COVID 19: UN MODO MASCHERATO DI FARE LA GUERRA?

  Nel 2001 uscì un libro dal titolo emblematico Guerra senza limiti edito dalla Libreria editrice goriziana, degli autori Qiao Lang e Wang Xiangsui, due ufficiali dell’esercito cinese che hanno svolto incarichi come Commissari politici presso i Dipartimenti politici dei comandi superiori come addetti alla morale, disciplina supervisione dei Comandanti e delle attività di propaganda. Il termine moderato dei loro incarichi non tragga in inganno: si tratta di due autentici revisionisti di fino. Il libro illustra l’evoluzione dell’arte della guerra, dai primi conflitti armati alla nostra epoca “di terrorismo e globalizzazione”. Quello che è messo ben in luce, è come muti l’approccio dei governi all’idea “fare la guerra”. In questo libro c’è la codificazione delle nuove regole dell’arte militare[1]. Nei “nuovi” conflitti, dove le finalità non sono mai completamente interpretabili, si tratta di schiacciare il nemico in un campo di battaglia molteplice e non del tutto definibile, e di conseguenza si progettano le armi adatte ai tipi di guerra che si vuol fare[2]. Attualmente, la guerra imperialista è sempre più veloce ed immediata e “teoricamente” opera col minor spargimento di sangue “possibile” (in relazione agli obiettivi prefissati). In realtà questo è ciò che viene propagandato, il terreno concreto smentisce la teoria, solo che la teoria deve essere sufficientemente indefinita di modo da permettere l’utilizzo di armi e progetti che si traducano in un aumento del potere degli eserciti stessi rispetto alle altre forze del sei paese agente. Una guerra dove si mira più a destabilizzare il nemico che ad eliminarlo.

   La guerra di oggi preferisce agire in misura ben superiore che al passato, anche in campi che teoricamente non hanno nulla a che fare con i conflitti armati. Dietro la scusa di non uccidere nemici in maniera visibilmente ingestibile, si può anche muoversi là dove lo scontro fisico non è necessario, andando a toccare i nervi scoperti del suo apparato statale, sociale ed economico, cercando di ottenere un effetto paralizzante superiore a quello delle armi usuali. Ma poi, ed è Gaza a dimostrarlo, si tratta solo di teorie dal fine recondito, come appunto sosteniamo, un fine secondo: infatti poi, alla fine, prevale l’utilizzo barbaro dei cannoni e dei bombardamenti.

   Riguarda anche noi in Italia. Nel capitolo Il volto del dio della guerra è diventato indistinto gli autori di Guerra senza limiti parlano del terrorismo (pagg. 83-84), dicono che “se tutti i terroristi limitassero le loro attività unicamente all’approccio tradizionale – vale a dire attentati dinamitardi, rapimenti, assassini e dirottamenti aerei – non otterrebbero il massimo terrore. Ciò che realmente scatena il terrore nel cuore della gente è l’incontro di terroristi con vari tipi di nuove tecnologie avanzate che potrebbero trasformarsi in nuove superarmi”, essi citano come esempi di terroristi dotati di superarmi i seguaci di Amu Shinrikyo che hanno cosparso il Sarin, un gas tossico, nella metropolitana di Tokyo e in contrapposizione questi killer che compiono eccidi indiscriminati cita “il gruppo italiano “Falange armata” è una categoria completamente diversa di organizzazione terroristica high-tech. I suoi obiettivi sono espliciti e i mezzi impiegati straordinari. La sua specializzazione consiste nell’irruzione in reti di computer di banche e di mezzi di comunicazione, nel furto di dati archiviati, nella cancellazione di programmi e nella divulgazione di false informazioni, vale a dire operazioni terroristiche classiche dirette contro reti e mass media. Questo tipo di operazione terroristica si serve della tecnologia più avanzata nei settori di studio più moderni e sfida l’umanità nel suo complesso una guerra che potremmo definire ‘nuova guerra terroristica’. E c’è chi vuol ridurre gli avvenimenti dell’inizio degli anni ’90 nella semplice formuletta “trattativa Stato-Mafia”! In queste nuove guerre i campi di battaglia diventano infiniti, una volta che il bersaglio non è più solamente il corpo fisico da annientare, ma anche la psiche di quello è ritenuto il nemico. Un bersaglio che permette la progressiva erosione dei diritti civili, lo svuotamento dello Stato di diritto, tutto questo dentro un quadro di resa da parte delle persone colte e impegnate, che vede in sostanza un definitivo imbarbarimento della società che non fa che confermare quanto esporta Lenin ne L’imperialismo, aspetto che dopo il nazismo, non cera bisogno di altre conferme.

   Pertanto, perché diamo attenzione ad un testo del genere? Non solo perché è stata la CIA a dedicarsi allo studio di questo testo, sin da quasi subito dopo che venne nelle mani degli alti ufficiali dell’esercito cinese e della cricca borghese impadronitasi del Partito un tempo comunista. I campi di battaglia diventano infiniti, una volta che il bersaglio non è il corpo fisico da annientare, ma la psiche del “nemico”, in forma non direttamente evidente “agli altri”. Un bersaglio che permette una progressiva erosione dei diritti civili, uno svuotamento dello stato di diritto, un atteggiamento di resa da parte delle persone colte ed impegnate, un definitivo imbarbarimento che non fa che confermare quanto esposto da Lenin ne “l’imperialismo”, aspetto di cui tuttavia, dopo il nazismo, non avevamo bisogno di altre conferme. Una guerra segreta quindi, che colpisce attraverso nuove tecnologie e coinvolgimento di specialisti in campo medico e psichiatrico, psicologico, fisiologico, elettronico, informatico, biologico, il cervello, i sentimenti, il clima, il cyberspazio, lo spazio ecc.  Non a caso il vicepremier D’Alema nel 1999 fa divenire corpo d’armata l’Arma dei carabinieri, e questa subito dopo assume in gran numero laureati in scienze biologiche. La pubblicistica pre e post-11 settembre serve allo scopo, antrace, armi biologiche, chip a DNA. Le riviste scientifiche parlano apertamente di queste cose, la politica tace. Chi autenticamente comanda, ha i suoi soldatini. I politici delegano ai ministri, i quali nel divenire ministri, si adeguano ai generali. Quindi non ci può essere una seria lotta alla guerra imperialista senza porre la questione della messa al bando di queste “armi elettroniche-mentali”, ivi compresi i raggi immobilizzanti, ecc. Infatti, evidenziare cosa stia dietro a queste “armi” e alle tecnologie diffusosi di recente (GPS, GPRS, UMTS, Wireless, ecc.), sarebbe dovere non nostro, ma di ogni appartenente alla Sanità, alla Polizia municipale, alle Giunte comunali, provinciali, regionali, ai Parlamenti, alle forze sociali e sindacali. Ma nessuno ne parla, a parte rari e coraggiosi soggetti. Tutti, paiono segretamente entusiasti di poter produrre la morte per tumore di un nemico, senza che nessuno possa loro imputar nulla.

    Vediamo in sintesi la visione della guerra “post-atomica” dei due autori del libro”.

   Per gli autori queste visioni sono infinite e tutte in continua evoluzione. Vediamo quali sono per gli autori le principali.

   La prima è la classica guerra commerciale, che per gli autori però la vedono evoluta: “nelle mani degli americani, che ne hanno fatto un’arte raffinata, può essere utilizzata con grandissima competenza. Tra i vari strumenti impiegati, vi sono l’uso del diritto commerciale interno sulla scena internazionale, l’introduzione e l’abolizione arbitrarie di barriere tariffarie, l’utilizzo di frettolose sanzioni commerciali, l’imposizione di embarghi sulle esportazioni di tecnologie fondamentali, l’applicazione della legge della “Sezione speciale 301”, la concessione del cosiddetto status di nazione favorita (most favored nation), eccetera… “.

   Una seconda forma che viene evidenziata dagli autori è la guerra finanziaria, apprezzata come segue: “Noi riteniamo che presto “la guerra finanziaria” diventerà sicuramente uno dei lemmi dei vari dizionari del gergo militare ufficiale, come pure crediamo che quando, rileggeremo i libri di storia sulla guerra del ventesimo secolo, il capitolo della guerra finanziaria sarà quello che più richiamerà la nostra attenzione. Il principale protagonista di questo capitolo non sarà uno statista o uno stratega militare, bensì George Soros. Naturalmente, Soros non ha il monopolio esclusivo dell’uso dell’arma finanziaria per combattere le guerre. Prima di Soros, Helmut Kohl si è servito del marco tedesco per abbattere il muro di Berlino, un muro che nessuno era mai riuscito a scalfire con le granate dell’artiglieria…Inoltre, non possiamo non citare la miriade di grandi e piccoli speculatori arrivati in massa a questo grande party per ingordi di denaro, tra cui Morgan Stanley e Moody’s, che  sono famose per i rapporti sul grado di solvibilità da loro emessi e che segnalano promettenti obiettivi di attacco agli squali del mondo finanziario”.

   Soffermiamoci un attimo sull’aspetto delle guerre finanziarie, poiché gli autori trascurano il fatto che l’espansione della finanza è determinata dalla crisi economica, che è una crisi di sovrapproduzione di capitale.

In che cosa consiste la crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale?

   Considerando il ciclo di valorizzazione del capitale complessivo, cioè il percorso attraverso il quale il capitale di una data grandezza, facendo degli operai, si trasforma in un capitale di grandezza maggiore.

