CONSIDERAZIONI INTORNO ALLA GLOBALIZZAZIONE

   Con questo scritto non abbiamo la pretesa di voler dare una definizione compiuta ed esaustiva di cosa è l’attuale fase dell’imperialismo, da più parti denominata, in maniera impropria globalizzazione. Ispirati dal marxismo, affrontiamo l’analisi dell’imperialismo non come un fenomeno meramente politico o soggettivo-culturale, ma come un processo con salde radici economiche. L’attuale fase imperialistica, dai più denominata globalizzazione, sembrerebbe, ad una superficiale analisi, riproporci la possibilità di una superpotenza imperialistica unica, transnazionale, che ha negli USA il centro principale, ma, proprio partendo da una analisi delle dinamiche economiche mondiali, si può constatare che ci troviamo di alle compresenza di diversi poli imperialistici che dominano zone macro-economiche geografiche diverse e tra questi poli o potenze imperialiste vige una rivalità che porta alternativamente a concorrenze feroci o ad accordi monopolistici internazionali.

UNO SGUARDO ALLE ORIGINI STORICHE DELL’IMPERIALISMO

   è opportuno iniziare la nostra analisi facendo chiarezza su un termine che ci viene imposto con cadenza ossessiva dalla propaganda borghese che cosa si cela sotto la parola globalizzazione? Il suo significato è nebuloso e oscuro per la maggior parte delle persone, poiché si tratta di neologismo utile e pericoloso, vedremo perché. Fino a pochi anni fa, la globalizzazione,  compariva sui dizionari come termine usato solamente nella psicologia dell’età evolutiva, relativamente alla conoscenza della realtà da parte del bambino.[1]  0ggi appartiene alla strategia di persuasione, più o meno occulta, messa in atto dai detentori del potere, perché le masse accettino l’attuale situazione come inevitabile. È un termine privo di connotazioni politico ideologiche e proprio per questo dogmatico e insondabile.

   Tuttavia, è necessario chiamare le cose con i loro nomi, contro chi vuole confondere gli elementi in gioco e a cancellare le categorie marxiste di interpretazioni della realtà. E allora chiariamo che globalizzazione significa imperialismo, così come “economia di mercato” significa capitalismo, le vittime dell’imperialismo e del capitalismo vengono definite eufemisticamente “paesi in via di sviluppo” o persone indigenti o con scarse risorse, i padroni vengono chiamati “forze vive”, così come il diritto dei padroni di licenziare i dipendenti senza indennizzi, né spiegazioni si chiama “flessibilità del lavoro”.

   Questi neologismi risultano utilissimi per la propaganda borghese sono molto pericolosi per le masse sfruttate, che si vedono private dei punti di riferimento e delle chiavi interpretative marxiste della realtà di sfruttamento di cui sono vittime.

  Quindi l’attuale fase (definita globalizzazione dalla borghesia) non è che una fase dell’imperialismo, fenomeno analizzato già all’inizio del XX secolo da Lenin e in precedenza da Marx.

   Dopo l’aperta e dichiarata restaurazione del capitalismo determinata dalla borghesia interna al Partito, agli apparati dello Stato e negli Organismi di massa, nell’URSS e nell’Europa dell’Est, è venuto meno l’ordine mondiale bipolare caratteristico del secondo dopoguerra. Le borghesie che comandano le potenze mondiali, USA, i paesi europei costituenti l’Unione Europea[2] e il Giappone, impongono  il  potere sovranazionale delle loro imprese, scavalcando l’autorità degli Stati. Si verifica un enorme concentramento di potere e di denaro nelle mani di pochi gruppi appoggiati da organismi come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ecc., che impongono ai Paesi che richiedono l’intervento economico di questi organismi le proprie decisioni volta ad abbattere gli ostacoli al “libero commercio”. Se un Paese non le accetta viene sottoposto a pesanti rappresaglie commerciali, politiche e anche militari. I parlamenti dei vari  Paesi risultano conviventi con gli interessi delle imprese multinazionali e incapaci di opporre resistenza, di conseguenza alle imprese multinazionali viene conferito uno status superiore a quello degli Stati nazionali, con gravissime conseguenze per le masse popolari.

  La borghesia non viene vista come una classe sfruttatrice, ma come modello da imitare, grazie al martellante lavaggio del cervello da parte dei mass media che impongono gli stessi status symbol e gli stessi modelli per tutti, indifferentemente.

   Precedendo a ritroso le origini dell’attuale fase imperialistica possiamo notare che già nel 1916 Lenin affermava che l’imperialismo sorse come evoluzione del capitalismo allorché si sostituì alla libera concorrenza, elemento essenziale del capitalismo, i monopoli (L’imperialismo, capitolo settimo). Quindi, in sintesi, per capire sono le origini dell’attuale fase imperialistica, bisogna risalire alle origini stesse del capitalismo. A questo proposito, molto efficacemente, nel primo libro de Il Capitale Marx afferma: “La scoperta dell’oro e dell’argento in America, lo sterminio, la riduzione in schiavitù e il seppellimento nelle miniere della popolazione indigena, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali e la trasformazione dell’Acqua in riserva di caccia di schiavi negri, contrassegnano gli albori dell’era di produzione capitalistica. Questi processi idilliaci rappresentano momenti essenziali dell’accumulazione originaria”.

  Vediamo qualche cenno su ciò che accade.

   Nel XV secolo la conquista delle terre delle terre d’oltreoceano fu ufficializzata e sacralizzata dal Papa spagnolo Alessandro VI, che dichiarò la regina Isabella di Castiglia padrona del Nuovo Mondo. Intanto gli spagnoli effettuavano la campagna militare contro i tainos, gli indigeni di Santo Domingo, che furono sterminati completamente. In Spagna erano i tempi della Riconquista spagnola dei territori ancora occupati dall’islam, e dell’Inquisizione. L’oro e l’argento sudamericani trasformarono in realtà il mito di Eldorado.[3] Nel 1545 fu scoperta Potosì, in Bolivia, con i suoi giacimenti di argento. Tra il 1503 e il 1560 arrivarono nel porto di Siviglia 185.000 chili di oro e 16 milioni di chili di argento. I metalli preziosi arrivavano a Siviglia ma finivano nelle mani dei vari banchieri europei (tedeschi, fiamminghi, genovesi) come i Fuegger o i Grimaldi, che avevano finanziato il Papa spagnolo per la costruzione di San Pietro o le guerre di religione. I metalli che venivano dai domini coloniali stipolarono e resero possibile lo sviluppo economico europeo. L’agonizzante società feudale vide la nascita del mercantilismo capitalistico, mentre gli indigeni e gli schiavi neri venivano trasformati in una sorte di proto-proletariato estero dell’economia europea.

   L’economia coloniale latino-americana ebbe a disposizione la più grande concentrazione di forza lavoro conosciuta fino ad allora, che rese possibile la maggiore concentrazione di ricchezza di cui una civiltà abbia mai potuto disporre nella storia universale. Si ritiene che quando i conquistadores arrivarono in America  gli aztechi, gli inca, i maya e le altre popolazioni native,  raggiungevano i settanta-novanta milioni, un secolo e mezzo dopo erano stati ridotti a tre milioni e mezzo. Non è certamente un caso che molti storici parlano di sterminio dei nativi americani, avvenuto con l’arrivo degli europei alla fine del XV secolo fino alla fine  XIX secolo. Si ritiene che tra i 55 e i 100 milioni[4] di nativi morirono a causa dei colonizzatori, come conseguenza di guerre di conquista, perdita del loro ambiente, cambio dello stile di vita e soprattutto malattie contro cui i popoli nativi non avevano difese immunitarie, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio poiché considerati barbari. Secondo Thornton, solo nel nord America morirono 18 milioni di persone.[5] Per altri autori la cifra supera i 100 milioni, fino ad arrivare a 114 milioni di morti in 500 milioni.[6]

   I nativi venivano strappati alle comunità agricole e gettati, con mogli e figli, nell’inferno delle miniere. Le unità agricole venivano smembrate ed il sistema collettivo di coltivazione veniva distrutto. Gli indios erano completamente sottomessi ai bianchi. A testimonianza di questo basti pensare che in Bolivia fino al 1952, anno della rivoluzione, gli indios adibiti al servizio al servizio domestico mangiavano gli avanzi del cane, accanto al quale dormivano, e si inchinavano prima di rivolgere a persone di pelle bianca. I turisti che fotografano gli indios andini con i loro abiti tipici, ignorano che questi costumi furono imposti da Carlo III re di Spagna, alla fine Settecento. In linea con la completa distruzione della cultura dei nativi da parte dei conquistatori, l’uso della coca, che in origine veniva usata dagli indios solo a scopi rituali; gli spagnoli ne stimolarono astutamente il consumo e si arricchirono con il commercio di questo prodotto, mentre la Chiesa incassava imposte sulla droga. Nelle miniere venivano consumati ogni anno centomila cesti di foglia di coca: gli indios compravano coca anziché cibo con i loro esigui salari. Con l’acquavite succedeva la stessa cosa, insieme alla coca rendeva sopportabili  le fatiche che venivano loro imposte, anche a costo di accorciarsi la vita e di sprecare i guadagni.

   Così come le ricchezze dei territori colonizzati dagli spagnoli passavano attraverso la Spagna, le ricchezze del Brasile passavano attraverso il Portogallo, ma la loro destinazione era l’Inghilterra. Provenivano dalla regione del Mitras Gerais, che era ricca di oro e diamanti. Con un trattato del 1703, il Portogallo apriva il proprio mercato e quello brasiliano alle manifatture britanniche, sancendo di fatto la propria dipendenza economica e politica.

   Intanto a Londra, arrivavano 50.000 libre d’oro alla settimana, un’accumulazione di ricchezza che permetterà all’Inghilterra di tenere a testa a Napoleone. Bisogna considerare che l’Inghilterra stava saccheggiando contemporaneamente anche l’India. Nel 1687 la Compagnia britannica delle Indie Orientali si installò a Bombay e nel 1696 costruì Fort William a Calcutta. A partire dal 1798 le truppe della Compagnia intrapresero varie campagne al fine di conquistare sistematicamente il territorio indiano. Attorno al 1820 la Gran Bretagna era riuscita a controllare quasi tutta l’India. L’economia indiana, nel frattempo, fu completamente stravolta. L’artigianato tessile indiano, che esportava stoffe di ottima qualità, costituiva un ostacolo alla crescita dell’industria tessile inglese e per questo venne annientato. La sparizione dell’artigianato domestico prodotto nei villaggi, causò un impoverimento generale dei contadini che inoltre venivano severamente danneggiati dalla riorganizzazione dell’agricoltura finalizzata all’esportazione. La dominazione inglese causò la diminuzione delle entrate ed aumentò la disoccupazione. Inoltre, l’amministrazione coloniale adeguò la contabilità dello Stato alle proprie necessità: le spese militari (come ad es. le campagne di Afghanistan, Birmania e Malesia) venivano pagate dal tesoro indiano e tutte le erogazioni britanniche, per quanto non avessero relazione con l’India, venivano calcolate come spese dell’impero Indiano. La politica coloniale britannica in India si basava sull’antica strategia del divide et impera: si inviavano mercenari di una regione per sottometterne un’altra (come nel caso dei Gurkhà[7]) e si sfruttavano le differenze religiose tra mussulmani, indù, e buddisti, creando frequenti disordini.   

   Intanto Manchester, nel nord dell’Inghilterra, diventava la prima città industriale del mondo e contava alla fine del Settecento decine di migliaia di  operai tessili. Nei suoi magazzini venivano raccolti enormi quantità di merci dei suoi mercanti, che dominavano il commercio del cotone britannico  e mondiale dell’Ottocento. Nel 1830 viene creata la prima linea ferroviaria del mondo che univa Manchester a Liverpool, che era all’epoca il principale porto mondiale.

   All’eccezionale accumulazione originaria contribuì notevolmente il sistema della monocoltura: le coltivazioni locali (come quelle di mais, patate, yucca, fagioli e arachidi sulla costa sudamericana  del Pacifico, per esempio) venivano sostituite con cotone, cacao, zucchero, caucciù, caffè. In Brasile, alla fine del XVI secolo, esistevano 120 zuccherifici.

   I loro padroni, che possedevano le terre migliori, non coltivavano prodotti alimentari diversificati, ma li importavano insieme ai prodotti di lusso ed agli schiavi provenienti dall’Africa. La prosperità dei pochi consisteva con la miseria della maggior parte della popolazione.

   La monocoltura dello zucchero caratterizzò l’economia e persistette nonostante i cambiamenti, anche dopo la Rivoluzione del 1959.

   I prodotti delle monocolture favorirono il commercio dei paesi europei con le colonie e le esportazioni di merci del Nuovo Mondo, dando grande impulso all’accumulazione di capitale per lo sviluppo industriale di Inghilterra, Olanda, Francia e Stati Uniti e rovinarono l’America Latina, l’India e l’Africa.

   L’Inghilterra deteneva, oltre al primato delle industrie manifatturiere, anche quello della compravendita di carne umana; gli olandesi avevano una lunga esperienza nel campo, ma vennero superati dagli inglesi. Luigi XIV il re Sole, divideva con la Spagna i profitti del traffico di schiavi e Jean-Baptiste Colbert[8] suo ministro, artefice dell’industrializzazione francese, riteneva che la tratta degli schiavi favorisse lo sviluppo della marina mercantile nazionale. Adam Smith, teorico del liberismo economico, sosteneva che la scoperta dell’America aveva portato il sistema mercantile ad un grado tale di splendore e di gloria che altrimenti non avrebbe mai raggiunto. Le merci britanniche venivano trasportate anche in Africa: i capi africani ricevevano armi (la città di Sheffield diventò un importante centro di coltelli e Birminghman di moschetti), stoffe, gin, rum, e perline colorate, in cambio consegnavano enormi quantità di schiavi. Le armi servivano  per cacciare gli abitanti dai villaggi. Gli schiavi venivano trasportati nelle colonie d’oltre oceano ed esibiti nelle strade come merce. Le navi inglesi ripartivano verso Liverpool cariche di prodotti coloniali: cotone (dalle Antille prima e da Georgia e Luisiana più tardi, zucchero, caccia, caucciù dell’Amazzonia ecc.). A quel tempo un inglese poteva vivere con sei sterline annue e i mercanti di schiavi di Liverpool ne guadagnavano più di un milione. La tratta degli schiavi costituì una delle basi su cui poggiava quindi una delle basi su cui poggiava la rivoluzione industriale. I Lloyd’s accumulavano profitti assicurando schiavi, navi e piantagioni. Furono così sovvenzionate dai mercanti di cui sopra le invenzioni del telaio meccanico di Hargreave e quella della macchina a vapore di James Watt, capisaldi della rivoluzione industriale.

   Agli inizi dell’Ottocento la Gran Bretagna promosse la campagna antischiavista, poiché gli schiavi non le servivano più,  erano necessari mercati internazionali dotati di maggiore potere di d’acquisto, servivano dei lavoratori salariati. La navi negriere pirata continuavano comunque a portare schiavi a Cuba e in Brasile.[9]

L’ODIERNA GLOBALIZZAZIONE

   L’analisi profonda e multiforme dell’imperialismo, dei tratti caratteristici e delle peculiarità del capitalismo monopolistico, delle sue principali contraddizioni è diventata parte integrante, se non basilare, della teoria rivoluzionaria del terzo millennio e Lenin può benissimo essere considerato come il fondatore della dottrina dell’economia politica dell’imperialismo.

