IL SINDACATO DI FRONTE ALLE MULTINAZIONALI: DAL SECONDO DOPOGUERRA AGLI ANNI ’70

   Movimenti sindacali impegnati a un’azione internazionale ci furono sin dal primo dopoguerra dove si svolse lo Sciopero generale internazionale del 21 luglio 1919.[1] 

  Le spinte innovatrici e rivoluzionarie della Resistenza antinazista e antifascista si coagulano nelle posizioni antimonopolistiche della Federazione Sindacale Mondiale (Fsm) unitaria.

   L’incalzante processo di nazionalizzazione sviluppatesi in Europa nel 1945-47 con l’intervento attivo del sindacato[2], costituiva di fatto un attacco “multinazionale” ai nuclei dell’assetto monopolistico nei settori allora dominanti.

   Bisogna fare dei ragionamenti su questo fenomeno delle nazionalizzazioni nel secondo dopoguerra.

   Per capire l’importanza di questo fattore bisogna tenere conto che l’Internazionale Comunista si era opposta alle nazionalizzazioni proposte dai socialdemocratici che erano in sostanza un favore fatto ai capitalisti poiché trasferiscono allo Stato (borghese), il costo degli investimenti, che essi giudicano incompatibili con la realizzazione del massimo profitto.

   Le nazionalizzazioni eseguite in un paese come la Francia nel periodo 1945/47, in un paese sempre capitalistico, ma dove c’era un rapporto instabile di forze tra borghesia indebolita dal fatto che gran parte di essa aveva attuato il collaborazionismo don le forze di occupazione tedesche, e il proletariato che era stato la punta di diamante della Resistenza popolare armata.

   Quindi le nazionalizzazioni (anche se significativi indennizzi furono pagati ai proprietari) a causa dei rapporti di forza a favore del proletariato e del peso aumentato del Partito Comunista Francese (PCF), in una situazione che costrinse la borghesia a battute di arresto e concessioni, per salvare l’essenziale del suo sistema e del suo potere statale. In questi rapporti di forza favorevoli, il proletariato ottenne dei contratti a tempo indeterminato, degli statuti aziendali che prevedevano la partecipazione dei lavoratori al governo delle aziende, dentro un quadro di un’ostentata volontà di soddisfare le esigenze popolari. Tutto questo differisce dal programma di nazionalizzazioni attuate in Gran Bretagna, dove il Partito Comunista Britannico aveva un solo un peso molto più in basso in quanto i laburisti avevano l’egemonia all’interno del movimento operaio.

   Le critiche alle nazionalizzazioni operate in Occidente, fatta dal PC(B)R e dal Cominform, si concentrava principalmente sulla “via britannica” delle nazionalizzazioni che serviva alibi al concetto di “socialismo democratico” coniato dai partiti socialdemocratici per combattere il Movimento Comunista.[3]

   Il PCF commise diversi errori nel processo di nazionalizzazioni attuate in questo periodo in Francia:

  1. Si era sottostimata se non “dimenticata” la natura di classe dello Stato. Allo slogan popolare all’epoca in voga di “Restituire i trusts alla nazione” si omette di precisare che una nazione borghese sotto il potere (dittatura di classe) della borghesia è governata dall’antagonismo di classe tra capitalisti e proletari. La nazione sotto la dittatura della borghesia non può realizzare l’interesse generale delle masse popolari. Si era omesso, inoltre, che le nazionalizzazioni erano oggetto di una lotta di classe tra borghesia e proletariato. Queste nazionalizzazioni si scontrarono con i limiti della situazione politica dove dominava un feroce anticomunismo.
  2. Nel 1945-47 esisteva la tendenza del PCF a confondere Democrazie Popolari con la situazione in Francia. Anche se il PCF era il primo partito parlamentare con quasi un terzo degli elettori non si tenne conto che lo Stato rimaneva nelle mani della borghesia. Inoltre, non fu condotta con l’energia sufficiente la lotta extraparlamentare che sarebbe stata cruciale per rafforzare la natura antimonopolistica delle nazionalizzazioni. Il governo in Francia riuniva, in quel momento, una coalizione eterogenea (che era un riflesso dell’equilibrio instabile) in cui erano rappresentati i sostenitori delle due classi antagoniste (borghesia e proletariato). Nelle Democrazie Popolari le insurrezioni popolari contro gli occupanti tedeschi e i collaborazionisti sotto la direzione dei partiti comunisti avevano goduto dell’appoggio dell’Armata Rossa sovietica, questo fattore paralizzò ogni volontà di rivolta da parte della borghesia, dei suoi alleati e dell’imperialismo. Infatti, nell’Est europeo l’egemonia del proletariato conteneva in germe l’esercizio della dittatura del proletariato. Lo Stato borghese veniva spezzato, i suoi apparati coercitivi (esercito, polizia, organismi economici) erano guidati da persone provenienti dal proletariato e dalla intellighenzia rivoluzionaria. Le nazionalizzazioni nelle Democrazie Popolari espropriarono il Capitale, consentì un inizio di pianificazione. Uno dei fattori che determinò questi errori all’interno del Movimento Comunista Internazionale fu dovuto dal fatto che quello che era stato l’economista ufficiale dell’Internazionale Comunista l’ungherese Varga, sosteneva la tesi che verteva sull’incomprensione della natura di classe degli Stati di Democrazia Popolare che non erano guidati dalla borghesia e sul concetto di una cosiddetta “fase intermedia” tra lo Stato borghese e lo Stato operaio.

