SERVIZI SEGRETI NELLE CARCERI PER FARE COSA?

 

 

   I servizi segreti sono degli elefanti fuori controllo. Possiedono armi, soldi, perfino delle flotte aeree, il tutto fuori da ogni controllo pubblico.

   In Italia, prima il Copaco e dal 2007 il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica avrebbe dovuto esercita tale controllo. Di fatto, tali strutture si sono limitate di dare una copertura “democratica” a politiche e operazioni illecite e arbitrarie.

   Ma non c’è solo questo. Sorgono strutture clandestine in ambienti particolari come le carceri.

   Nel quotidiano Il Manifesto del 31 maggio 2006 c’è a notizia che nel settore carcerario è stato varato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) un ordine di servizio che istituisce una rete d’intelligence interna alle carceri per sorvegliare i detenuti, i loro rapporti con l’esterno e gli agenti.

   In sostanza, si tratta di una sorta di superservizio segreto carcerario, una rete che opera al di là d’ogni gerarchia interna, senza un atto pubblico che ne regoli finalità, modus operandi, organismi di e quantità di forze assegnate.

 

 

Il protocollo farfalla

 

 

   Quasi contemporaneamente alla diffusione di questa notizia, a San Giovanni Vesuviano avviene un’esplosione in una farmacia.

   C’è qualcosa di strano in quest’esplosione. Il clan predominante, quello dei Fabbrocino, è così potente che non aveva bisogno di fare la guerra ai farmacisti, tanto meno a uno solo di loro.

   Dalle intercettazioni del telefono del farmacista emerge che l’attentatore è un vecchio appartenente alla Nuova Camorra Organizzata, Antonio Cutolo, parente alla lontana del più famoso Raffaele. 

   La Nuova Camorra Organizzata era nata nelle carceri (e legata a doppio filo con i servizi segreti) negli anni ’70 e ’80. Vincenzo Casillo, il numero due di Cutolo, aveva in tasca la tessera dei servizi quando accendendo il motore d’avviamento della sua macchina, accese senza accorgersene anche l’esplosivo che aveva sotto il seggiolino.

   Quando viene perquisita l’abitazione di Antonio Cutolo, accanto a lui, si trova suo fratello, che avrebbe dovuto essere all’ospedale moribondo. Ma c’è una cosa molto strana, Antonio Cutolo era stato condannato all’ergastolo e avrebbe dovuto essere in prigione, invece è a San Giuliano Vesuviano a mettere bombe ai farmacisti e a condurre summit di Camorra.

   Ma le sorprese non sono finite. Si presenta al magistrato che sta conducendo le indagini, la Di Monte, il colonnello Raffaele Del Sole, il capo del SISDE della Campania.[1] Egli afferma che Antonio Cutolo è uno che tramite il DAP passa delle informazioni confidenziali. Inoltre, fa parlare la Del Sole con un altro magistrato, Salvatore Leopardi, che viene presentato come un dirigente di un ufficio investigativo, di polizia giudiziaria che opera dentro il circuito carcerario. Quest’ufficio era stato voluto da Giovanni Tinebra. Tinebra e Leopardi avevano lavorato alla Procura di Caltanissetta durante gli anni del grande falso: l’inchiesta della strage di Via D’Amelio che ha portato in carcere undici innocenti, di cui sette condannati all’ergastolo. Tinebra quei tempi aveva il ruolo chiave di procuratore capo e Leopardi quello di sostituto procuratore.

   C’è un altro aspetto strano di questa faccenda, Leopardi che è un magistrato, non va dal Procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia di Napoli ma va dai servizi e si presenta solo quando viene arrestato un suo informatore.

   Ricapitoliamo, c’è un ergastolano libero fa il bombarolo, che per liberarlo si muovono un ufficiale dei servizi e un dirigente di una struttura misteriosa del DAP.

   Il termine protocollo Farfalla viene per la prima volta usato nel 2012 da Nino Di Matteo, il sostituto procuratore palermitano, durante l’interrogatorio dell’ex dirigente del DAP Sebastiano Ardita, nel processo contro Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per il mancato arresto di Provenzano. È il magistrato a pronunciare questo termine, egli conferma di sapere dell’esistenza di un protocollo chiamato in quel modo, ma essendo coperto dal segreto di Stato non ne ha mai preso visione.

   Quello che si sa è che si tratta di un protocollo di poche cartelle su carta intestata del SISDE firmato da Salvatore Leopardi, poco dopo il suo arrivo alla direzione dell’Ufficio ispettivo, e dal direttore del SISDE di allora, il prefetto Mario Mori. Questo protocollo dovrebbe disciplinare l’attività di cooperazione tra il DAP e il SISDE.

  I punti salienti di questo protocollo sono preceduti da una serie di premesse che ricordano le funzioni legalmente attribuite al SIDE e al DAP, e preannunciano vaghe iniziative comuni che potrebbero essere prese in futuro come la condivisione all’accesso delle rispettive banche dati, iniziative reciproche di formazione del personale ecc., tutte attività generiche. Poi il documento alluderà, in modo più o meno esplicito, a iniziative comuni per l’analisi e il monitoraggio della situazione carceraria, il che significa la creazione di una centrale di ascolto che dovrà operare, sia dentro che fuori le carceri, con finalità che non si limitano più all’attività carceraria, ma si allargarono a possibili attività “terroristiche” (in sostanza quello che è spacciato per terrorismo) o anarco-insurrezionalistiche.

   Quello che si sa di questo protocollo, lo è grazie ad un articolo dell’Il Manifesto e dai documenti allegati a un’interrogazione parlamentare con i deputati Mascia e Migliore.

   Da questi documenti emerge che nel Protocollo Farfalla c’è una clausola molto particolare che estende il segreto non solo alle strutture del SISDE (che essendo un servizio segreto potrebbe apparire logico)[2] ma anche alle strutture del DAP coinvolte in quest’accordo. In sostanza tutte le informazioni che passano dalle carceri e che sono raccolte dalla struttura delle intercettazioni che opera al DAP non saranno mai trasmesse all’autorità giudiziaria.

   In questo comma si annida un’oggettiva violazione all’obbligo che la polizia giudiziaria ha di trasmettere all’autorità competente il più rapidamente possibile ogni notizia di reati in cui venga in possesso. La polizia penitenziaria e il GOM fanno parte a tutti gli effetti della polizia giudiziaria. Quale ragione di Stato può imporre l’esclusione dei magistrati dalle carceri? Teniamo conto che questo protocollo dovrebbe essere seguito dai diversi soggetti che operano nelle carceri: direttori del carcere, educatori, ispettori penitenziari, personale del GOM, ecc.

 Se un detenuto (comune o in 41bis) avesse l’intenzione di collaborare con la magistratura o in ogni modo volesse, trasmette delle informazioni significative ai magistrati, in tutti questi casi il protocollo prevede che siano aggirate le strutture e le gerarchie amministrative istituzionali e che sia attivata immediatamente una comunicazione diretta con il capo dell’Ufficio ispettivo, mantenendo la segretezza ed evitando, nel modo più assoluto, di informare i terminali dell’autorità giudiziaria dirottando invece il flusso delle informazioni al DAP che a sua volta le comunicherà al vertice del SISDE (ora AISI). Dunque il carcere sarebbe sottratto al controllo dell’autorità giudiziaria e finirebbe nelle mani del SISDE che in questo modo opererebbe in maniera segreta e senza controllo.

   Non bisogna essere dei dotti giuristi per capire che tutto ciò è anticostituzionale. La Costituzione non afferma che le carceri debbano essere consegnate ai servizi segreti.

   Ma non è tutto. Le competenze di questa struttura e conseguentemente delle intercettazioni, non sarebbero limitate alle carceri ma potrebbero estendersi fuori di esse in qualsiasi settore della vita civile (quello sindacale per esempio).

   C’è da chiedersi qual è l’oggetto di questo segreto e di questa rete di spionaggio, qual è la sua necessità.

   Non potrebbe che l’oggetto del segreto possa essere la cosiddetta trattativa Stato-Mafia ma soprattutto la gestione del carcere nei confronti dei detenuti sottoposti a 41 bis?

