SAN RAFFAELE: UNA STORIA DI SPIONI, CHIP E TANTI AFFARI

   Il San Raffaele è entrato nella cronaca nell’agosto del 2011, per il buco di oltre  miliardo di euro, il suicidio del Cal.

   Al fondatore del San Raffaele, don Verzè, sono sempre piaciute due cose: il potere e gli uomini potenti (da Gheddafi a Berlusconi).

   Bisogna dire che ha avuto rapporti problematici con la Chiesa ambrosiana, che l’ha sempre osteggiato, tanto che negli anni ’60 gli inflisse la pena di non esercitare il ministero del sacerdozio, e negli anni ’70 addirittura la sospensione a divinis.[1] Giovanni Colombo, lo considerava un affarista, un uomo senza scrupoli, che serviva Dio e Mammona, tradotto dal linguaggio teologico ecclesiastico all’italiano parlato, uno che faceva essenzialmente gli affari suoi, perciò i profitti preferiva tenerseli lui, che quelli della Chiesa.

   Don Verzè ne ha passate di traversie e inchieste. Negli anni ’70 era stato condannato per corruzione con la Facoltà di Medicina della Statale di Milano e generosi finanziamenti da parte della Regione Lombardia.

   Evidentemente lo spirito santo gli è stato vicino, quando gli furono prescritte le condanne per truffa su una donazione ricevuta e per ricettazione per un paio di quadri del Cinquecento napoletano.

   In compagnia di tutti i santi del paradiso di tutte le cliniche private milanesi, ci furono delle ripetute indagini sui rimborsi gonfiati del San Raffaele cui arrivano i generosi contributi della sanità pubblica, “riformata” (si fa per dire) da Roberto Formigoni.

   Don Verzè come si diceva prima, ama gli uomini potenti e cerca di conquistarli, per quelli lontani (magari un po’ ingombranti come Gheddafi o Castro) ne canta le lodi, per quelli vicini fa parlare i fatti. Bettino Craxi al San Raffaele ha ricevuto cure sollecite per il suo diabete. Silvio Berlusconi è accolto ogni volta che vuole, che sia un semplice controllo o per sistemargli la mascella massacrata dalla statuetta del Duomo.

   Quando poi c’è stato bisogno di dare una ripulita (e un titolo di studio) a una ragazza molto cara a Silvio, di nome Nicole Minetti, è stato Don Verzè ha trasformato la subrettina di Colorado Caffè in igienista dentale del San Raffaele, pronta per essere imposta come consigliera regionale (in omaggio immagino alle quote rosa) nel listino bloccato di Formigoni e infine per diventare “incaricata della Presidenza del Consiglio” inviata a strappare Ruby alla Questura di Milano.

   Il legame tra don Verzè e Berlusconi è fortissimo e di antica data. Parte dai tempi dei tempi di Milano 2, quando la presenza del San Raffaele serve a far deviare dalla nuova città giardino le rotte degli aerei in decollo e atterraggio da Linate.  E arriva fino al progetto di trovar l’elisir di lunga vita, capace di prolungare l’esistenza terrena fino a 120 anni. Su quest’ultimo argomento tornerò più tardi.

   Un’altra inchiesta che ha riguardato il San Raffaele è nata dalle rivelazioni di Perla Genovesi, assistente parlamentare del senatore PDL Enrico Pianeta e indagata a Palermo per traffico di cocaina. Perla ha raccontato che Pianeta, allora presidente della commissione del Senato sui Diritti umani, avrebbe fatto ottenere a don Verzè massicci finanziamenti pubblici, fatti piovere sull’ospedale con la finalità ufficiale di realizzare opere nel Terzo Mondo.

   In questi ambienti, ovviamente, l’altruismo non è di casa, Pianetta in cambio voleva la ricandidatura in Parlamento, che fu ottenuta nel 2006; con un’aggiunta di un paio di tangenti, una consistente per il parlamentare e una più modesta per l’assistente (della serie diamo da mangiare a tutti), che dice di aver incassato dal San Raffaele 10.00€ per una “consulenza” inesistente.

Gli spioni amici di don verzè

   Tra il 2001 e il 2003 in maniera costante, e poi saltuariamente fino al 2006, da parte dei SISMI furono creati dossier – nascosti e poi scoperti dalla Digos nell’ufficio di Via Nazionale a Roma – tramite spionaggio nei confronti di quattro procure della Repubblica (Milano, Torino, Roma, Palermo), 203 giudici di 12 paesi europei (di cui 47 italiani), giornalisti e leader dell’opposizione del centrosinistra (in sostanza gli oppositori di Berlusconi). Lo scopo era di sorvegliarne le iniziative, intimidirli con operazioni di disinformazione e di screditarli con manovre “anche traumatiche”. I personaggi di riferimento erano Nicolò Pollari l’allora direttore del SISMI e Pio Pompa.

