FALANGE ARMATA: UN OPERAZIONE DI GUERRA NON ORTODOSSA PER FAVORIRE L’AVVENTO DEL TECNOFASCISMO

 

 

 

La Falange Armata è una sigla che dal 1990 al 1994, rivendicò di atti che in seguito furono ricostruiti a livello giudiziario senza risalire a una “centrale”. La cosiddetta Falange Armata, per esempio, (1990 anno più anno meno) rivendicò l’omicidio di Mormile, educatore ad Opera (MI) e convivente della direttrice carceraria “speciale” Armida Miserere, la quale nel 2003 si “suicida” con un colpo alla tempia nel carcere speciale di Sulmona (AQ).

Poi questa sigla ricompare per essere usata nella rivendicazione dell’attentato al Tribunale di Venezia dell’agosto 2001, attentato opera di un fascista, ma attribuito inizialmente ai cosiddetti Nuclei territoriali antimperialisti, che all’epoca Il Giornale rimanda alla “guida ideologica” di Paolo Dorigo. La bufala è funzionale alla montatura che cammina sulla sigla NTA, cosa che emergerà alla logica con la conclusione delle indagini e la cattura di un giornalista friulano che aveva, dicono, fatto tutte le azioni “autentiche” degli “NTA” da solo!

Poi ricompare quasi per miracolo (si fa per dire ovviamente) nel febbraio del 2014 quando unna lettera di minacce indirizzata a Riina, firmata Falange Armata, è stata recapitata al carcere Opera di Milano dove il boss è rinchiuso al 41Bis. Secondo quanto si apprende da Repubblica, nella lettera pare che ci sarebbe scritto “Chiudi quella maledetta bocca, ricordati che i tuoi familiari sono liberi” e poi “Per il resto ci pensiamo noi, stai tranquillo!”.[1] Ovviamente la lettera non è giunta al destinatario perché, come sanno anche i bambini, la posta recapitata al 41Bis è sempre controllata; ed è un elemento importante per capire il primo scopo della cosiddetta Falange Armata: il messaggio non è per Riina, ma per il mondo esterno che inevitabilmente passa attraverso i mass media e giornali.

 

 

 

 

LE AMMISSIONI DI UN AMBASCIATORE

 

Il 27 maggio 2013 si è aperto a Palermo, il processo per quello che è definita la “trattativa Stato-Mafia”. Dieci gli imputati: i capimafia Riina, Bagarella, Cinà, gli ex ufficiali del Ros Subranni, Mori e De Donno, il pentito Giovanni Brusca e Massimo Ciancimino. Poi ex politici come Dell’Utri e l’ex presidente del Senato Mancino.

Nell’ambito di questo processo, il 25 giugno 2015 è venuto a testimoniare l’ambasciatore Paolo Fulci, un diplomatico di carriera che tra l’altro è stato dal 1985 al 1991, ambasciatore alla  NATO a Bruxelles, ed è tra l’altro un cavaliere dell’Ordine Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme detto di Rodi, detto di Malta che è un ordine religioso che dipende dal Vaticano. Egli finì la sua carriera diplomatica, come rappresentante permanente d’Italia alle Nazioni Unite (1993-1999). Nel gennaio del 1999 fu eletto all’unanimità presidente del Consiglio economica e sociale (ECOSOC),[2] dal 2011 è il presidente della Ferrero, la multinazionale italiana dei prodotti dolciari.

Tra il 1991 e il 1993 egli fu il segretario generale italiano del Comitato esecutivo italiano per la sicurezza e l’intelligence (CESIS).[3]

Questa lunga esposizione serve a mostrare bene che tipo di personaggio è Fulci, uno che la sa lunga e con un’ampia gamma di relazioni istituzionali e sociali.

Egli al processo ha affermato che: “Un funzionario del Sisde, si chiamava De Luca, che ora è morto e lavorava con me al Cesis, mi portò due cartine: in una c’erano i luoghi dove partivano tutte le telefonate della Falange Armata, nell’altra i luoghi dove sono situate le sedi periferiche del Sismi… e queste due cartine coincidevano perfettamente[4] .

Davanti ai Magistrati Fulci racconta la sua esperienza al vertice del CESIS, rilanciando tutti i suoi dubbi sulle missioni top secret di alcuni agenti della Settima Divisione del SISMI, il servizio segreto militare, che “maneggiavano dinamite e armi” e costituivano una cellula speciale, con “obiettivi di “guerriglia urbana” da lui stesso definiti totalmente estranei ai compiti istituzionali.

La Settima Divisione non è la prima volta a essere in primo piano. Liberazione del 30 ottobre 1998, pubblica un’interrogazione parlamentare dei senatori del Prc Giovanni Russo Spena e Fusto Cò, al presidente del Consiglio Massimo D’Alema, al ministro dell’Interno Rosa Russo Jervolino, al ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto e al ministro della Difesa Carlo Scognamiglio, con cui si chiedeva la lista completa dei membri della struttura clandestina Gladio.[5] In questa interrogazione si dice: “emergerebbe che tutti i componenti civili e militari della Gladio erano in possesso del Nos (nulla osta di segretezza) e ciò nonostante alcuni di essi fossero risultati provenienti da formazioni di estrema destra o iscritti a logge massoniche coperte, come tra l’altro risulta dalle inchieste di Cordova (…). In aperta violazione dell’art. 10 della legge n. 801 del 1977, veniva ricostituita la direzione di sicurezza interna (ex ufficio di sicurezza), fatta sciogliere dal presiedente del Consiglio Giovanni Spadolini (…). Presso la direzione sicurezza di Roma, via del Policlinico, 131, prestano servizio agenti della Gladio della VII divisione ed appartenenti alla sezione “K” tra cui il tenente colonello Cavataio (…). L’ammiraglio Martini nel 1987 poneva a capo dell’organo esecutivo Ucsi (ufficio centrale per la sicurezza) il generale Inzerilli, durante la cui gestione venivano concessi nulla osta di segretezza a ditte indagate per mafia o coinvolte in tangentopoli (…). In questo periodo il Sismi si sarebbe riappropriato di 250 mila fascicoli (dossier) di pertinenza della Presidenza del Consiglio (…). Sarebbero state autorizzate numerose missioni all’estero in paesi fuori della Nato impiegando il personale della sezione K per addestramento, forniture di armi ed apparecchiature di ogni genere.[6] Parimenti risulterebbe l’impiego di uomini della sezione K o dei nuclei Ossi o Gos in operazioni non attinenti ai compiti istituzionali (sequestro Moro, Dozier, rivolta nel carcere di Trani, sequestro Achille Lauro, aereo sequestrato a Malta, la cosiddetta “operazione Lima” (…). La sezione K risulterebbe rivivere sotto la nuova sigla di Falange Armata di cui farebbero parte alcuni componenti della disciolta VII divisione. Secondo quanto dichiarato ai magistrati dal segretario del Cesis Paolo Fulci, la Falange Armata sarebbe composta da 16 ufficiali della VII divisione, arruolati in modo clandestino dal generale Pietro Musumeci tra gli ex paracadutisti della Folgore; che la creazione della sezione K è ascrivibile al capo della Gladio Inzerilli” e ancora “risulta inoltre parimenti ascrivibile alla VII divisione la creazione di altra struttura clandestina risultante operante anche dopo lo scioglimento della Gladio: il centro Scorpione di Trapani. Tale centro, sorto in una zona ad alta intensità mafiosa, di logge massoniche occulte, di traffici d’armi e di droga, disponeva di un velivolo leggero e di una pista di atterraggio. Da numerosa documentazione sequestrata dai magistrati della Procura di Padova è emersa la falsità contabile tenuta dal centro che elargiva compensi a “fonti” inesistenti. Il capo centro, maresciallo Li Causi, non è stato in grado di fornire plausibili spiegazioni (…); con differenti nomi di copertura, risulterebbe aveva partecipato a numerose operazioni illegali condotte dalla VII divisione. Dati questi precedenti risultano ancora non chiare le ragioni della sua presenza in Somalia dove perse la vita, secondo la versione ufficiale, a causa di una pallottola vagante (…); ulteriori elementi sono emersi circa l’illegalità della esercitazione Delfino effettivamente svoltasi in Friuli. Tutto ciò contrariamente a quanto sostenuto nel 1992 dai magistrati della procura di Roma che definirono l’esercitazione una “ipotesi di lavoro”, una “esercitazione in vitro”, provvedendo ad incriminare e far arrestare le persone che indagavano e che avevano presumibilmente rivelato l’esistenza”.

 

Fulci dopo aver scoperto una centrale di ascolto clandestina nel proprio alloggio nel proprio alloggio di servizio, subì minacce e ritorsioni, ma alla fine riuscì a fornire i nomi dei componenti della cellula: quindici persone, tutti della Settima Divisione, il famigerato reparto K, e si convince che questi potrebbero aver avuto un ruolo di telefonisti nelle operazioni della Falange Armata.

 

Questi ricordi di Fulci costituiscono il cuore dell’inchiesta sulla cosiddetta “trattativa Stato-Mafia”, che ruota attorno alla Falange Armata: se quello che afferma Fulci trova dei riscontri, alla fine risulterebbe che esiste un filo diretto che collimerebbe il SISMI (o un pezzo del esso) alla Falange Armata che firmò le bombe del periodo 1992-’93, lanciando nello stesso periodo messaggi e intimidazioni ai protagonisti della trattativa.

 

Tra gli imputati del processo a Palermo c’è il generale Mario Mori, che aveva cominciato la sua carriera all’interno del SID (l’antenato del SISMI) tra il 1972 e il 1975. Molto probabilmente, Fulci, per via della sua passata esperienza nei servizi (anche se afferma di averlo conosciuto quando era già comandante del ROS), gli affidò un’indagine per scoprire chi metteva le voci in giro su una sua presunta dipendenza da cocaina. In sostanza si era accorto, che si era messa in moto la macchina del fango per delegittimarlo (e i servizi segreti sono degli specialisti in questo tipo di operazioni).

 

La scoperta delle cartine sovrapponibili, avvenuta nella primavera del ’93, poco prima della sua conclusione del suo incarico al CESIS e dalla sua partenza per New York, porta Fulci a elaborare una sua “teoria personale” (per sicurezza personale alla fine piuttosto che affermare che esistono prove oggettive, si mette il tutto nel campo delle ipotesi personali): “Mi sono convinto che tutta che la faccenda della Falange Armata di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di Stay Behid:[7] facevano esercitazioni, come si può creare il panico in mezzo alla gente… e creare le condizioni per destabilizzare il paese, questa è sempre l’idea”. E poiché gli inquirenti gli fanno notare che quando partono le rivendicazioni della Falange Armata, l’operazione Gladio è ufficialmente cessata, Fulci ribatte: “Qualche nostalgico”.[8]

 

In maniera indiretta Fulci fa capire che dietro la sigla Falange Armata si nasconda in realtà un’operazione di guerra non convenzionale.

Nel gergo militare si chiama guerra non convenzionale una strategia che preveda l’inquinamento dei flussi informativi, per aumentare il livello della tensione. E sicuramente era questo lo scopo delle chiamate della Falange Armata nei primi anni ’90 quando le stragi al tritolo (e gli omicidi dei poliziotti dell’Uno Bianca) sconquassavano il paese.

 

Che ci sia altro e di ben pesante lo si può dedurre che la Falange Armata sia citata in un libro uscito nel 2001 dal titolo emblematico Guerra senza limiti edito dalla Libreria editrice goriziana, degli autori Qiao Lang e Wang Xiangsui, due ufficiali dell’esercito cinese che hanno svolto incarichi come Commissari politici presso i Dipartimenti politici dei comandi superiori come addetti alla morale, disciplina supervisione dei Comandanti e delle attività di propaganda. Il termine moderato dei loro incarichi non tragga in inganno: si tratta di due autentici revisionisti di fino. Il libro illustra l’evoluzione dell’arte della guerra, dai primi conflitti armati alla nostra epoca “di terrorismo e globalizzazione”. Quello che è messo ben in luce, è come muti l’approccio dei governi all’idea “fare la guerra”.

 

Il tipo di guerra che libro in oggetto si occupa, stampato da una casa editrice reazionaria (del Friuli Venezia Giulia) legata all’esercito, è quella definita assimetrica che consiste nell’uso di diverse tipologie d’armi. Semplificando: militare tradizionale contro guerriglia o militare tradizionale contro diversi tipi di guerra.

 

Nel capitolo Il volto del dio della guerra è diventato indistinto gli autori di Guerra senza limiti parlano del terrorismo (pagg. 83-84), dicono che “se tutti i terroristi limitassero le loro attività unicamente all’approccio tradizionale – vale a dire attentati dinamitardi, rapimenti, assassini e dirottamenti aerei – non otterrebbero il massimo terrore. Ciò che realmente scatena il terrore nel cuore della gente è l’incontro di terroristi con vari tipi di nuove tecnologie avanzate che potrebbero trasformarsi in nuove superarmi”, essi citano come esempi di terroristi dotati di superarmi i seguaci di Amu Shinrikyo che hanno cosparso il Sarin, un gas tossico, nella metropolitana di Tokyo e in contrapposizione questi killer che compiono eccidi indiscriminati cita “il gruppo italiano “Falange armata” è una categoria completamente diversa di organizzazione terroristica high-tech. I suoi obiettivi sono espliciti e i mezzi impiegati straordinari. La sua specializzazione consiste nell’irruzione in reti di computer di banche e di mezzi di comunicazione, nel furto di dati archiviati, nella cancellazione di programmi e nella divulgazione di false informazioni, vale a dire operazioni terroristiche classiche dirette contro reti e mass media. Questo tipo di operazione terroristica si serve della tecnologia più avanzata nei settori di studio più moderni e sfida l’umanità nel suo complesso una guerra che potremmo definire ‘nuova guerra terroristica’”. E c’è chi vuol ridurre gli avvenimenti dell’inizio degli anni ’90 nella semplice formuletta “trattativa Stato-Mafia”! In queste nuove guerre i campi di battaglia diventano infiniti, una volta che il bersaglio non è più solamente il corpo fisico da annientare, ma anche la psiche di quello è ritenuto il nemico. Un bersaglio che permette la progressiva erosione dei diritti civili, lo svuotamento dello Stato di diritto, tutto questo dentro un quadro di resa da parte delle persone colte e impegnate, che vede in sostanza un definitivo imbarbarimento della società che non fa che confermare quanto esporta Lenin ne L’imperialismo, aspetto che dopo il nazismo, non cera bisogno di altre conferme.

 

Tutto questo coincide di quello che dice l’ex parà Fabio Piselli all’indirizzo http://fabiopiselli.blogspot.com/2008/01/11-spionaggio-elettronico-e-falange.html a proposito della Falange Armata: “Una ulteriore chiave di volta per comprendere i fatti nei quali il Moby Prince è stato coinvolto è rappresentata dalla cosiddetta ‘Falange Armata, voglio per questo fornire quelle che sono le mie conoscenze ed i miei commenti rispetto a questa presunta organizzazione, con specifiche caratteristiche di guerra psicologica, che per molti anni ha fatto parlare di se fino a quando è stata disattivata, o meglio, posta in sonno.

L’ultima volta che questa sigla è apparsa è stato durante le indagini relative alle presunte intercettazioni illegali della Telecom di Tavaroli e del Sismi di Mancini ed in merito al suicidio di Adamo Bove; dalle carte recuperate durante una perquisizione nei confronti di un giornalista loro collaboratore sono stati repertati alcuni fascicoli provenienti dai Servizi nei quali si relaziona che la falange armata era formata da ex operatori della Folgore e dei servizi, reclutati dopo il loro congedo. Mentre in altre informative provenienti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è stato ipotizzato che i coordinatori di questa struttura fossero stati una ventina di specialisti della Folgore, transitati alla famosa VII° divisione del SISMI.

Ricordo che intorno al 1987, mentre prestavo servizio alla Folgore, frequentando Camp Darby, l’esistenza di voci rispetto alla formazione di piccoli nuclei autonomi parte di strutture indipendenti, rispondenti direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in funzione di unità antiterrorismo, fatto che era più che regolare visto la natura operativa dei reparti della Folgore in quegli anni ed il quadro politico nazionale ed internazionale che li ha caratterizzati.

La Folgore ha sempre fornito il proprio personale ai Servizi, sia per quanto concerne l’impiego di unità d’elite in funzione info-operativa, sia per quanto concerne gli operatori all’estero, sia per quanto riguarda gli ufficiali ed i sottufficiali transitati ai raggruppamenti di unità speciali o di difesa, Rus e poi Rud. Quest’ultimo reparto, il Rud, è quello nel quale potrebbero essersi addestrati anche coloro che una volta esternalizzati, cioè non più operativi ma congedati o tornati al proprio reparto di origine, hanno comunque continuato a collaborare con i Servizi in forma esterna, gestiti da un ufficiale il cui compito è stato proprio quello di coordinare gli ‘esterni’.

Questa parola, esterni, è importante per capire come, in quegli anni, fra l’85 ed il ’94, molti ragazzi d’azione, e non d’avventura, sono stati reclutati, gestiti ed addestrati da singoli soggetti o piccole cellule di specialisti al fine di acquisire delle competenze in varie materie, una delle quali di tipo captativo delle comunicazioni e dei segnali elettronici, altre più riferibili alla esecuzione di azioni “psicologiche” idonee per destabilizzare un territorio oggetto di interesse.

Non dobbiamo dimenticare che proprio l’ordinamento cellulare ha impedito, al singolo soggetto chiamato a condurre delle operazioni, di capire in modo ampio in cosa fosse stato coinvolto, questi sostanzialmente riferiva al proprio capocellula o capocentro, soggetto con il quale aveva già maturato un rapporto di fiducia, vuoi perchè era stato il suo ufficiale durante il servizio o la carriera militare, vuoi perchè questi ha fornito tutte quelle garanzie di affidabilità per ottenerne la fiducia.

Ricordo che personalmente ho avuto modo di collaborare con alcuni ufficiali che avevo già conosciuto durante la mia carriera militare e con i quali avevo un rapporto di fiducia, saldato oltretutto dal condizionamento psicologico indotto dall’appartenenza ai reparti d’azione, dal fatto di sentirsi diversi dalle altre unità, di essere in qualche modo legittimati nel porre in essere delle azioni di spessore diverso da quelle condotte dalle normali unità delle FF.AA. o delle FF.PP. proprio perchè quel tipo di operatori, ‘operativi’, erano attivati laddove le altre unità incontravano i propri limiti. Azioni che richiedevano ardimento, coraggio, forza fisica, resistenza psicologica, competenza tecnica, devozione al reparto e al proprio comandante e soprattutto quella ‘sana’ sregolatezza tipica di ogni reparto cosiddetto speciale, perchè il tipo di operazioni da condurre rappresentavano certamente nel loro contenuto una violazione delle regole in generale, erano operazioni fondamentalmente caratterizzate dalla clandestinità e dalla mancanza di ortodossia, cellulari e parte di un programma di più ampio respiro del quale certamente il singolo operatore attivato per compierle non aveva conoscenza.

La falange armata è stata una di queste operazioni, la cui sigla è stata fluttuante mentre gli operatori sono stati sempre gli stessi, salvo qualche transito di volta in volta avvenuto; la falange armata è stata perciò una “operazione” e non una ‘struttura’ con vita propria.

Fra il 1985 ed il 1994 sono stati sviluppati dei programmi da parte degli uffici studi ed esperienze delle sezioni di guerra psicologica, originariamente americani e successivamente italiani e adattati al contesto sociale politico e culturale italiano, tali da coinvolgere tanti bravi ragazzi d’azione, in uniforme e non, in operazioni che se viste da un osservatore esterno avrebbero evidenziato numerosi fatti penalmente rilevanti, ma se interpretate dall’interno, con quella mentalità e soprattutto con il condizionamento nascente dal tipo di rapporto, di dipendenza, fra il singolo operatore ed il suo comandante, avevano invece quelle caratteristiche che hanno stimolato il singolo operatore, ardito, coraggioso, spavaldo, capace di accettare di porle in essere, specialmente laddove le difficoltà erano maggiori o magari richiedevano di superare degli ostacoli particolarmente difficili, per questo stimolanti l’ardimento tipico di questi operatori, gratificati non solo dalla riuscita dell’operazione, che come ho detto non conoscevano nel suo intero fine, ma soprattutto gratificati dalla possibilità di raggiungere dei livelli operativi tali da garantirgli non solo un ritorno economico importante ma anche il raggiungimento di una sostanziale impunità, sviluppando una progressiva forma autoreferenziale di superiorità, motivo per il quale ci sono state delle “smagliature” che successivamente sono state disattivate, quando non sono più state utili al programma di volta in volta applicato.

Gli operatori della falange armata hanno avuto delle competenze specifiche nelle attività di captazione elettronica, di mascheramento, di intercettazione e di penetrazione di sistemi elettronici, oltre alla specifica competenza nel porre in essere quei depistaggi “psicologici” capaci non di indurre un inquirente verso una falsa pista investigativa, ma di confonderlo rispetto all’origine di coloro che hanno posto in essere dei fatti gravi. Gravi per la collettività, ma accettabili nel loro costo di innocenti vite umane se visto all’interno di un programma di destabilizzazione e di stabilizzazione di un assetto politico e soprattutto militare.

La falange armata è stata una operazione modello, continuata e mai inquinata, compartimentata e soprattutto posta in sonno e mai disattivata da parte di un organo inquirente o ispettivo, ha raggiunto i propri obiettivi ed è stata semplicemente conclusa, i cui operativi hanno continuato a fare il proprio lavoro dedicandosi ad altre operazioni, lasciando gli inquirenti impegnati ad inseguire una ‘organizzazione’ e non una semplice ‘operazione’ con un nulla di fatto o con l’arresto di mere ignare pedine o di qualche povero innocente sacrificato per confondere gli inquirenti, il quale si è fatto qualche mese di galera ingiustamente la cui vita è stata rovinata.

Laddove sono stati adombrati dei sospetti nei confronti dei paracadutisti indicati come i responsabili di questa sigla, immediatamente questi hanno cambiato la sezione operativa, rimbalzando da un raggruppamento ad una unità, transitando dal proprio reparto di origine alle collaborazioni “esterne” ma sono sempre rimasti operativamente validi, mai resi deboli e soprattutto mai considerati effettivamente colpevoli di qualcosa, laddove eventualmente lo fossero stati.

Omicidi, rapine, attentati, sequestri, introduzione in opere militari e politiche, trafugamento di armi istituzionali, addestramento di civili in attività militari, spionaggio politico e militare, intercettazioni illecite, violazione ed utilizzazione di un segreto d’ufficio, peculato, attentato alla democrazia ed altro ancora è ciò che l’operazione falange armata ha posto in essere fra il 1985 ed il 1994 attraverso gli operatori attivati, singolarmente o in piccole squadre.

Livorno ha certamente ospitato questi operatori, i quali non hanno potuto porre in essere le loro attività senza una rete di complicità e soprattutto di copertura offerta dalla già esistente rete che ha gestito e manipolato persone inserite all’interno di uffici istituzionali, che ha gestito l’erogazione di informative depistanti o peggio ancora utili per disattivare un soggetto considerato un rischio per i propri interessi, facendolo arrestare per reati mai avvenuti, ma denunciati da confidenti prezzolati oppure da transessuali utilizzati al fine di screditare la personalità di un soggetto, perché come ho detto, la psicologia, nelle attività dell’operazione falange armata è stata alla base di ogni programma.

C’è stato, nell’autunno del 1986, un giovane paracadutista di carriera che aveva compreso che alcune efferate rapine compiute da una banda in Emilia Romagna (formata da un ex parà e non quella della uno bianca che sarebbe stata attivata poco dopo) avevano delle caratteristiche militari comuni al suo addestramento, il quale si è rifiutato di partecipare a talune attività, il quale è stato nel dicembre 1986 denunciato da un transessuale, povero soggetto debole gestito e manipolato da un operatore istituzionale. Quest’ultimo ha sviluppato in oltre un anno una informativa, non inviata immediatamente alla AG ma utilizzata ai fini di pressione contro il giovane parà che una volta preso atto della sua inutilità è stata inoltrata causandone l’arresto nel 1988, accusato di rapina è finito perciò in galera, rovinato socialmente e professionalmente e soprattutto screditato di fronte ai propri colleghi eventualmente capaci di rendere testimonianza; perchè l’isolamento all’interno di un reparto d’azione avviene non per cause legate a fatti violenti, ma per il timore di essere accomunati ad un collega che “dicono” essere mezzo “frocio”, amante di transessuali oppure mezzo pazzo, descrizione che è stata applicata in ogni fatto di cronaca che ha riguardato un paracadutista.

Il paradosso e la magnificenza dell’operazione falange armata è stato proprio quello di utilizzare quello stesso paracadutista, posto in un supercarcere per 77 giorni, come un operatore idoneo per penetrare le celle di terroristi e trafficanti di armi e piazzare i sistemi di captazione dei colloqui ambientali, il quale pur se sottoposto a continue vessazioni all’interno di una gabbia, sia dalle guardie che dai detenuti, posto in un carcere civile e non militare perchè chirurgicamente posto in congedo poche settimane prima, pur se ingiustamente arrestato proprio a causa dei propri colleghi, pur se cosciente di essere stato sostanzialmente depersonalizzato ha comunque condotto positivamente il proprio lavoro, accettandone gli elevati rischi di ritorsione da parte di questi soggetti attenzionati, con i quali condivideva la prigionia.

Questa è la “psicologia” di cui parlo, il condizionamento e la dipendenza per la quale un giovane operatore resta fedele al proprio reparto ed al proprio comandante nonostante questi siano la causa della propria situazione, accettata però come una forma di addestramento, proprio per dimostrare la capacità di gestire situazioni fisiche e psicologiche estreme e di eseguire lo stesso gli ordini ricevuti, perchè la caratteristica degli operatori speciali è proprio questa, gestire lo stress in situazioni estreme ed ostili e compiere il proprio dovere ugualmente con il raggiungimento della missione.

Per riuscire a farlo l’addestramento, parallelo e clandestino, che conducono nel corso di almeno tre anni, non lo gestiscono le educande di un convento ma dei soggetti che del dolore fisico e della mortificazione psicologica fanno la base di questa formazione alla quale, se superata, segue la competenza tecnica di elevata qualità, che associata alla capacità non solo di lanciarsi col paracadute, immergersi, arrampicarsi, combattere con e senza le armi, parlare più lingue, medicare ed automedicarsi, uccidere, manipolare fanno di un simile operatore un soggetto od una aliquota idonea per condurre delle operazioni clandestine a lungo termine, anche dietro le linee nemiche, autonomamente e svincolato per lunghi periodi da una struttura di comando e controllo, quindi capace di organizzare e porre in essere delle attività il cui risultato è atteso in tempi lunghi, diverso dalle semplici operazioni militari speciali per le quali vengono impiegati i più ‘semplici’ incursori.

Questo giovane paracadutista è stata la “cavia” per la quale da quella operazione, i cui risultati sono stati positivi, è stata ampliata l’operazione falange armata che da quel periodo sarebbe diventata falange armata carceraria per poi alternare le varie rivendicazioni negli anni successivi con le due sigle.

L’omicidio in danno dell’operatore carcerario Scalone non è un fatto casuale ma la disattivazione di una smagliatura.

Questi atti sono stati compiuti da parte di soggetti che hanno avuto modo ed opportunità non solo di gestire l’apparato di veicolazione delle informazioni di Polizia e d’intelligence istituzionale, quindi accreditati dai necessari NOS, ma anche di gestire lo strumento idoneo per veicolare false notizie di Polizia e d’intelligence in danno di soggetti che per varie ragioni hanno rappresentato un rischio o una smagliatura, fino alla eliminazione fisica laddove ve ne fosse stata l’esigenza.

Chi ha gestito questa operazione è stato formato nelle migliori scuole di guerra psicologica ed ha avuto ai suoi ordini degli operatori capaci di dissimulare una operazione illegale trasformandola in una attività d’istituto, capaci di manipolare l’operato di ignari poliziotti e carabinieri con false informative, fino a rendere il soggetto attenzionato completamente screditato, oppure interdetto, o alla peggio farlo ritrovare morto in circostanze ambigue, legate a strani interessi sessuali, ritrovato in un località specifica rispetto a luoghi di scambi e d’incontri omosessuali, ucciso con il coltello da un amante occasionale e finito a pietrate, o addirittura dimostrare che era appena stato in casa di un transessuale per un “convegno carnale”, fatti poi ben relazionati in una conferenza stampa che riporterà negli articoli di cronaca quanto detto in buona fede da autorevoli rappresentanti delle FF.PP che hanno raccolto le varie informative, sia confidenziali che riservate ed hanno elaborato il contenuto delle notizie fino ad allora conosciute fra le quali spicca proprio il luogo ove è stato ritrovato il corpo, come detto luogo di scambi sessuali ambigui nei quali nessuno vuole essere coinvolto, specialmente sui giornali. Questo è un esempio classico per interdire a basso costo un potenziale soggetto, con il semplice uso del proprio ufficio.

Chi ha gestito e presa parte all’operazione falange armata, è stato anche a lungo a Livorno, ove ha veicolato false informative, ove ha gestito il proprio ufficio dal quale ha presumibilmente potuto apprendere notizie utili per capire cosa ha causato la collisione del Moby Prince e la morte di almeno 140 persone.

L’operazione falange armata ha rivendicato molti attentati avvenuti nel nostro paese, sempre dopo però, mai prima o nel tempo tecnico fra l’acquisizione della notizia e la sua divulgazione, ma l’ha fatto in modo tecnico, con gergo specifico, non sempre ma spesso, l’ha fatto dimostrando di conoscere dei dettagli, apparentemente insignificanti rispetto alla natura di un evento giuridico, ma troppo specifici sul conto degli inquirenti o degli strumenti da loro usati, tanto da voler dimostrare il proprio potere all’interno delle strutture dello Stato.

Questi operatori non hanno mai dissimulato il proprio potere d’azione, specialmente in campo elettronico, capaci di intercettare e di penetrare dei sistemi computerizzati di elevato spessore, anzi al contrario hanno sempre lanciato dei messaggi cifrati all’indirizzo degli inquirenti, raramente raccolti, perché ritenuti depistanti o confusivi rispetto alle indagini, vero, ma vero anche che la strumentalizzazione della magistratura è stata una delle risorse per disattivare una smagliatura, offrendo l’opportunità per arrestarla dopo che ha commesso numerosi omicidi, come nel caso della c.d. banda della una bianca.

L’operazione falange armata ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto, anche meritate perché fondamentalmente validi ed operativi nel loro servizio, ma non per questo necessariamente meno pericolosi.

La rilettura storica di alcuni fascicoli processuali, il riscontro fra le notizie di Polizia scritte con dei fatti effettivamente accaduti, il confronto fra chi ha ricevuto quelle notizie e chi le ha originariamente erogate, laddove possibile, potrebbe fornire la conoscenza per comprendere come un depistaggio istituzionale può facilmente essere condotto in danno non solo del soggetto che ne subisce direttamente le conseguenze ma soprattutto della verità, giudiziaria, politica e storica di un evento grave che ha colpito il nostro paese, dalle bombe ai traghetti in collisione…”.

   In questo lungo racconto, pur essendo cauti nel valutare tutti gli elementi, ci sono degli aspetti interessanti:

1° La Falange Armata è stata una serie di operazioni di operazioni, non è stata una struttura con vita propria. Questo tipo di operazioni sono tendenti alla destabilizzazione del quadro politico per stabilizzarlo maggiormente in senso reazionario. Che molte di queste strutture sono state in seguito scaricate quando erano d’impaccio (Uno Bianca).

2° Gli operatori della Falange Armata avevano competenze specifiche in materia di apparecchiature elettroniche. Perciò possono usare anche armi cosiddette ‘non letali’ o strumenti per il controllo mentale.

La storia di un giovane paracadutista di carriera accusato di rapina e perciò finito in galera, e che penetra nelle celle dei ‘terroristi’ e dei trafficanti di armi. In questo racconto si parla che la Folgore a “prestato” parecchie suoi elementi ai servizi segreti, perciò questa storia si può interpretare come i servizi segreti si sono “infiltrati” per tipi di operazioni “non ortodosse” nelle carceri.

