NAVI SENZA EQUIPAGGIO

•febbraio 21, 2017 • Lascia un commento

 

 

La robotizzazione avanza anche nel settore marittimo. Il colosso britannico Roll-Royce sta lavorando alla realizzazione entro il 2020 di navi senza equipaggio per ridurre del 20%i costi delle compagnie. La sperimentazione partirà da rimorchiatori e traghetti robot e inizierà in alcuni paesi (tra cui Singapore che ufficialmente è il quarto centro finanziari del mondo) che dovrebbero garantire alle navi senza equipaggio il permesso di navigazione nelle loro acque per testarne l’affidabilità. Questa notizia ha trovato (giustamente dal mio punto di vista) la contrarietà da parte dei sindacati dei marittimi poiché vede (logicamente) quest’automazione nel settore come una minaccia all’occupazione e alla sicurezza. In linea teorica le navi robot potrebbero diminuire i rischi di arrembaggio da parte dei pirati, salvo dimostrarsi di essere a prova di hacker.[1]

 

[1] Quelle navi già senza equipaggio, Metro martedì 14 febbraio 2017.

PROPOSTA DELL’EUROPARLAMENTO SUI ROBOT

•febbraio 14, 2017 • Lascia un commento

 

 

Come premessa ritengo che bisogna respingere quello che definisco il mito della scomparsa della classe operaia.

Marx ha abbondantemente analizzato la tendenza del capitalismo a ridurre il tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di ogni merce.

Se si osservano le statistiche, è che contrariamente a ciò che profetizzano i fautori dei licenziamenti (e cioè che si sarebbero creati altri posti di lavoro in altri settori) la ristrutturazione comporta un’estensione a livelli mai visti della disoccupazione industriale.

L’innovazione tecnologica, in pratica l’applicazione dell’informatica nel processo produttivo, ha permesso dei salti di produttività in quasi tutte le branche di produzione, rende “esuberanti” migliaia e migliaia di lavoratori. I computer con le loro capacità di calcolo, hanno rivoluzionato la gestione delle imprese, la robotica cioè la sostituzione di alcuni movimenti dell’operaio nella costruzione di macchine, hanno rivoluzionato il modo di fabbricare.

E soprattutto sui robot che si scatena la fantasia degli scrittori che profetizzano la sostituzione dei robot agli operai e quindi, come conseguenza la scomparsa di questi ultimi.

Questa visione si scontra con la realtà. Chissà perché il paese dove si sono installati il maggior numero di robot industriali (il Giappone) è anche uno dei pochi paesi che ha subito meno la riduzione della classe operaia.

Giappone (x1000) Occupazione  
  1965 1980 57330
Popolazione civile occupata 47300 55360 57330
Di cui nell’industria 15330 19560 19930

 

 

 

Fermo restando che rimane vera la tendenza alla diminuzione del lavoro socialmente necessario alla produzione delle singole merci, dobbiamo vedere quali controtendenze agiscono alla sostituzione dell’operaio al robot.

  • La robotizzazione non annulla la forza lavoro impiegata, ma solamente la diminuisce. Cioè continua a essere necessaria un’ampia presenza umana, senza la quale tutto si blocca.
  • Il “robot costa” quindi il capitalista non lo fa costruire, non sviluppa la ricerca per la sostituzione di “ogni lavoro operaio” ma solo laddove ciò gli permette delle economie per supporto alla quantità di lavoro vivo che sostituisce.
  • In alcuni settori il robot non ha fatto alcuna comparsa, per esempio nell’edilizia.
  • In altri settori si presentano difficoltà tecniche dovute alla complessità dei lavori.
  • In altri settori ancora, in rapido sviluppo, il cambiamento rende impossibile l’investimento massiccio in macchine che rischierebbero di essere superate.   Perciò contrariamente a quanto affermano i postindustrialisti:
  • Tutto ciò spiega, che, nonostante la rivoluzione tecnologica dei processi produttivi cominciata dalla fine degli anni ’70, la classe operaia industriale non è scomparsa.
  • La classe operaia “storica”, quella produttrice di beni materiali, si allarga su scala mondiale.
  • Le condizioni oggettive e soggettive dei lavoratori che scambiano forza lavoro con capitale commerciale, finanziario o con reddito si assimilano sempre di più alle condizioni operaie.
  • Lo sviluppo ineguale del capitalismo, provoca la formazione nello stesso tempo di nuclei sempre più estesi di proletariato super sfruttato all’interno del rapporto di produzione capitalistico e a livello mondiale dell’estensione in aree sempre più vaste dell’esercito industriale di riserva.    Dico questo, non per negare che nei paesi imperialisti, c’è un’accelerazione alla automazione. Tendenza che bisogna prenderne atto. Ed è per questo motivo che un gruppo di parlamentari europei da un paio di anni ha costituito un gruppo di lavoro sulla robotica che alla fine ha formulato una proposta di legge che dovrà arrivare al Parlamento Europeo.[1]   Ci sono progetti che coprono tutti i settori applicativi, compreso le abitazioni. La Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha inventato un robot portinaio[4]  che sorveglia chi entra e chi esca, smistando la posta. Un altro progetto è quello che si potrebbe definire un Robot badante, che dovrebbe assistere gli anziani, e che dovrebbe essere capace di parlare e di obbedire ai comandi vocali, che dovrebbe riuscire ad afferrare e porgere oggetti e ad essere un sostegno per la deambulazione.   La deputata socialista Mady Delvaux[9] è la prima firmataria della proposta di legge che i robot di “personalità elettronica”. Sempre più numerosi, autonomi, intelligenti e diffusi nelle industrie, i robot dovranno avere” diritti” e “doveri”. Saranno registrati e muniti di una sorta di carta d’identità, pagheranno per i danni che commettono e contribuiranno – ancora non è ben chiaro come – al welfare delle nazioni che li impiegano.[10] La bozza di legge suggerisce una sorta di tassa sui robot per rimpolpare il sistema previdenziale privato di tanti lavoratori umani. Ogni cittadino che impiega degli automi dovrà segnalarli allo Stato, indicando anche quanto risparmia in contributi grazie alla sostituzione dei lavoratori in carne e ossa con quelli in acciaio e silicio.
    Senza dubbio la più grande sfida della normazione sui robot riguarda però il lavoro. Le aziende dovrebbero alti livelli di produttività con e grazie a questo tipo di operai che non si ammalano e non vanno in pensione, quindi teoricamente non dovranno pagare due volte lo stato sociale. Secondo questo teorema l’azienda dovrebbe pagare comunque i contributi e il salario come se i suoi operai fossero umani e dare questi denari a un sistema di redistribuzione. Se servisse, anche una patrimoniale, altrimenti il risultato sarebbe devastante: fabbriche senza persone che creano capitale non tassato. Tuttavia è evidente come questo scenario, che in nord Europa sta già incontrando la sensibilità di economisti e politici, si scontri con gli interessi del capitale, che non “ragiona” in termini di sicurezza sociale. La deputata socialista si augura che tutto il continente pensi seriamente a una soluzione che, anche in questo caso, si candida ad essere una pietra miliare nella storia del pensiero occidentale: slegare la dignità umana dalla sua effettiva possibilità di produrre. Di lavorare. Nella prima fase ci sarà una cooperazione uomo-robot, ma la fine del percorso è chiara, sostituzione quasi totale.
  •    Just Eat sta sperimentando dei robottini per le consegne a domicilio.[5] Amazon ha già iniziato a consegnare pacchi con i droni;[6] all’aeroporto di Amsterdam funziona Spencer, un robottino assistente.[7]   Nella Silicon Valley già sono in azione dei robot poliziotti.[8] Che tra l’altro inquinano di meno delle pattuglie in auto.
  •    Si deve partire dal fatto che attualmente in Europa ci sono circa 150 progetti in corso in Europa, oltre 700 tra aziende e istituzioni stanno lavorando allo sviluppo di quella che è definita che è definita Industria 4,0;[2] nel Settimo programma quadro di ricerca e sviluppo sono stati stanziati fondi per 500 milioni di Euro. Nel 2014 la crescita media delle vendite di robot è passata dal 17% al 29% in un anno e, negli ultimi dieci anni, le richieste di brevetto nel settore si sono triplicate. In 5 anni il fattore moltiplicativo degli investimenti dovrebbe passare da 20 miliardi di dollari nel 2015 a 132 nel 2020.[3]

[1] http://www.europarl.europa.eu/news/it/news-room/plenary/2017-02-13/10

 

2 Il termine Industria 4.0 (o Industry 4.0) indica una tendenza dell’automazione industriale che integra alcune nuove tecnologie produttive per migliorare le condizioni di lavoro e aumentare la produttività e la qualità produttiva degli impianti.

L’Industry 4.0 passa per il concetto di smart factory che si compone di 3 parti:

  • Smart production: nuove tecnologie produttive che creano collaborazione tra tutti gli elementi presenti nella produzione ovvero collaborazione tra operatore, macchine e strumenti.
  • Smart services: tutte le “infrastrutture informatiche” e tecniche che permettono di integrare i sistemi; ma anche tutte le strutture che permettono, in modo collaborativo, di integrare le aziende (fornitore – cliente) tra loro e con le strutture esterne (strade, hub, gestione dei rifiuti, ecc.)
  • Smart energy: tutto questo sempre con un occhio attento ai consumi energetici, creando sistemi più performanti e riducendo gli sprechi di energia.

La chiave di volta dell’industry 4.0 sono i sistemi ciberfisici (CPS) ovvero sistemi fisici che sono strettamente connessi con i sistemi informatici e che possono interagire e collaborare con altri sistemi CPS. Questo sta alla base della decentralizzazione e della collaborazione tra i sistemi, che è strettamente connessa con il concetto di industria 4.0.

 

[3] Stefania Divertito, L’Europarlamento mette in riga i robot, METRO, martedì 14 febbraio 2017.

 

[4] https://innovazione.diariodelweb.it/innovazione/articolo/?nid=20160626_385092

 

[5] http://www.ilsole24ore.com/art/food/2016-12-09/a-londra-take-away-arriva-casa-il-robot-creato-fondatori-skype-104815.shtml?uuid=AD5F5dAC

 

[6] http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/hitech/2015/11/30/amazon-ecco-spot-per-consegna-coi-droni_4aff26fb-a475-4e21-9c95-e4eb7e06807d.html

 

[7] http://www.webnews.it/2015/11/27/spencer-robot-aeroporto-amsterdam/

 

[8] http://www.gqitalia.it/gadget/hi-tech/2016/01/18/knightscope-robot-poliziotto-che-sorvegliano-la-silicon-valley/

 

[9] http://www.europarl.europa.eu/meps/it/124776/MADY_DELVAUX_home.html

 

[10] http://www.repubblica.it/tecnologia/2016/06/24/news/legge_robot_personalita_elettronica_ue-142679939/

ARMI COME IN STAR WARS

•febbraio 13, 2017 • Lascia un commento

 

 

L’industria della armi continua a essere senza dubbio ad essere uno dei più grandi produttori di profitto del mondo.

Tutto ciò nasce dal fatto che il capitalismo di fronte alla crisi mette in moto tutta una serie di misure di varia natura che vanno dall’inflazione, alla disoccupazione (con l’utilizzo di mano d’opera a buon mercato proveniente dai paesi dipendenti) all’esportazione di capitali ecc. Ma il metodo più estremo per salvare il capitalismo è quello “convulsivo”: guerra verso l’esterno.

Nella sostanza avviene che più aumenta la crisi:

  • Più lo stato imperialista dominante (gli USA) diventa aggressivo per cercare di mantenere la supremazia politico-militare mondiale in funzione dei profitti delle sue multinazionali.
  • Più aumentano le tensioni tra i paesi imperialisti concorrenti per assicurarsi quote di profitto sui mercati mondiali e più la guerra commerciale tra gli imperialisti concorrenti tende a trasformarsi in una nuova guerra inter imperialista per la spartizione dei mercati mondiali.

 

 

La guerra, rappresenta una valvola di sfogo per le contraddizioni del Modo di produzione Capitalistico, poiché essa distrugge i mezzi di produzione (macchinari, uomini e valore-capitale) eccedenti e, quindi, con tali distruzioni apre la strada a una possibile ripresa dell’accumulazione capitalistica.

Per questo non ci deve meravigliare la notizia che secondo i dati del Senato USA il valore del mercato delle armi in tutto il mondo sarebbe di 80 miliardi di dollari. E (cosa che non dovrebbe meravigliarci) gli USA sono al primo posto con 40 miliardi di dollari.[1] Una parte importante di questi investimenti è dedicata alla ricerca e sviluppo di nuove armi. Negli USA 71 miliardi saranno investiti nella progettazione di armi che si possono benissimo definire futuristiche, come quelle che si sono viste nel film Star Wars. Nelle guerre del futuro si potrebbe anche vedere soldati, robot, simili ai droidi che si sono visti nella saga. Si lavoro molto anche sul piano dell’intelligenza artificiale.

In un intervista a Lance Winslow autore di Future Weapons Teach ha fatto queste affermazioni:

  1. Che tipo di armi vedremo?
  2. Vedo diversi nuovi sistemi d’arma all’orizzonte. In 10 anni vedremo un sacco di robotica, cyber, invisibilità e intelligenza artificiale che cambieranno le regole del gioco.
  3. Pensa che vedremo presto armi laser?
  4. Sì e negli Stati Uniti ci siamo già, ora la sfida è sulle miniaturizzazioni. Come sistemi laser grandi come un piccolo frigorifero da inserire nella stiva delle bombe, ottimo per i nostri alleati che acquistano i nostri i nostri F-35, ma male per gli avversari.
  5. Come saranno le guerre del futuro?
  6. Potremmo vedere eserciti robotici sterminare interi eserciti umani. L’opinione pubblica chiederà accordi globali per vietarli. Allora potremmo vedere i robot combattere i robot, con le nazioni ad accettare una sorta di arbitrato per mezzo di giochi di guerra virtuali. Nessuno muore ma i migliori verrebbero premiati.[2]

 

Questa prospettiva la ritengo fantascientifica, non tanto sullo sviluppo delle armi, ma questa fede che lo sviluppo della scienza determini di per sé un futuro di pace e progresso, trascurano il fatto che questa tipologia di armamenti viene creata per mantenere il dominio imperialista.

Per quello che si è a conoscenza l’esercito USA sta lavorando per la creazione di sciamo di piccoli droni che possono attaccare i nemici volando con l’aiuto di una intelligenza artificiale.

Gli specialisti, inoltre, ritengono che una delle armi più popolari nelle guerre del futuro potrebbero essere i robot, che dovrebbero sostituire gli esseri umani nei campi di battaglia. Già nel 2005 il New York Times HA RIPORTATO I PIANI DEL Pentagono “per salvare vite umane” (quelli dei soldati dei paesi imperialisti ovviamente il detto una morte è una tragedia e un milione è una tragedia è la realtà che governa il mondo).

C’è la previsione di uno sviluppo ulteriore di armi che possono attaccare in orbita degli obiettivi sulla Terra, oppure disattivare missili in volo nello spazio. Il loro sviluppo potrebbe portare a trasformare lo spazio nel prossimo campo di battaglia.

 

[1] Daniel Casillas, In 10 anni armi come Star Wars, METRO lunedì 6 febbraio 2017.

 

[2]                   C.s.

GLI OMICIDI DEL GRUPPO LUDWIG SONO STATI DELLE OPERAZIONI DI GUERRA PSICOLOGICA?

•febbraio 10, 2017 • Lascia un commento

 

 

 

Tornare a parlare del cosiddetto Gruppo Ludwig, significa sviluppare un’ipotesi su come certi determinati fatti criminosi si sono svolti. Fatti criminosi che ufficialmente sono riconducibili a follia, non mossi a un disegno razionale, ma nella realtà parasafrando una definizione che definisco corretta che usa l’ex PM Paolo Ferraro, si potrebbe parlare di una “strategia della tensione non convenzionale”. Mentre la “strategia della tensione convenzionale”, come quella che abbiamo conosciuto in Italia negli anni 60 e ’70 c’è stato l’utilizzo di stragi e di una violenza politica esplicita, questa “non convenzionale” gli atti di violenza sono riconducibili follia oppure a moventi esoterici (pensiamo agli omicidi del cosiddetto “mostro di Firenze”). Ciò che li accomuna è l’uso costante e continua del depistaggio.

La costante è di trovare dei capri espiatori che magari (come Pacciani o Narducci nel caso del cosiddetto “mostro di Firenze”) non è escluso che potrebbero avere avuto dei ruoli in queste vicende sanguinose, ma sempre marginalmente.

I mandanti, gli ispiratori, gli ideatori rimangono fuori.

Quello che rimane nascosto è la sovragestione che nasce da quando nella classe dominante (la Borghesia Imperialista) prevale una concezione oligarchica del potere.

Da quando il Modo di Produzione Capitalista entrato nella sua fase imperialista si forma il capitale finanziario,e di conseguenza si crea all’interno della borghesia un’oligarchia finanziaria che tende a dominare la vita sociale e politica e quindi la Stato.

Questa oligarchia finanziaria è composta da capitalisti e anche a volte da grossi manager, in sostanza di personaggi come i Rockefeller, Morgan, Krupp, Rothschild ecc.

C’è senzadubbio una correlazione tra la teoria della classe eletta, che si è sviluppata alla fine del XIX secolo e che ha avuto in Italia il suo più alto sostenitore nel Pareto, e la base sociale costituita dal consolidarsi della oligarchia finanziaria.

Come vi è pure una correlazione, in certi momenti, di una più stretta unità del capitale finanziaria e la teoria del superuomo, del duce, del Führer.

Questa élite oltre a formazioni proprie di categoria, attraverso organismi vari (realtà associative, circoli culturali ecc.) e soprattutto il controllo dei media sviluppa il suo dominio nel piano della sovrastruttura. Essa cerca di dominare la sfera sociale nella formazione dei quadri tecnici, e intellettuali.

Nella sostanza cerca di creare cerca di creare le basi anche psicologiche per il dominio dello Stato. Questa élite è cioè la classe dirigente anche in senso politico e, specie nei regimi democratici borghesi, mantiene il suo dominio attraverso gli strumenti di cui abbiamo accennato prima, attraverso la vita che obbliga tutti gli elementi dirigenti a essere necessariamente incapsulati in un organismo capitalistico o nell’apparato direttivo dello Stato.

Quando questi metodi non bastano a conservare il dominio per via di una crisi che investe l’insieme dell società (crisi non solo economica ma anche politica e culturale) e si sviluppa pur con vari livelli di coscienza la mobilitazione delle masse popolari, le libertà democratiche (che sono una conquista di dure lotte) diventano fastidiose e i ceti dirigenti cercano di sopprimerle, com’è avvenuto nel passato con il fascismo e il nazismo. Naturalmente, se la volontà reazionaria di questa élite esiste sempre, non sempre esiste per essa (determinante sono i rapporti di forza che si stabiliscono nei diversi paese) la possibilità di realizzarla con un colpo di Stato.

Non è certamente un caso che all’interno di questa élite si sviluppino concezioni sinarchiche.

La Sinarchia fu elaborazione sorta nel XIX secolo, come una reazione al concetto di anarchia (e allo sviluppo del movimento operaio) e quindi il suo opposto. Ogni cosa e ogni persona hanno il posto e il suo scopo, mentre ogni deviazione da queste “leggi naturali” porta al disastro.

Il concetto che ognuno ha il suo posto e il suo posto preordinato significa che alcuni sono naturalmente destinati a comandare. La Sinarchia auspica il governo di un élite predestinata.

Il nucleo dei concetti filosofici sinarchici è essenzialmente mistico. L’élite è in armonia spirituale con le leggi universali, è in pratica una casta sacerdotale. La Sinarchia è quindi una forma di teocrazia, di governo di sacerdoti o re-sacerdoti.

   La Sinarchia arriva a suggerire che quest’élite illuminata sia in diretto contatto con le intelligenze spirituali che governano l’Universo e da cui riceve istruzioni (un po’ come i faraoni dell’antico Egitto, che erano allo stesso tempo sovrani secolari e intermediari tra gli dei e il popolo), ma in ultima analisi le élite sono sempre frutto di un’autoinvestitura.

Molti membri di questa élite si raggruppano in organismi, come le Ur-Lodges (superlogge internazionali). Esse hanno origine dal coordinamento internazionale di molte logge all’inizio del XIX secolo, non solo all’interno dell’organizzazione rituale, ma anche al di fuori di essa, per via dell’impegno di molti massoni verso un mutamento profondo delle istituzioni politiche dell’epoca nel senso democratico e liberale.

Secondo Magaldi l’autore che nel libro Massoni, società a responsabilità illimitata, questa cupola di superlogge sovranazionale, che vantano l’affiliazione di presidenti, banchieri, industriali sarebbe 36 e sono divise tra di loro tra di loro tra “progressiste” e conservatrici. Inoltre, sarebbero state loro a sponsorizzare le associazioni para-massoniche come la Trilateral e il Bilderberg.

Ora per capire il terrorismo attuale in Europa, bisogna partire dal fatto che a varie forme e livelli coscienza, è in atto una ribellione delle masse popolari europee contro questa Europa, dove è dominante il capitale finanziario. Il terrorismo ha, appunto, la funzione di impedire che le masse popolari europee di liberarsi dal gioco monetario delle banche e dalla soggezione del potere finanziario, scopo che rende indispensabile la conservazione di un potere politico utile e comodo per la permanenza dello status quo. Il terrorismo salda il rapporto tra il popolo e il potere col collante della paura.

Il sovragestore può avere non solo obiettivi primari, ma anche secondari come punire o intimidire governi o enti economici, politici, culturali, religiosi e militari.

Possiamo definire così la sovragestione: un ristretto numero di persone che hanno legami di potere, o che fanno parte della finanza o della politica internazionale, che ha loro volta manovrano pezzi di governi, di amministrazioni pubbliche, di servizi segreti, di logge massoniche o para-massoniche, strutture religiose di varia estrazione, istituzione bancarie, e parti di esponenti dell’economia.

E infine ci sono i soggetti manovrati. È del tutto indifferente se essi siano consapevoli di quanto stia accendendo.

Nella sostanza c’è una rete ad anelli, dove esiste una regola aurea: ogni anello conosce soltanto l’anello che gli è immediatamente superiore e quello che gli è immediatamente inferiore e nulla di più.

 

 

IL GRUPPO LUDWIG

 

 

La storia del Gruppo Ludwig è ambigua, strisciante e complicata. Questo sodalizio e criminale, che ha visto coinvolti ufficialmente solo Abel e Furlan, i due nazisti di Verona arrestati nel 1984 in flagranza di reato, che ha portato avanti un disegno lucido, criminale con un risvolti politici, che aveva lo scopo di portare il terrore a livelli più subdoli di un attentato.

Il gruppo che ha usato la sigla di Gruppo Ludwig o che ha rivendicato i delitti (specificando i particolari trovati sulla scena del crimine) inizia il suo triste lavoro a Verona (la città nera che è la culla degli estremisti nazisti) ed esattamente il 25 agosto 1977.

Il Gruppo Ludwig se la prende con il nomade Guerrino Spinelli. L’auto in cui dorme è centrata da quattro bottiglie molotov, dove due finiscono all’interno dell’auto e le altre due all’esterno. Spinelli morrà una settimana dopo l’attentato nel centro gestioni nel centro ustionati di borgo Trento. Il caso sarà archiviato il 28 febbraio 1978 da giudice istruttore di Verona, Mario Sannite.[1]

Il 19 dicembre 1978 il gruppo assassino toglie la vita a Luciano Stefanato, un omosessuale di 44 anni, originario di Meduna di Livenza (Treviso). Stefanato è trovato all’interno della sua Alfa Romeo con due coltelli da cucina ancora conficcati nella schiena.

Il giorno 12 dicembre 1979 è trovato il corpo senza vita di Claudio Costa, ucciso nei calli di Venezia. Il volantino con la rivendicazione di Ludwig arriva alla redazione del Gazzettino nel novembre del 1980.

Il 20 dicembre del 1980 a Vicenza fa un freddo, sul marciapiede accanto alla stazione ferroviaria, per Alice Maria Baretta, 52 anni di Como, dove svolge il lavoro di prostituta.

D’improvviso si accorge che non è sola su quel marciapiede, vede un uomo, un giovane, poi si accorge che ce n’è un altro alle sue spalle ma non ha il tempo di proferire neanche una parola che sul capo cala un colpo terribile che le fa piegare le gambe. Sul corpo ormai inerte a colpi di accetta l’uomo completa selvaggiamente il suo lavoro. Ma viene scorto da un automobilista di passaggio, che vede l’individuo accanirsi sulla donna. Si sente scoperto e assieme al complice fugge nell’oscurità del Campo Marzio.

L’allarme è dato e poco dopo la zona si riempie di macchine della polizia, arriva anche un’autoambulanza che poi correrà a sirene spiegate verso l’Ospedale San Bortolo. Ci vorranno quindi giorni perché Alice, muoia, liberandosi così di una crudele agonia.

Le indagini coinvolgono subito il testimone, ma i suoi ricordi sono vaghi, gli uomini erano coperti da giacconi scuri e portavano dei berretti di lana con il fiocco.

Dopo due giorni, giungono notizie in Questura in Questura. Un giovane vicentino, Giuseppe Verico, si era confidato, forse un po’ alticcio, con gli avventori di un bar, chiamando in causa un amico minorenne, Maurizio De Cao, che tornando a casa, nell’abitazione che condivideva con il Verico, gli si era presentato tutto sporco di sangue.

De Cao gli dice che ha colpito una donna con l’accetta, mentre stava rubando un’auto poiché l’aveva visto e che con lui c’erano altre due persone.[2]

La polizia fa presto a identificare il complice, Franco Munari, e l’indagine va avanti. Ma la deposizione di Verico appare subito fragile, poiché egli ha problemi di droga e di alcol. Infatti, l’iter giudiziario, il 10 dicembre del 1982, si concluderà con un’assoluzione per insufficienza di prove per Munari e De Cao.

Questa storia sarebbe stata archiviata come uno dei tanti casi irrisolti se a riaprire la ferita ci pensa nel febbraio del 1981 un volantino, scritto con carattere runici e siglato Gott mit uns, con un’aquila sormontata dalla sigla LUDWIG e un cerchio sottostante con la svastica firmano il messaggio.

La polizia esamina il volantino esaminando eventuale contraddizioni ed errori. In Questura che ci ipotizza che la rivendicazione potrebbe essere un’appropriazione di un delitto commesso da alti.

Il 20 luglio 1982 Ludwig è di nuovo in azione, a Vicenza. Le vittime questa volta sono Fra Giuseppe (Mario Lovato) e Fra Gabriele (Giovanni Batista Pigato), appartenenti all’Ordine dei Serviti, un antico Ordine che sin dal 1435 custodisce il santuario della Monte Berico.

I due religiosi verso il tramonto scelgono di prendere un po’ di aria facendo una passeggiata e si dirigono verso Gogna. Essi non si accorgono di essere seguiti, il loro passo è lento, stanno parlando e non pensano neanche di rappresentare un obiettivo per un gruppo di assassini.

La gragnola di colpi arriva all’improvviso e non lascia scampo. I corpi cadono sul terreno in una pozza di sangue. Vicino sono poi ritrovati alcuni sacchetti di plastica e un’accetta che non presenta tracce di sangue. I martelli, l’arma del delitto, di marca UPEX, hanno degli adesivi sul manico di legno. In un sacchetto sono trovate due sciarpe di lana.

L’allarme è dato da una copia di giovani fidanzati ai frati del convento. Fra i primi ad accorrere c’è Padre Graziano Casarotto che trova ancora rantolante Fra Gabriele, ancora vivo, che sarà trasportato all’ospedale, ma si spegnerà il mattino del 21 luglio. Fra Giuseppe, invece, era morto sul colpo, il suo corpo era già freddo.

Il volantino a firma LUDWIG, con la rivendicazione, arriva il 23 luglio alla sede dell’ANSA e sconvolge tutte le ipotesi, apre scenari mai considerati e molti impegnativi.

L’aquila nazista, il motto Gott mit uns, i caratteri runici, è considerato una “firma”, da non sottovalutare. Sono, anche dei segni di un terrore sottile che s’insinua nelle menti dei cittadini comuni, che devono lavorare in territorio che è considerato “sicuro”, “normale”, “ordinato”. Se si ragiona bene, è proprio questo il motivo LUDWIG ha colpito.

Dopo il delitto di Vicenza il gruppo criminale si sposta a Trento, dove il 26 febbraio 1983 aggredisce Padre Armando Bison che muore l’8 marzo. A Milano, il 14 maggio 1983 incendia il cinema a luci rosse Eros. I morti sono sei. A Monaco di Baviera il gennaio 1984 va a fuoco la Sex Diskothek Liverpool. Molti gli ustionati, la barista Cristina Tartarotti muore il 27 aprile.

Il 4 marzo 1984 a Castiglione delle Stiviere il gruppo tenta di appiccare il fuoco alla discoteca Melamara con due taniche di benzina. E qui inizia il vero caso LUDWIG, non più solo sigle o volantini farneticanti, ma due giovani in carne in ossa che sono bloccati dai buttafuori. I due sono identificati e trascinati via dai carabinieri che li sottraggono a un tentativo di linciaggio da parte di centinaia di giovani che avevano rischiato di perdere la vita.

I due giovani sono:

 

  • Marco Furlan, nato a Padova, il 16 gennaio 1960 risiede al momento dell’arresto nel quartiere di Borgo Trento ed è il figlio del primario del Centro Ustionati dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona. Sta per laurearsi in Fisica presso l’Università di Padova.
  • Wolgang Abel, nato a Monaco di Baviera il 23 marzo 1959, figlio di un consigliere della compagnia assicurativa tedesca ARAC, vive a Negrar in provincia di Verona. È laureato in matematica e pieni voti e lavora con il padre.

 

 

A procedere formalmente contro i due imputati è chiamato il giudice istruttore Mario Sannite.

Il gruppo Ludwig è ritenuto responsabile della morte di 14 persone.

Il primo dicembre 1986 ha inizio il processo di primo grado a Verona. Marco e Wolfgang avevano entrambi provato dei tentativi di suicidio. Abel si dimostra sprezzante ma il suo comportamento è solo di difesa. I due prima non si parlano, stanno lontano l’uno dall’altro poi si avvicinano e riprendono il loro rapporto di amicizia.

Entra nel processo anche l’ipotesi del terzo uomo, presenza-assenza che fu notata in parecchi delitti firmati da Ludwig.

I giudici in camera di consiglio devono affrontare la mole dei delitti firmati LUDWIG e nel frattempo devono tenere conto delle prove raccolte. Per alcuni delitti l’accusa ha dimostrato e i giudizi tengono conto della condanna che per quanto riguarda ad esempio l’omicidio dei due frati di Monte Berico (Vicenza) si sono raggiunte conclusioni certe di responsabilità. Questo anche per la strage del cinema di Milano e per l’incendio della discoteca Liverpool di Monaco di Baviera. Il resto dei delitti di LUDWIG resta insoluto.

La Corte si pronuncia nei confronti dei due imputati: “un delirio, di sopravvalutazione dei propri giudizi e valori rispetto al mondo di vita altrui, dapprima hanno rivendicato omicidi forse non commessi e poi, preso atto del successo raggiunto, della notorietà delle loro imprese e della sigla dietro cui si celavano sono passati all’azione, usando i preannunciati ferro (martello) e fuoco (benzina) per purificare questo mondo dai peccati, ma soprattutto dai peccatori, progressivo crescendo, in cui dai singoli omicidi a più grandiosi e spettacoli che hanno causato morte di più persone”.[3]

I medici psichiatri incaricati di seguire i due imputati coinvolgono anche le famiglie. Il padre di Abel informò gli specialisti che il figlio era molto chiuso in se stesso, in particolar modo da quando era ritornato da Monaco nel 1978. Il genitore era stato avvisato dai dirigenti dell’istituto scolastico, dove Abel era iscritto che erano stati trovati dei fogli su cui Abel aveva annotato le sue idee sul suicidio e sulle cliniche psichiatriche. Il padre di Abel riporta perciò a Verona il figlio che continua a isolarsi, a non avere amici e a frequentare solo Furlan.

Per i genitori di Marco Furlan il figlio era intelligente e ironico, ma in concreto la famiglia ammetterà di aver seguito poco Marco, erano invece preoccupati dell’amicizia con Abel, che professava idee di destra.

Abel nel corso delle conversazioni con i periti psichiatri fornisce spiegazioni contorte e sfuggenti. Alla domanda sul perché negava di aver detto al giudice di Mantova la sua opinione sulle discoteche (luoghi di perdizione). Abel sostiene di essere stato condizionato, dal momento, dalla persona. Questa sua risposta è depositata presso il Tribunale di Verona.[4]

Marco Furlan autorizza la perizia psichiatrica un po’ a sorpresa (1988). Infatti, l’imputato aveva sempre rifiutato i periti psichiatrici. Durante i colloqui che si svolgono in carcere, offre di sé un’immagine rassicurante. Controllato, fornisce una cronistoria della sua vita. Molto attento all’uso delle parole dimostrando di avere un buon controllo di sé. Per lui i periti trovano una personalità in difesa esente però da patologie gravi. Non vi sono elementi per concludere una diagnosi di schizofrenia.

Per i periti gli elementi d’immaturità e un’aggressività derivante (a loro dire) da mancanza di sicurezza denotano una “personalità abnorme e peculiare”. Furlan dimostra adesso disponibilità perché che gli anni passati in carcere e una nuova situazione giudiziaria abbia cambiato il quadro della sua situazione. Dimostra, quindi, secondo i periti, di vivere la sua imputabilità in modo assolutamente razionale.

Il processo d’appello si apre il 15 gennaio 1988. Il 15 giugno 1988 la Cassazione annulla la decisione della Corte di Appello sulla durata della custodia cautelare. Pertanto Marco e Abel sono liberati e sono in “libertà vigilata”, devono risiedere in comuni che abbiano meno di cinquemila abitanti, hanno l’obbligo di firmare il registro dai carabinieri tre volte al giorno, non sono autorizzati a superare il confine dei paesi a loro assegnati.

Il processo riprende nel gennaio del 1990 tra perizie e contestazioni della difesa che vuole annullare anche la prova numero uno cioè quella dei “solchi ciechi” sui fogli bianchi.[5] Il 10 aprile dello stesso anno il presidente della Corte legge la sentenza. La pena è ridotta a 27 anni. La motivazione: “Ludwig nei delitti non cerca piacere, ma uccide per missione in quanto scelto per missione in quanto scelto da entità superiore”.[6]

Viene anche considerato la perizia psichiatrica del professor Introna che considera un “vizio parziale di mente all’epoca di omicidi”.[7]

Furlan dieci giorni della sentenza definitiva della Corte di Cassazione , il primo febbraio 1991, dopo aver firmato nella caserma dei carabinieri, sparisce. L’11 febbraio la Corte Suprema di Cassazione rigetta i ricorsi degli avvocati e conferma la sentenza della Corte di Appello, ventisette anni di reclusione Abel reagisce on rabbia, anche verso l’amico.

Anche Abel, tenta la fuga molto probabilmente impaurito dalla condanna. Scappa dalla casa, dove abita e vaga per i campi. È intercettato da una pattuglia della Guardia di Finanza che lo riporta dai carabinieri. Rientra così in carcere, a Padova, dove comincia uno sciopero della fame.

L’attenzione dei giudici e della stampa è tutta concentrata su Marco Furlan. Molti gli interrogativi sulla sua fuga. Alcuni parlano di un gruppo neonazista che lo avrebbe fatto espatriare. La latitanza di Furlan dura finisce nel maggio del 1995 quando una copia in vacanza nota la somiglianza con le foto raffiguranti Furlan di un impiegato di una ditta con sede presso l’aeroporto Heraklion di Creta.

Al sospetto è scattata una foto che poi è fatta pervenire alla polizia italiana. Così il 16 maggio arriva a Creta il capo della Criminapol veneta con alcuni agenti. Il mattino seguente è eseguito l’arresto di Furlan.

Viene anche interrogato il coinquilino di Furlan che riferisce agli agenti italiani delle visite periodiche di una donna vestita di nero che portava con sé una valigetta che lasciava nell’appartamento. Furlan si era ben integrato nell’ambiente cretese, facevo ripetizioni, la guida turistica e guadagnava bene.

Arrestato dalla polizia greca e interrogato da un agente di polizia dal nome di nome Soldatos confessò davanti a lui e altri poliziotti venuti da Atene, Furlan confessò di essere il colpevole dei reati che gli venivano contestati in Italia, parlo del suo amico Abel che si trovava in carcere in Italia, con il quale aveva costituito un’organizzazione nazista quando ancora avevano fra i 16 3 i 17 anni.

Nel 1995 processato a Creta, Furlan è condannato a 7 mesi di carcere. E il 5 gennaio 1996 rientra in Italia per scontare definitivamente la pena.

In carcere i due sono detenuti modello. Isolati dalla maggioranza dei detenuti che li chiamavano “i Ludwig” passano i loro giorni leggendo molti libri. Furlan appare come la personalità più forte, mentre Abel per un breve momento ha una crisi psicotica.

Alla fine il duetto riacquista la libertà. Prima Furlan nel gennaio del 2007 e in seguito Abel nel 2012. Tutto finito dunque. In apparenza si potrebbe dire che il carcere abbia avuto, secondo il dettato costituzionale (disprezzato da entrambi), una funzione riabilitativa e che dopo aver espiato rientra nella società.

Tutto finito, e chiaro fino a quando nel 2007 nel programma Le iene il giornalista conduce un’intervista con un anonimo, intervistato ma ripreso di spalle.[8]

Un’intervista con la quale l’intervistato disconosce l’impostazione ideologica nazista, ma che Furlan disconosce, affermando di non essere mai stato intervistato.