   Questa linea di democratizzazione dell’economia si scontra con la pressione degli USA per una “liberalizzazione” dei mercati destinata ad avvantaggiare i grandi gruppi e l’economia americana, nella FEDERAZIONE SINDACALE MONDIALE (FSM) con l’ostilità dei sindacati americani che hanno un obiettivo strutturale e programmatorio di un’azione sindacale rivendicazionista (di affari) che sia iscritta nel processo espansivo, avviatosi negli USA e teso ad improntare di sé lo sviluppo economico mondiale. Le forze sindacali che hanno questo obiettivo di un rivendicazionismo subalterno al sistema, sono presenti in Europa, e questo rende difficile alla FSM unitaria di coordinare e dilatare la pressione dei lavoratori per condurre i processi di nazionalizzazione in atto su una linea di trasformazione sociale. Questa difficoltà porta la FSM ad uno scontro sulle scelte del Piano Marshall che la spacca (1947).

   La scissione scatena pozioni nettamente divergenti sulla strategia dello sviluppo che avrebbe dovuto avere l’azione sindacale, a fronte delle incalzanti concentrazioni oligopolistiche. La componente rimasta nella FSM (quella comunista era maggioritaria) denuncia il dominio dei monopoli, il limite che si fa fatica a far emergere delle politiche reali per far avviare dei processi di trasformazione sociale. La parte diventata CISL Internazionale (ovvero i sindacati scissionisti) punta su una contrattazione aziendale in senso rivendicazionistico in un equilibro subalterno tra richieste salariali e crescita della produttività: perviene così a soluzioni cogestionarie nella Repubblica Federale Tedesca, ad accettazioni del progresso tecnologico (la cosiddetta neutralità del progresso tecnologico) negli USA, a inserimenti ordinati nelle politiche dei redditi congiunturali in Olanda,  in Svezia o in Austria, o ad arroccamento sulle posizioni acquisite in Gran Bretagna. In Italia (e in Francia) lo scontro fra le due linee è lacerante: investe l’accettazione o meno di uno sviluppo capitalistico segnato dalle scelte egemoniche dei nuovi gruppi trainanti (dall’auto alla petrolchimica) che sviluppano vaste concentrazioni oligopolistiche mentre esasperano distorsioni e squilibri nell’assetto socioeconomico del paese. A tali scelte si contrappongono le lotte per la terra (soprattutto nel Mezzogiorno) o la difesa delle fabbriche colpite dalle ristrutturazioni aziendali (che comportavano licenziamenti in particolare degli operai militanti sindacali e politici), l’azione sindacale in questo quadro si sviluppava da un lato (CISL e UIL) in accordi separati che accettano le “zone salariali”, sia sistemi di salariali subordinati ai disegni espansivi dei grandi gruppi, e dall’altro (CGIL) in pressioni sindacali dure ma “generali”  che non colgono il fatto che le ristrutturazioni aziendali hanno portato delle profonde differenziazioni tra i lavoratori all’interno delle fabbriche. La sconfitta nel 1955 della CGIL alle elezioni delle Commissioni interne alla Fiat (e altrove) causò un travaglio all’interno della Confederazione per trovare una linea inerente alla contrattazione aziendale.

   Si arriva da parte della CGIL (e della FIOM in particolare) a una linea tesa ad attaccare il potere di decisione unilaterale del padrone sui vari aspetti del rapporto di lavoro. Si avvia all’inizio degli anni ’60 la riscossa operaia nei grandi gruppi industriali.

   Questa ripresa ci fu non solo in Italia ma in tutta l’Europa capitalista, creò le premesse per un’azione a livello internazionale. Nello stesso tempo nella FSM si crearono le basi per saldare le azioni rivendicative con obiettivi di modifiche strutturali e nuovi indirizzi di sviluppo per introdurre già nel quadro del potere statale vigente programmi di trasformazione sociale, superando le piattaforme eminentemente propagandistiche.[4]

