SU BERTOLI E I RAPPORTI TRA ORDINE NUOVO E GLI ISRAELIANI

Bertoli, il falso anarchico della strage di Fatebenefratelli, fu oggetto di un vero e proprio lavaggio del cervello.  Carlo Digilio, il primo e vero pentito dello stragismo italiano[1] davanti al Giudice di Milano Antonio Lombardia che seguiva il procedimento inerente, la strage. Digilio dichiara: “Neami gli stava spiegando, con una specie di vero e proprio lavaggio del cervello, cosa avrebbe dovuto dire alla Polizia in caso di arresto e gli faceva ripetere le risposte che avrebbe dovuto dare e cioè che era un anarchico individualista e che si era procurato da solo, in Israele, la bomba per l’attentato.

Capii subito da Soffiati e Neami che Bertoli era un debole e mi dissero infatti che gli piaceva bere e lo avevano convinto anche con la promessa di un po’ di soldi.

Mi dissero che era che era già da parecchi giorni e che lo facevano bere e mangiare a sazietà.

Anch’io rimasi qualche giorno a dormire in Via Stella, su un vecchio divano, e in quei giorni, non in Via Stella, ma a Colgnola, vidi anche Minetto il quale era al corrente di cosa si stava preparando e aveva personalmente procurato i soldi per Bertoli tramite gli americani.

Non si trattava comunque di una grande somma, ma di pochi milioni e infatti si capiva subito, con un occhiata, che Bertoli poteva essere comprato per  pochi soldi.

Neami dormiva con Bertoli, nella stanza da letto, per controllare i suoi eventuali colpi di testa, mentre io dormivo su un divano nel salotto e il divano era posto vicino all’ingresso del bagno.

Ricordo che Bertoli fumava, beveva era scostante non legò con me faceva discorsi strani, diceva che comunque fosse andata egli sarebbe diventato un grand’uomo”.[2]

La figura di Bertoli fa emergere delle altre sorprese. Come si sa fece un lungo soggiorno in Israele. Digilio fa notare il ruolo di Sergio Alzetta,[3]una persona che lavorava alle dipendenze di Luigi Foà per le strutture israeliane “e cioè la medesima area che ci aiutò per l’operazione Bertoli”.[4]

Alzetta e Foà gravitavano nell’ambiente di Ordine Nuovo, in particolare con Maggi, che era il capo di Ordine Nuovo del triveneto.

Ebbene, Alzetta fece partecipare alcuni simpatizzanti di Ordine Nuovo a delle esercitazioni in campi di addestramento in zone isolate del bergamasco, mentre Foà organizzò, all’inizio degli anni ’70, tramite Maggi, il viaggio quasi gratuito di parecchi militanti veneti di Ordine Nuoco, fra cui il famigerato Delfo Zorzi[5], in Libano, in una zona controllata dai falangisti cristiano-maroniti, affinché partecipassero a corsi di addestramento in funzione anti-araba e anti-palestinese.

Digilio ha spiegato che nell’ambiente di Ordine Nuovo di Venezia, anche se ciò poteva apparire in contrasto con l’ideologia vicina al nazismo, vi era un’area di simpatia con lo Stato di Israele poiché entità vista come difensore dei valori occidentali in quella regione, costituendo insieme agli amerikani, una barriera contro i movimenti di liberazione arabi che dicevano che erano influenzati dall’URSS e dai comunisti.

Sostenitore di tale linea politica era in particolare l’avvocato Giampiero Carlet, il quale, alla fine degli anni 60 si era impegnato all’interno del MSI e di ordine Nuovo affinché fossero avviate iniziative di appoggio in favore dello Stato di Israele.

In sostanza emerge che i servizi segreti israeliani, spalleggiati da quelli statunitensi e della NATO, sono penetrati nel mondo fascista italiano e nella più assoluta segretezza, fare di gruppi come Ordine Nuovo, la massa operativa per le proprie azioni occulte.


