LA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA SI INTERESSA DEL COSIDDETTO “MOSTRO DI FIRENZE”

   Potrebbe apparire strano ma la Commissione Nazionale Antimafia si è interessata delle vicende del cosiddetto “Mostro di Firenze” facendo riemergere dei fatti che rischiavano di essere messi nel dimenticatoio.

   Uno di questi è la scomparsa e la morte presunta di Rossella Corrazin, una ragazza diciasettenne di San Vito Tagliamento, scomparsa il 21 agosto 1975 a Tal di Cadore (Belluno) mentre era in vacanza insieme ai genitori.

   La Commissione Nazionale è ripartita dalle dichiarazioni rese da Angelo Rizzo, uno dei mostri del Circeo, dalla quale emergerebbe il fatto che la vicenda di Rossella non solo si intreccerebbe con le vicende del cosiddetto “Mostro di Firenze”, ma che la ragazza sequestrata in Veneto fu seviziata e uccisa sul Trasimeno in Umbria[1]. Izzo fu ritenuto inattendibile tanto che il gip di Perugia decise l’archiviazione del caso, ma la Commissione Antimafia lo ha ascoltato nuovamente valutando nella relazione che dal suo racconto “emergono riferimenti che non hanno trovato smentita” e “premesso che anche a proposito della ricostruzione del presunto delitto in danno di Rossella Corazzin, non si può certo dargli credito senza riscontri esterni degni di questo nome, i fatti descritti presentano pur sempre la caratteristica di avere avuto, a distanza di molti anni, una qualche spiegazione verosimile, anche se, almeno per ora, totalmente priva di riscontri[2].

   Di tutte queste vicende in un intervista al Giornale ne ha parlatoGiuliano Mignini[3], ex magistrato perugino, consulente della Commissione d’inchiesta parlamentare che, nel corso della sua attività, si è occupato anche dei delitti del mostro. Nello specifico, Mignini è stato chiamato per la sua competenza non tanto sulle singole vicende che hanno insanguinato le campagne fiorentine, di cui altri in Commissione se ne sono occupati, quanto piuttosto sul filone perugino della vicenda, quello che vede protagonista indiscusso l’ormai tristemente noto Francesco Narducci, il medico di Perugia, rampollo di una nota famiglia dell’alta borghesia perugina, fortemente legata ad ambienti massonici – nello specifico al Grande Oriente d’Italia –  che l’8 ottobre del 1985 scompare nel nulla, per poi essere “ritrovato cadavere”. Sul dove e quando non v’è certezza.

  Mignini si è occupato a lungo del caso, come si è occupato anche di altri fatti di sangue che a vario titolo possono essere compresi in una vicenda che, a partire dai delitti del cosiddetto “Mostro di Firenze”, si amplia, cresce e allunga i propri tentacoli, suggerendo collegamenti all’apparenza assurdi, ma che a scavare bene sembrano aggiungere tasselli importanti a una storia ancora tutta da scrivere.

   In questa vicenda bisogna tenere conto, ci sono quelle morti che impropriamente sono state definite le “vittime collaterali”: un’altra lunga e inquietante scia di morti non direttamente collegati o collegabili al filone del mostro, ma le cui vicende – se messe in fila – vanno a comporre un mosaico sinistro, con modalità omicidiarie delle più orribili. Si va dal pastore e delinquente sardo Francesco Vinci, incaprettato, evirato e bruciato all’interno della sua macchina insieme al proprio servo pastore, a Milva Malatesta, brutalmente massacrata e riposta nella sua automobile data alle fiamme insieme al proprio figlioletto Mirco di quattro anni[4]; si passa per una lunga sequela di strani suicidi (persone impiccate con i piedi che toccano terra: Renato Malatesta e Vincenzo Limongi, rispettivamente padre ed ex marito di Milva), fino alla morte improvvisa di Pietro Pacciani. La lista però non finisce qui: solo per citare altre vittime possiamo ricordare Elisabetta Ciabani, anche lei protagonista di uno strano e cruento “suicidio” che richiama le modalità di attacco del mostro, e come si diceva prima della povera Rossella Corazzin, scomparsa nel nulla e oggetto delle attenzioni della Commissione. Al centro di questa ragnatela di misteri fiorentini (escludendo le morti dei Malatesta, del Limongi e del Vinci), in un modo o nell’altro, c’è sempre lui: Francesco Narducci.