Mentre Abel in un’intervista alla giornalista concessa alla giornalista Monica Zornetta, parla della sua vita in carcere, di sua madre, di quello che sta facendo. Ma soprattutto si proclama innocente, egli afferma di volere la verità:

 

  1. Ma quale verità? Esiste forse un’altra verità?

 

  1. Certo. La verità politica, quella che ha voluto mettere al centro della vicenda Ludwig solo perché sono cittadino tedesco. Poi mi hanno messo vicino a Marco Furlan che, ha quanto pare, fa parte del gruppo Ludwig. Quella che tutti conosciamo è solo verità di Stato.

 

  1. Ma non ti puoi dichiarare innocente, vi hanno arrestato in flagranza al Melamara.

 

  1. E’ per questo che hanno messo Furlan vicino a me, a lui hanno dato sedici anni e a me ventitré compresi tre anni di casa di lavoro a Sulmona anziché cure psichiatriche? Siamo stati condannati entrambi a ventisette anni.

 

  1. Forse perché lui ha confessato?

 

  1. Non ha confessato, a meno che non si chiami confessione quella sceneggiata (riferendosi all’intervista dell’uomo misterioso alle iene). E ti aggiungo che, secondo me, nemmeno a Creta ha parlato, il poliziotto ha detto così per darsi un po’ di importanza. Se una persona viene messa in libertà dopo sedici anni è perché o ha parlato o non deve parlare. Non c’è una terza possibilità. Lui ha chiesto la semilibertà e l’hanno mandato a casa direttamente, guarda un po’. Ho fatto ricorso ai tre anni di casa lavoro, cioè il carcere duro ma l’ho perso sia in appello che in Cassazione. Eppure ero bisognoso di cure essendo stato condannato con seminfermità, è da quel momento che ho capito he i miei diritti erano stati sospesi. Figurati solo dopo Sulmona il giudice si era accorto che Abel aveva bisogno di cure. Mi hanno fatto fare la perizia, mi hanno messo per quattro mesi agli arresti domiciliari con cure psichiatriche, poi è venuta la libertà vigilata con controlli periodici. Una misura che continua ancora oggi.

 

  1. Che cosa è successo al Melamara?

 

  1. In quella discotecuccia? È successo che c’era stato già prima di quel triste episodio, ricordo che stavo ballando e degli individui istituzionalizzati (i buttafuori) mi hanno calpestato i piedi. E una, e due volte. E poi ancora, venivano lì mentre ballavo. A un certo punto non c’è l’ho fatta più e sono andato via. Il loro, è stato un atto di vigliaccheria, con quei fisici da macho, si sono accaniti su una persona debole che arrivava da fuori. Quando sono tornato a Verona, ho proposto a Marco Furlan di fare uno scherzo a quei due, abbiamo preso la benzina e siamo andati. Ma non c’era volontà di fare del male alle persone.

 

La banda c’è esiste. Fin qui tutti d’accordo. È una banda composta da quattro o cinque persone più un paio di fiancheggiatori. È ovvio che i fiancheggiatori ci siano perché, ad esempio, io che vivo a Verona non posso sapere che in una cella di Venezia c’è uno spacciatore che, faccio per dire, a mezzanotte spaccia. Ciò significa che questi chiamano e gli altri vanno e ammazzano.

 

Il PM parlava di una terza persona che occasionalmente si è aggiunta, capiva bene che in una situazione del genere due sole persone erano po’ poco. Marco Furlan era più o meno una collaboratore della banda, io l’ho capito quando è scappato a Creta.

 

Quando Marco è uscito dal carcere davano per scontato che avremmo saputo su tutto su Ludwig. E invece no. Lui ha detto non se la sentiva, era una questione psicologica e i giudici gli hanno dato ragione, e infatti poi ha fatto quella cosa in TV per fare un favore ai giudici. Perché, continuo a domandarmelo e a domandarlo, scarcerare una persona dopo sedici anni senza che questa abbia detto chi fa parte del gruppo Ludwig? Probabilmente non voleva che Marco parlasse altrimenti lo avrebbero fatto parlare, stai tranquilla. E io invece mi sono fatto ventitré anni dentro. Conosco le cose, non ti fanno uscire se non tiri fuori l’ultima goccia di sangue.

 

  1. Ma chi è Marco Furlan?

 

  1. Nessuno lo sa. Io meno degli altri. Non significa niente che fosse il mio migliore amico, non sono mai riuscito ad entrare in quella persona. In quanto alla fuga a Creta penso sia avvenuta grazie ad alcuni individui che presumo essere veronesi e che lui continua a coprire. Secondo me c’entra la politica, c’entrano le persone facoltose legate alla destra estrema. Tutto quel denaro gli è stato trovato a Creta ritengo gli sia stato dato da qualcuno che deve avergli detto di rifarsi una vita, di sparire e non tirare in mezzo nessuno. Quando è scappato mi sono sentito tradito, mi ha tradito ma non in quella circostanza e basta, mi ha tradito tutta la vita. Li ho capito che aveva un’esistenza parallela, ed è quello che penso adesso. Lui sta con loro, e io qua.

 

  1. Chi è Ludwig?

 

  1. Ludwig è uguale a ignoranza, per me. Dietro c’è tanta frustrazione sessuale, non c’è mente una intelligente come la mia. Io quelle cose non le avrei mai commesse. Il fatto che però non sono stati scoperti denota una certa furbizia. È gente scaltra, è il tipo contadino furbo, quello he ci sa fare. Io li chiamo i compagni di merende proprio come quelli del mostro di Firenze. Non penso che Ludwig sia interamente composto da criminali, ma da persone che hanno interessi in comune. Sono soggetti che si parlano, trascorrono del tempo insieme, giocano a carte o fanno anche altro, possono essere professionisti, possono esserci anche medici tra loro, e di sicuro in mezzo c’è qualche criminale e anche qualche sempliciotto. Non stanno insieme per ammazzare ma può capitare che ci scappi il morto.

 

Lo sai cosa penso? Che Ludwig sia un ambiente di gente un po’ deviata e variegata, quindi con un quoziente di intelligenza variabile. Ludwig è un ambiente sfizioso, molto superficiale a livello emozionale. Lo vedo quasi come una loggia segreta dove l’omicidio può essere una conseguenza, che so un’apatia, di una insofferenza, di un odio o cosa del genere.

 

  1. Ludwig è dunque l’autore di tutti i delitti, anche di quelli che non gli sono stati attribuiti?

 

  1. Si, sono tutti suoi, tutti di Ludwig.

 

Qui Abel, in mezzo a quello che molto probabilmente è un miscuglio di verità e menzogne, fa delle affermazioni importanti:

 

  • Ludwig non è solo il duetto di pazzi come si è voluto far credere, ma un gruppo che si muove dentro un contesto molto più ampio.
  • Interessante l’identificazione dei membri ai compagni di merende, implicati per i delitti del cosiddetto Mostro di Firenze. Parla di persone con una furbizia contadina (sembrerebbe un’analogia a dei personaggi come Pacciani), e che nel gruppo ci possa essere persone che possono fare il medico (come il Narducci). C’è il sospetto che da delle indicazioni per depistare o comunque di persone che abbiano avuto un ruolo marginale.
  • L’analogia del gruppo come una loggia segreta. Sembrerebbe un messaggio, aiutatemi o se no comincio a parlare. Una sorta di messaggio cifrato?

 

 

IL CASO LUDWIG VISTO DA UNA GIORNALISTA  D’INCHIESTA

 

 

Monica Zornetta con i suoi libri indaga da anni tra le pieghe oscure del Nord Est, dalla storia di Felice Maniero e della Mala del Brenta alle vicende dei cosiddetti “anni di piombo” nel Veneto (e non solo).[9]

Ha affrontato, tra l’altro, quello che senza dubbio si può benissimo dire enigmatici per quanto riguarda la cronaca nera italiana, il caso Ludwig appunto. Su quest’argomento ha scritto il libro Ludwig – Storie di fuoco, sangue, follia, (Dalai Editore, 303 pp).

Monica sostiene che non sono stati loro. Che la verità raccontata dal duetto Abel e Furlan non convince.

Sostiene che il loro ostinato silenzio sia spiegabile con una scelta di opportunità da parte loro. Parlare potrebbe portare al coinvolgimento nella vicenda di altre persone e ciò avrebbe potuto a un’accusa di associazione a delinquere, con la conseguenza di un ulteriore pena da scontare, ma soprattutto l’impossibilità di godere di determinati benefici carcerari.

Ritiene che la fuga di Furlan sia uno spartiacque, poiché fuggì solo lui, all’insaputa (così sembrerebbe) di Abel. Gli interrogativi che pone è chi abbia aiutato a fuggire Furlan, e come mai proprio in Grecia. Il paese ellenico in quegli anni si era lasciato alle spalle la dittatura dei Colonnelli, che negli anni precedenti aveva offerto rifugio e protezione a molti esponenti della destra occidentale. Non è da sottovalutare poi il fatto che i due legali di Furlan – Piero Longo e il suo allora allievo Nicola Ghedini – al tempo erano contigui ad ambienti di estrema destra, che in occasione delle periodiche interviste che concedevano ai giornalisti, insistevano nel fa accreditare la tesi della morte del loro assistito.

 

 

LUDWIG, ORDINE NUOVO E RETE USA

 

 

Il 12 febbraio 2012 il quotidiano di Verona L’Arena[10]  riporta la notizia che un ex membro di Ordine Nuovo Giampaolo Stimamiglio, avrebbe riferito ai carabinieri del ROS che c’era un collegamento tra l’estremismo nero e il gruppo LUDWIG.

Stimamiglio fa un nome, Marco Toffaloni, chiamato “Tomaten”, un militante di estrema destra, che afferma che era collegato a Ludwig.

In un’intervista al Corriere di Brescia del 18 febbraio 2012, Stimamiglio ha dichiarato che LUDWIG “è una formazione di qualche anno posteriore a Piazza della Loggia”.[11] L’ex ordinovista ha anche aggiunto che “è evidente che Furlan e Abel, da soli, non possono aver commesso tutte quelle azioni”.

Toffaloni è inquisito per la strage di Brescia (1974). Ed è pure sospettato di aver preso parte e aver curato un collegamento tra i membri di Ordine Nuovo e le Ronde Pirogene Antidemocratiche attive a Bologna.

Nel mese di maggio del 2012 è interrogato del ROS Wolfgang Abel.[12] Gli investigatori, ormai convinti che LUDWING sia stato un’organizzazione, hanno voluto sondare l’ex membro del gruppo.

Il filone d’indagine LUDWIG-ORDINE NUOVO-STRAGE DI BRESCIA non nuovo, già nel 1996 l’allora capitano dei ROS, Massimo Giraudo aveva curato un’informativa per il giudice Guido Salvini impegnato nell’indagine relativa alla cosidetta strategia della tensione (e in particolare alla strage di Piazza Fontana).

Nell’informativa del capitano Giraudo[13] erano riportati elementi di indagine riguardante le Ronde Pirogene Antidemocratiche e il collegamento di questo gruppo con LUDWIG. Risultava da tale informativa che il leader delle Ronde Luca Tubertini conosceva e frequentava Abel e Furlan.

Dall’inchiesta del giudice Salvini sulla strage di Piazza Fontana era emerso il ruolo della rete informativa americana (interna a Ordine Nuovo) in tali avvenimenti. Il figlio di un membro di questa rete Pietro Gunella è citato quale attore di una telefonata circa il terzo uomo del Gruppo LUDWIG. Sempre da questa sentenza emergono i contatti fra le Ronde pirogene antidemocratiche e i Nuclei sconvolti per la sovversione urbana, attivi ancora negli anni Ottanta. Sullo sfondo anche i contatti con Ludwig, il gruppo neonazista di Wolfgang ritenuti materialmente responsabili di almeno dieci dei 28 delitti rivendicati da questa sigla tra il 1977 e il 1984, e con la setta esoterica Ananda Marga (nel suo simbolo anche una svastica), approdata a Verona tra il 1974 e il 1975.[14]

Nonostante le analogie, non vi furono degli elementi da far ritenere che la strategia delle Ronde e dei Nuclei sia stata maturata nella setta.

Nell’inchiesta emerse che molte persone implicate nel procedimento inerente alle Ronde appartenevano ad Ananda Marga, che è struttura estesa in vari paesi con obiettivi che non sono solo filosofici o religiosi, ma anche di cambiamento dell’ordinamento politico della società, che ha una struttura formata da monaci ed adepti, ma anche da un servizio d’ordine e da regole molto rigide, da carattere quasi militare, cui erano costretti a sottoporsi gli adepti.

Sempre in questa sentenza si rileva la singolare coincidenza della presenza del generale Maggi Braschi esperto di guerra psicologica (nonché elemento della rete spionistica USA) in India, luogo di nascita della setta Ananda Marga, quale addetto militare proprio nel momento proprio nel momento in cui veniva importata nel veronese.

Per tutti questi motivi non può essere scarta l’ipotesi che nel Veneto, per le connessioni con Ordine Nuovo, con la rete CIA e l’acceso anticomunismo delle tre formazioni di estrema destra, sia stato un laboratorio di sperimentazione di tecniche di guerra non ortodossa basate sull’uso terroristico di devianze esoterico-religioso a connotazione politica estremista di destra.

Sarà un caso ma la cura LUDOVICO, o se sì il trattamento LUDWIG ricorda il lavaggio mentale che Alex nel film Arancia meccanica subisce “volontariamente”, nel film è ovviamente ribaltato nello scopo che persegue, essendo “riabilitativo” ma nel metodo deprecabile, mentre nella realtà è molto peggio e talvolta serve a forgiare schiavi sessuali, candidati manciuriani e “guerrieri apocalittici” utili per fini terroristici e politici.

LUDWIG, nome in codice germanico non a caso, nome che richiama per assonanza le sue origini naziste, ma forse ancora più antiche se volessimo ulteriormente approfondire la questione, nome che Kubrick ha rimarcato con ambivalenza per tutto il film, nome che richiama appunto il progetto MK-ULTRA…

Nome del gruppo criminale. Sigla e firma che forse (è un’ipotesi che val la pena di approfondire) voleva potesse richiamare pur con un codice criptato la CURA LUDOVICO, in altre parole cosa rappresentasse nella realtà celata all’opinione pubblica, codice imitare….

 

La fine degli anni 70 fu costellata di attentati di stato, stragi e omicidi politici, mentre su un livello quotidiano più da cronaca nera, vide il sorgere dei primi omicidi rituali mediatici, all’epoca quasi sempre eseguiti da fanatici estremisti di destra, come nel caso dei MOSTRI DEL CIRCEO ed in seguito verso la fine degli anni 70 il duo LUDWIG…

Entrambi i livelli alimentavano la strategia della tensione, ma il secondo andava a minare la sicurezza del cittadino ignaro, forse ancora più del primo, nella sua intimità casalinga, perchè il fattore politico era meno marcato a livello mediatico rispetto al terrorismo nero o rosso e quindi era percepito come più liquido ed evanescente, poteva riguardare veramente tutti…

Un po’ come accadde per i fratelli SAVI, che colpivano senza una ragione e un bersaglio preciso, ma in fondo era quello il loro compito, spaventare, destabilizzare, creare paura…

Il laboratorio della paura ai tempi di LUDWIG, fu incarnato da Wolfang Abel e Marco Furlan, e secondo testimonianze di pentiti della mafia del Brenta (ma ci si arriverebbe seguendo il filo logico delle appartenenze culturali dei due soggetti), il gruppo rappresentò una delle tante cellule dell’estremismo nero di ORDINE NUOVO, creazione sionista ed atlantista in funzione terroristica per la stabilizzazione del potere costituito, cane da guardia del capitale contro ogni rigurgito filocomunista o democratico.

Non furono i soli a essere strumentalizzati e plagiati e non saranno certo gli ultimi, infatti oltre ad i SAVI , possiamo fare esempi odierni similari accaduti, sia in Norvegia con l’attentatore di Oslo, cooptato dalla Massoneria di rito svedese, infarcito di deliri nazistoidi di pulizia etnica e sociale, simili a quelli dei LUDWIG, che in Italia a Firenze, con lo stragista dei senegalesi, anche lui in odor di occultismo e mondo magico, mondo caro al Pantheon culturale ed all’immaginario della destra esoterica.

 

 

[1] http://www.storiavicentina.it/inchieste/96-documenti-e-analisi-dello-scontro-politico-

 

[2]                                                   C.s.

 

[3] Monica Zornetta, Ludwig, storie di fuoco, sangue, follia, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2011.

 

 

[4] http://www.storiavicentina.it/inchieste/96-documenti-e-analisi-dello-scontro-politico-

 

 

[5] Nella casa di Abel, nel corso di una perquisizione del 29 marzo 1994, la polizia sequestra un blocco di 117 e altri fogli sparsi, bianchi. Gli esperti della polizia tedesca sostengono che si possono trovare tracce dei volantini con delle tecniche particolari. E, infatti, una perizia effettuata su uno dei fogli sequestrati fa venire alla luce l’intero della rivendicazione dell’incendio di Milano al cinema Eros.

 

[6] Sembrerebbe quasi dire che le loro azioni criminali furono indotte da fattori esterni.

 

[7] Claudia Innocenti, Le copie assassine, tesi di laurea in Scienze Criminologiche, Università Europea, Bruxelles, ottobre 2013.

 

[8] http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/157722/lucci-ho-ucciso-10-persone.html

 

[9] http://www.storiavicentina.it/inchieste/1115-intervista-a-monica-zornetta-su-ludwig.html

 

[10] http://www.storiavicentina.it/inchieste/96-documenti-e-analisi-dello-scontro-politico

 

[11]                                                       C.s.

 

[12] http://www.larena.it/home/caso-ludwig-abel-interrogato-dai-ros-1.2928315

 

[13] http://www.piazzafontana.it/CONTRIBUTI/press/Piazza%20Fontana%204a%20edizione%20Intervista%20a%20Salvini.pdf

 

[14] http://www.labottegadelbarbieri.org/linfamia-di-quel-28-maggio-a-brescia

MILITARIZZAZIONE DELLA POLIZIA E ARMI NON LETALI: LE SQUADRE SPECIALI COME TRUPPE DI OCCUPAZIONE

•gennaio 30, 2017 • Lascia un commento

 

 

 

Le metafore di “guerra alla droga” all’interno degli U.S.A. a partire dagli anni ’80, dove le aree considerate “ad alto tasso criminale” (i ghetti) sono state considerate da un certo punto in poi zone di guerra che trasformano i proletari e i sottoproletari che abitano in queste zone in nemici potenziali e i poliziotti in truppe di occupazione. Lo stesso discorso si potrebbe dire nelle zone del sud Italia che con la scusante della “guerra alla Mafia”, per non parlare delle banlieues francesi dove nell’autunno del 2005 si sono espresse da parte delle masse proletarie/sottoproletarie (in particolare giovanili) delle forme di lotta che per un breve periodo di tempo fece perdere allo Stato il controllo di alcune zone metropolitane.

Sarà un caso ma a Milano, nel 2007 grazie ai finanziamenti del Ministero della Salute e del Ministero dell’Ambiente, il Comune potrebbe avere a disposizione due esemplari di elicotterini (che costano 50.000 €) prodotti da un’azienda tedesca specializzata in tecnologia bellica. Il dispositivo volante è munito di un sistema GPS satellitare, che è direttamente collegato con un furgone della polizia di Piazza Beccarla (sede dell’Assessorato alla Mobilità e Ambiente) che smista le immagini per competenza a carabinieri, polizia, protezione civile e 118. Milano è la prima città in Europa che potrà contare per il controllo del territorio su un occhio elettronico volante, perché al mondo solo Los Angeles ha ufficialmente un dispositivo simile.[1]

In questo quadro le squadre speciali come gli Swat negli U.S.A. sono usate come presidio quotidiano nei quartieri abitati da minoranze etniche che hanno assunto l’aspetto di veri e propri territori occupati, non dissimili da quelli in atto nei territori palestinesi occupati.

La costituzione di corpi polizia paramilitari con addestramento militare si è sviluppata in tutti i paesi imperialisti. In Gran Bretagna l’equivalente delle SWATS sono le PSU (Police Support Unit), utilizzate per molti anni in Irlanda del Nord, in Germania i Gsg 9 (Grenzchtzgruppe 9), in Francia i Gign (Groupe de Sécurité et d’Intevention de la Gendarmerie Nazionale), in Italia per l’occasione del vertice del G8 di Genova fecero la loro comparsa, i Ccir dei Carabinieri (Compagnia di Contenimento e Intervento Risolutive).

I Ccir furono organizzati utilizzando i carabinieri che prestavano servizio c/o la Seconda Brigata mobile dell’Arma, normalmente impiegata per interventi in zone di guerra all’estero. Sono nati sulla scorta delle dottrine dell’ordine pubblico maturate dopo gli scontri di Seattle del 1999 e fondate sulla convinzione di chiara derivazione militare: la possibilità dell’attacco offensivo e risolutivo in operazioni di piazza. E non è un caso che sia stata la compagnia Ccir 12° battaglione CC Sicilia, durante gli scontri di Genova del 2001, l’artefice della carica laterale al corteo delle tute bianche che ha portato agli scontri di Piazza Alimonda e all’uccisione di Carlo Giuliani. L’altro aspetto inquietante sta nell’invisibilità dei Ccir si tratta una struttura semiclandestina, non avevano (ufficialmente sciolti dopo Genova) un proprio comando operativo, il loro arruolamento era condotto nei vari battaglioni tra il personale dell’arma più convinto e motivato (giovani con poca esperienza ma molti motivati e determinati e ufficiali con approccio offensivo e malcelate simpatie politiche vicine alla destra fascista ovviamente). Il modello ispiratore va fatto risalire per metà agli SWATS, e per l’altra metà dalla M.S.U. (Unità Multinazionale Specializzata) corpo d’élite nato nel 1998 su richiesta della N.A.T.O. (e operante nell’ambito dell’alleanza atlantica) e sotto il comando di un ufficiale dei Carabinieri, per le missioni internazionali con il compito di fondere il controllo bellico del territorio e la gestione di polizia tradizionale.

La cooperazione internazionale tra questi corpi specializzati si è sviluppata in questi ultimi anni. Centinaia di carabinieri si addestrano nel modernissimo centro della gendarmeria francese a Saint-Astier nella regione della Dordogna, nei pressi di Bordeaux, una struttura unica in Europa. Nel Corriere della Sera del 7 giugno 2001 si dice: “Centinaia o migliaia, parte dei carabinieri che si stanno addestrando potrebbero trovarsi a Saint-Astier, nella Regione della Dordogna, dove sorge il modernissimo centro di addestramento della gendarmeria francese. Un luogo unico nel suo genere in Europa dove tutte le forze di polizia a ordinamento militare fanno a gara per andare a seguire i durissimi corsi. Per alcune missioni all’estero anche i carabinieri sono transitati da questi 148 ettari di terreno collinoso dov’è ricostruita, come in un set cinematografico, una vera e propria città. Fra negozi, piazze e stradine – in un contesto simile a quello di un qualsiasi centro occidentale – vengono sperimentate tecniche di guerriglia urbana, viene affinato, l’uso dei lacrimogeni, ci si prepara a reagire all’uso di bombe a mano. Secondo una tecnica organizzativa consolidata, gli agenti da addestrare simulano di essere manifestanti, con tanto di fazzoletti al collo e caschi in testa. Tutti, gli agenti, di diverse nazioni, per settimane gli uni contro gli altri, ad apprendere l’arte della guerriglia”.

A Saint Aster si addestra la Gendarmeria Europea, nata da un accordo tra i ministri della difesa di Francia, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna, il 17.09.2004. compito della Gendarmeria Europea è di intervenire nelle cosiddette “missioni di pace, coordinamento e cooperazione e compiti di polizia militare” nelle situazioni di crisi e di guerra come i Balcani o il medio oriente. Il contributo Italiano Eurogendfor, è costituito dalla partecipazione delle forze di polizia militare (alias Carabinieri) e dal aver messo a disposizione il quartier generale a Vicenza nell’ex scuola di addestramento dei Carabinieri Chinotto che affianca il COESPU (Centro di Eccellenza per le Stability Units), un nuovo corpo finalizzato all’addestramento di istruttori di polizia con status militari tipo Carabinieri provenienti da paesi extraeuropei come il Camerun, il Marocco e il Senegal.

Non ci si deve meravigliare sul ruolo preponderante dei carabinieri, sulla formazione di questi corpi specializzati, poiché essi sono l’apparato ideale per la guerra civile e per il colpo di stato in Italia (prendiamo come esempio Piano Solo di De Lorenzo nel 1964) per tre ragioni:

1° Sono una struttura da esercito professionale. E col D.L. 05/10/2000 n. 297 l’arma dei carabinieri è elevata a rango di forza armata.

2° Anno compiti di ordine pubblico e di polizia militare.

3° La loro collocazione all’interno dell’esercito con funzioni specifiche integrate nella NATO.

In Italia rimangono in piedi, le strutture create negli anni ’70 e ’80 nel periodo della lotta armata da parte delle B.R. e delle altre O.C.C. in funzioni antiguerriglia. Queste sono strutture integrate, dove il magistrato antiguerriglia ha più rapporti con i poliziotti e i carabinieri dei reparti antiguerriglia che con gli altri magistrati, lo stesso discorso vale per gli agenti di P.S. e i C.C. di questi reparti. E in questo periodo che la guerra psicologica fu centralizzata negli uffici stampa. Perciò non c’è da meravigliarsi (che non significa accettazione passiva e mancanza di lotta) l’operare di magistrati come Giovagnoli (continuazione della magistratura emergenzialista) e di ufficiali di carabinieri come Ganzer. Queste strutture non solo si mantengono, ma dopo l’11 settembre con la scusa della “lotta al terrorismo” si sono rafforzate.

L’idea forza che ispira questi corpi è che il cittadino diventa il nemico nel momento in cui manifesta contro i poteri dominanti.

 

 

GUERRA NELLE BANLIEU DELLE METROPOLI IMPERIALISTE

 

Il Pentagono facendo tesoro dell’esperienza molto amara appresa dalla guerriglia urbana dove le truppe americane si sono dimostrate regolarmente inferiori a nemici male armati ed equipaggiati, ma tremendamente determinati e abili ad approfittare della loro conoscenza del territorio, ha promesso ai soldati americani in difficoltà nella guerriglia urbana a Baghdad entro il 2015 nuove attrezzature militari e armamenti. Questo non solo per quello che è successo a Baghdad, ma anche dall’esperienza di Mogadiscio del 1993 dove i Ranger subirono perdite del 60% per mano dei guerriglieri somali.

Il peggio per il Pentagono (come per le forze armate degli altri paesi imperialisti) è che nel futuro dovrà affrontare sempre di più questo tipo di situazioni di conflitto. Almeno un miliardo di esseri secondo dati ONU vive attualmente nelle grandi megalopoli del Sud del Mondo. Oramai quest’urbanizzazione ha raggiunto proporzioni mostruose: Lagos potrebbe avere nel 2015 venti milioni di abitanti, Karachi ne ha oggi 25 milioni, il Cairo 16 milioni.

Ma a dimostrazione della dimensione internazionale dello scontro di classe e della controrivoluzione, anche le città delle metropoli imperialiste, come dicevo prima, sono diventare terreno di scontro e di sviluppo della militarizzazione.

Prendiamo come esempio gli U.S.A. Negli ultimi 25 anni, i vari uffici di polizia hanno organizzato unità paramilitari (PPUs) variamente denominate: SWAT, SRT, equipaggiate per operare in tenuta di combattimento con armi automatiche ad alto potenziale come fucili d’assalto e granate assordanti, accecanti, gas paralizzante e automezzi corazzati. Il numero di queste unità e il numero delle situazioni nelle quali vengono dispiegate sono aumentate rapidamente. Con i prevedibili risultati: civili coinvolti, poliziotti uccisi da fuoco amico ed un crescente antagonismo tra forze di polizia militarizzate e popolazione.

All’interno di questi corpi d’élite molto militarizzati hanno accresciuto la cultura della violenza e dell’antagonismo razziale. Uno studio fatto dai professori Peter Kraska e Vicotor Kappeler della Scuola di studi di polizia dell’Università dell’Eastern Kentacky rileva il livello di inaccettabilità che queste squadre di polizia paramilitare hanno raggiunto nelle comunità afro americane e ispaniche.[2] C’è stato un incremento di queste squadre. Nel 1982 il 59% dei dipartimenti di polizia aveva tra i suoi effettivi un’unità paramilitare. Quindici anni dopo quasi il 90% dei 48 dipartimenti ha in attività unità paramilitare. Queste unità sono chiamate per compiti di normale amministrazione per le forze di polizia, come pattugliare le strade o eseguire mandati di perquisizione.

Le comunità nere delle città sono le prime a subire l’impatto con queste unità dove il razzismo cresce.

Nel 1983 e nel 1989 ci furono due cambiamenti del Posse Comitatus Act, che era stato emesso per porre fine allo stato di legge marziale che regnava negli stati del Sud dopo la guerra civile, che hanno portato l’istituzione militare e poliziesca a lavorare a fianco a fianco. Dopo questi emendamenti al Posse Comitatus Act, i militari hanno potuto fornire servizi d’intelligence, materiali e mezzi e addestramento così come partecipare a operazioni antidroga in pratica pressoché tutte le attività di ricerca, attività e arresto.

La somiglianza tra le attività di polizia e quelle dei militari ha creato un forte allarme riguardo alle libertà civili. Nel maggio 1997 una squadra dei marines che stava portando avanti una missione di “addestramento antidroga” sul confine messicano, ha ucciso un pastore di pecore che stava portando la sua lana dal Messico al Texas. I quattro soldati che agivano ha volto coperto, affermarono che il pastore – armato di un fucile a colpo singolo che usava per difendersi dai coyote – aveva fatto fuoco su di loro.

L’esercito va assumendo funzioni di polizia civile, così la polizia agisce e appare sempre più come un reparto di soldati.

La strada verso armamenti high tech è stata spianata dalla fine della cosiddetta guerra fredda, quando a fronte delle riduzioni della spesa militare, si è creato un surplus a prezzi stracciati nel mercato di tali armamenti. I fabbricanti di armi iniziarono una politica aggressiva di marketing verso i dipartimenti di polizia al fine di poter piazzare armi automatiche e altro, infatti, le aziende tengono seminari e spediscono dépliant colorati con tutte le figurine e i manichini abbigliati ninja-style. Questa confluenza di esperienza, con artiglieria militare, immersione nella cultura militare e l’immaginario creato dai media stanno velocemente creando un nuovo tipo di agente, che si comporta sempre di più come un soldato in guerra che come un poliziotto in pattuglia.

 

LE “ARMI NON LETALI” COME STRUMENTI DI CONTROLLO POLITICO E PER LA GUERRA ALL’INTERNO DELLE METROPOLI IMPERIALISTE

 

Le tecnologie della repressione sono il prodotto dell’applicazione della scienza e della tecnologia al problema della neutralizzazione dei nemici interni dello Stato. Sono dirette principalmente contro la popolazione civile, solo raramente uccidono poiché sono indirizzate principalmente al cuore, alla mente e al corpo e sono usate sia nelle guerre esterne, che nei conflitti civili interni, le rivolte ecc.

Questo nuovo tipo di armamenti ha rivoluzionato lo scopo, l’efficienza e la crescita del potere repressivo della polizia che certamente è molto diverso da nazione a nazione. Vedere le riflessioni del maggiore dei carabinieri Rosario Castello nella pagina web: http://www.carabinieri.it/Inernet/Editoria/Rassegna-Arma/2003/4/Informazioni-e-segnalazioni/01_Rosario_Castello.htm   dove fa delle riflessioni sull’utilizzo delle “armi non letali”. Castello comincia la riflessione con un classico della strategia militare Sun Tzu: “Quando duemila anni fa circa, Sun Tsu affermò che per annientare il nemico non era necessario distruggerlo fisicamente, ma annientarne la volontà di vincere”, ci fa capire che queste armi sono politicamente convenienti perché evitano inutili spargimenti di sangue con tutti gli inconvenienti a livello mediatico e politico (possiamo prendere come esempio quello che è successo in Birmania, cosa sono le conseguenze a livello politico di una repressione fatta alla luce del sole e davanti ai media internazionali). Sono armi per una guerra a bassa intensità che però hanno lo svantaggio di una loro possibile proliferazione e utilizzo da parte di gruppi criminali/terroristi.

Questo fatto ha preoccupato settori di opinione pubblica, poiché la commissione STOA del Parlamento Europeo (Scientific Tecnological Options Assessment – Commissione per la Valutazione delle Opzioni Scientifiche e Tecnologiche) ha ordinato uno studio per conto della Commissione libertà civili e affari interni dell’Unione Europea.[3]

Questo rapporto del 1998 dal titolo emblematico “Una valutazione delle tecnologie di controllo politico” ha confermato i primi interessi da parte degli scienziati in Europa (ma non negli U.S.A.).

Il rapporto STOA ha disegnato un agghiacciante quadro delle innovazioni repressive, con le seguenti opzioni:

1° Sistemi semi intelligenti della zona di rifiuto. Questi sistemi di guardia automatizzati adottano reti neurali capaci di utilizzare modelli di riconoscimento e “imparare” così che possano pattugliare zone sensibili e utilizzare secondo l’opportunità armi letali o sub letali.

2° Sistema di sorveglianza globale. Il software di riconoscimento vocale può intercettare e rintracciare individui e gruppi, mentre supercomputer classificano automaticamente la maggior parte delle chiamate telefoniche, fax, e-mail. Sistemi di “Data veglianza” tracciano immigrati o altri obiettivi, attraverso l’uso delle tecniche biometriche per identificare le persone tramite il riconoscimento del DNA, la retina o le impronte digitali. Un esempio di applicazione di questo sistema di sorveglianza globale è il Progetto europeo Erodac. Questo progetto diventato operativo il 15 gennaio 2003 prevede che uno Stato membro dell’U.E. potrà raffrontare le impronte digitali dei richiedenti Asilo o dei cittadini terzi presenti “illegalmente” nel proprio territorio per verificare se hanno presentato domanda di asilo in un altro Stato membro.

3° Profilo dati. Le polizie di stato sono state in grado di usare la sorveglianza dei dati per compilare “mappe di amicizia” o legami, attraverso l’analisi di chi Telefona o spedisce posta elettronica e di chi la riceve. In Guatemala si è usato il sistema Tadiran[4] localizzato nel palazzo nazionale per creare liste di gente da assassinare.

4° Sub-letale o armi inabilitanti. Pepper spray (spray al pepe), CS gas e schiuma chimica, può essere usati sia nelle prigioni, che nel controllo di massa, così come nelle operazioni di conflitti sotterranei diversi dalle guerre (o come si ama chiamarli attualmente Conflitti a bassa intensità). Il Pepper gas, un impianto tossico, è stato bandito nel 1972 dalla Convenzione delle Armi Biologiche per l’uso in guerra, è invece consentito nell’uso per la sicurezza personale. “La schiuma adesiva” un adesivo chimico, può essere usato su varie superfici, o l’uno con l’altro. La schiuma può essere usata per formare barriere che bloccano tutte le vie di fuga e facilitano gli arresti di massa.

5° Munizioni dalla punta morbida. Con il pretesto di proteggere civili innocenti, i proiettili soft point sono venduti come più sicuri delle regolari munizioni con rivestimento in acciaio, che potrebbero passare attraverso i muri, e colpire civili aldilà del campo di vista. Queste munizioni sono tra le più usate da SWAT e dalle altre forze speciali delle polizie.

6° Veicoli d’ordinanza mimetizzati. Progettati per dissimulare, soprattutto per la televisione, questi veicoli delle forze di sicurezza mimetizzati spesso come ambulanze, possono dispiegare una formidabile quantità di armamenti e sono stati usati per dare una prova di forza in paesi come la Turchia, o per spruzzare sostanze chimiche o tinture sui manifestanti, come hanno fatto le forze di sicurezza in Indonesia.

 

LE ARMI PER UN CONTROLLO DI MASSA

 

Queste tecnologie di repressione stanno diventando più sofisticate, e più potenti, e più diffuse in stati come la Cina e il Guatemala.

Molti di queste armi sono considerati dai produttori come “inoffensive”. Esse sono usate sia contro le rivolte che per il controllo di massa (eufemismo per parlare di proteste e di opposizione politica).

Quando si parla di “non letalità” di queste armi, pensiamo ai proiettili di plastica che sono stati frequentemente casi di cecità, oltre che di serie ferite mortali sia dei manifestanti che dei passanti. Tutti i proiettili di plastica comunemente disponibili e usati in Europa vanno molto al di fuori dei parametri di danno da armamenti ad energia cinetica stabiliti nel 1975 dagli scienziati militari U.S.A.

Negli U.S.A. il pepper gas è diventato un attrezzo di routine per la polizia dal 1987 anno di adozione da parte dell’FBI. Un rapporto dell’Associazione Internazionale dei capi della polizia, ha documentato 113 “morti accidentali” collegate al pepper gas in U.S.A. principalmente causate da asfissia posizionale.[5] C’è stato un grande abuso di questo mezzo: in California, membri della polizia, tenendo fermo le teste dei manifestanti, hanno aperto loro le palpebre e depositato il liquido urticante direttamente sui loro bulbi oculari. Amnesty International ha definito questo impiego contro attivisti ecologisti pacifici, “equivalente alla tortura”.[6]

 

GUERRA “NON LETALE”

 

Gli eserciti sono impazienti di imbracciare la dottrina della “guerra non letale”. Il concetto nacque negli U.S.A. nel 1990, i suoi difensori erano prevalentemente scrittori futuristi come Alvin e Heidi Toffler,[7] i quali trovarono uno spunto nei laboratori di armi nucleari di Los Alamos, Oak Ridge e Laurence Livermore. Questa dottrina trovò un campione nel Coll. Jhon Alexander, che era diventato famoso per il programma Phoenix nella guerra del Vietnam[8] (più tardi diventato un proponente della guerra psichica).[9] Il Pentagono e il Dipartimento di Giustizia chiamati a raccolta intorno alla dottrina della “guerra non letale” speravano di trovare un “proiettile magico” che potesse neutralizzare “il fattore CNN” e che in qualche modo permettesse al sistema di potere vigente senza pubblico spargimento di sangue.

