sia potenzialmente l’epidemia del Covid 19, espressione evoluta di una guerra non militare. Ecco come i due ufficiali cinesi descrivono una campagna di guerra vincente del XXI° secolo: “Basandoci su questa linea non c’è che da agitare il caleidoscopio della somma per essere in grado di combinare un’inesauribile varietà di metodi operativi. Ad esempio: non militari guerra finanziaria, guerra commerciale; trans-militari guerra diplomatica, guerra network; militari guerra atomica, guerra convenzionale, guerra biochimica, guerra ecologica, guerra spaziale, guerra elettronica, guerra di guerriglia, guerra terroristica, guerra virtuale (di deterrenza), guerra ideologica. Ciascuno di questi metodi operativi può combinarsi con tutti gli altri e formare un metodo del tutto nuovo”. Se si meditasse bene, prendendo come spunto questo libro, la tesi ufficiale dell’epidemia frutto di trasformazione virali naturali, totalmente casuali e generate in uno sperduto mercatino del pesce, oppure in una misteriosa interazione con pipistrelli geneticamente trasformati sa veramente di favola per gonzi.

FRONTE CINESE

   Se si accettasse la tesi propugnata da La guerra senza limiti la storia del Covid 19 bisognerebbe vederla come una campagna costituita da varie tipologie di guerre combinate: biologica, finanziaria, comunicativa, sociale e politica. Per quanto si può capire questa campagna è costituita da tre fronti. Il primo è quello cinese. È accertato che il Covid-19 ha avuto la sua prima manifestazione temporale a Wuhan alla fine di dicembre del 2019. Tre sono le coincidenza che ci devono far riflettere: la presenza di un laboratorio per malattie virali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un luogo dove i cinesi devono accettare la presenza di occidentali senza poter imporre particolari controlli, rendendo più agevole l’azione di manipolazione in laboratorio, di ingressi oppure di uscite virali; l’esplosione contagio in corrispondenza del capodanno cinese, l’unico momento dell’anno dove i cinesi si spostano a milioni nel paese, la posizione geografica di Wuhan, esattamente nel centro della Cina e tra i principali nodi ferroviari del paese. Difficilmente il caso poteva scegliere un luogo ed un momento più adatti per una rovinosa propagazione del virus in tutta la Cina, avendo una platea potenziale di 1.3 miliardi di persone da infettare. Lo scopo dell’attacco americano è evidente: la concorrenza economica con la Cina. Non bisogna scordarsi che gli USA hanno messo la Cina nel mirino, accusandola di competere in modo sleale nel mercato   globale (prodotti a basso costo, senza tutela per i lavoratori e per l’ambiente).[11] Bisogna avere la faccia di palta dimenticando che fu proprio la frazione dominante della Borghesia Imperialista (ovvero l’élite del capitalismo occidentale) ad affidare al Sud-Est Asiatico il ruolo di “manifattura del pianeta”.

   Negli anni ’90 e nei primi anni del nuovo secolo il capitale in eccesso ha trovato principalmente sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” o meglio nella mondializzazione del modo di produzione capitalistico (formazione di un unico sistema capitalista mondiale, esteso a tutti i paesi, che è andato ben oltre la fase della internazionalizzazione del MPC – anni ’70 – in cui ai paesi semicoloniali si sono aggiunti i paesi ex “socialisti” o che ancora si definiscono tali come la Cina, nel ruolo di fornitura di materie prime e semilavorati e di produzione di manufatti a bassi salari e senza alti costi relativi alla sicurezza ed alla protezione dell’inquinamento) nelle fusioni e aggregazioni che crearono grandi imprese produttive mondiali[12] nell’ulteriore sviluppo della finanziarizzazione e della speculazione.

   Questo processo di accumulazione capitalista (e del relativo allargamento del proletariato) ha avuto un carattere mondiale, diseguale e combinato. Alcuni paesi ne restavano fuori, o a lato, come se fossero elementi a sé stanti e non invece parte integrante di un tutto unico, di un’unica divisione del lavoro in via di una formidabile ristrutturazione, che vedeva l’ascesa delle piccole tigri asiatiche,[13] della Cina e di altri paesi emergenti, l’enorme ampliamento del mercato del lavoro planetario, le trasformazioni in corso in campo tecnologico, produttivo, organizzativo come risposta del capitale globale (quello vecchio e quello nuovo) alla propria crisi.

    Il rilancio produttivo dell’ultimo trentennio (stentato in Occidente, poderoso, in larga parte dell’Asia) è stato trainato dalla formazione di un mercato internazionale dei capitali sempre più integrato e deregolamentato dei grandi stati. 

   Dall’avvio di questa nuova fase – l’ultima del capitalismo, quella della mondializzazione del MPC, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Cong).

   I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1996-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2006 + 47,2%, questo gigantesco afflusso di capitali ha creato come si diceva prima una mondializzazione industriale.

   Con un forte aumento dei reparti produttivi collocati in Asia, in America Latina.

   Nel periodo tra il 1982 e il 2007 i dipendenti delle filiali all’estero delle multinazionali sono balzati d 21 milioni e mezzo e 81 milioni e 615.000.

   Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è al di fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone.

   Nella sola Cina vi sono attualmente 100 milioni di lavoratori dell’industria, 50 milioni di addetti all’edilizia, 6 milioni di minatori, 20-25 milioni di lavoratori dei trasportatori. Dal 1996 al 2006 la totalità della crescita occupazionale industriale mondiale si è realizzata fuori dai paesi OCSE.