   Il capitale C si valorizza producendo un plusvalore PV. Ora il nuovo valore (C+PV) deve a sua volta nuovamente valorizzarsi. Ciò richiede o nuove iniziative (sviluppo in estensione) o una crescita della composizione organica nei vecchi campi di applicazione del capitale, sulla base della crescita della composizione tecnica (sviluppo intensivo). Il nuovo capitale C’ = (C+V) deve quindi valorizzarsi producendo nuovo plusvalore PV’. Se il nuovo capitale C’ si impiega a una più alta composizione tecnica e organica, occorre esaminare come va la produzione di plusvalore. Si possono avere situazioni profondamente diverse. Consideriamo le seguenti:

cvpvp 
1005050200p’=66,6%
1651525225p’=12,5%
1703050250p’=25%
162,537,562,5262,5p’=31,2%
1554575275p’=37,5%

c = capitale costante – v = capitale variabile   –   c+v = capitale complessivo –

pv = plusvalore estorto – p’ = saggio percentuale di profitto = 100 pv/(c+v) – p = capitale complessivo del plusvalore = 100/(pv/v) – s = saggio percentuale di plusvalore (i numeri impiegati sono solo numeri esemplificativi).

   Il primo caso è il primo ciclo di valorizzazione, quello che consideriamo già avvenuto e concluso. Gli altri casi sono tutti e quattro possibili casi di secondo ciclo di valorizzazione, tutti con un capitale complessivo di 200 e diverse composizioni organiche.

   Supponiamo che nel primo caso il capitale abbia impiegato 10 operai che hanno lavorato 5 ore come lavoro necessario e 5 come pluslavoro.

   Il secondo caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 4 operai che lavorano ore 3+3/4 come lavoro necessario e 6+1/4 come pluslavoro.

   Il terzo caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 10 operai che lavorano ore 3+3/4 come lavoro necessario e 6+1/4 come pluslavoro.

   Il quarto caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 12 operai che lavorano ore 3+3/4 come lavoro necessario e 6+1/4 come pluslavoro.

   Se la nuova composizione organica porta ad un ciclo di valorizzazione come nel quarto caso, nessun problema; aumentano saggio di profitto, saggio del plusvalore e massa del pluslavoro.

   Se la nuova composizione organica porta a un ciclo di valorizzazione come nel terzo caso, i problemi nascono dal fatto che il saggio di profitto diminuisce. Ma stante la massa del plusvalore aumenta, tutti il nuovo valore viene usato come capitale. La concorrenza tra capitali aumenta.

   Se la nuova composizione organica portasse a un ciclo di valorizzazione come nel terzo caso o peggio come nel secondo, il valore prodotto nel primo ciclo, C+PV, non può essere impiegato tutto come capitale nel successivo ciclo di valorizzazione. Nessun capitalista accetterà di impiegare un capitale maggiore per ricavare una massa di plusvalore minore. Ovviamente qui parliamo delle condizioni di valorizzazione del capitale complessivo.

   Qui si riscontra sovrapproduzione di capitale: è stato prodotto (nel ciclo precedete) più valore di quanto ne possa essere impiegato.

   Questo ragionamento ci aiuta a capire perché in un certo momento dello sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra (e precisamente dalla metà degli anni ’70) è divenuto impossibile per i capitali più concentrati (quelli con una massa enorme di macchinari in rapporto ai lavoratori impiegati), investire ulteriormente ricavando un tasso di profitto superiore a quello ottenuto precedentemente con un capitale minore.

   Di conseguenza, da un lato è stato avviato un poderoso processo di trasferimento delle lavorazioni in paesi a minore industrializzazione nell’intento di alzare il profitto; dall’alto lato, una parte dell’enorme massa di capitali prodotto in circa 30 anni di sviluppo capitalistico (ovvero di sfruttamento operaio) non ha potuto trovare impieghi remunerativi adeguati, nel ciclo produttivo, per gli appetiti capitalisti ed ha cominciato, ad “agitarsi” girovagando in tutto il globo in cerca delle occasioni migliori: fossero le materie prime o gli interessi sui prestiti a breve termine o i differenziali tra i cambi delle valute.

Cerchiamo di vedere uno degli aspetti della crisi attuale, quello inerente al capitale finanziario-

   Partiamo dal fatto che il capitale finanziario non è la causa o la forza motrice della crisi. Il gonfiamento (l’accrescimento rapido, tumultuoso e illimitato) del capitale finanziario è un effetto, una delle manifestazioni della crisi, come lo è la sovrapproduzione di merci e la sovrappopolazione.

   Il capitale finanziario è una categoria tipica della fase imperialista. Lenin ha mostrato il ruolo dirigente, in questa fase del capitalismo, campo economico del capitale finanziario.

   Con questo, non bisogna esagerare il ruolo delle banche[3] nell’economia, Lenin non parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario, bensì di fusione di queste due forme di capitale che egli denominò appunto capitale finanziario.

   Marx dice a proposito: “Quando la produzione capitalista si sviluppa pienamente e diventa il modo di produzione fondamentale, il capitale usuraio si sottomette al capitale industriale e il capitale commerciale diventa un modo di essere del capitale industriale, una forma derivata dal suo processo di circolazione. Ma proprio per questo, entrambi devono arrendersi e assoggettarsi preventivamente al capitale industriale” (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II°).

   Per Marx è la banca che s’indebolisce se perde i suoi legami con l’industria e il commercio. Il capitale può funzionare solo simultaneamente come capitale produttivo, capitale-merci e capitale-denaro. Ma in questa formula trinitaria è il capitale produttivo che svolge il ruolo più importante poiché può funzionare autonomamente, mentre gli altri costituiscono ciò che Marx chiama “capitale inattivo”.

   Certi equivoci nascono dal fatto che per “finanza” il cosiddetto senso comune intende fondamentalmente la speculazione borsistica. La definizione di Lenin è come si è visto più ampia e lungimirante: infatti, se si approfondisce l’analisi dei bilanci delle grandi imprese che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scopre che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT, è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e del denaro in prestito delle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensioni degli USA, per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi di interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo di interesse, tendono a fondersi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale. Secondo lo studio della società di consulenza InterSecResearch, le azioni possedute da queste strutture su scala mondiale nel 1998 arrivavano a 11 miliardi di dollari. Il 10% circa dei portafogli dei fondi pensione statunitensi sono investiti fuori dagli USA, e sono diventati o protagonisti di primo piano delle fusioni e delle acquisizioni nel mondo. La General Motor, pur essendo una delle più grandi imprese del settore automobilistico del mondo, in realtà è un agglomerato in cui gli assetti finanziari costituiscono l’80% del suo bilancio aggregato, il discorso vale per le imprese come Ford e Chrysler.

   Riprendiamo il discorso su crisi e speculazione.

   Con il crollo del 1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità dei rapporti che si era venuta a creare. Ma a differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così una mazzata finale, il sistema aveva creato nel frattempo delle “cinture protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori colpiti da tutti impedendo la propagazione dei fenomeni. Queste forme di gestione collettiva dell’economia per gestire la crisi, che già Marx ne parlava nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse). Il capitolo del denaro. (Opere complete Vol. 29), nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo,[4] per questo motivo diventa un’esigenza da parte della borghesia creare in continuazione forme di gestione collettiva che costituissero una mediazione di questo contrasto, che cerchino di porre in qualche misura dei freni agli effetti più devastanti del fatto che i rapporti di produzione capitalisti sopravvivono. Queste forme di gestione collettiva sono: le società per azioni, le associazioni di capitalisti, i cartelli internazionali di settore, le banche centrali, le banche internazionali, i sistemi monetari internazionali, i sistemi monetari fiduciari, le politiche statali, gli enti economici pubblici, i contratti collettivi di lavoro, i sistemi assicurativi generali, i regolamenti pubblici dei rapporti economici, gli enti sopranazionali, il capitalismo monopolistico di Stato.

   Ma permanendo lo stato di crisi, il capitale speculativo si ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire lo smantellamento di queste cinture preventiva.[5]

   In tutti i paesi imperialisti, grazie anche al profondo declino del Movimento Comunista Internazionale determinato dalla prevalenza del revisionismo (ossia della politica borghese in seno al Movimento Comunista),[6] si adottarono tre misure nel campo delle politiche economiche e cercare di frenare il percorso della crisi.

   La prima fu quella di sottrarre le banche centrali e in generale il sistema bancario (che facendo credito crea nuovo denaro) dall’autorità dei governi i quali almeno in qualche misura, rispondevano del loro operato ai partiti di massa che a loro volta dovevano tenere conto del loro elettorato popolare (che magari anche in maniera indiretta, nei momenti di radicalizzazione della lotta di classe, poteva essere influenzato in senso classista se non addirittura rivoluzionario, pensiamo a un’associazione di lavoratori cattolici come le ACLI che nel 1969 sotto l’ influsso dell’autunno caldo nel 1969 rompe il collateralismo con la DC e l’anno dopo parla di “ipotesi socialista” guadagnando la sconfessione del Vaticano). La direzione delle banche centrali, del sistema bancario e più in generale del sistema monetario (le istituzioni che producono denaro, quelle che amministrano la circolazione fissando i criteri della concessione del credito e i tassi di interesse, le regole e le abitudini che presiedono alle relazioni tra loro) vennero affidate a uomini di fiducia della Borghesia Imperialista i sedicenti “tecnici” (come se la loro gestione fosse dettata da leggi di natura, indipendenti dagli interessi delle persone e classi coinvolte).

   Nel nostro paese la separazione tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro fu conclusa nel febbraio 1981 dal governo Forlani (nella persona del Ministro del Tesoro Nino Andreatta un tecnocrate della Borghesia Imperialista esponente della cosiddetta “sinistra democristiana”) e dall’allora Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Essi alla chetichella e del tutto illegalmente misero in vigore una decisione politica dalle implicazioni enormi ed eversiva anche della Costituzione del 1948.[7]  Con questa decisione lo Stato non poteva più decidere quanta moneta la Banca d’Italia doveva creare perché lo Stato potesse far fronte ai suoi compiti in sede politica. Per far fronte a essi da allora lo Stato avrebbe dovuto far ricorso al mercato finanziario. Avrebbe cioè dovuto emettere e vendere titoli finanziari con cui chiedere in prestito alla “comunità internazionale” dei banchieri, delle società finanziarie, dei fondi di investimento, i soldi che eccedevano le sue entrate: cioè dei servizi pubblici, dei profitti delle imprese pubbliche, delle rendite dei beni demaniali.