4° Parla dell’omicidio dell’operatore carcerario Scalone come una smagliatura. Vuol dire presenza all’interno delle carceri e contrasti all’interno di quest’operazione.

   Torniamo a Fulci. Quando tra maggio e luglio del 1993 esplodono le bombe a Roma, Firenze e Milano, egli torna dagli Stati Uniti in Italia per mettere a disposizione del generale dei Carabinieri Luigi Federici[9] le sue conoscenze riservate: “Ho letto la notizia che c’erano queste bombe a Firenze e a Roma… e i giornali dicevano: questi sono i servizi deviati … allora io dissi: qui c’è un modo semplice per chiarirla questa cosa… all’interno dei servizi c’è solo una cellula che si chiama Ossi, che è molto esperta nel fare questo genere di guerriglia urbana, piazzare polveri, fare attentati, basta che io ne parli con il generale… e che lui accerti dov’erano questi signori di cui gli do i nomi: perché io (i nomi) me li ero conservati per paura che mi facessero fuori”.[10]

   Nel consegnare i nominati al generale Federici gli dice: “guardi, per essere certi che i servizi non c’entrino niente, questi sono i nomi delle persone che sanno maneggiare… E lì feci una cosa che non avrei dovuto fare: ci aggiunsi il nome di Masina”. Il Colonello Masina non faceva parte né della Settima Divisione né dell’OSSI, ma era quello che gli spiava l’abitazione controllando la sua famiglia, riprendendo addirittura sua figlia mentre si fa la doccia.[11]

   A questo punto i PM di Palermo chiedono: “Ma questa settima divisione del Sismi Da quanti soggetti era costituita?”. E Fulci: “Da quelli che c’erano nell’elenco che io diedi al comandante dei carabinieri. Io ci aggiunsi Masina, ‘sto mascalzone, gliela dovevo far pagare’”. E chi erano questi misteriosi OSSI? Erano appartenenti a Gladio?

   Risponde Fulci “Non credo c’era stata una lettera dell’ammiraglio Fulvio Martini ai capi di Stato maggiore, perché indicassero soggetti leali e affidabili, cui dare questo compito: un compito che un servizio segreto non dovrebbe avere. Dissi a Federici: guardi, questa è gente addestrata nell’uso degli esplosivi, da dove metterli, questi sono gli unici all’interno dei servizi che a quanto mi risulta fanno questo lavoro, andate a vedere dove erano la notte degli eventi, se questi non erano a Roma, a Firenze, mi pare che potete stare tranquilli”.

   I magistrati insistono: gli americani conoscevano questi agenti speciali? “Penso di sì”, risponde Fulci. E chi era il capo della divisione? “Uno di questi, mi pare che poi morì in Somalia”. Fulci molto probabilmente si riferisce a Vincenzo Li Causi.

   Chi è Vincenzo Li Causi? Nato a Partanna, in provincia di Trapani, nel 1952, carabiniere, Li Causi s’addestra con i duri del Comsubin, gli incursori della Marina. A 22 anni entra nel Sid. Nel 1975 diventa istruttore di Gladio. In una lettera datata 23 settembre 1997 e spedita ai presidenti delle Commissioni antimafia e di Controllo sui servizi segreti, Falco Accame scrive che Li Causi faceva parte anche degli OSSI, la struttura segretissima di Gladio che effettuava operazioni di guerra non-ortodossa,[12] e che la Seconda Corte di assise di Roma ha dichiarato eversiva dell’ordine costituzionale. L’esistenza degli OSSI, del resto, era stato confermato, nel suo libro di memorie, dallo stesso ex direttore del Sismi ammiraglio Fulvio Martini.

Tra l’80 e l’81, Li Causi segue l’attività di Abu Abbas, il leader del Fronte di liberazione della Palestina che, proprio in quel periodo, si sarebbe recato più volte a La Spezia per preparare il sequestro della nave Achille Lauro, poi avvenuto nell’ottobre del 1985. Partecipa a operazioni importanti, come la liberazione del generale Dozier, rapito dalle Brigate rosse (1981). Nel 1987, a Li Causi viene affidata una delicata missione in Perù, ufficialmente per addestrare la scorta del presidente Garcia e per consegnare materiale militare, nella realtà per contrastare la Guerra Popolare diretta dal PCP.

Un ex gladiatore che ha voluto rimanere anonimo, ha rivelato ad alcuni giornalisti di Famiglia Cristiana,[13] che uno dei motivi – ovviamente nascosti – dell’intervento era quello di recuperare il denaro nascosto da Roberto Calvi dopo il crack del Banco Ambrosiano. Tra il 1987 e il 1990, Li Causi dirige il Centro scorpione di Trapani. Nel 1993 è in Somalia, al seguito del contingente militare italiano che opera nell’ambito della missione Unosom. Muore all’imbrunire del 12 novembre 1993.

Sin da subito le versioni si contraddicono. Le prime notizie raccontano una rapina finita male, tentata da un gruppo di banditi somali appostati lungo la Strada Mogadiscio-Balad. Con Li Causi ci sarebbe stato un solo altro uomo. Ma il generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla cooperazione sostiene che gli uomini con Li Causi erano quattro e che le cose andarono diversamente.

C’è un fatto che il nome di Li Causi non figurava nell’elenco consegnato a Federici. C’è invece, nella lista, il nome di Giulio Conti, che si trovava accanto a Li Causi quando fu ucciso.

L’ex gladiatore che è voluto rimanere anonimo afferma a proposito della sua morte che: “Li Causi il giorno dopo doveva rientrare in Italia per essere interrogato dai giudici che si occupavano di Gladio e del Centro Scorpione”,[14] aggiunge che “Vincenzo conosceva bene Ilaria Alpi e probabilmente ha parlato con lei di argomenti intoccabili”.[15] L’amicizia tra Li Causi e la Alpi ci è stata confermata dai colonnelli Giuseppe Attanasio e Franco Carlini, nonché dal maresciallo dei carabinieri Francesco Aloi.

Torniamo alla testimonianza di Fulci. Che cosa successe dopo che Federici acquisì’ l’elenco? Racconta Fulci: “Mi arriva una telefonata del presidente della Repubblica Scalfaro e mi dice: dia subito i nomi anche a Vincenzo Parisi.[16] Dopo manco una settimana mi chiama Parisi: eh, ambasciatore, quel materiale era talmente grave che l’ho portato subito ai magistrati. Ah, benissimo, e ora che succede?”.

Niente. Questa denuncia cadde nel vuoto, gli attentati targati Cosa Nostra cessarono e anche le rivendicazioni della Falange Armata.

 

La banda dell’uno bianca e falange armata: cosa c’era dietro?

 

La Falange Armata ha rivendicato molte delle azioni che i poliziotti della Uno Bianca hanno effettuato.

Questa banda ha lasciato una scia di sangue. Le sono attribuite, secondo dati ufficiali, 103 azioni criminali in Emilia Romagna e Marche tra il 1987 e il 1984, 91 rapine e altri 11 attacchi al solo scopo di uccidere senza nessun interesse economico, 24 morti e 102 feriti. Un bottino che non superato i due miliardi delle vecchie lire, di cui i 2/3 solo nell’ultima fase della banda, quando si è concentrata sulle rapine in banca.

La Banda dell’Uno Bianca non è stata una semplice “impresa criminale” ad opera di alcune “mele marce” all’interno della polizia, ma una delle vicende più oscure della storia italiana e potrebbe essere una delle chiavi di lettura per cercare di comprendere i tentativi di destabilizzazione messi in atto dalle forze oscure della “guerra non ortodossa” che si potrebbe chiamare altrimenti anche “guerra surrogata” che si è svolta in Italia. La vicenda non può essere scollegata dal contesto politico in cui è manifestata.

Dopo le prime rapine ai caselli autostradali, tra il gennaio del 1988 e il giugno 1998, la banda della Uno Bianca si specializzò nelle rapine ai supermercati Coop, otto dei quali finirono nel loro mirino e con un volume di fuoco tale da ricordare gli episodi della banda del Brabante Vallone, verificatisi in Belgio tra il 1982 ed il 1985.

La banda del Brabante Vallone condusse 16 azioni terroristiche nei supermercati che provocarono la morte di 28 persone ed il ferimento di altre 25, prima di sparire nel nulla. Le auto usate, tra cui un’onnipresente Volkswagen Golf, erano guidate con una tecnica che si apprende negli addestramenti militari, simile a quella adottata dalla banda dell Uno Bianca in più di un’occasione. La banda belga usava armi automatiche e d’assalto come quelle in dotazione alle unità speciali delle forze NATO, senza lasciare bossoli, come la banda dell’Uno Bianca. Le modalità operative dei componenti della banda, che indossavano tute mimetiche, e con i volti travisati da maschere di carnevale, era tipica dei commando delle unità speciali antiterrorismo, modalità eguale a quella della banda della Uno Bianca che ha condotto alcuni assalti con una tecnica definita la Pirate Mammoth Sniper Operation. La ferocia con la cellula del Brabante vallone si è accanita sulle vittime non era giustificata dai bottini, piuttosto magri.

Con le testimonianze sulle caratteristiche fisiche dei componenti, la stampa belga si focalizzò su un uomo definito “il Gigante”, alto un metro e novanta, freddo e estremamente professionale, che dava gli ordini agli altri mentre sparava con un fucile Spas 12 prodotto in Italia, una impressionante somiglianza con uno membri della banda della Uno Bianca, “il Lungo”.

Le indagini della commissione d’inchiesta del parlamento belga sulla banda del Brabante Vallone, si scontrarono con le omissioni della polizia, omissioni che avevano dell’incredibile, oltre che con le resistenze di strutture militari che in seguito ai apprese facevano parte di Stay Behind di quel paese, conclusero che “le stragi del Brabante erano state opera di governi stranieri o di sevizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica”.

La vicenda dell’Uno Bianca attraversa una delle fasi cerniera della storia italiana del secondo dopoguerra, in uno degli snodi più complessi ed intricati, tra la cosiddetta “prima repubblica” e la “seconda repubblica”. Dico cosidetta poiché ritengo che non sia mai nata né la prima né tantomeno la seconda repubblica, e che sarebbe più corretto parlare di crisi del sistema politico democristiano (sistema che ha dominato in Italia dal 1945 fino all’inizio degli anni ’90). Questa fase è stata caratterizzata dalla fine dei partiti di massa che erano stati protagonisti della vita politica negli anni del secondo dopoguerra, e dal tentativo di creare una nuova organizzazione del consenso attraverso il superamento del PCI (operazione che era funzionale al progetto della frazione dominate della Borghesia Imperialista italiana che era per la formazione di un governo che doveva portare l’Italia in riga con le tendenze prevalenti negli altri grandi paesi imperialisti, approfittando della collaborazione delle “parti sociali” – ossia, in primo luogo, dei sindacati di regime -per imporre lacrime e sangue alle masse popolari), e dalla scomparsa della DC e del PSI (il regime DC inoltre subiva la crisi politica indotta in tutti i regimi dei paesi imperialisti dalla crisi economica, esso riusciva sempre meno a tenere assieme interessi sempre più divergenti tra loro), e la fase dello scontro tra lo Stato e l’ala terroristica del corleonesi (era quello che appariva), con le bombe di Capaci e di Via D’Amelio; tra la caduta del muro di Berlino (crollo del revisionismo moderno che determinò l’aperta e chiara restaurazione del Modo di Produzione Capitalistico nei paesi dell’Est) e l’inizio della guerra civile nella Repubblica Federale Jugoslava (che nella realtà fu una guerra di procura dove il macello interetnico fu determinato e favorito dai paesi imperialisti); tra la ridefinizione degli obiettivi della NATO nel “dopo guerra fredda” (Fonte Sud come evidenza della centralità della contraddizione imperialismo/popoli oppressi, e prime fiaccole della Rivoluzione Proletaria Mondiale che erano evidenti dalle guerre popolari in atto in Perù e nelle Filippine). Dall’accelerazione verso l’unità europea per dare forma alle istituzioni economiche e finanziarie che in seguito realizzeranno all’Euro.

È una stagione che attraversa il 1993,che è l’anno della strage di Via Palestro a Milano (5 morti e 12 feriti a Milano), di quella di Via dei Georgofili a Firenze (3 morti e 41 feriti), delle due autobombe fatte esplodere a Roma, periodo che si conclude nel 1994, con le elezioni politiche che daranno il via al ventennio berlusconiano.

E in questo contesto che avvenne quello che fu definita la strage di Pilastro, quando la banda dell’Uno Bianca uccise 3 carabinieri il 4 gennaio 1991.

La diffusissima auto utilitaria, per colore e modello, che diventò la firma del circo di fuoco della banda, la Fiat Uno Bianca, era entrata in scena due anni prima, il 20 aprile del 1988, a Castel Maggiore con l’uccisione di due carabinieri.

Il duplice omicidio di Castel Maggiore fu accompagnato da un tentativo di depistaggio (un classico in tutte le stragi che si sono svolte in Italia da quella di Piazza Fontana quando si riversò la colpa della strage sugli anarchici) che orientò per anni le indagini sulla pista di una banda di rapinatori siciliani, alcuni dei quali collegiati con clan mafiosi, dando voce auna definizione che ebbe risalto mediatico all’epoca, si parlava dell’esistenza di una “quinta Mafia”.

L’azione d’inquinamento delle prove non fu il frutto di un tentativo isolato della banda, ma di un brigadiere dei carabinieri, Domenico Macauda, di origini siciliane, che tentò di indirizzare le indagini su un contesto criminale che portava ai traffici di droga nel quartiere del Pilastro, dove tre anni dopo avvenne il triplice omicidio dei carabinieri, e che puntavano su alcuni siciliani vicini a Benedetto detto Nitto Santapaola, boss della potentissima mafia di Catania, membro della Cupola di Cosa Nostra. Tra gli arrestati, per opera del depistaggio, vi furono due mafiosi di Enna e una famiglia di pensionati incensurati, entrambi militanti e iscritti al PCI, nella cui abitazione Macauda fece trovare delle attrezzature per la raffinazione della droga.

Macauda, che aveva compiuto anche un tirocinio di tre mesi presso il comando NATO AF-South di Napoli, fu scoperto rapidamente e arrestato. In seguito confessò di aver seminato prove false perché ricattato dai suoi superiori e fu condannato a otto anni per calunnia, falso e detenzione e detenzione di stupefacenti (quelli usati per incastrare la famiglia Testoni), poi ridotti a quattro. Il depistaggio di Macauda causò un terremoto sull’intera scala gerarchica dei carabinieri di Bologna, che fu inquisita e decapitata dalla Procura.

Nell’inchiesta effettuata sullo “strano” (se si vede dal punto di vista di quello, dovrebbe essere un comportamento istituzionale corretto a livello formale) caso di depistaggio, emerse il ruolo di un altro personaggio Francesco Sgrò, che avrebbe fornito a Macauda una patente rubata nel 1985 a Rovigo, che il brigadiere fece poi rinvenire a casa di un pregiudicato siciliano nella cui auto aveva piazzato anche dei bossoli compatibili con l’arma usata nell’assassinio dei due carabinieri a Castel Maggiore. Altre due patenti rubate a Rovigo furono poi trovate in possesso di altri due pregiudicati.

Il nome di Francesco Sgrò è collegato a una delle più gravi stragi compiute in Italia, fu coinvolto, infatti, nelle indagini per la strage dell’Italicus. Autore di un depistaggio (il depistatore alla fine rischia di essere un mestiere) che gli costò una condanna a 17 mesi di reclusione. Sgrò, che nel 1974 era usciere della facoltà di chimica di Roma e garagista nel tempo libero, aveva confidato ad un dirigente del MSI, l’avvocato Aldo Basile, di aver scoperto casualmente negli scantinati della facoltà di Fisica di Roma, mentre tentava di rubare dei tubi, una santabarbara di esplosivi nascosti, ben trenta candelotti di e di aver visto anche una piantina di carta millimetrata della stazione Tiburtina ed una scritta Palatino, ore 5,30. L’informazione non fu subito presa sul serio da Basile e, dopo alcuni giorni, il 17 luglio 1974, Sgrò si rifece vivo per informare l’avvocato che alcuni giovani di collettivo della sinistra universitaria, di cui fornì nome e cognome, stavano portando via l’esplosivo (classico esempio di depistaggio), Giorgio Almirante, dopo aver appreso la notizia dal dirigente del MSI, si precipitò da Santillo, che era all’epoca il capo dell’antiterrorismo, per rivergargli l’informazione che però non trovò immediati riscontri utili.

Il 4 agosto 1974, la vettura n. 5 del treno espresso Roma-Monaco di Baviera, Italicus, che partiva dalle pensiline della stazione di Tiburtina alle 17.30 e non quindi il Palatino, che era il nome del treno wagon lit Roma-Parigi, il quale partiva dalla stazione Termini alle 19.30 (non quindi nell’orario presumibile dall’informazione fornita da Sgrò), saltò in aria all’altezza di Benedetto val di Sambro, nei pressi di Bologna uccidendo 12 persone e ferendone 48. Su treno (per puro caso?) sarebbe dovuto salire Aldo Moro, che doveva raggiungere la famiglia a Bellamonte in villeggiatura.[17]

Francesco Sgrò incassò un milione di lire per questa informazione (si vede che fare il depistatore è un’attività che rende) e il giornale del MSI, il Secolo d’Italia, imbastì la sua campagna sulla “pista rossa” della strage. L’attentato fu però rivendicato subito da Ordine Nuovo, con un volantino abbandonato in una cabina telefonica di Bologna, che diceva: “Giancarlo Esposti[18] è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”.

Sentito dalla magistratura inquirente, Sgrò, dopo aver inizialmente confermato la versione fornita all’avvocato Basile, probabilmente rendendosi conto di essere finito in un gioco più grande di lui ritrattò tutte le sue dichiarazioni, ammettendo di essersi inventato tutto.

Il 2 maggio del 1991, poco dopo che banda della Uno Bianca uccidesse la titolare di un’armeria a Bologna, e un ex carabiniere in pensione che aiutava la signora, redazione del Resto del Carlino giunse una rivendicazione che recitava: “Qui Falange Armata. Rivendichiamo azione di Rimini. Noi siamo i responsabili dell’azione di Bologna. Presto colpiremo i GIS e i NOCS”. Il comunicato rivendicava, oltre all’assalto all’armeria di Bologna, anche uno scontro a fuoco che banda aveva sostenuto a Rimini il 30 aprile, contro una pattuglia dei carabinieri, nella quale erano rimasti feriti tre militari. due giorni dopo, una ulteriore telefonata all’ANSA di Roma smentì la rivendicazione con un articolato e oscuro comunicato: “… l’azione messa in atto in Via Volturno a Bologna deve essere intesa in un senso che non rientra nella strategia politica, militare e sociale che la nostra organizzazione persegue. È un fatto che fa unicamente riferimento alla nostra ferma determinazione di evitare che smagliature possano avvenire nei consolidati, feroci, predetti meccanismi dell’organizzazione”.[19]

L’oscuro messaggio, a distanza di anni, sembrerebbe essere stato elaborato da qualcuno che era a conoscenza di qualche particolare che all’epoca nessuno poteva conoscere. L’armeria di Via Volturno, infatti, era frequentata da anni da alcuni membri della banda della Uno Bianca, per procurarsi la polvere da sparo usata per ricaricare le pallottole, ed altre armi.

La Falange Armata rivendicò anche l’uccisione di 2 senegalesi in provincia di Forlì, sempre ad opera della Uno Bianca, il 18 agosto 1991. Il successivo comunicato del 6 settembre dello stesso anno aveva un significato ancora più oscuro. Il messaggio era rivolto questa volta al procuratore di Rimini, Roberto Sapio, incaricato dell’indagine sull’uccisione dei due immigrati. Sapio aveva rilasciato una dichiarazione alla stampa nella quale aveva espresso chiaramente il suo intento di indagare sulle “schegge impazzite di apparati dello Stato” che s’intravedevano dietro gli episodi riconducibili alla scia di sangue che stava terrorizzando la zona. L’agghiacciante messaggio recapitato dalla Falange Armata recitava: “Evidentemente il dottor Sapio non ha saputo e voluto interpretare e capire i due ultimi comunicati della Falange Armata (…) Vorremmo perciò consigliargli di andarsene per qualche tempo in vacanza e leggere in tutto riposo di corpo e lucidità di mente quel delizioso raccontino di Edgar Allan Poe dal titolo La lettera rubata”.[20]

Il 22 settembre e il 1° ottobre 1991, il contenuto dei comunicati della Falange Armata all’Anda DI Roma e Bologna si fecero ancora più minacciosi nei confronti di Sapio, con minacce esplicite di morte al magistrato se non avesse abbandonato le indagini.

Diversi pentiti di mafia, come Maurizio Avola, il braccio destro del boss Nitto Santapaola, ha affermato che la Falange Armata era la sigla che doveva servire per rivendicare le azioni terroristiche di attacco allo Stato condotte da Cosa Nostra: “Si trattava in definitiva di una strategia della tensione e del terrore che Cosa Nostra avrebbe potuto portare avanti colpendo anche obiettivi che non rientravano tra i tradizionali obiettivi della Mafia e per i quali, sulle prime, sarebbe sembrato difficile individuare un risultato positivo per Cosa Nostra”.[21]

Della strategia della tensione, coordinata sul piano mediatico e psicologico dalla Falange Armata, era a conoscenza tutto il vertice di Cosa Nostra, e fu concordata in una riunione della Cupola su proposta di Totò Riina, presente anche Nitto Santapaola e tutti i capi mandamento. A corollario della strategia dei corleonesi, come fu rivelato anche da Leonardo Messina alla Commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante, c’era la volontà di Cosa Nostra e di settori della Massoneria di dare un sostegno politico alle formazioni separatiste che all’inizio degli anni ’90 iniziavano a moltiplicarsi anche in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, sulla scia della Lega Nord. La fibrillazione politica aveva tra gli sponsor e promotori alcuni nomi noti alle cronache della strategia della tensione degli anni ’70, tra cui Licio Gelli e Stefano delle Chiaie, i quali furono riattivati con il compito i dare vita ad una miriade di piccole formazioni separatiste.

A rafforzare la tesi esposta da Messina, viene da quanto è emerso dall’inchiesta denominata Sistemi criminali iniziata alla fine degli anni ’90 dalla procura di Palermo, dalla quale i magistrati[22] individuarono una triade di realtà diverse che si allearono per cercare di cambiare l’ordine politico del nostro paese, frantumandolo sul modello jugoslavo. Quest’obiettivo s’intendeva prefiggere, da un lato con la strategia della tensione attuata con stragi e dall’altro creando le Leghe del Sud.

Questa frantumazione dell’Italia è una politica ufficialmente promossa dalla Fondazione Agnelli che in seguito fu presentata in un Convegno che si tenne a Torino l’11 e il 12 giugno 1992, con la partecipazione di quello che era all’epoca l’ideologo della lega, Gianfranco Miglio. Scopo del Convegno era quello discutere le “soluzioni specifiche, procedurali e/o istituzionali” per la formazione della macroregione Padania, l’autonomia di questa nuovo organismo istituzionale era finalizzato alla valorizzazione delle risorse presenti nel territorio. Per capire meglio a chi ci stava dietro a questo progetto bisogna sapere che oltre alla FIAT, la Fondazione Agnelli era legata anche a Enrico Cuccia che all’epoca era il garante degli equilibri economico/finanziari che esistevano tra la borghesia italiana e i centri di potere internazionali, ai quali era collegato tramite la banca Lazard.

Tornando all’inchiesta Sistemi criminali, emerge che la prima entità della triade che intendeva cambiare l’ordinamento politico italiano è un’alleanza tra Cosa Nostra siciliana e le altre mafie nazionali. Le altre due erano la Massoneria piduista infarcita da elementi della destra fascista e la terza era composta da uomini appartenenti agli apparati statali (in particolare servizi segreti). L’obiettivo della triade era di azzerare i referenti politici nelle istituzioni e intervenire direttamente nel governo del paese e cioè “farsi Stato”, come spiegò Leonardo Messina raccontando la genesi della stagione delle cosiddette trattative.

Chi continua a parlare di parlare di “trattativa Stato-Mafia” depista. Nelle pagine dell’inchiesta emerge che l’ideazione e la regia del piano non furono di Cosa Nostra, che nella realtà, quello che emerge la sua funzione era di essere la struttura esecutiva, la mano armata insomma. Basta scorrere l’elenco per capire che i promotori del “nuovo ordine” erano quanto di più eterogeneo e inquietante che offrisse l’Italia del 1991: ci sono fascisti del calibro Stefano della Chiaie e Stefano Menicacci;[23] massoni come il ben noto (e famigerato) Licio Gelli e Pazienza, importanti esponenti della ndrangheta, quale Paolo Romeo e i massimi vertici di Cosa Nostra siciliana (Riina, Provenzano, Santapaola, i fratelli Gaviano).

In quest’inchiesta si accertarono alcuni fatti: che all’inizio degli anni ’90 fu elaborato, in ambienti esterni alle organizzazioni mafiose ma a esse legate, un nuovo progetto politico, attribuibile ad ambienti della Massoneria e della destra fascista. Questo progetto si basava su una strategia secessionista.

Prima dell’assassinio di Salvo Lima e delle bombe di bombe di Capaci e Via D’Amelio, uno strano personaggio, Elio Braccioni Ciolini, un neofascista che all’inizio degli anni ’80 aveva rotto con Stefano Delle Chiaie, diventato poi un borderline, che aveva collegamenti con i servizi segreti e con la criminalità organizzata, che era finito in carcere per false rilevazioni sulla strage di Bologna (sembra che depistare sia un mestiere molto diffuso), il 15 aprile 1992, aveva fatto recapitare un messaggio ad un magistrato bolognese, Leonardo grassi, in cui rivelava quanto segue: “Nel periodo marzo-luglio di quest’anno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come esplosioni dinamitarde intese a colpire quelle persone “comuni” in luoghi pubblici, sequestro ed eventuale omicidio di PSI, PCI, DC, sequestro ed eventuale omicidio del futuro presidente della Repubblica. (…) la storia si ripete dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno alle strategie omicide per conseguire i loro intenti falliti. Ritornano come l’araba fenice”.[24]

Anche l’omicidio di Salvo Lima fu rivendicato sa un comunicato della Falange Armata, in cui la sigla si attribuiva la paternità dell’assassinio dell’uomo, che, nella DC siciliana rappresentava un punto di riferimento per Giulio Andreotti, aspirante successore di Francesco Cossiga, alla carica di presidente della Repubblica.

Chi non voleva che Andreotti diventasse presidente della Repubblica? Proviamo formulare delle ipotesi e per questo facciamo una breve parentesi sulle bombe del ’93.

E’ quasi diventata una vulgata comune nella stampa “progressista” del tipo Repubblica e soprattutto dopo le dichiarazioni del pentito Spatuzza, [25] il corollario del teorema attentati dell’1993=mafia, e cioè che quelle bombe “della mafia” sarebbero servite a favorire la scesa in campo politico di Berlusconi nelle elezioni del 1994.

 

Quasi tutti[26] hanno dimenticato o fatto finta di dimenticare una notizia, resa dall’allora ministro degli Interni Mancino, che gli attentati a Milano e a Roma furono rivendicati anche da un’organizzazione islamica attraverso “un cellulare di proprietà di un cittadino israeliano”.[27]

 

   Se questa non è una notizia bomba!

 

   Mancino fece questa dichiarazione non in un’intervista giornalistica, che come tale è sempre a rischio di deformazioni, falsificazioni, ma è la risposta alla Camera alle interrogazioni di una lunga serie di deputati di destra e di sinistra: come tale è atto ufficiale.

 

Se si esamina attentamente la cronaca di quei mesi emerge tutto il contrario del teorema che si diceva prima: l’attentato mortale a Falcone contribuì a impedire l’elezione a capo dello Stato di Andreotti ma favorì quella del democristiano (e vicino a Israele) Scalfaro, le bombe del 1993 servirono in realtà a distruggere gli ultimi baluardi di resistenza della cosiddetta prima repubblica (cosa che non mi metto certamente a piangere): quelle bombe, rovesciate su un parlamento senza coraggio, furono immediatamente usate dal nuovo regime (premier Ciampi, presidente Scalfato) per aggiungere almeno due nuovi tasselli essenziali al suo rafforzamento: il cambio immediato dei vertici dei servizi segreti e l’approvazione del maggioritario.

 

C’è da chiedersi come mai un silenzio così assordante su questa dichiarazione? Perfino Mancino fece degli accenni alla “lobby ebraica”, ma fu duramente criticato. Comunque della presenza israeliana in tanti attentati in Italia di esempi c’è ne sono stati tanti: da Argo 16, alla bomba alla questura di Milano del 1973.

 

Un motivo che non si volle andare a fondo su questa faccenda del cellulare in possesso del cittadino israeliano, molto probabilmente sta nel fatto che non si vuole andare a fondo delle stragi del periodo 1992/93.

 

Torniamo a Ciolini, egli ha avuto diverse identità nella sua vita. Noto depistatore è stato arrestato diverse volte per truffa, bancarotta fraudolenta ed emissione di assegni a vuoto. Ciolini, nel caso del famoso sulla bomba della stazione di Bologna nel 1980, tentò di accreditare una pista legata agli ambienti massonici ed è stato coinvolto nella truffa e ricettazione di titoli del tesoro falsi, in una vicenda che si svolse tra Dubai, Londra, la Svizzera e la Malesia. Tentò anche un altro celebre depistaggio mentre era detenuto in carcere in Svizzera (lo stesso dove fuggì Licio Gelli), con l’accusa di truffa fraudolenta, cercò di accreditare l’ipotesi che i due giornalisti scomparsi in libano, Graziella De Palo e Italo Toni che stavano svolgendo un’inchiesta sui traffici di armi tra Medio Oriente e l’Italia, erano stati rapiti e uccisi dall’OLP. Sul finire degli anni ’80 Ciolini si faceva chiamare “colonello Bastiani” e riuscì a far parte della banda belga di Patrick Haemers, specializzata nell’assalto a furgoni postali. Nel 1989 fu coinvolta nel rapimento dell’ex primo ministro, il socialista Paul Vanden Boeynants, che rimarrà un mese nelle mani dei sequestratori e sarà liberato dopo il pagamento di una cifra pari a un milione e mezzo di euro, versati dal governo israeliano per meriti mai chiariti che l’esecutivo belga aveva nei confronti dello Stato di Israele. Il criminale e la sua banda, in quell’occasione, firmano il rapimento con la sigla Brigade Socialiste Révolutionnaire (un depistaggio, un vizio non solo italiano), Haemers se ne va in Brasile, ma qui è arrestato poche settimane dopo ed estradato in Belgio nel 1990. Rinchiuso in attesa di giudizio nel carcere di Forest, il 14 maggio 1993 il bandito è ritrovato impiccato nella sua cella.[28]

Il collegamento tra la banda Haemers e Ciolini, in base alle evidenze investigative emerse negli anni, si crea quando sull’italiano, che come si diceva prima si faceva chiamare “colonnello Bastiani”, è aperto un fascicolo come conseguenza di una precedente indagine a carico di alcuni membri della banda. L’interesse degli inquirenti è di far luce sulle attività di una società a loro vicina e in gioco ci sarebbero ingenti somme di denaro passate temporaneamente al “colonnello Bastiani” e pare non restituite[29].

Nello stesso periodo l’Arma dei Carabinieri era al centro di una tempesta, tanti membri di essa morivano nella maniera più strana possibile.