   Lenin, in linea e sviluppandole le analisi di Marx, scelse l’economia come punto di partenza dell’analisi del capitalismo a lui contemporaneo, respingendo con fermezza la concezione di Kautsky, rivelatasi storicamente inaccettabile, che interpretava l’imperialismo come una determinata linea politica della borghesia di alcuni  dei più potenti paesi capitalistici, e, di conseguenza, Kautsky basò la sua attenzione sull’analisi socioeconomica della società borghese, incurante dell’ascesa dell’imperialismo. L’analisi condotta da Lenin, tendente invece a mettere in luce le principali leggi dello sviluppo dell’imperialismo, ebbe come principale oggetto di studio il monopolio capitalistico. Lenin giunge a dire  che “se si volesse dare la definizione più conscia dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo”.[10]   L’analisi teorica leniniana, che ha saputo svelare la base economica dell’imperialismo, consiste nella sostituzione della libera concorrenza da parte dei monopoli. Seguendo le leggi della selezione naturale, la libera concorrenza determina l’imporsi del monopolio. In parole povere, l’affermarsi del monopolio capitalistico è una conseguenza naturale dell’evolversi ulteriore del sistema borghese capitalistico. L’affermarsi di un pugno di giganti industriali procede di pari passo con le fine e la rovina dei concorrenti deboli, come le piccole e media aziende. I processi della concentrazione e della centralizzazione del capitale hanno determinato l’affermarsi di grossi monopoli aziendali, in modo che la parte fondamentale della produzione inizia ad essere realizzata da un numero sempre più piccolo di imprese. Tutto ciò crea le premesse, che un gruppo di aziende leader predomino nel mercato e stabiliscano i prezzi da monopolio. Tutto consolida il costituirsi dei monopoli con la conquista da parte di questi delle materie prime, della rete distributiva, dei mezzi di trasporto e degli altri fattori che consentono la riproduzione allargata del capitale. I profitti di monopolio fanno sì che  (grazie a nuovi capitali) aumenti l’efficienza produttiva. La forma azionaria permette alle grandi imprese di mobilitare considerevoli quantità di capitale per un ulteriore incremento non solo della forza produttività, ma per ritagliarsi ulteriori fette di mercato. Tutto ciò fa accrescere il livello di concentrazione/centralizzazione del capitale. Con l’affermarsi del monopolio il profitto può aumentare, non solo perché aumenta la produttività è perché c’è la riduzione dei costi di produzione, ma anche perché viene a ridursi, la produzione e vi è l’aumento artificioso dei prezzi. I monopoli più potenti sono in grado di acquistare brevetti di maggior prospettiva per impedire che vengano introdotti nel processo produttivo e incrinino il dominio economico dei monopoli. È il caso del monopolio delle lobby petrolifere che dalla seconda metà del secolo scorso hanno sempre acquistato brevetti per lo sfruttamento di nuove fonti energetiche per impedire che nell’ambito industriale, l’energia petrolifera venga scalzata da altre forme energetiche. Con il loro monopolio energetico, non solo hanno sino ad oggi realizzato profitti giganteschi, ma hanno messo in serio pericolo la salute del pianeta stesso, oltre quella dei suoi abitanti. Il monopolio assorbe a sé tutto, impedisce innovazioni e impedisce che muovi brevetti possano dar beneficio eventuali possibili concorrenti. Quindi nel monopolio vi è la tendenza all’imputridimento e alla stagnazione economica, come pure la possibilità di una rapida crescita, dato che aumenta notevolmente il carattere consumistico di massa e allarga socialmente il bacino di utenza della produzione stessa. Partendo da un attenta analisi dei processi di concentrazione e monopolizzazione della produzione, Lenin, rifacendosi su fatti concreti del suo tempo, giunse a formulare i suoi 5 contrassegni economici dell’imperialismo, che contraddistinguono la fase evoluta della società borghese dal capitalismo della libera concorrenza al monopolio.

   Un termine assai usato e inflazionato oggi giorno, che si incontra in articoli, libri, riviste e interviste e quello della globalizzazione. Questo termine dal nostro punto di vista si debba definire un processo storico dell’evoluzione imperialistica, in cui, grazie al progresso dei mezzi di trasporto e di comunicazione che usufruiscono delle conquiste della rivoluzione tecnologica apportata dall’elettronica e dall’informatica e grazie allo sviluppo progressivo delle strutture produttive ad essa legate e al sovrastrutture legali, si sono via via intensificati i rapporti e l’interdipendenza delle comunità umane estesi sino al limite dell’intero globo terrestre. Ma questo processo che ha visto una notevole accelerazione negli ultimi decenni, non è altro  che l’evolversi delle strutture industriali e produttive iniziate in alcune parti del globo sin dal XV secolo. Tutto ciò non intacca minimamente la teoria di Lenin dell’imperialismo, anzi ad una lettura essa si rivela ancora utile e necessaria per studiare approfonditamente l’attuale situazione, tanto da dover affermare che se di globalizzazione si deve parlare, allora siamo di fronte ad una globalizzazione imperialista, cioè siamo di fronte ad una ulteriore e evoluta fase di quel sistema imperialistico che fu studiato a fonde e analizzato da Lenin. In realtà le categorie di studio e l’analisi marxista dell’imperialismo, portate avanti di Lenin, sono ancora tutt’oggi valide per analizzare e interpretare l’odierna realtà che è impropriamente definita con nome di globalizzazione. Tutto ciò che gli studiosi della sinistra borghese, del cosiddetto mondo “antagonista” della contestazione, i portavoce, i teorici e i guru del cosiddetto “popolo di Seattle”, hanno evidenziato come caratteristiche fondanti e principali dell’odierna globalizzazione è già stato in gran parte previsto , studiato e analizzato da Lenin, nella sua teoria dell’Imperialismo. Nonostante le dovute differenze di tecnologia e delle sue notevoli applicazioni odierne rispetto ai tempi di Lenin, nell’ambito socioeconomico e politico i rapporti svelati da Lenin sono rimasti sostanzialmente inalterati, all’interno della logica capitalistica, che è stata sviscerata e studiata da Lenin e che è oggi della fase di quell’imperialismo di cui, ci troviamo di fronte. La globalizzazione, rispetto all’epoca di Lenin, ha dilagato in una maniera sino ad oggi sconosciuta la mobilità del capitale, delle merci e delle conoscenze, degli uomini, delle ideologie e dei costumi; ha moltiplicato i rapporti e l’interdipendenza tra le varie comunità umane dal livello degli stati sino a quello personale e le possibilità di arricchimento reciproco, sia quel piano materiale che su quello culturale. Di per sé, se considerato in forma astratta, tutto ciò, non può che essere considerato altamente positivo, dato che costituisce un grande avanzamento delle capacità dell’uomo di superare le barricate spazio-temporali imposte dal mondo naturale e permette alla civiltà umana di padroneggiare le forze naturali a beneficio di tutta l’umanità. Questo giudizio è totalmente opposto se questo processo di globalizzazione non viene considerato astrattamente, ma viene collocato, come deve essere, nella realtà sociale dominante, alla cui base vi è il sistema di produzione che ha prevalso sino ad oggi, cioè il sistema capitalistico. Se seguiamo attentamente il sorgere e l’evolversi del  processo di globalizzazione, appare evidentemente che esso si accompagna di pari passo con l’evoluzione del capitalismo, quando addirittura si è intrecciato con esso. Per questo oggi non possiamo parlare di globalizzazione se non qualificandola con la fase più evoluta del capitalismo, cioè l’imperialismo, sorto tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo e messo a fuoco da Lenin.

   Nella sostanza la globalizzazione è un fenomeni che ha avuto luogo nel contesto di una società nella quale i padroni dei mezzi di produzione continuano a detenere le leve decisive del potere economico, culturale e politico, con le quali sostengono le loro politiche di sfruttamento della classe sul piano  e internazionale.

   Queste politiche hanno avuto risultati ben documentati da una serie di rivelazioni ed inchieste che mostrano la crescente concentrazione dei redditi nelle classi e nella nazioni più ricche e il deteriorarsi delle condizioni di vita di quelle più povere, con scarti enormi per quel che riguarda l’alimentazione, i livelli di morbilità e mortalità, le condizioni abitative, il livello di istruzione e le speranze di vita.

   Le tendenze e le conseguenze fondamentali dello sviluppo capitalistico erano già state correttamente individuate da Marx, che nel 1848 scriveva: “La borghesia non può esistere senza rivoluzionare gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutata conservazione dell’antico modo di produzione”. “Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. Sfruttando il mercato mondiale ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale… al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, subentrano bisogni muovi…subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra”.[11]

   Bisogna sfatare il luogo comune che tra gli intellettuali riformisti, e della sinistra borghese che ritiene superati i 5 punti che secondo Lenin ne rappresentano i suoi principali contrassegni. Vediamoli:

  1. La concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica. Oggi si fa un gran parlare di multinazionali e di posizioni monopolistiche. Le lobbie del petrolio e delle armi che hanno permesso la vittoria di Bush a Presidente USA,[12] il monopolista Bill Gates, i grandi gruppi che dominano la produzione mondiale di auto che stanno assorbendo tutti gli altri, le multinazionali del farmaco che dettano le leggi di accesso alle medicine attraverso i diritti di proprietà intellettuale, sono tutte illustrazioni attuali di questo primo punto.
  2. La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi sulla base di questo del capitale finanziario, di un’oligarchia finanziaria. Oggi per finanza si intende fondamentale speculazione borsistica. La definizione di Lenin è più ampia e risulta molto lungimirante: il capitale produttivo, per esempio della FCA (FIAT), insieme alle partecipazioni azionarie della FCA detenute dalle varie  finanziarie del gruppo, il denaro preso in prestito dalle banche, ma anche le azioni del gruppo FCA detenute dalle banche, determinano la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensione degli USA, per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi di interesse, hanno quote investite in immobili; la speculazione, la produzione e materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo di interesse, tendono a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale.
  3. La grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci. Per quanto sia cresciuto il commercio internazionale, le masse di capitale che si spostano quotidianamente nelle borse mondiali, in grado di mettere in gioco qualsiasi paese, sono la materializzazione più evidente di questo concetto. Gli investimenti diretti all’estero (IDE) ne sono un’altra valida illustrazione: la vorticosa crescita dei “tigri” del Sudest asiatico è stata in grandissima parte dovuta all’esportazione di capitali giapponesi a partire dagli anni Settanta. Il capitale finanziario è il capitale dirigente lungo l’intera epoca imperialista del capitalismo. Tutti i grandi gruppi capitalisti sono anzitutto gruppi finanziari.
  4. Il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo. Tutto ciò dimostra quanto sono ipocriti gli intellettuali “no global”, che straparlano della novità epocale rappresentata dai centri soprannazionali di potere: il WTO, il FMI, la BM, la NATO (e si può tranquillamente aggiungere l’ONU). Secondo questi intellettuali l’esistenza di centri renderebbe obsoleta la teoria leninista dell’imperialismo!
  5. La compiuta ripartizione della terra tra le grandi potenze imperialiste. Come si può notare Lenin non associa la ripartizione all’occupazione militare o alla necessità di sviluppare conflitti aperti e permanenti tra  le potenze imperialistiche per definire la spartizione. I conflitti diretti tra le grandi potenze durante il periodo della cosiddetta guerra fredda non ci furono, ma non per questo è venuto meno l’imperialismo. L’aperta e dichiarata restaurazione del capitalismo in URSS, lungi dall’eliminare la necessità di eliminare il confronto interimperialistico, avviò una nuova fase di ripartizione imperialistica quella che Bush Sr. aveva battezzato “nuovo ordine mondiale”, che in realtà sarebbe stato un ordine monopolare americano. In effetti man mano che aumentano le difficoltà dell’accumulazione del capitale, una frazione della Borghesia Imperialista mondiale tenti di imporre un’unica disciplina a tutta la Borghesia Imperialista costruendo attorno agli USA il proprio nuovo Stato sovranazionale: quest’ultimo assorbirebbe più strettamente in sé gli altri Stati limitandone ulteriormente l’autonomia. Ed è questo quadro che ci sono gli interventi militari USA in Iraq, Jugoslavia, Somalia, Afghanistan, in Libia e in maniera indiretta in Siria. Come molte guerre attuali avvengono per procura, combattute per conto terzi da eserciti su basi etniche, o da eserciti mercenari, nati dalla devastazione post coloniale. È per esempio il caso di molti paesi africani (Congo, Somalia, Sierra Leone, Liberia ecc.), dove alcune potenze imperialistiche come gli USA e la Francia, e bande assoldate da multinazionali che sfruttano le materie prime combattono per la spartizione delle rochezze minerarie. Un’altra guerra combattuta per procura è stata quella scatenata dall’Iraq finanziato e armato da USA e Gran Bretagna contro l’Iran. Non è importante sapere chi sparò il primo colpo, la questione fondamentale è che si trattò di una guerra fatta per bloccare una rivoluzione che non era certo quella islamista di Khomeini. L’ayatollah arrivò in aereo in Iran 15 giorni dopo che lo scià aveva lasciato il paese per “motivi di salute”. La lotta era stata condotta da vaste fasce popolari, e si erano distinti i Fedayn del popolo e soprattutto il proletariato delle zone petrolifere e dei porti. Per bloccare le spinte sociali più avanzati, una guerra, col suo inevitabile scoppio di patriottismo, è la soluzione. Dopo la rivoluzione del febbraio 1917, Miliukov[13], e con lui la parte più consapevole della borghesia russa, capirono che, anche se l’esercito era rovinato e non era più in grado di resistere a lungo, solo la continuazione della guerra avrebbe potuto impedire la conquista del potere da parte dei bolscevichi. Allora il partito di classe seppe sventare il criminoso piano della borghesiaIl vero motivo per cui l’imperialismo USA fomentò la guerra Iran Iraq non fu dunque, quello di fermare Khomeini. In Iran erano nati organismi simili ai Soviet. Khomeini gettò una cappa di piombo sulla rivoluzione e la soluzione al conflitto di classe fu la guerra, che annegò le spinte rinnovatrici nell’esaltazione nazionalistica.

      Il concetto di globalizzazione appare non dissimile dalla concezione di Kautsky circa un “ultraimperialismo”, la unificazione degli imperialismi, che porterebbe alla eliminazione delle guerre fra Stati e dei conflitti statali intestini, considerati enormi calamità dai ceti piccoli borghesi degli inizi del XX secolo. Questo ultraimperialismo, pensato da Kautsky, dovrebbe dare luogo ad un mondo in gran parte pacificato, in cui non sarebbero più necessarie le aspre lotte operaie. Per Kautsky questa fase è plausibile.[14] Affermare come fa Kautsky, che tutto è omologato in una sorta di superimperialismo globalizzato, in cui si sono attenutati interni ed esterni alle varie nazioni è un falso totale, significa seguire la via opportunistica di Kautsky, che negava i problemi e le forti contraddizione del presente, sino a negare l’esistenza stessa conflitti e delle guerre in una fase evoluta dell’imperialismo. Il ritenere che la globalizzazione è un tutt’uno omogeneo e monolitico significa considerare superata ampiamente la categoria marxiana delle contraddizioni interimperialistiche, che invece sono latenti e sono una costante del fenomeno dell’imperialismo stesso, e lo dimostrano i molti conflitti bellici in questo secondo dopoguerra. Aver voluto credere che la globalizzazione guidata dal potere economico, politico e militare degli USA, sia onnipotente significa non volere vedere le crepe profonde esistenti tra i vari gruppi imperialistici e infondere nell’opinione pubblica la errata nozione dell’invincibilità del potere imperialistico vigente.