Questa esigenza era sentita sia da parte della polizia dopo il pestaggio di Rodney King a Los Angeles, dall’A.T.F. e dall’FBI dopo Waco e Rubi Ridge[10] e dall’esercito che bruciava l’umiliazione subita in Somalia. Tutti cercavano una “soluzione tecnica”.

Si costituì un gruppo di lavoro integrato composto da: i Marines, l’Air Force, il Comando per le Operazioni Speciali, l’Esercito, la Marina, la Giunta dei Capi Unificati di Stato Maggiore, e i dipartimenti del Trasporto, della Giustizia e dell’Energia. Uno dei ruoli di questo gruppo di lavoro è stabilire collegamenti con governi amici. Questo gruppo ha sponsorizzato delle conferenze a Londra sul “Futuro delle armi non –letali” Nel corso della conferenza del 1997, Hildi S. Libby, direttrice del programma militare per i sistemi non letali, propugnava lo sviluppo di una vasta gamma di avanzate tecnologie destinate a “essere inserire nei programmi di armamenti esistenti”. Il suo intervento era centrato senza che nessuno se ne sorprendesse sulle munizioni che permettono di isolare una determinata zona.[11] In effetti, gli Stati Uniti rifiutano di firmare il trattato sulle mine anti-uomo prima del 2006, per avere il tempo di sviluppare “adeguate” soluzioni alternative.

Tra i progetti presentati da Libby, si possono elencare: una mina anti-uomo “non letale”, basata sulla classica mina M1*A1; una carica “non letale” di 66 mm per contenere o reprimere la folla un sistema di tiro costituito da munizioni di tipo diverso (pallottole di gomma, gas, mine invalidanti, ecc.); una mina immobilizzante anti-uomo, che chiude la vittima in una rete. Tra i “miglioramenti” già sperimentati di questa mina: l’aggiunta di materiale adesivo o irritante, di elettroshock o di un effetto “lama di rasoio” che costringe le persone colpite a rimanere completamente immobili per evitare ulteriori ferite laceranti.

Le conferenze del 1997 e 1998 hanno permesso di scoprire alcune armi su cui si era fino allora mantenuto il segreto: la pistola Vortex, che emette onde d’urto verso il corpo umano, e alcune armi acustiche dagli effetti regolabili che, secondo l’esperto americano William Arkin, possono, a scelta, provocare un “lieve fastidio” oppure “emettere onde di 170 decibel capaci di ledere organi, creare cavità nel tessuto umano e causare traumi potenzialmente letali”. La conferenza del 1998 è stata l’occasione per presentare il “concetto di difesa a strati”, concepito come una cipolla i cui strati più esterni sono i meno letali ma che, man mano ci si avvicina al centro, diventa sempre più distruttiva. Era poi proiettato un video dimostrativo in cui si vedevano alcuni soldati fare uso di armi a microonde, e al loro fianco personale medico che si prendevano cura delle vittime in coma.

Oltre alle possibili violazioni del giuramento di Ippocrate, Steven Aftergood, direttore della Federazione degli scienziati americani, sottolinea il carattere estremamente intrusivo di queste armi: “Non prendono di mira solo il corpo delle persone. Sono programmate per disorientarle o destabilizzarle a livello mentale“. Ordigni di questo tipo possono interferire con i regolatori biologici di temperatura del corpo umano; le armi a frequenza radio, per esempio, agiscono sulle connessioni nervose del corpo e del cervello; i sistemi laser provocano, a distanza, scosse elettriche “tetanizzanti” o “paralizzanti”.[12]

Diverse organizzazioni non governative si sono schierate contro le “armi non letali”, sottolineando la contraddizione in termini insita in una tale definizione. Si teme che, nel bel mezzo di un’operazione di polizia, lo stress possa spingere alcuni a non limitarsi a fare uso di opzioni invalidanti, ma a usare le opzioni più violente, a portata di interruttore con il rischio che semplici operazioni di vigilanza si trasformino in esecuzioni sommarie. Tali armi potrebbero poi essere utilizzate in contesti molto diversi da quelli previsti dai loro fabbricanti. L’enorme numero di esecuzioni quotidiane che ha caratterizzato il conflitto in Ruanda è stato in buona parte determinato dalla tecnica paralizzante utilizzata: si tagliava il tallone d’Achille delle vittime, per poi tornare e dar loro il colpo di grazia. La caligine adesiva che incolla al suolo le vittime, i prodotti chimici che stordiscono le masse e i sistemi paralizzanti che impediscono alle persone di muoversi potrebbe quindi paradossalmente rendere le zone di conflitto ancor più letali, considerato l’effetto anestetizzante che esercita sulle vittime. In Irlanda, sorta di laboratorio per la prima generazione di armi non letali, si è verificato un effetto boomerang: l’uso di queste armi ha rinfocolato ed esacerbato il conflitto.[13]

 

PRIVATIZZAZIONE DELLA POLIZIA

 

In un articolo di Rita Pennar pubblicato nella Voce della Campania[14] c’è la seguente notizia: in un protocollo d’intesa redatto al Ministero dell’interno nei primi giorni del novembre 2007 e riguardante delle modifiche al Tulps (Testo unico leggi pubblica sicurezza) e in particolare al Titolo IV,[15] tratta della “riforma” degli istituti di vigilanza privati. Girato in forma riservata dalla Federpol (Federazione Italiana degli Istituti Privati per le Investigazioni, le Informazioni) agli associati, il protocollo è accompagnato da copia della missiva di G. Pellegrino (presidente nazionale della Federpol) al prefetto Giulio Gazzella Direttore dell’Ufficio per l’amministrazione generale del Dipartimento della pubblica sicurezza, che chiede un incontro per mettere a punto alcuni aspetti del protocollo d’intesa.

In questo protocollo è previsto che all’area di sicurezza privata oltre i confini tradizionali degli articoli 133 e 134 del Tulps, vale a dire entro i confini che fino ad ora hanno limitato i poteri agli addetti della vigilanza privata, sia riservato compiti di ordine pubblico che fino adesso era esclusivamente riservato a Polizia e Carabinieri.

Già col decreto dell’8 agosto 2007 arriva un nuovo eldorado per chi si occupa di “vigilanza”, soprattutto nella parte in cui prevede i servizi Stewart negli stadi siano “assicurati dalle società organizzatrici direttamente ovvero avvalendosi di istituti di scurezza privata autorizzati” nel caso limite possono rientrare non solo gli istituti di vigilanza composte da guardie particolari (generalmente armate), ma anche le attività di reclutamento, addestramento e organizzazione di corpi di contractors come quelli utilizzati in Iraq.

Con le modifiche al Tulps si arriva all’unificazione tra gli istituti che si occupano d’investigazioni e gli istituti di vigilanza privata e le guardie giurate (finora tutto ciò contenuto nei limiti per quanto riguarda compiti e funzioni), tutto ciò nel segno degno di un colossale business.

 

SERIAL KILLER “AFFOSSA” UN DISEGNO DI LEGGE

 

   C’era stato un precedente di “riforma” che intendeva allargare le competenze degli istituti vigilanza. Tentativo che finì tragicamente.

Nella notte del 21 e 22 febbraio 2005 lungo la statale che collega Verona e Brescia, ci fu una sparatoria nel corso della quale furono esplosi oltre 30 colpi e che ha fatto 4 vittime: 2 agenti di polizia, una prostituta ucraina e Andrea Arrigoni, l’uomo che avrebbe ucciso i due poliziotti e la prostituta.[16]

Ma chi era Arrigoni? Ma che centra lui con la riforma della vigilanza privata che in quel periodo stava preparando AN?.

Andrea Arrigoni aveva fatto il paracadutista in Somalia,[17] la guardia del corpo di Umberto Bossi tra il 1994 e il 1996, è in seguito diventato poi una guardia privata, aveva messo su l’agenzia Mercuri Investigazioni a Bergamo ed era uno dei dirigenti della CON.IPI, l’associazione nazionale degli investigatori privati (della quale presidente onorario e Maurizio Gasparri e membro e anche un ex generale dei carabinieri G. Servolini, e presidente è Filippo Ascierto ex maresciallo dei carabinieri). Arrigoni negli ultimi mesi prima di morire era diventato un assiduo frequentatore di Montecitorio e di convegni organizzati alla Camera.

Proprio in quel periodo si stava preparando da parte di A.N., in particolare da parte di Mantovano all’epoca sottosegretario all’Interno (nonché sostenitore dell’Opus Dei) stava preparando una legge di riforma sulla vigilanza privata che era un autentico colpo di stato. La manovra consisteva nell’equiparare lavoro e competenze dei vigilantes (di cui A.N. controlla la principale rete agenzie) a quelli della Polizia di Stato. Nel progetto c’era la volontà di attribuire loro le competenze dei cosiddetti servizi integrati (il controllo della criminalità comune), con possibilità di identificare le persone.

Quando saltò fuori “ufficialmente” il legame tra Arrigoni e i vertici di A.N., Forza Italia stoppò il progetto. L’allora ministro degli Interni Pisanu tolse immediatamente la delega alla vigilanza privata a Mantovano.

 

DSSA E SERVIZI VARI

 

Il 1° luglio 2005, partendo dalle indagini sugli ambienti mercenari e delle guardie del corpo, per trovare la pista che aveva portato Fabrizio Quatrocchi sequestrato e ucciso a Baghdad il 14 aprile 2004, scoppiò lo scandalo Dssa (Dipartimento Studi Strategici). La Dssa si presenta come una polizia parallela operante “ufficialmente” su più fronti: monitoraggio degli ambienti extracomunitari (pedinamenti, sorveglianza, identificazione fotografica) per individuare estremisti islamici, caccia ai militanti o ex militanti della sinistra rivoluzionaria latitanti all’estero (come Cesare Battisti) fino ad arrivare a occuparsi della protezione del Papa.

A capo di questo servizio, è Gaetano Saya, fondatore del nuovo MSI. Si dichiara agente coperto e lo quando lo arrestano a Firenze per associazione a delinquere, rifiuta di rispondere all’interrogatorio per non tradire <il segreto Nato>. Infatti, tra il <personale professionista fidato e selezionato> vantato dal Dssa, ci sono personaggi che provengono da Gladio e soprattutto dalle forze dall’ordine: agenti di polizia in servizio o da poco in congedo.

La fretta in cui il ministro degli Interni ha annunciato da Roma che era stata liquidata una <banda di pataccari>, tradiva le reali intenzioni di coprire tutto. Risulta che gli uomini della Dssa avevano le <chiavi> per entrare liberamente nel centro elaborazione del Viminale, oltre a avere placche e pass che davano loro libero accesso in questura come in altre sedi, usando auto di servizio. Non solo: il materiale illustrativo della Dssa circolava liberamente all’interno dei vari corpi, dove avveniva il reclutamento, specialmente tra i Gom della penitenziaria.

Obiettivo della Dssa era di formare un Nucleo interforze di polizia, capace di riunire in un’unica struttura paramilitare, fuori dal controllo dello Stato, la nebulosa delle varie milizie che s’ispirano al razzismo padano o al fascismo. A questa costituenda formazione sarebbe riconducibile il Corpo politico destra nazionale che aveva come coordinatore Stefano Sacconi; le Giacche verdi Lombardia – Volontari a cavallo per la protezione civile e ambientale; e la stessa Unione nazionale forze di polizia, sindacato creato a Milano da un ispettore di polizia vicino all’estrema destra. Ora, il Nucleo Interforze esiste: vicino a Termini c’è la caserma di Castro Pretorio dell’esercito, all’entrata c’è la targa INTERFORZE, che non è una struttura solo dell’esercito ma della polizia e dell’esercito. Quindi c’è uno scambio tra esercito e polizia.

La DSSA è dunque un’organizzazione che interviene all’interno e all’estero.

Come si diceva prima. la Dssa tra i corpi dello stato, dove reclutava c’erano i GOM e questi assieme la mala fascista, in altre parole le componenti mafiose-malavitose sorte nuovamente come filiazione esterne dei pentiti e delle polizie che li controllano; componenti sarde fasciste, componenti napoletane ex nuova famiglia e non solo, componenti romane legate ai NAR e alla banda della Magliana, la Nuova Corona Unita pugliese, componenti calabresi soprattutto del casentino, del catanzarese, della Locride, la mafia vincente siciliana e quella emergente (Catania, gela ecc.), ex mala torinese, la mafia fascista milanese, le componenti mafiose rumene, albanesi, kosovare, le componenti multinazionali legate all’Egitto e alla Colombia, nessuna di queste realtà si preoccupa più di fare la guerra ai pentiti perché è pericoloso, perché può ostacolare i loro affari; tutte le componenti prediligono i mezzi soft rispetto agli omicidi; esempio i racket per far chiudere un’attività commerciale che non si “adegua” per poi in seguito impossessarsi dei suoi beni.

 

GLI ANTESIGNANI DELLA DSSA

 

Questo intreccio tra neofascisti, militari e forze dell’ordine non è nuovo. Viene da lontano: dall’immediato dopoguerra e dalle trame della cosiddetta “strategia della tensione”.

Negli anni più vicini pensiamo alla Falange Armata, che dalla testimonianza di un ex parà della Folgore[18] fa emergere i seguenti elementi:

1° La Falange Armata è stata una serie di operazioni non una struttura con vita propria. Operazioni tendenti alla destabilizzare del quadro politico esistente in funzione di una sua stabilizzazione in senso reazionario. Molti membri di queste operazioni, furono scaricati quando erano di impaccio o non servivano più lo scopo (Uno bianca)

2° Gli operatori della Falange Armata avevano competenze specifiche in materia di apparecchiature elettroniche.

3° La storia di un giovane paracadutista di carriera, accusato di rapina è perciò finito in galera, e che penetra nelle celle dei “terroristi” e dei trafficanti di armi assieme all’omicidio dell’operatore carcerario Scalone, significa che questo tipo di operazioni riguardava la presenza all’interno delle carceri.

Ma ci sono state altri tipi di operazioni inquietanti come il Progetto Arianna nel 2000, un’organizzazione antidroga clandestina costituita a Latina da appartenenti alla polizia, per finire ai Berretti Bianchi, una fondazione di carattere internazionale nata nel 1998 col nome White Helmets Europe, con sede in Argentina, alimentata da ex poliziotti, spuntata a lato del caso Telecom-Serbia.

Ma non bisogna dimenticare la Legione Brenno, venuta alla luce nel 1998, a seguito di un sanguinoso conflitto avvenuto nel 1995 con agenti di polizia a Marghera.[19] La Legione Brenno, il cui nome si rifà al leggendario capo dei Galli e che si ispira ai cavalieri templari, era stata fondata da alcuni (formalmente) ex carabinieri (come Sacchetti), sarebbe nata nei primi anni novanta per sostenere le formazioni croate dell’Hos, ossia, il Partito del Diritto erede degli Ustascia filonazisti e avrebbe inviato prima Croazia e poi in Bosnia dei mercenari italiani per combattere i “comunisti” serbi, trafficando in armi e in esplosivi.

Come ogni struttura di questo tipo, anche la Legione Brenno aveva rapporti con la malavita nazionale, soprattutto per lo spaccio di stupefacenti attuato attraverso una rete di propri uomini di fiducia ingaggiati come personale della Security in numerose discoteche del Nord.

Ora se la Falange era una serie di operazioni, la Brenno e la Dssa non potrebbero essere la continuazioni di tali operazioni? Che la tendenza alla privatizzazione abbia proliferato questo tipo di strutture?

 

PER CONCLUDERE

 

A partire della fase imperialista, il modo di produzione capitalista ha esaurito le sue potenzialità come ambito favorevole allo sviluppo della forza produttiva del lavoro umano. Quanto più la fase del suo declino si protrae, tanto più i suoi effetti distruttivi diventano profondi e universali, diffusi a più aspetti individuali e sociali: distruzione dell’ecosistema, inquinamento diffuso, deterioramento della salute individuale e delle condizioni igieniche, distruzioni di uomini e cose, tutto ciò è un prodotto non dai “limiti allo sviluppo” ma dal modo di produzione capitalista.

 

Nell’attuale fase caratterizzata, come si dicevo all’inizio, dall’accentuazione delle varie contraddizioni (imperialismo/popoli oppressi, capitale/classe operaia e tra le diverse frazioni della borghesia imperialista), nei paesi imperialisti è in atto una centralizzazione del potere, con rafforzamento degli esecutivi, questo anche come risposta alle contraddizioni in atto. Aggiungendo, che la lotta politica nei paesi imperialisti è diventata una lotta tra bande. Tutto ciò può aiutarci a capire i fenomeni sopra descritti di militarizzazione delle forze polizia e la diffusione delle armi “non letali”.

 

[1] Minielicotteri per sorvegliare i cieli di Milano, Libero 20.06.07.

 

[2] Vedere http://www..tmcrew.org7csa/138/wwi/caq62ogs.htm

 

[3] Per trovare tale rapporto sul web vedere http://JYA.com/STOA-atpc.htm   oppure come ziped file http://jya.com/STOA.atpc.zip

 

[4] È prodotto dalla società israeliana Tadilan Electronic Sistems.

 

[5] Terry Allen, Critics Question use of Pepper Spray, Rutland Herald and Barre Times Argus (VT) Feb. 22, 1998, p. 1

 

[6] Amnesty international, AI-USA: Police Use of Pepper Spray is Tantamount to torture, 0711.1997.

 

[7] A. Toffer e H. Toffler, War and Anti-War. Survival at the Dawn oft e 21 st Century (Londra, Lttle Brrown & Morris, 1994).

 

[8] Programma della CIA che aveva lo scopo di individuare ed eliminare gli attivisti vietcong nei villaggi. Si calcola che almeno 60.000 persone furono assassinate in conformità a questo programma.

[9] John Alexander, scrivendo su Military Review (n. 12, dicembre 1980), la rivista specializzata scrisse: “esistono sistemi di armi il cui funzionamento si basa sui poteri mentali, e cui caratteristiche letali sono già state sperimentate”. L’articolo molto lungo si intitolava: The New Mental Battlefield (La nuova strategia mentale).  

 

[10] Il 28 febbraio 1992, a Waco, Texas, USA, un gruppo di agenti dell’ATF Bureau (l’ufficio statunitense proposto al controllo di alcool, tabacco ed armi da fuoco) attacco con le armi la comunità religiosa guidata da David Koresh, alla ricerca di armi illegali. Ne seguì un conflitto a fuoco e un assedio che durò 51 giorni, che si concluse con l’uccisione di quattro agenti dell’ATF e di 86 seguaci di Koresh (lui compreso assieme a 24 bambini). L’anno prima (1992), Randy Weaver, un suprematista bianco divenne un eroe popolare quando resistette per oltre un anno, armi in pugno, all’arresto da parte degli agenti federali. Nello scontro finale a Ruby Ridge perirono sua moglie e uno dei suoi figli. Weaver fu comunque assolto dalla giuria da tutte le accuse, eccetto alcuni reati minori per i quali hanno scontato soltanto 18 mesi di carcere. In seguito Weaver ha denunciato l’FBI per l’omicidio della moglie e del figlio e nel 1995 ha vinto la causa (l’FBI fu costretta a pagare 3 milioni di dollari di danni).

 

[11] La mina Fishook, fabbricata nel 1996 dalla ditta Alliant (New Jersey), proietta una rete ricoperta di armi su una zona “dell’ampiezza di un campo da calcio”, Tom Bierman, responsabile del marketing di Alliant, assicura che questo sistema è fatto “per immobilizzare le vittime, non per ucciderle”. Almeno fintantoché non si fanno prendere dal panico.

 

[12] L’esercito britannico è interessato a tale raggio “raggio paralizzante”. Cfr. Raygun Freezes Victims Without Injuries, Sunday Times, Londra, 9 maggio 1999.

 

[13] Si legga Steve la relazione di Steve Wright, An Appraisal of Technologies of Political Control, rapporto allo STOA, parlamento europeo, 1998.

 

[14] Notizia presa dalla pagina web http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php

 

[15] Riguardante le guardie e gli istituti di vigilanza e di investigazione privata.

 

[16] La dinamica della sparatoria non è del tutto chiara, l’autopsia a, infatti, rilevato pallottole di tipo diverso, pur dello stesso calibro della pistola di Arrigoni il che fa emergere la possibilità di un altro personaggio nella scena della sparatoria.

 

[17] I paracadutisti italiani della Folgore in Somalia di contraddistinsero per le torture ai prigionieri somali, le fotografie furono pubblicate dal settimanale Panorama.

 

[18] Questa storia è rintracciabile nella pagina web http://fabiopiselli.blogspot.com/2008/01/11-spionaggio-elettronico-falange.html

 

[19] Le indagini iniziali, dopo questo conflitto a fuoco furono a senso unico: furono arrestati alcuni nomadi che, in sede processuale furono pienamente assolti.

SCIE CHIMICHE

•gennaio 24, 2017 • Lascia un commento

 

 

Secondo una prassi documentata in vigore in Russia e in Cina, succede che i governanti, dovendo effettuare una parata o una celebrazione in giornate in cui è prevista pioggia, facciano rilasciare da aerei militari dei vapori capaci di dissolvere e produrre come per incanto delle meravigliose quanto innaturali giornate di sole sulle località desiderate. Il tutto, però, senza curarsi degli effetti anche estremi – come violentissime grandinate o tornado – dell’ovvia reazione meteorologica di compensazione sulle zone limitrofe. Di fatto si tratta di tecnologia ufficialmente riconosciuta e chiamata “cloud seeding” (inseminazione delle nuvole, semina delle nuvole).[1] In sostanza s’irrorano le nubi di ioduro d’argento e si ottiene la pioggia. Le scie chimiche hanno effetti e scopi ben diversi. Inoltre, il fenomeno è presente esclusivamente nei cieli delle nazioni che aderiscono alla NATO. Paradossalmente in Cina, la nazione che ha ammesso di servirsene[2] ma solo indeterminate occasioni (soprattutto durante manifestazioni importanti), esse non sono presenti.

Le scie chimiche a differenze delle normali scie di condensazione, restano fisse anche per ore, espandendosi fino a formare una sorte di nebbiolina che vela il sole e poi ricade sul terreno, sulle acque, sulle piante sugli animali e sulle persone.

Gli aerei che rilasciano le scie chimiche sono accompagnati da droni di forma sferica[3] dotati di un sistema di occultamento ottico, che molto probabilmente è costituito da un dispositivo elettromagnetico in grado di deviare la luce. I droni potrebbero avere dei congegni elettromagnetici in grado di sparare proiettili di microonde e hanno principalmente lo scopo di proteggere l’aereo destinato all’emissione delle scie chimiche, sia producendo ologrammi sia ne camuffano il vero aspetto sia abbattendo eventuali velivoli che cerchino di intercettarlo o di indagare sull’attività svolta. In questo caso, il drone emette un forte impulso elettromagnetico che dovrebbe abbattere l’intruso fulminandogli il sistema elettrico di bordo facendolo precipitare. Alle successive perizie sembrerà un semplice incidente per guasto elettrico.[4]

C’è una buona probabilità che a molti dei piloti degli aerei incaricati di irrorare il cielo gli venga detto che si tratta di sostanze chimiche utili ad attenuare gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici. La consegna di silenzio potrebbe essere motivata con la necessità di evitare che si scateni il panico. Quasi sicuramente non è detto ai piloti (o almeno alla maggior parte di loro), è che alcuni degli aerei rilasciano una miscela di elementi chimici atti a trasformare la ionosfera in una sorta di specchio capace di riflettere onde elettromagnetiche di tipo ELF (Extremely Low Frequency, a frequenza estremamente bassa) e VILF (Very Low Frequency, a frequenza molto bassa). Si tratta delle stesse onde emesse dalle antenne che si trovano, disseminate ovunque per consentire il funzionamento dei cellulari. Esiste da decenni una folta possibilità teorica e pratica di produrre malattie tramite onde elettromagnetiche tarate su una frequenza che il cervello umano scambia per la propria.

Le scie in grado di schermare le onde elettromagnetiche potrebbero essere in teoria per scopi più nobili, e cioè per proteggere la Terra dalle violente tempeste magnetiche solari che potrebbero colpire la Terra. In assenza di schermatura, infatti, ogni impianto elettronico ed elettrico si brucerebbero, proiettando l’umanità a un livello tecnologico pari a quello medioevale. Computer, Internet, automobili, aerei, conti in banca, luce, riscaldamento, smaltimento di acque fognarie: tutto si fermerebbe. Sarebbe il caos.

Ma le scie chimiche potrebbero essere usate soprattutto per produrre alterazioni climatiche. Fra gli elementi rilasciati a questo scopo vi sono l’alluminio, il bario e il nitrato d’argento, che agisce sulle particelle di acqua dell’atmosfera. Per verificarne il contenuto basterebbe effettuare delle analisi direttamente da terra, eppure sembra che una cosa del genere non sia mai stata fatta in modo ufficiale.

La segretezza su quest’argomento da parte istituzionale induce il sospetto che certi poteri occulti si serva delle scie chimiche per scopi tutt’altro che umanitari, come strumento di una più generale strategia di guerra meteorologica.

 

 

LA GUERRA METEOROLOGICA

 

 

L’uso bellico delle scie chimiche e di altre tecniche per modificare le condizioni climatiche ha una lunga storia che risale all’ultimo dopoguerra. Alcune ricerche condotte già negli anni ’50 dalla British Royal Air Force (Raf). Secondo quanto dichiarato nell’agosto 2001 dalla BBC, nel 1952 l’Operazione Cumulus avrebbe generato un nubifragio e la morte di 35 persone nel Devon (Gran Bretagna).[5] Dai documenti declassificati, sarebbero emersi che si trattò di un disastro emerso provocato artificialmente ma fatto passare per naturale. Nel 1953 le forze britanniche e alleate (dei paesi NATO per intendersi) avrebbero inoltre sperimentato un metodo per aumentare le quantità di pioggia e neve allo scopo di rendere paludoso il terreno e ostacolare gli spostamenti di eventuali forze nemiche. Fra le possibilità contemplate vi era addirittura la detonazione di un ordigno atomico nel cuore di una tempesta o di una nube in modo tale che le radiazioni fossero distribuite su un’area di gran lunga più estesa rispetto a quella di una “normale” deflagrazione nucleare.

Se le classi dominanti nel loro delirio di onnipotenza, nel loro credersi degli dei, dove per mantenere il loro potere hanno fatto si che non siano più gli esseri umani, ha costruire progetti di potere, ma è il potere che costruisce i progetti per gli esseri umani, vogliono creare devastazioni tali da resuscitare certe profezie dell’Apocalisse, che potrebbero produrre violenti cicloni e alluvioni bibliche su zone strategiche alla scopo di piegare la volontà delle nazioni che non vogliono cedere alle loro pressioni.

Nel 1996 il Senato USA aveva stanziato 15 milioni di dollari per lo sviluppo di tecniche di tomografia penetrativa terrestre.[6] Lo scopo era di trovare un modo di localizzare basi sotterranee nemiche, tunnel depositi di munizioni, giacimenti minerari ecc. Nel mese di aprile dello stesso anno era pubblicato un documento del Dipartimento della “Difesa” USA in cui si analizzava ogni opzione possibile per potere realizzare una guerra meteorologica nonché quale effetto avrebbe potuto avere l’uso di questo tipo di armi sulle truppe nemiche e le loro capacità logistiche. Il suo titolo era Eeather ad Force Moltiplier: Owning the Weather in 2005 (Tempo come moltiplicatore di forza: possedendo il Tempo nel 2025). [7] In questo documento si esprime la convinzione da parte dell’imperialismo USA di poter controllare le condizioni climatiche tramite le condizioni climatiche tramite le loro forze aerospaziali entro e non oltre il 2025. Le armi meteorologiche consentono di colpire le forze nemiche via cielo, mare e terra privandole della visibilità tramite dense nebbie e scatenando su di esse uragani, nubifragi, piogge di fulmini, e grandinate dai chicchi enormi. Gli incendi che colpirono in diversi anni le nazioni europee, fra cui la Grecia e furono ufficialmente attribuiti a cause naturali o a un generico “vandalismo”, mentre potrebbe benissimo essere stati il frutto di una dimostrazione della forza e del livello di perfezione raggiunta da questo tipo di armi.

Secondo un libro scritto da Philip Hoage, le guerre climatiche sono una realtà.[8] sono usate per creare carestie alla scopo di indebolire le nazioni nemiche, in base all’assunto per cui chi ha il controllo del cibo controlla la popolazione. Il dottor Nick Begich ha realizzato un video[9] (in inglese) in cui spiega come, dietro il camuffamento della semplice ricerca sulla ionosfera e sulle comunicazioni radio, l’HAARP faccia parte di un innovativo sistema di micidiale di armi a microonde di ultima generazione. Begich sta portando avanti una campagna di un contro l’HAARP poiché ritiene che si in grado di sparare potentissimi fasci di onde elettromagnetiche sulla ionosfera e di farle poi rimbalzare nella direzione nella direzione desiderata. Oceani, terreni, case e persone ne sarebbero attraversati in profondità.

Secondo la scienziata di fama mondiale Rosalie Bertell,[10] gli scienziati militari stanno realizzando un sistema di “difesa” climatico che potrebbe essere uso come un’arma.[11]

Nel suo libro Pianeta Terra: L’Ultima Arma da Guerra rivela la verità incredibile della nuova generazione di super-armi. Secondo la tesi che è esposta in questo libro i militari delle grandi potenze stanno ora testando radicalmente delle nuove armi, che mettono così profondamente in pericolo la Terra e tutta la vita su di essa, e il loro dispiegarle in nome della sicurezza è come suggerire che il diventare un attentatore suicida aumenta l’attesa di vita.

Come eminente scienziato americano, esperto mondiale di radiazioni e vincitore di premi scientifici internazionali importanti, la dottoressa Bertell non è un allarmista. Eppure, la sua prosa fresca, incisiva e piena, non solo rivela armi degne della fantascienza, ma dimostra che i test potrebbero essere costata la vita a migliaia di innocenti vittime civili in tempo di pace.

Lei espone come i militari da decenni stanno segretamente conducendo esperimenti, tra cui esplosioni nucleari di alto livello, che potrebbero perturbare gli strati vitali dell’atmosfera che ci proteggono dalle radiazioni letali del sole. Afferma che questi esperimenti spesso sono condotti senza nemmeno discutere con gli esperti non militari i rischi di danneggiare questi veli della terra che preservano la vita. E crede che tali esperimenti possano già aver accelerato il riscaldamento globale e contribuito a scatenare terremoti ed eccezionali eventi meteorologici.

La storia si sviluppa delicatamente. Lei ci dice che, per quattro anni, una bomba termonucleare Russa mille volte più potente della bomba di Hiroshima, girò sopra le nostre teste. E che un solo razzo lanciato dai militari americani semplicemente trasportava abbastanza plutonio da causare un cancro al polmone a 20 milioni di persone e fu fatto esplodere come alcuni dei suoi predecessori non caricati.[12]

 

CINTURA DI RADIAZIONE

 

Nel luglio del 1962 la NASA annunciò che i test nucleari ad alta quota avevano creato una nuova cintura di radiazione profonda 750 miglia, che cingeva la terra. Questo danno e inquinamento sono stati aggravati da esperimenti dell’Unione Sovietica. La Dottoressa Bertell dice che furono 10 anni prima che gli scienziati Americani si rendessero conto che ci sarebbero voluti centinaia di anni prima che la schermatura vitale della terra delle fasce di Van Allen dell’atmosfera terrestre potesse recuperarsi da tali assalti.

Tuttavia, le ripercussioni potranno non essere limitate alla sola atmosfera. Lei ci dice che, dopo un esperimento nucleare, che aveva creato nuove fasce elettromagnetiche nell’atmosfera, il caribù falli misteriosamente la migrazione per la prima volta in 3000 anni. Un segno, forse, di come le migrazioni di animali, pesci e uccelli, possano essere colpite dai disturbi dei campi elettromagnetici, e i suoi impatti potenziali sull’uomo. Perché, senza caribù, molti Inuit[13] morirono di fame. Inoltre, le radiazioni nucleari non furono confinate all’atmosfera superiore: i caribù e le persone che sopravvissero furono pericolosamente contaminati da cesio 137, con cancro, malattie polmonari e mortalità infantile che aumentarono vertiginosamente.

Nonostante l’opposizione da parte dell’Unione Internazionale degli Astronomi, i militari americani hanno anche messo 350.000.000 aghi di rame in orbita. Un esperimento che la Dottoressa Bertell dice che qualche scienziato crede possa avere sconvolto l’equilibrio del campo magnetico planetario, provocando il massiccio terremoto 8,5 in Alaska e la perdita del Cile di parte della sua costa. Eppure lei dimostra che tali esperimenti siano cosa piccola rispetto a quanto si sta facendo oggi e quello che verrà.

 

HAARP -MODIFICAZIONE DELLA IONOSFERA

 

Per esempio, lei descrive HAARP che sembra apparentemente innocente, finché non si spiega che questa griglia di 180 torri di trasmissione è finanziata dai militari come parte del network di difesa ‘Star Wars’. HAARP e i suoi progetti fratelli collegati sono conosciuti tra i militari, lei dice, come ‘strutture per la modifica della ionosfera’. Infatti, in accordo ai propositi della sua installazione, HAARP è destinata a innescare e controllare i processi naturali nella ionosfera in modo ‘che potrebbe essere potenzialmente sfruttata per le finalità del Dipartimento della Difesa’. In altre parole la ionosfera, che ripara la Terra, sarà utilizzata come la canna del fucile.

La Bertell suggerisce che la potenza dei trasmettitori è così grande che viverci vicino potrebbe essere pericoloso. Lei cita una dichiarazione d’impatto Ambientale federale statunitense che afferma che HAARP può alzare la temperatura corporea interna di persone vicine…(e) far detonare le munizioni aeree, interferire con le comunicazioni aeree e i comandi di volo. Anche un modesto aumento della temperatura corporea può alterare il funzionamento del cervello e del corpo e, come lei ricorda, anche un piccolo aumento delle radiazioni elettromagnetiche può causare un aumento della cataratta e della leucemia e alterare la chimica del corpo e del cervello, la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca. Ma tale danno diretto è solo la punta dell’iceberg.

La Bertell rivela che in un tipo di esperimento queste torri di trasmissione si associano per emettere un fascio gigante, di una potenza tale che ‘come un lampo che dura al più pochi minuti affetterà da cima a fondo la ionosfera come un coltello a microonde’ producendo una lunga incisione in questo strato di atmosfera vitale. Tuttavia, l’obiettivo principale di HAARP è, spiega, riscaldare le sezioni della ionosfera fino al rigonfiamento per formare una ‘lente’ curva che ‘riflette’ il fascio di energia enorme di HAARP verso la Terra per distruggere obiettivi selezionati – presumibilmente senza lasciare nemmeno una traccia di ciò che ha causato la devastazione.

Gli strati della nostra atmosfera sono così poco capiti che nessuno può conoscere l’impatto del taglio aperto della ionosfera o del farne un rigonfiamento come una lente. Inoltre, sottolinea che gli scienziati hanno avvertito che l’energia di HAARP può associarsi con una frequenza d’onda naturale, con risultati che sono ‘del tutto sproporzionati rispetto al livello di input’ – incluso la distruzione dell’armonia tra le forme di vita terrestri…e…i sistemi di supporto alla vita terrestre’.

Gli anelli intorno a Saturno si pensa siano stati causati da un’interazione paragonabile tra onde di energia. Quindi, non può essere esclusa la possibilità che HAARP e i suoi confratelli possano innescare cambiamenti catastrofici su questo pianeta. Come spiega la Dottoressa Bertell, tutto è collegato, ogni cosa nel nostro universo è in equilibrio dinamico e questa interferenza (di HAARP) può destabilizzare un sistema che ha stabilito e mantenuto il proprio ciclo per milioni di anni’, proteggendo la vita sulla Terra.

 

ELF PULSANTE NELLA TERRA

 

Non è tutto. La Dottoressa Bertell dice che sia HAARP che le installazioni in Russia, cui l’America ha collaborato, possono anche creare impulsi a frequenza molto bassa (ELF), i quali sono diretti nella profondità della terra stessa, con il potenziale di distruggere il delicato equilibrio delle placche tettoniche della crosta terrestre, come quelle della faglia di Sant’Andrea Californiana. Data la piccola comprensione delle interazioni tra le placche tettoniche, del nucleo fuso della Terra e dei vulcani, chiamare ciò giocare con il fuoco sarebbe un assurdo eufemismo.

Né, sembra che siano solo queste installazioni militari a minacciare la vitalità della Terra. La Bertell dice che HAARP è solo una di una catena crescente di installazioni militari di straordinaria potenza e potenzialmente interattive, che utilizzano vari tipi di campi e lunghezze d’onda elettromagnetiche, ciascuna con una capacità diversa di incidere sulla terra o sulla sua atmosfera. Ad esempio, un’installazione in Alaska avrà un campo magnetico più di 60.000 volte superiore a quello della terra stessa.

Per chi conosce l’impatto dei campi magnetici sul corpo umano, i potenziali rischi di un tale impianto sono evidenti. Allo stesso modo, come sottolinea la Bertell, il campo magnetico terrestre è anche prodotto attraverso le correnti elettriche all’interno del nucleo liquido della terra e interagisce con le fasce di Van Allen dell’atmosfera della terra in modi non ancora compresi.