   In questo modo la “comunità finanziaria” otteneva quattro vantaggi.

  1. Creava un campo proficuo di investimento per i suoi capitali che, stante la sovrapproduzione assoluta di capitale in corso nell’economia reale, aveva difficoltà a investire altrimenti. Era come si diceva prima l’epoca delle furiose pressioni del sistema imperialista mondiale sul “campo socialista” e sui paesi neocoloniali,[8]  perché si indebitassero.
  2. Creava un buon pretesto per premere, con la virtuosa motivazione di reperire denaro per la Pubblica Amministrazione, a favore delle privatizzazioni del settore pubblico dell’economia e dei servizi pubblici che in questo modo diventano un altro campo di investimento del capitale. Privatizzazione che infatti in Italia partì alla grande sotto l’alta direzione di Romano Prodi all’epoca presidente dell’IRI (mentre il debito pubblico, anziché diminuire per i proventi delle privatizzazioni, continuava ad aumentare a gran velocità).
  3. Allentava la pressione fiscale, mentre la spesa pubblica aumentava per le prestazioni crescenti che la “politica” (intesa come partiti, correnti, consorterie varie, lobbie di interessi, logge massoniche come la P2) imponeva alla Pubblica Amministrazione. Una delle varie per far fronte alle maggiori spese per la Pubblica Amministrazione era l’aumento delle imposte, delle tasse e dei contributi, ed era sempre viva la pressione per farli pagare, come d’altronde indica la Costituzione (e questo non solo in Italia, ma per effetto della prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale cominciata con la rivoluzione di ottobre del 1917 in Russia e sbocciata nel secondo dopoguerra con la costituzione di un campo socialista, principi analoghi alla Costituzione italiana erano iscritti nelle Costituzioni e nelle legislazioni di tutti i pesi retti a democrazia borghese) “ad ogni cittadino i proporzione al suo reddito”, con evidente danno per i capitalisti, il clero e le rispettive associazioni e attività economiche.
  4. Poneva le premesse per la riduzione della spesa pubblica, cioè per contrastare con maggior argomenti le richieste che il movimento proletario e popolare di crescenti prestazioni della Pubblica Amministrazione per dare attuazione effettiva ai diritti (istruzione, igiene, sanità, pensioni, servizi vari ecc.) che dovevano essere universali stando alla coscienza che la solidarietà sociale che la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale aveva diffuso. Occorre ricordare che in tutti i paesi imperialisti dopo la Seconda guerra mondiale, Borghesia Imperialista, attraverso i revisionisti moderni ha corrotto il Movimento Comunista trasformandolo da un movimento rivoluzionario in un movimento puramente rivendicativo nell’ambito della società capitalista. Per la Borghesia fu certamente un decisivo vantaggio politico, che però comportò un prezzo elevato da un punto di vista economico.

   In sostanza, con la sottrazione del sistema bancario e monetario all’autorità del governo, in ogni paese imperialista i governi e in generale le autorità della Pubblica Amministrazione nazionale e locale divennero clienti del sistema finanziario. Per finanziare la spesa pubblica eccedente, le loro entrate, emettevano titoli di debito pubblico che vendevano alle banche e tramite queste al pubblico, privatizzando imprese e servizi pubblici e vendendo beni demaniali. Tutte queste privatizzazioni erano campi di investimento per i capitalisti.

   Nel nostro paese è dal 1981 che il debito pubblico ha preso a gonfiarsi stabilmente e rapidamente: non perché lo Stato ha fornito più servizi pubblici, ma perché ha dovuto far fronte alla vecchia spesa e pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico e le commissioni alle banche e alle altre istituzioni finanziarie che li vendevano al pubblico. Per lo stesso motivo tutte le misure “per ridurre il debito pubblico e il deficit di bilancio annuale dello Stato” si sono tradotte in miseria crescente per le masse popolari, in taglio dei servizi, in ridistribuzione del  reddito a favore dei ricchi ecc., ma il debito pubblico ha continuato a crescere: nel maggio 2011 il debito pubblico italiano era quasi di 1.900 miliardi di Euro, e dopo la “cura da cavallo” operata dal governo Monti è salito a quasi 2.050 miliardi di Euro.

   La seconda misura fu l’abolizione delle leggi e dei regolamenti e la restrizione dell’autorità dei governi a proposito della circolazione internazionale delle merci e dei capitali di investimento (i cosiddetti investimenti diretti): i capitali usati per aprire nuove aziende o comperare aziende esistenti, (quindi non semplici partecipazioni azionarie al capitale, che rientrano nel capitale finanziario, ma le aziende stesse). Le potenze maggiori imposero agli altri paesi, pena sanzioni e altri trattamenti e condizioni “di minor favore” per il credito e il commercio accordi e patti del tipo World Trade Organisation (WTO) fino al Transatlantc Trade and Investement Partnership tra UE e USA. Questi accordi permettevano ai capitalisti di impiantare imprese nei paesi che preferivano e di esportare dove loro conveniva, limitando o abolendo le interferenze dei governi locali. A questo scopo fu creato e rafforzato un sistema di leggi e di corti a giurisdizione internazionale.

   La terza misura fu l’abolizione delle leggi e dei regolamenti che limitavano la creazione di titoli finanziari e la loro circolazione internazionale e che in ogni paese le sottomettevano ad autorizzazioni dei rispettivi governi. Con misure varie veniva facilitata la collocazione delle aziende in Borsa, gli aumenti di capitali da parte delle aziende (l’emissione di nuove azioni e obbligazioni), la creazione di titoli finanziari di nuovo tipo, in particolare di tipo speculativo (relativi a derrate alimentari, a minerali, a quotazioni di titoli già in circolazione), l’acquisto e la vendita di titoli “allo scoperto” (cioè di titoli che il venditore non possiede ma che si impegna a consegnare alla scadenza fissata), l’emissione di titoli che assicuravano titoli già circolanti (titoli derivati),  ecc. I titoli finanziari di tipo speculativo drenano i risparmi del ceto medio (commercianti, artigiani, impiegati di livello superiore, tecnici ecc.), e dei lavoratori dipendenti (liquidazioni, pensioni, ecc.) arricchiscono alcuni capitalisti finanziari a danno di altri (coinvolgendo in questa ripartizione l’economia reale dato che il capitale delle aziende che producono beni e servizi è costituito in tutto o in parte da titoli finanziari e che spesso lo stesso capitalista è sia produttore di beni e servizi sia capitalista finanziario e i tracolli finanziari si riversano quindi sulle aziende). Nacque allora quella che Tremonti quando era ministro di Berlusconi declamava come “finanza creativa”. Simili titoli potevano essere comperati, venduti e quotati nelle Borse di vari paesi connesse in rete: ovviamente Wall Street (New York), la City di Londra, Francoforte e Parigi facevano la parte del leone. I paradisi fiscali fiorirono come mai prima. Le nuove tecniche bancarie e di comunicazione principalmente derivanti dall’informatica davano un efficace supporto dall’informatica davano un efficace supporto alle nuove libertà dei capitalisti.

   Attraverso le tre misure illustrate, passo dopo passo cresceva la massa del capitale finanziario e le istituzioni finanziarie risucchiavano denaro dall’economia reale che è principalmente industriale, commerciale e monetarie (attività svolte sempre dentro le leggi che muovono l’economia capitalista): quindi esposta al risucchio[9]  e aprivano ai capitali terreni più ampi d’investimento (sia nel campo dell’economia reale che in quello finanziario) nei singoli paesi e nel mondo. L’economia finanziaria offriva uno sbocco allo sbocco alla sovrapproduzione di capitale che manifestava nell’economia reale assorbendo da questa capitale che restando nell’economia reale avrebbe esasperato la concorrenza, la sovrapproduzione di merci, il consumismo, le rivendicazioni salariali e normative e altri fenomeni che l’avrebbero sconvolta. Nello stesso l’economia finanziaria alimentava l’economia reale con iniziative speculative (speculazione sulle materie prime con connesse nuove esplorazioni, sulle derrate alimentari, sulle grandi opere ecc.) e bolle di vario genere (bolle nel settore immobiliare, bolle nell’innovazione informatica, bolle nel commercio, ecc.). Come si diceva prima, in ogni azienda capitalista di un certo rilievo, il settore finanziario diventava parte indispensabile e rilevante del funzionamento aziendale.

   Lo sviluppo su grande scala del capitale finanziario evitò che la crisi strutturale del capitalismo precipitasse già negli anni ’80 e ’90. L’acuirsi della crisi nell’economia reale capitalista avrebbe, su scala maggiore di quanto avvenga oggi, alimentato la lotta della classe operaia e delle masse popolari in genere.

   Ma sul piano dell’economia reale capitalista, della struttura della società borghese che era ammalata di sovrapproduzione di capitale, lo sviluppo su grande scala del capitale finanziario fu un rimedio efficace, come sarebbe un rimedio efficace alla fatiscenza di un edificio, nei cui muri del piano terra  si formano delle crepe e nelle cui fondamenta ci sono cedimenti (la crisi strutturale), costruire piani superiori e via via spostarsi a vivere in questi: prima o poi ti troverai travolto in una rovina ancora più disastrosa (quella che si è messa in moto nel 2008).

   La terza forma che viene evidenziata dagli autori è quella che viene definita la “guerra terrorista”, che ha assunto un volto moderno rispetto a quello tradizionale: “Ciò che realmente scatena il terrore nel cuore della gente è l’incontro di terroristi con vari tipi di nuove tecnologie avanzate che potrebbero trasformarsi in nuove tecnologie. Abbiamo già un’idea di ciò che può riservarci il futuro, un’idea che sicuramente può destare preoccupazione”.      Negli anni duemila gli americani, tramite le monarchie del Golfo, hanno sostenuto surrettiziamente le varie organizzazioni terroristiche da Al-Qaeda ad ISIS, anche in modo palese in Siria durante le vittoriose delle forze russe e siriane.

   Un’altra forma di guerra non militare assolutamente da segnalare, soprattutto per il largo utilizzo è “guerra dei mezzi di comunicazione (manipolare ciò che la gente vede e sente per orientare l’opinione pubblica)”.