   Le impostazioni generali dei vari movimenti sindacali europei negli anni ’50 spiegano e qualificano le diverse posizioni assunte verso le concentrazioni monopolistiche internazionali. I sindacati legati alla CISL internazionale (e alla CMT)[5] tendono a sollecitare tali interventi vedendovi apporti di capitali e di tecnologia per un’espansione di cui non contestano le scelte: si limitano a chiede un certo rispetto delle pratiche sindacali. Nella Repubblica Federale Tedesca la DGB sostiene la penetrazione di gruppi americani che rafforza/sfrutta la carica espansiva ridata all’apparato produttivo tedesco dal Piano Marshall. Questa espansione aiutata dagli investimenti americani attenua nelle suddette aziende le tendenze cogestionarie e le pressioni rivendicative, peraltro rese ancor più moderate dalla sconfitta dello sciopero dello Schleswig-Holstein nel tentativo di un’azione salariale più articolata e vivace.[6] In Gran Bretagna il disegno atlantico di un ponte per la penetrazione americana in Europa viene accettato da molte Unions che attendono da essa nuove capacità espansive pur scontrandosi sul rispetto delle attività sindacali: solo alcuni sindacati come l’Asset e la Data sollevarono delle istanze per uno sviluppo autonomo, in particolare per la ricerca scientifica e in settori considerati nuovi[7]. In Belgio la CSC[8] sostiene l’intervento di capitali stranieri specie per la Fiandra, caratterizzata da una scarsa industrializzazione e da industrie in crisi, mentre la FGTB[9] appare divisa analoghe spinte e posizioni di difesa dei settori industriali valloni.

   In Francia lo scontro è frontale tra le posizioni favorevoli di Force ouvrière (FO),[10] le riserve crescenti della CFTC[11] e il rifiuto assoluto della CGT in nome della difesa dell’economia nazionale. Solo più tardi la CGT rilancerà programmi di nazionalizzazione.[12] In Italia le posizioni della CISL e della UIL riprendono quelle di FO con più marcati aspetti di sollecitazione di investimenti in nome del bisogno di capitali e di tecnologie, specie nel Sud: la CGIL invece, pur avvertendo la necessità le possibili utilità di capitali esteri per le nuove attività produttive, ne teme la rapina degli incentivi pubblici, e soprattutto le più dirette subordinazioni ai grandi monopoli internazionali (in particolare di quelli americani) e un aggravamento delle pratiche antisindacali.

   L’integrazione europea costituisce un primo concreto di processo su cui si misurano le posizioni dei sindacati. L’esigenza delle varie economie europee (e dunque delle relative borghesie) è quella di integrarsi poiché si è in una fase economica espansiva.

   Questa integrazione europea è stata favorita dal fatto che nel secondo dopoguerra gli USA hanno assicurato la persistenza del dominio delle classi borghesi nella parte occidentale dell’Europa, in Giappone e in buone parte delle colonie. In alcuni di questi paesi lo Stato borghese era completamente dissolto a seguito della guerra (tipica la situazione della Germania); negli altri paesi gli Stati borghesi erano fortemente indeboliti e prossimi al collasso. Di conseguenza, le borghesie dei paesi continentali dell’Europa Occidentale (e quella del Giappone) non ebbero di meglio che accettare l’autorità degli USA per ristabilire il loro dominio in campo economico e politico. La borghesia USA aiutò la borghesia dei singoli paesi a ricostruire i propri Stati. Difficilmente avrebbe potuto fare diversamente, cioè diversamente, ovvero di assumere direttamente e semplicemente la parte occidentale dell’Europa, poiché in questi paesi c’erano dei forti movimenti popolari guidati dai comunisti (che erano forti dell’appoggio dell’URSS) e sia per l’opposizione delle borghesie inglesi e francesi. Gli USA posero dei forti limiti alla sovranità di alcuni stati europei come quello tedesco, italiano, greco e anche alla sovranità degli della borghesia britannica assicurandosi vari strumenti di controllo della loro attività e di intervento in essa.

   Nei quarant’anni successivi i contrasti tra questi Stati e gli USA non hanno avuto un ruolo rilevante nello sviluppo del movimento economico e politico, con l’eccezione delle tensioni con la Francia e la Gran Bretagna in occasione della crisi di Suez (1956) e delle tensioni con la Francia durante la lotta di liberazione nazionale dell’Algeria (1954-1962). Neppure i contrasti di questi Stati fra di loro hanno avuto un ruolo rilevante: quando vi sono stati tensioni serie, come i contrasti che vi furono fra Grecia e Turchia, il controllo degli USA su entrambe le parti è stato efficace.

   In sostanza, finché gli affari sono andati bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppato del capitale si è sviluppata felicemente (ed è ciò che è stato fino alla metà degli anni ’70) non si sono sviluppate contraddizioni antagoniste tra gli Stati imperialisti, né potevano svilupparsi se è vero che esse sono la trasposizione in campo politico di contrasti antagonisti tra gruppi di capitalisti in campo economico.

   Ora tra gli anni ’50 e ’60 il Mercato Comune Europeo (MEC) diventa il terreno privilegiato per le concentrazioni tra i grandi gruppi americani e per le loro penetrazioni nel mercato europeo. Emblematico è il Piano Schuman, primo momento programmatico di integrazione che si concretizza di fatto in un cartello dei grandi gruppi carbo-siderurgici di cui favorire ulteriori concentrazioni e nuove intese con gruppi americani. Tanto l’esaltazione acritica del MEC da parte dei sindacati aderenti alla CISL internazionale, quanto il rifiuto di principio della CGT (e della FSM) rendono difficile la ricerca di reali terreni attacco alle politiche e ai processi comunitari. La stessa posizione assunta dalla CGIL già nel 1957 in termini aperti a tale ricerca[13] non riesce a riversare sulle scelte europee le lotte nel che si svolgevano nel paese. L’assenza di vaste pressioni sindacali in tal senso favorisce gli indirizzi liberistici e le politiche di efficienza aziendalistica che alimentano i processi di concentrazione europea/atlantica destinati sfociare negli anni ’60 nelle Multinazionali (MN).