Con la tipica moderazione, lei sceglie di non stimare l’effetto che avrà nel nucleo della terra o nell’atmosfera un campo magnetico 60.000 volte maggiore di quello della terra. Ma lei crede che i test militari potrebbero già disturbare l’equilibrio della terra. Oltre a dimostrare come i precedenti test militari abbiano massicciamente contribuito al buco nell’ozono e al riscaldamento globale, la Dottoressa Bertell suggerisce che alcune condizioni meteorologiche bizzarre e disastri ‘naturali’ potrebbero essere stati causati direttamente da impianti di test come HAARP.

 

CONNESSIONI CON TERREMOTI E TEMPO BIZZARRO

 

Per esempio, nel 1977, una tempesta bizzarra che devastò una piccola città nel Wisconsin e distrusse 350 ettari di foresta, venne al seguito di un esperimento di onde ELF del governo. Mentre il Bollettino degli Scienziati Atomici riportava che un trasmettitore di onde ELF era collocato nel bel mezzo di un’altra tempesta che fece scendere pioggia 150-200 volte più del normale. Questi collegamenti sono più che puramente indiziari, perché lei dice che la modificazione del clima è all’ordine del giorno dell’aviazione statunitense, e nel 1992 i russi dissero al Wall Street Journal che potrebbero già compierla. E la tempesta del Wisconsin offre quello che assomiglia molto a una prova diretta.

La domanda è, qualcuno ha la sapienza di controllare il tempo in modo saggio e disinteressato? Ed essi stanno cominciando a comprendere i potenziali effetti collaterali inattesi di tutti questi esperimenti? Come lei ricorda, è dall’inizio degli esperimenti ‘Star Wars’ che El Nino ha cambiato il suo ciclo ed è diventato molto più grave, con effetti devastanti.

Ugualmente, un esperimento sovietico con la ionosfera precedette direttamente un terremoto in Cina che uccise 650.000 persone.[14] Mentre in America delle onde tipo ELF sono state rilevate immediatamente prima di un terremoto a San Francisco nel 1989, e delle innaturali e inspiegabili onde a bassa frequenza sono state rilevate prima dei terremoti in Giappone e in California nel 1989, e prima del terremoto di Los Angeles nel 1994. Possiamo solo chiederci se tali onde ELF abbiano preceduto i recenti terremoti in El Salvador e in India quest’anno e se la carneficina sia stata causata da ‘esperimenti di difesa’ di una delle ‘Grandi Potenze’.

Quello che è certo, come la Bertell mostra, è che, globalmente, il numero di terremoti per anno è più che raddoppiato dall’inizio degli esperimenti militari che colpiscono la Terra e la sua atmosfera. Anche questo potrebbe, naturalmente, essere pura coincidenza, ma un altro fatto suggerisce che qualcosa di insolito stia accadendo. Inspiegabilmente, un terremoto in Bolivia nel 1994 originò a 600 Km sotto la superficie terrestre, 24 volte più profondo del normale.

 

Comunque, anche se nessuno di questi disastri potesse essere associato alla porta del mondo militare, le armi che interferiscono con l’atmosfera violano la Convenzione sulla Modifica dell’Ambiente del 1976. Eppure, lei dice che nel gennaio 1991, nonostante l’America abbia firmato questa convenzione, la Casa Bianca si esonerò dall’obbligo di fare azioni presso il Pentagono nella valutazione del suo impatto ambientale. Comunque, l’America e la Russia non sono le sole a possedere tali armi. Le sue rivelazioni di 30 anni di innovazioni militari mostrano che la Gran Bretagna, la Germania e la NATO hanno tutte partecipato agli sviluppi militari che mostrano superbo disprezzo per la vita sulla terra.

Quando nel gennaio 2007 il governo ceco ha autorizzato gli USA a installare sul proprio territorio una base legata al progetto SDI meglio noto come “Scudo spaziale” (tenendo conto che secondo molti ricercatori l’HAARP sarebbe del progetto SDI), il Movimento Umanista ceco assieme ad attivisti pacifisti ha presentato una petizione internazionale intitolata “No Star Wars” per fermare la costruzione della base e impedire lo sviluppo di un progetto che avrebbe prodotto una nuova generazione di armi e militarizzato lo spazio.[15]

Lo sviluppo di questo tipo di armamenti nasce dal fatto che il capitalismo è entrato in una crisi generale (crisi non solo economica ma anche politica e culturale).

A questa crisi il capitalismo cerca di opporsi attraverso i componenti della sua classe che sviluppano contraddizioni con tutti i mezzi pacifici e non pacifici, culturali, politici, economici ed economici, mezzi che diventano sempre più aggressivi, quanto più si accentua la sua crisi.

Solo l’azione determinata, organizzata delle masse popolari, può essere in grado di scongiurare la guerra, sviluppare la liberazione dei popoli e combattere lo sfruttamento.

Se fino adesso l’azione delle masse non è riuscita a bloccare guerre, o l’espandersi di armamenti micidiali, ciò è dovuto, al fatto che chi organizza le masse e che ne prendono la loro direzione, le hanno costrette ad agire entro schemi che tendono a ingabbiare la loro volontà di lotta, e a questo bisogna aggiungere le azioni propagandistiche dell’imperialismo e degli indirizzi culturali devianti dell’imperialismo culturale capitalistico.

 

[1] Col termine inglese di cloud seeding s’intende una tecnica che mira a cambiare la quantità e il tipo di precipitazione attraverso la dispersione nelle nubi di sostanze chimiche che fungano da nuclei di condensazione per favorire le precipitazioni.

Vincent Schaefer (1906–1993) scoprì il principio della semina delle nuvole nel luglio 1946 attraverso una serie di eventi fortuiti, durante una scalata sul Monte Washington, nello Stato di New York. In seguito ad una discussione con il premio Nobel Irving Langmuir, Schaefer, che era un suo collaboratore, ebbe l’idea di creare nubi sovraraffreddate usando una speciale microfibra.

Usò centinaia di sostanze potenziali per stimolare la formazione di cristalli di ghiaccio, come sale, talco in polvere, terra e altre sostanze chimiche, finché in quello stesso mese, proprio nel giorno più caldo e afoso, mentre stava conducendo esperimenti allo Schenectady Lab., notò che l’aria non si era raffreddata abbastanza. Decise, quindi, di innescare il processo usando ghiaccio secco per abbassare la temperatura, e, in effetti, si ebbe la formazione di milioni di microcristalli, con un grado di riflessione della luce così alto da illuminare la maggior parte della stanza.           L’esperimento fu facilmente replicato, ed egli stabilì anche in −40 °C il limite di temperatura per la formazione di ghiaccio.

Contemporaneamente il noto climatologo Bernard Vonnegut, fratello dello scrittore Kurt Vonnegut e collega di Schaefer, creò un metodo d’inseminazione usando iodio e argento per produrre ioduro d’argento. Mentre Schaefer alterava la temperatura all’interno della nuvola, Vonnegut ne alterava la struttura cristallina sfruttando la proprietà detta parametro di rete tra due tipi di cristallo (in seguito la cristallografia del ghiaccio fu la base teorica del racconto di Kurt Vonnegut Ghiaccio-nove).

Il primo tentativo di alterare la struttura delle nuvole attraverso le tecniche di cloud seeding si svolse durante un volo nel novembre dello stesso anno nello stato di New York, quando Schaefer riuscì a stimolare una precipitazione nevosa presso il monte Greylock, nel Massachusetts orientale; in seguito egli inseminò una nube con circa 2 kg di ghiaccio secco da una distanza di 96 chilometri dall’aeroporto della contea di Schenectady. Infatti, ghiaccio secco e ioduro d’argento sono agenti efficaci nelle alterazioni fisico-chimiche nuvole, quindi utile per aumentare le precipitazioni invernali in montagna e nella prevenzione, in determinate condizioni, di fulmini e grandine.

Pur non essendo nuova, questa tecnica d’inseminazione igroscopica (utile per intensificare le precipitazioni piovose partendo da nuvole calde) sta avendo un forte rilancio, basato su indicazioni positive di ricerche condotte di Sud Africa, Messico ed altrove. Il materiale igroscopico più comunemente usato è il sale. Si pensa che l’inseminazione igroscopica possa dare origine a un’intera gamma di gocce, più marittime (ovvero più grosse) e meno continentali, unite per coalescenza.

Tra il marzo 1967 al luglio 1972 l’esercito statunitense, durante l’Operazione Popeye, inseminò con argento iodato il Vietnam del Nord, e specificatamente il Sentiero di Ho Chi Minh, al fine di prolungare la stagione monsonica. In seguito a quest’operazione si ebbe un’estensione della stagione delle piogge tra i 30 e i 45 giorni.

 

 

 

 

[2] http://www.sciechimiche.org/scie_chimiche/index.php?option=com_content&task=view&id=589&Itemid=1

 

[3] https://las0rgente.net/2015/11/23/scie-chimiche

 

[4]                                     C.s.

 

[5] http://megachirottera.blogspot.it/2016/02/modificazione-meteorologica-un-po-di.html

 

https://www.theguardian.com/uk/2001/aug/30/sillyseason.physicalsciences

 

[6] https://sciechimicheinformazionecorretta.blogspot.it/2016/10/haarp-potrebbe-mandare-in-cortocircuito.html

 

[7] http://www.nogeoingegneria.com/pdf/Possedere_il_clima_entro_il_2025.pdf

 

[8] http://freeanimals-freeanimals.blogspot.it/2014/02/il-generale-inverno.html

 

[9] https://www.youtube.com/watch?v=ts59yTHeraQ

 

[10] Suor Dr. Rosalie Bertell (1929 – 2012). Scienziata americana, autore, attivista ambientale, epidemiologo, e sorella delle Suore grigie del Sacro Cuore, meglio conosciuto per il suo lavoro nel campo della radiazione ionizzante .

 

[11] Suo Dr Rosalie Bertelli oltre a nove lauree ad honorem e numerosi riconoscimenti, tra cui il Nobel alternativo (Right Livelihood Award) che viene assegnato ogni anno a Stoccolma qualche giorno prima del Nobel, morta nel 2012 , si è battuta per far ottenere cure mediche alle vittime di Bhopal e a quelle di Chernobyl, promuovendo in entrambi i casi una Commissione medica internazionale.

 

Durante il bombardamento NATO in Jugoslavia, parlò chiaramente e pubblicamente delle possibili conseguenze dell’impiego di armi all’uranio impoverito sulla popolazione. Per tutta la vita è stata dalla parte della giustizia, contro interessi molto potenti. La sua ultima grande denuncia è stata pubblicato nel 2000: PIANETA TERRA :L’ULTIMA ARMA DA GUERRA.

 

[12] http://www.nogeoingegneria.com/timeline/personaggi/rosalie-bertell

 

[13] Inuit (parola che significa uomini/umanità) è il piccolo popolo dell’Artico che si ritiene discendente dei Thule. Gli Inuit sono uno dei due gruppi principali nei quali sono divisi gli Eschimesi, insieme agli Yupik: il termine “eschimesi” (che secondo alcuni, significa “mangiatori di carne cruda”, secondo altri “fabbricante di racchette da neve”) fu usato dai nativi Americani Algonchini del Canada orientale per indicare questo popolo loro vicino, che si vestiva di pelli ed era costituito da esperti cacciatori. Gli Inuit e gli Yupik non amano essere chiamati “eschimesi” poiché hanno, appunto, un proprio nome specifico.

Gli Inuit sono gli originari abitanti delle regioni costiere artiche e subartiche dell’America settentrionale e della punta nord orientale della Siberia. Il loro territorio è principalmente composto dalla tundra, pianure basse e prive di alberi, dove il terreno è perennemente ghiacciato, il cosiddetto permafrost, salvo pochi centimetri in superficie durante la breve stagione estiva. Attualmente vivono in Alaska (U.S.A.), in Groenlandia (Danimarca) ed in Canada dove risultano concentrati in particolare nel Territorio del Nord-Ovest, nel vicino Nunavut e nella regione settentrionale del Labrador della Federazione Canadese.

 

[14] http://nwo-truthresearch.blogspot.it/2011/03/pianeta-terra-lultima-arma-da-guerra-il.html

http://comedonchisciotte.org/pianeta-terra-lultimo-strumento-di-guerra/

 

[15] http://gen2007-mag2011.partecipami.it/?q=blog/438/category/14

LE OPERAZIONI PSICOLOGICHE MILITARI (PSYOP) OVVERO LA CONQUISTA DELLE MENTI

•gennaio 18, 2017 • 3 commenti

 

 

 

INTRODUZIONE

 

 

Sun Tzu[1] aveva scritto “…il massimo dell’abilità consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere”. Sun Tzu, si potrebbe dire che fu uno degli anticipatori della guerra psicologica, poiché teorizzò l’importanza del fattore psicologico nel campo militare. Certamente il suo studio si riferiva, in particolare, alla comprensione e interpretazione dello stato morale delle truppe nemiche più che il loro

condizionamento; è però innegabile che molte delle scoperte nel campo, appunto, della psicologia militare siano tuttora alla base di teorie contemporanee. Quindi, se non proprio come il vero inventore delle PSYOP, possiamo almeno considerare Sun Tzu un validissimo precursore di quella che oggigiorno è una dottrina diffusa in ogni scenario e teatro operativo moderno.

 

Il termine PSYOP sta per Psychological Warfare ovvero Guerra di operazioni psicologiche sui singoli o sulla massa, in cui l’informazione è adoperata per influire e per modificare pensieri e opinioni di soggetti neutrali o nemici.

 

Le PSYOP sono una delle forme dell’Information Warfare (guerra dell’informazione) che è una metodologia di approccio al conflitto armato, imperniato sulla gestione e l’uso dell’informazione in ogni sua forma e a qualunque livello con lo scopo di assicurarsi il decisivo vantaggio militare specialmente in un contesto militare combinato e integrato. La guerra basata sull’informazione è sia difensiva sia offensiva, che spazia dalle iniziative atte a impedire all’avversario di acquisire o sfruttare informazioni, fino alle misure mirate a garantire l’integrità, l’affidabilità e interoperabilità del proprio assetto informativo.

 

Nonostante la connotazione tipicamente militare, la guerra basata sulle informazioni ha manifestazioni di spicco anche, nella politica, nell’economia, nella vita sociale ed è applicabile anche nella cosiddetta “sicurezza nazionale” dal tempo di pace al tempo di guerra. Infine la guerra basata sulle informazioni tende a colpire l’esigenza di comando e controllo del leader nemico e sfrutta le tecnologie per dominare il campo di battaglia. In realtà il concetto di Information Warfare è stato ripreso e formulato da numerosi studiosi ed enti di ricerca accademici e militari.

Le PSYOP sono una delle sette forme in cui sono suddivise l’Information Warfare.

 

 

 

Le altre sei sono:

 

  • Command and Control Warfare (C2W). Guerra di Commando e Controllo. Che mira a colpire la testa dell’avversario.
  • Intelligence Based Warfare (IBW). Guerra basata sulle informazioni. Che consiste nel progettare e proteggere i propri sistemi per la gestione delle informazioni e nell’ingannare e inquinare quelli avversari al fine di dominare il campo di battaglia.
  • Electronic Warfare (EW). Guerra elettronica. Che sfrutta sofisticati apparecchi radioelettronici e strumenti di crittografia.
  • Hacker Warfare (HW). Guerra degli esperti informatici. Che prevede l’attacco a computer, reti telematiche e sistemi di elaborazioni dati. In questa guerra si è soliti assoldare, come nuovi mercenari, quell’universo appartenente all’underground e in apparenza “alternativo” e “antagonista”. Personaggi che sono chiamati in vario modo: hacker, cracker, pheaker, cyberpunk, che sono capaci di aggredire un sistema informativo protetto. Si tratta di professionisti con un livello di aggiornamento tecnico elevato ed allenati ad operare nelle situazioni più difficili orientandosi in complessi sistemi informatici. Le operazioni di Hacker Warfare consistono in attacchi ai sistemi (paralisi totale degli elaboratori o semplici malfunzionamenti, modifiche al software di base, danneggiamento di programmi applicativi, installazioni di procedure malefiche, interruzione fraudolenta di assistenza e manutenzione), attacchi alle informazioni (cancellazione, alterazione/modifica del contenuto degli archivi, inserimento indebito dei, copia abusiva/furto di elementi di conoscenza, e attacchi alle reti (blocco del traffico telematico, deviazione delle richieste fatte a terminale su archivi clonati e modificati residenti su elaboratori diversi da quello originale, intercettazione delle comunicazioni autorizzate, introduzione di comunicazioni indebite mirate a disturbare.
  • Economic Information Warfare. (EIW). Guerra delle informazioni a rilievo economico. Che prevede la paralisi delle informazioni o il loro pilotaggio volto a garantire la supremazia economica.

 

Ciberwarfare. Guerra cibernetica. Che è la sintesi delle operazioni più futuribili sul campo di battaglia con l’utilizzo di alta tecnologia informatica, elettronica, satellitare ecc. Si traduce nell’alterazione e addirittura nella distruzione dell’informazione e dei sistemi di comunicazione nemici, procedendo a far sì che sul proprio fronte si mantenga un relativo equilibrio dell’informazione. La Cyberwarfare si caratterizza per l’uso di tecnologie elettroniche, informatiche e dei sistemi di telecomunicazioni. Esistono molte metodologie di attacco nel Cyberwarfare. Vandalismo Web: attacchi volti a “sporcare” pagine Web o mettere fuori uso i server (attacchi denial-of-service). Normalmente queste aggressioni sono veloci e non provocano grandi danni. Propaganda: messaggi politici che possono essere spediti a coloro che sono collegati alla Rete. Raccolta dati: le informazioni riservate ma non protette possono essere intercettate e modificate, rendendo possibile lo spionaggio. Distruzione delle apparecchiature: le attività militari che utilizzano computer e satelliti per coordinarsi sono potenziali vittime di questi attacchi. Ordini e comunicazioni possono essere intercettati o sostituiti, mettendo a rischio i soldati. Attacco a infrastrutture critiche: i servizi energetici, idrici, di combustibili, di comunicazioni, commerciali e dei trasporti sono tutti vulnerabili a questo genere di attacchi. Gli USA hanno ammesso di essere sotto attacco da parte di diversi Stati, come la Russia e la Cina. I due attacchi più famosi sono passati alla storia con i nomi di Titan Rain[2] e Moonlight Maze.[3] Le regole base del Cyberwarfare: minimizzare la spesa di capitali e di energie produttive e operative; sfruttare a pieno le tecnologie che agevolino le attività investigative e di acquisizione di dati, l’elaborazione di questi ultimi e la successiva distribuzione dei risultati ai comandanti delle unità operative; ottimizzare al massimo le comunicazioni tattiche, i sistemi di posizionamento e l’identificazione amico-nemico (IFF – Identification Friend or Foe). Con la Cyberwarfare si conosce un radicale riassetto delle concezioni organizzative militari. Le tradizionali strutture gerarchiche si vedono progressivamente soppiantate da sistemi a rete, con nuovi ruoli di complementarità e integrazione si fanno così spazio entità operative caratterizzate da: ridotta consistenza numerica; elevato livello di supporto tecnologico; efficacia. Il controspionaggio Cyberspaziale è l’insieme delle misure a identificare, penetrare o neutralizzare operazioni straniere i mezzi Cyber come metodologie di attacco primario, come gli sforzi dei servizi segreti che, attraverso l’uso di metodi tradizionali, cercano di portare avanti attacchi di Cyberwarfare.

 

Tornando alle PSYOP, una cosa certa è che da almeno trent’anni, gli USA hanno raggiunto e mantenuto una notevole leadership nel settore sotto tutti i punti di vista (dottrinale, addestrativo, tecnico, ecc.) tanto da farne non solo un punto di forza per loro stessi, ma una risorsa da condividere con gli altri membri della NATO. Le forza armate USA, infatti, non lesinano di organizzare corsi di istruzione ad appannaggio degli altri membri della NATO, dispensando anche “buoni consigli” laddove osservano che i Paesi alleati o amici (eufemismo per dire subalternità ai voleri dell’imperialismo USA) cominciano a valorizzare le PSYOP con la creazione di specifiche Unità.

 

 

 

PARTE PRIMA

 

 BREVI NOTE SULL’UTILIZZO DELLE PSYOP

 

 

Storicamente, la messa in atto di operazioni psicologiche si è dimostrata efficace in combattimento almeno quanto l’oculato utilizzo della manovra e della potenza di fuoco. Tuttavia l’utilità delle operazioni psicologiche come “moltiplicatore della forza”, per conseguire gli obiettivi d’interesse con il minimo dello sforzo e della distruzione, è stata in origine individuata solamente da alcuni dei più percettivi leader militari e statisti. Va ricordato, che è solo dalla seconda guerra mondiale che le PSYOPS sono state assunte al rango di effettivo “sistema d’arma” e come tale impiegate. I passi da gigante fatti nel campo delle scienze comportamentali, che ora consentono di conoscere e comprendere cosa c’è alla base di certi modi di fare, combinati con gli strepitosi sviluppi nella sfera della comunicazione di massa, hanno di gran lunga moltiplicato le capacità le capacità ed il valore intrinseco delle PSYOP; un’analisi dei recenti conflitti ne ha dimostrato l’efficacia dentro e fuori il campo di battaglia. Il risultato ottenuto è che, oggigiorno, ogni comandante, se vuole portare a termine il compito a lui assegnato con il minimo delle perdite, deve considerare l’opportunità di impiegarle adeguatamente e, alla stessa stregua, la necessità da quelle messe in atto dall’avversario.

 

 

 FABBRICARE IL CONSENSO

 

 

Capire come si fabbrica il consenso, è indispensabile per comprendere maggiormente le PSYOP.

 

Partendo dall’abbattimento del governo della Repubblica Federale Jugoslava del 1999 fino alle “rivoluzioni colorate” in Georgia (2003), Ucraina (2004, 2014), Uzbekistan (2005), Kirgizstan (2005), i media occidentali hanno fatto passare questi avvenimenti come rivoluzioni popolari.

 

Il termine di rivoluzione è stato normalmente usato dalla sinistra (in particolare dai comunisti e dagli anarchici). Ma quando il putsch violento ha avuto luogo nel Kirgizstan, il Times si è tanto entusiasmato a proposito delle scene di Bichkek[4]   che ricordavano all’articolista i film di Eisenstein sulla rivoluzione di Ottobre; il Daily Telegraph esaltava la presa del potere da parte del popolo[5] e il Financial Times faceva ricorso a una metafora maoista ben conosciuta quando vantava la “lunga marcia del Kirgizstan verso la libertà”.[6]

 

Una delle idee chiave che stanno alla base di questa impostazione è che il popolo appoggia questi avvenimenti e che questi ultimi sono spontanei. In realtà, queste “rivoluzioni” sono operazioni ben concertate, spesso messe in scena tramite i mezzi di comunicazione, che sono strumenti del potere dell’Occidente.

 

I teorici della manipolazione non possono certo appellarsi per questo tipo di “rivoluzioni” a Marx o a Lenin, per i quali per rivoluzione si deve intendere la presa del potere da parte del proletariato e l’avvio del cambiamento dei rapporti di produzione e dell’insieme dei rapporti sociali.

 

Sono autori come Curzio Malaparte che hanno ridotto l’idea di rivoluzione a colpo di Stato.

 

Malaparte fu l’autore di Tecnica del colpo di Stato,[7] dove ha dato forma a queste idee.

 

Pubblicato nel 1931, questo libro presenta il ribaltamento di regime come una procedura tecnica. Malaparte era in disaccordo con chi pensava i cambiamenti, avvenivano spontaneamente. Egli inizia il suo libro riportando una discussione fra diplomatici a Varsavia nella primavera del 1920.

 

In Polonia stava avanzando l’Armata Rossa come risposta all’invasione dell’Ucraina sovietica da parte della Polonia (nel 1920 le truppe polacche avevano occupato Kiev), ed era alle porte di Varsavia.

 

Questa discussione si svolse fra il ministro della Gran Bretagna, Sir Horace Rumbold, e il Nunzio papale, Monsignor Ambrogio Damiano Achille Ratti (che due anni più tardi divenne Papa con il nome di Pio XI).

 

L’inglese affermava che la situazione politica interna della Polonia era così caotica che era inevitabile una rivoluzione e che il corpo diplomatico dovesse abbandonare la capitale e rifugiarsi a Poznan. Il Nunzio non era d’accordo, insistendo sul fatto che la rivoluzione era senza dubbio possibile in un paese civilizzato come l’Inghilterra, l’Olanda o la Svizzera e non in un paese in preda all’anarchia. Naturalmente l’inglese era sconvolto all’idea che una potesse scoppiare. “Mai” sbottò.

 

Come si sa l’Armata Rossa fu sconfitta alle porte di Varsavia e la rivoluzione non scoppiò, e questo secondo Malaparte, perché le forze rivoluzionarie non erano ben organizzate. Nella sostanza Malaparte riduceva la rivoluzione a tecnica, gli sfuggiva che essa non fu vittoriosa per i limiti delle forze rivoluzionarie che non seppero praticare la critica-autocritica, fare dei bilanci, praticare una linea di massa.

 

Per Malaparte (e chi la pensa come lui) l’aspetto della manipolazione mediatica, è decisamente importante e costituisce un elemento della procedura tecnica per i cambiamenti di regime anche al giorno d’oggi.

 

Senza dubbio, il controllo dei media durante un capovolgimento di regime è così importane che una delle caratteristiche di queste “rivoluzioni colorate” consistè nella costruzione di una realtà virtuale. Il controllo di questa realtà è esso stesso uno strumento di potere, tanto che al momento dei colpi di Stato classi nelle “repubbliche delle banane”, la prima cosa di cui s’impadronivano i golpisti era la radio.

 

Mi rendo conto, che per la maggior parte delle persone è difficile digerire l’esistenza di questa realtà, poiché c’è una forte (e giustificata) ripugnanza all’idea che gli avvenimenti politici siano deliberatamente manipolati.

 

Questa ripugnanza, in parte, è un prodotto dell’ideologia dell’informazione, che lusinga la vanità delle persone e le induce a credere di avere accesso a una somma considerevole d’informazioni.

 

In effetti, l’apparente diversificazione d’informazioni derivate dai media moderni nasconde un’estrema povertà delle fonti originali, nella stessa maniera in cui una strada piena zeppa di ristoranti su una spiaggia nella Grecia può nascondere la realtà di un’unica cucina nel retrostante.

 

Le informazioni sugli avvenimenti importanti provengono spesso da un’unica fonte, di solito da un’agenzia, e anche coloro deputati alla diffusione delle informazioni, come la BBC, si accontentano di riciclare le informazioni ricevute da queste agenzie, comunque presentandole come farina del loro sacco.

 

I corrispondenti della BBC spesso stanno nelle loro camere di albergo quando spediscono i loro dispacci, leggendo per gli studi di Londra le informazioni che sono state trasmesse da colleghi in Inghilterra, che a loro volta le hanno ricevute da agenzie di stampa.

 

Un secondo fattore che spiega la ripugnanza a credere alla manipolazione dei media è legato al sentimento di onniscienza che la nostra epoca di mezzi di comunicazione di massa ama assecondare: criticare le informazioni di stampa è come dire alle persone che sono credulone, e questo messaggio non è gradevole da ricevere.

 

La manipolazione mediatica ha molteplici aspetti. Uno dei più importanti è l’iconografia politica. Questa è uno strumento molto importante utilizzato per diffondere la legittimità dei regimi politici. Un esempio è l’uso usato dai regimi revisionisti nel legittimare la rivoluzione di ottobre, nella riduzione di questa ricorrenza come fonte di un’eterna di legittimità, snaturandola (il comunismo è il movimento che trasforma la realtà esistente o è solo una caricatura).

 

Ciononostante, l’importanza della costruzione politica d’immagini va ben al di là dell’invenzione di emblema specifico per ciascun regime politico. Esso implica un controllo rigoroso dei mezzi di informazione e generalmente questo controllo deve essere esercitato per un lungo periodo, e non solo al momento del cambiamento di regime.

 

Il nipote di Freud Edward Bernays potrebbe essere considerato uno dei primi teorici sulla psicologia della manipolazione dell’opinione pubblica. Egli scriveva nella sua opera Propaganda, apparsa nel 1928, come se questa fosse un fatto del tutto naturale, è giustificava in tale opera il fatto che i governi plasmassero l’opinione pubblica per fini politici.[8]

 

Il primo capitolo porta il titolo: Organizzare il caos. Per Bernays, la manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse è un elemento importante delle società democratiche.

 

Bernays ritiene che coloro che manipolano i meccanismi segreti della società costituiscono un governo invisibile, che rappresenta il potere effettivo. La sostanza del suo discorso è che alla fine della fiera noi siamo eterodiretti, i nostri pensieri sono condizionati, i nostri gusti sono costruiti ad arte, le nostre idee sono suggerite essenzialmente da uomini di cui non abbiamo mai inteso parlare. È la conseguenza logica della maniera in cui la nostra società democratica è strutturata.

 

Un gran numero di esseri umani deve cooperare per vivere insieme in una società che funzioni bene. In quasi tutti gli atti della nostra vita quotidiana, che si tratti della sfera politica, di affari, dei nostri comportamenti sociali o delle nostre concezioni etiche, noi siamo dominati da un numero relativamente ridotto di persone che conoscono i processi mentali e le caratteristiche sociali delle masse. Sono queste persone che controllano l’opinione pubblica.

 

Per Bernays, molto spesso questi membri del governo invisibile non conoscono essi stessi chi sono gli altri membri. La propaganda è il solo mezzo per impedire all’opinione pubblica di sprofondare nel caos.

 

Bernays ha continuato a lavorare su quest’argomento dopo la seconda guerra mondiale e nel 1947 pubblicò The Engineering – La costruzione del consenso,[9] titolo al quale Edward Herman e Noam Chomsky hanno fatto riferimento quando nel 1988 hanno pubblicato la loro opera La fabrique du consentement.[10]

 

Il rapporto con Freud è decisivo poiché la psicologia è uno strumento fondamentale per influenzare l’opinione pubblica.

 

Secondo gli autori La fabrique du consentement, ogni leader politico deve fare appello emozioni umane primarie al fine di manipolare le opinioni.

 

L’istinto di conservazione, l’ambizione, l’orgoglio, la bramosia, l’amore per la famiglia e i bambini, il patriottismo, lo spirito d’imitazione, il desiderio di comando, il gusto dell’azione, così altri bisogni, sono le materie psicologiche che ciascun leader deve prendere in considerazione nei suoi tentativi per conquistare l’opinione pubblica alle sue idee.

 

Per mantenere la fiducia nei leader, la maggior parte delle persone ha necessità di essere sicuri che tutto quello in cui credono sia corrispondente al vero.

 

In sostanza si parte dal bisogno fondamentale di ogni essere umano di credere in ciò che essi vogliono credere. Thomas Mann faceva allusione a questo fenomeno quando attribuiva l’ascesa di Hitler al desiderio collettivo del popolo tedesco di credere a un “racconto di fate” che dissimulava la squallida realtà.

 

Un altro personaggio importante sulle attività inerenti alla manipolazione dell’opinione pubblica è stato senza dubbio il giornalista statunitense Walter Lippmann (1889 – 1974), che nel 1922 definì il termine opinione pubblica in questi termini: “Le immagini che sono nella mente di questi esseri umani, le immagini di sé stessi, di altri, delle loro esigenze, dei loro intenti e dei loro rapporti sono le loro opinioni pubbliche. Le immagini in base a cui agiscono gruppi di persone, o individui che agiscono in nome di gruppi, costituiscono l’Opinione Pubblica con le iniziali maiuscole”.[11] Lippmann, fu il primo a tradurre in inglese le opere di Freud, divenne uno dei più influenti opinionisti politici.[12] Il libro di Lippmann Public Opinion (Opinione Pubblica) apparso nelle librerie nel 1923, un anno dopo Psicologia delle masse di Freud, e che toccava temi molto simili. Scrive Lippmann, che la maggior parte delle persone giunge a sviluppare quella “immagini nelle loro teste”, dando così ai media un potere terrificante.

 

Su quest’argomento, meritano di essere citate altre opere che non trattano per ragioni temporali della propaganda elettronica moderna ma che si rivolgono piuttosto verso la psicologia delle masse. Pensiamo ai classici come la Psicologia delle masse (1895) di Gustave Le Bon, Massa e potere (1960) di Elias Canetti e Lo stupro delle folle da parte della propaganda politica (1939) di Serge Tchakhotine.

 

Tutte queste opere fanno abbondante riferimento alla psicologia e all’antropologia. Non bisogna dimenticare l’opera grandiosa dell’antropologo René Girard, i cui scritti sulla logica dell’imitazione (mimesis) e sulle azioni violente collettive sono eccellenti strumenti per comprendere perché l’opinione pubblica può, tanto facilmente essere indotta a sostenere e altre forme di violenza politica.

 

Dopo la seconda guerra mondiale, sono state sviluppate numerose tecniche inerenti formazione dell’opinione pubblica, soprattutto negli USA come è stato dimostrato dal lavoro di Frances Stonor Saunders, Chi conduce la danza? La CIA e la guerra fredda culturale (2003).

 

Saunders spiega in maniera dettagliata come all’inizio della cosiddetta Guerra Fredda, gli statunitensi e i britannici dettero inizio a un’importante operazione clandestina destinata a finanziare intellettuali anticomunisti.[13]

 

L’elemento fondamentale è che essi concentrarono su alcune persone della sinistra. Molte di questi intellettuali divennero in seguito dei neoconservatori di primo pino, in particolare Irving Kristol, James Burnham, Sidney Hook e Lionel Trilling.

 

Saunders cita Michael Warner quando scrive “Per la CIA la strategia di sostenere la sinistra anti-comunista doveva diventare il fondamento teorico delle operazioni politiche della CIA contro il comunismo nel corso dei due decenni successivi”.

 

Questa strategia era descritta in The Vital of Cneter: The Politics of Freedom Schlesinger (1949) opera che costituisce una delle pietre angolari di quello che più tardi divenne il movimento neo conservatore.

 

Saunders scrive: “L’obiettivo di sostenere gruppi di sinistra, non era né di distruggere né di dominare questi gruppi, ma piuttosto di mantenere con loro una discreta prossimità e di dirigere il loro pensiero, di procurare loro un modo per liberarsi dalle inibizioni inconsce e, al limite, di opporsi alle loro azioni nel caso in cui fossero diventati eccessivamente … radicali”.[14]

 

Le modalità attraverso cui questa influenza di “sinistra” fece sentire i propri effetti furono molteplici e variegate.

 

Gli USA erano decisi a fornire di se stessi un’immagine progressista, che contrastasse con quella di un’Unione Sovietica definita “reazionaria”.

 

Nel 1954, al CIA aveva finanziato un festival della musica a Roma nel corso dell’amore “autoritario” di Stalin per compositori russi come Rimski-Korsakov e Tchaikovski veniva dalla musica moderna non ortodossa ispirata dal dodecafonismo di Schoenberg. Per Nabokov Nicolai, un personaggio molto influente negli ambienti musicali USA (nonché cugino dell’autore di Lolita) e uno dei principali esponenti del Congresso per la libertà della Cultura, promuovere una musica che eliminava le gerarchie naturali, era lanciare un chiaro messaggio politico.

 

Un altro cosiddetto “progressista”, il pittore Jackson Pollok, ex comunista, fu allo stesso modo sostenuto dalla CIA. I suoi “imbrattamenti” erano considerati come una rappresentazione dell’ideologia americana di “libertà” opposta a quello che era definito l’autoritarismo della pittura del realismo socialista.

 

Teniamo conto che quest’alleanza di intellettuali provenienti dal Movimento Comunista e che si definivano rivoluzionari, era nata prima della cosiddetta Guerra Fredda: un esempio fu il patrocinio da parte di Abby Aldrich Rockefeller del pittore Diego Rivera. Ma la loro collaborazione ebbe bruscamente termine quando Rivera si rifiutò di ritirare un ritratto di Lenin da una scena di massa dipinta sui muri del Rockefeller Center nel 1933.

 

Questa commistione fa la cultura e la politica fu incoraggiata apertamente da un organismo della CIA che portava un nome orwelliano, l’Ufficio di Strategia Psicologica, PSB.

 

Nel 1956, quest’organizzazione sostenne una tournée europea della Metropolitan Opera (Met), che aveva lo scopo di incoraggiare il multiculturalismo.

 

L’organizzatore, J. Fleischmann affermava; “Noi, negli Stati Uniti, siamo una melting-pot e con questo dimostriamo che i popoli possono intendersi indipendentemente dalla razza, dal colore della pelle o dalla loro confessione.

   Utilizzando il termine melting-pot, o una qualsiasi altra espressione, noi potremmo presentare il Met come un esempio per cui gli Europei immigrati negli Stati uniti hanno potuto intendersi, e, di conseguenza, suggerisce che una specie di Federazione europea è sicuramente possibile”.[15]

 

Agli inizi degli anni ’50, Raymond Allen, direttore dell’Ufficio di Strategia Psicologica (l’Ufficio di Strategia Psicologica fu immediatamente designato unicamente attraverso le sue iniziali PSB, senza dubbio allo scopo di tenere nascosto quello che era direttamente espresso dal nome intero) era già pervenuto alla conclusione che i principi e gli ideali contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza e alla Costituzione degli USA sarebbero dovuti diventare un patrimonio comune di tutti gli uomini del mondo.

