LE OPERAZIONI PSICOLOGICHE MILITARI (PSYOP) OVVERO LA CONQUISTA DELLE MENTI

 

 

 

INTRODUZIONE

 

 

Sun Tzu[1] aveva scritto “…il massimo dell’abilità consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere”. Sun Tzu, si potrebbe dire che fu uno degli anticipatori della guerra psicologica, poiché teorizzò l’importanza del fattore psicologico nel campo militare. Certamente il suo studio si riferiva, in particolare, alla comprensione e interpretazione dello stato morale delle truppe nemiche più che il loro

condizionamento; è però innegabile che molte delle scoperte nel campo, appunto, della psicologia militare siano tuttora alla base di teorie contemporanee. Quindi, se non proprio come il vero inventore delle PSYOP, possiamo almeno considerare Sun Tzu un validissimo precursore di quella che oggigiorno è una dottrina diffusa in ogni scenario e teatro operativo moderno.

 

Il termine PSYOP sta per Psychological Warfare ovvero Guerra di operazioni psicologiche sui singoli o sulla massa, in cui l’informazione è adoperata per influire e per modificare pensieri e opinioni di soggetti neutrali o nemici.

 

Le PSYOP sono una delle forme dell’Information Warfare (guerra dell’informazione) che è una metodologia di approccio al conflitto armato, imperniato sulla gestione e l’uso dell’informazione in ogni sua forma e a qualunque livello con lo scopo di assicurarsi il decisivo vantaggio militare specialmente in un contesto militare combinato e integrato. La guerra basata sull’informazione è sia difensiva sia offensiva, che spazia dalle iniziative atte a impedire all’avversario di acquisire o sfruttare informazioni, fino alle misure mirate a garantire l’integrità, l’affidabilità e interoperabilità del proprio assetto informativo.

 

Nonostante la connotazione tipicamente militare, la guerra basata sulle informazioni ha manifestazioni di spicco anche, nella politica, nell’economia, nella vita sociale ed è applicabile anche nella cosiddetta “sicurezza nazionale” dal tempo di pace al tempo di guerra. Infine la guerra basata sulle informazioni tende a colpire l’esigenza di comando e controllo del leader nemico e sfrutta le tecnologie per dominare il campo di battaglia. In realtà il concetto di Information Warfare è stato ripreso e formulato da numerosi studiosi ed enti di ricerca accademici e militari.

Le PSYOP sono una delle sette forme in cui sono suddivise l’Information Warfare.

 

 

 

Le altre sei sono:

 

  • Command and Control Warfare (C2W). Guerra di Commando e Controllo. Che mira a colpire la testa dell’avversario.
  • Intelligence Based Warfare (IBW). Guerra basata sulle informazioni. Che consiste nel progettare e proteggere i propri sistemi per la gestione delle informazioni e nell’ingannare e inquinare quelli avversari al fine di dominare il campo di battaglia.
  • Electronic Warfare (EW). Guerra elettronica. Che sfrutta sofisticati apparecchi radioelettronici e strumenti di crittografia.
  • Hacker Warfare (HW). Guerra degli esperti informatici. Che prevede l’attacco a computer, reti telematiche e sistemi di elaborazioni dati. In questa guerra si è soliti assoldare, come nuovi mercenari, quell’universo appartenente all’underground e in apparenza “alternativo” e “antagonista”. Personaggi che sono chiamati in vario modo: hacker, cracker, pheaker, cyberpunk, che sono capaci di aggredire un sistema informativo protetto. Si tratta di professionisti con un livello di aggiornamento tecnico elevato ed allenati ad operare nelle situazioni più difficili orientandosi in complessi sistemi informatici. Le operazioni di Hacker Warfare consistono in attacchi ai sistemi (paralisi totale degli elaboratori o semplici malfunzionamenti, modifiche al software di base, danneggiamento di programmi applicativi, installazioni di procedure malefiche, interruzione fraudolenta di assistenza e manutenzione), attacchi alle informazioni (cancellazione, alterazione/modifica del contenuto degli archivi, inserimento indebito dei, copia abusiva/furto di elementi di conoscenza, e attacchi alle reti (blocco del traffico telematico, deviazione delle richieste fatte a terminale su archivi clonati e modificati residenti su elaboratori diversi da quello originale, intercettazione delle comunicazioni autorizzate, introduzione di comunicazioni indebite mirate a disturbare.
  • Economic Information Warfare. (EIW). Guerra delle informazioni a rilievo economico. Che prevede la paralisi delle informazioni o il loro pilotaggio volto a garantire la supremazia economica.

 

Ciberwarfare. Guerra cibernetica. Che è la sintesi delle operazioni più futuribili sul campo di battaglia con l’utilizzo di alta tecnologia informatica, elettronica, satellitare ecc. Si traduce nell’alterazione e addirittura nella distruzione dell’informazione e dei sistemi di comunicazione nemici, procedendo a far sì che sul proprio fronte si mantenga un relativo equilibrio dell’informazione. La Cyberwarfare si caratterizza per l’uso di tecnologie elettroniche, informatiche e dei sistemi di telecomunicazioni. Esistono molte metodologie di attacco nel Cyberwarfare. Vandalismo Web: attacchi volti a “sporcare” pagine Web o mettere fuori uso i server (attacchi denial-of-service). Normalmente queste aggressioni sono veloci e non provocano grandi danni. Propaganda: messaggi politici che possono essere spediti a coloro che sono collegati alla Rete. Raccolta dati: le informazioni riservate ma non protette possono essere intercettate e modificate, rendendo possibile lo spionaggio. Distruzione delle apparecchiature: le attività militari che utilizzano computer e satelliti per coordinarsi sono potenziali vittime di questi attacchi. Ordini e comunicazioni possono essere intercettati o sostituiti, mettendo a rischio i soldati. Attacco a infrastrutture critiche: i servizi energetici, idrici, di combustibili, di comunicazioni, commerciali e dei trasporti sono tutti vulnerabili a questo genere di attacchi. Gli USA hanno ammesso di essere sotto attacco da parte di diversi Stati, come la Russia e la Cina. I due attacchi più famosi sono passati alla storia con i nomi di Titan Rain[2] e Moonlight Maze.[3] Le regole base del Cyberwarfare: minimizzare la spesa di capitali e di energie produttive e operative; sfruttare a pieno le tecnologie che agevolino le attività investigative e di acquisizione di dati, l’elaborazione di questi ultimi e la successiva distribuzione dei risultati ai comandanti delle unità operative; ottimizzare al massimo le comunicazioni tattiche, i sistemi di posizionamento e l’identificazione amico-nemico (IFF – Identification Friend or Foe). Con la Cyberwarfare si conosce un radicale riassetto delle concezioni organizzative militari. Le tradizionali strutture gerarchiche si vedono progressivamente soppiantate da sistemi a rete, con nuovi ruoli di complementarità e integrazione si fanno così spazio entità operative caratterizzate da: ridotta consistenza numerica; elevato livello di supporto tecnologico; efficacia. Il controspionaggio Cyberspaziale è l’insieme delle misure a identificare, penetrare o neutralizzare operazioni straniere i mezzi Cyber come metodologie di attacco primario, come gli sforzi dei servizi segreti che, attraverso l’uso di metodi tradizionali, cercano di portare avanti attacchi di Cyberwarfare.

 

Tornando alle PSYOP, una cosa certa è che da almeno trent’anni, gli USA hanno raggiunto e mantenuto una notevole leadership nel settore sotto tutti i punti di vista (dottrinale, addestrativo, tecnico, ecc.) tanto da farne non solo un punto di forza per loro stessi, ma una risorsa da condividere con gli altri membri della NATO. Le forza armate USA, infatti, non lesinano di organizzare corsi di istruzione ad appannaggio degli altri membri della NATO, dispensando anche “buoni consigli” laddove osservano che i Paesi alleati o amici (eufemismo per dire subalternità ai voleri dell’imperialismo USA) cominciano a valorizzare le PSYOP con la creazione di specifiche Unità.

 

 

 

PARTE PRIMA

 

 BREVI NOTE SULL’UTILIZZO DELLE PSYOP

 

 

Storicamente, la messa in atto di operazioni psicologiche si è dimostrata efficace in combattimento almeno quanto l’oculato utilizzo della manovra e della potenza di fuoco. Tuttavia l’utilità delle operazioni psicologiche come “moltiplicatore della forza”, per conseguire gli obiettivi d’interesse con il minimo dello sforzo e della distruzione, è stata in origine individuata solamente da alcuni dei più percettivi leader militari e statisti. Va ricordato, che è solo dalla seconda guerra mondiale che le PSYOPS sono state assunte al rango di effettivo “sistema d’arma” e come tale impiegate. I passi da gigante fatti nel campo delle scienze comportamentali, che ora consentono di conoscere e comprendere cosa c’è alla base di certi modi di fare, combinati con gli strepitosi sviluppi nella sfera della comunicazione di massa, hanno di gran lunga moltiplicato le capacità le capacità ed il valore intrinseco delle PSYOP; un’analisi dei recenti conflitti ne ha dimostrato l’efficacia dentro e fuori il campo di battaglia. Il risultato ottenuto è che, oggigiorno, ogni comandante, se vuole portare a termine il compito a lui assegnato con il minimo delle perdite, deve considerare l’opportunità di impiegarle adeguatamente e, alla stessa stregua, la necessità da quelle messe in atto dall’avversario.

 

 

 FABBRICARE IL CONSENSO

 

 

Capire come si fabbrica il consenso, è indispensabile per comprendere maggiormente le PSYOP.

 

Partendo dall’abbattimento del governo della Repubblica Federale Jugoslava del 1999 fino alle “rivoluzioni colorate” in Georgia (2003), Ucraina (2004, 2014), Uzbekistan (2005), Kirgizstan (2005), i media occidentali hanno fatto passare questi avvenimenti come rivoluzioni popolari.

 

Il termine di rivoluzione è stato normalmente usato dalla sinistra (in particolare dai comunisti e dagli anarchici). Ma quando il putsch violento ha avuto luogo nel Kirgizstan, il Times si è tanto entusiasmato a proposito delle scene di Bichkek[4]   che ricordavano all’articolista i film di Eisenstein sulla rivoluzione di Ottobre; il Daily Telegraph esaltava la presa del potere da parte del popolo[5] e il Financial Times faceva ricorso a una metafora maoista ben conosciuta quando vantava la “lunga marcia del Kirgizstan verso la libertà”.[6]

 

Una delle idee chiave che stanno alla base di questa impostazione è che il popolo appoggia questi avvenimenti e che questi ultimi sono spontanei. In realtà, queste “rivoluzioni” sono operazioni ben concertate, spesso messe in scena tramite i mezzi di comunicazione, che sono strumenti del potere dell’Occidente.

 

I teorici della manipolazione non possono certo appellarsi per questo tipo di “rivoluzioni” a Marx o a Lenin, per i quali per rivoluzione si deve intendere la presa del potere da parte del proletariato e l’avvio del cambiamento dei rapporti di produzione e dell’insieme dei rapporti sociali.

 

Sono autori come Curzio Malaparte che hanno ridotto l’idea di rivoluzione a colpo di Stato.

 

Malaparte fu l’autore di Tecnica del colpo di Stato,[7] dove ha dato forma a queste idee.

 

Pubblicato nel 1931, questo libro presenta il ribaltamento di regime come una procedura tecnica. Malaparte era in disaccordo con chi pensava i cambiamenti, avvenivano spontaneamente. Egli inizia il suo libro riportando una discussione fra diplomatici a Varsavia nella primavera del 1920.

 

In Polonia stava avanzando l’Armata Rossa come risposta all’invasione dell’Ucraina sovietica da parte della Polonia (nel 1920 le truppe polacche avevano occupato Kiev), ed era alle porte di Varsavia.

 

Questa discussione si svolse fra il ministro della Gran Bretagna, Sir Horace Rumbold, e il Nunzio papale, Monsignor Ambrogio Damiano Achille Ratti (che due anni più tardi divenne Papa con il nome di Pio XI).

 

L’inglese affermava che la situazione politica interna della Polonia era così caotica che era inevitabile una rivoluzione e che il corpo diplomatico dovesse abbandonare la capitale e rifugiarsi a Poznan. Il Nunzio non era d’accordo, insistendo sul fatto che la rivoluzione era senza dubbio possibile in un paese civilizzato come l’Inghilterra, l’Olanda o la Svizzera e non in un paese in preda all’anarchia. Naturalmente l’inglese era sconvolto all’idea che una potesse scoppiare. “Mai” sbottò.

 

Come si sa l’Armata Rossa fu sconfitta alle porte di Varsavia e la rivoluzione non scoppiò, e questo secondo Malaparte, perché le forze rivoluzionarie non erano ben organizzate. Nella sostanza Malaparte riduceva la rivoluzione a tecnica, gli sfuggiva che essa non fu vittoriosa per i limiti delle forze rivoluzionarie che non seppero praticare la critica-autocritica, fare dei bilanci, praticare una linea di massa.

 

Per Malaparte (e chi la pensa come lui) l’aspetto della manipolazione mediatica, è decisamente importante e costituisce un elemento della procedura tecnica per i cambiamenti di regime anche al giorno d’oggi.

 

Senza dubbio, il controllo dei media durante un capovolgimento di regime è così importane che una delle caratteristiche di queste “rivoluzioni colorate” consistè nella costruzione di una realtà virtuale. Il controllo di questa realtà è esso stesso uno strumento di potere, tanto che al momento dei colpi di Stato classi nelle “repubbliche delle banane”, la prima cosa di cui s’impadronivano i golpisti era la radio.

 

Mi rendo conto, che per la maggior parte delle persone è difficile digerire l’esistenza di questa realtà, poiché c’è una forte (e giustificata) ripugnanza all’idea che gli avvenimenti politici siano deliberatamente manipolati.

 

Questa ripugnanza, in parte, è un prodotto dell’ideologia dell’informazione, che lusinga la vanità delle persone e le induce a credere di avere accesso a una somma considerevole d’informazioni.

 

In effetti, l’apparente diversificazione d’informazioni derivate dai media moderni nasconde un’estrema povertà delle fonti originali, nella stessa maniera in cui una strada piena zeppa di ristoranti su una spiaggia nella Grecia può nascondere la realtà di un’unica cucina nel retrostante.

 

Le informazioni sugli avvenimenti importanti provengono spesso da un’unica fonte, di solito da un’agenzia, e anche coloro deputati alla diffusione delle informazioni, come la BBC, si accontentano di riciclare le informazioni ricevute da queste agenzie, comunque presentandole come farina del loro sacco.

 

I corrispondenti della BBC spesso stanno nelle loro camere di albergo quando spediscono i loro dispacci, leggendo per gli studi di Londra le informazioni che sono state trasmesse da colleghi in Inghilterra, che a loro volta le hanno ricevute da agenzie di stampa.

 

Un secondo fattore che spiega la ripugnanza a credere alla manipolazione dei media è legato al sentimento di onniscienza che la nostra epoca di mezzi di comunicazione di massa ama assecondare: criticare le informazioni di stampa è come dire alle persone che sono credulone, e questo messaggio non è gradevole da ricevere.

 

La manipolazione mediatica ha molteplici aspetti. Uno dei più importanti è l’iconografia politica. Questa è uno strumento molto importante utilizzato per diffondere la legittimità dei regimi politici. Un esempio è l’uso usato dai regimi revisionisti nel legittimare la rivoluzione di ottobre, nella riduzione di questa ricorrenza come fonte di un’eterna di legittimità, snaturandola (il comunismo è il movimento che trasforma la realtà esistente o è solo una caricatura).

 

Ciononostante, l’importanza della costruzione politica d’immagini va ben al di là dell’invenzione di emblema specifico per ciascun regime politico. Esso implica un controllo rigoroso dei mezzi di informazione e generalmente questo controllo deve essere esercitato per un lungo periodo, e non solo al momento del cambiamento di regime.

 

Il nipote di Freud Edward Bernays potrebbe essere considerato uno dei primi teorici sulla psicologia della manipolazione dell’opinione pubblica. Egli scriveva nella sua opera Propaganda, apparsa nel 1928, come se questa fosse un fatto del tutto naturale, è giustificava in tale opera il fatto che i governi plasmassero l’opinione pubblica per fini politici.[8]

 

Il primo capitolo porta il titolo: Organizzare il caos. Per Bernays, la manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse è un elemento importante delle società democratiche.

 

Bernays ritiene che coloro che manipolano i meccanismi segreti della società costituiscono un governo invisibile, che rappresenta il potere effettivo. La sostanza del suo discorso è che alla fine della fiera noi siamo eterodiretti, i nostri pensieri sono condizionati, i nostri gusti sono costruiti ad arte, le nostre idee sono suggerite essenzialmente da uomini di cui non abbiamo mai inteso parlare. È la conseguenza logica della maniera in cui la nostra società democratica è strutturata.

 

Un gran numero di esseri umani deve cooperare per vivere insieme in una società che funzioni bene. In quasi tutti gli atti della nostra vita quotidiana, che si tratti della sfera politica, di affari, dei nostri comportamenti sociali o delle nostre concezioni etiche, noi siamo dominati da un numero relativamente ridotto di persone che conoscono i processi mentali e le caratteristiche sociali delle masse. Sono queste persone che controllano l’opinione pubblica.

 

Per Bernays, molto spesso questi membri del governo invisibile non conoscono essi stessi chi sono gli altri membri. La propaganda è il solo mezzo per impedire all’opinione pubblica di sprofondare nel caos.

 

Bernays ha continuato a lavorare su quest’argomento dopo la seconda guerra mondiale e nel 1947 pubblicò The Engineering – La costruzione del consenso,[9] titolo al quale Edward Herman e Noam Chomsky hanno fatto riferimento quando nel 1988 hanno pubblicato la loro opera La fabrique du consentement.[10]

 

Il rapporto con Freud è decisivo poiché la psicologia è uno strumento fondamentale per influenzare l’opinione pubblica.

 

Secondo gli autori La fabrique du consentement, ogni leader politico deve fare appello emozioni umane primarie al fine di manipolare le opinioni.

 

L’istinto di conservazione, l’ambizione, l’orgoglio, la bramosia, l’amore per la famiglia e i bambini, il patriottismo, lo spirito d’imitazione, il desiderio di comando, il gusto dell’azione, così altri bisogni, sono le materie psicologiche che ciascun leader deve prendere in considerazione nei suoi tentativi per conquistare l’opinione pubblica alle sue idee.

 

Per mantenere la fiducia nei leader, la maggior parte delle persone ha necessità di essere sicuri che tutto quello in cui credono sia corrispondente al vero.

 

In sostanza si parte dal bisogno fondamentale di ogni essere umano di credere in ciò che essi vogliono credere. Thomas Mann faceva allusione a questo fenomeno quando attribuiva l’ascesa di Hitler al desiderio collettivo del popolo tedesco di credere a un “racconto di fate” che dissimulava la squallida realtà.

 

Un altro personaggio importante sulle attività inerenti alla manipolazione dell’opinione pubblica è stato senza dubbio il giornalista statunitense Walter Lippmann (1889 – 1974), che nel 1922 definì il termine opinione pubblica in questi termini: “Le immagini che sono nella mente di questi esseri umani, le immagini di sé stessi, di altri, delle loro esigenze, dei loro intenti e dei loro rapporti sono le loro opinioni pubbliche. Le immagini in base a cui agiscono gruppi di persone, o individui che agiscono in nome di gruppi, costituiscono l’Opinione Pubblica con le iniziali maiuscole”.[11] Lippmann, fu il primo a tradurre in inglese le opere di Freud, divenne uno dei più influenti opinionisti politici.[12] Il libro di Lippmann Public Opinion (Opinione Pubblica) apparso nelle librerie nel 1923, un anno dopo Psicologia delle masse di Freud, e che toccava temi molto simili. Scrive Lippmann, che la maggior parte delle persone giunge a sviluppare quella “immagini nelle loro teste”, dando così ai media un potere terrificante.

 

Su quest’argomento, meritano di essere citate altre opere che non trattano per ragioni temporali della propaganda elettronica moderna ma che si rivolgono piuttosto verso la psicologia delle masse. Pensiamo ai classici come la Psicologia delle masse (1895) di Gustave Le Bon, Massa e potere (1960) di Elias Canetti e Lo stupro delle folle da parte della propaganda politica (1939) di Serge Tchakhotine.

 

Tutte queste opere fanno abbondante riferimento alla psicologia e all’antropologia. Non bisogna dimenticare l’opera grandiosa dell’antropologo René Girard, i cui scritti sulla logica dell’imitazione (mimesis) e sulle azioni violente collettive sono eccellenti strumenti per comprendere perché l’opinione pubblica può, tanto facilmente essere indotta a sostenere e altre forme di violenza politica.

 

Dopo la seconda guerra mondiale, sono state sviluppate numerose tecniche inerenti formazione dell’opinione pubblica, soprattutto negli USA come è stato dimostrato dal lavoro di Frances Stonor Saunders, Chi conduce la danza? La CIA e la guerra fredda culturale (2003).

 

Saunders spiega in maniera dettagliata come all’inizio della cosiddetta Guerra Fredda, gli statunitensi e i britannici dettero inizio a un’importante operazione clandestina destinata a finanziare intellettuali anticomunisti.[13]

 

L’elemento fondamentale è che essi concentrarono su alcune persone della sinistra. Molte di questi intellettuali divennero in seguito dei neoconservatori di primo pino, in particolare Irving Kristol, James Burnham, Sidney Hook e Lionel Trilling.

 

Saunders cita Michael Warner quando scrive “Per la CIA la strategia di sostenere la sinistra anti-comunista doveva diventare il fondamento teorico delle operazioni politiche della CIA contro il comunismo nel corso dei due decenni successivi”.

 

Questa strategia era descritta in The Vital of Cneter: The Politics of Freedom Schlesinger (1949) opera che costituisce una delle pietre angolari di quello che più tardi divenne il movimento neo conservatore.

 

Saunders scrive: “L’obiettivo di sostenere gruppi di sinistra, non era né di distruggere né di dominare questi gruppi, ma piuttosto di mantenere con loro una discreta prossimità e di dirigere il loro pensiero, di procurare loro un modo per liberarsi dalle inibizioni inconsce e, al limite, di opporsi alle loro azioni nel caso in cui fossero diventati eccessivamente … radicali”.[14]

 

Le modalità attraverso cui questa influenza di “sinistra” fece sentire i propri effetti furono molteplici e variegate.

