CRISI, DECOMPOSIZIONE, PANDEMIA

   I fatti dimostrano che l’imperialismo è un capitalismo in decomposizione

   Ma cosa bisogna intendere per decomposizione?

  Tutti i modi di produzione del passato hanno conosciuto un periodo di ascendenza e un periodo decadenza. Il primo periodo corrisponde a un pieno adeguamento dei rapporti di produzione dominanti con il livello di sviluppo delle forze produttive della società, nel secondo questi rapporti di produzione sono divenuti troppo stretti per contenere le forze produttive.

   La decadenza di un modo di produzione si caratterizza per due aspetti, uno economico e l’altro sovrastrutturale. 

L’ASPETTO ECONOMICO DELLA DECADENZA

    Lo sviluppo delle forze produttive può presentarsi sotto due forme:

  1. Con l’accrescimento del numero dei lavoratori incorporati nella produzione a un livello di produttività dato.
  2. Con lo sviluppo della produttività del lavoro con numero dato di lavoratori.

    Nella realtà di un sistema in piena espansione si costata la combinazione di queste due forme. Un sistema in crisi è un sistema che si trova limitato sui due piani allo stesso tempo.

   Si potrebbe parlare di un “limite esterno” all’espansione del sistema (incapacità ad allargare il campo di applicazione del sistema) e di un “limite interno” (incapacità a superare un certo stadio di produttività). Consideriamo il caso della fine dello schiavismo nell’Impero romano. Il limite esterno è costituito dall’impossibilità materiale di continuare a estendere la superficie dell’Impero. Il limite interno è l’impossibilità di aumentare la produttività degli schiavi senza sconvolgere il sistema sociale stesso, senza eliminare il loro stato di schiavi. Per il feudalesimo è la fine dei dissodamenti, l’incapacità di trovare nuove terre coltivabili, che costituisce il limite esterno; il limite interno è costituito dall’impossibilità di aumentare la produttività del servo o dell’artigiano, senza introdurre il lavoro associato del capitale sconvolgendo l’ordine economico feudale.

   Le influenze di questi due tipi di limiti sono dialetticamente legate: l’Impero romano non poté estendere indefinitamente il suo Impero a causa dei suoi limiti tecnici; inversamente, più le difficoltà a estendersi sono grandi, più fu obbligato ad accrescere la propria produttività, spingendola così più rapidamente fino ai suoi limiti estremi. Allo stesso modo i dissodamenti feudali erano limitati dal livello delle tecniche e nello stesso tempo man mano che le terre diventano rare, ci si sforza nelle città e nelle campagne di aumentare la produttività feudale fin sulla soglia del capitalismo.

   In ultima analisi sono i limiti che trovano lo sviluppo della produttività in seno all’antica società che provoca il marasma. È, in effetti, questa produttività che costituisce la vera misura dello stadio di sviluppo delle forze produttive: essa è l’espressione quantitativa di una certa combinazione di lavoro umano e di mezzi di produzione, di lavoro vivo e di lavoro morto.

   A ogni stadio di sviluppo delle forze produttive, cioè a ogni livello globale di produttività, corrisponde un certo tipo di rapporto di produzione. Quando questa produttività raggiunge i massimi limiti possibili in seno al sistema che gli corrisponde, la società entra in una fase di decadenza economica. Si assiste allora a una specie di fenomeno “valanga di neve”: le prime conseguenze della crisi si trasformano in fattori acceleratori di questa. Per esempio, tanto alla fine di Roma che nel declino del feudalesimo, la caduta dei redditi delle classi dominanti le spinge ad aumentare lo sfruttamento della sua mano d’opera fino all’esaurimento. Il risultato è nei due casi un disinteressamento e un malcontento crescente dei lavoratori, cosa che può che non può che accelerare ancor più l’abbassamento dei profitti. Inoltre, l’impossibilità di incorporare altri lavoratori alla produzione obbliga la società a mantenere uno strato di inattivi che non possono che pesare nel profitto.

   Parallelamente a queste conseguenze economiche, la crisi provoca una serie di convulsioni sociali che a loro volta ostacolano la già debole vita economica. Lo sviluppo della produttività urta sistematicamente contro le strutture sociali esistenti, rendendo sempre di più difficile ogni ulteriore sviluppo delle forze produttive. Il superamento della vecchia società è messo all’ordine del giorno.

   “Mai una società si estingue prima che si siano sviluppate tutte le forze produttive che essa può contenere” (Marx). In effetti, bisogna notare che nessun sistema ha potuto sviluppare tutte – nel senso proprio del termine – le forze produttive che potevano contenere in teoria.

   Sotto la pressione delle forze produttive, le basi della nuova società cominciano a svilupparsi in seno all’antica: questo però è valido solo per le società passate in cui la classe che ha realizzato il superamento di un sistema non è mai stato la classe sfruttata. Il feudalesimo si sviluppa nel seno stesso dell’Impero Romano schiavista. Le prime forme di feudalesimo a Roma erano spesso attuate da anziani membri del Senato Municipale che si erano resi autonomi nei confronti dello Stato che li aveva resi responsabili della riscossione delle imposte. Allo stesso modo alla fine del feudalesimo, membri della nobiltà diventano uomini d’affari e nelle città – spesso in lotta con i signori locali – si sviluppano le prime manifatture annuncianti il capitalismo.

   Questi primi “centri del sistema futuro” sorgono nella maggior parte dei casi come risultato della decomposizione del sistema. Vi si trovano tutti i tipi di persone che cercano di sfuggire al sistema. Da risultati della decadenza essi si trasformano rapidamente in fattori acceleratori di essa.

   Le condizioni materiali che permettono il passaggio a un nuovo tipo di società esistono già nell’antica società e la loro pressione è sufficiente a farvi germogliare gli inizi del nuovo sistema.

    “Mai dei rapporti di produzione superiori cominciano ad attuarsi prima che le condizioni materiali della loro esistenza si siano sviluppate nel seno stesso della vecchia società” (Marx).

    Non è sufficiente che la produzione si avvicini ai suoi limiti massimi nella vecchia società. C’è ancora bisogno che i mezzi di superarla esistano già o siano in via di formazione. Quando queste due condizioni sono storicamente realizzate, l’adozione da parte della società di nuovi rapporti di produzione è all’ordine del giorno. Ma la resistenza della vecchia società (resistenza delle antiche classi privilegiate, inerzia dei costumi e delle abitudini, delle ideologie, della religione ecc.) e l’eventuale anacronismo nella realizzazione delle due condizioni, impediscono che il passaggio sia effettuato secondo una progressione continua. La fase di decadenza di un sistema è questo periodo nel quale il salto storico da realizzare non è ancora compiuto: è l’espressione di una contraddizione che s’ingigantisce tra forze produttive e rapporti di produzione; è il malessere di un corpo che cresce in un vestito troppo stretto. 

   Prigioniera delle sue contraddizioni, la società conosce una serie di fenomeni caratteristici che traducono il malessere crescente.

 

 LO SCONVOLGIMENTO DELLE +SOVRASTRUTTURE

   Quando l’economia traballa, tutta la sovrastruttura che essa sostiene entra in crisi e in decomposizione. Le manifestazioni di questa decomposizione sono altrettanti elementi caratteristici della decadenza di un sistema.

   Prendiamo in esame quattro fenomeni presenti tanto nella decadenza dello schiavismo quanto in quello del feudalesimo. Essi sono:

1° La decomposizione delle forme ideologiche regnanti in seno all’antica società.

2° Lo sviluppo delle guerre tra le frazioni della classe dominante.

3° L’intensificazione dello sviluppo della lotta fra le classi.

4° Il rafforzamento dell’apparato statale.

LA DECOMPOSIZIONE DELLE FORME IDEOLOGICHE REGNANTI IN SENO ALL’ANTICA SOCIETÀ

   L’ideologia dominante di una società divisa in classi è necessariamente l’ideologia della classe dominante. La capacità di arricchimento e di sviluppo di queste forme ideologiche dipende dalla capacità reale di questa classe a fare accettare la sua dominazione dall’insieme della società. Una società che non è disposta ad accettare una data ideologia se non quando il sistema economico che questa difende corrisponde ai propri bisogni. Più un sistema economico assicura prosperità e sicurezza e più gli uomini che ci vivono dentro fanno proprie le idee che lo giustificano come sistema che esse difendono e da cui sono prodotte.

   In condizione di espansione le ingiustizie dei rapporti economici possono apparire come dei mali necessari; la convinzione che “ciascuno può trovarvi il proprio interesse” permette lo sviluppo di ideologie democratiche, soprattutto in seno alla frazione che ne trae il maggior profitto: la classe dominante. La forma politica repubblicana corrisponde al periodo fiorente dell’economia romana; nel feudalesimo in espansione il re non è che un signore, eletto come il primo tra i suoi pari. Il diritto stesso è poco sviluppato perché il sistema corrisponde sufficientemente ai bisogni oggettivi della società perché un gran numero di problemi può risolversi mediante la forza stessa delle cose.

   Le scienze tendono ad arricchirsi, le filosofie propendono al razionalismo, all’ottimismo e alla fiducia nell’uomo. Quando l’aspetto orribile di ogni società di sfruttamento è dissimulato dalla prosperità, le ideologie sono meno ostacolate nella loro elaborazione dalla necessità di mascherare la realtà e di giustificare ciò che non può esserlo. L’arte stessa riflette questo ottimismo e conosce in generale i suoi grandi momenti nei migliori periodi economici (quella che si suole chiamare l’età dell’oro dell’arte latina corrisponde al periodo di piena espansione dell’Impero; allo stesso modo che nella prosperità dell’XI e XII, il feudalesimo conosce un rinnovamento intellettuale e artistico immenso).

   Ma è sufficiente che i rapporti di produzione si trasformino in una zavorra per la vita della società e tutte le forme ideologiche corrispondenti al passato si trovano sradicate, vuotate del loro contenuto, contraddette apertamente dalla realtà. Nell’Impero romano decadente, l’ideologia del potere politico non può che prendere un carattere sempre più soprannaturale e dittatoriale. Così la decadenza feudale si accompagna a un rafforzamento del carattere divino della monarchia e dei privilegi della nobiltà, sconfitti dai rapporti mercantili che la borghesia introduce.

 Filosofia e religioni traducono un pessimismo costante; la fiducia nell’uomo cede il posto all’abnegazione davanti alla fatalità e a un oscurantismo crescente (sviluppo dello stoicismo, poi del neoplatonismo nel Basso Impero Romano: il primo che parla dell’elevazione dell’uomo per mezzo del dolore, il secondo che nega all’uomo la capacità di comprendere con la sua ragione i problemi del mondo).

   Tutto ciò traduce l’anacronismo crescente tra i rapporti che reggono la società e le idee che se ne erano fatti gli uomini fino allora.

   Le sole forme ideologiche che in questo periodo possono acquistare un vero sviluppo sono il diritto, da una parte, e le ideologie che annunciano la nuova società dall’altra.

   Il diritto in una società divisa in classi non può che essere che l’espressione degli interessi e della volontà della classe dominante espressa in forma legislativa. È l’insieme delle regole permettenti il buon funzionamento del sistema di sfruttamento. Il diritto conosce dunque il maggior sviluppo all’inizio della vita di un sistema sociale, quando sono stabilite le “nuove regole del gioco”, ma alla fine di, questa, quando, la realtà rende sempre più inadatta e impopolare il sistema vigente, è la volontà della classe dominante che diventa un elemento sempre più importante per mantenere in vita questi rapporti. Il diritto traduce allora la necessità di rafforzare il quadro oppressivo necessario alla sopravvivenza di un sistema diventato superato. È per questo che il diritto si sviluppa tanto nella decadenza romana che in quella del feudalesimo. (Diocleziano, il più grande imperatore del Basso Impero, fu anche quello che redasse il maggior numero di editti. Allo stesso modo a partire dal XIII secolo cominciano ad apparire le prime forme di diritto abituale)

   Parallelamente a questo diritto dell’antica società cominciano a sorgere le idee preconizzanti il nuovo tipo di rapporti sociali: esse prendono delle forme critiche, contestatarie, poi rivoluzionarie. Questo fenomeno è particolarmente evidente a partire dal XV secolo in Europa occidentale. Il protestantesimo, soprattutto quello di Calvino, religione che opponendosi al cattolicesimo, ammette il prestito su interesse (condizione di vita del Capitale); che preconizza l’elevazione spirituale per mezzo del lavoro e che glorifica “l’uomo che è riuscito” (opponendosi ai privilegi “di fonte divina” della nobiltà); che mette in questione il ruolo soprannaturale della Chiesa cattolica per preconizzare l’interpretazione della Bibbia da parte dell’uomo stesso senza bisogno di intermediari; questa religione costituisce un elemento ideologico annunciatore del capitalismo.

Lo sviluppo delle guerre tra frazioni della classe dominante

   La prospettiva di un sistema di sfruttamento permette una relativa armonia tra gli sfruttatori e dunque dei rapporti “democratici” tra di loro. Quando il sistema cessa di essere redditizio, quando i profitti diminuiscono, l’armonia cede posto alla guerra tra i profittatori. Così si assiste al moltiplicarsi delle guerre tra le frazioni della classe dominante.

   A partire dal II secolo in Roma si assiste alle guerre tra cavalieri, burocrati, capi dell’esercito contro senatori e patrizi.

   Alla fine del Medio Evo le guerre tra i signori assumono tali proporzioni che i re occidentali sono costretti a proibirle e il re di Francia Luigi IX arriverà fino a proibire il porto delle armi. In questo secondo ordine di fenomeni si colloca la guerra dei Cento Anni. Quando la classe dominante non può servirsi dei suoi profitti, la soluzione più immediata consiste per ogni frazione della classe dominante nell’impadronirsi di quello degli altri; o almeno nell’impadronirsi delle condizioni di produzione permettenti la creazione di profitto (per esempio, i feudi nell’epoca feudale).

Intensificazione e sviluppo della lotta tra le classi

   Si riscontrano nella decadenza tre fenomeni che fanno delle lotte di classe una delle caratteristiche principali di questi periodi di declino.

  1. L’aumento della miseria: la fine dello schiavismo romano e la fine del feudalesimo sono marcate da carestie, epidemie e da una miseria che tende a generalizzarsi. Sono le classi oppresse che subiscono più intensamente questi problemi; cosa che da parte loro provoca ribellioni rivolte sempre più frequenti.
  2.  L’aumento dello sfruttamento: in un sistema in decadenza, non poteva essere accresciuta con mezzi tecnici, le classi dominanti sono costrette a ovviare a ciò mediante un supersfruttamento della forza lavoro. La forza lavoro è utilizzata fino al suo esaurimento. I sistemi di punizione si sviluppano. Aggiunto alla miseria e alle sofferenze, quest’ultimo fattore non può che accentuare il fenomeno di generalizzazione delle lotte degli sfruttati contro gli sfruttatori. Le reazioni contro il tentativo di accrescere la loro produttività sono da parte dei lavoratori così violente e nefaste per la produzione, che tanto alla fine dell’Impero che in quella del Medio Evo, si tenderà a sostituire le punizioni con sistemi di “interessamento” (liberazione di schiavi o di servi).
  3.  La lotta della classe portatrice della nuova società: parallelamente alle rivolte degli sfruttati si sviluppa la lotta di una nuova classe (grandi proprietari feudali alla fine dell’Impero, borghesia alla fine del feudalesimo), che cominciò a stabilire le basi del proprio sistema di sfruttamento minando così le basi del vecchio. Queste classi sono portate a una guerra permanente contro la vecchia classe privilegiata. Nel corso di questa lotta esse hanno sempre trovato nella rivolta dei lavoratori la forza che mancava loro distruggere le antiche strutture diventate reazionarie (Solo nella Rivoluzione Proletaria avviene che la classe portatrice della nuova società sia nello stesso tempo la classe sfruttata).

   Tutti questi elementi spiegano perché la decadenza di una società provoca obbligatoriamente un rifiorire deciso della lotta tra le classi.  Nel Basso Impero Romano: “la situazione creata dalla carenza di produzione, una tassazione sempre più forte, la svalutazione della moneta e l’indipendenza sempre maggiore di grandi proprietari, ebbe per conseguenza di accentuare la disorganizzazione politica e sociale e di far scomparire i principi che regolavano le relazioni umane.

Proprietari impoveriti, uomini d’affari rovinati, lavoratori della città. Coloni, schiavi, disertori dell’esercito, si davano al saccheggio in Gallia, Sicilia, Italia, Africa del nord e Asia Minore. Nel 235 un’onda di brigantaggio spazzò tutto il Nord. Nel 238 i coloni della Gallia attaccano in numerose città e nel 269 una rivolta di schiavi scoppiò in Sicilia”.

   Nello stesso modo alla fine del Medio Evo, le rivolte operaie sconvolgono le città fiamminghe. Al tempo della guerra dei Cento Anni ci furono sollevamenti causati dalla miseria urbana. Dei tribuni sfruttarono queste rivolte al servizio delle ambizioni politiche di gruppo o di un individuo.

   La rivoluzione di Cromwell nel 1649 in Inghilterra e quella francese del 1789 saranno il risultato spettacolare delle lotte che il declino della società feudale e la nascita del sistema capitalistico avevano provocato.

Il rafforzamento dello Stato

   Se il diritto traduce l’interesse e la volontà della classe dominante, sotto forma di legge, lo Stato è la forza armata incaricata di farlo rispettare. Esso è il garante dell’ordine necessario allo sfruttamento di una classe da parte di un’altra. Di fronte ai disordini economici e sociali che caratterizzano la fase di decadenza di un sistema, lo Stato non può, dunque, che rafforzarsi.

   Nato come forza armata della classe dominante, lo Stato è essenzialmente il servitore di una classe. Tuttavia, è in questo servitore che si cristallizzano nel modo più perfetto gli interessi della classe dominante: il suo compito è di mantenere un ordine globale, generale. In questo senso esso ha una visione più completa del funzionamento del sistema, e delle sue necessità, che quella degli individui che costituiscono la classe privilegiata. Separato dall’insieme della società, poiché organo di oppressione al servizio di una minoranza, esso si distingue anche da questa minoranza per il suo carattere unico di fronte alla diversità degli interessi frazionali o individuali degli sfruttatori. Inoltre, i privilegi della burocrazia statale sono strettamente legati al buon andamento del sistema nel suo insieme. Lo Stato è così, non solo strumento che hanno le classi dominanti è capace di giungere a una visione globale dell’economia, ma anche il solo ad avere in ciò un interesse immediato e vitale.

   Perciò nei periodi di decadenza, lo Stato si rafforza poiché non solo deve far fronte a un numero, crescete di rivolte della classe oppressa, ma anche perché è il solo capace di assicurare la coesione della classe dominante spinta al laceramento e allo sparpagliamento.

   Lo sviluppo del potere dell’imperatore romano dal II secolo, così come quello della monarchia feudale trovò una giustificazione tanto nelle loro lotte rispettive contro le rivolte degli oppressi, quanto nella loro azione di difensori dell’ordine vigente per frenare le lotte tra frazioni della classe dominante. L’imperatore Settimio Severo (193-211) arrivò fino al punto di confiscare le proprietà di senatori e degli uomini di affari della città (come i commercianti) per procurarsi i fondi necessari al pagamento dei soldati che assicuravano la sua sicurezza e il suo potere; la monarchia capetingia nella Francia del medioevale dovette svilupparsi a spese dei grandi signori feudali.

   Nella maggior parte dei casi le guerre costituiscono anche un potente fattore del processo di rafforzamento dell’apparato dello Stato. Solo l’autorità statale può realizzare il raggruppamento della forza che esse esigono, lo Stato esce dunque sempre più rafforzato dalla prova.

   Questo fattore ha giocato un ruolo molto importante nel rafforzamento del potere monarchico, soprattutto in Francia.

  Si costata il grande sviluppo dell’interventismo economico dello Stato tanto nel declino dell’Impero Romano che in quello del feudalesimo. L’imperatore Diocleziano (284-305), ideò, per stimolarla, una specie di “economia diretta”, controllando lo sfruttamento dei grandi latifondi, stabilendo un controllo dei prezzi e ristrutturò il sistema fiscale. La monarchia feudale si rafforzò creando una potente amministrazione le cui funzioni economiche accrescono in tutto il regno.

   Quando i rapporti economici di una società diventano una calamità per coloro che li praticano, solo la forza delle armi permette di farli sopravvivere.

   Con lo sviluppo delle forze armate e conseguentemente si sviluppa l’intervento dello Stato nell’economia.

   Tutto in una società in decadenza produce questo fenomeno: le spese parassitarie per far sopravvivere un’economia che non è più redditizia impongono lo sviluppo della pressione fiscale. Solo uno Stato forte può riuscire a strappare queste imposte a una popolazione affamata e pronta a rivoltarsi. L’Imperatore del Basso Impero e il re feudale troveranno in questa funzione una delle basi per rafforzare i loro poteri. Poiché l’economia non si accorda più alle necessità imposte dalla realtà sociale, le iniziative economiche non sono più guidate dalla ricerca della prospettiva e dell’armonia con il resto della società. L’intervento dello Stato e della sua forza diventa allora il solo mezzo per evitare la paralisi dell’economia.

   Una tendenza alla burocratizzazione della società e all’inquadramento sistematico degli individui si sviluppa tanto alla fine dello schiavismo che nel declino del feudalesimo.

Ci sono delle differenze tra come emerge la decadenza negli altri modi di produzione e quello capitalista?

   È sbagliato affermare che la decadenza del capitalismo segua le tracce dei modi di produzione che l’hanno preceduto. È importante sottolineare le differenze fondamentali tra la decadenza capitalista e quelle delle società del passato.

  1. Il capitalismo è la prima società della storia che si estende a livello mondiale, che abbia sottomesso alle proprie leggi tutto il pianeta, per questo fatto, la decadenza di questo modo di produzione si estende a tutta la società umana.
  2.  Mentre nelle società del passato, i nuovi rapporti di produzione che erano chiamati a soppiantare i vecchi ormai superati, poteva svilupparsi all’interno della stessa società (cosa che poteva, in un certo modo, limitare in un certo modo gli effetti e l’ampiezza della decadenza), la società comunista, la sola che possa succedere al capitalismo, non può in alcun modo svilupparsi al suo interno; non esiste dunque alcuna possibilità di una qualunque rigenerazione di questa società in assenza di un rovesciamento del potere della classe borghese e dell’estirpazione dei rapporti di produzione capitalistici.
  3.  La crisi che dura dalla metà degli anni ’70, non è solo economica, ma anche politica e culturale.
  4. Anche se i periodi di decadenza del passato sono stati marcati da conflitti bellici, questi non erano neanche comparabili alle guerre mondiali che, per due volte, hanno devastato il mondo.

   La differenza tra l’ampiezza e la profondità della decadenza capitalista e quelle della decadenza del passato non può essere ridotta a una semplice questione di quantità. La società capitalista è la prima a minacciare la sopravvivenza stessa dell’umanità, la prima che possa distruggere la specie umana (armamenti nucleari, biologici e chimici, crisi ambientale ecc).

QUALE E’ LA DIFFERENZA TRA DECADENZA E DECOMPOSIZIONE?

   Tutte le società in decadenza comportano degli elementi di decomposizione: sfaldamento del corpo sociale, putrefazione delle sue strutture economiche, politiche e ideologiche ecc.

    Non bisogna confondere decadenza e decomposizione.

   La fase della decomposizione non si presenta solo come quella caratterizzata dal controllo sociale e dalla crisi permanente. Nella misura in cui le contraddizioni e manifestazioni della decadenza del capitalismo, che una dopo l’altra, marcano i diversi momenti di questa decadenza, la fase della decomposizione appare come quella risultante dell’accumulazione di tutte queste caratteristiche di un sistema moribondo, quella che chiude degnamente l’agonia di un modo di produzione condannato dalla storia.

   Essa costituisce l’ultima tappa del ciclo infernale di crisi – secondo conflitto mondiale – ricostruzione e ripresa del capitalismo (i 30 anni succeduti dalla fine del conflitto) nuova crisi con convulsioni enormi, che ha caratterizzato nel XX secolo, la società e le differenti classi:

  1. Due guerre mondiale cha hanno lasciato esangui la maggior parte dei principali paesi.
  2.  Un’ondata rivoluzionaria che ha fatto tremare tutta la borghesia mondiale e che è sfociata in una controrivoluzione dalle forme più atroci (fascismo e nazismo) e ciniche (democrazia borghese);
  3. Il ritorno di un impoverimento assoluto a livello mondiale, di una miseria delle masse proletarie che sembravano, orami dimenticate. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro il numero dei disoccupati nel mondo è passato da 30 milioni nel 2007 a 210 milioni di oggi. Negli Stati Uniti, secondo un rapporto del Census Bureau circa 44 milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà, ossia di 6,3 milioni di poveri in due anni che vanno ad aggiungersi al già forte sviluppo della povertà conosciuto nei tre anni precedenti.

   La crisi che dura dalla età degli anni ’70 apre di nuovo l’alternativa storica guerra mondiale o scontri di classe generalizzati verso la rivoluzione proletaria. La crisi degli anni ’30, si è sviluppa in un momento in cui il proletariato subiva la cappa di piombo della sconfitta subita negli anni ’20 (sconfitta della rivoluzione proletaria in Europa determinata anche dal ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia, fascismo in Italia) e ’30 (nazismo in Germania, guerra e sconfitta della rivoluzione in Spagna). La radicalizzazione della lotta di classe nel 1968 nelle metropoli imperialiste ha mostrato che la borghesia non aveva più le mani libere per scatenare un’ennesima guerra mondiale. Allo stesso tempo, se il proletariato ha già la forza di impedire una tale conclusione, esso non ha ancora trovato quella di rovesciare il capitalismo, e questo a causa del ritardo nello sviluppo della sua coscienza determinato dalla rottura provocato dal diffondersi del revisionismo nel Movimento Comunista Internazionale.