   Ebbene se si può trovare un’espressione per questi due personaggi, si potrebbe definire “raffaeliani”. I “raffaeliani” sono una loggia (nel senso letterale del termine), capace di costruire affari e carriere, inserendo gli amici anche in posizioni delicate degli apparati istituzionali, come i servizi segreti. Ed è grazie a don Verzè che Pompa riesce a piazzarsi il servizio segreto militare, accanto all’altro “raffaeliano”, Nicolò Pollari.

   Decisivo l’intervento di Berlusconi, che è ringraziato da Pompa con un fax inviato a Palazzo Grazioli il 21 novembre 2001: “Signor Presidente, stento ad affidarmi a frasi di rito per esprimerle la mia gratitudine nell’aver approvato oggi il mio inserimento nello staff del Direttore del Sismi. (…) In due occasioni (…) ho colto il Suo sguardo indagatore mentre oggi il mentre Le stingevo la mano. Uno sguardo poi divenuto dolce conoscendomi come uomo fedele e leale a don Luigi Verzè. (…) Mio padre contadino, don Luigi e lei possedete la forza e la volontà di seminare per il futuro, oltre la Vostra esistenza”.[2]

   Il “raffaeliano” Pollari ha avuto anche un bel regalo da don Verzè: una villa vicino all’EUR venduta dalla Fondazione San Raffaele a prezzo di saldo. Negli uffici di Pompa, in Via Nazionale a Roma, i magistrati di Milano trovano un’altra lettera vergata da Pio Pompa diretta a don Verzè in persona: “Caro presidente, la direzione dell’importante Organismo (il Sismi, ndr) per noi Raffaeliani consiste nella possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di consolidamento economico e sviluppo futuro”. Più chiaro di così.

   Nei documenti sequestrati a Pompa in Via Nazionale e diretti in don Verzè, si parla di operazioni immobiliari per centinaia di milioni di euro con gli amici di Berlusconi e poi ancora di centri scientifici congiunti tra i servizi segreti e il San Raffaele e di basi comuni tra la CIA e il SISMI.[3]

   Centri scientifici tra servizi segreti e San Raffaele, basi comuni tra CIA e Sismi, la storia diventa inquietante.

Chip per allungare la vità?

 

 

   Il duetto Berlusconi e don Verzè si sono dati come obiettivo minimo di campare almeno per 120 anni. Per campare quanto Matusalemme il progetto è il seguente: mettere un chip che legge il geoma e segnala se c’è qualcosa che non funzionasse. Tutto questo viene chiamato “medicina preventiva”.[4]

   Dietro questi progetti ci sono progetti milionari (in euro) con tanto di finanziamenti pubblici.

   A Lavagno, in provincia di Verona  dovrebbe sorgere il centro scientifico San Raffaele Quo Vadis. Una mega struttura su un’area di 500 mila metri quadri dedicata alla “promozione e al mantenimento dell’integrità biopsicospirituale”.  Questo centro sanitario, il progetto prevede che sia dotato di un portale telematico definito “ospedale virtuale” accessibile 24 ore su 24 via satellite cui si collegheranno i pazienti i quali dovrebbero avere la cartella clinica sempre aggiornata sul loro stato di salute, tutto questo per creare un ecomostro (il piano prevede la distruzione del parco verde del colle S. Giacomo) che dispenserebbe microchip, infatti i volontari che si sottoporranno ai test indosseranno una bracciale, una maglietta , un microchip che registreranno ovunque si spostino, la pressione arteriosa, quella venosa, l’equilibrio metabolico e la temperatura corporea.[5]

   L’azionista principale di questa costruzione è la Fininvest con il 24%, poi c’è il San Raffaele con un altro 10%. Quindi c’è l’8% troviamo Ennio Doris, il patron della Banca Mediolanum. Un altro 7% circa è intestato a una finanziaria con sede nel paradiso off-shore di Madeira, che negli anni scorsi gli atti ufficiali segnalavano come riconducibile al gruppo svizzero Arner, la banca svizzera vicina sempre vicinissima a Berlusconi. La stessa Arner fino al 2010 controllava una partecipazione di poco superiore al 2% nella Molmed, un azienda farmaceutica.

   Il  San Raffaele i chip li usa da tempo. Nel giugno 2000 sono iniziate le prove generali, con braccialetti informatizzati, etichette dei farmaci con codici bidimensionali e carrelli, attrezzati con computer e lettori ottici, per la distribuzione dei medicinali.[6]

   Tutto questo serve per dire che non solo negli USA, ma anche in Italia si sta lavorando per rendere obbligatoria l’implantologia sottocutanea RFID come nuovo sistema di identità evoluto. Quando Berlusconi parlando dell’impianto chip “salvasalute” proprio al San Raffaele che “Con questo chip vivremo tutti fino a 120 anni”,[7] magari con questa scusa dell’allungamento della vita si allunga anche l’età pensionabile.  Certo che con la scusa della protezione sanitarie, cosa non si fa passare.