 

Gli USA erano decisi a fornire di se stessi un’immagine progressista, che contrastasse con quella di un’Unione Sovietica definita “reazionaria”.

 

Nel 1954, al CIA aveva finanziato un festival della musica a Roma nel corso dell’amore “autoritario” di Stalin per compositori russi come Rimski-Korsakov e Tchaikovski veniva dalla musica moderna non ortodossa ispirata dal dodecafonismo di Schoenberg. Per Nabokov Nicolai, un personaggio molto influente negli ambienti musicali USA (nonché cugino dell’autore di Lolita) e uno dei principali esponenti del Congresso per la libertà della Cultura, promuovere una musica che eliminava le gerarchie naturali, era lanciare un chiaro messaggio politico.

 

Un altro cosiddetto “progressista”, il pittore Jackson Pollok, ex comunista, fu allo stesso modo sostenuto dalla CIA. I suoi “imbrattamenti” erano considerati come una rappresentazione dell’ideologia americana di “libertà” opposta a quello che era definito l’autoritarismo della pittura del realismo socialista.

 

Teniamo conto che quest’alleanza di intellettuali provenienti dal Movimento Comunista e che si definivano rivoluzionari, era nata prima della cosiddetta Guerra Fredda: un esempio fu il patrocinio da parte di Abby Aldrich Rockefeller del pittore Diego Rivera. Ma la loro collaborazione ebbe bruscamente termine quando Rivera si rifiutò di ritirare un ritratto di Lenin da una scena di massa dipinta sui muri del Rockefeller Center nel 1933.

 

Questa commistione fa la cultura e la politica fu incoraggiata apertamente da un organismo della CIA che portava un nome orwelliano, l’Ufficio di Strategia Psicologica, PSB.

 

Nel 1956, quest’organizzazione sostenne una tournée europea della Metropolitan Opera (Met), che aveva lo scopo di incoraggiare il multiculturalismo.

 

L’organizzatore, J. Fleischmann affermava; “Noi, negli Stati Uniti, siamo una melting-pot e con questo dimostriamo che i popoli possono intendersi indipendentemente dalla razza, dal colore della pelle o dalla loro confessione.

   Utilizzando il termine melting-pot, o una qualsiasi altra espressione, noi potremmo presentare il Met come un esempio per cui gli Europei immigrati negli Stati uniti hanno potuto intendersi, e, di conseguenza, suggerisce che una specie di Federazione europea è sicuramente possibile”.[15]

 

Agli inizi degli anni ’50, Raymond Allen, direttore dell’Ufficio di Strategia Psicologica (l’Ufficio di Strategia Psicologica fu immediatamente designato unicamente attraverso le sue iniziali PSB, senza dubbio allo scopo di tenere nascosto quello che era direttamente espresso dal nome intero) era già pervenuto alla conclusione che i principi e gli ideali contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza e alla Costituzione degli USA sarebbero dovuti diventare un patrimonio comune di tutti gli uomini del mondo.

 

Certamente, sarebbe falso attribuire la diffusione delle idee unicamente alla manipolazione clandestina. Le idee s’iscrivono in vasti movimenti culturali, le cui fonti originali sono molteplici. Ma è fuori dubbio che il dominio di queste idee può essere considerevolmente facilitato mediante operazioni clandestine, partendo dal fatto che una grossa parte della popolazione delle metropoli imperialisti è facilmente influenzabile all’influsso dei media. Non solamente essi credono a ciò che dicono, ma immaginano di essere arrivati in modo autonomo alle conclusioni. Di conseguenza, l’astuzia per manipolare l’opinione pubblica consiste nell’applicare quello che è stato teorizzato da Bernays, ed sviluppato ed applicato dalla CIA.

 

La CIA e le altre agenzie spionistiche imperialiste hanno messo in esecuzione la strategia per arrivare nei diversi paesi un’egemonia culturale, che al contrario di quello che teorizzava Gramsci che era uno strumento essenziale per la rivoluzione socialista, aveva uno scopo controrivoluzionario, diventava uno degli strumenti della controrivoluzione preventiva.

 

Sulle tecniche di disinformazione esiste una quantità enorme di testi.

 

Tchakhotine, formulò la tesi che il ruolo dei giornalisti e dei media è fondamentale per assicurarsi che la propaganda avvenga in modo costante. Egli afferma che la propaganda non dovrebbe interrompersi mai, formulando così una delle regole fondamentali della disinformazione moderna, vale a dire che il messaggio, per passare deve essere ripetutamente reiterato.

 

Prima di tutto, Tchakhotine afferma che le campagne di propaganda devono essere dirette in modo centralizzato e ben organizzate, cosa prassi nel tempo attuale in questa che è definita la “società della comunicazione”. Non è certamente un caso che i membri laburisti del Parlamento Britannico non possono comunicare con i media senza l’autorizzazione del Direttore per le Comunicazioni, al numero 10 di Downing Street.

 

Durante la seconda guerra mondiale Sefton Delmer era allo stesso tempo un teorico e un esperto esecutore della Black propaganda (propaganda sporca, disinformazione), aveva creato una falsa stazione radio, trasmetteva dalla Gran Bretagna verso la Germania che diffondeva la notizia che esistevano dei buoni patrioti tedeschi che si opponevano a Hitler. Si sosteneva la finzione che si trattasse in realtà di una stazione tedesca clandestina che trasmetteva utilizzando frequenze vicine a quelle delle stazioni ufficiali. Questo genere di Black propaganda fa ancora parte dell’arsenale della comunicazione governativa USA.

 

Certamente un altro discorso è verificare sull’efficacia reale di questo tipo di propaganda. Un esempio evidente sta nel fatto durante la seconda guerra mondiale, essa non contribuì a favorire un’insurrezione da parte del popolo tedesco contro Hitler. Lenin ha ripetuto rilevato che i sentimenti, gli stati d’animo, gli istinti, in una parola gli stati psichici delle varie classi e delle masse, nascono dalle loro condizioni economiche e dagli interessi economici fondamentali. Ciò costituisce la prima e più importante fonte dei fenomeni psico-sociali. È inutile rivolgersi alle masse con la propaganda senza rivendicazioni economiche. “La massa è attratta dal movimento, vi partecipa energicamente lo apprezza altamente e sviluppa il suo eroismo, il suo sacrificio, la sua tenacia e la sua fedeltà alla grande causa soltanto nella misura in cui la situazione economica di chi lavora migliora.[16] Eliminare le rivendicazioni economiche dal programma significherebbe “sopprimere gli interessi economici che spingono ad una lotta grandiosa, inaudita, piena di abnegazione del popolo umiliato, intimorito, ignorante”.[17] La rivoluzione ha inizio non perché brontola e s’indignano decine o centinaia di politici borghesi ma perché decine di milioni di “gente minuta” non c’è la fanno più e per questo motivo che la tra le masse popolari matura silenziosamente la rivoluzione. La situazione economica predetermina sia la temporanea passività politica e il letargo, sia l’attrazione delle varie classi lavoratrici per la rivoluzione.

 

Ci sono numerosi autori che hanno trattato il tema della disinformazione uno dei più recenti è Roger Mucchielli, La Subversion pubblicato in francese nel 1971 (nuova edizione rivista e aggiornata nel 1976), che cerca di dimostrare che la disinformazione una volta ritenuta tattica ausiliaria durane la guerra, sia divenuta la tattica predominante.

 

Secondo Mucchielli, la strategia si è sviluppata al punto tale che l’obiettivo attualmente quello di conquistare un paese senza assolutamente attaccarlo fisicamente, in particolare facendo ricorso ad agenti interni che condizionano l’opinione pubblica.

 

Essenzialmente, si tratta dell’idea proposta più recentemente da Robert Kaplan nel suo saggio pubblicato in The Atlantic Monthly nel luglio agosto 2003 e intitolato Supremacy by Stealth – Supremazia assunta furtivamente.

 

Kaplan è uno dei teorici del cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale” che nella realtà era la possibilità, che partendo dal fatto che le difficoltà dell’accumulazione del capitale stanno aumentando, una frazione della Borghesia Imperialista mondiale tenti di imporre un’unica disciplina a tutta la Borghesia Imperialista costruendo attorno agli USA il proprio nuovo Stato sovranazionale: quest’ultimo assorbirebbe più strettamente in sé gli altri Stati limitandone ulteriormente l’autonomia.

 

Negli anni trascorsi dopo la seconda guerra mondiale, si è formato un vasto strato di Borghesia Imperialista Internazionale, legata alle multinazionali con uno strato di personale cresciuto al suo servizio.

 

Già sono stati collaudati numerosi organismi (monetari, finanziari, commerciali) sovrastatali nei quali quello Strato di Borghesia Internazionale esercita una vasta egemonia.

 

Parimenti si è formato un personale politico, militare e culturale borghese internazionale. di conseguenza il disegno della fusione dei maggiori Stati imperialisti in unico Stato ha oggi maggiori basi materiali di quanto ne avessero gli analoghi disegni perseguiti nella prima metà del secolo scorso, dalla borghesia anglo-francese (Società delle Nazioni), dalla borghesia tedesca (Nuovo Ordine Europeo nazista), dalla borghesia giapponese (Zona di Coprosperità). Ma la realizzazione di un processo del genere, mentre avanza e si accentua la crisi economica, difficilmente si realizzerebbe in maniera pacifica, senza che gli interessi borghesi lesi dal processo si facciano forte di tutte le rivendicazioni e i pregiudizi nazionali e locali.

 

Quello che è successo dopo dalla metà degli anni ’70 con l’avvio della crisi generale del capitalismo, l’avvio della crisi del Movimento Comunista e del cosiddetto “blocco socialista” corrosi dal revisionismo, è che gran parte del mondo si ridotto a un territorio di caccia delle scorribande dei vari capitalisti. Gli Stati nazionali sono ridotti ad essere principalmente delle agenzie addette ad estorcere soldi soprattutto per soddisfare le pretese delle istituzioni finanziarie e per sopperire alle spese pubbliche residue (alcune voci delle spese sono in costante crescita: riarmo, aggressioni imperialiste, repressione, controllo, prebende per imbonitori), i loro governi e le loro pubbliche amministrazioni si occupano sempre meno dei servizi e degli affari pubblici (ivi compreso il sistema sociale dell’economia reale), i patrimoni pubblici residui sono venduti (e spesso svenduti) perché i capitalisti sono alla ricerca forsennata di terreni di investimento per i loro capitali e per lo stesso motivo crescono i debiti pubblici lo Stato USA e alcuni altri Stati e centri di potere esercitano il ruolo di polizia senza frontiere e con azioni all’impazzata (spacciati come “spedizioni umanitarie”, “azioni contro il terrorismo” ecc.) usando basi e agenzie che hanno installato in tutto il mondo l’uso ereditato dal passato e radicato nel senso comune di avere periodiche votazioni a suffragio universale (democrazia borghese)ha fatto sorgere in ogni paese e a livello internazionale una gigantesca macchina di diversione, di disinformazione e intossicazione delle coscienze e dei sentimenti.

 

Il corso delle cose che si determina porta a una crescita continua di conflitti e di guerre intestine e tra Stati. I gruppi imperialisti non riescono più (stante la crisi generale in corso) a creare in alcun paese ordinamenti politici stabili, riescono solo a distruggere quelli che ancora trovano come ostacolo. Il variopinto movimento islamico non ha prospettive di svilupparsi in un nuovo sistema di ordinamento sociale.

 

I contrasti tra l’Unione Europea (UE) – soprattutto da parte della Germania – e gli USA si accentuano (la messa in scena del DATAGATE per frenare gli USA è un indizio di tutto ciò). Così pure i contrasti all’interno dell’UE (con le elezioni europee, se le cose continuano come sono in corso, porteranno a Bruxelles un gran numero di formazioni politiche che sono contro l’UE e tutto ciò inevitabilmente avrà delle ripercussioni in ogni singolo paese). Il progetto (accarezzato da Mitterrand, Jacques Delors & C.) di costruire sotto l’ombrello militare della NATO comandata dagli USA, il polo imperialista europeo indipendente dall’imperialismo USA e quindi alla fin fine a esso contrapposto, fa acqua. La politica mercantilistica, (esportare il più possibile e importare il meno possibile come linea guida) e monetarista (il pareggio delle entrate e uscite contabili, la stabilità dei prezzi e del cambio come regole) della borghesia tedesca è la traduzione pratica della consunzione del progetto.

 

L’Euro e l’UE naufragano: è inevitabile perché l’UE imperialista poteva esistere solo come polo alternativo al polo USA, ma aveva bisogno di un contesto e di forme istituzionali che la Borghesia Imperialista non è in grado di costruire. Il problema attuale è costruire il dopo UE: mobilitazione reazionaria (sotto l’ombrello dei gruppi imperialisti USA, europei e sionisti la cui forza posa sempre di più sull’apparato militare), oppure rottura (tramite l’abolizione del Debito Pubblico) con il mondo finanziario euro-americano e guerra contro i vari imperialismi che inevitabilmente cercheranno di stritolare il paese che cercherà di porsi questo obiettivo.

 

Tornando al saggio di Kaplan, il suo saggio tratta del ricorso alle operazioni segrete, alla forza delle armi, agli inganni, alla disinformazione, alle influenze clandestine, alla costruzione dell’opinione pubblica, perfino agli assassini politici, tutto mezzi che rivelano una di “etica pagana” destinati ad assicurare il predominio mondiale dell’imperialismo USA.

 

Un altro punto da sottolineare a proposito di Mucchielli è che è stato uno dei primi teorici a propugnare il ricorso delle ONG, come organizzazioni di facciata, per provocare un cambiamento politico interno di un altro paese.

 

Come Malaparte, Mucchielli ritiene che per provocare il successo o il fallimento di una rivoluzione, non fossero le circostanze oggettive, ma la percezione di queste circostanze create ad arte dalla disinformazione, in sostanza si riduceva il tutto a una tecnica. Tutto ciò nasceva dalla visione che vedeva i movimenti di massa, come massa di manovra di un ristretto numero di cospiratori molto ben organizzati.

Mucchielli insisteva sul fatto che la maggioranza della popolazione doveva essere completamente esclusa dai meccanismi inerenti alle decisioni politiche, poiché nella sua visione i cambiamenti avvengono per opera un ristretto numero d’individui e non della massa. L’opinione pubblica costituisce il “forum” dove si pratica la sovversione e Mucchielli descrive i differenti modi di comunicazione di massa per creare una psicosi collettiva. Secondo lui, i fattori psicologici sono molto importanti a questo riguardo, in modo particolare nella ricerca di strategie importanti, come la demoralizzazione di una società. L’avversario deve essere indotto a perdere fiducia nella giustezza e nella fondatezza della sua causa e tutti gli sforzi devono essere prodotti per convincerlo che il suo avversario è invincibile.

 

 

L’ISTITUTO TAVISTOCK

 

 

Non si può parlare di guerra psicologica senza parlare dell’Istituto Tavistock.

Fondato nel 1920 sotto la direzione del generale di brigata e psichiatra dr John Rawlings, il Tavistock nacque per occuparsi dei soldati traumatizzati durante la prima guerra mondiale. Gli psichiatri e psicanalisti scoprirono presto che questi individui erano acutamente suggestionabili; e che lo stesso effetto poteva ottenuto attraverso interrogatori brutali e torture. Essi prepararono tecniche del controllo comportamentale, che furono praticate come parte di vasti programmi di guerra psicologica.

 

Nel 1945, in un suo libro (The shaping of psichiatry by war), il generale Rees, propose che metodi analoghi a quelli sperimentati in guerra, potevano attuare il controllo sociale d’intere società o gruppi, in tempo di pace. Scrive Rees: “Se proponiamo di uscire all’aperto e di aggredire i problemi sociali e nazionali dei nostri giorni , allora abbiamo bisogno di “truppe sociali” psichiatriche, e queste non possono essere le equipes psichiatriche stanziali delle istituzionali. Dobbiamo avere gruppi di psichiatri selezionati e ben addestrati che si muovano sul territorio e prendano contatto con la situazione locale nella sua area particolare”.[18]

 

Dal 1947 il generale Rees fece carriera nell’apparato dell’ONU, dove creò con Sir Julian Huxley, allora capo dell’UNESCO; e secondo Brewda, un giornalista ebreo americano che è convinto che i terroristi suicidi, sia quelli che si fanno saltare in Israele, sia (se ci sono mai stati) quelli sugli aerei dell’11 settembre 2001, possano essere fabbricati,[19] entrambi (Rees e Huxley) elaborarono un progetto per la selezione dei quadri nelle colonie dell’impero britannico, ormai traballante per via che si stavano, sviluppano dei movimenti di liberazione nazionale non controllati dall’imperialismo britannico, per addestrare alla futura “indipendenza” ovvero per uno sviluppo semicoloniale. Gli specialisti del Tavistock perciò cominciarono da allora a creare dei movimenti rivali a quelli che conducevano la lotta di liberazione nazionale: il primo esperimento avvenne in Kenya. Nei campi di prigionia taluni detenuti sarebbero stati selezionati e preparati con metodi psicologici traumatici a formare delle fazioni che si sarebbero dovuto inserire della nella rivolta che era definita dei Mau Mau. L’idea era di infiltrare il movimento di liberazione keniota con gruppi rivali, che le penetrassero e frazionassero, creando lotte intestine. I rivali dovevano usare metodi terroristici feroci, per screditare il movimento.

 

Facciamo un passo indietro per capire qualcosa sul ruolo delle associazioni psichiatriche britanniche e il loro ruolo.

 

Norman Montagu nel 1944 che era il governatore della Banca di Inghilterra si dimette, e cominciò ad avviare un progetto che ironicamente era collegato ai suoi ripetuti esaurimenti nervosi e ricoveri ospedalieri. Norman organizzò l’Associazione Nazionale Britannica per la Salute Mentale. Nei suoi stadi iniziali questa Associazione ebbe come sede la casa londinese di Norman. Il suo assistente presso la Banca di Inghilterra fu nominato tesoriere dell’Associazione.

 

Nel 1948 l’Associazione Nazionale per la Salute Mentale di Norman radunò i leader mondiali della psichiatria e della psicologia al Congresso Internazionale sulla Salute Mentale, presso il Ministero della Salute del Regno Unito. In questo Congresso fu formata la Federazione Mondiale per la Salute Mentale, con lo scopo di gestire i servizi psicologici del pianeta. Lady Norman, l’hostess del Congresso, fu investito del potere esecutivo. Norman scelse per presidente della Federazione Mondiale il capo dell’istituto Tavistock il generale Rees.

 

Le due agenzie delle Nazioni Unite con cui la Federazione Mondiale lavora di più strettamente sono la Federazione Mondiale della Sanità (FHO) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza, e la Cultura (UNESCO).

 

Con lo scopo di disarticolazione dei movimenti di liberazione nazionale, la Federazione Mondiale della Salute mentale lanciò nel 1949-50 un ampio studio sui profili psicologici di vati paesi. Il programma si chiamava: Tensione mondiale: la psicopatologia delle relazioni internazionali”. Furono studiate le reazioni, le suscettibilità psicologiche di diversi gruppi etnici, secondo Brewda, per poterli meglio controllare. In questo quadro lo studio più approfondito fu condotto sugli ebrei: dapprima sui sopravvissuti alle persecuzioni genocide naziste che erano riparati in Israele. Secondo la tattica suggerita da Rees, psichiatri ben addestrati furono mandati sul territorio. Nacque a Gerusalemme la Società per l’Igiene Mentale in Israele. La guidava il dottor Abraham Weinberg, un uomo del Tavistock.

 

Prevedibilmente, Winberg, diagnosticò, nella psicodinamica ebraica, la leva su cui poteva agire la psichiatria di guerra: la convinzione di essere un “popolo eletto”. Il fatto che nei secoli gli ebrei soprattutto nell’Europa cristiana non solo furono perseguitati, ma siano stati fatti sentire diversi dagli altri popoli, non ha fatto che rinforzare questo carattere, affermava l’uomo del Tavistock. Perciò secondo lui, questo fattore non ha fatto che rinforzare una “personalità ebraica” intimorita e diffidente nel prossimo. Di fronte alla persecuzione nazista, la popolazione ebraica ha reagito in maggioranza rinnovando la fedeltà alla propria identità ebraica etnica e alla “missione degli ebrei” nel mondo: la sofferenza subita era parte di questa “missione”, e la creazione dello Stato di Israele, il ritorno alla terra promessa dopo duemila anni, era il compenso di questa sofferenza. Scriveva Weinberg nel 1948 che per la prima volta dopo diversi millenni: “è possibile creare una vera personalità ebraica, fondata sulla sofferenza del genocidio e sull’ambiente controllato in Israele”.[20] Di fatto, secondo Brewda, questa diagnosi giustifica (e provoca) la riduzione dell’israeliano d’oggi a membro di un culto del sangue e del suolo; il fatto che Israele pratiche in “Terra Santa” una politica di segregazione e d’igiene razziale nei confronti degli arabi, sarebbe la prova del successo del Tavistock.

 

Nello stesso tempo, Tavistock conduceva lo stesso tipo di studi sugli arabi, attraverso un affiliato Istituto di Igiene Mentale con sede al Cairo, queste ricerche finirono per convergere con studi analoghi, che gli specialisti israeliani di guerra psicologica stavano conducendo per scopi militari. I risultati di queste indagini si ritrovano nell’opera monumentale di Raphael Patai (uno degli specialisti israeliani di profili psicologici), The arab mind.[21] Patai afferma di aver scoperto che nella “mentalità araba” il punto debole, che la rende vulnerabile alla manipolazione: la sua tendenza a confondere, specie sotto stress, “realtà e retorica”. Secondo la tesi di Patai l’arabo tipo vuole apparire come una persona eloquente piuttosto che profonda, e la sobrietà è un tipo di carattere che dai leader arabi non viene molto apprezzato. Per questo motivo, secondo lo studioso israeliano nelle sue affermazioni che hanno forti venature razziste, veri e propri pazzoidi (come Gheddafi) possano godere di un autentica popolarità.