    In una situazione in cui le due classi fondamentali e antagoniste della società si confrontano senza riuscire a imporre la loro risposta decisiva, la storia non può attendere fermandosi. Mentre le contraddizioni del capitalismo in crisi non fanno che aggravarsi, l’impossibilità da parte della borghesia di offrire la minima prospettiva per l’insieme della società, unita al fatto che in questo periodo il proletariato non è ancora riuscito ad affermare la sua prospettiva di cambiamento della società, nell’immediato non può che sfociare in un fenomeno di decomposizione generalizzata, della società.

   Nessun modo di produzione è capace di vivere e svilupparsi, assicurare la coesione sociale, se non è capace di presentare una prospettiva all’insieme della società da esso dominata. Nell’attuale fase caratterizzata dall’impedimento che i rapporti di produzione capitalisti allo sviluppo delle forze produttive ormai collettive, non può che determinare una fase di decadenza e della successiva deposizione.

   Manifestazioni evidenti della decomposizione della società capitalista sono:

  1. Le moltiplicazioni di carestie che avvengono nei paesi che sono definiti “Terzo Mondo” mentre nei paesi “avanzati” sono distrutti stock di prodotti agricoli, oppure sono abbandonate superfici considerevoli di terre fertili. La FAO, che si rallegra nell’osservare che nel 2010 c’è stato un arretramento della malnutrizione che colpisce particolarmente l’Asia con 578 milioni di persone e l’Africa con 239 milioni, non rileva che nello stesso tempo questa cifra resta largamente superiore a quella pubblicata nel 2008, perché gli effetti dell’inflazione speculativa dei prezzi dei prodotti alimentari si erano fatti sentire fino a provocare una serie di sommosse in numerosi paesi.
  2. La trasformazione di questo “Terzo Mondo” in un’immensa bidonville in cui centinaia di milioni di esseri umani sopravvivono come topi nelle fogne. L’Asia e l’Africa sono l’epicentro di tali squilibri. La popolazione urbana africana, cresciuto di oltre 10 volte dal 1959, raggiungerebbe il 63% nel 2050, ma già in Tunisia, il 60% è urbanizzato e concentrato nella zona costiera, mentre quella asiatica dovrebbe raddoppiare.
  3.  Lo sviluppo di questo stesso fenomeno nei paesi “avanzati” in cui numero dei senzatetto e di quelli privi di ogni mezzo di sostenimento continua ad accrescersi.
  4. Le catastrofi “accidentali” che si moltiplicano (aerei che precipitano, treni che si trasformano in casse da morto).
  5. Gli effetti sempre più devastanti sul piano umano, sociale ed economico delle catastrofi “naturali” (inondazioni, siccità, terremoti, cicloni) di fronte alle quali gli esseri umani sembrano sempre più disarmati laddove la tecnologia continua progredire ed esistono già oggi tutti i mezzi per realizzare le opportune protezioni (dighe, sistemi d’irrigazione, abitazioni antisismiche e resistenti alle tempeste, …), mentre poi, di fatto, sono chiuse le fabbriche che producono tali mezzi e licenziati i loro operai;
  6. La degradazione dell’ambiente che raggiunge proporzioni assurde (acqua di rubinetto imbevibile, i fiumi ormai privi di vita, gli oceani pattumiera, l’aria delle città irrespirabile, decine di migliaia…) e che minaccia l’equilibrio di tutto il pianeta con la scomparsa della foresta dell’Amazzonia (il “polmone della terra”), l’effetto serra e il buco dell’ozono al polo sud.

   Tutte queste calamità economiche e sociali, se sono in generale un’espressione della decadenza del capitalismo, per il grado di accumulazione e l’ampiezza raggiunta costituiscono la manifestazione dello sprofondamento in uno stallo completo di un sistema che non ha alcun avvenire da proporre alla maggior parte della popolazione mondiale se non una barbarie al di là di ogni immaginazione. Un sistema in cui le politiche economiche, le ricerche, gli investimenti, tutto è realizzato sistematicamente a scapito del futuro dell’umanità e, pertanto, a scapito del futuro stesso del sistema stesso.

   Ma le manifestazioni dell’assenza totale di prospettive della società attuale sono ancora più evidenti sul piano politico e ideologico:

  1. L’incredibile corruzione che cresce e prospera nell’apparato politico, amministrativo e statale, il susseguirsi di scandali in tutti i paesi imperialisti.
  2.  L’aumento della criminalità, dell’insicurezza, della violenza urbana che coinvolgono sempre di più i bambini che diventano preda dei pedofili.
  3.  Il flagello della droga, che è da tempo divenuto un fenomeno di massa, contribuendo pesantemente alla corruzione degli Stati e degli organi finanziari, che non risparmia nessuna parte del mondo colpendo in particolare i giovani, è un fenomeno che sempre meno esprime la fuga nelle illusioni e sempre di più diventa una forma di suicidio.
  4. Lo sviluppo del nichilismo, del suicidio di giovani, della disperazione, dell’odio e del razzismo.
  • La proliferazione di sette, il rifiorire di un pensiero religioso anche nei paesi imperialisti, il rigetto di un pensiero razionale, coerente, logico.
  • Il dilagare nei mezzi di comunicazione di massa di spettacoli di violenza, di orrore, di sangue, di massacri, finanche nelle trasmissioni e nei giornalini per i bambini.
  • La nullità e la venalità di ogni produzione “artistica”, di letteratura, di musica, di pittura o di architettura, che non sanno esprimere che l’angoscia, la disperazione, l’esplosione del pensiero, il niente.
  •  Il “ciascuno per sé”, la marginalizzazione, l’atomizzazione degli individui, la distruzione dei rapporti familiari, l’esclusione delle persone anziane, l’annientamento dell’affetto e la sua sostituzione con la pornografia, lo sport commercializzato, il raduno di masse di giovani in una isterica solitudine collettiva in occasione di concerti o in discoteche, sinistro sostituto di una solidarietà e di legami sociali completamente assenti.

   Tutte queste manifestazioni della putrefazione sociale che oggi, a un livello mai visto nella storia, permea tutti i pori della società umana; esprimono una sola cosa: non solo lo sfascio della società borghese, ma soprattutto l’annientamento di ogni principio di vita collettiva nel senso di una società priva del minimo progetto, della minima prospettiva, anche se a corto termine, anche se illusoria.

   Tra le caratteristiche principali della decomposizione della società capitalista bisogna sottolineare la difficoltà crescente della borghesia a controllare l’evoluzione della situazione sul piano politico. L’impasse storica in cui si trova imprigionato il modo di produzione capitalistico, i fallimenti delle diverse politiche economiche che si sono attuate, l’indebitamento generalizzato che ha permesso di sopravvivere l’economia mondiale, tutti questi elementi che ripercuotersi su un apparato politico incapace, da parte su, di imporre alla società, e in particolare alla classe operaia, la disciplina e l’adesione richieste per mobilitare tutte le forze e le energie verso la sola risposta storica che la borghesia possa offrire: la guerra.

DALLE DEMOCRAZIE IN DECOMPOSIZIONE AL GOVERNO DIRETTO DEL CAPITALE

   Concentriamoci su uno degli aspetti che riguarda maggiormente i maggiori paesi imperialisti: la decomposizione delle forme di democrazia parlamentare.

   Questo fenomeno è in atto da tempo nei maggiori paesi imperialisti, pur con ritmi e forme diverse, un processo di rafforzamento delle forme istituzionali. Esse sono l’espressione a livello giuridico – istituzionale non solo di un avvenuta trasformazione dei rapporti tra proletariato e borghesia.

   A questo indebolimento del proletariato ha contribuito il crollo del cosiddetto “blocco socialista”. Non può esserci indifferente che il blocco dell’est sia crollato sotto i colpi della crisi economica piuttosto che sotto i colpi della lotta di classe. Se fosse prevalsa questa seconda alternativa, piuttosto che indebolirsi come sta avvenendo oggi, la fiducia del proletariato nelle proprie capacità si sarebbe potuta rafforzare. Inoltre, nella misura in cui il crollo del blocco dell’est fa seguito a un periodo di “guerra fredda” con il blocco occidentale, in cui quest’ultimo appare come il “vincitore” senza colpo ferire, si è generato nelle popolazioni occidentali, e anche tra i proletari, un sentimento di euforia e di fiducia verso i propri governi, simile (facendo le debite proporzioni) a quello che pesò sui proletari dei paesi “vincitori” nelle due guerre mondiali e che fu una delle cause della sconfitta dell’ondata rivoluzionaria seguita alla prima guerra mondiale.

   Una tale euforia, catastrofica per la coscienza del proletariato, sarà evidentemente molto più limitata dato che oggi non stiamo uscendo da una carneficina imperialista. Tuttavia, quella che oggi si manifesta in alcuni paesi dell’est ha certamente un impatto in occidente e non potrà che accentuare gli effetti nefasti della situazione attuale. Infatti, quando è caduto il muro di Berlino, simbolo del terrore imposto dallo stalinismo, la stampa ed alcuni esponenti borghesi hanno paragonato l’atmosfera che regnava in questa città a quella della “Liberazione” dopo il secondo macello mondiale. Non è un caso: i sentimenti provati dalla popolazione della Germania dell’est nel momento in cui si abbatteva questo simbolo erano paragonabili a quelli delle popolazioni che avevano subito per anni l’occupazione e il terrore della Germania nazista. Ma, come ci ha dimostrato la storia, questo tipo di sentimenti sono tra i peggiori ostacoli per la presa di coscienza del proletariato. La soddisfazione provata dagli abitanti dei paesi dell’est davanti al crollo del revisionismo e soprattutto il rafforzamento delle illusioni democratiche che questo comporta, si ripercuoteranno fortemente, e si ripercuotono già sul proletariato dei paesi occidentali e particolarmente su quello tedesco che riveste una particolare importanza all’interno del proletariato mondiale nella prospettiva della rivoluzione proletaria.

   Tornado al discorso del rafforzamento istituzionale, esso è soprattutto l’espressione del tentativo borghese di predisporre un apparato statale adeguato alle maggiori difficoltà che si manifesteranno in futuro e di contenere all’interno dell’ideologia borghese i rapporti sociali che vanno sempre più decomponendosi.

   È in questa fase che c’è il passaggio da una democrazia sotto forme parlamentari a un governo che appare sotto forma di “governi tecnici”, si potrebbe dire una “dittatura tecnocratica”.

   Che la democrazia si in decadenza è reso evidente dai diversi avvenimenti e fenomeni che ci sono nella sfera politica, sociale e culturale. Prendiamo come esempio la corruzione: essa ha pervaso ogni settore, i politici si contendono i contributi finanziari dei capitalisti; le pozioni all’interno dei governi e dei parlamenti (andando in giù in ogni settore del potere locale) hanno tutto un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre opportune alla loro approvazione.

   Questa democrazia in decomposizione si sta trasformando in un governo autoimposto da funzionari dell’esecutivo. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi dollari e di euro presso un’oligarchia finanziaria e riducendo il tenore di vita di milioni di persone tramite “pacchetti di austerità”.

   Questo governo viene descritto come un governo condotti da tecnici esperti, “apolitici” e “scevri da interessi privati”. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per e con i grandi interessi finanziari nazionali e internazionali.

   Lucas Papdemos, nominato Primo ministro, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e stato il capo della Banca centrale greca, nonché responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro.  Mario Monti, designato Presidente del Consiglio in Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione Europea e nella Goldman Sachs.

   Queste nomine si basano sulla lealtà totale di questi personaggi e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche, le più inique sui lavoratori di Grecia e in Italia.

   I cosiddetti tecnici non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sensibili a qualsiasi protesa sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico…tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori dei titoli di Stato, in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nordamericane.

   C’è una differenza tra questi governi tecnici e le dittature come quella fascista.   

   Negli attuali governi tecnici, il potere viene consegnato dalle élite politiche della democrazia borghese, in sostanza una sorta di transizione pacifica, almeno nella sua fase iniziale.

   A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi conservano le facciate elettorali, ma svuotate da contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di legittimazione, che seduce la stampa finanziaria. A differenza delle precedenti dittature come il fascismo che si presentavano come stati di polizia, gli attuali governi tecnici prima lanciano il loro assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro del proletariato, con il consenso parlamentare, e poi di fronte alla resistenza posta, procedono per gradi fino ad arrivare a uno stato di polizia.

   L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione. Al fine di imporre politiche che si traducono in massici trasferimenti di ricchezza dal lavoro al capitale nazionale e internazionale, è essenziale un regime autoritario in veste democratica, questo in previsione di un’accanita resistenza. La borghesia non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con qualche parvenza di democrazia (che è sempre il miglior involucro della dittatura della borghesia) e tanto meno una democrazia come quella attuale in decomposizione.

   La missione della “dittatura democratica” non è solo quello di attuare un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento di questi tecnocrati è di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficace in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti i n favore dei detentori dei titoli.

   Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di grossi industriali, banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. I tecnocrati ignorano completamente le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa.

Le trasformazioni principali della democrazia sotto i tecnici sono:

  1. Massici spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni delle masse popolari ai pagamenti dei titoli di Stato e alle rendite.
  2. Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita
  3. Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione di titoli e investimento.
  4. Riscrittura dei codici del lavoro. Salari, condizioni di lavoro e problemi sanitari sono consegnati alle commissioni aziendali (commissioni “paritetiche” dove c’è la presenza “paritetica” di padroni e sindacati).
  5. Lo smantellamento delle imprese pubbliche, e la privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono attivate su una scala mondiale. Monopoli privati rimpiazzano quelli pubblici, forniscono un numero minore di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di una nuova capacità produttiva.
  6. L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa dinamica richiese salari sempre più bassi per competere a livello internazionale, ma contrae il mercato interno.

QUALI PROSPETTIVE

   Bisogna prendere coscienza della minaccia mortale della decomposizione. Non bisogna nascondere a sé stessi l’estrema gravità della situazione mondiale. Inoltre, sarebbe sbagliato considerare la decomposizione, una realtà essa sia anche una necessità, cioè un passo necessario verso la rivoluzione.

   All’inizio la decomposizione ideologica colpisce evidentemente la classe capitalista stessa e per contraccolpo, gli strati di piccola borghesia che non hanno alcuna autonomia.

   Solo il proletariato porta in sé una prospettiva per l’umanità e, in questo senso, è al suo interno che esiste la maggiore capacità a resistere a questa decomposizione.     Tuttavia, neanche lui è risparmiato, in particolare perché la piccola borghesia a contatto della quale esso vive ne è il principale veicolo. I diversi elementi che costituiscono la forza del proletariato si scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione ideologica:

  1. L’azione collettiva, la solidarietà, contro l’atomizzazione, il “ciascuno per sé”, “l’arrangiarsi individuale”.
  2. Il bisogno di organizzazione contro la decomposizione sociale, la distruzione dei rapporti su cui poggia la sociale.
  3. La fiducia nell’avvenire e nelle sue forze continuamente minate dalla disperazione, dal nichilismo, dalla “mancanza di futuro”.
  4. La coscienza, la lucidità, la coerenza e l’unità del pensiero, l’inclinazione per la teoria hanno difficoltà ad affermarsi di fronte alla fuga nelle chimere, alla droga, alle sette, al misticismo, al rigetto della riflessione e la distruzione del pensiero che caratterizza la nostra epoca. Perciò è importante avere coscienza della posta in gioco nella situazione attuale, in particolare i pericoli mortali che decomposizione fa correre all’umanità. Perciò il proletariato deve essere determinato a continuare, sviluppare e unificare la propria lotta di classe.

   Questo è una premessa indispensabile, però bisogna prendere coscienza che contrariamente alla situazione esistente negli anni ’70, il tempo non gioca più a favore della classe operaia. Questo non per fare del catastrofismo, ma bisogna partire dal presupposto che finché la distruzione della società era rappresentata dalla guerra imperialista, il semplice fatto che le lotte del proletariato fossero capaci di mantenersi come ostacolo decisivo di un tale evento decisivo era sufficiente a sbarrare la strada a questa distruzione. Invece, contrariamente alla guerra imperialista che per potersi realizzare richiede l’adesione del proletariato alle idee della borghesia, la presente fase della decomposizione della società capitalista non ha nessun bisogno di imbrigliare la classe operaia per distruggere l’umanità. Le lotte operaie puramente difensive non sono sufficienti a costituire un freno alla decomposizione in atto: solo la rivoluzione comunista può bloccare questa minaccia.

   Il proletariato non può sperare di utilizzare a proprio beneficio l’indebolimento che la decomposizione provoca all’interno della borghesia. In questa fase il suo obbiettivo sarà quello di resistere agli effetti nocivi della decomposizione al suo interno contando solo sue forze, sulla propria capacità di battersi in maniera collettiva e solidale in difesa dei propri interessi in quanto classe sfruttata.

   Solo quando saremo in una situazione rivoluzionaria, e sarà all’offensiva, quando ingaggerà direttamente e apertamente la lotta per la sua prospettiva storica, esso potrà utilizzare alcuni effetti della decomposizione, in particolare la decomposizione dell’ideologia borghese e quella delle forze del potere capitalista, come punti su cui far leva e da ritorcere contro lo stesso capitale.

   I pericoli che la decomposizione della società capitalista che fa correre alla classe operaia e all’insieme dell’umanità non deve indurre il proletariato e soprattutto le sue minoranze rivoluzionarie, a adottare nei suoi confronti un atteggiamento fatalista. Oggi, la prospettiva storica resta completamente aperta.

la lotta di classe di fronte alla decomposizione della società

    Il crollo del blocco “socialista” si è imposto a un proletariato che non aveva raggiunto il livello necessario per essere capace di reagire sul terreno di classe ad un avvenimento storico di tale portata.

    L’enorme, mistificatoria campagna ideologica sulla “morte del comunismo” che la borghesia internazionale ha sviluppato in questa occasione ha avuto un impatto profondamente negativo sulla coscienza di classe (a eccezione di una minoranza politicizzata della classe operaia), che è un elemento fondamentale per la capacità della classe di sviluppare una prospettiva, che abbia come scopo di dare una visione globale alla lotta.

   Il crollo del blocco “socialista” ha portato un colpo alla classe in due maniere:

  1. Ha permesso alla borghesia di sviluppare tutta una serie di campagne sul tema della “morte del comunismo” e della “fine della lotta di classe” che ha profondamente intaccato la capacità della classe di situare le sue lotte nella prospettiva della costruzione di una nuova società, ergendosi a forza autonoma e antagonista al capitale. La classe operaia non avendo giocato un ruolo negli avvenimenti del 1989-91, è stata intaccata profondamente il suo livello di fiducia in sé stessa.
  2. Nello stesso tempo il crollo del blocco “socialista” ha aperto le porte a tutte le forze della decomposizione che stavano alla sua origine sottoponendo sempre di più la classe alla putrida atmosfera del “ciascuno per sé”, alle influenze nefasta dei vari fondamentalismi religiosi, della criminalità organizzata, ecc. In più la borghesia è stata capace di rivolgere contro la classe operaia le manifestazioni della decomposizione del suo sistema. Esempi tipici sono stati l’affare Dutroux in Belgio e Mani Pulite in Italia, dove le sporche pratiche delle cricche borghesi sono state usate come pretesto per trascinare le masse proletarie in una vasta campagna democratica per un “governo pulito”. L’utilizzazione della mistificazione democratica è diventata sempre più sistematica perché essa è allo stesso tempo la “logica conclusione della fine del comunismo” (ovviamente secondo la borghesia) e costituisce uno degli strumenti ideali per accrescere l’atomizzazione della classe (e favorire l’identificazione con lo Stato borghese). Le guerre provocate dalla decomposizione (come quella della ex Jugoslavia) hanno avuto l’effetto di aumentare il senso di impotenza nel proletariato, il sentimento di vivere in un mondo crudele e irrazionale nel quale non c’è altra soluzione che quella di nascondere la testa nella sabbia.

   La situazione dei disoccupati mostra con chiarezza i problemi che pongono oggi alla classe. Sotto il peso della decomposizione si è visto che è risultato sempre più difficile per i disoccupati sviluppare proprie forme collettive di lotta e di organizzazione, essendo essi particolarmente vulnerabili agli effetti più distruttivi della decomposizione (atomizzazione, delinquenza, ecc). E questo è vero in particolare per i giovani disoccupati, che non hanno mai fatto l’esperienza lavorativa.

   Allo stesso tempo questa influenza negativa è stata aggravata dalla tendenza del capitale a deindustrializzare i suoi settori tradizionali – siderurgia, tessile ecc. – dove gli operai hanno una lunga esperienza di lotta di classe.

   Nonostante, questi pericoli per la classe operaia di essere schiacciata in questo processo di decomposizione (pericoli che non possono e devono essere sottostimati), la capacità del proletariato di lottare, di reagire al declino del sistema capitalistico non è sparita.

I DUBBI SULLA CLASSE OPERAIA

   Per analizzare il rapporto che esiste tra crisi generale del capitalismo, le lotte che sta attuando il proletariato e i movimenti che dal 2011 sono partiti dalla Spagna e si sono propagati alla Grecia fino ad Israele, bisogna rifuggire categoricamente dal metodo immediatista ed empirico. Con questo metodo ogni avvenimento viene analizzato in sé, al di fuori di ogni contesto storico e isolandolo nel paese in cui si svolge.

  Il metodo immediatista/empirico usato dagli intellettuali “in voga” è un riflesso della degenerazione ideologica della borghesia. Tutto questo perché la borghesia, è una classe decadente, quello che può offrire all’insieme della società è quello di resistere giorno per giorno, colpo su colpo, al crollo del Modo di Produzione Capitalista.

   Certo tutto ciò a chi si definisce comunista, internazionalista, marxista si pone inevitabilmente delle domande: ma oggi che siamo XXI secolo può essere ancora la classe operaia essere il soggetto centrale della rivoluzione comunista? Sara capace di rispondere alla crisi.

   Quando la classe operaia mostra apertamente la sua forza paralizza la macchina produttiva, fa indietreggiare lo Stato, scatenando un fermento di vita nell’insieme della società, come fu il caso dello sciopero di massa del 1980 in Polonia.

   Quando gli operai arrivano a rompere le forze che li atomizzano in polvere impotente, quando la loro unione esplode in faccia alla classe dominante, facendo vacillare tutto il suo edificio, costringendola a fare in marcia indietro, è facile, se non evidente, comprendere come e perché la classe operaia è la sola forza capace di concepire e di intraprendere un rovesciamento rivoluzionario.

   Ma quando la lotta aperta cessa, quando il capitale riprendere il controllo e reinstalla la sua cappa di piombo sulla società, ciò che sembrava così evidente in un dato momento pare sfumare anche nel ricordo, la borghesia come classe decadente impone, attraverso i suoi intellettuali, la propria visione del mondo: quella di una classe operaia sottomessa, atomizzata, che entra in ranghi silenziosi tutti i giorni nelle fabbriche, nei cantieri, incapace di rompere le sue catene.

   Non mancano allora teorici per spiegare che la classe operaia è nei fatti parte integrante del sistema, che essa ha un posto da difendere all’interno di esso.

   Quello che questi intellettuali (in buona o cattiva fede, coscientemente o meno) difendono, è la bontà del sistema capitalista. Nei periodi di riflusso della lotta operaia, guarda caso, si vede l’apparire di gruppi e di pubblicazioni che teorizzano i dubbi sulla classe operaia, dubbi che possono emergere anche tra chi rivendica la rivoluzione comunista.

   Le idee di stampo populista secondo la quale la rivoluzione non sarà essenzialmente l’opera non si una classe economica specifica, ma dell’insieme degli uomini che, in un modo o in un altro, subiscono l’inumanità del capitalismo, in questo contesto guadagnano terreno.

   La visione che in questi ambiti che mettono in dubbio la capacità rivoluzionaria della classe operaia, il proletariato diventa una forza rivoluzionaria dai contorni più o meno indeterminati, comprendente un po’ di tutto: dall’operaio metallurgico al teppista di professione, passando per prostitute, omosessuali, studenti ecc.

  Marx per definire la nozione di proletariato è molto preciso: “Il prodotto si trasforma (…) in prodotto sociale, prodotto comune di un lavoratore complessivo, cioè di un personale da lavoro combinato, le cui membra hanno una parte più grande o più piccola dell’oggetto del lavoro. Quindi col carattere cooperativo del processo lavorativo si amplia necessariamente il concetto di lavoro produttivo e del veicolo di esso, cioè del lavoro produttivo. Ormai per lavorare produttivamente non è più necessariamente por mano personalmente al lavoro, è sufficiente essere organi del lavoratore complessivo e compiere una qualsiasi delle sue funzioni subordinate”.

  Quello che Marx sottolinea non è che tutti nel mondo sarebbero diventati produttivi o proletari, ma bensì che è la qualità del compito di questo o quel lavoratore non costituisce, nel capitalismo avanzato, un criterio, una determinazione valida se è produttivo o meno, modificando il processo di produzione secondo i suoi bisogni, il capitale sfrutta l’insieme della forza lavoro che esso compra, come quella di un lavoratore produttivo. L’utilizzazione concreta che esso fa di ognuno dei suoi salariati, operaio di panetteria o impiegato di ufficio, produttore di armi o spazzino, è secondario dal punto di vista del sapere chi è sfruttato dal capitale. È l’insieme complessivo che lo è.

   Per quanto si sia sviluppato, la dominazione del capitale non ha generalizzato a tutta la società la condizione di proletariato. Esso ha lasciato sopravvivere dei settori pre-capitalisti, come i piccoli contadini, il piccolo commercio, l’artigianato, le libere professioni.

  Come genera, anche nei paesi capitalisti più avanzati, per via della generale dell’accumulazione capitalista, un enorme massa di marginalizzati.

   Prima di riprendere questo il discorso sul ruolo centrale della classe operaia, vorrei fare alcune precisazioni sul concetto di lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Capire questa distinzione è fondamentale per comprendere la reale natura del capitale e del suo antagonista diretto: il proletariato.

   Lavoro produttivo, astrattamente inteso, al di fuori di modi di produzione specifici, è qualsiasi attività lavorativa che produce valori d’uso. E come dice Marx un “un ricambio organico” tra uomo e natura.

   Lo stesso processo di produzione è l’unità del processo produttivo e del processo di valorizzazione, così come la merce è unità di valore d’uso e valore di scambio.    Inteso rispetto la produzione di valori d’uso, tutto il lavoro è lavoro produttivo.