   Nei primi 5 anni del XXI secolo Brasile, Cina, Russia e India hanno creato 22 milioni di nuovi posti di lavoro l’anno complessivamente 110 milioni (molti dei quali nell’industria). Questi addetti all’industria lavorano in media 9-10 ore al giorno, se non di più. La grande maggioranza di loro riceve paghe, nettamente inferiori alla media mondiale dei salari industriali degli anni ’70. Questa tendenza di fondo è in atto anche per i lavoratori dei paesi imperialisti, statunitensi in testa, che sempre in questo periodo hanno visto venire meno le garanzie occupazionali e il salario ridotto sempre più all’osso.

   Questa fase della cosiddetta “globalizzazione” è stata caratterizzata da una riduzione del costo medio della forza-lavoro su scala mondiale, realizzata in misura non secondaria con l’immissione massiccia di forza-lavoro femminile, e, insieme per l’effetto di una forte crescita della produttività del lavoro, specie nei paesi di nuova industrializzazione. Con una formula sintetica si può dire: la massa degli operai (e anche dei tecnici) dell’industria di oggi lavora a orari di fine Ottocento (o che comunque si stanno allungando di continuo), con salari da inizio Novecento e una produttività dà era informatica, o quasi. Questo rilancio capitalistico si è avvalso, infatti, sia dell’estensione della meccanizzazione e della robotizzazione dei processi produttivi alle imprese produttive dei nuovi continenti, che di una nuova rivoluzione tecnica informatica e digitale capace di abbattere i costi di una serie di operazioni amministrative delle aziende, dalla contabilità agli acquisti, dagli inventari alla gestione dei subappalti, dalle comunicazioni esterne a quelle interne. Per non parlare, poi, di quanto si sono ridotti, grazie alle nuove tecnologie, i costi della circolazione delle merci di una circolazione delle merci fattasi quanto mai veloce, e quelli direttamente quanto mai veloce, e quelli direttamente al processo di produzione.

   Oggi che la leadership USA è in crisi, gli Stati Uniti si “ricordano” che la Cina non è “democratica”.

   C’è da ricordarsi che Pechino detiene una fetta rilevante del mostruoso debito estero statunitense[14]. Comodo, oggi, per il debitore insolvente, dichiarare guerra proprio alla Cina, che è il creditore. SI può dire che tra Cina e USA è in atto una guerra fatta con diversi strumenti: dai dazi ai virus. Tuttavia, la sensazione è che gli americani si aspettassero la risposta efficace da parte della Cina in questi mesi, quasi che l’attacco a Wuhan fosse un frutto di un compromesso all’interno dell’establishment USA che permettesse di aprire i due successivi fronti: l’Europa e gli Stati Unisti stessi.

    In effetti se si desse retta alla narrazione mediatica degli ultimi anni li individuerebbe come ideologi e ispiratori di fronti contrapposti, sovranisti contro globalisti, qualificandoli come irriducibili nemici. Tuttavia, Steve Bannon e George Soros sono e restano connazionali, pensano e agisce con categorie politiche e ideologiche di matrice statunitense e hanno oltre Atlantico il centro propulsore delle loro mosse. Non stupisce, dunque, vederli ora dichiararsi in maniera congiunta preoccupati dall’ascesa della Cina e intenti ad avvertire i paesi europei della minaccia di un forte legame commerciale e politico con Pechino. L’89enne finanziere di origini ungheresi e il 66enne ideologo sovranista hanno espresso con chiarezza le loro posizioni parlando con due quotidiani italiani. Soros, intervistato da Repubblica, ha attaccato la Cina di Xi Jinping unendo un’analisi tipica del suo sostegno all’ideologia dei diritti umani a una considerazione “geopolitica”: “Xi Jinping è un dittatore, che ha consolidato un regime basato su principi totalmente opposti a quelli dell’Unione Europea ma questo non è ancora ben chiaro ai paesi della Ue, né agli ambienti industriali, specialmente in Germania, che vedono la Cina come un partner economico, senza rendersi conto che fare dipendere le nostre infrastrutture dalla tecnologia cinese ci espone a ricatti e condizionamenti”.[15]

   Bannon, invece, ha parlato al Corriere della Sera che, contattandolo per parlare della riapertura della sua scuola politica alla Certosa di Trisulti, ha avuto modo di confrontarsi con lui sulla sua visione del contesto globale: Bannon definisce la sfida dell’Occidente “giudaico-cristiano” alla Cina la battaglia per il “dominio del mondo”. Si nota come in Bannon ritornino i toni apocalittici e millenaristi che lo avevano reso noto in passato nel corso della sua carriera come stratega delle forze populiste e sovraniste del Vecchio Continente. Bannon ne ha anche per quelli che sono da lui ritenuti i principali ostacoli alla sua strategia anticinese nella penisola italiana. Da un lato il Movimento Cinque Stelle, “che hanno ceduto al Partito comunista cinese, a una dittatura totalitaria”,[16] dall’altro il Vaticano, definito “pozzo nero di corruzione, incompetenza e dissolutezza”. Pochi casi più della presente convergenza sulla Cina aiutano a capire quanto la presunta incompatibilità tra Soros e Bannon sia una narrazione strumentale: i due rappresentano le principali manifestazioni della proiezione oltre Atlantico degli interessi strategici dell’imperialismo Usa.