LEGGENDO L’IMPERIALISMO DI LENIN

   Leggendo L’Imperialismo di Lenin, la prima cosa che balza agli occhi è il suo costante insistere sull’analisi economica relativa a un pugno di Stati più avanzati e sul loro impetuoso sviluppo capitalistico, sul progredire di questo sviluppo in forma di monopoli, cartelli e soprattutto finanza, per poi sfociare da ultimo, inevitabilmente nell’imperialismo; che è anzitutto una forma di approdo economico, essenzialmente finanziario.

    Come si diceva prima per Lenin la finanza è intesa come alleanza tra grossa industria e grandi banche; oggi dovremmo aggiungere grosse assicurazioni e finanziarie, catene commerciali e di distribuzione, ecc.: i grossi gruppi finanziari di solito posseggono tutte queste parti economiche, in percentuali continuamente variabili. Con la produzione come elemento, in ultima analisi indispensabile; ma con la finanza speculativa come elemento dominante.

   Questo sviluppo, solo successivamente si manifesta anche sul piano politico.

   Lenin nella sua opera è molto duro nella critica a Kautsky, che, dell’imperialismo ha dato un’interpretazione puramente politica e non economica.

   In tal modo Kautsky pensava di poter giustificare il capitalismo, che giunto ormai alla fase dell’imperialismo, avrebbe potuto essere esercitato anche senza adottare forme di oppressione crudeli, aggressive ed infamanti.

   Per Lenin, invece, è lo sviluppo economico stesso di questo pugno di Stati capitalisti più forti che porta inevitabilmente al tentativo della spartizione del mondo. Tentativo che viene messo continuamente in discussione da parte di Stati imperialisti emergenti, cosa che porta a nuove spartizioni; e tutto ciò ha un inevitabile fardello di oppressione, e sfruttamento bestiale di intere popolazioni e di guerre di aggressione portate dappertutto dagli Stati imperialisti.

   Dunque, è la finanza, l’eccesso di capitali, soprattutto speculativi – ma anche produttivi – in cerca di migliori e più redditizi investimenti che sta alla base dell’imperialismo. Il possesso diretto di colonie è solo una forma secondaria e apparente di questo processo, tant’è vero che oggi esistono molti Stati, anche non ridotti politicamente e militarmente al ruolo di colonia, ma che sono sostanzialmente dominati finanziariamente dagli investimenti di Stati capitalisticamente più forti.

   Lenin ha più volte insistito sul ruolo corruttore che esercitano i sovraprofitti drenati nelle colonie e negli Stati dipendenti verso gli Stati imperialisticamente dominanti. È una corruzione che riguarda in particolare una parte più o meno grande della classe lavoratrice dei paesi imperialisti, che, a causa di queste spesso consistenti briciole ottenute, viene a legarsi per periodi anche non brevi al sistema capitalistico nazionale.

SULL’ARISTOCRAZIA OPERAIA

   Per capire la formazione e la creazione dell’aristocrazia operaia, bisogna stabilire le evoluzioni e le modificazioni sociali che la formazione di questo strato ha comportato. Peculiarità del capitalismo è di rivoluzionare continuamente i modi di produzione al fine di poter estorcere una sempre maggior quota di lavoro non pagato all’operaio. Se si guarda attentamente alla crescita di nuovi settori produttivi, bisogna rilevare è che, se da un lato, si producono strati di aristocrazia operaia, dall’altro si produce la gran massa degli operai più sfruttati. Infatti, in base allo sviluppo dei settori c’è una sorta di “sviluppo operaio” che serve solo a coprire questa fondamentale differenziazione dentro la classe operaia. Come si può spiegarsi che nello stesso processo di crescita del capitale si vengono sorbicamente a formarsi, da un lato, gli strati bassi dell’industria (come gli operai alle catene), e dall’altro gli strati privilegiati e ben pagati?   Da un lato il prodotto più specifico del capitale, il suo diretto antagonista: il proletariato industriale composto da operai completamente espropriati anche del mestiere e della scienza, ridotti a semplice appendice della macchina, a mera forza-lavoro; e dall’altro i superspecializzati, capi, tecnici, che formano poi la struttura gerarchica superiore dalla fabbrica. Il legame di questi strati con il processo di crescita del capitale è dovuto dal permanere e riprodursi di “operai dei mestieri” le cui conoscenze scientifiche e tecniche non sono state del tutto incorporate   nel macchinario, e dal formarsi di nuove figure che operano alla realizzazione del funzionamento di macchinari più sofisticati e al controllo di una più complicata organizzazione del lavoro. La forza-lavoro che vendono è forza-lavoro complessa che ha un prezzo sul mercato, e al privilegio economico si unisce una condizione di lavoro che non li sottomette al macchinario e alla produzione di plusvalore relativo. È questa la base, della divisione tecnica del lavoro, che nella fase imperialista fa di questi strati dei beneficiari di quelle briciole di cui parla Lenin. Per capire maggiormente il ruolo di questi strati bisogna considerare la loro collocazione che assumono nelle diverse fasi dello sviluppo capitalistico.

    Nel passaggio dalla manifattura alla cooperazione, Marx come questa “sviluppa una gerarchia della forza-lavoro alla quale corrisponde una scala dei salari (…) Accanto alla graduazione gerarchica, ecco la separazione semplice degli operai in abili e non abili per questi ultimi, le spese di tirocinio scompaiono del tutto: per i primi esse diminuiscono, in confronto, all’artigiano, in conseguenza della semplificazione della funzione. In entrambi casi diminuisce il valore della forza  lavoro”.[15]     

   “Con l’introduzione delle macchine il rapido e il rapido affermarsi della grande industria, si compie la scissione fra le potenze menali del processo di produzione e il lavoro manuale, la trasformazione di quelle in potere del capitale sul lavoro (…) La subordinazione tecnica dell’operaio all’andamento uniforme del mezzo di lavoro e la peculiare composizione del corpo lavorativo, fatto d’individui d’ambo i sessi e di diversissimi gradi di età, creano una disciplina da caserma che si perfeziona e diviene un regime di fabbrica completo e porta al suo pieno sviluppo il lavoro di sorveglianza già prima accennato, quindi assieme ad esso la divisione degli operai in manovali e sorveglianti del lavoro, in soldati semplici dell’industria e in sottufficiali dell’industria”.[16] 

   Il passaggio del Modo di Produzione Capitalistico nella fase imperialista ha comportato profonde ristrutturazioni sociali nelle varie classi. All’interno della borghesia, ad esempio, dallo sviluppo e concentrazione del capitale finanziario ne consegue l’aumento di quello viene definito “il ceto dei rentiers”, cioè di quelle persone che vivono “del taglio dei cedole, non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l’ozio”. [17] Nella classe operaia, le briciole dei sovraprofitti imperialisti elargite a una sua minoranza permettono di costituirne una categoria privilegiata, staccata dalla massa degli operai, legata materialmente agli interessi del proprio imperialismo. Già dalla metà del XIX secolo Marx ed Engels individuavano nella posizione di monopolio nel mercato mondiale detenuta dall’Inghilterra la possibilità di determinare l’imborghesimento di una parte del proletariato inglese e di corrompere i capi operai; e individuavano la connessione tra questo fenomeno oggettivo e il suo riflesso nell’opportunismo in seno movimento operaio. È Lenin che definisce, a livello dell’imperialismo ovvero del capitale divenuto sistema dominante in tutto il mondo, la collocazione dell’aristocrazia operaia. Questa è ormai il prodotto di un’evoluzione prende sì le mosse dagli strati già presenti di operai privilegiati, ma tale da modificarne la base materiale, da trasformarne decisamente i connotati di classe e creare così l’aristocrazia operaia dell’epoca imperialista. Quest’aristocrazia operaia completamente piccolo-borghese, per il suo modo di vita, per i salari percepiti, costituì il puntello della Seconda Internazionale e ai nostri giorni uno dei principali puntelli a livello sociale (non militare) della borghesia. I membri dell’aristocrazia operaia sono veri e propri agenti della borghesia in seno al movimento operaio.

   Attenzione, bisogna classificare bene chi fa parte dell’aristocrazia operaia per non cadere nell’errore di comprendere all’interno di questa categoria l’insieme degli operai dei paesi imperialisti nel loro complesso; nell’affermare che il proletariato dei paesi imperialisti vive alle spalle del resto del proletariato mondiale (in particolare dei paesi di quello che è definito “Terzo Mondo”). Per sfatare questa concezione bisogna partire dal fatto che Marx rilevò che le nazioni in cui più è sviluppata la produzione capitalista e dove in genere i salari sono più alti, e anche più sviluppata l’intensità e la produttività del lavoro, cioè esso produce nello stesso tempo più valore (e più plusvalore).

   A voler essere precisi bisogna calcolare il saggio di plusvalore, cioè la velocità di sfruttamento dei lavoratori, che è molto più alta dei paesi sviluppati che in quelli arretrati, dove i loro salari sono sì più alti poiché “maggiore è la produttività di un paese di un paese rispetto ad un altro sul mercato mondiale, più alti saranno i suoi salari rispetto all’altro. In Inghilterra non solo i salari nominali, ma anche quelli reali sono più alti di quelli che sul continente. Gli operai mangiano più carne soddisfano più bisogni… Ma in proporzione alla produttività degli operai inglesi i loro salari non sono più alti (di quelli pagati negli altri paesi).[18] 

   Al più alto grado di sfruttamento e alla più alta produttività dei lavoratori delle metropoli imperialiste deve essere aggiunta un’importante modificazione della legge del valore che risulta da questo fatto: “Ma la legge del valore viene modificata nella sua applicazione internazionale anche dal fatto che nel mercato mondiale il lavoro nazionale più produttivo vale anche lavoro più intenso…”.[19]   

   Quindi, sul mercato mondiale, sono solo il lavoro dell’operaio delle metropoli imperialiste è più produttivo,  esso crea più valore, giacché vale come lavoro più intenso.

   I teorici terzomondisti e comunque tutti quelli che definiscono che la classe operaia dei paesi capitalisti come “imborghesita” ignorano (o rimuovono se in passato sono stati dei marxisti) la fondamentale questione dei salari relativi. Marx sottolineò l’importanza dei salari relativi per la comprensione dei salari operai nella società capitalista: “Ma né il salario nominale, cioè la somma di denaro per la quale l’operaio si vende al capitalista, né la quantità di merci che egli può comperare con questo denaro, esauriscono i rapporti contenuti nel salario. Innanzitutto, il salario è determinato anche dal suon rapporto con il guadagno, con il profitto del capitalista. Questo è il salario proporzionale, relativo. 

   Il salario reale esprime il prezzo del lavoro in rapporto al prezzo delle altre merci, il salario relativo, invece, la parte del valore nuovamente creato che spetta al lavoro immediato, in confronto con la parte che spetta al lavoro accumulato, al capitale”.[20]

   Marx mostra poi che i salari relativi possono anche diminuire mentre quelli reali aumentano, e che in questo caso: “Il potere della classe capitalista sulla classe operaia è aumentato; la posizione sociale del lavoratore è peggiorata, è stata sospinta un gradino più basso al di sotto di quella del capitalista”.[21]

   È precisamente questa situazione che caratterizza la classe operaia durante l’apogeo della fase ascendente del capitalismo

salari relativi[22]

Produzione industriale pro-capiteSalari relativiQuota dei capitalisti
1859-68             5112484
1869-79             66111104
1880-86             8396104
1887-95             9695105
1895-1903      10594106

    Così questa classe operaia riceve una parte sempre più piccola dell’enorme ricchezza che la sua forza-lavoro creava lungo questo periodo.

   Detto questo, non bisogna scordarsi che il fattore che in ultima istanza determina l’aumento o meno dei salari, è il livello della lotta di classe. È solo l’impatto di una forte combattività che il proletariato potrà strappare al capitale una quantità maggiore dei mezzi di sussistenza che il suo stesso lavoro ha prodotto.

    E a essere ancora più precisi è semplicistico ed errato indicare la maggiore retribuzione come appartenenza all’aristocrazia operaia (la maggiore retribuzione ne è un aspetto).  Spesso e volentieri i lavoratori con salari più avanzati appartengono a categorie più combattive.  La storiografia operaistica degli anni ’60-’70, ha avuto un ruolo negativo in questo senso, poiché ha trascurato il ruolo rivoluzionario, d’avanguardia che ebbe per tutta una fase (quella della sussunzione formale del lavoro nel capitale) rispetto agli altri operai (basti ricordare il ruolo degli operai professionali in tutto il movimento dei Consigli in Europa e in Russia nel periodo 1917-1921), per vedere il lato conservatore (diventato predominante solo nella fase successiva della sussunzione reale del lavoro nel capitale con conseguente affermazione di quello che fu definito operaio-massa). Molti di questi storici evidentemente non hanno mai sentito parlare di aristocrazia operaia. 

    D’altronde parlare di alti salari sembrerebbe possibile (soprattutto in una fase dove sono attaccati pesantemente) sotto il capitalismo sia possibile una giusta redistribuzione del reddito. Col rischio di essere noiosi bisogna ripetere costantemente che ciò che conta sono non le buone intenzioni della borghesia, ma i rapporti di forza, che ogni conquista salariale o d’altro genere strappata alla borghesia da una categoria di lavoratori dai lavoratori di un paese, è un successo per tutti i lavoratori (indebolisce la Borghesia Imperialista, è di esempio e stimolo per gli altri lavoratori, ecc.). Altra cosa è promuovere la solidarietà dei lavoratori meglio organizzati e più combattivi verso i lavoratori più arretrati, meno organizzati, ecc. Ma ciò non ha nulla a che vedere con la questione della aristocrazia operaia. Anzi sono proprio i sindacati di regime (quindi una parte proprio dell’aristocrazia operaia) che dicono ai lavoratori dei paesi imperialisti che devono moderarsi perché prendono già molto di più dei lavoratori delle semicolonie e degli ex paesi socialisti, che predicano il livellamento al minimo.                                                                                                                   

    Attualmente l’aristocrazia operaia è costituita da quella escrescenza del movimento operaio formata da: 1. funzionari e dirigenti delle organizzazioni operaie (sindacati, cooperative, casse mutue, ecc.), 2. giornalisti, scrittori e altri impiegati dei giornali, case editrici, ecc. del movimento operaio, 3. membri di parlamenti, consigli e altri enti locali in rappresentanza degli operai, 4. membri operai o “delegati dagli operai” di comitati e commissioni paritetiche, di consigli di amministrazione, di commissioni miste di studio, ecc. La borghesia imperialista esercita una precisa opera di corruzione materiale e morale, economica e culturale verso questa massa considerevole di persone, le educa a ragionare come ragionano i capitalisti (compatibilità, razionalità, ecc. tutto nell’ambito e nell’orizzonte della società attuale, quindi degli interessi della borghesia imperialista), li ammette a godere delle briciole del suo potere, del suo benessere, della sua cultura e dei suoi privilegi. Quei membri dell’aristocrazia operaia che si lasciano corrompere e si dimostrano capaci e affidabili, la borghesia li ammette a far parte della “classe dirigente” del paese. Li privilegia nella gestione della conquiste dei lavoratori (sono i primi nelle liste per assegnazione di case popolari, di premi di ogni genere, stock options, ecc.), li ammette a partecipare alle speculazioni finanziarie, a costituire società che sfruttano alcune nicchie del mondo degli affari, alcune previdenze contemplate dalla legge ma che il gran pubblico non conosce e non è comunque in condizioni di sfruttare, li favorisce con articoletti e modifiche delle leggi che passano quasi inosservate (contributi figurativi, previdenze per quello o quel caso tagliato su misura, ecc.), ecc.