 

È, come si vede, uno studio di “profiling”, ben noto ai servizi segreti più sofisticati: un gruppo etnico viene “profilato psicologicamente” dal nemico, per farlo agire – a sua insaputa – a vantaggio del nemico stesso. Quest’arte orribile non è nemmeno nascosta. Sul del 22 giugno 2001 della rivista Bulletin of Political Psychology è comparso un articolo dal titolo: “L’utilità della ricerca psicologica per accedere e sedare la violenza: gli “scopritori” di terroristi e la selezione e gestione di giovani terroristi”.[22] Ne è l’autore, il dottor Jerrold Post, fondatore del Bulletin, che per 21 anni è stato a capo, alla CIA del centro Analysis and Political Bheavior, in questa veste Post ha studiato infiniti profili psicologici di capi, di sette, di gruppi definiti terroristi, di capi di Stato: ha studiato fra gli altri Bin Laden, Saddam Hussein e la psicologia dei dirottatori di aerei.

 

 

 

Parte seconda

 
ALCUNI ESEMPI DI OPERAZIONI PSYOP

 

SECONDA GUERRA MONDIALE

 

 

Le operazioni psicologiche furono usate estensivamente nel corso di questo conflitto. In quel periodo le trasmissioni radio divennero uno dei mezzi principali di disseminazione di propaganda riversata contro il nemico; il Giappone utilizzò la nota emittente Tokyo Rose per trasmettere musica, propaganda e messaggi di sconforto, nei confronti degli statunitensi e dei loro alleati, mentre i tedeschi si affidarono a Mildred Gillar, meglio ricordata come Axis Sally. Il migliore e più innovativo uso della guerra psicologica deve essere però attribuito alle trasmissioni della British Broadcasting Corporation (BBC). Tra maggio e settembre 1940, quando l’invasione dell’Inghilterra ormai imminente, un programma regolarmente trasmesso dalla BBC, indirizzato agli ascoltatori tedeschi, iniziò una serie di lezioni in inglese a favore dei potenziali invasori. Le speaker spiegavano le ragioni per le quali sarebbero state utili ai soldati del Reich conoscere un po’ di inglese e, nel contempo, enunciava delle frasi del tipo: “la nave sta affondando” ed ancora “ripetiamo insieme – io brucio, egli brucia, ecc…”. Nonostante la relativa crudezza del prodotto radiofonico prescelto dagli inglesi, rimane il fatto che lo stesso si è rivelato molto efficace. Le frasi concernenti il “bruciare nel Canale d’Inghilterra” sembrarono infatti confermare le insistenti voci che gli agenti britannici infiltrati stavano diffondendo tra le truppe tedesche sul consistente; queste facevano appunto riferimento ad un collaudato sistema che avrebbe consentito ai britannici di incendiare gran parte del canale qualora Hitler avesse lanciato l’invasione. Sebbene privi di fondamento, questi messaggi furono così ben pianificati e altrettanti abilmente disseminati che testimonianze raccolte fanno intendere come alcuni reduci tedeschi fossero ancora convinti, a distanza di decenni della loro veridicità.

 

 

COREA

 

 

Forte dell’esperienza maturata nel corso della seconda guerra mondiale, la cellula Progetti Speciali della branca G-2 divisionale, a sua volta inserita nel Comando USA in estremo oriente, iniziò ad effettuare le trasmissioni radio ed il lancio di volantini in Corea del Sud proprio all’indomani dell’intervento del Nord a sud del 38° parallelo.

 

Si può dire che è passata nell’opinione pubblica la visione americana di questo conflitto come “invasione” da parte del Nord comunista[23] nei confronti del Sud “democratico”.[24]

 

Le origini di questo conflitto hanno origine dagli equilibri che sono sorti alla fine della seconda guerra mondiale, in una fase dove la Rivoluzione Proletaria Mondiale passava dalla fase della difensiva strategica a quella dell’equilibrio strategico, con la formazione del campo socialista, la rivoluzione cinese e l’avvio delle lotte di liberazione nazionale.

 

Per entrare nei particolari bisogna partire da una data ben precisa: il 14 novembre 1947 quando una risoluzione ONU, fortemente voluta dagli Stati Uniti, indisse per il 10 maggio dell’anno successivo le prime 3 aprile “elezioni “democratiche” di Corea, dopo più di trent’anni di dominazione giapponese. L’evento non incontrò il favore dei partiti comunisti coreani, né dell’Unione Sovietica, che dal 1945 aveva liberato la parte nord della penisola in modo da favorire un governo di ispirazione socialista. Il partito comunista del Sud, contrario alla divisione del paese e alle elezioni-truffa, decise di indire per l’1 marzo una giornata di mobilitazione che non ebbe mai luogo a causa dell’arresto di 2500 militanti politici nei giorni precedenti.

 

Il 3 aprile, nell’isola sudcoreana di Jeju, il partito promosse una sommossa contro l’occupazione militare americana e le forze di polizia locali, giudicate conniventi col precedente regime giapponese. Gli effetti furono devastanti: gli insorti attaccarono 11 stazioni di polizia e 85 uomini tra poliziotti e ribelli persero la vita, mentre i 3000 soldati inviati dal governo in sostegno delle forze dell’ordine si ammutinarono il 29 aprile, consegnando le armi ai dimostranti.

 

Il 10 maggio, con l’elezione di Syngman Rhee, già presidente del governo provvisorio in esilio e appoggiato da tutto il blocco occidentale, la repressione sull’isola di Jeju si fece incalzante. I guerriglieri comunisti crearono le proprie basi strategiche sulle montagne, lasciando alle truppe governative il controllo delle città costiere, e riportarono numerose vittorie nonostante fossero non più di 4000 e male equipaggiati. Alla fine del 1948 i rivoltosi erano definitivamente schierati con la Corea del Nord, alla quale chiedevano di essere uniti, mentre le truppe del sud si componevano principalmente di paramilitari anticomunisti e rifugiati nordcoreani.

 

Il 25 giugno 1949 furono inviati dal governo sudcoreano quattro nuovi battaglioni, che nel giro di poche settimane riuscirono a soffocare nel sangue la rivolta comunista, arrivando a ucciderne uno dei leader, Yi Tuk-ku, il 17 agosto. Si dice che circa il 70% dei villaggi dell’isola fu dato alle fiamme, e che le truppe governative si resero colpevoli di omicidi, stupri e violenze di ogni tipo sotto lo sguardo inerte dell’esercito statunitense. Gli storici locali stimano che circa 2500 isolani furono uccisi tramite esecuzione nelle settimane successive alla pacificazione.

 

Dopo l’attacco della Corea del Nord nel 1950, grande attenzione fu posta dai servizi segreti sudcoreani nei confronti dei prigionieri politici comunisti, in particolare delle migliaia di Jeju, suddivisi in quattro gruppi (A, B, C, D) sulla base della supposta pericolosità. Il 30 agosto 1950 un ordine scritto dell’ufficiale superiore dell’intelligence navale sudcoreana ordinò l’esecuzione degli appartenenti ai gruppi C e D tramite fucilazione non più tardi del 6 settembre.

 

Le vittime certificate del massacro sull’isola di Jeju furono 14.373, ma si stima che il totale possa raggiungere le 30.000, mentre alcuni storici locali ne hanno quantificato addirittura 60.000.[25]

 

Nel corso della guerra di liberazione, davanti ai gravi pericoli che minacciavano il paese, si sviluppò un processo di unificazione e consolidamento di tutte le forze patriottiche, democratiche e amanti della pace della Corea.

 

Nel giugno 1949 era stato fondato il Fronte unico patriottico democratico. Al suo congresso costitutivo presero parte i rappresentanti di 72 partiti e organizzazioni sociali della Corea settentrionale e meridionale. Il congresso si rivolse al popolo coreano con una dichiarazione contenente un programma concreto per l’unificazione pacifica del paese e per assicurare l’indipendenza nazionale e lo sviluppo democratico.

 

Tra le condizioni principali figuravano le seguenti: ritiro immediato delle truppe americane, cessazione dell’attività della commissione dell’ONU per la Corea, elezioni contemporanee al nord e al sud per un unico organo legislativo del paese.

Un avvenimento importante per la vita politica del paese fu l’unificazione, avvenuta nel giugno del 1949, del Partito del lavoro sudcoreano e di quello nordcoreano in un unico Partito del lavoro della Corea.

 

Il 20 luglio 1949 gli operai della Corea del sud proclamarono uno sciopero di solidarietà con le decisioni del Fronte unico patriottico democratico. Essi furono sostenuti dai contadini, da vasti strati di intellettuali e della piccola e media borghesia. In molte città e in molti villaggi, nonostante la repressione, ebbero luogo comizi e dimostrazioni.

 

Il movimento partigiano s’intensificò, accompagnato da rivolte contadine.

 

In queste condizioni, le autorità di Syngman Rhee oltre a intensificare il terrore, a lanciare spedizioni punitive nelle regioni partigiane per infierirvi ferocemente, presero misure per minare il movimento dal suo interno. Insinuarono i loro agenti negli organi dirigenti delle organizzazioni di partito, delle formazioni partigiane e inscenarono provocazioni.

 

Nello stesso tempo affermavano che sarebbe stata fatta la riforma agraria, per la quale starebbe già stata preparando la relativa legge.

 

Tutto ciò contribuì ad affievolire il movimento partigiano e alla fine del 1949 i centri fondamentali erano sottomessi.[26]

 

Nel corso dell’autunno del 1950 la Prima Compagnia di disseminazione (audio e volantini) si schierò nella Corea del Sud. Questa Compagnia avrebbe così, ininterrottamente da quel momento fino alla fine delle ostilità, operato al servizio dell’Ottava Armata come Unirà tattica di guerra psicologica. La Prima Compagnia utilizzò degli altoparlanti montati su veicoli terrestri e su mezzi aerei, al fine di diffondere i messaggi vocali nel modo più efficace possibile. Rimasero comunque i volantini, in analogia a quanto accaduto nei precedenti conflitti che hanno visto il coinvolgimento degli USA, il mezzo di dissuasione maggiormente utilizzato, i temi riportati su questi ultimi riguardavano la convenienza ad arrendersi, il buon trattamento che gli Stati Uniti riservavano ai prigionieri, la nostalgia della casa lontana e della famiglia.

 

 

VIETNAM

 

 

Le operazioni psicologiche si può dire che furono attuate da entrambe le parti. Ad Hanoi operava l’emittente Hanoi Hanah che trasmetteva giornalmente un programma di musica, abbinata a messaggi riportanti la visione politica presente nel Vietnam del Nord assieme ad altre notizie sconfortanti per le truppe USA.

 

Gli USA controbattevano con i loro programmi radiofonici e con la disseminazione di volantini.

 

Nel Vietnam gli USA condussero massicci attacchi aerei contro obiettivi militari e civili che avevano l’obiettivo strategico di ottenere degli effetti sotto il punto di vista psicologico; si riproponevano infatti di costringere i leader del Nord a negoziare la “pace” (ovvero capitolazione nei confronti dell’imperialismo USA) in tempi brevi ed a condizioni favorevoli.

 

Nel Vietnam ha operato il ben noto specialista di guerra psicologica (nonché esponente di sette sataniche come la Chiesa di Satana e il Tempio di Set), Michael Aquino.

 

Gli Stati Uniti stavano sperimentando dei sistemi d’arma ad alta tecnologia, utilizzando delle basse frequenze. Il famigerato Delgado nell’ambito del programma MK-ULTRA determinò che “il controllo fisico di molte funzioni cerebrali è un dato di fatto dimostrato… è anche possibile creare e gestire le intenzioni… con la stimolazione elettronica di strutture cerebrali specifiche, i movimenti possono essere indotti da comando radio… con il telecomando”.[27]Secondo un documento scritto dal colonello Paul Vallee e dal maggiore Aquino, intitolato From PSYOP to Mindwar: The Psychology of Victory, l’esercito statunitense aveva utilizzato un sistema d’arma operativo per mappare le menti di individui neutrali e nemici, e quindi modificarli secondo gli interessi dell’imperialismo USA. Questa tecnica sarebbe stata la causa della resa di 29.276 Vietcong e di soldati dell’esercito del Vietnam del Nord, tra il 1967 e il 1968. La marina degli Stati uniti era anch’essa pesantemente coinvolta nella ricerca psicotronica.[28] Molti dei soldati statunitensi che prestavano servizio nella zona che divideva il Sud dal Nord Vietnam, affermarono di vedere UFO regolarmente. I Pentagon Papers rivelarono che una barriera elettronica fu posta lungo la zona di confine dalla società JASON.[29] Il maggiore Aquino era come si diceva prima uno specialista della guerra psicologica, dove la sua unità nel Vietnam era specializzata nella stimolazione attraverso le droghe, il lavaggio del cervello, le iniezioni di virus, di impianti cerebrali, l’ipnosi, l’uso dei campi elettromagnetici e le onde radio a frequenza estremamente bassa.

 

Nonostante l’uso di tutti questi strumenti alla fine della fiera si rilevò un fallimento poiché non riuscì a dissuadere la Resistenza vietnamita nel continuare le ostilità contro l’imperialismo USA e giungere alla fine alla vittoria.

 

Sconfitta determinata fortemente da come gli americani concepivano la guerra.

 

Se si considera lo sviluppo della guerriglia dal 1945 in poi, si deve constare che solo dopo la guerra di Corea gli americani hanno cominciato a tener conto di questa forma di lotta, benché dal punto storico la conoscessero già da molto tempo. Tanto nella guerra d’indipendenza americana (1775-1783) quanto nella guerra civile (1861-1865) si era sviluppata un’intensa attività guerrigliera. Tuttavia, malgrado una breve periodo di guerriglia in Estremo Oriente durante la seconda guerra mondiale, la mentalità americana era dominata fino agli anni ’50 dall’idea della grande guerra regolare, dalla concezione perfezionistica della guerra tecnica spinta quasi alla perfezione, di una strategia di precisione con l’impiego di un’immensa quantità di materiale e di regolari eserciti di massa.

 

Le vittorie ottenute nelle due guerre mondiali, in fondo senza perdite e gravami eccessivi, avevano portato gli americani a credere che la guerra moderna fosse soprattutto lo sviluppo di un calcolo matematico, il compito di una logistica ben funzionante (produzione e organizzazione, calcolo dello spazio e del tempo, coordinamento, concentrazione, accostamento del nemico, azioni di combattimento), un semplice problema di opportuna concentrazione di materiale, con un incessante afflusso di rifornimenti.

 

Gli avvenimenti della guerra di Corea (1950-1953) e le azioni di guerriglia, per lo più vittoriose, che dopo il 1945 si andavano intensificando in tutto il mondo, costrinsero gli americani, soprattutto nel periodo di Kennedy, a un nuovo orientamento e li spinsero a studiare più profondamente la teoria e la prassi della guerriglia.

 

La progressiva emancipazione politica e sociale dei popoli Tricontinente, le vicende della guerra di Corea, l’importanza e il peso assunti dalla Cina con la vittoria della rivoluzione di nuova democrazia (1949) e non ultima la rivoluzione cubana (1959), fecero maturare nei circoli dirigenti degli USA la decisione di battere il nemico con le sue stesse armi, ossia di contrapporre alla guerriglia la controguerriglia.

 

I principali esponenti della controguerriglia americana divennero i corpi speciali, gli Special Focers. Fondati nel 1952, sotto la presidenza Eisenhower, come unità scelte per la lotta contro le formazioni di guerrigliere in tutto il mondo, la loro forza sotto la presidenza Kennedy, arrivò a 4.600 unità. Alla fine della feria furono un fallimento.

 

Il generale nordvietnamita Nguyen Van Vinh riteneva nel 1966 di poter constare il fallimento di queste forze speciali americane: “La special warfare americana nel Vietnam del Sud è sostanzialmente fallita, dopo essere stata sperimentata per più di tre anni con strategie e tattiche diverse, con nuove armi e nuove tecniche, accompagnate da metodi estremamente crudeli: i loro principali sostegni, le truppe e l’amministrazione del governo fantoccio, sono anch’essi in decadenza; il sistema dei “villaggi strategici”, ch’essi consideravano la loro spina dorsale, è stato in sostanza distrutto; la tattica degli elicotteri e dei mezzi anfibi, che erano considerati più agili e più facilmente manovrabili, è stata un fiasco solenne; le città, e altri territori temporaneamente occupati, che erano stati considerati dagli aggressori come le loro più sicure retrovie, sono accerchiati, notevolmente ridotti in estensione, e davanti all’incessante lotta politica condotta nelle città e nelle campagne da milioni di uomini del popolo si trovano in pieno scompiglio; il carattere neocolonialista dell’imperialismo USA è stato smascherato agli occhi di tutto il mondo; gli sforzi del nemico per arginare e isolare la lotta del popolo sudvietnamita, e per compiere atti di sabotaggio nel Vietnam del Nord mediante commandos di truppe del su, sono miseramente falliti”.[30]

 

L’insuccesso delle Special Force americane come delle operazioni di guerra psicologica è stato determinato essenzialmente dall’appoggio alla resistenza vietnamita da parte delle masse popolari di questo paese.

 

   In una guerra come quella vietnamita che ha assunto la forma di guerra popolare l’esito del conflitto non è stata determinata dalla semplice forza delle armi, dalle operazioni militari o dalle operazioni di guerra psicologica, bensì dall’atteggiamento rivoluzionario delle masse popolari vietnamite del campo civile insomma. In altre parole: l’uomo, e il suo vigore psichico è più importante dei materiali, l’elemento decisivo non è il computer, bensì la personalità, l’abnegazione individuale, la capacità di sacrificare tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA PRIMA GUERRA DEL GOLFO

 

 

 

La prima guerra del Golfo (1991) introdusse un concetto completamente nuovo su come usare la tecnologia e le forme di comunicazione multimediale a favore delle operazioni psicologiche tramite le trasmissioni radio e TV, i volantini e i messaggi vocali diffusi con gli altoparlanti, usarono i temi della fratellanza araba, dell’isolamento dell’Iraq dal resto del mondo islamico, dello strapotere aereo della coalizione per indurre un gran numero di soldati iracheni a disertare.

 

Una delle tattiche più efficaci fu quella di lanciare dei volantini su una determinata Unità informandone i componenti che, nell’arco di 24 ore, sarebbero stati bombardati e che l’unica soluzione per evitare la distruzione sarebbe stata la resa. In un periodo di sette settimane circa 29 milioni di volantini, di almeno 14 tipologie diverse, furono disseminati dietro le linee irachene, raggiungendo circa il 98% dei 300.000 soldati iracheni schierati. Il 4° gruppo PSYOP cominciò a trasmettere il programma radiofonico Voice of the Gulf il 19 gennaio 1991 e operò continuamente fino al 1° aprile dello stesso con più di 540 ore totali di trasmissione.

 

Anche gli iracheni fecero operazioni di guerra psicologica. Scelsero un nome di donna (analogamente a quanto successo negli altri grandi conflitti) Baghdad Betty, per effettuare trasmissioni radiofoniche di propaganda e di dissuasione nei confronti delle forze avversarie. Una mancanza da parte degli iracheni fu che in questo tipo di operazioni non occorre conoscere solamente le dinamiche comportamentali dell’uomo, ma anche i valori e i costumi delle varie culture. Basti pensare che in una delle trasmissioni di Baghdad Betty sarebbe stato inviato un messaggio ai soldati statunitensi che li informava di come le loro mogli, rimaste sole nella lontana madrepatria, si tesso consolando cedendo alle lusinghe di personaggi del calibro di Tom Cruise, Brad Pitt e Bart Simpson. Ebbene, senza pensare a quanto sia ridicolo potesse essere per i soldati americani il solo fatto che le loro mogli fossero avvicinate da divi del cinema, l’errore madornale, che valse per sempre l’attendibilità dell’emittente, è stato commesso nel momento in cui, nonostante le probabili ricerche fatte nella cultura statunitense, fu l’inserimento di un personaggio dei cartoni animati (Bart Simpson) è stato inserito tra i potenziali seduttori.

 

Ma l’errore fondamentale da parte commesso da Saddam Hussein e dal suo stato maggiore va al di là delle singole questioni di tattica e strategia(o degli errori nelle operazioni di guerra psicologica): essi hanno ignorato il fatto che sia i soldati che i civili iracheni erano stremati da otto anni di guerra contro l’Iran (che ha fatto almeno un milione di morti) e, sotto le manifestazioni di appoggio alle sue scelte, vi era scarso entusiasmo nell’affrontare un’altra guerra, dimostratasi molta più dura della prima.

 

   Per di più – quando dopo l’invasione del Kuwait Saddam Hussein restituiva all’Iran, per farselo alleato, il territorio conquistato in guerra e accettava il ritorno al Trattato di Algeri (1975) concernente la demarcazione dello Shatt el Arab – venivano a cadere le motivazioni patriottiche che l’avevano giustificata, demoralizzando l’esercito che aveva combattuto anni pagando un altissimo prezzo. Un altro colpo mortale al morale delle truppe, immobilizzate per sei settimane sotto i devastanti bombardamenti, veniva dall’annuncio di Saddam Hussein, trasmesso per radio mentre esse erano attaccate dalle forze terrestri statunitensi, che l’Iraq rinunciava alle sue rivendicazioni sul Kuwait e ritirava le sue truppe incondizionatamente.

 

   È nel complesso di questi fattori che va ricercata la ragione di quella che fu definita la “mancanza di volontà di combattere” dimostrata i soldati iracheni.

 

 

 

 LE ATTIVITA’ DA PARTE DEI SERVIZI SEGRETI ITALIANI NEGLI ANNI ‘ 60 IN MATERIA DI GUERRA PSICOLOGICA[31]

 

 

A sviluppare le attività di guerra psicologica ci furono personaggi come il generale Magi Braschi.[32]

 

Magi Braschi era non solo un fiduciario della CIA di alto livello, ma era considerato il maestro della guerra psicologica in Italia. Inoltre, aveva buoni rapporti con Ordine Nuovo, tanto che partecipava assiduamente anche ai loro incontri.

 

Nato a Genova nel 1917 morì nel maggio 1995. Magi Braschi bek 1981 diventa presidente del capitolo italiano della Lega anticomunista mondiale, la WACL.

 

Per alcuni anni, dall’agosto 1971 al maggio 1975, è spedito in India, ma rientra spesso in Italia. Forse è solo una coincidenza, ma proprio durante la sua permanenza in India nasce a Verona il gruppo italiano Ananda Marga (Via della beatitudine eterna), alla quale aderirono alcuni membri del nucleo ordinovista veronese attratti dalle filosofie e dal settarismo esoterico, un laboratorio speciale di trasformazione delle personalità per i servizi adibiti alla guerra psicologica.