   Soros, da un lato, protagonista già a partire dagli anni Ottanta di assidue campagne di finanziamento volte a erodere il terreno a quello che era il blocco socialista dell’Est Europa, è portavoce e capofila dell’ala liberal-progressista del mondo a stelle e strisce. Un’ala, con relativi apparati, gruppi d’influenza e cordate politiche, favorevole a difendere lo status quo e la narrazione della globalizzazione capitalista, in quanto estremamente favorevole al mantenimento della supremazia e della centralità dell’imperialismo USA nel mondo. Capace di portare avanti un’agenda ideologica (in cui l’apertura delle frontiere al libero commercio e alla libera circolazione dei capitali sono molto spesso sottovalutate rispetto al più visibile sostegno alla libera circolazione degli uomini) che ha preso piede soprattutto nella sinistra europea in cerca di punti di riferimento e l’avvio della globalizzazione. Bannon, invece, rilancia in tono “sovranista” la narrazione che aveva già animato l’azione degli Stati Uniti ai tempi dell’egemonia dei gruppi neoconservatori nell’epoca di George W. Bush.

   Dunque: occidentalismo spinto, esaltazione del legame con alleati come Israele contro un mondo, quello islamico, ritenuto compatto nella sua incompatibilità con l’Occidente; critica formale alla globalizzazione in nome del primato dell’interesse americano (il famoso “America First” di Trump) senza la sostanziale volontà di stravolgere la governance mondiale; rilancio delle culture wars contro la presunta egemonia dell’ideologia del “politicamente corretto”; sdoganamento dell’ideologia economica neoliberista. Soros e Bannon rappresentano dunque due diverse anime della Borghesia Imperialista USA, in certi momenti estremamente duri nel loro confronto e nella loro dialettica (la fase attuale non fa eccezione), ma concordi sul nocciolo duro dell’interesse nazionale statunitense, ovvero il mantenimento del controllo geopolitico sull’Europa e la lotta contro qualsiasi forma di potere esterno capace di sfidare l’egemonia americana nel mondo.

FRONTE EUROPEO

   Come premessa indispensabile bisogna in sintesi a soffermarsi sui rapporti tra USA e paesi dell’Europa Occidentale in questo secondo dopoguerra.

   L’integrazione europea è stata favorita dal fatto che nel secondo dopoguerra gli USA hanno assicurato la persistenza del dominio delle classi borghesi nella parte occidentale dell’Europa, in Giappone e in buone parte delle colonie. In alcuni di questi paesi lo Stato borghese era completamente dissolto a seguito della guerra (tipica la situazione della Germania); negli altri paesi gli Stati borghesi erano fortemente indeboliti e prossimi al collasso. Di conseguenza, le borghesie dei paesi continentali dell’Europa Occidentale (e quella del Giappone) non ebbero di meglio che accettare l’autorità degli USA per ristabilire il loro dominio in campo economico e politico. La borghesia USA aiutò la borghesia dei singoli paesi a ricostruire i propri Stati. Difficilmente avrebbe potuto fare diversamente, cioè diversamente, ovvero di assumere direttamente e semplicemente la parte occidentale dell’Europa, poiché in questi paesi c’erano dei forti movimenti popolari guidati dai comunisti (che erano forti dell’appoggio dell’URSS) e sia per l’opposizione delle borghesie inglesi e francesi. Gli USA posero dei forti limiti alla sovranità di alcuni stati europei come quello tedesco, italiano, greco e anche alla sovranità degli della borghesia britannica assicurandosi vari strumenti di controllo della loro attività e di intervento in essa.

   Nei quarant’anni successivi i contrasti tra questi Stati e gli USA non hanno avuto un ruolo rilevante nello sviluppo del movimento economico e politico, con l’eccezione delle tensioni con la Francia e la Gran Bretagna in occasione della crisi di Suez (1956) e delle tensioni con la Francia durante la lotta di liberazione nazionale dell’Algeria (1954-1962). Neppure i contrasti di questi Stati fra di loro hanno avuto un ruolo rilevante: quando vi sono stati tensioni serie, come i contrasti che vi furono fra Grecia e Turchia, il controllo degli USA su entrambe le parti è stato efficace.

   In sostanza, finché gli affari sono andati bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppato del capitale si è sviluppata felicemente (ed è ciò che è stato fino alla metà degli anni ’70) non si sono sviluppate contraddizioni antagoniste tra gli Stati imperialisti, né potevano svilupparsi se è vero che esse sono la trasposizione in campo politico di contrasti antagonisti tra gruppi di capitalisti in campo economico.

