E’ IN ATTO UNA GUERRA SEGRETA TECNOLOGICA TRA USA E CINA

•giugno 24, 2019 • Lascia un commento

  I cinesi hanno fatto enormi passi in avanti in temi cruciali come ad esempio lo sviluppo delle reti 5G. L’azienda cinese Huawei ha siglato un importante accordo con l’operatore russo Mts per sviluppare le reti 5G in Russia. Il colosso di Shenzen ha poi mosso altri due passi rilevanti. Il primo è la cessione della sua attività di produzione dei cavi dati sottomarini; il secondo è l’acquisto da parte del gigante delle telecomunicazioni di una tecnologia russa per migliorare il ramo del riconoscimento facciale. Il rapporto fra Cina e Russia è sempre più forte e coinvolge in prima battuta anche Huawei.[1]

   Gli USA hanno infine scoperto i punti deboli del sistema commerciale cinese e intrapreso una guerra dei dazi per ostacolare la crescita esponenziale del Dragone. Eppure, nonostante una guerra commerciale in corso e le minacce più o meno tangibili, gli Stati Uniti sono di nuovo al punto di partenza. Merito dei cervelloni di Xi Jinping, che hanno trovato il modo di eludere le trappole preparate da Trump.[2]

   Il ragionamento di Washington è semplice. La Cina sta massacrando l’economia occidentale grazie ai suoi prodotti di consumo. che hanno letteralmente invaso i mercati di Europa e Stati Uniti. Molte di queste merci sono prodotte in Cina ma utilizzano alcuni componenti importati dagli Usa. Dunque, gli Usa hanno pensato bene di applicare una serie di tariffe su buona parte del Made in China, ma anche di impedire alle aziende statunitensi di fare affari con Pechino. Huawei, ad esempio, necessita di particolari chip prelevati da imprese statunitensi e utilizza il sistema operativo Android; senza i nostri chip e il nostro ingegno – hanno pensato dalla Casa Bianca – i device del gigante di Shenzen diventerebbero inutili e addirittura non potrebbero più essere prodotti. Riequilibrare il disavanzo commerciale e stroncare sul nascere la concorrenza: il piano dell’amministrazione Trump sembrava reggere, e in effetti ha retto fino a poche settimane fa.

   La Cina ha però trovato il modo non solo di bypassare la spada di Damocle delle tariffe, spostando le su aziende di produzione in altri Stati asiatici limitrofi. 

    Un’azienda cinese ha trovato il modo di eludere le tariffe commerciali [3] che Trump ha imposto a gran parte dei prodotti Made in Cina e mantenere così l’accesso al ricco mercato americano. Si tratta della Trina Solar Limited, una delle più grandi società che produce pannelli solari.[4]

   A dire il vero la Solar non ha trovato alcun modo innovativo, semmai è una delle prime ad aver messo in pratica una tendenza sempre più comune fra le aziende cinesi. Dal momento che i dazi colpiscono i beni costruiti oltre la Muraglia, molte società hanno pensato di chiudere i loro stabilimenti in Cina per aprirli in qualche altro Paese del Sud-Est asiatico. Le destinazioni più diffuse sono  il Bangladesh, che recentemente ha avuto un incremento economico proprio grazie a questo, il Vietnam, ma anche Malaysia e Indonesia.[5]

   Trina Solar Limited sta quindi aggirando le tariffe di Trump in modo del tutto legittimo e legale. Anche perché l’azienda, quando ai tempi di Obama gli Stati Uniti avevano imposto sanzioni antidumping sui pannelli solari cinesi, si era portata avanti costruendo stabilimento in Thailandia e nel vicino Vietnam. In questo modo i prodotti finali non vengono dalla Cina e non possono essere tassati. La guerra dei dazi rischia quindi di produrre due effetti non considerati dalla Casa Bianca: rafforzare Paesi asiatici e incrementare i guadagni delle aziende cinesi.

   Inoltre, la Cina ha potenziato la propria industria così da non dover più dipendere da società straniere.  Prendiamo nuovamente il caso Huawei: Pechino è pronto a produrre il primo chip autarchico. è ormai ufficiale che[MS1]  un’azienda cinese fondata nel 2016 sta per diventare il primo produttore di massa cinese di chip di memoria che andranno a sostituire quelli precedentemente importati dagli Stati Uniti.[6]  Il nuovo gioiellino della Cina è Changxin Memory Technologies, che negli ultimi mesi ha ridisegnato i suoi chip di memoria ad accesso casuale dinamici (Dynamic random-access memory, DRAM) evitando violazioni di brevetti altrui. Per il momento Changxin deve ancora fare affidamento a fornitori di attrezzature e progettazione americane, ma l’azienda è adesso salva da ogni potenziale accusa statunitense di furto di proprietà intellettuale. In un secondo momento Changxin inizierà a produrre i chip a Hefei, nella Cina orientale; qui la società ha investito 8 miliardi di dollari per la costruzione di un moderno impianto di produzione.

   Sempre riguardo Huawei, la Cina avrebbe effettuato un altro scacco matto agli Stati Uniti.  L’amministrazione Trump ha approvato due documenti con l’intenzione di estromettere l’azienda cinese dal mercato americano per motivi di sicurezza nazionale. Google ha successivamente ritirato la licenza a Huawei provocando una tempesta perfetta. Senza il sistema operativo Android gli smartphone cinesi sarebbero diventati inutilizzabili o quasi, potendo contare solo sulla versione base del software. Stando alle ultime indiscrzioni riportate dal Global Times[7], Huawei avrebbe accelerato la produzione di un proprio sistema operativo. Xiaomi e Oppo, due tra i più famosi smartphone cinesi, starebbero addirittura già testando Hongmeng, questo il nome della nuova creatura Huawei, che dai primi risultati sarebbe il 60% più veloce di Android. Ancora non si conosce la data di rilascio del sistema, anche se alcune fonti ritengono che la rivoluzione targata Shenzen possa avvenire il prossimo autunno.

   Un aspetto da non trascurare per capire maggiormente lo stato di conflitto tra USA e Cina sta nel fatto che più accentua la crisi  generale del capitalismo e più lo stato imperialista dominante (gli USA) diventa aggressivo per cercare di mantenere la sua supremazia- militare in funzione dei profitti della sua borghesia, più aumentano le tensioni tra i paesi imperialisti concorrenti per assicurarsi quote di profitto sui mercati mondiali e più la guerra commerciale tra gli imperialisti concorrenti tende a trasformarsi in guerra per la spartizione dei mercati mondiali.

   La guerra rappresenta una valvola di sfogo per le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, poiché essa distrugge i mezzi di produzione (macchinari, uomini e valori capitale) eccedenti e, quindi con tali distruzioni apre la strada a un nuovo periodo di accumulazione capitalistica.

   Attualmente, si è aperta una fase di contesa globale tra le varie potenze imperialiste che ha come posta in gioco una nuova divisione del mondo. Un segno concreto delle contraddizioni interimperialiste in atto, un esempio lampante è quando l’imperialismo U.S.A. nel 2003 fu costretto a condurre la guerra contro l’Iraq nel 2003 in pratica nella sostanza da solo, con l’ausilio di un ristrettissimo numero di alleati (Gran Bretagna, Israele, Polonia, Italia).


[1] https://it.insideover.com/economia/huawei-sviluppera-il-5g-russo.html

[2] https://it.insideover.com/economia/guerra-tecnologica-pechino-colpisce-gli-usa-nasce-il-primo-chip-cinese.html

[3] https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-06-07/trump-s-china-tariffs-won-t-hurt-this-chinese-solar-company

[4] https://it.insideover.com/economia/cina-modo-eludere-dazi-trump.html

[5] https://it.insideover.com/economia/vincitori-vinti-guerra-dazi.html

[6] https://it.insideover.com/economia/cina-prossime-aziende-rischiano-fine-huawei.html https://it.insideover.com/economia/cina-prossime-aziende-rischiano-fine-huawei.html

[7] https://www.forbes.com/sites/zakdoffman/2019/06/12/tencent-xiaomi-and-oppo-all-testing-huaweis-faster-android-os-report-claims/#97155e4388e0


 [MS1]

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PRELUDIO ALLA PARAPSICOLOGIA

•giugno 22, 2019 • Lascia un commento

L’ANTICHITÀ’

   La nascita della parapsicologia, i suoi albori storici, le sue premesse e le sue origini possono essere rintracciate ed identificate con l’aurora della storia dell’umanità. Perciò chiunque voglia solo rendere conto, anche senza troppi approfondimenti, di ciò che sia stata la nascita delle idee e delle vedute moderne della parapsicologia, deve risalire nel tempo, e talora molto indietro.

   Molte delle teorie e delle ipotesi esplicative che sono considerate moderne, o per lo meno molto vicine alle vedute attuali, hanno in realtà origini estremamente remote nel passato e se ne possono ritrovare chiare e inequivocabili tracce, solo che si apra una qualsiasi opera storica o un qualsiasi testo religioso che si riferisca ad antichi popoli e ad antiche credenze.

   Allo stesso modo in cui si suole dire che la chimica abbia avuto come matrice e primo motore l’antica alchimia o la moderna astronomia abbia avuto come origine l’antica astrologia, così è lecito per gli studiosi di parapsicologia affermare che la scienza in cui essi dedicano abbia avuto come inequivocabile punto di partenza tutto quel complesso di pratiche, di credenze, di istanze profonde, di esigenze, di naturali e ancestrali desideri umani, che ha dato origine alla magia, alla stregoneria, all’occultismo e che è patrimonio comune dell’umanità sotto tutti cieli, sotto tutte le     latitudini, sistema di credenze   religiose ed in ogni contesto sociale.

LA BIBBIA

   Elementi storici che fanno pensare ad una sorta di rudimentale forma possono trovarsi già nella preistoria narrata nella Bibbia. A tutti è ben noto che il Vecchio Testamento è infatti un libro di enorme valore storico, nel quale è possibile trovare un complesso di fatti che, con ragione, possono essere interpretati come gli valore parapsicologico.

   È noto che il Saul (1040-1000 a.C.) – che aveva proibito nel suo reame ogni pratica di tipo evocatorio o divinatorio (oggi si direbbe spiritismo) – impaurito dalla potenza dell’armata filistea, che avrebbe dovuto inevitabilmente affrontare in campo aperto, aveva conforto e rassicurazione nell’interpretazione dei sogni o nelle ispirazioni; rimasto deluso, sempre più incerto ed atterrito circa il futuro, non trovò altra alternativa che rivolgersi a qualcuno che avesse in sé “lo spirito di Pitone” (cioè l’arte della divinazione) e che potesse metterlo in comunicazione con qualche “grande spirito” che gli potesse dare consiglio e magari gli predicesse l’esito della prossima battaglia. Consigliato di rivolgersi ad una donna che risiedeva ad Endor e che era dotata di tali poteri, egli vi si recò sotto false sotto false spoglie perché nessun altro lo riconoscesse. Alle tergiversazioni della donna (sensitiva o medium come oggi si chiamerebbe), che temeva di incorrere nei fulmini terribili della legge, Saul, dopo averla tranquillizzata sulla propria discrezione ed averle garantito l’impunità, le chiese di voler parlare con lo spirito del vecchio grande Samuele. Lo spirito apparve, nelle sembianze di un vecchio avvolto in un ampio mantello ed apostrofò violentemente il re per averlo distolto dal suo riposo e dalla sua tranquillità. Alle giustificazioni ed alle pressanti richieste di Saul che gli faceva presente la sua incertezza ed il suo timore per la prova cui stava preparandosi – l’infausta battaglia di Gilboath – lo spirito rispose predicendogli: “Domani tu ed i tuoi figli sarete con me”, il che si verificò puntualmente il giorno successivo (RE – I – cap. XV).

I POPOLI DELLA MESOPOTAMIA

   Nelle sue StorieErodoto informa che i popoli che abitarono in epoche varie della protostoria il “paese dei fiumi” (la Mesopotamia) e cioè i Sumeri, gli Accadi, i Caldei ed i Babilonesi avevano tutti nel loro sistema religioso la credenza nella sopravvivenza dell’anima alla morte corporale ed erano sicuri dell’esistenza di una vi futura.

   Per essi l’anima – chiamata edimmu (in particolare da Caldei e Accadi) abitava una particolare regione inferiore della terra, detta Kigallu. Le edimmu che erano felice, erano propizie per i viventi, mentre quelle insoddisfatte o quelle i cui corpi erano stati privati della sepoltura vagavano sulla terra, per cui si pensava che la fossero la causa di ogni sciagura umana.

  La terra dei Caldei era considerata nell’antichità come la patria della facoltà divinatoria, tanto che Erodoto, riferendosi ai Caldei li chiamava “razza di maghi indovini”. Presso quel popolo vi era una casta di sacerdoti ufficiali, riconosciuta dallo Stato, cui era assegnato il compito preciso di dare presagi ed alla quale si contrapponeva un numeroso stuolo di maghi e streghe di tipo non riconosciuto e che si servivano di pratiche o rituali vari (formule di scongiuro, bacchette divinatorie, circoli magici, acqua, fuoco, saliva danze rituali, musica). Scopo di tali pratiche era quello di ingraziarsi l’azione delle anime o di impedire era quello di ingraziarsi l’azione delle anime o di impedire l’azione malefica delle stesse o degli spiriti o dei demoni (che essi chiamavano con nomi vari, quali lamasthu, lilù, lilitù o ardat lilitù) o infine degli spettri (che venivano denominati uruku).

   Tutte queste pratiche vengono esattamente descritte in testo in scrittura cuneiforme, ritrovato negli scavi di Ninive e, attraverso altre fonti, si conoscono anche descrizioni di rituali ufficiali solenni, il cui nome era tapsirtu. Un mitico re dei Caldei, di nome Emmenduramma, vissuto in tempi remotissimi, sarebbe stata addirittura considerato il creatore ed il fondatore dell’arte divinatoria; i suoi successori continuarono a praticarla ed a favorirla, creando delle scuole sacerdotali da cui uscivano gli uomini che avrebbero poi costituito la casta dei sacerdoti-indovini ufficiali, a cui tutti si rivolgevano e che esprimeva dal suo seno i suoi bravi “specialisti” od “esperti” che ricevevano vari nomi. Tra loro vi erano gli asipu (esorcisti), i mahhu (profeti), i baru (veggenti), mentre le sacerdotesse profetesse erano le entu e quelle soltanto veggenti erano le natifu.

   Tutti costoro quando esercitavano la loro attività si ponevano in particolari stati psicofisici, attraverso, preghiere, digiuni, suffimigi, danze rituali ecc., tali da favorire la loro attività di divinazione. Molto usata tra i Caldei era anche l’“oniromanzia”, cioè la predizione attraverso l’analisi dei sogni, come viene attestato dall’interpretazione fatta dei sogni del re Assurbanipal, a cui venne predetta la vittoria, e del re Nabucodonosor, al quale il profeta Daniela, meglio dei profeti locali, predisse la rovina, interpretando le famose parole “Mane, thekel, phares”, viste nel sogno, e che significavano “sei stato pensato”, sei stato giudicato mancante (cioè ingiusto”, quindi morrai”.

   Tutte le capacità in possesso dei sacerdoti derivavano loro, secondo le opinioni del tempo, da un dio che era Ea, o Marduk, o altri, a seconda del popolo; i sacerdoti non erano che gli intermediari o gli strumenti di emanazione (medium, dunque), attraverso speciali capacità, innate ed affinate con l’esercizio che permettevano loro di leggere i sogni che gli dei mandavano, per predire l’avvenire.

   In tal modo, dalle fonti, dalle fonti storiche si hanno precise sui metodi divinatori di quei popoli; tali metodi risalgono a 3000-2500 anni prima di Cristo e, oltre alla citata “oniromanzia”, sono:

  • L’esame degli intestini degli animi sacrificanti o aruspicina (cani, mufloni, volpi, montoni, cavalli, asini, asini, buoi, leoni, orsi, pecore, pesci, serpenti); l’esame del fegato, o “epatoscopia”, e soprattutto l’esame del cuore; dal colore, dall’aspetto, dal peso, dal contenuto di tali organi venivano tratti presagi, che venivano poi registrati in appositi libri profetici.
  • L’esame del comportamento di certi animali, quali i serpenti (“ofiomanzia”), gli uccelli (“ornitomanzia”), dei quali ultimi si osservava il volo, lo stridio, oppure le interiora dopo averli uccisi; i tori, i cani, gli scorpioni, i pesci, per tutti i quali se ne studiava il comportamento, l’aspetto, il colore del pelo, la forma delle orecchie, delle corna…
  • L’esame del comportamento di gocce d’olio fate cadere in acqua ((“lecamomazia”); presagi vari si traevano dalla forma che assumevano dette gocce, dalla distanza alla quale esse si arrestavano dalla superfice dell’acqua o dal fondo del recipiente, dalla eventuale frammentazione delle gocce stesse.
  • L’esame dell’acqua contenuta in speciali catini o bacili (“idromanzia”): l’acqua sottoposta a speciali pratiche rituali acquistava per i sacerdoti alcune proprietà, come particolari suoni emananti dal liquido. Secondo lo scrittore bizantino Psellus, alcuni sacerdoti avevano appunto il potere di ascoltare quei suoni per trarne presagi adeguati.
  • L’esame di particolari pietre preziose, quali i diamanti: se ne studiava il tipo di rifrazione e la direzione della rifrazione della luce.
  • La valutazione di particolari modi di stormire delle foglie di ceti alberi, come le palme e le querce (“fillomanzia”).
  • Lo studio della nascita dei bambini (se “normali” od “anormali”, con mostruosità o difetti); di quella dei pulcini, dei cavalli e di altri animali.

   I Caldei furono anche dei grandi astrologi e per tale ragione gran parte delle loro pratiche magico-divinatorie si ispiravano all’osservazione degli astri che, a seconda del tipo di influenza sull’umanità, erano divisi in tre gruppi:

  • Astri benefici, come Giove e Venere, rispettivamente chiamati anche Grande e Piccola Fortuna.
  • Astri malefici, quali Saturno e Marte, rispettivamente chiamati Grandi e Piccola Sventura.
  • Astri ambigui, quali il Sole, la Luna e Mercurio, che erano buoni o cattivi a seconda dei casi e delle combinazioni fra loro e con altri astri.

   In base ai loro studi, i Caldei elaborano apposite tavole astrologiche, dalle quali –  primi nella storia – trassero la pratica dell’oroscopo, inventata da loro e di cui si conservano i più antichi “temi astrologici”, tra cui notevole quello di Sargon il vecchio, grande re degli Accadi, che fu chiamato anche On-Sarrukin.

   Molto diffuso in Caldea era anche l’uso di esorcismi attraverso talismani, amuleti e formule di scongiuro per difendersi dagli spiriti maligni, le cosiddette pratiche “apotropaiche” (dal greco apotrepo, allontanare) quindi pratiche per scacciare il maligno, rappresentato da demoni cattivi come Uruq, che era il re degli spiriti maligni o anche dai pazzi, oppure da malattie incurabili o deturpanti. I talismani erano in primo luogo certe speciali pietre, ma anche delle schiacciate di argilla su cui veniva incise formule di scongiuro o, infine ì, recipienti contenuti acqua del Tigri, che per quei popoli era ciò che il Nilo era per gli Egizi, il fiume sacro, il padre di tutto, dio Tigri.