   Nei paesi imperialisti l’aristocrazia operaia è numerosa (in Italia probabilmente alcune centinaia di migliaia di persone) e costituisce una massa tra i membri dei partiti di sinistra (DS, PRC, PdCI, Verdi, ecc.). Essa ha un’influenza sociale molto superiore al suo peso numerico. Ognuno dei suoi membri parlando con i giornali, con la TV, ecc. parla contemporaneamente a migliaia di persone, quindi la sua voce risuona come quella di migliaia di lavoratori semplici; ha prestigio, sa districarsi nei meandri della pubblica amministrazione costruita appositamente in modo che il semplice lavoratore si perda: anche questo aumenta il suo influsso, il suo prestigio e il suo potere. A differenza del borghese, il membro dell’aristocrazia operaia ha modi di fare, relazioni, linguaggio, amicizie e frequentazioni che lo mettono a contatto con la massa della popolazione e gli permettono di fare quel lavoro di persuasione, di divisione, di corruzione morale, ecc. che il borghese direttamente non potrebbe fare.

   Perciò l’opportunismo, il riformismo e il revisionismo delle organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori hanno una base sociale, ben precisa: l’aristocrazia operaia. Facciamo un esempio, nel PCI c’erano certo i piccoli e medi industriali, i commercianti della COOP (che è diventata una dei più importanti centri di distribuzione in Italia), gli artigiani ecc., ma la sua vera forza d’urto con la quale riusciva a introdurre ampi strati di operai e dalla quale dipendeva il suo peso contrattuale tra le varie frazioni borghesi, grazie soprattutto quella rete di funzionari molti dei quali provenienti dalla fabbrica e che avevano un certo peso nel partito. Dire che il PCI faceva gli interessi dell’imperialismo e non dell’aristocrazia operaia è un semplice gioco di parole per nascondere l’identità di interessi strategici tra l’imperialismo del proprio paese e l’aristocrazia operaia. Ma è anche il sistema più semplice per staccare i partiti dalle determinazioni economiche e sociali e collocarli nella sfera morale. Tutti i partiti borghesi (e il PCI era diventato un partito operaio borghese) fanno gli interessi dell’imperialismo, ma all’interno di questo ci sono classi e strati di classi particolari che vanno individuati. D’altronde come si spiega il cambiamento del PCI da partito proletario rivoluzionario a partito borghese? Tutta colpa di Togliatti? Sarebbe ridicolo e idealista, che tutto questo sia avvenuto solo sul piano delle idee.

   Le tendenze revisioniste che si svilupparono nei partiti comunisti avevano precise radici di classe. Infatti, osserviamo in diversi paesi (es. Browder negli USA, Tito in Jugoslavia) l’allontanamento dai principi marxista-leninisti, l’affermarsi di concezioni e posizioni antimarxiste e antileniniste, è un risultato della formidabile pressione dell’imperialismo – specialmente quello egemonico nordamericano che mobilitò tutte le risorse e forze reazionarie – sulla classe operaia e le sue organizzazioni, e come effetto dell’influenza delle concezioni borghesi e piccolo-borghesi nelle file dei partiti comunisti, portatevi dagli agenti dell’imperialismo, dagli opportunisti, da strati imborghesiti e privilegiati, e fatte passare dai dirigenti che non avevano completamente assimilato il marxismo-leninismo (la debolezza ideologica e politica dei capi del PCI e le loro deviazioni sono note).

   Che questo strato superiore di lavoratori quando i nodi vengono al pettine e in mancanza di mobilitazione unitaria di tutta la classe, alla fine della fiera sceglie la difesa dei propri interessi. Prendiamo come esempio la manifestazione dei 40.000 di Torino, essa è stata la chiara dimostrazione che di fronte alla crisi alcuni strati come i capi e capetti legati alla FIAT, non si sentivano rappresentati sufficientemente dal sindacato, soprattutto quando si trattava di difendere il posto di lavoro degli operai dei livelli inferiori e ciò peraltro avrebbe comportato la perdita per il loro stipendio.

   Ci potrebbe domandarsi che nella crisi le briciole diminuiscono, anche per l’aristocrazia operaia. Ma questo è solo un aspetto. Avviene che ci siano diversi capitali che non sono investiti poiché non garantiscono un adeguato saggio di profitto. Come questi capitali sono utilizzati, è una questione che dipende da diversi fattori. Infatti, nonostante il calo dei sovraprofitti, l’industria bellica s’impone come un’industria trainante. Gli Stati raddoppiano le spese militari, sono aumentati gli stipendi agli ufficiali e ai soldati in ferma permanente, e gli apparati di polizia pubblici e privati si gonfiano per garantire l’ordine interno. La crisi comporta una ristrutturazione d’interi settori industriali: gli operai a migliaia sono gettati sul lastrico e anche qualche elemento proveniente dall’aristocrazia operaia ma non significa che viene colpito questo strato nel suo complesso. L’intensificarsi dello sfruttamento operaio, l’introduzione di nuovi macchinari impone semmai il rafforzamento del comando in fabbrica: tanto più diventano indispensabili i tecnici, i capireparto, i delegati fidati per tenere sotto controllo gli operai. Questo assicura all’aristocrazia operaia proprio nella crisi, un potenziamento del suo ruolo e maggiori occasioni di accrescere il proprio potere. Dunque, se è vero che la torta da spartirsi si è ridotta, è altrettanto vero che le fette devono essere assegnate secondo il ruolo che si svolge. Certo, la lotta per la conquista dei privilegi diventa sempre più agguerrita, l’aristocrazia operaia per assicurarsi le briciole deve scendere in campo apertamente, rivendicare con più forza i propri privilegi, e in qualche occasione nello scendere apertamente in campo contro gli operai. Più la crisi avanza e più l’aristocrazia operaia poiché strato privilegiato si sposta a destra. Se poi il proletariato arriva a ribellarsi apertamente allo sfruttamento capitalistico, cominciando ad avviare un processo rivoluzionario, essa si schiera anche militarmente con la borghesia, l’esempio più lampante è la socialdemocrazia tedesca nel periodo che va dal 1918 all’ascesa del potere di Hitler.[23]

   Questa stratificazione investe tutto il mondo del lavoro dipendente comprende il pubblico impiego. All’interno del pubblico impiego sono rappresentate tutte le classe sociali: al vertice della dirigenza sono installati esponenti della borghesia  (ci sono dei manager provenienti o hanno dei rapporti dai grandi gruppi finanziario-industriali); sotto il vertice dirigenziale stanno la dirigenza intermedia, le figure professionali e una parte dei funzionari posti a capo di uffici (le cosiddette posizioni organizzative) provenienti prevalentemente dalla piccola borghesia intellettuale (per ricoprire questi ruoli intermedi bisogna essere laureati); grazie alla privatizzazione del rapporto di lavoro degli anni ’90 queste figure intermedie si sono nettamente distaccate sul piano funzionale e retributivo dalla massa dei pubblici dipendenti provenienti per la maggior parte dagli strati inferiori della piccola borghesia (in prevalenza impiegati amministrativi, docenti di scuola elementare, media e media superiore) e in parte dal proletariato (impiegati esecutivi, personale ausiliario ed esecutivo). Questa massa di impiegati ha visto peggiorare nel tempo la propria condizione retributiva.

RIPRENDIAMO IL DISCORSO SULL’IMPERIALISMO

      Lenin, nota, inoltre un fenomeno interessante; che se ci si riflette sopra, è una logica conseguenza di quanto appena detto: dagli Stati dominati si sviluppa, verso gli Stati dominanti, una massiccia emigrazione di lavoratori in cerca di una migliore condizione di vita e di lavoro o addirittura di mera sopravvivenza. Viceversa, non rileva nessun fenomeno inverso di emigrazione massiccia di lavoratori da Stati dominanti verso Stati dominati. In sostanza, mentre si vedono decine di bagnarole del mare pieni di africani, arabi e di altri disperati non si è ancora visto che dei disoccupati napoletani cercare di raggiungere via mare l’altra sponda.

   Adesso riporto alcuni brani molto indicativi dal nostro punto di vista, tratti da L’Imperialismo di Lenin, Editori Riuniti, 1973, a volte intervallati. Da qualche commento.

Pag. 33

Voglio sperare che il mio lavoro contribuirà a chiarire la questione economica fondamentale, la questione cioè della sostanza economica dell’imperialismo, perché senza questa analisi non è possibile né la guerra odierna né la situazione politica odierna”.

   Ovviamente, la guerra a cui si riferisce Lenin, e la prima guerra mondiale.

Pag. 35

La dimostrazione del vero carattere sociale o, più esattamente, classista della guerra, non è contenuta, naturalmente, nella storia diplomatica della medesima, ma nell’analisi della situazione obiettiva delle classi dirigenti in tutti i paesi belligeranti. Per rappresentare la situazione obiettiva non vale citare esempi e addurre dati isolati: i fenomeni della vita sociale sono talmente complessi che si può sempre mettere insieme un bel fascio di esempi e di dati a sostegno di qualsivoglia tesi. È invece necessario prendere il complesso dei dati relativi alle basi della vita economica di tutti gli stati belligeranti e di tutto il mondo”.

   E i dati relativi alle basi della vita economica di tutti gli Stati belligeranti ci dicono in modo evidente che, dopo un periodo, soprattutto gli ultimi tre decenni dell’Ottocento, l’accumulazione capitalistica si era rapidamente arenata e nel primo decennio del Novecento (1900-1910), le prospettive di profitto erano in discesa praticamente per tutte le nazioni belligeranti.

Pag. 36

Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di iugulamento[24] finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi <progrediti>. E la spartizione del <bottino> ha luogo fra due o tre predoni (Inghilterra, America, Giappone) di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero”.

Pag. 43

Il presente libro dimostra come il capitalismo abbia espresso un pugno di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiando tutto il mondo mediante il semplice <taglio delle cedole> (…) Ben si comprende che da questo gigantesco sovraprofitto – così chiamato perché si realizza all’infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del <proprio> paese – c’è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell’aristocrazia operaia. E i capitalisti dei paesi <più progrediti> operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati”.

Pag. 47

Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è costituito dall’immenso incremento dell’industria e dal rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie”.

Peg. 49

Da ciò risulta che la concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti, risulta facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio”.

Pag. 54

Pertanto, i risultati fondamentali della storia dei monopoli sono i seguenti:

  1. 1860 – 1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione.
  2. Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l’eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione.
  3. Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900 – 1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo”.

Pag. 57

In maniera analoga è organizzato il ramo dei perfezionamenti tecnici nella grande industria tedesca, per esempio nella industria chimica, che negli ultimi decenni si è così poderosamente sviluppata. In questa industria, già fin dal 1908 il processo di concentrazione della produzione dato origine a due <gruppi> che, in modo loro proprio si avvicinano al monopolio (…) La concorrenza di trasforma in monopolio. Ne risulta un immenso processo di socializzazione della produzione. In particolare, si socializza il processo dei miglioramenti e delle invenzioni tecniche”.

   Il fatto che la concorrenza si trasformi in monopolio, come dice Lenin a pag. 49-57, non si deve intendere in modo assoluto: la produzione capitalistica è composta da centinaia di rami produttivi, chi più chi meno permeabile al processo di concentrazione. La situazione è sempre dinamica: ad un certo numero di rami che tendono al monopolio si contrappongono rami prima monopolisti che ritornano in situazione di concorrenza.

   È vero che, nel complesso, il processo è tale che il numero di grossi capitali investiti in ogni ramo tende a diminuire mentre tendono ad aumentare le dimensioni di ognuno di essi; non vi potrà però mai essere un cartello unico. Infatti (per ogni ramo e anche in generale), soprattutto in fase di crisi, alla diminuzione del numero di capitali corrisponde un aumento non solo delle loro dimensioni ma anche della concorrenza tra di essi: la concorrenza, attenuta o eliminata a livello di piccoli capitali, risorge sempre più aspra tra capitali sempre più grandi, e anche se periodicamente essi si accordano sui prezzi, sulle quantità da produrre ecc…. basta una scoperta, un’occasione di piccolo vantaggio e, in fase di crisi soprattutto, gli accordi si vanificano e la concorrenza scoppia prorompente. Concorrenza che si fa sempre più vasta, e minaccia sempre di più di trascendere sul piano bellico; anche perché i capitali in questione arrivano ad essere da tale grandezza da poter influenzare la politica di interi Stati, anche grandi e potenti.

   Lenin intuì infatti, al contrario di altri, che i contrasti arrivano al livello bellico molto, molto prima, che si possa formare un unico grande capitale mondiale che accorpi in sé stesso tutti i rami produttivi di tutte le nazioni.

   In poche parole, nonostante gli accordi temporanei, la velocità con cui si acuiscono i contrasti tra i grandi capitali, super di gran lunga la velocità con cui essi tendono a concentrarsi, e tali contrasti fanno sì che si pervenga molto prima sul piano bellico che al cartello unico, come del resto già ai tempi di Lenin la prima guerra mondiale dimostrò ampiamente.

Pag. 59

…l’evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che sebbene la produzione di merci continui come prima a <dominare> ed a essere considerata base di tutta l’economia, essa è in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai <geni> delle manovre finanziarie”.

Pag. 62

Liefmann, difensore accanito del capitalismo, scrive: <Quanto più è sviluppata l’economia di un paese, tanto più si volge a imprese rischiose o estere…>. L’aumento del rischio, in ultima analisi, e collegata a un enorme incremento del capitale che, per così dire, trabocca, emigra all’estero ecc.

   Economia più sviluppata vuol dire maggior capitale accumulato: quindi, maggiore è il capitale accumulato, più è difficile farlo ulteriormente accrescere con un saggio di profitto soddisfacente: lo intuiscono anche i borghesi al tempo di Lenin.

   Ed è questa la spinta agli investimenti rischiosi (anche quelli che si fanno attualmente nella finanza esclusivamente speculativa) e all’esportazione di capitali all’estero; a ricercare nella produzione un saggio di profitto maggiore di quello che si otterrebbe in patria (attualmente si chiama delocalizzazione), oppure giocare con derivati finanziari.

Pag. 64

Questa trasformazione di numerosi piccoli intermediari in un gruppetto di monopolisti costituisce uno dei processi fondamentali della trasformazione del capitalismo in un imperialismo capitalista. Dobbiamo quindi, anzitutto, rivolgere il nostro esame alla concentrazione delle banche”.

Pag. 78

Pertanto si giunge da un lato a una sempre maggiore fusione, o secondo l’indovinata espressione di N. I. Bukharin, a una simbiosi del capitale bancario col capitale industriale, e dall’altro lato al trasformarsi della banche in istituzioni di <carattere universale>”.

Pag. 79

Le grandi, banche disponendo di miliardi sono in grado di promuovere nelle loro imprese i progressi tecnici ben più rapidamente che i predecessori”.