[1] Digilio è nato a Roma nel 1937 ma veneziano d’adozione, s’iscrisse nei primi anni ’60 alla Facoltà di Economia e Commercio dell’università di Venezia, senza riuscire a terminare gli studi. Prima il servizio militare, poi la morte del padre Michelangelo, dopo un incidente stradale nel gennaio del 1967, lo portarono, è lui stesso a scriverlo in un memoriale, a contattare l’ambiente in cui il genitore si era inserito: la rete degli informatori italiani al servizio delle basi NATO nel Veneto. “Il mio primo reclutatore – disse – fu il capitano David Carret della Marina militare degli Stati Uniti di stanza a Verona che aveva già conosciuto mio padre”. Negli anni dell’università, entrò anche a far parte del Centro Studi Ordine Nuovo. Il primo nucleo di questa organizzazione fu fondato a Venezia nell’aprile del 1957 da Giangastone Romani e Carlo Maria Maggi, per poi diramarsi nel Veneto. Gli anni immediatamente successivi furono quelli dei rapporti con l’OAS (l’”Organisation de l’Armée Secréte”), organizzazione promossa da settori dell’esercito francese e dall’estrema destra per contrastare l’indipendenza dell’Algeria, presto trasformatasi in un’internazionale nera. Ordine Nuovo ne favorì l’azione, allestendo nel nostro paese basi logistiche e rifugi coperti. Nel marzo del 1962, sempre a Venezia, si tenne uno dei raduni più importanti del neofascismo a livello internazionale, con il tentativo di dar vita ad un “Partito Nazionale Europeo”. Tra gli altri, a firmare il “Protocollo” d’intesa, il tedesco Adolf von Thadden, l’inglese Oswald Mosley, il belga Jean Thiriart e il conte italiano Alvise Loredan, un grande proprietario terriero veneto.  http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2824&Class_ID=1001

[4]                                     C.s.

[5] Zorzi alla fine degli anni ’60, era un’ esponente di Ordine Nuovo, fu accusato di essere l’esecutore materiale della Strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, ma fu poi assolto. È stato imputato anche per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, a seguito di testimonianze che lo indicavano come esecutore materiale dell’attentato, in altre parole come colui che confezionò l’ordigno e lo collocò nei locali della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Zorzi è stato condannato all’ergastolo il 30 giugno 2001 in primo grado. Il governo italiano ha richiesto l’estradizione al Giappone dove Zorzi vive, ottenendone un rifiuto perché nel frattempo si era naturalizzato giapponese (pur conservando anche illegalmente il passaporto italiano). Successivamente, il 12 marzo 2004, la Corte d’assise d’appello di Milano ha ribaltato il verdetto ed ha assolto Zorzi. La Cassazione ha rigettato il ricorso proposto contro tale Sentenza. Appassionato di cultura nipponica, nel 1974 Zorzi si trasferisce in Giappone grazie ad una borsa di studio. Lì ha successo come imprenditore. Nel 1989 ha preso il passaporto giapponese, assumendo il nuovo nome di Hagen Roi, che in  giapponese significa “origine delle onde”, secondo alcuni in assonanza col tedesco Haken-kreuz (pronuncia aken-cròiz); in italiano croce uncinata, svastica. Oggi Zorzi vive a Tokio, nel quartiere di Aoyama, e grazie alla sua cittadinanza giapponese non può essere estradato in Italia. Commerciante di successo, coordina da Tokyo diverse aziende di import-export in Asia e in Europa. Nel settembre del 2005 un’inchiesta del settimanale L’Espresso, ha accusato Zorzi di svolgere affari in Italia nel campo della pelletteria attraverso una serie di società sotto copertura. Nello specifico sarebbe proprietario nel negozio Oxus a Milano, di un altro negozio della stessa catena in Piazza Fiume a Roma, e di altri negozi Oxus, e di altri negozi a Conegliano Veneto e a Pordenone.  Dal Giappone Zorzi, coadiuvato dal nipote, ha continuato la sua carriera imprenditoriale in Italia, tessendo una vasta tela di aziende operanti nel settore tessile e dell’alta moda con filiali in molteplici paesi. Nel febbraio del 2010 è stata condotta un’inchiesta dalla guardia di finanza veneziana, che ha sequestrato un sistema di comunicazione “criptata”, fatta di acronimi, sigle e codici identificativi, attraverso il quale, secondo le fiamme gialle, Delfo Zorzi, identificato come Gm, ossia General manager, in tutta tranquillità dal Giappone, disponeva dettagliatamente alle varie società tutte le operazioni commerciali da svolgere. In particolare la sede della Svalduz s.r.l. era collegata tramite il sistema informatico comune con una società svedese, la Mullbeck AB, che veniva gestita direttamente dall’Italia per tutti gli aspetti commerciali. Questo ha consentito alla guardia di finanza, in base alle leggi tributarie vigenti, di poter ricondurre a tassazione in Italia tutto il reddito prodotto nel tempo dalla società svedese: così alla fine si è arrivati alla contestazione di un’evasione fiscale per gli anni dal 2004 al 2008 di circa quaranta milioni di euro di imposte dirette e venti milioni di euro di Iva. Per gli affari di Zorzi vedere anche il Link http://isole.ecn.org/antifa/article/475/delfo-zorzi-connection

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~ di marcos61 su settembre 16, 2011.

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