   L’uso del chip è diffuso ormai in tutto il sistema sanitario lombardo. Nell’ospedale Niguarda a Milano 2006 è avviato il progetto che tutti i pazienti dovranno avere al polso un braccialetto dotato  di un chip.[8]

   Al’Ospedale di Circolo di Varese il chip viene introdotto già all’inizio del processo trasfusionale.[9]

   Questa ricerca dell’immortalità attraverso l’uso dei chip sottocutanei (progetto che sviluppa con il MIT di Boston)[10] porterebbe a degli esseri umani “potenziati” attraverso la tecnologia, tutto ciò a delle somiglianze alla filosofia transumanista. Attenzione queste non sono manie complottiste, ma una realtà. Nel 2005, nel Sesto programma quadro della ricerca europea, furono finanziati e affiancati, nell’incarico di approfondire la tematica dell’Enhance (che sarebbe “Migliorare le capacità umane: etica, relazione e politica umana della specie) il singeriano[11] Julian Savulescu, il leader transumanista Nick Bostrom e il filosofo Massimo Reichilin uno dei fedelissimi di don Verzè.  Enhance, spiega il sito dell’Ue, è un progetto dedicato alla capacità delle nuove tecnologie “di essere usate oltre la terapia, cioè nel miglioramento delle capacità umane nel corpo e nella mente. In pratica, si possono vedere biotecnologie con tale potenziale essere applicate per permettere alle persone di pensare meglio, di sentirsi più felici o anche migliorare le proprie abilità fisiche nello sport o di estendere la durata della vita”. E così, l’Università Vita-San Raffaele (dove pro-rettore e docente Massimo Cacciari)[12] si è trovata a lavorare con l’Uehiro Center for Pratical Ethics  dell’Università di Oxford, diretto dal professor Savulescu. Bioeticista autore di pubblicazioni come ad esempio: Beneficenza procreativa: perché dovremmo selezionare il bambino migliore” (se non è un titolo nazista questo, quando si studia per avere la razza eletta).

Un business con cifre fa capogiro

 

   E già da alcuni decenni che l’assistenza sanitaria in Lombardia è diventata una grande opportunità d’affari. La politica attuata dalla Giunta Regionale egemonizzata da CL è stata quella dell’attacco al settore pubblico (portato avanti anche a livello nazionale dai governi di Centro Sinistra e di Centro Destra) e sulla volontà di affermare una sanità privata convenzionata e rimborsata. Il giro di affari è di oltre 16 miliardi di euro. Dal 2011 al 2008 le strutture accreditate sono aumentate di 277 unità pari a un aumento del 70%, mentre il pubblico cala di anno in anno.

   Bisogna tenere conto che questo modello lombardo non nasce dal nulla, non è frutto delle idee “geniali” di Formigoni e di CL, ma nasce dentro un quadro ben preciso della privatizzazione della sanità.

   La sanità lombarda (come la scuola), diventa un laboratorio sperimentale (sulla pelle della gente definita ormai cliente), per capire come si possa smantellare il sistema pubblico, azzerando il più possibile le contraddizioni che inevitabilmente emergeranno sia sul fronte dei lavoratori sia su quello dell’utenza.

    La prima operazione che si compie, e far passare l’idea che la sanità, come la scuola siano ambiti regolati dalla domanda e dell’offerta, dove i “conti devono tornare”, in sostanza che ci sia un profitto.

   Nel modello lombardo c’è una separazione netta fra acquirenti di prestazioni ed erogatori, fra domanda e offerta, e pur volendo un piano sanitario per governare la domanda, è il livello dell’offerta a influenzare la domanda stessa.

   Da una parte c’è il cittadino, considerato, il centro del sistema, cui è lasciata apparentemente una “libera scelta”, dall’altra, vi sono le varie offerte pubbliche, private, convenzionate e meno (attraverso un sistema di rimborsi), appartenenti a settori profit, oppure “no profit”. Con questo modello si crea un sistema a rete integrato con un’equiparazione di tutti i soggetti che vi partecipano, siano pubblici e/o privati, che competono tra loro secondo principi di sussidiarietà orizzontale.

   Ogni struttura sanitaria deve avere piena libertà di azione e di responsabilità, deve dare risposte “efficaci ed efficienti nel rispetto di un budget prestabilito”. In soldoni la libertà di azione si concretizza nella ricerca delle misure concrete atte a rispettare il budget, pena l’eventuale defenestrazione di manager e dirigenti.

   La Lombardia realizza così un sistema autonomo di sanità, sposando in pieno il concetto di “devoluzione”, per cui allo Stato rimane solo la possibilità (non l’obbligo) di determinare i livelli essenziali di assistenza e alle regioni tutta la vera gestione della sanità: questo significa l’abbandono di un’assistenza a tutti, indipendentemente dal fatto che si risieda o no in regioni più o meno ricche e con diverse prestazioni sanitarie.

   Nell’era della devolution ogni regione deve avere più risorse, e la Regione Lombardia rivendica soprattutto la possibilità di sperimentare nuovi modelli gestionali, avendo più autonomia nella contrattazione decentrata con i sindacati e nella politica del farmaco.