   Teniamo conto che la verità è la prima vittima della guerra. Nel 1990 una quindicenne è un dato di fatto. Nel 1990 una quindicenne di nome Nayirah parlò al Congresso degli USA durante la crisi irachena. La ragazzina raccontò che i soldati iracheni, una volta occupato il Kuwait, andarono all’ospedale e tolsero i neonati dalle incubatrici lasciandoli morire di freddo sul pavimento gelido. Il New Times ha poi rivelato che Nayirah era figlia dell’ambasciatore del Kuwait a Washington e la sua falsa testimonianza era stata scritta da due dipendenti della società di consulenza Hill&Knowlton. L’interpretazione di Nayirah fu la scintilla che permise l’attacco all’Iraq.

   Il 1992 fu il turno della Jugoslavia, l’accusa è quella di pulizia etnica, vennero mostrati campi di concentramento dei serbi, ma in realtà si trattava di luoghi in cui i prigionieri mussulmani erano ammassati per essere scambiati con i prigionieri serbi. La conseguenza furono quattro anni di una guerra atroce tra mussulmani, serbi e croati.

   Nel 1993 in Somalia la cosiddetta “missione di Pace e aiuto alla popolazione” che ufficialmente doveva mettere ordine tra le milizie somale, si trasformò in una sanguinosa guerra civile. Fu in questo clima di granfi tensioni che si verificarono gli episodi agghiaccianti che verranno riportati su Panorama solo nel 1997: torture con elettrodi, stupri di gruppi con uso di bombe, pestaggi di donne e bambini.[10]

  Nel 1999 la macchina bellica si riaccese nella ex Jugoslavia. Questa volta i Serbi furono accusati di commettere un genocidio verso gli albanesi del Kossovo. Ma come venne in seguito ammesso dal portavoce della NATO, Jamie Shea, si trattò di un’invenzione, nel frattempo Milosevic era diventato il “macellaio dei Balcani”. Migliaia furono le vittime dei bombardamenti umanitari, ma la pulizia etnica c’era stata davvero: quella dei serbi in Kossovo e ad attuarla fu l’UCK, un esercito di kossovari sostenuto dalla NATO.

   Dopo l’11 settembre 2001 il presidente americano George Bush annunciò al mondo la sua dichiarazione di guerra al “terrorismo”. Il suo obiettivo era Osama Bin Laden, uno sceicco saudita con cui la sua famiglia aveva anche commerciato. Fu ripetuto anche senza prove concrete, che fosse il responsabile degli attentati alle Torre Gemelle e che i talebani lo nascondessero in Afghanistan. Il 2 maggio del 2011 durante un intervento di forze speciali denominato Operation Neptune Spear, Bin Laden fu ucciso e il suo corpo gettato in mare.

   Nel 2003 George Bush decise di terminare ciò che suo padre aveva cominciato dodici anni prima in Iraq. Un decennio in cui l’embargo contro l’Iraq causò la morte di circa mezzo milione di bambini, un’ecatombe.

   Il pretesto per intervenire fu che il presidente iracheno Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa. La seconda Guerra del Golfo si può riassumere con questa frase: fu attaccato un paese accusato di possedere armi di distruzione di massa che non c’erano, mentre accadde in realtà che furono gli aggressori USA a usarle, come accadde nella carneficina di Falluja dall’8 al 16 novembre 2004.

  Nel 2011 fu la volta della Libia. Il colonello Gheddafi all’improvviso sembrò che avesse perso il senno e cominciato a sterminare i manifestanti, “la sua stessa gente”. Fu inventata la storia, veicolata pure da Hillary Clinton che il colonello avesse distribuito il suo esercito del Viagra per far violentare più agevolmente le donne dei ribelli. Fu detto altresì che avesse fatto bombardare i manifestanti addirittura con aerei di guerra. In realtà era l’ennesima fake news, infatti, come poi emerse, si trattava di un cimitero i cui cadaveri furono esumati per far credere che fossero uccisi.

   Sempre nel 2011 si aprì un nuovo fronte, quello siriano. Anche in questo caso Bashar al Assad fu all’improvviso derubricato da “esempio di laicità”, come l’aveva definito qualche mese prima il presidente Giorgio Napolitano in visita a Damasco, e riqualificato come feroce dittatore. Anche Assad fu accusato di uccidere i manifestanti, utilizzare armi chimiche contro i civili e non volere la democrazia. L’uso di armi chimiche da parte dell’esercito siriano non è mai stato provato, mentre le diplomazie occidentali non hanno mai contestato l’uso di agenti chimici da parte dei cosiddetti “ribelli” in decine di occasioni, durante il conflitto.

   Nel 2014 fu la volta dell’Ucraina. In questo caso il presidente ucraino Janukovich era “colpevole” di non volere gli accordi di associazione all’UE.  Il copione è pressoché uguale a quello andato in scena dal 2000 in poi con le cosiddette “rivoluzioni colorate”. fu data poca rilevanza il fatto che l’UE avesse appoggiato l’ascesa di gruppi neonazisti.

   In tutti questi casi, a volte senza nemmeno troppa originalità, sono fake news le scintille che hanno scatenato conflitti in realtà pianificati da anni. Menzogne ben orchestrate e veicolate dall’efficiente fabbrica del consenso capace di mobilitare popoli, governi e parlamenti per ottenere il consenso necessario per attaccare uno stato sovrano.

   Ogni guerra è stata anticipata da sanzioni che hanno sempre colpito i popoli. Alle sanzioni si sono affiancati alle cosiddette “opposizioni democratiche”, che sovente hanno palesato intransigenza al dialogo limitandosi a chiedere al “dittatore” di turno di cedere a loro il potere. Alcune volte questo ha funzionato provocando la caduta del governo, in altri casi si è scatenata una guerra civile e in altri casi ancora a intervenire sono stati direttamente coloro che in nome della “democrazia” dicono di salvare il popolo bombardando anche ospedali e scuole. Il copione è sempre lo stesso e sarebbe giunto il tempo di porre fine a questa terza guerra mondiale combattuta a pezzi.

   La Guerra del Golfo è stata determinante per i think tank americani nello sviluppare il concetto di guerre allargate usando armi non militari. Il seguente passaggio al libro scritto dal generale Fabio Mini chiarisce questo concetto: “Dopo la Guerra del Golfo la revisione della strategia Usa e la ristrutturazione (contrazione e ammodernamento) è stata svolta esclusivamente in campo Usa. Gli Usa hanno teorizzato e avviato la guerra dell’informazione, gli esempi di primi hackeraggi sono Usa. La crisi asiatica è stata avviata dagli Usa e dagli speculatori americani: tutto questo è documentato e scritto dagli stessi americani, a partire dai loro Presidenti. E quello che ufficialmente gli americani non possono dire lo lasciano intendere: operazioni speciali, guerra psicologica, impiego di armi biologiche e chimiche e, non ultimo, il terrorismo sono mezzi usati dagli americani quando hanno voluto intervenire in maniera non convenzionale nei vari angoli del mondo dall’Iraq all’Afghanistan e così via. Ciò che non si può dire ufficialmente non si può scrivere nel corso del testo e allora lo si scrive nelle note. E così nelle note a piè capitolo si legge che Bin Laden ha costruito le caserme per gli americani in Arabia Saudita. Per gli stessi commentatori tutto questo è oltraggioso”. Nel corso dei primi vent’anni del XXI secolo abbiamo avuto esempi di guerra informatica, di guerra finanziaria, (l’azione di speculatori come Soros, l’attacco fatale alle economie delle cosiddette “Tigri asiatiche” di inizio 2000), di guerra batteriologica come AIDS, Evola, SARS. Ma questi concetti non sono ancora sufficienti per descrivere cosa sia potenzialmente l’epidemia del Covid 19, espressione evoluta di una guerra non militare. Ecco come i due ufficiali cinesi descrivono una campagna di guerra vincente del XXI° secolo: “Basandoci su questa linea non c’è che da agitare il caleidoscopio della somma per essere in grado di combinare un’inesauribile varietà di metodi operativi. Ad esempio: non militari guerra finanziaria, guerra commerciale; trans-militari guerra diplomatica, guerra network; militari guerra atomica, guerra convenzionale, guerra biochimica, guerra ecologica, guerra spaziale, guerra elettronica, guerra di guerriglia, guerra terroristica, guerra virtuale (di deterrenza), guerra ideologica. Ciascuno di questi metodi operativi può combinarsi con tutti gli altri e formare un metodo del tutto nuovo”. Se si meditasse bene, prendendo come spunto questo libro, la tesi ufficiale dell’epidemia frutto di trasformazione virali naturali, totalmente casuali e generate in uno sperduto mercatino del pesce, oppure in una misteriosa interazione con pipistrelli geneticamente trasformati sa veramente di favola per gonzi.

FRONTE CINESE

   Se si accettasse la tesi propugnata da La guerra senza limiti la storia del Covid 19 bisognerebbe vederla come una campagna costituita da varie tipologie di guerre combinate: biologica, finanziaria, comunicativa, sociale e politica. Per quanto si può capire questa campagna è costituita da tre fronti. Il primo è quello cinese. È accertato che il Covid-19 ha avuto la sua prima manifestazione temporale a Wuhan alla fine di dicembre del 2019. Tre sono le coincidenza che ci devono far riflettere: la presenza di un laboratorio per malattie virali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un luogo dove i cinesi devono accettare la presenza di occidentali senza poter imporre particolari controlli, rendendo più agevole l’azione di manipolazione in laboratorio, di ingressi oppure di uscite virali; l’esplosione contagio in corrispondenza del capodanno cinese, l’unico momento dell’anno dove i cinesi si spostano a milioni nel paese, la posizione geografica di Wuhan, esattamente nel centro della Cina e tra i principali nodi ferroviari del paese. Difficilmente il caso poteva scegliere un luogo ed un momento più adatti per una rovinosa propagazione del virus in tutta la Cina, avendo una platea potenziale di 1.3 miliardi di persone da infettare. Lo scopo dell’attacco americano è evidente: la concorrenza economica con la Cina. Non bisogna scordarsi che gli USA hanno messo la Cina nel mirino, accusandola di competere in modo sleale nel mercato   globale (prodotti a basso costo, senza tutela per i lavoratori e per l’ambiente).[11] Bisogna avere la faccia di palta dimenticando che fu proprio la frazione dominante della Borghesia Imperialista (ovvero l’élite del capitalismo occidentale) ad affidare al Sud-Est Asiatico il ruolo di “manifattura del pianeta”.