   Ma tale definizione di lavoro produttivo, così come appare dal punto di vista del processo lavorativo in generale, non dice niente della definizione di lavoro produttivo così denominato dal processo di produzione capitalistico.

   Lavoro produttivo e lavoro improduttivo vengono, dunque determinati dallo specifico modo di produzione dominante. Produttivo e improduttivo sono concetti mobili, trasformandosi il modo di produzione, possono trasformarsi gli stessi concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo.

  Il lavoro, in quanto capacità lavorativa dell’operaio, separato dal capitale, non è produttivo, così come produttivo fino a quando resta nell’ambito della circolazione mercantile semplice (M – D – M) e si scambia con il reddito.

  Il lavoro diventa produttivo nel Modo di Produzione Capitalista soltanto quandoriproduce il suo contrario, Lavoro produttivo, nel senso che, nello scambio con la parte salariale del capitale (la parte del capitale spesa in salario) non solo riproduce questa parte del capitale (o il valore della propria capacità lavorativa) ma oltre ciò produce plusvalore per il capitalista. È produttivo solo il lavoro salariato che produce capitale”.

  Il lavoro produttivo, nella società capitalista non ha nulla a che vedere con il particolare contenuto del lavoro, né con la sua utilità. Non è il suo valore d’uso, ma il valore di scambio che interessa al capitalista.

   La produzione capitalista non è rivolta alla soddisfazione dei bisogni, ma è produzione di plusvalore. Il capitalista ottiene plusvalore solo con lo scambio con il lavoro, che, per questo, si può definire lavoro produttivo.

  Il lavoro produttivo trasforma le condizioni di lavoro in capitale e il proprietario in capitalista: esso produce non una merce specifica, ma il capitale stesso. Lavoro produttivo è quel lavoro che, scambiandosi direttamente con denaro in quanto capitale, per l’operaio riproduce il valore della propria forza-lavoro mentre per il capitalista è creatore di plusvalore.

   Fatta questa precisazione, si può tranquillamente dire il Modo di Produzione Capitalista è instaurato in tutto il pianeta e ha sottomesso tutta la società. In sostanza è attuato il processo di sussunzione reale della società nel capitalismo.

   In che consiste questo processo di sussunzione? Se prima la borghesia si era impadronita delle attività produttive che erano state sviluppate in seno alla vecchia società e sviluppò le relazioni sociali sue proprie negli spazi che la vecchia società consentiva. Questo era il processo che viene definito sussunzione formale nel capitale: cambiano i rapporti nell’ambito dei quali un’attività lavorativa viene svolta, ma l’attività e la società che fa da contesto restano sostanzialmente eguali a quelli che la borghesia ha trovato. In un secondo tempo modifica il contenuto dell’attività, in modo da renderla più produttiva, più adatta all’estrazione del plusvalore assoluto (allungamento della giornata lavorativa) e del plusvalore relativo (riduzione del lavoro necessario). Contemporaneamente modifica il complesso dei rapporti sociali, onde renderli più favorevoli alla valorizzazione del capitale. Questo processo viene definito sussunzione reale della società nel capitale.

   Tutti quelli che subiscono questo processo, per via della miseria che porta, hanno delle ragioni per rivoltarsi contro di esso. Ma solo la parte legata al capitale attraverso il salario e la produzione di plusvalore è veramente antagonista al capitale: il proletariato.

   Il proletariato ha una sua specifica centralità nel processo rivoluzionario: “Perché nel proletariato pienamente sviluppato è fatta astrazione da ogni umanità, perfino dalla parvenza; perché nelle condizioni di vita del proletariato sono riassunte tutte le condizioni di vita dell’odierna società nella loro forma più inumana; perché l’uomo nel proletariato ha perduto sé stesso, ma contemporaneamente, non solo ha acquistato la coscienza teorica di perdita, bensì è stato spinto direttamente dalla necessità ormai incombente, ineluttabile, assolutamente imperiosa – dall’espressione pratica della necessità – alla ribellione contro questa inumanità; ecco per quali ragioni il proletariato può e deve emanciparsi. Ma esso non può emanciparsi senza sopprimere le proprie condizioni di vita. Esso non può sopprimere le proprie condizioni di vita senza sopprimere tutte le inumane condizioni di vita della società attuale, che si riassumono nella sua situazione”.

  Questa è la specificità della classe operaia: i suoi interessi immediati e storici coincidono con quelli dell’intera umanità, il che non è per nessuna altra classe della società. Il proletariato non può liberarsi del salariato capitalista, la forma più matura dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, senza eliminare ogni forma di sfruttamento.

   La classe operaia trae la sua forza innanzitutto dalla sua posizione centrale che ha nel processo di produzione. Il capitale non è macchine e materie prime; il capitale è un rapporto sociale. Quando, attraverso la sua lotta, la classe operaia rifiuta questo rapporto, il capitale è immediatamente paralizzato. Non c’è capitale senza plusvalore, non c’è plusvalore senza lavoro dei proletari, è in questo che risiede la potenza degli scioperi di massa.

   Gli schiavi di Spartaco, nell’antichità, o i servi della gleba nel feudalesimo avevano anch’essi una situazione centrale, determinante nel processo di produzione. Tuttavia, le loro rivolte non potevano sbocciare in una prospettiva comunista.

   Il proletariato è portatore del comunismo perché la società capitalista ha creato i mezzi materiali della sua realizzazione. Sviluppando le ricchezze materiali della società al punto di permettere una abbondanza sufficiente per sopprimere le leggi economiche, cioè le leggi della gestione della penuria, il capitalismo ha aperto una prospettiva che esso sfrutta.

   C’è un altro aspetto da non trascurare. Per accrescere la produttività del lavoro dei suoi operai, la borghesia ha dovuto rendere le forze produttive sempre più collettive, cioè tali che la quantità e qualità delle ricchezze prodotte dipendono sempre meno dalle capacità, qualità e caratteristiche del singolo lavoratore e dai suoi sforzi personali (la sua dedizione al lavoro, la durata del suo lavoro, la sua intelligenza, la sua forza ecc.). Esse dipendono sempre di più dall’insieme organizzato dei lavoratori (il collettivo di produzione), dal collettivo nell’ambito del quale l’individuo lavora, dalla combinazione dei vari collettivi di lavoratori, dal patrimonio scientifico e tecnico che la società impiega nella produzione. In conseguenza di ciò il lavoratore isolato è ridotto all’impotenza: egli può produrre solo se è inserito in un collettivo di produzione (azienda, unità produttiva). Ma nello stesso tempo si sono create le condizioni perché crescano non solo la produttività del lavoro, ma anche la coscienza di massa dei lavoratori, la loro capacità ed attitudine a organizzarsi, cioè a costituirsi in collettivo e a dirigersi, la loro attitudine a svolgere attività umane intellettualmente e moralmente superiori.

   Detto questo, non si può non tenere conto che le idee comuniste, la teoria rivoluzionaria, si sono sviluppate attraverso e in vista della comprensione delle lotte operaie. Tutti i grandi passi in avanti della teoria della rivoluzione sono state il prodotto, non delle pure deduzioni logiche di qualche pensatore isolato, ma dell’analisi militante e impegnata dei grandi passi del movimento reale della classe operaia. Marx nella Miseria della filosofia descriveva il passaggio di trasformazione della classe operaia in classe per sé: il processo della coscienza di classe nel proletariato: “le condizioni economiche avevano dapprima la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale, ma non lo è ancora per sé stessa. Nella lotta, della quale abbiamo segnalato alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per sé stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica”.

   Engels descrive ne La situazione della classe operaia in Inghilterra i tentativi della classe operaia di organizzarsi, di fondare un’associazione generale che riunisse tutti gli operai del paese. Ne descrive anche i metodi di lotta, in primis lo sciopero, poi la lotta contro i crumiri e quindi l’esercizio di forme di pressione contro coloro che rifiutano di organizzarsi nell’organizzazione operaia. Ma mentre riconosce che il sindacalismo è una forma organizzativa operaia valida in quella fase, allo stesso tempo ne comprende i limiti nella società capitalista: “La storia di queste associazioni è una lunga serie di sconfitte degli operai, interrotta da qualche vittoria isolata. È naturale che tutti gli sforzi non possono mutare la legge economica secondo la quale sul mercato del lavoro il salario viene determinato dal rapporto tra domanda e offerta”.

   Ma anche quando gli scioperi possono sembrare inconcludenti, è chiaro che gli operai devono lottare contro la diminuzione del salario, poiché in mancanza di tali proteste gli imprenditori non conoscerebbero limite alla loro avidità: “Ma queste associazioni e scioperi che ne derivano assumono un’importanza specifica in quanto rappresentano un’importanza specifica in quanto rappresentano il primo tentativo di abolire la concorrenza tra loro. Esse presuppone la consapevolezza che il potere della borghesia, poggia unicamente sulla concorrenza degli operai tra di loro cioè il frazionamento del proletariato, sul reciproco contrapporsi dei singoli operai”.

   Ai socialisti e agli economisti che condannavano gli scioperi, Engels ne ricorda il valore educativo: “In genere questi scioperi sono soltanto scaramucce di avamposti, talvolta però ci sono gli scontri di una certa importanza; non decidono nulla, ma sono la prova migliore che la battaglia decisiva tra il proletariato e la borghesia si sta avvicinando. Sono la scuola di guerra in cui gli operai si preparano alla grande lotta ormai inevitabile; movimento operaio (…). E come le scuole di guerra, sono di un’efficacia insuperabile sono i pronunciamenti di singole categorie di operai sulla loro adesione al grande”.

  Marx, nella sua polemica contro Proudhon (anch’egli non favorevole agli scioperi) riprese le conclusioni di Engels dandogli solo una formulazione più precisa, mostrando come lo sviluppo delle trad-unions fosse connessa all’organizzazione di classe del proletariato:” I primi tentativi degli operai di associarsi tra di loro assumono sempre forma di coalizioni. La grande industria raccoglie in un solo luogo una folla di persone sconosciute le une dalle altre. La concorrenza le divide, nei loro interessi. Ma il mantenimento del salario, questo interesse comune che essi hanno contro il loro padrone, li unisce in uno stesso proposito di resistenza e coalizione. Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare la concorrenza al capitalista. Se il primo scopo della resistenza era solo il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni dapprima isolate, si uniscono in gruppi, e di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora di più di quello del salario. Ciò è talmente vero, che gli economisti inglesi rimangono stupiti a vedere come gli operai sacrifichino una buona parte del salario a favore di associazioni che, agli occhi di questi economisti, erano state istituite solo a favore del salario. In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia imminente. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico”.

   L’organizzazione di scioperi, l’istituzione di sindacati, la loro estensione a livello provinciale, i tentativi di collegarsi su scala nazionale, che per il momento portarono solo all’unione temporanea di qualche sindacato, andarono di passo con la lotta politica degli operai assumendo una certa rilevanza negli anni 1836-37. Questa fu l’epoca del primo partito operaio: il partito cartista. Engels descrive come si passò gradualmente dalla lotta dei singoli sindacati alla loro federazione nella lotta di classe su scala nazionale e quindi alla lotta politica vera e propria: “Poiché dunque gli operai non rispettano la legge, ma unicamente ne riconoscono la forza dal momento che non hanno essi stessi la forza di mutarla, è più che naturale che essi avanzino delle proposte per modificare la legge, e che al posto della legge borghese vogliano instaurare la legge proletaria. Questa legge proposta dal proletariato è la people’ charter che nella sua forma ha un carattere esclusivamente politico ed esige una base democratica per la Camera bassa. Il cartismo è la forma compatta dell’opposizione. Nelle associazioni e negli scioperi l’opposizione rimaneva sempre isolata, erano singoli operai e gruppi di operai a combattere contro i singoli borghesi; quando la lotta diventava più generale, raramente ciò avveniva per volontà degli operai, e in quei pochi casi alla base di quella volontà vi era il cartismo. Nel cartismo, invece, è l’intera classe che insorge contro la borghesia e che attacca prima di tutto il suo potere politico, il muro di leggi con il quale essa si è circondata”.

  Perciò non è un caso che è stata solamente la classe operaia che ha messo in pratica nella Comune di Parigi e nella rivoluzione di ottobre del 1917, la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione del potere proletario.

   Questo non significa che il proletariato possa ignorare tutto il resto della società. L’esperienza della Rivoluzione russa ha dimostrato l’importanza per la sua lotta dell’appoggio di tutti gli strati sfruttati. Ma l’esperienza ha anche messo in evidenza che solo il proletariato è capace di offrire un programma rivoluzionario coerente. L’unificazione di tutta l’umanità, e in un primo tempo di tutti gli sfruttati, non può farsi che sulla base dell’attività e del programma della classe operaia. Organizzandosi in maniera separata, il proletariato non divide la società, esso si dà i mezzi per condurre la sua unificazione comunista.

   Certo le sconfitte storiche (come quella avvenuta negli anni ’20 con la sconfitta della Rivoluzione Proletaria nei principali paesi europei), non solo hanno disgregato e debilitato la classe operaia isolandone l’avanguardia, ma hanno pure abbassato il livello ideologico complessivo, facendo regredire il pensiero politico. Ma tutto ciò non può da parte delle minoranze comuniste rivoluzionarie essere accettato con fatalismo. Chi conosce la storia del movimento operaio, sa che il processo che conduce il proletariato alla rivoluzione non ha niente di lineare o di automatico. Esso è una dinamica dialettica fatta di arretramenti e di avanzate, dove solo una lunga pratica ed esperienza della lotta permette a milioni di proletari, sotto la pressione della miseria, cominciano a unificarsi, ritrovano le lezioni delle lotte passate, cominciano a scoperchiarsi la cappa ideologica della classe dominante, per lanciarsi in un nuovo assalto contro l’ordine stabilito.

l’evoluzione della lotta di classe dopo il 1989

   All’inizio degli anni ’90 si comincia a delineare i primi segni di una ripresa della combattività della classe operaia, in particolare attraverso la mobilitazione degli operai italiani contro le misure di austerità del governo Amato nel mese di settembre 1992. Queste mobilitazioni sono state seguite dalle manifestazioni dei minatori contro la chiusura delle miniere. Alla fine del 1993 ci sono stati nuovi movimenti di lotta in Italia, in Belgio, in Spagna e soprattutto in Germania con scioperi e manifestazioni in numerosi settori, in particolare nell’edilizia e in quello automobilistico.  

   Nel 1995 in Francia, sull’onda di un conflitto nelle ferrovie e a seguito di un attacco alla protezione sociale dei lavoratori, si sviluppò un movimento con scioperi e assemblee generali. Nell’estate del 1998 ci fu un altro grande sciopero in Danimarca.

   Tutto questo sta a dimostrare di una lenta ripresa della lotta di classe.

    Caratteristiche di questa fase della lotta di classe è la riuscita degli scioperi, l’ampia partecipazione a essi, e la nascita in paesi come l’Italia del fenomeno del sindacalismo di “base”, che riassorbì solo in minima parte la combattività e il malcontento dei proletari nei confronti dei sindacati ufficiali.

   Questa combattività si espresse in numerosi paesi:

  1. Negli Stati Uniti, durante l’estate 1998, con gli scioperi di quasi 10.000 operai alla General Motors, quello di 70.000 operai della compagnia telefonica Bell Atlantic, quella dei lavoratori della sanità a New York, senza parlare dei violenti scontri con la polizia durante la una manifestazione di 40.000 edili a New York.
  2. In Gran Bretagna, con gli scioperi non ufficiali della sanità in Scozia, dei postali a Londra, così come i due scioperi degli elettrici nella capitale nella capitale che hanno mostrato una chiara volontà di battersi nonostante l’opposizione della direzione sindacale.
  3. In Grecia, dove gli scioperi tra gli insegnanti sono arrivati allo scontro con la polizia.
  4. In Norvegia dove in autunno vi era stato uno sciopero paragonabile in ampiezza a quello della Danimarca.
  5. In Francia, dove si sono sviluppate tuta una serie di lotte in vari settori, nella scuola, nella sanità, nelle poste e nei trasporti, in particolare lo sciopero degli autisti dei bus di Parigi dove i lavoratori hanno risposto sul loro terreno di classe. Era successo che ha fronte un terreno di aggressioni che subiscono (frutto della decomposizione della società), invece che la presenza della polizia degli autobus, hanno rivendicato un aumento dei posti di lavoro.
  6. In Belgio, con gli scioperi nell’industria automobilistica, nei trasporti, nelle comunicazioni.
  7. Nel cosiddetto Terzo Mondo, con gli scioperi in Corea e in Zimbabwe dove uno sciopero generale è stato indetto per canalizzare la collera degli operai non solo contro le misure di austerità del governo, ma anche contro i sacrifici imposti dalla guerra nella Repubblica Democratica del Congo, questo sciopero ha coinciso con diserzioni in seno alle truppe.

   Se ne potrebbero fare tanti di esempi, la borghesia ha risposto alla maggior parte di questi movimenti di lotta con la politica del blackout, della censura, del silenzio, a riprova del fatto che questi movimenti di lotta sono un sintomo di un crescente volontà di lottare da parte proletaria, che la borghesia non può certo incoraggiare.

   In questa fase c’è un certo fiorire di sindacati di “lotta” o di base” (come in Belgio, in Grecia o nello sciopero degli elettrici inglesi).

   Nello stesso tempo si sviluppa la propaganda sulla democrazia (vittoria dei governi di sinistra (o di centro-sinistra come in Italia), l’affare Pinochet ecc., le mistificazioni sulla crisi (la critica alla mondializzazione, gli appelli ad una sedicente “terza via” che utilizzerebbe lo Stato per tenere le redini di una “economia di mercato sociale”) e si sviluppano le calunnie contro la Rivoluzione di ottobre, i bolscevichi e il comunismo in genere.

   Nonostante ciò, per quanto a molti possa apparire paradossale, si può dire che alla fine la classe operaia ha conservato un enorme potenziale per combattere questo sistema moribondo. I motivi di questo giudizio nascono da altri fattori che possono portare a una radicalizzazione dei movimenti di classe, sono:

  1. Lo sviluppo sempre più aperto della crisi economica mondiale. La crisi mette a nudo i reali limiti del Modo di Produzione Capitalistico.
  2. L’accelerazione della crisi corrisponde all’accelerazione degli attacchi contro la classe operaia. Ma essa significa anche che la borghesia è sempre meno in grado di diluire nel tempo questi attacchi, di riportarli o di concentrali su alcuni settori. Sarà sempre più tutta il proletariato a essere colpito in tutti gli aspetti delle sue condizioni di vita e di lavoro a essere minacciati. Così la necessità di dare una risposta agli attacchi sempre più massicci della borghesia metterà sempre più in chiaro la necessità di una risposta di massa da parte del proletariato.
  3. Nello stesso, la borghesia dei principali paesi imperialisti si impegna in avventure militari. Di conseguenza la società si impregna sempre di più da un’atmosfera di guerra. alcune circostanze (come il crollo del blocco “socialista” e della relativa campagna della “morte del comunismo”), lo sviluppo del militarismo può far aumentare il sentimento di impotenza del proletariato. Dalle mobilitazioni contro i vari interventi imperialisti, al di là del loro interclassismo e pacifismo, l’aspetto positivo sta nel fatto nell’incapacità da parte della borghesia di mobilitare in massa il proletariato per le sue avventure militari.

SULLA CRISI ATTUALE

   Dalla metà degli anni ‘70 è divenuto impossibile per i capitali più concentrati (quelli con una massa enorme di macchinari in rapporto ai lavoratori impiegati) investire ulteriormente ricavando un tasso di profitto superiore a quello ottenuto in precedenza ottenuto con un capitale minore.

   Di conseguenza, da un lato è stato avviato un poderoso processo di trasferimento delle lavorazioni più mature e standardizzate in paesi poco (o niente) industrializzati nell’intento di alzare i profitti; dall’altro lato, una parte dell’enorme massa dei capitali prodotti da circa 30 anni di sviluppo capitalistico (ovvero di sfruttamento operaio) non ha potuto trovare impieghi remunerativi adeguati, nel ciclo produttivo, per gli appetiti capitalisti ed ha cominciato, per così dire, a “agitarsi” girovagando per tutto il globo in cerca di delle occasioni migliori: fossero le materie prime o gli interessi sui prestiti a breve termine o i differenziali tra i cambi delle valute.

   Di pari passo, come si diceva prima, è cresciuto a dismisura l’indebitamento dei paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” verso cui è confluita, attraverso l’intermediazione del sistema finanziario internazionale, una parte significativa dei capitali in eccedenza in cerca di valorizzazione. La massa dei capitali in cerca di adeguata valorizzazione sui mercati internazionali rappresenta l’aspetto specifico della crisi (anche se non mancano gli aspetti cosiddetti classici della sovrapproduzione delle merci, della disoccupazione, del sottoimpiego delle capacità produttive).

   Combinato con questo principale, campo di sfogo del capitale in eccesso, vi furono in questo periodo altri campi di sfogo ausiliari e complementari, tra cui particolarmente importante è stata la privatizzazione nei paesi imperialisti dei settori economici pubblici e dei servizi sociali. Non è un caso che è nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 che cominciarono ad avviarsi le cosiddette politiche neoliberiste. Ed è sempre in questo periodo, che prese corpo la controffensiva dei paesi imperialisti tesa a ridurre la rendita petrolifera e il potere politico ed economico dell’OPEC.

   Negli anni ’90 e nei primi anni del nuovo secolo il capitale in eccesso ha trovato principalmente sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” (creazione di una struttura produttiva integrata a livello internazionale, con cui i paesi semicoloniali e nei paesi che erano considerati “socialisti” o che ancora si definiscono tali come la Cina, sono stati trasformati in un’officina mondiale per la produzione di manufatti con bassi salari e con vincoli antinquinamento di basso livello), nelle fusioni e aggregazioni che crearono grandi imprese produttive mondiali nell’ulteriore sviluppo della finanziarizzazione e della speculazione.

   In questo periodo della cosiddetta “globalizzazione”, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi detti “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Kong). I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1986-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2006 + 47,2%. questo gigantesco afflusso di capitali ha creato una mondializzazione della produzione industriale. Con un forte aumento dei reparti produttivi collocati in Asia, in America Latina. Nel periodo tra il 1982 e il 2007 i dipendenti delle filiali all’estero delle multinazionali sono balzati da 21 milioni e mezzo a 81 milioni e 615.000. Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone. Nella sola Cina vi sono 100 milioni di lavoratori nell’industria, 50 milioni di addetti all’edilizia, 6 milioni di minatori, 20-25 milioni di lavoratori dei trasporti. Dal 1996 al 2006 la totalità della crescita dell’occupazione industriale mondiale si è realizzata fuori dai paesi dell’OCSE. Nei primi 5 anni del XXI secolo Brasile, Cina, Russia, e India hanno creato 22 milioni di nuovi posti di lavoro l’anno, complessivamente 110 milioni (molti nell’industria). Questi addetti all’industria lavorano in media 9 – 10 ore al giorno, se non di più. La grande maggioranza di loro riceve paghe, nettamente inferiori alla media mondiale dei salari industriali. Questa tendenza è in atto anche per i lavoratori dei paesi imperialisti, statunitensi in testa, che sempre in questo periodo hanno visto venire meno le garanzie occupazionali e il salario ridotto sempre più all’osso.

   Negli ultimi tre decenni il capitale transazionale è ulteriormente penetrato in agricoltura. Le società che producono macchine agricole, fertilizzanti, sementi, medicinali per il bestiame e le piante, le banche, le corporations della raccolta e commercializzazione dei cereali e degli altri prodotti agricoli, le imprese dell’agro-alimentare e quelle della grande distribuzione, hanno stretto in una morsa di ferro i piccoli produttori agricoli “indipendenti”. E li hanno trasformati, quali fossero i loro titoli formali di proprietà sulla terra, in un enorme esercito di proletari e semi-proletari di un’agricoltura sempre più dominata dal mercato mondiale e dalle forze dominanti in esso.

   L’attuale crisi mondiale è cominciata negli U.S.A., si è estesa nei paesi capitalisti più avanzati e poi (attraverso l’esportazione di capitali e l’industrializzazione accelerata) a tutto il mondo (contribuendo tra l’altro al crollo del cosiddetto blocco “socialista”.

   Si può dire tranquillamente che ci troviamo davanti a una crisi generale del capitalismo.

   Cosa si deve intendere per crisi generale del capitalismo? La crisi è generale perché non riguarda solo alcuni aspetti, ma il complesso della società. Si tratta di una crisi economica, quindi di una crisi politica e di una crisi culturale. La crisi economica non può trovare una soluzione in campo economico, a differenza di quanto credono i riformisti che si affannano a proporre misure economiche quali “meno orario a pari salario”, “lavori socialmente utili”, “maggiore competitività”, “meno concorrenza” ecc.; per evitare il crollo del sistema. Essa trapassa in crisi politica (le istituzioni esistenti non rispondono più alle esigenze del grande capitale e i gruppi capitalisti lottano gli uni contro gli altri per assumere il controllo dello Stato trasformandolo in conformità ai propri scopi) e sociale – culturale (aumenta l’insicurezza per le masse, aumentano le tensioni e la violenza nei rapporti tra gli individui, le idee formatesi prima diventano inadeguate e se ne manifestano di nuove). Gli idealisti, non hanno una visione unitaria, trattano le crisi politica e culturale non vedendone i legami che esse hanno con la crisi economica.

   A quelli che si sorprendono dell’attuale crisi, bisognerebbe farli leggere gli stralci di un’intervista che Carlo De Benedetti nel “lontano” 1998: Quella che stiamo vivendo è la prima crisi finanziaria in un mercato globale. La diffusione delle tecnologie e la globalizzazione interagiscono in modo nuovo e senza precedenti. L’attività economica mondiale ha subito un tale rallentamento che è oggi corretto dire che l’economia globale è alle soglie della recessione.  …il rallentamento dell’attività economica negli Stati Uniti determina una fase di contrazione degli investimenti e di inizio della riduzione dell’occupazione. Di conseguenza si ridurranno i redditi e i consumi individualiE poiché questi eccessi finanziari globali sono di gran lunga i maggiori che il mondo abbia mai visto, la mia tesi è che non possono che essere il presagio a una gravissima crisi globale. Ma la maggiore preoccupazione è quella che una crisi iniziata come finanziaria, e che già si è trasformata per i due terzi della popolazione mondiale in crisi economica, possa trasformarsi come altre volte nel passato, portare e crisi sociali e politiche”.(Intervista di Carlo De Benedetti suIl Sole – 24 0redel 23.10.1998).