   Ancora più assente è l’azione sindacale ai rapporti economici-commerciali liberistici, istituiti dal GATT e rafforzati dal sistema monetario varato a Bretton Woods. Basato su regole eguali per economie diverse, essi esasperano tutti i meccanismi di squilibrio inerenti al modo di produzione capitalista. Ne derivano vantaggi crescenti per la più forte economia americana e per i grandi gruppi, mentre lo spostamento del baricentro dei rapporti economico-commerciali dalla Gran Bretagna agli USA consente a questi ultimi di trarre profitti dal ribasso dei prezzi delle materie prime. L’acuirsi degli squilibri dei paesi del Terzo Mondo consente un rafforzamento del dominio oligopolistico sulle loro risorse e una sistematica azione americana per il controllo delle riserve mondiali di materie prime individuate nel cosiddetto Rapporto Paley del 1949[14]  azione che si traduce in vaste penetrazioni dei trusts nordamericani negli imperi coloniali anglo-franco-belgi già prima del loro crollo. Si dilata così un processo di concentrazione e di intese che sfocia in sistemi imperniati su 4-5 accordi per settore, come nell’alluminio le americane Alcos e Alcan e le europee Pechiney e Alusuisse, o nel nickel in Nordamerica o la Nikel-Penaroya in Europa con outsiders tipo Falconbridge e Western Mining o Mariduke e così via.

   Le incertezze e le carenze dell’azione sindacale in questo periodo caratterizzato da vaste verticalizzazioni e ramificazioni, si evidenziano nello stesso sostegno alle lotte di liberazione. È un sostegno più o meno intenso, magari tormentato come in Francia per l’Algeria: ma che non riesce a intervenire però ad alimentare attacchi a quel dominio aprendo loro sbocchi e creando condizioni reali di lotta comuni per nuovi assetti. In altre parole, il riformismo e l’economicismo dominante nel movimento operaio occidentale, impedisce di concepire la propria lotta come parte integrante dello scontro di classe internazionale. E questa mancanza di visione di una comune lotta, non lo si è avuta neanche davanti a processi emblematici come la nazionalizzazione del petrolio in Iran durante il governo Mossadeq[15] e la nazionalizzazione dello Stagno in Bolivia nel 1952[16]. Nella FSM il sostegno è, come si diceva prima, in prevalenza propagandistico, mentre la CISL internazionale, degli accenni alle nazionalizzazioni vengono dalla UGTA[17] e dall’UMT[18] affiliatesi ad essa nella seconda metà degli anni ’50, ma restarono solo delle frasi giustapposte dalla linea generale.

   Carenze ancora più nette appaiono sulla questione energetica. Il Cartello petrolifero – sorto nel 1928 e subito articolatosi in aziende “pluri-oligopolio” come l’IPC o l’ARAMCO subisce un rovesciamento di potere dal 60-65% al 35-30% per le due “sorelle” anglo-olandesi rispetto alle cinque americane, prima in America Latina (1940) e poi in Medio Oriente (1945-50). Negli anni ’50 il Cartello deve cedere: sia al 50% dei profitti agli Stati produttori[19], sia per l’intervento di società “indipendenti”, sia sull’avvento e sulle iniziative di Enti pubblici come l’ENI e, inoltre, subisce l’assalto delle nazionalizzazioni in Iran.

  In pari tempo, riesce a stroncare l’assalto iraniano, a ottenere la chiusura protezionistica del mercato americano obbligando le società “indipendenti” a cedergli il loro petrolio, ad usare l’eccesso di produzione per un calo dei prezzi sfruttandolo per un dumping al carbone e al mercato europeo; e a utilizzare la “difesa elastica del prezzo del carbone” attuata dalla CEE/CECA, realizzando un dumping più lento ma a più alto saggio di profitto[20]. I prezzi energetici europei restano così più alti di quanto non fosse possibile, favorendo in tal modo la competitività dell’economia americana[21]. Il Cartello può far cadere lo sforzo europeo per la produzione di energia nucleare avviato coi Convegni del 1955-58 e sfociato nell’Euratom[22]: può battere la pressione dei truts americani del “nuovo” settore atomico, grazie sia alle enormi capacità di profitto assicurategli da quel processo, e sia la convergenza con le scelte di sviluppo affermatasi in Europa (auto, petrolchimica, beni di consumo durevoli) il cui bisogno di benzina e di energia elettrica abbondante consente ai monopoli elettrici di utilizzare i residuati di fuel-oil (carburante) per vaste produzioni termoelettriche a costi decrescenti.