   Negli anni ’90 e nei primi anni del nuovo secolo il capitale in eccesso ha trovato principalmente sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” o meglio nella mondializzazione del modo di produzione capitalistico (formazione di un unico sistema capitalista mondiale, esteso a tutti i paesi, che è andato ben oltre la fase della internazionalizzazione del MPC – anni ’70 – in cui ai paesi semicoloniali si sono aggiunti i paesi ex “socialisti” o che ancora si definiscono tali come la Cina, nel ruolo di fornitura di materie prime e semilavorati e di produzione di manufatti a bassi salari e senza alti costi relativi alla sicurezza ed alla protezione dell’inquinamento) nelle fusioni e aggregazioni che crearono grandi imprese produttive mondiali[12] nell’ulteriore sviluppo della finanziarizzazione e della speculazione.

   Questo processo di accumulazione capitalista (e del relativo allargamento del proletariato) ha avuto un carattere mondiale, diseguale e combinato. Alcuni paesi ne restavano fuori, o a lato, come se fossero elementi a sé stanti e non invece parte integrante di un tutto unico, di un’unica divisione del lavoro in via di una formidabile ristrutturazione, che vedeva l’ascesa delle piccole tigri asiatiche,[13] della Cina e di altri paesi emergenti, l’enorme ampliamento del mercato del lavoro planetario, le trasformazioni in corso in campo tecnologico, produttivo, organizzativo come risposta del capitale globale (quello vecchio e quello nuovo) alla propria crisi.

    Il rilancio produttivo dell’ultimo trentennio (stentato in Occidente, poderoso, in larga parte dell’Asia) è stato trainato dalla formazione di un mercato internazionale dei capitali sempre più integrato e deregolamentato dei grandi stati. 

   Dall’avvio di questa nuova fase – l’ultima del capitalismo, quella della mondializzazione del MPC, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Cong).

   I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1996-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2006 + 47,2%, questo gigantesco afflusso di capitali ha creato come si diceva prima una mondializzazione industriale.

   Con un forte aumento dei reparti produttivi collocati in Asia, in America Latina.

   Nel periodo tra il 1982 e il 2007 i dipendenti delle filiali all’estero delle multinazionali sono balzati d 21 milioni e mezzo e 81 milioni e 615.000.

   Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è al di fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone.

   Nella sola Cina vi sono attualmente 100 milioni di lavoratori dell’industria, 50 milioni di addetti all’edilizia, 6 milioni di minatori, 20-25 milioni di lavoratori dei trasportatori. Dal 1996 al 2006 la totalità della crescita occupazionale industriale mondiale si è realizzata fuori dai paesi OCSE.

   Nei primi 5 anni del XXI secolo Brasile, Cina, Russia e India hanno creato 22 milioni di nuovi posti di lavoro l’anno complessivamente 110 milioni (molti dei quali nell’industria). Questi addetti all’industria lavorano in media 9-10 ore al giorno, se non di più. La grande maggioranza di loro riceve paghe, nettamente inferiori alla media mondiale dei salari industriali degli anni ’70. Questa tendenza di fondo è in atto anche per i lavoratori dei paesi imperialisti, statunitensi in testa, che sempre in questo periodo hanno visto venire meno le garanzie occupazionali e il salario ridotto sempre più all’osso.

   Questa fase della cosiddetta “globalizzazione” è stata caratterizzata da una riduzione del costo medio della forza-lavoro su scala mondiale, realizzata in misura non secondaria con l’immissione massiccia di forza-lavoro femminile, e, insieme per l’effetto di una forte crescita della produttività del lavoro, specie nei paesi di nuova industrializzazione. Con una formula sintetica si può dire: la massa degli operai (e anche dei tecnici) dell’industria di oggi lavora a orari di fine Ottocento (o che comunque si stanno allungando di continuo), con salari da inizio Novecento e una produttività dà era informatica, o quasi. Questo rilancio capitalistico si è avvalso, infatti, sia dell’estensione della meccanizzazione e della robotizzazione dei processi produttivi alle imprese produttive dei nuovi continenti, che di una nuova rivoluzione tecnica informatica e digitale capace di abbattere i costi di una serie di operazioni amministrative delle aziende, dalla contabilità agli acquisti, dagli inventari alla gestione dei subappalti, dalle comunicazioni esterne a quelle interne. Per non parlare, poi, di quanto si sono ridotti, grazie alle nuove tecnologie, i costi della circolazione delle merci di una circolazione delle merci fattasi quanto mai veloce, e quelli direttamente quanto mai veloce, e quelli direttamente al processo di produzione.

   Oggi che la leadership USA è in crisi, gli Stati Uniti si “ricordano” che la Cina non è “democratica”.

   C’è da ricordarsi che Pechino detiene una fetta rilevante del mostruoso debito estero statunitense[14]. Comodo, oggi, per il debitore insolvente, dichiarare guerra proprio alla Cina, che è il creditore. SI può dire che tra Cina e USA è in atto una guerra fatta con diversi strumenti: dai dazi ai virus. Tuttavia, la sensazione è che gli americani si aspettassero la risposta efficace da parte della Cina in questi mesi, quasi che l’attacco a Wuhan fosse un frutto di un compromesso all’interno dell’establishment USA che permettesse di aprire i due successivi fronti: l’Europa e gli Stati Unisti stessi.

    In effetti se si desse retta alla narrazione mediatica degli ultimi anni li individuerebbe come ideologi e ispiratori di fronti contrapposti, sovranisti contro globalisti, qualificandoli come irriducibili nemici. Tuttavia, Steve Bannon e George Soros sono e restano connazionali, pensano e agisce con categorie politiche e ideologiche di matrice statunitense e hanno oltre Atlantico il centro propulsore delle loro mosse. Non stupisce, dunque, vederli ora dichiararsi in maniera congiunta preoccupati dall’ascesa della Cina e intenti ad avvertire i paesi europei della minaccia di un forte legame commerciale e politico con Pechino. L’89enne finanziere di origini ungheresi e il 66enne ideologo sovranista hanno espresso con chiarezza le loro posizioni parlando con due quotidiani italiani. Soros, intervistato da Repubblica, ha attaccato la Cina di Xi Jinping unendo un’analisi tipica del suo sostegno all’ideologia dei diritti umani a una considerazione “geopolitica”: “Xi Jinping è un dittatore, che ha consolidato un regime basato su principi totalmente opposti a quelli dell’Unione Europea ma questo non è ancora ben chiaro ai paesi della Ue, né agli ambienti industriali, specialmente in Germania, che vedono la Cina come un partner economico, senza rendersi conto che fare dipendere le nostre infrastrutture dalla tecnologia cinese ci espone a ricatti e condizionamenti”.[15]

   Bannon, invece, ha parlato al Corriere della Sera che, contattandolo per parlare della riapertura della sua scuola politica alla Certosa di Trisulti, ha avuto modo di confrontarsi con lui sulla sua visione del contesto globale: Bannon definisce la sfida dell’Occidente “giudaico-cristiano” alla Cina la battaglia per il “dominio del mondo”. Si nota come in Bannon ritornino i toni apocalittici e millenaristi che lo avevano reso noto in passato nel corso della sua carriera come stratega delle forze populiste e sovraniste del Vecchio Continente. Bannon ne ha anche per quelli che sono da lui ritenuti i principali ostacoli alla sua strategia anticinese nella penisola italiana. Da un lato il Movimento Cinque Stelle, “che hanno ceduto al Partito comunista cinese, a una dittatura totalitaria”,[16] dall’altro il Vaticano, definito “pozzo nero di corruzione, incompetenza e dissolutezza”. Pochi casi più della presente convergenza sulla Cina aiutano a capire quanto la presunta incompatibilità tra Soros e Bannon sia una narrazione strumentale: i due rappresentano le principali manifestazioni della proiezione oltre Atlantico degli interessi strategici dell’imperialismo Usa.

   Soros, da un lato, protagonista già a partire dagli anni Ottanta di assidue campagne di finanziamento volte a erodere il terreno a quello che era il blocco socialista dell’Est Europa, è portavoce e capofila dell’ala liberal-progressista del mondo a stelle e strisce. Un’ala, con relativi apparati, gruppi d’influenza e cordate politiche, favorevole a difendere lo status quo e la narrazione della globalizzazione capitalista, in quanto estremamente favorevole al mantenimento della supremazia e della centralità dell’imperialismo USA nel mondo. Capace di portare avanti un’agenda ideologica (in cui l’apertura delle frontiere al libero commercio e alla libera circolazione dei capitali sono molto spesso sottovalutate rispetto al più visibile sostegno alla libera circolazione degli uomini) che ha preso piede soprattutto nella sinistra europea in cerca di punti di riferimento e l’avvio della globalizzazione. Bannon, invece, rilancia in tono “sovranista” la narrazione che aveva già animato l’azione degli Stati Uniti ai tempi dell’egemonia dei gruppi neoconservatori nell’epoca di George W. Bush.

   Dunque: occidentalismo spinto, esaltazione del legame con alleati come Israele contro un mondo, quello islamico, ritenuto compatto nella sua incompatibilità con l’Occidente; critica formale alla globalizzazione in nome del primato dell’interesse americano (il famoso “America First” di Trump) senza la sostanziale volontà di stravolgere la governance mondiale; rilancio delle culture wars contro la presunta egemonia dell’ideologia del “politicamente corretto”; sdoganamento dell’ideologia economica neoliberista. Soros e Bannon rappresentano dunque due diverse anime della Borghesia Imperialista USA, in certi momenti estremamente duri nel loro confronto e nella loro dialettica (la fase attuale non fa eccezione), ma concordi sul nocciolo duro dell’interesse nazionale statunitense, ovvero il mantenimento del controllo geopolitico sull’Europa e la lotta contro qualsiasi forma di potere esterno capace di sfidare l’egemonia americana nel mondo.