   Racconta Mignini: “Lo conoscevo bene lo conoscevano tutti. Era un personaggio molto noto qui a Perugia. Eravamo quasi coetanei e abbiamo frequentato la stessa scuola. A quell’epoca[5], io vivevo accanto alla sede della Rai e, tornando a casa, stavo passando per Piazza Partigiani e incontrai Narducci, che stava armeggiando attorno alla sua moto. Ricordo che mi stupì il suo aspetto. Era sofferente, non l’avevo mai visto così. Lo conoscevo come un personaggio che teneva molto all’aspetto fisico e quel giorno lo vidi malissimo. Pensai che stesse male, anzi, devo essere sincero, pensai che soffrisse di un qualche male incurabile. Aveva degli occhiali scuri, ma ricordo che si vedeva sull’occhio destro una ferita, probabilmente alla palpebra, ma che proseguiva anche sotto. Ci salutammo, poi io proseguii e lui restò lì ad armeggiare sulla moto[6].

   Di lì a pochi giorni, Narducci fa perdere le sue tracce e sin da subito si comincia a parlare – prima sottovoce, poi sempre più apertamente – di un suo coinvolgimento nelle vicende del mostro di Firenze. L’ultimo duplice omicidio, quello avvenuto in località Scopeti a danno dei due turisti francesi Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, era avvenuto solamente un mese prima, l’8 settembre del 1985. In realtà, già prima della sua misteriosa scomparsa girava voce che il brillante medico perugino fosse in qualche misura coinvolto in quella brutta storia, ma Mignini dice di non averlo saputo se non dopo la sparizione: “A Perugia se ne parlava come di un fatto risaputo. Non era una diceria. Io invece restai molto stupito, sulle prime anzi mi arrabbiavo. Poi dovetti arrendermi di fronte all’evidenza, perché dovunque andassi, specialmente nei primissimi mesi, anche al Palazzo di Giustizia, se ne parlava come di un fatto notorio, assodato[7].

   Poi – cinque giorni dopo, il 13 ottobre – un corpo viene ripescato dal lago Trasimeno. Immediatamente – anche troppo – circola la voce che si tratti di Francesco Narducci. Il ricordo di Giuliano Mignini, che anni dopo si sarebbe occupato del caso in veste di magistrato, è vivido: “Quella mattina accadde qualcosa di strano e, ancora oggi, non spiegato. Su quel pontile c’erano tutti. A parte i giornalisti (e verrebbe da chiedersi chi li avesse avvertiti con tanto tempismo), c’era il questore di Perugia e c’era la squadra mobile, che non erano titolati ad essere lì. La competenza di svolgere le attività di recupero del cadavere e i primi accertamenti sarebbe spettata ai carabinieri di due stazioni locali. Ma tolto questo, non vennero fatti accertamenti. C’è stata un’omissione di accertamenti di una gravità incredibile, questo va detto. Mai successa in Italia una cosa simile: non è stata fatta l’autopsia, non è stata fatta una visita esterna completa del cadavere, il quale non è stato portato in obitorio: c’è stato l’ordine di una parente, la moglie del fratello, di portarlo nella villa di San Feliciano[8] prima ancora che ci fosse il provvedimento del giudice di consegna ai familiari, che sarebbe intervenuto il giorno prima dei funerali, ossia più di una settimana dopo. Ma giusto per continuare a elencare le stranezze: non fu misurata la temperatura rettale, non sono state fatte le foto. Quelle che abbiamo sono state fatte da un giornalista de La Nazione e sono state molto utili, anche perché le mattonelle del pontile sono rimaste invariate e ciò ha consentito una misurazione abbastanza precisa dell’altezza del cadavere ripescato[9].

   Ed è questa misurazione – unita ad altri elementi come la misura dei pantaloni indossati dal cadavere (ne parla approfonditamente il giornalista Alvaro Fiorucci nel suo libro 48 Small, interamente dedicato alla vicenda Narducci, ndr) – a far emergere un elemento tanto inquietante, quanto ormai acclarato: quel corpo restituito dalle acque del lago non era di Francesco Narducci. E allora? A chi apparteneva?

   Dice Mignini: “Forse l’avevamo identificato poteva trattarsi di un messicano, un corriere della droga. Certo non era Narducci“.