   La pressione sindacale non riesce a contrapporre un’alternativa di sviluppo equilibrato delle varie fonti energetiche che faccia leva tanto su imprese pubbliche come l’ENI e l’ELF-ERAP[23] quanto sui rapporti diretti coi paesi produttori come quelli avviati dall’ENI con l’Iran e con l’URSS. Né si qualifica in tal senso la battaglia per la nazionalizzazione dei monopoli elettrici in Italia o quella dei minatori europei in difesa delle miniere.[24]

   La penetrazione in Europa dei gruppi americani rende le carenze sindacali, un fatto molto grave, poiché investe settori-chiave dello sviluppo affermatosi nei vari paesi ed egemonizza i nuovi settori della ricerca scientifica incorporata. Ciò vale per la Ford in Gran Bretagna e nella Rft o per la GM in quest’ultima[Marco Sac1] . Vale per le compagnie del Cartello petrolifero “verticalizzatesi” nella petrolchimica incontrandosi con le analoghe proiezioni dei gruppi dei gruppi chimici tradizionali, come l’Ici (Gran Bretagna) e la Akzo (Olanda) in Europa, come la Montecatini e la Edison in Italia, o come le americane Dupont, Union Carbide ecc. Vale per intese nella siderurgia tra gruppi francesi e belgi, o con gruppi americani nei “nuovi” settori, come il nucleare in cui peraltro inglesi e francesi sanno crearsi spazi propri, o come l’informatica dove l’acquisto della Olivetti-elettronica e della Bull si cumula col “blocco” della Siemens e Philips consentendo la conquista dei gruppi americani, Ibm in testa. In effetti, se in Gran Bretagna viene conservata in questo campo uno sviluppo autonomo è anche per la pressione dei sindacati dei tecnici come l’Asset o la Data, in Francia il governo è spinto a conservare un’aliquota “di controllo” alla Bull dalla vigorosa azione sindacale sviluppata soprattutto dal sindacato dei lavoratori elettromeccanici della CFDT[25] che riprende esplicitamente la linea della CGIL circa il potere di contrattazione del sindacato e circa l’intervento pubblico nei settori chiave per uno sviluppo più dinamico ed equilibrato[26]. In Italia invece, la CGIL  trova difficoltà ad attuare questa linea alla Olivetti per le debolezze derivanti dalla scissione sindacale e dal paternalismo olivettiano, nonché dalla situazione presente in FIAT: non si riesce a imporre a quest’ultima e al governo di utilizzare l’eccesso di liquidità che aveva l’azienda, esistente allora presso la Banca d’Italia, per recuperare un’iniziativa industriale nazionale di avanguardia in un punto alto del ciclo del prodotto, in un settore strategico nella nuova divisione  internazionale del lavoro che stava maturando[27]. Né si ottiene un intervento qualificato in tal senso da parte dell’IRI e dall’ENI che all’epoca erano in piena fase dinamica.

   Occorre analizzare in cosa le Multinazionali innovano rispetto ai gruppi monopolistici precedenti. Non a caso il tema delle MN diventa travolgente dopo il ’68 presentando come obsolete e “ideologiche” le espressioni come “gruppi oligopolistici” o “monopoli internazionali”. A parte le maturazioni teoriche dagli spunti in K. Marx, alle tesi sul capitalismo finanziario di Hilferding, Luxemburg, Lenin, Bucharin fino ai “neo-marxisti” del secondo dopoguerra, gli interventi di capitali e di imprese da un paese all’altro erano già marcati agli inizi del XX secolo come nei casi dei truts petroliferi, fino alle massicce penetrazioni di capitale finanziario in banche miste come quello nella Banca Commerciale d’Italia[28]. Alla svolta della “internazionalizzazione” delle economie nel secondo dopoguerra, segue negli anni ’60 quella delle MN caratterizzata non tanto dalle dimensioni o quantità raggiunte, quanto nel campo di attività egemonizzato da grandi gruppi su scala mondiale e dal suo impatto con le caratteristiche assunto dallo sviluppo capitalistico.

   Le nuove condizioni della concorrenza sono certamente un primo tratto distintivo delle MN, legato all’espansione del commercio internazionale e alla dinamicità dei processi produttivi si osserva nella CEE: “Il successo delle grandi società mondiali poggia su una ripartizione internazionale di potenti unità di produzione e di commercializzazione in numerosi paesi, piuttosto che sull’esportazione effettiva partendo dal paese di origine. Il cambiamento delle condizioni di concorrenza ha avuto come conseguenza che spesso per riuscire su un mercato, bisogna esservi presenti non solo con una buona rete di distribuzione, ma anche allo stadio della produzione in modo di potersi meglio adattare alle condizioni di tale mercato”.[29]

   Anche questo tratto distintivo va tuttavia ricondotto ad altri più qualificanti: in particolare a tre che hanno più dirette implicazioni per l’azione sindacale.