   Analoghe pratiche erano usate anche dagli altri popoli che abilitarono la Mesopotamia, come i Sumeri, gli Accadi, i Babilonesi, i Medi. Oltre al merito di aver in certo senso inventato tutto questo rituale, a tali popoli va anche il merito di averlo diffuso in tutto il mondo allora conosciuto. I Greci lo appresero dai Persiani che a loro volta l’avevano appreso dai Medi, invasori della Mesopotamia; i Romani lo impararono dai Greci; gli Ebrei e gli Arabi lo ricevettero dagli Assiri, dai furono a lungo dominanti. Attraverso tale tradizione il patrimonio della “fertile mezzaluna” (la regione che va dall’Egitto alla Mesopotamia) divenne patrimonio comune del mondo antico e poi di quello moderno.

L’EGITTO

   La terra del Nilo, come quella “dei due fiumi” – che sono poi i corni estremi della “fertile mezzaluna” citata poco fa – fu l’altra culla della scienza dell’aldilà, e dei rapporti fra cielo e terra. In antico ci si rivolgeva all’Egitto soprattutto “per sapere” e “per saper vedere ed interpretare”.

   Nel Talmud, a proposito di Gesù Cristo, è detto che egli era stato iniziato ai misteri in Egitto in quanto con tale espressione si poteva comprendere e spiegare come egli fosse di capace di guarire i malati e risuscitare i morti. L’Egitto è sempre stato considerato la terra del mistero e della sapienza;[1] il suo fascino è stato tramandato fino ai tempi moderni, tanto che alchimisti ed occultisti del XVIII secolo, some il conte di Saint- Germain o come Cagliostro si dichiaravano “figli d’Egitto” perché ne conoscevano i segreti. Del resto, anche Mosè soggiornò a lungo in Egitto ed apprese colà tutto il suo sapere, anche quello ermetico ed occulto. Maghi ed indovini popolarono quella terra e da essa si dipartirono per insegnare al mondo i suoi segreti.

Tutta la religione egizia è un esempio di occulta magia che si collegava alla credenza negli spiriti; religione e magia in quella parte del mondo erano talmente fuse e coesistenti, da non essere possibile scinderle; il ricorso al soprannaturale era continua era continuo, totale e sia nell’una che nell’altre la ritualità era una parte preponderante se non essenziale. I riti e le cerimonie in onore di Iside, di Serapide, di Osiride e tutte le altre forme di culti furono anche denominate “misteri” ed avevano perciò carattere iniziatico segreto.

    La religiosità Egiziana si compendiava prevalentemente nel culto dei morti e dell’aldilà, nel culto dei giusti. Il Libro dei Morti, scoperto da Champollion (il decifratore dei geroglifici egiziani attraverso la “stele di Rosetta”) e tradotto da Richard Lepsius, fornisce una descrizione completa di quel complesso di culti, di preghiere, di formule di scongiuri, ed evocazione, di procedure cerimoniali e funerarie: da esso si desume come le anime dei morti, secondo la concezione egizia, sopravvivessero ai corpi e fossero capaci di far ritorno sulla terra, talora anche sotto di spiriti cattivi o dannosi. Era uso rivolgersi ad esse chiedendo consigli, ispirazioni, sogni o visioni premonitorie o comunque qualsiasi forma di aiuto soprannaturale. Anche in Egitto era in grande onore l’astrologia, come in Mesopotamia, e si conoscono all’uopo vari trattati attraverso il ritrovamento e la traduzione di appositi di appositi papiri.

   I sogni costituivano per gli Egizi una fonte importante per l’interpretazione e la divinazione: esistevano sacerdoti ed anche particolari studiosi molto versati nella valutazione dei sogni, sia a fini divinatori (oniromanzia), sia a fini solamente interpretativi generici (oniromanzia od onirocritica).

   La casta sacerdotale era veramente uno stato nello stato: nella terra del Nilo: l’intera vita del Egitto era controllata da quella potentissima oligarchia che faceva presagi, interpretava i sogni, presiedeva e celebrava le cerimonie di ogni genere, diagnosticava le malattie e le guariva, con metodi “magnetici” o, in senso molto lato “psicoterapici”; inoltre aveva un predominio quasi assoluto sulla maggioranza degli atti del governo. I componenti di quella formidabile élite vivevano in maniera quasi regale: si formavano attraverso un duro apprendistato ed un intenso studio nella cosiddetta “Casa della Vita” nella quale veniva loro rivelata e fatta assimilare la “scienza segreta magica”.

   Una delle credenze metafisiche più interessanti e più propriamente egiziana è quella che è chiamata “del Ba e Ka”. Essa costituisce la base della spiritualità egizia: l’anima per gli Egizi era chiamata Ba ed alla morte del corte essa si staccava dalla spoglia mortale, raggiungendo l’aldilà per aggregarsi allo stuolo delle anime, ciascuna votata ad un suo particolare dio. Nella tomba ove il cadavere era deposto, fra suppellettili e amuleti vari, si considerava che, oltre alla spoglia materiale, dimorasse e “vivesse” magicamente un “qualche cosa” che costituiva una specie “doppio” del corpo, non più materiale, ma fluidIco, energetico e semispirituale. Esso veniva costituite una specie di “negativo” che sopravviveva alla materia e che era capace in qualche modo di distaccarsene e ricongiungersi anche alle anime. Si aveva un rand rispetto per tale elemento, insieme immateriale ed energetico. Che era sommamente venerabile, da onorare, rispetto e da ingraziarsi e soprattutto da non irritare in alcun modo, per evitare eventuali ritorsioni, se non addirittura la perdizione completa e l’annientamento della personalità del defunto.

   Un simile concetto ternario verrò adottato quasi tal quale, parecchi secoli dopo ed in epoche molto vicine alle presenti dal signor Hippolyte Léon Dénizard-Rivail, alias Allan Kardec. Costui, per sostenere la sua teoria spiritica, postulerà che tra corpo materiale ed animale. Dovrà esistere un intermediario fluidico o “perispiritico” che, dapprima legato all’anima, se ne distacca ma continua ad esistere, fungendo da tramite tra il mondo degli spiriti e quello dei viventi, prendendo contatto con l’analogo “perispiritico” di persone dotate dalla possibilità di comunicare. In tal modo il “perispirito” di Kardec sembra non essere altro che la riedizione moderna, riveduta ed adattata ai tempi, dell’antichissimo concetto dell’egizio Ka.

   Anche in Egitto esisteva il collegio dei profeti e dei veggenti, nonché una serie di oracoli, di cui i più rinomati furono considerati quello di Amon-Rà (il Sole) e quello di Heliopolis, i quali però non raggiunsero mai la rinomanza e la popolarità di quelli dell’antica Grecia, che però da essi direttamente derivarono.

   La credenza nel malocchio era profondamente radicata anche nel paese delle Piramidi; si credeva nelle influenze malefiche e ci si serviva di talismani e di amuleti, nonché di relativi scongiuri più o meno cerimoniali; si praticava anche la “magia nera” e l’affatturamento, malgrado le proibizioni della legge. C’era persino un calendario con giorni fasti e nefasti e addirittura con parti faste e nefaste dei singoli e nefasti (ogni giorno era diviso in tre parti). Durante i giorni o le parti del giorno nefaste che erano determinate anch’esse dalla casta sacerdotale, non si intraprendeva né si portava a termine alcunché di importante.  

   Altro fenomeno da qualche studioso ritenuto di natura medianica, mentre la maggioranza lo reputa invece frutto di banale illusionismo, è quello delle cosiddette “statue parlanti”, o “gesticolanti”, che predicevano l’avvenire, che consigliavano, approvavano l’operato di coloro che le consultavano.

GLI EBREI

   Sebbene meno importante ed originale dei precedenti popoli in campo magico ed astrologico, quello degli Ebrei – dalla religione coì diversa dagli altri, con il suo assoluto monoteismo e la sua gelosa teocrazia – coltivò in sommo grado i doni profetici per mezzo delle varie attività “mantiche” (dal greco manteia, predizione, profezia), quali l’oniromanzia e l’onirocrizia, con corpi di specialisti ufficialmente inquadrati dallo stato. Attraverso i sogni, secondo gli Ebrei, era Jahvé che si manifestava per illuminare gli uomini. Anche l’ornitomanzia era attivamente praticata.

   Ciò che soprattutto distingue questo popolo dagli altri è la diffusione che aveva in esso la profezia sotto forma di ispirazione divina, la quale si concentrava essenzialmente in alcune grandi figure di uomini illuminati, i Profeti, i cui nomi sono arcinoti attraverso la Bibbia: Elia, Eliseo, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele tra i maggiori, una pleiade numerosa di altri tra i minori.

    Carattere peculiare della profezia ebraica era quello di non possedere degli apparati rituali, né un vero formalismo cerimoniale di tipo magico: i profeti erano uomini austeri, venerabili ed autorevoli, per bocca dei quali il dio si compiaceva di parlare, facendo conoscere il suo volere. La profezia era dunque sacra e libera perché veniva per volere dell’unico, supremo dio. Siffatti uomini mostravano di avere, oltre a doti di ispirazione divina, anche altre doti di vera e propria percezione extrasensoriale (chiaroveggenza, chiaroudienza, precognizione, telepatia); i più dotati di questi speciali attributi sembra siano stati Eliseo (poté ascoltare a distanza i discorsi del re di Siria, svelando i piani del nemico e facendoli sapere al re di Israele) ed Ezechiele, il quale aveva visioni di avvenimenti anche ad enorme distanza. Le visioni e le ispirazioni di tali uomini avvenivano sia stato normale che in stati di coscienza variamente alterati (estasi, sonno, stati di dormiveglia o al suono di musiche o canti, al momento di risveglio, ecc.).

   L’astrologia fu tramandata agli Ebrei attraverso i Caldei e fu praticata attivamente, mentre la magia (sia la “bianca” ovvero benefica e divinatoria, sia “nera”, cioè malefica ed evocatoria dei defunti), la stregoneria e la negromanzia erano severamente vietate e punite persino con la morte (ecco quella tal paura dalla quale fu assalita la pitonessa di Endor quando fu interpellata da Saul che ella non aveva riconosciuto nel suo consultante).

   Come gli Egiziani, gli Ebrei ammettevano la natura ternaria dell’uomo (corpo materiale; perispirito, spirito).

   Oltre alla creazione della prima religione monoteistica e della prima nazione teocratica, l’umanità deve agli Ebrei anche un altro contribuito di profonda sapienza occulta e divinatoria: il libro della Qabbalah, volgarmente “Cabala”, che significa “tradizione ricevuta” e che dimostrò al mondo quale fosse la profondità, l’originalità e la perfezione dell’arte divinatoria, basata sulla “aritmomanzia” (divinazione attraverso i numeri e lettere), detta anche “numerologia”. Trasmessa oralmente i secoli e scritta per i posteri soltanto nel medioevo, tale scienza o tradizione custodiva le chiavi delle Sacre Scritture, non però di quello era scritto in lettere o parole, ma di quello che invece si celava “sotto il velame delle versi strani” (per dirla alla maniera di Dante). Per i cabalisti, cioè, era molto più importante trascurare “il vestito e la lettera” e ricercare invece “il corpo e l’anima”, cioè lo spirito delle -scritture; tutto ciò era possibile attraverso sistemi numerici e varie combinazioni – note solo agli italiani – fondate sulle lettere e i numeri dei versetti.

LA GRECIA

   La culla delle mitologia, della legenda, dell’arte e della libertà derivò tutto ciò che sapeva di magia e di occultismo dall’Oriente e dall’Egitto; su tutto ciò furono però gli autori greci a redigere i documenti più attendibili, completi e perfetti, in grazia proprio di quella precisione, di quella chiarezza e di quello spirito critico e di osservazione che in Greci ha albergato da sempre.

   La Grecia fu invasa dalle armate persiane: le sue colonie in Asia minore lo furono anche da Medi, Lidi e Frigi; tutto ciò portò a contatto molto presto il popolo ellenico con i popoli orientali. È così che maghi, indovini, occultisti e sapienti orientali invasero lentamente il paese, fino a fare assimilare dalla stessa mitologia greca gli dei dell’Oriente (Iside accanto ad Atena); anche gli oracoli ed i culti delfici pare che siano arrivati in Grecia prevenendo da Creta, tappa obbligata fra Grecia e Medio Oriente.

   Magia ed occultismo trovarono nel contesto culturale greco un terreno eccezionalmente fertile; l’enorme, prorompente vitalità e la sete di conoscere di quel popolo straordinario furono le cause per le quali i Greci assimilarono in maniera, definita da qualche studioso, furiosa, i miti, i simboli ed i rituali estranei, rendendoli vivi e vitali all’interno del loro sistema di credenze.

   Sul suolo greco la divinazione attraverso le varie mantiche fiorì in maniera incredibile: anche là, accanto ad una divinazione ufficiale praticata da sacerdoti di varie divinità, si fece strada una divinazione libera attraverso persone dotate del “dono” che esercitavano liberamente tutte le forme di auspicio: dalla “ornitomanzia” su cigni, rondini,  corvi, aquile ed altri uccelli, alla “teratomanzia” (da theratos, avvenimento casuale od anche anomalia) che traeva presagi da tutto ciò che poteva avvenire casualmente (l’incontro con determinate persone, l’abbaiare di un cane, il leccarsi di un gatto o inconvenienti futili come lo starnutire di qualcuno o infine intoppi casuali), alla “idromanzia”, alla “aleuromanzia” (attraverso le farine) , alla “chiromanzia” (la lettura della mano) e simili.

   Il posto più importante in campo divinatorio fu però occupato in Grecia degli oracoli che pervennero sicuramente su quel suolo dall’Egitto; tale fatto è anche comprovato dalla constatazione che le divinità oracolari greche ed egiziane furono comuni (Ermete).

   L’oracolo (letteralmente: responso) è essenzialmente conversazione fra la divinità ed i sacerdoti, che in Grecia furono quasi totalmente rappresentati da donne che dimostravano in luoghi particolari e che il dio titolare dell’oracolo “possedeva”, controllava, compenetrandole col suo spirito, né più né meno come gli “spiriti guida” compenetrerebbero e controllerebbero i medium odierni o del recente passato.

   Le sacerdotesse erano dette anche Pitonesse o Pizie e la loro opera profetica si estrinsecava in condizioni psicofisiche particolari, tali da far pensare allo stato che modernamente viene chiamato trance (estasi), e che a quei tempi si usava chiamare “delirio sacro”, raggiunto spesso con l’assunzione di speciali decotti di erbe o inalando particolari valori, che, non raramente, emanavano dal suolo e dal fondo di caverne. I luoghi ove le Pizie operavano erano singolari: si trattava di sorgenti, di grotte naturali, sostituite poi da ricavate in rocce, ove veniva collocata la statua del dio. Un tripode era posto al centro del vano e suo sedeva o si appollaiava la donna, alla quale il visitatore si rivolgeva, essendosi previamente a sua volta purificato con abluzioni e con preghiere, se non anche inalando fumi di foglie bruciate, per più di lauro.

   Rivolta la domanda attraverso sacerdoti assistenti della Pitonessa (la medium in trance), essa dava i suoi responsi in versi o in versi o i suoi responsi stranamente – sembravano a tutti molto umani – o almeno poco divini come forma (specie quelli di Apollo, che era in definitiva il dio della poesia, della musica e delle arti) e nei quali quasi sempre lo stile era alquanto rozzo.

   Anche nei riguardi dell’esito di tale consultazione fatta dagli antichi non si trova nulla di nuovo; nel tempo presente o in tempi molto vicini si è fatta la stessa obiezione o constatazione, di fronte a certi responsi in tutto deludenti come forma, come stile e come contenuto, specie quando essi erano considerati provenire da spiriti elevati e talora elevatissimi. Nel De oraculis Plutarco fa dire ad certo Teone: “Questo pensiero (degli dei) ci è conosciuto e poiché si manifesta in un altro essere – e proprio grazie a lui – esso è contaminato tutto dalla natura di costui” e più avanti aggiunge: “I concetti divini sono alterati dal loro passaggio attraverso un corpo mortale”, e questa risposta è più o meno – stranamente – sovrapponibile a quella che gli spiritisti moderni hanno dato e continuato a dare alle obiezioni in tal senso.

   Gli oracoli celebri della Grecia hanno informato di loro tutta la storia di quel nobile popolo; nel corso della sua storia la Grecia annoverò varie decine di tali fonti di ispirazione divina, per lo più dedicate al dio Apollo, tra tutte le quali le più venerate e celebri erano gli oracoli di Delfo e di Delo, quest’ultimo nell’isola ove la mitologia fissò la nascita del dio, figlio di Giove e di Latona. Ben presto però Delfo sopravanzò in celebrità e notorietà l’altro, ed è proprio delle risposte della Pizia di Delfo che parlò Erodoto, fornendo il primo esempio di telepatia sperimentale della storia.[2]

   Il sacro e venerato luogo fu chiamato da Tito Livio nientemeno che “l’oracolo del genere umano” del suo tempo e vale la pena di spendere qualche parola su di esso perché la sua storia è singolare ed interessante per le sue vicende e per ciò che “tecnicamente” vi si svolgeva. Era posto in un vallone selvaggio e dirupato, tale da incutere di per sé il massimo rispetto; in tempi antichissimi pare vi avesse sede un oracolo dedicato a Gea, la dea della terra, i responsi della quale erano uditi venire ed interpretati attraverso lo stormire delle fronde del lauro (“fillomanzia”) o il mormorio delle acque di una sorgente (“idromanzia”). Dal culto di Gea il luogo passò a quella di Dioniso (il Bacco dei romani) con responsi che venivano dati dalle baccanti in volta. Tali donne vennero allora chiamate per la prima volta Pitonesse o Pizie, seguendo una leggenda che narrava come in quel luogo il dio avesse ucciso un drago, un rettile (un pitone), lasciandovelo imputridire. Da quel fatto e dal verbo pythestai (imputridire) nacque la nomea del luogo che fu anche chiamato “Pitone” e quindi “Pizie” le sacerdotesse. Al tempo di Omero nel luogo era venerato oltre a Dioniso anche Apollo, per cui, a partire da una certa epoca, due furono gli dei venerati sul posto. Chi vi si recava, li venerava e li interrogava insieme, essendo custodi l’uno (Dioniso) dei segreti della terra di cui il vino ne era come il sangue e l’altro (Apollo Pizio, dal nome del luogo) di quelli del cielo.  

   Nella grotta, posta sull’orlo di una voragine, circondata da oleandri e presso la quale sgorgava una sorgente, la Pizia sul tripode, vestita da paludamenti vistosi, con foglie di lauro in bocca e con un ramo pure di lauro, in mano, cadeva in trance e rispondeva alle domande che i sacerdoti le ponevano. La cerimonia oracolare descritta avveniva dapprima una sola volta all’anno; ma poi, diffusasi l’usanza per il governo delle varie polis di consultare l’oracolo per ogni circostanza importante, le cerimonie furono ripetute ogni mese ed al settimo giorno, ed i responsi potevano avere valore dirimente assoluto per i consultanti, in tutto e per tutto.

   Erodoto, nel suo resoconto prima citato per Creso re di Lidia, afferma che come egli avesse consultato altri sei oracoli oltre a quello di Delfo; di tali oracoli non fu mai conosciuta la risposta, si sa però quali essi furono ed i loro nomi verranno citati per opportuna intelligenza del lettore sull’intera questione. Essi furono: quello di Alba, quello di Mileto in Asia Minore, quello di Giove a Dodona, quello di Amfiarào, quello di Trofone (consacrato all’eroe, grande costruttore di templi), in Boezia ed infine quello di Giove-Ammone in Egitto.

   Accanto ad alcuni oracoli vi erano talvolta ei templi dove molti andavano a chiedere la guarigione di malattie ed erano templi dedicati ad Esculapio; il più celebre fu quello di Epidauro, nel quale si verificavano cerimonie pubbliche il cui scopo era quello di provocare nel malato uno stato magnetico ed ipnotico, durante il quale egli aveva visioni e sogni, mentre gli venivano somministrati o consigliati rimedi vari.