È del 16 novembre 1988, a pochi chilometri da Forlì, la strage di Bagnara di Romagna. In cui morirono 5 carabinieri. Tra i primi ad accorrere nella caserma dove era avvenuto, il massacro fu Marco Mancini, dal 1985 capocentro del SISMI a Bologna (divenne, in seguito, responsabile dei centri del SISMI del Nord Italia e fu coinvolto nel rapimento di Abu Omar e in nelle intercettazioni da parte della Telecom).[30] La vicenda fu chiusa in soli due giorni con la motivazione che a originare il tutto sarebbe stato un raptus di follia di un commilitone. Alcuni parenti delle vittime però non hanno mai creduto alla versione ufficiale. La mattina della strage, secondo alcuni testimoni, sarebbe sparita un’importante documentazione di servizio della caserma.[31]

Il quotidiano La Repubblica, mettendo di fila gli episodi in quegli anni, iniziò a dare voce all’espressione che circolava in quel periodo: infedeli all’arma. Un mese e mezzo prima della strage di Bagnara, infatti, era stato arrestato un sottoufficiale dei Carabinieri di stanza a Ferrara, Osvaldo massaro, coinvolto in un’indagine sul traffico di stupefacenti da Francoforte all’aeroporto Marco Polo di Venezia. Durante l’estate del 1988, un altro militare dell’Arma era stato ucciso in uno scontro con fuoco con una banda di estorsori, due dei quali si scoprì in seguito erano carabinieri. I due sarebbero stati implicati anche in altro grave episodio, accaduto il 21 aprile del 1987, ad Alfonsine, in provincia di Ravenna, quando scomparve un altro carabiniere, che fu trovato cadavere nel Po, incappucciato e zavorrato con una grata di ferro.

Altri gravi episodi che hanno coinvolto carabinieri accaddero a Bologna. Poco dopo l’arresto di Domenico Macauda, il 16 giugno 1988, furono arrestati due carabinieri autori di una serie di rapine negli Hotel.

Nel maggio del 1991, durante un tentativo di furto in un negozio di furto di Hi-Fi, venne ucciso in conflitto a fuoco con la Polizia, Damiano Bechis, un carabiniere paracadutista, che parallelamente alla sua carriera militare che lo aveva porta in missione in Libano ed in Aspromonte, dopo la radiazione dall’arma, a causa di un’infelice irruzione che aveva causato la morte di una donna anziana, era diventato il carismatico di una banda di militari rapinatori che operava tra la Toscana e l’Emilia.[32]

Chi erano dunque i membri della banda della Uno Bianca? Le diverse inchieste hanno fatto emergere che il gruppo era costituito da poliziotti provenienti in gran parte della Questura di Bologna, uniti tra di loro dall’ideologia fascista e da forti sentimenti xenofobi. Vediamo i membri e il loro ruolo.

Roberto Savi, sicuramente il capo della banda, nato a Forlì nel 1954, era entrato in polizia nel 1976 e negli anni in cui imperversava la banda della Uno Bianca era diventato assistente capo presso la centrale radio della Squadra Mobile di Bologna, un ruolo strategico che gli consentiva di controllare tutti i movimenti delle pattuglie. Collezionista di armi in dotazione della NATO, ed esperto di esplosivi, Roberto è stato militante del Fronte della Gioventù e sindacalista della CISNAL di Rimini, (nel 1973, all’età di 19 anni) quando questa aveva come leader Nestor Crocesi, un fascista implicato nell’inchiesta sulla strage di Pazza Fontana, braccio destro dell’avvocato missino Pasquarella, referente di Caradonna e Romualdi, il quale a sua volta era a sua volta era stato collegato al movimento fondato da Edgardo Sogno e Luigi Cavallo Pace e Libertà, che a Rimini aveva come referente un ex insegnante, un certo Tassinari.

Roberto Savi, inoltre, stando quanto ha documentato il magistrato Roberto Spinosa, e gli altri membri della banda erano in rapporto, con un pregiudicato catanese, Salvatore Grillo, ucciso il 18 novembre del 1988 a Valverde, in provincia di Catania. Grillo era stato coinvolto in una rapina in un ufficio postale di Bologna, e avrebbe pagato con la vita uno sgarro sulla spartizione del bottino con dei complici della banda. La relazione, basata sul fatto che i Savi erano a conoscenza del vero motivo dell’uccisione di Salvatore Grillo, collocherebbe la banda della Uno Bianca, come un ambito che si relazionava con la criminalità organizzata, dalle quali provenivano i proventi del vero business di Roberto e Fabio Savi, il traffico di armi dall’Ungheria e dalla Romania. Le cifre emerse durante il processo alla banda parlano di traffici importanti, circa 400 kalashnikov importati in Italia importati solo da Fabio Savi, per sua stessa ammissione, mentre Roberto Savi ha ammesso solo di aver fatto di aver fatto entrare armi attraverso le frontiere, nascondendole nei sedili delle macchine.[33]

Alberto, il più giovane dei fratelli Savi, era un poliziotto presso il commissariato di Rimini. Anche Fabio, il secondogenito dei Savi, esperto tiratore, che di mestiere faceva il carrozziere e il camionista, non è diventato poliziotto per un soffio. Fu scartato per un leggero difetto alla vista.

Marino Occhipinti era un poliziotto che prestava servizio presso la Questura di Bologna in forza alla sezione narcotici nel ruolo di vice-sovrintendente ed era anche sindacalista del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP). Luca Vallicelli, invece, era agente scelto presso la stazione della Polizia Stradale di Cesena. Pietro Gugliotta era collega di Roberto Savi alla Questura di Bologna, anch’egli operatore al nucleo Radiomobile.

Una delle questioni più controverse della banda, dopo l’arresto dei suoi membri, ha riguardato il ruolo di una delle donne. Fabio Savi, al momento dell’arresto, era in compagnia di Eva Mikula, una ragazza di 19 anni, dell minoranza ungherese della Transilvania, che all’età di 15 anni si era trasferita a Budapest. La ragazza conosceva tre lingue, oltre al romeno, all’ungherese e l’italiano, ed aveva avuto un passato poco chiaro. In base ad un’informativa del SISMI del 1994, il vero nome della ragazza non sarebbe tasto Eva, ma Edit, e sarebbe nata nel 1970 e non nel 1975. Edit, in base all’informativa, sarebbe stata l’amante di un colonello del KGB, ai tempi dell’Unione Sovietica, passato in seguito ai servizi segreti ucraini, ma l’aspetto più importante è che sarebbe stata colei che ha messo in contatto Fabio Savi con un trafficante ungherese, Tamas Somogy. Fabio Savi ha ammesso di essersi incontrato con Somogy, tra il 1991 e il 1993, dal quale avrebbe acquistato le armi e trattato un misterioso “traffico internazionale di Mercurio Rosso”.

I Savi erano in contatto anche con il pregiudicato catanese Guglielmo Ponari, l’armiere delle cosche etnee e di molti clan della camorra campana, famoso per aver inventato negli anni ’60 la penna pistola.[34] Il contatto era intermediato da un altro pregiudicato catanese, Agatino Grillo, un infermiere generico con funzioni di portantino che ogni 15-20 giorni si recava a Bologna.

Il più giovane dei fratelli Savi riferì ai giudici dei rapporti con la camorra di Poggiomarino, città, dove imperava il clan dei Galasso, alleato del clan di Carmine Alfieri di Nola, uno degli elementi di vertice del cartello dell Nuova Famiglia e affiliato a Cosa Nostra.

Non deve stupire i collegamenti tra Roberto Savi e alcuni ex esponenti ex cutoliani della camorra casertana, confluiti nel cartello dei casalesi in seguito alla sconfitta della NCO da parte del cartello della Nuova Famiglia, a cui aderivano i boss di Casal di Principe. Tra questi spicca la figura di Francesco paccone, arrestato a Marcianise, nel territorio del clan Belforte, alleato dei boss Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, in possesso di una Fiat Uno Bianca rubata a Bologna tra il 23 marzo 1994, in Via Vittoria, a pochi metri dall’abitazione di Roberto Savi. Nella stessa zona, qualche mese dopo, il 18 ottobre del 1994, era stata rubata un’altra Fiat Uno targata Ravenna. Per stessa ammissione di Fabio Savi, entrambe le auto sono state rubate dai membri della banda, il 21 ottobre del 1994. Come mai allora una delle due si trovava a Marcianise? In possesso di un pregiudicato per reati di associazione camorristica?

Fabio Savi avrebbe intrattenuto una relazione con una donna austriaca, Sabine Falshlunger, tra il settembre e ottobre del 1993, in un periodo di crisi con Eva Mikula. La Falshlunger durante una perquisizione effettuata dalla Squadra Mobile di Caserta fu trovata in possesso del numero di telefono di Mario Iovine, uno dei casalesi, colui che avrebbe fatto scomparire Antonio bardellino in brasile nel 1988, legato alla Mafia di Stefano Bontade e Saro Riccobono, il quale si era rifiutato di uccidere il suo socio di affari Tommaso Buscetta per ordine di Totò Riina. Mario Iovine a sua volta fu ucciso a Cascais, in Portogallo, il marzo del 1991. Mario Iovine era il cugino di Antonio Iovine, divenuto in seguito uno dei boss del cartello dei casalesi affiliati a Cosa Nostra. La Falshlunger, che viveva a Villaggio Coppola, Castel Volturno, il villaggio dove negli anni ’80 abitavano alcune migliaia di militari americani in forza alla NATO, gestiva un pub a Pinetamare e fu anche arrestata in possesso di una pistola, in compagnia di Raffaele Della Valle, accusato di traffico di armi (era anche un esponente di spicco della fazione di Michele Zagaria del clan casertano). Durante la requisitoria Eva Mikula rivelò ai magistrati che Fabio Savi confidò, di essere stato in una villa del casertano insieme alla Falshlunger, dietro compenso, per i boss casalesi.[35]

Ma chi erano veramente i poliziotti della Uno Bianca? Roberto Savi affermò che un ispettore della Questura di Bologna gli avrebbe fatto vedere un modulo per entrare a far parte di un “gruppo particolare di cui ignoro i contenuti. Mi dicevano che andavano vestiti da finanzieri fare delle perquisizioni e simulavano dei furti e mi parlò di uffici che maneggiavano esplosivi”.[36] Roberto ne parlò anche a Gugliotta specificandogli che “vi erano dei posti ove insegnano a usare le armi e gli esplosivi e vi era una sezione piena mercenari e delinquenti comuni assoldati nell’ambito dei servizi”.[37]

Quando nel novembre del 1994 i fratelli Savi, si accorsero di essere pedinati della Polizia si accorsero di essere pedinati dalla Polizia era già troppo tardi per sperare che “qualcuno” li abbia tirati fuori. Sicuramente non sono fuggiti per questo motivo (la speranza, che quel misterioso li avrebbe tirati fuori) e anche sulle modalità con le quali si arrivò alla loro individuazione permangono molti dubbi da parte degli inquirenti che per anni erano stati sulle tracce di questa banda di “invisibili”.

Gli interrogativi sono tanti. La banda della Uno Bianca ha deliberatamente assunto un profilo elevato, iniziando a uccidere dei carabinieri sin dal 1988 e poi nel ’91, coscienti che le indagini sarebbero state serrate e probabilmente condotte non da semplici marescialli di provincia bensì dai carabinieri più specializzati di qualche nucleo operativo (ed essendo dei poliziotti con ruoli di responsabilità come Roberto Savi e non semplici delinquenti di periferia questo lo dovevano per forza sapere).

Io non sono di quelli che sono definiti, “complottisti” (termine, inventato dalla CIA nel 1967 per attaccare chiunque sfidasse la narrativa ufficiale),[38] ma credo nella convergenza di interessi.

Perciò per una seria ricerca di quello che è accaduto, bisogna approfondire le convergenze con la realtà politica e storica di quel periodo, con i fatti importanti che una volta emersi avrebbero potuto condizionare sia la vita politica sia le indagini storiche su questi fatti.

La Commissione di Inchiesta sulle stragi compiuta in Italia nella seduta concernente la Uno Bianca ha adombrato delle ipotesi plausibili inerenti alla strumentalizzazione di questa banda di poliziotti.[39]

In tutta questa storia è molto singolare il ruolo che hanno i carabinieri, in sostanza, un ruolo che si potrebbe definire in qualche modo “passivo”, molto atipico, gli avevano ucciso 5 uomini in poco tempo, e dal loro seno sono emersi tentativi di depistaggio.

Inoltre, il Damiano Bechis che era capo di una banda di rapinatori, veniva dai carabinieri (paracadutisti con missioni all’estero).

   E se mettiamo assieme degli avvenimenti criminosi (rapine, omicidi ecc.) che sono avvenuti in Toscana proprio nel periodo che operava la Uno Bianca, da parte di poliziotti, carabinieri e paracadutisti, si avrebbe il risultato che si vedrebbe che in un determinato territorio alcuni carabinieri si sono messi a delinquere, mentre nello stesso tempo (e nello stesso territorio) altri membri delle forze dell’ordine avevano deciso di fare lo stesso.

Certo è impossibile allo stato attuale con i dati che si hanno in mano ipotizzare i collegamenti che ci sono tra questi fatti, però se si approfondisse ulteriormente sui fatti criminali che sono avvenuti in questo periodo nell’area Toscana-Emilia Romagna, e in particolare quello che sia avvenuto nelle carceri, nel settore militare, nelle forze di polizia e in particolare tra i carabinieri, si farebbe un passo in avanti notevole per sapere la verità su tutto quello che è avvenuto in questo periodo.

Molto probabilmente nessuno di questi criminali in uniforme era cosciente di cosa faceva l’altro gruppo. L’ex parà Fabio Piselli, ipotizza che possa esserci stato un coordinamento di cellule, gestito da soggetti capaci e che dall’alto ci siano stati degli osservatori, che abbiano sfruttato ed eterodiretto alcune dinamiche psicologiche personali di questi soggetti.

Anche il magistrato Giovanni Spinosa ex PM di Bologna che si era occupato dell’inchiesta della Uno Bianca afferma che questa banda di polizotti era eterodiretta, anzi era funzionale alla strategia della Mafia.[40] Quest’affermazione nasce dal fatto, dai riscontri che si sono avuti in merito del rapporto della banda con esponenti della mafia catanese, con la camorra cutoliana (non scordiamoci che essa trattò con lo Stato per la liberazione di Cirillo) e i casalesi. E infine le rivendicazioni della Falange Armata ha rivendicato tutti i fatti sanguinosi e misteriosi di quel periodo. Sebbene i processi non abbiano portato nessun elemento che aiuti a ricondurre a una verità giudiziaria, si può tranquillamente dire che in quel periodo era in atto una strategia della tensione.

C’è un ultimo quesito in merito alla Banda della Uno Bianca, dove hanno preso le competenze militari considerando che alcune tecniche che hanno adottato non erano certamente insegnate nelle classiche scuole di Polizia., quelle frequentate dai componenti della banda: tecniche che sono riconducibile ad una formazione militare non convenzionale.

Nessuno dei poliziotti della Uno Bianca, a quanto si conosca, ha mai avuto una formazione militare speciale o addestramento da agente da servizi segreti; non risulta che erano in grado di elaborare piani tecnici di riduzione del rischio come hanno saputo fare.

Conoscevano, i protocolli antirapina disposti dalla polizia, dai carabinieri, e dalla Prefettura, la disposizione delle varie pattuglie e gli investigatori delegati da parte della Procura. Avevano, sì, una buona preparazione al tiro, acquisita al poligono ma non in corsi di specializzazione militare, al massimo potrebbero avere avuto delle dritte da qualche loro amico in servizio presso qualche reparto militare.

Ebbene, hanno saputo assumere delle posizioni durante il tiro, cioè mentre sparavano, cosa che non s’impara facilmente né vedendo qualche film ma neanche a qualche dritta di uno che sta in qualche reparto militare.

Con questo non voglio affermare che sono stati addestrati in qualche reparto clandestino, ma molto probabilmente si sono addestrati clandestinamente, magari all’estero, oppure da parte di qualcuno che apparteneva a qualche reparto speciale, d’azione (magari un paracadutista).

 

 

In Italia c’è stata una guerra civile strisciante.

 

Se mettiamo assieme tutti i fatti sopra descritti si può dedurre che quello che è avvenuto in Italia in questo periodo, è stato in sostanza una guerra civile strisciante tra le diverse bande borghesi (nazionali e internazionali).

Nell’attuale fase di crisi generale del capitalismo, in tutti i paesi imperialisti, la Borghesia Imperialista (la frazione dominate della borghesia) sta eliminando una dopo l’altro le conquiste che la classe operaia aveva conquistato. Ogni frazione di capitale trova che quelle norme, regolamenti, prassi e istituzioni che nel periodo d’espansione mitigano o neutralizzato gli effetti estremi del ciclo economico, ora queste istituzioni, norme e regolamenti sono un impedimento alla libertà dei suoi movimenti per conquistare spazio vitale. La liberalizzazione, la privatizzazione appunto sono all’ordine del giorno in ogni paese capitalista.

Ciò rende instabile ogni paese il regime politico, rende ogni paese meno governabile con gli ordinamenti che fino a ieri funzionavano. I tentativi di sostituire pacificamente questi ordinamenti, che in Italia significa modificare la Costituzione, vanno regolarmente in fumo. In realtà non si tratta di cambiare regole, ma di decidere quali capitali vanno sacrificati perché altri possono valorizzarsi e nessun capitalista è disposto a sacrificarsi. Tra i capitalisti solo la guerra può decidere.

Non è un caso che a livello nazionale e internazionale, sono in crisi gli organismi come l’ONU che cercano di ridurre l’espressione dei contrasti perché questi crescono, con l’espansione del ricorso da parte delle classi dirigenti a procedure criminali e a milizie extralegali e private, la creazione di barriere elettorali, l’accrescimento delle competenze dei governi e degli apparati amministrativi a spese delle assemblee elettive ecc.

In Italia si sono scontrati da una parte un settore reazionario di borghesia nera (particolarmente legata alle speculazioni immobiliari) con una base di massa nella piccola e media borghesia, nei lavoratori autonomi,[41] con la componente piduista della Massoneria. Questo settore era politicamente legato a quello che fino a ieri era denominato il Partito del popolo delle libertà berlusconiano, alla Lega e ai fascisti, appoggiato da parte dei servizi segreti, dai carabinieri, dalla mafia e dalla polizia. E’ stato (fino a quando Berlusconi ha stretto rapporti con Putin e soprattutto con Gheddafi) appoggiato dai sionisti (che hanno l’interesse di evitare una politica filoaraba in Italia), dagli imperialisti U.S.A, che vogliono evitare che l’Italia si rafforzi la tendenza a un’integrazione imperialistica europea in concorrenza con l’imperialismo U.S.A. e per questo motivo necessitano di una retrovia sicura per il fronte sud contro i processi rivoluzionari e le varie lotte che sviluppano nei paesi dipendenti.

L’altro blocco aveva come base sociale parte della Borghesia Imperialista italiana, una base di massa che pur risicata (e si è visto con le elezioni politiche del 1998) di mondo del lavoro dipendente, attraverso C.G.I.L. – C.I.S.L. – U.I.L. (e di un settore consistente del sindacalismo di base) per via del collaborazionismo di classe delle confederazioni sindacali, strumento ideale per attuare politiche antioperaie e antipopolari. Politicamente questo blocco è legato alle compenti “pulite” dell’ex democrazia cristiana, e dagli ex PCI, diventato adesso PD un blocco, berlingueriano-moroteo appoggiato da parte della massoneria “illuminata”, di una parte della magistratura, dei servizi segreti e della polizia. Il settore della borghesia che si appoggia a questo blocco, è alternativamente a favore di un’integrazione europea e degli accordi con gli U.S.A.

Per completare l’analisi, questa guerra civile strisciante in Italia, a livello politico è dentro il quadro del processo di svuotamento e decadimento della democrazia borghese.

Il decadimento alla democrazia borghese è evidente in ogni sfera politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei capitalisti; le posizioni all’interno del potere legislativo ed esecutivo hanno tutti un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti lobbies che spendono milioni (di dollari o di euro ha secondo del paese e del valore della moneta in corso) per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.

Il voto dei cittadini non conta nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati normali nell’attività politica.

La democrazia borghese in decomposizione si trasforma in una democrazia oligarchica come un governo autoimposto da funzionari dell’esecutivo; sono scavalcate tutte le norme vigenti e s’ignora gli interessi della maggioranza della popolazione. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso un’oligarchia finanziaria e riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite pacchetti di austerità.

Si crea un mastodontico apparato statale di polizia, con poteri illimitati che impone vincoli all’opposizione politica e sociale. Quello che rimane delle libertà democratiche, sono costantemente ridotte attraverso limitazioni burocratiche imposte. Lo scopo è di limitare l’azione della minoranza critica, che potrebbe diventare un centro di mobilitazione popolare del malcontento.

Questo governo del capitale finanziario è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro la retorica tecnocratica, si nasconde la realtà che molti dei cosiddetti tecnici che compongono il governo di Grecia e Italia hanno una carriera di operatori per e con i grandi interessi finanziari privati italiani e internazionali.

Ma se ci fermiamo qui, rischiamo di non soffermarci sull’aspetto della storia inerente alle strutture clandestine che hanno operato (e con molta probabilità operano ancora) nel nostro paese.

Sto parlando di Gladio che non era una struttura solo italiana, ma era inserita dentro la rete NATO definita Stay Behind, che non ha operato solo in Italia, ma svolto anche operazioni clandestine all’estero partendo dal territorio italiano.

Il Friuli è stato una delle retrovie della Gladio che operava all’estero. Quando nel 1990 Andreotti consegnò alla Commissione Stragi, gli elenchi con i nomi dei 635 gladiatori, è evidente che questi nomi corrispondevano solo a una parte dell’organizzazione. Un aspetto da rilevare, era che gran parte dei gladiatori che c’erano negli elenchi erano residenti in Friuli e nel Veneto, e appartenevano all’ufficio R (ricerche all’estero) del SISMI, erano il collegamento tra l’organizzazione Gladio e le attività di destabilizzazione nell’est europeo e nei paesi arabi.

Alcuni esempi di attività di destabilizzazione nell’est europeo.

Tra il 1950 e il 1982, l’Albania fu oggetto di attacchi da parte dell’Imperialismo U.S.A. e dei suoi alleati. Il primo attacco contro l’Albania, con civili addestrati in basi militari situate in Italia di cui si ha notizia, risale al 1950. Nel 1982, la notte tra il 25 e 26 settembre[42] un gruppo di una quarantina di armati, imbottiti di dollari e di lire italiane, parte dal porto di Brindisi, per tentare uno sbarco sulle coste albanesi, ma è atteso dall’esercito albanese schierato in forze. Re Leka, il sovrano albanese in esilio, rivendica sulla stampa internazionale la paternità dello sbarco.

La presenza di civili albanesi addestrati in Italia fa pensare dell’esistenza di una Gladio albanese, finalizzato alla destabilizzazione di quel paese, gestita in prima persona dalla CIA e dai servizi segreti italiani. Questa struttura sicuramente era operante negli anni ’90, quando nei primi di novembre del 1992 fu scoperto un tunnel ai confini tra la Jugoslavia e l’Albania, che sarebbe servita ai terroristi albanesi di entrare e uscire clandestinamente. Un articolo del quotidiano jugoslavo Politika e ripreso dal Piccolo di Trieste dell’10.11.1992 parla di istruttori italiani che addestrano ribelli albanesi/kosovari, in Albania.

Esiste una singolare coincidenza tra il momento in cui è svelata la struttura Gladio e l’esplodere della guerra balcanica. E’ tradizione dei servizi segreti l’abitudine di sacrificare in tutto o in parte una rete segreta per disinformare l’opposizione o per scaricare una struttura ormai bruciata o obsoleta. Otre a questo, uno degli scopi della divulgazione della struttura Gladio, sicuramente, era quello di non rendere evidente gli scopi reali di quest’organizzazione e le attività in corso (interferenza nell’ex Jugoslavia). Bisogna ricordarsi, che le inchieste della magistratura in corso in quel periodo, come quella su Peteano o quella sulla Rosa dei Venti, rischiavano di minare la segretezza e l’affidabilità operativa della struttura. Il generale Serravalle, uno dei comandanti di Gladio in un suo libro,[43] parla dell’esistenza di una Gladio jugoslava controllata dalla CIA collegata con i fascisti ustascia croati e i fascisti giuliani e giuliani. Questa, è un’ipotesi plausibile, se no come avrebbe potuto Vinciguerra a procurarsi dal nasco della grotta di Aurisina (uno degli arsenali di Gladio) gli accenditori e parte dell’esplosivo necessario per la strage di Peteano?

Esiste una connessione tra Gladio italiana, albanese, jugoslava e le altre strutture clandestine, l’esplodere nella guerra nella ex Jugoslavia e la gestione di traffici di armi, droga lungo il confine orientale.

Lo sgretolamento dell’ex blocco “socialista” ha portato la mafia italiana alla conquista di un mercato vergine. La corruzione a ogni livello degli apparati, è stato uno dei migliori appigli per l’inserimento della mafia in questi paesi, secondo i noti processi dello scambio di favori e della creazione dei clan. In alcune zone della Romania, della Jugoslavia, della Russia, della Bulgaria e dell’Albania, questo meccanismo si è sposato con la tendenza a organizzarsi in cosche e a dar luogo a interminabili faide. Il sottobosco della criminalità e della gestione del mercato nero costituisce il contatto giusto per tessere anche nelle aree urbane una rete di relazioni. Nel 1993 Aslanbek Aslakhanov presidente della commissione del Soviet Supremo per la sicurezza e la criminalità dice: “(…) in nessun paese del mondo esiste quel che c’è da noi, una specie di contatto matrimoniale tra criminalità con il colletto bianco e quella tradizionale).[44] In sostanza, anche in Russia come in Italia (e in altri paesi imperialisti come gli U.S.A.) esiste una connessione tra mafia, servizi segreti e potere politico.

L’esplodere della guerra civile nell’ex Jugoslavia (terreno di scontro dei vari imperialismi prima quello tedesco e in seguito quello U.S.A.) mise in moto tutta una serie di processi che coinvolsero la Serbia, la Croazia, la Slovenia, la Bosnia, il Montenegro, la Macedonia, l’Albania e la Grecia, creando nuove opportunità per trafficanti di armi, di droga, di valuta ecc. Il traffico di droga è usato come mezzo di finanziamento per le armi). Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Puglia divengono centro di un grandioso traffico gestito dalla malavita organizzata nell’ambito dei nuovi scenari internazionali. La mafia siciliana, quella del Brenta, la Sacra Corona Unita scoprono nuove possibilità nel Nord Est. Paesi come la Croazia che aspira ad armarsi fino ai denti, accolgono a braccia aperte fornitori di armi, avventurieri, mafiosi e fascisti. Alla fine si crea una sorta di reciproca tutela tra emissari di Cosa Nostra siciliana e le milizie croate fasciste. Questo salto di qualità, era già avvenuto come segno premonitore nell’intervento della mafia del Brenta e quella siciliana in operazioni di riciclaggio su vasta scala nei casinò del nord est e sulla costa dalmata, s’inseriva nella necessità delle autorità croate di armarsi e in quelle russe e degli altri paesi dell’ex Patto di Varsavia di smaltire l’immesso patrimonio di mezzi bellici. In Croazia dall’inizio della guerra, sarebbero giunte enormi quantità di droga, attraverso la rotta balcanica della droga controllata dalla mafia turca, e di armi (e di combattenti) dall’Argentina dove vive dal secondo dopoguerra una florida comunità croata (formata dagli ustascia scappati in Argentina) e dove prosperano uomini d’affari legati alla P2. E in Croazia che si trova l’artificiere del rapido 904 del 1984 Frederich Schaudinn, protetto da servizi segreti italiani che lo aiutarono a scappare, dove assieme a Licata (un affiliato al clan palermitano dei Fidanzati legato corleonesi) gestisce traffici di armi e di droga.[45] Tra i traffici che si sviluppano in questo periodo, ci sono quello del nucleare gestito da ex membri del KGB, rivolto in paesi come il Pakistan, Libia, l’Arabia Saudita ecc. Questi traffici sono collegati con quelli di armi e droga, dentro rapporti d’affari tra mafia russa, siciliana e del Brenta, e fascisti croati e italiani.

Quel lungo viaggio che da Gladio porta a Sarajevo, si scopre che alla fine della fiera dietro ci sta la penetrazione da parte del capitalismo occidentale nei paesi dell’est. Non è un caso che un gruppo di capitalisti tra i quali figura Gianni Cogolo, uno dei capitalisti occidentali a lanciarsi in imprese economiche quando c’era ancora l’URSS (costruzioni di stabilimenti industriali) finanziava il partito di B. Eltsin. E non è un caso che proprio durante la presidenza di Eltsin, cominciò a essere immerso sul mercato il mercurio rosso per finanziare il suo potere. Cominciò così la liquidazione del paese.

Ma torniamo alla struttura Gladio in Italia. Questa struttura clandestina fu istituzionalizzata inizialmente all’interno del SIFAR (come si chiamava il servizio segreto militare italiano negli anni ’50) .

Teniamo conto che nei servizi segreti il personale in prevalenza è composto di militari (i carabinieri sono militari non scordiamocelo) e tra gli alti ufficiali dell’esercito e tra i generali in particolare c’è una forte presenza massonica.

Questi massoni militari sono ben collegati con i loro fratelli (di loggia e di ordine massonico) inglesi e (soprattutto) americani (rito scozzese). Questa massoneria militare in Italia è ben radicata all’interno delle forze armate (non scordiamoci che Dalla Chiesa era iscritto alla P2 e il suo nome fu tolto dall’elenco per non creare “imbarazzi”) e della Polizia. Ed è proprio quest’ambiente massonico che ha consentito che sotto l’ombrello della Gladio “ufficializzata” il formarsi di una struttura Gladio ancora più clandestina, libera da quei vincoli politici e militari che anche la stessa Gladio doveva tenere conto (era comunque una struttura militare, che per quanto clandestina e per quanto doveva operare nelle operazioni “non ortodosse” doveva tener conto della gerarchia militare e delle sue disposizioni).

Questa Gladio “non ufficiale” molto probabilmente aveva l’obiettivo della stabilizzazione di un sistema politico internazionale complesso (con un gioco di parole si potrebbe dire che doveva operare una destabilizzazione stabilizzante, in parole povere doveva creare un po’ di caos per favorire alla fine le forze che miravano a creare nuovi equilibri, a un nuovo status quo).

Dentro questa Gladio “non ufficiale” operava militari che magari credevano di fare il loro “dovere” (tenendo conto come questo dovere lo può concepire un militare) istituzionale, non ortodosso ma ufficiale, pur essendo coscienti di partecipare a un’attività del tutto illegale.

La zona grigia è stata la Massoneria che dopo la guerra ha visto nel ritorno di Licio Gelli dall’Argentina il referente atlantico su cui molti paesi e tendenze politiche hanno puntato (non solo gli USA in quanto entità statale, ma probabilmente anche l’internazionale nera).

Dell’esistenza di una Gladio “non ufficiale” ne da prova l’ex parà Fabio Pistelli che afferma: “Quando Andreotti decise di parlare della operazione Gladio lo fece in termini riduttivi rispetto alla sua reale organizzazione, questo è quel emerge dalla lettura di quanto reso noto fino ad oggi rispetto ad uno dei segreti meglio tutelati e più longevi della nostra storia dal dopoguerra in poi.

   Sappiamo molto quindi della Gladio e molto altro possiamo solo ipotizzare rispetto all’entità dei partecipanti ed alle sue effettive deleghe operative che il Governo gli aveva affidato, prima fra tutte la collaborazione con la rete S/B (Stay Behid) di respiro NATO e presente in tutti i paesi alleati in stretto coordinamento con la Difesa statunitense in tempi di piena Guerra Fredda con la minaccia sovietica più che mai reale. Stay Behind è nata perciò col compito di ‘restare dietro le linee nemiche’ in caso di invasione da parte del blocco sovietico, per altri interpretata come restare ‘oltre le linee nemiche’ con compiti di infiltrazione, sabotaggio, propaganda e guerriglia. Una ben strutturata attività partigiana laddove il proprio territorio fosse stato invaso da un nemico così forte come l’allora URSS. La rete era organizzata in cellule ad ordinamento clandestino, ben compartimentata all’interno di un settore dei servizi segreti militari e progressivamente coltivata nel suo organico nel corso dei tanti anni in cui è stata operativa, anche tramite l’addestramento specifico fornito da alcuni operatori delle forze speciali delle nostre FF.AA. fra i quali i paracadutisti e gli incursori della Folgore e quelli della Marina.