   Questa è una crisi di lunga durata. Da più di 30 anni e a ogni nuovo ciclo di crisi finanziaria (all’interno della crisi generale) produce nuove dirompenti contraddizioni: gli sforzi di coordinamento internazionale, i salvataggi dei paesi in difficoltà (come nel 1994 il Messico, nel 1998 la Russia, il Brasile…) pongono rimedi alla situazione contingente senza risolvere il problema fondamentale che sul versante del capitale, è rappresentato dall’impossibilità di riavviare il processo di accumulazione a un grado soddisfacente.

   Crisi generale del Modo di Produzione Capitalistico significa crisi economica, sociale, culturale e politica, di lunga durata e mondiale.

   Cerchiamo di vedere uno degli aspetti dell’attuale crisi: quello inerente alla finanza.

   Partiamo dal fatto che il capitale finanziario non è la causa o la forma motrice della crisi. Il gonfiamento (l’accrescimento rapido, tumultuoso e illimitato) del capitale finanziario è un effetto, una delle manifestazioni della crisi, come lo è la sovrapproduzione di merci e la sovrappopolazione.

   Il capitale finanziario è una categoria tipica della fase imperialista. Lenin ha mostrato il ruolo dirigente, in questa fase del capitalismo, in campo economico del capitale finanziario.

   Con questo, non bisogna esagerare sul ruolo delle banche nell’economia, Lenin non parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario bensì della fusione di queste due forme di capitale che egli denominò appunto capitale finanziario.

   Marx diceva a proposito:Quando la produzione capitalista si sviluppa pienamente e diventa il modo di produzione fondamentale, il capitale usuraio si sottomette al capitale industriale e il capitale commerciale diventa un modo di essere del capitale industriale, una forma derivata dal suo processo di circolazione. Ma proprio per questo, entrambi devono arrendersi e assoggettarsi preventivamente al capitale industriale” (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II°).

   Per Marx è la banca che s’indebolisce se perde i suoi legami con l’industria e il commercio. Il capitale può funzionare solo simultaneamente come capitale produttivo, capitale-merci e capitale-denaro. In questa formula trinitaria è il capitale produttivo che svolge il ruolo più importante poiché può funzionare autonomamente, mentre gli altri costituiscono ciò che Marx chiamava “capitale inattivo”.

  Certi equivoci nascono dal fatto che per “finanza” s’intende fondamentalmente speculazione borsistica. La definizione di Lenin è come abbiamo visto è più ampia e lungimirante: infatti, se si approfondisse l’analisi dei bilanci delle grandi imprese che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scoprirebbe che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Facciamo degli esempi. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT, è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e dal denaro in prestito dalle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensione degli U.S.A., per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse, tendono a fondarsi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale. Secondo lo studio della società di consulenza InterSecResearch, le azioni possedute da queste strutture su scala mondiale nel 1998 arrivavano a 11 miliardi di dollari. Il 10% circa dei portafogli dei fondi pensione statunitensi è investito fuori dagli U.S.A., e sono diventati o protagonisti di primo piano delle fusioni e delle acquisizioni ovunque nel mondo. La General Motor, pur essendo una delle più grandi imprese del settore automobilistico del mondo, in realtà è un agglomerato in cui gli assetti finanziari costituiscono l’80% del suo bilancio aggregato, lo stesso discorso vale per le imprese come Ford e Chrysler. 

   Riprendiamo il discorso su crisi e speculazione.

   Con il crollo del 1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità dei rapporti che si era venuta a creare. A differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così una mazzata finale, il sistema aveva creato nel frattempo delle cinture “protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori colpiti da tutti gli altri, impedendo la propagazione dei fenomeni. Queste forme di gestione collettiva dell’economia per gestire la crisi, che già Marx ne parlava nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse). Il capitolo del denaro (Opere complete vol. 29), nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo per questo motivo, diventa un’esigenza da parte della borghesia creare in continuazione forme di gestione collettiva che costituissero una mediazione di questo contrasto, che cerchino di porre in qualche misura dei freni agli effetti più devastanti dal fatto che i rapporti di produzione capitalisti sopravvivono. Queste forme di gestione collettiva sono: le società per azioni, le associazioni di capitalisti, i cartelli internazionali di settore, le banche centrali, le banche internazionali, i sistemi monetari internazionali, i sistemi monetari fiduciari, le politiche statali, gli enti economici pubblici, i contratti collettivi di lavoro, i sistemi assicurativi generali, i regolamenti pubblici dei rapporti economici, gli enti sopranazionali, il capitalismo monopolista di stato.

   Permanendo lo stato di crisi, il capitale speculativo s’ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire proprio lo smantellamento di queste cinture protettive. Il risultato è stato che in nessun paese, esiste più una separazione fra credito a esercizio breve e finanziamento a lungo termine delle imprese industriali; è venuta a meno la divisione fra banche d’affari e banche commerciali; vi è totale commistione fra istituti di credito, sono nati e si sono sviluppati hedge-funds, specializzati nella speculazione sui derivati, si è estesa in modo sconvolgente la speculazione delle banche in conto proprio con la propensione degli istituti di credito a finanziarie le attività speculative.

   Attività speculative e ruolo delle banche sono fattori chiave per comprendere l’attuale situazione di crisi capitalista. Se si prendesse come esempio il caso Parmalat, quello che è successo non deve certo essere interpretato che tutto ciò che è accaduto sia dovuto alle avventure di un “furbone” in un paese come l’Italia dove non ci sono “regole”. Quello che è accaduto (e questo discorso vale per tutti i paesi capitalisti) non è stato solamente una gestione speculativa delle eccedenze valutarie, cioè del capitale monetario temporaneamente inattivo, ma i profitti generati nel processo produttivo erano totalmente al servizio dell’attività speculativa, diventata sotto ogni punto di vista il vero business dell’azienda.

   È errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzare il loro capitale e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli U.S.A., il monte salari è stato una percentuale decrescente del P.I.L.) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato, milioni di famiglie si sono indebitati, le imprese sono riuscite così a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.   

   Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso rateizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (anche a chi ha avuto problemi di pagamento). Fenomeno che si è diffuso dagli U.S.A. a tutti gli altri paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie tendono al risparmio) l’indebitamento delle famiglie è salito in pochi anni, in Spagna e salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

   Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stato evitato e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari U.S.A. e del crollo del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

   Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

   Le chiavi attorno a cui ruota l’interno meccanismo furono essenzialmente quattro:

  1. I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartolarizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamate morgtgage-backed Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli di debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso d’interesse è agganciato al tasso d’interesse interbancario (LIBOR rate) – che serviranno per acquistare le obbligazioni rischiose dalla banca madre, cartolarizzarle nella forma di collateralized debt obligation (Cdo) e rivenderle ad altre istituzioni bancarie oppure a investitori come fondi pensione o hedge funds. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che lega i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e in tassi d’interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  2. Collateralized Debt Obligation (Cdo). La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  3. Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravvalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista in cui operano, se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  4. Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prendere denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando alti profitti. Per quanto riguarda la bolla sub prime, l’inflazione dei prezzi immobiliari alla base della continua rivalutazione dei titoli cartoralizzati ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi dei commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma sulla pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare. 

   Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

   La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie infotelematiche (TIC): ma alla fine, i forti incrementi in termini di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale a lavoro.

   L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, dell’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, della finanziarizzazione dell’economia e di attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa giacché avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

   Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% all’1%. Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi d’interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio, chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

   Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto.  Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

   Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

   Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

1) Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.

2) Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.

3) Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

   Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti, ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari. Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

   Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche).  

   Nel primo trimestre 2009 le 390 imprese che ci sono al mondo vedono calare i loro profitti del 75% e il fatturato del 26% su base annua.

   La crisi incide nei consumi della maggior parte della popolazione. All’inizio del 2009 negli USA 32,2 milioni di persone fanno la spesa con i buoni governativi, se poi si guardassero i consumi più indicativi (case e auto) si scopre che negli USA 12 milioni di persone vivono in coabitazione e le richieste in tal senso crescono, mentre 14 milioni di abitazioni sono vuote. Quanto all’auto essa ha avuto diversi sostegni per opera di vari governi, ma la più grande fabbrica russa licenzia, nel 2009. 27.000 dipendenti, la FIAT nel terzo trimestre del 2009, accusa su base annua un calo del 15,9% del proprio fatturato, e lo stesso avviene per il gruppo PSA francese, sia pure in maniera più contenuta.

   Nel 2009 negli USA Chrysler e GM sono decotte e l’industria dell’auto lavora al 51,2% delle proprie capacità produttive contro il 54,5% del 2008. Ma è tutta l’industria U.S.A. come quella degli altri paesi imperialisti che lavora con una capacità utilizzata al 70%.

   Le banche sono in ginocchio: le perdite ufficiali sono di 1717,4 miliardidi dollari (1167,5 SUA, 567,1 Europa 48,2 Asia), tuttavia il Fondo Monetario Internazionale ammonisce che la metà delle perdite bancarie sono occultate con giochi di bilancio, il che significa che le cifre prima indicate vanno raddoppiate, sfiorando i 3.500 miliardi di dollari.

   Non meno mostruosa è la crescita dell’indebitamento pubblico, le previsioni sono catastrofiche ad esempio per il 2010 è prevista per i SUA una crescita del debito del 97/5% (rapporto debito federale-PIL). In realtà non si conoscono le cifre esatte dell’indebitamento totale, c’è chi parla di 80-90 miliardi di dollari d’indebitamento mondiale.

   Chi pagherà questa massa enorme di debiti che sta franando? Esiste una consistente riserva inutilizzata: i capitali in giacenza presso i paradisi discali, che secondo alcune stime sarebbero qualcosa come 33 miliardi di dollari. Se un improbabile San Francesco convertisse gli evasori (capitalisti che falsano i bilanci, politici corrotti, mafiosi ecc.) a dare i loro capitali occultati per riparare il buco nero che sta divorando l’economia mondiale, si potrebbe ottenere una cifra pari a 1/7 del volume del debito globale (dico potrebbe perché con le cifre bisogna essere prudenti e quelle ufficiali sono di molto inferiori alla realtà). Poco per riparare il debito. Poiché di un San Francesco non se ne intravede l’ombra, gli evasori professionali continuano con il loro tipico atteggiamento: sottoscrivono i bond del debito pubblico in cambio d’interessi favorevoli e di benevolenza verso l’evasione fiscale, altrimenti nulla. E i governi lo sanno bene, poiché le posizioni contro i paradisi fiscali sono in realtà un’autentica burla, del fumo negli occhi.

   Il capitalismo è in un culo di sacco, per distruggere il debito dovrebbe attuare una politica iperinflazionistica come quella attuata nella Germania del 1923, quando i prezzi crescevano di ora in ora, se non di minuto in minuto, dove un fascio di broccoli costava 50 milioni di marchi, e il cambio sul dollaro del 23.11.1923 arrivò a 4.200 marchi per dollaro. Questa inflazione permise di azzerare i vecchi debiti: si poteva rimborsare il mutuo fatto per acquistare una casa con una somma che, al momento dell’estinzione, bastava ad acquistare un paio di scarpe. L’economia tedesca però era ferma: le industrie erano ferme, la moneta non valeva più nulla (si ritornava allo scambio in natura), sicché il governo dovette cambiare, radicalmente, la politica inerente alla stampa selvaggia di carta moneta; i vecchi marchi furono ritirati dal mercato con un tasso di cambio del genere: una monetina d’oro da un marco contro mille miliardi di carta straccia.

   In altre parole, per distruggere il debito si rischia di distruggere l’apparato produttivo, in sostanza di creare un deserto.

   Torniamo alla cosiddetta lotta ai paradisi fiscali e all’evasione. Perché cosiddetta? Perché burla? Se Obama volesse veramente combattere l’evasione fiscale, non avrebbe bisogno di spingersi sulle montagne svizzere, gli basterebbe varcare il Deleware ed entrare nel territorio di uno Stato della Federazione americana di cui egli è presidente, che è uno dei paradisi fiscali dei più illustri al mondo, le cui performance umiliano Svizzera e Lussemburgo, e senza dimenticare Puerto Rico che è un protettorato U.S.A. di diritto, nonché Panama protettorato U.S.A. di fatto. Questo discorso vale anche per gli altri paesi imperialisti che tuonano contro lo scandalo dei paradisi fiscali, ma proteggono da decenni, i propri paradisi fiscali. Come Macao e Hong Kong sono un’emanazione della Cina, Monaco è un protettorato francese, di fatto, mentre le isole francesi del canale e i territori di oltremare sono suolo francese, e lo stesso dicasi per le isole inglesi del canale o Gibilterra, l’Andorra è un protettorato franco-spagnolo, Panama, Puerto Rico e Deleware (come si è detto prima), San Marino è un’isola in terra italiana. I comunicati che i vari paesi imperialisti contro i paradisi fiscali, sono delle autentiche buffonate, perché basterebbe che i singoli paesi (USA, Inghilterra, Francia, Cina in testa), prendessero misure concrete (e serie) sui loro paradisi fiscali, quelli cioè che si trovano nel loro territorio o nella loro orbita. Così non avviene. L’iniziativa di Obama contro la Svizzera in realtà mirava a colpire la Svizzera per favorire i paradisi fiscali U.S.A. In sostanza, un atto concorrenziale, volto a convincere gli evasori amerikani a tornare in patria, dove potranno continuare a evadere ma patriotticamente.

   Ma quanto vale o pesa l’evasione fiscale? Prendiamo le cifre ufficiali (da prendere sempre con le molle): per l’OCSE vale 7000 miliardi di dollari, per il governo U.S.A siamo a 7300 miliardi, per Guerra, numero uno dell’OCSE, siamo a 11 miliardi (così corregge al rialzo la stima della propria organizzazione).Come si vede sono cifre enormi ma assolutamente approssimative, perché indicano in genere il volume del capitale che giacciono nei cosiddetti paradisi fiscali in un momento dato, ma il fatto è che queste somme sono capitali che vanno investiti, il compito dei paradisi è di occultare, rietichettare e reinvestire i capitali con un continuo movimento di andirivieni.

   In Italia, negli anni ‘70 il Ministero delle Finanze riteneva che 1/3 del reddito italiano fosse occultato, poco male nella vicina Francia, che ha fama di grande efficienza burocratica, ciò avveniva negli anni ’60. A questo bisogna aggiungere la massa enorme dei profitti creati dalle attività criminali: l’industria del crimine è valutata dall’ONU come un’industria che vale il 5% almeno del PIL mondiale e questo significa evasione necessaria: questo reddito deriva dal commercio della droga, dallo sfruttamento della prostituzione, dal commercio dei lavoratori clandestini ecc.

   Analogo discorso vale per il lavoro nero: in Italia Confindustria e Istat (che portano dati da prendere sempre con le molle) stimano al 15% del PIL. e a livello mondiale l’OCSE ha stimato che il 60% dei lavoratori al mondo (1,8 miliardi) lavora in nero.

   Torniamo alla cosiddetta lotta all’evasione fiscale lanciata da Obama. Il contenzioso contro la Svizzera, volta a ottenere informazioni sui conti di 52.000 correntisti americani ottenne il risultato che furono consegnati o rivelati solo 4450 conti. L’amministrazione Obama spacciò questo risultato come una vittoria, ma d’altronde questo non deve meravigliare, poiché è consuetudine dei tutti politici borghesi chiamare vittorie le sconfitte.

   Un’altra cosa da rilevare è che nei paradisi fiscali non sembrano per nulla impressionati dagli squilli di guerra che squillano contro di loro; dopo il G20 di Londra, il presidente della Liberia, un altro notissimo paradiso fiscale, dice che “non cambia nulla e non cambierà niente” e che continueranno a collaborare come prima con gli USA (che sono il loro protettore).

   Se poi si andasse a vedere i conti occultati in Svizzera e che furono rivelati, quello che viene fuori è che sono intestati a prestanome poco consistenti da punto di vista patrimoniale, ma dietro ci sono autentici colossi. Ma questo in realtà è solo un aspetto secondario del problema, perché gli U.S.A. sono essi stessi un paradiso fiscale (non solo il Deleware), perciò la manovra di Obama è in realtà un atto di concorrenza tra paradisi fiscali. Abbiamo parlato prima del Deleware. Si scoprirà che in questo piccolissimo Stato, hanno sede un milione di società tra cui 250 delle 500 più grandi classificate da Fortune; in un palazzo della capitale di questo statale hanno sede 200 mila società, che fa rendere ridicolo il “primato” mondiale delle Cayman nelle quali un palazzo ospitava solo 18.000 società; il motivo di ciò è molto semplice, nel Deleware non si pagano imposte sui profitti societari e il libro dei soci è impenetrabile sicché il 56% delle società quotate a New York hanno sede nel piccolo Stato, tutto questo di chi alla faccia di chi a sinistra soprattutto dice che negli Stati Uniti c’è una feroce lotta all’evasione fiscale.

   Enorme è stato l’impegno a sostegno dei salvataggi bancari, valutabili in termini di trilioni di dollari di aiuti diretti e indiretti. Le banche sembrerebbero “risanate”. Sembrano appunto. Nel 2008 negli USA il numero dei fallimenti nel 2008 fu 25, nel 2009 (fino all’inizio di novembre) 124, cui si devono aggiungere 522 banche in serie difficoltà.

   Ma non è tutto: un settore importante su cui il sistema finanziario si regge, è quello dei fondi pensione per via dei loro immensi patrimoni. Questi alla fine del 2009, dichiarano di non poter garantire il vecchio livello delle pensioni (che fondamentale per il livello consumi negli USA) se non trovano una “piccola” somma di 2000 miliardi che al momento manca.

   Perciò dire che la crisi bancaria è passata è una grandissima balla, la politica dei salvataggi può solo tamponare la situazione.

   Dopo la Seconda guerra mondiale imperialista, lo Stato della borghesia imperialista USA ha assicurato la persistenza o il ristabilimento del dominio delle classi borghesi nella parte continentale dell’Europa Occidentale, in Giappone e in buona parte delle colonie e delle semicolonie.

   La borghesia imperialista USA aiutò la borghesia dei singoli paesi a ricostruire i propri Stati. Essa pose tuttavia dei limiti alla sovranità di alcuni nuovi Stati (l’Italia in primis), assicurandosi vari strumenti di controllo della loro attività e d’intervento in essi.

   Nei 45 anni che seguirono la fine del conflitto, i conflitti tra questi Stati e gli U.S.A. non hanno avuto un ruolo rilevante nello sviluppo del movimento economico e politico, con delle eccezioni come ad esempio le tensioni con gli Stati della borghesia francese e inglese in occasione della campagna di Suez del 1956.

   Questo non significa che è finita l’epoca dei conflitti fra Stati imperialisti. Finché gli affari sono andati bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppata felicemente (e ciò è stato fino all’inizio degli anni ’70), non si sono sviluppare contraddizioni antagoniste tra Stati imperialisti, né potevano svilupparsi se è vero che esse sono la trasposizione in campo politico di contrasti antagonisti tra gruppi capitalisti in campo economico. Il problema sorge quando dalla metà degli anni ’70 comincia la crisi. E da questo momento che la lotta da parte degli U.S.A. per la difesa dell’ordine internazionale (quello che certa pubblicistica ha spacciato per “nuovo ordine internazionale”) si mostra alla fine per quello che è effettivamente: lotta per difendere gli interessi dei capitalisti U.S.A e le condizioni di stabilità politica all’interno degli Stati Uniti, cioè del dominio di classe sulla popolazione americana anche a scapito degli affari della borghesia degli altri paesi diventando quindi un fattore d’instabilità politica.

   Né i capitalisti operanti in altri paesi possono concorrere a determinare la volontà dello Stato USA al pari dei loro concorrenti americani:

  1. Benché vi sia una discreta ressa di esponenti della borghesia imperialista di altri paesi a installarsi negli USA, a inserirsi nel mondo economico e politico USA: pensiamo solamente ai defunti Onassis e Sindona;
  2. Benché molti gruppi capitalisti di altri paesi organizzino correntemente gruppi pressione (lobbies.) per orientare l’attività dello Stato federale USA e partecipano, di fatto, attivamente a determinare l’orientamento.

   Man mano che le difficoltà dell’accumulazione di capitale, c’è il tentativo da parte di una frazione della borghesia imperialista mondiale di imporre un’unica disciplina a tutta la borghesia imperialista cercando di costruire attorno allo Stato USA il proprio Stato sovrazionale. Questo tentativo è favorito dal fatto che negli anni trascorsi dopo la Seconda guerra mondiale imperialista, si è formato un vasto strato di borghesia imperialista internazionale, legata alle multinazionali, con uno strato di personale dirigente cresciuto al suo servizio.

   Già sono stati collaudati numerosi organismi sovrastali (monetari, finanziari, commerciali), che sono, come si diceva in precedenza, un tentativo di gestione collettiva che deve mediare il contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo. Attraverso questi organismi uno strato di borghesia imperialista internazionale tenta di esercitare una vasta egemonia.

   Parimenti si è formato un personale politico, militare e culturale borghese internazionale. Di conseguenza ci sono le basi materiali per il formarsi di un unico Stato, ma la realizzazione di un processo del genere, quando la crisi economica avanza e si aggrava, difficilmente si realizzerebbe in maniera pacifica, senza che gli interessi borghesi lesi dal processo si facciano forti di tutte le rivendicazioni e pregiudizi nazionali e locali.

   Tutto questo è importante, per comprendere le dinamiche che avvengono a livello di politica economica, internazionale e l’inseguire falsi obiettivi, come l’andare a contestare le varie riunioni come il G8 dove si riuniscono i principali briganti imperialisti. In realtà, queste riunioni non sono un embrione di governo mondiale dell’economia, ma sono un mascheramento delle reciproche impotenze dei vari paesi imperialisti a governare la crisi. 

   Quando nel 2009 si riunirono i vari briganti imperialisti a Londra, essi misero sul piatto della bilancia 5.000 miliardi di dollari d’interventi, ma al TG2 della sera del 02.04.2009 Federico Rampini, giornalista di Repubblica, fa notare che questa è solo la somma dei diversi provvedimenti decisi dai singoli governi, senza alcun coordinamento globale, ognuno agisce per contro proprio, non esiste nessuna politica economica mondiale dei vari paesi che partecipano ai vari G. Sintomatico, è quello che avviene nel campo degli ammortizzatori sociali: USA e Canada lasciano scoperti (senza alcuna tutela cioè) il 57% dei lavoratori, che diventano il 93% in Brasile, l’84% in Cina, il 77% in Giappone, il 40% nel Regno Unito, il 18% in Francia e il 13% in Germania (fonte ILO),come si vede, si va da una copertura quasi totale come in Francia e in Germania a una marginale ò pressoché assente in Cina, Giappone e Brasile.

   Ma è poi vero che i miliardi spesi sono 5000? Proprio nei giorni del G20 di Londra,

Il Sole 24 Ore pubblica una mappa analitica e aggiornata degli interventi compiuti dai vari governi dal settembre 2008 al marzo 2009 e la cifra è sconcertante: 22-23 mila miliardi di dollari, contro gli 80 che costò il new Deal e i 500 del costo della seconda guerra mondiale imperialista,  la metà di questa cifra o quasi è impegnata solo dal governo USA (amministrazioni Bush e Obama) e larghissima parte di essi, in USA e nel mondo, è destinato alle banche.

   Raffrontando queste cifre risulta che:

  1. La spesa della Seconda guerra mondiale imperialista abbraccia un arco di 6 anni, qui siamo in presenza di 6-7 mesi;
  • La spesa militare nella Seconda guerra mondiale imperialista rilanciò l’economia USA, infatti, nel 1941 il PIL era di poco superiore al 1929 e s’impenna negli anni susseguenti raddoppiando quasi mentre nel 1943-44 la percentuale del PIL della spesa militare era pari al 44,6%. Adesso invece si spende molto di più ma l’economia non sembra reagire positivamente.

   Che queste cifre non siano arrivate alla stampa “popolare” è evidente: l’enormità della cifra significa che siamo vicini al si salvi chi può.

  L’estate del 2011 ha messo in evidenza che le enormi immesse non possono arrestare l’emorragia e che il capitalismo viene trascinato in una china che come dimostrano i dati prima citati, che è molto ben più grande di quella del 1929.

LA CRISI ECONOMICA ACCENTUATA DALLA PANDEMIA

    La pandemia da Covid 19 sembra svelare, anche ai meno attenti, che il capitalismo nelle sue diverse forme di “capitalismo buono” o Welfare Keynesiano e di “capitalismo cattivo” neoliberista non è la soluzione ma il problema. Non è il sistema che può garantire ai lavoratori un benessere più diffuso ma è lo strumento che costringe all’impoverimento di masse sempre più cospicue della popolazione mondiale. Il Covid 19 è la recente manifestazione dell’agonia capitalistica.

   Come si diceva prima la tendenza alla decrescita dei tassi di profitto industriali negli USA dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso[1] e la successiva fine degli accordi di Bretton Woods (nel 1971)[2] sono i momenti in cui il capitale per valorizzarsi a un profitto maggiore, necessita di spostare gli investimenti dall’economia reale a quella finanziaria.