   Molti astrologhi orientali e caldei si stabilirono in Grecia, diffondendovi le loro nozioni; tra essi, i più celebri furono Berosio (che fondò a Cos una scuola di astronomia ed astrologia), Pazatas, Astrampico ed Aràto cg fu anche poeta e compose un poema astronomico, I fenomeni.

   I Greci praticavano anche la cosiddetta “ecoscopia” o divinazione dall’aspetto esterno degli edifici o delle case (“oikia” vuol dire casa) e su tale mantica       Senofane scrisse un trattato. Glu uccelli per i Greci erano considerati era oggetto di attenta osservazione; diffusa anche era l’usanza di trarre auspici attraverso il getto dei dadi, chiamati “Trie”.

    Tra gli organi interni quello che per i Greci “significava” di più a scopo divinatorio era il fegato: esso era osservato con molta venerazione per il suo aspetto lucido e compatto; Platone lo definì “uno specchio che conserva e riflette le immagini divine osservate durante la vita”. Anche alle uova veniva attribuito valore divinatorio a seconda che –  messe sopra il fuoco –  scoppiassero o traspirassero.

   I numeri avevano un grande significato presso i Greci; cifre come il 3, il 7 ed il 9 con i loro multipli avevano grane rilievo: benefico per il 3 ed il 9, infausto per il 7, e su dette credenze, specie per opera di Pitagora, nacque l’aritmomanzia o numerologia.

   Oltre alle Pizie, in Grecia erano molto stimate e temute le Sibille, la cui esistenza sarebbe però contestata da alcuni storici: esse erano delle profetesse che l’immaginazione popolare aveva creato quasi in opposizione alle Pizie di Apollo, ed ai loro riti, attribuendo alle Sibille il valore di fenomeno di divinazione più popolare, libera e meno elaborata: se ne conoscevano anche di molto potenti a Cuma, Delfo, Samo, Dodona, in Libia, nell’Asia Minore (sulle pendici del monte Ida, vicino a Troia) ed in Africa Orientale (Eritrea).

   Infine la storia racconta che in Grecia era molto diffuso il culto degli spiriti e molti uomini importanti come Socrate, per esempio, affermavano di avere il loro spirito personale o demone al quale si rivolgevano in ogni occasione, per consiglio, suggerimento ed ispirazione.

ROMA

   Le vicende magico-occultistiche romane sono una diretta e quasi filiazione di quelle greche, pur ammettendo gli   influssi greci ed orientali dovettero al loro arrivo fare i conti idealmente con i culti che già esistevano belli e fatti sul suolo italico.

   Il popolo più prativo e realista dell’antichità, quello dei Romani, era però un popolo nel cui fondo religioso spirava già da tempo l’alito del magico e dell’occulti, nonché misterioso popolo degli Etruschi che, secondo fonti autorevoli, sarebbe provenuto proprio dall’Oriente.

   Attraverso l’opera di due mitici personaggi etruschi di nome Tagéte, un uomo, e di Bégoe, una ninfa, vennero raccolti in forma organica di libri una serie di insegnamenti che formavano tre corpi di dottrine, i libri aruspicini (cioè scoprire degli dei attraverso l’esame   dei visceri animali; dalla radice mesopotanica – har che significa fegato); i libri folgorali (studio dei fulmini e dei fenomeni atmosferici) ed i libri rituali. Tali libri, portati a Roma, furono adottati ufficialmente.

   Collegi di “auguri” si formarono ben presto per osservare il volo degli uccelli (anche Romolo e Remo lo fecero); gli auguri erano 15 in ogni collegio e furono patrizi fino ad una certa epoca, poi per metà anche plebei, in seguito alle ben note rivoluzioni sociali, infine divennero democraticamente elettivi.

   Anche gli “arùspici” erano riuniti in collegi ed insieme agli “auguri” erano oltremodo potenti; a Roma, non si muoveva letteralmente foglia che i super-potentissimi sacerdoti non autorizzassero dall’empireo della loro sapienza. Essi erano i depositari non solo della capacità di vedere il presagio, ma del “saperlo vedere”, conoscendo il codice segreto e le condizioni particolari nelle quali i fatti avevano realmente un significato.

   Sempre a Roma gli astrologhi vennero chiamati anche “matematici” e provennero quasi tutti dalla Grecia; Nechepso e Petoriside furono i più celebri autori di libri astrologici e le loro opere costituiscono, per vari secoli, vere enciclopedie di consultazione.

   Canti, danze ed altri riti orgiastici erano considerati mezzi per avvicinarsi alle divinità ed anche cerimonie, nella Roma fi allora che con termini moderni avrebbe potuto essere definita tecnica e meritocratica, molte persone bevevano pozioni inebrianti, quale misure di latte, miele, papavero ed altre sostanze, con produzione di stati di “delirio sacro”, durante i quali donne e uomini danzavano, smaniavano e profetavano.

   La nascita dei bambini e degli animi era una buona occasione per trarre debiti auspici, specie se i neonati erano deformi, mostruosi o androgini. Tito Livio ha scritto molto su questo argomento e sui metodi di divinazione che venivano usati per l’auspicio, nonché su vari fenomeni che si verificarono a seguito di quegli avvenimenti (nascita di bambini con quattro mani e/o quattro piedi, bambini senza una mano od un arto, maiali con mani e piedi umani, buoi parlanti, ecc.).

   Le pratiche magiche di provenienza caldea presero ben presto piede a Roma e rapidamente prosperarono, diffondendosi in ogni strato sociale, anche nelle case dei grandi dignitari ed alla corte degli imperatori (Ottaviano, Caligola, Nerone). L’imperatore Ottone sembra che sia divenuto tale a seguito di una vera e propria sembra che sia divenuto tale a seguito di una vera e propria “congiura di astrologhi” che gli avevano predetto la conquista del potere dopo che avesse fatto fuori il suo predecessore, Galba.

 Tiberio e Tito erano cultori di astrologia e di oroscopi: essi erano attentissimi nel ricavare quelli dei loro possibili “rivali”, come del resto fece anche Domiziano. In molti casi, però, gli astrologhi sbagliarono clamorosamente ed i loro augusti consultanti presero perciò delle decisioni che dovrebbero effetti non previsti e talora diametralmente opposti (Domiziano, ad esempio, fece uccidere Mezio Pomposiano il cui oroscopo aveva predetto che avrebbe predetto che avrebbe avuto una “progenie imperiale” e risparmiò invece colui che gli successe realmente, cioè Nerva).

   Anche Marco Aurelio si giovò dei servigi degli indovini e degli astrologhi, così come Settimio Severo ed Alessandro Severo, il quale ultimo appoggiò talmente gli astrologhi da creare per essi perfino una scuola con annesse “borse di studio” per i migliori e più dotati allievi. Roma perciò fu popolata di astrologi e matematici e la loro fortuna durò completa fino all’avvento delle pratiche magiche, occultistiche e divinatoria in tutto il mondo romano e civile di allora.

  Nel mondo romano diffusissima era la credenza negli spiriti che erano ritenuti i veri protettori della famiglia: ben conosciuta sono i loro nomi che erano i Lares o i Lemuri, ma si conoscevano anche degli spiriti malefici la cui azione era dannosa per i viventi e questi ultimi si chiamavano comunemente Larvae.

   Vari episodi di carattere telepatico sotto forma di sogni od apparizioni o visioni vengono descritti da vari autori classici, come Quintiliano nella sua X Prerorazioni e come Cicerone nel De Divinatione.[3]

   Casi di guarigione per imposizione delle mani si trovano citati da Tacito e da Svetonio, nonché da Plutarco; Plinio ha lasciato la descrizione di una “casa infestata” in Atene, mentre Tertulliano ha testimoniato autorevolmente che i Romani avevano anche (o ne conoscevano l’esistenza) i loro bravi tavolini semoventi i quali venivano, insieme a seggiole, bicchieri o altri oggetti a scopo di previsione, come asserisce anche un attendibile scrittore come Ammiano Marcellino


[1] Pensiamo solamente alle teorie relative alla Grande Piramide di Cheope. Si è ripetuto un’infinità di volte che la Grande Piramide non era una tomba ma un monumento destinato a conservare per le generazioni future una serie di calcoli e misurazioni matematiche connessi all’astronomia e ed altre scienze.

[2] Inardi M., L’ignoto in noi, SugarCo, Milano 1973, pag. 79.

[3]                                             C.s.                                     pag. 82.

STRATEGIA SEGRETA DEL TERRORE

•giugno 17, 2019 • Lascia un commento

 

Dall’11 settembre 2001 è sorto all’interno delle metropoli imperialiste quello che viene definito il “nemico oscuro”: il “terrorismo islamico”.

Per eliminarlo ci fu quella che Bush Junior definì “la colossale lotta del Bene contro il Male”. Ma ogni volta che gli imperialisti affermarono di vare tagliato una testa dell’Idra del terrore[1] se ne formano altre.

Una premessa sana per chiunque cerchi di comprendere la realtà attuale sta nel non credere a ciò che ci raccontano.  A partire dalla versione ufficiale dell’11 settembre, crollata sotto il peso delle prove tecnico-scientifiche, che Washington, non riuscendo a confutare, liqui come complottismo.

Le centrali della disinformazione capitalista sono solite bollare in quanto teoria del complotto le analisi che esulano dalla versione ufficiale dei fatti offerta dai governi. Per questo motivo le ricerche approfondite di Thierry Meyssan e Michel Chossudovsky vengono demonizzate da giornalisti pennivendoli.

Fu la CIA a coniare, nel 1967, il dispregiativo “teorici della cospirazione” da appiccicare ai giornalisti impegnati nella denuncia delle mire imperialiste nord-americane contro lo Stato rivoluzionario cubano. I documenti sono stati declassificati, quindi possiamo avere una conoscenza precisa dei fatti. Nel 1976 è stato reso noto un dispaccio in risposta ad una richiesta del New York Times sulla base del Freedom of Information Act.[2]

La CIA – che negli anni ’50 aveva creato un Ufficio di guerra psicologica – in questo caso costituì una unità dei Servizi clandestini dando gli argomenti per attaccare quelle che vennero chiamate le teorie cospirative.

Qual è la tecnica dei propagandisti del depistaggio?

’Sostenere che le testimonianze oculari sono inaffidabili

Sostenere che la notizia è vecchia e che nel frattempo sono emerse “nuove evidenze significative”

Ignorare l’argomento a meno che le discussioni non siano già attive

Sostenere che è irresponsabile speculare

 

 

Accusare i teorici di essere innamorati delle loro teorie

Accusare i teorici di essere politicamente motivati

Accusare i teorici di avere interessi finanziari nel promuovere le teorie del complotto ’’[3]

 

   Se si approfondisce l’analisi degli attacchi terroristici che ci sono stati in Occidente bisognerebbe notare 3 connotati:

 

  • La puntualità. L’attacco dell’11 settembre avviene nel momento in cui gli USA hanno già deciso (come riportava il New York Times il 31 agosto 2001) di spostare in Asia il centro focale della loro strategia per contrastare il riavvicinamento tra Russia e Cina: nemmeno un mese dopo, il 7 ottobre 2001, con ola motivazione di dare la caccia a Osama bin Laden (colui che era ritenuto il mandante dell’11 settembre), gli USA iniziano la guerra in Afghanistan. l’attacco a Bruxelles avviane quando USA e NATO si preparano a occupare la Libia, con la motivazione di eliminare l’ISIS che minaccerebbe l’Europa.
  • L’effetto terrore: la strage, le cui immagini scorrono ripetutamente davanti ai nostri occhi, crea una vasta opinione pubblica favorevole all’intervento armato per eliminare la minaccia. Stragi terroristiche peggiori, come a Damasco il 21 febbraio 2016, passarono quasi inosservate.
  • La firma: paradossalmente il “nemico oscuro” firma sempre gli attacchi terroristici. Nel 2001, quando New York è ancora avvolta dal fumo delle Torri crollate, vengono diffuse le foto e biografie dei 19 dirottatori membri di al Qaeda, parecchi già noti all’FBI e alla CIA. Lo stesso a Bruxelles nel 2016: prima di identificare tutte le vittime, si identificano gli attentatori già noti ai servizi segreti.

C’è da chiedersi se è possibile che i servizi segreti, a partire dalla tentacolare “comunità di intelligence “USA formata da ben 17 organizzazioni federali con agenti in tutto il mondo, siano talmente inefficienti? Oppure sono efficientissime macchine della strategia del terrore?

La manovalanza certamente non manca: è quella dei movimenti terroristi di marca islamica, armati e addestrati dalla CIA e finanziati dall’Arabia Saudita, per demolire lo Stato libico e frammentare quello siriano della Turchia e di 5.000 combattenti stranieri europei affluiti in Siria con la complicità dei loro governi.

In questo grande bacino si può reclutare sia l’attentatore suicida, convinto di immolarsi per una causa che considera santa, sia il professionista della guerra o il piccolo delinquente che nell’azione viene “suicidato”, facendo trovare la sua carta di identità (come nell’attacco a Charlie Hebdo) o facendo esplodere la carica prima che si sia allontanato.

Si può facilitare la formazione di cellule terroristiche, che autonomamente alimentano la strategia del terrore creando un clima di stato di assedio, che possa giustificare nuove guerre sotto comando USA.

Oppure si può ricorrere al falso, come le “prove” sulle armi di distruzione di massa irachene mostrate da Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’ONU il 5 febbraio 2003. Prove poi risulte false, fabbricate dalla CIA per giustificare la “guerra preventiva” contro l’Iraq.

[1] Sarà un puro caso, ma chi conosce l’universo Marvel un’organizzazione terroristica internazionale ha il nome di HYDRA.

[2] http://www.comunismoecomunita.org/?p=5504

[3] https://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=10720

DIVENTARE COMPOST UMANO?

•maggio 23, 2019 • Lascia un commento

 

 

      Dopo il post umano arriveremo al compost umano? A quanto pare ci stanno lavorando.

A quanto sembra questa idea sarebbe venuta a Katrina Spade che  è una designer di Seattle. Presso l’Università del Massachusetts inizia a fare ricerche sugli stadi di decomposizione del nostro corpo. Un giorno le sarebbe un’idea mentre parlava del compostaggio animale con un’amica: realizzare un compost umano[1].

Il compost è il risultato della decomposizione di materie organiche, soprattutto vegetali, usato per fertilizzare il terreno. La Spade ha avviato un programma pilota di 75.000 dollari presso la Washington State University per riuscire a compostare cadaveri umani da usare poi come concime in agricoltura. Si chiama “human composting”. Il procedimento è il seguente: il caro estinto viene imbalsamato, avvolto in un sudario e poi inserito in un cilindro dove c’è materiale organico che aiuterebbe la decomposizione rapida, quali trucioli di legno, erba medica e paglia. Il procedimento è così celere che nel giro di un mese il nonno Adalgiso è diventato compost. Il principio rovescia quello seguito dagli antichi Egizi: conservare il corpo il più a lungo possibile mummificandolo.

L’idea del compostaggio umano soddisfa due esigenze: ridurre i costi dell’inumazione e l’impatto ambientale. In merito al primo aspetto trasformare il de cuius in qualche chilo di concime costerebbe 5.500 dollari, contro i 7.000 della sepoltura tradizionale, secondo i dati della National Funeral Director Association. In merito al secondo aspetto quella che si potrebbe definire l’ecomorte farà felici gli ambientalisti per più motivi. In primo luogo, ci raccontano gli “esperti”, la sepoltura normale potrebbe lasciare percolare nel terreno sostanze chimiche pericolose, non così l’human composting. In secondo luogo non poteva mancare il problema della CO2. Nonno Adalgiso, varcando le soglie dell’eternità come fertilizzante, rilascia meno anidride carbonica rispetto alla cremazione. Insomma il compost umano è una trovata geniale per un funerale ecosostenibile e dimostra senso di responsabilità ambientale del defunto e dei parenti ed è soprattutto un occasione di business…

 

   Tutto sarebbe pronto per iniziare a compostare gli esseri umani, manca solo l’ok dello Stato di Washington. I democratici avevano già provato a introdurre l’human composting nel 2017, ma senza successo a causa dell’opposizione della Chiesa Cattolica. Ora tornano alla carica. Secondo il democratico Jamie Pedersen, l’idea ha trovato – è proprio il caso di dirlo – terreno fertile tra i cittadini, «entusiasti di diventare un albero o di avere una differente alternativa per se stessi», ha raccontato a Nbc News.

 

    Ritengo che difficile non rimanere costernati di fronte a questa trovata tra il macabro e l’ecologico e quindi tra il nero funereo e il verde ambientalista, perché poca rispettosa della dignità umana, potrebbe trovarsi a superare questa obiezione: il compostaggio umano riproduce ciò che avviene in natura dopo una sepoltura, ma solo più velocemente. Dal mio modesto punto fi vista le cose non stanno proprio così. La sepoltura è un rituale da sempre religioso e anche quando fosse realizzato con spirito ateo sopravvive un certo rispetto per le spoglie mortali, pur consapevoli che quelle spoglie saranno cibo per i vermi. Quindi la sepoltura vuole esprimere sempre rispetto per il defunto e con dolore si tollera che l’amato diventi concime, si sopporta questo tragico effetto di quello per la gente religiosa ritiene sia stato il che ci ha fatto appunto mortali.[2] Nel caso dell’human composting, invece, l’effetto tollerato e non ricercato, diventa fine voluto direttamente e addio al rispetto per la persona che non c’è più. In sintesi, la persona viene usata come concime (nonché fonte i profitto)[3] e il funerale è solo un pretesto.[4]

 

 

 

 

 

[1] http://lanuovabq.it/it/ecco-il-compost-umano-lultima-deriva-nichilista

 

[2] Che personalmente non mi riguarda essendo ateo.

 

[3] Come lo è tuttora d’altronde, pensiamo al business dei funerali, lo sfruttamento dei sentimenti di dolore per cavare quattrini.

http://www.metronews.it/19/05/23/sepoltura-green-ecco-il-compost-umano.html

[4]

LA NUOVA COMPETIZIONE SPAZIALE

•aprile 11, 2019 • Lascia un commento

 

 

Dopo una notte durata 14 giorni terrestri, superata una temperatura imprevista di 190° sotto lo zero, la sonda lunare cinese Coniglio di giada è stata risvegliata e resa operativa. Naturalmente gli organi d’informazione danno la precedenza non tanto al valore scientifico degli esperimenti, quanto al fatto che la Cina è il primo paese (ufficialmente) a far allunare una macchina a cinquant’anni giusti dal primo allunaggio umano. Che ci fanno i cinesi sulla Luna? Finita la competizione USA-URSS, non ha più senso una “conquista dello spazio” alla vecchia maniera: l’unico motivo per andare sulla Luna è restarci costruendo una base stabile, trampolino di lancio per missioni su Marte. Sulla Luna c’è una mini-gravità e, se non ci raccontano frottole, acqua e rocce da cui si possono ricavare ossigeno e carburante. Se Pechino costruisce una base lunare, Washington non può andare su Marte senza costruirne una a sua volta, non si lascia mai alle spalle un avamposto nemico. Ciò significa nuova “competizione spaziale”. Solo che, banalmente, non ci sono i soldi per alimentarla

L’avventura della scienza borghese con i suoi eclatanti risultati non è così luminosa come si dice. Prima di tutto perché, ovviamente, si nutre sempre di troppa ideologia; in secondo luogo, perché c’è ancora l’abitudine di premiare degli individui quando da sempre ogni risultato scientifico è raggiunto da una collettività dove ognuno porta il suo contributo; in terzo luogo, la scienza è talmente legata all’industria che è perfettamente integrata nel ciclo di valorizzazione del capitale. “Risorse umane” e capitale sono così interdipendenti che negli indici economici compare la voce “ricerca” allo stesso titolo di “credito”, “mercato”, “brevetto”. Citiamo appositamente quest’ultima voce perché la proprietà intellettuale rappresenta gran parte delle esportazioni americane. E la citiamo anche perché tale aspetto del capitalismo si sta trasformando in un’arma micidiale. Una ricerca congiunta Nikkei-Elsevier ha mostrato che in 23 dei 30 campi d’avanguardia della scienza, le pubblicazioni cinesi detenevano il record (17 milioni di articoli vagliati dal 2013 al 2018). Dal punto di vista della qualità, la ricerca americana è ancora superiore a quella cinese ma, dato l’andamento attuale, ci sarà a breve il sorpasso anche qualitativo. Tutto ciò, sommato al fatto che la Cina è completamente sorda di fronte alle proteste per la copiatura di brevetti a scala industriale, dà l’idea del perché l’amministrazione americana sia tanto sensibile al problema da avviare campagne protezioniste.