 

Bisogna dire per correttezza, che i rappresentanti ufficiali di Ananda Marga anno sempre negato ogni tipo di rapporto con elementi, ordinovisti e nazisti. Ananda Marga c’è stato è un tentativo da parte dell’estrema destra di depistare, anche se non nega c’è stato un tentativo di infiltrarsi nel gruppo. Quando si sono resi conto dell’impossibilità, per loro, di assumere incarichi significativi all’interno del gruppo, hanno rinunciato ad infiltrarsi diffondendo nel contempo teorie come quella del fuoco purificatore, che non significa assolutamente niente per loro, e affermano di non capire come qualcuno possa averla associata alla filosofia dell’Ananda Marga.[33]

 

Non sarebbe la prima volta che i servizi segreti, attraverso persone a loro vicini, tentino di infiltrare sette o organizzazioni esoteriche/mistiche per i loro fini. E che questi tentativi avvengano senza che la stragrande maggioranza degli aderenti sappia qualcosa (magari attuando l’emarginazione o addirittura l’eliminazione di chi si oppone ai loro piani).

 

Magi Braschi nella sua casa sul lago di Bracciano, nei pressi della capitale, della quale facevano parte un immenso giardino di 14.000 metri quadrati e un pezzo di lago, Magi Braschi avevano allestito un altare formato da un’enorme spada medievale piantata su un piedistallo e una Bibbia. Nella sua biblioteca, il fondatore della guerra psicologica dell’esercito italiano teneva molti volumi sul reverendo Moon, Osho e il culto dei morti tibetano.

 

Magi Braschi è seguace di Giuseppe Aloja, il generale sostenuto da Ordine Nuovo. Il suo nome non poteva mancare tra i relatori del convegno sulla guerra rivoluzionaria organizzato dall’Istituto Pollio: in questo convegno si discusse di guerra rivoluzionaria non ortodossa, quella che a un esercito molto preparato, militarmente attrezzato, oppone un esercito che non ha le medesime forze e si muove in modo asimmetrico, utilizzando la guerriglia. Se ne parlava molto negli ambienti militari negli anni ’60, soprattutto dopo la sconfitta della Francia in Indocina quando la guerra rivoluzionaria attuata dai comunisti vietnamiti aveva vinto sul potente esercito francese. Magi Braschi è un autentico osservatore di questi fenomeni e la sua ossessione è quella di trovare le armi più adatte per l’esercito anticomunista. Lui non ha dubbi: l’arma non ortodossa della guerra psicologica. Da questo punto di vista, tradisce la natura di classe della sua impostazione, dove riduce, il tutto ha una tecnica (utilizzo delle forze speciali miste militari/civile e soprattutto alla guerra psicologica). Come si diceva prima il fallimento di questa impostazione nel Vietnam ne è l’esempio evidente.

 

Maggi Braschi, per approfondire l’argomento della guerra psicologica studiò molto e fece un corso presso la Pro Deo, l’Università Cattolica. Questa disciplina era insegnata da un belga molto famoso: padre Felix Morlion, uomo di Chiesa ma anche agente del servizio segreto militare americano che gestiva una rete di nazisti (spacciati per ex) nella quale membro di rilievo era Karl Hass, il nazista che lavorava per il CIC.

 

Le quotazioni di Maggi Braschi sono molto alte che il SIFAR apre un ufficio per la guerra non ortodossa e glielo lo affida.

 

La documentazione dei documenti del Centro Alti Studi Militari (CASM) può fornire delle interessanti connessioni per la comprensione degli avvenimenti che vanno dalla caduta del governo Tambroni nel luglio 1960, passando per i convegni della Lega della Libertà che si svolsero nel dicembre 1960 a Parigi e nel novembre 1961 a Roma, i fatti inerenti al generale De Lorenzo nel 1964, il convegno dell’istituto Pollio e la nascita dei Nuclei di Difesa dello Stato.[34]

 

Il documento più interessante è il reperto n. 34 “La guerra psicologica nel campo nazionale e nel quadro dell’Alleanza Atlantica. Sua organizzazione negli aspetti difensivo ed offensivo”. Curato dal CASM nel 1962.

 

La relazione in copertina porta le firme dei generali Aldo Magri e Mario Peca dell’esercito, del gen. Francesco De Micheli dell’aviazione e del contrammiraglio Mario Gambetta, non è da escludere che essi siano stati solo i presentatori del testo, mentre gli estensori siano stati altri ufficiali di grado meno elevato.

 

Sia questa relazione (assieme ad altre che furono prodotte) fu il prodotto della collaborazione fra il Nucleo Guerra Psicologica del SIFAR e il CASM.

 

È interessante per capire la visione del mondo degli estensori del documento e quando elenca le case editrici presunte fiancheggiatrici del PCI (Einaudi, Feltrinelli, Parenti e Laterza). È interessante e significativo il fatto che mette nell’elenco delle case editrici che fiancheggiano il PCI la casa editrice Laterza che se l’ispirazione di sinistra dell’Einaudi e della Feltrinelli non è mai parsa in discussione, l’inclusione fra i fiancheggiatori del PCI della casa editrice di Benedetto Croce era cosa meno infrequente a rinvenirsi anche nella più accesa stampa anticomunista del tempo.

 

Dal rapporto del CASM emerge qual è la psicologia delle gerarchie militari del tempo, soprattutto quando a pag. 101 si legge uno stizzoso commento che attribuisce il decadimento del prestigio delle forze armate <non solo all’esito sfortunato del conflitto ma anche alla propaganda antimilitarista ‘dalla diffusione di notizie scandalistiche nei confronti dell’ambiente militare, dalla pubblicazione di memoriali diari e polemiche coinvolgimenti vicende e personaggi militari, dalla programmazione di films italiani e stranieri a sfondo denigratore e antimilitarista’> la dice lunga, sulla frustrazione di una casta militare afflitta dai complessi per un non glorioso passato recente e avvolta nella retorica del “mancò la fortuna, non il valore”, che preferiva attribuirne la causa del decadimento dell’esercito italiano a film come L’armata s’agapò di Renzi ed Aristarco e senza dubbio a quello più “pericoloso” Il comandante con Totò.

 

Da qui emerge la mentalità di una casta militare che cerca un proprio “riscatto” in un conflitto in parte immaginario. Con questo non intendo dire che la cosiddetta guerra fredda che vide il conflitto tra l’URSS e il mondo imperialista sotto la guida dell’imperialismo USA fosse un conflitto immaginario, esso vide anche momenti di conflitto aperto e convenzionale, ma neanche occasioni di guerra occulta e “non ortodossa”. Immaginaria fu la ricostruzione di scenario fatta dai comandi militari occidentali, che assimilando totalmente le ragioni del conflitto politico, ideologico e sociale interno, a quelle di quello che definivano l’espansionismo sovietico, cancellarono ogni margine di legittimazione ai partiti comunisti occidentali, considerati “quinte colonne”.

 

Questa riduzione del conflitto politico, ideologico e sociale – che è fisiologico in ogni democrazia borghese – a mero mascheramento dell’attività avversaria, comportava una corrispondente riduzione della politica a una logica militare. I postulati della guerra psicologica rappresentavano in un’inversione della posizione di Clausewitz: la guerra non è più la prosecuzione con altri mezzi ma il contrario, ovvero “La politica è una prosecuzione della guerra con altri mezzi”.

 

In questo quadro, le gerarchie militari ritengono di essere le uniche ad avere compreso la portata del “pericolo comunista”, mentre il ceto politico si attarda nei giochi di una senescente democrazia, incapace di produrre un’efficace azione di contrasto.

 

È emblematico delle idee correnti fra le gerarchie militari atlantiche il testo del CASM soprattutto dove si afferma che <L’Occidente, che nel campo militare uno sforzo poderoso e profuso somme ingenti per creare una efficace barriera al dilagare dell’imperialismo sovietico, non ha saputo, viceversa reagire al nuovo e diverso indirizzo che i Sovietici hanno al loro programma di dominio mondiale> (p. 49).

 

Quello che vogliono dire i militari e che l’URSS, constata la superiorità occidentale nel campo degli armamenti convenzionali <ha preferito orientare e concentrare la propria azione di espansione politica su una azione psicologica intensa… Tanto da poter affermare che, se fino al 1949 la minaccia comunista era essenzialmente militare e europea, oggi essa si è trasformata in un pericolo, più che militare ed politico, economico ed ideologico estesosi dall’Europa al mondo intero> (p. 50).

 

Lo svantaggio occidentale sarebbe prodotto anche dalla diversa visione del problema <Infatti, mentre l’Unione Sovietica lo ‘vede’ da professionista e conseguenza lo sviluppo, anche perché al riguardo ha un’esperienza che risale ai primordi della sua rivoluzione dispone di uomini particolarmente versati e preparati, l’Occidente lo ‘vede’ con occhio da dilettante e vi si dedica con sistemi che si potrebbero definire artigianali.

 

   Il quadro dell’irrazionalità del comportamento delle Democrazie occidentali è completato dal fatto che, mentre da una parte esse si trovano nella pratica impossibilità di svolgere una efficace propaganda nei Paesi del Blocco Orientale, dall’altra concedono ai partiti comunisti interni, notoriamente operanti su             direttiva sovietica, larghissime libertà costituzionali delle quali essi si avvalgono non solo per sostenere la linea d’azione del Comunismo internazionale, ma perfino per attaccare in ogni modo l’azione politica dei propri governi e per denigrare, ad ogni occasione l’Occidente e le sue alleanza: veri e propri Cavalli di Troia dei quali, a differenza di quello omerico, è perfettamente noto il contenuto e che, ciononostante permangono e prosperano nel Mondo libero”. (r. 34 pp. 52-3).

 

Nella loro visione militarista i ceti militari vedono l’azione rivoluzionaria come pura tecnica che deve essere compiuta da professionisti. Perciò niente contenuti politici, niente ruolo delle masse. Vedono i partiti comunisti e il loro agire politico come quinte colonne dell’URSS senza nessuna autonomia e partendo da questo assunto intravedono l’azione di contrasto della loro azione prima di tutto con un opera di delegittimazione nei loro confronti poiché “estranei dalla nazione” e perciò di conseguenza bisogna lasciare da parte nei loro confronti ogni garanzia democratica, trascurando il loro ruolo determinante nella lotta antifascista e antinazista.

 

Ma se questo è la situazione in Occidente, ancor più grave nella visione di questi gallonati , la situazione in Italia è ancora più grande <La situazione politica italiana è caratterizzata dalla esistenza di un partito comunista, forte ed in continua espansione asservito all’Unione Sovietica. Esso sostiene apertamente di perseguire la conquista del potere secondo il naturale processo democratico, ma, in realtà agisce secondo un disegno strategico nel quale i pretesti di legalità e di piena obbedienza costituzionale non rappresentano altro che uno dei momenti nella cronologia e nella metodologia dell’offensiva comunista contro lo Stato e la Società italiana< (R. 34 p. 79).

 

Perciò <Oggi in Italia è imperativo ed urgente per la salvezza del nostro avvenire, delle istituzioni democratiche e dell’intero paese, arrestare l’infiltrazione del comunismo e respingerlo dalle posizioni che ha conquistato. Occorre quindi preparare, organizzare con mezzi necessari e mettere in atto un piano di operazioni psicologiche a carattere non solo difensivo ma anche offensivo> (R. 34 p. 115).

 

Bisogna fare alcune precisazioni: nei documenti del SIFAR per “operazione psicologica difensiva” si deve intendere un’operazione compiuta in ambito nazionale (o comunque atlantico) come risposta alla propaganda comunista, mentre per “offensiva” sta per iniziativa occidentale rivolta all’opinione pubblica dei paesi socialisti. In questo caso il significato è diverso: in entrambi i casi si sta parlando di iniziative da svolgersi all’interno del paese, per cui, per cui, operazione “difensiva” assume il significato più letterale di risposta alla propaganda comunista, mentre “offensiva” ha il significato di un contrattacco propagandistico finalizzato al ridimensionamento del PCI.

 

Le gerarchie militari si sentono investite dal compito di ispirare e guidare l’attacco a un partito legale, che ha acquisito un ruolo determinante nella vita nazionale italiana, per via del ruolo che ha svolto nell’antifascismo e nella Resistenza, un partito che rappresenta un quarto dell’elettorato, nell’intento dichiarato di impedirli la conquista legale del potere attraverso le elezioni.

 

Nel loro ruolo di condottieri della lotta anticomunista, i comandi militari sono indotti a guardare alla classe politica come a un peso morto: gente che ha (o forse non vuol comprendere, per meschini elettoralistici) la portata della minaccia <Malgrado sia stato ripetutamente dichiarato dai nostri governanti che l’indirizzo della politica governativa non può essere che di netta contrapposizione al comunismo, ma, nei fatti e nell’azione è apparso che questo indirizzo politico sia stato sviluppato e seguito con il vigore e la decisione che dichiarazioni stesse promettevano.

 

   Troppo spesso i comunisti con i loro atteggiamenti, le loro dichiarazioni e le loro minacce, sia in Parlamento che in piazza, si sono posti contro la legge. Ma mai nei fatti nei loro riguardi si è saputo o si è voluto intervenire con il rigore necessario, ciò che li ha incoraggia a persistere nella loro azione illegale” (R. 34 p. 108-9).

 

Non si poteva essere più chiari di così. Si afferma che la classe politica italiana è incapace di combattere il comunismo, che con quest’atteggiamento alla fine della fiera “pugnala alla schiena” la casta militare deputata a combatterlo (lo stesso atteggiamento avuto nei confronti dei rispettivi ceti politici da parte del fascismo in Italia e dal nazismo in Germania).

 

Nel 1962 ci sono stati dei fatti che hanno determinato un indebolimento di quello che si potrebbe essere definito il “partito della controinsorgenza” in ambito NATO.

 

Nel dicembre del 1962 il governo Adenauer cadeva e Strauss era estromesso.

 

Sempre nel 1962, si ha la chiusura della guerra di Algeria – con gli accordi di Evian – aprendo così un processo a catena per il quale il generale De Gaulle, dopo aver cominciato a depurare l’esercito francese e i servizi segreti dagli elementi più sospetti di collusioni con l’OAS (e con la NATO), arrivando nel 1966 con l’uscita della Francia dalla NATO, pur confermando l’adesione all’Alleanza Atlantica.

 

Si aprì all’inizio degli anni ’60 una divisione all’interno dei gruppi dirigenti dei paesi occidentali, tra i fautori dell’oltranzismo atlantico e quelli – approfittando del prevalere della presa del potere da parte dei revisioni nell’URSS e nel Movimento Comunista Internazionale – che volevano portare avanti una politica di distensione con l’URSS.

 

Questo scontro vide il ridimensionamento dell’area dell’oltranzismo atlantico, sempre meno numeroso nelle sfere politiche (pur rimanendo predominante negli ambienti militari e dunque, in sede NATO), anche a causa dell’affermarsi di governi di Centro – sinistra in Europa (nel 1961 in Belgio, nel 1963 in Italia, nel 1964 vittoria del laburisti inglesi, 1966 in Germania, 1969 vittoria in Germania dei socialdemocratici).

 

Quale fu l’evoluzine “del partito della controinsorgenza” a questa evoluzione del quadro politico sono note solo parzialmente e per il resto si possono fare solo delle ipotesi. Dalla documentazione emersa di diversi convegni (come il convegno c/o l’Istituto Pollio) si ha la netta percezione di un articolato piano politico—organizzativo (costituzione di un comando misto politico-militare, creazione di milizie irregolari, coordinamento internazionale dei servizi di “sicurezza”, formazione di una agenzia per gli aiuti ai paesi “sottosviluppati” ecc.) che avrebbe dovuto avere un carattere prevalente istituzionale anche se, talvolta semiclandestino. Alcune idee di quel programma trovarono una realizzazione istituzionale, altre invece restarono irrealizzate o assunsero forme abbastanza diverse nelle quali prevaleva la dimensione clandestina: ad esempio il piano Chaos o l’esperienza dei Nuclei di Difesa dello Stato che hanno visto all’opera i vari servizi segreti e che presentano aspetti che sono convergenti con le teorie controinsurrezionaliste (si teorizzava di usare le stesse armi dell’avversario), è difficile stabile quale livello istituzionale era coinvolto in questi progetti. Per esempio: il piano Chaos era un’iniziativa della sola CIA o era coinvolto il governo USA? O solo alcuni settori della CIA? I Nuclei di Difesa dello Stato furono un’iniziativa che coinvolse solamente le gerarchie militari, magari con approvazione dei comandi NATO, oppure vide il coinvolgimento di settori del mondo politico (e se si quali?)?

 

E quasi certo che i settori più oltranzisti nell’anticomunismo abbiano trovato un coagulo ideologico e organizzativo nelle attività delle organizzazioni anticomuniste come la Lega della Libertà e il WACL.

 

Si può affermare quasi certamente che la Lega della Libertà sorse iniziativa di ambienti atlantici, di cui costituì, per qualche tempo l’espressione ufficiosa di essi, ma in seguito divenne una sorte di gruppo di pressione – a callo fra apparati burocratici-militari e destra politica – finalizzato a contrastare la politica distensione a livello internazionale e di apertura a sinistra sul piano dei singoli paesi.

 

Certamente la parte più interessante dello studio del CAS (R. 34) è quella riguardante lo sviluppo dell’azione “di contrasto”.

 

Il 12 agosto 1958, il Governo (all’epoca presieduto da Amintore Fanfani) aveva trasmesso, alla Presidenza del Senato, il disegno di legge n. 94 inerente alle “Attribuzioni degli Organi del Governo della repubblica e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dei Ministeri”. Tale disegno di legge (che resterà inapprovato) offriva alle gerarchie militari – spalleggiate dal Ministro della Difesa che all’epoca era Giulio Andreotti – l’occasione per porre il problema della “difesa psicologica” ed istituendo una organizzazione ad hoc presso la Presidenza del Consiglio <A seguito di azione originata e tenacemente perseguita dalle autorità militari sin dal 1958, la Presidenza del consiglio dei ministri, nel marzo del 1961 (lettera 63742/11923/Ris del 17.3.1961 diretta al Ministero della Difesa) ha riconosciuto la necessità di costituire in Italia un apposito ‘Comitato Misto’ ad alto livello cui affidare lo ‘studio’ dell’attività psicologica nazionale> (R. 34 p. 142).

 

<Soltanto nello scorso (1961) il Ministero della Difesa … ha prospettato alla Presidenza del Consiglio la necessità di dar vita ad un comitato, costituito da rappresentanti di vari dicasteri, al quale venisse affidato di esaminare la situazione del paese ai fini di una difesa psicologica sul piano nazionale> (R. 34 p. 109).

 

Ma il testo lamenta che si era trattato di una concessione di principio, cui non era seguita alcuna misura pratica.

 

Il Ministero della Difesa ebbe la presidenza del costituendo comitato e invitò gli altri ministeri interessati (Esteri, Interni, Poste e telecomunicazioni) a nominare i propri rappresentanti, questi non procedettero a tale nomina. Tutto questo mentre i comandi militari avevano proseguito la loro azione sfornando progetti di “massima” per l’organizzazione del coordinamento delle attività di guerre psicologiche, affiancando e sopravanzando l’azione del Ministero della Difesa.

 

L’organizzazione politica proposta avrebbe dovuto essere permanente, totale (cioè in grado di coprire tutti gli aspetti della vita sociale) e unitaria, cioè diretta e coordinata al più alto livello gerarchico. Ciascun dicastero sarebbe stato responsabile dell’attuazione dei piani nel suo settore d’intervento nel rispetto della distinzione fra piani nel suo settore d’intervento nel rispetto della distinzione fra competenze militari e competenze politiche, pur con l’avvertenza che <… come non ci possono essere precisi confini tra difesa, azione e guerra psicologica, così non ci possono essere compartimentazioni ben marcate tra le competenze e le responsabilità delle autorità preposte. Nel campo della guerra psicologica si possono infatti individuare motivi e moventi di responsabilità prettamente politica, come si possono far risalire alla stretta competenza militare aspetti di difesa psicologica anche in campo nazionale> (R. 34 p. 155).

 

Ovviamente, le più ampie attribuzioni sarebbero state attribuite la Presidente del Consiglio (impartire le direttive generali, sia in tempo di pace che di guerra, e assegnare a ciascun settore della struttura), valendosi dell’ausilio del Comitato interministeriale per la Difesa psicologica (composto dai ministri della Difesa, degli Interni, degli Esteri, della Poste e Telecomunicazioni, del Turismo s spettacolo, dell’Istruzione e Lavoro) e dell’Ufficio centrale della Difesa Psicologica (organo tecnico amministrativo direttamente dipendente al Capo del governo).

 

Ai due organi principali, avrebbero dovuto affiancare un Centro Tecnico addestrativo psicologico con compiti di formazione del personale dirigenziale, tecnico e specialistico dei ministeri, di elaborazione dei regolamenti ministeriali in materia e, più in generale di centro studi.

 

Il Comitato interministeriale sarebbe dovuto essere composto dai titolari dei dicasteri e non da loro rappresentanti, a rilevare l’impegnatività delle decisioni assunte.

L’organismo di maggiore peso sarebbe stato l’Ufficio centrale per la Difesa psicologica che era indicata come il “centro di tutto il sistema organizzativo”.

 

L’UCDP avrebbe dovuto:

 

  • Essere il punto di raccolta delle informazioni sulle attività “psicologiche” avversarie in tutti i settori della vita pubblica.[35]
  • Elaborare gli elementi necessari al Presidente del Consiglio per esercitare le sue funzioni di direzione della guerra psicologica.
  • Preparare il materiale di discussione per le discussioni del comitato interministeriale.
  • Curare l’esecuzione delle decisioni assunte dal Comitato interministeriale, inviando direttive, pini o programmi di dettaglio da inviare ai singoli ministeri.
  • Seguire, per conto del Presidente del Consiglio, l’applicazione delle direttive nei singoli dicasteri.
  • Orientare gli organi informativi militari e civili in relazione ai temi della guerra psicologica.
  • Assicurare il coordinamento con le iniziative in campo NATO.
  • Esercitare azione di guida e di controllo verso il “Centro tecnico di addestramento psicologico”, indirizzandone le attività di studio e ricerca.

 

Presso ogni dicastero, inoltre, si sarebbe dovuto costituire un Ufficio di difesa psicologica – con competenze specifiche interne – che, amministrativamente dipendente dal ministro, lo sarebbe stato “tecnicamente” dal Capo dell’UCDP.