 

Certamente, sarebbe falso attribuire la diffusione delle idee unicamente alla manipolazione clandestina. Le idee s’iscrivono in vasti movimenti culturali, le cui fonti originali sono molteplici. Ma è fuori dubbio che il dominio di queste idee può essere considerevolmente facilitato mediante operazioni clandestine, partendo dal fatto che una grossa parte della popolazione delle metropoli imperialisti è facilmente influenzabile all’influsso dei media. Non solamente essi credono a ciò che dicono, ma immaginano di essere arrivati in modo autonomo alle conclusioni. Di conseguenza, l’astuzia per manipolare l’opinione pubblica consiste nell’applicare quello che è stato teorizzato da Bernays, ed sviluppato ed applicato dalla CIA.

 

La CIA e le altre agenzie spionistiche imperialiste hanno messo in esecuzione la strategia per arrivare nei diversi paesi un’egemonia culturale, che al contrario di quello che teorizzava Gramsci che era uno strumento essenziale per la rivoluzione socialista, aveva uno scopo controrivoluzionario, diventava uno degli strumenti della controrivoluzione preventiva.

 

Sulle tecniche di disinformazione esiste una quantità enorme di testi.

 

Tchakhotine, formulò la tesi che il ruolo dei giornalisti e dei media è fondamentale per assicurarsi che la propaganda avvenga in modo costante. Egli afferma che la propaganda non dovrebbe interrompersi mai, formulando così una delle regole fondamentali della disinformazione moderna, vale a dire che il messaggio, per passare deve essere ripetutamente reiterato.

 

Prima di tutto, Tchakhotine afferma che le campagne di propaganda devono essere dirette in modo centralizzato e ben organizzate, cosa prassi nel tempo attuale in questa che è definita la “società della comunicazione”. Non è certamente un caso che i membri laburisti del Parlamento Britannico non possono comunicare con i media senza l’autorizzazione del Direttore per le Comunicazioni, al numero 10 di Downing Street.

 

Durante la seconda guerra mondiale Sefton Delmer era allo stesso tempo un teorico e un esperto esecutore della Black propaganda (propaganda sporca, disinformazione), aveva creato una falsa stazione radio, trasmetteva dalla Gran Bretagna verso la Germania che diffondeva la notizia che esistevano dei buoni patrioti tedeschi che si opponevano a Hitler. Si sosteneva la finzione che si trattasse in realtà di una stazione tedesca clandestina che trasmetteva utilizzando frequenze vicine a quelle delle stazioni ufficiali. Questo genere di Black propaganda fa ancora parte dell’arsenale della comunicazione governativa USA.

 

Certamente un altro discorso è verificare sull’efficacia reale di questo tipo di propaganda. Un esempio evidente sta nel fatto durante la seconda guerra mondiale, essa non contribuì a favorire un’insurrezione da parte del popolo tedesco contro Hitler. Lenin ha ripetuto rilevato che i sentimenti, gli stati d’animo, gli istinti, in una parola gli stati psichici delle varie classi e delle masse, nascono dalle loro condizioni economiche e dagli interessi economici fondamentali. Ciò costituisce la prima e più importante fonte dei fenomeni psico-sociali. È inutile rivolgersi alle masse con la propaganda senza rivendicazioni economiche. “La massa è attratta dal movimento, vi partecipa energicamente lo apprezza altamente e sviluppa il suo eroismo, il suo sacrificio, la sua tenacia e la sua fedeltà alla grande causa soltanto nella misura in cui la situazione economica di chi lavora migliora.[16] Eliminare le rivendicazioni economiche dal programma significherebbe “sopprimere gli interessi economici che spingono ad una lotta grandiosa, inaudita, piena di abnegazione del popolo umiliato, intimorito, ignorante”.[17] La rivoluzione ha inizio non perché brontola e s’indignano decine o centinaia di politici borghesi ma perché decine di milioni di “gente minuta” non c’è la fanno più e per questo motivo che la tra le masse popolari matura silenziosamente la rivoluzione. La situazione economica predetermina sia la temporanea passività politica e il letargo, sia l’attrazione delle varie classi lavoratrici per la rivoluzione.

 

Ci sono numerosi autori che hanno trattato il tema della disinformazione uno dei più recenti è Roger Mucchielli, La Subversion pubblicato in francese nel 1971 (nuova edizione rivista e aggiornata nel 1976), che cerca di dimostrare che la disinformazione una volta ritenuta tattica ausiliaria durane la guerra, sia divenuta la tattica predominante.

 

Secondo Mucchielli, la strategia si è sviluppata al punto tale che l’obiettivo attualmente quello di conquistare un paese senza assolutamente attaccarlo fisicamente, in particolare facendo ricorso ad agenti interni che condizionano l’opinione pubblica.

 

Essenzialmente, si tratta dell’idea proposta più recentemente da Robert Kaplan nel suo saggio pubblicato in The Atlantic Monthly nel luglio agosto 2003 e intitolato Supremacy by Stealth – Supremazia assunta furtivamente.

 

Kaplan è uno dei teorici del cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale” che nella realtà era la possibilità, che partendo dal fatto che le difficoltà dell’accumulazione del capitale stanno aumentando, una frazione della Borghesia Imperialista mondiale tenti di imporre un’unica disciplina a tutta la Borghesia Imperialista costruendo attorno agli USA il proprio nuovo Stato sovranazionale: quest’ultimo assorbirebbe più strettamente in sé gli altri Stati limitandone ulteriormente l’autonomia.

 

Negli anni trascorsi dopo la seconda guerra mondiale, si è formato un vasto strato di Borghesia Imperialista Internazionale, legata alle multinazionali con uno strato di personale cresciuto al suo servizio.

 

Già sono stati collaudati numerosi organismi (monetari, finanziari, commerciali) sovrastatali nei quali quello Strato di Borghesia Internazionale esercita una vasta egemonia.

 

Parimenti si è formato un personale politico, militare e culturale borghese internazionale. di conseguenza il disegno della fusione dei maggiori Stati imperialisti in unico Stato ha oggi maggiori basi materiali di quanto ne avessero gli analoghi disegni perseguiti nella prima metà del secolo scorso, dalla borghesia anglo-francese (Società delle Nazioni), dalla borghesia tedesca (Nuovo Ordine Europeo nazista), dalla borghesia giapponese (Zona di Coprosperità). Ma la realizzazione di un processo del genere, mentre avanza e si accentua la crisi economica, difficilmente si realizzerebbe in maniera pacifica, senza che gli interessi borghesi lesi dal processo si facciano forte di tutte le rivendicazioni e i pregiudizi nazionali e locali.

 

Quello che è successo dopo dalla metà degli anni ’70 con l’avvio della crisi generale del capitalismo, l’avvio della crisi del Movimento Comunista e del cosiddetto “blocco socialista” corrosi dal revisionismo, è che gran parte del mondo si ridotto a un territorio di caccia delle scorribande dei vari capitalisti. Gli Stati nazionali sono ridotti ad essere principalmente delle agenzie addette ad estorcere soldi soprattutto per soddisfare le pretese delle istituzioni finanziarie e per sopperire alle spese pubbliche residue (alcune voci delle spese sono in costante crescita: riarmo, aggressioni imperialiste, repressione, controllo, prebende per imbonitori), i loro governi e le loro pubbliche amministrazioni si occupano sempre meno dei servizi e degli affari pubblici (ivi compreso il sistema sociale dell’economia reale), i patrimoni pubblici residui sono venduti (e spesso svenduti) perché i capitalisti sono alla ricerca forsennata di terreni di investimento per i loro capitali e per lo stesso motivo crescono i debiti pubblici lo Stato USA e alcuni altri Stati e centri di potere esercitano il ruolo di polizia senza frontiere e con azioni all’impazzata (spacciati come “spedizioni umanitarie”, “azioni contro il terrorismo” ecc.) usando basi e agenzie che hanno installato in tutto il mondo l’uso ereditato dal passato e radicato nel senso comune di avere periodiche votazioni a suffragio universale (democrazia borghese)ha fatto sorgere in ogni paese e a livello internazionale una gigantesca macchina di diversione, di disinformazione e intossicazione delle coscienze e dei sentimenti.

 

Il corso delle cose che si determina porta a una crescita continua di conflitti e di guerre intestine e tra Stati. I gruppi imperialisti non riescono più (stante la crisi generale in corso) a creare in alcun paese ordinamenti politici stabili, riescono solo a distruggere quelli che ancora trovano come ostacolo. Il variopinto movimento islamico non ha prospettive di svilupparsi in un nuovo sistema di ordinamento sociale.

 

I contrasti tra l’Unione Europea (UE) – soprattutto da parte della Germania – e gli USA si accentuano (la messa in scena del DATAGATE per frenare gli USA è un indizio di tutto ciò). Così pure i contrasti all’interno dell’UE (con le elezioni europee, se le cose continuano come sono in corso, porteranno a Bruxelles un gran numero di formazioni politiche che sono contro l’UE e tutto ciò inevitabilmente avrà delle ripercussioni in ogni singolo paese). Il progetto (accarezzato da Mitterrand, Jacques Delors & C.) di costruire sotto l’ombrello militare della NATO comandata dagli USA, il polo imperialista europeo indipendente dall’imperialismo USA e quindi alla fin fine a esso contrapposto, fa acqua. La politica mercantilistica, (esportare il più possibile e importare il meno possibile come linea guida) e monetarista (il pareggio delle entrate e uscite contabili, la stabilità dei prezzi e del cambio come regole) della borghesia tedesca è la traduzione pratica della consunzione del progetto.

 

L’Euro e l’UE naufragano: è inevitabile perché l’UE imperialista poteva esistere solo come polo alternativo al polo USA, ma aveva bisogno di un contesto e di forme istituzionali che la Borghesia Imperialista non è in grado di costruire. Il problema attuale è costruire il dopo UE: mobilitazione reazionaria (sotto l’ombrello dei gruppi imperialisti USA, europei e sionisti la cui forza posa sempre di più sull’apparato militare), oppure rottura (tramite l’abolizione del Debito Pubblico) con il mondo finanziario euro-americano e guerra contro i vari imperialismi che inevitabilmente cercheranno di stritolare il paese che cercherà di porsi questo obiettivo.

 

Tornando al saggio di Kaplan, il suo saggio tratta del ricorso alle operazioni segrete, alla forza delle armi, agli inganni, alla disinformazione, alle influenze clandestine, alla costruzione dell’opinione pubblica, perfino agli assassini politici, tutto mezzi che rivelano una di “etica pagana” destinati ad assicurare il predominio mondiale dell’imperialismo USA.

 

Un altro punto da sottolineare a proposito di Mucchielli è che è stato uno dei primi teorici a propugnare il ricorso delle ONG, come organizzazioni di facciata, per provocare un cambiamento politico interno di un altro paese.

 

Come Malaparte, Mucchielli ritiene che per provocare il successo o il fallimento di una rivoluzione, non fossero le circostanze oggettive, ma la percezione di queste circostanze create ad arte dalla disinformazione, in sostanza si riduceva il tutto a una tecnica. Tutto ciò nasceva dalla visione che vedeva i movimenti di massa, come massa di manovra di un ristretto numero di cospiratori molto ben organizzati.

Mucchielli insisteva sul fatto che la maggioranza della popolazione doveva essere completamente esclusa dai meccanismi inerenti alle decisioni politiche, poiché nella sua visione i cambiamenti avvengono per opera un ristretto numero d’individui e non della massa. L’opinione pubblica costituisce il “forum” dove si pratica la sovversione e Mucchielli descrive i differenti modi di comunicazione di massa per creare una psicosi collettiva. Secondo lui, i fattori psicologici sono molto importanti a questo riguardo, in modo particolare nella ricerca di strategie importanti, come la demoralizzazione di una società. L’avversario deve essere indotto a perdere fiducia nella giustezza e nella fondatezza della sua causa e tutti gli sforzi devono essere prodotti per convincerlo che il suo avversario è invincibile.

 

 

L’ISTITUTO TAVISTOCK

 

 

Non si può parlare di guerra psicologica senza parlare dell’Istituto Tavistock.

Fondato nel 1920 sotto la direzione del generale di brigata e psichiatra dr John Rawlings, il Tavistock nacque per occuparsi dei soldati traumatizzati durante la prima guerra mondiale. Gli psichiatri e psicanalisti scoprirono presto che questi individui erano acutamente suggestionabili; e che lo stesso effetto poteva ottenuto attraverso interrogatori brutali e torture. Essi prepararono tecniche del controllo comportamentale, che furono praticate come parte di vasti programmi di guerra psicologica.

 

Nel 1945, in un suo libro (The shaping of psichiatry by war), il generale Rees, propose che metodi analoghi a quelli sperimentati in guerra, potevano attuare il controllo sociale d’intere società o gruppi, in tempo di pace. Scrive Rees: “Se proponiamo di uscire all’aperto e di aggredire i problemi sociali e nazionali dei nostri giorni , allora abbiamo bisogno di “truppe sociali” psichiatriche, e queste non possono essere le equipes psichiatriche stanziali delle istituzionali. Dobbiamo avere gruppi di psichiatri selezionati e ben addestrati che si muovano sul territorio e prendano contatto con la situazione locale nella sua area particolare”.[18]

 

Dal 1947 il generale Rees fece carriera nell’apparato dell’ONU, dove creò con Sir Julian Huxley, allora capo dell’UNESCO; e secondo Brewda, un giornalista ebreo americano che è convinto che i terroristi suicidi, sia quelli che si fanno saltare in Israele, sia (se ci sono mai stati) quelli sugli aerei dell’11 settembre 2001, possano essere fabbricati,[19] entrambi (Rees e Huxley) elaborarono un progetto per la selezione dei quadri nelle colonie dell’impero britannico, ormai traballante per via che si stavano, sviluppano dei movimenti di liberazione nazionale non controllati dall’imperialismo britannico, per addestrare alla futura “indipendenza” ovvero per uno sviluppo semicoloniale. Gli specialisti del Tavistock perciò cominciarono da allora a creare dei movimenti rivali a quelli che conducevano la lotta di liberazione nazionale: il primo esperimento avvenne in Kenya. Nei campi di prigionia taluni detenuti sarebbero stati selezionati e preparati con metodi psicologici traumatici a formare delle fazioni che si sarebbero dovuto inserire della nella rivolta che era definita dei Mau Mau. L’idea era di infiltrare il movimento di liberazione keniota con gruppi rivali, che le penetrassero e frazionassero, creando lotte intestine. I rivali dovevano usare metodi terroristici feroci, per screditare il movimento.

 

Facciamo un passo indietro per capire qualcosa sul ruolo delle associazioni psichiatriche britanniche e il loro ruolo.

 

Norman Montagu nel 1944 che era il governatore della Banca di Inghilterra si dimette, e cominciò ad avviare un progetto che ironicamente era collegato ai suoi ripetuti esaurimenti nervosi e ricoveri ospedalieri. Norman organizzò l’Associazione Nazionale Britannica per la Salute Mentale. Nei suoi stadi iniziali questa Associazione ebbe come sede la casa londinese di Norman. Il suo assistente presso la Banca di Inghilterra fu nominato tesoriere dell’Associazione.

 

Nel 1948 l’Associazione Nazionale per la Salute Mentale di Norman radunò i leader mondiali della psichiatria e della psicologia al Congresso Internazionale sulla Salute Mentale, presso il Ministero della Salute del Regno Unito. In questo Congresso fu formata la Federazione Mondiale per la Salute Mentale, con lo scopo di gestire i servizi psicologici del pianeta. Lady Norman, l’hostess del Congresso, fu investito del potere esecutivo. Norman scelse per presidente della Federazione Mondiale il capo dell’istituto Tavistock il generale Rees.

 

Le due agenzie delle Nazioni Unite con cui la Federazione Mondiale lavora di più strettamente sono la Federazione Mondiale della Sanità (FHO) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza, e la Cultura (UNESCO).

 

Con lo scopo di disarticolazione dei movimenti di liberazione nazionale, la Federazione Mondiale della Salute mentale lanciò nel 1949-50 un ampio studio sui profili psicologici di vati paesi. Il programma si chiamava: Tensione mondiale: la psicopatologia delle relazioni internazionali”. Furono studiate le reazioni, le suscettibilità psicologiche di diversi gruppi etnici, secondo Brewda, per poterli meglio controllare. In questo quadro lo studio più approfondito fu condotto sugli ebrei: dapprima sui sopravvissuti alle persecuzioni genocide naziste che erano riparati in Israele. Secondo la tattica suggerita da Rees, psichiatri ben addestrati furono mandati sul territorio. Nacque a Gerusalemme la Società per l’Igiene Mentale in Israele. La guidava il dottor Abraham Weinberg, un uomo del Tavistock.

 

Prevedibilmente, Winberg, diagnosticò, nella psicodinamica ebraica, la leva su cui poteva agire la psichiatria di guerra: la convinzione di essere un “popolo eletto”. Il fatto che nei secoli gli ebrei soprattutto nell’Europa cristiana non solo furono perseguitati, ma siano stati fatti sentire diversi dagli altri popoli, non ha fatto che rinforzare questo carattere, affermava l’uomo del Tavistock. Perciò secondo lui, questo fattore non ha fatto che rinforzare una “personalità ebraica” intimorita e diffidente nel prossimo. Di fronte alla persecuzione nazista, la popolazione ebraica ha reagito in maggioranza rinnovando la fedeltà alla propria identità ebraica etnica e alla “missione degli ebrei” nel mondo: la sofferenza subita era parte di questa “missione”, e la creazione dello Stato di Israele, il ritorno alla terra promessa dopo duemila anni, era il compenso di questa sofferenza. Scriveva Weinberg nel 1948 che per la prima volta dopo diversi millenni: “è possibile creare una vera personalità ebraica, fondata sulla sofferenza del genocidio e sull’ambiente controllato in Israele”.[20] Di fatto, secondo Brewda, questa diagnosi giustifica (e provoca) la riduzione dell’israeliano d’oggi a membro di un culto del sangue e del suolo; il fatto che Israele pratiche in “Terra Santa” una politica di segregazione e d’igiene razziale nei confronti degli arabi, sarebbe la prova del successo del Tavistock.

 

Nello stesso tempo, Tavistock conduceva lo stesso tipo di studi sugli arabi, attraverso un affiliato Istituto di Igiene Mentale con sede al Cairo, queste ricerche finirono per convergere con studi analoghi, che gli specialisti israeliani di guerra psicologica stavano conducendo per scopi militari. I risultati di queste indagini si ritrovano nell’opera monumentale di Raphael Patai (uno degli specialisti israeliani di profili psicologici), The arab mind.[21] Patai afferma di aver scoperto che nella “mentalità araba” il punto debole, che la rende vulnerabile alla manipolazione: la sua tendenza a confondere, specie sotto stress, “realtà e retorica”. Secondo la tesi di Patai l’arabo tipo vuole apparire come una persona eloquente piuttosto che profonda, e la sobrietà è un tipo di carattere che dai leader arabi non viene molto apprezzato. Per questo motivo, secondo lo studioso israeliano nelle sue affermazioni che hanno forti venature razziste, veri e propri pazzoidi (come Gheddafi) possano godere di un autentica popolarità.

 

È, come si vede, uno studio di “profiling”, ben noto ai servizi segreti più sofisticati: un gruppo etnico viene “profilato psicologicamente” dal nemico, per farlo agire – a sua insaputa – a vantaggio del nemico stesso. Quest’arte orribile non è nemmeno nascosta. Sul del 22 giugno 2001 della rivista Bulletin of Political Psychology è comparso un articolo dal titolo: “L’utilità della ricerca psicologica per accedere e sedare la violenza: gli “scopritori” di terroristi e la selezione e gestione di giovani terroristi”.[22] Ne è l’autore, il dottor Jerrold Post, fondatore del Bulletin, che per 21 anni è stato a capo, alla CIA del centro Analysis and Political Bheavior, in questa veste Post ha studiato infiniti profili psicologici di capi, di sette, di gruppi definiti terroristi, di capi di Stato: ha studiato fra gli altri Bin Laden, Saddam Hussein e la psicologia dei dirottatori di aerei.

 

 

 

Parte seconda

 
ALCUNI ESEMPI DI OPERAZIONI PSYOP

 

SECONDA GUERRA MONDIALE

 

 

Le operazioni psicologiche furono usate estensivamente nel corso di questo conflitto. In quel periodo le trasmissioni radio divennero uno dei mezzi principali di disseminazione di propaganda riversata contro il nemico; il Giappone utilizzò la nota emittente Tokyo Rose per trasmettere musica, propaganda e messaggi di sconforto, nei confronti degli statunitensi e dei loro alleati, mentre i tedeschi si affidarono a Mildred Gillar, meglio ricordata come Axis Sally. Il migliore e più innovativo uso della guerra psicologica deve essere però attribuito alle trasmissioni della British Broadcasting Corporation (BBC). Tra maggio e settembre 1940, quando l’invasione dell’Inghilterra ormai imminente, un programma regolarmente trasmesso dalla BBC, indirizzato agli ascoltatori tedeschi, iniziò una serie di lezioni in inglese a favore dei potenziali invasori. Le speaker spiegavano le ragioni per le quali sarebbero state utili ai soldati del Reich conoscere un po’ di inglese e, nel contempo, enunciava delle frasi del tipo: “la nave sta affondando” ed ancora “ripetiamo insieme – io brucio, egli brucia, ecc…”. Nonostante la relativa crudezza del prodotto radiofonico prescelto dagli inglesi, rimane il fatto che lo stesso si è rivelato molto efficace. Le frasi concernenti il “bruciare nel Canale d’Inghilterra” sembrarono infatti confermare le insistenti voci che gli agenti britannici infiltrati stavano diffondendo tra le truppe tedesche sul consistente; queste facevano appunto riferimento ad un collaudato sistema che avrebbe consentito ai britannici di incendiare gran parte del canale qualora Hitler avesse lanciato l’invasione. Sebbene privi di fondamento, questi messaggi furono così ben pianificati e altrettanti abilmente disseminati che testimonianze raccolte fanno intendere come alcuni reduci tedeschi fossero ancora convinti, a distanza di decenni della loro veridicità.

 

 

COREA

 

 

Forte dell’esperienza maturata nel corso della seconda guerra mondiale, la cellula Progetti Speciali della branca G-2 divisionale, a sua volta inserita nel Comando USA in estremo oriente, iniziò ad effettuare le trasmissioni radio ed il lancio di volantini in Corea del Sud proprio all’indomani dell’intervento del Nord a sud del 38° parallelo.

 

Si può dire che è passata nell’opinione pubblica la visione americana di questo conflitto come “invasione” da parte del Nord comunista[23] nei confronti del Sud “democratico”.[24]

 

Le origini di questo conflitto hanno origine dagli equilibri che sono sorti alla fine della seconda guerra mondiale, in una fase dove la Rivoluzione Proletaria Mondiale passava dalla fase della difensiva strategica a quella dell’equilibrio strategico, con la formazione del campo socialista, la rivoluzione cinese e l’avvio delle lotte di liberazione nazionale.

 

Per entrare nei particolari bisogna partire da una data ben precisa: il 14 novembre 1947 quando una risoluzione ONU, fortemente voluta dagli Stati Uniti, indisse per il 10 maggio dell’anno successivo le prime 3 aprile “elezioni “democratiche” di Corea, dopo più di trent’anni di dominazione giapponese. L’evento non incontrò il favore dei partiti comunisti coreani, né dell’Unione Sovietica, che dal 1945 aveva liberato la parte nord della penisola in modo da favorire un governo di ispirazione socialista. Il partito comunista del Sud, contrario alla divisione del paese e alle elezioni-truffa, decise di indire per l’1 marzo una giornata di mobilitazione che non ebbe mai luogo a causa dell’arresto di 2500 militanti politici nei giorni precedenti.

 

Il 3 aprile, nell’isola sudcoreana di Jeju, il partito promosse una sommossa contro l’occupazione militare americana e le forze di polizia locali, giudicate conniventi col precedente regime giapponese. Gli effetti furono devastanti: gli insorti attaccarono 11 stazioni di polizia e 85 uomini tra poliziotti e ribelli persero la vita, mentre i 3000 soldati inviati dal governo in sostegno delle forze dell’ordine si ammutinarono il 29 aprile, consegnando le armi ai dimostranti.

 

Il 10 maggio, con l’elezione di Syngman Rhee, già presidente del governo provvisorio in esilio e appoggiato da tutto il blocco occidentale, la repressione sull’isola di Jeju si fece incalzante. I guerriglieri comunisti crearono le proprie basi strategiche sulle montagne, lasciando alle truppe governative il controllo delle città costiere, e riportarono numerose vittorie nonostante fossero non più di 4000 e male equipaggiati. Alla fine del 1948 i rivoltosi erano definitivamente schierati con la Corea del Nord, alla quale chiedevano di essere uniti, mentre le truppe del sud si componevano principalmente di paramilitari anticomunisti e rifugiati nordcoreani.

 

Il 25 giugno 1949 furono inviati dal governo sudcoreano quattro nuovi battaglioni, che nel giro di poche settimane riuscirono a soffocare nel sangue la rivolta comunista, arrivando a ucciderne uno dei leader, Yi Tuk-ku, il 17 agosto. Si dice che circa il 70% dei villaggi dell’isola fu dato alle fiamme, e che le truppe governative si resero colpevoli di omicidi, stupri e violenze di ogni tipo sotto lo sguardo inerte dell’esercito statunitense. Gli storici locali stimano che circa 2500 isolani furono uccisi tramite esecuzione nelle settimane successive alla pacificazione.

 

Dopo l’attacco della Corea del Nord nel 1950, grande attenzione fu posta dai servizi segreti sudcoreani nei confronti dei prigionieri politici comunisti, in particolare delle migliaia di Jeju, suddivisi in quattro gruppi (A, B, C, D) sulla base della supposta pericolosità. Il 30 agosto 1950 un ordine scritto dell’ufficiale superiore dell’intelligence navale sudcoreana ordinò l’esecuzione degli appartenenti ai gruppi C e D tramite fucilazione non più tardi del 6 settembre.

 

Le vittime certificate del massacro sull’isola di Jeju furono 14.373, ma si stima che il totale possa raggiungere le 30.000, mentre alcuni storici locali ne hanno quantificato addirittura 60.000.[25]

 

Nel corso della guerra di liberazione, davanti ai gravi pericoli che minacciavano il paese, si sviluppò un processo di unificazione e consolidamento di tutte le forze patriottiche, democratiche e amanti della pace della Corea.

 

Nel giugno 1949 era stato fondato il Fronte unico patriottico democratico. Al suo congresso costitutivo presero parte i rappresentanti di 72 partiti e organizzazioni sociali della Corea settentrionale e meridionale. Il congresso si rivolse al popolo coreano con una dichiarazione contenente un programma concreto per l’unificazione pacifica del paese e per assicurare l’indipendenza nazionale e lo sviluppo democratico.

 

Tra le condizioni principali figuravano le seguenti: ritiro immediato delle truppe americane, cessazione dell’attività della commissione dell’ONU per la Corea, elezioni contemporanee al nord e al sud per un unico organo legislativo del paese.

Un avvenimento importante per la vita politica del paese fu l’unificazione, avvenuta nel giugno del 1949, del Partito del lavoro sudcoreano e di quello nordcoreano in un unico Partito del lavoro della Corea.

 

Il 20 luglio 1949 gli operai della Corea del sud proclamarono uno sciopero di solidarietà con le decisioni del Fronte unico patriottico democratico. Essi furono sostenuti dai contadini, da vasti strati di intellettuali e della piccola e media borghesia. In molte città e in molti villaggi, nonostante la repressione, ebbero luogo comizi e dimostrazioni.

 

Il movimento partigiano s’intensificò, accompagnato da rivolte contadine.

 

In queste condizioni, le autorità di Syngman Rhee oltre a intensificare il terrore, a lanciare spedizioni punitive nelle regioni partigiane per infierirvi ferocemente, presero misure per minare il movimento dal suo interno. Insinuarono i loro agenti negli organi dirigenti delle organizzazioni di partito, delle formazioni partigiane e inscenarono provocazioni.

 

Nello stesso tempo affermavano che sarebbe stata fatta la riforma agraria, per la quale starebbe già stata preparando la relativa legge.

 

Tutto ciò contribuì ad affievolire il movimento partigiano e alla fine del 1949 i centri fondamentali erano sottomessi.[26]

 

Nel corso dell’autunno del 1950 la Prima Compagnia di disseminazione (audio e volantini) si schierò nella Corea del Sud. Questa Compagnia avrebbe così, ininterrottamente da quel momento fino alla fine delle ostilità, operato al servizio dell’Ottava Armata come Unirà tattica di guerra psicologica. La Prima Compagnia utilizzò degli altoparlanti montati su veicoli terrestri e su mezzi aerei, al fine di diffondere i messaggi vocali nel modo più efficace possibile. Rimasero comunque i volantini, in analogia a quanto accaduto nei precedenti conflitti che hanno visto il coinvolgimento degli USA, il mezzo di dissuasione maggiormente utilizzato, i temi riportati su questi ultimi riguardavano la convenienza ad arrendersi, il buon trattamento che gli Stati Uniti riservavano ai prigionieri, la nostalgia della casa lontana e della famiglia.

 

 

VIETNAM

 

 

Le operazioni psicologiche si può dire che furono attuate da entrambe le parti. Ad Hanoi operava l’emittente Hanoi Hanah che trasmetteva giornalmente un programma di musica, abbinata a messaggi riportanti la visione politica presente nel Vietnam del Nord assieme ad altre notizie sconfortanti per le truppe USA.

 

Gli USA controbattevano con i loro programmi radiofonici e con la disseminazione di volantini.

 

Nel Vietnam gli USA condussero massicci attacchi aerei contro obiettivi militari e civili che avevano l’obiettivo strategico di ottenere degli effetti sotto il punto di vista psicologico; si riproponevano infatti di costringere i leader del Nord a negoziare la “pace” (ovvero capitolazione nei confronti dell’imperialismo USA) in tempi brevi ed a condizioni favorevoli.

 

Nel Vietnam ha operato il ben noto specialista di guerra psicologica (nonché esponente di sette sataniche come la Chiesa di Satana e il Tempio di Set), Michael Aquino.

 

Gli Stati Uniti stavano sperimentando dei sistemi d’arma ad alta tecnologia, utilizzando delle basse frequenze. Il famigerato Delgado nell’ambito del programma MK-ULTRA determinò che “il controllo fisico di molte funzioni cerebrali è un dato di fatto dimostrato… è anche possibile creare e gestire le intenzioni… con la stimolazione elettronica di strutture cerebrali specifiche, i movimenti possono essere indotti da comando radio… con il telecomando”.[27]Secondo un documento scritto dal colonello Paul Vallee e dal maggiore Aquino, intitolato From PSYOP to Mindwar: The Psychology of Victory, l’esercito statunitense aveva utilizzato un sistema d’arma operativo per mappare le menti di individui neutrali e nemici, e quindi modificarli secondo gli interessi dell’imperialismo USA. Questa tecnica sarebbe stata la causa della resa di 29.276 Vietcong e di soldati dell’esercito del Vietnam del Nord, tra il 1967 e il 1968. La marina degli Stati uniti era anch’essa pesantemente coinvolta nella ricerca psicotronica.[28] Molti dei soldati statunitensi che prestavano servizio nella zona che divideva il Sud dal Nord Vietnam, affermarono di vedere UFO regolarmente. I Pentagon Papers rivelarono che una barriera elettronica fu posta lungo la zona di confine dalla società JASON.[29] Il maggiore Aquino era come si diceva prima uno specialista della guerra psicologica, dove la sua unità nel Vietnam era specializzata nella stimolazione attraverso le droghe, il lavaggio del cervello, le iniezioni di virus, di impianti cerebrali, l’ipnosi, l’uso dei campi elettromagnetici e le onde radio a frequenza estremamente bassa.

 

Nonostante l’uso di tutti questi strumenti alla fine della fiera si rilevò un fallimento poiché non riuscì a dissuadere la Resistenza vietnamita nel continuare le ostilità contro l’imperialismo USA e giungere alla fine alla vittoria.

 

Sconfitta determinata fortemente da come gli americani concepivano la guerra.

 

Se si considera lo sviluppo della guerriglia dal 1945 in poi, si deve constare che solo dopo la guerra di Corea gli americani hanno cominciato a tener conto di questa forma di lotta, benché dal punto storico la conoscessero già da molto tempo. Tanto nella guerra d’indipendenza americana (1775-1783) quanto nella guerra civile (1861-1865) si era sviluppata un’intensa attività guerrigliera. Tuttavia, malgrado una breve periodo di guerriglia in Estremo Oriente durante la seconda guerra mondiale, la mentalità americana era dominata fino agli anni ’50 dall’idea della grande guerra regolare, dalla concezione perfezionistica della guerra tecnica spinta quasi alla perfezione, di una strategia di precisione con l’impiego di un’immensa quantità di materiale e di regolari eserciti di massa.

 

Le vittorie ottenute nelle due guerre mondiali, in fondo senza perdite e gravami eccessivi, avevano portato gli americani a credere che la guerra moderna fosse soprattutto lo sviluppo di un calcolo matematico, il compito di una logistica ben funzionante (produzione e organizzazione, calcolo dello spazio e del tempo, coordinamento, concentrazione, accostamento del nemico, azioni di combattimento), un semplice problema di opportuna concentrazione di materiale, con un incessante afflusso di rifornimenti.

 

Gli avvenimenti della guerra di Corea (1950-1953) e le azioni di guerriglia, per lo più vittoriose, che dopo il 1945 si andavano intensificando in tutto il mondo, costrinsero gli americani, soprattutto nel periodo di Kennedy, a un nuovo orientamento e li spinsero a studiare più profondamente la teoria e la prassi della guerriglia.

 

La progressiva emancipazione politica e sociale dei popoli Tricontinente, le vicende della guerra di Corea, l’importanza e il peso assunti dalla Cina con la vittoria della rivoluzione di nuova democrazia (1949) e non ultima la rivoluzione cubana (1959), fecero maturare nei circoli dirigenti degli USA la decisione di battere il nemico con le sue stesse armi, ossia di contrapporre alla guerriglia la controguerriglia.

 

I principali esponenti della controguerriglia americana divennero i corpi speciali, gli Special Focers. Fondati nel 1952, sotto la presidenza Eisenhower, come unità scelte per la lotta contro le formazioni di guerrigliere in tutto il mondo, la loro forza sotto la presidenza Kennedy, arrivò a 4.600 unità. Alla fine della feria furono un fallimento.

 

Il generale nordvietnamita Nguyen Van Vinh riteneva nel 1966 di poter constare il fallimento di queste forze speciali americane: “La special warfare americana nel Vietnam del Sud è sostanzialmente fallita, dopo essere stata sperimentata per più di tre anni con strategie e tattiche diverse, con nuove armi e nuove tecniche, accompagnate da metodi estremamente crudeli: i loro principali sostegni, le truppe e l’amministrazione del governo fantoccio, sono anch’essi in decadenza; il sistema dei “villaggi strategici”, ch’essi consideravano la loro spina dorsale, è stato in sostanza distrutto; la tattica degli elicotteri e dei mezzi anfibi, che erano considerati più agili e più facilmente manovrabili, è stata un fiasco solenne; le città, e altri territori temporaneamente occupati, che erano stati considerati dagli aggressori come le loro più sicure retrovie, sono accerchiati, notevolmente ridotti in estensione, e davanti all’incessante lotta politica condotta nelle città e nelle campagne da milioni di uomini del popolo si trovano in pieno scompiglio; il carattere neocolonialista dell’imperialismo USA è stato smascherato agli occhi di tutto il mondo; gli sforzi del nemico per arginare e isolare la lotta del popolo sudvietnamita, e per compiere atti di sabotaggio nel Vietnam del Nord mediante commandos di truppe del su, sono miseramente falliti”.[30]

 

L’insuccesso delle Special Force americane come delle operazioni di guerra psicologica è stato determinato essenzialmente dall’appoggio alla resistenza vietnamita da parte delle masse popolari di questo paese.

 

   In una guerra come quella vietnamita che ha assunto la forma di guerra popolare l’esito del conflitto non è stata determinata dalla semplice forza delle armi, dalle operazioni militari o dalle operazioni di guerra psicologica, bensì dall’atteggiamento rivoluzionario delle masse popolari vietnamite del campo civile insomma. In altre parole: l’uomo, e il suo vigore psichico è più importante dei materiali, l’elemento decisivo non è il computer, bensì la personalità, l’abnegazione individuale, la capacità di sacrificare tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA PRIMA GUERRA DEL GOLFO

 

 

 

La prima guerra del Golfo (1991) introdusse un concetto completamente nuovo su come usare la tecnologia e le forme di comunicazione multimediale a favore delle operazioni psicologiche tramite le trasmissioni radio e TV, i volantini e i messaggi vocali diffusi con gli altoparlanti, usarono i temi della fratellanza araba, dell’isolamento dell’Iraq dal resto del mondo islamico, dello strapotere aereo della coalizione per indurre un gran numero di soldati iracheni a disertare.

 

Una delle tattiche più efficaci fu quella di lanciare dei volantini su una determinata Unità informandone i componenti che, nell’arco di 24 ore, sarebbero stati bombardati e che l’unica soluzione per evitare la distruzione sarebbe stata la resa. In un periodo di sette settimane circa 29 milioni di volantini, di almeno 14 tipologie diverse, furono disseminati dietro le linee irachene, raggiungendo circa il 98% dei 300.000 soldati iracheni schierati. Il 4° gruppo PSYOP cominciò a trasmettere il programma radiofonico Voice of the Gulf il 19 gennaio 1991 e operò continuamente fino al 1° aprile dello stesso con più di 540 ore totali di trasmissione.