   Nei paesi industrializzati la produzione di scala e le tecnologie avanzate richiedono investimenti colossali che rendono troppo pericolosa l’anarchia produttiva, spinge i gruppi capitalistici a programmare un proprio rapporto mercato-produzione-investimenti: esigono in breve dallo Stato, programmazione dei consumi, delle allocazioni di risorse, dei servizi ecc. Raccolta in Gran Bretagna dai conservatori già nel 1958-59 e approfondita in Francia col IV° Piano e in Italia col Piano 65-70[30], tale spinta, offre all’azione sindacale un nuovo terreno di scontro. Queste politiche messe in atto dai vari gruppi oligopolisti consentirono, magari sulla base di politiche dei redditi, le basi espansive di una maggiore concentrazione dei gruppi oligopolistici nazionali e internazionali. Vengono così di fatto favorite le azioni programmate di tali gruppi a livello internazionale che si distinguono da quelle passate proprio per la capacità di inserirsi nei processi ora accennati traendone vaste fonti di reddito, e realizzando più profondi condizionamenti nei vari paesi.

   Nei cosiddetti Paesi in via di Sviluppo (Pvs) ovvero nei paesi oppressi, coloniali e semicoloniali (in sintesi paesi dipendenti) che si stavano industrializzando, le metropoli imperialiste impongono processi di industrializzazione subalterni, alimentando così, in questi paesi, un’economia dualistica nella quale si esasperano i fattori di squilibrio e di dipendenza, a proprio vantaggio.

   Lo spostamento dei settori strategici e il ruolo dentro questo processo delle Multinazionali sono un aspetto che caratterizza questo periodo. I settori che consentono di realizzare alte aliquote di valore aggiunto passano nel secondo dopoguerra dal settore carbo-siderurgico a quello dell’auto, dei beni di consumo durevoli e a quello della petrolchimica passando poi negli anni ’60 ai settori con elevata ricerca scientifica incorporata come l’informatica, l’elettronica e il nucleare.[31] Impegnati in uno sforzo incalzante di ricerca, tali settori hanno una capacità di esportazione non solo di capitali, ma di una nuova merce (ricerca-tecnologia) suscettibile di una produzione concentrata nelle case-madri per essere poi riversata in realizzazioni del prodotto dislocate in vari paesi emergenti, riservando l’assemblaggio nei punti forti del gruppo oligopolistico oppure  nei processi produttivi di altri paesi rastrellandone le risorse. D’altro canto, l’intervento nei nuovi settori determina nelle varie economie ulteriori processi di internazionalizzazione, nuove esigenze di competitività. Inoltre, le verticalizzazioni e le dislocazioni produttive nei paesi dipendenti consentono ai gruppi in questione un’azione internazionale.

   Il dominio delle Multinazionali nei settori ad alta ricerca scientifica incorporata tende a essere totalizzante: quello delle Multinazionali americane in Europa oscillava, già alla fine degli anni ’60, riversano tra il 50 e l’80% del loro peso nelle economie europee e quindi sul loro intervento nei paesi dipendenti. Ciò spiega la concentrazione degli investimenti in Europa in quei settori e in quegli anni.[32]  A loro volta settori come il farmaceutico o quello alimentare sono in grado di drenare, l’uno le vaste spese per la salute ormai generalizzatesi e le altre masse di reddito tratte tanto da un’agricoltura ovunque largamente sorretta da finanziamenti pubblici, quanto da consumi fortemente inelastici e destinati ad esplodere nel mondo, più sono  “avanzati”  e più tali settori consentono alle multinazionali di rastrellare vaste fasce di reddito nazionale, assorbendo e/o condizionando le stesse politiche di riforma. In questo periodo il ruolo delle Multinazionali non è quello di fagocitare l’intero processo produttivo ma di “sfruttarlo” controllandone i settori più dinamici e rastrellandone il reddito.[33] Il problema chiave per il movimento sindacale diventa la capacità di cogliere le contraddizioni scatenate/sfruttate in quel processo dalle Multinazionali, di individuarne l’inserimento nei vari assetti storico strutturali, come ad esempio l’impatto con l’azione dello Stato il cui ruolo sta crescendo e mutando.

   Su questo piano l’azione sindacale può superare le valutazioni schematiche che vedono nelle Multinazionali, la fonte di tutte le distorsioni del modo di produzione capitalista, oppure una via decisiva per un intenso progresso tecnologico capace di superare le barriere nazionali e di avviare un processo di “benessere”. Questa visione più dialettica può superare nei paesi dipendenti la contraddizione tra il bisogno di massicci interventi di capitali e il pericolo di farne delle enclave subordinare alle Multinazionali destinate alla dine ad inasprire i processi dualistici; contraddizioni che non furono affrontate dalle Conferenze del 1967 di Algeri e del 1972 di Lima che hanno eluso il nodo delle riforme di struttura per programmi di sviluppo autonomo cui condizionare i capitali esteri,[34] e nella CEE superare la mistificazione di una difesa dell’industria europea che esalta la logica delle concentrazioni oligopolistiche: “In passato più volte i membri degli Stati membri si sono seriamente preoccupati in merito a cooperazione, prese di partecipazione o concentrazione, avviate tra imprese della Comunità. Queste preoccupazioni potevano tradursi in un veto all’operazione prevista. Secondo la Commissione i motivi che avevano ispirato questi atteggiamenti non devono costituire degli ostacoli insormontabili per la ristrutturazione dell’industria comunitaria”.[35]