   Con la piena devoluzione, la regione deve attivare norme di programmazione, indirizzo, controllo e dare la più completa autonomia alle Azienda Sanitarie, soprattutto quelle ospedaliere, le quali devono adottare tecniche di management avanzate, realizzare l’integrazione e la parificazione fra strutture pubbliche e private.

   Questa equiparazione delle strutture sanitarie private e pubbliche ha costretto le Aziende Ospedaliere a competere sul mercato con i privati accreditati, in una corsa sempre più sfrenata a produrre prestazioni remunerative a tutto discapito di quelle meno valorizzate che solo il pubblico è obbligato a fornire. Il risultato sarà che il deficit regionale salirà alle stelle, e in compenso, le liste di attesa regionali per alcuni interventi scarsamente remunerativi, si allungheranno senza speranza, mentre proliferano case di cura medical-center, assolutamente privi di controlli sia per quanto riguarda il numero delle prestazioni erogate, che soprattutto della qualità delle cure erogate, senza dimenticare la questione della sicurezza.

   Oltre a questo la Lombardia auspica la trasformazione delle aziende ospedaliere pubbliche in fondazioni con la partecipazione di soggetti pubblici e privati.

   Queste aziende dovranno realizzare un profitto e quindi è previsto un consistente taglio dei posti letto per acuti, per riattivare un posto letto per acuti in un settore specialistico è necessario ridurne due in un altro. I posti letto per patologie acute saranno ridotti fino a quattro per mille.

   Parallelamente è partita una grossa ristrutturazione dei servizi di emergenza urgenza e perciò anche nella “progredita” Lombardia, può accadere che una signora anziana sia rifiutata da vari ospedali per mancanza di posti sia in reparti di emergenza-urgenza, che nelle medicine, e muoia prima di trovare una collocazione.

   Sempre nella logica della riduzione dei posti letto, gli ospedali di piccole dimensioni saranno trasformati in “strutture leggere” per ricoveri diurni e specialistiche ambulatoriali.

   Per valutare gli effetti pesanti che questi cambiamenti avranno sui risultati, è messo in piedi un sistema valutativo mediante indicatori di accreditamento, di qualità delle prestazioni, del tempo di attesa, degli indicatori economico finanziari, come: costo medio per assistito, costo del personale in base ai ricavi ottenuti, indicatori di mantenimento della spesa entro i limiti previsti.

   Vengono anche presi in considerazione determinate variabili di sistema quali:

1)    variabili di imput, che considerano personale e utenti come partecipanti a processi produttivi;

2)    variabili di risultato ed efficienza;

3)    variabili di output;

4)    variabili di efficacia;

5)   variabili di out come.

   Inoltre è necessaria una metodologia di valutazione dell’attivazione a garanzia della qualità dell’assistenza e del corretto utilizzo delle risorse, che tenga in considerazione anche la valutazione della soddisfazione dell’utenza, in termini di qualità percepita.

   Tutto questo sistema sarà garantito da un’agenzia di valutazione regionale, svincolata dal sistema sanitario, che esternalizzerà ad aziende del settore, oltre che tutto il lavoro, anche le verifiche necessarie.

   Si accentua così il processo di esternalizzazione dei servizi legati alla sanità che arriva fino all’assistenza ai malati, verso imprese cooperative (il famoso e famigerato terzo settore dell’economia). All’interno  delle cooperative (come di tutto il cosiddetto mondo del “no profit”) c’è sfruttamento dei lavoratori, dove sono fatti figurare spesso volentieri come soci-lavoratori.

   Ritornando al sistema valutativo, il non superamento dei livelli stabiliti può significare per le strutture esaminate anche la fuoriuscita dal sistema sanitario.

   Il sistema lombardo della “libertà di scelta” e dell’equiparazione fra tutte le strutture, ha offerto all’imprenditoria privata che vuole operare nel settore della sanità un business senza precedenti, accreditando centinaia di privati (attraverso l’autocertificazione) a ricevere rimborsi stellari, come i famigerati DGR (Gruppi Omogenei di Diagnosi), il tariffario delle patologie alle quali corrisponde un intervento sanitario.

   Un altro aspetto da rilevare in questo modello è la veloce trasformazione delle strutture pubbliche in aziende, in seguito alla separazione tra prestazioni e offerta, tra chi produce prestazioni sanitarie (strutture sanitarie di vario tipo) e chi le compra per conto del cittadino (ASL), gestendo una quota capitaria per ogni residente sul territorio, con la quale deve anche assicurare gli aspetti di assistenza sociale connessi al trattamento sanitario. Come conseguenza, le aziende sanitarie si ritireranno sempre di più dal settore socio-sanitario, cercando di scaricare i costi connessi ai comuni.