 

Come si vede l’UCDP avrebbe esercitato il monopolio delle informazioni e, insieme sarebbe stato l’ispiratore della stampa considerata amica sia militare sia civile: in sostanza sarebbe dovuto diventare un centro di potere d’importanza strategica senza eguali.

 

Nello schema del CASM (R. 34 p. 157), presupponeva la centralità della guerra psicologica, rispetto al quale avrebbe dovuto flettersi qualsiasi altro aspetto del programma di governo. Quanto era estesa il campo della cosiddetta “difesa psicologica” nella concezione di militari basti pensare che si pensava di <Intervenire nell’ambiente di lavoro perché i lavoratori, specialmente quelli delle zone economicamente più progredite già schieratisi con i comunisti, si reinseriscano nel fronte democratico”. (r. 34 p. 19).

 

Tutto questo significa l’ingerenza da parte dei militari nel campo sindacale e sociale per contrastare l’egemonia dei comunisti nelle organizzazioni dei lavoratori e in quelle sociali.

 

Tutto questo, ovviamente avrebbe avuto delle ripercussioni politiche, prima di tutto quella di rendere impraticabile ogni intesa di Centro-sinistra, tra DC e PSI, poiché i socialisti all’epoca erano dipinti come infidi, e una sorta di “cavallo di Troia” dei comunisti e per questo motivo non poteva essere associati al governo del paese.

 

 

la falange armata: una serie di operazioni di guerra psicologica

 

 

Il 27 maggio 2013 si è aperto a Palermo, il processo per quello che è definita la “trattativa Stato-Mafia”. Dieci gli imputati: i capimafia Riina, Bagarella, Cinà, gli ex ufficiali del Ros Subranni, Mori e De Donno, il pentito Giovanni Brusca e Massimo Ciancimino. Poi ex politici come Dell’Utri e l’ex presidente del Senato Mancino.

 

Nell’ambito di questo processo, il 25 giugno 2015 è venuto a testimoniare l’ambasciatore Paolo Fulci, un diplomatico di carriera che tra l’altro è stato dal 1985al 1991, ambasciatore alla NATO a Bruxelles, ed è tra l’altro un cavaliere dell’Ordine Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme detto di Rodi, detto di Malta che è un ordine religioso che dipende dal Vaticano. Egli finì la sua carriera diplomatica, come rappresentante permanente d’Italia alle Nazioni Unite (1993-1999). Nel gennaio del 1999 fu eletto all’unanimità presidente del Consiglio economica e sociale (ECOSOC),[36] dal 2011 è il presidente della Ferrero, la multinazionale italiana dei prodotti dolciari.

 

Tra il 1991 e il 1993 egli fu il segretario generale italiano del Comitato esecutivo italiano per la sicurezza e l’intelligence (CESIS).[37]

 

Questa lunga esposizione serve a mostrare bene che tipo di personaggio è Fulci, uno che la sa lunga e con un’ampia gamma di relazioni istituzionali e sociali.

 

Egli al processo ha affermato che: “Un funzionario del Sisde, si chiamava De Luca, che ora è morto e lavorava con me al Cesis, mi portò due cartine: in una c’erano i luoghi dove partivano tutte le telefonate della Falange Armata, nell’altra i luoghi dove sono situate le sedi periferiche del Sismi… e queste due cartine coincidevano perfettamente[38].

 

Davanti ai Magistrati Fulci racconta la sua esperienza al vertice del CESIS, rilanciando tutti i suoi dubbi sulle missioni top secret di alcuni agenti della Settima Divisione del SISMI, il servizio segreto militare, che “maneggiavano dinamite e armi” e costituivano una cellula speciale, con “obiettivi di “guerriglia urbana” da lui stesso definiti totalmente estranei ai compiti istituzionali.

 

La Settima Divisione non è la prima volta a essere in primo piano. Liberazione del 30 ottobre 1998, pubblica un’interrogazione parlamentare dei senatori del Prc Giovanni Russo Spena e Fusto Cò, al presidente del Consiglio Massimo D’Alema, al ministro dell’Interno Rosa Russo Jervolino, al ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto e al ministro della Difesa Carlo Scognamiglio, con cui si chiedeva la lista completa dei membri della struttura clandestina Gladio.[39] In questa interrogazione si dice: “emergerebbe che tutti i componenti civili e militari della Gladio erano in possesso del Nos (nulla osta di segretezza) e ciò nonostante alcuni di essi fossero risultati provenienti da formazioni di estrema destra o iscritti a logge massoniche coperte, come tra l’altro risulta dalle inchieste di Cordova (…). In aperta violazione dell’art. 10 della legge n. 801 del 1977, veniva ricostituita la direzione di sicurezza interna (ex ufficio di sicurezza), fatta sciogliere dal presiedente del Consiglio Giovanni Spadolini (…). Presso la direzione sicurezza di Roma, via del Policlinico, 131, prestano servizio agenti della Gladio della VII divisione ed appartenenti alla sezione “K” tra cui il tenente colonello Cavataio (…). L’ammiraglio Martini nel 1987 poneva a capo dell’organo esecutivo Ucsi (ufficio centrale per la sicurezza) il generale Inzerilli, durante la cui gestione venivano concessi nulla osta di segretezza a ditte indagate per mafia o coinvolte in tangentopoli (…). In questo periodo il Sismi si sarebbe riappropriato di 250 mila fascicoli (dossier) di pertinenza della Presidenza del Consiglio (…). Sarebbero state autorizzate numerose missioni all’estero in paesi fuori della Nato impiegando il personale della sezione K per addestramento, forniture di armi ed apparecchiature di ogni genere.[40] Parimenti risulterebbe l’impiego di uomini della sezione K o dei nuclei Ossi o Gos in operazioni non attinenti ai compiti istituzionali (sequestro Moro, Dozier, rivolta nel carcere di Trani, sequestro Achille Lauro, aereo sequestrato a Malta, la cosiddetta “operazione Lima” (…). La sezione K risulterebbe rivivere sotto la nuova sigla di Falange Armata di cui farebbero parte alcuni componenti della disciolta VII divisione. Secondo quanto dichiarato ai magistrati dal segretario del Cesis Paolo Fulci, la Falange Armata sarebbe composta da 16 ufficiali della VII divisione, arruolati in modo clandestino dal generale Pietro Musumeci tra gli ex paracadutisti della Folgore; che la creazione della sezione K è ascrivibile al capo della Gladio Inzerilli” e ancora “risulta inoltre parimenti ascrivibile alla VII divisione la creazione di altra struttura clandestina risultante operante anche dopo lo scioglimento della Gladio: il centro Scorpione di Trapani. Tale centro, sorto in una zona ad alta intensità mafiosa, di logge massoniche occulte, di traffici d’armi e di droga, disponeva di un velivolo leggero e di una pista di atterraggio. Da numerosa documentazione sequestrata dai magistrati della Procura di Padova è emersa la falsità contabile tenuta dal centro che elargiva compensi a “fonti” inesistenti. Il capo centro, maresciallo Li Causi, non è stato in grado di fornire plausibili spiegazioni (…); con differenti nomi di copertura, risulterebbe aveva partecipato a numerose operazioni illegali condotte dalla VII divisione. Dati questi precedenti risultano ancora non chiare le ragioni della sua presenza in Somalia dove perse la vita, secondo la versione ufficiale, a causa di una pallottola vagante (…); ulteriori elementi sono emersi circa l’illegalità della esercitazione Delfino effettivamente svoltasi in Friuli. Tutto ciò contrariamente a quanto sostenuto nel 1992 dai magistrati della procura di Roma che definirono l’esercitazione una “ipotesi di lavoro”, una “esercitazione in vitro”, provvedendo ad incriminare e far arrestare le persone che indagavano e che avevano presumibilmente rivelato l’esistenza”.

 

Fulci dopo aver scoperto una centrale di ascolto clandestina nel proprio alloggio nel proprio alloggio di servizio, subì minacce e ritorsioni, ma alla fine riuscì a fornire i nomi dei componenti della cellula: quindici persone, tutti della Settima Divisione, il famigerato reparto K, e si convince che questi potrebbero aver avuto un ruolo di telefonisti nelle operazioni della Falange Armata.

 

Questi ricordi di Fulci costituiscono il cuore dell’inchiesta sulla cosiddetta “trattativa Stato-Mafia”, che ruota attorno alla Falange Armata: se quello che afferma Fulci trova dei riscontri, alla fine risulterebbe che esiste un filo diretto che collimerebbe il SISMI (o un pezzo del esso) alla Falange Armata che firmò le bombe del periodo 1992-’93, lanciando nello stesso periodo messaggi e intimidazioni ai protagonisti della trattativa.

 

Tra gli imputati del processo a Palermo c’è il generale Mario Mori, che aveva cominciato la sua carriera all’interno del SID (l’antenato del SISMI) tra il 1972 e il 1975. Molto probabilmente, Fulci, per via della sua passata esperienza nei servizi (anche se afferma di averlo conosciuto quando era già comandante del ROS), gli affidò un’indagine per scoprire chi metteva le voci in giro su una sua presunta dipendenza da cocaina. In sostanza si era accorto, che si era messa in moto la macchina del fango per delegittimarlo (e i servizi segreti sono degli specialisti in questo tipo di operazioni).

 

La scoperta delle cartine sovrapponibili, avvenuta nella primavera del ’93, poco prima della sua conclusione del suo incarico al CESIS e dalla sua partenza per New York, porta Fulci a elaborare una sua “teoria personale” (per sicurezza personale alla fine piuttosto che affermare che esistono prove oggettive, si mette il tutto nel campo delle ipotesi personali): “Mi sono convinto che tutta che la faccenda della Falange Armata di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di Stay Behid:[41] facevano esercitazioni, come si può creare il panico in mezzo alla gente… e creare le condizioni per destabilizzare il paese, questa è sempre l’idea”. E poiché gli inquirenti gli fanno notare che quando partono le rivendicazioni della Falange Armata, l’operazione Gladio è ufficialmente cessata, Fulci ribatte: “Qualche nostalgico”.[42]

 

In maniera indiretta Fulci fa capire che dietro la sigla Falange Armata si nasconda in realtà un’operazione di guerra non convenzionale.

 

Nel gergo militare si chiama guerra non convenzionale una strategia che preveda l’inquinamento dei flussi informativi, per aumentare il livello della tensione. E sicuramente era questo lo scopo delle chiamate della Falange Armata nei primi anni ’90 quando le stragi al tritolo (e gli omicidi dei poliziotti dell’Uno Bianca) sconquassavano il paese.

 

Che ci sia altro e di ben pesante lo si può dedurre che la Falange Armata sia citata in un libro uscito nel 2001 dal titolo emblematico Guerra senza limiti edito dalla Libreria editrice goriziana, degli autori Qiao Lang e Wang Xiangsui, due ufficiali dell’esercito cinese che hanno svolto incarichi come Commissari politici presso i Dipartimenti politici dei comandi superiori come addetti alla morale, disciplina supervisione dei Comandanti e delle attività di propaganda. Il termine moderato dei loro incarichi non tragga in inganno: si tratta di due autentici revisionisti di fino. Il libro illustra l’evoluzione dell’arte della guerra, dai primi conflitti armati alla nostra epoca “di terrorismo e globalizzazione”. Quello che è messo ben in luce, è come muti l’approccio dei governi all’idea “fare la guerra”.

 

Il tipo di guerra che libro in oggetto si occupa, stampato da una casa editrice reazionaria (del Friuli Venezia Giulia) legata all’esercito, è quella definita assimetrica che consiste nell’uso di diverse tipologie d’armi. Semplificando: militare tradizionale contro guerriglia o militare tradizionale contro diversi tipi di guerra.

 

Nel capitolo Il volto del dio della guerra è diventato indistinto gli autori di Guerra senza limiti parlano del terrorismo (pagg. 83-84), dicono che “se tutti i terroristi limitassero le loro attività unicamente all’approccio tradizionale – vale a dire attentati dinamitardi, rapimenti, assassini e dirottamenti aerei – non otterrebbero il massimo terrore. Ciò che realmente scatena il terrore nel cuore della gente è l’incontro di terroristi con vari tipi di nuove tecnologie avanzate che potrebbero trasformarsi in nuove superarmi”, essi citano come esempi di terroristi dotati di superarmi i seguaci di Amu Shinrikyo che hanno cosparso il Sarin, un gas tossico, nella metropolitana di Tokyo e in contrapposizione questi killer che compiono eccidi indiscriminati cita “il gruppo italiano “Falange armata” è una categoria completamente diversa di organizzazione terroristica high-tech. I suoi obiettivi sono espliciti e i mezzi impiegati straordinari. La sua specializzazione consiste nell’irruzione in reti di computer di banche e di mezzi di comunicazione, nel furto di dati archiviati, nella cancellazione di programmi e nella divulgazione di false informazioni, vale a dire operazioni terroristiche classiche dirette contro reti e mass media. Questo tipo di operazione terroristica si serve della tecnologia più avanzata nei settori di studio più moderni e sfida l’umanità nel suo complesso una guerra che potremmo definire ‘nuova guerra terroristica’”. E c’è chi vuol ridurre gli avvenimenti dell’inizio degli anni ’90 nella semplice formuletta “trattativa Stato-Mafia”! In queste nuove guerre i campi di battaglia diventano infiniti, una volta che il bersaglio non è più solamente il corpo fisico da annientare, ma anche la psiche di quello è ritenuto il nemico. Un bersaglio che permette la progressiva erosione dei diritti civili, lo svuotamento dello Stato di diritto, tutto questo dentro un quadro di resa da parte delle persone colte e impegnate, che vede in sostanza un definitivo imbarbarimento della società che non fa che confermare quanto esporta Lenin ne L’imperialismo, aspetto che dopo il nazismo, non cera bisogno di altre conferme.

 

Tutto questo coincide di quello che dice l’ex parà Fabio Piselli all’indirizzo http://fabiopiselli.blogspot.com/2008/01/11-spionaggio-elettronico-e-falange.html a proposito della Falange Armata: “Una ulteriore chiave di volta per comprendere i fatti nei quali il Moby Prince è stato coinvolto è rappresentata dalla cosiddetta ‘Falange Armata, voglio per questo fornire quelle che sono le mie conoscenze ed i miei commenti rispetto a questa presunta organizzazione, con specifiche caratteristiche di guerra psicologica, che per molti anni ha fatto parlare di se fino a quando è stata disattivata, o meglio, posta in sonno.

   L’ultima volta che questa sigla è apparsa è stato durante le indagini relative alle presunte intercettazioni illegali della Telecom di Tavaroli e del Sismi di Mancini ed in merito al suicidio di Adamo Bove; dalle carte recuperate durante una perquisizione nei confronti di un giornalista loro collaboratore sono stati repertati alcuni fascicoli provenienti dai Servizi nei quali si relaziona che la falange armata era formata da ex operatori della Folgore e dei servizi, reclutati dopo il loro congedo. Mentre in altre informative provenienti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è stato ipotizzato che i coordinatori di questa struttura fossero stati una ventina di specialisti della Folgore, transitati alla famosa VII° divisione del SISMI.

   Ricordo che intorno al 1987, mentre prestavo servizio alla Folgore, frequentando Camp Darby, l’esistenza di voci rispetto alla formazione di piccoli nuclei autonomi parte di strutture indipendenti, rispondenti direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in funzione di unità antiterrorismo, fatto che era più che regolare visto la natura operativa dei reparti della Folgore in quegli anni ed il quadro politico nazionale ed internazionale che li ha caratterizzati.

   La Folgore ha sempre fornito il proprio personale ai Servizi, sia per quanto concerne l’impiego di unità d’elite in funzione info-operativa, sia per quanto concerne gli operatori all’estero, sia per quanto riguarda gli ufficiali ed i sottufficiali transitati ai raggruppamenti di unità speciali o di difesa, Rus e poi Rud. Quest’ultimo reparto, il Rud, è quello nel quale potrebbero essersi addestrati anche coloro che una volta esternalizzati, cioè non più operativi ma congedati o tornati al proprio reparto di origine, hanno comunque continuato a collaborare con i Servizi in forma esterna, gestiti da un ufficiale il cui compito è stato proprio quello di coordinare gli ‘esterni’.

   Questa parola, esterni, è importante per capire come, in quegli anni, fra l’85 ed il ’94, molti ragazzi d’azione, e non d’avventura, sono stati reclutati, gestiti ed addestrati da singoli soggetti o piccole cellule di specialisti al fine di acquisire delle competenze in varie materie, una delle quali di tipo captativo delle comunicazioni e dei segnali elettronici, altre più riferibili alla esecuzione di azioni “psicologiche” idonee per destabilizzare un territorio oggetto di interesse.

   Non dobbiamo dimenticare che proprio l’ordinamento cellulare ha impedito, al singolo soggetto chiamato a condurre delle operazioni, di capire in modo ampio in cosa fosse stato coinvolto, questi sostanzialmente riferiva al proprio capocellula o capocentro, soggetto con il quale aveva già maturato un rapporto di fiducia, vuoi perchè era stato il suo ufficiale durante il servizio o la carriera militare, vuoi perchè questi ha fornito tutte quelle garanzie di affidabilità per ottenerne la fiducia.

   Ricordo che personalmente ho avuto modo di collaborare con alcuni ufficiali che avevo già conosciuto durante la mia carriera militare e con i quali avevo un rapporto di fiducia, saldato oltretutto dal condizionamento psicologico indotto dall’appartenenza ai reparti d’azione, dal fatto di sentirsi diversi dalle altre unità, di essere in qualche modo legittimati nel porre in essere delle azioni di spessore diverso da quelle condotte dalle normali unità delle FF.AA. o delle FF.PP. proprio perchè quel tipo di operatori, ‘operativi’, erano attivati laddove le altre unità incontravano i propri limiti. Azioni che richiedevano ardimento, coraggio, forza fisica, resistenza psicologica, competenza tecnica, devozione al reparto e al proprio comandante e soprattutto quella ‘sana’ sregolatezza tipica di ogni reparto cosiddetto speciale, perchè il tipo di operazioni da condurre rappresentavano certamente nel loro contenuto una violazione delle regole in generale, erano operazioni fondamentalmente caratterizzate dalla clandestinità e dalla mancanza di ortodossia, cellulari e parte di un programma di più ampio respiro del quale certamente il singolo operatore attivato per compierle non aveva conoscenza.

   La falange armata è stata una di queste operazioni, la cui sigla è stata fluttuante mentre gli operatori sono stati sempre gli stessi, salvo qualche transito di volta in volta avvenuto; la falange armata è stata perciò una “operazione” e non una ‘struttura’ con vita propria.

   Fra il 1985 ed il 1994 sono stati sviluppati dei programmi da parte degli uffici studi ed esperienze delle sezioni di guerra psicologica, originariamente americani e successivamente italiani e adattati al contesto sociale politico e culturale italiano, tali da coinvolgere tanti bravi ragazzi d’azione, in uniforme e non, in operazioni che se viste da un osservatore esterno avrebbero evidenziato numerosi fatti penalmente rilevanti, ma se interpretate dall’interno, con quella mentalità e soprattutto con il condizionamento nascente dal tipo di rapporto, di dipendenza, fra il singolo operatore ed il suo comandante, avevano invece quelle caratteristiche che hanno stimolato il singolo operatore, ardito, coraggioso, spavaldo, capace di accettare di porle in essere, specialmente laddove le difficoltà erano maggiori o magari richiedevano di superare degli ostacoli particolarmente difficili, per questo stimolanti l’ardimento tipico di questi operatori, gratificati non solo dalla riuscita dell’operazione, che come ho detto non conoscevano nel suo intero fine, ma soprattutto gratificati dalla possibilità di raggiungere dei livelli operativi tali da garantirgli non solo un ritorno economico importante ma anche il raggiungimento di una sostanziale impunità, sviluppando una progressiva forma autoreferenziale di superiorità, motivo per il quale ci sono state delle “smagliature” che successivamente sono state disattivate, quando non sono più state utili al programma di volta in volta applicato.

   Gli operatori della falange armata hanno avuto delle competenze specifiche nelle attività di captazione elettronica, di mascheramento, di intercettazione e di penetrazione di sistemi elettronici, oltre alla specifica competenza nel porre in essere quei depistaggi “psicologici” capaci non di indurre un inquirente verso una falsa pista investigativa, ma di confonderlo rispetto all’origine di coloro che hanno posto in essere dei fatti gravi. Gravi per la collettività, ma accettabili nel loro costo di innocenti vite umane se visto all’interno di un programma di destabilizzazione e di stabilizzazione di un assetto politico e soprattutto militare.

   La falange armata è stata una operazione modello, continuata e mai inquinata, compartimentata e soprattutto posta in sonno e mai disattivata da parte di un organo inquirente o ispettivo, ha raggiunto i propri obiettivi ed è stata semplicemente conclusa, i cui operativi hanno continuato a fare il proprio lavoro dedicandosi ad altre operazioni, lasciando gli inquirenti impegnati ad inseguire una ‘organizzazione’ e non una semplice ‘operazione’ con un nulla di fatto o con l’arresto di mere ignare pedine o di qualche povero innocente sacrificato per confondere gli inquirenti, il quale si è fatto qualche mese di galera ingiustamente la cui vita è stata rovinata.

   Laddove sono stati adombrati dei sospetti nei confronti dei paracadutisti indicati come i responsabili di questa sigla, immediatamente questi hanno cambiato la sezione operativa, rimbalzando da un raggruppamento ad una unità, transitando dal proprio reparto di origine alle collaborazioni “esterne” ma sono sempre rimasti operativamente validi, mai resi deboli e soprattutto mai considerati effettivamente colpevoli di qualcosa, laddove eventualmente lo fossero stati.

   Omicidi, rapine, attentati, sequestri, introduzione in opere militari e politiche, trafugamento di armi istituzionali, addestramento di civili in attività militari, spionaggio politico e militare, intercettazioni illecite, violazione ed utilizzazione di un segreto d’ufficio, peculato, attentato alla democrazia ed altro ancora è ciò che l’operazione falange armata ha posto in essere fra il 1985 ed il 1994 attraverso gli operatori attivati, singolarmente o in piccole squadre.

   Livorno ha certamente ospitato questi operatori, i quali non hanno potuto porre in essere le loro attività senza una rete di complicità e soprattutto di copertura offerta dalla già esistente rete che ha gestito e manipolato persone inserite all’interno di uffici istituzionali, che ha gestito l’erogazione di informative depistanti o peggio ancora utili per disattivare un soggetto considerato un rischio per i propri interessi, facendolo arrestare per reati mai avvenuti, ma denunciati da confidenti prezzolati oppure da transessuali utilizzati al fine di screditare la personalità di un soggetto, perché come ho detto, la psicologia, nelle attività dell’operazione falange armata è stata alla base di ogni programma.