   Che quest’ipotesi non sia sballata, lo rende evidente l’ostacolo che i GOM fecero a un’inchiesta, che ha visto indagati alti magistrati e agenti, aperta dalla Procura di Roma.

   Queste indagini nascevano da un’inchiesta precedente su mafiosi incarcerati (guarda caso). In quest’inchiesta si era scoperto il tentativo di orientare le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia da parte di “strani personaggi”. Tra gli avvicinati c’era il pentito Nino Giuffrè che aveva fatto il nome di politici importanti e del loro collegamento con Cosa Nostra.

   Ora i magistrati vogliono sapere se gli uomini del GOM abbiano segnalato i nomi di chi stava pensando di pentirsi. Anche l’ufficio di Pio Pompa (il personaggio che fu coinvolto in diversi scandali inerenti il SISMI),[3] redige per il SISMI un appunto su Giuffrè.[4] Stando al SISMI attorno a Giuffrè si stava organizzando “la verosimile predisposizione di un ulteriore iniziativa mediatico-giudiziaria in pregiudizio del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi e dell’Onorevole Dell’Utri”.

   Per questo motivo l’ufficio di Pompa comincia a monitorare i magistrati che avevano a che fare con i mafiosi che si dissociavano. Nel 1996 tre senatori meridionali del CCD avevano presentato un progetto di legge sulla dissociazione dei mafiosi, che consisteva che dopo un periodo di “riabilitazione” il mafioso riacquistava la libertà e conservava il patrimonio (in sostanza faceva bingo).

   Uno degli aspetti chiave di quest’inchiesta è la genesi del pentimento di Giuffrè, essa punta a capire gli scopi dell’ufficio ispettivo.

   Sull’operato di quest’ufficio Alessandro Margara, uno “storico” della magistratura di sorveglianza in un’intervista dice:

D. Procedure di quel tipo le sembrano legali?

R. Assolutamente no. Ci sono sempre stati forti sospetti, se non timori, che controlli e intercettazioni di qualche genere si estendessero a tutto l’ambito penitenziario, compresa l’alta sorveglianza dove ci sono molti reclusi per reati mafiosi. Ma il controllo dei detenuti o di determinati ambienti già oggi è possibile con strumenti che possono ben prescindere da quelli descritti negli ordini di servizio da voi resi noti. E comunque usare strumenti tecnologici di tipo “americano” ha bisogno di una giustificazione che venga da fonti ben più alte di quella di un particolare dirigente di un determinato ufficio”.[5]

   C’è da chiedersi, cosa intende Margara quando parla di strumenti tecnologici di tipo “americano”? E cosa ne sa del possibile utilizzo? E perché tace?.

   Una cosa sottintende, che dietro ci sia un’operazione politica molto più vasta di quanto si possa intendere.

    E che questa struttura sia tuttora operante nelle carceri si può dedurre dall’esposto denuncia fatto da Paolo Dorigo contro Alberto Fragomeni + altri e ignoti, scritto tra marzo e maggio del 2004, mandato al Dr. Guariniello Sost. Procuratore della Repubblica di Torino, dove si denuncia la presenza nelle carceri dei servizi quali la DIA, il SISDE, il SISMI, il CESIS e altri, attraverso personale con doppio stipendio, trasformando così le carceri, in particolare quelle del circuito di massima sicurezza 41bis, in strutture di regime dipendenti dai ministeri degli interni e della difesa, stile “segrete.[6]

   Un’altra prova dell’esistenza di una Gladio carceraria è emersa dall’inchiesta

sulla Dssa: una polizia parallela operante “ufficialmente” su più fronti:

monitoraggio degli ambienti extracomunitari per individuare gli eventuali estremisti

islamici, caccia ai militanti (e anche agli ex militanti) della sinistra rivoluzionaria

(come Cesare Battisti) fino ad arrivare a occuparsi della protezione del Papa.

A capo di questo servizio, è Gaetano Saya, fondatore del nuovo MSI. Si

dichiara agente coperto e quando lo arrestano a Firenze per associazione per

delinquere, rifiuta di rispondere all’interrogatorio con la motivazione di non tradire

“il segreto Nato”. Infatti, tra il “personale professionista fidato e selezionato”

vantato dalla Dssa, è risultato che oltre che dalle forze di polizia (sia agenti in

servizio che in congedo).

   La fretta con cui il ministro degli interni quando annunciò da Roma che era

stata liquidata una “banda di pataccari”, tradiva le reali intenzioni di coprire tutto.

E’ risultato che gli uomini della Dssa avevano le chiavi per entrare liberamente nel

centro elaborazione del Viminale, oltre a disporre di placche e pass che davano loro

libero accesso in questura come in altre sedi, usando auto di servizio. Non solo: il

materiale illustrativo della Dssa circolava liberamente all’interno dei vari corpi,

dove avveniva il reclutamento, specialmente tra i GOM della penitenziaria.

   Il grado di operatività della Dssa, si può rilevare in un servizio del 20 maggio 2004 comparso su News Settimanale[7] originato dalla pubblicazione di diversi fotogrammi di un video girato a Baghdad, dove Fabrizio Quattrocchi era ritratto

nella sua attività non di “body guard da discoteca”, ma di “agente contractor” nel

corso di “missione coperta” volta a “combattere i terroristi”, si è presentato la Dssa

come “una rete invisibile contro il terrore”, definita nel gergo dei mercenari come La

Dottoressa, presente in Iraq in operazioni ad alto rischio con “mezzi in dotazione alle

forze militari presenti in quel teatro” e “permessi governativi” rilasciati dal

“dipartimento della Difesa degli Stati Uniti”.

 Che ci troviamo di fronte alla stessa struttura, lo si può dedurre dalle testimonianze di Fabio Piselli ex parà della Folgore e come si diceva prima di Paolo Dorigo. Fabio Piselli in un suo articolo rintracciabile nel Link http://fabiopiselli.com/2008/01/11-spionaggio-elettronico-e-falange.htm  racconta

che la è stata tutta una serie di operazioni, che gli operatori della Falange Armata

avevano competenze nelle attività di captazione elettronica, di mascheramento, di

intercettazione e di penetrazione di sistemi elettronici, oltre alla specifica

competenza nel terreno dell’azione psicologica. Interessante quando racconta la

storia di un giovane paracadutista di carriera accusato di rapina e perciò finito in

galera: “C’è stato, nell’autunno del 1986, un giovane paracadutista di carriera che aveva compreso che alcune efferate rapine compiute da una banda in Emilia Romagna (formata da ex parà e non quella della uno bianca che sarebbe stata attivata poco dopo)[8] avevano caratteristiche militari comuni al suo addestramento, il quale si è rifiutato di partecipare a talune attività, il quale nel 1986 denunciato da un transessuale, povero soggetto debole gestito e manipolato da un operatore istituzionale. Quest’ultimo ha sviluppato in oltre un anno, una informativa, non inviata immediatamente alla AG ma utilizzata ai fini di pressione contro il giovane parà che una volta preso atto della sua inutilità è stata inoltrata causandone l’arresto nel 1988, accusato di rapina è finito perciò in galera, rovinato socialmente e professionalmente e soprattutto screditato di fronte ai propri colleghi eventualmente capaci di rendere testimonianza, perché l’isolamento all’interno di un reparto d’azione avviene non per cause legate a fatti violenti, ma per il timore di essere accumunati ad un collega che “dicono” di essere mezzo “frocio”, amante di transessuali oppure mezzo pazzo, descrizione che è stata applicata in ogni fatto di cronaca che ha riguardato un paracadutista. Il paradosso e la magnificenza dell’operazione falange armata è stato proprio quello di utilizzare quello stesso paracadutista, posto in un supercarcere per 77 giorni, come un operatore idoneo per penetrare le celle di terroristi e trafficanti di armi e piazzare i sistemi di captazione dei colloqui ambientali, il quale pur se sottoposto a continue vessazioni all’interno di una gabbia, sia dalle guardie che dai detenuti, posto in un carcere civile e non militare perché chirurgicamente a posto poche settimane prima, pur se ingiustamente arrestato proprio a causa dei colleghi , pur se cosciente di essere stato sostanzialmente depersonalizzato ha comunque condotto positivamente il proprio lavoro, accettandone gli elevati rischi di ritorsione da parte di questi soggetti attenzionati, con i quali condivideva la prigionia”.