FRONTE EUROPEO

   Come premessa indispensabile bisogna in sintesi a soffermarsi sui rapporti tra USA e paesi dell’Europa Occidentale in questo secondo dopoguerra.

   L’integrazione europea è stata favorita dal fatto che nel secondo dopoguerra gli USA hanno assicurato la persistenza del dominio delle classi borghesi nella parte occidentale dell’Europa, in Giappone e in buone parte delle colonie. In alcuni di questi paesi lo Stato borghese era completamente dissolto a seguito della guerra (tipica la situazione della Germania); negli altri paesi gli Stati borghesi erano fortemente indeboliti e prossimi al collasso. Di conseguenza, le borghesie dei paesi continentali dell’Europa Occidentale (e quella del Giappone) non ebbero di meglio che accettare l’autorità degli USA per ristabilire il loro dominio in campo economico e politico. La borghesia USA aiutò la borghesia dei singoli paesi a ricostruire i propri Stati. Difficilmente avrebbe potuto fare diversamente, cioè diversamente, ovvero di assumere direttamente e semplicemente la parte occidentale dell’Europa, poiché in questi paesi c’erano dei forti movimenti popolari guidati dai comunisti (che erano forti dell’appoggio dell’URSS) e sia per l’opposizione delle borghesie inglesi e francesi. Gli USA posero dei forti limiti alla sovranità di alcuni stati europei come quello tedesco, italiano, greco e anche alla sovranità degli della borghesia britannica assicurandosi vari strumenti di controllo della loro attività e di intervento in essa.

   Nei quarant’anni successivi i contrasti tra questi Stati e gli USA non hanno avuto un ruolo rilevante nello sviluppo del movimento economico e politico, con l’eccezione delle tensioni con la Francia e la Gran Bretagna in occasione della crisi di Suez (1956) e delle tensioni con la Francia durante la lotta di liberazione nazionale dell’Algeria (1954-1962). Neppure i contrasti di questi Stati fra di loro hanno avuto un ruolo rilevante: quando vi sono stati tensioni serie, come i contrasti che vi furono fra Grecia e Turchia, il controllo degli USA su entrambe le parti è stato efficace.

   In sostanza, finché gli affari sono andati bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppato del capitale si è sviluppata felicemente (ed è ciò che è stato fino alla metà degli anni ’70) non si sono sviluppate contraddizioni antagoniste tra gli Stati imperialisti, né potevano svilupparsi se è vero che esse sono la trasposizione in campo politico di contrasti antagonisti tra gruppi di capitalisti in campo economico.

  Il secondo fronte si è aperto nella pianura lombarda e se si fosse voluto attaccare l’Europa, nessun luogo migliore avrebbe potuto essere scelto dal caso. Lo Stato italiano è notoriamente inefficiente, fortemente burocratizzato e minato nella propria scarsa capacità di agire da un debito pubblico elevatissimo, da una pletora di enti e regolamenti spesso inutili ed in contraddizione tra loro. Ma un ulteriore colpo da maestro lo si è avuto facendo deflagrare il virus nella regione traino dell’economia nazionale, e di seguito nelle altre regioni del Nord Italia, raggiungendo contemporaneamente tre obiettivi: mettere in ginocchio il comparto manifatturiero sostenitore del PIL italiano, cioè far chiudere le aziende che hanno garantito alla bilancia commerciale del 2019 il record storico di 53 miliardi (dati ISTAT). La forte interconnessione delle regioni del nord con il resto dell’Europa, è stato sicuramente un fattore determinante a far propagare il virus fuori dai confini dell’Italia. La diffusione del virus ha dato un ulteriore colpo alla credibilità del ceto politico italiano. Ceto che ha sempre avuto in genere a livello internazionale uno scarso credito. Molto probabilmente, tale discredito è uno degli elementi che ha indotto gli altri governi europei a sottovalutare quanto stava accadendo in Italia, anche a causa della totale inattendibilità delle rilevazioni ufficiali dei contagiati e dei morti. A livello europeo c’è stato un micidiale cocktail di errori, atti contradditori, informazioni fasulle.

   Si è avuta una progressiva sospensione di tutti i trattati fondamentali che uniscono i paesi della U.E.: il trattato di libera circolazione delle persone, Schengen è stato parzialmente disattivato, anche il Patto di stabilità è stato sospeso. Queste due interruzioni possono essere il preludio della crisi definitiva del terzo e fondamentale patto quello che unisce i paesi creditori e paesi debitori: l’euro. Nel mese di marzo è andato di scena lo scontro tra creditori e debitori sul Coronavirus. Nell’assoluta necessità di Roma di avere soldi (e possibilmente non pagare pegno) e nella certezza che il governo Conte non poteva abbandonare questa linea, data la fortissima influenza che gli USA esercitano sull’intero panorama politico italiano, gli strateghi di Washington hanno contato di portare l’euro al suo collasso.  Tuttavia, in aprile qualcosa di rilevante è accaduto. Mentre Confindustria stimava un calo del PIL dell’8%,  nel secondo trimestre del Def approvato dal governo prospettava nel 2020 un aumento vertiginoso tra deficit e PIL al 155, e l’agenzia di rating Fitch declassava l’Italia BBB-, cioè appena un gradino sopra a livello di spazzatura, ed il governatore della Banca Centrale Europea Cristine Lagarde già il 12 marzo dichiarava “non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri attori per affrontare questi problemi”, tutto era pronto per dare in pasto l’Italia alla speculazione internazionale, anticamente della fine dell’euro. Evidentemente qualcuno ha ricordato alla Lagarde di non essere più al guinzaglio degli USA, quando era a capo del Fondo Monetario Internazionale, ma di rispondere ai nuovi padroni, ovvero le borghesie francesi e tedesche. Perciò nel mese di aprile, come scrive il Sole 24Ore: “ben 29,6 dei 38,5 miliardi di euro di titoli raccolti sul mercato attraverso l’Assett Purchase Programme (APP) sono stati destinati dall’Eurotower ai titoli di Stato, ma ancora più importante, almeno agli occhi nostri, sono i 10, i miliardi impiegati per Btp”. Nonostante il parere contrario della Corte costituzionale tedesca, la BCE ha continuato il massiccio acquisto di titoli italiani anche nel mese di maggio, salvando così l’Italia dal collasso della sua finanza pubblica.

FRONTE STATUNITENSE

   Grazie al Covi 19 è stata attuata una grandiosa operazione finanziaria da parte del governo USA. I rami del parlamento a stelle e strisce votato il 27 marzo 2010, pacchetto di aiuti da 2.200 miliardi di dollari, uno dei più grandi della storia americana, per soccorrere aziende e individui.

   Questo forte intervento pubblico dimostra che è errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, con la mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista e, il passaggio del capitale finanziario a ruolo guida del processo economico capitalista, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia, come si diceva prima, di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzarsi il loro capitale e accumulare e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli USA il monte salari è stato una percentuale decrescente del PIL) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato milioni di famiglie si sono indebitate, le imprese sono riuscite  a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.

   Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso generalizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (persino anche a chi ha avuto problemi di pagamento!). Questo fenomeno si è diffuso dagli USA a tutti i paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie hanno sempre teso al risparmio), l’indebitamento delle famiglie occidentali è salito in pochi anni, in Spagna è salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

   Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stata evitata e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari USA e del crollo del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

   Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

   Le chiavi attorno a cui ruotò l’intero meccanismo furono essenzialmente quattro:

  1. I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartorizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamati Morgtgagebaked Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli a debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso di interesse è agganciato al tasso di interesse interbancario (LIBORrate) – che servivano per acquistare le obbligazioni rischiose dalla “banca madre”, cartorizzarle nella forma di collateralizet debt obligation (Cdo) e rivenderle ad altre istituzioni bancarie, oppure a investitori come fondi pensione o hedge fund. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e i tassi di interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  2. Colleteralized Debt Obligation (Cdo).  La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine, oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  3. Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente, sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista dell’ambiente dove operano, anche se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  4. Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prelevare denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando profitti. Per quanto riguarda la bolla, l’inflazione dei prezzi immobiliari sta alla base della continua rivalutazione dei titoli cartolarizzati che ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi della commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma su pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare.

   Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

   La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie informatiche (TIC): ma alla fine i forti incrementi di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale al lavoro.[17]

   L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, dell’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, della finanziarizzazione dell’economia e di attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa in quanto avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

   Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% al 1%. Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi di interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio, chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

   Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto.  Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

   Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

   Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

  1. Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.
  2. Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.
  3. Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

   Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari.

   Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

   Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche – qui in Italia in questo quadro bisogna vedere il superamento della divisione tra fascismo/antifascismo).

   Ma i problemi non sono sorti all’alba del XXI secolo ma dalla metà degli anni ’70 comincia la crisi. E da questo momento che la lotta da parte degli Stati Uniti per la difesa dell’ordine internazionale (quello che certa pubblicistica ha spacciato per “nuovo ordine internazionale”) si mostra alla fine per quello che è effettivamente: lotta per difendere gli interessi dei capitalisti USA e delle condizioni che favorivano la stabilità politica all’interno degli USA, cioè del dominio di classe sulla popolazione americana.

Questo obiettivo lo raggiunge anche a scapito degli affari della borghesia degli altri paesi, diventando quindi un fattore d’instabilità politica.