  Attualmente tutti i più importanti ospedali della Lombardia sono legati alla Compagnia delle Opere (CdO), i più grandi come il Niguarda e il gruppo San Donato, del patron Giuseppe Rotelli, azionista del Rcs- Corriere della Sera e quelle dell’hinterland come Desio e Vimercate, e poi Busto Arsizio, Lodi, l’Asl e l’Ospedale Civile di Brescia, le Asl della provincia di Como, Pavia, Mantova e Lodi. L’Ospedale Mellini di Chiari, gli Istituti di Cremona, l’Ospedale maggiore di Crema e l’Azienda Ospedaliera della Valtellina e della Valchiavenna.

   In Lombardia il monopolio clericale è avanzato come un carro armato grazie soprattutto alla colonizzazione mirata operata direttamente da Formigoni delle direzioni sanitarie. Ciellini sono ormai ben collocati nelle strutture strategiche:         al Niguarda, al San Matteo di Pavia, all’Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli, nell’Azienda Ospedaliera di Mantova. A dirigere l’Ospedale di Castiglione delle Stiviere (trasformato in Fondazione), c’è l’imprenditore Guarrino Nicchio, vicino alla Compagnia delle Opere, che si occupa di due ospedali e tre residenza assistenziali. Complessivamente dei 48 direttori sanitari, ben 12 sono legati a Cl.

   Non bisogna dimenticare che nella Puglia del sinistro Vendola è stato firmato da parte della Regione un accordo con il San Raffaele, per la costruzione di un ospedale che sarà finanziato interamente dal pubblico e sarà gestito dalla fondazione privata San Raffaele (ora credo di capire perché il SEL di Vendola inneggia alla libertà, evidentemente intende alla libera iniziativa privata foraggiata con soldi pubblici).

   Ora questa colonizzazione clericale della sanità lombarda, non solo di quella pubblica ma anche di quella privata, resta una priorità, sia economica (ma anche ideologica) non solo da parte di CL (insieme ovviamente alla scuola e all’Università, alla formazione professionale al cosiddetto “terzo settore”, all’ente fiera ecc.) ma anche per altre, altrettanto agguerrite lobby clericali-confidustriali-fasciste come  l’Opus Dei. C’è uno scontro tra le varie fazioni delle alte gerarchie ecclesiastiche e della massoneria piduista per ottenere il monopolio dell’intera sanità lombarda, uno scontro che come si diceva prima vede coinvolgere CL e l’Opus Dei, Tettamanzi, Scola e Bertone e quindi trasversalmente i vertici del PDL, della Lega, dell’UDC e del PD.

E i soldi non ci sono mai…

 

   In una fase di crisi e di tagli della spesa pubblica qualcuno (ingenuamente) penserebbe che anche i finanziamenti alle strutture privare convenzionate e al San Raffaele in particolare (il buco pauroso del bilancio), sarebbero diminuiti.

   Giammai. Il San Raffaele mantiene tuttora il record di soldi pubblici ricevuti dalla Regione Lombardia. Lo dimostra la delibera dell’agosto 2011. Al San Raffaele sono stati assegnati 41 milioni extra, pari 37.906 euro a posti letto.

   Ed è la somma più alta contenuta nel provvedimento del 4 agosto che distribuisce complessivamente 995 milioni di euro agli oltre 220 ospedali pubblici e privati lombardi. Sono i fondi concessi come riconoscimento di “attività d’eccellenza”.

   Il terreno della discrezionalità è quello in cui è quello in cui pascolano e prosperano anche intermediari e faccendieri, che spesso si spacciano come emissari ufficiosi dei dirigenti pubblici. Questo sistema di consulenti che fungono da intermediari che s’interpongono senza alcun titolo tra chi paga (Regione) e chi eroga il servizio (strutture sanitarie), stando alle voci che circolano nel mondo della sanità, sarebbe assai diffuso. In questa terra di nessuno si muovono rivoli di denaro che alcuni chiamano tangenti, altri consulenze.

   Sta di fatto che questo bonus regionale muove decine di milioni e spesso è decisivo per far quadrare il bilancio.

   Questi soldi d’agosto vanno ad aggiungersi ai rimborsi (DRG) per le singole prestazioni: il San Raffaele con i DRG porta a caso dalla Regione Lombardia 450 milioni di euro l’anno.

   Il San Raffaele ha beneficiato un flusso di soldi pubblici senza pari. Basta spulciare i bonus ricevuti in Lombardia da altri istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS), che come il San Raffaele si è guadagnato questo titolo dal Ministero della Salute per “l’eccellenza” nell’attività clinica, nella ricerca e nella didattica.

   Il Policlinico di Milano, a parità di posti letto (1088), riceve 38,2 milioni, tre in meno. Il San Matteo di Pavia, con mille lotte, riceve 25,4 milioni. L’Istituto dei Tumori, punto di riferimento a livello italiano per le cure contro il cancro, ottiene 12,1 milioni cioè 28.300 euro a posto letto contro i 37.906 del San Raffaele. Il Policlinico San Donato di Giuseppe Rotelli è rimborsato la metà (18.600 a letto per 8,1 milioni totali), discorso simile per l’Humanitas della famiglia Rocca (14.800 euro a posti letto per 9.6 milioni). Solo lo IEO di Veronesi, e solo dal 2011, è appena sopra il livello del San Raffaele: 8.7 milioni di finanziamenti pari a quasi 45.000 euro posti letto.