   Personalmente non credo molto che il giovane paracadutista sia stato incastrato, ma che abbia fatto parte di un’operazione d’infiltrazione all’interno del carcere. Infiltrazione che riguardava soprattutto gli ambienti politici.

   L’infiltrazione in carcere negli ambienti politici non è certamente una novità:

Ronald Stark, cittadino statunitense, arrestato a Bologna nel 1975 con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti. Durante la detenzione Stark entra in rapporto con militanti delle Brigate Rosse tra i quali Curcio (che non denunciò mai questa situazione) conquistandone la fiducia e di altre formazioni politiche. Ebbene, durante

la prigionia tenne continui rapporti con il consolato USA, con funzionari della polizia

italiana e con un funzionario libico.

   In seguito Stark si mise in contatto un militante di Azione Rivoluzionaria, una

formazione anarcosituazionista, Enrico Paghera. Ebbene sarà questo Paghera, che si

“pentì” e collaborando permise l’arresto dei militanti di Azione Rivoluzionaria.

Paghera in un’intervista a Panorama del giugno 1988[9] sostenne di essere stato

arruolato da Stark in carcere e di avere avuto dall’amerikano l’indicazione di un

numero del Viminale cui fare riferimento. Quando nel 1978 alcuni militanti

di Azione Rivoluzionaria furono arrestati, furono trovate alcune piantine di un

campo di addestramento sito in località Ball Beck, nei pressi del villaggio libanese di

Taibe, corredate con indirizzi di funzionari libici con cui prendere contatto in caso di

bisogno. Autore di questo prontuario era proprio Stark. Poche settimane dopo Stark

fu scarcerato con provvedimento dell’11 aprile 1979, effettuato da Giorgio Floridia,

giudice istruttore del tribunale di Bologna, con la motivazione, basata su un’impressionante serie di prove scrupolosamente elencate, che il medesimo era

un agente della CIA e che in tale veste aveva operato.[10]

   Ora parliamo di quella che si potrebbe definire “l’operazione Sacchetti”.

Marino Sacchetti ex carabiniere,[11] cittadino italo – svizzero e capo delle guardie del

“principe di Seborga” e amico della famiglia antesignana dei Savoia, i conti di Aosta

divenne il capo della Legione Brenno.

   La Legione Brenno, il cui nome si rifà al leggendario capo dei Galli e che

s’ispira ai cavalieri templari, era stata fondata da alcuni ex carabinieri nei primi anni ’90 per sostenere le formazioni croate dell’Hos, ossia, il Partito fascista al potere in Croazia.

   La Croazia con l’esplodere della guerra civile nella Repubblica Federale

Jugoslava (che divenne un terreno di scontro dei vari imperialismi) divenne il luogo

dove s’intrecciarono il traffico di stupefacenti, che arrivavano attraverso la rotta

balcanica controllata dalla mafia turca e quello delle armi. In Croazia arrivarono combattenti da paesi diversi. Secondo il Corriere della sera del 24.11.1997[12] Fiore il capo di Forza Nuova sarebbe uno dei coordinatori della rete nera che converge intorno a un misterioso “Gruppo dei quaranta”: una sorta di “soccorso nero” che raccoglie i resti di formazioni come i Nar, Ordine nuovo, Terza posizione. Scrive G: Olimpio in quest’articolo: “I neofascisti puntano all’ampliamento di una rete europea di sostegno all’eversione di destra con agganci nel mondo nel mondo dei Servizi segreti occidentali, quello tenebroso dei mercenari e delle formazioni paramilitari”.[13] Sempre secondo il Corriere il gruppo ha operato in scenari di guerra come quello dell’ex Repubblica Federale Jugoslava. Perciò Sacchetti e la Legione Brenno operavano dentro il quadro dell’Internazionale nera e dei servizi segreti.

   Sacchetti, pur classificato detenuto EIV nel 2001, recandosi per l’appello a

Venezia, fu assegnato ad una sezione di transito del carcere di Verona, luogo di non

massima sorveglianza, anziché degli istituti deputati a questo genere di assegnazioni

temporanee, Belluno (dotato di braccetto speciale) e Vicenza (dotato di sezione AS).

Paolo di questo periodo ha un ricordo (che è anche una denuncia) molto pesante, nell’aprile 2001in un volantino da un detenuto politico molto noto fece circolare nel movimento dove Sacchetti e Giuseppe Mastini (conclamato collaboratore di giustizia) furono spacciati come compagni. Questo detenuto (come altri) protegge Sacchetti (giunto a Biella da Nuoro, dove direttore, era guarda caso Fragomeni), per questo Paolo lo rimprovera perché lui sapeva e taceva. Qui comincia un aspetto inquietante, dopo che Paolo durante la socialità pensa a un’aggressione verso Sacchetti (che per altro l’avrebbe rivendicata come azione proletaria contro i collaborazionisti nelle galere) comincia la tortura. Una tortura che da anni denuncia.

   Le denunce di Paolo significa che questa gladio carceraria usa gli strumenti

per la tortura elettronica. Tutto ciò è illegale e anticostituzionale. A tutti quelli che

appaiono increduli su questa forma di tortura, bisognerebbe che chiedano come mai

tutte le carceri sono interconnesse via satellitare al Ministero di Giustizia.

   Questo sistema torturatorio si è sviluppato ed esteso dopo l’11 settembre, pensiamo solamente a Guantanamo.

 

 

L’UFFICIO PER LA GARANZIA PENITENZIARIA

 

 

   Centrale per questo discorso è l’Ufficio per la garanzia Penitenziaria (U.Ga.P).

   Con l’ordine di servizio n. 610 del 6 luglio 1993, a firma del Direttore Generale dell’Amministrazione Penitenziaria Adalberto Capriotti, si ristruttura il servizio di Segreteria Generale del Dipartimento, considerando, tra le altre, la necessità di istituire una sezione per il coordinamento delle attività operative di Polizia penitenziaria.

   Si è trattato, di fatto, di istituzionalizzare (in altre parole di rendere evidente e ufficiale qualcosa è già operativo) una specificità operativa particolare, la cui peculiarità è stata la gestione detentiva di appartenenti alle organizzazioni mafiose (Cosa Nostra, Sacra Corona Unita, Camorra, ‘Ndrangheta e relativi gruppi contrapposti), quella dei primi collaboratori di giustizia, la collaborazione sinergica con le varie autorità giudiziarie e le forze di polizia, il monitoraggio delle problematiche attinenti la sicurezza delle sedi penitenziarie sparse in tutto il territorio nazionale.

   Il funzionario responsabile della istituenda Sezione V^ (Servizio Coordinamento Operativo) è stato il colonello Enrico Ragosa.

   Ragosa non è un personaggio da niente. Genovese, classe ’45, è un alto ufficiale del disciolto corpo militare degli agenti di custodia. È sempre stato l’uomo chiave per svolgere missioni “delicate” e risolvere situazioni di “emergenza” nelle carceri. Collaboratore di Giovanni Falcone, durante il maxiprocesso. E proprio in quegli anni che Ragosa costruì le prime squadre speciali, gli Scop (quelli che oggi sono i GOM), incaricati sia della sorveglianza dei condannati per mafia, che per i momenti critici: rivolte, sequestri, proteste.

  Lo SCOP, diretto dal genovese Enrico Ragosa, nel corso degli anni Novanta fu al centro delle inchieste per maltrattamenti avvenuti nelle carceri di Secondigliano (1993) e nell’isola di Pianosa (1992). Dopo questi avvenimenti nel 1997 Ragosa fu stato trasferito (guarda caso) al SISDE. Quando nel febbraio del 1999 il Guardasigilli Oliviero Diliberto istituisce l’U.Ga.P, Ragosa fu chiamato a dirigerla. L’U.Ga.P ha alle sue dipendenze i GOM (gli stessi che nel 2001 si “distinsero” nelle torture a Bolzaneto).