   Né i capitalisti operanti in altri paesi possono concorrere a determinare la volontà dello Stato USA al pari dei loro concorrenti americani:

  1. Benché vi sia una discreta ressa di esponenti della borghesia imperialista di altri paesi a installarsi negli USA, a inserirsi nel mondo economico e politico USA: pensiamo solamente ai defunti Onassis e Sindona;
  2. Benché molti gruppi capitalisti di altri paesi organizzino correntemente gruppi pressione (lobbies)[18]   per orientare l’attività dello Stato federale USA e partecipano, di fatto, attivamente a determinare l’orientamento.

   Man mano che le difficoltà dell’accumulazione di capitale, c’è il tentativo da parte di una frazione della borghesia imperialista mondiale di imporre un’unica disciplina a tutta la borghesia imperialista cercando di costruire attorno allo Stato USA il proprio Stato sovranazionale. Questo tentativo è favorito dal fatto che negli anni trascorsi dopo la Seconda guerra mondiale imperialista, si è formato un vasto strato di borghesia imperialista internazionale, legata alle multinazionali, con uno strato di personale dirigente cresciuto al suo servizio.

   Già sono stati collaudati numerosi organismi sovrastali (monetari, finanziari, commerciali), che sono, come si diceva in precedenza, un tentativo di gestione collettiva che deve mediare il contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo. Attraverso questi organismi uno strato di borghesia imperialista internazionale tenta di esercitare una vasta egemonia.

   Parimenti si è formato un personale politico, militare e culturale borghese internazionale. Di conseguenza ci sono le basi materiali per il formarsi di un unico Stato, ma la realizzazione di un processo del genere, quando la crisi economica avanza e si aggrava, difficilmente si realizzerebbe in maniera pacifica, senza che gli interessi borghesi lesi dal processo si facciano forti di tutte le rivendicazioni e i pregiudizi nazionali e locali.[19]

   Tutto questo è importante, per comprendere le dinamiche che avvengono a livello di politica economica, internazionale e l’inseguire falsi obiettivi, come l’andare a contestare le varie riunioni come il G8 dove si riuniscono i principali briganti imperialisti. In realtà, queste riunioni non sono un embrione di governo mondiale dell’economia, ma sono un mascheramento delle reciproche impotenze dei vari paesi imperialisti a governare la crisi. 

   Quando nel 2009 si riunirono i vari briganti imperialisti a Londra, essi misero sul piatto della bilancia 5.000 miliardi di dollari d’interventi, ma al TG2 della sera del 02.04.2009 Federico Rampini, giornalista di Repubblica, fa notare che questa è solo la somma dei diversi provvedimenti decisi dai singoli governi, senza alcun coordinamento globale, ognuno agisce per contro proprio, non esiste nessuna politica economica mondiale dei vari paesi che partecipano ai vari G. Sintomatico, è quello che avviene nel campo degli ammortizzatori sociali: USA e Canada lasciano scoperti (senza alcuna tutela cioè) il 57% dei lavoratori, che diventano il 93% in Brasile, l’84% in Cina, il 77% in Giappone, il 40% nel Regno Unito, il 18% in Francia e il 13% in Germania (fonte ILO),[20]  come si vede, si va da una copertura quasi totale come in Francia e in Germania a una marginale ò pressoché assente in Cina, Giappone e Brasile.

   Ma è poi vero che i miliardi spesi sono 5000? Proprio nei giorni del G20 di Londra, Il Sole 24 Ore pubblica una mappa analitica e aggiornata degli interventi compiuti dai vari governi dal settembre 2008 al marzo 2009 e la cifra è sconcertante: 22-23 mila miliardi di dollari, contro gli 80 che costò il New Deal e i 500 del costo della seconda guerra mondiale imperialista,[21] la metà di questa cifra o quasi è impegnata solo dal governo USA (amministrazioni Bush e Obama) e larghissima parte di essi, in USA e nel mondo, è destinato alle banche.

   Raffrontando queste cifre risulta che:

  1. La spesa della Seconda guerra mondiale imperialista abbraccia un arco di 6 anni, qui siamo in presenza di 6-7 mesi;
  2. La spesa militare nella Seconda guerra mondiale imperialista rilanciò l’economia USA, infatti, nel 1941 il PIL era di poco superiore al 1929 e s’impenna negli anni susseguenti raddoppiando quasi mentre nel 1943-44 la percentuale del PIL della spesa militare era pari al 44,6%. Adesso invece si spende molto di più ma l’economia non sembra reagire positivamente.

   Che queste cifre non siano arrivate alla stampa “popolare” è evidente: l’enormità della cifra significa che siamo vicini al si salvi chi può.

   Torniamo al pacchetto di aiuti approvato il 27 marzo. È importante vedere il dettaglio di questa operazione. Arriva l’Helicopter Money per 1.200 dollari per ogni americano con un bonus aggiuntivo di 500 dollari a bambino per redditi fino a 75.00 dollari annui: costo preventivato 290 miliardi di dollari. Sussidi per disoccupazione dei lavoratori dipendenti e per lavoratori autonomi fino a 13 mesi contro i 6 mesi attuali per 260 miliardi di dollari. Per aziende con meno di 500 dipendenti sospensione della restituzione dei prestiti per un valore di 377 miliardi. È stato il via a un fondo per sostenere un nuovo programma della Federal Reserve che offre fino a 4.500 miliardi di dollari in prestiti alle imprese che non possono ottenere finanziamenti con altri mezzi. I prestiti sono destinati alle compagnie aeree e alle “attività importanti per il mantenimento della sicurezza nazionale”, come la Boeing. Costo totale: 504 miliardi di dollari. Se le compagnie aeree non fossero in grado di riacquistare azioni o pagare i dividendi il governo degli Stati Uniti potrebbe entrare nelle compagnie azionarie. Costo totale: 32 miliardi di dollari. È prevista poi una pioggia di dollari da parte degli Stati e delle istituzioni locali per un totale di 400 miliardi di dollari. Il pacchetto prevede, quindi un aumento straordinario della spesa pubblica. C’è da chiedersi se tutta questa spesa bilanciata da nuove tasse. Molto probabilmente no. Sono state approvate le seguenti misure: credito d’imposta del 50% per le aziende colpite dal coronavirus per un valore di 67 miliardi di dollari; detrazioni fiscali per interessi e perdite operative pari a 210 miliardi di dollari, possibilità di riscuotere i fondi pensioni anticipatamente per 5 miliardi, ed infine 100 miliardi circa a sostegno delle famiglie americane. Un intervento di finanza pubblica gigantesco ed a totalmente a debito. Un pacchetto che in una situazione normale gli USA non potrebbero assolutamente permettersi. Ma la deflagrazione dell’epidemia di Covid-19 negli USA cambia totalmente lo scenario: la Federal Reserve può stampare a rotta di collo senza timore d’inflazione. Ed allora due sospetti sorgono immediatamente: il primo che dal mio punto di vista è una certezza la situazione finanziaria non era per niente florida (visto il crollo del 2008) se nel giro di una settimana il Congresso ha introdotto 2.200 miliardi destinati in pratica a tutti i settori della società americana; il secondo è chiedersi chi può beneficiare di questo tsunami di dollari se non Wall Street. Potrebbe allora svelarsi un obiettivo strategico degli strateghi USA, Wall Street potrebbe aver concordato con il resto dell’Establishment americano un’azione di guerra non militare sotto forma di campagna virale per porre le necessarie premesse al dissolvimento del debito americano tramite la sua smisurata espansione senza incorrere in una svalutazione stile Weimar. Per ottenere un obiettivo che sembra violare ogni legge economica (della politica economica borghese ovviamente) occorrono gli elementi che ho cercato di illustrare: una pandemia globale, un primo colpo preventivo di copertura sferrato all’euro, in qualità di una potenziale alternativa monetaria al dollaro ormai ultrainflazionato; un numero elevatissimo di morti da ottenere negli USA (102.798 al 31 maggio), per giustificare il carattere emergenziale dell’espansione senza limiti del debito nazionale.

   C’è un obiettivo importante che il sistema imperialista nel suo insieme (ovvero la Borghesia Imperialista che la frazione dominante della borghesia nei paesi imperialisti) ha ottenuto grazie al Covid-19: la sospensione delle regole.

   Durante gli ultimi mesi dei mandati presidenziali c’è veramente da raccomandare a tutti i santi, perché gli Stati Uniti tradizionalmente sferrano i colpi più pesanti. Ma un’operazione di questa levatura si era mai vista. Del resto, molti osservatori hanno constato che stiamo patendo gli effetti di una guerra tradizionale senza che una volta venga sparato. Ce lo hanno spiegato i due autori di Guerra senza limiti che stiamo assistendo ad una guerra non militare nell’era atomica. Queste cose le sanno chi negli Stati Uniti ha organizzato una campagna (magari all’insaputa di Trump), enorme e sofisticata, con uno stile da bostoniani di scuola britannica. L’idea era in gestazione da alcuni anni visto che Bill Gates ne parlava pubblicamente già nel 2015.[22] Quando poi si decise di procedere, il 18 ottobre 2019 la John Hopkins Center for Health Security con il World Economic Forum e la Fondazione Bill & Melinda Gates hanno presentato a New York l’Event 201 Pandemic Exercise, un’anticipazione di quanto sarebbe accaduto qualche mese dopo. Quindi doveva sapere, sapeva. Non è da escludere che Pechino sapeva vista la prontissima reazione; come non è da escludere che anche da Mosca sapevano vista la sua sostanziale immunità al contagio in Russia almeno fino al mese di maggio, non mi meraviglierei che il Vaticano sapeva.

   In ogni caso il sistema un risultato strategico lo ha raggiunto. La sospensione delle regole: siano esse economiche (quelle dentro l’ortodossia della economia politica borghese), dei diritti costituzionalmente garantiti, dei rapporti fra Stati, dei “casus belli” in ogni momento attivabili. Negli USA questa sospensione è visibile maggiormente che altrove. Il Congresso ha promosso un allargamento del proprio debito senza che nessun sottoscrittore si facesse avanti che non fosse la Federal Reserve; la Casa Bianca sta alzando il livello di scontro con la Cina sulla soglia del conflitto militare; è aumentata  l’oppressione violenta sui proletari e sottoproletari (in particolare afroamericani), che nella strategia dell’Establishment deve pagare silenziosamente in termine di morti e disoccupazione, è sotto gli occhi di tutti a seguito delle ribellione degli afroamericani dopo i fatti di Minneapolis. Ed in questo scenario di sospensione delle regole tutto diventa possibile: negli USA, in Europa ed in Italia, si è avuto la famigerata operazione prendi 6,5 miliardi e scappa a firma John Elkann.