Ma come è stato possibile il buco?

 

   Questo che potrebbe essere il titolo di programma televisivo, è una domanda più che legittima visto i fiumi di denaro pubblico che sono affluiti verso il San Raffaele.

   Il mistero (mistero per noi ovviamente) comincia il giorno di luglio del 2011 Mario Cal il vice di don Verzè, si suicida nel suo studio. Cal avrebbe dovuto essere ascoltato dalla Procura della Repubblica, come testimone, per vedere di definire i contorni e le dimensioni del maxi buco del San Raffaele.

   Questo suicidio pone tanti interrogativi, primo fa tutti quello della pistola già conservata in un sacchetto di plastica in un sacchetto di plastica conservata in un sacchetto di plastica nel mare di sangue in cui il cadavere di Cal è stato trovato. Come mai? Chi ha provveduto?

   I debiti. Si sapeva che il San Raffaele faceva le cose in grande, spendeva e spandeva. Come la cupola di 60 metri d’altezza sovrastata da una statua di 8 metri dell’angelo San Raffaele. O gli hotel in Sardegna.[13] Le piantagioni di mango in Brasile.

  Cal lasciò un ultimo segnale ai magistrati, lasciando in una villetta di sua proprietà, l’archivio delle operazioni “occulte” del San Raffaele.[14]

   Questa parte “occulta” parla di consulenze, e fatture inspiegabili, di aerei e joint ventur. In questi fascicoli Cal ha messo in ordine diverse operazioni.

   Una è l’operazione inerente, l’aeroplano Challenger CL 604, passata attraverso la Assion  Aircraft & Yachting, che è una scatola con sede ad Auckland (Nuova Zelanda). I fatti risalgono al 2007, quando don Verzè sostituisce il vecchio aereo con uno più lussuoso e in grado di fare voli transoceanici. I soldi, circa 13 milioni di euro li garantiva la Fondazione, ma arrivano attraverso una società finanziaria, la Sg Equipment Finance Scweiz, da una società del gruppo francese Société Generale e in particolare dalla filiale svizzera di Zurigo con la quale Airviaggi, la partecipante del San Raffaele che controlla la Assion, apre un leasing. Chi si occupa di tutto è Piero Daccò.

   Daccò sarebbe l’uomo che avrebbe il ruolo ufficiale di collegamento tra il San Raffaele e un gruppo di manager e politici della Regione Lombardia. L’uomo, italiano con residenza a Londra, ufficio in Svizzera, casa a Sant’Angelo Lodigiano (Lodi) de interessi in Cile, è un ex fornitore per l’ospedale Fatebenefratelli di Milano.[15]  In sostanza è longa manus degli uomini della Regione Lombardia.

   A Lugano, ha l’ufficio, la Juvans International, che sarebbe riconducibile secondo molti fonti a Daccò. Essa non è altro che una succursale della Juvans Bv olandese.

   La Juvans è indicata come controparte in numerose transazioni finanziarie che aveva come controparte il San Raffaele.

   In un altro fascicolo Cal indica una consulenza affidata a Daccò attraverso una società austriaca, la Harman Holding, che fu incaricata di gestire i contenziosi legali esteri. Un lavoro remunerato per mezzo milione di euro. Un’altra operazione riguarda la EdiRaf, la società di costruzione del San Raffaele che l’ospedale ha condotto tra il 2001 e il 2008 in joint venture con la Diodoro Costruzioni Srl, una società di Pierino Zammarchi, oggi liquidata. La Diodoro ha costruito la residenza alberghiera del San Raffaele, e attraverso la Method ha partecipato ai lavori della costruzione di Olbia, a quelli dell’ospedale in Brasile e negli otto anni ha incassato fatture (non solo da San Raffaele) fatture per 271 milioni. Fino al 2006 ha avuto tra i suoi soci anche un politico locale, Emilio Santomauro, dell’UDC, due volte consigliere comunale a Milano ed ex presidente della Commissione Urbanistica del Comune di Milano e già vicepresidente della SOGEMI, la società del comune che gestisce l’ortomercato. Dire ortomercato significa mafia, e non è caso che la Diodoro Procura di Milano arriva a sospettare che Santomauro e Zammarchi di essere dei prestanome della camorra. Zammarchi arriva a raccontare di essere stato vittima di una serie di pressioni di alcuni malavitosi. Il magistrato che lo assolve scrive che è “solo un imprenditore che ha la pessima idea di farsi prestare soldi da un mafioso e dal quel momento ne diviene vittima”. Il processo a suo carico si conclude, nel marzo del 2011, con un assoluzione per formula piena: la motivazione è che  non vi è alcuna prova dei legami di questa società con la camorra. [16] Dopo l’assoluzione Zammarchi ritorna a frequentare Mario Cal negli ultimi mesi della sua vita, pranzi e frequentazioni molto assidue.