   Ragosa è un personaggio che per il ruolo svolto all’interno delle carceri ha sempre suscitato polemiche. “Il generale Ragosa ha una lunga permanenza nell’amministrazione dovuta ai metodi utilizzati dalle squadre speciali da lui dirette negli ann’80 e ‘90” ha protestato la senatrice diessina Ersilia Salvato. “La sua missione ha un unico scopo: gestire i pentiti, organizzando un tam tam all’interno delle carceri” ha dichiarato a Panorama il deputato forzista Franco Frattini. L’ex radicale Francesca Scopelliti attacca “E’ stata adattata una politica di rigore e pressione nei confronti dei detenuti disposti a collaborare per formulare una <certa verità>”.

   Ragosa in trent’anni di servizio nella polizia penitenziaria, non ha quasi mai rilasciato interviste. In un’intervista a Panorama risponde a tutte le accuse:

D. A cosa serve l’Ugap?

 R. Ad analizzare i fenomeni e problemi che minano il carcere.

 D. Per esempio?

 R. Da otto mesi stiamo studiando come impiegare al meglio le forze di polizia

     penitenziaria. Il lavoro dell’agente è il più ingrato del mondo, perché deve

     essere allo stesso tempo un educatore, un infermiere e un custode della

     sicurezza. Passa tutto il tempo rinchiuso in una sezione e ottiene pochi

     riconoscimenti del proprio sacrificio.

D.  Cos’altro avete scoperto in carcere?

R. Molti problemi come l’introduzione e il traffico degli stupefacenti, ci vorrebbero

    delle unità specializzate e soluzioni tecnologiche più avanzate.

D. Teme che scoppieranno delle rivolte?.

R. In carcere ci sono 17 mila detenuti extracomunitari. Non sappiamo chi sono e,

    soprattutto, non sappiamo chi siano i Totò Riina fra i cinesi, gli albanesi o gli

    slavi. Fra loro ci sono elementi legati alle mafie dell’Est. Dobbiamo individuarli

    e applicare lo stesso regime riservato ai nostri mafiosi: il 41 bis.

D. Fra i vostri compiti c’è anche quello di prevenire attentati delle BR?

R. Raccogliamo ogni segnale per l’eventualità di un nuovo fronte delle carceri.

D. Che cosa intende fare per il sovraffollamento?.

R. Non abbiamo carceri sovraffollate, ma solo sottostrutturate, infatti la nostra

    popolazione di detenuti è sulla media europea. Faccio un esempio: se ci sono due

    topi in una gabbia grande, è probabile che non si azzanneranno. Perciò stiamo

    costruendo nuove carceri.

D. La delegazione del Consiglio europeo del Comitato di prevenzione della tortura

    pensa che il regime detentivo del 41 bis sia troppo punitivo. È d’accordo?

R.  Rispetto il lavoro di un organo autorevole come il Comitato, ma non possiamo

    sottovalutare la forza della mafia. La sua capacità genetica di trasformarsi,

    simile a quella dei topi, fa sì che riemerga sempre. Perciò non possiamo

    Abbassare la guardia. Dobbiamo riuscire a eliminare le norme inutilmente

    afflittive, ma anche creare un cordone sanitario intorno ai detenuti pericolosi.

D. In che modo?

R. Con l’impiego permanente dei Gom, che non sono dei piccoli rambo ma solo

    ma operai specializzati nella sorveglianza dei mafiosi e in situazione di

    emergenza.

D. State studiando la possibilità di adottare il braccialetto elettronico per detenuti

    agli domiciliari?

R. Per ciò che ci riguarda, stiamo conducendo uno studio tecnico per valutare

    tutte le possibilità. Abbiamo chiesto anche un parere dell’Agenzia spaziale

    italiana, però ho una perplessità.

D. Quale?

R. Non so se sia giusto pedinare un detenuto che non ha commesso un nuovo reato.

   In questa intervista Ragosa fa delle importanti ammissioni, quali la richiesta di avere delle unità speciali tecnologicamente avanzate (molto probabilmente dietro c’era una richiesta di ufficializzare e di rendere legale unità che erano già operative) e soprattutto la richiesta di parere all’Agenzia spaziale italiana, che vuol dire non solo i controlli satellitari dei detenuti semiliberi o agli arresti domiciliari, ma collegamento satellitare tra le varie carceri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Strane morti

 

 

   Ci sono morti, che se non si sa delle loro storie e di cosa si stavano occupando, sarebbe difficili da decifrare.

   Parliamo di Gabriele Chelazzi, il sostituto procuratore di Firenze che stava continuando l’inchiesta sulla trattativa tra mafia e Stato e stava indagando sugli uomini dei servizi segreti che illegalmente entravano nelle carceri, egli muore nella notte tra il 16 e il 17 aprile 2003. Esattamente quattro giorni dopo aver indagato il capo del SISDE di allora il prefetto Mario Mori, e solo poche ore prima di un nuovo interrogatorio sempre con il capo del SISDE, questa volta come indagato e dopo aver scritto una lettera al procuratore capo Nannucci, nella quale denunciava la situazione di isolamento in cui era stato lasciato.

   Mario Mori è un personaggio importante e inquietante. È stato un generale dei Carabinieri. Ebbe due incarichi importanti quello di comandante dei ROS e quello di prefetto e di Direttore del SISDE.

   Mori è stato uno dei fondatori del ROS, nel 1992 ne diventa vice comandante e nel 1998 comandante.

 Tra quello che è definito i suoi “successi”, fu la “cattura” di Riina nel 1993. Ora Mori e De Caprio (meglio noto come capitano Ultimo che era a capo di una squadra di carabinieri che aveva come compito la caccia ai latitanti) saranno processati per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra, per avere omesso alla Procura di Palermo (procuratore era all’epoca Caselli) che il servizio di osservazione era sospeso. Il dibattimento terminò con un’assoluzione.

   Che il ROS operi come una polizia politica a difesa di certi equilibri esistenti è evidente dal suo operato in Sicilia: dalla mancata perquisizione dell’abitazione di Riina, al mancato arresto di Provenzano nel 1995, fino alla vicenda del pentito Di Maggio che accusava Andreotti di avere dei rapporti con Cosa Nostra.

   Di Maggio viene arrestato nel 1997 con l’accusa di aver partecipato a una faida nel suo paese. I dubbi nascono dal fatto che Di Maggio era sotto la protezione dei carabinieri ai quali era “sfuggito” per ordire omicidi ed estorsioni. Il bello (o il brutto ha secondo dei punti di vista) sta nel fatto che due dei suoi complici erano confidenti del ROS. È chiaro che con un “accusatore” l’intero processo si smonta.

   Dal 2001 al 2006 Mori fu prefetto e Direttore del SISDE. Contribuisce in maniera determinante all’Operazione Tramonto, che si svolse l’anno dopo la sua uscita dal SISDE, in altre parole all’arresto dei militanti per la costruzione del P.C.P.M. avvenuta il 12 febbraio 2007. Ebbe un ruolo nell’arresto di Rita Algranati ex militante BR che si era rifugiata in Algeria.

   La faccenda più inquietante e misteriosa di quando era a capo del SISDE fu la creazione del Raggruppamento Operativo Centrale (ROC), sorto nella primavera del 2002. Questo reparto risponde direttamente al Direttore ed è formato da personale da lui stesso selezionato e strutturato in tre sezioni: uno per il contrasto al terrorismo

internazionale, uno per quello interno e il terzo contro le mafie. Attraverso

il ROC Mori ha plasmato il SISDE a sua immagine e somiglianza.

   Il ROC non ha solo una funzione di analisi ma interviene con funzioni di polizia giudiziaria avendo come referente il servizio segreto civile (il che è al di fuori e contro la legge che prevede di avere le strutture abbino come riferimento un’arma come i Carabinieri dei ROS). Inoltre il ROC ha un legame molto forte se non una vera e propria dipendenza dal ROS dei Carabinieri (il ROC dipende dal ROS sembra un gioco di parole). Insomma un super servizio sganciato da tutto e con poteri enormi.