Si sta preparando il Grande Spettacolo Spaziale Bis. Il capitalismo lo vuole. La produzione langue, enormi quantità di capitale fittizio attendono congelate che si muova qualcosa nell’economia per gettarsi sui mercati in nuove avventure speculative. Non esiste uno straccio di teoria economica che possa suggerire qualche rimedio. Così ci si rivolge ancora una volta al Cielo. I sintomi ci sono tutti, e stavolta la posta in gioco non è l’inutile e sterile Luna ma il pianeta meno dissimile dalla Terra, cioè Marte. Sondato, studiato, sorvolato da ricognitori satellitari, percorso da robot cingolati con annesso laboratorio di analisi, il Pianeta Rosso è preso di mira come possibile oggetto di colonizzazione. Per il vorace capitalismo giunto alla sua fase finale, una Terra non basta più, ne occorre un’altra, anche se il sistema solare offre, come possibile doppione, solo un freddo pianetino desertico, con un’atmosfera quasi inesistente e comunque fatta di gas tossici.

Citiamo adesso un capitalista che si è fatto portavoce della necessità di “rendere multiplanetaria” la specie umana portandola su Marte. Ma la fuga dalla realtà capitalistica terrestre a un’altra (ipotetica) realtà capitalistica allo stato attuale è impossibile. Già la prima epoca della “conquista spaziale” s’era spenta senza portare soluzioni alla valorizzazione del capitale. Dal primo satellite artificiale lanciato nel 1957 a oggi, in sessant’anni nessuno ha potuto ricavare profitti tali da rendere effettivi i meravigliosi disegni di stazioni spaziali grandi come città, basi lunari dalle grandi cupole, giardini idroponici che producono cibo e ossigeno. I disegni ritornano, e sono altrettanto fantasiosi di quelli rimasti nei cassetti, solo un po’ aggiornati rispetto alle tecnologie disponibili, benché molto meno di quanto ci si potrebbe aspettare.

La corsa allo Spazio della prima epoca era figlia della competizione militare, ideologica oltre che, naturalmente, del bisogno di valorizzazione del capitale (che avveniva in modo classico soprattutto attraverso gli armamenti convenzionali). Non mancava, è ovvio, il risvolto ideologico di una borghesia che aveva ancora margine per immaginarsi espansiva, alla ricerca di una nuova frontiera, di una specie di Terra Promessa tecnologica in cui trovare lo sfogo necessario a merci e capitali. Passati tre lustri o poco più, la conquista dello Spazio veniva poi relegata alle pagine interne dei giornali per sparire quasi del tutto, tranne nel caso di poche eccezioni che comunque non erano servite a rivitalizzare il settore. Abbandonata la Luna, si era spenta anche la teoria di una grande espansione oltre i confini terrestri, e la massima realizzazione “astronautica” rimaneva la Stazione Spaziale Internazionale, un progetto vecchio di decenni che aveva comportato la costruzione di moduli innestati uno con l’altro, assai meno spaziosi di quelli raffigurati nei disegni di cui sopra, in orbita a un tiro di schioppo dalla superficie terrestre, ospitanti alcuni ricercatori impegnati in noiosi compiti di routine. La Stazione Spaziale Internazionale nei fatti non era altro che un clone della vecchia MIR russa ingrandito e potenziato, un progetto che la diceva lunga sulla capacità di innovazione in ambito di ricerca “spaziale”, mentre da parte americana i collegamenti con la Terra erano ottenuti con un mostro come la navetta Shuttle. Tale veicolo era così complesso, costoso e pericoloso (14 morti) che fu accusato di aver fatto naufragare l’intero programma spaziale (i moduli di rifornimento russi, automatici e spartani, dimostrarono di essere molto più affidabili e meno costosi). Con tali premesse, il destino luminoso di un’umanità trascendente il proprio pianeta originario passava in secondo piano insieme con tutta l’ideologia della conquista. L’uomo rimaneva testardamente abbarbicato alla Terra, incapace di riprodurre nello spazio condizioni di vita non troppo dissimili da quelle terrestri, limitandosi ad assemblare moduli pressurizzati che qualcuno ha definito “grosse pentole a pressione”. Niente astronavi autosufficienti, dunque, ma inerti satelliti dipendenti in tutto e per tutto dai rifornimenti che arrivano tramite razzi a perdere.

 

ESPANSIONE-EVOLUZIONE

 

La tendenza all’espansione fa parte del patrimonio genetico della nostra specie come dicono gli ideologi della conquista spaziale? Da un punto di vista generale, chiunque può dimostrare che l’umanità nella sua storia ha conosciuto epoche durante le quali nuovi territori sono stati raggiunti e abitati. Spinte interne possono essere state alla base di nuove “conquiste”, così come la disponibilità di territori ha potuto rappresentare il concretizzarsi di dette spinte.

Può darsi che un giorno l’umanità trovi necessario o anche solo utile portare qualche suo rappresentante su altri pianeti per colonizzarli, ma è certo che se ciò accadrà sarà fatto nell’ottica di soddisfare un bisogno sociale e non per dare sfogo al bisogno di valorizzazione del capitale. Già abbiamo rovinato un pianeta, sarebbe saggio evitare di ripetere l’operazione in luoghi dagli equilibri ancora più delicati di quelli terrestri.

L’espansione dei gruppi umani è un dato di fatto materiale da quando le prime forme di produzione consapevole hanno permesso la rottura degli equilibri naturali con il conseguente aumento della popolazione. Questo fenomeno è rilevabile anche in altre specie, ma presso gli umani l’effetto è particolarmente visibile. Fermandoci ai mammiferi, nessuna specie oltre all’uomo ha colonizzato così completamente e velocemente le varie aree del Pianeta, per cui è lecito collegare il fenomeno alla capacità specificamente umana di produrre fin dai primordi secondo un piano preesistente al risultato. Il guaio è che, mentre la scala dei fenomeni produttivi all’epoca della pietra scheggiata non si discostava molto da quella dei processi naturali, al tempo delle fabbriche automatiche (e di tutto il restante mondo macchinizzato) il potenziale distruttivo è tale da mettere in discussione lo stesso equilibrio del Pianeta.

Perciò in linea teorica la risposta a un tale attentato all’equilibrio, qui sulla Terra, esclude qualsiasi programma di colonizzazione dello Spazio. Semmai vi sarà nel programma rivoluzionario immediato la necessità impellente di decolonizzare lo spazio terrestre e di disinfestarlo dai prodotti del capitalismo. Tutti provvedimenti che di per sé limiteranno drasticamente il movimento espansivo iniziato nella notte dei tempi ma giunto a un grado di crescita da allarme rosso. Per ri-ambientare il Pianeta sarà necessario il lavoro di decenni.

Per quanto riguarda l’Homo sapiens-sapiens, cioè noi stessi, la sua espansione sui vari continenti a partire dall’Africa è iniziata fra i 60.000 e i 45.000 anni fa, per proseguire con velocità enorme rispetto a quanto era accaduto in tempi precedenti con altri rami della nostra specie. Il fenomeno è ben studiato e ha radici complesse che riguardano sia il patrimonio genetico, sia la capacità acquisita e amplificata di produrre, sia l’aspetto antropologico sociale; e ovviamente non può ripetersi all’infinito. È solo il capitalismo che non può fare a meno di crescere ed espandersi, le società più antiche, quelle pre-classiche, prosperavano per millenni una volta raggiunto un certo equilibrio omeostatico; e in genere scomparivano solo a causa di eventi esterni.

Può darsi che davvero nel nostro programma genetico sia contemplata l’espansione, visto che sembra una caratteristica primigenia. L’ordine dei primati comparve in Africa tra i 25 e i 20 milioni di anni fa. A quel tempo il movimento tettonico aveva appena prodotto un cambiamento locale del clima con la formazione di ecosistemi a macchia di leopardo, entro i quali probabilmente incominciarono a diversificarsi gruppi di nostri paleoantenati. Sia nella foresta primaria, sia nella savana, si fissarono isole di specializzazione alimentare abbastanza stabili da rappresentare la base per linee evolutive esenti da competizione, per cui la mobilità sul territorio era piuttosto scarsa e l’espansione lentissima.

Ma nel lungo periodo foresta e savana rappresentarono insieme un ambiente sinergico, sufficientemente dinamico da favorire la crescita di popolazioni diversificate che diventarono presto competitive, perciò destinate di nuovo alla mobilità. Tra i 5 e i 4 milioni di anni fa si sviluppò Homo Habilis, utilizzatore e poi costruttore dei primi strumenti. Intorno ai 3,5 milioni di anni fa si stabilizzò la posizione eretta, poi, 2,5 milioni di anni fa, la specie Homo si separò definitivamente dagli altri primati. Un altro milione di anni occorse per la preminenza diHomo Erectus e finalmente, 300.000 anni fa, comparve il Sapiens arcaico. Ancora 100.000 anni e questo ramo, ormai sulla strada della preminenza assoluta, iniziò a colonizzare il mondo. Era robusto e adattabile, tanto da non lasciare libero alcun angolo del pianeta. Stava evolvendo a sua volta verso il SapiensSapiens, lo stesso che oggi, insaziabile, vorrebbe andare a colonizzare Marte. Era un animale pericolosissimo, come ben sapeva il Neanderthal, cui diede una mano ad estinguersi nonostante questi avesse il cervello più voluminoso del suo.

Hanno quindi ragione coloro che paventano un pericolo di estinzione: se è vero che la nostra specie ha sviluppato un patrimonio genetico competitivo, è anche vero che proprio la competizione per il territorio ha prodotto un assetto sociale collaborativo entro gruppi diversi, fino a livelli organizzativi molto complessi, come abbiamo visto analizzando antiche civiltà non ancora giunte ai modi di produzione classisti. Tuttavia proprio gli effetti dei modi di produzione classisti hanno neutralizzato gli aspetti collaborativi, in primo luogo attraverso l’introduzione delle prime forme di sfruttamento. La produttività sociale è enormemente cresciuta, ma l’appropriazione privata ha fatto di tali società sistemi in cui l’uomo è nemico di sé stesso. Il capitalismo è ovviamente il modo di produzione più pericoloso in senso assoluto perché il suo bagaglio di conoscenze tecniche e scientifiche cresce in modo esponenziale, fornendogli una potenza mai vista. Questo bagaglio di conoscenze esalta l’aumento smisurato dell’attività produttiva, la quale comporta una pressione enorme sulle risorse non rinnovabili e sulla biosfera nel suo complesso. È evidente che in una simile situazione non è difficile elaborare scenari in cui la nostra specie corre seri pericoli di involuzione o addirittura di estinzione. La teoria di una fuga verso altri pianeti per colonizzarli e rendere la specie multiplanetaria è una conseguenza.

L’espansione è dunque contemplata in tutte le teorie evolutive. Si tratta di vedere se nella teoria della moderna rivoluzione ha ancora senso immaginarla necessaria o anche solo utile, dato che il Pianeta è ormai infestato dal capitalismo al suo ultimo stadio e l’umanità sembra non essere in grado di pensare ad altro che alla salvezza di questo micidiale modo di produzione. Salvezza che per alcuni potrebbe venire soltanto da nuove aree colonizzabili: cioè, visto che sulla Terra lo spazio è finito, da un qualche altro luogo del sistema solare.

 

ESPANSIONE-CONSERVAZIONE

 

L’espansione di cui ha bisogno il capitalismo non ha naturalmente nulla a che fare né con archetipi genetici, né con teorie sull’aumento della popolazione in rapporto alle risorse o alla produzione. Non sono gli uomini capitalistici che ne hanno bisogno ma il capitalismo fornisce agli uomini l’ideologia necessaria per battere quella strada. È prevedibile un rigurgito di ideologia da “Conquista dello Spazio”, la cui causa andrà ricercata nel limite raggiunto dal modo di produzione attuale, non in mistici impulsi verso la conoscenza dell’ignoto, visto che di ignoto sulla Terra ce n’è abbastanza per occupare diverse generazioni di ricercatori in qualsiasi campo.

Se verrà avviata sul serio la corsa al Pianeta Rosso, non sarà perché il capitalismo avrà trovato il suo sfogo, ma perché esso ha raggiunto il suo limite, ovvero perché saranno maturate definitivamente le condizioni per una società nuova.

Come sempre i sintomi del limite raggiunto vanno cercati in anticipazioni della società futura riscontrabili già in questa. E non c’è niente di meglio, come terreno di ricerca, che il comportamento dei maggiori esponenti del capitalismo modernissimo, costretti a rinnegare il modo di produzione di cui sono rappresentanti eminentissimi. Abbiamo fermato la nostra attenzione su di uno in particolare, l’87° in graduatoria secondo Forbes.

Elon Musk è un imprenditore miliardario. Laureato in fisica ed economia, è amministratore delegato della Tesla, fabbrica di automobili elettriche. Co-fondatore di Pay Pal, sistema di pagamento su Internet, ha diversificato le proprie attività fondando Space-X, un’azienda di servizi spaziali che mette a disposizione navette di collegamento con la Stazione Spaziale e razzi vettori per la messa in orbita di satelliti commerciali. Sta costruendo la più grande fabbrica del mondo, dove all’inizio saranno prodotte soprattutto batterie agli ioni di litio e in un secondo tempo altre merci in sinergia con la linea di produzione delle varie consociate, ad esempio tecnologie per lo sfruttamento dell’energia solare. Proprio perché conosce la tecnologia, questo strano capitalista sa bene che in mani sbagliate essa può provocare disastri. Perciò sostiene che le macchine vanno controllate e messe in condizioni di non nuocere e, coerentemente con questo assunto, ha fondato un’associazione non-profit che si occupa di Intelligenza Artificiale (Open AI), investendovi un miliardo di dollari. Vive per le macchine e grazie ad esse ma mette in guardia contro il sistema che le usa. Con le stesse motivazioni prevede prima o poi una catastrofe tale da mettere in discussione la nostra esistenza come specie, per cui ha iniziato a produrre alcune parti di un sistema globale in grado di portare un milione di terrestri su Marte nei prossimi 100 anni. O almeno così dice.

Dice inoltre che non glie ne importa niente dei soldi: li accumula solo per veder realizzato il suo progetto marziano. Questa vantata indifferenza per il guadagno che non sia finalizzato ai suoi scopi extra imprenditoriali alimenta la diffidenza di altri imprenditori sulla fattibilità tecnica del progetto che, senza l’obiettivo del profitto, sarebbe una vera follia. Egli risponde con le realizzazioni funzionanti e già produttive di profitti, e sembra prendere in giro i suoi critici con filmati e immagini di computer-grafica da fantascienza di serie B. È chiaro che un razzo alto 130 metri e con 12 metri di diametro non è altro che un’evoluzione del gigantesco Saturno V costruito per portare gli equipaggi sulla Luna, quindi niente spinte evolutive, dato che il salto in una situazione nuova deve comportare parametri nuovi. Ma oltre a ciò, nella propaganda di Musk vi è l’ostentata presentazione grafica dei vari progetti in uno stile che sembra fatto apposta per attirare sorrisi di sufficienza: enormi spazi in cui prendono posto almeno 100 uomini di equipaggio, una “sala di comando” che si apre sull’universo attraverso una impossibile vetrata, il voluto, marcato aspetto fallico del missile, la commistione di elementi tecnico-scientifici con scenari di pura fantasia, ecc.

Musk ha ventilato la cifra per l’equipaggio: 10 miliardi di dollari cadauno, 1.000 miliardi in tutto.[1] A differenza di sessant’anni fa, il reperimento di capitali non è semplice. Allora si trattava di utilizzare un surplus che in parte già veniva “consumato” in armamenti e in parte alimentava spontaneamente la pretesa nuova frontiera spaziale. È vero che il business spaziale aveva bisogno di successi, ma questi erano proporzionali al capitale investito, dato che non erano in ballo tecnologie veramente nuove. Oggi non vi sono capitali liberi in cerca di rami d’investimento ma sono gli operatori di certi rami d’investimento che devono farsi in quattro per attirare l’attenzione di eventuali possessori di capitali. E siccome lo stato ha chiuso la borsa, diventa essenziale non solo trovare denaro, ma trovarne molto altrove, soprattutto attraverso cordate di capitalisti interessati ai progetti e fiduciosi nei confronti di chi li ha illustrati e adopererà il denaro.

In un certo senso il capitalismo è costretto a tornare indietro, tornare a quando, per investimenti importanti, la banca pattugliava il mercato alla ricerca di piccoli capitali che, raggruppati, rappresentavano una sufficiente massa critica. L’operazione Marte, quindi, da una parte è dettata dalla necessità di espansione in un contesto che la espone al rischio di un fallimento; dall’altra riceve una spinta dal fatto che esistono grandi quantità congelate di capitali fittizi che oscillano fra l’impiego speculativo e l’investimento produttivo. Ma chi garantisce quest’ultimo nell’epoca in cui l’epopea spaziale non è che un ricordo? Un conto è poggiare l’investimento privato su di un settore industriale in espansione pilotata, rispondente ai canoni del keynesismo; un conto è poggiarlo su di un settore di nicchia, che deve già la propria esistenza ai salti mortali del capitale per trovare una propria collocazione.

 

PROGETTI A GO-GO, REALIZZAZIONI SCARSUCCE

 

Elon Musk dice di sé: “Mi piacerebbe che parlassero di me come di uno che ha fatto una piccola fortuna con l’industria aerospaziale… Il guaio è che sono partito da una grande fortuna e ho rischiato il fallimento“.[2]

È un modo per sottolineare che con i tempi che corrono riuscire a guadagnare con l’attività aerospaziale richiede progetti particolari.

Al momento sembra che gli affari gli vadano non troppo male. Quando ha venduto Pay Pal ha intascato 180 milioni di dollari, investendoli nelle sue fabbriche. Quando ha fondato la fabbrica di automobili Tesla a spinta elettrica integrale è riuscito a sfruttare una nicchia di mercato che sopportava un valore di scambio molto alto per un valore d’uso poco richiesto. L’auto elettrica si è portata dietro la già ricordata fabbrica di batterie che produrrà per il mercato, e non solo per Tesla, ed è funzionale ai tetti fotovoltaici (Solar City) che hanno bisogno di batterie per l’accumulo indipendente di energia. Tutto il suo giro d’affari, infine, gravita intorno all’azienda aerospaziale, attualmente in attivo (Space-X), quella stessa che dovrà fare arrivare un equipaggio su Marte. La “piccola fortuna” con l’industria aerospaziale l’ha portato fra i 100 capitalisti più ricchi del mondo con un patrimonio personale di 12 miliardi di dollari e 43.000 dipendenti.