   Negli anni ’80 con il modello socialista ormai snaturato dal pluridecennale revisionismo e ormai entrato in crisi, si realizza l’egemonia economica e culturale degli USA in un mondo sempre di più unipolare e privo di alternative sistemiche: edonismo e individualismo promuovono un modello di crescita con ulteriore indebitamento sia pubblico che privato. L’Italia con il movimento operaio con la sua forza era riuscito era riuscito a strappare importanti conquiste al capitale e allo Stato borghese, vede realizzarsi la prime disfatte del movimento sindacale diretto da gruppi dirigenti disponibili alla concertazione, proni alla agli interessi della controparte interessata a ridurre progressivamente l’incidenza di sindacati e lavoratori al tavolo delle trattative. Di lì a poco sarebbe maturata inevitabilmente anche la sconfitta del movimento operaio, mentre l’alveo democratico borghese italiano ed europeo era ormai definitivamente accettato come l’unico possibile anche dal PCI più importante dell’occidente capitalista, incamminandosi gradualmente sulla disastrosa via del moderno revisionismo. L’Italia, quindi, si accoda al modello ormai imperante, e nel 1981 si realizza il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia con una ulteriore crescita del debito pubblico, una decrescita dei tassi di profitto industriale e una crescita degli investimenti speculativi.

   Nel febbraio 1981 il governo Forlani (nella persona del Ministro del Tesoro Nino Andreatta un tecnocrate della Borghesia Imperialista esponente della cosiddetta “sinistra democristiana) e dall’allora Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Essi alla chetichella e del tutto illegalmente misero in vigore una decisione politica dalle implicazioni enormi ed eversiva anche della Costituzione del 1948.[3]  Con questa decisione lo Stato non poteva più decidere quanta moneta la Banca d’Italia doveva creare perché lo Stato potesse far fronte ai suoi compiti in sede politica. Per far fronte a essi da allora lo Stato avrebbe dovuto far ricorso al mercato finanziario. Avrebbe cioè dovuto emettere e vendere titoli finanziari con cui chiedere in prestito alla “comunità internazionale” dei banchieri, delle società finanziarie, dei fondi di investimento, i soldi che eccedevano le sue entrate: cioè dei servizi pubblici, dei profitti delle imprese pubbliche, delle rendite dei beni demaniali.

   In questo modo la “comunità finanziaria” otteneva quattro vantaggi.

  1. Creava un campo proficuo di investimento per i suoi capitali che, stante la sovrapproduzione assoluta di capitale in corso nell’economia reale, aveva difficoltà a investire altrimenti. Era come si diceva prima l’epoca delle furiose pressioni del sistema imperialista mondiale sul “campo socialista” e sui paesi neocoloniali,[4]  perché si indebitassero.
  2. Creava un buon pretesto per premere, con la virtuosa motivazione di reperire denaro per la Pubblica Amministrazione, a favore delle privatizzazioni del settore pubblico dell’economia e dei servizi pubblici che in questo modo diventano un altro campo di investimento del capitale. Privatizzazione che infatti in Italia partì alla grande sotto l’alta direzione di Romano Prodi all’epoca presidente dell’IRI (mentre il debito pubblico, anziché diminuire per i proventi delle privatizzazioni, continuava ad aumentare a gran velocità).
  3. Allentava la pressione fiscale, mentre la spesa pubblica aumentava per le prestazioni crescenti che la “politica” (intesa come partiti, correnti, consorterie varie, lobbie di interessi, logge massoniche come la P2) imponeva alla Pubblica Amministrazione. Una delle varie per far fronte alle maggiori spese per la Pubblica Amministrazione era l’aumento delle imposte, delle tasse e dei contributi, ed era sempre viva la pressione per farli pagare, come d’altronde indica la Costituzione (e questo non solo in Italia, ma per effetto della prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale cominciata con la rivoluzione di ottobre del 1917 in Russia e sbocciata nel secondo dopoguerra con la costituzione di un campo socialista, principi analoghi alla Costituzione italiana erano iscritti nelle Costituzioni e nelle legislazioni di tutti i pesi retti a democrazia borghese) “ad ogni cittadino i proporzione al suo reddito”, con evidente danno per i capitalisti, il clero e le rispettive associazioni e attività economiche.
  4. Poneva le premesse per la riduzione della spesa pubblica, cioè per contrastare con maggior argomenti le richieste che il movimento proletario e popolare di crescenti prestazioni della Pubblica Amministrazione per dare attuazione effettiva ai diritti (istruzione, igiene, sanità, pensioni, servizi vari ecc.) che dovevano essere universali stando alla coscienza che la solidarietà sociale che la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale aveva diffuso. Occorre ricordare che in tutti i paesi imperialisti dopo la seconda guerra mondiale, Borghesia Imperialista, attraverso i revisionisti moderni ha corrotto il Movimento Comunista trasformandolo da un movimento rivoluzionario in un movimento puramente rivendicativo nell’ambito della società capitalista. Per la Borghesia fu certamente un decisivo vantaggio politico, che però comportò un prezzo elevato da un punto di vista economico.

   In sostanza, con la sottrazione del sistema bancario e monetario all’autorità del governo, in ogni paese imperialista i governi e in generale le autorità della Pubblica Amministrazione nazionale e locale divennero clienti del sistema finanziario. Per finanziare la spesa pubblica eccedente, le loro entrate, emettevano titoli di debito pubblico che vendevano alle banche e tramite queste al pubblico, privatizzando imprese e servizi pubblici e vendendo beni demaniali. Tutte queste privatizzazioni erano campi di investimento per i capitalisti.

   Nel nostro paese è dal 1981 che il debito pubblico ha preso a gonfiarsi stabilmente e rapidamente: non perché lo Stato ha fornito più servizi pubblici, ma perché ha dovuto far fronte alla vecchia spesa e pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico e le commissioni alle banche e alle altre istituzioni finanziarie che li vendevano al pubblico. Per lo stesso motivo tutte le misure “per ridurre il debito pubblico e il deficit di bilancio annuale dello Stato” si sono tradotte in miseria crescente per le masse popolari, in taglio dei servizi, in ridistribuzione del  reddito a favore dei ricchi ecc., ma il debito pubblico ha continuato a crescere: nel maggio 2011 il debito pubblico italiano era quasi di 1.900 miliardi di Euro, e dopo la “cura da cavallo” operata dal governo Monti è salito a quasi 2.050 miliardi di Euro.

   Il capitalismo ha ottenuto una vittoria storica, ancorché provvisoria, sulla classe operaia e la lancia la sua offensiva. Intervengono quindi leggi per assecondare l’ulteriore concentrazione della ricchezza. Ne consegue l’attacco strumentale al debito pubblico e si costruisce l’idea che il debito possa essere ridotto e controllato solo attraverso la distruzione del welfare e l’affidamento dei servizi alla gestione privatistica sussidiaria, “più efficiente e meno costosa per la collettività”. Il capitalismo ha bisogno di liberare capitali per le speculazioni e lo fa costruendo l’idea di un nuovo modello urbano che necessita della deindustrializzazione per aumentare la qualità della vita della collettività; infine, tenta la strada delle delocalizzazioni per garantirsi minori costi di produzione.

   Negli anni ’90 e all’inizio del nuovo millennio, con il crollo dell’URSS e la definitiva trasformazione del PCI revisionista in PDS, DS e infine PD di pari passo procede l’edificazione della Unione Europea (UE), con il trattato di Maastricht del 1992, per getta dell’Unione economica e monetaria assicurando da subito la stabilità dei prezzi, che implica l’abbattimento dell’inflazione, generata dalla politica della circolazione del denaro e del credito, come dall’aumento dei prezzi delle materie prime. Per superare temporaneamente la contraddizione fra produzione domanda, tamponando temporaneamente la tendenza al calo del tasso di profitto, e per contrastare l’inflazione è necessario, dal punto di vista borghese, il contenimento dei costi con il blocco dei salari. Per evitare gli aumenti salariali è necessario distruggere la possibilità di lotta da parte dei lavoratori: alla borghesia ora servono leggi per distruggere il lavoro stabile, serve ancor di più la collaborazione sindacale, serve la distruzione sistematica dello “Stato sociale”[5] per trarre capitale da settori pubblici redditizi. Infatti, nel 1993 passa la concertazione sindacale, nel 2003, nel 2011 il vincolo di pareggio di bilancio in Costituzione, nel 2014 il Testo Unico sulle rappresentanze. L’attacco alla libertà sindacale e al diritto di sciopero è uno degli strumenti principali dei lavoratori nel conflitto e nella lotta di classe. Con il pretesto del debito, l’attacco al welfare è ormai esplicito e le privatizzazioni dilagano.

   Ma le speculazioni finanziarie come si diceva prima cominciano a mostrare i loro limiti nell’accrescimento del capitale: il crollo del subprime (prestiti e mutui erogati a soggetti ad alto rischio) in USA nel 2008, con lo scoppio della bolla speculativa e poi i gravi problemi del 2013, innescati dal default della Grecia, mostrano al mondo il vero volto della mondializzazione capitalistica.

   Dopo il 2008 l’afflusso di capitale per il capitalismo viene garantito dalle Banche Centrali attraverso la politica dei bassi tassi d’interesse e delle iniziazioni di liquidità, con l’illusione di una ripresa che sarà modesta, parziale e diseguale, in realtà le Banche Centrali continuano a mettere a disposizione i capitali per le speculazioni facendo lievitare artificialmente il valore nominale dei titoli e dei derivati. La bolla continua e nuovamente il capitalismo si ricicla: alcuni grandi gruppi ad alta intensità di tecnologia iniziano a tornare in madrepatria dove trovano lavoratori annientati, disorganizzati, remissivi, dove la disoccupazione e la precarietà hanno generato una enorme offerta di lavoro a prezzi stracciati, dove le guerre imperialiste e lo sviluppo planetario ineguale hanno generato flussi migratori tali sa aumentare l’offerta di lavoro nel nord del mondo e la conseguente riduzione del prezzo.

   Per una parte del capitalismo è conveniente tornare a casa perché sono state le premesse per far fruttare il capitale in maniera efficace, perché la tecnologia basata su Internet ha fatto passi gigante e si può iniziare a parlare di “Internet of Things” (Internet delle cose). Le macchine con intelligenza artificiale sono una realtà: alla rete arrivano informazioni su gusti e ordini, si analizzano punti di forza e debolezza della produzione, si adatta, attraverso l’informatica e in tempo reale la produzione al mercato.

   Siamo all’industria 4.0, tanta tecnologia e pochi lavoratori che producono che obiettivi, la massa dei lavoratori in competizione costa poco ed è senza diritti. In Italia si evidenzia una carenza di risorse economiche da destinare all’industria 4.0 a causa di una struttura produttiva storicamente parcellizzata e fondata sulle PMI (Piccole e Media imprese), a causa di una carenza tecnologica cronica e di personale adeguato. Quindi si rischia di avere un sistema a due velocità, un divario tecnologico e quindi competitivo crescente: poche grandi imprese affronteranno questa trasformazione mentre le PMI sono destinate a scomparire per favorire un nuovo accentramento monopolistico del capitale. Sempre meno ricchi ma sempre più poveri.

   Arrivano i primi dati: le imprese che hanno adottato il modello 4.0 hanno una crescita di fatturato del 58%, ma l’86% delle imprese segnala difficoltà a reperire ingegneri e tecnici e segnala difficoltà a mantenere i livelli occupazionali del personale non qualificato. In Italia (dati Osservatorio Industria 4.0 della School of Management dello Politecnico di Milano) a giugno 2018 l’industria 4.0 era in crescita del 30% e in Lombardia aveva la sua maggioranza localizzazione (con immediata caduta occupazionale pari a – 1%).

  Per una parte del grande capitale, soprattutto quella orientata all’ecologico e al rinnovabile in salsa 4.0 (con investimenti per lo più finanziati dagli Stati), è giunta l’ora di riportare parte della riproduzione delocalizzata in madre patria (con sede legale nei “paradisi fiscali” dove troverà una forza-lavoro formata più che adeguatamente che nel sud del mondo e immobilizzata da decenni attacchi ideologici, disorganizzazione e divisione di classe.

   La contraddizione capitale-lavoro si è palesata e acutizzata in tutte le sue forme distruzione del lavoro, dei redditi e dei diritti, della vita dei lavoratori, creazione di tecnologia non al servizio del benessere collettivo ma generatore di ulteriori profitti per pochi; distruzione dell’ambiente e delle risorse.

   Il Covid q9 ci svela la banalità del male; un virus è il nemico invisibile che costringe a guardare negli occhi il vero nemico: il capitale. Siamo di fronte non ha una crisi ciclica ma una strutturale che ha dimensione mondiale; da un lato distrugge capitali e dall’altro spinge alla loro ulteriore centralizzazione e concentrazione. Lo scopo dei capitalisti è continuare a speculare ovunque possano accaparrarsi profitti accettabili e a scapito della salute e della vita umana.

   La contraddizione capitale-lavoro è evidente dal primo giorno: chiusura di aziende, ferie forzate, cassa integrazione, ricorso al FIS (Fondo d’Integrazione Salariale); precarizzazione, smart working dove dietro c’è lo spettro di non rientrare più al lavoro perché la concorrenza internazionale non aspetta. Il ricatto è conseguente: o torni al lavoro in condizioni rischiabili, o non ci sarà lavoro.

   È una crisi da distruzione di una massa di capitale che darà impulso alla concentrazione e alla centralizzazione del capitale sostenute dalle Banche Centrali. Bastano pochi dati per far capire come andrà finire: Bonomi ex presidente di Assolombarda e promotore del Libro Bianco sul lavoro, ossia il Mein Kampf della borghesia italiana, diventa, in piena crisi Covid 19, il nuovo presidente di Confindustria; negli USA, dopo un mese di Covid 19, si certificano 40 milioni di disoccupati; l’OIL  (Organizzazione Internazionale del Lavoro) dichiara che la crisi da virus genererà nel prossimo triennio 1,5 miliardi di disoccupati a livello globale.

   Tute le imprese invocano aiuti di Stato che saranno erogati incrementando un debito pubblico e privato che qualcuno dovrà passare. Quindi, chi davvero ha generato la crisi e che la pagherà? Il virus è stato niente altro che il detonatore di una bolla finanziaria che ha continuato a crescere dal 2008 e che genererà immediatamente crisi di liquidità, fallimenti, chiusure di imprese; un rallentamento drammatico del mercato globale che so trasformerà in un ulteriore attacco alle condizioni di vita e di lavoro e in incremento dello sfrutta

CORONAVIRUS

   Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a un succedersi di processi come mai era accaduto prima: dalla fine dell’ordine bipolare USA-URSS, al naufragio del progetto monopolare degli USA, e guarda caso proprio adesso gli Stati Uniti si “ricordano” che la Cina, il paese che negli ultimi tempi ha avuto un grosso sviluppo economico ed è il principale concorrente degli USA, non è “democratica”.

   C’è da ricordarsi che Pechino detiene una fetta rilevante del mostruoso debito estero statunitense[6]. Comodo, oggi, per il debitore insolvente, dichiarare guerra proprio alla Cina, che è il creditore. C’è da chiedersi se è in atto una guerra fatta con diversi strumenti: dai dazi ai virus.

   Andando alle cause sociali, economiche e ambientali bisogna ricordarsi che tutto ciò è una vecchia storia che accompagna come un’ombra l’industrializzazione capitalistica fin dall’Inghilterra del XVII secolo. Che è la storia delle pratiche capitalistiche in agricoltura e dello sventramento di contesti naturali ancora (relativamente) intatti per edificare o ingigantire i centri urbani; processi che liberano agenti patogeni rimasti fino ad un dato momento isolati e sconosciuti, e li portano a circolare nel mondo intero e a sottoporsi, nella loro sempre più veloce circolazione, a molteplici, aggressivi mutamenti e passaggi di specie. L’età dell’oro della produzione e circolazione delle moderne epidemie globali (senza per questo, vogliamo precisare, idealizzare in alcun modo il passato precapitalistico) comincia, se cerchiamo una data simbolo, con il 1918, l’anno della terribile influenza spagnola, che coincide con l’epoca dell’imperialismo.

   Il bilancio delle vittime di questa influenza, sebbene venga rappresentata come un’anomalia imprevedibile per il carattere del virus, ha avuto un aiuto altrettanto importante dalle condizioni sociali. L’influenza si diffuse rapidamente grazie al commercio e alla guerra mondiale. E anche qui ritroviamo ancora ancora una volta una storia ormai familiare sul luogo e sul modo in cui è stato prodotto un ceppo di influenza così mortale: sebbene l’origine esatta sia ancora poco chiara, oggi si presume, che il virus ha avuto origine tra i maiali o il pollame allevati a livello domestico, probabilmente in Kansas. Il tempo e il luogo sono particolarmente degni di nota, poiché gli anni successivi alla guerra furono una sorta di punto di svolta per l’agricoltura americana, che ha visto l’applicazione generalizzata di metodi di produzione di tipo industriale sempre più meccanizzati. Queste tendenze si intensificano solo negli anni ’20 e l’applicazione massiccia di tecnologie come la mietitrebbia portò sia ad una graduale monopolizzazione della produzione agricola, che al disastro ecologico, che combinati insieme, causarono la crisi che fu definita dei “Dust Bowl” (la crisi delle tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 al 1939) e l’emigrazione di massa che ne seguì. L’intensa concentrazione di bestiame che in seguito che avrebbe caratterizzato l’allevamento industriale non era ancora apparsa, ma le forme elementari concentrazione e produzione intensiva, che avevano già creato epidemie di bestiame in Europa, erano ormai considerate il primo caso di peste bovina propriamente capitalistica, e l’epidemia di peste bovina propriamente capitalista, e l’epidemia di peste bovina in Africa nel 1890 il più grande delle olocausti epidemiologici causati dell’imperialismo, l’influenza spagnola può essere considerata la prima delle epidemie del capitalismo che ha colpito il proletariato.

   Le epidemie sono in gran parte l’ombra dell’industrializzazione capitalista, e allo stesso tempo ne fungono da precursore, il caso del vaiolo e di altre pandemie introdotte in Nord America è un esempio fin troppo semplice da citare, poiché la loro intensità è stata rafforzata dalla separazione delle popolazioni per un largo lasso di tempo dovuta alla geografia fisica – e queste malattie, nonostante tutto, avevano già acquisito la propria virulenza grazie alle reti mercantili pre-capitalistiche e all’urbanizzazione precoce in Asia e in Europa. Se, invece, guardiamo all’Inghilterra, che è il paese che ha visto sorgere il capitalismo prima nelle campagne, attraverso la cacciata dalle terre della massa dei contadini, sostituiti da monocolture di bestiame, vediamo i primi esempi di queste epidemie chiaramente capitalistiche. Tre diverse pandemie si sono verificate nell’Inghilterra del XVIII secolo, dal 1709 al 1720, dal 1742 al 1760 e dal 1768 al 1786. All’origine di ciascuna di queste epidemie c’è stato il bestiame importato dall’Europa, infettato dalle normali pandemie precapitalistiche che seguivano i periodi di guerra. Ma in Inghilterra la concentrazione del bestiame avrebbe iniziato ad avvenire in modi nuovi, e l’introduzione di bestiame infetto andava quindi a dilaniare la popolazione in modo più aggressivo di quanto avvenisse in Europa. Non è un caso, quindi, che il centro dei focolai di epidemie fossero i grandi caseifici di Londra, che rappresentavano l’ambiente ideale per l’intensificazione del virus.   

   Queste epidemie portano un segno di classe tanto nella loro genesi quanto nelle loro vittime predilette. Dal nostro punto di vista non è una forzatura ideologica affermare che è in atto una “guerra di classe microbiologica”.

   In questo tempestoso inizio di secolo tale guerra pare velocizzarsi come ogni altra dinamica e allargarsi, alimentata dalle molteplici crisi dell’ecosistema globale e degli ecosistemi locali. Nel giro di pochi anni si è verificata una sentenza di epidemie minori (secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità tra il 2011 e il 2018 ci sono stati 1.483 eventi epidemici in 172 paesi. Siamo a quella che si potrebbe definire una “ribellione” alla specie umana delle specie animali addomesticate, da noi forzate ad essere dopate e torturate negli allevamenti intensivi e di quelle non addomesticate, colpite con sventrato dei suoli e dei loro habitat millenari. Una specie umana rappresentata, fin che non gli toglieremo la delega, dai rapacissimi capitali dell’agribusiness, della rendita immobiliare, delle mega-imprese che delocalizzano i propri impianti, specie i più nocivi, nei paesi del Sud del mondo. Questa “ribellione” va di pari passo con la rivolta degli ecosistemi, e segna un’intera epoca, la nostra, in cui la distruzione degli ambienti naturali, ambienti di vita degli esseri umani e delle specie non umane, è causata da un’accumulazione di capitale senza fine estesa da un lato verso l’alto, sistema climatico mondiale, dall’alto, il sistema climatico mondiale, dall’altro verso il basso dentro i substrati microbiologici della vita.

   I vari Stati si sono comportati in maniera contradditoria. Ad esempio, in Cina prima c’è stata la negazione, la punizione dei presunti “colpevoli” per procurato allarme, della serie mai allarmare la massa della popolazione specie se, come a Wuhan, è stata in precedenza protagonista di scioperi e manifestazioni. Quindi l’ammissione del problema, l’obbligata scarcerazione e le scuse pubbliche per il caro (alla suddetta massa) dottore Li, che aveva colto per tempo il nuovo pericolo, e la punizione degli incapaci capi locali del partito. Infine, l’imposizione di regole draconiane. In sostanza c’è stata una combinazione tra forme dure di repressione, misure restrittive di timbro militare appello alla mobilitazione volontaria dei quadri e della popolazione locale.

   Quel che è certo è che l’esplodere dell’epidemia ha messo in risalto come il sistema sanitario cinese del tempi affluenti da un punto di vista economico (quelli che vanno dal ’76 in avanti) sia più debole e inefficace, nel fornire le cure di base universali, rispetto al sistema sanitario dei tempi di Mao che era stato capace di innalzare le speranze di vita della popolazione cinese – che viveva in una paese semicoloniale e semifeudale – dai 45 a 68 anni  – e garantire l’accesso gratuito di tutti alle medicine e alle informazioni essenziali, questo è un miracolo ottenuto dallo Stato uscito dalla rivoluzione di nuova democrazia.

    Impressiona soprattutto il livello di scopertura sanitaria degli emigranti interni: solo il 22% di loro ha un’assicurazione medica di base.

   Nonostante che la Cina sia per valore del Pil, la seconda economia del mondo, l’avvenuta di semi-privatizzazione del sistema sanitario e l’impunità accordata a tanti imprenditori privati che si sottraggono ai versamenti necessari per farlo funzionare, lasciando intendere la direzione di marcia: si va verso il “disinvestimento statale massiccio nel sistema sanitario”. Da qui il ritardo con cui si è mosso l’intero apparato.

   Questi sono i frutti della restaurazione capitalista in Cina.

   Non si può comprendere l’evoluzione dello sviluppo economico della Repubblica Popolare della Cina se non se ne comprende l’evoluzione (ma sarebbe meglio dire l’involuzione) politica, in altre parole del blocco della transizione verso il comunismo e la restaurazione del capitalismo.

   Come non si può comprendere tutti gli avvenimenti successivi se non si comprende la GRCP (Grande Rivoluzione Culturale Proletaria) con la quale i comunisti cinesi hanno accumulato un’esperienza nella trasformazione socialista della società e nella lotta contro la borghesia sotto la dittatura del proletariato, esperienza che è di grande utilità per i comunisti di tutto il mondo, come l’esperienza della Comune di Parigi del 1871 e della rivoluzione russa del 1905 lo fu nella prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale che si produsse nella prima metà del secolo scorso.

   Lo studio dell’esperienza della GRCP ci aiuta a comprendere meglio in che modo, e per quali vie e con quali mezzi la borghesia cerca di impadronirsi del potere nei paesi socialisti, si oppone alla trasformazione socialista della società, cerca di ridare vigore ai residui della società capitalista (nei rapporti di produzione e nella sovrastruttura politica e culturale nella società) e di soffocare i germi di comunismo.

   Durante la GRCP la destra del PCC (Partito Comunista Cinese) sosteneva che l’economia era in disordine e per questo occorreva andare a destra. Mentre la sinistra del PCC poneva l’accento sulla liberazione delle forze produttive da raggiungere mettendo in atto la trasformazione dei rapporti di produzione e nella sovrastruttura. Verso la metà degli anni ’70 la destra lanciò una potente offensiva per ristabilire nelle fabbriche alcune vecchie relazioni tra quadri e operai, e per riportare i lavoratori ai loro posti di lavoro allontanandoli dalle attività politiche che esercitavano nelle scuole, negli uffici statali e nelle istituzioni culturali.

   “Siate padroni delle banchine e non bestie da soma” replicarono i portuali di Shanghai, facendo comprendere che il centro della questione non è di sapere se bisogna o meno produrre, ma perché e per quale classe produrre.

   Con la direzione e la sua posizione Mao aiutò il proletariato in questa battaglia per sconfiggere il “vento deviazionista di destra”. Egli criticò duramente e pubblicamente Teng Hsiao-ping e il suo programma di restaurazione del capitalismo mascherato sotto il pretesto della “modernizzazione” della Cina.

   Dopo la morte di Mao il 9 settembre 1976, il 6 ottobre, alla vigilia di un’importante riunione di partito, i dirigenti della destra del partito e alcuni comandanti dell’esercito organizzano un colpo di Stato militare. I più vicini compagni di Mao nel partito, compresa Chiang Ching, sono arrestati. È la fine della GRCP, e per il momento, anche la fine della rivoluzione socialista in Cina. Ma non è e non sarà la fine della resistenza al potere borghese in Cina da parte di milioni di operai e di contadini che seguono sempre la linea di Mao. Il nuovo governo revisionista incontra una seria resistenza e deve mostrare i denti. In molte province la lotta armata rivoluzionaria fu aspra e prolungata. Secondo il governo le province di Anwhuei, Scechwan, Yunnan, Shansi e Kiangsi rimasero fuori controllo per un certo tempo.

   Tornando al Coronavirus, l’epidemia ha reso più grottesche che mai le sparate “sovraniste” sulla chiusura delle frontiere. Tanto più dai leghisti che hanno fatto della promozione delle esportazioni italiane nel mondo la loro missione di vita; o da tutta quella sinistra borghese che vuole liberarsi dalla Germania (e dall’Euro) perché l’Italia nuoti da sola e sovrana nel mercato mondiale (come se i virus girerebbero al largo per celebrarne la sovranità riconquistata).