   Quando il successore di Mori, Gabrieli decide di smantellare due centrali di ascolto clandestino del servizio, scopre che queste centrali erano gestite dal ROC. Tutte e due erano a Roma. Le centrali clandestine, molto probabilmente servivano a prendere informazioni su una persona, su un’azienda, su un’organizzazione. E’ venuto fuori che al ROC facevano riferimento molte “fonti esterne” che erano

regolarmente retribuite. E venuto fuori un panorama squallido su come sono

spesi i soldi dei contribuenti: giornalisti pagati per raccogliere notizie,

finanziamento di scuole di giornalismo, centri di ascolto clandestini

sbaraccati in tutta fretta. Il ROC ha una sua unità ancora più clandestina l’A2

che porta guarda caso alla Telecom.

   Dopo che è uscito dal SISDE, Mori svolse dal 2008 attività di consulenza nel settore della sicurezza pubblica per conto del sindaco di Roma Alemanno.

   Il ruolo politico del ROS nasce dal fatto che esso sorgeva dalle ceneri del Nucleo Speciale Antiterrorismo creato da Carlo Alberto Dalla Chiesa (che aveva sedi per quanto se ne sa a Genova, Napoli, Milano, Padova, Bologna, Roma e Torino). Uno dei metodi d’indagine del nucleo, che suscitò diverse critiche, fu l’utilizzo dei pentiti e degli agenti infiltrati ai quali era consentito, per esempio, compiere attentati incendiari contro autovetture.[14] Nel 1975 i carabinieri di questo reparto furono trasferiti alle dirette dipendenze delle divisioni d Milano, Roma e Napoli che istituirono al loro interno delle Sezioni speciali di polizia giudiziaria con il compito di coordinare le Sottosezioni speciali anticrimine dislocate in varie città. Nel 1977 sia le sezioni che le sottosezioni furono rinominate in Sezioni speciali anticrimine e inquadrate nei nuclei investigativi (ora denominati Reparti Operativi) quindi poste alle dipendenze dei Comandi Provinciali. Nel 1978 con un decreto interministeriale il Presidente del Consiglio Andreotti di concerto con il Ministro dell’Interno Rognoni e il Ministro della difesa Ruffini, nominarono il generale Dalla Chiesa Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo a decorrere dal 10 settembre 1978 fino al 9 settembre 1979. Fu questo reparto (assieme alla magistratura antiterrorismo) a gestire il “pentimento” e il suo uso politico controrivoluzionario, di Patrizio Peci.

      Non ci si deve meravigliare sul ruolo preponderante dei carabinieri, hanno nella formazione di corpi specializzati, poiché essi sono, l’apparato ideale per la guerra civile e per il colpo di Stato in Italia (prendiamo come Piano Solo di De Lorenzo nel 1964) per tre ragioni:

1° Sono una struttura da esercito professionale. E col D.L. 05/10/2000 n. 297

   l’arma dei carabinieri è elevata a rango di forza armata.

2° Anno compiti di ordine pubblico e di polizia militare.

3° La loro collocazione all’interno dell’esercito con funzioni specifiche integrate nella NATO.

  Come si diceva prima in Italia rimangono in piedi le strutture create negli anni ’70 e ’80 nel periodo della lotta armata da parte delle B.R. e delle altre O.C.C (il ROS è una di queste), in funzioni antiguerriglia. Queste sono strutture integrate, dove il magistrato antiguerriglia ha più rapporti con i poliziotti e i carabinieri dei reparti antiguerriglia che con gli altri magistrati, lo stesso discorso vale per gli agenti di P.S. e i C.C. di questi reparti. E in questo periodo che la guerra psicologica fu centralizzata negli uffici stampa. Perciò non c’è da meravigliarsi (che non significa accettazione passiva e mancanza di lotta) l’operare di magistrati come Giovagnoli (continuazione della magistratura emergenzialista) e di ufficiali di carabinieri come Ganzer. Queste strutture non solo si mantengono, ma dopo l’11 settembre con la scusa della “lotta al terrorismo” sono rafforzate.

   L’idea forza che ispira questi corpi è che il cittadino diventa il nemico nel momento in cui manifesta contro i poteri dominanti.

   L’11 aprile 2003, Chelazzi interroga il generale Mori, in due ore avviene un duello senza sosta, dove Mori che è il capo di un servizio segreto (ed ex capo del ROS) afferma di non essere a conoscenza delle lettere anonime mandate a due quotidiani come il Messaggero e il Corriere della Sera nelle quali veniva annunciato che i prossimi attentati sarebbero avvenuti di giorno e in mezzo alla folla se il 41 bis non fosse stato modificato. Teniamo conto che non è mai stata una consuetudine di Cosa Nostra mandare messaggi anonimi. E se non è stata Cosa Nostra chi può essere stato allora? Chelazzi aveva studiato nei dettagli i processi inerenti, le stragi e aveva capito che c’era stata una trattativa tra da una parte il ROS e dall’altra Cosa Nostra. C’è da domandarsi come questa trattativa proseguì. Quando Mori divenne direttore del SISDE è possibile che la trattativa proseguisse non alla luce del sole, ma sotto terra come un fiume carsico.

   Negli interrogatori che Chelazzi svolse nelle carceri ai cappellani, ai carcerati, ai direttori, molto probabilmente qualcuno gli deve aver parlato delle “anomalie” che avvenivano.

   Chelazzi fu trovato morto il 17 aprile 2003. Venne trovato dai due poliziotti che erano passati a prenderlo e non vedendolo salirono e sfondarono la porta. Secondo il medico legale Chelazzi morì alle 3 del mattino per black-out elettrico. Vigna si oppose all’autopsia perché disse essere a conoscenza di una manifestazione cardiaca genetica, che aveva portato alla morte il fratello di Gabriele, Pier. Gabriele è stato seppellito il giorno dopo a sua morte, quando generalmente per morte ci vogliono 48 ore.

   Non è da escludere che Chelazzi nell’ambito degli interrogatori che svolse con il personale carcerario incontrò Armida Miserere, la direttrice del carcere di Sulmona che fu definita la “fimmina bestia” per la durezza e l’inflessibilità con cui aveva diretto i penitenziari dell’Ucciardone, di Parma, di Voghera e di Pianosa.  

   A Parma la Miserere si lega in profondo rapporto con l’educatore Umberto Mormile.

   Mercoledì 11 aprile 1990, alle 8,20 del mattino, mentre si trova incolonnato nel traffico, Umberto Mormile viene affiancato da due individui su un’Honda 600. Il passeggero della moto impugna una 38 special e gli spara sei proiettili che colpiscono il volto e le braccia. Mormile muore immediatamente

   Dopo poche ore dall’omicidio arriva all’ispettorato del Ministero di Grazia e Giustizia una telefonata anonima. Una voce con forte accento calabrese dice: “Così trattate i detenuti buoni figurarsi quelli cattivi”. Successivamente al centralino dell’agenzia Ansa di Bologna ricevono la seguente telefonata: “Ha carta e penna? A proposito di quanto avvenuto a Milano, il terrorismo non è morto. Vogliamo che l’amnistia sia estesa anche ai detenuti politici, non importa chi sono io. Ci conoscerete in seguito”.

   Dopo arrivano in continuazione telefonate ne arrivano in continuazione alla caserma dei carabinieri di Lodi, a Napoli, a Palermo.

   Il 16 aprile 1990, a soli 5 giorni dell’omicidio di Mormile, Armida scrive al sostituto procuratore di Lodi tratteggiando i due profili di detenuti che possono avere a che fare con la morte di Umberto, ma soprattutto traccia una motivazione su questo omicidio: “L’ipotesi più logica è che Umberto sia stato ucciso perché da ostacolo a un <grande> progetto”.

   Il 27 ottobre 1990 dopo mesi di silenzio, un uomo con accentro straniero telefona all’ANSA di Bologna: “All’inizio di quest’anno abbiamo individuato due fronti di lotta armata, uno politico-finanziario e uno all’interno della carceri; rispetto a quest’ultimo abbiamo individuato cinque educatori che sono elementi operativi, i cervelli della legge Gozzini. Mormile a Milano è stato giustiziato, gli altri saranno colpiti al momento opportuno”. Poi l’uomo fa i nomi di 4 educatori che lavorano rispettivamente nelle carceri di Porto Azzurro, Ancona, Pavia, Messina. E rivendica tutto come Falange Armata.