   Gladio era quindi un contenitore di esperienze e di volontà antisovietiche di patrioti pronti ad accettare tutti i rischi di restare dietro le linee nemiche pur di attivare ogni operazione mirata alla liberazione del proprio territorio. Un contenitore come spesso è accaduto nel nostro paese è servito anche per offrire il giusto alibi per altre attività che presubilmente ne hanno sfruttato il segreto ma non gli stessi scopi. Una di queste era l’operazione che nel corso di un interrogatorio avanti i magistrati procedenti per gli eventi accaduti in quel terribile periodo compreso tra il 1988 e il 1994, ho definito essere la ‘Gladio interna’. Ho così battezzato una organizzazione che in realtà non ha mai avuto un nome o una rubricazione come invece lo aveva la Gladio ufficializzata nella Stay Behind.

Cerco ora di spiegare cosa ho inteso testimoniare traendo dati e notizie dalle sole mie esperienze acquisite durante la carriera militare iniziata nel 1985 che successivamente, poste alla valutazione della Autorità Giudiziaria che mi aveva notificato l’invito a comparire.

   Iniziamo col cercare di capire la differenza tra la Gladio ufficiale e quello che ho definito essere ‘interna’.

   La Gladio della rete S/B ha sempre operato in termini di reclutamento, di addestramento, di logistica e di pronto impiego ma non ha mai fortunatamente dovuto attivarsi perché non vi è mai stata una invasione sovietica. Era una potente organizzazione mai resa operativa perché non vi sono mai concretizzate quelle ‘linee nemiche’ dalle quali restare ‘all’interno’ oppure ‘oltre’. Non vi è mai stata infatti quella invasione che avrebbe così trasformato il nostro paese in un territorio nemico in cui restare ‘dietro’ oppure ‘oltre’ ma sempre dentro il territorio stesso in cui erano già pronti le basi, il personale, gli arsenali e tutto quello che una sana guerriglia necessitava. Era già stato tutto predisposto nei confini interni al paese ancora libero, che sarebbe diventato territorio nemico solo dopo una avvenuta invasione da parte del blocco sovietico. Questa era la Gladio ufficiale, era anche una importante risorsa ‘oltre le linee nemiche’ per quei comandanti alleati pronti a rinforzare ed a sfruttare sia le attività di intelligence che quelle squisitamente militari.

   La ‘Gladio interna’ di cui ho testimoniato donandole quel nome ma come ho detto in realtà non aveva una specifica denominazione, era invece strutturata in modo parallelo alla Gladio ufficiale ma operava già nel territorio che però non era mai diventato ‘nemico’, restando sempre un territorio ‘amico’ ed ivi operava in modo esclusivamente ‘interno’ mirando non ad un nemico esterno che aveva invaso la nazione ma a quella politica interna da condizionare tramite la destabilizzazione ma solo verso un piccolo territorio, una minore comunità, un piccolo obiettivo per i motivi che tenterò di spiegare più avanti. Operava quindi in modo diverso dalla più nota attività terroristica del periodo in cui si destabilizzava per poi stabilizzare ma era ad essa convergente rispetto alla specifica chiusura politica a sinistra ed in favore di una azione politica destrorsa. Naturalmente parlo di quel periodo in cui vi era ancora una differenza fra la destra e sinistra.

Questa organizzazione, nata nella prima metà degli anni settanta, rappresentava una sorta di ‘modulo jolly’ per le esigenze di chi desiderava utilizzarla per degli scopi che con la Gladio ufficiale della rete S/B non avevano nulla a che vedere. ‘Modulo jolly’ formato però dallo steso bacino di operatori da cui erano tratti anche coloro che ufficialmente inseriti in S/B, alcuni dei quali distratti in questa attività da parte di chi evidentemente era in posizione da poter gestire la rete stessa e veicolarne i vari personaggi e fra questi anche quelli considerati non gestibili coi requisiti della S/B ma assolutamente appetibili per le attività della c.d. ‘Gladio interna’.

   Sono infatti numerose le indagini riferite a degli eventi stragisti in cui la commistione fra i c.d. ‘servizi deviati’ e le mafie hanno dato origine a quei gruppi di fuoco Capaci di condurre una vera e propria operazione militare, non solo per le caratteristiche delle armi e degli esplosivi ma soprattutto per il tipo di organizzazione info-operativa che ha materialmente posto in essere l’evento criminoso. Fatti che molti magistrati desiderano comprendere per dare un nome e un volto a quei soggetti presubilmente parte delle deviazioni di un servizio segreto, per quanto non ho mai creduto a questo termine, che ho sostituito sempre nel corso degli interrogatori con il termine ‘derivazione’ invece che deviazione, perché proprio coloro derivati dai servizi hanno dato vita ad un ‘sistema sottointegrato’ a quello ufficiale, parallelo quindi e puramente clandestino, non reso tale da un protocollo ufficiale, perché ignoto agli organi di Governo e di controllo sugli stessi servizi”.[46] Egli afferma che il caso Moro “oltre che essere un evento pregno di segreti ha rappresentato anche in collegamento con Gladio, si vedano per esempio i ritrovamenti ed è stato un momento di transizione generazionale fra la psicologia di chi aveva fino ad allora ricoperto incarichi di comando operativo nelle FF.AA. di Polizia e di Sicurezza , che si preparava a più importanti incarichi oppure al pensionamento ed i nuovi ufficiali che seppur coltivati in quel clima politico prettamente fascistoide di quegli anni avevano in realtà una psicologia più radicata alla attualità del cambiamento sociale degli anni settanta. I loro superiori avevano vissuto appieno il ventennio ed il periodo bellico mentre i nuovi ufficiali no, diversa era la loro forma mentis perché si erano identificati tramite i fregi che i reparti più arditi offrivano anche in onore dei loro predecessori. Una avvenuto il ‘passaggio di consegne’ questi nuovi comandanti hanno perseguito le tradizioni fascistoidi dei reparti ma con un approccio solo di facciata salvo invece coloro cooptati nel desiderio di cambiamento del sistema politico e perciò più condizionabili da parte di chi ne poteva sfruttare le capacità operative di elevata qualità, come quelle di chi operava in seno ai paracadutisti ed ai sabotatori, poi divenuti più noti come incursori, che erano nei fatti un bacino di approvvigionamento dei servizi sotto vari impieghi, dal passaggio al RUS poi RUD che era una sorta di ponte tra le FF.AA. ed il servizio segreto fino all’integrazione completa al servizio stesso per poi, anni dopo, tornare al reparto di FF.AA. oppure restare ai servizi fino alla pensione”.[47]

L’esistenza di una Gladio “non ufficiale” o “interna” fa capire che in Italia nel secondo dopoguerra si è avuto un governo ufficiale DC e dei partiti che componevano il Palamento, e un governo sopranazionale di destra atlantico/NATO caratterizzato da una zona grigia capace di condizionare tutti i gangli del governo ufficiale tramite le attività clandestine, protette dia militari inseriti nei servizi segreti, nei quali hanno transitato numerosi carabinieri che hanno sempre avuto, tra l’altro, una specifica funzione di polizia e pubblica sicurezza.

Tutto questo per evidenziare (ed è bene ripeterlo costantemente) quanto sia strumentale e mistificatorio parlare di stragi mafiose e “trattativa Stato-Mafia”.

 

Inoltre, in ci sono tante altre rivelazioni che mettono in evidenza sul ruolo di altri soggetti (tra i quali i servizi segreti) in questo periodo.

 

Il pentito Gioachino La Barbera, il picciotto di Altofonte che partecipò alle operazioni della strage di Capaci: durante un colloquio investigativo con il sostituto procuratore della DNA, Donadio, ha detto che nelle riunioni preparatorie c’era “un uomo sconosciuto”, che “parlava a bassa voce”. Per la prima volta, dunque, sulla scia dell’indagine parallela svolta nei mesi passati da Donadio, la Procura di Caltanissetta, alza il livello delle indagini dalla semplice manovalanza mafiosa per ipotizzare un ruolo che i servizi segreti possono avere avuto nell’attentato contro Falcone.[48] In sostanza la procura (pur con tutte le cautele necessarie) segue quel filo che legherebbe Mafia e servizi segreti (in particolare con i membri dei servizi che legati all’eversione di destra) nel periodo di quello che fu definito (impropriamente come si è visto) “stragismo mafioso”.

Lui sarebbe Giovanni Aiello un ex dirigente della Polizia in pensione, con in tasca la tessera dei servizi (il SISDE), che il volto deturpato da un colpo di arma da fuoco, e per questo viene sopranominato “il bruciato” o “faccia da mostro”.

Tracce di Faccia da Mostro però si trovano anche oltre lo Stretto (ci sono dichiarazioni di diversi mafiosi sulla sua presenza): l’ultimo collaboratore a fare il nome del misterioso killer di Stato è, infatti, un calabrese affiliato alla ‘Ndrangheta, si chiama Nino Lo Giudice, è soprannominato il Nano, e fino a pochi mesi fa era un collaboratore di giustizia. Prima di ritrattare, accusando i magistrati che lo avevano interrogato di “drogare” le sue dichiarazioni, il Nano aveva fatto cenno a Faccia da Mostro, individuandolo in Aiello, e aggiungendo che “agiva sempre con una donna, una tale Antonella: tutti e due facevano parte a servizi deviati dello Stato e la donna era stata ad Alghero in una base militare dove la fecero addestrare per commettere attentati e omicidi”.[49] Nel giugno scorso però Lo Giudice ha ritrattato le sue dichiarazioni, rendendosi latitante.

C’è un altro uomo che però indica in una donna la partner di Faccia da Mostro: è Giuseppe Maria Di Giacomo, esperto killer del clan catanese dei Laudani. Piste, ipotesi, spifferi, testimonianze ancora oggi tutte al vaglio degli inquirenti, oltre ad indagare su Aiello, lavorano per capire chi sarebbe la tale Antonella citata da Lo Giudice, addestrata dai servizi per diventare una sorta di killer di Stato.

E si potrebbe ipotizzare che tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 si sia combattuta una battaglia invisibile, ma dura, tra i diversi settori dei servizi segreti. Una sorta di guerra per procura tra i vari apparati per conto dei rispettivi referenti politici.

Pensiamo al fallito attentato dell’Addaura il 21 giugno del 1989 contro Falcone. La storia ufficiale racconta che la mattina di quel giorno alle 7.30, gli agenti di polizia addetti alla protezione personale del giudice Falcone trovarono 58 cartucce di esplosivo, di tipo Brixia B5, all’interno di un borsone sportivo accanto ad una accanto ad una mula subacquea e delle pinne abbandonate, nella spiaggetta antistante la villa affittata dal magistrato, che aspettava i colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann con cui doveva discutere sul filone dell’inchiesta Pizza connection, che era un’indagine condotta dall’FBI inerente il traffico di droga e il relativo riciclaggio del denaro sporco.

L’esplosivo era stipato in una cassetta metallica, ed era innescato da due detonatori. Secondo le indagini dell’epoca, alcuni uomini non identificati piazzarono l’esplosivo, il quale non esplose: all’epoca ciò fu attribuito a un fortunato caso (si parlò di un malfunzionamento del detonatore).

Questa è la storia ufficiale. Ebbene vent’anni dopo è stata capovolta tutta la dinamica del fallito attentato dell’Addaura. Ci sono testimonianze che rivelano un’altra verità e che irrobustiscono sempre di più l’ipotesi di un “mandante di Stato”. La scena del crimine è da spostare di ventiquattro ore: la borsa con i candelotti di dinamite è stata sistemata sugli scogli non il 21 giugno del 1989 ma la mattina prima, il 20 giugno. E, da quello che sta emergendo dalle investigazioni, sembra che fossero due i gruppi presenti quel giorno davanti alla villa di Falcone. Uno era a terra, formato da mafiosi della famiglia dell’Acquasanta e da uomini dei servizi segreti. E l’altro era in mare, su un canotto giallo o color arancio con a bordo due sub. I due sommozzatori non erano di “appoggio” al primo gruppo: erano lì per evitare che la dinamite esplodesse. Non c’è certezza sull’identità dei due sommozzatori ma un ragionevole sospetto: uno sarebbe stato Antonino Agostino, l’altro Emanuele Piazza.    Il primo, Agostino, ufficialmente era un agente del commissariato San Lorenzo ma in realtà un cacciatore di latitanti. Fu ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989, nemmeno due mesi dopo l’Addaura. Mai scoperti i suoi assassini. Anche Totò Riina ordinò una “indagine” interna a Cosa Nostra per capire chi avesse ucciso il poliziotto: “Anche lui non riuscì a sapere nulla“, ha riferito il pentito Giovanbattista Ferrante. “È stato ucciso perché voleva rivelare i legami mafiosi con alcuni della questura di Palermo. Anche sua moglie sapeva: per questo hanno ucciso anche lei“, ha raccontato invece il collaboratore di giustizia Oreste Pagano. Per l’uccisione di Antonino Agostino, la squadra mobile di Palermo seguì per mesi un’improbabile “pista passionale”.    Il secondo sommozzatore, Piazza, era un ex agente di polizia che aveva anche lui cominciato a collaborare con i servizi segreti (il Sisde) nella ricerca dei latitanti. Emanuele Piazza è stato ucciso il 15 marzo del 1990. Una “talpa” avvisò i mafiosi che l’ex agente di polizia stava lavorando per gli apparati di sicurezza. I boss lo attirarono in una trappola e lo strangolarono. Anche per il suo omicidio, la squadra mobile di Palermo indirizzò inizialmente le ricerche su “una fuga della vittima in Tunisia, in compagnia di una donna”.    Un depistaggio nelle indagini sul primo omicidio, un altro depistaggio nelle indagini sul secondo omicidio. Sul fallito attentato dell’Addaura sta affiorando un contesto imbarazzante, molto imbarazzante: un pezzo di Stato voleva Falcone morto e un altro pezzo di Stato lo voleva vivo. Ma chi ha deviato le indagini sugli omicidi di Antonino Agostino ed Emanuele Piazza? Chi ha voluto indirizzare i sospetti verso la “pista passionale” per spiegare le uccisioni dei due poliziotti?    Un giallo nel giallo è nascosto fra altre pieghe del fascicolo sull’Addaura: si stanno cercando da mesi gli identikit dei due sommozzatori, ricostruiti attraverso le indicazioni di alcuni bagnanti che il 20 giugno del 1989 erano nella zona di mare dove volevano uccidere Giovanni Falcone. Quotidiani e agenzie di stampa avevano, al tempo, dato ampio risalto alla notizia di quegli identikit: oggi c’è il sospetto che non siano mai stati consegnati alla magistratura. Entrare nelle indagini dell’Addaura è come sprofondare nelle sabbie mobili.    Se l’affaire dell’Addaura è il punto di partenza di tutte le indagini sulle altre stragi siciliane, è un affaire con troppi morti. E molti interrogativi. Ad esempio, perché le indagini sull’attentato al giudice sono partite con vent’anni di ritardo? E chi ha ucciso tutti i testimoni dell’Addaura? Morto è Francesco Paolo Gaeta, un piccolo “malacarne” della borgata dell’Acquasanta, che il giorno del fallito attentato aveva casualmente assistito alle manovre militari intorno alla villa del giudice. Qualche tempo dopo, Gaeta fu ucciso a colpi di pistola: il caso fu archiviato come regolamento di conti fra spacciatori. Morto è il mafioso Luigi Ilardo. Era un informatore del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, e all’ufficiale aveva detto: “Noi sapevamo che a Palermo c’era un agente che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino“. Il mafioso Luigi Ilardo è stato assassinato qualche giorno prima di mettere a verbale le sue confessioni.[50]

Un ulteriore conferma. Nel gennaio 2014 interrogato dal sostituto procuratore, Di Carlo, l’ex mafioso della famiglia di Altofonte ha parlato dei contatti che aveva con i militari: “Per Cosa nostra i militari dell’Esercito non sono sbirri. Fin dalla fine degli anni Sessanta frequentavo un colonnello dell’esercito applicato alla Presidenza del Consiglio. Si chiamava Perricone o Cirrincione. Lo avevo conosciuto tramite il generale Vito Miceli[51]e il colonnello Santovito.[52] Quando andavo a Roma, incontravo spesso Santovito ed andavamo a pranzo insieme”. Il pentito ha spiegato che per “comandare tutto” Cosa nostra doveva intrattenere rapporti con qualsiasi livello Istituzionale, persino con la Magistratura che doveva “aggiustava i processi”: “In un interrogatorio mi chiesero: ‘Come facevate ad arrivare anche ai giudici di Cassazione?’. Risposi: ‘Perché quando mai un processo di mafia arrivava in Cassazione? Di solito non arrivava neanche in Appello’”.

   Al centro della deposizione di Di Carlo ci sono i rapporti con i servizi segreti: prima dell’attentato fallito dell’Addaura (21 giugno 1989), “ero in carcere[53]ed ho ricevuto la visita di tre personaggi dei servizi segreti italiani. Volevano fermare Falcone. Il giudice aveva ideato la Dia, la Procura nazionale antimafia, voleva abbattere il segreto bancario… Metteva paura: sembrava quasi che potesse mettere tutti sotto processo. Volevano mandarlo lontano da Palermo, fargli cambiare lavoro. Tutti i livelli delle Istituzioni erano ostili nei suoi confronti. Anche quella politica che aveva combattuto la mafia soltanto di facciata. Quando vennero da me, mi dissero che non volevano che collaborassi e non avevano intenzione di arrestare qualcuno. Volevano un contatto con i corleonesi. Dissero: ‘Se noi vogliamo fare qualcosa in Sicilia, dobbiamo avere le spalle coperte’. Del resto, in Sicilia non si muoveva foglia senza che noi lo sapessimo. Detti loro i contatti, poi non ho saputo altro”. Stando alla testimonianza del pentito, uno dei tre uomini che si recò a Londra per parlare con Di Carlo era Arnaldo La Barbera, che effettivamente, fra il 1986 e il 1987, era un agente dei Servizi segreti sotto copertura (nome in codice “Fonte Catullo”). La Barbera (morto di cancro nel 2002) fu il capo della Squadra mobile di Palermo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Dopo le stragi di Capaci  e via D’Amelio divenne il numero uno del “Gruppo Falcone-Borsellino, il team che indagava sulla morte dei due giudici. Secondo la ricostruzione della Procura di Caltanissetta, che indaga nell’ambito del procedimento “Borsellino quater”, il superpoliziotto avrebbe fatto la sua grossa parte nella costruzione della falsa pista investigativa, imbastita sulle testimonianze dei falsi pentiti Scarantino, Andriotta e Candura.[54]

 

 

 

Cosa c’è stato veramente dietro a questa guerra civile strisciante?

 

   Gioele Magaldi, è un massone veramente particolare, ama esporsi al pubblico, egli si definisce seguace di Giordano Bruno, è entrato in contrasto con Raffi quando era Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (GOI) ha fondato il Grande Oriente Democratico (GOD). Nel novembre 2014, è uscito il suo libro (composto assieme ad altri visto che è di oltre 600 pagine), con un titolo molto espressivo ed intrigante: Massoni. Società a responsabilità illimitata. La scoperta delle Ur-Lodges, Chiarelettere, Milano.

Questo libro dovrebbe essere il primo di una trilogia (gli altri due sono inediti) che svela il Potere massonico mondiale è gestito da Super-Logge sovranazionali, denominate Ur-Lodges, di gran lunga superiori alle ordinarie Logge e Grandi Logge. Lo scontro e l’alleanza tra Ur-Lodges “progressiste e democratiche” e Ur-Lodges conservatrici neoaristocratiche tecnocratiche avrebbero avuto un ruolo assai influente nella storia europea dal secolo XIX a oggi. In nome della democrazia, libertà e progresso Magaldi è membro di una super-loggia progressista (Thomas Paine) che combatte a modo suo le super-logge di “destra”.

Magaldi fa nomi eccellenti di super-massoni: Obama, Merkel, Putin, Draghi, Napolitano, Hollande, persino il capo dell’Isis Abu Bakr Al-Baghdad e via dicendo in sostanza tutti i big della politica e della finanza mondiale.

Magaldi non cita nessuna prova concreta dell’esistenza di quest’Ur-Lodges’, ma “rassicura” che i documenti sono conservati negli archivi delle Super-logge. Baciati dalla fortuna, Gioele e altri Super-iniziati hanno esaminato tanto materiale da preparare la trilogia per un totale di 1350 cartelle. I documenti sarebbero depositati presso studi notarili e legali di Londra, Parigi, New York.

Magaldi fa delle affermazioni interessanti inerenti al rapporto tra Vaticano e Massoneria, egli dice che Giovanni XXIII è stato il primo papa massone iniziato nientemeno che a due Ur-lodges” (mica una!) e che Giovanni Paolo II era un papa “para-massone”. [55]

È un vero peccato che Gioele se la prende solo, o per lo più, con i super-massoni di destra. Davvero sono più pericolosi di quelli di “sinistra”?[56] Peccato che Magaldi non ci dica se ci sono Iniziati anche tra Repubblica e Corriere della sera.

In ogni caso il libro di Magaldi ha il merito di focalizzare l’attenzione su punti incontrovertibili. A prescindere dai nomi e dal titolo generico di Ur-lodge, possiamo tranquillamente ammettere l’esistenza in Europa e nel mondo di gruppi o centri d’influenza e/o di potere, sovranazionali e sovrareligiosi, con tendenze socio-politiche che possono essere neoconservatrici o progressiste (intese nel senso di razionalizzazione del sistema), gruppi o centri in sintonia con ideali e strutture della massoneria quando non anche penetrati dallo stesso mondo massonico.

Sorvoliamo sulle responsabilità massoniche in fatti, guerre, rivoluzioni, scandali, descritti da Magaldi. Lo spazio non basterebbe. Magaldi ha ragione nel dire che a livelli superiori (iniziatici e massonici) possono incontrarsi, allearsi, fraternizzare, personaggi apparentemente nemici nel mondo politico o profano.

Magaldi ha certamente ragione nel ribadire che la P2 era una loggia regolare (non è stata una deviazione come si vuole far credere), che Licio Gelli e la sua P2 avevano l’Italia in mano (militari, servizi segreti, ecc.) e Gelli non ha mai sconfessato i suoi giovanili trascorsi fascisti.

Dinanzi all’apologia di Gelli e della P2 fatta da uno studioso italiano, Magaldi ci informa invece che Gelli ha avuto condanne definitive: – «per calunnia aggravata dalla finalità di terrorismo per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980»; – «per procacciamento di notizie riguardanti segreti di Stato»; – «per calunnia nei confronti dei magistrati Turone, Viola e Colombo»; – «per coinvolgimento nella bancarotta fraudolenta del Banco ambrosiano».[57]

L’ultimo capitolo di Massoni raccoglie presunti colloqui tra anonimi massoni di Ur-Lodges tra cui l’immancabile Gioele. Progressisti e neoconservatori uniti fraternamente in questi colloqui. Unione degli opposti di alchemica memoria? L’alchimia piace anche a Gioele, ci ha scritto un libro (Alchimia, Mimesis edizioni, 2010) segnalato dalla rivista del GOI, Hiram 2/2010.

Lasciamo perdere se quei 3 o 4 iniziati di Ur-lodges a colloquio siano reali o una fiction del nostro Gioele. In massoneria anche le leggende sono importanti come la leggenda di Hiram.

Da quei colloqui emergono dati interessanti, ad esempio: – Prima dell’iniziazione massonica Gioele ha fatto parte, senza rimpianto, di un gruppo di «magia gnostico-sessuale». Ne fa ancora parte? – Come Giordano Bruno anche Magaldi ha una concezione panteista e ciclica della vita umana e del cosmo. – Iniziati di “destra” o di “sinistra”, superuomini con delirio di onnipotenza, possono arrivare a distruggere le loro stesse opere… costruire e distruggere, distruggere e ricostruire…    Come liberi muratori in concorrenza (o “Emulation”?) con Dio?

Secondo Magaldi nell’81 si sarebbe stabilita tra le diverse Superlogge una sorta di “pax massonica” dopo un conflitto tra le diverse superlogge (gli attentati a Reagan e a Giovanni paolo II sarebbero stati i fatti più evidenti di questo conflitto), che si sarebbero accordate per dar via a un progetto sovranazionale e segreto, l’United Freemasons, che avrebbe dovuto mutare gli equilibri mondiali.

Esso prevedeva:

–         Sostegno al fratello (in senso massonico ovviamente) Deng Xiaoping e alla sua politica di apertura alla Cina al “libero mercato” (eufemismo per dire restaurazione aperta al capitalismo). La Cina dal 1976, con la presa del potere dei revisionisti aveva cessato di essere la base rossa della Rivoluzione Proletaria Mondiale e si avviava verso la via capitalista. Non vuol dire niente la quantità di aziende pubbliche rimaste, il rapporto non è tra pubblico e privato, ma tra classi, la proprietà pubblica funziona come fattore di progresso in tutti i campi se alla testa vi sono i fautori del socialismo ed è quindi connessa a una trasformazione generale in corso della società sul piano politico, culturale e del resto dei rapporti sociali: in sostanza se c’è il potere degli operai organizzati attorno al Partito Comunista (dittatura del proletariato), se c’è la promozione e lo sviluppo della partecipazione delle masse popolari alle attività politiche, culturali e a tutte le altre attività della società (democrazia proletaria).

  • Liquidazione dell’URSS e del Patto di Varsavia grazie all’ascesa del fratello (sempre in senso massonico) Gorbaciov e alla rottamazione (Gorbaciov come Renzi?) dei vecchi dirigenti revisionisti del PCUS. Questo blocco a guida revisionista era profondamente integrato nel mercato mondiale. Prendiamo come esempio la Polonia. Secondo Business Week del 1981 la Polonia importò negli anni ’70 beni capitali per 10 miliardi di dollari. Questo enorme import di mezzi di produzione doveva sviluppare una produzione per il mercato interno e alimentare un crescente flusso di export di manufatti e di materie prime. Per sviluppare il nuovo apparato industriale, la Polonia aveva bisogno di essere finanziata dalla Russia o dalle banche. Ma la Russia non era in grado di farlo, al massimo riciclare dei prestiti che riceveva dalla finanza occidentale. Il Newsweek del 4 gennaio 1981 fa ammontare il debito polacco a 26,3 miliardi di dollari. Il governo polacco era debitore a istituzioni pubbliche e private della Germania Federale (4,1), degli U.S.A. (3,1), della Francia (2,6), dell’Austria (1,8), della Gran Bretagna (1,8), del Brasile (1,5), dell’Italia (1,1), del Giappone (1,1), del Canada (1,0). Dalla metà degli anni ‘70 con l’avvio della crisi di sovrapproduzione di capitale, i capitali cercavano nuovi mercati per valorizzarsi. Questo è stato uno degli elementi determinanti che hanno determinato il crollo dei regimi dell’Est, poiché la borghesia, sia quella russa (inserita negli apparati del Partito e dello Stato) che quella internazionale avevano bisogno di una sovrastruttura politica funzionale alla situazione economica in atto (bisognava privatizzare per creare spazi maggiori per gli investimenti di capitale). Per quanto riguarda il mantenimento delle strutture pubbliche dopo il 1956 vale lo stesso discorso della Cina.
  • Accelerazione dell’integrazione europea e riunificazione tedesca.
  • Appoggio alla sorella (sempre in senso massonico) Tatcher e sabotaggio delle correnti di sinistra e classiste del Labour Party del Regno Unito.
  • Smantellamento progressivo dell’apartheid in Sudafrica e scarcerazione del fratello (sempre in senso massonico) Mandela. Questi si accompagnavano a quelli inerenti alla Palestina con l’appoggio ad Arafat. In sostanza s’inaugurava la strategia degli “accordi di pace” che avevano obiettivo di far disarticolare i processi rivoluzionari nei paesi del Sud del mondo (e non solo del Sud se pensiamo alla soluzione politica in Italia).
  • Ritorno alla democrazia (borghese ovviamente) dell’Argentina. Anche questa è stata un progetto di controrivoluzione preventiva, poiché con la crisi del regime dei militari (e non è un caso che in Italia la Loggia P2 era sotto attacco), c’era una potenziale rischio (per l’imperialismo ovviamente) di un avvio di un processo rivoluzionario.

–         In sostanza in tutti i paesi imperialisti si avvia la politica dell’alternanza, a cominciare dagli USA, di governi conservatori e “progressisti” secondo una tabella di marcia ben precisa.

Il progetto filò quasi dappertutto liscio, finchè negli USA, Bush Senior, secondo Magaldi, sentendosi escluso dal progetto di globalizzazione, avrebbe creato un’altra super loggia, l’Hathor Penhalpha. A questa super loggia avrebbe persino parte Obama Bin Laden e nei cui piani rientrerebbe, quanto accadde l’11 settembre 2001. La risposta dell’ala “progressista” massonica sarebbe stata la creazione di un’altra superloggia la Maat, che conterebbe, tra i propri fratelli, niente meno che Barack Obama (niente male come esempio di progressismo fatto di bombe e chip).[58]

Per capire maggiormente tutti questi avvenimenti, bisogna partire dal fatto che noi siamo in un’epoca ben precisa: quella imperialista.

L’epoca imperialista è quella del declino del capitalismo, del capitalismo morente; è l’epoca della rivoluzione proletaria (rivoluzioni socialiste e rivoluzioni di nuova democrazia); è l’epoca dei primi passi del socialismo, cioè dei primi passi della transizione per la classe operaia dal capitalismo al comunismo. Questo è il carattere comune a tutta l’epoca, esso ha un carattere oggettivo, che si afferma e si manifesta sia dove la rivoluzione socialista ha vinto, sia dove non ha vinto nelle trasformazioni strutturali della società ancora dominate dalla Borghesia Imperialista.

L’attuale fase dell’epoca imperialista, è caratterizzata dalla metà degli anni ’70 della crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale, nell’ambito del quale hanno iniziato a svilupparsi una nuova crisi generale dei regimi politici nei singoli paesi e delle relazioni nei singoli paesi e delle relazioni tra gli Stati e una nuova situazione rivoluzionaria.

Una caratteristica comune di questa fase è l’orgia di privatizzazioni dei servizi e del settore pubblico dell’economia, i tutti i paesi imperialisti. Esso è uno degli espedienti con cui i capitalisti hanno prolungato l’agonia del loro sistema di relazioni sociali sconvolto dalla crisi. Proprio, come, al contrario, l’intervento dello Stato borghese nell’economia e negli altri settori della vita sociale era stato la sintesi delle riforme che ha partire dalla vittoria sul nazifascismo i revisionisti moderni (a partire da Togliatti) avevano imposto su larga scala in tutti i paesi imperialisti europei in alternativa alla rivoluzione socialista.

La privatizzazione è stata un espediente con cui la borghesia ha colpito e colpisce duramente le masse popolari approfittando della crisi del Movimento Comunista che non solo ha privato della classe operaio della sua capacità rivoluzionaria ma anche diminuito la sua capacità di resistenza alla restaurazione padronale.

La premessa di queste privatizzazioni risale alla privatizzazione della Banca d’Italia (il famoso “divorzio” dal Tesoro) imposta con un colpo di mano del 1981 dalla copia Andretta-Ciampi.

Per smussare la resistenza alle privatizzazioni, il tema impiegato dalla borghesia, dai suoi portavoce e dalle sue autorità è che i servizi pubblici e i settori gesti dallo Stato sarebbero inefficienti, costerebbero cari allo Stato (ai cosiddetti contribuenti) e sarebbero fonte di corruzione e della malavita dilagante nei paesi imperialisti (Mani Pulite è stata anche una grossa operazione di propaganda che ha fatto associare l’idea di impresa pubblica al perenne malaffare). La teoria della sussidiarietà (di cui si ammanta non solo Comunione e Liberazione ma anche la Lega delle Cooperative), che consiste nell’intervento dello Stato solamente dove l’iniziativa privata non riesce (e con aggiunta tanti soldi ai soggetti privati) è la “versione nobile” della paccottiglia neoliberista.

Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dell’assassinio del giudice Falcone, il Britannia, l’yacht della corona inglese, gettava l’ancora presso le coste italiane con a bordo alcuni nomi del mondo finanziario anglosassone:[59] c’erano rappresentanti della BZW la ditta di brokeraggio della Barclay’s, a quelli della Barino & C: e della S. G. Warburg. A fare gli onori di casa era la stessa regina Elisabetta II d’Inghilterra. Erano venuti per ricevere alcuni esponenti di maggior conto del mondo economico italiano: rappresentanti dell’ENI, dell’AGIP, Mario Draghi all’epoca rappresentava il Ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell’IRI, Giovanni Batoli dell’Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, e altri della società Autostrade. La discussione verteva sulla liquidazione dei patrimoni industriali e bancari italiani. Gli inglesi assicurarono che la City di Londra era pronta a svolgere un ruolo, ma le dimensioni del mercato borsistico italiano sono troppo minuscole perché possano assorbire le grandi somme provenienti da queste privatizzazioni. Perciò s’invitò gli italiani a venire a Londra dove c’era il capitale necessario.

Ai mass media e al governo Amato, spettava il compito di trovare gli argomenti, parlando di necessità urgente di privatizzare per ridurre l’enorme deficit del bilancio. In questa campagna in favore delle privatizzazioni, furono usati gli argomenti che si dicevano prima: la corruzione, le inefficienze del settore pubblico ecc.

Un aiuto a questa politica di saccheggio venne da parte della Lega Nord. Infatti, proponeva la privatizzazione di ogni attività economica in mano allo Stato, dall’energia ai trasporti, fino alla RAI. Se si realizzasse la politica della Lega, non occorrerebbe sancire la separazione del Nord (e, infatti, Bossi definì il progetto di Repubblica del Nord una “provocazione”, potenza delle parole!). Allo Stato centrale secondo i leghisti, resterebbero solamente i poteri di battere moneta, di difesa e di politica estera. Ma poiché la prima è sostanzialmente in mano alla BCE, la seconda a organismi soprannazionali (come la NATO), lo stato nazionale italiano sarebbe una vuota carcassa. Inoltre, c’è una straordinaria coincidenza tra l’ideologia leghista e i programmi sviluppati da certi centri studi.

Giuliano Amato, appena insediò il governo nel giugno 1992, per iniziare le privatizzazioni, consultò le grandi società di Wall Street: Merril Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers. In seguito trasformò gli Enti statali in S.p.A., valendosi del decreto legge 386/1991. L’inizio delle privatizzazioni fu concertato con il Fondo Monetario Internazionale, che come aveva fatto negli altri paesi voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la lira.

Nel frattempo Amato aveva firmato i famigerati accordi del 31 luglio 1992 in cui le Confederazioni C.G.I.L. – C.I.S.L. – U.I.L. accettò l’abrogazione di tutta una serie di conquiste (scala mobile, contrattazione articolata ecc.) non solo in nome dei vincoli di Maastricht, ma anche esplicitamente, del mantenimento di un governo improntato al decisionismo craxiano antioperaio.

Vediamo alcuni esempi di privatizzazioni.

La privatizzazione della Telecom avvenne nel 1997. La privatizzazione, che comportò la quasi uscita totale del Tesoro, fu realizzata con le modalità del cosiddetto “nocciolo duro”: si vende cercando di creare un gruppo di azionisti che siano in grado di farsi carico della gestione della società. A causa della scarsa risposta degli investitori italiani, il “nocciolo duro” divenne un nocciolino: il gruppo con capofila, gli Agnelli riunivano solamente il 6,62% degli azionisti e si rilevò molto fragile. Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrett e della Chase Manhattan Bank. Alla fine del 1998, il titolo del 1998, il titolo aveva perso il 20%. Le banche Chase Manhattan Bank e la Lehman Brothers si fecero avanti per attuare un’Opa. Attraverso Colanino che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan Bank, l’Olivetti divenne proprietaria di Telecom. L’Olivetti era controllata dalla Bell una società con sede in Lussemburgo, a sua volta controllata dall’OPA di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.

Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e l’Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte delle azioni dell’Olivetti. Il presidente della Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).

Sono passati diversi anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è: oltre 20.000 persone licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere denaro ai risparmiatori (alla faccia dei propagandisti del “capitalismo popolare” e della “ricchezza per tutti” nel capitalismo) e i costi per gli utenti sono aumentati.

La Telecom, come le altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri (per motivi fiscali), la Bell che controllava Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo e aveva all’interno società con sede alle isole Cayman, un paradiso fiscale ben noto. Se aggiungiamo la violazione della privacy dei cittadini italiani, per contro d’interessi privati (un autentico mercato delle informazioni) ci si rende conto dei risultati di questa privatizzazione.

Anche per le altre privatizzazioni: Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc. si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei piccoli risparmiatori, degrado del servizio ecc.

La società Trenitalia è stata portata sull’orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e disservizi sono numerosi. A dei tagli (non c’è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali).

Alla fine, queste privatizzazioni sono state una forma che ha consentito a grossi capitalisti nazionali e internazionali di appropriarsi della ricchezza sociale prodotta.

 

L’ombra dei serial killers fa denotare un progetto molto più vasto.

 

 

Quanto accaduto in Italia nella prima metà degli anni ’90 denota un’inquietante sovrapposizione di fatti:

  • Nascita di partitini federati al centro-sud e affermazione della Lega Nord.
  • Inizio di una nuova strategia della tensione che dall’ammissione ufficiale dell’esistenza di Gladio, passa per la conseguente nascita della Falange Armata e dopo il 1994 entra in gioco Unabomber nei territori del nord-est.
  • Elezioni del 1994 che celebrano la vittoria del Centro-destra capeggiata da una nuova figura politica: Silvio Berlusconi.

 

Sempre nello stesso periodo operò quella che fu definita la banda della Uno Bianca. Essa era composta, come si è visto, da poliziotti e si macchiò di omicidi e ferimenti contro obiettivi apparentamene diversi tra loro: carabinieri, tabaccai, cassieri, impiegati, passanti e testimoni; inoltre zingari e immigrati senza neanche il pretesto di finte rapine per pochi spiccioli. Un terrorismo da serial killer.

   Questo terrorismo dei serial killer è funzionale alla strategia del capitale che deve necessariamente colpire disgregare le “arretratezze” della società italiana, che costituiscono un ostacolo al pieno sviluppo capitalistico. In sostanza di uno sviluppo che sia decisionista, capace di stare al passo con la competizione globale.

La società italiana non era preparata a questi cambiamenti radicali che devono avvenire in tempi rapidi, perché l’accentuata concorrenza determinata dalla crisi, non aspetta nessuno, né tollera ritardatari. Occorre dunque colpire le “cattive” abitudini comportamentali: il provincialismo, l’assistenzialismo, la socialità e perfino la famiglia e le tradizioni religiose, quando diventano ostacolo a questa “rivoluzione culturale” del capitale.

E in questo contesto che appare la figura del serial killer (solitario o di gruppo come la Uno Bianca), del mostro. Tanti eventi criminali, spesso di una ferocia, come si trattasse di azioni coordinate fra loro. Li accomuna uno spropositato uso della violenza, spesso la mancanza di un movente plausibile e, soprattutto, l’indignazione popolare che riesce a scatenare.

Il periodo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 (periodo dello stragismo “mafioso” e della Uno Bianca), è una fase molto delicata, del tentativo di transizione da quella, come si diceva prima, che era definita “prima repubblica” (nella realtà era la crisi del sistema democristiano che gestiva il potere dal secondo dopoguerra) al tentativo di creare una “seconda repubblica” (questa politica delle alternanza ricorda molto quello che afferma Magaldi sull’accordo tra le varie superlogge internazionali per favorire le alternanze, come modalità di gestione più adeguate dei conflitti).

Questo è stato un periodo di scontri senza esclusione di colpi fra apparati statali e servizi segreti legati alla vecchia classe politica che qui in Italia è attaccata sul fronte giudiziario con Tangentopoli (ma ricorda anche l’avversione dei Bush – e dei settori di Borghesia Imperialista a essi legati – all’accordo delle superlogge internazionali di avviare i processi di alternanza)[60] e quegli apparati fortemente legati ai poteri sovranazionali che spingono sul terreno delle “riforme”.

In effetti, questo, è stato favorito dal fatto che a partire degli anni ’50 (dopo il ’57 con la massiccia penetrazione del capitale multinazionale USA e con il contemporaneo sviluppo del nostro capitale nazionale su scala internazionale) si era creato e formato un personale politico imperialistico.

L’emergere della borghesia imperialista come frazione dominante della borghesia, ha come conseguenza l’affermarsi nelle articolazioni vitali del potere di un personale economico-politico-militare che è la più diretta espressione dei suoi interessi.

Questa nuova burocrazia efficiente, intercambiabile, non è più selezionata, qualificata dalle vecchie scuole di partito, ma direttamente dai Centri di formazione quadri, dalle Fondazioni, dalle Fabbriche dei cervelli predisposte allo scopo dalle grandi multinazionali.

Condizione imprescindibile della sua funzione è una presenza egemone negli apparati di dominio che compongono lo Stato o che comunque articolano la sua azione e cioè i fondamentali centri del potere: Governo, Banca d’Italia, Confindustria, Mass-media… Suo compito specifico è invece quello di ricercare e rendere operanti le mediazioni più equilibrate, cioè meno contraddittorie, tra gli interessi capitalistici dominanti e quelli particolari dell’area.

Si capisce subito che l’affermarsi della borghesia imperialista e del suo personale non è un processo lineare. Infatti, questa nuova burocrazia è in costante lotta per occupare i punti chiave dello Stato e quand’è il caso, scalzare dalle posizioni strategiche quegli uomini che esprimono interessi conflittuali e cioè propri delle altre frazioni della borghesia.

L’affermazione degli interessi complessivi dell’imperialismo passa dunque per una fase transitoria in cui le varie forze borghesi si scontrano e coesistono, rappresentando un elemento interno della crisi dello Stato. E però, questa crisi, che travaglia lo Stato, le varie forze che si scontrano, ovviamente, cerca di spingere non verso la disgregazione dello Stato, bensì alla sua ristrutturazione.

La strategia del terrore che si è aperta in questo periodo, in una fase caratterizzata dalla sconfitta del Movimento Rivoluzionario (la soluzione politica è dalla fine degli anni ’80) e dai processi di ristrutturazione nell’industria che sono anche un attacco all’autonomia proletaria che si era sviluppata nelle grandi fabbriche dalla dine degli anni ’60. Questo stragismo bombarolo è una strategia controrivoluzionaria, tesa a colpire e a terrorizzare innanzitutto le masse popolari, che in questo processo di transizione/crisi del regime democristiano cominciavano a essere in fermento.

Mentre lo stragismo bombarolo si potrebbe definire una strategia controrivoluzionaria classica, quello dei serial killer o dei terminators, la si può collocare in una strategia “rivoluzionaria” del Capitale che deve necessariamente colpire e disgregare nel più profondo il conservatorismo e le riluttanze, formali e informali, della società italiana alla modernizzazione capitalistica dopo il crollo del revisionismo nei paesi dell’Est e la contemporanea crisi irreversibile dei modelli socialdemocratici determinata dalla crisi generale riduce constatemene gli spazi riformisti.

Esorcizzato il “pericolo comunista” e messi nell’angolino i movimenti antagonisti resta il problema di disgregare e cancellare tutti quegli elementi di “arretratezza” che costituiscono un ostacolo al pieno sviluppo di un capitalismo efficiente, decisionista, capace di stare al passo con la competizione globale determinata dall’accentuazione della crisi.

Occorre disgregare il “comunitarismo conservatore” come dirà Luttwak (consigliere speciale della casa Bianca e attento osservatore dell’Italia). E’ in questo contesto che appare sempre più evidente la figura del serial killer, del “mostro”.

Tanti eventi criminali, spesso di una ferocia inaudita, come se si trattasse di azioni coordinate fra loro. Li accomuna uno spropositato uso della violenza, spesso la mancanza di un movente plausibile e, soprattutto, l’indignazione popolare che riesce a scatenare.

Come i delitti dell’Uno Bianca.

Menzionarli tutti sarebbe impossibile: ricordiamo Manolo lo slavo, accusato di aver ucciso in Italia otto volte, girando le campagne del Nord Italia vestito con pantaloni mimetici e anfibi. A difendere Manolo ci sono legali che hanno difeso personaggi del calibro di Tom Arkan, indicato come uomo chiave dei traffici illegali di armi.[61] C’è del sangue a unire Manolo ad Arkan: l’assassinio di Dragon Radsic, il poliziotto ucciso a Belgrado freddato a Belgrado, nel 1996, a 48 ore dopo la conclusione del processo contro di lui. Il poliziotto stava indagando sui traffici di armi e fu lui ad arrestare Manolo dopo la strage dei Pontevico (dove nell’agosto del 1990 fu sterminata la famiglia Viscardi). Guarda caso nessun poliziotto andò al processo contro Manolo.

Dopo che fu arrestato, si “pente”,[62] dice che non ha ammazzato lui la famiglia Viscardi, che l’hanno incastrato. Ma soprattutto parla suoi dei rapporti con quelli della Uno Bianca, della “ misteriosa” scarcerazione dal carcere di Rimini, di colossali traffici di droga.

Poi c’è il killer delle pensionate in Puglia, quello dei taxisti in Toscana che usa strangolare le sue vittime con un laccio alla commandos; quello delle prostitute a Modena che vede indagato, un ‘ex parà (guarda caso).

E che si dice del “mostro” Bilancia, 17 delitti senza nessuno motivo veramente plausibile (la vendetta, ma poi in seguito se la prende con le prostitute). Sui suoi delitti ci sarebbero parecchie cose da chiarire anche dal punto di vista dei fatti. Poiché Bilancia ha confessato, questo ha esonerato (ma forse si potrebbe dire che potrebbe essere l’alibi) gli inquirenti dal fare indagini più approfondite. Ma in realtà seri dubbi sulle vicende son state sollevate anche dai legali delle vittime (che, in teoria, non avrebbero alcun interesse a dimostrare l’erroneità della tesi dell’accusa).    Dice ancora Bilancia a questo proposito: “La verità la so soltanto io ed emergerà quando lo vorrò”,[63]A nessuno è interessato più di tanto sapere, ad esempio se avessi avuto dei complici, chi mi ha dato l’arma e altro ancora”. “La verità è che non sono sempre stato io ad uccidere”, “Ho l’impressione che nessuno voglia sentire la verità, che si voglia tenere tutto soffocato”.    Vale la pena a questo punto di riportare le conclusioni degli esperti che hanno dovuto fare la perizia psichiatrica su Bilancia: “Forse deludendo le aspettative dei giudici, dobbiamo alla fine della nostra indagine dichiarare che non siamo in grado di rispondere all’interrogativo sul perché egli ha ucciso. Siamo certi solo di un fatto: che nella criminogenesi degli omicidi non è intervenuta alcuna infermità di mente”.

Tanti interrogativi da quell’impulso irresistibile per compiere gli omicidi, nonostante Bilancia non abbia mai sentito prima l’impulso di uccidere. C’è da interrogarsi sul perché sul luogo del delitto risulta che lui talvolta non è solo, com’è dalla dinamica ricostruita dagli inquirenti; perché quando sono realizzati questi omicidi deve comunque esserci qualcun altro (probabilmente più persone) che controlli che tutto vada a buon fine.

L’Avvocato Paolo Franceschetti in un articolo afferma che l’ex parà Fabio Piselli che in una mail gli dice che per indurre una persona media a uccidere, occorre solo “qualche mese”.[64] Che per raggiungere questo scopo si usano le tecniche di manipolazione mentale applicate sui militari, che per fargli perdere la memoria; s’impianta un minuscolo microchip su un dente. Bilancia è un candidato manciuriano?

Le vicende del cosiddetto “Mostro di Firenze” farebbero pensare che Firenze sia stata una sorte di laboratorio. Abbiamo avuto di tutto (depistaggi, interventi dei servizi segreti, morte misteriose).

Pensiamo al caso Narducci. Nel 2002 l’indagine sul mostro si riapre, ma a Perugia. Per capire come e perché si riapre, però dobbiamo fare un passo indietro. Il 13 ottobre del 1985 è trovato nel lago Trasimeno il corpo di un giovane medico perugino, Francesco Narducci. Il caso è archiviato come un suicidio, anche se la moglie non crede a questa versione dei fatti. E sono in molti a non crederlo. Anzi, da subito alcuni giornali ipotizzano un coinvolgimento del Narducci nei fatti di Firenze. Nel 2002 la procura di Perugia, intercettando per caso alcune telefonate, sospetta che il medico Perugino sia stato assassinato e fa riesumare il cadavere. Il cadavere riesumato ha abiti diversi rispetto a quelli indossati dal cadavere nel 1985. Altri, numerosi e gravi indizi, e le testimonianze della gente che quel giorno era presente al ritrovamento, portano a ritenere che il cadavere ripescato allora non fosse quello di Narducci, e che solo in un secondo tempo sia stata riposta la salma del vero Narducci al posto giusto. Indagando sul caso, il PM di Perugia, Mignini, scopre che il giorno del ritrovamento le procedure per la tumulazione furono irregolari; che quel giorno sul molo convogliarono diverse autorità, tutte iscritte alla massoneria, come del resto era iscritto alla massoneria il padre del medico morto. E si scopre che il Narducci era probabilmente coinvolto negli omicidi del mostro di Firenze. Anzi, forse era proprio lui che, in alcune occasioni, asportò le parti di cadavere.

Le indagini portano ad ipotizzare una pluralità di mandanti coinvolti negli omicidi del mostro, che commissionavano questi omicidi per poi utilizzare le parti di cadavere per alcuni riti. In particolare, il Lott (uno dei cosiddetti “compagni di merende”) confessa che questi omicidi erano pagati da un medico. E con un accertamento sulla finanza di Pacciani saranno trovati capitali per centinaia di milioni, di provenienza assolutamente inspiegabile.    Sono mandati 4 avvisi di garanzia a 4 persone, tra cui il farmacista di San Casciano Calamandrei, un medico e un avvocato, che sarebbero i mandanti dei delitti del mostro di Firenze.    Mentre per occultamento di cadavere, sviamento d’indagini e altri reati minori (che inevitabilmente andranno in prescrizione) sono rinviati a giudizio il padre di Ugo Narducci, e i fratelli di Francesco; il questore di Perugia Francesco Trio, il colonnello dei carabinieri Di Carlo, l’ispettore Napoleoni, l’avvocato Fabio Dean e molti altri, quasi tutti iscritti alla stessa loggia massonica, la Bellucci di Perugia, e alcuni di essi, compreso il padre di Narducci, collegati addirittura alla P2. Appartengono alla P2 Narducci, il questore Trio, mentre l’avvocato Fabio Dean è il figlio dell’avvocato Dean, uno dei legali di Gelli. Una bella compagnia non c’è che dire.[65]

In questa vicenda sono presenti ancora una volta i servizi segreti e i loro depistaggi, e tutte le mosse tipiche che sono attuate quando occorre depistare. In pratica l’indagine conosce una prima fase, che arriva fino al processo di appello di Pacciani, in cui essa scorre senza problematiche particolari, tranne ovviamente quella tipica di ogni indagine, e cioè l’individuazione dei colpevoli. Ma appena si apre la pista dei mandanti si scatena un vero inferno. Anzitutto lo screditamento degli inquirenti, che vengono derisi, sminuiti; vengono continuamente sottolineati gli errori fatti da costoro (come se fosse semplice condurre un indagine del genere senza commetterne); la procura fiorentina viene spesso presentata dai giornali come una procura che vuole a tutti i costi incastrare degli innocenti; Giuttari viene presentato come uno che vuole farsi pubblicità; un pazzo che crede alla folle pista satanista; quando il commissario è vicino alla verità lo si isola, oppure si cerca di trasferirlo con una meritata promozione (che però metterebbe in crisi tutta l’inchiesta).

Più volte giornali e televisioni annunceranno scoop fantastici tesi a demolire il lavoro di anni della procura di Firenze, e di Perugia. Alcuni giornalisti che ipotizzano il collegamento massoneria – delitti del mostro – sette sataniche sono querelate, anche se le querele saranno poi ritirate. Sono fatte indagini parallele e non ufficiali di cui non sono informati gli inquirenti. Il PM Mignini scopre che dopo l’ultimo delitto del mostro, la polizia di Perugia aveva indagato su Narducci e sul mostro, e ciò risulta dai prospetti di lavoro, datati 10 settembre 1985. Ma di queste indagini non viene avvisata la procura di Firenze.

Ma in compenso anche i carabinieri, per non essere da meno, fanno le loro indagini parallele di cui non informano gli inquirenti.

Infine, ci sono gli immancabili depistaggi dei servizi segreti. Il Sisde aveva già dai tempi del terzo delitto preparato un dossier che ipotizzava che non fosse coinvolto un solo serial Killer, ma i componenti di una setta che agivano in gruppo, e ciò appariva evidente da alcuni particolari della scena del delitto. Ma questo dossier – che porta la data del 1980 – non viene mai consegnato agli inquirenti di Firenze. Il dossier era firmato da Francesco Bruno, consulente del Sisde. In totale, sono tre gli studi commissionati dal Sisde che si persero misteriosamente per strada e non arrivarono mai sulle scrivanie degli inquirenti fiorentini. Guarda caso proprio quei dossier che ricostruivano la pista dei mandanti plurimi e delle messe nere. Ma qualche anno dopo Francesco Bruno, intervistato, sosterrà che a suo parere il serial Killer è un mostro isolato, ancora in libertà!    Ci sono poi le solite morti sospette tipiche di tutte le grosse vicende giudiziarie italiane. Una vera strage, in realtà. O meglio, una strage nella strage. La prima morte sospetta è quella del medico Perugino trovato morto nel lago Trasimeno. Poi la morte di Pacciani per la quale la procura di Firenze apre un fascicolo per omicidio. E poi la solita mattanza di testimoni. Elisabetta Ciabiani, una ragazza di venti anni che aveva lavorato nell’albergo dove Narducci e la sua loggia massonica si riunivano e che aveva rivelato al suo psicologo, Maurizio Antonello (fondatore dell’Associazione per la ricerca e l’informazione delle sette) il nome di alcuni mandanti del mostro e aveva rivelato il coinvolgimento di una setta dal nome Rosa Rossa nei delitti: Elisabetta sarà trovata uccisa a colpi di coltello, compresa una coltellata al pube, ma il caso fu archiviato come suicidio. Mentre lo psicologo Maurizio Antonello sarà trovato “suicidato”, impiccato al parapetto della sua casa di campagna.    Una vera falcidia, sembra che ci sia una sorta di maledizione sulle persone che in qualsiasi modo hanno avuto a che fare la vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze”. Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, l’amante di Pacciani, viene trovato impiccato, ma con i piedi che toccano per terra; uno degli innumerevoli casi di suicidi in ginocchio, la polizia archivia il caso come suicidio. Francesco Vinci e Angelo Vargiu, sospettati di essere tra i compagni di merende di Pacciani trovati morti carbonizzati nell’auto.    Anna Milva Mattei, anche lei bruciata in auto. Claudio Pitocchi, morto per un incidente di moto, che sbanda ed esce di strada all’improvviso, senza cause apparenti. Anche questa è una modalità che troviamo in tutte le vicende italiane in cui sono coinvolti servizi segreti e massoneria. Milva Malatesta e suo figlio Mirko, anche loro trovati carbonizzati nell’auto; una fine curiosamente simile a quella che volevano far fare al perito del Moby Prince , l’ex parà Fabio Pisoni. La stessa tecnica. Così come la tecnica dei suicidi in ginocchio è identica a quella dei morti di Ustica e di tutte le altre stragi che hanno insanguinato l’Italia. Tecniche identiche, che fanno ipotizzare una firma unica: quella dei servizi segreti. Rolf Reineke, che aveva visto una delle coppiette uccise poche ore prima della loro morte, che muore d’infarto nell’1983. Domenico, un fruttivendolo di Prato che scompare nel nulla nell’agosto del 1994 e fu considerato un caso di lupara bianca.

E poi ce ne sono tanti altri. C’è il caso di tre prostitute, una suicidatasi, e due accoltellate, che avevano avuto rapporti a vario titolo con i compagni di merende, e chissà quanti altri di cui si non si saprà mai nulla. Un discorso a parte va fatto per Luciano Petrini. Consulente informatico, nel 1996 avvicinò una persona (anche lei testimone al processo) Gabriella Pasquali Carlizzi, comunicandogli alcune informazioni sul mostro e mostrando di sapere molto su questa vicenda; ma il 9 maggio fu ucciso nel suo bagno, colpito ripetutamente con una porta asciugamani cui tolsero la guarnizione per renderla più tagliente. Nella casa non compaiono segni di scasso o effrazione. Conclusioni: omicidio gay. Nessuno prende in considerazione altre piste. Nessuno prende in considerazione – soprattutto – l’ipotesi più evidente: Petrini aveva svolto consulenza nel caso Ustica, sul suicidio del colonnello dell’aereonautica Mario Ferraro, quel Mario Ferraro che fu trovato impiccato al portasciugamani del bagno. Ma il fatto che sia stato ucciso – guarda caso – proprio con un portasciugamani, non induce a sospettare di nulla. Omicidio gay!
Vediamo in maniera sintetica il fenomeno storico dei serial killer in Italia.

  • Prima del 1975 6 serial killer 30 vittime.
  • Prima del 1995 33 serial killer 143 vittime
  • 1995 – 2000 11 serial killer 67 vittime.

Totale 47 serial killer 240 vittime.

A costoro vanno aggiunti almeno 9 serial killer agenti in gruppo che anno totalizzato (ufficialmente) 32 vittime.

 

 

Progressione di frequenza

 

1975-1989 8 serial killer

1981-1985 8 s.k.

1986-1990 4 s.k.

1991-1995 12 s.k.

1996-2000 11 s.k.

 

 

Serial killer agenti in gruppo

 

  • 1987/94 Banda della Uno Bianca – Emilia Romagna
  • 1988/90 Gruppo di Manolo lo slavo -. Veneto

 

Ripeto questi sono solo dati parziali, quello che è interessante è vedere il crescere di questo fenomeno, a partire dalla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Ci sono delitti che apparentemente sono diversi, ma hanno molto in comune. Prendiamo come esempio le vicende di Cogne e quella di Omar ed Erika. Che cosa hanno in comune? Molto: innanzitutto l’apparizione del reparto dei RIS con le loro investigazioni “scientifiche” (prova del DNA ecc.); poi ci sono i genitori che ammazzano i figli e i figli che ammazzano i genitori nella maniera più sanguinaria e feroce. Tutto questo non in una grande metropoli, dove farebbe meno clamore, ma nella provincia italiana, nella piccola comunità montana dove tutto è sempre più tranquillo e non succede mai niente di eclatante. L’immaginario collettivo è colpito e turbato profondamente. Poi i macellai dell’informazione renderanno tutto questo più macabro: il messaggio che viene fuori è che non si può essere sicuri neanche fra le mura domestiche con la propria famiglia. L’effetto è equivalente a quello di una strage in una stazione ferroviaria a ferragosto o durante le vacanze di natale.

Del resto non è forse accertato che quello che definito “mostro di Rostov” in Russia negli ann’80 era coperto da settori del KGB che stavano preparando la transizione a un’aperta e completa restaurazione del capitalismo, e questo dallo scardinamento dei principi socialisti che erano ancora riconosciuti quali quelli che garantivano sicurezza e protezione assoluta ai bambini? Occorreva qualcosa di forte, di traumatico per preparare i russi a quello che sarebbe venuto più tardi, qualcosa che non si era mai visto prima: un “mostro” con la tessera del PCUS che divorava le bambine.

In sostanza lo scopo è sempre lo stesso: condizionare e manipolare costantemente la cosiddetta “opinione pubblica” attraverso crimini particolarmente efferati.

Se guardiamo quello che è successo in Italia dagli anni ’90 ci si renderà conto dei cambiamenti radicali avvenuti in un periodo relativamente breve (rispetto ai 45 precedenti).

Il terrorismo di Stato, nelle sue varie forme ed espressioni, accompagna e guida questi cambiamenti.

 

Che il progetto vero non sia per caso un controllo politico e sociale completo e totale della società?

 

Quello che gli intellettuali pennivendoli (compresi quelli che si definiscono di “sinistra”, “antagonisti”, “progressisti”, “rivoluzionari”) fanno è nascondere la tendenza in atto nella società capitalista: il passaggio dalla decadenza alla decomposizione della società capitalista.

La fase della decomposizione non si presenta solo come quella caratterizzata dal controllo sociale e dalla crisi permanente. Nella misura in cui le contraddizioni e manifestazioni della decadenza del capitalismo, che una dopo l’altra, marcano i diversi momenti di questa decadenza, la fase della decomposizione appare come quella risultante dell’accumulazione di tutte queste caratteristiche di un sistema moribondo, quella che chiude degnamente l’agonia di un modo di produzione condannato dalla storia.

Essa costituisce l’ultima tappa del ciclo infernale di crisi – secondo conflitto mondiale – ricostruzione e ripresa del capitalismo (i 30 anni succeduti dalla fine del conflitto) nuova crisi con convulsioni enormi, che ha caratterizzato nel XX secolo, la società e le differenti classi:

1° Due guerre mondiale cha hanno lasciato esangui la maggior parte dei principali paesi.

2° Un’ondata rivoluzionaria che ha fatto tremare tutta la borghesia mondiale e che è sfociata in una controrivoluzione dalle forme più atroci (fascismo e nazismo)[66] e ciniche (democrazia borghese);

3° Il ritorno di un impoverimento assoluto a livello mondiale, di una miseria delle masse proletarie che sembravano, orami dimenticate. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro il numero dei disoccupati nel mondo è passato da 30 milioni nel 2007 a 210 milioni di oggi. Negli Stati Uniti, secondo un rapporto del Census Bureau circa 44 milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà, ossia di 6,3 milioni di poveri in due anni che vanno ad aggiungersi al già forte sviluppo della povertà conosciuto nei tre anni precedenti.

La crisi che dura dalla metà degli anni ’70 apre di nuovo l’alternativa storica guerra mondiale o scontri di classe generalizzati verso la rivoluzione proletaria. La crisi degli anni ’30, si è sviluppa in un momento in cui il proletariato subiva la cappa di piombo della sconfitta subita negli anni ’20 (sconfitta della rivoluzione proletaria in Europa determinata anche dal ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia, fascismo in Italia) e ’30 (nazismo in Germania, guerra e rivoluzione in Spagna). La radicalizzazione della lotta di classe nel 1968 nelle metropoli imperialiste ha mostrato che la borghesia non aveva più le mani libere per scatenare un’ennesima guerra mondiale. Allo stesso tempo, se il proletariato ha già la forza di impedire una tale conclusione, esso non ha ancora trovato quella di rovesciare il capitalismo, e questo a causa del ritardo nello sviluppo della sua coscienza determinato dalla rottura provocato dal diffondersi del revisionismo nel Movimento Comunista Internazionale.

In una situazione in cui le due classi fondamentali e antagoniste della società si confrontano senza riuscire a imporre la loro risposta decisiva, la storia non può attendere fermandosi. Mentre le contraddizioni del capitalismo in crisi non fanno che aggravarsi, l’impossibilità da parte della borghesia di offrire la minima prospettiva per l’insieme della società, unita al fatto che in questo periodo il proletariato non è ancora riuscito ad affermare la sua prospettiva di cambiamento della società, nell’immediato non può che sfociare in un fenomeno di decomposizione generalizzata, della società.

Nessun modo di produzione è capace di vivere e svilupparsi, assicurare la coesione sociale, se non è capace di presentare una prospettiva all’insieme della società da esso dominata. Nell’attuale fase caratterizzata dall’impedimento che i rapporti di produzione capitalisti allo sviluppo delle forze produttive ormai collettive, non può che determinare una fase di decadenza e della successiva deposizione.