Perché citare questo strano borghese che dice di volere accumulare soldi solo per realizzare un sogno marziano? Non vedremo forse ripetersi negli stessi termini l’ubriacatura spaziale di sessant’anni fa, ma se il capitale avvertisse una qualche brezza di valorizzazione in stile Elon Musk possiamo star certi che non si tirerà indietro di fronte alle oggettive difficoltà di sfruttare capitalisticamente Marte. Eppure il Pianeta Rosso è la tomba di innumerevoli missioni. Il fatto è che il capitalismo moderno se ne frega della coerenza tra gli investimenti e gli scopi per cui vengono effettuati. Non per niente Keynes proponeva seriosamente di investire per scavare buche al solo scopo di riempirle.

Marte è un vero e proprio killer per la maggior parte delle missioni dirette a conoscerne le caratteristiche, sia a distanza che sul terreno. L’ultimo fallimento si è verificato l’ottobre scorso, quando la sonda Schiaparelli, parte della missione europea Exomars, si è schiantata sul suolo marziano. È vero, la missione nel suo insieme è stata un successo e anche il malfunzionamento che ha portato alla perdita della sonda, essendo monitorato, sarà utile per le missioni successive, ma il fatto che non vi siano alternative all’utilizzo di grossi vettori, alla pianificazione di tempi lunghi per il viaggio, alle zone d’ombra senza segnali dovute alla rotazione del pianeta e ai tempi di comunicazione (16 minuti delle onde radio andata e ritorno), pone ogni missione sotto la spada di Damocle della statistica: da quando è iniziata l’esplorazione marziana, la probabilità di successo è di circa 1 su 3 e non si è mossa di lì.

Furono i sovietici a calcolare per primi una rotta newtoniana dalla Terra a Marte. Nel 1960, sulla base di quei calcoli, spedirono due sonde, Mars 1960A e Mars 1960B, che si persero nello spazio prima di arrivare a destinazione. Tre nuove sonde furono spedite nel 1962 (Mars 1962A, Mars 1962B e Mars1): due non si sganciarono dall’orbita terrestre, la terza si perse prima di arrivare. Nel 1964 i russi riprovarono con Zond2, altro fallimento. Gli americani entrarono in ballo nello stesso anno con Mariner 3 e 4. La prima si perse, la seconda arrivò a piazzarsi in un’orbita marziana e inviò per la prima volta foto della superficie. Fu la prima batosta psicologica: si confermava che Marte non era più ospitale della Luna, un pianeta morto, tossico, freddissimo.

Seguirono altri 4 Mariner e 2 Mars, i quali, tra fallimenti e successi documentarono una certa attività nell’atmosfera marziana (tempeste di sabbia). Nel 1971 i russi tentarono per la prima volta di atterrare sulla superficie marziana con due sonde in grado di rilasciare un lander semovente. Il primo si disintegrò nell’atmosfera, il secondo atterrò ma inviò segnali solo per 15 secondi. Comunque fu il primo manufatto umano a toccare il suolo marziano. Nel 1973 fu la volta di Mars 4, 5, 6 e 7. Mars 5 fu l’unico a funzionare e inviò 60 fotografie prima di incepparsi. Nel 1976 gli americani misero in orbita marziana 2 Viking che fecero scendere con successo 2 lander. I russi rimasero inattivi fino al 1988 quando inviarono 2 sonde a studiare i satelliti di Marte (missione fallita a metà). La serie degli esiti negativi mise a dura prova la capacità di spesa degli enti spaziali, e le missioni furono diradate. Tra il 1993 e il 1999 fallirono gli americani Mars Observer, Mars Climate Orbiter, Mars Polar Lander e due sonde Deep Space; nel 2003 la sonda giapponese Nozomi e il lander europeo Beagle.

Su 55 missioni indirizzate alla conoscenza del Pianeta Rosso, solo 18 sono riuscite anche solo parzialmente. Ovviamente ogni progetto “marziano” deve tener conto dell’alta mortalità verificatasi nel passato. Ora, nelle varie presentazioni ufficiali dei progetti questo dato è omesso. Ciò non significa che i progettisti non ne tengano conto: significa soltanto che per tenerne conto essi devono abbassare drasticamente il grado di fattibilità. Detto in termini rovesciati, per ottenere un grado decente di fattibilità devono migliorare drasticamente tutti i parametri che comportano alta probabilità di errore, vale a dire, in regime capitalistico, aumentare drasticamente i costi. E questo non lo possono fare in sede di reperimento delle risorse. Perciò tutti i progetti attualmente presi in considerazione rappresentano un compromesso fra la reale fattibilità in fascia di alta sicurezza e la fattibilità “commerciale”. Quest’ultima deve tener conto di investimenti di fronte a ragionevoli rientri in termini di dollaroni, al netto delle speranze di chi è disposto a mettere capitali anche in presenza di alto rischio, come nel caso, appunto, di Elon Musk. Il quale però, ammette di aver stipulato una specie di assicurazione contro i rischi: tutte le sue imprese, incluse quelle derivanti dai progetti più arditi, dovranno sottostare a un unico criterio di fattibilità, vale a dire che i progetti e le attività di reperimento fondi dovranno corrispondere o comunque riferirsi a leggi della fisica.

L’esempio più chiaro di contraddizione con tale stato di cose è il progetto Mars One, sviluppato in Olanda: per aggirare gli ostacoli legati ai costi e alle difficoltà di realizzazione per quanto riguarda il carico pagante, la missione è strutturata intorno all’ipotesi di un viaggio di sola andata. I futuri coloni permanenti dovrebbero cioè andare su Marte consapevoli del fatto che per loro sarebbe negato il ritorno, per cui dovranno subito darsi da fare per rendere abitabili i moduli del primo insediamento. Data la situazione, l’equipaggio dovrà essere misto, uomini e donne, e siccome è previsto che si dovranno affrontare conflitti interni fra coloni, ci sarà anche una regia, una sceneggiatura e uno spettacolo tipo “Grande Fratello” venduto agli organi d’informazione per far cassa ecc. ecc.

 

LA GRANDE CONTRADDIZIONE

 

È interessante notare che, nella stessa giornata in cui veniva esposta la relazione qui trascritta, venivano presentati altri due lavori strettamente collegati: 1) la perdita di energia del sistema capitalistico e l’aumento di inefficienza dello stato, 2) una teoria per l’immenso sciupio capitalistico.

È evidente che la fuga marziana si colloca nel contesto del capitalismo attuale come conseguenza diretta di una crisi sistemica. In altre parole: il capitalismo cerca di sfuggire alla legge della caduta del saggio di profitto investendo in robotica e sistemi automatici di produzione basati sull’intelligenza artificiale. Nessun singolo capitalista ammetterebbe che già il ricorso all’automazione è stata la causa della caduta del suo saggio di profitto, ma ogni individuo che abbia qualche dimestichezza con i modelli di realtà può agevolmente osservare come i tre argomenti siano non solo concatenati ma aspetti della stessa situazione. Un confronto fra la situazione di oggi e quella degli anni ’50 del Novecento presenta qualche difficoltà, ma la ricerca di alcune invarianze può aiutare a capire. Nel 1957 i vettori a razzo erano ricavati da missili balistici intercontinentali in grado di portare a bersaglio una o più testate nucleari. Da questo punto di vista oggi la situazione non è troppo diversa: i missili si sono ingranditi, alcune tecniche sono maturate, i computer di bordo e a terra si sono perfezionati, ma il missile vettore è sempre un proiettile di cannone con al massimo un aggiustamento del tiro. Sonde come Cassini hanno viaggiato per anni nel sistema solare sfruttando l’effetto fly by per essere accelerate e “fiondate” dalla gravità dei pianeti giganti Giove e Nettuno. Vale a dire che dette sonde sono state immesse in un percorso newtoniano (balistico) complicatissimo ma perfettamente conosciuto e prevedibile, dove gli scostamenti sono stati minimi e quindi corretti man mano proseguiva la missione.

Una prima contraddizione è riscontrabile dunque nel risveglio della “Conquista dello Spazio” sotto il segno di progressi tecnico-scientifici che, a parte l’aumento della potenza di calcolo dei computer, in realtà non ci sono stati. Il supermissile mostrato da Elon Musk al convegno astronautico di Guadalajara (Messico) non è diverso dal Saturno V che portò l’uomo sulla Luna. Migliora la strumentazione e forse la capacità di controllo per il recupero del serbatoio, per il resto è un mostro che brucia migliaia di tonnellate di combustibile in pochi secondi come il suo antenato di sessant’anni fa (il Saturno V delle missioni Apollo ne bruciava 3.000 tonnellate).

   Una seconda contraddizione è riscontrabile a livello di progetto e realizzazione: al culmine degli anni ’60 del Novecento nei soli Stati Uniti lavoravano 500.000 persone al programma Apollo che avrebbe portato l’uomo sulla Luna. La spesa complessiva era di tutto rispetto: 24 miliardi di dollari dell’epoca. Oggi le tecniche di progetto assistite al computer e l’automazione di molti processi produttivi ridurrebbero drasticamente i numeri del passato. A un progetto di esplorazione marziana tramite rover automatica con annesso laboratorio di analisi lavorano poche decine di persone, coadiuvate da un certo numero di operatori aggregati al progetto in outsourcing. La capacità di spesa è enormemente aumentata, ma nell’attività spaziale il ritorno in profitti non è garantito, perciò si verifica un paradosso: finora sono stati tagliati poco keynesianamente i fondi per la NASA e altri enti spaziali ma si sono spese senza fiatare cifre enormi per il salvataggio diretto delle attività capitalistiche, ad esempio i 12.000 miliardi per tamponare la crisi (forse i 3.000 miliardi della guerra in Iraq hanno ancora avuto qualche effetto keynesiano). Questo relativismo economico-scientifico è micidiale per ogni progetto di ricerca per la semplice ragione che le presunte leggi dell’economia hanno sempre il sopravvento sull’investimento in campo scientifico: “Quando la crisi sarà passata penseremo a Marte”. Si dimentica che in margine al programma marziano è sempre stato detto che proprio tale programma avrebbe potuto stimolare l’economia e farla uscire dalla crisi.

Una terza contraddizione scaturisce dal profondo dei programmi scientifici là dove si studia il comportamento delle macchine per progettarne di nuove, dalle prestazioni sempre più avanzate specie per quanto riguarda l’Intelligenza Artificiale. Mentre la maggior parte degli addetti ai lavori è perfettamente d’accordo sul fatto che si debbano perfezionare le macchine automatiche anche fino alla sostituzione totale dell’uomo, una minoranza agguerrita sostiene che non è saggio affidare le nostre sorti a macchine che stanno per superare le nostre capacità non solo operative ma anche intellettive, o almeno ci provano con simulazioni molto realistiche. Di questa minoranza fanno parte l’astrofisico Stephen Hawking, il supercapitalista Bill Gates, un nutrito gruppo di scienziati e lo stesso Elon Musk. Essi affermano che l’uomo evolve in tempi biologici naturali, mentre le macchine si perfezionano in tempi fisici artificiali accelerati, perciò prima o poi prenderanno il sopravvento e non sarà una cosa piacevole. Le contraddizioni sono presenti già nella formulazione: la macchina è il prodotto di progettazione umana, com’è possibile che prenda il sopravvento? Inoltre: Larry Page di Google sta sviluppando un’intelligenza artificiale per muovere le automobili con pilota robotizzato e lo sta facendo in joint venture con Elon Musk, già impegnato con Tesla su questo fronte.[6] Evidentemente si può sostenere che le macchine intelligenti sono pericolose e nello stesso tempo lavorare alla ricerca sulle macchine intelligenti. La spinta materiale è sempre relegata al campo delle cose – fattibili o meno – adatte a salvare il capitalismo, tecnologia o primitivismo, super produzione o crescita controllata, macchine intelligenti o robot stupidi, ecc. Da notare che Hawking ha bisogno di una sofisticatissima macchina per vivere, Musk vive producendo sofisticatissime macchine e Bill Gates fornisce ad esse il software senza il quale nessuna macchina automatica sarebbe in grado di funzionare

Aiuta a capire questo discorso l’affrontare il problema del rapporto tra proprietà e Stato ovvero affrontare la tematica della trasformazione del capitalismo sotto l’effetto della rivoluzione proletaria che avanza nonostante non sia evidente lo scontro di classe. Ogni società che invecchia presenta al suo interno dei caratteri anticipatori della società nuova che deve subentrare. Così, al confine fra il capitalismo e la società comunista, la struttura stessa del modo di produzione presente evidenzia interessanti anticipazioni. La forma aziendale, passando dalla struttura classica (proprietario che dirige fisicamente la produzione, gli investimenti e in genere il processo produttivo) a quella modernissima basata sul capitale creditizio (capitalista proprietario di una quota azionaria, rentier staccatore di cedole che affida la gestione della fabbrica a funzionari stipendiati) modifica la propria natura erodendo di fatto, dall’interno, lo stesso modo di essere del capitalismo. Ovviamente finché la classe dominante e il suo stato mantengono il potere, questa situazione non presenta particolari e suggestive soluzioni allo scontro di classe. Tuttavia proprio la ibridazione della struttura capitalistica pone dei problemi non indifferenti per quanto riguarda una valutazione delle forze messe in campo da due modi di produzione che si scontrano.

Negli anni ’50 del secolo scorso, l’abbiamo visto, l’attività “astronautica” era svolta all’insegna della propaganda politico-militare sullo scenario di una corsa agli armamenti che era in corso di per sé senza il bisogno di balle spaziali. Queste ultime rafforzavano semplicemente la tendenza, e semmai davano un tono scientifico alle argomentazioni dei generali. Già allora erano presenti alcune caratteristiche da capitalismo ultramaturo che la nostra corrente rilevava come saggi di società nuova all’interno di quella morente.

L’immane dispiegamento di risorse che stava alla base dell’avventura spaziale anni ’50-’70 del secolo scorso faceva parte della struttura tipica del capitalismo senile e moribondo: lo stato era il committente pagatore di ultima istanza e una pletora di aziende appaltatrici rappresentavano la rete esecutiva. Ora, l’azienda appaltatrice ha una caratteristica specifica, diventata comune nel corso della grande depressione: quando si generalizzò lo stato imprenditore moderno teorizzato dalle dottrine keynesiane, essa assunse una struttura “snella” che si adattava al lavoro ottenuto in appalto; poteva al limite non possedere alcuna fabbrica, officina, macchine e operai alle proprie dipendenze e “adoperare” strutture altrui sulla base della vincita di gare e dell’assegnazione di commesse. Nel caso avesse macchine e impianti propri, anche questi erano in genere dislocati volta per volta dove risultavano necessari, acquistati, usati e rivenduti, oppure semplicemente affittati. In teoria tale azienda appaltatrice deve disporre delle risorse economiche necessarie per attivare la produzione, ma anche in questo caso le è facile ottenere anticipi di capitali dal sistema creditizio sulla base dei contratti per i lavori aggiudicati, offrendo in garanzia i mandati di pagamento (molto spesso non c’è neppure bisogno di tali anticipi, ci pensa direttamente lo stato). Ovviamente in un sistema del genere, con l’aiuto delle varie lobby, è anche facile stabilire prezzi superiori al valore effettivo dei lavori, dato che, siglati i contratti, la produzione in oggetto esce dalle regole del mercato e della concorrenza (la degenerazione successiva, cioè l’eccesso di corruzione che contribuirà a mettere in crisi l’intero sistema, è cronaca internazionale almeno degli ultimi trent’anni).

È facile capire come il connubio fra produzione militare e spaziale potesse mettere in moto una percentuale notevole dell’economia in un paese come gli Stati Uniti, il cui presidente Eisenhower, generale dell’esercito, già denunciava con preoccupazione il sistema integrato industrial-militare. I due settori insieme, infatti, costituivano il 9% del PIL in un paese che all’epoca rappresentava, da solo, la metà del PIL mondiale.

Nella misura in cui la spesa pubblica si traduce in profitto privato, e programmi di sviluppo e d’investimento industriale non trovano ostacoli nel mercato, anzi sono foraggiati economicamente e sostenuti politicamente, è chiaro che il capitalismo inspira corroboranti boccate di ossigeno, e per di più parte della classe borghese gode dell’ineffabile privilegio di non pagare nulla per il mantenimento del proprio stato, cioè dell’organo del dominio di classe. In tal modo lo stato diventa interlocutore privilegiato: privatizza i profitti e socializza le perdite, rende pubblico il capitalismo senza prendere parte direttamente al processo di valorizzazione. Delegando a interessi privati la sua funzione storica diventa il motore del capitalismo pubblico nell’interesse di quello privato, ma togliendo ai singoli capitalisti il potere di decidere le sorti dell’economia. Diventa insomma uno strumento di dominazione pura da parte della borghesia.

 

La sbornia di ballistica spaziale anni ’50-’70 era l’espressione, nell’America liberista, di una reale sottomissione dello stato al capitale, che però non si traduceva in strapotenza del possessore di detto capitale, singolo o azionista che fosse, in quanto anche il capitalista dipendeva dalle possibilità di valorizzazione, cioè dai caratteri non modificabili del sistema produttivo giunto a quella fase. Sia lo stato che il capitalista singolo a questo stadio perdono necessariamente il controllo della massa di capitale messa in movimento da detto sistema:

Né si può dire che in Russia la corsa alla Conquista dello Spazio godesse di privilegi dovuti al fatto che là si era in grado di mobilitare più risorse grazie allo stato. In realtà, dal punto di vista sistemico, è indifferente sapere chi è il titolare della proprietà o anche se esiste o meno un proprietario . Ciò che caratterizza il capitalismo è l’esistenza del capitale e dei suoi meccanismi di accumulazione. Come esistono capitalisti senza capitali, l’abbiamo visto, così esistono capitali senza capitalisti. La rinnovata sbornia di ballistica spaziale che probabilmente si scatenerà, partendo da aziende e gruppi finanziari privati, non è di segno diverso rispetto a quella precedente. Il capitalismo giunge alla sua fase finale, imperialistica, dopo una parabola storica che rende irreversibile la condizione raggiunta. E questa condizione è il vero capitalismo di stato, dove sia l’organo di dominio di classe, sia i privati o collettivi capitalisti ballano alla musica del capitale e mai più viceversa. È profondamente sbagliato guardare alle modernissime tendenze all’interventismo statale, volto a rattoppare gli immensi disastri sociali, come ad una riduzione dei caratteri capitalistici della società attuale. Ma è altrettanto sbagliato vedere nell’attivismo dei supercapitalisti individuali di oggi un ritorno alle condizioni precedenti di accumulazione.

È vero: oggi otto persone posseggono quanto possiede la mezza umanità più povera del pianeta.[3] Oppure, se si vuole, l’1% della popolazione mondiale ha un reddito pari al restante 99% dell’umanità. Sono cifre impressionanti, ma anche se variasse drasticamente la curva della distribuzione della ricchezza o del reddito, il capitalismo sarebbe sempre sé stesso, anzi, sarebbe più virulento ancora perché una distribuzione di valore come quella odierna è assolutamente negativa per il capitale, che vorrebbe il massimo sviluppo dei consumi per eliminare la piaga della sovrapproduzione di merci e capitali.