   Il 5 novembre all’ANSA di Torino un’altra volta la Falange Armata rivendica gli omicidi degli industriali Vecchio e Rovetta, uccisi pochi giorni prima a Catania e ricorda di nuovo Mormile.

   Il 10 gennaio 1991. Ogni notte il telefono di casa squilla. Mentre Armida sta lavando i piatti, suona il telefono: Elisa, sua madre, si alza per rispondere, Armida finisce di sparecchiare, chiama sua madre, non sente risposta, la trova per terra con in mano la cornetta del telefono la bocca piegata in una maschera di dolore. La madre di Armida muore così, al telefono con un interlocutore misterioso.

   Armida nei suoi continui spostamenti torna a Parma e ritrova in quel carcere, nel registro dei detenuti, il nome di Antonio Papalia di cui aveva scritto al sostituto procuratore di Lodi. Antonio Papalia, Franco Coco Trovato e Pepe Flachi sono i capi dei tre clan calabresi che comandano la ‘ndrangheta lombarda.

   Su un foglietto che invia a un suo amico fidato, dichiara di essere in pericolo.

   Il 24 novembre 1995 Leonardo Cassaniello evidenzia il ruolo di Franco Coco Trovato nella decisione e organizzazione dell’omicidio.

   Il 30 novembre 1995 Vittorio Foschini dichiara che il vero mandante dell’omicidio Mormile era Domenico Papalia, convinto che l’educatore avesse delle responsabilità nella mancata concessione di benefici in suo favore.

   Il 19 novembre 1995 Antonio Schettini ribadisce le sue responsabilità dell’omicidio. Le ragioni dell’omicidio erano così spiegate: Mormile aveva ricevuto personalmente da Antonio Papalia 30 milioni di lire per aiutare Domenico Papalia fratello di Antonio, a ottenere i benefici dell’ordinamento penitenziario,[15] benefici che aveva goduto a Parma. Mormile aveva deciso di restituire la somma ricevuta perché non voleva rimanere compromesso. La cosa non era piaciuta ad Antonio Papalia che aveva deciso di ucciderlo.

   La verità avrà un ulteriore approfondimento quasi un anno dopo la morte di Armida.

   Il 26 marzo 2004 Nino Cuzzola decide di collaborare e racconta che fu reclutato a Buccinasco quando era già latitante. La partecipazione all’omicidio gli fu proposta da Antonio Papalia e da Franco Coco Trovato. E racconta la vera ragione dell’omicidio di quell’esecuzione: egli aveva saputo da Antonio Papalia che Umberto Mormile, aveva confidato a un detenuto amico di Papalia che il fratello, Domenico quando era detenuto a Parma dove aveva lavorato lo stesso Mormile, aveva avuto incontri con uomini sospetti, a suo dire facenti pare dei servizi segreti e usufruiva di colloqui di permessi che non gli spettavano. Seppe che durante alcuni permessi Domenico Papalia era stato controllato assieme a pregiudicati e disse che Domenico, a Parma, faceva colloqui con persone che avevano falsi documenti d’identità. In altre parole, Mormile, fu punito per avere sparso queste notizie.

   Fu proprio Antonio Papalia a fare la telefonata all’ANSA di Bologna con la quale rivendicava la morte di Mormile in nome della Falange Armata.

   Ora la sigla Falange Armata che avrebbe usato Papalia nella rivendicazione non poteva certo essere una personale invenzione, ma verosimilmente la prova di un suo coinvolgimento in operazioni dei servizi segreti.

   Torniamo ad Armida. Palermo, marzo 1999, Armida, durante una notte di pioggia e fulmini si sveglia. Ha sentito qualcuno in casa, poi si riaddormenta, e si sveglia di nuovo altre due volte. Ma poi, tornato il silenzio, si riaddormenta. La mattina, quando si sveglia, si rende conto che nella serratura della porta della sua camera è stata versata della ceralacca come in tutte le altre serrature della casa, i suoi cani sono spariti, non troverà mai più nemmeno traccia dei loro corpi. Qualcuno si è introdotto in casa; è arrivato fino alla sua stanza, avrebbe potuto ucciderla e non l’ha fatto, ma ha lasciato inequivocabili segni del suo passaggio e ha ucciso e fatto sparire i cani lupo che erano nell’appartamento.

   La sua ultima lettera porta la data del 18 aprile 2003 ed è stata scritta nel carcere Sulmona. I suo familiari rilevano che la calligrafia cambia a metà della lettera e stentano a riconoscerla come sua. Il numero di telefono del fratello appuntato su un pezzo di carta è sbagliato, una frase è incomprensibile.

   La scena presenta il corpo di Armida sul letto con un cuscino che copre la testa da un lato e il cane accucciato accanto al letto. Un cuscino che avvolge la testa sembra essere l’ultimo problema per un suicida, sicuramente il primo per un omicida che vuole attutire il rumore.

   Ufficialmente suicidio, certamente nelle carceri ci sono tanti suicidi e poi il carcere di Sulmona ha un triste record: 11 suicidi (quelli ufficialmente accertati) dal 2000 al 2010. Il sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini, trovato nella cella il 16 agosto 2004 con un sacchetto di plastica in testa stretto alla gola da lacci per le scarpe (questi suicidi sono dei forzuti indubbiamente) mentre in tutti gli altri detenuti si sono impiccati.

   Dunque Armida si è suicidata, perché nelle carceri è facile, essere indotti a suicidarsi e perché non una direttrice? Oppure suicidi come quell’Antonino Gioè, l’uomo d’onore con il passato da parà che gli valse l’onere di infilarsi a pancia sotto scorrendo su uno skateboard lungo il tunnel che passava l’autostrada di Capaci per piazzare il tritolo.

   Il 30 luglio 1993 Gioè fu trovato impiccato alle sbarre della sua cella. Lasciò un biglietto che c’era scritto “Io rappresento la fine di tutto”.

   O come il boss di Monreale Salvatore Damiani, che (ufficialmente) si è ucciso nel 2002 a Spoleto. Come all’Ucciardone, dove nello stesso anno si è ammazzato Michelangelo Pedone e nel 1995 era stato indotto al suicidio il vecchio padrino di Caccamo Francesco Intile. Infine a San Vittore, dove nel 1996 si è tolto la vita Giuseppe Gambino Giacomo, come a Pianosa dove si è ucciso Francesco Di Pizza, gregario del clan Brusca e dove a gennaio è morto Guido Cercola, il braccio destro di Pippo Calò.

   Una bella gamma di suicidi. Teniamo conto che molte di questi “suicidi” che hanno attraversato la storia dell’Italia e soprattutto a partire dagli anni ’70 e precisamente il periodo che fu definito “strategia delle tensione”, sono avvenuti poco prima, che molti di questi “suicidi”, fossero ascoltati dai PM o minacciavano rivelazioni (o lo facevano capire). Il risultato di queste morti improvvise è sempre stata la mancata individuazione dei mandanti e degli autori dei vari delitti o stragi.

   I modi in cui questi testimoni sono morti sono stati i più vari:

– incidenti stradali;

– rapine finite male;

– pallottole vaganti;

– suicidi (e nelle carceri c’è ne sono molti come si è visto);

– complicazioni postoperatorie;

–         infarti, ecc..

I referti autoptici confermano spesso e volentieri, magari, l’infarto o il cancro.

   Adesso vediamo come, secondo L’enciclopedia dello spionaggio (edizioni Attualità del Parlamento, Roma), scritta da Giuseppe Muratori, Presidente dell’Istituto Ricerche Comunicazioni Sociali (IRCS) nel 1993, (e la prefazione di Flaminio Piccoli) si può uccidere una persona facendo credere che sia deceduta per cause naturali.

   E’ appena il caso di sottolineare come i metodi qui elencati siano stati resi pubblici nel 1993 e quindi, con buona probabilità, già all’epoca superati da tecniche molto più sofisticate ed ancora sconosciute (altrimenti non li avrebbero pubblicati).[16]

   Ecco alcuni metodi:

1°ACIDO CIANIDRICO, comunemente detto acido prussico. Sostanza letale ad effetto rapido e sicuro usato da agenti dei servizi segreti militari per assassinare i nemici. Nell’industria è usato come disinfettante gassoso. 