Manifestazioni evidenti della decomposizione della società capitalista sono:

1° Le moltiplicazioni di carestie che avvengono nei paesi che sono definiti “Terzo Mondo” mentre nei paesi “avanzati” sono distrutti stock di prodotti agricoli, oppure sono abbandonate superfici considerevoli di terre fertili. La FAO, che si rallegra nell’osservare che nel 2010 c’è stato un arretramento della malnutrizione che colpisce particolarmente l’Asia con 578 milioni di persone e l’Africa con 239 milioni, non rileva che nello stesso tempo questa cifra resta largamente superiore a quella pubblicata nel 2008, perché gli effetti dell’inflazione speculativa dei prezzi dei prodotti alimentari si erano fatti sentire fino a provocare una serie di sommosse in numerosi paesi.

2° La trasformazione di questo “Terzo Mondo” in un’immensa bidonville in cui centinaia di milioni di esseri umani sopravvivono come topi nelle fogne. L’Asia e l’Africa sono l’epicentro di tali squilibri. La popolazione urbana africana, cresciuto di oltre 10 volte dal 1959, raggiungerebbe il 63% nel 2050, ma già in Tunisia, il 60% è urbanizzato e concentrato nella zona costiera, mentre quella asiatica dovrebbe raddoppiare.

3° Lo sviluppo di questo stesso fenomeno nei paesi “avanzati” in cui numero dei senzatetto e di quelli privi di ogni mezzo di sostenimento continua ad accrescersi.

4° Le catastrofi “ accidentali” che si moltiplicano (aerei che precipitano, treni che si trasformano in casse da morto).

5° Gli effetti sempre più devastanti sul piano umano, sociale ed economico delle catastrofi “naturali” (inondazioni, siccità, terremoti, cicloni) di fronte alle quali gli esseri umani sembrano sempre più disarmati laddove la tecnologia continua progredire ed esistono già oggi tutti i mezzi per realizzare le opportune protezioni (dighe, sistemi d’irrigazione, abitazioni antisismiche e resistenti alle tempeste, …), mentre poi, di fatto, sono chiuse le fabbriche che producono tali mezzi e licenziati i loro operai;

6° La degradazione dell’ambiente che raggiunge proporzioni assurde (acqua di rubinetto imbevibile, i fiumi ormai privi di vita, gli oceani pattumiera, l’aria delle città irrespirabile, decine di migliaia…) e che minaccia l’equilibrio di tutto il pianeta con la scomparsa della foresta dell’Amazzonia (il “polmone della terra”), l’effetto serra e il buco dell’ozono al polo sud.

Tutte queste calamità economiche e sociali, se sono in generale un’espressione della decadenza del capitalismo, per il grado di accumulazione e l’ampiezza raggiunta costituiscono la manifestazione dello sprofondamento in uno stallo completo di un sistema che non ha alcun avvenire da proporre alla maggior parte della popolazione mondiale se non una barbarie al di là di ogni immaginazione. Un sistema in cui le politiche economiche, le ricerche, gli investimenti, tutto è realizzato sistematicamente a scapito del futuro dell’umanità e, pertanto, a scapito del futuro stesso del sistema stesso.

Ma le manifestazioni dell’assenza totale di prospettive della società attuale sono ancora più evidenti sul piano politico e ideologico.

 

1° L’incredibile corruzione che cresce e prospera nell’apparato politico, amministrativo e statale, il susseguirsi di scandali in tutti i paesi imperialisti.

2° L’aumento della criminalità, dell’insicurezza, della violenza urbana che coinvolgono sempre di più i bambini che diventano preda dei pedofili.

3° Il flagello della droga, che è da tempo divenuto un fenomeno di massa, contribuendo pesantemente alla corruzione degli Stati e degli organi finanziari, che non risparmia nessuna parte del mondo colpendo in particolare i giovani, è un fenomeno che sempre meno esprime la fuga nelle illusioni e sempre di più diventa una forma di suicidio.

4° Lo sviluppo del nichilismo, del suicidio di giovani, della disperazione, dell’odio e del razzismo.

5° La proliferazione di sette, il rifiorire di un pensiero religioso anche nei paesi imperialisti, il rigetto di un pensiero razionale, coerente, logico.

6° Il dilagare nei mezzi di comunicazione di massa di spettacoli di violenza, di orrore, di sangue, di massacri, finanche nelle trasmissioni e nei giornalini per i bambini.

7° La nullità e la venalità di ogni produzione “artistica”, di letteratura, di musica, di pittura o di architettura, che non sanno esprimere che l’angoscia, la disperazione, l’esplosione del pensiero, il niente.

8° Il “ciascuno per sé”, la marginalizzazione, l’atomizzazione degli individui, la distruzione dei rapporti familiari, l’esclusione delle persone anziane, l’annientamento dell’affetto e la sua sostituzione con la pornografia, lo sport commercializzato, il raduno di masse di giovani in una isterica solitudine collettiva in occasione di concerti o in discoteche, sinistro sostituto di una solidarietà e di legami sociali completamente assenti.

Tute queste manifestazioni della putrefazione sociale che oggi, a un livello mai visto nella storia, permea tutti i pori della società umana; esprimono una sola cosa: non solo lo sfascio della società borghese, ma soprattutto l’annientamento di ogni principio di vita collettiva nel senso di una società priva del minimo progetto, della minima prospettiva, anche se a corto termine, anche se illusoria.

Tra le caratteristiche principali della decomposizione della società capitalista bisogna sottolineare la difficoltà crescente della borghesia a controllare l’evoluzione della situazione sul piano politico. L’impasse storica in cui si trova imprigionato il modo di produzione capitalistico, i fallimenti delle diverse politiche economiche che si sono attuate, l’indebitamento generalizzato che ha permesso di sopravvivere l’economia mondiale, tutti questi elementi che ripercuotersi su un apparato politico incapace, da parte su, di imporre alla società, e in particolare alla classe operaia, la disciplina e l’adesione richieste per mobilitare tutte le forze e le energie verso la sola risposta storica che la borghesia possa offrire: la guerra.

 

 

 

 

 

 

Dalle democrazie in decomposizione al governo diretto del capitale finanziario

  

Concentriamoci su uno degli aspetti che riguarda maggiormente i maggiori paesi imperialisti: la decomposizione delle forme di democrazia parlamentare.

E’ in atto da tempo nei maggiori paesi imperialisti, pur con ritmi e forme diverse, un processo di rafforzamento delle forme istituzionali. Esse sono l’espressione a livello giuridico – istituzionale non solo di un’avvenuta trasformazione dei rapporti tra proletariato e borghesia.

A questo indebolimento del proletariato ha contribuito il crollo del cosiddetto “blocco socialista” a guida revisionista. Non può esserci indifferente che il blocco dell’est sia crollato sotto i colpi della crisi economica piuttosto che sotto i colpi della lotta di classe. Se fosse questa prevalsa seconda alternativa, piuttosto che indebolirsi come sta avvenendo oggi, la fiducia del proletariato nelle proprie capacità si sarebbe potuta rafforzare. Inoltre, nella misura in cui il crollo del blocco dell’est fa seguito a un periodo di “guerra fredda” con il blocco occidentale, in cui quest’ultimo appare come il “vincitore” senza colpo ferire, si è generato nelle popolazioni occidentali, e anche tra i proletari, un sentimento di euforia e di fiducia verso i propri governi, simile (facendo le debite proporzioni) a quello che pesò sui proletari dei paesi “vincitori” nelle due guerre mondiali e che fu una delle cause della sconfitta dell’ondata rivoluzionaria seguita alla prima guerra mondiale.

Una tale euforia, catastrofica per la coscienza del proletariato, sarà evidentemente molto più limitata dato che oggi non stiamo uscendo da una carneficina imperialista. Tuttavia quella che oggi si manifesta in alcuni paesi dell’est ha certamente un impatto in occidente e non potrà che accentuare gli effetti nefasti della situazione attuale. Infatti, quando è caduto il muro di Berlino, simbolo del “terrore” imposto dal “comunismo”, la stampa e alcuni esponenti borghesi hanno paragonato l’atmosfera che regnava in questa città a quella della “Liberazione” dopo il secondo macello mondiale. Non è un caso: i sentimenti provati da gran parte della popolazione della Germania dell’est nel momento in cui si abbatteva questo simbolo erano paragonabili a quelli delle popolazioni che avevano subito per anni l’occupazione e il terrore della Germania nazista. Ma, come ci ha dimostrato la storia, questo tipo di sentimenti sono tra i peggiori ostacoli per la presa di coscienza del proletariato. La soddisfazione provata dagli abitanti dei paesi dell’est davanti al crollo del revisionismo e soprattutto il rafforzamento delle illusioni democratiche che questo comporta, si ripercuoteranno fortemente, e si ripercuotono già sul proletariato dei paesi occidentali e particolarmente su quello tedesco che riveste una particolare importanza all’interno del proletariato mondiale nella prospettiva della rivoluzione proletaria.

Tornando al discorso del rafforzamento istituzionale, esso è soprattutto l’espressione del tentativo borghese di predisporre un apparato statale adeguato alle maggiori difficoltà che si manifesteranno in futuro e di contenere all’interno dell’ideologia borghese i rapporti sociali che vanno sempre più decomponendosi.

È in questa fase che c’è il passaggio da una democrazia sotto forme parlamentari a un governo che appare sotto forma di “governi tecnici”, si potrebbe dire una “dittatura tecnocratica”.

Che la democrazia sia in decadenza è reso evidente dai diversi avvenimenti e fenomeni che ci sono nella sfera politica, sociale e culturale. Prendiamo come esempio la corruzione: essa ha pervaso ogni settore, i politici si contendono i contributi finanziari dei capitalisti; le posizioni all’interno dei governi e dei parlamenti (andando in giù in ogni settore del potere locale) hanno tutto un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre opportune alla loro approvazione.

Questa democrazia in decomposizione si sta trasformando in un governo autoimposto dai funzionari dell’esecutivo. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi dollari e di euro presso un’oligarchia finanziaria e riducendo il tenore di vita di milioni di persone tramite “pacchetti di austerità”.

 

Questo governo è descritto come un governo condotti da tecnici esperti, “apolitici” e “scevri da interessi privati”. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per e con i grandi interessi finanziari nazionali e internazionali.

 

Lucas Papdemos, nominato Primo ministro, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston è stato il capo della Banca centrale greca, nonché il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro.[67] Mario Monti, Presidente del Consiglio in Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione Europea e nella Goldman Sachs.

 

Queste nomine si basano sulla lealtà totale di questi personaggi e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche, le più inique sui lavoratori di Grecia e in Italia. I cosiddetti tecnici non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sensibili a qualsiasi protesa sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico…tranne uno quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori dei titoli di Stato, in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane.

 

C’è una differenza tra questi governi tecnici e le dittature come quella fascista.

 

Negli attuali governi tecnici, il potere è consegnato dalle elites politiche della democrazia borghese, in sostanza una sorta di transizione pacifica, almeno nella sua fase iniziale.

 

A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi conservano le facciate elettorali, ma svuotate da contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di legittimazione, che seduce la stampa finanziaria. A differenza delle precedenti dittature come il fascismo che si presentavano come stati di polizia, gli attuali governi tecnici prima lanciano il loro assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro del proletariato, con il consenso parlamentare, e poi di fronte alla resistenza posta, procedono per gradi fino ad arrivare a uno stato di polizia.

 

L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione. Al fine di imporre politiche che si traducono in massici trasferimenti di ricchezza dal lavoro al capitale nazionale e internazionale, è essenziale un regime autoritario in veste democratica, questo in previsione di un’accanita resistenza. La borghesia non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con qualche parvenza di democrazia (che è sempre il miglior involucro della dittatura della borghesia) e tanto meno una democrazia come quella attuale in decomposizione.

 

La missione della “dittatura democratica” non è solo quello di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento di questi tecnocrati è di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficace in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti i n favore dei detentori dei titoli.

 

Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di grossi industriali, banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. I tecnocrati ignorano completamente le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

 

Le trasformazioni principali della democrazia sotto i tecnici sono:

 

  • Massici spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni ai pagamenti dei titoli di Stato e alle rendite.
  • Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
  • Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione di titoli e investimento.
  • Riscrittura dei codici del lavoro. Salari, condizioni di lavoro e problemi sanitari sono consegnati alle commissioni aziendali (commissioni “paritetiche” dove c’è la presenza “paritetica” di padroni e sindacati).
  • Lo smantellamento delle imprese pubbliche, e la privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono attivate su una scala mondiale. Monopoli privati rimpiazzano quelli pubblici, forniscono un numero minore di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di una nuova capacità produttiva.
  • L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questo dinamica richiese salari sempre più bassi per competere a livello internazionale, ma contrae il mercato interno.

 

Oltre il progetto P2, per rendere il controllo ancora più sistematico

 

Il progetto P2 si proponeva il controllo degli organigrammi essenziali dei vertici degli apparati dello Stato e dell’informazione attraverso televisioni, quotidiani e periodici, della politica (comprando i vertici o costruendone nuovi se necessario): questo con l’obiettivo di eliminare le garanzie e di diritti che i lavoratori si erano conquistati con dure lotte.

A fronte della crisi generale in atto e dei relativi processi di decomposizione tutto questo non è più sufficiente, anzi è inadeguato. Come non sono sufficienti le strategie repressive tradizionali (gendarmerie europee, strategie geopolitiche militari, ecc.).

Si è messa in atto una strategia sotterranea, non visibile, molto sottile. Uno degli strumenti di questa strategia è quello della disinformazione, dove si miscela false informazioni mescolate, magari, a quelle vere.

Ma uno degli aspetti essenziali di questa strategia è quella di rendere il controllo pressoché sistematico. Le democrazie borghesi per quanto siano miglior involucro per il capitalismo per via della mistificazione della “volontà popolare”, presenta sempre il pericolo (per il capitale ovviamente) della possibilità di un un’autentica volontà popolare che risulterebbe difficilmente gestibile e il controllo dell’informazione e delle opinioni “collettive” non sarebbero sufficiente.

Occorre perciò una diffusa e sistematica capacità sugli individui, mediato anche dalle pubbliche autorità, usando la medesima trama di interventi per la “tutela sociale”, ma invertendone la funzione: allo Stato “sociale” (da mettere sociale tra virgolette, perché sotto il capitalismo non può esserci autentica socialità), che era un sottoprodotto della lotta di classe tendente a rovesciare il sistema, che con la sua ramificazione tutelava bene o male le masse popolari (bisogna dire che se si parla dell’Italia, sotto il regime DC, si dovrebbe parlare di stato assistenziale e clientelare), emerge una sua caricatura che ha funzioni di puro controllo della popolazione in particolare di quella che una volta venivano definite “le classi pericolose”, oppure dei soggetti “deviati”.

Possiamo prendere come un esempio magistrale, di quello che sto affermando, quella rete che intreccia tra di loro, magistratura, servizi socio-sanitari e psichiatria. Questa rete alleva e forma un esercito di psicologi, educatori e laureandi di discipline medico-sociali. Che aiuta la formazione di imperi economici privati grazie alla formazione di un vero e proprio intreccio di attività, interventi e presenze.

Possiamo prendere come un esempio di questi intrecci, il fatto che dal 1995 direttore scientifico della Comunità Saman il prof. Luigi Cancrini, ben noto psichiatra nonché presidente del Centro Studi di Terapia e Relazione. Proveniente dal PCI è stato deputato del PdCI. Saman è una realtà dove ha operato sia Rostagno prima di essere assassinato, ma anche un avventuriero come Francesco Cardella, grande amico di Craxi, che costruì un impero economico, possiamo prendere come esempio la Holding Saman e altre attività economiche controllate da lui. Bisogna pensare che il fisco nel 1996 ha fatto su Cardella una relazione di duecento pagine.[68] Guardando alle sue attività economiche ci si trova una sfilza di sigle, da Saman International a Saman Italia, da Saman France (amministrato da Giorgio Pietrostefani).

Per far passare questo tipo di passaggio, da una democrazia borghese a un sistema di controllo più capillare fu decisivo il controllo della magistratura, dove tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ci fu la resa dei conti tra la vecchia massoneria tradizionale piduista e la nuova schiera di magistrati, molto “efficentisti” e magari “democratici”.

Infatti, sotto una versione di “sinistra”, la tendenza emergente della magistratura parlando di diritti e progettando istituti che avrebbero dovuto tutelarli, in realtà si è portata a un risultato che è stato tutto l’opposto rispetto ai fini dichiarati.

Una vicenda che può prendere come esempio è quella che vede a braccetto Magistratura Democratica e Psichiatria Democratica.[69] Sin dal 1997 queste due associazioni “democratiche” invocarono una legislazione sull’istituto dell’Amministratore di sostegno, un istituto che avrebbe dovuto essere a “beneficio dei bisognosi, minorati, di tutela”. Tutto questo nascondeva in realtà un’idea d’ingegnerizzazione sociale mediante un uso mirato o più diffuso di quello che in linea teorica sarebbe stato necessario.

Nel 2004 è approvata dal Parlamento la legge sull’amministratore di sostegno, nel 2008 è sancito il potere assoluto di certificazione sulle “patologie” ai medici psichiatri. Non è un caso che l’inizio del XXI secolo ha visto l’attuazione della strategia della distruzione di molti individui mediante la scienza asservita. Nel 2012 il DSM, espande in sostanza il vaglio di criticità mentale in pratica a tutti gli aspetti del comportamento umano e alla sfera di condotte e reazioni che se non sono patologiche sono fisiologici (come dire l’identità umana, è in mano allo psichiatra di turno che ha un vaglio di discrezionalità tale, che neanche i parroci nel medioevo avrebbero potuto pensare).

In sostanza, si sta assistendo all’uso deviato sulle nomine dell’amministratore di sostegno per fini diversi dal “sostegno”. Quello che emerge oggi in maniera eclatante concettualizzazione ed applicazione concreta di istituti finalizzati ad un controllo sociale autoritario diffuso, dove psichiatri, psicologi, educator e assistenti sociali sotto l’egida dei primi e dei magistrati di settore “sensibilizzati” plasmati attraverso informazioni e nozioni “manipolatorie”, entrano in modio deviato e deviante nelle sfere individuali, talvolta condotti per mano alla finalità della distruzione e del controllo dei soggetti colpiti.

Se si va a vedere, si riscontra che c’è un dedalo accuratamente costruito mediante il controllo di professionalità, ruoli, che ci interfaccia con le componenti della magistratura “consapevoli” (del ruolo di controllo sociale s’intende) e un uso spregiudicato degli strumenti e degli ambiti, “di tutela”.

Che si tratti di conflitti genitoriali, di minori o conflitti parentali, e di soggetti speciali o ordinari, le logiche degli interventi accuratamente teorizzati a monte, indicano un principio di sottrazione, di intervento sociale autoritario, che crea dolore, orientando scelte ingiuste con argomenti soavi e spesso sul piano meramente formale difficili da contestare.

Con la chiave di lettura dello scontro tra genitori all’interno delle famiglie, e per “tutelare” i minori, si arriva che per sottrargli al conflitto, si ingenera un fenomeno di adduzione dei minori verso case famiglia (e il relativo business) ma anche verso pratiche e situazioni, come soluzioni “comunitarie” come quelle del Forteto dove i minori erano soggetti non solo di molestie ma anche di violenze sessuali.

In questo scenario incombono le proposte di una nuova normativa sul T.S.O. che in linea teorica avrebbe dovuto essere per malati psichici in grave stato e situazioni urgenti, da strumento eccezionale, sottoposta al meccanismo della doppia certificazione (l’ordinanza del sindaco e la verifica di legittimità della stessa) ed essere operativa per periodi di 7 giorni rinnovabili con un limite breve, diverrebbe nelle intenzioni dei proponenti uno strumento di carcerazione sulla base di una sola certificazione a monte, addirittura di un solo medico, tutto ciò costituisce presa di potere da parte dei psichiatri nell’apparato sanitario. Essi sviluppano la collaborazione con il circuito giudiziario, che nel frattempo di struttura per agevolare la “tendenza normativa”. Con queste proposte si avvierebbe in via definitiva il controllo sociale di tutti gli individui “certificati”. Qualunque obiezione formale o del tipo “vedere il caso concreto” crolla miseramente, dinanzi a un quadro storico così nitido e chiaro.

 

 

 

 

Governare con la paura

 

La paura e il relativo bisogno di protezione e di certezza non sono solo una delle radici della cultura ma anche uno dei fondamenti del governo politico. Il fatto che la paura sia una cosa ritenuta ineliminabile dalla condizione umana, che essa rimanga sullo sfondo di ogni aggregazione sociale, la rende un abituale strumento di governo. Cose come governare la paura è un compito essenzialmente politico, governare per mezzo della paura è una delle forme che la politica può assumere specialmente quando viene meno il consenso che sostiene il ceto politico. Freud spiega così il rapporto fra paura e governo politico: crescendo la paura l’individuo ritorna bambino e questi: “non può fare a meno della protezione contro potenze superiori sconosciute, egli presta a queste i tratti della figura paterna, si crea degli dei, che teme, che cerca di propiziarsi, e ai quali nondimeno affida la sua protezione. Il motivo del desiderio del padre coincide pertanto col bisogno di protezione contro le conseguenze della debolezza umana”.[70]

Si governa con il consenso e con la forza, ma la forza in fondo non è che la capacità di incutere, cioè un’altra via per ottenere consenso non spontaneo. Così la paura attraverso le differenze di forza, sia che passi attraverso l’immaginario collettivo, diventa uno strumento di governo. E poi quando viene meno un nemico, se ne crea un altro. La paura nata nel mondo psichico entra per diverse vie nell’ordine politico e viene usata dai diversi regimi politici, nelle situazioni di crisi, o anche, quando bisogna garantire la compattezza della classe dirigente. La paura allora diventa manipolazione, blocco dell’azione o della reazione, schermo per giustificare una decisione o un’azione.

È predominante nella sociologia e negli altri campi di analisi della società, ritenere che le relazioni sociali abbiano raggiunto una tale densità da sfuggire a ogni controllo e a ogni rappresentanza sistemica. In sostanza secondo questa tesi, per quanto la classe dominante si sforzi con l’aiuto della tecnologia di introdurre nuove tecniche di controllo sociale, quasi a generare una sorta di militarizzazione della vita collettiva, essa nella realtà diventa un’impresa impossibile per via della complessità delle relazioni sociali. Questo tipo d’impostazione, comporta da un punto di vista politico, che ci si debba limitare alla conservazione dello status quo, al massimo si possono tamponare i numerosi, i numerosi imprevisti che insorgono nella vita sociale. In sostanza l’immutabilità di una società divisa in classi sociali.

Ma quest’analisi salta di fronte all’evidenza dei fatti. La crisi in atto accentua e allarga la polarizzazione sociale, le masse anziché assuefarsi in una comunità totalmente alienata, pur in maniera confusa e contradditoria si muovono, in barba a tutte le teorie sull’integrazione dei lavoratori (questi “grandi” teorizzatori dimenticano – volutamente o meno ma ciò non ha importanza – il semplice fatto che in quanto forza-lavoro, sono parte integrante del rapporto capitalistico) e per questo si inventano le “de-integrazioni”.

 

 

L’INFAMIA CONTEMPORANEA

 

Ritengo che sia il titolo più appropriato per concludere.

Quello che abbiamo assistito nel nostro paese è come si diceva prima una guerra civile a bassa intensità.

La cordata che faceva parte gli elementi della P2 in parte in si è riciclata e in parte è stata annullata politicamente. La P2 ha svuotato gli apparati della democrazia borghese, tramite il controllo degli apparati e dei gangli dello Stato, ed è intervenuta pesantemente su partiti, sull’informazione e la formazione degli uomini, col Progetto di Rinascita Democratica. Progetto questo che alla fine è stato fatto da tutte le forze politiche presenti in parlamento, comprese quelle di sinistra anche quella cosidetta “radicale”, che non opporsi alle varie modifiche costituzionali in atto.

Nel frattempo è andata avanti un’operazione, più complessa e sotterranea, coperta, portata avanti da strutture che un ex magistrato Paolo Ferraro chiama Supergladio, ma che si potrebbe definire in tanti altri nomi. Strutture che sono la parte nazionale di strutture internazionali.

Strutture che avevano come compito l’accentuarsi del controllo sociale. A esse molto probabilmente partecipano:

  • Psichiatri a doppio ruolo, infiltrati nelle varie istituzioni giudiziarie, poliziesche, militari, carcerarie e sanitarie.
  • Magistrati affiliati a una massoneria “illuminata” e “progressista”
  • Settori della polizia, dei carabinieri (bisogna includere molto probabilmente anche guardie forestali e carcerarie).
  • Membri degli apparati statali in particolare dei servizi segreti (dove ci sono molti militari).
  • Settori dell’esercito.
  • Professionisti o personaggi legati al mondo delle professioni e alle attività forensi o sociali.

–   Uomini politici legati al progetto.

Questo progetto che non è solamente italiano, ma è internazionale.

Non è certamente un caso, il ridimensionamento dei servizi antiplagio e delle squadre antisetta del Ministero dell’Interno. Bisognava proteggere questo progetto e l’organizzazione, ed eliminare i punti di attrito istituzionali e il pericolo che il tutto fosse capito e scoperto.

Ma queste organizzazioni che nella realtà per quanto si possa venire delineando come un insieme di strutture aveva la necessità di farsi propaganda, ed avendo la necessità di rimanere segreta, ha usato per fini di omertà e contemporaneamente di casta, di una casta fortemente elitaria, ma anche per terrorizzare viene usato tra le i membri di queste élite l’esoterismo (nella versione occultista, con lo scopo non dichiarato ma esplicito di tagliare fuori le masse, non far comprendere le reali dinamiche),[71] e soprattutto il linguaggio simbolico.

Alla fine tutti gli omicidi “strani”, i “mostri” (pensiamo a quello di Firenze) e tutte le altre nefandezze (pedofilia, tossicodipendenza ecc.) sono divenute foriere di ricatto (pensiamo al caso Marazzo), paura e viltà negli stessi apparati statali, si crea il mito negativo (del serial killer, della madre “assassina”, i figli “assasini” ecc.) dove tutta una serie di situazioni, dopo la stagione stragistica, tendente a creare tensione, terrore, soprattutto negli ambiti privati (famiglia, tra moglie e marito, tra genitori e figli) proprio dove le persone vivono la quotidianità della propria esistenza.

Funzionale a questa strategia è l’uso dei media in particolare dello strumento televisivo. La televisione, come ormai è ben noto, è il canale più comunemente usato nella pratica della diffusione di modelli e tendenze ed è il più utilizzato da chi vuole controllare le masse nelle metropoli imperialiste, definite in altri termini “paese democratici”. Non si tratta, di dire che abbia il potere di decidere cosa le persone devono pensare.

 

 

 

I prodotti di quest’infamia

 

In sostanza tutto ciò prodotto una forma di fascismo moderno che si potrebbe definire tecno-fascismo. Dove per l’organizzazione del potere e del consenso diventa centrale l’uso dei media e della televisione in particolare.

Non nel senso che è la televisione decide cosa le persone cosa le persone devono pensare. Ma essa lavora su quel fenomeno che la sociologia Tavistockiana chiama Agenda Setting, ovvero la facoltà decidere “riguardo a cosa” la massa deve pensare. E’ importante per capire di quello che si sta parlando di capire la genesi di quest’Agenda. Il 15 gennaio 1934 uno spaventoso sconvolse la provincia indiana del Bihar. Per qualche tempo, nelle regioni vicine a quella colpita, si diffusero allarmistiche che predicevano nuovi e peggiori disastri. Queste voci, circa venti anni dopo dovevano cadere sotto gli occhi di Festinger, uno dei più importanti studiosi americani, che era allora impegnato a ordinare e integrare teoricamente la grande quantità di dati che erano stati, sono allora raccolti nel campo della comunicazione dell’influenza sociale. L’esame di questi dati inerenti alle voci allarmistiche costituì la molla da cui doveva nascere e diffondersi così facilmente alla teoria della dissonanza cognitiva. Come mai, si chiese Festinger, in una situazione del genere potevano nascere e diffondersi così facilmente delle voci terrorizzanti? Non sarebbe stato più logico che tra quelle popolazioni, già in preda al terrore, nascessero invece delle voci che tendessero a ridurre la paura? La risposta di Festinger è che queste voci non erano destinate a provocare paura, bensì a giustificare quella che già la gente aveva. Esisteva cioè una discordanza tra quanto queste persone, non direttamente colpite dal terremoto, vedevano attorno a loro, e la paura che provavano e che non era giustificata da quanto vedevano. A questa discordanza tra elementi cognitivi (intendendo per elemento cognitivo ogni conoscenza, opinione o credenza che un individuo o un gruppo ha su se stesso o sul mondo che lo circonda) venne dato il nome di dissonanza cognitiva. Secondo la teoria che nacque allora esiste in ogni persona, in presenza di una dissonanza, una pressione tendente a ridurla, tanto maggiore quanto è più forte è la dissonanza. La riduzione può ottenersi (ed è il caso delle popolazioni indiane) aggiungendo nuovi elementi consonanti (le voci di prossime sciagure); potrebbe però aversi, ha secondo delle circostanze anche cambiando glie elementi dissonanti o diminuendone l’importanza. La portata della teoria così abbozzata è indubbiamente molto ampia, e abbraccia gran dei problemi della psicologia sociale, particolarmente nel campo delle comunicazioni. Dai processi decisionali e dalle conseguenze delle decisioni all’induzione forzata di un comportamento esteriore in contrasto con le opinioni private dell’individuo, ai problemi della comunicazione e di diffusione delle informazioni, al comportamento dei gruppi, ai fenomeni di massa, Festinger analizza in un quadro unitario, in conformità a numerose ricerche sperimentali, il potere predittivo e interpretativo della teoria. Dunque progetto Tavistock e Agenda Setting potendo decidere gli argomenti su cui le persone ragioneranno, si scambieranno pareri, si formeranno opinioni, chi controlla la TV è in gradi di creare una realtà parziale ed omettere da questa ciò che non vuole si conosca.

   È dunque l’omissione, il vero potere, l’omissione di tutti quegli argomenti, quei valori, quei modelli, quelle sensazioni, quegli atteggiamenti, quei comportamenti che siano ostili al leader e al regime.

Infatti, se si nota il comportamento di molti giornalisti televisivi o dei conduttori di programmi d’intrattenimento, il loro atteggiamento non si limita a fare domande, ma quello di evitare di approfondire argomenti importanti, e spesso prendere le difese delle personalità che sono contestate.

Oppure c’è l’omissione della realtà inserendo fatti concreti in minestroni fatti da magia, esoterismo, numerologia ecc.

In sostanza la “verità” consiste in un consenso preconfezionato che è stato deciso aprioristicamente, a tavolino e chiunque non si adatta viene bollato come estremista, catastrofista e cose del genere.

La gestione del potere e del consenso comporta anche il processo d’inclusione-esclusione. Non è un caso che attualmente mobbing e stalking sono diventati un fenomeno di massa. Fenomeno favorito dall’utilizzo della tecnologia elettronica (e dall’utilizzo delle onde telepatiche) che ha portato nei fatti anche se non giuridicamente l’affermarsi nella società di un nazismo genetico fatto di controllo e sperimentazione sulle persone sensibili. In sostanza una psichiatrizzazione di massa che comporta lì innesto di meccanismi elettronici a persone sensibili. E da un punto di vista culturale la perdita di valore e dignità delle donne, dove nessuno contesta più se il lavoratore sia solo merce (un’ideologia fascista che giustifica il licenziamento) è perciò giustifica e legittimizza il mobbing di massa nei luoghi di lavoro e in quelli sociali.

Una realtà, dove alla base stanno multinazionali farmaceutiche e delle protesi uditive ed acustiche, che si serve di centri di ricerca universitari e militari (neurologia, psichiatria, neurofisiologia e, cibernetica) strettamente connessi tra di loro (scienza asservita = guerra), di parlamentari (magari connessi a servizi segreti o a polizie speciali), dei servizi segreti (e attraverso i servizi carcerari utilizzano molti detenuti nel loro sporco lavoro), delle organizzazioni mafiose (e il carcere è uno dei luoghi dove collaborano con i servizi), di organizzazioni terroristiche per creare i capri espiatori, di intellettuali ecc.