   Nelle carte di CAL c’è l’altra grande diversificazione di don Verzé, quella nell’energia. Il socio prescelto di don Verzè e Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche milanesi, vicino manco a dirlo a CL, ex consigliere della Fondazione San Raffaele. Il duetto ha costituito la Blu Energy (ora destinata alla vendita): in tre anni di vita la società ha accumulato 116 milioni di debiti, soldi per lo più ricevuti dalla banche (79,8 milioni) e utilizzati per costruire l’impianto di produzione di energia di Vimodrone (MI). La missione della Blu Energy era fornire elettricità al San Raffaele.Ma all’ospedale ha fatto solo lievitare i costi di approvvigionamento da 11 a 41 milioni.

   Tutto queste operazioni farebbe pensare a fondi segreti. Secondo fonti giornalistiche[17] il deputato del PDL quello che come si diceva prima aveva contribuito a far riversare sul San Raffaele i finanziamenti pubblici, fatti piovere per realizzare “opere nel Terzo Mondo”, avrebbe in passato favorito il flusso di fondi dall’Italia verso l’estero (soprattutto in Brasile, dove il San Raffaele ha molte attività). Ma prima di arrivare a destinazione quel patrimonio avrebbe fatto “sosta”, guarda caso, in Svizzera, per poi ripartire più leggero.

   Quest’affermazione dal punto di vista economico e politico di CL nella sanità, come in altri settori, è come si diceva prima, non è ben vista dall’OPUS DEI.

Il giorno che si suicidò Cal, Rutelli in cui si accusava fece un comunicato che scatenò, via agenzie, un furioso litigio tra lui e Formigoni. Colpisce che Rutelli intervenga su una vicenda – seppur grave a livello nazionale, per il buco di oltre un miliardo e mezzo di un’importante struttura come il San Raffaele – in cui altri leader politici si sono ben guardare dal dire una parola soprattutto nel giorno del suicidio di Cal.

   Da dove viene questo fervore di Rutelli per una struttura privata?

   E bene ricordare il rapporto che esiste tra il cardinale Tarcisio Bertone e Francesco Rutelli. È un rapporto che si basa sulla stima reciproca che dura da anni. Basti ricordare che nella sua prima uscita pubblica da segretario di Stato vaticano, in occasione di un concerto all’Auditorium di Via Conciliazione – nel settembre 2006 – l’allora vicepresidente del consiglio era presente con altri uomini del centrosinistra tra i quali Alfonso Pecoraro Scanio, Claudio Petruccioli e Vincenzo Vita.

   Non solo. Giusto un anno dopo, in occasione della presentazione del libro del segretario di Stato L’ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia opera redatta con il vaticanista del Tg1 Giuseppe De Carli, al tavolo dei relatori, tra gli altri, sedeva anche Francesco Rutelli, che ricordò in quella sede la filiale devozione mariana di Giovanni Paolo II. Ora Rutelli dai trascorsi radicali degli anni ’70 che non erano certo vicini a santa romana chiesa, si è convertito tanto da sposarsi in chiesa ed entrare in contatto con l’Opus. Non a caso nel 2002 partecipa a un convegno – 120° delegati da 57 dei 65 paesi dove l’Opus Dei è diffusa, diversi cardinali e vescovi – dedicato al beato Escrivrà (il fondatore dell’Opus Dei) prossimo a essere proclamato santo.

 Dunque dietro il battibecco tra Rutelli e Formigoni celi il tentativo della secondo la bontà della guida del sistema sanitario lombardo (e dei relativi affari) messo a dura prova da alcune mosse quali ad esempio:

1)    Il salvataggio da parte dello IOR del San Raffaele.

2)    Il salvataggio di manager romani.

3)    Il tentativo di far dimettere il cardinale Tettamanzi dall’Istituto Toniolo – che controlla l’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli di Roma – prima dell’arrivo del neo Arcivescovo di Milano Angelo Scola.

   In sostanza una lotta per contendersi una torta miliardaria legata alla sanità.

   Per questo diventa importante è urgente una grande mobilitazione popolare per una sanità pubblica e gratuita, che non sia legata alle esigenze del profitto capitalistico sulla pelle dei malati.


[2]                       C.s.                       

[11]  Da Peter Singer un filosofo nato a Melbourne nel 1946, insegnò alle Università di Oxford, New York, Colorado ( Boulder ), California ( Irvine ) e alla Trobe University. Nel 1999 è nominato docente di filosofia morale all’Università di Princeton, nomina che sollevò un accanito dibattito. Fu il fondatore dell’International Association of Bioethics, ora dirige il Centre of Human Bioethics presso la Monash University di Melbourne.  