2° ACIDO OSSALICO, usato nell’analisi chimica, come sbiancante nell’industria della stampa e nella produzione di tinture, detersivi, carta, gomma, ecc.. Anche questo usato come sostanza letale da agenti di certi servizi segreti militari per assassinare i nemici.

3° CELLULE CANCEROGENE VIVE, utilizzate con iniezioni da agenti di certi servizi segreti militari per assassinare avversari e agenti nemici. Il reperimento delle cellule cancerogene vive avviene, clandestinamente, nelle facoltà universitarie di medicina e in certi laboratori che le tengono di scorta per gli scienziati impegnati nella ricerca sulla cura del cancro (se una persona muore di cancro come sospettare che sia stata uccisa?).

4° CIANURO, è un’arma di alluminio con silenziatore azionata da una pila da 1,5 volt. Spara proiettili formati da piccole fiale contenenti un veleno a base di cianuro che, dopo 5 minuti, non lascia alcuna traccia nell’organismo umano. E’ formata da tre cilindri, l’uno dentro l’altro. Il primo cilindro contiene una molla e un pistone. La molla mossa da una leva spinge il pistone nel secondo cilindro. A quel momento la fialetta contenente il liquido si spezza e il veleno è spruzzato verso il volto del nemico. La morte sopravviene in pochi istanti. Quando il medico esegue l’autopsia, costata l’arresto cardiaco e diagnostica una crisi cardiaca;

5°TALLIO, sostanza priva di sapore a effetto lento sul sistema nervoso usata dalle spie per avvelenare gli agenti nemici e i traditori.

   Ma ancora non basta.

   Se queste tecniche sono state rese note nel 1993 e, come abbiamo detto, probabilmente, erano utilizzate nei decenni precedenti, un’altra tecnica, ancora più incredibile, la ricaviamo dagli atti della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, presieduta da Pellegrino.[17]

   Il 18 ottobre del 2000, quando, nel corso della 74° seduta, Arrigo Molinari, ex questore che morirà nella notte del 27 settembre 2005 con 10 coltellate infertili nella sua casa di Audora[18] in una cosiddetta “rapina finita male”, dichiara:

 

MOLINARI “Prima del 1978 a San Martino, o nei pressi di San Martino, venne istituito un centro diagnostico (che adesso è presente in tutte le città d’Italia, in tutti gli ospedali), il cosiddetto TAC. Il primo di questi impianti ad essere installato in Italia. Ad installare questo impianto fu fittiziamente Rosati, che aveva la gestione di questa TAC. Ma in realtà la TAC era una struttura della P2 che doveva servire…

 

 

PRESIDENTE “ Mi scusi avvocato Molinari, per comprendere meglio, lei sta parlando della tomografia assiale computerizzata, cioè un modo di indagine radiografica. La P2 quindi importava per prima questo tipo di macchinario”.

 

 

MOLINARI “Come la P2 frequentava la pellicceria di Pavia “Annabella”, gestiva anche questa struttura, perché doveva utilizzarla, non come ha ritenuto la magistratura per compiere truffe alla regione, ma per avere uno strumento, e avere in mano tutti i medici di San Martino e d’Italia che dovevano servirsi di esso quando avevano dei malati da curare. Dico di più. Quando capitava qualche politico o qualcuno che volevano disturbare o molestare, o che sapevano che stava poco bene, effettuavano anche una diagnosi falsa, dicendo che aveva un tumore. I malati poi, magari, si recavano in Inghilterra e scoprivano che il tumore non esisteva. Per cui questa TAC era una struttura della P2, non di Rosati, lo si sapeva, lo sapevano praticamente tutti. La P2 doveva impadronirsi della presidenza della facoltà di medicina; al riguardo c’è una mia relazione, non so se è stata acquisita”.

   Secondo la dichiarazione di Molinari la P2, nel 1978, grazie alla complicità di medici “fratelli”, usava le strumentazioni ospedaliere per diagnosticare falsi tumori a persone “scomode”. Dopo eliminarli, doveva essere facile, avvelenandoli con iniezioni che venivano fatte passare per cura.

   Ma la cosa più strana, almeno per me, è stata la reazione della Commissione a una dichiarazione così atroce: NESSUNA!

   Certo questa tecnica richiede tempo e, se il personaggio scomodo deve essere eliminato velocemente, si può sempre ricorrere ai metodi elencati prima.

   E la mente non può che tornare al Generale dei Carabiniere Manes, morto pochi minuti prima di deporre davanti alla Commissione parlamentare d’Inchiesta sullo scandalo del SIFAR – Piano Solo per arresto cardiaco.

   O ancora al colonnello Bonaventura, direttore dell’Ufficio analisi controspionaggio, terrorismo internazionale e criminalità organizzata transazionale del SISMI, un personaggio chiave nel caso del dossier Mitrokhin (era che per primo aveva materialmente ricevuto il dossier Mitrokhin, quindi chi più di altri poteva attestarne l’autenticità), morto per infarto pochi giorni prima della sua audizione davanti alla Commissione Parlamentare chiamata a indagare sul dossier.

   E ancora al Colonnello Stefano Giovannone, iscritto ai Cavalieri di Malta e alla P2, che aveva ricoperto l’incarico di capocentro del SISMI a Beirut dal 1972 al 1981 che, arrestato nel corso dell’indagine per il traffico di armi tra OLP e Br, muore agli arresti domiciliari per “morte naturale”.

   E perché no, in ultimo al capo del Corpo dei Vigili, l’ingegner Giorgio Mazzini che muore nel palazzo di giustizia di Torino dove si era recato per incontrare i magistrati che si occupa del rogo alla ThyssenKrupp. Aveva 67 anni e sarebbe andato in pensione due mesi dopo.

   Perciò la morte di Armida (come quella di Mormile) potrebbe essere benissimo ricondotto a quello che stava accadendo dentro le carceri, da quel miscuglio di servizi segreti e criminalità organizzata che aveva avuto ampie libertà a partire dalla cosiddetta trattativa.

   In sostanza il formarsi all’interno delle carceri di una struttura segreta, che assomiglia a una Gladio, utilizzata per scopi politici.

   Intervistato dal settimanale Oggi nel febbraio del 2010, Licio Gelli con dieci sole parole spiega molte cose: “Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello”.

   Con questa frase Gelli mette l’operato dei servizi segreti al centro di tutto e mostra come i “nostri” (nostri si fa per dire) servizi sono stati protagonisti attivi dei tentativi di colpi di Stato degli anni ’60, ’70 e ’90, della strategia della tensione degli anni ’70, delle compromissioni con logge massoniche e altre associazioni segrete, del dialogo e talvolta della collaborazione con network criminali. 

   E riemerge ancora il rapporto tra Stato e Mafia. Per capire il ruolo e l’importanza nella vita politica in Italia si tratta di capire il peso economico della Mafia, che è crescente.

   Nel 1992 i guadagni inerenti, il traffico mondiale della droga erano 300 miliardi di dollari, cioè circa 350 miliardi di lire. Se si calcola che almeno metà siano profitti netti (esentasse naturalmente), il traffico mondiale rende a chi lo gestisce circa 150 miliardi di lire.[19] 150 miliardi nel 1992 corrispondevano a un decimo del PIL ed era,  pressappoco, il disavanzo annuale dello Stato italiano. Con questa montagna di denaro si ha una capacità di corruzione quasi infinita.

   Quale è lo stato attuale? Una ricerca realizzata dall’Università Cattolica e commissionata dal Ministero dell’Interno, ha rilevato che le organizzazioni criminali italiane generebbero profitti intorno ai 13 miliardi annui,[20] secondo linee più ottimistiche. La cifra è comunque sicuramente al di sotto di altre stime, molto più allarmanti, che vedevano in 150 miliardi annui l’ammontare delle ricchezza prodotta dalle mafie.