C’è stato, nell’autunno del 1986, un giovane paracadutista di carriera che aveva compreso che alcune efferate rapine compiute da una banda in Emilia Romagna (formata da un ex parà e non quella della uno bianca che sarebbe stata attivata poco dopo) avevano delle caratteristiche militari comuni al suo addestramento, il quale si è rifiutato di partecipare a talune attività, il quale è stato nel dicembre 1986 denunciato da un transessuale, povero soggetto debole gestito e manipolato da un operatore istituzionale. Quest’ultimo ha sviluppato in oltre un anno una informativa, non inviata immediatamente alla AG ma utilizzata ai fini di pressione contro il giovane parà che una volta preso atto della sua inutilità è stata inoltrata causandone l’arresto nel 1988, accusato di rapina è finito perciò in galera, rovinato socialmente e professionalmente e soprattutto screditato di fronte ai propri colleghi eventualmente capaci di rendere testimonianza; perchè l’isolamento all’interno di un reparto d’azione avviene non per cause legate a fatti violenti, ma per il timore di essere accomunati ad un collega che “dicono” essere mezzo “frocio”, amante di transessuali oppure mezzo pazzo, descrizione che è stata applicata in ogni fatto di cronaca che ha riguardato un paracadutista.

   Il paradosso e la magnificenza dell’operazione falange armata è stato proprio quello di utilizzare quello stesso paracadutista, posto in un supercarcere per 77 giorni, come un operatore idoneo per penetrare le celle di terroristi e trafficanti di armi e piazzare i sistemi di captazione dei colloqui ambientali, il quale pur se sottoposto a continue vessazioni all’interno di una gabbia, sia dalle guardie che dai detenuti, posto in un carcere civile e non militare perchè chirurgicamente posto in congedo poche settimane prima, pur se ingiustamente arrestato proprio a causa dei propri colleghi, pur se cosciente di essere stato sostanzialmente depersonalizzato ha comunque condotto positivamente il proprio lavoro, accettandone gli elevati rischi di ritorsione da parte di questi soggetti attenzionati, con i quali condivideva la prigionia.

   Questa è la “psicologia” di cui parlo, il condizionamento e la dipendenza per la quale un giovane operatore resta fedele al proprio reparto ed al proprio comandante nonostante questi siano la causa della propria situazione, accettata però come una forma di addestramento, proprio per dimostrare la capacità di gestire situazioni fisiche e psicologiche estreme e di eseguire lo stesso gli ordini ricevuti, perchè la caratteristica degli operatori speciali è proprio questa, gestire lo stress in situazioni estreme ed ostili e compiere il proprio dovere ugualmente con il raggiungimento della missione.

   Per riuscire a farlo l’addestramento, parallelo e clandestino, che conducono nel corso di almeno tre anni, non lo gestiscono le educande di un convento ma dei soggetti che del dolore fisico e della mortificazione psicologica fanno la base di questa formazione alla quale, se superata, segue la competenza tecnica di elevata qualità, che associata alla capacità non solo di lanciarsi col paracadute, immergersi, arrampicarsi, combattere con e senza le armi, parlare più lingue, medicare ed automedicarsi, uccidere, manipolare fanno di un simile operatore un soggetto od una aliquota idonea per condurre delle operazioni clandestine a lungo termine, anche dietro le linee nemiche, autonomamente e svincolato per lunghi periodi da una struttura di comando e controllo, quindi capace di organizzare e porre in essere delle attività il cui risultato è atteso in tempi lunghi, diverso dalle semplici operazioni militari speciali per le quali vengono impiegati i più ‘semplici’ incursori.

   Questo giovane paracadutista è stata la “cavia” per la quale da quella operazione, i cui risultati sono stati positivi, è stata ampliata l’operazione falange armata che da quel periodo sarebbe diventata falange armata carceraria per poi alternare le varie rivendicazioni negli anni successivi con le due sigle.

   L’omicidio in danno dell’operatore carcerario Scalone non è un fatto casuale ma la disattivazione di una smagliatura.

   Questi atti sono stati compiuti da parte di soggetti che hanno avuto modo ed opportunità non solo di gestire l’apparato di veicolazione delle informazioni di Polizia e d’intelligence istituzionale, quindi accreditati dai necessari NOS, ma anche di gestire lo strumento idoneo per veicolare false notizie di Polizia e d’intelligence in danno di soggetti che per varie ragioni hanno rappresentato un rischio o una smagliatura, fino alla eliminazione fisica laddove ve ne fosse stata l’esigenza.

   Chi ha gestito questa operazione è stato formato nelle migliori scuole di guerra psicologica ed ha avuto ai suoi ordini degli operatori capaci di dissimulare una operazione illegale trasformandola in una attività d’istituto, capaci di manipolare l’operato di ignari poliziotti e carabinieri con false informative, fino a rendere il soggetto attenzionato completamente screditato, oppure interdetto, o alla peggio farlo ritrovare morto in circostanze ambigue, legate a strani interessi sessuali, ritrovato in un località specifica rispetto a luoghi di scambi e d’incontri omosessuali, ucciso con il coltello da un amante occasionale e finito a pietrate, o addirittura dimostrare che era appena stato in casa di un transessuale per un “convegno carnale”, fatti poi ben relazionati in una conferenza stampa che riporterà negli articoli di cronaca quanto detto in buona fede da autorevoli rappresentanti delle FF.PP che hanno raccolto le varie informative, sia confidenziali che riservate ed hanno elaborato il contenuto delle notizie fino ad allora conosciute fra le quali spicca proprio il luogo ove è stato ritrovato il corpo, come detto luogo di scambi sessuali ambigui nei quali nessuno vuole essere coinvolto, specialmente sui giornali. Questo è un esempio classico per interdire a basso costo un potenziale soggetto, con il semplice uso del proprio ufficio.

   Chi ha gestito e presa parte all’operazione falange armata, è stato anche a lungo a Livorno, ove ha veicolato false informative, ove ha gestito il proprio ufficio dal quale ha presumibilmente potuto apprendere notizie utili per capire cosa ha causato la collisione del Moby Prince e la morte di almeno 140 persone.

   L’operazione falange armata ha rivendicato molti attentati avvenuti nel nostro paese, sempre dopo però, mai prima o nel tempo tecnico fra l’acquisizione della notizia e la sua divulgazione, ma l’ha fatto in modo tecnico, con gergo specifico, non sempre ma spesso, l’ha fatto dimostrando di conoscere dei dettagli, apparentemente insignificanti rispetto alla natura di un evento giuridico, ma troppo specifici sul conto degli inquirenti o degli strumenti da loro usati, tanto da voler dimostrare il proprio potere all’interno delle strutture dello Stato.

   Questi operatori non hanno mai dissimulato il proprio potere d’azione, specialmente in campo elettronico, capaci di intercettare e di penetrare dei sistemi computerizzati di elevato spessore, anzi al contrario hanno sempre lanciato dei messaggi cifrati all’indirizzo degli inquirenti, raramente raccolti, perché ritenuti depistanti o confusivi rispetto alle indagini, vero, ma vero anche che la strumentalizzazione della magistratura è stata una delle risorse per disattivare una smagliatura, offrendo l’opportunità per arrestarla dopo che ha commesso numerosi omicidi, come nel caso della c.d. banda della uno bianca.

   L’operazione falange armata ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto, anche meritate perché fondamentalmente validi ed operativi nel loro servizio, ma non per questo necessariamente meno pericolosi.

   La rilettura storica di alcuni fascicoli processuali, il riscontro fra le notizie di Polizia scritte con dei fatti effettivamente accaduti, il confronto fra chi ha ricevuto quelle notizie e chi le ha originariamente erogate, laddove possibile, potrebbe fornire la conoscenza per comprendere come un depistaggio istituzionale può facilmente essere condotto in danno non solo del soggetto che ne subisce direttamente le conseguenze ma soprattutto della verità, giudiziaria, politica e storica di un evento grave che ha colpito il nostro paese, dalle bombe ai traghetti in collisione…”.

   In questo lungo racconto, pur essendo cauti nel valutare tutti gli elementi, ci sono degli aspetti interessanti:

1° La Falange Armata è stata una serie di operazioni di operazioni, non è stata una struttura con vita propria. Questo tipo di operazioni sono tendenti alla destabilizzazione del quadro politico per stabilizzarlo maggiormente in senso reazionario. Che molte di queste strutture sono state in seguito scaricate quando erano d’impaccio (Uno Bianca).

2° Gli operatori della Falange Armata aveva competenze specifiche in materia di apparecchiature elettroniche. Perciò possono usare anche armi cosiddette ‘non letali’ o strumenti per il controllo mentale.

La storia di un giovane paracadutista di carriera accusato di rapina e perciò finito in galera, e che penetra nelle celle dei ‘terroristi’ e dei trafficanti di armi. In questo racconto si parla che la Folgore a “prestato” parecchie suoi elementi ai servizi segreti, perciò questa storia si può interpretare come i servizi segreti si sono “infiltrati” per tipi di operazioni “non ortodosse” nelle carceri.

4° Parla dell’omicidio dell’operatore carcerario Scalone come una smagliatura. Vuol dire presenza all’interno delle carceri e contrasti all’interno di quest’operazione.

   Torniamo a Fulci. Quando tra maggio e luglio del 1993 esplodono le bombe a Roma, Firenze e Milano, egli torna dagli Stati Uniti in Italia per mettere a disposizione del generale dei Carabinieri Luigi Federici[43] le sue conoscenze riservate: “Ho letto la notizia che c’erano queste bombe a Firenze e a Roma… e i giornali dicevano: questi sono i servizi deviati … allora io dissi: qui c’è un modo semplice per chiarirla questa cosa… all’interno dei servizi c’è solo una cellula che si chiama Ossi, che è molto esperta nel fare questo genere di guerriglia urbana, piazzare polveri, fare attentati, basta che io ne parli con il generale… e che lui accerti dov’erano questi signori di cui gli do i nomi: perché io (i nomi) me li ero conservati per paura che mi facessero fuori”.[44]

   Nel consegnare i nominati al generale Federici gli dice: “guardi, per essere certi che i servizi non c’entrino niente, questi sono i nomi delle persone che sanno maneggiare… E lì feci una cosa che non avrei dovuto fare: ci aggiunsi il nome di Masina”. Il Colonello Masina non faceva parte né della Settima Divisione né dell’OSSI, ma era quello che gli spiava l’abitazione controllando la sua famiglia, riprendendo addirittura sua figlia mentre si fa la doccia.[45]

 

   A questo punto i PM di Palermo chiedono: “Ma questa settima divisione del Sismi Da quanti soggetti era costituita?”. E Fulci: “Da quelli che c’erano nell’elenco che io diedi al comandante dei carabinieri. Io ci aggiunsi Masina, ‘sto mascalzone, gliela dovevo far pagare’”. E chi erano questi misteriosi OSSI? Erano appartenenti a Gladio?

   Risponde Fulci “Non credo c’era stata una lettera dell’ammiraglio Fulvio Martini ai capi di Stato maggiore, perché indicassero soggetti leali e affidabili, cui dare questo compito: un compito che un servizio segreto non dovrebbe avere. Dissi a Federici: guardi, questa è gente addestrata nell’uso degli esplosivi, da dove metterli, questi sono gli unici all’interno dei servizi che a quanto mi risulta fanno questo lavoro, andate a vedere dove erano la notte degli eventi, se questi non erano a Roma, a Firenze, mi pare che potete stare tranquilli”.

   I magistrati insistono: gli americani conoscevano questi agenti speciali? “Penso di sì”, risponde Fulci. E chi era il capo della divisione? “Uno di questi, mi pare che poi morì in Somalia”. Fulci molto probabilmente si riferisce a Vincenzo Li Causi.

   Chi è Vincenzo Li Causi? Nato a Partanna, in provincia di Trapani, nel 1952, carabiniere, Li Causi s’addestra con i duri del Comsubin, gli incursori della Marina. A 22 anni entra nel Sid. Nel 1975 diventa istruttore di Gladio. In una lettera datata 23 settembre 1997 e spedita ai presidenti delle Commissioni antimafia e di Controllo sui servizi segreti, Falco Accame scrive che Li Causi faceva parte anche degli OSSI, la struttura segretissima di Gladio che effettuava operazioni di guerra non-ortodossa,[46] e che la Seconda Corte di assise di Roma ha dichiarato eversiva dell’ordine costituzionale. L’esistenza degli OSSI, del resto, era stato confermato, nel suo libro di memorie, dallo stesso ex direttore del Sismi ammiraglio Fulvio Martini.

Tra l’80 e l’81, Li Causi segue l’attività di Abu Abbas, il leader del Fronte di liberazione della Palestina che, proprio in quel periodo, si sarebbe recato più volte a La Spezia per preparare il sequestro della nave Achille Lauro, poi avvenuto nell’ottobre del 1985. Partecipa a operazioni importanti, come la liberazione del generale Dozier, rapito dalle Brigate rosse (1981). Nel 1987, a Li Causi viene affidata una delicata missione in Perù, ufficialmente per addestrare la scorta del presidente Garcia e per consegnare materiale militare, nella realtà per contrastare la Guerra Popolare diretta dal PCP.

Un ex gladiatore che ha voluto rimanere anonimo, ha rivelato ad alcuni giornalisti di Famiglia Cristiana,[47] che uno dei motivi – ovviamente nascosti – dell’intervento era quello di recuperare il denaro nascosto da Roberto Calvi dopo il crac del Banco Ambrosiano. Tra il 1987 e il 1990, Li Causi dirige il Centro scorpione di Trapani. Nel 1993 è in Somalia, al seguito del contingente militare italiano che opera nell’ambito della missione Unosom. Muore all’imbrunire del 12 novembre 1993.

Sin da subito le versioni si contraddicono. Le prime notizie raccontano una rapina finita male, tentata da un gruppo di banditi somali appostati lungo la Strada Mogadiscio-Balad. Con Li Causi ci sarebbe stato un solo altro uomo. Ma il generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla cooperazione sostiene che gli uomini con Li Causi erano quattro e che le cose andarono diversamente.

C’è un fatto che il nome di Li Causi non figurava nell’elenco consegnato a Federici. C’è invece, nella lista, il nome di Giulio Conti, che si trovava accanto a Li Causi quando fu ucciso.

L’ex gladiatore che è voluto rimanere anonimo afferma a proposito della sua morte che: “Li Causi il giorno dopo doveva rientrare in Italia per essere interrogato dai giudici che si occupavano di Gladio e del Centro Scorpione”,[48] aggiunge che “Vincenzo conosceva bene Ilaria Alpi e probabilmente ha parlato con lei di argomenti intoccabili”.[49] L’amicizia tra Li Causi e la Alpi ci è stata confermata dai colonnelli Giuseppe Attanasio e Franco Carlini, nonché dal maresciallo dei carabinieri Francesco Aloi.

Torniamo alla testimonianza di Fulci. Che cosa successe dopo che Federici acquisì’ l’elenco? Racconta Fulci: “Mi arriva una telefonata del presidente della Repubblica Scalfaro e mi dice: dia subito i nomi anche a Vincenzo Parisi.[50] Dopo manco una settimana mi chiama Parisi: eh, ambasciatore, quel materiale era talmente grave che l’ho portato subito ai magistrati. Ah, benissimo, e ora che succede?”.

Niente. Questa denuncia cadde nel vuoto, gli attentati targati Cosa Nostra cessarono e anche le rivendicazioni della Falange Armata.

 

 

PARTE TERZA

 

LE OPERAZIONI PISCOLOGICHE NEL PRESENTE

 

Le PSYOP possono aiutare a (utilizzando la frase di Sun Tzu) “piegare la resistenza del nemico senza combattere”. Quest’obiettivo diventa importante se si vuole evitare forti perdite umane. In questo contesto le PSYOP hanno l’obiettivo di minimizzare le vittime militari e civili. Le Unità dedite all’effettuazione di operazioni psicologiche offrono ai governi degli Stati che le impiegano uno strumento più discreto e, spesso, più politicamente appetibile rispetto alle operazioni militari cosiddette convenzionali, concepite invece per portare l’avversario attraverso morte e distruzione.

Nel passato esisteva una chiara distinzione tra i tre livelli di PSYOP, ovvero quello strategico, operativo e tattico. Nel periodo “post guerra fredda”, queste distinzioni sono diventate sempre più flessibili, fino quasi a scomparire. La modalità quasi istantanea di a notizie ed informazioni ovunque nel mondo rende praticamente impossibile localizzare una campagna informativa; ad esempio, un volantino disseminato dai cieli della Bosnia o dell’Iraq può essere mostrato nel telegiornale di qualsivoglia Network il giorno stesso ed essere visionato negli USA od un paese europeo alla stessa tregua che a Sarajevo o Baghdad. Le PSYOP strategiche, rifacendosi alla dottrina USA,[51] sono definite come aventi implicazioni globali e sono pianificate, inizialmente ed eseguite a livello nazionale. Le PSYOP militari, sempre in base alla menzionata dottrina, supportano quelle strategiche nell’ambito della pianificazione e, se ritenuto opportuno, attraverso il dispiegamento di assetti idonei.

Le PSYOP condotte a livello operativo influenzano tutto il teatro operativo e, normalmente, consistono nella trasmissione diffusa di programmi radio e televisivi, nonché la distribuzione di riviste e giornali o la disseminazione di volantini; le Unità ivi impegnate sono spesso chiamate a competere con delle sofisticate organizzazioni mediatiche sia locali, che internazionali, ben organizzate ed tecnologicamente equipaggiate. Le unità PSYOP di un esercito occupante non dovrebbero essere in grado di disseminare tempestivamente dei messaggi via Internet o via satellite commerciale. Inoltre, la capacità delle Unità PSYOP di poter trasmettere dei programmi televisivi o radiofonici in aree remote è abbastanza ridotta tuttora; basti pensare che per quel che se ne sa gli USA dovrebbero possedere attualmente, come solo mezzo per la disseminazione radiotelevisiva, dell’aeromobile Command Solo,[52] che può trasmettere segnali radio in AM, ed FM e segnali TV in VHF e UHF da circa 6.000 metri di quota.

Il concetto attuale di operazioni psicologiche a livello operativo vede il dispiegamento avanzato di un piccolo nucleo di elementi PSYOP che usufruiscono del supporto fornito dall’esistente Comander in Chief (CINC) nell’ambito del teatro delle operazioni. In base alla dottrina USA queste forze così impiegate sarebbe principalmente supportato da piani, programmi e prodotti di PSYOP provenienti direttamente da Fort Bragg (North Carolina), dove risiede il Comando centrale delle operazioni psicologiche USA. Tutto quello che si è detto sopra, conosciuto con il nome di reachbach concept, implica un uso massiccio di comunicazioni a banda larga attraverso canali di trasmissioni sicuri.

Le attività PSYOP del livello tattico sono azioni intraprese in un’area circoscritta e prevedono un “impatto” molto localizzato. Operazioni con gli altoparlanti, volantini distribuiti a mano o lanciati da aerei,[53] trasmissioni radiofoniche locali e programmazioni televisive sono tipiche attività riconducibili alle PSYOP tattiche. La capacità di condurre questo tipo di operazioni al giorno d’oggi, abbastanza sviluppata e, nondimeno, gli elementi PSYOP messi a disposizione dei comandanti locali risulta essere numerosi.

Già all’epoca della prima guerra del Golfo qualche idea non convenzionale balenò nella testa dei pianificatori dell’USAF; si trattava di proiettare un ologramma gigante sopra la città di Baghdad raffigurante la figura di Allah e, come sottofondo, una voce profonda che descriveva Saddam Hussein come un traditore della causa che doveva essere scacciato. Questo progetto incontrò tutta una serie di ostacoli, non ultimo il problema (non piccolo) che le immagini di Allah sono proibite nell’Islam (come si poteva proiettare un’immagine di Dio senza che nessuno ne conoscesse le sembianze?) e che i cittadini di Baghdad non sono dei superstizioni primitivi, pronti a fuggire alla vista di una sfocata immagine nel cielo e nel suono di una voce impersonale disseminata da casse acustiche. L’esempio, comunque, è utile per introdurre l’argomento della tecnologia che, in misura sempre maggiore, sta giocando un ruolo importante nell’ambito delle PSYOP. Per il momento il principale mezzo di persuasione sono le trasmissioni radio e televisive, e in questo campo è esclusivamente la piattaforma aeromobile Command Solo a operare efficacemente. Il passo successivo molto probabilmente sarà l’uso sempre più mirato dei satelliti, facendo in modo che gli stessi possano coprire zone sempre più vaste con una potenza sempre più elevate, tali da poter oscurare le emittenti avversarie.

Alle PSYOP si può guardare anche da prospettive diverse dai canoni tradizionalmente militari nei quali le si anno normalmente rientrare. Per introdurre questi concetti è opportuno ripartire da una definizione molto importante per definire gli scopi delle operazioni PSYOP: manipolazione della psiche di un avversario o di un gruppo attraverso informazioni, disinformazione e propaganda. Ciò coinvolge la gestione della percezione del singolo o del gruppo che si pone come obiettivi dell’azione di PSYOP, il controllo del loro pensiero e delle loro azioni. Ribaltando il ragionamento, si avranno le operazioni di PSYOP da parte delle forze avverse che cercheranno di condizionare le forze militari e civili. Nel mondo pre 11 settembre, una comune minaccia di matrice PSYOP, quale poteva essere l’indiscriminata diffusione in rete di email contenente annunci di virus informatici in agguato, poteva sortire effetti diversi: qualcuno dava seguito all’avvio rimbalzandolo a sua volta ad altri utenti mentre altri, unitamente alle grandi aziende e alla Pubblica Amministrazione, riuscivano meglio a discernere i falsi allarmi dal vero pericolo e non si lasciavano condizionare. Nel post 11 settembre è invece tutto diverso.

Un singolo pezzo di carta con scritte delle frasi apparentemente minacciose può portare all’evacuazione immediata di un aereo. Si sta assistendo a una situazione di tensione generalizzata e di elevato livello di allarme anche nei confronti di eventi una volta considerati come innocui.