  Il secondo fronte si è aperto nella pianura lombarda e se si fosse voluto attaccare l’Europa, nessun luogo migliore avrebbe potuto essere scelto dal caso. Lo Stato italiano è notoriamente inefficiente, fortemente burocratizzato e minato nella propria scarsa capacità di agire da un debito pubblico elevatissimo, da una pletora di enti e regolamenti spesso inutili ed in contraddizione tra loro. Ma un ulteriore colpo da maestro lo si è avuto facendo deflagrare il virus nella regione traino dell’economia nazionale, e di seguito nelle altre regioni del Nord Italia, raggiungendo contemporaneamente tre obiettivi: mettere in ginocchio il comparto manifatturiero sostenitore del PIL italiano, cioè far chiudere le aziende che hanno garantito alla bilancia commerciale del 2019 il record storico di 53 miliardi (dati ISTAT). La forte interconnessione delle regioni del nord con il resto dell’Europa, è stato sicuramente un fattore determinante a far propagare il virus fuori dai confini dell’Italia. La diffusione del virus ha dato un ulteriore colpo alla credibilità del ceto politico italiano. Ceto che ha sempre avuto in genere a livello internazionale uno scarso credito. Molto probabilmente, tale discredito è uno degli elementi che ha indotto gli altri governi europei a sottovalutare quanto stava accadendo in Italia, anche a causa della totale inattendibilità delle rilevazioni ufficiali dei contagiati e dei morti. A livello europeo c’è stato un micidiale cocktail di errori, atti contradditori, informazioni fasulle.

   Si è avuta una progressiva sospensione di tutti i trattati fondamentali che uniscono i paesi della U.E.: il trattato di libera circolazione delle persone, Schengen è stato parzialmente disattivato, anche il Patto di stabilità è stato sospeso. Queste due interruzioni possono essere il preludio della crisi definitiva del terzo e fondamentale patto quello che unisce i paesi creditori e paesi debitori: l’euro. Nel mese di marzo è andato di scena lo scontro tra creditori e debitori sul Coronavirus. Nell’assoluta necessità di Roma di avere soldi (e possibilmente non pagare pegno) e nella certezza che il governo Conte non poteva abbandonare questa linea, data la fortissima influenza che gli USA esercitano sull’intero panorama politico italiano, gli strateghi di Washington hanno contato di portare l’euro al suo collasso.  Tuttavia, in aprile qualcosa di rilevante è accaduto. Mentre Confindustria stimava un calo del PIL dell’8%,  nel secondo trimestre del Def approvato dal governo prospettava nel 2020 un aumento vertiginoso tra deficit e PIL al 155, e l’agenzia di rating Fitch declassava l’Italia BBB-, cioè appena un gradino sopra a livello di spazzatura, ed il governatore della Banca Centrale Europea Cristine Lagarde già il 12 marzo dichiarava “non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri attori per affrontare questi problemi”, tutto era pronto per dare in pasto l’Italia alla speculazione internazionale, anticamente della fine dell’euro. Evidentemente qualcuno ha ricordato alla Lagarde di non essere più al guinzaglio degli USA, quando era a capo del Fondo Monetario Internazionale, ma di rispondere ai nuovi padroni, ovvero le borghesie francesi e tedesche. Perciò nel mese di aprile, come scrive il Sole 24Ore: “ben 29,6 dei 38,5 miliardi di euro di titoli raccolti sul mercato attraverso l’Assett Purchase Programme (APP) sono stati destinati dall’Eurotower ai titoli di Stato, ma ancora più importante, almeno agli occhi nostri, sono i 10, i miliardi impiegati per Btp”. Nonostante il parere contrario della Corte costituzionale tedesca, la BCE ha continuato il massiccio acquisto di titoli italiani anche nel mese di maggio, salvando così l’Italia dal collasso della sua finanza pubblica.

FRONTE STATUNITENSE

   Grazie al Covi 19 è stata attuata una grandiosa operazione finanziaria da parte del governo USA. I rami del parlamento a stelle e strisce votato il 27 marzo 2010, pacchetto di aiuti da 2.200 miliardi di dollari, uno dei più grandi della storia americana, per soccorrere aziende e individui.

   Questo forte intervento pubblico dimostra che è errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, con la mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista e, il passaggio del capitale finanziario a ruolo guida del processo economico capitalista, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia, come si diceva prima, di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzarsi il loro capitale e accumulare e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli USA il monte salari è stato una percentuale decrescente del PIL) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato milioni di famiglie si sono indebitate, le imprese sono riuscite  a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.

   Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso generalizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (persino anche a chi ha avuto problemi di pagamento!). Questo fenomeno si è diffuso dagli USA a tutti i paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie hanno sempre teso al risparmio), l’indebitamento delle famiglie occidentali è salito in pochi anni, in Spagna è salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

   Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stata evitata e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari USA e del crollo del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

   Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

   Le chiavi attorno a cui ruotò l’intero meccanismo furono essenzialmente quattro:

  1. I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartorizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamati Morgtgagebaked Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli a debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso di interesse è agganciato al tasso di interesse interbancario (LIBORrate) – che servivano per acquistare le obbligazioni rischiose dalla “banca madre”, cartorizzarle nella forma di collateralizet debt obligation (Cdo) e rivenderle ad altre istituzioni bancarie, oppure a investitori come fondi pensione o hedge fund. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e i tassi di interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  2. Colleteralized Debt Obligation (Cdo).  La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine, oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  3. Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente, sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista dell’ambiente dove operano, anche se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  4. Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prelevare denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando profitti. Per quanto riguarda la bolla, l’inflazione dei prezzi immobiliari sta alla base della continua rivalutazione dei titoli cartolarizzati che ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi della commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma su pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare.

   Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

   La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie informatiche (TIC): ma alla fine i forti incrementi di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale al lavoro.[17]

   L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, dell’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, della finanziarizzazione dell’economia e di attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa in quanto avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

   Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% al 1%. Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi di interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio, chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

   Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto.  Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

   Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

   Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

  1. Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.
  2. Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.
  3. Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

   Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari.

   Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

   Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche – qui in Italia in questo quadro bisogna vedere il superamento della divisione tra fascismo/antifascismo).

   Ma i problemi non sono sorti all’alba del XXI secolo ma dalla metà degli anni ’70 comincia la crisi. E da questo momento che la lotta da parte degli Stati Uniti per la difesa dell’ordine internazionale (quello che certa pubblicistica ha spacciato per “nuovo ordine internazionale”) si mostra alla fine per quello che è effettivamente: lotta per difendere gli interessi dei capitalisti USA e delle condizioni che favorivano la stabilità politica all’interno degli USA, cioè del dominio di classe sulla popolazione americana.

Questo obiettivo lo raggiunge anche a scapito degli affari della borghesia degli altri paesi, diventando quindi un fattore d’instabilità politica.

   Né i capitalisti operanti in altri paesi possono concorrere a determinare la volontà dello Stato USA al pari dei loro concorrenti americani:

  1. Benché vi sia una discreta ressa di esponenti della borghesia imperialista di altri paesi a installarsi negli USA, a inserirsi nel mondo economico e politico USA: pensiamo solamente ai defunti Onassis e Sindona;
  2. Benché molti gruppi capitalisti di altri paesi organizzino correntemente gruppi pressione (lobbies)[18]   per orientare l’attività dello Stato federale USA e partecipano, di fatto, attivamente a determinare l’orientamento.

   Man mano che le difficoltà dell’accumulazione di capitale, c’è il tentativo da parte di una frazione della borghesia imperialista mondiale di imporre un’unica disciplina a tutta la borghesia imperialista cercando di costruire attorno allo Stato USA il proprio Stato sovranazionale. Questo tentativo è favorito dal fatto che negli anni trascorsi dopo la Seconda guerra mondiale imperialista, si è formato un vasto strato di borghesia imperialista internazionale, legata alle multinazionali, con uno strato di personale dirigente cresciuto al suo servizio.

   Già sono stati collaudati numerosi organismi sovrastali (monetari, finanziari, commerciali), che sono, come si diceva in precedenza, un tentativo di gestione collettiva che deve mediare il contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo. Attraverso questi organismi uno strato di borghesia imperialista internazionale tenta di esercitare una vasta egemonia.

   Parimenti si è formato un personale politico, militare e culturale borghese internazionale. Di conseguenza ci sono le basi materiali per il formarsi di un unico Stato, ma la realizzazione di un processo del genere, quando la crisi economica avanza e si aggrava, difficilmente si realizzerebbe in maniera pacifica, senza che gli interessi borghesi lesi dal processo si facciano forti di tutte le rivendicazioni e i pregiudizi nazionali e locali.[19]

   Tutto questo è importante, per comprendere le dinamiche che avvengono a livello di politica economica, internazionale e l’inseguire falsi obiettivi, come l’andare a contestare le varie riunioni come il G8 dove si riuniscono i principali briganti imperialisti. In realtà, queste riunioni non sono un embrione di governo mondiale dell’economia, ma sono un mascheramento delle reciproche impotenze dei vari paesi imperialisti a governare la crisi. 

   Quando nel 2009 si riunirono i vari briganti imperialisti a Londra, essi misero sul piatto della bilancia 5.000 miliardi di dollari d’interventi, ma al TG2 della sera del 02.04.2009 Federico Rampini, giornalista di Repubblica, fa notare che questa è solo la somma dei diversi provvedimenti decisi dai singoli governi, senza alcun coordinamento globale, ognuno agisce per contro proprio, non esiste nessuna politica economica mondiale dei vari paesi che partecipano ai vari G. Sintomatico, è quello che avviene nel campo degli ammortizzatori sociali: USA e Canada lasciano scoperti (senza alcuna tutela cioè) il 57% dei lavoratori, che diventano il 93% in Brasile, l’84% in Cina, il 77% in Giappone, il 40% nel Regno Unito, il 18% in Francia e il 13% in Germania (fonte ILO),[20]  come si vede, si va da una copertura quasi totale come in Francia e in Germania a una marginale ò pressoché assente in Cina, Giappone e Brasile.

   Ma è poi vero che i miliardi spesi sono 5000? Proprio nei giorni del G20 di Londra, Il Sole 24 Ore pubblica una mappa analitica e aggiornata degli interventi compiuti dai vari governi dal settembre 2008 al marzo 2009 e la cifra è sconcertante: 22-23 mila miliardi di dollari, contro gli 80 che costò il New Deal e i 500 del costo della seconda guerra mondiale imperialista,[21] la metà di questa cifra o quasi è impegnata solo dal governo USA (amministrazioni Bush e Obama) e larghissima parte di essi, in USA e nel mondo, è destinato alle banche.

   Raffrontando queste cifre risulta che:

  1. La spesa della Seconda guerra mondiale imperialista abbraccia un arco di 6 anni, qui siamo in presenza di 6-7 mesi;
  2. La spesa militare nella Seconda guerra mondiale imperialista rilanciò l’economia USA, infatti, nel 1941 il PIL era di poco superiore al 1929 e s’impenna negli anni susseguenti raddoppiando quasi mentre nel 1943-44 la percentuale del PIL della spesa militare era pari al 44,6%. Adesso invece si spende molto di più ma l’economia non sembra reagire positivamente.