   Molto interessante questa riflessione di Lenin, che fa rilevare in quanti modi il capitale finanziario possa influire sulla produzione: la concentrazione di grandi capitali è quindi indispensabile, ad un dato livello dello sviluppo dell’accumulazione, per attuare processi di ammodernamento sempre più accelerati.

Pag. 81

<Una parte sempre crescente del capitale dell’industria non appartiene agli industriali che lo utilizzano. Essi riescono a disporre solo attraverso le banche, le quali, nei loro riguarda rappresentano i proprietari del denaro. Gli istituti bancari devono d’altronde fissare nell’industria una parte sempre crescente dei loro capitali, trasformandosi vieppiù in capitalisti industriali. Chiamo capitale finanziario quel capitale bancario, e cioè quel capitale sotto forma di denaro che viene in tal modo trasformato in capitale industriale> (Hilferding).[25]

Questa definizione è incompleta, in quanto vi manca l’accenno a uno dei fatti più importanti, cioè della crescente concentrazione della produzione e del capitale in misura da condurre al monopolio”.

Pag. 96-97

Ci si accorge da questi dati quanto sia netto il distacco tra i quattro paesi capitalistici più ricchi, che posseggono titoli per un importo di circa 100 – 150 miliardi di franchi ciascuno, e gli altri paesi. Tra quelli, due sono i paesi capitalistici più ricchi di colonie, cioè l’Inghilterra e la Francia; gli altri due sono i paesi capitalistici più progrediti in rapporto alla rapidità di sviluppo e all’ampiezza del monopolio capitalistico della produzione, cioè gli Stati Uniti e la Germania. Questi quattro paesi   insieme posseggono 479 miliardi di franchi, vale a dire circa l’80% del capitale finanziario internazionale. Quasi tutto il resto del mondo, in questa o quella forma, fa parte del debitore o del tributario di questi Stati che fungono da banchieri internazionali, di questi quattro <colonne> del capitale finanziario mondiale.

Dobbiamo ora esaminare con attenzione particolare la parte della creazione della rete internazionale della dipendenza e dei nessi del capitale finanziario è rappresentata dall’esportazione del capitale”.

Pag. 98

Nel capitalismo sono inevitabili le disuguaglianze e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di paesi”.

   È molto importante questa riflessione di Lenin, perché fa implicitamente capire, proprio per l’instabilità e la discontinuità del capitalismo, non è possibile avere ad esempio un monopolio stabile in un ramo industriale senza che prima o poi esso venga messo in discussione; come può venire messo in discussione anche la gerarchia dei paesi imperialisti, a volto in modo drasticamente discontinuo: col confronto bellico. La prima e la seconda guerra mondiale hanno sancito il passaggio del testimone dall’Inghilterra agli USA.

Pag. 98-99.

…in primo luogo, i sindacati monopolistici dei capitalisti in tutti i paesi a capitalismo progredito, in secondo luogo la posizione monopolistica dei pochi paesi più ricchi, nei quali l’accumulazione del capitale ha raggiunto dimensioni gigantesche. Si determinò nei paesi più progrediti un’enorme <eccedenza di capitale>”.

   Bisogna sottolineare che Lenin, parlando di imperialismo si riferisce a pochi (ovviamente in relazione a tutti i paesi del mondo) paesi più ricchi. Ai suoi tempi parla chiaramente di 4 paesi: USA, Gran Bretagna, Francia e Germania; oggi a questi si devono aggiungere almeno il Giappone, il Canada, l’Australia e l’Italia. Pur con una evidente gerarchia e più o meno evidenti e inevitabili lotte tra loro, oggi essi insieme ad altri paesi europei minori e ad Israele, formano un blocco unico teso a dominare e a sfruttare le risorse naturali e umane delle altre nazioni; quello che chiamiamo spesso e volentieri Imperialismo occidentale.

   Non è certamente un segreto, infatti, che oggi circa il 10% della popolazione mondiale (quella del suddetto blocco imperialista) consuma il 90% delle risorse naturali mondiali; risorse che per la maggior parte si trovano nelle altre nazioni.

    Un discorso analogo può farsi per le risorse umane: ad esempio le fabbriche con tecnologia di punta presenti oggi in Cina, e in cui vengono sfruttati gli operai cinesi, in realtà appartengono per oltre il 70% a capitalisti di altre nazioni per lo più occidentali. Se questa è la situazione in Cina, paese certamente non sottosviluppato, negli altri paesi più poveri è certamente peggio.

   È pur vero che, a fronte di questo gruppo di paesi oggi centro della crisi, i paesi che fanno parte del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) sono oggi in via di rapida industrializzazione e sviluppo capitalistico; ma non hanno ancora i coefficienti finanziari, militari e scientifico-tecnologici per sostituirsi al blocco imperialista dominante. Né certamente la sostituzione sarebbe indolore.

Pag. 99

Ma in tal caso il capitalismo non sarebbe più tale, perché la disuguaglianza di sviluppo che lo stato di semiaffamamento delle masse sono essenziali e inevitabili condizioni e premesse di questo sistema della produzione. Finché il capitalismo resta tale, l’eccedenza di capitali non sarà impiegata a elevare il tenore di vita delle masse del rispettivo paese, perché ciò imporrebbe diminuzione dei profitti dei capitalisti, ma ad elevare tali profitti mediante l’esportazione all’estero, nei paesi meno progrediti. In questi ultimi il profitto ordinariamente è assai alto, perché colà vi sono pochi capitali, il terreno vi è relativamente a buon mercato, i salari bassi e le materie prime a poco prezzo”.

   Pur se scritto un secolo fa, è tutto dannatamente attuale.

Pag. 100

La necessità dell’esportazione del capitale è creata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato <più maturo> e al capitale (data l’arretratezza dell’agricoltura e la povertà delle masse) non rimane più campo per un investimento <redditizio> “.

    Oggi in particolare, le nazioni imperialiste più forti, riservano per sé la potenza finanziaria, quella militare, la ricerca di punta in particolare quella legata al militare e le produzioni di punta, in cui il livello di tecnologia applicato è molto alto. Tutto il resto può essere prodotto anche nelle nazioni capitalistiche non imperialiste; in cui l’investimento di capitali per comprare terre (e conquistarle come colonie) e costruire industrie è il solo mezzo per sfruttare bestialmente sia le risorse naturali che la forza-lavoro site al di fuori dei paesi imperialisti.

Pag. 100-101

Quale solida base per l’oppressione imperialistica è lo sfruttamento della maggior parte delle nazioni dalla terra per opera del parassitismo capitalista di un pugno di Stati più ricchi”.

Pag. 101

A differenza dell’imperialismo inglese che è imperialismo coloniale, quello francese potrebbe chiamarsi imperialismo da usurai. In Germania troviamo un terzo tipo di imperialismo: i possedimenti coloniali della Germania non sono grandi e il suo capitale di esportazione si distribuisce in misura più uguale tra l’Europa e l’America”.

Pag. 102

La cosa più frequente nella concessione di crediti è quella di mettere come condizione che una parte del denaro prestato debba venire impiegato nell’acquisto di prodotti del paese che concede il prestito specialmente materiale da guerra, navi, ecc.”.

   Anche questa riflessione è più attuale che mai.

Pag. 103

La Francia concedendo prestiti alla Russia la <strozzò> col trattato commerciale del 16 dicembre 1905, costringendola a certe concessioni fino al 1917, e lo stesso avvenne nel trattato di commercio concluso col Giappone il 19 agosto 1911”.

    Si evidenzia qui come ci sia una gerarchia (dinamica) anche tra i paesi imperialisti: anche un paese imperialista può in parte essere soggetto a sfruttamento da parte di un altro paese imperialista più potente; ma di solito lo sfruttamento che esercita all’esterno è molto superiore a quello che subisce; per cui nel complesso non si può affatto dire che il proprio proletariato sia oggetto a doppio sfruttamento.

Pag. 103

<La costruzione delle ferrovie brasiliane si compie principalmente con capitali francesi, belgi, britannici e tedeschi: questi paesi, nel finanziare le ferrovie pongono come condizione la fornitura di materiale ferroviario> In tal modo il capitale finanziario stende letteralmente, si può dire, i suoi tentacoli in tutti i paesi del mondo”.

   Così, sia per questa strada degli acquisti dei mezzi di produzione e di altre merci nella nazione che presta i capitali sia per mezzo degli interessi su prestiti (concessi da capitalisti privati o dallo Stato imperialista), i capitali usciti dalla nazione imperialista vi ritornano moltiplicati per due, per tre… (o per cinque, come gli investimenti USA del piano Marshall in Italia nel secondo dopoguerra) o di più. Quindi, ci sono flussi di capitali: uno che va dagli stati imperialisti verso gli altri, e uno di ritorno, accresciuto, che potrà essere poi reinvestito dovunque l’imperialismo trovi condizioni migliori condizioni di valorizzazione; e il ciclo si ripete.

Pag. 104

I paesi esportatori di capitali si sono spartiti il mondo sulla carta, ma il capitale finanziario ha condotto anche a una divisione del mondo vera e propria”.

Pag. 110

A quali preziose confessioni si vedono mai costretti gli economisti borghesi della Germania! Da esse scorgiamo, alla evidenza, come, nell’era del capitale finanziario, i monopoli statali e privati s’intrecciano gli uni con gli altri e tanto gli uni quanto gli altri siano semplicemente singoli anelli della catena della lotta imperialistica tra i monopolisti più cospicui per la spartizione del mondo”.

Pag. 113

i capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere profitti. E la spartizione si compie <proporzionalmente al capitale>, <in proporzione alla forza>, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. Per capire gli avvenimenti occorre sapere quali questioni siano risolte da un mutamento di potenza; che poi tali questioni siano risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura <puramente> economica, oppure extra-economica (per esempio militare) ciò, in sé, è questione secondaria,”.

   Bisogna sottolineare, che se i capitalisti si spartiscono – conflittualmente – il mondo, è perché il grado raggiunto dall’accumulazione capitalistica “dalla concentrazione del capitale”, dall’abbassamento del saggio generale di profitto, che porta a tale concentrazione, “è tale, che li costringe questa via se vogliono ottenere dei profitti” sufficienti a contrastare la tendenza al loro abbassamento medio. Qui Lenin avvalora in maniera indiretta la tesi marxiana della tendenza alla diminuzione tendenziale del saggio generale di profitto.

Pag. 113

L’età del più recente capitalismo ci dimostra come tra le leghe capitalistiche si formino determinati rapporti sul terreno della spartizione economica del mondo, e, di pari passo con tale fenomeno in connessione con esso, si formino anche tra le leghe politiche, cioè tra gli Stati, determinati rapporti sul terreno della spartizione territoriale del mondo, della lotta per le colonie, della <lotta per il territorio economico>”.

Pag. 115

Il mondo per la prima volta appare completamente ripartito, sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un <padrone> a un altro, ma non dallo stato di non occupazione a quello di appartenenza ad un <padrone>”.

Pag. 116

Ora vediamo che specialmente dopo tale periodo[26] s’inizia un immenso “sviluppo” delle conquiste coloniali e si acuisce all’estremo la lotta per la ripartizione territoriale del mondo. È quindi fuori discussione il fatto che al trapasso del capitalismo alla fase del capitalismo monopolistico finanziario è collegato un inasprimento della lotta per la ripartizione del mondo”.

   Ecco qui finalmente esplicitato chiaramente da Lenin il concetto che, seppure la concorrenza all’interno della stessa nazione imperialista possa attenuarsi con la comparsa dei monopoli e dei cartelli, essa si trasferisce ad un livello superiore e di maggiore asprezza che ha generato due guerre mondiali tra gli Stati imperialisti per la ripartizione del mondo, cioè dei (molti) Stati sottoposti all’imperialismo e quindi per la ridefinizione della gerarchia imperialista. Maggiore asprezza che oggi genera le continue guerre di aggressione verso i paesi che cerano anche debolmente di opporsi al doppio sfruttamento imperialista e che inevitabilmente, con l’approfondirsi della crisi, potrebbe generare una terza (e probabilmente ultima) devastante guerra mondiale.

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Noi politici colonialisti dobbiamo perciò conquistare nuove terre, dove dare sfogo all’eccesso di popolazione e creare nuovi sbocchi alle merci che gli operai inglesi producono nelle fabbriche e nelle miniere. L’impero – io sempre detto – è una questione di stomaco. Se non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti. (Cecil Rhodes)[27] “.

   Qui è chiaramente delineato il rapporto tra sfruttamento imperialistico e minore sfruttamento in patria, quindi il motivo principale di quello che Engels, riferendosi all’Inghilterra, chiamando “la nullità politica degli operai inglesi”; cioè, in generale degli operai dei paesi imperialisti; per dei periodi tempo che possono essere più o meno lunghi fino a quando la crisi acuendosi non morderà davvero in profondità anche le basi materiali del loro riformismo.

Pag. 120

Il capitale finanziario è una potenza così ragguardevole, anzi si può dire così decisiva, in tutte le relazioni economiche ed internazionali, da essere in grado di assoggettarsi anche paesi in possesso della piena indipendenza politica, come di fatto li assoggetta; ne vedremo ben presto degli esempi. Ma naturalmente esso trova la maggiore <comodità> e i maggiori profitti allorché tale assoggettamento è accompagnato dalla perdita dell’indipendenza politica da parte dei paesi e popoli asserviti. Sotto tale rapporto i paesi semicoloniali costituiscono un <quid medium>. È chiaro che la lotta per questi paesi semicoloniali diventa particolarmente acuta nell’epoca del capitale finanziario, allorché il resto del mondo è già spartito”.

Pag. 121

Soltanto il possesso coloniale assicura al monopolio, in modo assoluto, il successo contro ogni eventualità nella lotta con l’avversario, perfino contro la possibilità che l’avversario si trinceri dietro qualche legge di monopolio statale”.

Pag. 121

Senza dubbio i riformisti borghesi, e fra essi in primo luogo o kautskiani di oggi tentano di svalutare l’importanza di questi fatti rilevando che < si potrebbero> avere le materie prime sul libero mercato senza la <costosa e pericolosa> politica coloniale, (…). Ma simili rilievi, ben presto non, diventano altro che panegirici e imbellettamenti dell’imperialismo”.

Peg. 122

Per il capitale finanziario sono importanti non solo le sorgenti di materie prime già scoperte, ma anche quelle eventualmente ancora da scoprire, giacché ai nostri giorni la tecnica fa progressi vertiginosi, e terreni oggi inutilizzabili possono domani essere messi in valore… Lo stesso si può dire delle esplorazioni in cerca di nuove ricchezze minerarie, della scoperta di nuovi metodi di lavorazione e di utilizzazione di questa o di quella materia prima ecc. Da ciò nasce inevitabilmente la tendenza del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico, e anche il proprio territorio in generale, si sforza di arraffare quanto più territorio è possibile, comunque e dovunque, in cerca soltanto di possibili sorgenti di materie prime, con la paura di rimanere indietro nella lotta furiosa per l’ultimo lembo della sfera terrestre non ancora diviso, per una nuova spartizione dei territori già divisi”.

Pag. 123

La soprastruttura extraeconomica, che sorge sulla base del capitale finanziario, la sua politica e la sua ideologia accusano l’impulso verso le conquiste coloniali, <il capitale finanziario non vuole libertà, ma egemonia>, dice (una volta tanto) a ragione Hilferding”.