   A questo punto, però, interviene un cortocircuito inquietante. Sulla figura di Narducci l’interesse degli inquirenti si riaccende 15 anni dopo. Nell’ottobre del 2001, infatti, la Procura di Perugia riapre l’inchiesta sulla sua morte dopo che, in diverse intercettazioni telefoniche, era stata affermata da interlocutori anonimi – autodefinitisi appartenenti ad una congrega di tipo satanistico – la natura omicidiaria delle morti di Pacciani e Narducci, da costoro rivendicate poiché entrambi “traditori di satana”. Le indagini passano a Giuliano Mignini, che nel 2002 dispone la riesumazione del cadavere. In quella bara effettivamente c’è il corpo di Narducci, sul quale risultano evidenti i segni di strangolamento: “C’era una frattura del Corno superiore sinistro della cartilagine tiroidea. Dunque questo significa che l’assassino era mancino. E molto forte. Nel 1985, invece, si era parlato di annegamento ‘da probabile episodio sincopale’. Il tutto senza un’autopsia[10].

   Su chi potesse essere questo assassino e da quali motivazioni fosse mosso, Mignini ha sempre mantenuto   il massimo riserbo.

   Sulle tempistiche della morte, a distanza di tanti anni, non si sono raggiunte certezze. Mignini ritiene che sia sopravvenuta in prossimità della sparizione, ma quello che si sa è che la Commissione ha indagato anche su una possibile – e vociferata – fuga all’estero di Narducci: “Si parlava di Santo Domingo… e pur non essendoci riscontri, non è un’ipotesi peregrina. Che a disposizione degli appartenenti alla massoneria ci fosse una rete di supporto informale pronta anche a garantire una fuga all’estero ce l’ha confermato un pezzo da novanta della massoneria italiana e internazionale[11].

   Giuliano Mignini si riferisce a Giuliano Di Bernardo, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1990 al 1993, famoso per aver rotto con il Goi per una profonda differenza di vedute e per le pesanti ombre che sul Goi si addensavano in quegli anni. Una delle principali novità emerse durante i lavori della Commissione è proprio questa, sebbene la notizia sia passata piuttosto in sordina: Il 14 luglio scorso, Giuliano Di Bernardo è stato sentito dalla Commissione Parlamentare Antimafia in relazione alla vicenda Narducci. L’ex Gran Maestro non solo avrebbe confermato che effettivamente sarebbe stato possibile garantire una fuga all’estero di un fratello massone ma avrebbe anche confermato che negli stessi ambienti massonici circolasse voce che Narducci fosse coinvolto nella vicenda del mostro di Firenze, ma che lui è venuto a saperlo solamente al principio degli anni Novanta, quando appunto venne eletto Gran Maestro[12].

   Sul punto interpellato telefonicamente da un giornalista Di Bernardo, afferma che: “Di Narducci avevo già sentito parlare nell’85, quando quel corpo venne ripescato dal lago. All’epoca ero affiliato alla loggia Zamboni – De Rolandis di Bologna e in quell’ambiente c’erano alcuni membri che conoscevano il medico perugino. Alcuni erano suoi amici e ricordo che uno di essi, commentando la notizia dell’annegamento, espresse dubbi del tipo “ma come, era un ragazzo sportivo, come ha fatto ad annegare?”. Insomma, la cosa appariva strana, ma poi non ne sentii più parlare. Il caso mi si ripropose quando sono stato eletto Gran Maestro del Grande Oriente. Le informazioni sui casi più scabrosi non mi venivano date in maniera ufficiale, non seguivano l’iter gerarchico. A informarmi era il mio segretario personale. Fu lui, un giorno, a parlarmi delle voci che circolavano intorno alla vicenda Narducci[13].

   Le voci – ormai in giro da così tanti anni da aver preso consistenza – parlavano di omicidio. Ma non solo: “Il mio segretario mi disse che nella vicenda c’entrava in qualche modo la famiglia, ma non solo. Disse che dovevamo fare attenzione e monitorare la situazione, perché le informazioni che arrivavano da più parti sembravano far trapelare la possibilità che, attraverso il padre di Narducci, fosse coinvolta la loggia di Perugia. Insomma, poteva diventare un problema rilevante non solo a livello locale, ma per tutta la massoneria[14].

   La morte di un medico perugino ha davvero rischiato di mettere in pericolo la massoneria italiana? Così sostiene Di Bernardo. Ormai è impossibile fare questa domanda al suo segretario personale, essendo venuto a mancare diversi anni fa. Sarebbe stato interessante approfondire l’origine di quelle informazioni.