   Che queste cifre non siano arrivate alla stampa “popolare” è evidente: l’enormità della cifra significa che siamo vicini al si salvi chi può.

   Torniamo al pacchetto di aiuti approvato il 27 marzo. È importante vedere il dettaglio di questa operazione. Arriva l’Helicopter Money per 1.200 dollari per ogni americano con un bonus aggiuntivo di 500 dollari a bambino per redditi fino a 75.00 dollari annui: costo preventivato 290 miliardi di dollari. Sussidi per disoccupazione dei lavoratori dipendenti e per lavoratori autonomi fino a 13 mesi contro i 6 mesi attuali per 260 miliardi di dollari. Per aziende con meno di 500 dipendenti sospensione della restituzione dei prestiti per un valore di 377 miliardi. È stato il via a un fondo per sostenere un nuovo programma della Federal Reserve che offre fino a 4.500 miliardi di dollari in prestiti alle imprese che non possono ottenere finanziamenti con altri mezzi. I prestiti sono destinati alle compagnie aeree e alle “attività importanti per il mantenimento della sicurezza nazionale”, come la Boeing. Costo totale: 504 miliardi di dollari. Se le compagnie aeree non fossero in grado di riacquistare azioni o pagare i dividendi il governo degli Stati Uniti potrebbe entrare nelle compagnie azionarie. Costo totale: 32 miliardi di dollari. È prevista poi una pioggia di dollari da parte degli Stati e delle istituzioni locali per un totale di 400 miliardi di dollari. Il pacchetto prevede, quindi un aumento straordinario della spesa pubblica. C’è da chiedersi se tutta questa spesa bilanciata da nuove tasse. Molto probabilmente no. Sono state approvate le seguenti misure: credito d’imposta del 50% per le aziende colpite dal coronavirus per un valore di 67 miliardi di dollari; detrazioni fiscali per interessi e perdite operative pari a 210 miliardi di dollari, possibilità di riscuotere i fondi pensioni anticipatamente per 5 miliardi, ed infine 100 miliardi circa a sostegno delle famiglie americane. Un intervento di finanza pubblica gigantesco ed a totalmente a debito. Un pacchetto che in una situazione normale gli USA non potrebbero assolutamente permettersi. Ma la deflagrazione dell’epidemia di Covid-19 negli USA cambia totalmente lo scenario: la Federal Reserve può stampare a rotta di collo senza timore d’inflazione. Ed allora due sospetti sorgono immediatamente: il primo che dal mio punto di vista è una certezza la situazione finanziaria non era per niente florida (visto il crollo del 2008) se nel giro di una settimana il Congresso ha introdotto 2.200 miliardi destinati in pratica a tutti i settori della società americana; il secondo è chiedersi chi può beneficiare di questo tsunami di dollari se non Wall Street. Potrebbe allora svelarsi un obiettivo strategico degli strateghi USA, Wall Street potrebbe aver concordato con il resto dell’Establishment americano un’azione di guerra non militare sotto forma di campagna virale per porre le necessarie premesse al dissolvimento del debito americano tramite la sua smisurata espansione senza incorrere in una svalutazione stile Weimar. Per ottenere un obiettivo che sembra violare ogni legge economica (della politica economica borghese ovviamente) occorrono gli elementi che ho cercato di illustrare: una pandemia globale, un primo colpo preventivo di copertura sferrato all’euro, in qualità di una potenziale alternativa monetaria al dollaro ormai ultrainflazionato; un numero elevatissimo di morti da ottenere negli USA (102.798 al 31 maggio), per giustificare il carattere emergenziale dell’espansione senza limiti del debito nazionale.

   C’è un obiettivo importante che il sistema imperialista nel suo insieme (ovvero la Borghesia Imperialista che la frazione dominante della borghesia nei paesi imperialisti) ha ottenuto grazie al Covid-19: la sospensione delle regole.

   Durante gli ultimi mesi dei mandati presidenziali c’è veramente da raccomandare a tutti i santi, perché gli Stati Uniti tradizionalmente sferrano i colpi più pesanti. Ma un’operazione di questa levatura si era mai vista. Del resto, molti osservatori hanno constato che stiamo patendo gli effetti di una guerra tradizionale senza che una volta venga sparato. Ce lo hanno spiegato i due autori di Guerra senza limiti che stiamo assistendo ad una guerra non militare nell’era atomica. Queste cose le sanno chi negli Stati Uniti ha organizzato una campagna (magari all’insaputa di Trump), enorme e sofisticata, con uno stile da bostoniani di scuola britannica. L’idea era in gestazione da alcuni anni visto che Bill Gates ne parlava pubblicamente già nel 2015.[22] Quando poi si decise di procedere, il 18 ottobre 2019 la John Hopkins Center for Health Security con il World Economic Forum e la Fondazione Bill & Melinda Gates hanno presentato a New York l’Event 201 Pandemic Exercise, un’anticipazione di quanto sarebbe accaduto qualche mese dopo. Quindi doveva sapere, sapeva. Non è da escludere che Pechino sapeva vista la prontissima reazione; come non è da escludere che anche da Mosca sapevano vista la sua sostanziale immunità al contagio in Russia almeno fino al mese di maggio, non mi meraviglierei che il Vaticano sapeva.