Ebbene perché non definire tutto questo, che è il prodotto della guerra civile a bassa intensità che c’è stata in Italia, se non tecno-fascismo? Se Dimitrov definisce il fascismo come la dittatura terroristica aperta della borghesia, che sorge e si sviluppa proprio nei momenti di crisi del sistema capitalista, quando la classe operaia e le masse popolari in generale prendono l’iniziativa per difendere i loro interessi e diritti e conquistare importanti rivendicazioni importanti, allo stato attuale si potrebbe definire il tecno-fascismo come la fusione del capitale finanziario, delle multinazionali con il potere politico più reazionario.

E non aveva ragione la Terza Internazionale a definire socialfascisti le socialdemocrazie, quando si vede attualmente che le socialdemocrazie, come i riformisti e revisionisti di tutte le specie hanno eliminato dai loro programmi ogni timida richiesta sociale, confermando così il loro storico carattere di essere l’anticamera dei governi di ultradestra e all’occasione del fascismo?

Vediamo l’analisi che fa Dimitrov sull’affermarsi del fascismo e su cosa è con la situazione attuale: “L’avvento del fascismo non è l’ordinaria sostituzione di un governo borghese con un altro, ma è il cambiamento di una forma statale di dominio di classe della borghesia – la democrazia borghese – con un’altra sua forma, con la dittatura terroristica aperta. Ignorare questa distinzione sarebbe un gravissimo errore. Ciò impedirebbe al proletariato rivoluzionario di mobilitare i più larghi strati di lavoratori della città e della campagna per la lotta contro la minaccia della presa del potere da parte dei fascisti e anche di utilizzare le contraddizioni che esistono nel campo stesso della borghesia. Ma è un errore non meno grave e pericoloso sottovalutare l’importanza che hanno per l’instaurazione per la dittatura fascista le misure reazionarie della borghesia che sono rafforzate nei paesi della democrazia borghese e sopprimono le libertà democratiche dei lavoratori, falsificando e restringono i diritti del parlamento, intensificando la repressione contro il movimento rivoluzionario.

   Non si può, compagni, immaginare l’andata del fascismo al potere in modo semplice e piano, come se un comitato qualsiasi del capitale finanziario decidesse di instaurare la dittatura fascista a una data fissa. In realtà, il fascismo giunge ordinariamente al potere attraverso una lotta, talvolta acuta, con i vecchi partiti borghesi o con una determinata parte di essi, attraverso una lotta nel campo fascista stesso, lotta che, in qualche caso, giunge fino conflitti armati, come abbiamo visto in Germania, in Austria e in altri paesi. Tutto ciò non diminuisce comunque l’importanza del fatto che, prima della instaurazione della dittatura fascista, i governi borghesi passano, ordinariamente, attraverso una serie di tappe preparatorie ed applicano una serie di misure reazionarie, le quali favoriscono direttamente l’andata del fascismo al potere. Chi non lotta durante queste tappe preparatorie contro le misure reazionarie della borghesia e contro il fascismo che si sviluppa, non è in grado di impedire, anzi facilita la vittoria del fascismo.

I capi della socialdemocrazie attenuarono e nascosero alla masse il carattere di classe del fascismo e non le chiamarono a lotta contro le misure reazionarie, sempre più gravi, delle borghesia. Essi hanno la grande responsabilità storica del fatto che, nel momento decisivo della offensiva fascista, una parte considerevole delle masse lavoratrici in Germania e in parecchi altri paesi fascisti non riconobbero nel fascismo il loro più spietato nemico, il predone della finanza, avido di sangue, e non furono pronte a reagire”.[72]

E se guardiamo le tendenze in atto in tutto il mondo capitalistico quali la criminalizzazione della protesta sociale ed il proposito di introdurla all’internodi modelli costituzionali che sostengono l’economia capitalistica in maniera aperta e sfacciata (senza la presa in giro del riconoscimento della funzione sociale della proprietà privata), le necessità di imporre l’assoggettamento della classe operaia e delle masse popolari all’obbedienza di leggi e regolamenti che derivano da tale concezione, i continui interventi imperialisti nei diversi paesi costituiscono elementi che portano acqua al mulino del fascismo, quanto meno alla fascistizzazione della vita sociale e politica.

 

 

La demolizione del diritto del lavoro

 

   Il periodo che abbiamo preso in esame (l’inizio degli ann’90) dove ha operato in funzione di guerra ortodossa la Falange Armata è stato anche (e non sarà certo un caso) quello dell’accentuazione della demolizione del diritto del lavoro e delle conquiste che i lavoratori italiani le avevano ottenute dal secondo dopoguerra dopo dure lotte, in sostanza le misure reazionarie che parlava Dimitrov nella sua relazione.

C’è stato anche il cambiamento del significato delle parole in uso. Fino all’altro ieri per riforme s’intendeva miglioramento (certamente graduale) delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, da un certo periodo in poi ha solamente significato un continuo e costante peggioramento. Se poi ci si opponeva a tali “riforme” ci si tirava dietro l’accusa di essere “conservatori” che si oppongono al “progresso”.

Quest’attività di “riforma” e di abolizione del diritto del lavoro è stata portata avanti con l’apporto dei partiti di sinistra (compresi quelle definiti “radicali” come Rifondazione) e dai sindacati confederali.

Ci sono state due modalità diverse per portare avanti questo tipo di attacco ai diritti dei lavoratori:

 

  • Da parte dei governi di Centro-Sinistra la “riforma” del diritto del lavoro deve avvenire di concerto con i sindacati confederali in modo da farla accettare ai lavoratori senza alcuna protesta.

–   L’orientamento dei governi di Centro-Destra, invece, prevedeva più l’immediato e diretto intervento del potere legislativo.

 

In effetti, queste cosiddette “riforme” sono avvenute in prevalenza mediante accordi sindacali che, una volta consolidati ed evitato la protesta dei lavoratori, alla fine sono state consolidate.

Agli accordi sindacali, è stato attribuito un vero e attribuito un vero e proprio ruolo normativo.

Un esempio. In maniera di contratti a termine, la legge n. 56 del 1987 riconosceva ai sindacati la possibilità di derogare in peggio il divieto di apposizione del termine. Con tali accordi, il termine si poteva apporre liberamente ed anche all’attività ordinaria. In pratica, con gli accordi sindacali si legalizzava la violazione della legge. Una volta consolidatigli accordi ed evitato la protesta dei lavoratori, nel 2001 è stata emanata la nuova normativa sulla liberalizzazione del contratto a termine.

Per il resto, basta confrontare la successione dei contratti collettivi per comprendere facilmente come i sindacati sottoscrittori hanno gradualmente introdotto la flessibilità e compresso, se non abolito, i diritti dei lavoratori.

Il ruolo di CGIL-CISL-UIL è stato quello di far passare la “riforma” in peggio dei diritti dei lavoratori in silenzio e senza sorprese.

A garanzia di tale ruolo, l’ordinamento e la giurisprudenza hanno riconosciuto a tali sindacati l’esclusivo riconoscimento di rappresentatività per legalizzare la loro preminenza rispetto a sindacati molto più conflittuali di loro.

 

Sulla flessibilità

 

La flessibilità la si fa ma non si dice. In 1.127 accordi sindacali sottoscritti tra il 1990 e il 1995 la parola compare solo su 137 documenti mentre esiste nei fatti molto di più di quanto compariva nei testi che venivano poi modificati. Flessibilità soprattutto negli orari. Ciò costituisce una linea guida che poi scatterà anche in tema di salario.

Gli accordi gradino prevedono salari inferiori ai minimi previsti dai contratti.

Un accordo gradino è stato stipulato nell’estate del 1996 per i tessili e costituisce una clausola aggiuntiva inserita nel C.C.N.L. del 1995. Con l’affermazione che “Gli accordi gradino salvano posti di lavoro e fanno aumentare al sindacato la presenza nei posti di lavoro” (Antonio Megale della CGIL Tessili). In sostanza sindacati e imprenditori tessili sono concordi nel ritenere che la clausola dei tessili dimostra l’approccio alle deroghe salariali risulti più efficace se affidato alle singole categorie e non imposto con intese centralizzate troppo condizionate da querelle politiche. quello dei tessili è stato uno dei settori apripista nell’emersione del sommerso: nel 1996 aveva 30.00 addetti; 2.000 aziende; 10.000 addetti già emersi; 70 aziende emerse nel leccese, 20 a Martina Franca.[73]

Altri accordi “brillanti” sottoscritti nel 1996: la CISL sigla un accordo territoriale a Brindisi in base al quale le nuovo aziende possono pagare salari inferiori ai minimi contrattuali. La Barilla sottoscrive delle intese con i sindacati in base alle quali il personale è retribuito con un gradino inferiore a Melfi e Foggia. Il Contratto Collettivo nazionale del Legno prevede per i nuovi assunti stipendi inferiori del 20%. Mentre il Contratto Collettivo nazionale Lapidei e manufatti hanno allungato il periodo di avviamento da due a cinque anni.[74]

In base all’art. 36 della Costituzione, ogni lavoratore deve percepire una retribuzione in misura comunque sufficiente per garantire una vita libera e dignitosa per sé e alla sua famiglia. Tale misura è stata individuata nei minimi sindacali stabiliti dalle singole contrattazioni collettive nazionali.

Il primo intervento per ridurre la retribuzione dei lavoratori è stato quello di non aumentare più i suddetti minimi, orma fermi da oltre venti anni. Ciò è avvenuto con la complicità dei sindacati confederali e dei governi di Centro-Sinistra (con dentro la sinistra cosiddetta “radicale”).

Le altre azioni sono state le più svariate.

Con gli accordi gradino, come si diceva prima, è stato previsto un salario d’ingresso inferiore per i primi anni di lavoro. Questo tipo di azione, essendo anticostituzionale per violazione del diritto di uguaglianza, era prevista solo per qualche anno e in via transitoria invece dura dal 1990 perché è sempre stata prorogata.

Con la leggi sui Lavoratori Socialmente Utili (LSU) di cui il decreto legislativo 468/98, lo Stato e gli enti pubblici possono assumere personale precario senza tutele e con garanzie ridottissime per la realizzazione di opere o fornitura servizi, con contratti temporanei e a scadenza. L’art. 8 esclude espressamente che tale personale possa essere considerato come lavoratori subordinati.

Con i Contratti d’Area e i Patti Territoriali si sono introdotte forme di assunzione e retribuzione precaria. Nonostante tali azioni consistano in strumenti di finanziamento statale delle attività produttive, con il beneplacito di CGIL-CISL-UIL sono state introdotte politiche per la riduzione dei salari e per nuove forme di lavoro meno garantito e meno tutelato. I Contratti d’Area sono previsti dall’accordo per il lavoro del 24.09.1996 (Governo Prodi) per le aree industriali in crisi ed ad alto tasso di disoccupazione, mentre i Patti Territoriali sono stati introdotti con le leggi nn. 104/95 e 662/96 per tutto il territorio. In realtà questi strumenti che riducono le tutele dei lavoratori sono stati applicati anche in zone non in difficoltà, come Pavia, Trieste, Crema. Un posto di lavoro creato con tali strumenti costa allo Stato 300.000€, quindi per gli imprenditori è quasi a costo zero. Ciò ha prodotto nuova occupazione precaria e con reddito insufficiente ed è stata un’operazione di sostituzione dei lavoratori a costo intero con quelli a costo ridotto.

Con l’uso indiscriminato dei Contratti di Formazione si è provveduto all’assunzione finanziata di lavoratori per un massimo di due anni con il ricatto per essere confermato il rapporto a tempo indeterminato.

Ora l’istituto è stato sostituito con le varie forme di apprendistato della durata di quattro anni ed applicabile liberamente anche a lavoratori qualificati (ingegneri, tecnici ecc.). Come apprendisti, i lavoratori svolgono un lavoro qualificato ma sono retribuiti secondo livelli d’inquadramento inferiori.

Per quanto riguarda, la flessibilità occupazionale che abolisce la garanzia di stabilità con il Decreto Legislativo 368/2001 e la Legge 133/2008 è stata introdotta la libertà dei Contratti di termine con i quali si ottiene lo stesso risultato della totale libertà di licenziamento in favore dei padroni: stipulando ripetuti contratti a termine o brevissimo termine mensile o settimanale il lavoratore deve sottostare ai ricatti datoriali, per non ottenere il rinnovo e rimanere disoccupato e senza reddito.

Con la legge 428/90 è possibile licenziare i lavoratori in caso di cessione di azienda per assumere altri a condizioni più svantaggiose.

Nei casi in cui non interessa la cessione di azienda, la flessibilità è attuata mediante la pratica dello “svecchiamento” che consiste nel porre in cassa integrazione i lavoratori garantiti per indurli alle dimissioni stante il ridotto ammontare dell’assegno rispetto allo stipendio ed i limiti imposti al cassintegrato. I lavoratori con maggiore anzianità sono posti in mobilità lunga per la pensione anticipata. In entrambi i casi, cassa integrazione e mobilità con prepensionamento, i costi sono a carico dello Stato e il datore si libera di quei lavoratori garantiti per assumere nuovo personale a condizioni peggiori.

Con l’operazione “svecchiamento” il datore di lavoro ottiene anche un altro obiettivo: liberarsi del personale “anziano” anche se efficiente per assumere personale giovane, “fresco” di studi, proprio come avviene con un computer funzionante ma sostituito con un altro di ultima generazione.

La legge Biagi del 2003 ha introdotto ulteriori forme di flessibilità, tra cui: contratti a progetto, a chiamata, lavoro intermittente, a somministrazione, ripartito, accessorio, il distacco, il trasferimento, appalto di manodopera, cessione di ramo d’azienda.

Tutte queste tipologie comportano una retribuzione inferiore, un’insicurezza del posto di lavoro, la mancanza di copertura delle ulteriori forme di retribuzione, come quella collaterale e differita (tredicesima, quattordicesima, ferie, TFR), ed assicurativa (malattie, maternità, previdenza, indennità di disoccupazione).

Fino alla serie di leggi che il Governo Renzi, ha varato che sono raggruppate col nome di Jobs Acts che sono un sistema di ricatto permanente a favore dei padroni e contro i lavoratori e le lavoratrici.

Infatti, questo ricatto procede su due gambe: quella dei contratti a termine a casuali (per cui il padrone può assumere a termine quando vuole e per il tempo che vuole) e quella dei contratti a tutele crescenti (per cui il padrone può assumerne a tempo indeterminato, ma licenziare quando e come vuole pagando una miseria di indennità)

Tutti questi interventi sindacali e legislativi anno avuto come conseguenza che in Italia la forza lavoro è tonalmente svalorizzata. Con il ricatto della disoccupazione di massa e con il lavoro nero (che nella sostanza con questi interventi sopra descritti è stato legalizzato), il padronato ha abbassato anno dopo anno i salari.

I bassi e bassissimi salari cono la carta che i padroni italiani e i loro governi giocano sul tavolo della competitività contro gli altri capitalisti europei e mondiali.

Per questo motivo anche in città come Milano c’è gente che lavoro per 3-4-3 euro l’ora!.

Per questo motivo un fronte unitario di lotta e di massa dovrebbe battersi che ci sia una paga oraria che non sia inferiore a 9€ l’ora (niente di estremistico è la media della paga base oraria europea) e un salario minimo garantito per i disoccupati che non sia inferiore almeno a 1.250€ mensili.

In sostanza bisogna combattere il sottosalario, contro la condizione sempre più schiavistica imposta dal padronato e dalle leggi dello Stato, contro l’attacco alla dignità dei lavoratori e delle lavoratrici.

 

Incidenti e infortuni sul lavoro

 

Secondo dati ufficiali (molto inferiori alla realtà) i morti ufficiali sul lavoro sarebbero oltre 1.000 all’anno. In questa cifra sono compresi solo i lavoratori che muoiono in seguito ad un incidente violento entro i primi cinque giorni.

Sono quindi escluse, tutte le morti successive ai cinque giorni e quelle causate da malattie contratte sul lavoro.

Perciò questo numero aumenterebbe a diverse migliaia di morti all’anno. Una vera propria guerra che la Borghesia sta effettuando contro i proletari.

Qual è la causa degli incidenti sul lavoro e quali potrebbero essere le soluzioni?   Una delle cause è la mancata predisposizione di mezzi e sistemi infortunistici ritenuti dalle aziende troppo costosi oppure elementi che frenano la produttività. Il motivo fondamentale di quest’atteggiamento delle aziende risiede nella legge economica del sistema capitalistico della competitività: la riduzione dei costi di produzione.

Non applicare mezzi e sistemi anti infortunistici significa risparmiare soldi, quindi aumentare i profitti.

Un’altra causa è l’aumento dei ritmi di lavorazione. La produzione aumenta con l’aumento della velocità di lavorazione. È un dato economico che un prodotto è tanto più competitivo quanto viene fabbricato nel minor tempo possibile. La velocità della lavorazione, però, non permette di rispettare le regole di sicurezza. Non permette di effettuare un lavoro con attenzione e precisione. Ciò crea motivo di incidenti ed infortuni.

Un esempio è quanto sì e registrato nei supermercati della grande distribuzione, dove i commessi dovevano correre su pattini a rotelle per rifornire gli scafali.[75]

Inoltre, aumentare i ritmi di lavoro e ridurre e abolire le pause (si potrebbe definire il “modello Marchionne” fatto di diminuzione pause, cassa integrazione e straordinari)[76] ed i riposi, tutto ciò significa maggiore produzione ma anche maggiore rischio di incidenti per stanchezza e mancanza di lucidità.

Egli ultimi anni è aumentato anche il numero dei lavoratori minorenni, finanche bambini. In Italia si stima che nel 2013 erano 260.000 i minori sotto i 16 anni coinvolti, più di 1 su 20.[77]

I minorenni sono i più esposti agli incidenti e alla contrazione di malattie professionali vista la loro debole condizione fisica e la mancanza di esperienza e preparazione professionale. E chi fa lavorare i bambini viola, la legge sul diritto del lavoro, figuriamoci quelle sulla sicurezza.

I governi italiani – nel 1997 quello di Centro-Sinistra (appoggiato da un grande “comunista” come Bertinotti) e nel 2003 quello di Centro-Destra hanno abolito il limite dell’orario giornaliero fissato nel 1924 in otto ore. In base alla legge n. 66/03, un lavoratore può essere obbligato anche 16 ore al giorno senza alcun aumento di retribuzione. Quello che non ha fatto il fascismo storico al governo (ma all’epoca c’era un Movimento Comunista Internazionale degno tal nome con dirigenti come Lenin non intellettuali da salotto arrivati ai posti dirigenti grazie ai revisionisti come Ingrao), lo ha fatto il tecno-fascismo attuale con la complicità di tutti i partiti politici di centro, destra e della sinistra borghese (e dei sindacati che praticano la collaborazione di classe).

   Il limite della giornata di 8 ore è stata una grande conquista dei lavoratori sugellata con gli eccidi proletari del 1° maggio.

La richiesta di limitare la giornata lavorativa al massimo di otto ore era motivata che più ore di lavoro provocavano maggiore stanchezza psico fisica. A causa della stanchezza avvenivano maggiori incidenti.

La tessa legge n. 66/30 che ha abolito le otto ore, prevede che possono beneficiare di una pausa di 15 minuti per il riposo solo coloro che svolgono un lavoro ripetitivo e solo dopo le prime sei ore di lavoro. Pausa che non costituisce un diritto del lavoratore ma una concessione del datore di lavoro. Se il lavoratore decide di utilizzare la pausa dopo sei ore di lavoro contro la volontà del datore di lavoro, è passibile di sanzione disciplinare per insubordinazione che può essere punita con il licenziamento.

È chiaro che il lavoratore evita di riposarsi per non perdere il posto di lavoro.

Ma è anche chiaro che la stanchezza e la perdita di lucidità provocano incidenti la cui colpa viene posta sempre a carico del lavoratore, ritenuto disattento.

Questi sono gli effetti della legislazione italiana.

Pertanto non si può parlare di soluzione della problematica degli infortuni se non si aboliscono queste leggi, se non si abolisce la legge n. 66/03, se non si affronta ka questione dei ritmi di lavoro.

Le imprese, per risparmiare sui costi, non predispongono adeguati mezzi, né attrezzature antiinfortunistiche. Sempre per risparmiare sui costi, gli imprenditori assumono personale non specializzato e senza esperienza in modo da pagarli di meno. La mancanza di conoscenze e d’informazioni è una causa degli incidenti.

Le imprese che ricorrono maggiormente a questi espedienti sono quelle pressate dal contenimento dei costi rispetto agli introiti stabiliti da un appalto.

Il prezzo con cui un’impresa concorre per l’aggiudicazione di un appalto è frutto di un calcolo complessivo dei costi di esecuzione. Quanto più riduce i costi, maggiore è la possibilità di aggiudicarsi la gara di appalto.

I costi che in genere sin riducono sono proprio quelli destinati alla sicurezza poiché ritenuti non produttivi. La conseguenza è l’esposizione agli incidenti.

Esposizione che aumenta vertiginosamente con i subappalti. In questi casi la riduzione del costo dei costi è ancora maggiore perché il subappaltante ottiene per il medesimo lavoro un prezzo di prezzo di appalto minore. Il subappaltante per ricavare degli introiti deve risparmiare sui lavoratori e sulla loro sicurezza.

Appare chiaro che un terreno di lotta sta nell’abolire tutte le leggi e le norme che permettono il subappalto e disporne il divieto totale.

Il subappalto è stato sempre una causa degli incidenti sul lavoro, inoltre, ha fatto riemergere la figura del caporale che era stata vietata dalla Legge 1369/60.

Ebbene, prima della Legge Treu (approvato da quel grande “rivoluzionario” che era Bertinotti),[78] poi con la Legge Biagi si è abolita la Legge 1369/60 e liberalizzato gli appalti e i subappalti di manodopera e legalizzato in sostanza il caporalato con il lavoro interinale e a somministrazione.

I lavoratori assunti con contratti flessibili e precari, come il lavoro a termine, part time, a progetto, a chiamata ecc. sono maggiormente esposti agli infortuni. La loro condizione di riscattabilità li obbliga a non protestare e ad accettare lavorazioni pericolose o, comunque faticose, compresi i ritmi elevati e senza sicurezza.

Pertanto, non è vero che le istituzioni vogliono eliminare le stragi delle morti sul lavoro. I partiti e i governi sono stati promotori (o comunque non si sono contrapposti) di leggi che facilitano e aumentano gli incidenti sul lavoro.

Quindi, finchè esisterà questo sistema economi che si basa sullo sfruttamento delle persone, il problema degli infortuni non sarà mai risolto ed i lavoratori saranno destinati a rischiare la vita.

Ma, intanto è importante ed obbligatorio combattere affinchè siano abolite tutte quelle leggi che facilitano gli incidenti e gli infortuni. Quindi occorre lottare per abolire tutte quelle leggi che facilitano gli incidenti e gli infortuni. Quindi occorre immediatamente ottenere l’abolizione della legge n. 666/03 e ristabilire l’orario massimo di lavoro a otto ore per cinque giorni a settimana (e ovviamente se si hanno i rapporti di forza sufficienti lottare per ulteriori riduzioni di orario senza perdita di salario); l’abolizione delle leggi che permettono il subappalto e stabilire il divieto dell’appalto di manodopera e del caporalato; l’abolizione totale della legge Treu e della legge Biagi; l’abolizione della Jobs Act e di ogni forma di precarietà e flessibilità del lavoro.

   Il prezzo che i lavoratori stanno pagando non è solo una retribuzione inferiore o il licenziamento, ma la loro sopravvivenza fisica.

 

La delocalizzazione delle imprese

 

Gli imprenditori italiani hanno deciso di confermare la loro politica aziendale che prevede il licenziamento degli operai, la chiusura delle fabbriche in Italia ed il loro trasferimento nel Tricontinente o nei paesi dell’ex “campo socialista” (pensiamo che al 31 dicembre 2014 risultavano in Romania ben 18.433 imprese italiane).[79]

Questa politica di licenziamento e trasferimento delle fabbriche è a completamento di quanto gli industriali hanno già fatto negli anni ’90 e che ha comportato il licenziamento di migliaia di lavoratori.

Tutto questo è avvenuto ed avviene nonostante l’aumento delle commesse e la concessione di enormi benefici e finanziamenti pubblici in favore degli industriali per garantire l’occupazione.

Le imprese italiane, infatti, hanno beneficiato di enormi aiuti finanziari e agevolazioni per creare e mantenere l’occupazione in Italia. La concessione di finanziamenti, immobili, stabili, infrastrutture, macchinari, sgravi fiscali, è stata la costante di questi aiuti.

Quasi sempre gli industriali occupavano un numero di dipendenti inferiore a quello per cui beneficiavano degli aiuti.

Spesso gli industriali, cambiando solo il nome dell’impresa e mantenendo le medesime strutture, macchinari e dipendenti, beneficiavano di ulteriori finanziamenti come se fosse una nuova azienda che dava occupazione.

In maniera ricorrente, gli industriali assumevano i lavoratori con contratti precari per risparmiare sul costo della manodopera. Molte volte si è scoperto il pagamento con la doppia busta paga: una fittizia secondo i minimi salariali quale documentazione per ottenere i benefici pubblici e un’altra reale, riportante un importo inferiore che era corrisposto al lavoratore.

A partire dal 1993, gli industriali italiani hanno cominciato a trasferire la produzione all’estero (coincidente l’opera e dichiarata restaurazione capitalista nei paesi dell’Est), iniziando dall’Albania (storico terreno di caccia dell’imperialismo italiano), grazie ad accordi e concessioni effettuati dal governo italiano.

In conformità a questi il governo italiano finanziava la chiusura degli stabilimenti in Italia, finanziava l’apertura all’estero. Lo Stato italiano, sempre in conformità a questi accordi, non richiede agli industriali nemmeno le tasse e i dazi di ritorno dei prodotti dall’estero. L’operazione è chiamata TPP (Traffico di perfezionamento Passivo).

Con successivi accordi governativi, gli industriali hanno aperto stabilimenti, nell’Est Europa, in America Latina, in Africa e in Asia.

Il principale, se non unico, motivo del trasferimento è costituito dallo scorso costo della manodopera. In Albania un operaio è pagato sulla media tre euro il giorno, mentre in Bulgaria (sempre sulla media) con soli 70 centesimi

Non c’è mai stata nessuna riduzione delle commesse. La crescita delle imprese e la produzione. È aumentata la percentuale di vendita del prodotto, e i mercati, con relativo aumento di fatturato, di capitale e di profitto (ma di posti di lavoro in Italia).

Anzi. Le aziende del settore interessato che nel 1990 avevano in tutto 700.000 operai in Italia, fino al 1998 hanno portato all’estero la lavorazione, operando 330.000 licenziamenti.

Gli industriali non solo non hanno portato il lavoro fuori dall’Italia, ma non hanno fatto rientrare nel paese i profitti ottenuti. Questi profitti prendono la via dei paradisi fiscali, dei fondi pensione, dei fondi di investimento in altri paesi.

La delocalizzazione ha coinciso largamente con l’esplosione della “fuga dei capitali all’estero”. Dei profitti ottenuti, solo nel 1998 sono stati esportati all’estero 80 mila miliardi di lire, pari a 41 miliardi di Euro.

Nei primi anni della delocalizzazione, gli industriali avevano mantenuto in Italia il 40-50% della produzione solo per limitare il rischio che si poteva determinare dalla realizzazione produttiva in paesi istituzionalmente ed economicamente non ancora sicuri (cosiddetto rischio Paese).

Tale margine d’insicurezza è stato ridotto e quasi eliminato mediante l’intervento e la presenza militare italiana. Le forze speciali dell’esercito, dietro la scusa delle missioni di pace, garantiscono all’estero gli affari degli industriali italiani. Non è un caso che i militari italiani sono presenti in almeno 36 paesi e si parla addirittura, di sottoporli al comando del Ministero degli Esteri quale strumento di politica di espansione internazionale. La Marina Militare Italiana garantisce la scorta del trasporto merci.[80]

Ora gli industriali che si apprestano quasi tutta la produzione lasciando in Italia solo il ciclo a più alto valore aggiunto (design, marketing ecc.).

Oltre al trasferimento delle produzioni di beni si stanno delocalizzando anche le attività di servizi (per esempio i call center).

Nonostante ciò, nonostante gli industriali abbiano da anni dichiarato a più riprese che chiuderanno gli stabilimenti, lo Stato continua ad elargire finanziamenti in loro favore anche per ammodernamento e ristrutturazione degli impianti affinchè mantengano l’occupazione di operai, che invece, quasi sempre vengono messi in cassa integrazione e in mobilità.

I finanziamenti sono elargiti anche a quegli industriali che sono stati più volte inquisiti per truffa ai danni dello Stato.

Gli effetti di questa delocalizzazione, che in alcuni casi è definita “impetuosa”, sono facilmente leggibili. Nel “mitico” Nordest i laboratori contoterzisti che lavorano in subappalto sono stati sostituiti da aziende situate nell’Est Europa. Mentre nel più modesto Sudest, nel Salento in particolare, solo nel comparto calzaturiero si sono registrati dagli anni ’90 si calcola secondo dati prudenti sci siano stati almeno 13.000 licenziamenti.

La chiusura delle fabbriche in Italia, il licenziamento dei lavoratori e il trasferimento all’estero è avvenuto ed il trasferimento con la complicità dei partiti e dei sindacati che non hanno perso il tempo a firmare accordi per la cassa integrazione e la mobilità.

I sindacati non solo non hanno accennato ad una minima protesta, mentre venivano portati via i macchinari alla luce del sole, ma hanno fatto di tutto per convincere gli operai a subire le politiche aziendali poiché “esistono le supreme leggi del mercato”.

Nessuna istituzione ha chiesto agli industriali la restituzione dei finanziamenti ottenuti con la scusa di creare e mantenere occupazione in Italia.

La delocalizzazione è avvenuta e avviene in base ad accordi ed a norme emanate dallo Stato italiano che permette i licenziamenti in Italia ed invoglia il trasferimento all’estero.

I padroni rimangono impuniti e continuano a speculare. Per loro la disoccupazione è un affare.

Il trasferimento all’estero, come si diceva prima, avviene per sfruttare i bassissimi costi della manodopera. È evidente che non si può proporre a nessuno in Italia (almeno fino a oggi) di guadagnare asolo un euro il giorno. Altrettanto è chiaro che (almeno fino ad oggi ed è sempre bene ripeterlo) che un salario del genere difficilmente si può proporre nemmeno in Francia e in Germania. Il trasferimento avviene verso quei paesi ricattati dalla miseria, dalla fame e dalle guerre scatenate degli stessi paesi imperialisti occidentali.

Pagare un operaio, un euro al giorno significa mantenerlo alla fame, nella disperazione più totale.

Ecco perché queste popolazioni emigrano nei paesi imperialisti come l’Italia, essi scappano dalla fame generata dagli industriali occidentali (tra i quali molti italiani e padani). Gli stessi che licenziano nei loro paesi di origine (tra i quali l’Italia) creando così disoccupazione e marginalità (la criminalità diffusa è solo un prodotto di questi fenomeni sociali creati dai padroni).

Gli immigrati sono vittime del medesimo disegno speculativo dei padroni.

La questione dei licenziamenti e delle delocalizzazioni è collegata, quindi, a quella dell’immigrazione.

La delocalizzazione, tra l’altro, è utilizzata per scardinare i diritti dei lavoratori.

In pratica, si “invitano” i lavoratori ad accettare un lavoro flessibile, una drastica riduzione dei loro diritti e garanzie, dietro la minaccia di chiudere l’azienda trasferirla all’estero dove i lavoratori costano meno.

Il messaggio che gli industriali danno ai lavoratori è chiaro: se accettate condizioni simili a quello che vivono i lavoratori del Tricontinente o quelli dell’Est europeo, la fabbrica non chiude e l’occupazione è salva.

Partiti e sindacati non contrastano questa politica dando per scontato la “normalità” delle condizioni di lavoro dei lavoratori dei paesi esteri in cui si delocalizza.