[1] Voglio precisare che parlare del libro in oggetto non significa condividere l’impostazione ideologica degli autori.

[2] Nella guerra che nel libro in oggetto, stampato da una casa editrice reazionaria (del Friuli Venezia Giulia) legata all’esercito ed alle componenti nere dello Stato trascurate dal ministro della giustizia Togliatti all’indomani della Liberazione, ed anzi, ritornate spesso ai propri ruoli originari dopo pochi mesi od anni, è definita assimetrica;  una lettura del termine rimanda ad una guerra dove da una parte possiede moderne tecnologie e l’altra niente o quasi, l’assimetria consiste nell’uso di diverse tipologie d’armi. Semplificando: militare tradizionale contro guerriglia o militare tradizionale contro diversi tipi di guerra. Un’altra lettura, più “tecnica”, più attenta alla ideologia sottesa degli autori, che sono tutt’altro che coerenti al marxismo-leninismo, è quella che rimanda alla metodologia non convenzionale delle guerre, alla loro estensione alla società, alla vita delle masse anche nelle zone non colpite. Una ideologia “globale” e reazionaria insieme, il “summa” delle nefandezze prodotte dal revisionismo nei paesi socialisti, in perfetta coerenza e concordanza strategica con l’imperialismo capitalista, perché espressione della stessa classe, della stessa borghesia, oramai priva di alcuna natura nazionale: la borghesia imperialista.

[3] Sarebbe come credere che attraverso le banche sia possibile governare l’economia capitalista

crescono le condizioni perché crescano la produttività del lavoro.

[4] Per accrescere la produttività del lavoro dei suoi operai, la borghesia ha dovuto rendere le forze produttive sempre più collettive, cioè tali che la quantità e qualità delle ricchezze prodotte dipende sempre meno dalle capacità personali (la durata del lavoro, la sua intelligenza, la sua forza ecc.). Esse dipendono invece sempre di più dall’insieme organizzato dei lavoratori, dal collettivo nell’ambito del quale l’individuo lavora. Dalla combinazione dei vari collettivi di lavoratori, dal patrimonio scientifico e tecnico che la società impiega nella produzione. In conseguenza il lavoratore isolato può produrre solo se è inserito in un collettivo di produzione (azienda, unità produttiva) ma nello stesso tempo crescono le condizioni perché crescano la produttività del lavoro.

[5] Nel 1999 negli USA è stato abolito il Gloss Steagal Act introdotto da Roosevelt nel 1933 proprio perché, oltre che separare le attività delle banche di affari da quelle commerciali, vietava a queste ultime l’emissione dei titoli di debito garantito dai depositi dei risparmiatori limitando così la produzione incontrollata di capitale fittizio.

[6] In molti paesi imperialisti, c’è il passaggio di diversi partiti “comunisti” (capofila il PCI), dal revisionismo (ossia il parlare della “via graduale e pacifica al socialismo”) all’essere un partito della sinistra borghese (non si parla più di socialismo – che pur senza crederci ed attuare politiche che andassero in questa direzione, si proclamava che rimaneva l’obiettivo,  ma si pongono come obiettivi la “questione morale”, il rilancio della “democrazia”, l’accettazione della NATO ecc.).

[7] Una ricostruzione dell’evento è data da un intervento di Luigi Cavallaro, La congiura dei tecnici – All’origine della crescita del debito pubblico nel nostro paese c’è il divorzio consumato negli anni Ottanta tra Banca d’Italia e governo dell’economia per ripristinare il comando del capitale sulla società – Un percorso di lettura su Il Manifesto di sabato 29 settembre 20012.

[8] Termine corretto per definire la stragrande maggioranza dei paesi che appartengono al cosiddetto “Terzo Mondo”, si tratta delle vecchie colonie che sono diventati paesi politicamente autonomi ma dipendenti da un punto di vista economico.

[9] Oggi in tutti i paesi imperialisti, i beni e i servizi sono prodotti quasi tutti come merci (l’economia di autosufficienza, l’economia solidale ecc. sono fenomeni del tutto marginali) e in larga parte sono prodotti da aziende capitaliste (quantitativamente la produzione di merci fatta da lavoratori autonomi copre una modesta parte benché non trascurabile dell’intera attività produttiva, ma per di più i lavoratori autonomi sono largamente dipendenti autonomi dall’economia  capitalista e dalle pubbliche autorità per gli strumenti, le materie prime, la tecnologia, lo smercio e le regolamentazione).

   Le aziende capitaliste sono a loro volta legate per loro natura al capitale finanziario: indirettamente tramite le imposte, le tasse, i contributi, le tariffe e le regole dettate dalle pubbliche autorità che devono far fronte alla gestione del Debito Pubblico (il “servizio del Debito”) e delle finanze pubbliche (quindi dipendono del capitale finanziario); direttamente tramite il mercato delle proprie azioni e obbligazioni e il sostegno del loro corso, tramite il credito bancario e i relativi interessi, assicurazioni e garanzie, tramite il reperimento di nuovi capitali in borsa, tramite la partecipazione delle aziende e dei loro proprietari al capitalista finanziario (il settore finanziario delle aziende), tramite il cambio della moneta, tramite le commesse e gli appalti e tramite altre relazioni del genere di quelle indicate. Inoltre, l’investimento finanziario fa concorrenza all’investimento produttivo e lo condiziona da mille lati perché entrambi fanno parte alla stessa classe: la borghesia. Quindi una volta che il capitale finanziario ha conquistato il predominio, l’economia reale non è in grado di opporsi efficacemente alle sue pretese.

[10] https://www.ilsuperuovo.it/le-torture-della-folgore-in-somalia-le-dinamiche-del-branco/

[11] https://it.euronews.com/2019/08/06/gli-stati-uniti-accusano-la-cina-di-manipolare-la-valuta  https://www.fasi.biz/it/notizie/novita/4540-solare-industrie-europee-e-americane-accusano-la-cina-di-concorrenza-sleale.html 

http://www.asianews.it/notizie-it/Gli-Usa-accusano-l%E2%80%99agenzia-stampa-Xinhua-di-E2%80%9Cconcorrenza-sleale%E2%80%9D-11040.html

[12] Secondo uno studio della Kpmg Corporate Finance, società di consulenza, ripreso da Le Monde diplomatique del 20.08.1999, nel corso del primo trimestre del 1999, sarebbero state effettuate circa 2500 operazioni di fusioni-acquisizioni per un ammontare di 411 miliardi di dollari di dollari con un rialzo del 68% rispetto al primo trimestre del 1998. 

[13] Le tigri asiatiche sono il nome che è stato attribuito verso la fine degli anni ’90 principalmente a 4 paesi asiatici (Taiwan, Sud Corea, Singapore e Hong Kong) per via del loro ininterrotto sviluppo degli ultimi decenni, anche se questo termine si può riferire alla maggioranza dei mercati in rapida crescita nell’estremo oriente. Il termine Quattro Dragoni è stato spesso usato come sinonimo di tigri asiatiche e si riferisce alle stesse quattro nazioni. Alle quattro economie emergenti maggiori dell’area si sono affiancate le cosiddette tigri minori o piccole tigri ovvero altri quattro stati: Malesia, Indonesia, Tailandia e Filippine.  

[14] La Cina possiede 1.120 miliardi di dollari (pari a circa mille miliardi di euro) di titoli di debito Usa. Sul mercato mondiale dei prestiti americani, la quota della Cina è pari al 7%, mentre l’ex Celeste impero è il primo creditore degli Stati Uniti, davanti al Giappone e rappresenta il 17% del debito sovrano americano detenuto da investitori stranieri.

https://www.italiaoggi.it/news/pechino-ha-1-000-mld-di-bond-usa-2363664

[15] https://www.libreidee.org/2020/06/soros-e-bannon-nemici-per-finta-sono-uniti-contro-la-cina/

[16]                                                                      C.s.

[17] Spinte dalla concorrenza le imprese se non volevano essere spazzate via hanno investito in nuove tecnologie e modernizzato il capitale produttivo, tutto ciò ha causato un aumento fortissimo dei costi.

[18] La più famosa e influente è senza dubbio la lobbie sionista.

[19] Da vedere di Tremonti a Porta a Porta e ad Anno Zero dove parla di “illuminati” che gestiscono la globalizzazione creando guasti. Un’ipotesi è che gli interessi borghesi sacrificabili cominciano a lamentarsi per essere tagliati fuori.

   I video su http://free-italy2.blogspot.com/2011/10/tremonti-ha-parlato-degli-illuminati-in.html  dell’intervento di Tremonti a Porta a Porta e Anno Zero non sono disponibili poiché include contenuti di RAI che sono stati bloccati dallo stesso proprietario me motivi di copyright (guarda)

[20]  B. Ardù, E. GRION, Allarme OCSE.

[21] M. Marzocco, Un salvataggio da 23 mila miliardi, ne Il Sole 24 Ore, 22.03.2009.

[22] https://www.ilriformista.it/la-profezia-di-bill-gates-del-2015-un-virus-uccidera-10-milioni-di-persone-61673/

https://www.corriere.it/tecnologia/20_marzo_15/video-bill-gates-che-sembrava-predire-coronavirus-5-anni-fa-e6c0df12-66e6-11ea-a26c-9a66211caeee.shtml

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/14/coronavirus-bill-gates-a-una-conferenza-nel-2015-un-virus-altamente-contagioso-uccidera-milioni-di-persone/5736746/

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/lallarme-bill-gates-pandemia-letale-almeno-30-milioni-morti-1521265.html

~ di marcos61 su giugno 18, 2020.

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