   È un sostegno alle Multinazionali europee che finisce per frenare la caduta del saggio di profitto a vantaggio dei gruppi americani. Esso si congiunge, inoltre, alla mistificazione per cui, in apparente contrasto con le preclusioni della CEE verso l’industria pubblica, in Gran Bretagna i laburisti varano nel 1966 l’Industrial Reorganization Corporation  (Irc),  una sorta di IRI britannico che aveva l’ambizioso compito di modernizzare l’industria britannica e promuovere “la fusione di imprese nei vari settori” creando intanto “combinazioni” come la Leyland (auto) e la International Computers; in Francia i gollisti creano l’Idi, che serviva a stimolare le concentrazioni internazionali competitive realizzandole intanto nel settore siderurgico, aeronautico, elettronico o chimico; nella Repubblica Federale Tedesca la coalizione liberalsocialista finalizza l’intervento pubblico alla logica espansiva dei gruppi tedeschi, riprivatizzando la Volkswagen[36] ma costituendo la Veba  che era una sorta di ENI in salsa tedesca; in Italia il Centro-sinistra il ruolo delle Partecipazioni Statali fu degradata a partire dagli anni ’60. Le Partecipazioni Statali non furono usate, nella programmazione, quale leva per nuovi meccanismi di accumulazione e nuovi indirizzi produttivi. Con le connesse distorsioni nella nazionalizzazione dell’energia elettrica, nella fusione della Montecatini-Edison, nelle intese dell’IRI con gruppi esteri, nella caduta del ruolo dell’ENI.[37]

   Proprio sul piano petrolifero viene lasciata cadere la possibilità concreta di un’iniziativa pubblica alternativa alla più grande concentrazione di Multinazionali, il Cartello petrolifero. Nel 1964-65 l’ENI rompe l’accordo con l’Algeria comprendente quel metanodotto che, collegato a quello dell’URSS e delle reti pubbliche francesi e spagnola, poteva creare una rete europea alternativa a quella Esso-Shell dall’Olanda e dalla Libia. In pari tempo, l’ENI abbandona alla Esso la Raphinerie du Rhone fino a quel momento antagonista del Cartello in base a rifornimenti (e prezzi) provenienti dall’URSS; non interviene nella pressione dei gruppi francesi e tedeschi sulla CEE per un attacco ai privilegi del Cartello negli USA, subisce gli indirizzi subalterni a quest’ultimo del Rapporto Marjolin (CEE, agosto 1966) eludendo ogni impegno per un’azione energetica, coordinata degli enti pubblici petroliferi esistenti (Francia, Italia) o avviati (Gran Bretagna, RFT) con quelli carboniferi (Francia, Gran Bretagna) e nucleari (Francia, Italia, Gran Bretagna) per attaccare il dominio delle compagnie avviatesi a loro volta a diventare società di energia (petrolio, carbone, nucleare) per rovesciarne la base di accumulazione (il petrolio) attraverso rapporti diretti coi paesi produttori. Prevale così l’inerzia europea che nel 1971-73 consentirà al Cartello di rivalersi dell’attacco ai paesi produttori. Contro tale inerzia il movimento sindacale definisce nella Conferenza internazionale di Algeri e in altre iniziative una linea di azione comune che trova però difficoltà a tradursi in vasti movimenti, anche nel pieno del maggio francese e dell’autunno caldo italiano, anche di fonte a momenti di rottura come le nazionalizzazioni algerine, la rivoluzione irachena, quella libica.[38]

  Nel frattempo, il ciclo economico espansivo cominciato del dopoguerra si stava esaurendo.

      Tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974 il prezzo del petrolio si quadruplicò.

   Il prezzo del petrolio aveva avuto una storia relativamente tranquilla dalla seconda metà del XIX secolo fino alle prime metà degli anni ’70 del secolo scorso, quando i 6 paesi dell’OPEC[39] fecero raddoppiare il prezzo del petrolio, portandolo a superare i 10 dollari a barile. L’aumento del costo del petrolio significava da un lato, una fetta più grossa per gli “sceicchi” (ovvero la casta semifeudale dominante nei paesi arabi, per lo più legata all’imperialismo USA) e dall’altra costi di produzione maggiore per gli europei e i giapponesi, più dipendenti dalle importazioni petrolifere che non gli USA (le cui merci guadagnarono, di fatto, competitività sul mercato mondiale). Dall’altro lato, la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere attuata da alcuni paesi arabi (quali la Libia e l’Algeria) e l’embargo selettivo sull’export di petrolio attuato verso gli USA e i paesi europei sostenitori di Israele, le borghesie arabe iniziarono a scrollarsi di dosso, il sistema di saccheggio impostogli dall’imperialismo. Si manifestava così, pure a questo livello, la forza del moto rivoluzionario nei paesi del Tricontinente che la rivoluzione iraniana del 1979 ravvivò.[40]

   L’aumento del prezzo del petrolio (quintuplicato in due anni, poi raddoppiato nei successivi 8-9 anni) concorse con il ciclo mondiale delle lotte operaie del periodo 1968-72 ad accrescere i costi di produzione dei capitalisti europei e giapponesi proprio nel momento in cui finiva il trentennio di sviluppo e aumentava di più il bisogno del capitale ad abbassare i costi di produzione.