Con la guerra si afferma, demistificando e mentendo, di esportare quello che dicono di essere la “democrazia” (e i regimi che sorgono da questi aggressioni nella realtà sono solo dei satelliti e dei burattini degli imperialisti), con la delocalizzazione si vuole importare l’abolizione dei diritti dei lavoratori, si vuole scatenare la concorrenza e lo scontro tra lavoratori, tra italiani e immigrati.

Questa tendenza deve essere invertita. Bisogna estendere a tutti i lavoratori, i diritti. L’internazionalismo non solo un ideale, ma soprattutto una necessità concreta degli operai, il capitale agisce globalmente e globalmente deve agire la classe, un punto di partenza è stabilire dei collegamenti con i lavoratori degli altri paesi dove le aziende italiane sono andate a investire, per aprire lotte comuni dove si devono omologare (non al ribasso ovviamente) sia la parte salariale che quella normativa.

 

Il diritto del lavoro

 

In quasi in tutto il mondo si fa risalire la nascita del diritto al periodo dell’impero romano. Già duemila anni fa, infatti, erano state descritte ed elaborate le varie branche del diritto, per esempio quello del matrimonio, dell’eredità, dei contratti, della proprietà ecc. L’unica branca che nel diritto romano non esisteva era quello del diritto del lavoro. Ai lavoratori non era riconosciuto nessun diritto.

Il diritto del lavoro nl diritto romano non esisteva se non come proprietà dello schiavo. In sostanza, il lavoratore, era paragonato a un attrezzo, a una macchina di lavoro, che il padrone poteva disporre a suo piacimento. Lo poteva usare, spostare, abbandonare e vendere come voleva.

Anche dopo l’impero romano, la condizione di schiavitù è continuata senza che ai lavoratori fosse riconosciuto alcun diritto da tutte le legislazioni del mondo.

Solo nel XVIII secolo si sono si sono registrati i primi sporadici interventi per frenare alcune situazioni schiavistiche, mentre le prime elaborazioni di diritto del lavoro sono nate tra il 1800 e il 1865.

Tale periodo noto come rivoluzione industriale, vede la borghesia affermarsi definitivamente come classe egemone dal punto di vista politico, subentrando a quella feudale.

Durante la rivoluzione industriale le condizioni di lavoro degli operai di fabbrica furono molto pesanti, anche l’assoluta mancanza di ogni tutela dei loro diritto e per il divieto imposto dai governi di associarsi per ottenere miglioramenti salariali e normativi.

La giornata lavorativa era di quattordici ore e spesso fu portata a sedici. La disciplina in fabbrica era ferrea: le macchine dovevano lavorare a un ritmo continuo e veloce e non c’era spazio per riposarsi, né per le pause. Allontanarsi dal proprio posto di lavoro o parlare con un compagno di lavoro venivano considerale mancanze gravi e costavano pesanti sanzioni fino al licenziamento.

Era l’essere umano a doversi adattare alla macchina e non il contrario. Al lavoratore si chiedeva di svolgere un ruolo meccanico e non attivo o intelligente.

I salari erano bassissimi perché i disoccupati erano così tanti che un operaio se scontento poteva essere sostituito in qualsiasi momento.

Particolarmente grave fu la condizione dei bambini e delle donne che, essendo pagati meno, erano utilizzati in gran numero. Costavano meno perché ricevevano un salario più basso e rendevano allo stesso modo. Nelle fabbriche della Scozia nel 1816 su 10.000 operai, 6.850 erano donne e bambini.

In nessun paese esistevano leggi per tutelare i bambini, nemmeno quelli più piccoli.

Dopo le prime lotte operaie, molte delle quali duramente represse,[81] lo Stato inglese approvò la prima legge nel 1819 che prevedeva il limite di età di assunzione dei bambini dai dieci anni in poi e il limite dell’orario giornaliero stabilito in dieci ore. Non c’era, però, alcuna autorità che prevedeva il controllo. Quindi la legge minorile non è stata mai applicata.

Dal 180 era enormemente aumentata l’esasperazione dei lavoratori causata non solo dallo sfruttamento ma anche dalle ripercussioni lavorative consistenti in moltissime morti sul lavoro (storia vecchia nel capitalismo come si vede), malattie professionali, infortuni, miseria, sopraffazioni sulla persona, insomma, gli operai erano (e lo sono tuttora se non si difendono e mettono in discussione questo Modo di Produzione) carne da macello.

Tutto questo era la dimostrazione pratica che gli interessi delle due classi, borghese e proletaria sono inconciliabili. La borghesia ritiene che qualunque sia la sorte dell’operaio, non è compito del padrone migliorarla.

Dalla loro esperienza pratica, gli operai hanno imparato che per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro devono contare essenzialmente sulle loro forze. Impresa difficile perché i padroni hanno dalla loro parte anche i governi i quali rappresentano le classi più elevate che si schierano con i padroni e non con gli operai.

I governi hanno sempre vietato l’associazione dei lavoratori e impedito le varie forme di lotta, in primis lo sciopero. In Germania, addirittura, nel 1845 ogni interruzione del lavoro era severamente punita anche con la pena di morte.

La libertà di sciopero e di associazione alla classe operaia non è stata certamente regalata.

In una società divisa in classi, una classe subalterna, che quindi non detiene il potere, riesce con la lotta a strappare alla classe dominante una concreta libertà, anche se parziale, e sempre in costante pericolo che le sia nuovamente tolta. Questo significa che quando si parla di conquista di concrete libertà in regime borghese, queste non possono che essere libertà che la classe soggetta strappa alla classe dominante, anche se parzialmente e anche se possono essere rimesse in discussione.

Vediamo alcuni esempi. La libertà di riunione e di associazione fu nel periodo della Rivoluzione Francese e precisamente il 14 giugno 1791 con la legge Le Chapelier, abolita per gli operai, in quanto proibiva a loro il diritto di riunione e di associazione, e comminava ai proletari che non osservavano il divieto multe e perdita a tempo determinato dei diritti civili.

Ugualmente in Inghilterra, in periodo di affermazione della dittatura della classe borghese a cavallo tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo è un susseguirsi di leggi che vietano ogni diritto di riunione e associazione per ogni tipo di lavoratori. Lo stesso avverrà in Italia e in altri paesi di più tarda industrializzazione a metà del XIX secolo, dove ogni diritto di coalizione e di resistenza operaia sarà proibita.

Sia in Inghilterra che in Francia e successivamente negli altri paesi, occorreranno decenni di lotte durissime, migliaia e migliaia di morti, centinaia di migliaia di feriti e carcerati, insurrezioni e rivolte, scioperi di milioni di uomini e donne, per strappare ai governi borghesi di questi paesi la libertà di sciopero, di associazione, di coalizione e di resistenza per i lavoratori. In Francia occorreranno le rivoluzioni del 1830 e del 1848 in Inghilterra le lotte del 1825, 1832 e 1859 e la dura cruenta lotta del movimento cartista.

Un’altra battaglia è stata quella di eleggere o essere eletti dei proletari nel parlamento borghese, la richiesta del suffragio universale (dei maschi adulti) era il primo punto della Carta del 28 febbraio 1837 che segna il momento più alto e di massa del movimento operaio inglese. Gli altri punti erano: parlamenti annuali, voto a scrutinio segreto, stipendio ai membri del parlamento, abolizione dei requisiti di censo per i candidati al parlamento, distretti uguali.

Si noti che il cartismo, specie in quel periodo non fu emanazione di ceti piccolo-medio borghesi, ma espressione di tutto il mondo proletario mobilitato a livello di massa. Occorreranno cinquant’anni di lotte per ottenere in Inghilterra il suffragio universale, che sarà concesso solo nel 1918. Lo stesso avverrà nei decessi successivi nelle altre nazioni europee dove, il proletariato chiederà il potere per sé non per le altre classi.

Vediamo ancora la libertà di stampa, in pratica la libertà di scrivere e diffondere le proprie idee.

Nell’Inghilterra dell’ottocento dove vigevano grosse tasse di bollo su ogni copia di giornale (quotidiano o settimanale) venduto. Il prezzo di vendita diveniva così altissimo, tanto che per i proletari era concretamente irraggiungibile l’acquisto di un giornale. Occorsero campagne operaie durate decenni e la sfida lanciata da giornali operai, venduti al prezzo di pochi centesimi e illegalmente senza bollo, per far abolire la legge. Il primo a lanciare la campagna fu il The poor man’s guardian che, su iniziativa del suo direttore Cobbet, fu venduto al prezzo di un penny come protesta “contro la tassa sul sapere”. Altri giornali operai seguirono, in una lotta che durò alcuni lustri, per arrivare al 1836 quando la tassa sui giornali fu ridotta, e infine nel 1855 quando fu abolita.

Il limite di tutte queste libertà che sono state conquistate da parte del proletariato con lotte durissime (durate decenni se non addirittura due secoli) sono avvenute nell’ambito e nel quadro dello Stato borghese, permanendo la dittatura della classe borghese. E quindi in ultima analisi sono state utilizzate dallo Stato borghese per mantenere il proprio dominio. Ciò conferma la correttezza dell’analisi marxista e leninista sullo Stato, secondo cui lo Stato della classe opprime, non può essere utilizzato dalla classe oppressa, ma deve essere demolito dalle fondamenta.

Poiché questo non è avvenuto negli ultimi due secoli, tutte le conquiste operaie, per quanto ottenute attraverso lotte asprissime e prolungate, sono state utilizzate e fatte proprie dalla classe dominante. Se da una parte la conquista di queste liberà, ha allargato le possibilità del proletariato, ma dall’altro sono state utilizzate e “catturate” dalla borghesia che le ha mistificate come proprie libertà. La libertà operaia di associarsi e di costituire leghe e sindacati sono stati utilizzati dalla borghesia per istituzionalizzare il sindacato come ulteriore struttura di sostegno alla dittatura della classe borghese. La libertà di eleggere e di essere eletti è stata usata dalla borghesia per strappare alla loro classe di provenienza gli eletti operai e farne dei borghesi. La libertà di stampa, per l’enorme differenza economica di chi finanzia i giornali (monopoli) è utilizzata dalla borghesia per creare un’opinione contraria agli interessi proletari, e si può continuare con infiniti esempi.

Su tute queste libertà incombe il continuo ricatto da parte della borghesia di essere abolite tutte in una notte (attraverso uno stato fascista per esempio) ove le strutture democratiche-parlamentari non dovessero più essere funzionali per il domino capitalista.

Tutto questo per dire che il diritto del lavoro non è stato un’elargizione da parte dello Stato borghese, ma è un prodotto delle lotte operaie (soprattutto se sono rivolte al cambiamento radicale del sistema).

Ecco perché nel linguaggio giuridico il diritto del lavoro è definito come “elemento che resiste e che restringe lo sviluppo economico”.

   Pertanto il diritto del lavoro non è mai riconosciuto come una delle tante branche giuridiche ma come la forza dei lavoratori di rivendicare la tutela dei loro interessi. È evidente che la sua esistenza dipende dall’espressione di tale forza. Quando i lavoratori smettono di lottare in maniera radicale al di fuori delle compatibilità del sistema, il diritto del lavoro sarà sempre limitato fino ad essere abolito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] http://www.agoravox.it/Lettera-di-minaccia-a-Riina-la.html

 

[2] Si tratta del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (detto appunto anche ECOSOC) che è l’organo delle Nazioni Unite con la competenza principale sulle relazioni e le questioni internazionali economiche, sociali, culturali, educative e sanitarie, e di coordinamento dell’attività economica e sociale delle Nazioni Unite e delle varie organizzazioni a esse collegate.

 

[3] Il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza è stato un organo dei di coordinamento dei servizi segreti italiani, in attività dal 1978 fino alla cosidetta “riforma” dei servizi del 2007.

 

[4] http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/servizi-segreti-ex-capo

 

[5] http://www.reocities.com/cAPITOLHILL/4662/archivio98/gladiospenaco.html

 

[6] Un esempio evidente di operazioni illegittime fu l’operazione Lima quando il SISMI su una sicura sollecitazione di B. Craxi per aiutare A. Garcia (l’APRA è membro dell’Internazionale Socialista) con l’invio di apparecchiature tecnologiche e istruttori in Perù. Da tenere conto che in Perù furono inviati mezzi, che all’epoca erano considerati sofisticatissimi: ponti radio, sensori a raggi infrarossi.

 

[7] In italiano il nome della struttura è Gladio.

 

[8] http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/servizi-segreti-ex-capo

 

[9] Egli è un generale dei carabinieri molto particolare, ha sollevato molte polemiche quando comandava la brigata “Julia”, un suo intervento. Non nascondendo le sue perplessità sul nuovo modello di difesa e la necessità di trovare 40 mila volontari, Federici aveva ricordato che “attualmente i volontari sono 6800 e che nel 98% dei casi provengono da regioni meridionali“. Per il generale la previsione era che, anche a fronte di speciali incentivi, i nuovi volontari arriveranno dal Sud. Si era chiesto “se sia giusto affidare loro la difesa del nostro benessere“. Una questione, quella sui meridionali nell’ esercito, ripresa dalla Lega Nord in una interrogazione parlamentare (http://archiviostorico.corriere.it/1993/febbraio/27/alpino_vertice_dell_Arma_co_0_930227107.shtml) .

 

[10] http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/servizi-segreti-ex-capo

 

[11] Qui sono fin troppo evidenti i fini ricattatori del controllo.

 

[12] http://www.stpauls.it/fc03/0350fc/0350fc32.htm

 

[13]                                     C.s.

 

[14]                                     C.s.

[15] In un’intervista alla trasmissione Report (che si può vedere Youtube) un agente segreto (mascherato per ragioni di ovvia precauzione) disse che Li Causi passava delle notizie a giornalista Ilaria Alpi sui traffici che svolgevano in zona, in particolare sugli scarichi di materiale radioattivo.

 

[16] All’epoca il capo della Polizia.

 

[17] Il sospetto che qualcuno dei servizi l’abbia saputo, e in seguito ci sia stata la solita attività di depistaggio e di copertura, per non far emergere la verità della lotta tra bende che c’era all’interno degli apparati statali.

 

[18] Giancarlo Esposti è stato un terrorista nero, membro della Squadre Azione Mussolini, morì in scontro a fuoco con i carabinieri. Si sospetta che fu freddato per non farlo parlare, in merito alla strage di Piazza della Loggia a Brescia.

 

[19] Giannantoni Volterra, L’operazione criminale che ha terrorizzato l’Italia. La vera storia della Falange Armata, pag. 64.

 

[20]                                                                                   C.s. pag. 66

 

[21]                                                                                   C.s. pag. 78

 

[22] http://www.caminita-altervista.org/ingroia.htm

 

[23] Stefano Menicacci, avvocato (è stato l’avvocato di Stefano delle Chiaie) esponente del Movimento Sociale Italiano prima di Democrazia Nazionale poi, è stato parlamentare per 3 legislature. La sua esperienza parlamentare terminò insieme al nuovo partito.

 

[24] Giannantoni Volterra, L’operazione criminale che ha terrorizzato l’Italia. La vera storia della Falange Armata, pagg. 112-13.

 

[25] Spatuzza con alle spalle 40 omicidi ha accusato Berlusconi di essere dietro gli attentati del 1993.

 

[26] Dico quasi tutti, perché ci sono persone come Claudio Moffa certi fatti non li ha dimenticati.

 

[27] http://archiviostorico.corriere.it/1993/luglio/29/eccidio_islamico-era_isrealiano_co_0

 

[28] Secondo Antonella Beccaria, già autrice di libri come Attentato imminente, dedicato all’affaire Juliano e di E rimasero impuniti, sull’impunità degli assassini di Roberto Calvi, questo sequestro, ci spiega la studiosa, ha molte somiglianze con quello, notoriamente fasullo, di Michele Sindona, fatto per togliere dai guai il sequestrato più che per estorcergli un ricatto. Un riscatto per la liberazione fu pagato. Il denaro arrivò da Israele, portato da uomini del Mossad. Molto probabilmente in cambio della sotterranea collaborazione del Belgio con lo Stato sionista. In fondo Bruxelles ha praticamente il monopolio non solo dei diamanti provenienti dalle sue ex colonie, ma anche dell’uranio, un elemento che fa gola a ogni stato dotato di un potenziale nucleare. Come Israele. Haemers purtroppo non può aiutarci a chiarire il ruolo che ha giocato in questo rapimento, né chiarire i suoi rapporti con la banda del Brabante Vallone. È morto in carcere, nel 1993, impiccandosi a un calorifero alto poco più di un metro, dopo aver svolto il suo utile ruolo.

 

[29] http://antonella.beccaria.org/2010/01/31/quando-la-professione-e-quella-del-depistatore/#more-3828

 

[30] Per gli omicidi della Uno Bianca anche il Sismi di Bologna venne attivato: le indagini, che come si è visto presero direzioni mano a mano rivelatesi sbagliate (volutamente) che coinvolsero anche Mancini, che fu indagato con un Maggiore dei Carabinieri, dalla Procura bolognese per una vicenda marginale, collegata a un bossolo recuperato in un tiro a segno. L’inchiesta finì in archivio in sostanza un altro depistaggio.

 

[31] Secondo la versione ufficiale a sparare sarebbe stato il maresciallo Mantella. Pochi minuti dopo la strage arrivano i servizi segreti (Mancini) che bloccano tutti gli accessi alla caserma e impediscono i normali accertamenti e le relative indagini dei carabinieri della vicina stazione di Sant’Agata sul Santerno , molto vicina che sono immediatamente accorsi sul posto, ….arrivando tardi. Gli uomini dei servizi non faranno entrare né ‘il fratello del Mantella , anch’egli sottufficiale dei carabinieri, ne’ gli uomini della “scientifica”. Poi gli ufficiali dei servizi se ne vanno portando via documenti trovati negli archivi della caserma. L’omicida era stato sentito nei giorni precedenti pronunciare frasi come “…Ci uccideranno tutti, i terroristi sono tra noi…”. un ipotesi (che ovviamente non è suffragata da nessuna prova, poiché la magistratura non ha svolto indagini in questa direzione) il maresciallo avrebbe visto uno dei nascondigli di armi di Gladio, nascoste in quel periodo nelle caserme dei carabinieri e che secondo alcuni giornalisti sarebbero state utilizzate dalla banda delle Coop. http://www.uonna.it/cronos.htm

 

[32] Ci sono dei collegamenti indiretti con la banda della Uno Bianca. Nel marzo del 1992 un ex parà dei carabinieri, commilitone di Damiano Bechis e radiato con lui dopo l’irruzione in Aspromonte durante la quale un’anziana donna morì d’infarto. Mauro Cauli, 25 anni, e’ stato arrestato ieri dai militari dell’ Arma. E stato convocato in caserma con un pretesto e lì sono scattate le manette. Lo accusano di aver fornito armi al gruppo della Uno bianca.

 

[33] Giovanni Spinosa, L’Italia della Uno Bianca, pag. 10.

 

[34] http://archivio.siciliainformazioni.com/cronaca-regionale/catania-arrestato-ponari-lo-007-de-noantrie-linventore-della-penna-pistola/

 

[35] Giovanni Spinosa, L’Italia della Uno Bianca, pag. 367.

 

[36]                                              C.s. pagg. 342-343

 

 

[37]                                               C.s.

 

[38] http://www.losai.eu/7-tecniche-con-cui-la-

 

[39] https://www.senato.it/documenti/repository/leggi_e_documenti/raccoltenormative/30%20-%20stragi/Leg.%20XII/Resoconti/n.%2010%2015%202%2095.pdf

 

[40] http://www.affariitaliani.it/cronache/spinosa-uno-bianca160312.html?refresch_cens

 

[41] La crescita di questa piccola e media borghesia è stata determinata in parte dal decentramento delle unità produttive. La borghesia tende a organizzare unità produttive più piccole, a combinare nello stesso luogo lavoratori dipendenti da aziende diverse sottoposti a diversi contratti e condizioni di lavoro, a delocalizzare aziende e a scombinare frequentemente l’organizzazione del lavoro, a generalizzare rapporti di lavoro precario, atipico, in nero, ecc. In Italia come in tutti i paesi imperialisti, la piccola e media impresa non ha nessuna reale autonomia economica. Sono le grandi società a fare ricerca e sviluppo. La gran massa dei lavoratori autonomi (artigiani, negozianti ecc.) è composta d’individui sempre meno autonomi, poiché molti di loro (artigiani, negozianti ecc.) dipendono strettamente dai servizi dei monopoli industriali e dalle banche per le forniture, per le vendite, per le tecnologie, per il credito e dallo Stato per i regolamenti che inquadrano le loro attività, per il regime fiscale e per i contributi pubblici al loro bilancio.

[42] Fonti: Gazzettino 29.09.1982, Il Piccolo 29.09.1982, L’Unità 30.09.1982, Patria indipendente 23.01.1983 – Ricerca di Luigi Grimaldi.

[43] G. Serravalle, Gladio, Edizioni Associate Roma 1991.

[44] L. Grimaldi, Da Gladio a Cosa Nostra, Edizioni Kappavu.

 

[45] L’esplosivo al plastico usato contro Falcone e Borsellino è dello stesso tipo di quello inviato dalla Croazia alle cosche palermitane.

[46] http://fabiopiselli.blogspot.it

 

[47]   C.s.

 

[48] http://.huffintonpost.it/2013/10/08/strage-di-capaci-indagine-estremisti-destra

 

[49] http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/08/stragi-di-mafia-per-pm-ha-nome-faccia-da-mostro-cerniera-tra-stato-e-cosa-nostra/736287/

 

[50] http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/07/news/inchiesta_italiana_7_maggio-3876272/

 

[51] All’epoca era il capo del Sistema informazioni difesa.

 

[52] Piduista, quindi direttore del Sismi tra il 1978 ed il 1981.

 

[53] A Londra,

 

[54] http://19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=7736:trattativa-di-carlo-servizi-segreti-volevano-fermare-falcone&catid=19:i-mandanti-occulti&Itemid=38

 

[55] Se queste affermazioni fossero confermate i cattolici tradizionalisti, ho scomunicano questi papa ho escono in massa dalla Chiesa Cattolica fondandone una più “vera e autentica”, dal loro punto di vista s’intende.

 

[56] Prescindendo dal fatto che quello che intende Magaldi per sinistra o progressismo non implica il cambiamento della società capitalista, ma una sorte di razionalizzazione, una modernizzazione del sistema.

 

[57] http://www.libertaepersona.org/wordpress/2015/01/le-super-logge-svelate-dal-fratello-gioele-magaldi/

 

[58] http://www.grognards2011.it/2014/11/enzi-e-draghi-massoni-la-guerra-tra-super-logge

[59] http://www.movisol.org/draghi3.htm.

 

[60] Questi processi non sono lineari. Non tutta la vecchia classe dirigente politica si pone sul terreno di resistenza alle trasformazioni in atto, una parte di essa sale sul treno di quello che possa sembrare il vincitore. In Italia c’è la spaccatura del vecchio triangolo che aveva governato gli anni ’80 il CAF (Craxi, Andreotti, Forlani). Da una parte si ha Craxi e dall’altra Andreotti e Martelli (l’ex delfino craxiano) che si pongono alla testa del “rinnovamento” (lotta alla Mafia, rivelazioni su Gladio).

 

[61] http://archiviostorico.corrier.it/1996/febbraio/07/Manolo_tornerà_Italia

 

[62] http://archiviostorico.corrier.it/1996/settembre/28/Adesso_Manolo_pentito

 

[63] http://paolofranceschetti.blogspot.it/2010/04/17-omicidi-non-per-caso-i-misteri-di.html

 

[64]                                                                   C.s.

 

[65] http://paolofranceschetti.blogspot.it/2007/12/il-mostro-di-firenze-quella-piovra-che.html

 

[66] Il ricorso da parte della borghesia a opzioni politiche (e ideologiche) che portarono al potere personaggi come Hitler e Mussolini, si può paragonare al culto e alla divinizzazione dell’imperatore del Basso Impero Romano. Tutto ciò esprime un sintomo di decadenza che costituisce la decomposizione dell’ideologia dominante.

 

[67] http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmpbm30-010086.htm

 

[68] http://archiviostorico.coriere.it/1996/luglio/25/Cardella_spunta_impero

 

[69] Costituzione di una Commissione nazionale di studio in materia di funzioni del Giudice Tutelare e dell’Amministratore di Sostegno.

Psichiatria Democratica e Magistratura Democratica hanno costituito una Commissione di Studio perché il Paese si doti di uno strumento di legge (Amministratore di sostegno) che serva a sostenere adeguatamente le persone in difficoltà, soprattutto oggi che progressivamente si vanno svuotando gli Ospedali Psichiatrici. L’obiettivo che ci si prefigge è quello da un lato di limitare ai soli casi estremi il ricorso agli istituti dell’inabilitazione e dell’interdizione e dall’altro a far sì che l’attenzione si sposti dalla “roba” alla quotidianità della persona. Responsabili della Commissione sono stati designati i dottori E. LUPO e L. ATTENASIO per P.D. e il dottor AMATO per M.D.

 

Roma 1997

 

Comunicato Stampa

 

PSICHIATRIA DEMOCRATICA MAGISTRATURA DEMOCRATICA

 

   In relazione al Progetto di Legge relativo alla costituzione dell’ Amministratore di sostegno per i cittadini in difficoltà anche temporanea a causa di menomazioni o malattie o a causa dell’età, presentato dal governo lo scorso luglio, Psichiatria Democratica, attraverso i rispettivi Segretari nazionali dott. Emilio LUPO e Vittorio BORRACCETTI, richiamano l’attenzione del Governo e del Parlamento tutto, acchè sia promossa sul tema una ampia e rapida consultazione di quelle realtà nazionali impegnate a fianco dei meno garantiti.

   P.D. ed M.D. auspicano che in tempi brevi il Paese si doti di uno strumento che garantisca diritto di cittadinanza e dignità di vita a quei a quei cittadini cui oggi è concessa la sola interdizione.

   LUPO e BORRACCETTI si dicono, infatti, preoccupati dal fatto che, in assenza di disposizioni più adeguate e rispondenti alle necessità del singolo in difficoltà, possa concretizzarsi il pericolo che in talune realtà, nel corso del processo di chiusura dei manicomi si promuovano interdizioni di massa.

 

Settembre 1997

 

   Invito al Governo ed al Parlamento perché riprenda e concluda la discussone sui progetti di legge psichiatria Democratica e Magistratura Democratica invitano il Governo ed il Parlamento a voler adoperarsi perché la Commissione giustizia della Camera dei Deputati riavvii la discussione ed il confronto – in Commissione Giustizia – sul testo unificato dei progetti di legge nn. 960 e 4040, relativamente alle “Disposizioni in materia di funzioni del Giudice tutelare e dell’Amministratore di sostegno”. Le due Associazioni che nei mesi scorsi hanno trovato nell’Onorevole Giuliano PISAPIA (allora presidente della Commissione) un attento e sensibile interlocutore, oggi rinnovano l’invito a tutti che hanno a cuore lo sviluppo di pratiche dei diritti, perché il testo della Commissione – con le opportune modifiche ed integrazioni – costituisca l’utile base di una discussione rapida e definitiva.

 

Napoli, Gennaio 1999

 

 

  

[70] Freud, Il disagio della civiltà.

[71] Quello che fu definito Bunga Bunga potrebbe essere stato un rito di magia sessuale praticato in molti ambienti altolocati. Afferma a proposito Magaldi: “Infatti, a differenza della P2, che trascurava molto l’aspetto “rituale”, al Fratello Silvio l’Esoterismo e le cerimonie occulte piacciono molto…specie quelle di magia sessuale…    Specie quelle che coinvolgano in un “sol colpo” alcuni presunti Illuminati Massoni e alcune fanciulle scelte all’uopo per la loro potenzialità erotico-iniziatica “sottile (Julius Evola docet) e non per un’adeguata qualificazione spirituale. Questo, almeno, accadeva prima che il Fratello Silvio perdesse la bussola della propria Via contro-iniziatica e iniziasse a praticare il Bunga-Bunga de noantri…    Ma le/i testimoni di quei riti più raffinati restano: spetta solo alla libera informazione italica (se c’è) di convincerle/i a “vuotare il sacco”.    Di lì, da quei riti di magia sessuale che, al contrario del Bunga-Bunga (in cui il Grande Satiro è pressoché l’unico Fruitore), vedevano coinvolti molteplici importanti (e qualificati) personaggi dell’entourage berlusconiano, non sarà difficile risalire ad alcuni importanti componenti della “Loggia del Drago”, tra le cui attività non è mai mancata la possessione rituali di “Vergini”, intese in senso “iniziatico”, come con rara precisione e raffinatezza ebbe a dichiarare la steineriana Veronica Lario”. http://www.grandeoriente-democratico.com/il_massone_fascista_Licio_Gelli_l_Anello_della_Repubblica_e_la_perdurante_ignoranza_degli_italiani_sulla_Massoneria.html

 

[72] Georgi Dimitrov, L’OFFENSIVA DEL FASCIMO E I COMPITI DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA NELLA LOTTA L’UNITà DELLA CLASSE OPERAIA CONTRO IL FASCISMO – RAPPORTO PRESENTATO AL VII CONGRESSO DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA IL 2 AGOSTO 1935.

 

[73] Il Sole 24 0re, 28 agosto 1996.

 

[74] Il Sole 24 0re, 29 agosto 1996, pag. 13.

 

[75] http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/13/manager_commessi_negozio_muoveranno_sui_cl_0_0209132449.shtml

[76] http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/21/pause-ridotte-cassa-integrazione-straordinari-pilastri-%E2%80%9Cmodello-pomigliano%E2%80%9D/172169/

 

[77] http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/All/IT/Tool/Press/Single?id_press=592&year=2013

 

[78] http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1997/03/21/Politica/PRC-56-DIRIGENTI-A-BERTINOTTI-NO-A-PACCHETTO-TREU_125500.php

 

[79] http://www.icebucarestnews.ro/userfiles/file/LA%20PRESENZA%20ITALIANA%20IN%20ROMANIA%202014.pdf

 

[80] Ci ricordiamo i due marò questi “eroi” uccisori di pescatori indifesi, dove erano? Su una nave mercantile. E nessuno si è chiesto cosa ci stavano a fare? Se c’è una normativa che li consente? Ebbene si, in base al DECRETO-LEGGE 12 luglio 2011, n. 107 Proroga (delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l’attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonche’ degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione). Misure urgenti antipirateria. (11G0148) (GU n.160 del 12-7-201) ha permesso la convenzione tra gli armatori e il Ministero della “Difesa” (ma forse si intende difesa degli armatori e degli industriali in genere).

 

   Ci si chiederà se è possibile che un corpo di élite della marina non abbia nulla di più importante a cui pensare che fare la guardia giurata dei privati?    Esso è possibile poiché è un nuovo modo per fare cassa, poiché gli armatori sono pagati dal ministero. Dopo dismissioni e svendite del patrimonio, tasse e tagli a spese sociali, istruzione e ricerca, ecco a voi affitto di militari scelti. Un’ulteriore dimostrazione che l’austerità non ha come conseguenza solo il peggioramento delle condizioni sociali ma arricchimento di chi è già ricco.

Del resto, ci siamo abituati all’impiego dell’esercito per cose che non gli competono istituzionalmente, per spot elettorali, tipo la “sicurezza” o l’emergenza neve; situazioni nate per dare solennità e importanza ad alcuni temi.

 

[81] L’episodio più grave di repressione si ebbe a St Peter’s Fields, vicino a Manchester, nel 1819, quando fu usata la cavalleria per disperdere un raduno di 50 000 persone che chiedevano una riforma parlamentare, provocando undici morti e 500 feriti. Questa strage fu approvata da tutta la classe politica inglese: e poiché anche il duca di Wellington, il vincitore della battaglia di Waterloo, espresse pubblicamente il suo sostegno nei confronti degli ufficiali che avevano ordinato la carica dei dimostranti, l’episodio venne sarcasticamente ribattezzato massacro di Peterloo.

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~ di marcos61 su ottobre 8, 2015.

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