Le PSYOP stanno inoltre avendo dei riflessi sull’apparato informatico dei vari paesi. Ad esempio negli USA il National Infrastructure Protectiom Center sta disseminando degli avvisi sul fatto che in un prossimo futuro, non ancora ben specificato, gli attacchi terroristici potrebbero avere natura informatica e cibernetica, andando a colpire infrastrutture critiche. Una vera e propria operazione di PSYOP interna, la quale, influendo sulle sensibilità dei singoli e delle organizzazioni, in un certo senso obbliga a innalzare la soglia delle difese informatiche. In questo mondo post 11 settembre, il più ovvio effetto collaterale legato al rischio di terrorismo informatico e all’intensa azione psicologica da esso generata è che le organizzazioni statali e private stanno riesaminando accuratamente le relazioni fra componenti fisiche e virtuali delle loro reti informatiche. Non è certamente un caso che amministratori delegati di aziende famose, stanno ordinando il decentramento dei propri centri di elaborazione dati in sedi remote così da salvaguardare le banche dati da eventuali attacchi terroristici. Le PSYOP, con la mera presenza di un possibile rischio, stanno cambiando il modo in cui le attività sono state condotte da almeno 10 anni a questa parte. Anche in assenza di nuovi episodi concreti ed eclatanti.

Partendo dal dato di fatto che viviamo in un contesto che la realtà spesso e volentieri non corrisponde a quella che appare (ma sarebbe meglio dire che cercano di far apparire) non si potrebbe escludere che il Pentagono avrebbe enfatizzato in modo eccessivo gli attacchi subiti sulla rete negli ultimi anni solo per mantenere, nel settore specifico della sicurezza informatica, una disponibilità più elevata di risorse finanziarie.

DEBUNKER, GATEKEEPERS, TROLL OVVERO IL CONTROLLO DELLE CONOSCENZE SU INTERNET

 

Per avviare un discorso serio su Internet, non bisogna dimenticare che esso è nato negli USA da un progetto militare, l’Arpanet. Come in molti altri progetti nel settore informatico, anche in questo caso era stato coinvolto il ministero della “Difesa” americano. Nell’ambito del progetto Arpanet furono messi in rete a scopo puramente militare quattro computer di università statunitensi. L’obiettivo, in caso di attacco missilistico con la conseguente distruzione di alcuni computer, era di poter continuare ad accedere a tutti i dati immagazzinati e ai software registrati attraverso i computer che erano stati risparmiati. Tutto questo accadeva nel 1969. Tre anni più tardi furono introdotte altre due innovazioni: l’FTP (File Transfer Protocol, protocollo di trasferimento dei file) e l’e-mail. Nel 1983 fu introdotto sul mercato l’odierno Internet, cui erano connessi solamente 390 calcolatori in tutto il mondo TCP/IP (Trasmission Control Protocol/Internet Protocol, protocollo di controllo della trasmissione/protocollo per Internet).[54] Infine nel 1990, il World wide Web fu sviluppato ulteriormente dal Centro europeo di ricerca sul nucleare di Ginevra (CERN), fino all’approdo, di lì a tre anni, del primo Browser web grafico.[55] Internet, che fino allora era stata utilizzata quasi esclusivamente a scopo militare e per la ricerca universitaria, cominciò ad ampliare il suo campo di azione e a dare spazio al settore del commercio.

 

Non ci si deve meravigliare che le varie strutture di potere economico, politico, militare, religioso e culturale utilizzino le conoscenze della forma e modo di formazione del pensiero, della logica e della linguistica e della psicologia di massa e individuale per progettare forme di controllo e intervento.

 

Esse hanno lo scopo di arginare e invertire se possibile gli effetti di diramazione delle conoscenze prodotti dallo sviluppo della rete.

 

Uno strumento usato è quello di inondare il Web di false informazioni, esso diventa il campo di battaglia da parte di detrattori, distrattori e di manipolatori istruiti che tra i tanti scopi che hanno è quello di creare ostacoli a chi opera nel campo della controinformazione.

 

Le classi dominanti per controllare il potere dell’informazione su Internet si servono non solo di Debunker atti a negare, anche contro qualsiasi evidenza scientifica o fattuale, ogni verità non ufficiale, ma di una miriade di Gatekeepers, in altre parole di personaggi che hanno lo scopo di guidare e monopolizzare sia il dissenso politico sia la ricerca di verità non ufficiale.

 

In più si servono anche dei Troll, che sono dei provocatori che agiscono on line.[56]

 

I Troll per quanto se ne sa, sono pagati da grossi gruppi economici che finanziano diversi partiti politici. Essi sono divisi per competenze della serie, che ci sono provocatori e controprovocatori. Facciamo un esempio se un portavoce di un partito X scrive un post, il Troll lo ridicolizza. Ne nasce così una discussione che chi è contro il portavoce in maniera che si potrebbe definire “naturale”, prende coraggio e viene allo scoperto.

 

Nello stesso tempo quelli che sono a favore del partito X e difendono il portavoce attaccato. Però, può succedere, che qualcuno che difende il partito X lo fa in modo idiota e scomposto, con una marea di punti di sospensione, maiuscole, punti esclamativi e via dicendo. Si potrebbe pensare che alla fine della fiera sono tutti degli idioti.

Questi difensori “idioti” poterebbero essere anche loro dei Troll che agiscono con una psicologia inversa. Il loro scopo è di far sembrare i sostenitori del partito X attaccato degli imbecilli. Così come il Troll che attacca il partito X ha lo scopo di fare da “stura” a quelli che sono contro il partito X in maniera “genuina”, allo stesso modo i falsi difensori del partito X fanno da “stura” ai suoi difensori (in maniera particolare a quelli che si trovano su posizione estreme), tutto questo con lo scopo di screditare il partito X. Alla fine della fiera basta un provocatore e controprovocatore che fanno finta di litigare, per sputtanare una discussione o un post.

 

Le finalità dei cosiddetti Debunker (cioè “smontatori di bufale” per passione, a detta loro, ma in realtà sono degli YesMen dell’Elitè e disinformatori prezzolati) è evidente: servono a screditare qualsiasi teoria non ufficiale, e qualsiasi persona proponga e sostenga teorie non ufficiali. Ciò è fatto a dispetto di qualsiasi prova, con ossessività comportamenti aggressivi e/o palesemente diffamatori, spudorate menzogne, tecniche di propaganda subdole, trabocchetti logici e uso dei paroloni altisonanti e concetti scientifici snaturati che nascondano la pochezza delle loro informazioni, l’utilizzo di attacchi a personam e la derisione e/o le accuse infondate verso l’interlocutore ecc. Non importa che si tratti di una teoria basata su fatti dimostrati o di qualcosa di palesemente campato in aria: se non è una teoria ufficiale, essi devono screditarla, come devono sostenere qualsiasi teoria ufficiale per quanto priva di fondamento o assurda possa essere.

 

Nella sostanza, la funzione dei debunker è di portare la maggior parte della gente a rifiutare ogni teoria non ufficiale, partendo dal fatto che la cosiddetta “persona media” non nessun interesse ad approfondire per farsi un’opinione su qualsiasi argomento: quindi basta dire di aver confutato una certa teoria, anche con confutazioni illogiche o inesistenti, che la teoria non ufficiale diventa una bufala. Un altro obiettivo dei Debunker è quello che di far litigare gli attivisti con loro e a confutare le loro affermazioni, a difendersi dalle loro calunnie.

 

Un metodo usato dai Debunker è di mettere assieme nei loro attacchi sia le teorie sensate e regionalmente provate con quelle campate in aria (un esempio è di mettere assieme le teorie basate su prove come quelle sull’auto-attentato dell’11 settembre con quelle palesemente “salti quantici”, “era dell’Acquario” ecc.). Questo fa in modo che, per il lettore inesperto, teorie con prove e teorie campate in aria abbiano lo stesso valore.

 

La funzione dei Gatekeeper è invece assai meno intuitivo è assai meno intuiva, e piò apparire incomprensibile e contradditoria a chi non conosce le tecniche di disinformazione e di “controintelligence” attuate dai servizi segreti o da qualsiasi gruppo organizzato che voglia tenere segrete delle informazioni.

 

Per comprendere l’operato dei Gatekeeper bisogna pure conoscere qualcosa sulle bisogna pure conoscere qualcosa sulle operazioni PSYOP, di psicologia delle masse, di ingegneria sociale e cose del genere. I Gatekeeper servono per monopolizzare il dissenso (termine che deve essere inteso non solo nel senso politico), ponendo l’attenzione su certi temi, ma omettendo altri e proponendo determinate soluzioni (utili alle elités o innocue per esse, un esempio sta nel porre fortemente l’accento sulla sovranità monetaria senza tenere conto che la crisi è del sistema e si esce fuoriuscendo dal sistema capitalista e dalle sue logiche), in pratica mischiando verità e menzogna. Nell’era di Internet è sempre più difficile tenere segrete certe informazioni sul mondo: reperire dei dati è rapido, facile e quasi gratuito e ricerche che avrebbero richiesto lunghe ore in biblioteca, magari viaggiando verso biblioteche specifiche, diventano semplici come usare un motore di ricerca, inoltre le barriere date dalle lingue sono abbattute dal miglioramento costante dei programmi di traduzione automatica. Anche un semplice scambio di idee che permetta di confrontarsi con molte persone su uno stesso tema è enormemente facilitato ed il mezzo da modo quasi a chiunque di poter diffondere le proprie idee, scoperte e riflessioni in gran parte del mondo. Però, come si diceva prima non bisogna scordarsi che Internet deriva dal provetto militare Arpanet, e ciò ci deve far capire che se ci è permesso usarla, vuol dire che per le classi dominanti non è certo un problema insormontabile, anzi spesso e volentieri può essere un’opportunità.

 

C’è da chiedersi come fanno le classi dominanti a proteggere i loro segreti dopo l’avvento di Internet.

 

Da un lato hanno fatto in modo che Internet, come gli altri mezzi di comunicazione di massa, sia utilizzato dalla maggior parte delle persone per accedere a contenuti frivoli: di fatti gran parte degli accessi online non dovuti a motivi di lavoro riguardano la pornografia, e fra i siti più visitati ci sono quelli di gossip e quelli per fare incontri “romantici/sessuali”, mentre gli argomenti più frequenti di discussione in una chat riguardano frivolezze o il flirtare. Anche fra chi cerca informazioni la maggior parte si rivolgerà all’equivalente online di grosse testate giornalistiche o di telegiornali, o comunque a derivati dei tradizionali masse media e a piattaforme che portino il “marchi di qualità” dell’informazione ufficiale. Quindi solo un’infinitesima percentuale di popolazione (e parlo di una minuscola della già esigua di persone occidentali capaci, di utilizzare un computer connesso in rete) sfrutta questo mezzo per cercare di comprendere realmente il mondo in cui viviamo.

 

Però che quella seppur esigua percentuale di persone che informano su imperialismo o “nuovo ordine mondiale” potrebbe diventare in prospettiva un pericolo o almeno un intralcio per le classi dominanti. Esse perciò si pone il problema di come gestire queste esigue minoranze.

 

Censurare semplicemente le informazioni in un sistema vasto come Internet è inefficiente e ci sarebbe il rischio che comunque una certa parte di dati sfuggano al controllo; inoltre una censura ferrea rischierebbe di far riflettere il resto della popolazione portandolo a capire che in questo mondo non ci sia una vera libertà di pensiero e di parola e che quindi realmente qualcuno voglia sopprimere determinate informazioni per qualche motivo: insomma, censurare una notizia, sarebbe come far sparire che la propaganda, rischia di dare credibilità alla stessa presso le masse. Per questo è molto più efficace mantenere una censura blanda di certi temi nei mass media tradizionale (parlandone solo all’interno di Format screditandolo mischiandoli a cavolate, un esempio potrebbe essere nella stessa trasmissione parlare di controllo mentale, alieni, salti quantici visti in senso mistico, e così via) lasciando che in rete ci sia una relativa libertà di diffusione dei suddetti contenuti, e parallelamente sommergere la rete di informazioni inventate su tali temi allo scopo di confondere che vi si avvicina (soprattutto tramite Gatekeeper) e colonizzarla di Debunker che tengano d’occhio i grandi siti, i Blog e i Forum e che attuino azioni di disturbo come sopra spiegato. Bisogna ricordarsi che la rete è sfruttata dalle classi dominanti per tentare di manipolare le masse dotando i loro tirapiedi atti a gestire con facilità molti alter ego virtuali.

 

Ciò ci deve far capire che Internet può dare fastidio alle classi dominanti, ma è anche un grande strumento atto a portare avanti i loro piani; se così non fosse, non esisterebbe alcun Internet a basso prezzo facilmente disponibile a milioni di persone.

 

Torniamo a quelle che possono essere le funzioni e i metodi dei Gatekeeper:

  • Mischiare verità e menzogna, con questo tipico metodo usato nella guerra psicologica, si pone l’obiettivo di confondere il lettore in modo che non riesca a capire quali siano i dati reali e quali quelli falsi.
  • Screditare un dato reale mischiandolo falsità spesso talmente palesi da essere da essere ridicole (altre volte si scredita un dato reale omettendo le prove migliori e adducendo come prove fatti insensati o irrilevanti), questa tattica serve più che altro a porgere il fianco ai Debunker e allontanare dalle teorie non ufficiali gran parte delle masse (dandogli l’impressione che si tratti di una marea di cazzate sostenute solo da pazzoidi).
  • Far finire i lettori in un “binario morto” in modo che la loro ricerca vada a vuoto e/o le loro deduzioni siano errate poiché basate su dati in parte falsi.
  • Inserire una certa percentuale di verità nei loro libri-film- conferenze: ciò serve a dargli credibilità verso i lettori, difatti se raccontassero solo bugie palesi nessuno (o comunque pochissime persone) li leggerebbe: è la tattica della polpetta avvelenata”.
  • Inseriscono subdolamente nelle loro opere idee e valori affini a quelle delle classi dominanti senza menzionarne le fonti. Gli esempi più comuni sono l’inserimento di elementi tratti da: New Age, finto ambientalismo,[57]
  • Hanno la funzione di “leader di movimento/guru/messia”: in pratica compattano gran parte del dissenso contro il sistema capitalista (anche se una fette degli oppositori a livello informatico ama parlare di nuovo ordine mondiale, signoraggio, e cose del genere piuttosto che di capitalismo o imperialismo) nelle loro fila permettendo alle classi dominanti di manipolarlo come un vero e proprio movimento e quindi di indirizzarlo su binari utili ai piani del sistema capitalista. Ciò fa in modo che le persone siano indotte non tanto a indagare per conto proprio sulle reali dinamiche di come funziona il sistema capitalista, ma aspettino le rivelazioni dei loro leader e uniformino la loro visione alla sua (questo scoraggia il pensiero critico e rende le persone più facilmente manipolabili).
  • Indicano come movimenti di resistenza all’imperialismo (o al nuovo ordine mondiale) o comunque positivi personaggi o movimenti sostenuti dall’imperialismo (pensiamo alle cosiddette “primavere arabe” in Libia e in Siria).

 

 

CONCLUSIONI PROVVISORIE

 

 

Abbiamo visto che l’informatica ha portato ulteriori sviluppi nella guerra psicologica e nello stesso tempo ha portato un irruzione nell’insieme della società del mondo virtuale.

 

Il mondo virtuale costituisce assieme alla manipolazione mediatica, alla fragilità psicologica delle persone una trappola per chiunque si ponga l’obiettivo della trasformazione della società.

 

Per questo motivo non c’è da meravigliarsi dell’ampia diffusione di teorie che creano un meccanismo d’intossicazione, confusione e diversione dalla realtà diretta a conformare la mente e i cuori delle masse popolari distogliendole dalla lotta di classe e soprattutto dalla comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe.

 

Come un’altra trappola da parte delle classi dominanti è il moltiplicarsi di attività del tempo libero, la diffusione di massa di oggetti di consumo e l’uso massiccio – soprattutto nei paesi imperialisti – di droghe e psicofarmaci.

 

Il mondo virtuale diventa una trappola poiché simula il mondo reale, ma è libero dai limiti e dalle restrizioni che il mondo reale comporta, poiché sono frutto di fantasia e immaginazione, perciò distoglie l’attenzione dal mondo reale a vantaggio di un mondo immaginario e arbitrario in cui rifugiarsi, anziché impegnarsi nel trasformare il mondo reale.

 

D’altronde anche lo stesso terrorismo che si è venuto a creare di recente in Europa è esso stesso un’applicazione di guerra psicologica rivolto alle masse (certamente con vittime innocenti ed è molto rumoroso).

 

Se si accetta l’idea del massone Gioele Magaldi del Grande Oriente Democratico (GOD) che sostiene nel suo libro Massoni società (Chiare Lettere, Milano, 2014) che dietro a questo terrorismo ci siano delle super logge internazionali che chiama Ur-Lodges[58] si potrebbe parlare di sovragestione del terrorismo.

 

Nella sostanza se nelle classi dominanti dalle loro forme organizzative predomina dalla seconda guerra mondiale una concezione oligarchica monopolista del potere.

Di conseguenza in un ristretto numero di persone che hanno legami di potere o anno parte della finanza e della politica internazionale, che a loro volta manovrano pezzi di governi, di amministrazioni, di servizi segreti, logge massoniche o para-massoniche, strutture religiose di varia estrazione, e istituzioni bancarie e parti dell’imprenditoria privata che a loro volta usano come massa di manovra i terroristi.

 

Ed è del tutto indifferente se i soggetti manovrati siano consenzienti, al punto che in molte occasioni sono stati inconsapevoli di quanto, stava accadendo.

 

In sostanza c’è una rete ad anelli, dove la regola aurea è ampiamente rispettata: ogni anello conosce solo e soltanto l’anello che gli è immediatamente superiore e quello che gli è immediatamente inferiore e nulla più.

 

Il terrorismo è usato a volte per scopi tattici altre volte per scopi strategici. Quello attuale che si rivolge contro l’Europa, non è certamente perché il sovragestore vuole distruggerla, ma sicuramente vuole e ha interesse che rimanga così. Uno dei probabili scopi del terrorismo è di impedire che l’Europa si liberi dal gioco monetario del potere finanziario, scopo che rende indispensabile la conservazione di un potere politico utile e comodo per la permanenza dello status quo e delle sue componenti fondamentali: complicità, ignoranza, debolezza, egoismo e incompetenza.

 

   LO SCOPO DEL TERRORISMO è QUELLO SALDARE IL RAPPORTO TRA IL POPOLO ED IL POTERE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Teorico militare cinese dell’antichità, vissuto presubilmente negli stessi tempi di Confucio – ovvero tra il 551 ed il 479 a.C. – autore dell’opera L’arte della guerra.

 

[2] Titan Rain fu il nome in codice che il governo USA diede nel 2003 a una serie di attacchi coordinati ai computer di tutta l’America. Gli attacchi furono chiamati in origine Popolo della Repubblica Cinese, data la loro precisa natura (es., spionaggio sponsorizzato dallo Stato, aziendale, o attacchi da singoli hackers) e la loro reale identità (es., dietro proxy o con computer considerati zombie infetti da spyware/virus) rimane tuttora sconosciuta. Visto in questi termini, anche il nuovo nome “Titan Rain” sembra adattarsi perfettamente alla tipologia di attacco.

Intorno al dicembre del 2005, il direttore del SANS Institute, un istituto di sicurezza negli U.S., comunicò che gli attacchi furono per la maggior parte riconducibili al corpo militare cinese e risultato di loro attacchi finalizzati al ottenere informazioni sui sistemi informatici USA.

I Titan Rain hackers riuscirono ad ottenere l’accesso a molte reti informatiche USA, incluse quelle di Lockheed Martin, Sandia National Laboratories, Redstone Arsenal e della NASA.

 

[3] Moonlight Maze fu il nome in codice che il governo USA diede nel 1999 a una serie di attacchi coordinati ai computer del Dipartimento di difesa, importanti università ed imprenditori militari. Gli attacchi furono ricondotti a un mainframe computer [senza fonte] di Mosca, ma non è chiaro se da lì avessero avuto origine o fosse stato usato semplicemente come snodo.

Il 20 settembre 1999, Newsweek pubblicò un articolo sul Moonlight Maze. In quel report dichiarò che gli hacker che conducevano gli attacchi riuscirono ad ottenere ingenti quantità di dati, come codici navali classificati o informazioni sui sistemi di guida dei missili, anche se non è mai stato confermato che tali informazioni furono di fatto compromesse. Gli attacchi sarebbero cominciati a bassa frequenza nel gennaio 1999[1], contrastati, quasi immediatamente, e ne fu rintracciata la loro sede a Mosca; questo non fermò gli intrusi che continuarono le loro intrusioni quasi silenziosamente, lasciando però qui e là tracce informatiche. Secondo quell’articolo, alcune cariche del dipartimento di difesa avrebbero affermato che l’attacco era:

   Reuters: L’U.S.A. Air Force si prepara a combattere nel cyberspazio. http://archivio.panorama.it/mondo/il-mondo-in-classifica/I-piu-clamorosi-cyber-attacchi-della-Storia-LA-CLASSIFICA2

 

[4] A Bichkek il palazzo presidenziale fu preso d’assalto e incendiato.

 

[5] http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo_dossier/2010

 

[6]                                                   c.s.

 

[7] Technique du coup d’ètat, di Curzio Malaparte. Prima edizione 1931. Riedizione in formato tascabile, Grasset & Fasquelle (2008).

 

[8] Propaganda di E. L. Bernays, Horace Liveright (1928).

 

[9] The Engineering of Consent, The Annals of the America Academy of Political and Social Science, 1947, 250, p.113.

 

[10] Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media, di Edward S. Herman e Noam Chomsky, Pantheon Book Inc (1988).

 

[11] http://www.centrosangiorgio.com/subliminale/articoli/pagine_articoli/mass_media_e

 

[12] Lippmann, che era passato dalle reti fabiane socialiste ai circoli di Thomas Dewey, divenne il portavoce della frazione imperialista USA che osteggiava la politica del presidente Franklin Delano Roosevelt.

 

[13] Per approfondire sul Congresso della libertà della cultura Quand la CIA finançait les intellectuels européens di Denis Boneau http://www.voltairenet.org/article11249.html e Quand la CIA finançait les intellectuels italiens

di Federico Roberti http://www.voltairenet.org/article157970.html

 

[14] Frances Stonor Saunders, Chi conduce la danza? La CIA e la guerra fredda culturale (2003).

 

[15]                                                                                     C.s.

 

[16] V. I. Lenin, Opere, Editori Riuniti, Roma, v. 18, p. 77.