 

Anche gli iracheni fecero operazioni di guerra psicologica. Scelsero un nome di donna (analogamente a quanto successo negli altri grandi conflitti) Baghdad Betty, per effettuare trasmissioni radiofoniche di propaganda e di dissuasione nei confronti delle forze avversarie. Una mancanza da parte degli iracheni fu che in questo tipo di operazioni non occorre conoscere solamente le dinamiche comportamentali dell’uomo, ma anche i valori e i costumi delle varie culture. Basti pensare che in una delle trasmissioni di Baghdad Betty sarebbe stato inviato un messaggio ai soldati statunitensi che li informava di come le loro mogli, rimaste sole nella lontana madrepatria, si tesso consolando cedendo alle lusinghe di personaggi del calibro di Tom Cruise, Brad Pitt e Bart Simpson. Ebbene, senza pensare a quanto sia ridicolo potesse essere per i soldati americani il solo fatto che le loro mogli fossero avvicinate da divi del cinema, l’errore madornale, che valse per sempre l’attendibilità dell’emittente, è stato commesso nel momento in cui, nonostante le probabili ricerche fatte nella cultura statunitense, fu l’inserimento di un personaggio dei cartoni animati (Bart Simpson) è stato inserito tra i potenziali seduttori.

 

Ma l’errore fondamentale da parte commesso da Saddam Hussein e dal suo stato maggiore va al di là delle singole questioni di tattica e strategia(o degli errori nelle operazioni di guerra psicologica): essi hanno ignorato il fatto che sia i soldati che i civili iracheni erano stremati da otto anni di guerra contro l’Iran (che ha fatto almeno un milione di morti) e, sotto le manifestazioni di appoggio alle sue scelte, vi era scarso entusiasmo nell’affrontare un’altra guerra, dimostratasi molta più dura della prima.

 

   Per di più – quando dopo l’invasione del Kuwait Saddam Hussein restituiva all’Iran, per farselo alleato, il territorio conquistato in guerra e accettava il ritorno al Trattato di Algeri (1975) concernente la demarcazione dello Shatt el Arab – venivano a cadere le motivazioni patriottiche che l’avevano giustificata, demoralizzando l’esercito che aveva combattuto anni pagando un altissimo prezzo. Un altro colpo mortale al morale delle truppe, immobilizzate per sei settimane sotto i devastanti bombardamenti, veniva dall’annuncio di Saddam Hussein, trasmesso per radio mentre esse erano attaccate dalle forze terrestri statunitensi, che l’Iraq rinunciava alle sue rivendicazioni sul Kuwait e ritirava le sue truppe incondizionatamente.

 

   È nel complesso di questi fattori che va ricercata la ragione di quella che fu definita la “mancanza di volontà di combattere” dimostrata i soldati iracheni.

 

 

 

 LE ATTIVITA’ DA PARTE DEI SERVIZI SEGRETI ITALIANI NEGLI ANNI ‘ 60 IN MATERIA DI GUERRA PSICOLOGICA[31]

 

 

A sviluppare le attività di guerra psicologica ci furono personaggi come il generale Magi Braschi.[32]

 

Magi Braschi era non solo un fiduciario della CIA di alto livello, ma era considerato il maestro della guerra psicologica in Italia. Inoltre, aveva buoni rapporti con Ordine Nuovo, tanto che partecipava assiduamente anche ai loro incontri.

 

Nato a Genova nel 1917 morì nel maggio 1995. Magi Braschi bek 1981 diventa presidente del capitolo italiano della Lega anticomunista mondiale, la WACL.

 

Per alcuni anni, dall’agosto 1971 al maggio 1975, è spedito in India, ma rientra spesso in Italia. Forse è solo una coincidenza, ma proprio durante la sua permanenza in India nasce a Verona il gruppo italiano Ananda Marga (Via della beatitudine eterna), alla quale aderirono alcuni membri del nucleo ordinovista veronese attratti dalle filosofie e dal settarismo esoterico, un laboratorio speciale di trasformazione delle personalità per i servizi adibiti alla guerra psicologica.

 

Bisogna dire per correttezza, che i rappresentanti ufficiali di Ananda Marga anno sempre negato ogni tipo di rapporto con elementi, ordinovisti e nazisti. Ananda Marga c’è stato è un tentativo da parte dell’estrema destra di depistare, anche se non nega c’è stato un tentativo di infiltrarsi nel gruppo. Quando si sono resi conto dell’impossibilità, per loro, di assumere incarichi significativi all’interno del gruppo, hanno rinunciato ad infiltrarsi diffondendo nel contempo teorie come quella del fuoco purificatore, che non significa assolutamente niente per loro, e affermano di non capire come qualcuno possa averla associata alla filosofia dell’Ananda Marga.[33]

 

Non sarebbe la prima volta che i servizi segreti, attraverso persone a loro vicini, tentino di infiltrare sette o organizzazioni esoteriche/mistiche per i loro fini. E che questi tentativi avvengano senza che la stragrande maggioranza degli aderenti sappia qualcosa (magari attuando l’emarginazione o addirittura l’eliminazione di chi si oppone ai loro piani).

 

Magi Braschi nella sua casa sul lago di Bracciano, nei pressi della capitale, della quale facevano parte un immenso giardino di 14.000 metri quadrati e un pezzo di lago, Magi Braschi avevano allestito un altare formato da un’enorme spada medievale piantata su un piedistallo e una Bibbia. Nella sua biblioteca, il fondatore della guerra psicologica dell’esercito italiano teneva molti volumi sul reverendo Moon, Osho e il culto dei morti tibetano.

 

Magi Braschi è seguace di Giuseppe Aloja, il generale sostenuto da Ordine Nuovo. Il suo nome non poteva mancare tra i relatori del convegno sulla guerra rivoluzionaria organizzato dall’Istituto Pollio: in questo convegno si discusse di guerra rivoluzionaria non ortodossa, quella che a un esercito molto preparato, militarmente attrezzato, oppone un esercito che non ha le medesime forze e si muove in modo asimmetrico, utilizzando la guerriglia. Se ne parlava molto negli ambienti militari negli anni ’60, soprattutto dopo la sconfitta della Francia in Indocina quando la guerra rivoluzionaria attuata dai comunisti vietnamiti aveva vinto sul potente esercito francese. Magi Braschi è un autentico osservatore di questi fenomeni e la sua ossessione è quella di trovare le armi più adatte per l’esercito anticomunista. Lui non ha dubbi: l’arma non ortodossa della guerra psicologica. Da questo punto di vista, tradisce la natura di classe della sua impostazione, dove riduce, il tutto ha una tecnica (utilizzo delle forze speciali miste militari/civile e soprattutto alla guerra psicologica). Come si diceva prima il fallimento di questa impostazione nel Vietnam ne è l’esempio evidente.

 

Maggi Braschi, per approfondire l’argomento della guerra psicologica studiò molto e fece un corso presso la Pro Deo, l’Università Cattolica. Questa disciplina era insegnata da un belga molto famoso: padre Felix Morlion, uomo di Chiesa ma anche agente del servizio segreto militare americano che gestiva una rete di nazisti (spacciati per ex) nella quale membro di rilievo era Karl Hass, il nazista che lavorava per il CIC.

 

Le quotazioni di Maggi Braschi sono molto alte che il SIFAR apre un ufficio per la guerra non ortodossa e glielo lo affida.

 

La documentazione dei documenti del Centro Alti Studi Militari (CASM) può fornire delle interessanti connessioni per la comprensione degli avvenimenti che vanno dalla caduta del governo Tambroni nel luglio 1960, passando per i convegni della Lega della Libertà che si svolsero nel dicembre 1960 a Parigi e nel novembre 1961 a Roma, i fatti inerenti al generale De Lorenzo nel 1964, il convegno dell’istituto Pollio e la nascita dei Nuclei di Difesa dello Stato.[34]

 

Il documento più interessante è il reperto n. 34 “La guerra psicologica nel campo nazionale e nel quadro dell’Alleanza Atlantica. Sua organizzazione negli aspetti difensivo ed offensivo”. Curato dal CASM nel 1962.

 

La relazione in copertina porta le firme dei generali Aldo Magri e Mario Peca dell’esercito, del gen. Francesco De Micheli dell’aviazione e del contrammiraglio Mario Gambetta, non è da escludere che essi siano stati solo i presentatori del testo, mentre gli estensori siano stati altri ufficiali di grado meno elevato.

 

Sia questa relazione (assieme ad altre che furono prodotte) fu il prodotto della collaborazione fra il Nucleo Guerra Psicologica del SIFAR e il CASM.

 

È interessante per capire la visione del mondo degli estensori del documento e quando elenca le case editrici presunte fiancheggiatrici del PCI (Einaudi, Feltrinelli, Parenti e Laterza). È interessante e significativo il fatto che mette nell’elenco delle case editrici che fiancheggiano il PCI la casa editrice Laterza che se l’ispirazione di sinistra dell’Einaudi e della Feltrinelli non è mai parsa in discussione, l’inclusione fra i fiancheggiatori del PCI della casa editrice di Benedetto Croce era cosa meno infrequente a rinvenirsi anche nella più accesa stampa anticomunista del tempo.

 

Dal rapporto del CASM emerge qual è la psicologia delle gerarchie militari del tempo, soprattutto quando a pag. 101 si legge uno stizzoso commento che attribuisce il decadimento del prestigio delle forze armate <non solo all’esito sfortunato del conflitto ma anche alla propaganda antimilitarista ‘dalla diffusione di notizie scandalistiche nei confronti dell’ambiente militare, dalla pubblicazione di memoriali diari e polemiche coinvolgimenti vicende e personaggi militari, dalla programmazione di films italiani e stranieri a sfondo denigratore e antimilitarista’> la dice lunga, sulla frustrazione di una casta militare afflitta dai complessi per un non glorioso passato recente e avvolta nella retorica del “mancò la fortuna, non il valore”, che preferiva attribuirne la causa del decadimento dell’esercito italiano a film come L’armata s’agapò di Renzi ed Aristarco e senza dubbio a quello più “pericoloso” Il comandante con Totò.

 

Da qui emerge la mentalità di una casta militare che cerca un proprio “riscatto” in un conflitto in parte immaginario. Con questo non intendo dire che la cosiddetta guerra fredda che vide il conflitto tra l’URSS e il mondo imperialista sotto la guida dell’imperialismo USA fosse un conflitto immaginario, esso vide anche momenti di conflitto aperto e convenzionale, ma neanche occasioni di guerra occulta e “non ortodossa”. Immaginaria fu la ricostruzione di scenario fatta dai comandi militari occidentali, che assimilando totalmente le ragioni del conflitto politico, ideologico e sociale interno, a quelle di quello che definivano l’espansionismo sovietico, cancellarono ogni margine di legittimazione ai partiti comunisti occidentali, considerati “quinte colonne”.

 

Questa riduzione del conflitto politico, ideologico e sociale – che è fisiologico in ogni democrazia borghese – a mero mascheramento dell’attività avversaria, comportava una corrispondente riduzione della politica a una logica militare. I postulati della guerra psicologica rappresentavano in un’inversione della posizione di Clausewitz: la guerra non è più la prosecuzione con altri mezzi ma il contrario, ovvero “La politica è una prosecuzione della guerra con altri mezzi”.

 

In questo quadro, le gerarchie militari ritengono di essere le uniche ad avere compreso la portata del “pericolo comunista”, mentre il ceto politico si attarda nei giochi di una senescente democrazia, incapace di produrre un’efficace azione di contrasto.

 

È emblematico delle idee correnti fra le gerarchie militari atlantiche il testo del CASM soprattutto dove si afferma che <L’Occidente, che nel campo militare uno sforzo poderoso e profuso somme ingenti per creare una efficace barriera al dilagare dell’imperialismo sovietico, non ha saputo, viceversa reagire al nuovo e diverso indirizzo che i Sovietici hanno al loro programma di dominio mondiale> (p. 49).

 

Quello che vogliono dire i militari e che l’URSS, constata la superiorità occidentale nel campo degli armamenti convenzionali <ha preferito orientare e concentrare la propria azione di espansione politica su una azione psicologica intensa… Tanto da poter affermare che, se fino al 1949 la minaccia comunista era essenzialmente militare e europea, oggi essa si è trasformata in un pericolo, più che militare ed politico, economico ed ideologico estesosi dall’Europa al mondo intero> (p. 50).

 

Lo svantaggio occidentale sarebbe prodotto anche dalla diversa visione del problema <Infatti, mentre l’Unione Sovietica lo ‘vede’ da professionista e conseguenza lo sviluppo, anche perché al riguardo ha un’esperienza che risale ai primordi della sua rivoluzione dispone di uomini particolarmente versati e preparati, l’Occidente lo ‘vede’ con occhio da dilettante e vi si dedica con sistemi che si potrebbero definire artigianali.

 

   Il quadro dell’irrazionalità del comportamento delle Democrazie occidentali è completato dal fatto che, mentre da una parte esse si trovano nella pratica impossibilità di svolgere una efficace propaganda nei Paesi del Blocco Orientale, dall’altra concedono ai partiti comunisti interni, notoriamente operanti su             direttiva sovietica, larghissime libertà costituzionali delle quali essi si avvalgono non solo per sostenere la linea d’azione del Comunismo internazionale, ma perfino per attaccare in ogni modo l’azione politica dei propri governi e per denigrare, ad ogni occasione l’Occidente e le sue alleanza: veri e propri Cavalli di Troia dei quali, a differenza di quello omerico, è perfettamente noto il contenuto e che, ciononostante permangono e prosperano nel Mondo libero”. (r. 34 pp. 52-3).

 

Nella loro visione militarista i ceti militari vedono l’azione rivoluzionaria come pura tecnica che deve essere compiuta da professionisti. Perciò niente contenuti politici, niente ruolo delle masse. Vedono i partiti comunisti e il loro agire politico come quinte colonne dell’URSS senza nessuna autonomia e partendo da questo assunto intravedono l’azione di contrasto della loro azione prima di tutto con un opera di delegittimazione nei loro confronti poiché “estranei dalla nazione” e perciò di conseguenza bisogna lasciare da parte nei loro confronti ogni garanzia democratica, trascurando il loro ruolo determinante nella lotta antifascista e antinazista.

 

Ma se questo è la situazione in Occidente, ancor più grave nella visione di questi gallonati , la situazione in Italia è ancora più grande <La situazione politica italiana è caratterizzata dalla esistenza di un partito comunista, forte ed in continua espansione asservito all’Unione Sovietica. Esso sostiene apertamente di perseguire la conquista del potere secondo il naturale processo democratico, ma, in realtà agisce secondo un disegno strategico nel quale i pretesti di legalità e di piena obbedienza costituzionale non rappresentano altro che uno dei momenti nella cronologia e nella metodologia dell’offensiva comunista contro lo Stato e la Società italiana< (R. 34 p. 79).

 

Perciò <Oggi in Italia è imperativo ed urgente per la salvezza del nostro avvenire, delle istituzioni democratiche e dell’intero paese, arrestare l’infiltrazione del comunismo e respingerlo dalle posizioni che ha conquistato. Occorre quindi preparare, organizzare con mezzi necessari e mettere in atto un piano di operazioni psicologiche a carattere non solo difensivo ma anche offensivo> (R. 34 p. 115).

 

Bisogna fare alcune precisazioni: nei documenti del SIFAR per “operazione psicologica difensiva” si deve intendere un’operazione compiuta in ambito nazionale (o comunque atlantico) come risposta alla propaganda comunista, mentre per “offensiva” sta per iniziativa occidentale rivolta all’opinione pubblica dei paesi socialisti. In questo caso il significato è diverso: in entrambi i casi si sta parlando di iniziative da svolgersi all’interno del paese, per cui, per cui, operazione “difensiva” assume il significato più letterale di risposta alla propaganda comunista, mentre “offensiva” ha il significato di un contrattacco propagandistico finalizzato al ridimensionamento del PCI.

 

Le gerarchie militari si sentono investite dal compito di ispirare e guidare l’attacco a un partito legale, che ha acquisito un ruolo determinante nella vita nazionale italiana, per via del ruolo che ha svolto nell’antifascismo e nella Resistenza, un partito che rappresenta un quarto dell’elettorato, nell’intento dichiarato di impedirli la conquista legale del potere attraverso le elezioni.

 

Nel loro ruolo di condottieri della lotta anticomunista, i comandi militari sono indotti a guardare alla classe politica come a un peso morto: gente che ha (o forse non vuol comprendere, per meschini elettoralistici) la portata della minaccia <Malgrado sia stato ripetutamente dichiarato dai nostri governanti che l’indirizzo della politica governativa non può essere che di netta contrapposizione al comunismo, ma, nei fatti e nell’azione è apparso che questo indirizzo politico sia stato sviluppato e seguito con il vigore e la decisione che dichiarazioni stesse promettevano.

 

   Troppo spesso i comunisti con i loro atteggiamenti, le loro dichiarazioni e le loro minacce, sia in Parlamento che in piazza, si sono posti contro la legge. Ma mai nei fatti nei loro riguardi si è saputo o si è voluto intervenire con il rigore necessario, ciò che li ha incoraggia a persistere nella loro azione illegale” (R. 34 p. 108-9).

 

Non si poteva essere più chiari di così. Si afferma che la classe politica italiana è incapace di combattere il comunismo, che con quest’atteggiamento alla fine della fiera “pugnala alla schiena” la casta militare deputata a combatterlo (lo stesso atteggiamento avuto nei confronti dei rispettivi ceti politici da parte del fascismo in Italia e dal nazismo in Germania).

 

Nel 1962 ci sono stati dei fatti che hanno determinato un indebolimento di quello che si potrebbe essere definito il “partito della controinsorgenza” in ambito NATO.

 

Nel dicembre del 1962 il governo Adenauer cadeva e Strauss era estromesso.

 

Sempre nel 1962, si ha la chiusura della guerra di Algeria – con gli accordi di Evian – aprendo così un processo a catena per il quale il generale De Gaulle, dopo aver cominciato a depurare l’esercito francese e i servizi segreti dagli elementi più sospetti di collusioni con l’OAS (e con la NATO), arrivando nel 1966 con l’uscita della Francia dalla NATO, pur confermando l’adesione all’Alleanza Atlantica.

 

Si aprì all’inizio degli anni ’60 una divisione all’interno dei gruppi dirigenti dei paesi occidentali, tra i fautori dell’oltranzismo atlantico e quelli – approfittando del prevalere della presa del potere da parte dei revisioni nell’URSS e nel Movimento Comunista Internazionale – che volevano portare avanti una politica di distensione con l’URSS.

 

Questo scontro vide il ridimensionamento dell’area dell’oltranzismo atlantico, sempre meno numeroso nelle sfere politiche (pur rimanendo predominante negli ambienti militari e dunque, in sede NATO), anche a causa dell’affermarsi di governi di Centro – sinistra in Europa (nel 1961 in Belgio, nel 1963 in Italia, nel 1964 vittoria del laburisti inglesi, 1966 in Germania, 1969 vittoria in Germania dei socialdemocratici).

 

Quale fu l’evoluzine “del partito della controinsorgenza” a questa evoluzione del quadro politico sono note solo parzialmente e per il resto si possono fare solo delle ipotesi. Dalla documentazione emersa di diversi convegni (come il convegno c/o l’Istituto Pollio) si ha la netta percezione di un articolato piano politico—organizzativo (costituzione di un comando misto politico-militare, creazione di milizie irregolari, coordinamento internazionale dei servizi di “sicurezza”, formazione di una agenzia per gli aiuti ai paesi “sottosviluppati” ecc.) che avrebbe dovuto avere un carattere prevalente istituzionale anche se, talvolta semiclandestino. Alcune idee di quel programma trovarono una realizzazione istituzionale, altre invece restarono irrealizzate o assunsero forme abbastanza diverse nelle quali prevaleva la dimensione clandestina: ad esempio il piano Chaos o l’esperienza dei Nuclei di Difesa dello Stato che hanno visto all’opera i vari servizi segreti e che presentano aspetti che sono convergenti con le teorie controinsurrezionaliste (si teorizzava di usare le stesse armi dell’avversario), è difficile stabile quale livello istituzionale era coinvolto in questi progetti. Per esempio: il piano Chaos era un’iniziativa della sola CIA o era coinvolto il governo USA? O solo alcuni settori della CIA? I Nuclei di Difesa dello Stato furono un’iniziativa che coinvolse solamente le gerarchie militari, magari con approvazione dei comandi NATO, oppure vide il coinvolgimento di settori del mondo politico (e se si quali?)?

 

E quasi certo che i settori più oltranzisti nell’anticomunismo abbiano trovato un coagulo ideologico e organizzativo nelle attività delle organizzazioni anticomuniste come la Lega della Libertà e il WACL.

 

Si può affermare quasi certamente che la Lega della Libertà sorse iniziativa di ambienti atlantici, di cui costituì, per qualche tempo l’espressione ufficiosa di essi, ma in seguito divenne una sorte di gruppo di pressione – a callo fra apparati burocratici-militari e destra politica – finalizzato a contrastare la politica distensione a livello internazionale e di apertura a sinistra sul piano dei singoli paesi.

 

Certamente la parte più interessante dello studio del CAS (R. 34) è quella riguardante lo sviluppo dell’azione “di contrasto”.

 

Il 12 agosto 1958, il Governo (all’epoca presieduto da Amintore Fanfani) aveva trasmesso, alla Presidenza del Senato, il disegno di legge n. 94 inerente alle “Attribuzioni degli Organi del Governo della repubblica e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dei Ministeri”. Tale disegno di legge (che resterà inapprovato) offriva alle gerarchie militari – spalleggiate dal Ministro della Difesa che all’epoca era Giulio Andreotti – l’occasione per porre il problema della “difesa psicologica” ed istituendo una organizzazione ad hoc presso la Presidenza del Consiglio <A seguito di azione originata e tenacemente perseguita dalle autorità militari sin dal 1958, la Presidenza del consiglio dei ministri, nel marzo del 1961 (lettera 63742/11923/Ris del 17.3.1961 diretta al Ministero della Difesa) ha riconosciuto la necessità di costituire in Italia un apposito ‘Comitato Misto’ ad alto livello cui affidare lo ‘studio’ dell’attività psicologica nazionale> (R. 34 p. 142).

 

<Soltanto nello scorso (1961) il Ministero della Difesa … ha prospettato alla Presidenza del Consiglio la necessità di dar vita ad un comitato, costituito da rappresentanti di vari dicasteri, al quale venisse affidato di esaminare la situazione del paese ai fini di una difesa psicologica sul piano nazionale> (R. 34 p. 109).

 

Ma il testo lamenta che si era trattato di una concessione di principio, cui non era seguita alcuna misura pratica.

 

Il Ministero della Difesa ebbe la presidenza del costituendo comitato e invitò gli altri ministeri interessati (Esteri, Interni, Poste e telecomunicazioni) a nominare i propri rappresentanti, questi non procedettero a tale nomina. Tutto questo mentre i comandi militari avevano proseguito la loro azione sfornando progetti di “massima” per l’organizzazione del coordinamento delle attività di guerre psicologiche, affiancando e sopravanzando l’azione del Ministero della Difesa.

 

L’organizzazione politica proposta avrebbe dovuto essere permanente, totale (cioè in grado di coprire tutti gli aspetti della vita sociale) e unitaria, cioè diretta e coordinata al più alto livello gerarchico. Ciascun dicastero sarebbe stato responsabile dell’attuazione dei piani nel suo settore d’intervento nel rispetto della distinzione fra piani nel suo settore d’intervento nel rispetto della distinzione fra competenze militari e competenze politiche, pur con l’avvertenza che <… come non ci possono essere precisi confini tra difesa, azione e guerra psicologica, così non ci possono essere compartimentazioni ben marcate tra le competenze e le responsabilità delle autorità preposte. Nel campo della guerra psicologica si possono infatti individuare motivi e moventi di responsabilità prettamente politica, come si possono far risalire alla stretta competenza militare aspetti di difesa psicologica anche in campo nazionale> (R. 34 p. 155).

 

Ovviamente, le più ampie attribuzioni sarebbero state attribuite la Presidente del Consiglio (impartire le direttive generali, sia in tempo di pace che di guerra, e assegnare a ciascun settore della struttura), valendosi dell’ausilio del Comitato interministeriale per la Difesa psicologica (composto dai ministri della Difesa, degli Interni, degli Esteri, della Poste e Telecomunicazioni, del Turismo s spettacolo, dell’Istruzione e Lavoro) e dell’Ufficio centrale della Difesa Psicologica (organo tecnico amministrativo direttamente dipendente al Capo del governo).

 

Ai due organi principali, avrebbero dovuto affiancare un Centro Tecnico addestrativo psicologico con compiti di formazione del personale dirigenziale, tecnico e specialistico dei ministeri, di elaborazione dei regolamenti ministeriali in materia e, più in generale di centro studi.

 

Il Comitato interministeriale sarebbe dovuto essere composto dai titolari dei dicasteri e non da loro rappresentanti, a rilevare l’impegnatività delle decisioni assunte.

L’organismo di maggiore peso sarebbe stato l’Ufficio centrale per la Difesa psicologica che era indicata come il “centro di tutto il sistema organizzativo”.

 

L’UCDP avrebbe dovuto:

 

  • Essere il punto di raccolta delle informazioni sulle attività “psicologiche” avversarie in tutti i settori della vita pubblica.[35]
  • Elaborare gli elementi necessari al Presidente del Consiglio per esercitare le sue funzioni di direzione della guerra psicologica.
  • Preparare il materiale di discussione per le discussioni del comitato interministeriale.
  • Curare l’esecuzione delle decisioni assunte dal Comitato interministeriale, inviando direttive, pini o programmi di dettaglio da inviare ai singoli ministeri.
  • Seguire, per conto del Presidente del Consiglio, l’applicazione delle direttive nei singoli dicasteri.
  • Orientare gli organi informativi militari e civili in relazione ai temi della guerra psicologica.
  • Assicurare il coordinamento con le iniziative in campo NATO.
  • Esercitare azione di guida e di controllo verso il “Centro tecnico di addestramento psicologico”, indirizzandone le attività di studio e ricerca.

 

Presso ogni dicastero, inoltre, si sarebbe dovuto costituire un Ufficio di difesa psicologica – con competenze specifiche interne – che, amministrativamente dipendente dal ministro, lo sarebbe stato “tecnicamente” dal Capo dell’UCDP.

 

Come si vede l’UCDP avrebbe esercitato il monopolio delle informazioni e, insieme sarebbe stato l’ispiratore della stampa considerata amica sia militare sia civile: in sostanza sarebbe dovuto diventare un centro di potere d’importanza strategica senza eguali.

 

Nello schema del CASM (R. 34 p. 157), presupponeva la centralità della guerra psicologica, rispetto al quale avrebbe dovuto flettersi qualsiasi altro aspetto del programma di governo. Quanto era estesa il campo della cosiddetta “difesa psicologica” nella concezione di militari basti pensare che si pensava di <Intervenire nell’ambiente di lavoro perché i lavoratori, specialmente quelli delle zone economicamente più progredite già schieratisi con i comunisti, si reinseriscano nel fronte democratico”. (r. 34 p. 19).

 

Tutto questo significa l’ingerenza da parte dei militari nel campo sindacale e sociale per contrastare l’egemonia dei comunisti nelle organizzazioni dei lavoratori e in quelle sociali.

 

Tutto questo, ovviamente avrebbe avuto delle ripercussioni politiche, prima di tutto quella di rendere impraticabile ogni intesa di Centro-sinistra, tra DC e PSI, poiché i socialisti all’epoca erano dipinti come infidi, e una sorta di “cavallo di Troia” dei comunisti e per questo motivo non poteva essere associati al governo del paese.

 

 

la falange armata: una serie di operazioni di guerra psicologica

 

 

Il 27 maggio 2013 si è aperto a Palermo, il processo per quello che è definita la “trattativa Stato-Mafia”. Dieci gli imputati: i capimafia Riina, Bagarella, Cinà, gli ex ufficiali del Ros Subranni, Mori e De Donno, il pentito Giovanni Brusca e Massimo Ciancimino. Poi ex politici come Dell’Utri e l’ex presidente del Senato Mancino.

 

Nell’ambito di questo processo, il 25 giugno 2015 è venuto a testimoniare l’ambasciatore Paolo Fulci, un diplomatico di carriera che tra l’altro è stato dal 1985al 1991, ambasciatore alla NATO a Bruxelles, ed è tra l’altro un cavaliere dell’Ordine Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme detto di Rodi, detto di Malta che è un ordine religioso che dipende dal Vaticano. Egli finì la sua carriera diplomatica, come rappresentante permanente d’Italia alle Nazioni Unite (1993-1999). Nel gennaio del 1999 fu eletto all’unanimità presidente del Consiglio economica e sociale (ECOSOC),[36] dal 2011 è il presidente della Ferrero, la multinazionale italiana dei prodotti dolciari.

 

Tra il 1991 e il 1993 egli fu il segretario generale italiano del Comitato esecutivo italiano per la sicurezza e l’intelligence (CESIS).[37]

 

Questa lunga esposizione serve a mostrare bene che tipo di personaggio è Fulci, uno che la sa lunga e con un’ampia gamma di relazioni istituzionali e sociali.

 

Egli al processo ha affermato che: “Un funzionario del Sisde, si chiamava De Luca, che ora è morto e lavorava con me al Cesis, mi portò due cartine: in una c’erano i luoghi dove partivano tutte le telefonate della Falange Armata, nell’altra i luoghi dove sono situate le sedi periferiche del Sismi… e queste due cartine coincidevano perfettamente[38].

 

Davanti ai Magistrati Fulci racconta la sua esperienza al vertice del CESIS, rilanciando tutti i suoi dubbi sulle missioni top secret di alcuni agenti della Settima Divisione del SISMI, il servizio segreto militare, che “maneggiavano dinamite e armi” e costituivano una cellula speciale, con “obiettivi di “guerriglia urbana” da lui stesso definiti totalmente estranei ai compiti istituzionali.

 

La Settima Divisione non è la prima volta a essere in primo piano. Liberazione del 30 ottobre 1998, pubblica un’interrogazione parlamentare dei senatori del Prc Giovanni Russo Spena e Fusto Cò, al presidente del Consiglio Massimo D’Alema, al ministro dell’Interno Rosa Russo Jervolino, al ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto e al ministro della Difesa Carlo Scognamiglio, con cui si chiedeva la lista completa dei membri della struttura clandestina Gladio.[39] In questa interrogazione si dice: “emergerebbe che tutti i componenti civili e militari della Gladio erano in possesso del Nos (nulla osta di segretezza) e ciò nonostante alcuni di essi fossero risultati provenienti da formazioni di estrema destra o iscritti a logge massoniche coperte, come tra l’altro risulta dalle inchieste di Cordova (…). In aperta violazione dell’art. 10 della legge n. 801 del 1977, veniva ricostituita la direzione di sicurezza interna (ex ufficio di sicurezza), fatta sciogliere dal presiedente del Consiglio Giovanni Spadolini (…). Presso la direzione sicurezza di Roma, via del Policlinico, 131, prestano servizio agenti della Gladio della VII divisione ed appartenenti alla sezione “K” tra cui il tenente colonello Cavataio (…). L’ammiraglio Martini nel 1987 poneva a capo dell’organo esecutivo Ucsi (ufficio centrale per la sicurezza) il generale Inzerilli, durante la cui gestione venivano concessi nulla osta di segretezza a ditte indagate per mafia o coinvolte in tangentopoli (…). In questo periodo il Sismi si sarebbe riappropriato di 250 mila fascicoli (dossier) di pertinenza della Presidenza del Consiglio (…). Sarebbero state autorizzate numerose missioni all’estero in paesi fuori della Nato impiegando il personale della sezione K per addestramento, forniture di armi ed apparecchiature di ogni genere.[40] Parimenti risulterebbe l’impiego di uomini della sezione K o dei nuclei Ossi o Gos in operazioni non attinenti ai compiti istituzionali (sequestro Moro, Dozier, rivolta nel carcere di Trani, sequestro Achille Lauro, aereo sequestrato a Malta, la cosiddetta “operazione Lima” (…). La sezione K risulterebbe rivivere sotto la nuova sigla di Falange Armata di cui farebbero parte alcuni componenti della disciolta VII divisione. Secondo quanto dichiarato ai magistrati dal segretario del Cesis Paolo Fulci, la Falange Armata sarebbe composta da 16 ufficiali della VII divisione, arruolati in modo clandestino dal generale Pietro Musumeci tra gli ex paracadutisti della Folgore; che la creazione della sezione K è ascrivibile al capo della Gladio Inzerilli” e ancora “risulta inoltre parimenti ascrivibile alla VII divisione la creazione di altra struttura clandestina risultante operante anche dopo lo scioglimento della Gladio: il centro Scorpione di Trapani. Tale centro, sorto in una zona ad alta intensità mafiosa, di logge massoniche occulte, di traffici d’armi e di droga, disponeva di un velivolo leggero e di una pista di atterraggio. Da numerosa documentazione sequestrata dai magistrati della Procura di Padova è emersa la falsità contabile tenuta dal centro che elargiva compensi a “fonti” inesistenti. Il capo centro, maresciallo Li Causi, non è stato in grado di fornire plausibili spiegazioni (…); con differenti nomi di copertura, risulterebbe aveva partecipato a numerose operazioni illegali condotte dalla VII divisione. Dati questi precedenti risultano ancora non chiare le ragioni della sua presenza in Somalia dove perse la vita, secondo la versione ufficiale, a causa di una pallottola vagante (…); ulteriori elementi sono emersi circa l’illegalità della esercitazione Delfino effettivamente svoltasi in Friuli. Tutto ciò contrariamente a quanto sostenuto nel 1992 dai magistrati della procura di Roma che definirono l’esercitazione una “ipotesi di lavoro”, una “esercitazione in vitro”, provvedendo ad incriminare e far arrestare le persone che indagavano e che avevano presumibilmente rivelato l’esistenza”.

 

Fulci dopo aver scoperto una centrale di ascolto clandestina nel proprio alloggio nel proprio alloggio di servizio, subì minacce e ritorsioni, ma alla fine riuscì a fornire i nomi dei componenti della cellula: quindici persone, tutti della Settima Divisione, il famigerato reparto K, e si convince che questi potrebbero aver avuto un ruolo di telefonisti nelle operazioni della Falange Armata.

 

Questi ricordi di Fulci costituiscono il cuore dell’inchiesta sulla cosiddetta “trattativa Stato-Mafia”, che ruota attorno alla Falange Armata: se quello che afferma Fulci trova dei riscontri, alla fine risulterebbe che esiste un filo diretto che collimerebbe il SISMI (o un pezzo del esso) alla Falange Armata che firmò le bombe del periodo 1992-’93, lanciando nello stesso periodo messaggi e intimidazioni ai protagonisti della trattativa.

 

Tra gli imputati del processo a Palermo c’è il generale Mario Mori, che aveva cominciato la sua carriera all’interno del SID (l’antenato del SISMI) tra il 1972 e il 1975. Molto probabilmente, Fulci, per via della sua passata esperienza nei servizi (anche se afferma di averlo conosciuto quando era già comandante del ROS), gli affidò un’indagine per scoprire chi metteva le voci in giro su una sua presunta dipendenza da cocaina. In sostanza si era accorto, che si era messa in moto la macchina del fango per delegittimarlo (e i servizi segreti sono degli specialisti in questo tipo di operazioni).

 

La scoperta delle cartine sovrapponibili, avvenuta nella primavera del ’93, poco prima della sua conclusione del suo incarico al CESIS e dalla sua partenza per New York, porta Fulci a elaborare una sua “teoria personale” (per sicurezza personale alla fine piuttosto che affermare che esistono prove oggettive, si mette il tutto nel campo delle ipotesi personali): “Mi sono convinto che tutta che la faccenda della Falange Armata di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di Stay Behid:[41] facevano esercitazioni, come si può creare il panico in mezzo alla gente… e creare le condizioni per destabilizzare il paese, questa è sempre l’idea”. E poiché gli inquirenti gli fanno notare che quando partono le rivendicazioni della Falange Armata, l’operazione Gladio è ufficialmente cessata, Fulci ribatte: “Qualche nostalgico”.[42]

 

In maniera indiretta Fulci fa capire che dietro la sigla Falange Armata si nasconda in realtà un’operazione di guerra non convenzionale.

 

Nel gergo militare si chiama guerra non convenzionale una strategia che preveda l’inquinamento dei flussi informativi, per aumentare il livello della tensione. E sicuramente era questo lo scopo delle chiamate della Falange Armata nei primi anni ’90 quando le stragi al tritolo (e gli omicidi dei poliziotti dell’Uno Bianca) sconquassavano il paese.

 

Che ci sia altro e di ben pesante lo si può dedurre che la Falange Armata sia citata in un libro uscito nel 2001 dal titolo emblematico Guerra senza limiti edito dalla Libreria editrice goriziana, degli autori Qiao Lang e Wang Xiangsui, due ufficiali dell’esercito cinese che hanno svolto incarichi come Commissari politici presso i Dipartimenti politici dei comandi superiori come addetti alla morale, disciplina supervisione dei Comandanti e delle attività di propaganda. Il termine moderato dei loro incarichi non tragga in inganno: si tratta di due autentici revisionisti di fino. Il libro illustra l’evoluzione dell’arte della guerra, dai primi conflitti armati alla nostra epoca “di terrorismo e globalizzazione”. Quello che è messo ben in luce, è come muti l’approccio dei governi all’idea “fare la guerra”.

 

Il tipo di guerra che libro in oggetto si occupa, stampato da una casa editrice reazionaria (del Friuli Venezia Giulia) legata all’esercito, è quella definita assimetrica che consiste nell’uso di diverse tipologie d’armi. Semplificando: militare tradizionale contro guerriglia o militare tradizionale contro diversi tipi di guerra.