   Certamente Narducci, era un personaggio al crocevia di tante, forse troppe vicende oscure, abbastanza per collegarlo alla vicenda del mostro di Firenze. Addirittura Mignini accenna a un possibile ritrovamento, in una delle case del medico sparse tra Umbria e Toscana, di feticci umani. Impossibile non pensare alle parti del corpo asportate dalle vittime femminili del mostro. Sul punto ci parla di testimonianze da parte di uomini delle forze dell’ordine che, al momento di dover confermare quanto affermato in precedenza, si sono tirati indietro, ma sono stati smentiti da altri testimoni che avevano sentito direttamente quelle rivelazioni. E sempre riguardo la presenza di feticci umani in una delle case di Francesco Narducci, Giuliano Mignini ci racconta una storia di cui non avevamo mai sentito parlare prima: “Tempo fa ho avuto modo di parlare con una persona. Questa persona era in rapporti di amicizia con Emanuele Petri[15].

   Emanuele Petri è il poliziotto ucciso il 2 marzo del 2003 in uno scontro a fuoco con i brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. Cosa c’entra in questa vicenda? “La persona in questione sostiene che Petri gli avesse confidato che, pochi giorni prima della scomparsa di Narducci, era entrato in un’abitazione del medico perugino e aveva trovato i famosi feticci. Gli disse anche di aver inseguito il Narducci sulla vecchia strada che collega Arezzo con Perugia, ma che il medico l’aveva seminato con la moto[16]. La domanda viene spontanea. Se questo inseguimento effettivamente c’è stato, stiamo parlando del 1985. Petri è morto nel 2003, perché – ufficialmente – non è stata trovata traccia di questo evento? Ma soprattutto, è possibile che non si sia trovata traccia ufficiale della presenza del Petri in una casa nella disponibilità di Narducci in cui erano stati rinvenuti da esponenti delle forze dell’ordine dei resti umani, rinvenimento anche questo ricostruito solo attraverso testimonianze? Lo scenario è inquietante.

   Afferma Mignini ha proposito delle indagini portate avanti da Petri: “Beh, non è detto che Petri fosse titolato per fare quelle indagini. Magari si era mosso per sua iniziativa“.

   Troppi buchi. Eppure Mignini ha avuto un ulteriore riscontro indiretto a questa confidenza fattagli: “L’anno dopo aver ricevuto questa informazione, vado a sentire l’ex moglie di Francesco Calamandrei[17]. La donna era ricoverata presso una clinica, le feci vedere una foto di Narducci. Lei mi disse “ma questa me l’ha fatta vedere Lele”. Per “Lele” intendeva Emanuele Petri. Due persone che non si conoscevano che, a distanza di un anno, mi parlano di un collegamento tra Petri e Narducci. Ne parlai anche con la vedova del poliziotto, lei di questa storia non sapeva nulla. Recentemente, però, durante l’inaugurazione di una caserma a Spoleto, l’ho re-incontrata. Mi è venuta a salutare e, in relazione a questa storia, mi ha detto “Dottore, aveva ragione lei”.

   Cosa significasse questo interessamento da parte di Petri nei confronti di Narducci – sempre se la cosa sarà confermata – non lo sappiamo. Certo, il quadro non fa che allargarsi a dismisura e, nonostante per quanto riguarda l’omicidio di Narducci a livello giudiziario tutto si sia risolto in un’ordinanza non impugnabile di archiviazione (nonostante il Gip di Perugia De Robertis abbia appurato per certo lo scambio di cadavere e il suo coinvolgimento nei delitti del mostro di Firenze), Giuliano Mignini di una cosa è sicuro: “Quello che è emerso in relazione alla vicenda Narducci, soprattutto, ma anche a quella fiorentina, è che questa storia si sia svolta in un contesto massonico. La vittima era affiliata al Goi, ma forse anche a qualche altra realtà. Lo vediamo anche nella strategia della tensione: queste realtà vanno di pari passo. Parlo di massoneria e servizi segretistrutture e logge deviate che vanno di pari passo e purtroppo sembra che questo incrocio, questa connessione che è tipica della strategia della tensione, in piccolo si sia verificata anche in questo caso. Soprattutto nel filone perugino, dove Narducci era un personaggio centrale. Tutto questo, purtroppo, è emerso dopo la fine delle indagini[18].

   Come si diceva prima le affermazioni di Izzo sono ritenute da molti non plausibili e con chiaro intento depistatorio.

   Se però, ad una prima e superficiale lettura potrebbe in effetti sembrare tutto una mera invenzione, i punti di contatto in realtà sono suffragati da diversi elementi provati. Elementi che non confermano la veridicità delle dichiarazioni di Izzo ma che regalano eventualmente spunti degni di valutazione da parte di chi magari anche solo per diletto si interessa alla vicenda.