 

[17]                                           C.s.                        v. 11, p. 397.

 

[18] Maurizio Blondet, chi comanda in america, EFFEDIEFFE, 2002, p. 154.

 

[19] Joseph Brewda, Israeli psichiatrists and hamas terrorists: case study on how terrorists are manufactured, ottobre 2001.

 

[20] Maurizio Blondet, chi comanda in america, EFFEDIEFFE, 2002, p. 155.

 

[21] Raphael Patai, The arab mind, New York, 1976.

 

[22] Terrorist talent scouts and the selections and management of youthful terrorists.

 

[23] La liberazione della Corea dal dominio coloniale giapponese fu una delle conseguenze immediate della seconda guerra mondiale. Essa modificò radicalmente la situazione del paese. Il crollo del dominio coloniale del Giappone assestò un duro colpo ai suoi alleati coreani, gli agrari e la grande borghesia. La borghesia nazionale della Corea, interessata, che dopo la liberazione, il paese continuasse a svilupparsi lungo la via capitalistica, era debole e senza aiuti esterni, impotente a realizzare i suoi disegni. I suoi gruppi dirigenti erano compromessi agli occhi del popolo per aver collaborato con i colonialisti.

La classe operaia coreana costituiva una considerevole forza sociale e contava oltre 2 milioni di lavoratori, circa 600 mila dei quali occupati nell’industria. La massa fondamentale del proletariato industriale della Corea era concentrata nelle sue regioni settentrionali. Nel corso della precedente lotta di liberazione si erano rafforzati i legami della classe operaia con i contadini e gli altri strati di lavoratori e si erano così create le premesse per la ricostituzione del partito comunista. Dopo il crollo del dominio giapponese, la dislocazione delle forze di classe, le condizioni oggettive e soggettive, nel loro complesso, favorì la creazione di una situazione rivoluzionaria e la possibilità di una rivoluzione democratico-popolare.

Sulla base degli accordi tra gli alleati, la Corea fu divisa in due zone: quella settentrionale, a nord del 38° parallelo, controllata dalle truppe sovietiche, e quella a sud dello stesso parallelo, presidiata dalle truppe americane.

Si trattava di una spartizione provvisoria, in attesa della capitolazione delle forze giapponesi.

Nella Corea settentrionale le forze armate sovietiche crearono tutte le condizioni necessarie per l’attività degli organi del potere popolare. In breve tempo fu distrutto l’apparato coloniale, furono liquidati tutti gli organi dell’amministrazione giapponese, furono annientate le basi del domino economico del Giappone.

La grande industria, i trasporti, i mezzi di comunicazione, le banche di proprietà dei giapponesi, furono messi sotto il controllo e la gestione del Comando militare sovietico per esser consegnati successivamente al loro legittimo proprietario: il popolo.

 

L’amministrazione civile si poneva come compito fondamentale quello di aiutare i lavoratori coreani a sviluppare la Corea come uno Stato democratico e indipendente. Tecnici di professioni civili che si trovavano nelle file dell’esercito sovietico, si misero al lavoro per aiutare immediatamente i lavoratori coreani a ricostruire l’economia danneggiata dal colonialismo e dalla guerra, sviluppare la cultura, preparare i dirigenti.

La presenza nella Corea settentrionale delle truppe sovietiche aveva inoltre paralizzato le forze della reazione imperialista e coreana, privandole della possibilità di intervenire o di scatenare la guerra civile.

Le condizioni createsi nella parte settentrionale del paese vi avevano facilitato lo svolgimento di un processo rivoluzionario.

La forza dirigente e organizzatrice di questo processo era rappresentata dai comunisti.

I comunisti erano alla testa dei comitati popolari creati subito dopo la liberazione, in conformità a una larga coalizione delle forze democratiche. Dall’8 al 10 ottobre 1945 ebbe luogo a Pyong-Yang una conferenza dei rappresentanti dei comitati popolari che discussero problemi relativi alla loro organizzazione e attività. I comitati popolari cominciarono a procedere alla confisca delle terre appartenute agli agrari giapponesi e ai coreani traditori, che furono consegnate gratuitamente ai contadini poveri e ai braccianti agricoli. Secondo una decisione presa dagli stessi comitati, il canone della terra data in affitto non poteva essere superiore al valore del 30 per cento del raccolto. I comitati popolari, aiutati attivamente dalle truppe sovietiche, ricostruirono l’economia, presero misure per assicurare il vettovagliamento della popolazione, aiutarono i disoccupati e gli indigenti. http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custag21-007339.htm

 

[24] Nella Corea meridionale la situazione si aggravava sempre di più. Dal 20 marzo all’8 maggio 1946 si svolsero i lavori della commissione mista sovieto-americana che, tra l’altro, avrebbe dovuto concorrere alla costituzione di un governo democratico provvisorio della Corea. La delegazione americana cercò di tener lontani dalle consultazioni i rappresentanti dell’opinione pubblica democratica coreana. Di fronte al deciso rifiuto sovietico di aderire a questa pretesa, la delegazione USA interruppe i lavori della commissione. Nello stesso tempo le autorità americane avevano iniziato un’offensiva aperta contro le forze democratiche della Corea meridionale: ordinanze e risoluzioni limitavano le possibilità di attività legate delle organizzazioni democratiche, le persecuzioni nei loro confronti furono intensificate, i loro dirigenti arrestati.

Tutto ciò contribuì a rendere la situazione incandescente. Nel corso dell’estate del 1946 ebbero luogo nella Corea meridionale manifestazioni di massa, scioperi, rivolte contadine. Gli operai erano i più attivi. Nel settembre 1946 i ferrovieri chiesero un aumento dei salari e il miglioramento dei rifornimenti alimentari. Le autorità opposero un rifiuto e allora il sindacato dei ferrovieri proclamò uno sciopero generale, che fu appoggiato dai poligrafici, dagli operai dei cantieri navali e da quelli degli stabilimenti industriali. Il traffico ferroviario fu interrotto in tutta la Corea del sud, le comunicazioni subirono la stessa sorte, furono chiusi molti istituti, scuole, collegi. Gli scioperanti, diretti da un comitato di sciopero della Corea meridionale, posero alle autorità di occupazione una serie di rivendicazioni: cessazione immediata del terrorismo, il potere ai comitati popolari, libertà politiche per la popolazione, ripresa dei lavori della commissione mista sovieto-americana e formazione di un governo democratico, secondo le decisioni della conferenza di Mosca, attuazione delle stesse trasformazioni democratiche già operate nella Corea del nord.

Le rivendicazioni degli operai in sciopero erano sostenute dagli altri strati della popolazione, e in primo luogo dai contadini. Preoccupate per l’ampiezza dello sciopero, le autorità di occupazione promisero di soddisfare alcune rivendicazioni economiche, alla condizione che lo sciopero fosse fatto preventivamente cessare. Ma quando il traffico ferroviario fu ripreso su alcune reti esso, invece di essere utilizzato per i trasporti di riso promessi, lo fu per spostare cannoni e mitragliatrici. Il comitato di sciopero dichiarò allora che gli operai non avrebbero ripreso il lavoro fino a quando le loro rivendicazioni non fossero state accolte. Allora le autorità scagliarono contro gli operai i militari, la polizia, i terroristi. Spedizioni punitive furono compiute anche nelle campagne.

Le masse popolari della Corea meridionale risposero al terrore con la lotta armata. All’inizio di ottobre nella città di Taegu operai, contadini e studenti disarmarono soldati e polizia e instaurarono il potere dei comitati popolari.

La lotta impari dei patrioti con i militari americani durò alcuni giorni.

Nell’ottobre e all’inizio di novembre scontri armati ebbero luogo anche in altre città della Corea meridionale, così come nelle campagne, dove i contadini attaccarono reparti di polizia e poderi di agrari. Anche notevoli strati di media borghesia e di intellettuali presero parte agli scontri. Al movimento presero parte più di due milioni di persone. Alla loro testa c’era il proletariato sudcoreano, che fu il primo a iniziare la lotta e fornì prova, nel suo corso, di un grande spirito di organizzazione e di fermezza.

Le autorità di occupazione e la reazione sud coreana soffocarono i moti di ottobre con grande durezza, uccidendo o ferendo circa 7 mila persone e arrestandone più di 25 mila.

Nel contempo le autorità di occupazione si videro costrette a rispondere al movimento popolare anche con qualche concessione di carattere economico ai lavoratori. Inoltre, per dare ai coreani una parvenza di autonomia amministrativa, esse crearono una camera legislativa e un’amministrazione civile coreana, entrambe, però formate con elementi dirigenti della società borghese-agraria coreana. Contemporaneamente proposero di indire nella Corea del sud elezioni per un’assemblea nazionale”. Grazie al terrore e al dominio della reazione, queste elezioni si conclusero con una vittoria della borghesia. Ciononostante le larghe masse popolari continuarono a insistere perché il potere fosse trasferito ai comitati popolari, perché fossero attuate le decisioni della conferenza di Mosca.

Nelle condizioni che si erano andate creando appariva estremamente importante mantenere in vita e unire le organizzazioni rivoluzionarie della Corea meridionale e garantire loro la possibilità di un’esistenza legale.

Nel novembre 1946 il partito comunista, il partito popolare e il nuovo partito popolare si fusero nel Partito del lavoro della Corea meridionale. Nel maggio 1947 la commissione mista sovieto-americana riprese i suoi lavori, ma la delegazione USA cercò di silurarla. Nella Corea meridionale s’intensificarono le repressioni contro le organizzazioni democratiche. Nel solo mese di agosto furono arrestati 12 mila esponenti democratici.

Poiché le posizioni degli USA avevano reso impossibile la creazione di un governo democratico provvisorio alle condizioni indicate dalla conferenza di Mosca l’Union Sovietica il 26 settembre 1947, tramite il suo rappresentante nella commissione mista, propose il ritiro contemporaneo dalla Corea delle truppe sovietiche e americane e di dare allo stesso popolo coreano la possibilità di decidere da sé dei suoi problemi statali.

Gli USA respinsero questa proposta e cominciarono a operare separatamente per formare un governo reazionario.   Nello stesso tempo essi portarono il problema coreano all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La maggioranza dell’Assemblea, nonostante una ferma protesta dell’URSS e dei paesi democratico-popolare e contro la volontà del popolo coreano, decise l’invio in Corea di una commissione provvisoria dell’ONU, incaricata di controllare lo svolgimento delle elezioni per l’ “assemblea nazionale”. Il popolo coreano accolse questa decisione con profonda indignazione.   Nella Corea del nord ebbero luogo ovunque comizi e manifestazioni di protesta.

I lavoratori svilupparono la lotta per superare i piani della produzione e per consolidare i successi economici della Corea settentrionale, base democratico-rivoluzionaria del paese. Nella Corea meridionale, in segno di protesta contro le “elezioni” e contro la creazione della commissione dell’ONU, il 7 febbraio 1948 gli operai proclamarono uno sciopero generale. Questo fu seguito da rivolte in massa di contadini, di studenti e di altri strati della popolazione, che sfociarono in lotte armate.

 

[25] http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/988-3-aprile-1948-linsurrezione-di-jeju

 

[26] http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custag21-007339.htm

 

[27] http://aurorasito.wordpress.com/2013/10/26/lagenda-dello-spopolamento

 

[28] Behold a Pale Horse, William Cooper, Light Tecnology Press. Sedona, AZ 1991 p. 166.

 

[29] Nel 1971 apparvero sulla stampa americana i testi chiamati Le Carte del Pentagono (Pentagon Papers), documenti segreti resi pubblici da Daniel Ellsberg, un vecchio analista della Rand Corporation. In quel periodo venne anche pubblicato il libro The Jasons: The Secret History of Science’s Postwar Elite (La Storia Segreta della Scienza nella Guerra Fredda) di Ann Finkbeiner. Mentre i primi testi evidenziavano le macchinazioni del governo USA durante la guerra del Vietnam, il secondo rilevava l’esistenza di un’équipe segreta di scienziati che collaboravano con varie amministrazioni passate per Washington. Questo gruppo era conosciuto come Jason. L’origine di questo nome viene dalla mitologia greca, dalla storia di Giasone (Jason tradotto in inglese) e gli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, oggetto che gli avrebbe dato vittoria e gloria. Ma nulla lega questi scienziati del Pentagono con i cercatori della leggenda greca, né con il verso Giasone, che scoprì la pelle di montone dorata appesa ad un albero di Dodona, il luogo denominato Iperborea al Polo Nord. Jason era quindi un’équipe segreta di scienziati che collaboravano col potere, e come ci racconta il professore di matematica catalano Salvador Lòpez Arnal, nel 1971 Jason rappresentava un chiaro impegno politico di un gruppo di scienziati che includeva le eccellenze della scienza fisica e biologica, compresi alcuni premi Nobel nella propria disciplina. Link. http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?=News&file=printe&sid=5934

 

[30] Nguyen Van Vinh, The Vietnamese People on the Road to Victory, 1966, p. 7

 

[31] http://www.ritaatria.it/portals/0/documenti/piazzafontana/consulenze_giannuli_faldo9.pdf

 

[32] http://www.misteriditalia.it/lestragi/piazza%20fontana/secondaordinanza/13-ORDINENUOVOEGLIAPPARATIMILITARIINTERESSATIALLAGUERRANONORTODOSSA.pdf

 

 

[33] http://www.cestim.it/argomenti/05verona/05verona_nera.htm

 

[34] http://www.ritaatria.it/portals/0/documenti/piazzafontana/consulenze_giannuli_faldo9.pdf   https://books.google.it/books?id=jDxPBwAAQBAJ&pg=PA197&lpg=PA197&dq=casm+guerra+psicologica&source=bl&ots=zk3jFY-LRI&sig=mNXJbdXajgxbmPa_3x4vr5NjJis&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiz_8-t05zRAhWrCcAKHYqGBaUQ6AEINzAE#v=onepage&q=casm%20guerra%20psicologica&f=false

 

[35] L’applicazione dell’assunto che la politica è la continuazione della guerra. Da qui la riduzione dell’attività delle varie forze politiche e sociali, ad attività di guerra psicologica che comporta di conseguenza alla militarizzazione dell’attività politica, vista come campo di battaglia non di interessi diversi e contrapposti che si esprimono in diverse linee politiche e ideologiche, ma come diversi eserciti che si contengono il campo della cosiddetta “società civile” dove l’obiettivo non è tanto il territorio ma le menti degli individui che compongono la massa.

[36] Si tratta del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (detto appunto anche ECOSOC) che è l’organo delle Nazioni Unite con la competenza principale sulle relazioni e le questioni internazionali economiche, sociali, culturali, educative e sanitarie, e di coordinamento dell’attività economica e sociale delle Nazioni Unite e delle varie organizzazioni a esse collegate.

 

[37] Il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza è stato un organo dei di coordinamento dei servizi segreti italiani, in attività dal 1978 fino alla cosidetta “riforma” dei servizi del 2007.

 

[38] http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/servizi-segreti-ex-capo

 

[39] http://www.reocities.com/cAPITOLHILL/4662/archivio98/gladiospenaco.html

 

[40] Un esempio evidente di operazioni illegittime fu l’operazione Lima quando il SISMI su una sicura sollecitazione di B. Craxi per aiutare A. Garcia (l’APRA è membro dell’Internazionale Socialista) con l’invio di apparecchiature tecnologiche e istruttori in Perù. Da tenere conto che in Perù furono inviati mezzi, che all’epoca erano considerati sofisticatissimi: ponti radio, sensori a raggi infrarossi.

 

[41] In italiano il nome della struttura è Gladio.

 

[42] http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/servizi-segreti-ex-capo

 

[43] Egli è un generale dei carabinieri molto particolare, ha sollevato molte polemiche quando comandava la brigata “Julia”, un suo intervento. Non nascondendo le sue perplessità sul nuovo modello di difesa e la necessità di trovare 40 mila volontari, Federici aveva ricordato che “attualmente i volontari sono 6800 e che nel 98% dei casi provengono da regioni meridionali“. Per il generale la previsione era che, anche a fronte di speciali incentivi, i nuovi volontari arriveranno dal Sud. Si era chiesto “se sia giusto affidare loro la difesa del nostro benessere“. Una questione, quella sui meridionali nell’ esercito, ripresa dalla Lega Nord in una interrogazione parlamentare (http://archiviostorico.corriere.it/1993/febbraio/27/alpino_vertice_dell_Arma_co_0_930227107.shtml) .

 

[44] http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/servizi-segreti-ex-capo

 

[45] Qui sono fin troppo evidenti i fini ricattatori del controllo.

 

[46] http://www.stpauls.it/fc03/0350fc/0350fc32.htm

 

[47]                                     C.s.

 

[48]                                     C.s.

[49] In un’intervista alla trasmissione Report (che si può vedere Youtube) un agente segreto (mascherato per ragioni di ovvia precauzione) disse che Li Causi passava delle notizie a giornalista Ilaria Alpi sui traffici che svolgevano in zona, in particolare sugli scarichi di materiale radioattivo.

 

[50] All’epoca il capo della Polizia.

 

[51] Dottrina che, nello specifico, si uniforma ai dettami della Presidential Decision Directive 68 (PDD 68).

 

[52] Consiste in un C-130E dell’US Air Force, opportunamente modificato e dotato di apparecchiature speciali.

 

[53] Durante la guerra e rivoluzione (1936-1939), durante la battaglia di Guadalajara (1937) ci fu un esempio esemplare di un uso rivoluzionario di certi metodi della guerra psicologica. I capi politici italiani delle Brigate Internazionali (Gallo – nome di battaglia di Longo – Nenni, Nicoletti, Vidali) prepararono un piano di propaganda per i loro compatrioti che combattevano nel corpo di spedizione fascista che combatteva in Spagna. Manifesti furono lanciati dagli aerei e altoparlanti, minano attraverso le linee, il morale dei soldati. “Fratelli, perché siete venuti in un terra straniera ad ammazzare gli operai? Mussolini vi ha promesso la terra, ma qui non troverete altro che una tomba. Vi ha promesso la gloria e troverete la morte”. (Guadalajara pubblicazione governativa, pag. 18). A questi uomini, formati dalla propaganda fascista, esacerbati dalle parole d’ordine nazionaliste, venuti come conquistatori arroganti, i rivoluzionari garibaldini parlano di fraternità proletaria, di solidarietà internazionale. Gli chiedono di disertare, di unirsi ai repubblicani, di mettersi contro i loro capi che sono nemici dei lavoratori italiani e dei lavoratori spagnoli. In quel periodo (marzo) le operazioni sono rallentate dal cattivo tempo. Comincia a cadere la neve. Il morale delle truppe italiane comincia ad abbassarsi: prigionieri e disertori arringano a loro volta i loro camerati, dicendo loro come sono stati accolti, chiamando i loro amici perché li raggiungano.

La vittoria di Guadalajara, riportata da un esercito popolare su un esercito regolare moderno con l’impiego di metodi rivoluzionari come il disfattismo nelle file nemiche, file di un esercito, cioè, meglio equipaggiato e addestrato fu la prima vittoria dei proletari sui fascisti. Agli occhi degli internazionali italiani e spagnoli, la fuga delle camice nere, la disintegrazione delle legioni italiane, prefigurava la sorte che attendeva tutti i regimi fascisti. Era dopo la vittoria di Mussolini e Hitler nei rispettivi paesi, la prima rivincita del proletariato internazionale, la sua prima vittoria.

Vittoria strategica, ma anche vittoria politica, essendo stata coronata dalla conquista delle truppe del nemico di classe.

[54] Protocollo: mezzo convenzionale per la trasmissione dei dati.

 

[55] Programma utilizzato per la navigazione nei siti del World wide web.

 

[56] http://debunkerfakeblog.blogspot.it http://aliceoltrelospecchio.blogspot.it/search/label/Gatekeeper

 

[57] Coloro che pongono in maniera eccessiva sul cambiamento dei stili di vita (magari con un fondamentalismo vegetariano/vegano) e non sul cambiamento del modo di produzione, a partire di chi è la proprietà dei mezzi di produzione e delle logiche del profitto. Nella sostanza marginalizzare o non mettere proprio per niente il quesito cosa produrre, per chi produrre e come produrre.

 

[58] Queste superlogge sovranazionali vanterebbero l’affiliazione di presidenti della repubblica, banchieri, industriali. Secondo Magaldi Ur-Lodges sarebbero 36 e si dividerebbero tra progressiste e conservatrici e sarebbero loro a sponsorizzare la nascita delle associazioni para-massoniche tipo la Trilateral Commission o il Bilderberg Group.

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~ di marcos61 su gennaio 18, 2017.

3 Risposte to “LE OPERAZIONI PSICOLOGICHE MILITARI (PSYOP) OVVERO LA CONQUISTA DELLE MENTI”

  1. […] operazione Siria“, di Manlio Dinucci [3] “Le Operazioni Psicologiche militari (PsyOp) – La ‘conquista’ delle menti“ [4] “Eurocrati a Roma, ISIS a Londra: tutto in […]

  2. […] Tornando alle PSYOP, una cosa certa è che da almeno trent’anni, gli USA hanno raggiunto e mantenuto una notevole leadership nel settore sotto tutti i punti di vista (dottrinale, addestrativo, tecnico, ecc.) tanto da farne non solo un punto di forza per loro stessi, ma una risorsa da condividere con gli altri membri della NATO. Le forza armate USA, infatti, non lesinano di organizzare corsi di istruzione ad appannaggio degli altri membri della NATO, dispensando anche “buoni consigli” laddove osservano che i Paesi alleati o amici (eufemismo per dire subalternità ai voleri dell’imperialismo USA) cominciano a valorizzare le PSYOP con la creazione di specifiche Unità… ARTICOLO INTEGRALE […]

  3. […] Tornando alle PSYOP, una cosa certa è che da almeno trent’anni, gli USA hanno raggiunto e mantenuto una notevole leadership nel settore sotto tutti i punti di vista (dottrinale, addestrativo, tecnico, ecc.) tanto da farne non solo un punto di forza per loro stessi, ma una risorsa da condividere con gli altri membri della NATO. Le forza armate USA, infatti, non lesinano di organizzare corsi di istruzione ad appannaggio degli altri membri della NATO, dispensando anche “buoni consigli” laddove osservano che i Paesi alleati o amici (eufemismo per dire subalternità ai voleri dell’imperialismo USA) cominciano a valorizzare le PSYOP con la creazione di specifiche Unità… ARTICOLO INTEGRALE […]

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