   In ogni caso il sistema un risultato strategico lo ha raggiunto. La sospensione delle regole: siano esse economiche (quelle dentro l’ortodossia della economia politica borghese), dei diritti costituzionalmente garantiti, dei rapporti fra Stati, dei “casus belli” in ogni momento attivabili. Negli USA questa sospensione è visibile maggiormente che altrove. Il Congresso ha promosso un allargamento del proprio debito senza che nessun sottoscrittore si facesse avanti che non fosse la Federal Reserve; la Casa Bianca sta alzando il livello di scontro con la Cina sulla soglia del conflitto militare; è aumentata  l’oppressione violenta sui proletari e sottoproletari (in particolare afroamericani), che nella strategia dell’Establishment deve pagare silenziosamente in termine di morti e disoccupazione, è sotto gli occhi di tutti a seguito delle ribellione degli afroamericani dopo i fatti di Minneapolis. Ed in questo scenario di sospensione delle regole tutto diventa possibile: negli USA, in Europa ed in Italia, si è avuto la famigerata operazione prendi 6,5 miliardi e scappa a firma John Elkann.


[1] Voglio precisare che parlare del libro in oggetto non significa condividere l’impostazione ideologica degli autori.

[2] Nella guerra che nel libro in oggetto, stampato da una casa editrice reazionaria (del Friuli Venezia Giulia) legata all’esercito ed alle componenti nere dello Stato trascurate dal ministro della giustizia Togliatti all’indomani della Liberazione, ed anzi, ritornate spesso ai propri ruoli originari dopo pochi mesi od anni, è definita assimetrica;  una lettura del termine rimanda ad una guerra dove da una parte possiede moderne tecnologie e l’altra niente o quasi, l’assimetria consiste nell’uso di diverse tipologie d’armi. Semplificando: militare tradizionale contro guerriglia o militare tradizionale contro diversi tipi di guerra. Un’altra lettura, più “tecnica”, più attenta alla ideologia sottesa degli autori, che sono tutt’altro che coerenti al marxismo-leninismo, è quella che rimanda alla metodologia non convenzionale delle guerre, alla loro estensione alla società, alla vita delle masse anche nelle zone non colpite. Una ideologia “globale” e reazionaria insieme, il “summa” delle nefandezze prodotte dal revisionismo nei paesi socialisti, in perfetta coerenza e concordanza strategica con l’imperialismo capitalista, perché espressione della stessa classe, della stessa borghesia, oramai priva di alcuna natura nazionale: la borghesia imperialista.

[3] Sarebbe come credere che attraverso le banche sia possibile governare l’economia capitalista

crescono le condizioni perché crescano la produttività del lavoro.

[4] Per accrescere la produttività del lavoro dei suoi operai, la borghesia ha dovuto rendere le forze produttive sempre più collettive, cioè tali che la quantità e qualità delle ricchezze prodotte dipende sempre meno dalle capacità personali (la durata del lavoro, la sua intelligenza, la sua forza ecc.). Esse dipendono invece sempre di più dall’insieme organizzato dei lavoratori, dal collettivo nell’ambito del quale l’individuo lavora. Dalla combinazione dei vari collettivi di lavoratori, dal patrimonio scientifico e tecnico che la società impiega nella produzione. In conseguenza il lavoratore isolato può produrre solo se è inserito in un collettivo di produzione (azienda, unità produttiva) ma nello stesso tempo crescono le condizioni perché crescano la produttività del lavoro.

[5] Nel 1999 negli USA è stato abolito il Gloss Steagal Act introdotto da Roosevelt nel 1933 proprio perché, oltre che separare le attività delle banche di affari da quelle commerciali, vietava a queste ultime l’emissione dei titoli di debito garantito dai depositi dei risparmiatori limitando così la produzione incontrollata di capitale fittizio.

[6] In molti paesi imperialisti, c’è il passaggio di diversi partiti “comunisti” (capofila il PCI), dal revisionismo (ossia il parlare della “via graduale e pacifica al socialismo”) all’essere un partito della sinistra borghese (non si parla più di socialismo – che pur senza crederci ed attuare politiche che andassero in questa direzione, si proclamava che rimaneva l’obiettivo,  ma si pongono come obiettivi la “questione morale”, il rilancio della “democrazia”, l’accettazione della NATO ecc.).

[7] Una ricostruzione dell’evento è data da un intervento di Luigi Cavallaro, La congiura dei tecnici – All’origine della crescita del debito pubblico nel nostro paese c’è il divorzio consumato negli anni Ottanta tra Banca d’Italia e governo dell’economia per ripristinare il comando del capitale sulla società – Un percorso di lettura su Il Manifesto di sabato 29 settembre 20012.

[8] Termine corretto per definire la stragrande maggioranza dei paesi che appartengono al cosiddetto “Terzo Mondo”, si tratta delle vecchie colonie che sono diventati paesi politicamente autonomi ma dipendenti da un punto di vista economico.

[9] Oggi in tutti i paesi imperialisti, i beni e i servizi sono prodotti quasi tutti come merci (l’economia di autosufficienza, l’economia solidale ecc. sono fenomeni del tutto marginali) e in larga parte sono prodotti da aziende capitaliste (quantitativamente la produzione di merci fatta da lavoratori autonomi copre una modesta parte benché non trascurabile dell’intera attività produttiva, ma per di più i lavoratori autonomi sono largamente dipendenti autonomi dall’economia  capitalista e dalle pubbliche autorità per gli strumenti, le materie prime, la tecnologia, lo smercio e le regolamentazione).