Pag. 124

Tale epoca è caratterizzata non soltanto dai due gruppi fondamentali di paesi, cioè paesi possessori di colonie e colonie, ma anche dalle più svariate forme di paesi asserviti che formalmente sono indipendenti dal punto di vista politico, ma che in realtà sono avviluppati da una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica”.

Pag. 124-125

(Il Portogallo) “Questo è uno Stato indipendente e sovrano, ma di fatto da oltre duecento anni, cioè dal tempo della guerra di secessione spagnola (1800-1714), si trova sotto il protettorato dell’Inghilterra. L’Inghilterra assume le difese del Portogallo e delle sue colonie per rafforzare la propria posizione nella lotta contro le sue rivali, Spagna e Francia, ottenendo in compenso privilegi commerciali, migliori condizioni per l’esportazione delle merci e specialmente del capitale nel Portogallo e nelle sue colonie e, infine, la possibilità di usarne le isole, i porti, i cavi telegrafici, ecc… . Simili rapporti tra i singoli grandi e piccoli Stati esistettero sempre, ma nell’epoca dell’imperialismo capitalistico, essi diventano sistema generale sono un elemento essenziale della politica della <ripartizione del mondo>, e si trasformano in anelli della catena di operazioni del capitale finanziario mondiale”.

   Di nuovo qui, con l’esempio del Portogallo, si evidenzia come ci sia una (dinamica) gerarchia anche fra tra i paesi imperialisti: anche un paese imperialista può in parte essere soggetto a controllo e a sfruttamento da parte di un paese imperialista più potente; ma, è questo bisogna ribadirlo, lo sfruttamento che esercita all’esterno verso paesi più deboli è molto superiore a quello che subisce da parte del paese imperialista più alto nella scala gerarchica.

Pag. 128

Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterebbe l’essenziale, giacché da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e dall’altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale che si estende senza ostacoli ai territori non ancora dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superfice terrestre definitivamente ripartita (…)

  1. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
  2. la fusione capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo <capitale finanziario>, di un’oligarchia finanziaria;
  3. la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
  4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo;
  5. la compiuta ripartizione della terra tra le più grande potenza capitalistiche”.

Pag. 129

Allo stesso fine abbiamo prodotto dati statistici circostanziati, che mostrano fino a che qual punto si sia accresciuto il capitale bancario ecc. e che cosa si sia manifestato il trapasso dalla quantità alla qualità, dal capitalismo altamente sviluppato all’imperialismo”.

Pag. 129

Già nel 1915, e perfino dal novembre 1914, Kautsky si schierò risolutamente contro il concetto fondamentale espresso nella nostra definizione, allorché dichiarò non doversi intendere per imperialismo una <fase> o stadio dell’economia, bensì una politica, ben definita, una certa politica <preferita> dal capitale finanziario, e non doversi <identificare> l’imperialismo col <moderno capitalismo>”.

   In realtà è la stessa tendenza fondamentale del capitalismo ad ottenere a breve  termine il massimo profitto, in una situazione cui il profitto medio sociale tende inesorabilmente a decrescere, ad incentivare ammodernamenti sempre più giganteschi nella produzione; e per effettuarli si ha bisogno di capitali sempre maggiori e solo capitali giganteschi, ormai anche multinazionali, con disponibilità ad accedere anche alla liquidità di banche proprie, possono permettersi di restare sul mercato; e questo succede per un numero sempre maggiore, crescente, di rami produttivi.

Pag. 131

Per l’imperialismo non è caratteristico il capitale industriale, ma quello finanziario. Non per caso in Francia, in particolare, il rapido incremento del capitale finanziario, mentre il capitale industriale decadeva dal 1880 in poi, ha determinato un grande intensificarsi della politica annessionistica (coloniale).

È caratteristica dell’imperialismo appunto la sua smania non soltanto di conquistare territori agrari, ma di tener mano anche su paesi fortemente industriali (bramosie della Germania sul Belgio, della Francia sulla Lorena), giacché in primo luogo il fatto che la terra è già spartita costringe, quando è in corso una nuova spartizione, ad allungare le mani su paesi di qualsiasi genere, e, in secondo luogo, per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l’egemonia, cioè per la conquista di terre. Diretta non tanto al proprio beneficio quanto ad indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia (per la Germania il Belgio ha particolare importanza come punto d’appoggio contro l’Inghilterra, per questa a sua volta è importante Bagdad come punto d’appoggio contro la Germania ecc.)”.

Pag. 131-132

Kautsky invece, con la sua definizione del moderno imperialismo si fa beffe della concretezza storica! (Non vede) cioè:

  1. la concorrenza di diversi imperialismi;
  2. la prevalenza del finanziere sul commerciante;

Mentre se si trattasse soprattutto della annessione di territori agricoli per opera di Stati industriali il commerciante avrebbe la funzione più importante.

La definizione di Kautsky non soltanto è erronea e non marxista, ma serve di base a tutto un sistema di concezioni che sono in aperto contrasto con la teoria e la prassi marxista. (…) L’essenziale è che Kautsky separa la politica dell’imperialismo dalla sua economia interpretando le annessioni come politica <preferita”> del capitale finanziario, e contrapponendo ad essa un’altra politica borghese, senza annessioni, che sarebbe secondo lui possibile sulla stessa base del capitale finanziario. Si avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una politica non monopolistica, senza violenza, non annessionista; che la ripartizione territoriale del mondo, ultimata appunto nell’epoca del capitale finanziario e costituente la base della originalità delle odierne forme di gara tra i maggiori Stati capitalisti, sarebbe compatibile con una politica non imperialista”.

   Kautsky non capisce, come tanti cosiddetti “marxisti” oggi, che è l’economia che comanda sulla politica: sono i capitalisti dei gruppi finanziari più potenti che davvero spingono gli Stati nazionali, anche i più forti, e i loro governi, a fare una certa politica e non un’altra, e non sono certo i capi dei governi e tanto meno i politici dei vari parlamenti a spingere autonomamente  in tale direzione, come di solito pensa la maggior parte della gente: essi sono di solito i servi ben pagati del padrone.

   Kautsky, quindi, anzitutto non è marxista perché pensa, al pari di tanta gente, che sia la politica a comandare sull’economia e non viceversa. Proprio perché non capisce questo, Kautsky pensa che ci potrebbe essere un capitalismo buono, con bravi governanti, che non fa annessioni coloniali, e uno capitalismo, con cattivi governanti, che le fa… come si vede, le illusioni delle terze vie sono antiche e sono dure a morire.

   Di fatto, non capendo le cause prime dei fenomeni, ragiona a bocce ferme e non vede lo sviluppo storico del capitalismo; per poterci essere, ammesso e non concesso, una situazione come lui la desirerebbe, si dovrebbe tornare indietro ad una situazione non monopolistica; ma bisognerebbe utilizzare la macchina del tempo.

Pag. 133

Kautsky <obietta> a Cunow[28] : no, l’imperialismo non è il capitalismo moderno, ma semplicemente una forma della politica del moderno capitalismo, e noi possiamo e dobbiamo combattere tale politica, dobbiamo contro l’imperialismo, contro le annessioni, ecc. (essa)[29] non è che una più raffinata e coperta propaganda per la conciliazione con l’imperialismo, giacché una <lotta> contro la politica dei truts e delle banche si riduce ad un pacifismo e riformismo borghese condito di quieti quanto pii desideri.

Pag. 133

Scrive Kautsky <non può escludersi che il capitalismo attraverserà ancora una nuova fase: quella dello spostamento della politica dei cartelli nella politica estera. Si avrebbe allora la fase dell’ultra-imperialismo>, cioè del super-imperialismo, della unione degli imperialismi di tutto il mondo e non della guerra tra essi, la fase della fine della guerra in regime capitalista”.

Pag. 134

E’ possibile un <ultra-imperialismo> dal <punto di vista strettamente economico>, oppure esso non rappresenta che un’altra che un’ultra- stupidità?”.

Pag. 134

Le chiacchere di Kautsky sull’ultra-imperialismo favoriscono, tra l’altro, una idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell’imperialismo…”.

Pag. 136

Il capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell’economia mondiale. Non appena i rapporti di forza sono modificati, in quale altro modo in regime capitalistico si possono risolvere i contrasti se non con la forza?”.

   Ancora una volta Lenin centra il nocciolo della questione: ed è un nocciolo che tutt’oggi, tanti, economisti, politici, ecc. non riescono a vedere e a capire (ma forse sarebbe meglio dire che non vogliono vedere o capire): poiché i rapporti di forza tra i gruppi capitalistici e anche tra gli Stati si modificano inevitabilmente, i contrasti tra i gruppi oligopolisti e monopolisti si acuiscono tanto più quanto più questi capitali diventano grandi e tanto più, come nelle crisi la  necessità di farli fruttare diventa sempre più forte e impellente; pena l’assorbimento da parte di altri capitali o la rovina in ogni caso. E più sono grandi tali capitali, più i contrasti tra loro saranno risolti in modo devastante: se un piccolo negozio va in malora per colpa di un altro, il piccolo commerciante non può far nulla; se una piccola azienda va in malora per colpa di un’altra il padrone non può far molto più che imprecare o cercare di evitare le tasse; ma se sta andando in malora una azienda molto grande, esso può spesso influenzare la politica statale a suo favore o contro altri Stati, al punto tale da poter scatenare anche una guerra.

Pag. 138

Si domanda: quale altro mezzo esisteva, in regime capitalista, per eliminare la sproporzione[30] tra lo sviluppo delle forze e l’accumulazione di capitale da una parte, e dall’altra tra la ripartizione delle colonie e <sfere> d’influenza, all’infuori della guerra?”.

Pag. 139

Dobbiamo orsa esaminare un aspetto assai importante dell’imperialismo, di cui non si tiene sufficientemente conto nella maggior parte degli studi. (…) Parliamo del parassitismo che è proprio dell’imperialismo. Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell’imperialismo è il monopolio, (…) Nondimeno questo, come ogni altro, genera tendenza alla stasi e alla putrefazione. Nella misura in cui s’introducono, sia pur transitoriamente, i prezzi di monopolio vengono paralizzati, fino ad un certo punto, i moventi del progresso tecnico e quindi ogni altro progresso, di ogni altro movimento in avanti, e sorge immediatamente la possibilità di fermare artificiosamente il progresso tecnico”.

Pag. 140

Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio continua dal canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s’impone per determinati periodi di tempo. Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso.

   E ancora. L’imperialismo è l’immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido. Che, come vedremo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue, inevitabilmente l’aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè delle persone vivono del < taglio di cedole> (…) L’esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell’imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un’impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d’oltre oceano”.

   Questa descrizione di Lenin è tuttora attuale.

Pag. 141

Nel paese più <commerciale> del mondo i profitti dei rentiers superano di cinque volte quelli del commercio estero! In ciò sta l’essenza dell’imperialismo e del parassitismo imperialista.

   Per tale motivo nella letteratura economica sull’imperialismo è di uso corrente il concetto di <Stato rentier> (Rentnerstaat) o stato usuraio. Il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e in una immensa massa di Stati debitori.

   <Tra gli investimenti di capitali all’estero – scrive Schultze –Gaevernitz[31] – primeggiano quelli fatti in paesi politicamente dipendenti o strettamente alleati: l’Inghilterra presta all’Egitto, (…) E in caso di bisogno la sua flotta da guerra funziona da ufficiale giudiziario. La forza dell’Inghilterra la preserva contro l’eventualità di una sommossa dei debitori”.

    Qualcuno potrebbe obiettare che oggi gli Stati più imperialisti sono molto indebitati… ma in realtà sono indebitati per lo più con i gruppi capitalisti dei loro stessi Stati, di altri Stati imperialisti o di organizzazioni sovranazionali gestite in realtà dall’imperialismo che sovraintendono regolano sviluppo capitalistico mondiale (BCE, FMI, BRI ecc.); e non certo indebitati con gruppi capitalistici di Stati poveri. Quindi sono questi potenti gruppi che <agiscono dietro le quinte degli Stati imperialisti determinandone la politica>; e la loro politica è appunto di essere imperialisti nei confronti degli Stati, delle nazioni, dei gruppi capitalisti più deboli. E in tale politica è incluso l’uso dei potentissimi apparati militari sia statali che privati contro gli Stati più deboli che osano ribellarsi allo strangolamento finanziario e al depredamento delle risorse naturali e umane.

Pag. 141-142

<L’Inghilterra – scrive Schultze –Gaevernitz – a poco a poco da Stato industriale si trasforma in uno Stato creditore[32] Se la grandezza assoluta della produzione industriale e dell’esportazione di prodotti industriali è aumentata, tuttavia l’importanza relativa del guadagno in interessi e dividendi, emissioni e commissioni … e speculazioni, è di gran lunga cresciuta nell’economia nazionale complessiva. Secondo me, proprio questo fatto costituisce la vera base economica dello slancio imperialistico. Il creditore è più saldamente legato debitore, che non il venditore a compratore”.

      Ecco perché è l’imperialismo e non un capitalismo qualsiasi il primo nemico della classe operaia internazionale, e di conseguenza come comunisti dobbiamo, appoggiare qualsiasi movimento o qualsiasi azione che oggettivamente, indebolisca l’imperialismo; e dobbiamo ostacolare qualsiasi movimento o azione che, oggettivamente, lo rinforzi. È questo il metro principale con cui si devono misurare sia i movimenti di liberazione o di autodeterminazione, che le azioni dei vari anche borghesi, delle nazioni soggette e oppresse dall’imperialismo.

Pag. 144

<Essi dovrebbero immaginarsi quale immensa estensione acquisterebbe tale sistema, quando la Cina fosse assoggettata al controllo economico di consimili gruppi di finanzieri, di “investitori di capitale” e dei loro impiegati politici, industriali e commerciali, intenti a pompare profitti dal più grande serbatoio potenziale che mai il mondo abbia conosciuto, per consumarli in Europa…>”.

Pag. 144 – 145

E’ da aggiungere soltanto che anche in seno al movimento operaio gli opportunisti, oggi provvisoriamente vittoriosi nella maggior parte dei paesi, <lavorano> sistematicamente, indefessamente nella medesima direzione. L’imperialismo, che significa la spartizione di tutto il mondo e lo sfruttamento non soltanto della Cina, che significa alti profitti monopolistici a beneficio di un piccolo gruppo di paesi più ricchi, crea la possibilità economica di corrompere gli strati superiori del proletariato, e, in tal guisa, di alimentare, foggiare, e rafforzare l’opportunismo”.

Pag. 145

Un opportunista tedesco, Gerard Hildebrand, (…) completa brillantemente Hobson[33]  col far propaganda per gli <Stati Uniti d’Europa”, precisamente allo scopo di azioni <in comune> contro … i negli dell’Africa, contro il <grande movimento islamico>, per mantenere <un esercito e una flotta poderosi>, contro una <coalizione cino-giapponese>, e così via”.

Pag. 146

Una delle particolarità dell’imperialismo, collegata all’accennata cerchia di fenomeni, è la diminuzione dell’emigrazione dai paesi imperialisti e l’aumento dell’immigrazione in essi in essi di individui provenienti da paesi più arretrati, con salari inferiori”.