 

Nel capitolo Il volto del dio della guerra è diventato indistinto gli autori di Guerra senza limiti parlano del terrorismo (pagg. 83-84), dicono che “se tutti i terroristi limitassero le loro attività unicamente all’approccio tradizionale – vale a dire attentati dinamitardi, rapimenti, assassini e dirottamenti aerei – non otterrebbero il massimo terrore. Ciò che realmente scatena il terrore nel cuore della gente è l’incontro di terroristi con vari tipi di nuove tecnologie avanzate che potrebbero trasformarsi in nuove superarmi”, essi citano come esempi di terroristi dotati di superarmi i seguaci di Amu Shinrikyo che hanno cosparso il Sarin, un gas tossico, nella metropolitana di Tokyo e in contrapposizione questi killer che compiono eccidi indiscriminati cita “il gruppo italiano “Falange armata” è una categoria completamente diversa di organizzazione terroristica high-tech. I suoi obiettivi sono espliciti e i mezzi impiegati straordinari. La sua specializzazione consiste nell’irruzione in reti di computer di banche e di mezzi di comunicazione, nel furto di dati archiviati, nella cancellazione di programmi e nella divulgazione di false informazioni, vale a dire operazioni terroristiche classiche dirette contro reti e mass media. Questo tipo di operazione terroristica si serve della tecnologia più avanzata nei settori di studio più moderni e sfida l’umanità nel suo complesso una guerra che potremmo definire ‘nuova guerra terroristica’”. E c’è chi vuol ridurre gli avvenimenti dell’inizio degli anni ’90 nella semplice formuletta “trattativa Stato-Mafia”! In queste nuove guerre i campi di battaglia diventano infiniti, una volta che il bersaglio non è più solamente il corpo fisico da annientare, ma anche la psiche di quello è ritenuto il nemico. Un bersaglio che permette la progressiva erosione dei diritti civili, lo svuotamento dello Stato di diritto, tutto questo dentro un quadro di resa da parte delle persone colte e impegnate, che vede in sostanza un definitivo imbarbarimento della società che non fa che confermare quanto esporta Lenin ne L’imperialismo, aspetto che dopo il nazismo, non cera bisogno di altre conferme.

 

Tutto questo coincide di quello che dice l’ex parà Fabio Piselli all’indirizzo http://fabiopiselli.blogspot.com/2008/01/11-spionaggio-elettronico-e-falange.html a proposito della Falange Armata: “Una ulteriore chiave di volta per comprendere i fatti nei quali il Moby Prince è stato coinvolto è rappresentata dalla cosiddetta ‘Falange Armata, voglio per questo fornire quelle che sono le mie conoscenze ed i miei commenti rispetto a questa presunta organizzazione, con specifiche caratteristiche di guerra psicologica, che per molti anni ha fatto parlare di se fino a quando è stata disattivata, o meglio, posta in sonno.

   L’ultima volta che questa sigla è apparsa è stato durante le indagini relative alle presunte intercettazioni illegali della Telecom di Tavaroli e del Sismi di Mancini ed in merito al suicidio di Adamo Bove; dalle carte recuperate durante una perquisizione nei confronti di un giornalista loro collaboratore sono stati repertati alcuni fascicoli provenienti dai Servizi nei quali si relaziona che la falange armata era formata da ex operatori della Folgore e dei servizi, reclutati dopo il loro congedo. Mentre in altre informative provenienti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è stato ipotizzato che i coordinatori di questa struttura fossero stati una ventina di specialisti della Folgore, transitati alla famosa VII° divisione del SISMI.

   Ricordo che intorno al 1987, mentre prestavo servizio alla Folgore, frequentando Camp Darby, l’esistenza di voci rispetto alla formazione di piccoli nuclei autonomi parte di strutture indipendenti, rispondenti direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in funzione di unità antiterrorismo, fatto che era più che regolare visto la natura operativa dei reparti della Folgore in quegli anni ed il quadro politico nazionale ed internazionale che li ha caratterizzati.

   La Folgore ha sempre fornito il proprio personale ai Servizi, sia per quanto concerne l’impiego di unità d’elite in funzione info-operativa, sia per quanto concerne gli operatori all’estero, sia per quanto riguarda gli ufficiali ed i sottufficiali transitati ai raggruppamenti di unità speciali o di difesa, Rus e poi Rud. Quest’ultimo reparto, il Rud, è quello nel quale potrebbero essersi addestrati anche coloro che una volta esternalizzati, cioè non più operativi ma congedati o tornati al proprio reparto di origine, hanno comunque continuato a collaborare con i Servizi in forma esterna, gestiti da un ufficiale il cui compito è stato proprio quello di coordinare gli ‘esterni’.

   Questa parola, esterni, è importante per capire come, in quegli anni, fra l’85 ed il ’94, molti ragazzi d’azione, e non d’avventura, sono stati reclutati, gestiti ed addestrati da singoli soggetti o piccole cellule di specialisti al fine di acquisire delle competenze in varie materie, una delle quali di tipo captativo delle comunicazioni e dei segnali elettronici, altre più riferibili alla esecuzione di azioni “psicologiche” idonee per destabilizzare un territorio oggetto di interesse.

   Non dobbiamo dimenticare che proprio l’ordinamento cellulare ha impedito, al singolo soggetto chiamato a condurre delle operazioni, di capire in modo ampio in cosa fosse stato coinvolto, questi sostanzialmente riferiva al proprio capocellula o capocentro, soggetto con il quale aveva già maturato un rapporto di fiducia, vuoi perchè era stato il suo ufficiale durante il servizio o la carriera militare, vuoi perchè questi ha fornito tutte quelle garanzie di affidabilità per ottenerne la fiducia.

   Ricordo che personalmente ho avuto modo di collaborare con alcuni ufficiali che avevo già conosciuto durante la mia carriera militare e con i quali avevo un rapporto di fiducia, saldato oltretutto dal condizionamento psicologico indotto dall’appartenenza ai reparti d’azione, dal fatto di sentirsi diversi dalle altre unità, di essere in qualche modo legittimati nel porre in essere delle azioni di spessore diverso da quelle condotte dalle normali unità delle FF.AA. o delle FF.PP. proprio perchè quel tipo di operatori, ‘operativi’, erano attivati laddove le altre unità incontravano i propri limiti. Azioni che richiedevano ardimento, coraggio, forza fisica, resistenza psicologica, competenza tecnica, devozione al reparto e al proprio comandante e soprattutto quella ‘sana’ sregolatezza tipica di ogni reparto cosiddetto speciale, perchè il tipo di operazioni da condurre rappresentavano certamente nel loro contenuto una violazione delle regole in generale, erano operazioni fondamentalmente caratterizzate dalla clandestinità e dalla mancanza di ortodossia, cellulari e parte di un programma di più ampio respiro del quale certamente il singolo operatore attivato per compierle non aveva conoscenza.

   La falange armata è stata una di queste operazioni, la cui sigla è stata fluttuante mentre gli operatori sono stati sempre gli stessi, salvo qualche transito di volta in volta avvenuto; la falange armata è stata perciò una “operazione” e non una ‘struttura’ con vita propria.

   Fra il 1985 ed il 1994 sono stati sviluppati dei programmi da parte degli uffici studi ed esperienze delle sezioni di guerra psicologica, originariamente americani e successivamente italiani e adattati al contesto sociale politico e culturale italiano, tali da coinvolgere tanti bravi ragazzi d’azione, in uniforme e non, in operazioni che se viste da un osservatore esterno avrebbero evidenziato numerosi fatti penalmente rilevanti, ma se interpretate dall’interno, con quella mentalità e soprattutto con il condizionamento nascente dal tipo di rapporto, di dipendenza, fra il singolo operatore ed il suo comandante, avevano invece quelle caratteristiche che hanno stimolato il singolo operatore, ardito, coraggioso, spavaldo, capace di accettare di porle in essere, specialmente laddove le difficoltà erano maggiori o magari richiedevano di superare degli ostacoli particolarmente difficili, per questo stimolanti l’ardimento tipico di questi operatori, gratificati non solo dalla riuscita dell’operazione, che come ho detto non conoscevano nel suo intero fine, ma soprattutto gratificati dalla possibilità di raggiungere dei livelli operativi tali da garantirgli non solo un ritorno economico importante ma anche il raggiungimento di una sostanziale impunità, sviluppando una progressiva forma autoreferenziale di superiorità, motivo per il quale ci sono state delle “smagliature” che successivamente sono state disattivate, quando non sono più state utili al programma di volta in volta applicato.

   Gli operatori della falange armata hanno avuto delle competenze specifiche nelle attività di captazione elettronica, di mascheramento, di intercettazione e di penetrazione di sistemi elettronici, oltre alla specifica competenza nel porre in essere quei depistaggi “psicologici” capaci non di indurre un inquirente verso una falsa pista investigativa, ma di confonderlo rispetto all’origine di coloro che hanno posto in essere dei fatti gravi. Gravi per la collettività, ma accettabili nel loro costo di innocenti vite umane se visto all’interno di un programma di destabilizzazione e di stabilizzazione di un assetto politico e soprattutto militare.

   La falange armata è stata una operazione modello, continuata e mai inquinata, compartimentata e soprattutto posta in sonno e mai disattivata da parte di un organo inquirente o ispettivo, ha raggiunto i propri obiettivi ed è stata semplicemente conclusa, i cui operativi hanno continuato a fare il proprio lavoro dedicandosi ad altre operazioni, lasciando gli inquirenti impegnati ad inseguire una ‘organizzazione’ e non una semplice ‘operazione’ con un nulla di fatto o con l’arresto di mere ignare pedine o di qualche povero innocente sacrificato per confondere gli inquirenti, il quale si è fatto qualche mese di galera ingiustamente la cui vita è stata rovinata.

   Laddove sono stati adombrati dei sospetti nei confronti dei paracadutisti indicati come i responsabili di questa sigla, immediatamente questi hanno cambiato la sezione operativa, rimbalzando da un raggruppamento ad una unità, transitando dal proprio reparto di origine alle collaborazioni “esterne” ma sono sempre rimasti operativamente validi, mai resi deboli e soprattutto mai considerati effettivamente colpevoli di qualcosa, laddove eventualmente lo fossero stati.

   Omicidi, rapine, attentati, sequestri, introduzione in opere militari e politiche, trafugamento di armi istituzionali, addestramento di civili in attività militari, spionaggio politico e militare, intercettazioni illecite, violazione ed utilizzazione di un segreto d’ufficio, peculato, attentato alla democrazia ed altro ancora è ciò che l’operazione falange armata ha posto in essere fra il 1985 ed il 1994 attraverso gli operatori attivati, singolarmente o in piccole squadre.

   Livorno ha certamente ospitato questi operatori, i quali non hanno potuto porre in essere le loro attività senza una rete di complicità e soprattutto di copertura offerta dalla già esistente rete che ha gestito e manipolato persone inserite all’interno di uffici istituzionali, che ha gestito l’erogazione di informative depistanti o peggio ancora utili per disattivare un soggetto considerato un rischio per i propri interessi, facendolo arrestare per reati mai avvenuti, ma denunciati da confidenti prezzolati oppure da transessuali utilizzati al fine di screditare la personalità di un soggetto, perché come ho detto, la psicologia, nelle attività dell’operazione falange armata è stata alla base di ogni programma.

C’è stato, nell’autunno del 1986, un giovane paracadutista di carriera che aveva compreso che alcune efferate rapine compiute da una banda in Emilia Romagna (formata da un ex parà e non quella della uno bianca che sarebbe stata attivata poco dopo) avevano delle caratteristiche militari comuni al suo addestramento, il quale si è rifiutato di partecipare a talune attività, il quale è stato nel dicembre 1986 denunciato da un transessuale, povero soggetto debole gestito e manipolato da un operatore istituzionale. Quest’ultimo ha sviluppato in oltre un anno una informativa, non inviata immediatamente alla AG ma utilizzata ai fini di pressione contro il giovane parà che una volta preso atto della sua inutilità è stata inoltrata causandone l’arresto nel 1988, accusato di rapina è finito perciò in galera, rovinato socialmente e professionalmente e soprattutto screditato di fronte ai propri colleghi eventualmente capaci di rendere testimonianza; perchè l’isolamento all’interno di un reparto d’azione avviene non per cause legate a fatti violenti, ma per il timore di essere accomunati ad un collega che “dicono” essere mezzo “frocio”, amante di transessuali oppure mezzo pazzo, descrizione che è stata applicata in ogni fatto di cronaca che ha riguardato un paracadutista.

   Il paradosso e la magnificenza dell’operazione falange armata è stato proprio quello di utilizzare quello stesso paracadutista, posto in un supercarcere per 77 giorni, come un operatore idoneo per penetrare le celle di terroristi e trafficanti di armi e piazzare i sistemi di captazione dei colloqui ambientali, il quale pur se sottoposto a continue vessazioni all’interno di una gabbia, sia dalle guardie che dai detenuti, posto in un carcere civile e non militare perchè chirurgicamente posto in congedo poche settimane prima, pur se ingiustamente arrestato proprio a causa dei propri colleghi, pur se cosciente di essere stato sostanzialmente depersonalizzato ha comunque condotto positivamente il proprio lavoro, accettandone gli elevati rischi di ritorsione da parte di questi soggetti attenzionati, con i quali condivideva la prigionia.

   Questa è la “psicologia” di cui parlo, il condizionamento e la dipendenza per la quale un giovane operatore resta fedele al proprio reparto ed al proprio comandante nonostante questi siano la causa della propria situazione, accettata però come una forma di addestramento, proprio per dimostrare la capacità di gestire situazioni fisiche e psicologiche estreme e di eseguire lo stesso gli ordini ricevuti, perchè la caratteristica degli operatori speciali è proprio questa, gestire lo stress in situazioni estreme ed ostili e compiere il proprio dovere ugualmente con il raggiungimento della missione.

   Per riuscire a farlo l’addestramento, parallelo e clandestino, che conducono nel corso di almeno tre anni, non lo gestiscono le educande di un convento ma dei soggetti che del dolore fisico e della mortificazione psicologica fanno la base di questa formazione alla quale, se superata, segue la competenza tecnica di elevata qualità, che associata alla capacità non solo di lanciarsi col paracadute, immergersi, arrampicarsi, combattere con e senza le armi, parlare più lingue, medicare ed automedicarsi, uccidere, manipolare fanno di un simile operatore un soggetto od una aliquota idonea per condurre delle operazioni clandestine a lungo termine, anche dietro le linee nemiche, autonomamente e svincolato per lunghi periodi da una struttura di comando e controllo, quindi capace di organizzare e porre in essere delle attività il cui risultato è atteso in tempi lunghi, diverso dalle semplici operazioni militari speciali per le quali vengono impiegati i più ‘semplici’ incursori.

   Questo giovane paracadutista è stata la “cavia” per la quale da quella operazione, i cui risultati sono stati positivi, è stata ampliata l’operazione falange armata che da quel periodo sarebbe diventata falange armata carceraria per poi alternare le varie rivendicazioni negli anni successivi con le due sigle.

   L’omicidio in danno dell’operatore carcerario Scalone non è un fatto casuale ma la disattivazione di una smagliatura.

   Questi atti sono stati compiuti da parte di soggetti che hanno avuto modo ed opportunità non solo di gestire l’apparato di veicolazione delle informazioni di Polizia e d’intelligence istituzionale, quindi accreditati dai necessari NOS, ma anche di gestire lo strumento idoneo per veicolare false notizie di Polizia e d’intelligence in danno di soggetti che per varie ragioni hanno rappresentato un rischio o una smagliatura, fino alla eliminazione fisica laddove ve ne fosse stata l’esigenza.

   Chi ha gestito questa operazione è stato formato nelle migliori scuole di guerra psicologica ed ha avuto ai suoi ordini degli operatori capaci di dissimulare una operazione illegale trasformandola in una attività d’istituto, capaci di manipolare l’operato di ignari poliziotti e carabinieri con false informative, fino a rendere il soggetto attenzionato completamente screditato, oppure interdetto, o alla peggio farlo ritrovare morto in circostanze ambigue, legate a strani interessi sessuali, ritrovato in un località specifica rispetto a luoghi di scambi e d’incontri omosessuali, ucciso con il coltello da un amante occasionale e finito a pietrate, o addirittura dimostrare che era appena stato in casa di un transessuale per un “convegno carnale”, fatti poi ben relazionati in una conferenza stampa che riporterà negli articoli di cronaca quanto detto in buona fede da autorevoli rappresentanti delle FF.PP che hanno raccolto le varie informative, sia confidenziali che riservate ed hanno elaborato il contenuto delle notizie fino ad allora conosciute fra le quali spicca proprio il luogo ove è stato ritrovato il corpo, come detto luogo di scambi sessuali ambigui nei quali nessuno vuole essere coinvolto, specialmente sui giornali. Questo è un esempio classico per interdire a basso costo un potenziale soggetto, con il semplice uso del proprio ufficio.

   Chi ha gestito e presa parte all’operazione falange armata, è stato anche a lungo a Livorno, ove ha veicolato false informative, ove ha gestito il proprio ufficio dal quale ha presumibilmente potuto apprendere notizie utili per capire cosa ha causato la collisione del Moby Prince e la morte di almeno 140 persone.

   L’operazione falange armata ha rivendicato molti attentati avvenuti nel nostro paese, sempre dopo però, mai prima o nel tempo tecnico fra l’acquisizione della notizia e la sua divulgazione, ma l’ha fatto in modo tecnico, con gergo specifico, non sempre ma spesso, l’ha fatto dimostrando di conoscere dei dettagli, apparentemente insignificanti rispetto alla natura di un evento giuridico, ma troppo specifici sul conto degli inquirenti o degli strumenti da loro usati, tanto da voler dimostrare il proprio potere all’interno delle strutture dello Stato.

   Questi operatori non hanno mai dissimulato il proprio potere d’azione, specialmente in campo elettronico, capaci di intercettare e di penetrare dei sistemi computerizzati di elevato spessore, anzi al contrario hanno sempre lanciato dei messaggi cifrati all’indirizzo degli inquirenti, raramente raccolti, perché ritenuti depistanti o confusivi rispetto alle indagini, vero, ma vero anche che la strumentalizzazione della magistratura è stata una delle risorse per disattivare una smagliatura, offrendo l’opportunità per arrestarla dopo che ha commesso numerosi omicidi, come nel caso della c.d. banda della uno bianca.

   L’operazione falange armata ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto, anche meritate perché fondamentalmente validi ed operativi nel loro servizio, ma non per questo necessariamente meno pericolosi.

   La rilettura storica di alcuni fascicoli processuali, il riscontro fra le notizie di Polizia scritte con dei fatti effettivamente accaduti, il confronto fra chi ha ricevuto quelle notizie e chi le ha originariamente erogate, laddove possibile, potrebbe fornire la conoscenza per comprendere come un depistaggio istituzionale può facilmente essere condotto in danno non solo del soggetto che ne subisce direttamente le conseguenze ma soprattutto della verità, giudiziaria, politica e storica di un evento grave che ha colpito il nostro paese, dalle bombe ai traghetti in collisione…”.

   In questo lungo racconto, pur essendo cauti nel valutare tutti gli elementi, ci sono degli aspetti interessanti:

1° La Falange Armata è stata una serie di operazioni di operazioni, non è stata una struttura con vita propria. Questo tipo di operazioni sono tendenti alla destabilizzazione del quadro politico per stabilizzarlo maggiormente in senso reazionario. Che molte di queste strutture sono state in seguito scaricate quando erano d’impaccio (Uno Bianca).

2° Gli operatori della Falange Armata aveva competenze specifiche in materia di apparecchiature elettroniche. Perciò possono usare anche armi cosiddette ‘non letali’ o strumenti per il controllo mentale.

La storia di un giovane paracadutista di carriera accusato di rapina e perciò finito in galera, e che penetra nelle celle dei ‘terroristi’ e dei trafficanti di armi. In questo racconto si parla che la Folgore a “prestato” parecchie suoi elementi ai servizi segreti, perciò questa storia si può interpretare come i servizi segreti si sono “infiltrati” per tipi di operazioni “non ortodosse” nelle carceri.

4° Parla dell’omicidio dell’operatore carcerario Scalone come una smagliatura. Vuol dire presenza all’interno delle carceri e contrasti all’interno di quest’operazione.

   Torniamo a Fulci. Quando tra maggio e luglio del 1993 esplodono le bombe a Roma, Firenze e Milano, egli torna dagli Stati Uniti in Italia per mettere a disposizione del generale dei Carabinieri Luigi Federici[43] le sue conoscenze riservate: “Ho letto la notizia che c’erano queste bombe a Firenze e a Roma… e i giornali dicevano: questi sono i servizi deviati … allora io dissi: qui c’è un modo semplice per chiarirla questa cosa… all’interno dei servizi c’è solo una cellula che si chiama Ossi, che è molto esperta nel fare questo genere di guerriglia urbana, piazzare polveri, fare attentati, basta che io ne parli con il generale… e che lui accerti dov’erano questi signori di cui gli do i nomi: perché io (i nomi) me li ero conservati per paura che mi facessero fuori”.[44]

   Nel consegnare i nominati al generale Federici gli dice: “guardi, per essere certi che i servizi non c’entrino niente, questi sono i nomi delle persone che sanno maneggiare… E lì feci una cosa che non avrei dovuto fare: ci aggiunsi il nome di Masina”. Il Colonello Masina non faceva parte né della Settima Divisione né dell’OSSI, ma era quello che gli spiava l’abitazione controllando la sua famiglia, riprendendo addirittura sua figlia mentre si fa la doccia.[45]

 

   A questo punto i PM di Palermo chiedono: “Ma questa settima divisione del Sismi Da quanti soggetti era costituita?”. E Fulci: “Da quelli che c’erano nell’elenco che io diedi al comandante dei carabinieri. Io ci aggiunsi Masina, ‘sto mascalzone, gliela dovevo far pagare’”. E chi erano questi misteriosi OSSI? Erano appartenenti a Gladio?

   Risponde Fulci “Non credo c’era stata una lettera dell’ammiraglio Fulvio Martini ai capi di Stato maggiore, perché indicassero soggetti leali e affidabili, cui dare questo compito: un compito che un servizio segreto non dovrebbe avere. Dissi a Federici: guardi, questa è gente addestrata nell’uso degli esplosivi, da dove metterli, questi sono gli unici all’interno dei servizi che a quanto mi risulta fanno questo lavoro, andate a vedere dove erano la notte degli eventi, se questi non erano a Roma, a Firenze, mi pare che potete stare tranquilli”.

   I magistrati insistono: gli americani conoscevano questi agenti speciali? “Penso di sì”, risponde Fulci. E chi era il capo della divisione? “Uno di questi, mi pare che poi morì in Somalia”. Fulci molto probabilmente si riferisce a Vincenzo Li Causi.

   Chi è Vincenzo Li Causi? Nato a Partanna, in provincia di Trapani, nel 1952, carabiniere, Li Causi s’addestra con i duri del Comsubin, gli incursori della Marina. A 22 anni entra nel Sid. Nel 1975 diventa istruttore di Gladio. In una lettera datata 23 settembre 1997 e spedita ai presidenti delle Commissioni antimafia e di Controllo sui servizi segreti, Falco Accame scrive che Li Causi faceva parte anche degli OSSI, la struttura segretissima di Gladio che effettuava operazioni di guerra non-ortodossa,[46] e che la Seconda Corte di assise di Roma ha dichiarato eversiva dell’ordine costituzionale. L’esistenza degli OSSI, del resto, era stato confermato, nel suo libro di memorie, dallo stesso ex direttore del Sismi ammiraglio Fulvio Martini.

Tra l’80 e l’81, Li Causi segue l’attività di Abu Abbas, il leader del Fronte di liberazione della Palestina che, proprio in quel periodo, si sarebbe recato più volte a La Spezia per preparare il sequestro della nave Achille Lauro, poi avvenuto nell’ottobre del 1985. Partecipa a operazioni importanti, come la liberazione del generale Dozier, rapito dalle Brigate rosse (1981). Nel 1987, a Li Causi viene affidata una delicata missione in Perù, ufficialmente per addestrare la scorta del presidente Garcia e per consegnare materiale militare, nella realtà per contrastare la Guerra Popolare diretta dal PCP.

Un ex gladiatore che ha voluto rimanere anonimo, ha rivelato ad alcuni giornalisti di Famiglia Cristiana,[47] che uno dei motivi – ovviamente nascosti – dell’intervento era quello di recuperare il denaro nascosto da Roberto Calvi dopo il crac del Banco Ambrosiano. Tra il 1987 e il 1990, Li Causi dirige il Centro scorpione di Trapani. Nel 1993 è in Somalia, al seguito del contingente militare italiano che opera nell’ambito della missione Unosom. Muore all’imbrunire del 12 novembre 1993.

Sin da subito le versioni si contraddicono. Le prime notizie raccontano una rapina finita male, tentata da un gruppo di banditi somali appostati lungo la Strada Mogadiscio-Balad. Con Li Causi ci sarebbe stato un solo altro uomo. Ma il generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla cooperazione sostiene che gli uomini con Li Causi erano quattro e che le cose andarono diversamente.

C’è un fatto che il nome di Li Causi non figurava nell’elenco consegnato a Federici. C’è invece, nella lista, il nome di Giulio Conti, che si trovava accanto a Li Causi quando fu ucciso.

L’ex gladiatore che è voluto rimanere anonimo afferma a proposito della sua morte che: “Li Causi il giorno dopo doveva rientrare in Italia per essere interrogato dai giudici che si occupavano di Gladio e del Centro Scorpione”,[48] aggiunge che “Vincenzo conosceva bene Ilaria Alpi e probabilmente ha parlato con lei di argomenti intoccabili”.[49] L’amicizia tra Li Causi e la Alpi ci è stata confermata dai colonnelli Giuseppe Attanasio e Franco Carlini, nonché dal maresciallo dei carabinieri Francesco Aloi.

Torniamo alla testimonianza di Fulci. Che cosa successe dopo che Federici acquisì’ l’elenco? Racconta Fulci: “Mi arriva una telefonata del presidente della Repubblica Scalfaro e mi dice: dia subito i nomi anche a Vincenzo Parisi.[50] Dopo manco una settimana mi chiama Parisi: eh, ambasciatore, quel materiale era talmente grave che l’ho portato subito ai magistrati. Ah, benissimo, e ora che succede?”.

Niente. Questa denuncia cadde nel vuoto, gli attentati targati Cosa Nostra cessarono e anche le rivendicazioni della Falange Armata.

 

 

PARTE TERZA

 

LE OPERAZIONI PISCOLOGICHE NEL PRESENTE

 

Le PSYOP possono aiutare a (utilizzando la frase di Sun Tzu) “piegare la resistenza del nemico senza combattere”. Quest’obiettivo diventa importante se si vuole evitare forti perdite umane. In questo contesto le PSYOP hanno l’obiettivo di minimizzare le vittime militari e civili. Le Unità dedite all’effettuazione di operazioni psicologiche offrono ai governi degli Stati che le impiegano uno strumento più discreto e, spesso, più politicamente appetibile rispetto alle operazioni militari cosiddette convenzionali, concepite invece per portare l’avversario attraverso morte e distruzione.

Nel passato esisteva una chiara distinzione tra i tre livelli di PSYOP, ovvero quello strategico, operativo e tattico. Nel periodo “post guerra fredda”, queste distinzioni sono diventate sempre più flessibili, fino quasi a scomparire. La modalità quasi istantanea di a notizie ed informazioni ovunque nel mondo rende praticamente impossibile localizzare una campagna informativa; ad esempio, un volantino disseminato dai cieli della Bosnia o dell’Iraq può essere mostrato nel telegiornale di qualsivoglia Network il giorno stesso ed essere visionato negli USA od un paese europeo alla stessa tregua che a Sarajevo o Baghdad. Le PSYOP strategiche, rifacendosi alla dottrina USA,[51] sono definite come aventi implicazioni globali e sono pianificate, inizialmente ed eseguite a livello nazionale. Le PSYOP militari, sempre in base alla menzionata dottrina, supportano quelle strategiche nell’ambito della pianificazione e, se ritenuto opportuno, attraverso il dispiegamento di assetti idonei.

Le PSYOP condotte a livello operativo influenzano tutto il teatro operativo e, normalmente, consistono nella trasmissione diffusa di programmi radio e televisivi, nonché la distribuzione di riviste e giornali o la disseminazione di volantini; le Unità ivi impegnate sono spesso chiamate a competere con delle sofisticate organizzazioni mediatiche sia locali, che internazionali, ben organizzate ed tecnologicamente equipaggiate. Le unità PSYOP di un esercito occupante non dovrebbero essere in grado di disseminare tempestivamente dei messaggi via Internet o via satellite commerciale. Inoltre, la capacità delle Unità PSYOP di poter trasmettere dei programmi televisivi o radiofonici in aree remote è abbastanza ridotta tuttora; basti pensare che per quel che se ne sa gli USA dovrebbero possedere attualmente, come solo mezzo per la disseminazione radiotelevisiva, dell’aeromobile Command Solo,[52] che può trasmettere segnali radio in AM, ed FM e segnali TV in VHF e UHF da circa 6.000 metri di quota.

Il concetto attuale di operazioni psicologiche a livello operativo vede il dispiegamento avanzato di un piccolo nucleo di elementi PSYOP che usufruiscono del supporto fornito dall’esistente Comander in Chief (CINC) nell’ambito del teatro delle operazioni. In base alla dottrina USA queste forze così impiegate sarebbe principalmente supportato da piani, programmi e prodotti di PSYOP provenienti direttamente da Fort Bragg (North Carolina), dove risiede il Comando centrale delle operazioni psicologiche USA. Tutto quello che si è detto sopra, conosciuto con il nome di reachbach concept, implica un uso massiccio di comunicazioni a banda larga attraverso canali di trasmissioni sicuri.

Le attività PSYOP del livello tattico sono azioni intraprese in un’area circoscritta e prevedono un “impatto” molto localizzato. Operazioni con gli altoparlanti, volantini distribuiti a mano o lanciati da aerei,[53] trasmissioni radiofoniche locali e programmazioni televisive sono tipiche attività riconducibili alle PSYOP tattiche. La capacità di condurre questo tipo di operazioni al giorno d’oggi, abbastanza sviluppata e, nondimeno, gli elementi PSYOP messi a disposizione dei comandanti locali risulta essere numerosi.

Già all’epoca della prima guerra del Golfo qualche idea non convenzionale balenò nella testa dei pianificatori dell’USAF; si trattava di proiettare un ologramma gigante sopra la città di Baghdad raffigurante la figura di Allah e, come sottofondo, una voce profonda che descriveva Saddam Hussein come un traditore della causa che doveva essere scacciato. Questo progetto incontrò tutta una serie di ostacoli, non ultimo il problema (non piccolo) che le immagini di Allah sono proibite nell’Islam (come si poteva proiettare un’immagine di Dio senza che nessuno ne conoscesse le sembianze?) e che i cittadini di Baghdad non sono dei superstizioni primitivi, pronti a fuggire alla vista di una sfocata immagine nel cielo e nel suono di una voce impersonale disseminata da casse acustiche. L’esempio, comunque, è utile per introdurre l’argomento della tecnologia che, in misura sempre maggiore, sta giocando un ruolo importante nell’ambito delle PSYOP. Per il momento il principale mezzo di persuasione sono le trasmissioni radio e televisive, e in questo campo è esclusivamente la piattaforma aeromobile Command Solo a operare efficacemente. Il passo successivo molto probabilmente sarà l’uso sempre più mirato dei satelliti, facendo in modo che gli stessi possano coprire zone sempre più vaste con una potenza sempre più elevate, tali da poter oscurare le emittenti avversarie.

Alle PSYOP si può guardare anche da prospettive diverse dai canoni tradizionalmente militari nei quali le si anno normalmente rientrare. Per introdurre questi concetti è opportuno ripartire da una definizione molto importante per definire gli scopi delle operazioni PSYOP: manipolazione della psiche di un avversario o di un gruppo attraverso informazioni, disinformazione e propaganda. Ciò coinvolge la gestione della percezione del singolo o del gruppo che si pone come obiettivi dell’azione di PSYOP, il controllo del loro pensiero e delle loro azioni. Ribaltando il ragionamento, si avranno le operazioni di PSYOP da parte delle forze avverse che cercheranno di condizionare le forze militari e civili. Nel mondo pre 11 settembre, una comune minaccia di matrice PSYOP, quale poteva essere l’indiscriminata diffusione in rete di email contenente annunci di virus informatici in agguato, poteva sortire effetti diversi: qualcuno dava seguito all’avvio rimbalzandolo a sua volta ad altri utenti mentre altri, unitamente alle grandi aziende e alla Pubblica Amministrazione, riuscivano meglio a discernere i falsi allarmi dal vero pericolo e non si lasciavano condizionare. Nel post 11 settembre è invece tutto diverso.

Un singolo pezzo di carta con scritte delle frasi apparentemente minacciose può portare all’evacuazione immediata di un aereo. Si sta assistendo a una situazione di tensione generalizzata e di elevato livello di allarme anche nei confronti di eventi una volta considerati come innocui.

Le PSYOP stanno inoltre avendo dei riflessi sull’apparato informatico dei vari paesi. Ad esempio negli USA il National Infrastructure Protectiom Center sta disseminando degli avvisi sul fatto che in un prossimo futuro, non ancora ben specificato, gli attacchi terroristici potrebbero avere natura informatica e cibernetica, andando a colpire infrastrutture critiche. Una vera e propria operazione di PSYOP interna, la quale, influendo sulle sensibilità dei singoli e delle organizzazioni, in un certo senso obbliga a innalzare la soglia delle difese informatiche. In questo mondo post 11 settembre, il più ovvio effetto collaterale legato al rischio di terrorismo informatico e all’intensa azione psicologica da esso generata è che le organizzazioni statali e private stanno riesaminando accuratamente le relazioni fra componenti fisiche e virtuali delle loro reti informatiche. Non è certamente un caso che amministratori delegati di aziende famose, stanno ordinando il decentramento dei propri centri di elaborazione dati in sedi remote così da salvaguardare le banche dati da eventuali attacchi terroristici. Le PSYOP, con la mera presenza di un possibile rischio, stanno cambiando il modo in cui le attività sono state condotte da almeno 10 anni a questa parte. Anche in assenza di nuovi episodi concreti ed eclatanti.

Partendo dal dato di fatto che viviamo in un contesto che la realtà spesso e volentieri non corrisponde a quella che appare (ma sarebbe meglio dire che cercano di far apparire) non si potrebbe escludere che il Pentagono avrebbe enfatizzato in modo eccessivo gli attacchi subiti sulla rete negli ultimi anni solo per mantenere, nel settore specifico della sicurezza informatica, una disponibilità più elevata di risorse finanziarie.

DEBUNKER, GATEKEEPERS, TROLL OVVERO IL CONTROLLO DELLE CONOSCENZE SU INTERNET

 

Per avviare un discorso serio su Internet, non bisogna dimenticare che esso è nato negli USA da un progetto militare, l’Arpanet. Come in molti altri progetti nel settore informatico, anche in questo caso era stato coinvolto il ministero della “Difesa” americano. Nell’ambito del progetto Arpanet furono messi in rete a scopo puramente militare quattro computer di università statunitensi. L’obiettivo, in caso di attacco missilistico con la conseguente distruzione di alcuni computer, era di poter continuare ad accedere a tutti i dati immagazzinati e ai software registrati attraverso i computer che erano stati risparmiati. Tutto questo accadeva nel 1969. Tre anni più tardi furono introdotte altre due innovazioni: l’FTP (File Transfer Protocol, protocollo di trasferimento dei file) e l’e-mail. Nel 1983 fu introdotto sul mercato l’odierno Internet, cui erano connessi solamente 390 calcolatori in tutto il mondo TCP/IP (Trasmission Control Protocol/Internet Protocol, protocollo di controllo della trasmissione/protocollo per Internet).[54] Infine nel 1990, il World wide Web fu sviluppato ulteriormente dal Centro europeo di ricerca sul nucleare di Ginevra (CERN), fino all’approdo, di lì a tre anni, del primo Browser web grafico.[55] Internet, che fino allora era stata utilizzata quasi esclusivamente a scopo militare e per la ricerca universitaria, cominciò ad ampliare il suo campo di azione e a dare spazio al settore del commercio.

 

Non ci si deve meravigliare che le varie strutture di potere economico, politico, militare, religioso e culturale utilizzino le conoscenze della forma e modo di formazione del pensiero, della logica e della linguistica e della psicologia di massa e individuale per progettare forme di controllo e intervento.

 

Esse hanno lo scopo di arginare e invertire se possibile gli effetti di diramazione delle conoscenze prodotti dallo sviluppo della rete.

 

Uno strumento usato è quello di inondare il Web di false informazioni, esso diventa il campo di battaglia da parte di detrattori, distrattori e di manipolatori istruiti che tra i tanti scopi che hanno è quello di creare ostacoli a chi opera nel campo della controinformazione.

 

Le classi dominanti per controllare il potere dell’informazione su Internet si servono non solo di Debunker atti a negare, anche contro qualsiasi evidenza scientifica o fattuale, ogni verità non ufficiale, ma di una miriade di Gatekeepers, in altre parole di personaggi che hanno lo scopo di guidare e monopolizzare sia il dissenso politico sia la ricerca di verità non ufficiale.

 

In più si servono anche dei Troll, che sono dei provocatori che agiscono on line.[56]

 

I Troll per quanto se ne sa, sono pagati da grossi gruppi economici che finanziano diversi partiti politici. Essi sono divisi per competenze della serie, che ci sono provocatori e controprovocatori. Facciamo un esempio se un portavoce di un partito X scrive un post, il Troll lo ridicolizza. Ne nasce così una discussione che chi è contro il portavoce in maniera che si potrebbe definire “naturale”, prende coraggio e viene allo scoperto.

 

Nello stesso tempo quelli che sono a favore del partito X e difendono il portavoce attaccato. Però, può succedere, che qualcuno che difende il partito X lo fa in modo idiota e scomposto, con una marea di punti di sospensione, maiuscole, punti esclamativi e via dicendo. Si potrebbe pensare che alla fine della fiera sono tutti degli idioti.