Se osserviamo i supercapitalisti che oggi riempiono le cronache con le loro prodezze misurate in prestazioni di valore ricavate dai propri capitali, ci rendiamo conto che la parte materialmente produttiva è insignificante rispetto ai totali da capogiro pubblicati sui media. Il citato Elon Musk è uno di quelli che ancora producono qualcosa di materiale, ma se andiamo ad analizzare i suoi profitti ci rendiamo conto facilmente che il gran castello di carte aziendale di sua proprietà si sostiene per metà sulla finanza e per metà sul differenziale di plusvalore ottenuto con i suoi speciali prodotti, cioè sulla rendita. E la rendita non è altro che sovrapprofitto carpito da qualcuno a qualcun altro. Un risultato ancora più eclatante risulterebbe ovviamente da un’analisi dei profitti di aziende decisamente orientate alla produzione immateriale, se ancora si può chiamare così.[4] Facebook “vale” 300 miliardi di dollari in borsa e produce profitti per 2 miliardi. Google vale 498 miliardi e fa profitti per 22. Amazon vale 366 miliardi e fa profitti per 750 milioni.

Questa situazione potrà essere lo scenario adatto all’impresa marziana attualmente in incubatrice solo se si metterà in moto un meccanismo analogo a quello di sessant’anni fa. Cioè un coordinamento, da parte dello stato (o degli stati), di migliaia di imprese appaltatrici cui si regalerà profitto in cambio semplicemente di esistere e lavorare al Big Fucking Rocket (sic) che già Elon Musk ha elevato a simbolo della “sua” avventura cosmica. Se lo sforzo economico per andare sulla Luna è costato 24 miliardi di dollari/1970, quello per mandare un equipaggio su Marte costerebbe 300 miliardi di dollari/2017, moltiplicati per un coefficiente che tenga conto della distanza Terra-Marte che è 400 volte quella Terra-Luna. Considerando che sulla Luna non vi erano installazioni fisse e orbitanti (a parte il modulo di servizio) che invece su Marte diventano indispensabili, alcuni hanno ipotizzato una spesa di almeno 1.000 miliardi di dollari. Secondo calcoli più realistici si potrebbe arrivare a un multiplo di tale cifra.[5]

Perché si introduce la funzione dello stato, quando i migliori progetti partono proprio dal principio di non ricorrere più di tanto allo stato, già in difficoltà con l’ordinaria amministrazione? Il solito Elon Musk, ad esempio, auspica una semplice estensione degli accordi che già ha siglato con l’Ente spaziale americano NASA, ma sa benissimo che quando si metterà in moto la Conquista dello Spazio Due Punto Zero ci sarà anche la Grande Mungitura della Vacca Statale. La posta in gioco è troppo grande e il business sarà diventato Too Big to Fail (troppo grande per fallire), come nel caso delle banche all’inizio della crisi attuale, cosiddetta dei subprime.

La cifra sopra ipotizzata può essere messa in discussione ma è certo che l’ordine di grandezza è quello. È comunque chiaro che, se si metterà in moto la corsa cosmica, l’industria vorrà la parte del leone, ma soltanto lo stato potrà finanziare progetti a lungo termine in deficit spending, cioè facendo debiti (o creando moneta, che è la stessa cosa).

 

LA PRIMA FASE DELL’AVVENTURA COSMICA

 

Abbiamo visto che nella prima fase della Conquista dello Spazio lo stato ha assunto, per conto del capitale che lo domina, le tre fondamentali funzioni legate all’economia capitalistica:

 

 

  • La proprietà giuridica di fabbricati, impianti e infrastrutture; in questo primo caso che riguarda gli immobili e spesso anche impianti e strutture varie, lo stato mette a disposizione aree attrezzate a diversi livelli di completezza. Ciò permette di superare le spese dovute alla rendita, che sono rapportate a canoni di affitto o addirittura azzerate. Ad esempio Elon Musk si avvale, per alcuni lanci di razzi commerciali, delle strutture statali realizzate per la NASA.
  • La fornitura di capitali consistenti ottenuti con la raccolta di capitali troppo piccoli per servire a grandi progetti; in questo secondo caso il capitalista può fare a meno del ricorso alle odiate banche in quanto lo stato supplisce direttamente alla raccolta di capitali eliminando le spese per interessi.
  • Il coordinamento industriale che fa di molte industrie un solo aggregato finalizzato a un progetto unitario. In questo terzo caso le singole industrie coordinate centralmente possono usufruire di una robusta copertura rispetto alle insidie del mercato e della concorrenza, semplicemente firmando accordi specifici di appalto con durata stabilita e con garanzia del profitto quando non addirittura di sovrapprofitto. Lo stato si fa transitoriamente industria totale mentre i capitalisti che partecipano al progetto sono coordinati come reparti di una stessa industria

Se nelle singole aziende questi tre fattori fondamentali possono riguardare più persone o un’unica figura di capitalista, nello stato la semplice funzione di coordinamento e di controllo costituisce un tutto unico le cui parti non possono più agire separate.

Forse la migliore immagine di detta funzione dello stato l’abbiamo con il varo del già ricordato progetto per unoSpace Transportation System, meglio conosciuto come Shuttle. Si trattava di costruire un veicolo in grado di portare in orbita bassa il massimo carico pagante possibile per poi ritornare a terra planando nell’atmosfera, rullare su una pista come un aeroplano qualunque ed essere riutilizzato per numerose missioni. Il veicolo in questione si dimostrò subito di complessità inaudita per l’estrema sofisticazione delle soluzioni sistemiche adottate. Era in grado di mettere in orbita grandi carichi ad ogni missione, di avere un equipaggio con sette astronauti (dieci in missioni di emergenza), di eseguire con precisione operazioni di docking (attracco) per travasare uomini e cose nella e dalla Stazione Spaziale Internazionale, di manovrare in orbita per riparare satelliti manufatti (come l’osservatorio astronomico Hubble), ecc. ecc. Ma l’estrema complicazione in rapporto alle specifiche di sicurezza richieste dopo il primo grave incidente,[13] lo gettò nelle braccia dell’industria; la quale, avida di commesse ad alto valore aggiunto, se ne impossessò per anni, facendo lievitare i costi al punto di assorbire risorse enormi, tali da impedire qualsiasi altro progetto. Il sistema degli appalti si auto-distribuì la produzione dei materiali utili alla costruzione di qualche decina di esemplari, ma soprattutto si buttò sul sistema di controlli per la sicurezza, giungendo ad impiegare fino a 25.000 specialisti di svariate aziende.

La richiesta di rendere recuperabile il materiale necessario per collocare in orbita la navetta fu disattesa in gran parte: i due razzi di spinta vennero fatti cadere con sistemi di paracadute e recuperati, ma il grande razzo-serbatoio con tutti i motori andava perso ad ogni lancio, al costo di mezzo miliardo di dollari ogni volta. E tutto questo mentre gran parte degli approvvigionamenti della Stazione Spaziale venivano eseguiti regolarmente e a basso costo da navicelle automatiche russe. Alla fine del programma, la navetta aveva compiuto comunque 133 missioni, ma ad un costo umano e finanziario spropositato.

La contraddizione insita nel fatto che in margine alla “ricerca spaziale” si strombazzino a 360° le magnifiche prospettive della scienza mentre con il sistema degli appalti la prospettiva reale è quella del massimo profitto ottenuto non importa come, è messa in risalto nella inchiesta promossa dal governo americano dopo il disastro della Challenger in cui è compresa una relazione firmata dal fisico Richard Feynman: “Non c’è abbastanza memoria nel computer principale per tutti i programmi di ascesa, discesa e gestione del carico utile durante il volo, così gli astronauti devono caricare quattro volte la memoria dai nastri di backup. A causa dell’enorme sforzo necessario a rimpiazzare il software per un così sofisticato sistema e per collaudarlo realisticamente, nessuna variazione è stata apportata all’hardware fin da quando il sistema è stato varato quindici anni fa. L’hardware oggi è obsoleto. Per esempio si montano vecchie memorie a nuclei di ferrite e diventa sempre più difficile trovare fabbricanti che supportano ancora affidabilmente e ad alto livello di qualità questi computer vecchia maniera. I computer moderni sono molto più affidabili, possono elaborare i dati più velocemente, hanno circuiti semplificati, permettono di fare più cose e non richiedono più il continuo trasferimento di dati dalla memoria di backup, perché hanno più capaci memorie proprie[6]

Non c’è bisogno di commentare questa critica che va ben al di là dell’uso di tecnologie obsolete per quello che doveva essere il fiore all’occhiello della ricerca scientifica mondiale. Feynman fu boicottato per questa sua critica e fu costretto a intervenire più volte per difendere la propria denuncia delle condizioni in cui veniva portato avanti il programma spaziale:   “Per una tecnologia di successo la realtà deve avere il sopravvento sulle pubbliche relazioni. La natura non può essere ingannata”.[7]

La battaglia si fissò sulle cifre indicative della probabilità che succedesse il disastro. La NASA cercò di dimostrare che detta probabilità era una su diverse centinaia di milioni. Feynman affermò che in realtà si poteva ragionevolmente (matematicamente) parlare di 1 su 50 o 100. Nel 2003 esplose la Columbia, provocando altri 7 morti.[8] I computer erano stati aggiornati, i controlli erano stati intensificati. Ma non era cambiato nulla nel sistema degli appalti, delle lobby e dello stato al servizio selvaggio del capitale.

 

LA IMMINENTE SECONDA FASE DELL’AVVENTURA COSMICA

 

Elon Musk non è diverso da tutti i giovani capitalisti che hanno avuto successo negli ultimi decenni, specie nel campo delle merci legate alle nuove tecnologie: mostra dunque di stare alla larga dal mondo della finanza. Le sue sono fabbriche produttive, dice in tutte le interviste (tante) nelle quali illustra la sua dottrina. La loro crescita e affermazione è frutto di tecnologia e investimento privato, un mix molto americano, se non fosse che l’America è il paese più finanziarizzato e meno produttivo (nel senso di “economia reale”, come la chiamano) del mondo.

Rispetto alle produzioni immateriali di Microsoft, Google, Facebook, Oracle o Amazon, le fabbriche di Musk sembrano davvero un revival di produzione hardware, che si tocca, fatta di metallo e plastica, con viti, bulloni, meccanismi. In poco più di dieci anni Tesla, Space-X, Solar City hanno capitalizzato 44 miliardi di dollari e prossimamente GigaFactory1[17] dovrebbe aggiungerne, mentre covano altri progetti, altre sinergie, come Hyperloop, un sistema di trasporto ultraveloce. Ma il capitalismo non è la fabbrica o il suo padrone: è un rapporto sociale, una dinamica indipendente dalle persone che la rappresentano. Quindi Elon Musk deve essere semplicemente il rappresentante di un sistema che non è in suo potere plasmare. Quel che succede è, anzi, proprio il contrario. Di conseguenza devono sparire le presunte peculiarità del piccolo impero muskiano.

E infatti spariscono. Per dieci anni la maggiore preoccupazione di Musk è stata quella di realizzare un sistema produttivo in grado di attirare la fiducia dei “mercati”, vale a dire di coloro che erano disposti a rischiare (o comunque investire) denaro. Oggi le aziende del gruppo sono “avviate”, e per mantenere la fiducia acquisita devono presentare i conti sotto forma di piani di investimento per nuovi prodotti. Già, perché la propaganda vuole che, appunto, si vendano prodotti, non idee o bit. Nel corso di questi dieci anni Musk ha dovuto più volte dimostrare di avere grinta sufficiente per disarmare i più scettici, dato che non si occupava precisamente di merci tradizionali ma di merci d’avanguardia come automobili elettriche autopilotate, tetti fotovoltaici ad accumulo e missili interplanetari. Anzi, di missili commerciali, per adesso; quelli interplanetari fanno parte del futuro. C’è sempre bisogno di un futuro quando il presente non conduce da nessuna parte.

Naturalmente è il capitalismo che non va da nessuna parte, contrariamente a quanto sostiene la maggior parte degli economisti, mentre il nostro capitalista sembra invece aver capito l’antifona. Per mantenere la fiducia conquistata (che vuol dire anche aver ottenuto capitali per decine di miliardi), non basta presentare un bilancio con la sua brava previsione a un anno o due, occorre qualcosa di dirompente di cui tutti siano costretti a parlare. Occorre mettere sul tavolo carte scoperte: tre aziende che producono in sinergia più una gigafabbrica dalle funzioni ancora da stabilire; 44 miliardi di dollari al valore di mercato; 13 miliardi di dollari di partecipazioni personali nelle fabbriche del gruppo; 8 miliardi di fatturato; un progetto, uno solo, per il futuro.

Marte, appunto. Un solo progetto ma tostissimo: sulla base di realizzazioni effettive, di progetti fattibili e di un bel po’ di fantascienza, Elon Musk lancia l’appello per chi vuole andare su Marte con lui. Da solo non ce la fa. Lo stato è ormai sordo ad ogni richiamo sugli investimenti. Gli altri capitalisti hanno altro a cui pensare. Occorre dunque avviare una campagna per la Seconda Conquista dello Spazio. Non importa se non c’è stata neppure la Prima, basta riuscire a convincere i possessori di capitali che su Marte si può andare. Se si studia la prima campagna di ballistica spaziale ci si rende contro di quanto fosse rozza e senza pudore. Oggi si può ripetere con l’utilizzo meno becero di un po’ di scienza e savoir faire. E poi oggi c’è Internet. L’importante è che inizi la campagna. Incominceranno i privati, lo stato sarà costretto ad agganciarsi non appena correrà voce che la faccenda potrebbe salvare l’economia del mondo. Fantasie? Ne siamo certi, ma abbiamo già visto di tutto nel capitalismo: vendere tulipani al prezzo di una casa, vendere una casa a chi non poteva permettersi neppure l’affitto, constatare che una neonata dittarella informatica può superare il “valore” di mercato di uno storico gigante industriale.

Perché mai Marte dovrebbe essere escluso? La propaganda è gratis. Nessun rischio. Se non funziona, i missili che per adesso rientrano alla base appollaiandosi sui trespoli saranno utili all’unica attività spaziale relativamente consolidata e affidabile, quella dei satelliti commerciali. Se invece funziona si muoverà lo stato, ci sarà l’Eldorado numero due. E la possibilità che funzioni è abbastanza alta. Non si tratta dell’invenzione di un individuo fantasioso che sognava fin da bambino di morire su Marte (di morte naturale): in un sistema asfittico che ha bisogno di ossigeno e che trova il suo portavoce non è strano che ad un certo punto convergano capitali salvifici. Questo portavoce non poteva essere un economista, troppo sputtanato. Non poteva essere uno scienziato, troppo invisibile. Non poteva essere un politico, troppo odiato. Poteva però essere un industriale di successo che si è creato la propria leggenda internazionale. Musk è presidente di tutte e tre le aziende ricordate e sta realizzando una rete produttiva internazionale (ha legami in Asia e in Europa, anche in Italia). Nello stesso tempo finanziarizza l’ambiente in cui le imprese devono crescere. Tesla e Solar City utilizzeranno le batterie prodotte nelle GigaFactory, le quali diventeranno il cuore dell’intero sistema produttivo, quindi, presumibilmente, anche di Space-X. L’azienda spaziale sostiene economicamente Solar City e tutte e tre sono partecipate da Fidelity, uno dei più grandi asset manager (fondo di investimento) del mondo. GigaFactory1 è ancora in costruzione e c’è un po’ di mistero sulle sue reali funzioni. L’area su cui sta sorgendo è enorme, diversi chilometri quadrati. Entro l’anno la produzione di automobili elettriche dovrebbe raggiungere le 90.000 unità, e il suo fatturato dovrebbe servire ad immettere sul mercato un’auto di fascia intermedia a prezzo relativamente basso, della quale si dovrebbero vendere, entro il 2020, un milione di esemplari (Tesla conferma ordini per 400.000 esemplari nel 2016).

Il lanciatissimo Elon Musk è dunque al centro di un’operazione apparentemente in contrasto con la tendenza storica del capitale, che passa dalla concentrazione verticale dell’industria alla centralizzazione della stessa.[18] Ma il massiccio uso di sinergie teso a rendere verticale il processo produttivo avviene in un contesto finanziario che non ha più nulla in comune con le concentrazioni classiche tipo Krupp, Ford, Fiat, ecc.; oggi Musk, al pari di altri capitalisti, ha il problema di reperire capitali sul mercato finanziario e di mantenerne il controllo pur possedendone una piccola percentuale. Così ha rastrellato 6 miliardi di dollari presso investitori privati, compresi i propri dipendenti e persino alcuni concorrenti come Toyota e Daimler; altri 6 miliardi li ha ricevuti tramite banche ed emissioni obbligazionarie, mentre 7 miliardi li ha ottenuti da “fonti non tradizionali”, come gli anticipi dei clienti in attesa della consegna dell’auto, o titoli emessi per attività speciali, o prestiti statali per attività di ricerca, od offerte di leasing presso le aziende con anticipi in cambio della garanzia di riacquisto dell’usato. Anche The Economist rileva l’attività finanziaria di Musk osservando che essa è indispensabile per “pilotare la percezione di un futuro lontano allo scopo di influenzare le previsioni di banche e investitori in genere. In questo mister Musk è esperto e abbagliante. Pubblica master plan accattivanti e plausibili tesi a far lievitare le aspettative, fino ad ottenere risultati spettacolari: la media delle proiezioni degli analisti attribuisce a Tesla una crescita del fatturato dagli attuali 7 miliardi di dollari a 30 miliardi nel 2020. Si tratta dello stesso meccanismo attuato da Google, Apple, Amazon, ecc. negli anni passati”.[19]

L’unico problema è quello del controllo di fronte al reale pericolo di take-over (acquisizione del controllo tramite scalate sul capitale azionario). Infatti, per funzionare, tutta l’operazione deve poter ottenere un forte impatto sui mercati, un accesso a capitali “diffusi” che si possono controllare con basse quote in proprietà, ma senza andare al di sotto di una data soglia, oltre la quale c’è il rischio di perdere la maggioranza nei consigli di amministrazione. Già vi siedono banche come la Morgan Stanley, e non è escluso che possano intervenire i grandi tradizionali investitori come ad esempio General Motors o Lockheed Martin che potrebbero essere interessate rispettivamente a Tesla e a Space-X. D’altra parte proprio il successo nell’influenzare i mercati finanziari può, paradossalmente, far entrare in gioco questi colossi dell’industria e del settore militare e rendere possibile una campagna per la Seconda Cro… pardon, Conquista dello Spazio.

 

I MISTERI DI GIGAFACTORY11

 

Fra tutte le realizzazioni di Musk, GigaFactory1 è quella che ha fatto parlare di meno, nella classica tradizione della interpretazione ideologica della realtà. Il cantiere è una realizzazione pratica, si presta poco al dibattito, smuove poco le opinioni, al massimo stupisce per le dimensioni inusitate. Eppure è forse l’aspetto più importante di tutto il programma che in teoria dovrebbe rappresentare la piattaforma su cui si ergerà l’epopea marziana.

Tutto il mondo delocalizza, deindustrializza, finanziarizza, robotizza e smaterializza la produzione. Elon Musk anche in questo sembra essere bastian contrario. La gigafabbrica che sta costruendo nel deserto del Nevada produrrà teoricamente batterie, sia per le automobili elettriche Tesla, sia per i tetti solari, sia per l’uso domestico e industriale consueto. Ma è una struttura talmente enorme e complessa che non può essere semplicemente dedicata alla monoproduzione di batterie. Né può essere semplicemente una fabbrica qualsiasi adoperata per un piano propagandistico e di influenzamento dei mercati a vantaggio di investimenti futuri ecc. Una gigafabbrica con quelle caratteristiche non può essere altro che l’importante parte di un sistema ben più complesso. Tramite l’uso massiccio di sinergie, il gruppo di Musk potrebbe concentrare tutte le proprie attività produttive in un unico centro polifunzionale. Infatti la gigafabbrica sarà collegata alla rete dei trasporti aerei, ferroviari e stradali attraverso la quale arriveranno le materie prime direttamente dalle miniere e ripartiranno prodotti finiti e semilavorati. Il deserto sarà reso abitabile con l’individuazione di falde idriche tali da permettere enormi riserve di acqua. L’energia necessaria a questo centro produttivo sarà interamente prodotta in loco tramite pannelli fotovoltaici di Solar City integrati con pale eoliche ed energia geotermica.