   Anche in Italia il governo ha oscillato in maniera vistosa, ma con una sequenza diversa rispetto a quello cinese.

   Quello che si potrebbe definire “modello cinese”, è consistito dal fatto che il governo come si è visto dopo qualche esitazione iniziale, assumere drastiche iniziative per ostacolare la diffusione da persona a persona del virus. In pratica, il governo cinese ha ritenuto che il modo di più efficace sia quello che le persone non si devono incontrare tra di loro.[7]

   Questo modello richiede due condizioni per essere implementato con successo:

  1. Una è la determinazione del governo a far passare avanti la tutela della salute alle esigenze a breve termine dell’economia (tenendo conto che si tratta di una sola regione della Cina e non dell’intera nazione).
  2. Un’altra è la mobilitazione della popolazione.

     L’altro modello si potrebbe definire quello posto dalla Germania, in cui un governo reticente, ha fatto ogni sforzo per nascondere i dati evitando le diagnosi e riclassificando i morti[8] perché teme le conseguenze economiche.

   In Italia si è attuato un modello intermedio, più vicino a quello cinese, anche se a tratti si sono avute delle tentazioni verso quello tedesco (ad esempio Confindustria e le altre associazioni industriali). Quel che si è fatto è quello è stato di assumere iniziative drastiche di confinamento, quelle che sono definite “zone rosse”, che sono le zone più importanti del paese sotto il profilo economico, ma senza il coordinamento e soprattutto la determinazione necessaria.

   Con lo scoppi dell’epidemia in Italia le strutture sanitarie pubbliche sono un passo dal collasso anche al Nord. L’Italia degli intoccabili F35 e delle trenta missioni militari all’estero, l’Italia settima-ottava potenza industriale del mondo, ha su tutto il territorio nazionale la miseria di 5.000 posti di terapia intensiva (e un ventilatore polmonare costato da 4.000 a 17.00€).  Il taglio di oltre 10.000 medici e infermieri, di oltre 70.000 posti letto, di 37 miliardi di finanziamenti in 10 anni (su un fondo sanitario nazionale ai 115 miliardi) e l’assenza di qualsiasi forma di prevenzione a prevenire il fronteggiare le epidemie globali in via di moltiplicazione, non poteva produrre altro risultato. Questo stato di cose è una condanna senz’appello per le politiche di amputazione del sistema sanitario nazionale attuate negli ultimi vent’anni da tutti i governi, di destra, di centro sinistra, da tutte le regioni: destra e di centro sinistra. I provvedimenti di estrema emergenza presi dal governo Conte bis, servono ad occultare le inefficienze e i vuoti   nella tutela della salute della popolazione creati, con criminale metodicità, da decenni di tagli alle strutture pubbliche e di privatizzazione della sanità, deliberati dalle camarille affaristiche al soldo delle grandi industrie e dei boss della sanità privata a partire dalla banda Formigoni in Lombardia. In quegli stessi decenni è stato brutalmente precarizzato il lavoro del personale sanitario. Ora tanto il governo PD-Cinquestelle quanto l’opposizione di destra vogliono evitare a tutti i costi che in un paese sempre più privo di “eccellenze” e di miti fondativi, crolli uno degli ultimi miti del capitalismo made in Italy: la cosiddetta “eccellenza sanità”. Ormai è evidente a tutti che in Italia si è sviluppato un capitalismo che riesce a difendere il proprio ranking internazionale di componente del Club imperialista occidentale che riesce a reggersi in piedi solo ed esclusivamente schiacciando sempre più verso il basso i bisogni, le aspettative (ormai anche le aspettative di vita), i diritti dei lavoratori.

   Ma c’è anche una ragione più profonda e generale per queste misure esagerate, che stanno portando per giunta ingenti danni all’economia: usare l’occasione offerta dalla crisi del coronavirus per imporre a tutte le classi sociali e innanzitutto ai lavoratori, un clima da coesione nazionale. Il governo Conte bis, che è arrivato a questa crisi in grande affanno, sta cercando di recuperare fiato. E sopra di esso il regista il Quirinale è tornato a esporsi al proscenio per giocare, nell’interesse dell’intera classe capitalistica, la carta dell’unità intorno più che al governo, alle istituzioni dello Stato. Obbligato a ciò dalla situazione confusa e sfilacciata, densa di conflitti tra governo e regioni, tra regioni e sindaci, tra alleati di governo e alleati dell’opposizione, e di colpi sotto la cintura inferti all’Italia dei fratelli-coltelli europei. I poteri forti di cui Mattarella è ottimo interprete, provano a cogliere l’occasione infausta per rottamare il M5S, spingere all’angolo figure ormai da avanspettacolo (Di Maio, Renzi), mettere in ordine la Lega, statizzare sempre di più CGIL-CISL-UIL come organi di controllo dei lavoratori, soffiando sull’orgoglio nazionale per limitare i danni e rilanciarci domani.

   L’imposizione di regole rigide “per tutti” ha per destinatari da un lato i cosiddetti ceti “medi”, dall’altro il resto del mondo del lavoro. Ai primi, si chiede un po’ di disciplina, quella disciplina che è generalmente mancata alla moltitudine di padroncini, commercianti e simili, per l’abitudine invetera a godere di ogni sorta di esenzione fiscale, rendine di posizione, privilegi corporativi. Una disciplina oggi necessaria anche per imporre il pugno di ferro alla massa dei lavoratori e stroncare sul nascere, è questo il sogno, ogni forma di conflitto sociale.

   Attualmente siamo di fronte a situazione dove il livello di conflittualità sociale ridotta a livelli infimi. Ma tra l’inevitabile recessione, le guerre in Medioriente, le crisi ambientali e sanitarie, ciò che si prospetta è un’ulteriore polarizzazione sociale, un’ulteriore imposizione di sacrifici e di repressione.  La semina dall’alto di paure, psicosi sociali e razzismo, razzismo anticinese in questa occasione (anche se non c’è un solo cinese ammalato di coronavirus in Italia), le rigide misure di isolamento nelle case, servono a rendere il più difficile possibile la risposta

   La risposta da parte delle masse popolari alla crisi del coronavirus (doppiata dall’accentuazione della crisi economica) e al suo uso da parte dei padroni, delle banche, del governo, dello Stato, si deve articolare a più livelli, tenendo conto che l’attuale stato di shock, di paura e quasi di paralisi vissuto dalla gran parte delle masse popolari è destinato a lasciare il campo a sentimenti di tutt’altro quando l’emergenza sarà superata e si dovrà fare i conti con i pesantissimi danni che l’asse governo/padronato cercherà di scaricare sulle spalle dei lavoratori.

   C’è un primo livello di risposta immediato, sindacale o sindacale/politico, già assunto da quella parte del sindacalismo di base che si pone sul terreno di classe e da altri organismi: invitare i lavoratori a prendere nelle loro mani la difesa della salute e di tutta la popolazione, a cominciare da quelli della sanità, i più colpiti finora in prima linea nella “guerra al virus”, senza che le più elementari norme di precauzioni venissero rispettare.  La misura del disprezzo di Stato e governo, del disinteresse, dell’incuria, del cinismo dei padroni verso i lavoratori salariati è espresso dal fatto che milioni di operai/salariati sono tuttora coatti ogni giorno al lavoro a loro rischio e pericolo. Il risultato è che non si contano più le fabbriche, i magazzini e gli altri posti di lavoro in cui è entrata l’infezione. Bisogna che i lavoratori autorganizzati pretendano e costringano i padroni e le istituzioni rigide misure di protezione della salute. Che non è solo la salute dei milioni di lavoratori costretti ad andare a lavorare, ma è anche la salute dei loro familiari e quanti vengono a contatto con loro, raccogliendo e generalizzando e generalizzando degli operai FCA di Pomigliano che hanno fermato produzione per questo motivo, scavalcando la colpevole inerzia di Fiom-Fim-Uilm. Bisogna rivendicare un piano di assunzioni straordinario nella sanità pubblica che non si limiti a quello sbandierato dal governo Conte, e conduca al reintegro totale alla scopertura totale di austerità, con il totale l’assorbimento totale dell’enorme area di precarietà. Che si sviluppi un movimento di massa che imponga ai comuni la requisizione senza indennizzo delle strutture della sanità privata, ultra-beneficiate dallo Stato e ora pronte a fare profitti sul collasso delle Asl. Rivendicare misure che tutelino in pieno i posti di lavoro e i salari di quanti/e dipendono da imprese o enti costretti al fermo totale delle attività, non consentendo al governo di risparmiare sul sostegno alle famiglie, e soprattutto sulle donne, per largheggiare, come al solito, con i regali alle imprese. Impedire che il lavoro a casa diventi una forma abituale di lavoro segretato e segregante, e che le lezioni a distanza soppiantino la vita scolastica in diretta. Denunciare l’impunità accordata da Stato e governo ad ogni genere di speculazione affaristico-securitaria sulle forniture agli enti ospedalieri, ai comuni, ai singoli cittadini, come si trattasse di qualcosa di inevitabile.

   E soprattutto e prima di tutto respingere al mittente la pretesa di azzerare gli scioperi, le lotte, l’organizzazione di classe, i contratti di lavoro in scadenza, mentre si dà modo ai capitalisti o ai direttori delle Asl di usare l’emergenza per i propri scopi. Non possiamo assolutamente cedere al terrorismo di Stato contro ogni forma di socialità! Per questo è della massima importanza continuare ad esercitare, con gli accorgimenti del caso, il diritto di sciopero, organizzare assemblee sui luoghi di lavoro, trovare il modo di manifestare, senza arrendersi alla pretesa degli apprendisti stregoni che ci hanno scaraventato in questo disastro, di esercitare il loro comando sulla società e sulla nostra classe come e più di prima. Abbasso la militarizzazione dei territori, della vita sociale, dei luoghi di lavoro. Il disastro in atto è in tutto e per tutto capitalistico, e i suoi costi non debbono essere scaricati sui proletari. Non dobbiamo barattare i nostri diritti e le nostre libertà in cambio di una presunta “sicurezza” regalata da chi ci ha condotti nel terreno di tutte le insicurezze!

REGIONE LOMBARDIA: UN ESEMPIO DI UNA SANITÀ’ PRIVATIZZATA

   Il modello sanitario lombardo assieme a quello toscano è (prima della marea degli scandali che hanno travolto la giunta regionale lombarda e dopo con lo scoppio della pandemia) stato considerato un modello da esportare in campo nazionale, nella realtà l’unico dato oggettivo, al di là della retorica, questo modello deve essere considerato come un ulteriore e pesante attacco alla sanità pubblica.

IL SERVIZIO SANITARIO ITALIANO DAGLI ANNI ’30 FINO AI GIORNI NOSTRI

   Le prime leggi organiche in materia di assistenza sanitaria sono rappresentate dai regi decreti n. 1263 (1934) e n. 1634 (1938) che riordinava le norme concernenti, l’ordinamento dei servizi sanitari e ospedalieri, delle professioni mediche e sanitarie, delle norme igieniche del territorio, degli alimenti ecc.

   Durante il periodo fascista una consistente fascia di lavoratori/trici era esclusa dall’assistenza sanitaria mutualistica, negli anni ‘45-’50 in seguito alle lotte della classe operaia e delle masse popolari, fu imposto alla classe dominante l’adozione di misure per migliorare le condizioni igienico-sanitarie della popolazione e dare all’organizzazione sanitaria un nuovo assetto, fino al riconoscimento del diritto universale all’assistenza e alla prevenzione della malattia. Verso gli anni ’50 l’assistenza sanitaria fu gradualmente estesa ai pensionati dipendenti dello Stato, ai pensionati per invalidità e vecchiaia dell’INPS, ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai commercialisti e ai professionisti.

  L’estensione non cancellò comunque, la disparità di trattamento degli assistiti (nell’assistenza diretta e indiretta tramite i rimborsi spesa), gli squilibri territoriali (tra la città e la campagna e tra Nord/Sud) e la mancanza di protezione sociale per i disoccupati, gli immigrati e i giovani in cerca di prima occupazione.

   A cavallo degli anni ’60 e ’70, in seguito ad un ciclo di lotte memorabili, ci fu la conquista dello Statuto dei lavoratori (1970).

   Lo Statuto dei lavoratori riconobbe alcuni diritti fondamentali, come quello alla non licenziabilità senza giusta causa, nelle aziende con oltre 15 dipendenti (art. 18), oltre al riconoscimento della sicurezza e della tutela della salute nei luoghi di lavoro.

   Oggi grazie ad una serie di “provvedimenti risparmio”, che vanno dal Pacchetto Treu, passando per la Legge 30 fino all’attuale Jobs Act, i giovani ed i disoccupati non hanno più nessuna forma di protezione.

   La Legge 132 rinnovò la struttura degli ospedali, individuando per ciascuno di essi i servizi necessari, trasformandoli in enti con finalità sanitaria più ampia che non la semplice diagnosi e terapia. Il numero dei posti letto passò dai 3.76 per mille abitanti nel 1956, a 5 per mille per abitanti nel 1962, fino a raggiungere il 10 per mille nel 1974.

   Nel 1978 arriva alla Legge 833, la riforma sanitaria che istituisce il Sistema Sanitario Nazionale (S.S.N.), emanata dopo anni di rinvio e varie proposte di legge e anticipata da alcune leggi regionali. La riforma sanitaria si basava su tre cardini: prevenzione, cura e riabilitazione, ispirandosi dal punto di vista del funzionamento delle strutture (USL, istituite allora, ospedali, cliniche universitarie, istituiti di ricerca ecc.) ai principi di universalità, eguaglianza, globalità degli investimenti e partecipazione dei cittadini.

   Questa legge, come altre in materia di sanità, Legge 194/78 sull’aborto, Legge 180/78 (Legge Basaglia) sulla psichiatria, furono il frutto di una stagione di lotte dalla classe operaia e del resto delle masse popolari, ed ebbero come riflesso la nascita di un forte movimento culturale sorto all’interno della medicina, come Medicina Democratica.

   La Legge Basaglia segnò una rivoluzione nel campo della psichiatria, perché dispose la chiusura dei manicomi, limitando a casi eccezionali e per periodi ben definiti, i ricoveri coatti all’interno di strutture ospedaliere, in modo da ridurre le forme di discriminazione e segregazione, con l’obiettivo di reinserire quello che è definito il “malato” nella vita sociale attraverso lo strumento della prevenzione.

   Tutte queste lotte chiedevano un nuovo modo di porsi della medicina di fronte alle modificazioni della società, dell’ambiente, dei comportamenti, delle tecnologie, un’esigenza di equa e migliore tutela sanitaria e sociale, quindi anche migliori case, servizi, infrastrutture, ecc.

   Nella fase storica attuale, tutti i diritti conquistati in questo periodo, dalla metà degli anni ’70 con l’avvio della crisi generale del capitalismo, sono stati progressivamente cancellati: la Legge 833, fu gradualmente smantellata, la Legge Basaglia è continuamente minacciata da tentativi di controriforma, la Legge 194 è stata pesantemente attaccata, in modo trasversale, attraverso l’approvazione nel 2004 della Legge 40 sulla procreazione assistita.

   La Legge 40 pone come sua premessa, la salvaguardia a tutti i costi dell’embrione, considerato come una persona a tutti gli effetti, quindi, da impiantare sempre anche in presenza di forte rischio di gravissime malattie genetiche. Questa legge, cavalcata dalla Chiesa cattolica, è usata come pesante attacco culturale contro la Legge 194, è un “cavallo di Troia” che consentirà, in mancanza di una sua difesa, la cancellazione o il forte ridimensionamento della 194 stessa.

   Dalla fine degli anni ’70 inizia gradualmente lo smantellamento della sanità pubblica, fermo restando che, come nel caso della 833, molti aspetti non furono attuati (si pensi alla prevenzione, alla mancata costituzione al Sud dei distretti sanitari, al mancato varo del Piano Sanitario Nazionale), altri furono attaccati all’indomani della loro attuazione. Facciamo un esempio: tre mesi dopo il varo della riforma, fu introdotta la famigerata “tassa della salute” e i ticket sanitari e sulle prestazioni sanitarie.

   Nel 1987 il democristiano Donat Cattin allora Ministro della Sanità, fu l’ispiratore di una nuova filosofia dell’assistenza sanitaria, che determinò un peggioramento a 360° attuato attraverso:

  • Una riduzione dei posti letto.
  • Il blocco alle assunzioni dei medici e degli infermieri (a fronte di una notevole mancanza di personale rispetto dalla legge che aveva istituito il SSN).
  • Il pagamento delle prestazioni con l’introduzione di prestazioni gratuite solo per i poveri.
  • La riduzione dei giorni di degenza ospedaliera.
  • La riduzione delle USL.
  • La gestione degli enti pubblici addetti all’assistenza sanitaria come aziende aventi come obiettivo principale il raggiungimento di obiettivi finanziari.

   Questa filosofia passò principalmente attraverso le leggi annuali sulla pubblica finanza, le varie finanziarie che si sono susseguite negli anni.

   La legge finanziaria del 1991 stabiliva che le regioni dovevano provvedere a programmare la ristrutturazione della ristrutturazione della rete ospedaliera in modo da realizzare i seguenti obiettivi:

  • Occupazione media annua dei posti-letto a un non inferiore al 75% delle giornate.
  • Dotazione complessiva di 6 posti-letto ogni 1.000 abitanti di cui 0,5 per mille riservato alla riabilitazione e alla lunga degenza.
  • Disattivazione e/o riconversione degli ospedali con meno di 120 posti letto (con la conseguenza messa in mobilità d’ufficio o disponibilità del personale addetto).

   In tutti quegli anni, fino al 1992, vi fu una serie di interventi a raffica, da parte di industriali, baroni della medicina ed esponenti di governo (il Ministro della Sanità era all’epoca De Lorenzo), contro il cosiddetto “stato assistenziale” (di cui la sanità è parte integrante).

   Sono gli anni di Tangentopoli, delle maxitangenti (come lo scandalo Montedison), delle ruberie e delle truffe in campo sanitario (come il sangue infettato dal virus dell’epatite C lasciato circolare liberamente per anni), che porteranno all’arresto del Ministro De Lorenzo e del suo sottosegretario Poggiolini, beccati con “le mani nella marmellata”.

   In tutti questi interventi e nella parallela guerra mass-mediologica contro la “malasanità”, la sanità è trattata come un settore dell’economia nazionale che deve essere valutata sulla base dell’efficienza produttiva e di conseguenza ridotta ai soliti parametri economici.

   Reclamando a gran voce la “liberalizzazione” e la “privatizzazione” si arriva al 1992, al Decreto 502 del governo Amato dal titolo Riordino della disciplina in materia sanitaria, che introduce pesanti tagli all’assistenza sanitaria, basandosi sul concetto che lo Stato non può garantire tutto a tutti, ma solo erogare uno standard minimo di prestazioni, lasciando così di conseguenza, alle Regioni, il compito di ridefinire i fondi attraverso una maggiore autonomia impositiva (dalla riduzione degli esoneri ai ticket, all’aumento dei contributi sanitari versato dai/dalle lavoratori/trici). In questo modo, dal punto di vista normativo ed economico si esautora l’ente che era stato il cardine della 833, cioè il Comune.

   Come conseguenza alle USL è attribuita autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile, della gestione e tecnica con un’organizzazione tipica del modello aziendale. Avviene di conseguenza il trasferimento di denaro dallo Stato alle USL, secondo parametri non più determinati dai bisogni dei cittadini, ma dalle risorse disponibili e la remunerazione, secondo la logica del mercato, sarà a tariffa, cioè in base alle prestazioni erogate.

   Con il decreto 502 s’introduce la legge del mercato del profitto nella sanità pubblica e questo comporterà come vedremo conseguenze molto gravi.

   I primi effetti si cominciano a vedere da subito, il 1° gennaio 1993 lo Stato non ripiana più il disavanzo delle regioni, con un’inevitabile diminuzione quantitativa delle prestazioni e uno scadimento qualitativo, oltre ad un maggior costo per chi ne usufruisce.

   Gli ospedali specialistici sono costituiti in aziende dotate di autonomia amministrativa, è autorizzato l’accorpamento degli ospedali generali nelle USL dove ne esistono più d’uno, viene disposta la costituzione di appositi fondi integrativi sanitari per fornire prestazioni aggiuntive rispetto a quelle assicurate dal SSN (favorendo quindi le assicurazioni e spremendo i lavoratori), viene disposta la creazione di una forma di assistenza differenziata (a questo fine le regioni hanno ricevuto la facoltà di creare società miste a capitale pubblico e privato), viene demandata alle regioni la diminuzione del numero delle USL, in modo che, a parte alcune eccezioni, ogni USL coincida con una provincia.

   Nel 1992 le esenzioni dai ticket per fasce di reddito stabilite sono abolite e nel 1994 sono ridotte si soli minori di 12 anni ed agli ultrasessantenni.

   Nel 1995 lo Stato riduce del 18% la spesa sanitaria destinata all’acquisto di beni e servizi.

   La Legge Finanziaria del 1993 dispone ancora dei tagli:

  • Diminuzione ulteriore dei posti letto, da 6 a 5.5 ogni 1.000 abitanti (tornando così al livello del 1962).
  • Inasprimento dei ticket sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie.
  • Istituzioni dei ticket sul pronto soccorso, quando non sia seguito da ricovero.

   Con la privatizzazione sono dati, all’interno dei presidi ospedalieri e delle aziende ospedaliere, spazi ai medici per l’esercizio della libera professione, riservando a camere a pagamento (con meno del 5% e non più del 10% dei posti letto disponibili).

   Con la Legge Finanziaria del 1998, infine, si arrivò al blocco delle assunzioni.

   Con tutti questi provvedimenti è avviato e portato avanti il processo di privatizzazione della sanità che verrà completato con la cosiddetta “Riforma sanitaria ter” ovvero il Decreto Legislativo del 19/06/1999 n. 229, del Ministero della Sanità dell’allora governo di Centro-sinistra Rosy Bindi.

   Questa legge accelera il processo di aziendalizzazione e privatizzazione della sanità, le aziende sanitarie sono disciplinate con atto aziendale di diritto privato, soggette al vincolo di bilancio e governate da un Direttore Generale, affiancato da un Direttore Sanitario e un Direttore Amministrativo, che ha poteri mai visti prima nella dirigenza pubblica.

   Il Direttore Generale è responsabile di tutta la gestione e dei risultati economici dell’azienda, se crea profitto, guadagna di più, altrimenti può essere buttato fuori.

   Le conseguenze dell’agire di questa figura sono sotto gli occhi di tutti, si è risparmiato su tutto: personale, strutture, apparecchiature, perfino lenzuola, aghi, siringhe, ecc. per puntare solo all’apertura di reparti ultra-specialistici, all’uso di apparecchiature più sofisticate o alla moda che servissero ad attirare clienti soprattutto da ASL che devono così pagare la prestazione. Si sono inventate, per il profitto, modalità di gestione impensabili, per esempio in certi casi, si sono affittati spazi ospedalieri pubblici a medici privati.

   Il Direttore Generale è potente solo verso il basso e assolutamente inerme verso l’alto, dove comandano i Governatori delle Regioni (definizione pomposa per definire i Presidenti di Giunta) e gli Assessori della sanità che lo designano in base ai propri criteri partitici e lo tengono permanentemente sotto ricatto, potendolo anche destituire.

   Questo meccanismo ha dato il via a una lottizzazione sfrenata, che va dai primari alle caposala e vede coinvolti Direttori Generali di Centro-sinistra (all’epoca al governo di ben 18 regioni italiane) e Direttori di Centro-destra.

   Sempre in quest’ottica si sono vincolati anche i primari e perfino le caposala alla gestione di un budget, trasformandoli da medici in manager che devono far guadagnare l’azienda e si è dato sempre più spazio alla libera professione intramoenia, a scapito dei servizi cui potessero accedere anche i non paganti.

   Nel luglio 2005 un primario di oncologia a Siena è stato destituito dall’incarico per non aver ridotto del 50% i posti letto, come invece aveva deciso l’Azienda.

   Una grave novità introdotta dal Decreto n. 229 è la sperimentazione della gestione, cioè la possibilità di sperimentare nuovi modelli di gestione che prevedono forme di collaborazione fra strutture pubbliche e private, anche con la costituzione di società a capitale misto pubblico-privato. Siamo passati da una sanità privata che lavorava parallelamente a quella pubblica all’introduzione del capitale privato dentro il servizio pubblico.

   Sempre di più vale il principio che non sono i bisogni e determinare le risorse, ma viceversa, che si concretizza con l’introduzione dei nuovi criteri di remunerazione per le prestazioni: il finanziamento è calcolato in base al costo standard prestabilito a livello centrale del Ministero e locale delle Regioni per ogni programma di assistenza (intervenuti chirurgici, programmi per patologie croniche o recidivanti ecc.), i famosi DRG.

   Si arriva alla “riforma” del Titolo V della Costituzione, Legge costituzionale n. 3 18/10/2001, voluta dal Governo di Centro-sinistra, che riscrive tutto l’articolo 117 e porta avanti il processo di attribuzione di ulteriori competenze alle regioni in ambito sanitario.

   Con questa riforma alle regioni sono attribuiti poteri di legislazione su molte materie, quali: sanità, scuola, ambiente e altre che sono così sganciate dalla potestà statale. Con il vecchio articolo 117 lo Stato affidava alle regioni la gestione dell’assistenza sanitaria e ospedaliera, adesso l’asse di riferimento del Sistema Sanitario sono le Regioni alle regioni la gestione dell’assistenza sanitaria ed ospedaliera, adesso l’asse di riferimento del Sistema Sanitario sono le Regioni, che decidono le linee di politica sanitaria nella più completa autonomia. Lo Stato garantisce solo che siano erogati standard minimi di prestazioni, i famigerati LEA.

   Con la riforma del Titolo V della Costituzione, si è innescato un pericoloso meccanismo federalista che è stato portato a compimento da un’altra Legge di revisione costituzionale di chiara ispirazione bossiana, approvata nel 2005.