Questi difensori “idioti” poterebbero essere anche loro dei Troll che agiscono con una psicologia inversa. Il loro scopo è di far sembrare i sostenitori del partito X attaccato degli imbecilli. Così come il Troll che attacca il partito X ha lo scopo di fare da “stura” a quelli che sono contro il partito X in maniera “genuina”, allo stesso modo i falsi difensori del partito X fanno da “stura” ai suoi difensori (in maniera particolare a quelli che si trovano su posizione estreme), tutto questo con lo scopo di screditare il partito X. Alla fine della fiera basta un provocatore e controprovocatore che fanno finta di litigare, per sputtanare una discussione o un post.

 

Le finalità dei cosiddetti Debunker (cioè “smontatori di bufale” per passione, a detta loro, ma in realtà sono degli YesMen dell’Elitè e disinformatori prezzolati) è evidente: servono a screditare qualsiasi teoria non ufficiale, e qualsiasi persona proponga e sostenga teorie non ufficiali. Ciò è fatto a dispetto di qualsiasi prova, con ossessività comportamenti aggressivi e/o palesemente diffamatori, spudorate menzogne, tecniche di propaganda subdole, trabocchetti logici e uso dei paroloni altisonanti e concetti scientifici snaturati che nascondano la pochezza delle loro informazioni, l’utilizzo di attacchi a personam e la derisione e/o le accuse infondate verso l’interlocutore ecc. Non importa che si tratti di una teoria basata su fatti dimostrati o di qualcosa di palesemente campato in aria: se non è una teoria ufficiale, essi devono screditarla, come devono sostenere qualsiasi teoria ufficiale per quanto priva di fondamento o assurda possa essere.

 

Nella sostanza, la funzione dei debunker è di portare la maggior parte della gente a rifiutare ogni teoria non ufficiale, partendo dal fatto che la cosiddetta “persona media” non nessun interesse ad approfondire per farsi un’opinione su qualsiasi argomento: quindi basta dire di aver confutato una certa teoria, anche con confutazioni illogiche o inesistenti, che la teoria non ufficiale diventa una bufala. Un altro obiettivo dei Debunker è quello che di far litigare gli attivisti con loro e a confutare le loro affermazioni, a difendersi dalle loro calunnie.

 

Un metodo usato dai Debunker è di mettere assieme nei loro attacchi sia le teorie sensate e regionalmente provate con quelle campate in aria (un esempio è di mettere assieme le teorie basate su prove come quelle sull’auto-attentato dell’11 settembre con quelle palesemente “salti quantici”, “era dell’Acquario” ecc.). Questo fa in modo che, per il lettore inesperto, teorie con prove e teorie campate in aria abbiano lo stesso valore.

 

La funzione dei Gatekeeper è invece assai meno intuitivo è assai meno intuiva, e piò apparire incomprensibile e contradditoria a chi non conosce le tecniche di disinformazione e di “controintelligence” attuate dai servizi segreti o da qualsiasi gruppo organizzato che voglia tenere segrete delle informazioni.

 

Per comprendere l’operato dei Gatekeeper bisogna pure conoscere qualcosa sulle bisogna pure conoscere qualcosa sulle operazioni PSYOP, di psicologia delle masse, di ingegneria sociale e cose del genere. I Gatekeeper servono per monopolizzare il dissenso (termine che deve essere inteso non solo nel senso politico), ponendo l’attenzione su certi temi, ma omettendo altri e proponendo determinate soluzioni (utili alle elités o innocue per esse, un esempio sta nel porre fortemente l’accento sulla sovranità monetaria senza tenere conto che la crisi è del sistema e si esce fuoriuscendo dal sistema capitalista e dalle sue logiche), in pratica mischiando verità e menzogna. Nell’era di Internet è sempre più difficile tenere segrete certe informazioni sul mondo: reperire dei dati è rapido, facile e quasi gratuito e ricerche che avrebbero richiesto lunghe ore in biblioteca, magari viaggiando verso biblioteche specifiche, diventano semplici come usare un motore di ricerca, inoltre le barriere date dalle lingue sono abbattute dal miglioramento costante dei programmi di traduzione automatica. Anche un semplice scambio di idee che permetta di confrontarsi con molte persone su uno stesso tema è enormemente facilitato ed il mezzo da modo quasi a chiunque di poter diffondere le proprie idee, scoperte e riflessioni in gran parte del mondo. Però, come si diceva prima non bisogna scordarsi che Internet deriva dal provetto militare Arpanet, e ciò ci deve far capire che se ci è permesso usarla, vuol dire che per le classi dominanti non è certo un problema insormontabile, anzi spesso e volentieri può essere un’opportunità.

 

C’è da chiedersi come fanno le classi dominanti a proteggere i loro segreti dopo l’avvento di Internet.

 

Da un lato hanno fatto in modo che Internet, come gli altri mezzi di comunicazione di massa, sia utilizzato dalla maggior parte delle persone per accedere a contenuti frivoli: di fatti gran parte degli accessi online non dovuti a motivi di lavoro riguardano la pornografia, e fra i siti più visitati ci sono quelli di gossip e quelli per fare incontri “romantici/sessuali”, mentre gli argomenti più frequenti di discussione in una chat riguardano frivolezze o il flirtare. Anche fra chi cerca informazioni la maggior parte si rivolgerà all’equivalente online di grosse testate giornalistiche o di telegiornali, o comunque a derivati dei tradizionali masse media e a piattaforme che portino il “marchi di qualità” dell’informazione ufficiale. Quindi solo un’infinitesima percentuale di popolazione (e parlo di una minuscola della già esigua di persone occidentali capaci, di utilizzare un computer connesso in rete) sfrutta questo mezzo per cercare di comprendere realmente il mondo in cui viviamo.

 

Però che quella seppur esigua percentuale di persone che informano su imperialismo o “nuovo ordine mondiale” potrebbe diventare in prospettiva un pericolo o almeno un intralcio per le classi dominanti. Esse perciò si pone il problema di come gestire queste esigue minoranze.

 

Censurare semplicemente le informazioni in un sistema vasto come Internet è inefficiente e ci sarebbe il rischio che comunque una certa parte di dati sfuggano al controllo; inoltre una censura ferrea rischierebbe di far riflettere il resto della popolazione portandolo a capire che in questo mondo non ci sia una vera libertà di pensiero e di parola e che quindi realmente qualcuno voglia sopprimere determinate informazioni per qualche motivo: insomma, censurare una notizia, sarebbe come far sparire che la propaganda, rischia di dare credibilità alla stessa presso le masse. Per questo è molto più efficace mantenere una censura blanda di certi temi nei mass media tradizionale (parlandone solo all’interno di Format screditandolo mischiandoli a cavolate, un esempio potrebbe essere nella stessa trasmissione parlare di controllo mentale, alieni, salti quantici visti in senso mistico, e così via) lasciando che in rete ci sia una relativa libertà di diffusione dei suddetti contenuti, e parallelamente sommergere la rete di informazioni inventate su tali temi allo scopo di confondere che vi si avvicina (soprattutto tramite Gatekeeper) e colonizzarla di Debunker che tengano d’occhio i grandi siti, i Blog e i Forum e che attuino azioni di disturbo come sopra spiegato. Bisogna ricordarsi che la rete è sfruttata dalle classi dominanti per tentare di manipolare le masse dotando i loro tirapiedi atti a gestire con facilità molti alter ego virtuali.

 

Ciò ci deve far capire che Internet può dare fastidio alle classi dominanti, ma è anche un grande strumento atto a portare avanti i loro piani; se così non fosse, non esisterebbe alcun Internet a basso prezzo facilmente disponibile a milioni di persone.

 

Torniamo a quelle che possono essere le funzioni e i metodi dei Gatekeeper:

  • Mischiare verità e menzogna, con questo tipico metodo usato nella guerra psicologica, si pone l’obiettivo di confondere il lettore in modo che non riesca a capire quali siano i dati reali e quali quelli falsi.
  • Screditare un dato reale mischiandolo falsità spesso talmente palesi da essere da essere ridicole (altre volte si scredita un dato reale omettendo le prove migliori e adducendo come prove fatti insensati o irrilevanti), questa tattica serve più che altro a porgere il fianco ai Debunker e allontanare dalle teorie non ufficiali gran parte delle masse (dandogli l’impressione che si tratti di una marea di cazzate sostenute solo da pazzoidi).
  • Far finire i lettori in un “binario morto” in modo che la loro ricerca vada a vuoto e/o le loro deduzioni siano errate poiché basate su dati in parte falsi.
  • Inserire una certa percentuale di verità nei loro libri-film- conferenze: ciò serve a dargli credibilità verso i lettori, difatti se raccontassero solo bugie palesi nessuno (o comunque pochissime persone) li leggerebbe: è la tattica della polpetta avvelenata”.
  • Inseriscono subdolamente nelle loro opere idee e valori affini a quelle delle classi dominanti senza menzionarne le fonti. Gli esempi più comuni sono l’inserimento di elementi tratti da: New Age, finto ambientalismo,[57]
  • Hanno la funzione di “leader di movimento/guru/messia”: in pratica compattano gran parte del dissenso contro il sistema capitalista (anche se una fette degli oppositori a livello informatico ama parlare di nuovo ordine mondiale, signoraggio, e cose del genere piuttosto che di capitalismo o imperialismo) nelle loro fila permettendo alle classi dominanti di manipolarlo come un vero e proprio movimento e quindi di indirizzarlo su binari utili ai piani del sistema capitalista. Ciò fa in modo che le persone siano indotte non tanto a indagare per conto proprio sulle reali dinamiche di come funziona il sistema capitalista, ma aspettino le rivelazioni dei loro leader e uniformino la loro visione alla sua (questo scoraggia il pensiero critico e rende le persone più facilmente manipolabili).
  • Indicano come movimenti di resistenza all’imperialismo (o al nuovo ordine mondiale) o comunque positivi personaggi o movimenti sostenuti dall’imperialismo (pensiamo alle cosiddette “primavere arabe” in Libia e in Siria).

 

 

CONCLUSIONI PROVVISORIE

 

 

Abbiamo visto che l’informatica ha portato ulteriori sviluppi nella guerra psicologica e nello stesso tempo ha portato un irruzione nell’insieme della società del mondo virtuale.

 

Il mondo virtuale costituisce assieme alla manipolazione mediatica, alla fragilità psicologica delle persone una trappola per chiunque si ponga l’obiettivo della trasformazione della società.

 

Per questo motivo non c’è da meravigliarsi dell’ampia diffusione di teorie che creano un meccanismo d’intossicazione, confusione e diversione dalla realtà diretta a conformare la mente e i cuori delle masse popolari distogliendole dalla lotta di classe e soprattutto dalla comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe.

 

Come un’altra trappola da parte delle classi dominanti è il moltiplicarsi di attività del tempo libero, la diffusione di massa di oggetti di consumo e l’uso massiccio – soprattutto nei paesi imperialisti – di droghe e psicofarmaci.

 

Il mondo virtuale diventa una trappola poiché simula il mondo reale, ma è libero dai limiti e dalle restrizioni che il mondo reale comporta, poiché sono frutto di fantasia e immaginazione, perciò distoglie l’attenzione dal mondo reale a vantaggio di un mondo immaginario e arbitrario in cui rifugiarsi, anziché impegnarsi nel trasformare il mondo reale.

 

D’altronde anche lo stesso terrorismo che si è venuto a creare di recente in Europa è esso stesso un’applicazione di guerra psicologica rivolto alle masse (certamente con vittime innocenti ed è molto rumoroso).

 

Se si accetta l’idea del massone Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico (GOD) che sostiene nel suo libro Massoni società (Chiare Lettere, Milano, 2014) che dietro a questo terrorismo ci siano delle super logge internazionali che chiama Ur-Lodges[58] si potrebbe parlare di sovragestione del terrorismo.

 

Nella sostanza se nelle classi dominanti dalle loro forme organizzative predomina dalla seconda guerra mondiale una concezione oligarchica monopolista del potere.

Di conseguenza in un ristretto numero di persone che hanno legami di potere o anno parte della finanza e della politica internazionale, che a loro volta manovrano pezzi di governi, di amministrazioni, di servizi segreti, logge massoniche o para-massoniche, strutture religiose di varia estrazione, e istituzioni bancarie e parti dell’imprenditoria privata che a loro volta usano come massa di manovra i terroristi.

 

Ed è del tutto indifferente se i soggetti manovrati siano consenzienti, al punto che in molte occasioni sono stati inconsapevoli di quanto, stava accadendo.

 

In sostanza c’è una rete ad anelli, dove la regola aurea è ampiamente rispettata: ogni anello conosce solo e soltanto l’anello che gli è immediatamente superiore e quello che gli è immediatamente inferiore e nulla più.

 

Il terrorismo è usato a volte per scopi tattici altre volte per scopi strategici. Quello attuale che si rivolge contro l’Europa, non è certamente perché il sovragestore vuole distruggerla, ma sicuramente vuole e ha interesse che rimanga così. Uno dei probabili scopi del terrorismo è di impedire che l’Europa si liberi dal gioco monetario del potere finanziario, scopo che rende indispensabile la conservazione di un potere politico utile e comodo per la permanenza dello status quo e delle sue componenti fondamentali: complicità, ignoranza, debolezza, egoismo e incompetenza.

 

   LO SCOPO DEL TERRORISMO è QUELLO SALDARE IL RAPPORTO TRA IL POPOLO ED IL POTERE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Teorico militare cinese dell’antichità, vissuto presubilmente negli stessi tempi di Confucio – ovvero tra il 551 ed il 479 a.C. – autore dell’opera L’arte della guerra.

 

[2] Titan Rain fu il nome in codice che il governo USA diede nel 2003 a una serie di attacchi coordinati ai computer di tutta l’America. Gli attacchi furono chiamati in origine Popolo della Repubblica Cinese, data la loro precisa natura (es., spionaggio sponsorizzato dallo Stato, aziendale, o attacchi da singoli hackers) e la loro reale identità (es., dietro proxy o con computer considerati zombie infetti da spyware/virus) rimane tuttora sconosciuta. Visto in questi termini, anche il nuovo nome “Titan Rain” sembra adattarsi perfettamente alla tipologia di attacco.

Intorno al dicembre del 2005, il direttore del SANS Institute, un istituto di sicurezza negli U.S., comunicò che gli attacchi furono per la maggior parte riconducibili al corpo militare cinese e risultato di loro attacchi finalizzati al ottenere informazioni sui sistemi informatici USA.

I Titan Rain hackers riuscirono ad ottenere l’accesso a molte reti informatiche USA, incluse quelle di Lockheed Martin, Sandia National Laboratories, Redstone Arsenal e della NASA.

 

[3] Moonlight Maze fu il nome in codice che il governo USA diede nel 1999 a una serie di attacchi coordinati ai computer del Dipartimento di difesa, importanti università ed imprenditori militari. Gli attacchi furono ricondotti a un mainframe computer [senza fonte] di Mosca, ma non è chiaro se da lì avessero avuto origine o fosse stato usato semplicemente come snodo.

Il 20 settembre 1999, Newsweek pubblicò un articolo sul Moonlight Maze. In quel report dichiarò che gli hacker che conducevano gli attacchi riuscirono ad ottenere ingenti quantità di dati, come codici navali classificati o informazioni sui sistemi di guida dei missili, anche se non è mai stato confermato che tali informazioni furono di fatto compromesse. Gli attacchi sarebbero cominciati a bassa frequenza nel gennaio 1999[1], contrastati, quasi immediatamente, e ne fu rintracciata la loro sede a Mosca; questo non fermò gli intrusi che continuarono le loro intrusioni quasi silenziosamente, lasciando però qui e là tracce informatiche. Secondo quell’articolo, alcune cariche del dipartimento di difesa avrebbero affermato che l’attacco era:

   Reuters: L’U.S.A. Air Force si prepara a combattere nel cyberspazio. http://archivio.panorama.it/mondo/il-mondo-in-classifica/I-piu-clamorosi-cyber-attacchi-della-Storia-LA-CLASSIFICA2

 

[4] A Bichkek il palazzo presidenziale fu preso d’assalto e incendiato.

 

[5] http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo_dossier/2010

 

[6]                                                   c.s.

 

[7] Technique du coup d’ètat, di Curzio Malaparte. Prima edizione 1931. Riedizione in formato tascabile, Grasset & Fasquelle (2008).

 

[8] Propaganda di E. L. Bernays, Horace Liveright (1928).

 

[9] The Engineering of Consent, The Annals of the America Academy of Political and Social Science, 1947, 250, p.113.

 

[10] Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media, di Edward S. Herman e Noam Chomsky, Pantheon Book Inc (1988).

 

[11] http://www.centrosangiorgio.com/subliminale/articoli/pagine_articoli/mass_media_e

 

[12] Lippmann, che era passato dalle reti fabiane socialiste ai circoli di Thomas Dewey, divenne il portavoce della frazione imperialista USA che osteggiava la politica del presidente Franklin Delano Roosevelt.

 

[13] Per approfondire sul Congresso della libertà della cultura Quand la CIA finançait les intellectuels européens di Denis Boneau http://www.voltairenet.org/article11249.html e Quand la CIA finançait les intellectuels italiens

di Federico Roberti http://www.voltairenet.org/article157970.html

 

[14] Frances Stonor Saunders, Chi conduce la danza? La CIA e la guerra fredda culturale (2003).

 

[15]                                                                                     C.s.

 

[16] V. I. Lenin, Opere, Editori Riuniti, Roma, v. 18, p. 77.

 

[17]                                           C.s.                        v. 11, p. 397.

 

[18] Maurizio Blondet, chi comanda in america, EFFEDIEFFE, 2002, p. 154.

 

[19] Joseph Brewda, Israeli psichiatrists and hamas terrorists: case study on how terrorists are manufactured, ottobre 2001.

 

[20] Maurizio Blondet, chi comanda in america, EFFEDIEFFE, 2002, p. 155.

 

[21] Raphael Patai, The arab mind, New York, 1976.

 

[22] Terrorist talent scouts and the selections and management of youthful terrorists.

 

[23] La liberazione della Corea dal dominio coloniale giapponese fu una delle conseguenze immediate della seconda guerra mondiale. Essa modificò radicalmente la situazione del paese. Il crollo del dominio coloniale del Giappone assestò un duro colpo ai suoi alleati coreani, gli agrari e la grande borghesia. La borghesia nazionale della Corea, interessata, che dopo la liberazione, il paese continuasse a svilupparsi lungo la via capitalistica, era debole e senza aiuti esterni, impotente a realizzare i suoi disegni. I suoi gruppi dirigenti erano compromessi agli occhi del popolo per aver collaborato con i colonialisti.

La classe operaia coreana costituiva una considerevole forza sociale e contava oltre 2 milioni di lavoratori, circa 600 mila dei quali occupati nell’industria. La massa fondamentale del proletariato industriale della Corea era concentrata nelle sue regioni settentrionali. Nel corso della precedente lotta di liberazione si erano rafforzati i legami della classe operaia con i contadini e gli altri strati di lavoratori e si erano così create le premesse per la ricostituzione del partito comunista. Dopo il crollo del dominio giapponese, la dislocazione delle forze di classe, le condizioni oggettive e soggettive, nel loro complesso, favorì la creazione di una situazione rivoluzionaria e la possibilità di una rivoluzione democratico-popolare.

Sulla base degli accordi tra gli alleati, la Corea fu divisa in due zone: quella settentrionale, a nord del 38° parallelo, controllata dalle truppe sovietiche, e quella a sud dello stesso parallelo, presidiata dalle truppe americane.

Si trattava di una spartizione provvisoria, in attesa della capitolazione delle forze giapponesi.

Nella Corea settentrionale le forze armate sovietiche crearono tutte le condizioni necessarie per l’attività degli organi del potere popolare. In breve tempo fu distrutto l’apparato coloniale, furono liquidati tutti gli organi dell’amministrazione giapponese, furono annientate le basi del domino economico del Giappone.

La grande industria, i trasporti, i mezzi di comunicazione, le banche di proprietà dei giapponesi, furono messi sotto il controllo e la gestione del Comando militare sovietico per esser consegnati successivamente al loro legittimo proprietario: il popolo.

 

L’amministrazione civile si poneva come compito fondamentale quello di aiutare i lavoratori coreani a sviluppare la Corea come uno Stato democratico e indipendente. Tecnici di professioni civili che si trovavano nelle file dell’esercito sovietico, si misero al lavoro per aiutare immediatamente i lavoratori coreani a ricostruire l’economia danneggiata dal colonialismo e dalla guerra, sviluppare la cultura, preparare i dirigenti.

La presenza nella Corea settentrionale delle truppe sovietiche aveva inoltre paralizzato le forze della reazione imperialista e coreana, privandole della possibilità di intervenire o di scatenare la guerra civile.

Le condizioni createsi nella parte settentrionale del paese vi avevano facilitato lo svolgimento di un processo rivoluzionario.

La forza dirigente e organizzatrice di questo processo era rappresentata dai comunisti.

I comunisti erano alla testa dei comitati popolari creati subito dopo la liberazione, in conformità a una larga coalizione delle forze democratiche. Dall’8 al 10 ottobre 1945 ebbe luogo a Pyong-Yang una conferenza dei rappresentanti dei comitati popolari che discussero problemi relativi alla loro organizzazione e attività. I comitati popolari cominciarono a procedere alla confisca delle terre appartenute agli agrari giapponesi e ai coreani traditori, che furono consegnate gratuitamente ai contadini poveri e ai braccianti agricoli. Secondo una decisione presa dagli stessi comitati, il canone della terra data in affitto non poteva essere superiore al valore del 30 per cento del raccolto. I comitati popolari, aiutati attivamente dalle truppe sovietiche, ricostruirono l’economia, presero misure per assicurare il vettovagliamento della popolazione, aiutarono i disoccupati e gli indigenti. http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custag21-007339.htm

 

[24] Nella Corea meridionale la situazione si aggravava sempre di più. Dal 20 marzo all’8 maggio 1946 si svolsero i lavori della commissione mista sovieto-americana che, tra l’altro, avrebbe dovuto concorrere alla costituzione di un governo democratico provvisorio della Corea. La delegazione americana cercò di tener lontani dalle consultazioni i rappresentanti dell’opinione pubblica democratica coreana. Di fronte al deciso rifiuto sovietico di aderire a questa pretesa, la delegazione USA interruppe i lavori della commissione. Nello stesso tempo le autorità americane avevano iniziato un’offensiva aperta contro le forze democratiche della Corea meridionale: ordinanze e risoluzioni limitavano le possibilità di attività legate delle organizzazioni democratiche, le persecuzioni nei loro confronti furono intensificate, i loro dirigenti arrestati.

Tutto ciò contribuì a rendere la situazione incandescente. Nel corso dell’estate del 1946 ebbero luogo nella Corea meridionale manifestazioni di massa, scioperi, rivolte contadine. Gli operai erano i più attivi. Nel settembre 1946 i ferrovieri chiesero un aumento dei salari e il miglioramento dei rifornimenti alimentari. Le autorità opposero un rifiuto e allora il sindacato dei ferrovieri proclamò uno sciopero generale, che fu appoggiato dai poligrafici, dagli operai dei cantieri navali e da quelli degli stabilimenti industriali. Il traffico ferroviario fu interrotto in tutta la Corea del sud, le comunicazioni subirono la stessa sorte, furono chiusi molti istituti, scuole, collegi. Gli scioperanti, diretti da un comitato di sciopero della Corea meridionale, posero alle autorità di occupazione una serie di rivendicazioni: cessazione immediata del terrorismo, il potere ai comitati popolari, libertà politiche per la popolazione, ripresa dei lavori della commissione mista sovieto-americana e formazione di un governo democratico, secondo le decisioni della conferenza di Mosca, attuazione delle stesse trasformazioni democratiche già operate nella Corea del nord.

Le rivendicazioni degli operai in sciopero erano sostenute dagli altri strati della popolazione, e in primo luogo dai contadini. Preoccupate per l’ampiezza dello sciopero, le autorità di occupazione promisero di soddisfare alcune rivendicazioni economiche, alla condizione che lo sciopero fosse fatto preventivamente cessare. Ma quando il traffico ferroviario fu ripreso su alcune reti esso, invece di essere utilizzato per i trasporti di riso promessi, lo fu per spostare cannoni e mitragliatrici. Il comitato di sciopero dichiarò allora che gli operai non avrebbero ripreso il lavoro fino a quando le loro rivendicazioni non fossero state accolte. Allora le autorità scagliarono contro gli operai i militari, la polizia, i terroristi. Spedizioni punitive furono compiute anche nelle campagne.

Le masse popolari della Corea meridionale risposero al terrore con la lotta armata. All’inizio di ottobre nella città di Taegu operai, contadini e studenti disarmarono soldati e polizia e instaurarono il potere dei comitati popolari.

La lotta impari dei patrioti con i militari americani durò alcuni giorni.

Nell’ottobre e all’inizio di novembre scontri armati ebbero luogo anche in altre città della Corea meridionale, così come nelle campagne, dove i contadini attaccarono reparti di polizia e poderi di agrari. Anche notevoli strati di media borghesia e di intellettuali presero parte agli scontri. Al movimento presero parte più di due milioni di persone. Alla loro testa c’era il proletariato sudcoreano, che fu il primo a iniziare la lotta e fornì prova, nel suo corso, di un grande spirito di organizzazione e di fermezza.

Le autorità di occupazione e la reazione sud coreana soffocarono i moti di ottobre con grande durezza, uccidendo o ferendo circa 7 mila persone e arrestandone più di 25 mila.

Nel contempo le autorità di occupazione si videro costrette a rispondere al movimento popolare anche con qualche concessione di carattere economico ai lavoratori. Inoltre, per dare ai coreani una parvenza di autonomia amministrativa, esse crearono una camera legislativa e un’amministrazione civile coreana, entrambe, però formate con elementi dirigenti della società borghese-agraria coreana. Contemporaneamente proposero di indire nella Corea del sud elezioni per un’assemblea nazionale”. Grazie al terrore e al dominio della reazione, queste elezioni si conclusero con una vittoria della borghesia. Ciononostante le larghe masse popolari continuarono a insistere perché il potere fosse trasferito ai comitati popolari, perché fossero attuate le decisioni della conferenza di Mosca.

Nelle condizioni che si erano andate creando appariva estremamente importante mantenere in vita e unire le organizzazioni rivoluzionarie della Corea meridionale e garantire loro la possibilità di un’esistenza legale.

Nel novembre 1946 il partito comunista, il partito popolare e il nuovo partito popolare si fusero nel Partito del lavoro della Corea meridionale. Nel maggio 1947 la commissione mista sovieto-americana riprese i suoi lavori, ma la delegazione USA cercò di silurarla. Nella Corea meridionale s’intensificarono le repressioni contro le organizzazioni democratiche. Nel solo mese di agosto furono arrestati 12 mila esponenti democratici.

Poiché le posizioni degli USA avevano reso impossibile la creazione di un governo democratico provvisorio alle condizioni indicate dalla conferenza di Mosca l’Union Sovietica il 26 settembre 1947, tramite il suo rappresentante nella commissione mista, propose il ritiro contemporaneo dalla Corea delle truppe sovietiche e americane e di dare allo stesso popolo coreano la possibilità di decidere da sé dei suoi problemi statali.

Gli USA respinsero questa proposta e cominciarono a operare separatamente per formare un governo reazionario.   Nello stesso tempo essi portarono il problema coreano all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La maggioranza dell’Assemblea, nonostante una ferma protesta dell’URSS e dei paesi democratico-popolare e contro la volontà del popolo coreano, decise l’invio in Corea di una commissione provvisoria dell’ONU, incaricata di controllare lo svolgimento delle elezioni per l’ “assemblea nazionale”. Il popolo coreano accolse questa decisione con profonda indignazione.   Nella Corea del nord ebbero luogo ovunque comizi e manifestazioni di protesta.

I lavoratori svilupparono la lotta per superare i piani della produzione e per consolidare i successi economici della Corea settentrionale, base democratico-rivoluzionaria del paese. Nella Corea meridionale, in segno di protesta contro le “elezioni” e contro la creazione della commissione dell’ONU, il 7 febbraio 1948 gli operai proclamarono uno sciopero generale. Questo fu seguito da rivolte in massa di contadini, di studenti e di altri strati della popolazione, che sfociarono in lotte armate.

 

[25] http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/988-3-aprile-1948-linsurrezione-di-jeju

 

[26] http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custag21-007339.htm

 

[27] http://aurorasito.wordpress.com/2013/10/26/lagenda-dello-spopolamento

 

[28] Behold a Pale Horse, William Cooper, Light Tecnology Press. Sedona, AZ 1991 p. 166.

 

[29] Nel 1971 apparvero sulla stampa americana i testi chiamati Le Carte del Pentagono (Pentagon Papers), documenti segreti resi pubblici da Daniel Ellsberg, un vecchio analista della Rand Corporation. In quel periodo venne anche pubblicato il libro The Jasons: The Secret History of Science’s Postwar Elite (La Storia Segreta della Scienza nella Guerra Fredda) di Ann Finkbeiner. Mentre i primi testi evidenziavano le macchinazioni del governo USA durante la guerra del Vietnam, il secondo rilevava l’esistenza di un’équipe segreta di scienziati che collaboravano con varie amministrazioni passate per Washington. Questo gruppo era conosciuto come Jason. L’origine di questo nome viene dalla mitologia greca, dalla storia di Giasone (Jason tradotto in inglese) e gli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, oggetto che gli avrebbe dato vittoria e gloria. Ma nulla lega questi scienziati del Pentagono con i cercatori della leggenda greca, né con il verso Giasone, che scoprì la pelle di montone dorata appesa ad un albero di Dodona, il luogo denominato Iperborea al Polo Nord. Jason era quindi un’équipe segreta di scienziati che collaboravano col potere, e come ci racconta il professore di matematica catalano Salvador Lòpez Arnal, nel 1971 Jason rappresentava un chiaro impegno politico di un gruppo di scienziati che includeva le eccellenze della scienza fisica e biologica, compresi alcuni premi Nobel nella propria disciplina. Link. http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?=News&file=printe&sid=5934

 

[30] Nguyen Van Vinh, The Vietnamese People on the Road to Victory, 1966, p. 7

 

[31] http://www.ritaatria.it/portals/0/documenti/piazzafontana/consulenze_giannuli_faldo9.pdf

 

[32] http://www.misteriditalia.it/lestragi/piazza%20fontana/secondaordinanza/13-ORDINENUOVOEGLIAPPARATIMILITARIINTERESSATIALLAGUERRANONORTODOSSA.pdf

 

 

[33] http://www.cestim.it/argomenti/05verona/05verona_nera.htm

 

[34] http://www.ritaatria.it/portals/0/documenti/piazzafontana/consulenze_giannuli_faldo9.pdf   https://books.google.it/books?id=jDxPBwAAQBAJ&pg=PA197&lpg=PA197&dq=casm+guerra+psicologica&source=bl&ots=zk3jFY-LRI&sig=mNXJbdXajgxbmPa_3x4vr5NjJis&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiz_8-t05zRAhWrCcAKHYqGBaUQ6AEINzAE#v=onepage&q=casm%20guerra%20psicologica&f=false

 

[35] L’applicazione dell’assunto che la politica è la continuazione della guerra. Da qui la riduzione dell’attività delle varie forze politiche e sociali, ad attività di guerra psicologica che comporta di conseguenza alla militarizzazione dell’attività politica, vista come campo di battaglia non di interessi diversi e contrapposti che si esprimono in diverse linee politiche e ideologiche, ma come diversi eserciti che si contengono il campo della cosiddetta “società civile” dove l’obiettivo non è tanto il territorio ma le menti degli individui che compongono la massa.

[36] Si tratta del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (detto appunto anche ECOSOC) che è l’organo delle Nazioni Unite con la competenza principale sulle relazioni e le questioni internazionali economiche, sociali, culturali, educative e sanitarie, e di coordinamento dell’attività economica e sociale delle Nazioni Unite e delle varie organizzazioni a esse collegate.

 

[37] Il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza è stato un organo dei di coordinamento dei servizi segreti italiani, in attività dal 1978 fino alla cosidetta “riforma” dei servizi del 2007.

 

[38] http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/servizi-segreti-ex-capo

 

[39] http://www.reocities.com/cAPITOLHILL/4662/archivio98/gladiospenaco.html

 

[40] Un esempio evidente di operazioni illegittime fu l’operazione Lima quando il SISMI su una sicura sollecitazione di B. Craxi per aiutare A. Garcia (l’APRA è membro dell’Internazionale Socialista) con l’invio di apparecchiature tecnologiche e istruttori in Perù. Da tenere conto che in Perù furono inviati mezzi, che all’epoca erano considerati sofisticatissimi: ponti radio, sensori a raggi infrarossi.

 

[41] In italiano il nome della struttura è Gladio.

 

[42] http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/servizi-segreti-ex-capo

 

[43] Egli è un generale dei carabinieri molto particolare, ha sollevato molte polemiche quando comandava la brigata “Julia”, un suo intervento. Non nascondendo le sue perplessità sul nuovo modello di difesa e la necessità di trovare 40 mila volontari, Federici aveva ricordato che “attualmente i volontari sono 6800 e che nel 98% dei casi provengono da regioni meridionali“. Per il generale la previsione era che, anche a fronte di speciali incentivi, i nuovi volontari arriveranno dal Sud. Si era chiesto “se sia giusto affidare loro la difesa del nostro benessere“. Una questione, quella sui meridionali nell’ esercito, ripresa dalla Lega Nord in una interrogazione parlamentare (http://archiviostorico.corriere.it/1993/febbraio/27/alpino_vertice_dell_Arma_co_0_930227107.shtml) .

 

[44] http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/servizi-segreti-ex-capo

 

[45] Qui sono fin troppo evidenti i fini ricattatori del controllo.

 

[46] http://www.stpauls.it/fc03/0350fc/0350fc32.htm

 

[47]                                     C.s.

 

[48]                                     C.s.

[49] In un’intervista alla trasmissione Report (che si può vedere Youtube) un agente segreto (mascherato per ragioni di ovvia precauzione) disse che Li Causi passava delle notizie a giornalista Ilaria Alpi sui traffici che svolgevano in zona, in particolare sugli scarichi di materiale radioattivo.

 

[50] All’epoca il capo della Polizia.

 

[51] Dottrina che, nello specifico, si uniforma ai dettami della Presidential Decision Directive 68 (PDD 68).

 

[52] Consiste in un C-130E dell’US Air Force, opportunamente modificato e dotato di apparecchiature speciali.

 

[53] Durante la guerra e rivoluzione (1936-1939), durante la battaglia di Guadalajara (1937) ci fu un esempio esemplare di un uso rivoluzionario di certi metodi della guerra psicologica. I capi politici italiani delle Brigate Internazionali (Gallo – nome di battaglia di Longo – Nenni, Nicoletti, Vidali) prepararono un piano di propaganda per i loro compatrioti che combattevano nel corpo di spedizione fascista che combatteva in Spagna. Manifesti furono lanciati dagli aerei e altoparlanti, minano attraverso le linee, il morale dei soldati. “Fratelli, perché siete venuti in un terra straniera ad ammazzare gli operai? Mussolini vi ha promesso la terra, ma qui non troverete altro che una tomba. Vi ha promesso la gloria e troverete la morte”. (Guadalajara pubblicazione governativa, pag. 18). A questi uomini, formati dalla propaganda fascista, esacerbati dalle parole d’ordine nazionaliste, venuti come conquistatori arroganti, i rivoluzionari garibaldini parlano di fraternità proletaria, di solidarietà internazionale. Gli chiedono di disertare, di unirsi ai repubblicani, di mettersi contro i loro capi che sono nemici dei lavoratori italiani e dei lavoratori spagnoli. In quel periodo (marzo) le operazioni sono rallentate dal cattivo tempo. Comincia a cadere la neve. Il morale delle truppe italiane comincia ad abbassarsi: prigionieri e disertori arringano a loro volta i loro camerati, dicendo loro come sono stati accolti, chiamando i loro amici perché li raggiungano.

La vittoria di Guadalajara, riportata da un esercito popolare su un esercito regolare moderno con l’impiego di metodi rivoluzionari come il disfattismo nelle file nemiche, file di un esercito, cioè, meglio equipaggiato e addestrato fu la prima vittoria dei proletari sui fascisti. Agli occhi degli internazionali italiani e spagnoli, la fuga delle camice nere, la disintegrazione delle legioni italiane, prefigurava la sorte che attendeva tutti i regimi fascisti. Era dopo la vittoria di Mussolini e Hitler nei rispettivi paesi, la prima rivincita del proletariato internazionale, la sua prima vittoria.

Vittoria strategica, ma anche vittoria politica, essendo stata coronata dalla conquista delle truppe del nemico di classe.

[54] Protocollo: mezzo convenzionale per la trasmissione dei dati.

 

[55] Programma utilizzato per la navigazione nei siti del World wide web.

 

[56] http://debunkerfakeblog.blogspot.it http://aliceoltrelospecchio.blogspot.it/search/label/Gatekeeper

 

[57] Coloro che pongono in maniera eccessiva sul cambiamento dei stili di vita (magari con un fondamentalismo vegetariano/vegano) e non sul cambiamento del modo di produzione, a partire di chi è la proprietà dei mezzi di produzione e delle logiche del profitto. Nella sostanza marginalizzare o non mettere proprio per niente il quesito cosa produrre, per chi produrre e come produrre.

 

[58] Queste superlogge sovranazionali vanterebbero l’affiliazione di presidenti della repubblica, banchieri, industriali. Secondo Magaldi Ur-Lodges sarebbero 36 e si dividerebbero tra progressiste e conservatrici e sarebbero loro a sponsorizzare la nascita delle associazioni para-massoniche tipo la Trilateral Commission o il Bilderberg Group.