Secondo i dati forniti dal gruppo, la GigaFactory1 sarà non solo lo stabilimento industriale più vasto del mondo, ma anche il più razionale e produttivo. Tale risultato dovrebbe essere ottenuto con un misto di lavoro umano fornito da 6.500 persone e lavoro robotizzato fornito da linee controllate tramite Intelligenza Artificiale (Musk ha paragonato GigaFactory1 alla struttura di un microprocessore intelligente). Quando il progetto sarà realizzato completamente, dovrebbe dar luogo a un indotto produttivo con 22.000 addetti. Se i dati suddetti saranno confermati, non sarà messo in evidenza solo un rovesciamento locale di tendenze, in atto da anni (la delocalizzazione, l’outsourcing, ecc.), ma anche un rovesciamento storico, dato che la tendenza naturale del capitalismo è quella di andare verso forme sempre più drastiche di estrazione di plusvalore relativo trasformando la forza-lavoro in sovrappopolazione assoluta.[20]

Perché tutto questo? E che collegamento può esserci con il revival spaziale che sta covando? Per quanto sia enorme, lo stabilimento del Nevada non può certo influire materialmente da solo sulle tendenze in atto e rovesciarle. Musk lo ammette: per risolvere i problemi energetici e fare dell’umanità una specie attenta ai fenomeni di estinzione, quindi una specie multiplanetaria, sarebbero necessarie, e sufficienti, 100 gigafabbriche come quella del Nevada, ma non le può costruire da solo. Occorrerebbe, dice, che tutte le industrie più importanti, dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’India, si consorziassero, tra loro e con i governi, per accelerare la transizione verso un mondo sostenibile. Probabilmente non si rende conto che sta vagheggiando un fascismo planetario, perché per mettere in atto un simile proposito ci vorrebbe un governo mondiale in grado di coordinare l’impresa passando sopra a tutte le spinte particolari. Certo egli è portato a fare discorsi del genere da una situazione che presenta realmente tutti gli spunti che adopera per spiegare al mondo il suo programma. Eravamo partiti dalla cronaca di accenni alla ripresa della fissazione spaziale e siamo arrivati a realizzazioni pratiche da Capitalismo che nega sé stesso.[21] Poniamoci una domanda: per chi parla un rappresentante della borghesia quando propone soluzioni che possono sembrare riformiste ma che sono di fatto espressioni di un qualcosa che va ben oltre questa società?

La borghesia non può fare a meno di rivoluzionare continuamente il proprio modo di produzione, scrive Marx nel Manifesto. Da sempre l’elemento rivoluzionario nel capitalismo non è la stupida merce, le cui caratteristiche ormai esulano completamente da un genuino valore d’uso e soddisfano il bisogno della produzione per la produzione, ma è la fabbrica, che contiene più progetto, più tecnica, più scienza, più ingegneria e più “innovazione” di qualsiasi prodotto progettato e costruito per il mercato. Quando Musk afferma che la sua più grande rivelazione l’ha avuta l’anno scorso rendendosi conto che stava costruendo una fabbrica con macchine, e che la stessa fabbrica era una grande macchina per costruire macchine, non fa altro che registrare l’atto di morte del capitalismo. Perché, come aggiunge egli stesso, la grande macchina da produzione è un dato di fatto che “sposta di almeno due ordini di grandezza” la realizzazione pura e semplice di un veicolo o di qualsiasi altra merce. Ha evidentemente ragione, due passaggi verso il futuro, perché il capitalismo è sfruttamento, cioè rapporto fra lavoro non pagato e pagato, e le macchine non erogano lavoro non pagato.

Musk è stato abbastanza cauto nella presentazione del piano di salvataggio dell’Umanità da sé stessa attraverso l’avveniristica colonia marziana; e soprattutto è stato parco di dati tecnici e di particolari sulle ultime fasi delle missioni, proprio quelle più sensibili agli effetti di piccole variazioni delle condizioni iniziali. Rendendosi conto di ciò, ha dichiarato di essere consapevole del fatto che tutto il progetto può sembrare folle, ma che in fondo non glie ne importa nulla perché egli è convinto che funzioni, cioè che un pugno di umani di buona volontà possa riuscire a mobilitare capitali sufficienti, possa avere conoscenze tecniche adeguate e sia in grado di mettere in moto tutto il programma di colonizzazione. E ci tiene a sottolineare che il tutto si può fare con le conoscenze e le tecnologie attuali senza dover aspettare i tempi per la ricerca di nuove strade. Basterebbe insomma innescare tra capitalisti un processo di reperimento di capitali e risorse tecniche fino a coinvolgere capitali pubblici, come del resto ha già sperimentato con GigaFactory1, per la quale sembra abbia ottenuto consistenti facilitazioni dallo stato del Nevada.[9]

Il progetto dunque partirebbe con poche certezze e molte incognite. Probabilmente c’è una ragione se la sequenza è quella presentata: primo, mettere in moto un interesse “terrestre” per il progetto in modo che esso si autoalimenti attraverso sub-programmi immediatamente fattibili, come il recupero dei vettori di spinta (booster), la messa in orbita di satelliti commerciali o le tecniche di attracco per garantire i rifornimenti alla Stazione Spaziale Internazionale; secondo, passare alla fase operativa propriamente “marziana”, che, comunque vada, prevede una lunga preparazione per quanto riguarda il vettore di spinta e la “nave spaziale” con equipaggio da rifornire in orbita.

Le cifre del mostruoso razzo di spinta (alto circa 70 metri) e del gigantesco modulo che dovrebbe raggiungere Marte (alto circa 50 metri) le abbiamo viste, nell’insieme superano di gran lunga qualsiasi macchina sia stata realizzata o progettata in campo aero-spaziale. Il vettore, recuperabile, dovrebbe immettere in orbita l’astronave (o modulo marziano) con 100 tonnellate di carico utile. Se facciamo un raffronto fra le cifre riguardanti le masse in questione, l’energia necessaria per un tempo tanto lungo e l’impegno finanziario richiesto, ci rendiamo conto che il giro d’affari è non solo appetibile ma capace di sconvolgere l’economia di un paese, sia pure esso la potente America.

Quello che verrà dopo sarà una semplice conseguenza di ciò che sarà possibile far passare come attività economica vitale per risollevare le sorti dell’economia. Pensiamoci bene: l’economia americana ha assolutamente bisogno di essere rilanciata, ma non lo si può fare attraverso le politiche monetarie varate fino a questo momento, che sono dei maldestri rattoppi troppo soggetti a speculazione. L’immane massa di capitale fittizio che attende di essere valorizzata può combinare sconquassi irrimediabili se non viene controllata e immessa poco per volta nel sistema economico, magari non finanziando le banche ma attraverso la cosiddetta economia reale.

Allora vediamo che i progetti di personaggi come Musk, genuini o suggeriti che siano, sono perfettamente funzionali al tentativo ultimo di salvare il capitalismo. E, sorpresa, vediamo che anche l’elezione di un presidente come Trump è funzionale a una revisione dei rapporti capitalistici. Il motto programmatico di Trump è: “America first“, come se nella politica dei presidenti passati ci fosse stata una deroga rispetto al primato americano. Ma se traduciamo in base al trend economico piuttosto che alle impressioni psicologiche indotte da un tale personaggio, “America prima di tutto” vuol dire chiusura economica di tipo protezionistico. Per il massimo paese imperialista è una bella batosta. Classicamente un paese giunto all’ultimo stadio del capitalismo si distingue prima per l’esportazione di merci e capitali, poi per gli investimenti all’estero dai quali ricava un profitto sempre più simile all’interesse. In quanto paese rentier, gli Stati Uniti compiono una specie di passo indietro. Con le annunciate e realizzate pressioni politiche e fiscali per il rientro dei sistemi produttivi finora delocalizzati (fabbriche spostate in altri paesi o produzioni affidate a fabbriche di altri paesi), il nuovo governo americano confessa che gli USA hanno superato il livello di guardia, e sono pertanto obbligati a retrocedere verso le forme capitalistiche precedenti alla cosiddetta globalizzazione.

 

SOS TERRA CHIAMA MARTE

 

Perché i piani di Musk per la Seconda Conquista dello Spazio sono drasticamente divisi in due da una linea di demarcazione evidentissima che separa il fattibile dalla fantascienza? Nemmeno nella prima edizione era stato commesso un errore così grossolano dal punto di vista della credibilità. Lo Sputnik del 1957 inaugurava un periodo economico in cui tutto l’argomento spaziale era presentato come una successione di livelli senza soluzione di continuità: la tensione competitiva e lo sforzo economico trascendevano di livello in livello, dalla palla inerte che emetteva un bip-bip probabilmente senza significato al marchingegno che raccoglieva dati, dalla cagnetta con elettrodi all’astronauta che dal Cielo salutava il popolo, dal primo fly-by automatico intorno alla Luna al modulo di discesa che permetteva di allunare e ripartire. La corsa allo spazio costruiva la propria storia mentre avveniva.

Oggi si parte dallo stadio raggiunto mezzo secolo fa con i lanci verso la Luna (un razzo immenso per abbandonare la gravità terrestre) perché dopo di essi non ci sono più state missioni paragonabili, solo attività commerciali e scientifiche condotte a mezzo di robot. Il razzo in questione è fattibile, i suoi motori sono già stati collaudati (ve ne saranno 42, ognuno dei quali darà una spinta di 230.000 Kg), quindi l’astronave marziana che esso dovrà trasportare sarà probabilmente messa in orbita, rifornita e spedita. Nonostante i progressi tecnologici non si parte da un livello più alto rispetto al Saturno V e ai viaggi verso la Luna (1969-1972) perché si è ancorati alle leggi del moto e della gravità, per cui il lunghissimo viaggio, l’arrivo intorno a Marte, la decelerazione nella tenue atmosfera (densità 1/100 di quella terrestre) e la discesa fino al suolo marziano rimangono incognite impossibili da collocare in una sequenza oggettiva, calcolata. Occorre eseguire molte prove empiriche, ma, come abbiamo già fatto notare, la distanza non è quella lunare (384.000 Km) bensì quella marziana (150 milioni di Km). Si dirà che sono passati tanti anni e che non sarà un problema far scendere sul Pianeta Rosso 100 tonnellate di carico utile invece dell’unica tonnellata di Curiosity, il robot con trapano e laboratorio di analisi. Ma nelle 100 tonnellate future vi sarà prima un complesso automatico di macchine per la distillazione del carburante necessario al ritorno e una serie di habitat artificiali prefabbricati che devono permettere di vivere in condizioni estreme, il tutto fornito di parti di ricambio; poi un equipaggio vivente che dovrà andare, sostare, montare le strutture prefabbricate e tornare sulla Terra con il carburante prodotto dalla raffineria marziana (un migliaio di tonnellate?). E tutto questo programmato da una azienda che, per quanto preparata, al momento ha compiuto solo missioni automatiche ravvicinate, senza equipaggio.

C’è una enorme differenza fra le missioni automatiche e quelle con equipaggio. Il sofisticatissimo robot Curiosity, da una tonnellata con paracadute e airbag, una volta sceso non ha bisogno di “abitazione” con tanto di ossigeno, acqua, cibo e tutto ciò che è necessario a un essere biologico con il suo metabolismo. Non patisce il freddo né le radiazioni, non ha riflessi psicologici, non ha il senso del tempo e non si ammala. Insomma, non ha bisogno di una casa. Gli uomini invece incominceranno a colonizzare Marte sotto il segno della necessità di quasi tutti i materiali che hanno sulla Terra, solo che questi dovranno essere portati con missioni cargo per forza di cose distanziate di 26 mesi, quando cioè si presentano le “finestre” in cui Terra e Marte sono più vicini. Ognuna di queste capsule-cargo dovrà essere spedita su Marte con le stesse modalità dell’astronave, moltiplicando le probabilità di guasti o comunque di problemi. Senza contare che gli equipaggi dovranno tornare sulla Terra, almeno fino a quando non si riesca ad innescare una colonizzazione permanente, e finora nessuno ha mai nemmeno provato a far ritorno, sia pure con leggeri e sofisticati robot. Così nessuno ha risolto il problema delle eventuali colture in serra, dato che il suolo marziano è saturo di perclorati altamente tossici; e siccome non si può certo pensare di portare humus terrestre, si dovranno realizzare orti esclusivamente idroponici, cioè con l’acqua al posto del terreno. Tutti gli esperimenti condotti sulla Terra in condizioni molto più favorevoli sono falliti.

L’obiettivo Marte non è attualmente alla portata del modo di produzione capitalistico.

Il viaggio verso Marte e la sua colonizzazione richiedono il concorso di moltissime conoscenze oltre che di macchine e parti di macchine fabbricate e controllate con criteri strettissimi di precisione. La società capitalistica soffre di dualismo cronico, esalta la specializzazione e non è in grado di unificare la conoscenza. È molto efficace nel progettare e fabbricare merci, ma non è in grado di utilizzare questa capacità per progettare e realizzare una società veramente umana, cioè efficiente, ad alto rendimento. Non sa e non vuole. È capace di fare sistema per costruire una gigafabbrica, ma non sa pianificare le fabbriche per produrre beni utili in quantità e qualità compatibili con la vita umana invece che con i rapporti di valore. Vuole andare su Marte, non per contribuire all’umanizzazione dell’umanità, ma per fuggire alla disumanizzazione totale del Pianeta d’Origine. Se si osserva un manufatto “spaziale” si vede subito che è realizzato con criteri di alta tecnologia, accuratezza, precisione; tuttavia, nonostante ciò, una missione da miliardi di dollari può fallire perché i fornitori americani ed europei non si sono sincronizzati sulle unità di misura, pollici e centimetri.[10]

Marte solleva la curiosità degli uomini da quando Schiapparelli ha creduto di vedervi segni di vita. Era quindi un bersaglio predestinato per le necessità di valorizzazione del capitale nella misura in cui altre vie si sono dimostrate chiuse o esaurite. Oggi un capitalista apparentemente fuori dal coro sta comunicando al mondo che Marte potrebbe essere la chiave per aprire le porte chiuse o riattivare le risorse esaurite. Ma non è così originale come vuol far credere. E comunque, che sia in buona fede o stia semplicemente facendo il suo mestiere, ha bisogno di mettere in atto le controtendenze alla caduta del saggio di profitto. Tra queste controtendenze vi è in primo luogo l’aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro. Che si ottiene con la riorganizzazione continua dei processi industriali, con l’introduzione di macchine perfezionate e con l’immissione sul mercato di merci adatte ad essere prodotte in grandissime quantità. L’aumento dello sfruttamento è una diminuzione relativa del salario la quale, se avviene solo in alcune sfere della produzione, è equivalente alla diminuzione del salario al di sotto del suo valore. L’introduzione di macchine perfezionate, fino a rendere completamente automatici i processi produttivi, comporta la fabbricazione in massa di attrezzature, quindi la diminuzione di prezzo degli elementi del capitale costante (in questo caso proprio diminuzione di valore). Ciò produce un esercito industriale di riserva, che storicamente si traduce in sovrappopolazione relativa, serbatoio di concorrenza entro la forza-lavoro e quindi elemento moderatore del salario. Infine lo sviluppo del commercio estero, che aumenta la scala della produzione, fa abbassare il prezzo delle materie prime, dell’energia e dei semilavorati, precipita nuove masse umane nella sovrappopolazione relativa.

Le controtendenze individuate da Marx, che abbiamo citato in corsivo, hanno sempre rappresentato la salvezza del capitalismo in tempi di crisi sistemiche: non è quindi strano che Musk, Trump e buona parte della società americana mostrino di aver recepito il pericolo e, ognuno a modo suo, propongano misure atte a risvegliarle. I due personaggi appena nominati non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro: eppure entrambi si fanno portavoce dello stesso problema.

Trump predica una politica di ritorno al primato americano attraverso investimenti nel tradizionale sistema industrial-militare, attraverso una revisione dei rapporti con gli altri paesi e quindi attraverso un gigantesco movimento all’interno della forza-lavoro internazionale. Alcuni economisti hanno calcolato che se la politica del “lavoro agli americani” venisse applicata integralmente vi sarebbero decine di milioni di disoccupati in più in Messico, negli Stati Uniti, in Europa, in Cina, ecc. con il risvolto non detto che i salari dei lavoratori americani andrebbero a far media, più di quanto non facciano già, con quelli dei lavoratori messicani, europei, cinesi, ecc.

Musk rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. Inverte la tendenza storica, cioè ritorna alla concentrazione del capitale (invece di proseguire con la centralizzazione);[11] teorizza la gigafabbrica che produce hardware, merce tangibile, materiale; auspica un equilibrio fra robot e umani in un processo industriale perfettamente organizzato e sotto controllo; spinge al massimo sulla rinascita della corsa spaziale con tutto il bendiddio di appalti, prezzi da lobby, produzioni di prototipi sofisticati e costosi, corruzione e speculazione.

Probabilmente non vedremo il miliardario Donald Trump varare un programma spaziale alla Elon Musk. Sarà ancora più improbabile vedere il miliardario Elon Musk auspicare una politica protezionista e isolazionista alla Trump. Sarà invece quasi certo che finirà la politica monetaria escogitata nove anni fa e si farà di tutto per dirottare i capitali verso l’illusione della cosiddetta economia reale. C’è solo un piccolo particolare: Marx spiega chiaramente che il ricorso alle cause contrastanti la caduta del saggio di profitto in ultima analisi non fa che tramutarle nel loro contrario e spostare le contraddizioni del capitalismo a un livello sempre più alto.

Donald Trump ha firmato un disegno di legge che prevede vengano assegnati 19,5 miliardi di dollari alla ricerca spaziale, in particolare a quella che riguarda il programma di esplorazione del pianeta Marte con equipaggio (NASA Transiction Authorization Act of 2017). Nel documento, in cui Marte è nominato 28 volte in un contesto assai dettagliato di complessive 78 pagine, si afferma che gli obiettivi chiave per l’espansione umana nello Spazio includeranno l’esplorazione umana di Marte e altri pianeti considerando prioritarie quelle tecnologie e conoscenze che meglio rispondono allo scopo (sezione 412). I programmi di esplorazione umana nello Spazio saranno diretti dalla NASA, inclusi lo Space Launch System e il Veicolo Multifunzione Orion con equipaggio. Questi mezzi dovranno permettere all’uomo di esplorare Marte e altre destinazioni nello Spazio (sez. 413). La NASA potrà condurre missioni per destinazioni intermedie (basi sulla Luna o in orbita alta) al fine di realizzare l’obiettivo dell’esplorazione umana di Marte. L’Amministrazione dichiara che farà di tutto per ottimizzare il rapporto costi-risultati nell’esplorazione a lungo termine. È previsto l’impiego, in qualità di partner, di scienziati e industrie internazionali per assicurare che esistano i requisiti non solo per la futura esplorazione ma anche per la realizzazione di insediamenti umani sulla superficie di Marte” (sez. 414).