Tutte le tesi esposte da Singer nei suoi testi e in vari articoli, dall’etica delle relazioni uomo- animale, all’obbligo dei paesi ricchi nei confronti di quelli poveri, dalle riflessioni sull’eutanasia alla critica all’etica della sacralità della vita, possono essere ricondotte a quattro semplici assiomi, loro punto di partenza e nocciolo comune:

  1. Il dolore è negativo, dove per dolore si intende qualsiasi genere di sofferenza sia fisica che psicologica, a prescindere da chi lo provi;
  1. Gli esseri umani non sono gli unici capaci di provare sofferenza o dolore, queste condizioni appartengono anche alla maggior parte degli animali non umani, molti dei quali sono in grado di provare anche forme di sofferenza che vanno al di là di quella fisica ( l’angoscia di una mamma separata dai suoi piccoli , la noia dell’esser chiusi in una stretta gabbia senza far nulla);
  1. Nel soppesare la gravità dell’atto di togliere una vita, bisogna prescindere da: razza, sesso, specie, ma analizzare altre caratteristiche dell’essere che verrebbe ucciso: suo desiderio di continuare o meno a vivere, qualità della vita che sarebbe in grado di condurre;
  1. Tutti noi non siamo responsabili solo di quello che facciamo, ma anche di quello che avremo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare.

Per alcune persone queste tesi, a una prima lettura e prese in sé, non hanno nulla di sconvolgente, anzi sembrano quasi scontate, dettate dal senso comune, ma se si prendessero attentamente in considerazione le conclusioni cui potrebbero portarci, troverebbe espressione la loro potenzialità rivoluzionaria, e a quel punto “ la vecchia etica”, la tradizionale morale ebraico – cristiana, potrebbe iniziare a vacillare.

[12] Da tenere presente che Cacciari ha portato in dote duecentomila euro della Fondazione Prada, che ha finanziato la sua cattedra. All’’Università San Raffaele si ha l’obiettivo di lavorare su produzione tecnica, ricerca scientifica, agire morale e interrogazione sui fondamenti del pensiero. La facoltà di Filosofia del San Raffaele, nata nel 2001 per volontà di don Verzè come proseguimento con altri mezzi della missione di “guarigione perpetua” avviata nella sua Università Vita-Salute, punta fin dall’inizio su bei nomi come quelli di Giovanni Reale ed Emanuele Severino, oltre a quello di Massimo Cacciari. Dire Severino è come dire il contrario dell’impostazione teoretica dell’Università Cattolica. Il filosofo bresciano, allievo prediletto di Gustavo Bontadini, padre della neoscolastica nell’ateneo fondato da Agostino Gemelli, nel 1970 era stato allontanato per “incompatibilità con il pensiero cristiano” dalla cattedra di Teologia morale dell’Università Cattolica. Don Verzè e Cacciari lo “strappano” a Ca’ Foscari, mentre il filosofo e studioso di Platone Giovanni Reale lascia per il San Raffaele la Cattolica, dove era stato per anni uno dei punti di riferimento accademici. Nel drappello inaugurale di docenti della facoltà non mancano i nomi di campioni dello scientismo duro e puro, come Enrico Bellone, Luca Cavalli-Sforza (al San Raffaele insegna anche suo figlio Francesco) e Piergiorgio Odifreddi, la cui frenetica vita di star mediatica si rivelerà ben presto incompatibile con quella della facoltà. Ci sono poi il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi (molto stimato da Cacciari, pare un po’ meno da don Verzé: è uno dei rari punti di divergenza tra i due), Roberta De Monticelli, Bruno Forte (futuro vescovo di Chieti, sarà lui a portare al San Raffaele il teologo Vito Mancuso), Salvatore Natoli. E ci sono anche tre vecchi collaboratori di don Luigi, come il genetista Edoardo Boncinelli, il filosofo morale Roberto Mordacci, il linguista Andrea Moro.

[16] All’inizio di luglio, prima del suicidio di CAL, nel cantiere del San Raffaele, scoppia un incendio nel cantiere. La versione ufficiale che è accreditata è quella dell’autocombustione, perché si ritiene difficile entrare in un cantiere molto sorvegliato, con tante telecamere. Ora il bello è che quasi nessuno si era reso conto che c’era nel cantiere. http://lanuovasardegna.gelocal.it/cronaca/2011/07/10/news/scoppia-un-incendio-paura-al-san-raffaele-4596010

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~ di marcos61 su ottobre 21, 2011.

2 Risposte to “SAN RAFFAELE: UNA STORIA DI SPIONI, CHIP E TANTI AFFARI”

  1. Ma questo era prete o no ??? E comunque non e’ cosi’ che si comporta una persona di fede. Guardiamo anchi chi erano/sono i suoi interlocutori.

  2. La conferma delle malefatte dell’ex-premier Berlusconi, malefatte che partono da molto lontano, sempre con azioni condotte senza scrupoli e supportate da amicizie sconcertanti e spesso pericolose .
    Speriamo tutto ciò sia solo un amaro ricordo di un ‘berlusconismo’ che ha prodotto anche una feccia risalita dal pozzo e che ha dato il peggio di sé per un ventennio.
    Franco Boldrini

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