   Questa è come una cartina al tornasole per vedere, anche senza considerazioni economiche, di che tipo di Paese parliamo; ad es. nei piccoli Stati come Belgio, Austria, Svizzera, Luxemburgo, emigrano gli autoctoni o immigrano massicciamente dai paesi poveri? Quindi che tipo di Stati sono? Ovviamente i suddetti Stati non hanno forza militare, ma fanno parte a pieno titolo del blocco imperialista occidentale.

Pag. 147

In Francia i lavoratori delle miniere con <in gran parte> stranieri: polacchi, italiani, spagnoli. Negli Stati Uniti gli immigrati dall’Europa orientale e meridionale coprono i posti peggio pagati, mentre i lavoratori americani danno la maggior percentuale di candidati ai posti di sorveglianza meglio pagati. L’imperialismo tende a costituire tra i lavoratori categorie privilegiate e a staccarle dalla grande massa dei proletari”.

Pag. 148

Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della Situazione della classe operaia in Inghilterra.

   Qui sono svelati chiaramente cause ed effetti. Cause: 1) sfruttamento del mondo intero per opera di un determinato paese; 2) sua posizione di monopolio sul mercato mondiale; 3) suo monopolio coloniale. Effetti: 1) imborghesimento di una parte del proletariato inglese; 2) una parte del proletariato si fa guidare da capi che sono comprati o almeno pagati dalla borghesia. L’imperialismo dell’inizio del XX secolo ha ultimato la spartizione del mondo tra un piccolo pugno di Stati, ciascuno dei quali sfrutta attualmente (nel senso di spremere sovraprofitto) una parte del <mondo> (…) ciascuno di essi ha sul mercato mondiale una posizione di monopolio grazie ai truts, ai cartelli, al capitale finanziario e ai rapporti da creditore a debitore;”.

Pag. 150

Da un lato le gigantesche dimensioni assunte dal capitale finanziario,  concentratosi in poche mani e costituente una fitta e ramificata rete di relazioni e di collegamenti che mettono alla sua dipendenza non solo i medi e i piccoli proprietari e capitalisti, ma anche i piccolissimi, dall’altro lato l’inasprirsi della lotta con gli altri gruppi finanziari nazionali per la spartizione del mondo e il dominio sugli altri paesi; tutto ciò determina il passaggio della massa delle classi possidenti, senza eccezione, dal lato dell’imperialismo; furiosa difesa ed abbellimento di esso; ecco i segni della età. L’ideologia imperialista si fa strada anche nella classe operaia, che non è separata dalle altre classi da una muraglia cinese. Ché se a ragione i capi della cosiddetta <socialdemocrazia> di Germania vengono qualificati <socialimperialisti>, cioè socialisti a parole imperialisti a fatti, occorre rilevare che fin dal 2902 notò l’esistenza di <imperialisti fabiani> in Inghilterra iscritti all’opportunistica Fabian Society”.[34] 

   Ovviamente Lenin parla qui essenzialmente dei proletari dei paesi imperialisti.

Pag. 151

…gli imperialisti tedeschi cercano di seguire il movimento coloniale di emancipazione nazionale, naturalmente nelle colonie non tedesche. Essi rilevano l’agitazione e le proteste dell’India, il movimento del Natal, delle Indie olandesi ecc.”.

   Lenin mette qui in evidenza come gli imperialisti di un paese possono essere “antimperialisti” ed “elogiare” un movimento anticoloniale, solo se la colonia non è di loro proprietà, cioè solo se non è una la colonia che serve loro che serve loro per estrarre sovraprofitti.

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Dopo la guerra contro i boeri era del tutto naturale che questo reverendissimo ceto[35] si sforzasse soprattutto di consolare i piccoli borghesi e gli operai inglesi che avevano avuto non pochi morti nelle battaglie dell’Africa del Sud e che assicuravano, con un aumento delle imposte, più alti guadagni ai finanzieri inglesi. E quale considerazione poteva essere migliore di questa, che l’imperialismo non era poi tanto cattivo, che esso si avvicinava all’inter[36] imperialismo capace di garantire la pace permanente?”.

   La storia ci ha dimostrato che la pace permanente dell’“ultra-imperialismo” l’hanno subita i proletari di molti Paesi, che ci hanno rimesso la pelle nelle due guerre mondiali, e non solo.

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   “Si domanda ora se, permanendo il capitalismo (e Kautsky parte appunto da questa supposizione), possa <immaginarsi> che tali leghe sarebbero di lunga durata, che esse escluderebbero attriti, conflitti e lotte nelle forme più svariate.

   Basta porre nettamente tale questione perché non si possa rispondere che negativamente. Infatti, in regime capitalista non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere d’interessi e d’influenza, delle colone, ecc., che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, alla loro generale potenza economica, finanziaria, militare ecc. Mai i rapporti di potenza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, truts, rami d’industria, paesi ecc. Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell’Inghilterra d’allora; e così il Giappone rispetto alla Russia. Si può <immaginare> che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialistiche rimangono immutati? Assolutamente no”.

   Qui Lenin parla dei rapporti di potenza dei vari Stati imperialisti e della loro instabilità, ma altrettanto si può dire dei vari grossi gruppi capitalisti finanziari (cioè industriali, bancari, finanziari). Anzi sono proprio i mutamenti nella grandezza e nella potenza di questi grossi gruppi capitalisti multinazionali (a base nazionale ma con diramazioni dappertutto) che determinano per la gran parte, di conseguenza, i mutamenti dei rapporti di potenza tra gli Stati nazionali.

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   “Ammettiamo che un giapponese condanni l’annessione americana delle Filippine. Si domanda: saranno molti a credere che lo faccia per ripugnanza contro le aggressioni in genere, o non piuttosto che il desiderio di appropriarsi egli stesso delle Filippine? O si deve viceversa ritenere sincera e politicamente onesta la <lotta> di un giapponese contro le annessioni soltanto quando egli si scaglia con l’annessione giapponese della Corea e chiede per la Corea la libertà di separarsi dal Giappone?”.

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La più cospicua manifestazione di tale monopolio è l’oligarchia finanziaria che attrae, senza eccezione, nella fitta rete di relazioni di dipendenza tutte le istituzioni economiche e politiche della moderna società borghese.

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Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell’imperialismo che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente”.

   In realtà il numero delle nazioni imperialiste è aumentato in un primo momento: quando scriveva Lenin ne citava solo quattro o cinque, mentre oggi si arriva a una decina: e inoltre oggi vi sono i BRICS che pur subendo una dominazione e uno sfruttamento da parte dell’imperialismo, possono tendere in prospettiva, ma non certo pacificamente, a scalzare le nazioni oggi dominanti. Ma, un secolo fa come oggi, la maggior parte del mondo era e resta sottomesso all’imperialismo.

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Così sorge un legame tra l’imperialismo e l’opportunismo; fenomeno questo che si manifestò in Inghilterra prima e più chiaramente che altrove, perché ivi, molto prima che in altri paesi, apparvero certi elementi imperialisti”.

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Più pericolosi di tutti da questo punto di vista, sono coloro i quali non vogliono capire che la lotta contro l’imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l’opportunismo è una frase vuota e falsa”.

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Schultze-Gaevernitz, l’entusiasta ammiratore dell’imperialismo tedesco, dice…<Se in ultima analisi la direzione di tutte le banche tedesche si trova affidata a mezza dozzina di persone, l’attività di costoro fin da oggi è assai più importante per il bene pubblico che non quella della maggior parte dei ministri>”. 

   Come si vede, i borghesi bene informati, capiscono molto meglio di tanta gente di “sinistra”, “comunista”, “rivoluzionaria” la supremazia dell’economia sulla politica; allo stesso modo in cui percepiscono molto meglio di essi la crisi.   

INTERNAZIONALIZZAZIONE DEI MERCATI E STATI NAZIONALI

   Con l’internazionalizzazione crescente dell’economia le frontiere nazionali sono diventate strette per le grandi imprese e per le multinazionali. L’intero mercato del pianeta è preso di mira dai grandi truts. Il processo di concentrazione crescente dell’economia le frontiere nazionali sono diventate strette per le grandi imprese e per le multinazionali. L’intero mercato del pianeta è preso di mira dai grandi truts. Per esempio, nel mondo ci sono ormai solo due grandi costruttori di aerei: Boeing che ha assorbito McDonnel-Douglas e il consorzio Airbus. Nel campo petrolifero ci sono tre grossi colossi: Exxon-Mobil e BP (che ha comprato Amoco) e Arco (Atlantic-Richfield). Le altre compagnie petrolifere sono marginali. È il caso della Total che ha comprato Elf e Petrofina. I grandi costruttori di auto sono ridotti a sette: General Motors, Ford; Toyota; Volkswagen; Daimler Chrysler; Renault; Honda. Mentre Peugeot, BMW e Hyundai stanno cercando partners per poter sopravvivere.  Questa crescente  concentrazione a livello globale indica sino a che punto l’imperialismo accresce il suo potere sull’economia mondiale, con tutto ciò che esso implica: dominazione sempre più integrale del capitale internazionale sugli organici politici e sulle istituzioni dei vari stati nazionali, con la creazione di organismi sovranazionali (come il WTO, F.M.I., ecc.) che impongono ai politici e alle economie statali indirizzi e scelte politiche e amministrative a loro vantaggio. Già Lenin, nel suo libro La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, osserva; “Il capitale ha sorpassato nei paesi avanzati i limiti degli stati nazionali, ha sostituito la concorrenza con il monopolio, creando le premesse oggettive per l’attuazione del socialismo”. Ma nell’età di Lenin l’organizzazione dei truts era ancora nella maggior parte dei casi nazionale, mentre il commercio per due terzi era di tipo agricolo e gli investimento all’estero erano diretti soprattutto verso i settori delle ferrovie e delle materie prime. La maggior parte degli investimenti erano britannici e presente nelle colonie dell’impero inglese. Ma dopo secondo il conflitto mondiale la situazione muta notevolmente. Gli investimenti inglesi sono soppiantati da quelli statunitensi e poi da quelli europei e giapponesi. Dagli anni ’70 in poi gli investimenti si internazionalizzano. Il processo di concentrazione non è più nazionale, ma internazionale. Una delle conseguenze del carattere  internazionale e tendenzialmente monopolistico del grande capitale è quello della creazione di vaste aree macro-economiche di carattere sovranazionale. La costruzione dell’Europa ne è un esempio eclatante, in quanto non è un semplice accordo economico tra Stati, ma è il tentativo di una integrazione economica, monetaria e politico-istituzionale che risponde alle esigenze della borghesia imperialista europea di eliminare ogni impedimento legale, burocratico e fiscale al libero commercio delle merci e dei capitali europei per poter creare una macro-economia europea competitiva (e il relativo polo imperialistico) con le altre realtà macro-economiche statunitense e quella asiatico-giapponese.

      Tutto nasce dal fatto che una delle conseguenze della crisi economica è l’esasperazione della concorrenza, per decidere chi debba fare le spese dell’eccedenza del capitale, essendo l’attuale crisi economica una crisi di sovrapproduzione di capitale. La causa di essa sta nel fatto che nell’ambito del modo di produzione capitalistico a un certo punto si crea un conflitto inconciliabile tra la produzione di plusvalore e la realizzazione del valore prodotto. I capitalisti dovrebbero investire tutto il plusvalore estorto, anche così facendo il tasso di profitto diminuisce o non aumenta. Se i profitti attesi non aumentano o diminuiscono, i capitalisti cessano l’accumulazione, con la conseguenza di non valorizzare tutto il plusvalore estorto. Diminuisce il capitale impegnato nella produzione e aumenta il capitale impegnato nella sfera finanziaria che diventa la parte più grande del capitale (si pensi che secondo stime correnti il mercato dei titoli aveva raggiunto nel 1994 i 14.000 miliardi di dollari U.S.A., ossia il doppio del P.I.L. che aveva all’epoca gli U.S.A.). La finanziarizzazione dell’economia tende a crescere e la crisi assume la veste di crisi finanziaria. I movimenti propri del sistema finanziario diventano essi stessi un ulteriore fattore di sconvolgimento del capitale impegnato nella produzione di merci e una via attraverso cui la crisi compie il suo cammino.

   Ne deriva un’enorme accelerazione del processo di concentrazione di capitale che tentano di raggiungere la “massa critica” indispensabile per reggere lo scontro con i concorrenti. Tale processo, nel corso degli ultimi anni, ha trovato una proiezione nello sforzo di ciascuna grande potenza imperialistica di costituire aree economiche integrate, al cui interno si cerca di portar e al minimo la concorrenza tra i capitali, in modo da concentrare i propri sforzi nella lotta contro i concorrenti esterni. In tal senso si sono mossi gli U.S.A., che hanno cercato attraverso il Nafta di costituire un’area di libero scambio. Allo stesso modo il Giappone, il secondo grande polo imperialista, si muove da tempo per sottomettere alla propria influenza un’area del Pacifico dai confini sempre più ampi e che rappresenta un punto focale dello scontro interimperialistico.

   Confrontarsi con queste due aree a dominanza giapponese e statunitense è divenuto impossibile senza gettare sul piatto della bilancia un potenziale economico del medesimo ordine di grandezza: i paesi europei, con la Germania in prima fila debbono quindi abbandonare ogni ambizione di contare nelle relazioni internazionali per la lotta per la supremazia se continueranno ad agire in ordine sparso senza avere, presi singolarmente, una capacità economica paragonabile a quella dei concorrenti. Dentro questo quadro dei rapporti mondiali sta quindi l’esigenza materiale dell’integrazione europea.

    Sbaglia chi vede nella creazione di questi poli macro-economici come il superamento dello stato nazionale se non si capirebbe la corsa per gli armamenti in USA, gli esperimenti nucleari in Francia, la costruzione di ordigni nucleari da parte di Pakistan e India, la creazione di un esercito professionale in alcuni paesi europei in alcuni paesi europei come l’Italia. Contro chi si dovrebbero usare queste armi se gli stati nazionali sparissero, il Nuovo Ordine Mondiale, la Spectre?

    La verità è che anche con il processo di concentrazione di monopoli internazionalizzati e nonostante il forte dominio militare USA nel mondo, le contraddizioni interne ai vari imperialismi sovrannazionali che controllano vaste aree macro-economiche sussistono, in quanto è una costante dell’imperialismo e della sua natura intrinseca, anche nella sua fase più evoluta, come quella che stiamo vivendo oggi. Non solo, ma i cosiddetti regionalismi o nazionalismi diventano funzionali alla costruzione di aree macro-economiche e sono sostenuti militarmente, politicamente ed economicamente  dalle varie potenze imperialistiche. È il caso della Germania che ha sostenuto le scissioni di Croazia e Slovenia della Repubblica Federale Jugoslava per includere nella propria area di influenza. La stessa cosa ha fatto l’Italia con l’Albania. Come si diceva prima, lo sviluppo dell’Europa sorge dal tentativo delle maggiori potenze imperialiste europee di smarcarsi dall’egemonia USA e coincide col consolidarsi dei poli asiatico- giapponese e cinese, costituendo complessivamente uno degli eventi più rilevanti degli anni ’90 dell’appena trascorso secolo XX. I capitali europei hanno trovato facile terra di conquista nei paesi dell’Est Europa, dopo la caduta dei paesi “socialisti”. L’ascesa europea è ciò che ha indotto gli USA a intervenire militarmente contro l’Jugoslavia, per allineare a sé le pretese egemoniche degli imperialismi europei, principalmente francese e tedesco. Naturalmente gli USA hanno cercato di legare a sé l’Europa mettendo in capo tutto il loro apparato bellico della NATO.