   Questa legge rivede tutti il sistema di rappresentanza politica, modifica la struttura della Camera dei deputati e del Senato, le funzioni del capo dello Stato e del Presidente del Consiglio dei ministri e porta a compimento l’autonomia delle Regioni (e creando nello stesso tempo un neocentralismo regionale e presidenzialismo nel quadro del rafforzamento degli esecutivi).

   Le regioni non saranno più vincolare da alcun principio statale nemmeno dalla garanzia degli standard minimi delle prestazioni, ognuno dovrà fare con suoi mezzi: è la famosa devolution.

   In questo modo si sono spalancate le porte alla privatizzazione più selvaggia, alla cancellazione della prevenzione, dei servizi di base, dell’assistenza sanitaria, dei piccoli ospedali a favore delle attività ultraspecialistiche dei grandi policlinici, in cui sempre più prestazioni saranno a pagamento, alle assicurazioni.

IL MODELLO DELLA SANITÀ’ DELLA LOMBARDIA

   La Lombardia il centro-destra, ha portato avanti (come il Centro-sinistra nelle regioni cosiddette “rosse”) un’opera di distruzione dello “Stato sociale”. La sanità (come la scuola), è diventata un laboratorio sperimentale, per capire come si possa smantellare il sistema pubblico, azzerandolo, e facendo che sia il mercato, che (come si trattasse di una fabbrica di scarpe) regola la domanda e l’offerta, che è legata direttamente ai “famosi conti che devono tornare”, in sintesi che ci sia un profitto.

   Nel modello lombardo c’è una separazione fra acquirenti di prestazioni ed erogatori (da notare l’uso della terminologia per definire pazienti e operatori), fra domanda e offerta, e pur volendo il piano sanitario governare la domanda e l’offerta, è il livello dell’offerta ad influenzare la domanda stessa.

   Da una parte c’è cittadino, considerato il centro del sistema, cui è lasciata apparentemente “libera scelta”, dall’altra, vi sono le varie offerte pubbliche, private, convenzionate o meno (attraverso un sistema di rimborsi), appartenenti a settori profit e no profit. Con questo modello si crea un sistema a rete integrato con un’equiparazione di tutti i soggetti che vi partecipano, sia pubblici e/o privati, che competono tra loro secondo principi di sussidiarietà orizzontale e verticale.

   Ogni struttura sanitaria deve avere piena libertà di azione e piena responsabilità, deve dare risposte “efficaci ed efficienti nel rispetto di un budget prestabilito”. In soldoni la libertà di azione si concretizza nella ricerca delle misure concrete atte a rispettare il budget, pena l’eventuale defenestrazione … di manager e dirigenti.

   La Lombardia realizza così un sistema autonomo di sanità, sposando il pieno il concetto bossiano di “devoluzione”, per cui allo Stato rimane solo la possibilità (non l’obbligo) di determinare i livelli essenziali di assistenza e alle regioni tutta la vera gestione della sanità: in questo modo si rinuncia al principio che ai cittadini italiani siano garantiti uguali in materia di salute, indipendentemente dal fatto che risiedono in regioni più o meno ricche e con diversa presenza di strutture sanitarie.

   Nell’era della devolution ogni regione deve avere più risorse, e la Regione Lombardia rivendica soprattutto la possibilità di sperimentare nuovi modelli gestionali, avendo più autonomia nella contrattazione decentrata con i sindacati e nella politica del farmaco.

   Con la piena devoluzione la regione deve attivare norme di programmazione, indirizzo, controllo e dare la più completa autonomia alle Azienda Sanitarie, soprattutto ospedaliere, le quali devono adottare tecniche di Management avanzate, realizzare l’integrazione e la parificazione fra strutture pubbliche e private.

   Questa equiparazione delle strutture sanitarie pubbliche e private ha costretto le Aziende Ospedaliere a competere sul mercato con i privati accreditati, in una corsa sempre più sfrenata a produrre prestazioni remunerative a tutto discapito di quelle meno valorizzate che solo il pubblico è obbligato a fornire. Il risultato sarà che il deficit regionale salirà alle stelle, e in compenso, le liste di attesa regionali per alcuni interventi scarsamente remunerativi, si allungheranno senza speranza, mentre prolifereranno case di cura, Medical-center (di varia natura e collocazione), assolutamente privi di controlli sia per quanto riguarda il numero di prestazioni erogate, che soprattutto per la qualità delle cure erogate, senza dimenticare la questione della sicurezza. La ricetta che è proposta diventa terreno di prova per conseguire agli effetti speculativi del privato la gestione della salute pubblica, avvicinandosi al modello USA, una “democrazia matura” in cui i cittadini sono privi di assistenza sanitaria se non può pagarsi un’assicurazione privata!

   Oltre a questo, la Lombardia ha sempre auspicato la trasformazione delle aziende ospedaliere pubbliche in fondazioni con la partecipazione di soggetti pubblici e privati, profit e no profit.

   Queste aziende dovranno realizzare un profitto e quindi un consistente taglio dei posti letto per acuti, per riattivare un posto letto per acuti in un settore specialistico è necessario ridurne a due in un altro.

   Parallelamente è partita una grossa ristrutturazione dei servizi di emergenza- urgenza e perciò nella “progredita” Lombardia, può accadere, che una signora anziana sia rifiutata da vari ospedali per mancanza di posti sia in reparti di emergenza-urgenza sia nelle medicine, e muoia prima di trovare una collocazione.

   Sempre nella logica della riduzione dei posti letto, gli ospedali di piccole dimensioni saranno trasformati in “strutture leggere” per ricoveri diurni e specialistiche ambulatoriali.

   Per valutare gli effetti che questi pesanti cambiamenti avranno sui risultati, è stato messo in piedi un imponente sistema valutativo mediante indicatori di accreditamento, di qualità delle prestazioni, del tempo di attesa, indicatori economico-finanziari, come: costo medio per assistito, costo del personale in base ai ricavi ottenuti, indicatori di mantenimento della spesa entro i limiti previsti.

   Vengono anche prese in considerazione determinate variabili di sistema: variabili input, che considerano personale e utenti come partecipanti a processi produttivi, variabili di risultato ed efficienza, output, variabili di efficacia, outcome. Inoltre, è necessaria una metodologia di valutazione dell’attività a garanzia della qualità dell’assistenza e del corretto utilizzo delle risorse, che tenga in considerazione anche la valutazione della soddisfazione dell’utenza, in termini di qualità percepita.

   Il sistema lombardo della libertà di scelta e dell’equiparazione fra tutte le strutture, Formaggino ha offerto al privato un business senza precedenti, accreditando centinaia di privati (attraverso l’autocertificazione) a ricevere dalla regione rimborsi stellari per le cure private, cure accuratamente scelte fra quelle più remunerative, come i famigerati DRG (Gruppi Omogenei di Diagnosi), tariffario delle patologie alle quali corrisponde un intervento sanitario con un diverso rimborso economico.

   Un altro aspetto da sottolineare in questo modello è la veloce trasformazione delle strutture pubbliche in aziende, in seguito alla separazione tra prestazioni e offerta, tra chi produce prestazioni sanitarie (strutture sanitarie di vario tipo) e chi le compra per conto del cittadino (ASL), gestendo una quota per ogni residente sul proprio territorio, con la quale deve anche assicurare gli aspetti di assistenza sociale connessi trattamento sanitario. Come conseguenza, le aziende sanitarie, come conseguenza, le aziende sanitarie tenderanno a scaricare tutti i costi connessi all’assistenza sociosanitario ai comuni.

   Tutto questo è stato scritto chiaramente nel Piano Sanitario Regionale 2002-04 della Lombardia, dove, a proposito dell’assistenza domiciliare, si assiste a un vero abbandono dell’ente pubblico che si limita a dare ai cittadini buoni un assegno di 413€ circa per assistere anziani non autosufficienti, disabili, malati psichici e terminali a domicilio.

   Tutta l’assistenza territoriale, disabili il suo carico di problemi sociali e sanitari, strettamente interconnessi fra loro, viene affidata ad un sistema di mance date a chi (soprattutto donne) starà a casa ad occuparsi di patologie e disagi di vario tipo.

   C’è un altro aspetto da considerare, parlando della sanità lombarda, ed è cessione alle Fondazioni (ossia ai privati) di 35 IRCC (Istituti di Ricovero e Cura a carattere scientifico), di cui 15 a carattere pubblico, fra le quali molte situate a Milano, come l’Istituto dei Tumori, il Neurologico Besta e il Policlinico.

UN BUSINESS CON CIFRE DA CAPOGIRO

   Come si diceva prima l’assistenza sanitaria in Lombardia è diventata una grande opportunità di affari. Il giro di affari è di oltre 16 miliardi di euro. Dal 2001 al 2008 le strutture accreditate sono aumentate di 277 unità pari a un aumento del 70%, mentre il pubblico cala di anno in anno.

   Bisogna tenere conto che questo modello lombardo non nasce dal nulla, non è frutto delle idee “geniali” di Formigoni e di CL, ma come si è messo in evidenza prima, nasce dentro un quadro ben preciso della privatizzazione della sanità.

   Come dicevo prima (ed è un bene ripeterlo costantemente), la sanità lombarda (come la scuola), diventa un laboratorio sperimentale (sulla pelle dei cittadini che ora sono definiti clienti) su come si possa smantellare il sistema pubblico, azzerando il più possibile le contraddizioni che inevitabilmente emergeranno sia sul fronte dei lavoratori, sia su quello dell’utenza.

   In questo quadro, ogni struttura sanitaria deve avere piena libertà di azione e di responsabilità, deve dare risposte “efficaci ed efficaci nel rispetto di un budget prestabilito”. In soldoni la libertà si concretizza nella ricerca delle misure concrete atte a rispettare un budget, pena l’eventuale defenestrazione di manager e dirigenti.

   La Lombardia realizza così un sistema autonomo di sanità, sposando in pieno il concetto di devoluzione per cui allo Stato rimane solo la possibilità non l’obbligo di determinare i livelli di assistenza e alle regioni tutta la vera gestione della sanità: questo significa l’abbandono di un’assistenza a tutti, indipendentemente dal fatto che si risieda o no in regioni più o meno ricche e con diverse prestazioni sanitarie.

   Nell’era della devolution ogni regione richiede più risorse, e la Regione Lombardia rivendica soprattutto la possibilità di sperimentare nuovi modelli gestionali, avendo più autonomia nella contrattazione decentrata con i sindacati e nella politica del farmaco.

   Con la piena devoluzione, la regione deve attirare norme di programmazione, indirizzo, controllo e dare la più completa autonomia alle Aziende Sanitarie, soprattutto quelle ospedaliere, le quali devono adottare tecniche di management avanzate, realizzare l’integrazione e la parificazione fra strutture pubbliche e private.

   Questa equiparazione delle strutture sanitarie private e pubbliche ha costretto le Aziende Ospedaliere a competere sul mercato con i privati, in una corsa sempre più sfrenata a produrre prestazioni remunerative a tutto discapito di quelle meno valorizzate che solo il pubblico è obbligato a fornire. Il risultato sarà che il deficit regionale salirà alle stelle, e in compenso, le liste di attesa regionali per alcuni interventi scarsamente remunerativi, si allungheranno senza speranza, mentre proliferano case di cure Medical-center, assolutamente privi di controllo sia per quanto riguarda il numero delle prestazioni erogate, che soprattutto della qualità delle cure erogate, senza dimenticare la questione della sicurezza.

   Oltre a questo, la Lombardia auspica la trasformazione delle aziende pubbliche in fondazioni con la partecipazione di soggetti pubblici e privati.

   Queste aziende dovranno realizzare un profitto e quindi è previsto un consistente taglio dei posti letto per acuti, per riattivare un posto per acuti in un settore specialistico è necessario ridurne due in un altro. I posti letto per patologie acute saranno ridotti fino a quattro per mille.

   Parallelamente è partita una grossa ristrutturazione dei servizi di emergenza urgenza e perciò anche nella “progredita” Lombardia, può accadere che una signora anziana sia rifiutata da vari ospedali per mancanza di posti dia in reparti di emergenza-urgenza, che nelle medicine, e muoia prima di trovare una collocazione.

   Sempre nella logica della riduzione dei posti letto, gli ospedali di piccole dimensioni sono trasformati in “strutture leggere” per ricoveri diurni e specialistiche ambulatoriali.

   Per valutare gli effetti pesanti che questi cambiamenti avranno sui risultati, e stato messo in piedi un sistema valutativo mediante indicatori di accreditamento, di qualità delle prestazioni, del tempo di attesa, degli indicatori economici finanziari, come: costo del personale, costo medio per assistito, costo del personale in base ai ricavi ottenuti, indicatori di mantenitori della spesa entro i limiti previsti.

   Sono presi in considerazione determinate variabili di sistema quali:

  • Variabili d’imput, che considerano personale e utenti come partecipanti a processi produttivi.
  • Variabili di risultato ed efficienza.
  • Variabili di output.
  • Variabili di efficacia.
  • Variabili di out come.

   Inoltre, è necessaria una metodologia di valutazione a garanzia della qualità dell’assistenza e del corretto utilizzo delle risorse, che tenga in considerazione anche la valutazione della soddisfazione dell’utenza, in termini di qualità percepita.

   Tutto questo sistema sarà garantito da un’agenzia di valutazione regionale, svincolata dal sistema sanitario, che esternalizzerà ad aziende del settore, oltre che tutto il lavoro, anche le verifiche necessarie.

   Si accentua così il processo di esternalizzazione dei servizi legati alla sanità che arriva fino all’assistenza ai malati, verso le cooperative (il famigerato terzo settore dell’economia). All’interno delle cooperative (come di tutto il cosiddetto “no profit”) c’è sfruttamento dei lavoratori, dove sono fatti figurare spesso e volentieri come soci-lavoratori.

   Ritornando al sistema valutativo, il non superamento dei livelli stabiliti può significare per le strutture esaminate anche la fuoriuscita dal sistema sanitario.

   Un altro aspetto da rilevare in questo modello è la veloce trasformazione delle strutture pubbliche in aziende, in seguito alla separazione tra prestazioni e offerta, tra chi produce prestazioni sanitarie (strutture sanitarie di vario tipo) e chi le compra per conto del cittadino (ASL), gestendo una quota capitaria per ogni residente sul territorio, con la quale deve anche assicurare gli aspetti di assistenza sociale connessi al trattamento sanitario. Come conseguenza, le aziende sanitarie sempre di più dal settore sociosanitario, cercando di scaricare i costi connessi ai comuni.

   Durante il periodo che Formigoni è stato Presidente della Giunta lombarda tutti i più importanti ospedali della Lombardia erano (e in parte lo sono tuttora) alla Compagnia delle Opere(CdO), i più grandi come il Niguarda e il gruppo San Donato, del patron Giuseppe Rottelli, azionista del Rcs (Corriere della Sera) e quelle dell’hinterland come Desio e Vimercate, e poi Busto Arsizio, Lodi, l’ASL e l’Ospedale Civile di Brescia, le ASL della provincia di Como, Pavia, Mantova e Lodi. L’Ospedale Mellini di Chiari, gli Istituti di Cremona, l’Ospedale Maggiore di Crema e l’A.O. della Valtellina e della Valchiavenna.

   In Lombardia il monopolio clericale è avanzato grazie alla colonizzazione mirata operata direttamente da Formigoni delle direzioni sanitarie. Furono collocati, ciellini, nelle posizioni strategiche: al Niguarda, al San Matteo di Pavia, all’Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli, nell’A.O. di Mantova. A dirigere l’Ospedale di Castiglione delle Stiviere (trasformato in Fondazione), c’è l’imprenditore Guarrino Nicchio, vicino alla Compagnia delle Opere, che si occupa di due ospedali e tre residenze assistenziali. Complessivamente dei 48 direttori sanitari, ben 12 erano legati a CL.

   Non bisogna dimenticare che nella Puglia del sinistro Vendola fu firmato da parte della Regione un accordo, con cui il San Raffaele, per la costruzione di un ospedale sarà finanziato dal pubblico e sarà gestito dalla fondazione privata San Raffaele (ora penso di capire perché una forza politica come il SEL di Vendola inneggia alla libertà, evidentemente alla libera iniziativa privata foraggiata con soldi pubblici).

   Questa colonizzazione clericale della sanità lombarda, non solo di quella pubblica ma anche di quella privata, resta per CL una priorità, non solo economica ma anche ideologica (assieme, ovviamente, alla scuola e all’Università, alla formazione professionale, al cosiddetto “terzo settore”, all’Ente Fiera ecc.) ma anche per altre agguerrite lobby clericali-confindustriali-fasciste come l’Opus Dei. E in atto uno scontro tra le varie fazioni delle alte gerarchie ecclesiastiche e della massoneria piduista per ottenere il monopolio della sanità lombarda, uno scontro che vede coinvolgere CL, e l’Opus Dei, Tettamanzi, Scola e Bertone e quindi dell’allora PDL, della Lega, dell’UDC e del PD.

E I SOLDI NON CI SONO MAI…

   In una fase di crisi e di tagli alla spesa pubblica, qualcuno (ingenuamente) potrebbe pensare che anche i finanziamenti alle strutture private convenzionate e in particolare a una struttura come al San Raffaele per via del buco pauroso del bilancio, sarebbero diminuiti.

   Giammai. Il San Raffaele mantiene tuttora il record di soldi pubblici ricevuti dalla Regione Lombardia, lo dimostra la delibera dell’agosto del 2011. Al San Raffaele sono stati assegnati 41 milioni extra, pari 37.906 a posti letto.

   Ed è la somma più contenuta nel provvedimento del 4 agosto che distribuisce complessivamente 995 milioni di euro agli oltre 220 ospedali pubblici e privati lombardi. Sono i fondi concessi come riconoscimento di “attività d’eccellenza”.

   Il terreno della discrezionalità è quello pascolano e prosperano anche intermediari e faccendieri, che spesso si spacciano come emissari ufficiosi dei dirigenti pubblici. Questo sistema di consulenti che fungono da intermediari senza alcun titolo tra chi paga (Regione) e chi eroga il servizio (strutture sanitarie) stando alle voci che circolano nel mondo della sanità, sarebbe assai diffuso. In questa terra di nessuno si muovono rivoli di denaro che alcuni chiamano tangenti, altre consulenze.

   Sta di fatto che questo bonus regionale muove decine di milioni e spesso è decisivo per fare quadrare il bilancio.

   Questi soldi d’agosto ad aggiungersi ai rimborsi (DRG) per le singole prestazioni: il San Raffaele con i DRG porta a casa dalla Regione Lombardia 450 milioni di euro l’anno.

   Il San Raffaele ha beneficiato di un flusso si soldi pubblici senza pari. Basta spulciare i bonus ricevuti in Lombardia da altri istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS), che pone il San Raffaele, si è Ministero della salute per “l’eccellenza” nell’attività clinica, nella ricerca e nella didattica.

   Il Policlinico di Milano, a parità di posti di letto (1088), riceve 38,2 milioni, tre in meno. Il San Matteo di Pavia, con mille lotte, riceve 25,4 milioni. L’Istituto dei Tumori, punto di riferimento a livello italiano per le cure contro il cancro, ottiene 12,1 milioni cioè 28.300€ a posto letto contro i 37.906 del San Raffaele. Il Policlinico San Donato di Giuseppe Rotelli è rimborsato la metà (18.600 a letto per 8,1 milioni totali), discorso simile per l’Humanitas della famiglia Rocca (14.800€ a posti letto per 9,6    milioni). Solo la IEO di Veronesi e solo nel 2011, è appena sopra il livello del San Raffaele: 8,7 milioni di finanziamenti pari a quasi 45.000€ posti letto. 

 MA COME E’ STATO POSSIBILE IL BUCO?

   Questo che potrebbe essere il titolo di un programma televisivo, è una domanda più che legittima visto i fiumi di denaro pubblico che sono affluiti verso il San Raffaele.

   Il mistero (mistero per noi profani e miscredenti che sono fuori da queste vicende “divine “ovviamente) comincia un giorno del luglio del 2011, quando Mario Cal suicida (così che viene data la notizia) nel suo studio. Cal avrebbe dovuto essere ascoltato dalla Procura della Repubblica, come testimone, per definire i contorni e le dimensioni del maxi-buco del San Raffaele.

   Questo suicidio pone interrogativi, prima quello della pistola già conservata in un sacchetto di plastica nel mare di sangue in cui cadavere Cal è stato trovato. Come mai? Chi ha provveduto?

Torniamo alla possibile origine dei debiti. Si sapeva che il San Raffaele faceva le cose in grande, spendeva e spandeva. Un esempio è la cupola di 60 metri d’altezza sovrastata da una statua di 8 metri dell’angelo San Raffaele. Oppure gli hotel in Sardegna[9] e le piantagioni di mango in Brasile.

  Cal lasciò un ultimo segnale ai magistrati, lasciando in una villetta di sua proprietà, l’archivio delle operazioni occulte del San Raffaele.[10]

   Questa parte occulta parla di consulenze, e di fatture in apparenza inspiegabili, di aerei e Joint ventur. In questi fascicoli Cal ha reso evidente alcune operazioni.

   Una è l’operazione inerente, l’aeroplano Challenger CL 604, passata attraverso l’Assion Aircraft & Yachting, che è una scatola con sede ad Auckland (Nuova Zelanda). I fatti risalgono al 2007, quando don Verzè sostituisce il vecchio aereo con uno più lussuoso e in grado di fare voli transoceanici. I soldi, circa 13 milioni di euro li garantiva la Fondazione, ma arrivano attraverso una società finanziaria, la Sg Equipment Finance Scweiz, da una società del gruppo francese Société Generale e in particolare dalla filiale svizzera di Zurigo con la quale Airviaggi, la partecipante del San Raffaele che controlla la Assion, apre un leasing. Chi si occupa di tutto è Piero Daccò.

   Daccò sarebbe l’uomo che avrebbe il ruolo ufficiale di collegamento tra il San Raffaele e un gruppo di manager e politici della Regione Lombardia. L’uomo, italiano con residenza a Londra, ufficio in Svizzera, casa a Sant’Angelo Lodigiano (Lodi) e interessi in Cile, è un ex fornitore per l’ospedale Fatebenefratelli di Milano[11]  in sostanza è la longa manus degli uomini della Regione Lombardia.

   A Lugano, ha l’ufficio, la Juvans International, che sarebbe riconducibile secondo molti fonti a Daccò. Essa non è altro che una succursale della Juvans Bv olandese.

   La Juvans è indicata come controparte in numerose transazioni   finanziarie che aveva come controparte il San Raffaele.

   In un altro fascicolo Cal indica una consulenza affidata a Daccò attraverso una società austriaca, l’Harman Holding, che fu incaricata di gestire i contenziosi legali esteri. Un lavoro remunerato per mezzo milione di euro. Un’altra operazione riguarda l’EdiRaf, la società di costruzione del San Raffaele che l’ospedale ha condotto tra il 2001 e il 2008 in Joint venture con la Diodoro Costruzioni Srl, una società di Pierino Zammarchi, oggi liquidata. La Diodoro ha costruito la residenza alberghiera del San Raffaele, e attraverso la Method ha partecipato ai lavori della costruzione di Olbia, a quelli dell’ospedale in Brasile e negli otto anni ha incassato fatture (non solo dal San Raffaele) fatture per 271 milioni. Fino al 2006 ha avuto tra i suoi soci anche un politico locale, Emilio Santomauro, dell’UDC, due volte consigliere comunale a Milano ed ex presidente della Commissione Urbanistica del Comune di Milano e già vicepresidente della SOGEMI, la società del Comune gestisce l’Ortomercato. Dire Ortomercato significa mafia e non è un caso che la Procura di Milano arriva a sospettare che Santomauro e Zammarchi possano essere dei prestanome della Camorra. Zammarchi arriva a raccontare di essere stato vittima di una serie di pressioni di alcuni malavitosi. Il magistrato che lo assolve scrive che è “solo un imprenditore che ha la pessima idea di farsi prestare soldi da un mafioso e da quel momento ne diviene vittima”. Il processo a suo carico si conclude, nel marzo 2011, con un’assoluzione per formula piena: la motivazione è che non vi alcuna prova dei legami di questa società con la camorra.[12] Dopo l’assoluzione Zammarchi ritorna a frequentare Cal negli ultimi mesi della sua vita, con pranzi e frequentazioni molto frequenti.

   Nelle carte di CAL c’è l’altra grande diversificazione di don Verzè e Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche milanesi, vicino manco a dirlo a CL, ex consigliere della Fondazione San Raffaele. Il duetto ha costituito la Blu Energy (destinata in seguito alla vendita): in tre anni di vita la società ha accumulato 116 milioni di debiti, soldi per lo più ricevuti dalle banche (79,8 milioni) e utilizzati per costruire l’impianto di produzione di energia di Vimodrone (MI). La missione di Blu Energy erano forniture elettricità al San Raffaele. Ma all’ospedale ha fatto solo lievitare i costi di approvvigionamento da 11 a 41 milioni.

   Tutte queste operazioni farebbero pensare a fondi segreti. Secondo fonti giornalistiche[13] il deputato PDL il deputato del PDL Enrico Pianeta,[14] quello che aveva contribuito a fa riversare sul San Raffaele massicci finanziamenti pubblici con la finalità ufficiale di realizzare opere nel Terzo Mondo, avrebbe favorito il flusso di fondi dall’Italia verso l’estero (soprattutto in Brasile, dove il San Raffaele ha molte attività). Ma prima di arrivare a destinazione quel patrimonio avrebbe fatto “sosta”, guarda caso, in Svizzera, per poi ripartire più leggero.

   Quest’affermazione da un punto di vista economico e politico di CL nella sanità, come in altri settori, è mal vista dall’OPUS DEI.

   Il giorno che si suicidò Cal, Rutelli fece un comunicato che scatenò, via agenzie, un furioso litigio tra lui e Formigoni. Colpisce che Rutelli intervenga su una vicenda – seppur grave a livello nazionale per via del buco di oltre un miliardo e mezzo di un importante struttura come il San Raffaele – in cui altri leader politici si sono ben guardati dal dire una parola soprattutto nel giorno del suicidio di Cal.

   Da dove viene questo fervore di Rutelli per una struttura privata?

