LA DEPRESSIONE CREA LA CRIMINALITA’?

 

 

Secondo uno studio dell’Università di Oxford (pubblicato sul Lancet), che ha analizzato le fedine penali di 48 mila svedesi che avevano ricevuto la diagnosi di depressione. Il Dipartimento di Psichiatria dell’Università britannica ha scoperto che, di tutte queste persone il 3,7% degli uomini e lo 0,5% delle donne sono classificabili “criminali” contro una percentuale media nella popolazione che si attesta al 1,2 e all’1,2% e allo 0,2% rispettivamente per individui di sesso maschile e per persone di sesso femminile.[1] Comunque, la percentuale di persone di persone violente e criminali fra i depressi rimane comunque inferiore a quella riscontrabile fra i tossicodipendenti e alcolisti gravi.

C’è da chiedersi questo interessamento sugli studi sulla depressione e nesso che ha con le scelte criminali.

Forse perché nel Manuale Diagnostico dei Disordini Mentali (il DSM),[2] la depressione è catalogata come malattia? Una malattia definita da qualche psichiatra come il “male del secolo”.

Se la depressione fosse una malattia, ciò significherebbe che chi ne è affetto finisce per essere meno adatto alla vita.

Nella realtà i depressi sono, di fatto, essere in gran parte artisti, pittori, scrittori, poeti, musicisti e creativi di ogni genere.

Tra di loro si trovano persone come: Byron, Melville, Virginia Wolf, Giacomo Leopardi.

Chi è depresso certamente soffre; altrettanto certamente possono attraversare periodi di estremo entusiasmo e di gioia di vivere.

Trai depressi ci sono anzitutto persone dall’estrema sensibilità, che sono capaci di sentire e cogliere nella vita quegli aspetti belli o brutti che esistono, con profondità.

Strana malattia la depressione, le cui cause sono: le delusioni, i fallimenti professionali, una perdita; le donne che soffrono di una malattia dopo il parto, le donne all’arrivo della menopausa, i pensionati, i ragazzi durante la pubertà, i celibi, i divorziati o i vedovi.

Nel frattempo la diagnosi di depresso è affibbiata a decine di milioni di persone: quasi ogni artista o persona sensibili potrebbe esserne affetto.

Vi è anche una specie di campagna di campagna promozionale, ben orchestrata che pubblicizza il prodotto.

Sono organizzate serate televisive nelle fasce di maggiore ascolto, su reti nazionali e su televisioni minori; durante queste trasmissioni qualche illustre professore spiega alla gente che essere tristi, giù di morale appunto, è una malattia. Dunque, se si perde il posto di lavoro, se state male perché siete malati, c’è qualcosa di sbagliato nella chimica del vostro cervello, ma niente paura arriva lo psichiatra a rimettervi a posto, con qualche psicofarmaco.

Da diversi anni a questa parte, oggi in modo assiduo e martellante, la diffusione di psicofarmaci nei vari ambiti del sociale ha preso piede anche in Italia in un modo talmente rapido e veloce che nessuno ha mai avuto l’opportunità o l’inclinazione a chiedersi come mai hanno assunto un ruolo così importante nella vita quotidiana degli individui.

Gli psicofarmaci sono usati intensamente nelle scuole, nelle case di riposo, nei centri di riabilitazione dalle droghe, nelle carceri, nei Centri di Permanenza Temporanea per immigrati/e, e molte persone ricorrono a essi per “aiutarsi” a controllare il peso, per i problemi di matematica e di concentrazione, per la mancanza di autostima, per l’ansia e per i piccoli o grandi dispiaceri di tutti i giorni. Insomma, gli psicofarmaci sono divenuti la panacea per le pressioni, oppressioni e stress della vita moderna.

Tuttavia, benché siano legali e sponsorizzati costantemente di medici, psichiatri e neurologi, che li definiscono “medicine”, sono molto diversi dai farmaci usati solitamente per la cura delle malattie organiche. Essi sono dei farmaci che alterano la mente e l’umore; ciò significa che sono in grado di cambiare non solo il modo di pensare, di sentire e di agire di una persona, ma anche di alterare quello che una persona vede. Per quanto allucinante possa essere farmacologizzare la vita degli individui, se uno vuole proprio assumerli, dovrebbe avere chiaro che questi non curano, reprimono solo i sintomi fornendo altresì una temporanea fuga dalla fonte dei problemi.

Come bisognerebbe avere chiaro che la maggior parte di questi possono avere degli effetti collaterali da incidere su tutto il corpo e soprattutto sul sistema nervoso, provocando un’immediata dipendenza.

La psichiatria, con una lista di diagnosi degli altisonanti termini scientifici, privi realmente di significato, affianca a un prontuario di farmaci psicotropi che causano numerosi effetti collaterali e sintomi d’astinenza, convince gli individui che diagnosi e droghe siano la risposta autorevole per qualsiasi problema, grande o piccolo che sia. Insomma, ogni motivazione individuale o sociale è ridotta a un “problema” di salute mentale.

La “medicina” sperimenta accanitamente sulla vita di bambini, adulti, anziani e animali, obbedendo a ordini di controllo e di tortura insieme inerente a un vasto progetto di morte sociale di cui la psichiatria è una delle pratiche più diffuse.

L’unica metodologia di comprensione adottata dalla psichiatria è l’utilizzo della forza e della violenza in cui la punizione in cui la punizione è la sola terapia efficacia per imporre menzogne spacciandole per verità e renderle così, assolute ed incontestabile.

Tutto questo deve far riflettere: in un momento come l’attuale, dove la crisi generale di sovrapproduzione assoluta di capitale causa un continuo e costante peggioramento delle condizioni di vita e lavoro del proletariato e delle masse popolari dove i motivi di lottare certamente non mancano, la psichiatria ci viene a dire che prendendo certe pastiglie vedremo “meglio” il mondo che ci circonda, e in più smetteremo di soffrire. Per questi motivi la psichiatria assume una funzione di controllo sociale a favore delle classi dominanti.

 

[1] Metro, giovedì 26 febbraio 2015.

 

[2] Il primo DSM fu pubblicato nel 1952 dall’Associazione Psichiatrica Americana, essa conteneva una lista di 112 tipi di disturbi. Nel 1968 il DSM II si conformò alla sezione alla sezione dei disturbi mentali contenuti nella pubblicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OSM): la classificazione internazionale dei disturbi (ICD) che consisteva di 163 disturbi. Gli psichiatri americani furono coinvolti direttamente nei comitati che hanno stilato l’ICD. Nel 1980 fu pubblicata la terza edizione del DSM, al quale furono aggiunti altri 61 tipi di disturbi, raggiungendo un totale di 224 mentali, nel 1987 il numero dei disturbi mentali aumentò arrivando a 253 e nel 1994 il DSM elencava un totale di 374 disturbi mentali.

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