   Coloro che vedono erroneamente prossima la fine degli Stati nazionali sotto l’incalzare dell’imperialismo globalizzato, oppongono lo Stato nazione, ai grandi truts internazionali, ma nei fatti lo Stato nazionale quasi sempre collabora strettamente con questi truts. È sempre stato così nei regimi capitalisti. All’epoca di Lenin gli eserciti imperialisti colonizzavano vaste regioni del cosiddetto Terzo Mondo a vantaggio dei capitalisti nazionali. Oggi questa cooperazione ha raggiunto livelli e dimensioni impensabili: ci sono troppo spesso i gruppi padronali che oggi elaborano i progetti adottati dai politici. E non vi è assolutamente nessuna forma di antagonismo tra stato nazionale e truts imperialistici, in quanto lo Stato nazionale è uno strumento di dominazione per la stessa borghesia imperialista. La sessa cessione del potere dello Stato alle grandi imprese prevede una deregolamentazione, di cui necessita l’esistenza stessa d’uno Stato con le sue leggi che agevoli tutto ciò. Lo Stato disfa e ricompone a piacimento della borghesia, a seconda degli interessi contingenti di questa. La crisi asiatica della fine degli anni ’90 aveva ben messo in luce i pericoli di una di una mancanza di controllo sui capitali che circolano rapidamente e alcuni rappresentanti borghesi, compresi i portavoce della Banca Mondiale, hanno proposto di emettere delle leggi agli Stati interessati per impedire per impedire tale flusso di capitali.

   Tutti questi progetti di riformare il sistema finanziario andarono in fumo.

   E’ errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, con la mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista e, il passaggio del capitale finanziario a ruolo guida del processo economico capitalista, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia, come si diceva prima, di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzarsi il loro capitale e accumulare e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli USA il monte salari è stato una percentuale decrescente del PIL) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato milioni di famiglie si sono indebitate, le imprese sono riuscite  a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.

   Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso generalizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (persino anche a chi ha avuto problemi di pagamento!). Questo fenomeno si è diffuso dagli USA a tutti i paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie hanno sempre teso al risparmio), l’indebitamento delle famiglie occidentali è salito in pochi anni, in Spagna è salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

   Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stata evitata e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari USA e del crollo  del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

   Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi  atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

   Le chiavi attorno a cui ruotò l’intero meccanismo furono essenzialmente quattro:

  • I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartorizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamati Morgtgagebaked Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli a debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso di interesse è agganciato al tasso di interesse interbancario (LIBORrate) – che servivano per acquistare le obbligazioni rischiose dalla “banca madre”, cartorizzarle nella forma di collateralizet debt obligation (Cdo)  e rivenderle ad altre istituzioni bancarie, oppure a investitori come fondi pensione o hedge fund. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e i tassi di interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  • Colleteralized Debt Obligation (Cdo).  La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine, oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  • Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente, sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista dell’ambiente dove operano, anche se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  • Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prelevare denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando profitti. Per quanto riguarda la bolla, l’inflazione dei prezzi immobiliari sta alla base della continua rivalutazione dei titoli cartolarizzati che ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi della commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma su pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare.

   Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

   La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie informatiche (TIC): ma alla fine i forti incrementi di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale al lavoro.[37]

   L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, dell’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, della finanziarizzazione dell’economia e di attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti.    Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa in quanto avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

   Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% al 1% . Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi di interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio, chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case, quindi, saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

   Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni  finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto.  Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

   Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

   Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

  1. Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.
  2. Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.
  3. Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

   Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari. Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

   Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche – qui in Italia in questo quadro bisogna vedere il superamento della divisione tra fascismo/antifascismo).

   Tornando al discorso dello Stato nazione e della cosiddetta globalizzazione va rivelato che non c’è nessun abbandono di potere da parte dei grandi Stati nazionali e la borghesia si serve dello Stato secondo i suoi interessi, non certo in difesa degli interessi della nazione, come spesso si sente dire dai loro degni rappresentanti.[38]

   La grande borghesia è sempre di più una classe internazionale, attiva sul piano mondiale, ma per mantenere la sua dittatura organizza in campo politico la parcellizzazione estrema della classe utilizzando il nazionalismo, la religione, l’etnicismo. Per la grande borghesia imperialista il mercato mondiale deve essere assolutamente libero per gli investimenti e i flussi finanziari. Dall’altra pur sfruttando manovalanza dei paesi più deboli a salari peggiori, utilizza politicamente la presenza di immigrati nei propri paesi per incentivare la rivalità tra lavoratori stranieri e lavoratori indigeni per carpire voti, basandosi sul razzismo dei lavoratori dell condizioni di vita popolazione lavoratrice, giungendo in taluni casi ad emettere leggi che rendano impossibile per i lavoratori del cosiddetto del Terzo Mondo l’entrata nei paesi imperialisti più ricchi.


[1] https://books.google.it/books?hl=it&lr=&id=5djCdQK_PhcC&oi=fnd&pg=PA9&dq=globalizzazione+psicologia+dell%27et%C3%A0+evolutiva&ots=86Fowjvach&sig=LfsFxSVir5LgQIitbB5iT_sHWVE

https://www.treccani.it/enciclopedia/globalizzazione/

https://www.treccani.it/enciclopedia/scienze_sociali_e_storia/istruzione_e_formazione/psicologia_dell_eta_evolutiva/

http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4822

https://www.researchgate.net/publication/234839234_La_globalizzazione_ed_i_suoi_effetti_sul_piano_educativo

[2] Da tenere presente che la UE non è uno Stato ma è un trattato sottoscritto da vari Stati, perciò non è un blocco omogeneo, il suo precursore la Comunità Economica Europea (CEE), è stato storicamente uno strumento della cosiddetta guerra fredda degli USA contro l’URSS e l’UE continua a fare da complemento alla NATO. La classe dominante americana utilizza l’UE per mantenere la Germania sotto la sua orbita di influenza e contrastare la Russia. Gli USA, la Germania e la Francia  continuano a collaborare all’espansione dell’UE d della NATO nell’Europa dell’Est e nei Balcani. A livello economico i capitalisti USA si appropriano, direttamente o indirettamente, di una parte importante del plusvalore estratto tramite lo sfruttamento degli operai europei.

   All’interno dell’UE Stati come la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo pur non essendo semicolonie sono Paese dipendenti. Come Lenin nell’Imperialismo: “deve notarsi che il capitale finanziario e la relativa internazionale, che si riduce alla lotta tra le grandi potenze per la ripartizione economica e politica del mondo, creano tutta una serie di forme transitorie della dipendenza statale. Tale epoca è caratterizzata non soltanto dai due gruppi fondamentali di paesi, cioè paesi possessori di colonie e colonie, ma anche delle più svariate forme di paesi asserviti che formalmente sono indipendenti dal punto di vista politico ma che in realtà sono avviluppati da una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica”.

   L’UE come la NAFTA è un accordo di saccheggio dei paesi oppressi.

[3] L’El Dorado è un luogo leggendario in cui vi sarebbero immense quantità di oro e pietre preziose, oltre a conoscenze esoteriche antichissime. In questo luogo, situato al di là del mondo conosciuto, i bisogni materiali sono appagati e gli esseri umani vivono in pace tra loro godendo della vita.

[4] Alan Taylor, American colonies; Volume 1 of The Penguin history of the United States, History of the United States Series, Penguin, 2002, p. 40, ISBN 978-0-14-200210-0.

[5] Thornton Russell. C&pg=PA42&hl=it&source=gbs_toc_r&cad=3#v=onepage&q&f=false American Indian Holocaust and Survival. A population history since 1492. Google book. University of Oklahoma Press Norman, 1987. pag. 26–32

[6] David Stannard, Olocausto americano, Bollati Boringhieri, Torino, 2001 ISBN 88-339-1362-7

[7] La Brigata Gurkha è una unità scelta del British Army i cui soldati vengono arruolati tra la popolazione Gurkha del Nepal e dell’India settentrionale.

[8] Jean-Baptiste Colbert (1619-1683). Politico ed economista francese. La sua opera fu diretta principalmente ad accrescere la ricchezza del Paese, incoraggiandone lo sviluppo industriale e coloniale.

[9] Fonti:

Edoardo Galeano, A testa in giù, Milano, 1999  –  Le vene aperte dell’America Latina, Milano, 1997.

Marx, Engels, La concezione materialistica della storia, Roma, 1971.

Lenin,  L’imperialismo, Roma, 1974.

Maurizio Meloni,  La battaglia di Seattle.

L’opuscolo Seminare per raccogliere, a cura di Laboratorio Marxista, Viareggio, 2000.

[10] Lenin, Opera Omnia, Ed. Riuniti, vol. 22, pag. 256.

[11] K. Marx, F. Engels, Il manifesto del partito comunista, Roma, Editori Riuniti, 1981, pp. 61,62.

[12] Mentre per le elezioni presidenziali del 2020 hanno sostenuto in prevalenza Trump e i repubblicani i settori dell’agroindustria, delle costruzioni e quello immobiliare (quelli in cui Trump si è arricchito), dell’energia, quelli del carbone, del  petrolio quello del gas e quello minerario. Queste ultime puntavano sulla politica portata avanti da Trump inerente alla libertà di estrazione. Mentre i settori inerenti alle energie alternative hanno puntato su Biden per la limitazione delle  e per i sussidi alla green economy,

[13] Miliukov P. (1859-1943). Ideologo della borghesia russa, capo del partito dei cadetti della Russia. Dopo la Rivoluzione di Ottobre prese parte attiva nell’organizzazione dell’intervento militare straniero contro la Russia Sovietica.

[14] Kautsky, Tempi Nuovi, 30 aprile 1915, p. 144.

[15] Marx, Il Capitale, Libro I, Einaudi, Torino, pp. 428-29.

[16]                     C.s.                                    p.p. 518-20-

[17] Lenin, L’imperialismo.

[18] Marx, Teorie del plusvalore.

[19] Marx, Il Capitale, Libro I.

[20] Marx, Lavoro salariato e capitale, Ed. Riuniti, Roma 1971, pag. 55.

[21]                                          C.s.                                                        pag. 47

[22] Kuczynski Jürgen, Breve storia delle condizioni del lavoro nel capitalismo industriale nella Gran Bretagna e nell’Impero, 1944 pag. 82.

[23] E facendo anche dell’operaismo! La socialdemocrazia tedesca riuscì ad impedire a Rosa Luxemburg di prendere parola a Congresso dei Consigli Operai nel novembre 1918, in quanto non operaia, e la fece assassinare qualche settimana più tardi dai corpi franchi, agli ordini dal socialdemocratico Noske, il macellaio dell’insurrezione di Berlino del gennaio 1919. Questo è un esempio di un ruolo apertamente controrivoluzionario di un certo operaismo, che ha creato il culto dell’operaio individuale. Ricordiamo ancora la lotta dell’operaio Tolain delegato francese ai primi Congressi della Prima Internazionale, contro l’accettazione di Marx come delegato.  Secondo, Tolain, in nome del principio “l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi”, bisognava respingere Marx perché intellettuale. Dopo il dibattito la mozione di Tolain fu respinta. Nel 1871 Tolain, si ritrovò a fianco dei Versagliesi contro l’insurrezione operaia della Comune. Quello che un certo operismo non arriva a comprendere che non sono tanto i singoli operai ad essere rivoluzionari in quanto tali, ma la classe operaia nel suo insieme.

[24] Lo iugulare, l’essere iugulato; in particolare, metodo di macellazione che consiste nella recisione delle vene giugulari.

[25] Hiferding Rudolf (1877-1941).  Socialdemocratico tedesco, fu redattore della Neue Zeit e del Vorwärts tra gli anni 1907 e 1915 e direttore dal ’18 al ’22 della Freiheit. Divenuto dirigente dell’USPD (i socialdemocratici indipendenti staccatisi dal SPD in quanto avversi allo scontro bellico mondiale) si schierò a favore di una riunificazione con la socialdemocrazia. Tornato all’interno della socialdemocrazia fu deputato al Reichstag dal ’23 al ’29, ricoprendo a più riprese la carica di Ministro delle Finanze di governi borghesi. Morì in un campo di concentramento nazista durante la seconda guerra mondiale.

[26] Fine 800 e inizio 900.

[27] Rhodes, Cecil (1853-1902). Uomo politico inglese, emigrato giovanissimo nel Natal, sostenne l’espansione inglese nell’Africa del Sud dove fece in modo che l’Inghilterra acquistasse vastissimi territori (donde il nome di Rhodesia); promosse, d’intesa con J. Chamberlain, la guerra contro i boeri.

[28] Cunow Heinrich (1862-1936). Socialdemocratico tedesco (teorico del gruppo guidato da Scheidemann), etnografo e docente universitario. Fino al 1914 si definì marxista ortodosso e lottò contro il revisionismo, allo scoppio del conflitto mondiale assunse invece posizioni social-scioviniste.

[29] Qui Lenin si riferisce a questa posizione di Kautsky appena esposta.

[30] Parlando delle nazioni più forti.

[31] Schulze-Delitzsch (1808-83). Politico ed economista, organizzatore delle cooperative dei consumatori per gli artigiani, atte a prevenire il decadimento di questa classe.

[32] E oggi questo vale per tutti i grandi Stati imperialisti.

[33] Hobson John (1858-1940).  Economista inglese i cui scritti sull’imperialismo influenzarono Lenin.

[34] Il fabianesimo (detto anche fabianismo), è un movimento politico e sociale britannico nato alla fine del XIX secolo e facente capo alla Fabian Society. Questa associazione fu istituita a Londra nel 1884 e si proponeva come scopo istituzionale l’elevazione delle classi lavoratrici per renderle idonee ad assumere il controllo dei mezzi di produzione. Prese tale nome in quanto si avvalse sempre di una tattica gradualistica e temporeggiatrice che ricordava, sotto alcuni aspetti, la politica di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, che nella lotta contro Annibale e i suoi cartaginesi si avvalse di una strategia attendista di lento logoramento.

Il fabianesimo, difatti, crede nella graduale evoluzione della società, tramite riforme incipienti che portino gradualmente al socialismo, a differenza del marxismo che predica un cambiamento rivoluzionario.

[35] I preti.

[36] O ultra

[37]  Spinte dalla concorrenza le imprese se non volevano essere spazzate via hanno investito in nuove tecnologie e modernizzato il capitale produttivo, tutto ciò ha causato un aumento fortissimo dei costi.

[38] A questo proposito risultano interessanti le affermazioni al quotidiano Liberazione, del 5 luglio 2001, dal professore Marcello De Cecco, ordinario di Economia Monetaria all’Università La Sapienza di Roma, in cui sostiene riferendosi alla questione della Montedison, come ormai Stati nazionali e multinazionali vadano insieme. Più precisamente il professore dice: “Gli stati nazionali non sono per niente stati esautorati dalle multinazionali, le quali si fanno proteggere e nulla si fa senza l’intervento dello Stato. Forse le multinazionali operano in condizioni di franchigia in Ruanda, ma non da noi. Non in Europa o negli USA, né Giappone, ma neppure in Cina o in Corea. Questa visione della scissione tra le multinazionali e gli stati nazionali e i loro governo è del tutto sbagliata. Metterei in luce e insisterei proprio su questo: sulla presenza reciproca, in appoggio e come arbitri, dei governi verso le imprese,

~ di marcos61 su dicembre 29, 2020.

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