   E bene ricordare il rapporto che esiste tra il cardinale Tarcisio Bertone e Francesco Rutelli. È un rapporto che si basa sulla stima reciproca che dura da anni. Basti ricordare che nella sua prima uscita pubblica da segretario di Stato vaticano, in occasione di un concerto all’Auditorium di Via Conciliazione – nel settembre 2006 – l’allora vicepresidente del consiglio era presente con altri uomini del centrosinistra tra i quali Alfonso Pecoraro Scanio, Claudio Petruccioli e Vincenzo Vita.

   Non solo. Giusto un anno dopo, in occasione della presentazione del libro del segretario di Stato. L’ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia opera redatta con il vaticanista del Tg1 Giuseppe De Carli, tra gli altri, sedeva anche Francesco Rutelli, che ricordò in quella sede filiale devozione mariana di Giovanna Paolo II. Ora Rutelli dai trascorsi radicali negli anni ’70 che non erano certo vicini a santa romana chiesa, si è convertito tanto da sposarsi in chiesa ed entrare in contatto con l’Opus. Non a caso nel 2002 partecipa a un convegno dedicato al beato Escrivrà (il fondatore dell’Opus Dei) prossimo a essere proclamato santo.

   Dunque, dietro il battibecco tra Rutelli e Formigoni si cela il tentativo dell’Opus Dei di prendere la guida del sistema sanitario lombardo (e dei relativi affari) messo a dura prova da alcune mosse quali ad esempio:

  • Il salvataggio da parte dello IOR del San Raffaele.
  • Il salvataggio di manager romani.
  • Il tentativo di far dimenticare di far dimettere il cardinale Tettamanzi dall’istituto Toniolo – che controlla l’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli di Roma – prima dell’arrivo del neo Arcivescovo di Milano Angelo Scola.

In sostanza si tratta di una lotta per contendersi una torta miliardaria legata alla sanità.

RIORDINO DELLA SANITÀ’ PUBBLICA O “RIORDINO DEI POTERI” ALL’INTERNO DEL CENTRO DESTRA

   Come si è visto nei 15 anni di presidenza della Regione, Formigoni era riuscito ad assicurarsi non solo il controllo della sanità ma anche del territorio attraverso un collaudatissima rete clientelare; in un audizione del dicembre 2015; alla Commissione Speciale Antimafia Regionale, Nando dalla Chiesa sottolineava che la Sanità rappresenta un tassello importante di questa rete clientelare; infatti le difficoltà a superare le liste di attesa per esami, visite specialistiche, interventi chirurgici possono essere superate attraverso medici o amministratori compiacenti; si rafforza così la “stima” della gente nei confronti del politico di riferimento, mentre gli operatori della Sanità sanno che la vicinanza dell’associazionismo cattolico spiana la possibilità di carriera.

   Maroni quindi ha sempre cercato di cambiare i direttori generali di ASL e Ospedali; solo negli ultimi tempi gli è riuscita grazie alla Magistratura che ha incriminato vari dirigenti regionali e soprattutto l’Assessore alla Salute Mantovani, che occupava quel posto in palese conflitto d’interessi poiché proprietario di una rete di Residence Sanitarie-Assistenziali (RSA).

   La sanità dell’era maroniana prevede diverse cose. Innanzitutto, una variazione della denominazione degli strumenti con cui la Regione vuole gestire i servizi Sanitari, Sociosanitari e Sociali; questi sono numerosi perché non c’è stato alcun sforzo (ma forse sarebbe meglio dire che Forza Italia non ne ha dato la possibilità alla Lega) di sburocratizzare le istituzioni sanitarie.

   Senza dubbio l’atto più importante di questo riordino è l’accorpamento degli assessorati alla Salute e della Famiglia, che in linea teorica farebbe intravedere una volontà di procedere verso una integrazione tra servizi sanitari, sociosanitari e sociali; peccato che la legge non prevedeva più i distretti che nonostante i limiti e le incongruenze erano un luogo di integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali, di cui i Comuni sono titolari. Solo l’approvazione di un emendamento dell’opposizione permetteva la sopravvivenza dei distretti, ma senza concedere all’assemblea dei Sindaci (organo di rappresentanza dei Sindaci di un distretto) quei poteri decisionali e non solo consultivi che renderebbero più efficace l’integrazione sociale e sanitaria ad esempio i NIL (nuclei per l’inserimento lavorativo) avrebbero bisogno di una stretta collaborazione coi servizi di diagnosi di disabilità ed invalidità; l’ADI (Assistenza domiciliare integrata) dovrebbe incentivare la cooperazione tra operatori sanitari e sociali. Gli esempi sono moltissimi, tutti causa di malessere tra gli assistiti che non capiscono cosa tocchi fare ai servizi delle ex ASL e cosa ai servizi comunali.

   Forse nello spirito della nuova legge, queste incongruenze dovrebbero superate dalle ATS (Azienda di Tutela della Salute) con funzioni sovrapponibili alle ex ASL, cioè PAC (Programmazione, Acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti pubblici e privati, Controllo), compiti questi in parte sovrapponibili a quelli della Direzione Generale dell’Assessorato; vedremo se questa duplicazione avrà effetti pratici positivi.

   Le ATS sono 8 mentre le ASL erano 15 e sono:

  • ATS Città Metropolitana (ASL MI, MI1, MI 2, Lodi).
  • ATS Insumbria (vecchie ASL Varese e Como).
  • ATS Brianza (vecchie ASL Lecco e Monza).
  • ATS Bergamo (vecchia ASL Bergamo).
  • ATS Brescia (vecchia ASL Brescia).
  • ATS Pavia (vecchia ASL Pavia).
  • ATS della Val Padana (vecchie ASL di Mantova e Cremona).
  • ATS della Montagna (vecchie ASL di Sondrio e Val Camonica).

   È abolita la Conferenza dei Sindaci (organo di rappresentanza consultiva dei Sindaci di una ASL); d’altra parte l’aumento del numero dei Comuni di una ATS e la loro disomogeneità è tale da impedire una voce omogenea dei Sindaci nei confronti della direzione delle ATS; dal punto di vista dell’utenza ci sarebbe da auspicare un decentramento reale di queste funzioni essenziali per i cittadini che avranno a che fare con ATS di dimensioni ancora maggiori rispetto alle ASL.

   Le ASST (Aziende Socio-Sanitarie Territoriali) sostituiscono le ex AO (Aziende costituite non solo dagli stabilimenti ospedalieri ma anche da ambulatoriali specialistici, consultori, dipartimenti di salute mentale, ecc.). Sono 27; cito solo quelle della metropolitana; gli interessati potranno vedere le altre (alcune con nomi fantasiosi come la ASST Sette Laghi del Varesotto) sul sito della Regione; la citazione però è sufficiente per far vedere come la collaborazione di operatori ospedalieri e territoriali sia da tutta da costruire e che la nuova legge certamente non facilita quella auspicata continuità assistenziale tra cure ospedaliere-specialistiche e medici di base.

   Le ASST della città metropolitana sono:

  • ASST Niguarda (vecchia AO Niguarda).
  • ASST S. Paolo e S. Carlo (vecchie AO omonime).
  • ASST Polo Pediatrico (vecchie AO Sacco e Fatebenefratelli).
  • ASST G.Pini/CTO (vecchia AO omonima).
  • ASST Ovest Milanese (vecchia AO Legnanese).
  • ASST Rhodense (vecchia AO di Garbagnate).
  • ASST Nord Milano (vecchia AO ICP).
  • ASST Melegnano e Martesana (vecchia AO Melegnano).

   Come si vede non sono compresi in questo elenco gli Istituti Scientifici (Policlinico, Tumori, ecc.) in gestione con Ministero della Sanità; gli Ospedali Sacco e Fatebenefratelli siano accomunati in un polo pediatrico che devono realizzare in sostituzione dell’Ospedale Buzzi e M. Melloni.

   Il riordino dell’assistenza sanitaria territoriale è affidato alle Articolazioni Socio-Sanitarie Locali (ASSL) con compiti di governo delle cure primarie e della prevenzione, di programmazione dell’offerta locale, di accreditamento dei servizi territoriali (es. consultori privati), di controllo sulle prestazioni e sull’uso dei farmaci e dei presidi medico-chirurgici. Le ASSL dovrebbero funzionale in stretto contatto con le AISA (Aziende integrate per la salute e l’assistenza) e con le UCCP (Unità di cure complesse primarie). I compiti sono differenti ma tuttora non bene differiti.

   L’AISA gestisce le strutture ambulatoriali e ospedaliere secondo una classificazione degli Ospedali “coerente con il regolamento degli standard della rete ospedaliera adottata d’intesa fra Stato e Regioni, definiti con successivo provvedimento di Giunta”. In aggiunta sono istituiti i POT (Presidi Ospedalieri Territoriali) e i PreSST (Presidi Socio-Sanitari Territoriali), non presenti negli standard nazionali in cui dovrebbero entrare medici di base e specialistici-ospedalieri, secondo un modello organizzativo non stabilito, ma che verosimilmente dovrebbe essere flessibile in rapporto alle situazioni locali; nei PreSST oltre ai medici di base dovrebbero essere presenti operatori sociali; ma quali? Di provenienza comunale o dalle attuali strutture sociosanitarie (SerT, Psichiatria, Consultori ecc.). È sottolineato con un provvedimento apposito che i POT potranno (dovranno) essere costituiti attraverso la collaborazione pubblico-privato (si intende che i medici di base lavorino anche negli Ospedali territoriali o che si costituiscono cooperative di medici che lavorano in questi ospedali o altro?).

   La Regione Lombardia, inoltre, dovrà chiedere che gli accordi convenzionali nazionali dei medici di base e che il contratto collettivo nazionale dei medici ospedalieri prevedano queste nuove funzioni.

   Altro servizio territoriale previsto dalla legge è l’UCCP (Unità di Cure Complesse Primarie), istituzione in cui dovrebbe avvenire “la presa in carico del paziente nella prospettiva della continuità assistenziale e nella gestione di percorsi di cura e di presa in carico della cronicità”; si tratta, in altre parole, di gestire malati complessi (diabetici, ipertesi, cardiopatici, oncologici), che necessitano multipli accertamenti diagnostici e controlli ripetuti, oggetto degli attuali Crea (modalità di compenso dei medici di base che si assumono l’incarico di seguire questi malati secondo protocolli stabiliti).

   Con questa legge Maroni ha raggiunto i suoi obiettivi comunicativi, vantando fatti che nella realtà non sono mai stati raggiunti, come l’abbreviazione delle liste di attesa o il risparmio di 300 milioni di euro da reinvestire in servizi.

IL FALLIMENTO

   È evidente che qualcosa veramente non ha funzionato nel servizio sanitario lombardo, accreditato come si diceva prima da più parti come il migliore ed il più efficiente della penisola.

  1. A distanza di diverse settimane dalla notizia della comparsa del Coronavirus, quando già si conoscevano le vie di trasmissione, non può essere considerato normale il fatto che tra le persone contagiate dal famoso trentottenne di Codogno, vi siano degli operatori sanitari che lavoravano nell’ospedale di Codogno. Né può essere considerato “normale” il contagio di pazienti già ricoverati per altri motivi in strutture ospedaliere. Le indicazioni dell’Oms sulle precauzioni universali e i protocolli da rispettare per gli operatori sanitari sono molto chiari.
  2. E’ sterminata la letteratura sull’obbligo dell’uso dei DPI, i dispositivi di protezione individuale (non solo di adeguate mascherine) da parte del personale sanitario, sulle modalità di accoglienza, di ricovero dei cittadini con patologie sospette e sulla gestione della sicurezza sanitaria nelle strutture ospedaliere. Misure da adottarsi quindi non solo di fronte ad un paziente già fornito di diagnosi.
  3. Tardive sono state le indicazioni, rivolte a chi temeva di essere stato infettato, di non recarsi nei Pronto Soccorsi, né nello studio del proprio medico curante per evitare di trasformare quei luoghi di cura in luoghi di malattia. Si è aspettato il caso Codogno prima di diffondere a tamburo battente i numeri di telefono da contattare e le indicazioni di non recarsi al pronto soccorso. Ma ormai “i buoi erano scappati”.
  4. I medici di famiglia sono stati completamente abbandonati a se stessi dalla Ats di Milano (e non solo) mentre in una condizione di enorme stress erano sommersi da ogni tipo di richiesta. Per vari giorni non sono state loro fornite nemmeno le mascherine; hanno dovuto cercarsele da soli spesso senza riuscire a trovarle. Eppure, la tutela della salute degli operatori sanitari rappresenta un patrimonio sociale fondamentale della collettività per garantire assistenza e cura a tutti. Ma Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, la scorsa estate quando era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, aveva dichiarato “ma chi va più dal medico di base? Quel mondo è finito”. Chi governa la Lombardia sembra muoversi su questa linea.
  5. I dispositivi di protezione individuale (DPI) sono arrivate in grande arrivato anche nelle strutture ospedaliere e spesso distribuiti con criteri incomprensibili ad esempio il personale addetto ai trasporti interno dei malati non è stato munito di mascherine:[15] questi lavoratori non sono dipendenti del SSN ma di una cooperativa.
  6.  L’aver indicato, a livello nazionale, il 112 come numero di riferimento è stato un grave errore, migliaia di telefonate per avere informazioni sul Coronavirus hanno intasato un numero dedicato alle emergenze creando conseguenze drammatiche per cittadini con altre gravi urgenze sanitarie. Quando finalmente in Lombardia è stato attivato un numero telefonico dedicato, ben presto questo è risultato difficilmente raggiungibile per l’alto numero di telefonate e per il basso numero di operatori.
  7. Diversi medici ospedalieri sono sottoposti a turni massacranti in attesa di un cambio turno che non arrivava. Mentre nessuna autorità regionale ha ritenuto di obbligare le strutture sanitarie private a mettere a disposizione della collettività le proprie competenze e il proprio personale medico; eppure la sanità privata è destinataria di somme ingenti da parte della Regione. Ma la tutela della salute pubblica, non le riguarda, e nessuno sente il dovere di chiedergliene conto.
  8. In questi giorni sono stati cancellati da parte delle strutture sanitarie pubbliche una grande quantità di visite ed esami già prenotati anche con codice d’urgenza e relative ad altri settori della medicina non coinvolti nella vicenda Coronavirus.[16] Chi economicamente poteva si è rivolto alla sanità privata che sta traendo ulteriori guadagni da questa situazione.

  Tutte queste carenze non sono state casuali e limitate alla vicenda del Coronavirus. Ma nascono dal fatto che i servizi di prevenzione sono ridotti al minimo, i pronto soccorso sono quasi tutti in condizioni fortemente critiche, i medici di base scarseggiano, gli ambulatori territoriali sono stato ridotti.

   Un sistema sanitario concertato solo sulla cura e sul profitto che ha trasformato la salute in una merce, che ignora la prevenzione perché non produce guadagni per le lobby private del settore e che non coinvolge la popolazione nella tutela della propria salute individuale e collettiva ha mostrato il suo tallone di Achille di fronte a una nuova patologia infettiva di facile trasmissibilità.

DA DOVE PARTIRE

   È importate che ci sia una grande mobilitazione popolare per una sanità pubblica e gratuita, che non sia legata alle esigenze del profitto capitalistico sulla pelle dei malati.

   In questa mobilitazione è importante il coinvolgimento dei lavoratori degli ospedali e servizi sociosanitari territoriali, che insieme alle altre forze organizzate al cambiamento, partendo dai problemi materiali degli addetti, si allarghi ai pazienti e alle loro famiglie, ai lavoratori delle altre realtà lavorative, ai ricercatori, agli specializzanti medici e laureati non medici, agli studenti (soprattutto quelli delle facoltà di medicina e quelli delle professioni infermieristiche), ai movimenti antagonisti e al volontariato solidale (quello vero non quello affaristico).

   Bisogna essere coscienti che i medici rappresentano la parte del sistema più restia al cambiamento, con forti contraddizioni interne.

   Le organizzazioni sindacali che si muovono sul terreno di classe possono dare un grande contributo alla costruzione di questo fronte di lotta.

  È stato dimostrato che la Sanità pubblica come Servizio sanitario nazionale è efficace e meno dispendiosa di quella privata.

   Occorre battersi per ottenere una vera medicina preventiva, che deve porsi l’obiettivo del rischio zero per tutti i cancerogeni.

   Si calcola che in Italia siano presenti circa tre milioni di tonnellate di amianto che sono una reale emergenza nazionale, sociale, ambientale e sanitaria.

   Questo lavoro è difficile visto i ritmi di bonifica attualmente impiegati.

   La prevenzione non deve intervenire con i ritmi di bonifica attualmente impegnati, ma anche per pericoli e malattie nuove come lo stressa quotidiano e l’Uranio impoverito. Impiegato nelle guerre imperialiste dove sono state coinvolte l’Italia, malattie che provocano tumori, o patologie legate ai flussi migratorie o per altre malattie che ritornano, come la TBC e la poliomielite.

   Altro aspetto non trascurabile è quello riguardante i disabili, le persone colpite dalla psichiatria, i malati cronici e gli anziani.

  La sostenibilità dei servizi offerti nel pubblico è del tutto insufficiente alla massiccia domanda che perviene della popolazione.

   Il privato, spesso nella sua formazione assistenziale, è subentrato al pubblico offrendo servizi quasi esclusivamente con rette esorbitanti che spesso ricadono in maniera considerevole nell’economia dell’utente e della sua famiglia.

   Le politiche complessive, in altre parole i campi prioritari di azione non si conciliano nella maniera più assoluta con l’organizzazione del lavoro delle aziende ospedaliere (strutturalmente inadeguate).

   Nel privato per es. si richiede agli operatori (siano essi infermieri, Operatori Socio-Sanitari – gli O.S.S. – medici, tecnici) una superflessibilità mansionaria, oraria, di turni ecc.

   L’utilizzo dei denari pubblici, anche questi inadeguati, è privo di una pur ragionevole e rigoroso controllo da parte di quelli che dovrebbero essere gli organi competenti.

   Se a tutto questo aggiungiamo le condizioni vetuste delle strutture destinate a ogni tipo di assistenza, si comprende la causa della non conformità dei servizi.

   La cura con farmaci chimici o omeopatici rappresenta un’opzione terapeutica, collegata al più ridotto sconto praticato dalle farmacie al SSN e quindi ai minori risparmi che quest’ultimo può realizzare in conseguenza dello spending réview.

   Lo spending réview è il contrario di ciò che rende più appropriate le prestazioni del welfare sociosanitario.

   Essa diminuisce la copertura e universale e quindi i “livelli essenziali” riguardanti i diritti sociali previsti dalla Costituzione.

   Per universalismo s’intende che tutti i cittadini, con il pagamento delle imposte e per diritto costituzionale, sono salvaguardati nella loro condizione di salute.

   Per questo motivo riteniamo che ci si debba porre l’obiettivo che non sia solo quello delle cure in caso di malattia, ma la creazione di un sistema che prevenga le malattie e preveda una condizione di benessere per tutta la popolazione.

    Partiamo dal fatto che l’organizzazione sanitaria è una parte (la più importante) del sistema salute.

   Bisogna battersi per un sistema che sia basato sulla prevenzione, la partecipazione e la programmazione, coscienti che la prevenzione è la malata più grave. I tagli che sono stati effettuati dai governi che si sono succeduti nel paese, non consentono non solo di svilupparla, ma neppure di difenderla mettendo in forse quanto di buono gli operatori hanno fatto.

   I liberisti (che siano di destra o di “sinistra”) dicono che lo Stato deve risparmiare e potrebbe in forse e potrebbe risparmiare e potrebbe essere volta a dismettere l’imponente attività sanitaria, devolvendo tutto al privato e dedicando il frutto e dedicando il frutto delle tasse al pagamento del debito sovrano.

   In realtà il sistema sociosanitario italiano è funzionale alla logica del profitto e non alla tutela della salute.

   Nell’attuale fase di crisi economia il capitale finanziario lavora per creare fonti di profitto, speculazione e sfruttamento.

   Per questa battaglia è importante e decisivo che tra le masse popolari ci sia la consapevolezza (e questo non avviene certamente spontaneamente) che se non ci fosse il Sistema nazionale per la stragrande maggioranza dei cittadini sarebbe difficile a far fronte alle spese per la prevenzione, le cura e l’assistenza sanitaria.

   Un altro terreno di lotta è contro il mobbing, che in altre parole una tortura soft presente nei luoghi di lavoro, questo è un fenomeno ha ormai assunto, a seguito delle denunce di esperti del settore (medici, sociologi ecc.) e delle stesse vittime, proporzioni senza dubbio rilevanti, così da coinvolgere secondo la stima di un autorevole settimanale francese,[17] percentuali non indifferenti di lavoratori. In conformità a tale stima, oltre il 4% dell’intera forza lavoro occupata in Italia è attualmente colpita da pratiche di mobbing.


[1] A volere essere precisi già dalla metà degli anni ’60, completata la ricostruzione post-bellica in Europa e in Giapponesi, cominciarono a manifestarsi i primi sintomi di un nuovo tipo di crisi cominciarono a manifestarsi i primi sintomi di un nuovo tipo di crisi. Da un lato si indeboliva la posizione economica degli USA, il paese fino ad allora dominante il paese fino ad allora dominante, di fronte alla concorrenza della Germania e Giappone, dall’altro attraverso lo sfruttamento degli operai una massa enorme di capitali (gli “eurodollari”) che non vengono reinvestiti nel ciclo produttivo ma che cercavano altre fonti di guadagno fuori dalla produzione.

[2] Nel 1971 gravati dall’enorme da un enorme deficit della bilancia dei pagamenti (conseguente al loro indebolimento sui mercati internazionali e al deficit dello Stato amplificato dalla guerra in Vietnam), gli USA decretarono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro,

[3] Una ricostruzione dell’evento è data da un intervento di Luigi Cavallaro, La congiura dei tecnici – All’origine della crescita del debito pubblico nel nostro paese c’è il divorzio consumato negli anni Ottanta tra Banca d’Italia e governo dell’economia per ripristinare il comando del capitale sulla società – Un percorso di lettura su Il Manifesto di sabato 29 settembre 20012.

[4] Termine corretto per definire la stragrande maggioranza dei paesi che appartengono al cosiddetto “Terzo Mondo”, si tratta delle vecchie colonie che sono diventati paesi politicamente autonomi ma dipendenti da un punto di vista economico.

[5] Mettiamo tra virgolette Stato sociale poiché nell’ambito del modo di produzione capitalista dove la classe dominante è quella borghese, lo Stato non può essere sociale. Le riforme (tra le quali è da mettere tutti gli interventi in nel campo del diritto alla salute, alla previdenza ecc.) sono il sottoprodotto di lotta rivoluzionaria/radicalizzazione della lotta di classe.

[6] La Cina possiede 1.120 miliardi di dollari (pari a circa mille miliardi di euro) di titoli di debito Usa. Sul mercato mondiale dei prestiti americani, la quota della Cina è pari al 7%, mentre l’ex Celeste impero è il primo creditore degli Stati Uniti, davanti al Giappone e rappresenta il 17% del debito sovrano americano detenuto da investitori stranieri.

https://www.italiaoggi.it/news/pechino-ha-1-000-mld-di-bond-usa-2363664

[7]  Certamente l’epidemia di coronavirus le difficoltà di Pechino. Né poteva essere diversamente. Wuhan e la provincia dell’Hubei sono tra le più industrializzate della Cina. Là sono concentrate molte industrie elettroniche, là si trova il più grande polo automobilistico del paese.  Lo stop delle attività ha inferto un duro colpo alla produzione cinese. Ma già a febbraio i dati ufficiali parlavano di un indice composito dell’attività manifatturiera calato a un valore oscillante, a seconda delle stime, fra il 35,7 e 27,8 punti, più basso del livello raggiunto nel 2008 in piena crisi finanziari mondiale. Analogo caso nel settore dei servizi.

[8] Un trucco che qualche medico italiano ha provato a “vendere” anche nella televisione italiana è di dire che la data persona morta a seguito di crisi respiratoria, o complicazioni a carico del cuore o altro, non è “morta di” coronavirus, ma è “morta con” il coronavirus. Ovvero è morta per altre cause, mentre il coronavirus è solo una concausa. Un poco come se si dicesse che una persona che viene trapassata da una pallottola al cervello, in seguito al quale evento il cuore si ferma, non è morto per la pallottola, ma per l’arresto cardiaco. Nello stesso modo un anziano (o un giovane) con varie problematiche pregresse che muore in terapia intensiva sarebbe morto per queste e non per la causa della terapia. Peccato che altrimenti sarebbe ancora con noi.

[9] http://www.corriere.it/cronache/11_luglio19/gerevini-cal-conti_4789aa4

[10]  http://tuttigliscandalidelvaticano.blogspot.com/2011/10/don-verze-e-i-segreti-occulti-

[11] http://blitzquotidiano.it.cronaca-italia/san-raffaele-i-sospetti-

[12] All’inizio di luglio, prima di suicidio di CAL, nel cantiere del San Raffaele, scoppia un incendio nel cantiere. La versione ufficiale che è accreditata è quella dell’autocombustione, perché si ritiene difficile entrare in un cantiere molto sorvegliato, con tanto di telecamere. Ora il belo è che quasi nessuno si era reso conto che c’era un incendio nel cantiere http://lanuovasardegna.gelocal-it/cronaca/2011/07/10/newa/scoppia-un-incendio-paura-al-san-raffaele-4596010

[13] http://www.corriere.it/11_luglio_21/san-raffaele-i-sospetti-

[14] La sua assistente, Perla Genovesi, a causa di un’indagine a Palermo su di lei per traffico di droga, aveva cominciato a fare delle rivelazioni.

[15] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/27/coronavirus-cosa-non-ha-funzionato-nella-sanita-lombarda/5718745/

[16] Come risulta ad esempio ai microfoni di “37e2”, la trasmissione sulla salute di Radio Popolare.

[17] Ricerca a cura di Romano Nobile con prefazione di Giovanni Russo Spena e di Vittorio Trupiano, la tortura nel Bel Paese, Malatempor

~ di marcos61 su luglio 13, 2020.

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