 

 

 

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[1] Precisamente Musk ha presentato tre grafici nei quali le possibili sovrapposizioni di due insiemi (“desiderare di fare” e “permettersi di fare”) danno come risultato 1) costo infinito; 2) 10 miliardi di dollari per astronauta; 3) costo per astronauta di una media casa in America. La differenza fra i tre grafici è data dalle sinergie che sarà possibile stabilire. Il massimo risultato si ottiene ovviamente con la massima sovrapposizione di “desiderare” e “permettersi”, cioè di obiettivo programmato fra molti soggetti che mettono in comune le rispettive capacità. È chiaro che un tale capitalismo di “condivisione” non esiste, ma è possibile orientare le decisioni con l’assicurazione, da parte dello stato o di elementi che presentano piani plausibili e allettanti, che il profitto sarà abbondante e duraturo. Recentemente Musk ha comunicato che è pronto a spedire in orbita intorno alla Luna alcuni “turisti” che hanno già pagato il biglietto

 

[2] Elon Musk, intervista ad Aeon Magazine, 2014

 

 

[3] Rapporto Oxfam 2016.

 

[4] Marx, Il Capitale, Libro I. Il tema della merce come soddisfacimento di un bisogno, materiale o di fantasia, è nelle prime righe del primo capitolo.

 

[5] Attualmente il costo per ogni Kg messo in orbita bassa è intorno ai 40.000 dollari. Quello indicato è il costo medio per l’ipotesi marziana, da noi ricavato dalla media di diverse fonti e applicato al carico utile trasportato alla distanza marziana invece che lunare. La cifra è compatibile con quella fornita da Musk, 10 miliardi di dollari per ognuno dei 100 membri dell’equipaggio. Il vettore marziano, una volta portato alla velocità di crociera, viaggia gratis fino a che non deve frenare tale velocità. L’accelerazione e la decelerazione consumano carburante in ragione della velocità voluta e del carico utile. Più è alta la velocità, meno dura il viaggio e minore è la massa del carico utile (cibo, acqua, ossigeno, ecc. per l’equipaggio); ma alta velocità significa più carburante.

 

[6] Richard Feynman, relazione alla Roger Commission, 1986.

 

[7]                                                                               C.s.

 

[8] La Columbia si disintegrò per l’attrito con l’atmosfera durante la manovra di rientro planato nel febbraio 2003.

 

[9] Per l’impianto del Nevada Musk dice di aver ricevuto 1,3 miliardi di dollari dallo stato, ma in realtà ha ricevuto in totale ben 5 miliardi. Corriere della sera 9/6/2015: “Musk, il capitalista visionario amico della NASA”.

 

[10] Sembra uno scherzo ma è vero: nella comunicazione dei dati fra il team del progetto e la sala controllo della missione un errore di conversione dal sistema metrico decimale a quello americano basato su pollici, libbre, ecc. ha causato il fallimento della missione Climate Orbiter della Nasa su Marte. La sonda, costata 328 milioni di dollari, ha cessato di inviare segnali a terra poco dopo essere entrata in un’orbita troppo bassa, dopo un viaggio di 286 giorni.

 

[11] In realtà, Musk non può fare a meno di ricorrere alla finanza e dare una struttura centralizzata alle sue industrie, controllate con il possesso di una minoranza delle azioni

DALL’UOMO AL CYBORG?

•aprile 4, 2019 • Lascia un commento

 

 

È ufficiale che si stanno muovendo i primi passi verso la creazione di uomini cyborg. Ufficialmente già adesso si hanno nei corpi umani dei dispositivi bio-elettronici e bio-meccanici, dal pacemaker ad altre realtà. Ma essi sono realizzati in materiali estranei al corpo che come tali danno problemi. Il metallo ad esempio a contatto con le cellule lascia comunque una piccola cicatrice. A volte tali meccanismi vengono rivestiti con altri metalli appositi, per minimizzare i danni, ma anche questo ha delle controindicazioni.

Ma ora la soluzione potrebbe essere a portata di mano. Un gruppo di ricercatori napoletani hanno scoperto che la melanina[1] ha delle capacità conduttive, per cui sarà possibile realizzare meccanismi che trasmettano impulsi elettrici nel corpo “fabbricandoli” con la pelle umana.[2] Dice al giornalista di Metro il dottor Alessandro Pezzella dell’Università autore della ricerca assieme al dottore Paolo Tassini dell’Enea: “Ci sono tutta una serie di motivazioni per cui è importante avere dei materiali in grado di trasferire impulsi elettrici verso una realtà biologica. Un esempio verso una realtà biologica. Un esempio è il pacemaker, ma esistono dispositivi di lettura elettrica intercranica, letture dei potenziali elettrici intercellulari, fino alla recente invenzione di una sinapsi artificiale. La problematica principale è la reazione dei tessuti all’elettrodo. La reazione più comune è una reazione fibrotica. Se invece si potesse usare materiale organico comincerebbe tutta un’altra storia. Per questo le ricerche sulla melanina hanno una storia lunga, ma finora si era concluso che aveva basse capacità di condurre elettricità”.[3]

Grazie a questa ricerca italiana tutto è cambiato e si è arrivato a un nuovo inizio. Continua Pezzella: “Noi abbiamo capovolto l’approccio. Invece di individuare come sempre nell’acqua il fattore incrementale della conduzione elettrica, abbiamo eliminato l’acqua dotto vuoto, e abbiamo scoperto che la melanina in quelle circostanze subisce una riorganizzazione strutturale per la quale aumenta moltissimo la conducibilità elettronica. Questo apre alla possibilità di usare la sostanza naturale della melanina come interfaccia della comunicazione di stimoli elettrici da e per le cellule. Invece diventa davvero più concreta l’entrata nel mondo della bioelettronica del cyborg, dell’interfaccia uomo-machina, dell’interfaccia uomo-macchina. Qualcosa che può dare una svolta in molti ambiti medici, a partire ad esempio da malattie come il Parkinson. Questa elettronica riassorbibile, e volendo biodegradabile (persino programmando in anticipo la tempistica del ciclo vitale del meccanismo chiude il ciclo in senso virtuoso”.

Questo sviluppo di un potenziale uomo cyborg pone l’interrogativo se lo sviluppo tecnologico sarà alla fine dentro di noi.

Inoltre c’è da tenere conto che non c’è aspetto del corpo umano che possa essere usato ai fini militari che non sia preso in considerazione dalla famigerata agenzia statunitense DARPA, per limitarsi agli studi resi pubblici e descritti in maniera trasparente, quelli insomma che non restano nascosti nelle pieghe del segreto di Stato.

Il DARPA è solo il più noto dei tanti istituti pubblici e privati americani che stanno sviluppando da tempo progetti di ricerche nel campo delle neuroscienze (e del loro utilizzo militare). Negli USA il National Research Council (NRC) ha emanato negli ultimi anni[4]  almeno una decina di documenti con riferimenti diretti o indiretti a questi problemi e con scale di fattibilità previste nell’arco di vent’anni, accompagnate da accurate analisi dei possibili impieghi commerciali.

Si perseguono diversi intenti. Con la scusante della cosiddetta “sicurezza nazionale” s’intende perseguire l’egemonia mondiale dell’imperialismo USA e dentro questo quadro si vuole rafforza l’efficienza dell’esercito americano cercando di ridurre i rischi per i soldati e sfruttare le ricadute di queste ricerche sulla vita privata. Non bisogna mai dimenticare che le scoperte in campo militare non hanno escluso, anzi sono divenute indispensabili per le condizioni di vita della popolazione civile: dall’energia atomica al computer.

E in questo quadro che si sviluppa il Movimento Transumanista.

Questo sviluppo del Transumanesimo genera delle preoccupazione anche in settori delle classi dominanti.

Nel 2005, Fukuyama il teorico della “fine della storia”, lancia un allarme che passa ai più inosservato: il transumanesimo è una minaccia ancora più grande dell’integralismo islamico.[5]

Fukuyama ha lanciato l’allarme dalle pagine di Foreign Policy una rivista americana, invita a prenderli sul serio, perché ritiene che se il transumanesimo non sia bloccato, aprirebbe la strada a un futuro apocalittico.

Indubbiamente la posizione di Fukuyama è sintomo di uno scontro all’interno delle classi dominanti USA (che sicuramente è esteso anche agli altri paesi imperialisti), tra una destra (come quella che negli USA ha come riferimento Trump) e un settore che si potrebbe definire “Illuminato”.

Il pensiero transumanista è influenzato dall’Illuminismo e dal Positivismo poiché si pone l’obiettivo dell’utilizzo della conoscenza globale come mezzo in vista di un miglioramento individuale e civile. Seguendo la tradizione di Nietzsche insiste sull’idea che l’uomo sia qualcosa che debba essere superato, e accetta o auspica ciò che possa contribuire all’avvento di tale futuro postumano.

Non è da sottovalutare questa esaltazione acritica delle tecnologie per lo sviluppo umano. Esaltazione che prende anche molta “sinistra”.

Calderazzi Antonio Massimo membro della Societè Européene de Culture e responsabile della Research Unit on Electronic Direct Democracy e membro dell’Istituto di Studi di Politica Internazionale (seguiva il Nord America e il mondo anglosassone). [6] Scrisse un intervento, che girò in ambienti ristretti, dal titolo indicativo Il Pericle elettronico.[7] In questo scritto si parla di “democrazia diretta” da raggiungere attraverso l’elettronica.

Questa “democrazia diretta” non la raggiunge attraverso la lotta politica ma attraverso la diffusione dell’elettronica e dell’informatica in particolare. Leggendo questo scritto si ha la sensazione che la prospettiva sia un mondo come quello prospettato nel film Matrix dove alla fine il virtuale diventa reale e il reale diventa virtuale. Leggendo si capisce che il punto di riferimento sono gli USA e che sin dagli anni ’70 è venuta l’idea della democrazia elettronica.  Si prospetta la fine del parlamentarismo e dei partiti[8], in quanto realtà ritenute obsolete. La prospettiva è inquietante quando dice “Il passaggio alla democrazia assoluta esige l’abbandono delle convenzioni e finzioni che si riassume nel suffragio universale. Lungi dall’essere il potere delle folle, la democrazia diretta sarebbe il governo dei “migliori” selezionati a rotazione dalla sorte fra quanti vantano qualifiche ben superiori a un’iscrizione all’anagrafe. Ciò non escluderebbe anzi postulerebbe l’impiego più serio ad innalzare i livelli di consapevolezza e di esperienza della massa, di modo che sempre più individui acquisterebbero i requisiti per essere chiamati dal computer ai ruoli della supercittadinanza”.

Con un linguaggio aristocratico, si dice chiaramente niente “potere delle folle” che significa l’esclusione delle masse popolari dall’attività politica, in quanto sono viste in maniera dispregiativa come pura massa di manovra da parte di politici e demagoghi. A formare questo “governo dei migliori” saranno persone selezionate che possiedono “qualifiche superiori” e come ciliegina si prospetta la creazione di una “supercittadinanza”, dunque ci saranno i cittadini e i supercittadini. Andando avanti nella lettura di questo scritto, questa visione elitaria si fa più esplicita, quando si parla di mezzo milione di questi supercittadini, chiamati anche cittadini attivi. Guarda caso che nel XIX° secolo i cittadini attiVi erano quelli che in Europa avevano il diritto di voto per via del censo e dell’istruzione.

Quello che si prospetta in sostanza è un governo di “Illuminati”.

C’è un collegamento fra transumanesimo e questa cosiddetta “democrazia elettronica”, nel portare avanti una società elitaria e sviluppata tecnologicamente.

Bisogna precisare che il problema non è tanto lo sviluppo tecnologico in sé, ma è l’assenza di qualsiasi controllo da parte delle masse popolari, espropriate delle facoltà decisionali di decidere quali devono essere le finalità di questo sviluppo.

 

 

[1] La melanina è un pigmento prodotto da cellule specializzate, i melanociti; è responsabile dell’abbronzatura e protegge la pelle dai raggi ultravioletti.

 

[2] Osvaldo Baldacci, Dall’uomo al cyborg? Basta la melanina, METRO martedì 26 marzo ’19.

 

[3]                                                                   C.s.

 

[4] NRC 2004, Capturing the Full Power of Biomaterials for Militay Medical Needs, Washington, DC, The National Academies Press – NRC 2009, Opportunities in Neuroscience for Future Army Applications, Washington, DC, The National Academies Press.

 

 

[5] In Italia questa polemica era stata riportata da Panorama in un articolo del 04.03.2005 di Giorgio Ieranò dal titolo  IDEOLOGIE ESTREME: IL MOVIMENTO DEI TRANSUMANISTI Belli e immortali, ecco chi vuole il superuomo. Link http://archivio.panorama.it/home/articolo/idA020001029603.

 

 

[6] E’ autore La rivoluzione negra negli Stati Uniti Dall’Oglio (1968) e ILMODELLO BRITANNICO L’arte del meno peggio Dedalo (1973).

 

[7] Link http://web.tiscali.it/Randomcracy/Pericle.pdf

 

[8] Calderazzi già nel MODELLO BRITANNICO del 1973 di fronte alla crisi della democrazia parlamentare e del partitismo e di quello che definiva l’inconsistenza del modello comunista (in realtà nell’esorcizzarlo), poneva come esperienza da guardare il modello britannico.

STREGHE

•aprile 3, 2019 • Lascia un commento

 

 

Può essere paradossale parlare nel XXI secolo parlare di streghe. Ebbene bisogna ricredersi, nel mese di febbraio 2019 le streghe di Russia, si sono riunite a Mosca per un raduno con lo scopo di far crescere l’indice di gradimento del presidente Vladimir Putin caduto ultimamente al 33%.[1]

Quando si dice streghe, bisogna parlare di fatture.

Che cosa sono le fatture?

Sono pratiche destinate, sin dall’antichità, a gettare maledizioni sui soggetti, tentando di provocare sciagure, malattie, decessi. A reintrodurle in Francia pare sia stato un astrologo fiorentino, Cosimo Ruggieri.[2]

Afferma Grillot De Givry[3] letterato e occultista francese dice che “Il suo sistema consisteva nel plasmare con la cera una figura che rassomigliasse all’individuo che si voleva eliminare e nel produrre su questo simulacro ferite che, a distanza, si sarebbero poi verificate sulla persona in carne e ossa per trasmissione occulta, sino a farla morire senza causa apparente. Talvolta, invece della statuina di cera, si feriva con lunghi aghi un cuore umano con l’intenzione di perforare il cuore del nemico di cui si voleva sbarazzare”.[4]

I documenti relativi a tali sortilegi sono rarissimi. Attraverso alcuni manoscritti ci è tuttavia giunta l’eco del terrore che la pratica aveva seminato presso le corti europee del XVI e del XVII secolo. Sarebbero stati infatti i regnanti ad essere soprattutto bersagliati dalle “fatture” diffuse da Ruggieri. Una delle prime vittime sarebbe stata Carlo IX si Francia “morto in seguito ai sortilegi compiuti da un gruppo di stregoni che facevano fondere ogni giorno immagini di cera a sua somiglianza”.

A distanza di secoli i metodi non hanno subito modifiche sostanziali. Ce lo dimostrano non solo le statuette di piombo della Senna, ma anche quelle che continuano a essere modellate con cera, legno, argilla e vari metalli. L’unico elemento nuovo è costituito dall’uso di fotografie, entrato in voga, oltre che in Francia, in Gran Bretagna e in Italia.

Si può dire tranquillamente dire, dunque che le streghe esistono ancora. Ma non sono tutte “cattive”.

In un intervista Amanda una strega moderna che si fa chiamare Amanda afferma: “La gente sbaglia quando ci identifica con le streghe dei tempi andati. Devo riconoscere, però, che certi aspetti esteriori sono rimasti immutati. I gruppi, che noi chiamammo gilde, hanno in genere tredici componenti. Mi spiego meglio: possono essere anche di più, ma non tutti partecipano contemporaneamente alle cerimonie e alle feste. Preferiamo limitarci al numero tredici perché ci consente di operare entro quello che è il classico magico.

   In Inghilterra esistono circa quattrocento gilde. Siamo certi che ne esistono anche in Francia e in Germania, ma non possediamo dati sicuri.

   Le nostre festività si richiamano ai riti di cui troviamo traccia un po’ in tutte le mitologie. Abbiamo, ad esempio, una festa di primavera il 31 marzo, una manifestazione che voi chiamereste “scongiuro” o “esorcismo” il 31 ottobre, tesa a far sì che le forze buone vincano l’inverno e facciano presto tornare la primavera, con altre feste legate al corso delle stagioni il 1° febbraio e il 31 luglio. Queste celebrazioni principali vengono sempre tenute di notte: se, subito le date che ho citato, trovate traccia di quattro fuochi accesi in luoghi solitari, potete essere certi che una gilda di streghe vi ha avuto convegno.

   Durante i riti siamo per lo più nude, perché i vestiti attenuano le forze emanate dal corpo. Quando siamo riunite, è importante per noi “creare la forza”, una forza che può    essere sfruttata nei modi più diversi. Questo noi intendiamo per magia: non l’uso di filtri o di unguenti, ma la concentrazione del pensiero, che è una vera è propria potenza, anche se molta gente e ancora restia ad ammetterlo”.[5]

C’è da chiedersi se questa potenza può essere usata per uccidere. Amanda risponde “In certe condizioni è possibile. La cosa non è facile, intendiamoci. Anzi, è già difficile giungere a risultati relativamente modesti. La forza cerebrale di una persona normale (esistono, certo, alcuni superdotati, ma io non ne ho mai incontrati), non è sufficiente a produrre una corrente molto intensa. Tutti i componenti della gilda devono lavorare insieme, e ognuno deve essere convinto che il fine a cui si tende è giusto”.

   Amanda conferma che tutti volendolo, sarebbero in gradi di diventare maghi o streghe, poiché ognuno di noi possiedono un’energia mentale che potrebbe essere sfruttata maggiormente. Amanda conferma che il rifiorire della stregoneria sia proprio una conseguenza logica degli studi sulla parapsicologia: dopo aver sperimentato la telepatia, la telecinesi e altre facoltà, ed è per questo è facile scivolare su questo pericoloso terreno,

La scrittrice francese Geneviève Dorman[6] ammette “Ho scoperto di essere “un po’ strega” il giorno in cui ho augurato una cattiva sorte a qualcuno e la cosa si è avverata.

   In seguito ho preso una patata, l’ho sagomata secondo l’immagine della persona e l’ho trafitta con aghi. Il mese seguente quell’uomo si prese due pallottole nelle braccia, perse il suo lavoro e si beccò una malattia”.

Abbandoniamo questi raccapriccianti argomenti, e concentriamo invece con le dichiarazioni di Amanda, secondo cui le influenze negative sarebbero difficilmente realizzabili. Secondo lei la “corrente del pensiero” è per lo più una forza amica, che unisce soprattutto le persone legate da vincoli di affetto, di parentela. E ciò è verificabile in primo luogo con i gemelli.

[1] https://marcos61.wordpress.com/2019/03/04/le-streghe-di-putin/

 

[2] Cosimo Ruggieri, o Ruggeri o, in francese, Côme Ruggieri e Cosme de Rogier (Firenze ….-  Parigi 1615). Astrologo fiorentino, introdotto da Caterina de Medici, alla corte di Francia come proprio consigliere e spia,

 

[3] Emile -Jules Grillot de Givry (o Émile-Angelo Grillot de Givry) – (1874-1929) – Letterato e occultista francese.

 

[4] G. De Givry, Il tesoro delle scienze occulte, SugarCo, Milano 1968.

 

[5] Caterina Kolosimo I POTERI SEGRETI DELLA MENTE, OSCAR MONDADORI, 1976, pp. 17-18.

 

[6] Geneviève Dorman (1933). Scrittrice francese