   Sempre dalla ricerca dell’Università Cattolica, si mette in evidenza che il PIL nero della Lombardia vale 3,7 miliari di euro. E questo è il valore medio. Perché secondo la stima più elevata i ricavi dell’economia illegale potrebbero essere superiori ai 52 miliardi.[21] Per avere un termine di paragone: il bilancio dell’intera sanità lombarda, capitolo di spesa che assorbe gran parte del bilancio della Regione Lombardia, ammonta a 16 miliardi. Significa che le organizzazioni criminali italiane e straniere in Lombardia 10 milioni di euro al giorno. Teniamo conto che la provincia di Milano è la terza in Italia per numero di aziende confiscate alle mafie.

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 


[1] Maurizio Torrealta Giorgo Mottola, processo allo stato, BUR.

 

[2] Dico potrebbe, poiché sia chiaro da quale punto di vista si parla. Dal punto di vista dello Stato della Borghesia Imperialista certamente lo è, altro discorso lo è per il proletariato che lotta per l‘abolizione dello stato di cose esistente.

 

[3] Il compito ufficiale di Pio Pompa era quello di preparare analisi, descrivere scenari, segnalare per tempo eventuali pericoli per la sicurezza nazionale e soprattutto tenere i rapporti con televisioni e giornali. Egli era stato assunto per chiamata diretta da Niccolò Pollari, il generale della Guardia di finanza scelto nell’autunno del 2001 dal neopremier Silvio Berlusconi come capo del servizio segreto militare al posto dell’ammiraglio Gianfranco Battelli. Pompa e Pollari si sono conosciuti nella primavera del 2001. A fare da tramite è stato un comune amico: don Luigi Verzè, il prete che ha fondato a Segrate, ai confini con Milano 2, l’impero sanitario multinazionale San Raffaele ed è da sempre legato a Silvio Berlusconi. Pollari, che in quel momento è solo il numero due del Cesis, l’organismo di coordinamento tra Sismi e Sisde, sceglie subito Pompa come consulente. Pompa, legge i giornali, naviga in internet, raccoglie notizie e pettegolezzi, poi mette tutto nero su bianco. Notizie a volte vere. A volte fasulle, inventate di sana pianta. . Ma, tra le carte archiviate nell’Ufficio Disinformatija del Sismi, c’è di peggio. L’attenzione degli investigatori si concentra su un altro appunto anonimo: 23 pagine, nove delle quali scritte a macchina e datate 24 agosto 2001, in cui si propone di “disarticolare con mezzi traumatici” l’opposizione al governo Berlusconi. A una prima lettura, l’elaborato ha tutto l’aspetto di un piano d’azione redatto per punti; letto col senno di poi, presenta straordinarie analogie con il programma in materia di giustizia, libertà e sicurezza poi in seguito dal governo Berlusconi. Vi sono indicate le iniziative da assumere per proteggere l’esecutivo e le informazioni ricevute da fonti (cioè spie) piazzate in vari tribunali della Repubblica al ministero della Giustizia. Chi legge ha la sensazione che tutto quello che è accaduto nei cinque anni del centrodestra fosse stato pianificato a tavolino: dalla guerra ai magistrati e ai giornalisti scomodi, alle leggi ad personam per bloccare i processi a Berlusconi, fino alle calunnie contro l’opposizione a colpi di commissioni, come la Telekom Serbia e la Mitrokhin.

 

[4] Nicola Biondo Sigfrido Ranucci, il patto, Chiarilettere.

 

[5] Maurizio Torrealta Giorgo Mottola, processo allo stato, BUR, pp. 41-42.

 

[6] Nella controinchiesta di Paolo Dorigo come esempio evidente del funzionamento di questa struttura c’è uno schema ampiamente illustrativo delle connessioni della banda Maniero affiliata alla mafia siciliana e turca e ai servizi segreti americani tramite il SISMI e ufficiali dei ROS, dei collegamenti che aveva con la Questura veneziana per via della sua collaborazione nella liquidazione delle altre bande di rapinatori che davano fastidio nel territorio, con spiate mirate, che servivano a ucciderne o arrestarne i membri da parte della polizia

 

[8] La banda era guidata da Damiano Bechis ex carabiniere paracadutista.

 

[10] Ci furono interrogazioni parlamentari in merito. Si possono leggere nel resoconto stenografico della seduta della Camera dei Deputati del 29 giugno 1982.

 

[11] Da carabiniere aveva lavorato prima come scorta e poi per 4 anni sui Monti Berici di stanza in una caserma NATO di radio controllo.

 

[12] Guido Olimpio, Stop al villaggio dei neofascisti, in Corriere della sera 24 novembre 1997.

 

[13] Nella relazione pubblicata dalla Commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo su razzismo e la xenofobia, Roberto Fiore è indicato quale agente del MI6, una branca dell’Intelligence Service britannico, fin dai primi anni ’80, infiltrato nel movimento di destra britannico National Front. Denuncia riportata successivamente nella Commissione stragi nel 2001 dal deputato di AN Fragalà (vedere link http://archiviostorico.corriere.it/2001/gennaio/11/denuncia_Fiore_Morsello_agenti ). Non solo ma già nel questa notizia era stata precedentemente riportata dal Guardian (vedere Link http://www.repubblica.it/online/fatti/bologna/bologna.html ). Secondo Fragalà “Ci sono delle informazioni provenienti dalla Gran Bretagna e dell’Irlanda, che allego in fotocopia, in cui sostiene non solo che i due soggetti (Fiore e Morsello) continuano ad essere in forza ad un settore del Secret intelligence service inglese, ma addirittura che l’avventura politica rappresentata dal movimento denominato Forza Nuova abbia quale referenti occulti gruppi nazionalcomunisti attivi prevalentemente all’estero, in paesi come la Russia, la Bulgaria, la Romania e la Serbia. Hanno fondato un villaggio nazionalcomunitarista – c’è un documento qui che lo dimostra – nella Penisola iberica e altre strutture similari stanno nascendo con il loro supporto e finanziamento nell’Europa dell’ex blocco sovietico in appoggio alle formazioni nazionalcomuniste. L’attività politica di Roberto Fiore e Massimo Morsello può ragionevolmente rappresentare per la comunità di intelligence d’oltre manica una sorta di cavallo di Troia negli ambienti più prossimi agli apparati di sicurezza dell’ex Patto di Varsavia”.

   Fragalà fu massacrato a colpi di bastone nel centro di Palermo il 23 febbraio 2010. Secondo Sebastiano Ardita ex capo del DAP (guarda caso c’è sempre di mezzo il DAP), sentito il 15 maggio 2012 dalla Commissione parlamentare antimafia, l’uccisione di Fragalà darebbe riconducibile alla cosiddetta trattativa Stato-mafia e sul ruolo del 41bis nel patto tra pezzi dello Stato e mafia. Certo nel 2002 fu approvato un ddl per estendere all’intera legislatura la durata del 41bis. E anche vero che i detenuti di mafia mandarono messaggi equivoci, soprattutto parlarono di promesse non mantenute da parte dei politici e di essere lasciati soli da “alcuni avvocati meridionali passati in Parlamento”. Un messaggio indirizzato non solo a Fragalà, infatti, il parlamento brulica di penalisti, eletti a destra, centro e sinistra. Ma nel 2010 Fragalà non era più deputato, e quindi non lo si poteva accusare dell’ulteriore inasprimento del regime. Bisognerebbe invece chiedersi chi nelle file di AN chiese nel 2008 l’estromissione dalle candidature di Fragalà per far posto nelle liste di Nicola Di Girolamo, risultato poi uomo di ‘ndrangheta. O forse non era andato troppo oltre nel denunciare l’esistenza di un Internazionale Nera (nel 2009 a Budapest si è costituito un coordinamento di formazioni fasciste, naziste e xenofobe).

 

[15] Benefici concessi per buona condotta che permettono l‘uscita dal carcere a vari livelli, dai permessi al lavoro esterno in orario diurno.

 

[18] Più volte nei mesi precedenti alla sua morte denunciò i tentativi da parte di “sconosciuti” di inseguimenti e pedinamenti nei suoi confronti e dei suoi familiari. Fu soggetto di vari tentativi di sabotaggio da parte di non meglio identificati “individui” nei confronti della sua autovettura (cercarono di manomettere i freni). La morte lo coglie proprio pochi giorni prima della prima udienza della causa che aveva intentato contro la Banca D’Italia per signoraggio.

 

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~ di marcos61 su giugno 13, 2013.

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