    A un’analisi approfondita si dovrebbe notare che è esistita e sviluppata una connessione nell’asse Roma – Perugia – Prato – Firenze[19].

   Adriano Tilgher nei primi anni Settanta fu uno dei fondatori dell’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale che insieme agli altri gruppi di estrema destra Ordine Nuovo, Nuclei Armati Rivoluzionari e Terza Posizione avevano sede operativa nel quartiere Trieste di Roma. Nello stesso palazzo erano ubicati gli uffici di società finanziarie ed assicurative gestite dallo stesso Tilgher e comunque legate ai suddetti gruppi fascisti ed utilizzate per amministrare operazioni economiche di vario tipo.
Sin dalla sua (nuova, la prima avvenne negli anni Sessanta) costituzione di Avanguardia Nazionale, Angelo Izzo risulta tra i fautori dell’organizzazione ed allo stesso tempo persona gravitante anche nelle altre bande succitate.


   Tilgher frequentava la città di Perugia essendo membro di una sorta di loggia massonica connessa ad una Chiesa Gnostica, quella creata da un altro medico perugino, Francesco Brunelli. La Chiesa Gnostica del dottor Brunelli si rifaceva all’Ordine dei Martinisti, una Via Iniziatica in ambito esoterico identificabile alla stregua appunto di una obbedienza massonica. La legge aveva abolito le società segrete ma per un buco legislativo la lista delle associazioni da doversi sciogliere non comprendeva tre piccoli gruppi: l’Ordine del Tempio, il Rito di Memphis-Misraim e proprio l’Ordine Martinista.

   Non è questo l’ambito per entrare nei dettagli, nella filosofia e nei rituali di questa particolare congregamassonica dall’origine antica ed internazionale, ma ai nostri fini serve sapere che dopo Franco Brunelli, a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta, uno dei successivi Maestri fu Loris Carlesi di Prato.


   Carlesi si muoveva tra le attigue Prato, dove annoverava diversi adepti operanti in ambienti di vario tipo e classe sociale e Firenze, città dove il gruppo raccolto intorno alla Venerabile Associazione Cenacolo di Prometeo professava gli insegnamenti della loggia gnostica ed esoterica.


   Loris Carlesi con lo pseudonimo di Tau Johannes fondò a Firenze l’Accademia di Studi Gnostici, punto di riferimento, sembra, di diversi personaggi spazianti in differenti ambiti sia cittadini che della provincia.


   Francesco Narducci aveva numerose amicizie nell’area fiorentina, una delle quali corrispondeva a Stefano Mingrone, il rappresentante locale di Avanguardia Nazionale.

   Avanguardia Nazionale, frequentata da Izzo e guidata da Adriano Tilgher e Stefano Delle Chiaie, una delle principali organizzazioni di estrema destra coinvolta in numerose drammatiche vicende di cronaca avvenuti nei cosiddetti “anni di piombo”, aveva alla base una marcata impronta esoterica ben visibile sin dal suo simbolo, la ventiquattresima lettera dell’alfabeto runico: l’Odal.


   L’organizzazione oltre ad una struttura ritualistica-esoterica ed una più politica né annoverava anche un’altra dedita alle infiltrazioni nelle antagoniste organizzazioni di estrema sinistra.

 
   Tra i dirigenti di Avanguardia Nazionale figurava anche Serafino Di Luia secondo Angelo Izzo partecipante insieme a lui e Narducci al rapimento ed all’uccisione di Rossella Corazzin ed additato da alcuni suoi ex compagni come “un funzionario del Ministero degli Interni[20]. In seguito Di Luia continuerà ad operare in ambito esoterico come editore[21].

   Ma tra i presunti insider al Ministero ed all’Ufficio Affari Riservati figuravano anche altri dirigenti del gruppo neofascista come Giorgio Crescenzi e Stefano Delle Chiaie, il leader del gruppo e collaboratore con la DINA, il servizio segreto cileno che a quanto pare aveva attivo un loro agente anche nella città di Perugia. Proprio in Cile Delle Chiaie trascorse in seguito una parte della sua latitanza.


   In stretti rapporti con Avanguardia Nazionale, seppur appartenente ufficialmente ad Ordine Nuovo, era il perugino Graziano Gubbini, gravitante anche esso insieme a Tilgher nell’ambiente della loggia martinista di Brunelli e Carlesi e protagonista di vari eventi di quegli anni che lo portano ad avere legami anche con ambienti vicini a Gelli ed alla loggia P2.