   Le aziende capitaliste sono a loro volta legate per loro natura al capitale finanziario: indirettamente tramite le imposte, le tasse, i contributi, le tariffe e le regole dettate dalle pubbliche autorità che devono far fronte alla gestione del Debito Pubblico (il “servizio del Debito”) e delle finanze pubbliche (quindi dipendono del capitale finanziario); direttamente tramite il mercato delle proprie azioni e obbligazioni e il sostegno del loro corso, tramite il credito bancario e i relativi interessi, assicurazioni e garanzie, tramite il reperimento di nuovi capitali in borsa, tramite la partecipazione delle aziende e dei loro proprietari al capitalista finanziario (il settore finanziario delle aziende), tramite il cambio della moneta, tramite le commesse e gli appalti e tramite altre relazioni del genere di quelle indicate. Inoltre, l’investimento finanziario fa concorrenza all’investimento produttivo e lo condiziona da mille lati perché entrambi fanno parte alla stessa classe: la borghesia. Quindi una volta che il capitale finanziario ha conquistato il predominio, l’economia reale non è in grado di opporsi efficacemente alle sue pretese.

[10] https://www.ilsuperuovo.it/le-torture-della-folgore-in-somalia-le-dinamiche-del-branco/

[11] https://it.euronews.com/2019/08/06/gli-stati-uniti-accusano-la-cina-di-manipolare-la-valuta  https://www.fasi.biz/it/notizie/novita/4540-solare-industrie-europee-e-americane-accusano-la-cina-di-concorrenza-sleale.html 

http://www.asianews.it/notizie-it/Gli-Usa-accusano-l%E2%80%99agenzia-stampa-Xinhua-di-E2%80%9Cconcorrenza-sleale%E2%80%9D-11040.html

[12] Secondo uno studio della Kpmg Corporate Finance, società di consulenza, ripreso da Le Monde diplomatique del 20.08.1999, nel corso del primo trimestre del 1999, sarebbero state effettuate circa 2500 operazioni di fusioni-acquisizioni per un ammontare di 411 miliardi di dollari di dollari con un rialzo del 68% rispetto al primo trimestre del 1998. 

[13] Le tigri asiatiche sono il nome che è stato attribuito verso la fine degli anni ’90 principalmente a 4 paesi asiatici (Taiwan, Sud Corea, Singapore e Hong Kong) per via del loro ininterrotto sviluppo degli ultimi decenni, anche se questo termine si può riferire alla maggioranza dei mercati in rapida crescita nell’estremo oriente. Il termine Quattro Dragoni è stato spesso usato come sinonimo di tigri asiatiche e si riferisce alle stesse quattro nazioni. Alle quattro economie emergenti maggiori dell’area si sono affiancate le cosiddette tigri minori o piccole tigri ovvero altri quattro stati: Malesia, Indonesia, Tailandia e Filippine.  

[14] La Cina possiede 1.120 miliardi di dollari (pari a circa mille miliardi di euro) di titoli di debito Usa. Sul mercato mondiale dei prestiti americani, la quota della Cina è pari al 7%, mentre l’ex Celeste impero è il primo creditore degli Stati Uniti, davanti al Giappone e rappresenta il 17% del debito sovrano americano detenuto da investitori stranieri.

https://www.italiaoggi.it/news/pechino-ha-1-000-mld-di-bond-usa-2363664

[15] https://www.libreidee.org/2020/06/soros-e-bannon-nemici-per-finta-sono-uniti-contro-la-cina/

[16]                                                                      C.s.

[17] Spinte dalla concorrenza le imprese se non volevano essere spazzate via hanno investito in nuove tecnologie e modernizzato il capitale produttivo, tutto ciò ha causato un aumento fortissimo dei costi.

[18] La più famosa e influente è senza dubbio la lobbie sionista.

[19] Da vedere di Tremonti a Porta a Porta e ad Anno Zero dove parla di “illuminati” che gestiscono la globalizzazione creando guasti. Un’ipotesi è che gli interessi borghesi sacrificabili cominciano a lamentarsi per essere tagliati fuori.

   I video su http://free-italy2.blogspot.com/2011/10/tremonti-ha-parlato-degli-illuminati-in.html  dell’intervento di Tremonti a Porta a Porta e Anno Zero non sono disponibili poiché include contenuti di RAI che sono stati bloccati dallo stesso proprietario me motivi di copyright (guarda)

[20]  B. Ardù, E. GRION, Allarme OCSE.

[21] M. Marzocco, Un salvataggio da 23 mila miliardi, ne Il Sole 24 Ore, 22.03.2009.

[22] https://www.ilriformista.it/la-profezia-di-bill-gates-del-2015-un-virus-uccidera-10-milioni-di-persone-61673/

https://www.corriere.it/tecnologia/20_marzo_15/video-bill-gates-che-sembrava-predire-coronavirus-5-anni-fa-e6c0df12-66e6-11ea-a26c-9a66211caeee.shtml

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/14/coronavirus-bill-gates-a-una-conferenza-nel-2015-un-virus-altamente-contagioso-uccidera-milioni-di-persone/5736746/

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/lallarme-bill-gates-pandemia-letale-almeno-30-milioni-morti-1521265.html