   E proprio alla sfera gelliana era contiguo l’ordine martinista e neotemplare presente tra Perugia e Prato il quale oltre ai già visti punti di collegamento con il mondo dell’eversione neofascista, presentava vicinanza finanche con ambienti mafiosi siciliani. Con l’associazione segreta tosco-umbra che si ispirava ai princìpi dei Templari e del Santo Graal entrò infatti contatto con il pentito Angelo Siino, lo stesso che nei primi anni duemila affermò che la Mercedes sulla quale trovò la morte in un incidente stradale la figlia del Venerabile Gelli era una auto in uso alla mafia stessa e ad altri personaggi a metà tra affari e massoneria.


   A Perugia a stretto contatto con Gubbini operava il suo amico Luciano Laffranco esponente del Fuan prima e del MSI dopo. Movimento Sociale Italiano che al suo interno aveva proprio una corrente martinista guidata da Francesco Mangiameli, altro nome caldo dell’eversione di quegli anni ed appartenente appunto all’Ordine Iniziatico di Brunelli e Tau Johannes.

   Mostro di Firenze, estremismo nero ed ordini neotemplari. L’ordine Martinista come altre Fratellanze massoniche meno esoteriche e più alla luce del sole nelle città di Perugia e Firenze, attingevano soprattutto ad alte sfere pubbliche arrivando a toccare Corti di Appello, Comuni, Procure, imprenditoria, forze dell’ordine e sanità convergendo, in alcuni casi, in rapporti relazionali con Arezzo, la P2 ed il Sismi fiorentino.


   Queste diramazioni portano però ad altre vicende che attanagliarono la Toscana, l’Umbria, le Marche in quegli anni con la città di Firenze protagonista con vari depositi di armi, attentati, rapine che coinvolsero appartenenti alle forze dell’ordine, semplici cittadini, istituzioni straniere, ex legionari sconosciuti al grande pubblico.


   Tornando alla relazione della Commissione Antimafia ed alle dichiarazioni di Angelo Izzo, da questo quadro appena esposto, molto generalizzato e nel quale non vengono affrontate le tentacolari diramazioni che si dipanano per poi comunque sovrapporsi tra di loro verso un’unica direzione, si evince come Angelo Izzo, membro della cosiddetta manovalanza di Avanguardia Nazionale ma non solo di quella, era ben dentro le vicende che racconta. Magari con qualche elemento inventato ma di certo con una cognizione di causa. Parlando a scopo beffardo sapendo di non avere comunque oramai più nulla da perdere o forse con l’intento di lanciare segnali che qualcuno potrebbe esser in grado di comprendere.

 

 


[1] https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/22_settembre_20/mostro-firenze-rivelazioni-killer-circeo-messinscena-la-fuga-dell-assassino-22b9f578-38ac-11ed-8da2-74484731b064.shtml

[2] https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/22_novembre_25/mostro-firenze-commissione-emerse-novita-che-devono-essere-approfondite-9dcd9f40-6ce0-11ed-b2b3-34bd2abe53df.shtml.

[3] https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lenigma-narducci-mostro-firenze-massoneria-deviata-chi-era-2081686.html

[4] A entrambi vennero amputati gli arti e allo scoppio del rogo il bambino era ancora vivo.

[5] Ottobre 1985.

[6] https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lenigma-narducci-mostro-firenze-massoneria-deviata-chi-era-2081686.html

[7]                                                             C.s.

[8] Località affacciata sul lago Trasimeno

[9] https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lenigma-narducci-mostro-firenze-massoneria-deviata-chi-era-2081686.html

[10]                                           C.s.

[11]                                           C.s.

[12]                                          C.s.

[13]                                          C.s.

[14]                                         C.s.

[15]                                        C.s.

[16]                                      C.s.

[17]  Calamandrei era il farmacista di San Casciano finito nella vicenda del mostro per poi venire assolto da ogni accusa.

[18] https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lenigma-narducci-mostro-firenze-massoneria-deviata-chi-era-2081686.html

[19] https://ilquotidianoditalia.it/cronaca/mostro-di-firenze-estremismo-nero-ed-ordini-neotemplari/

[20]                                          C.s.

[21] http://www.fascinazione.info/2018/03/serafino-di-luia-il-mio-voto.html

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~ di marcos61 su dicembre 3, 2022.

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