      Iniziò così una fase di profonda ristrutturazione dell’economia capitalistica su scala mondiale che si sviluppò su due linee: con la ristrutturazione degli impianti produttivi (con l’introduzione di macchinari più sofisticati e il “decentramento produttivo” nelle metropoli imperialiste e con massicci trasferimenti verso i paesi di “nuova industrializzazione”) e con la ristrutturazione dei meccanismi della finanza mondiale.

   Questa ristrutturazione finanziaria marciò su due binari paralleli:

  1. La riduzione dell’indebitamento delle imprese nei confronti delle banche, che ebbe come conseguenza la riduzione del pluralismo dei centri di potere economico.
  2. La ricapitalizzazione, cioè la possibilità di accrescere il capitale proprio senza ricorrere al credito.

   Un terreno dove il capitale trovò sfogo (ossia il mezzo per valorizzassi furono gli enormi trasferimenti di capitali verso il cosiddetto “Terzo Mondo”, il cui indebitamento nei confronti dei paesi imperialisti crebbe a dismisura. Tutto ciò provocò in questi paesi:

  1. Dove ci sono state rivoluzioni riuscite (come l’Algeria) grazie al movimento di massa operaio e contadino, a vincere l’imperialismo e a cominciare a creare un mercato nazionale, per via dei prestiti della finanza internazionale, s’impedì la crescita di un’accumulazione interna. Lo sfruttamento imperialista, in questo caso, assunse la forma di prestiti a paesi formalmente indipendenti.
  2. La dipendenza economica portò all’eliminazione delle misure statali di protezione sociale (controllo dei prezzi dei beni di prima necessità, prestazioni sociali ecc.).
  3. Di subordinare in ogni paese le attività economiche al mercato capitalistico internazionale.
  4. Di devastare su grande scala e in modo irreversibile le primitive strutture agricole esistenti.

   Questa nuova colonizzazione dei paesi dipendenti è stata facilitata dal fatto che la classe che detiene il potere in questi paesi, è in gran parte la borghesia compradora, cioè la frazione più direttamente legata agli interessi del capitale straniero e che non può utilizzare a suo piacimento i prestiti erogati. Una conseguenza grandiosa di questa nuova ondata di colonizzazione fu l’avvio dell’emigrazione di massa della popolazione delle campagne: dapprima nelle città dei propri paesi e poi nei paesi imperialisti. L’invadenza dei capitali distruggeva per varie vie l’economia agricola primitiva, in largo misura di autosussistenza, cui era dedita la maggioranza della popolazione. Questa si riversava nelle città e poi nell’emigrazione in cerca di una vita migliore o semplicemente per sopravvivere. Le attività economiche (agricole, industriali ecc.) che il capitale creava, richiedono una manodopera inferiore rispetto a quelle privata delle proprie tradizionali fonti di sussistenza.

   Anche nell’URSS e agli altri paesi del cosiddetto “blocco socialista” furono erogati prestiti, che grazie a essi questi paesi s’inserirono a pieno titolo nel mercato capitalistico mondiale.

   Un altro terreno di sfogo furono le sottoscrizioni dei titoli del Debito Pubblico degli Stati delle metropoli imperialiste.[41]

   Le economie dei paesi OCSE subirono una seconda battuta di arresto nel 1980-81 a causa di un nuovo aumento del prezzo del petrolio, reclamato dalle borghesie nazionali dell’OPEC per contrastare la contrazione delle loro economie, nel quadro di una nuova flessione dell’economia USA manifestatasi già all’inizio del 1979. A metà del 1982 iniziò una fase di ripresa, sostenuta dalla riorganizzazione del sistema finanziario e del sistema internazionale delle Borse, che vide nel 1987 il sorpasso di Tokyo su New York come centro finanziario mondiale (soprattutto per i capitali d’investimento all’estero), e che culminò con il crollo della borsa di New York nell’ottobre dello stesso anno (conseguite alla “bolla speculativa”, ovvero alla sopravvalutazione fittizia delle aziende quotate rispetto alla loro effettiva capacità di generare profitti nel ciclo produttivo).

   Dall’inizio degli anni ’90 l’economia europea ha marciato a passo ridotto, mentre la disoccupazione – già accresciuta negli anni ’80 – diventa strutturale (ossia un fatto permanente). L’economia giapponese ha conosciuto la più grande crisi degli ultimi 50 anni e il sistema bancario è rientrato in crisi, proprio per essersi sbilanciato troppo con investimenti a rischio nei paesi del Sud-Est asiatico, in cerca di sbocchi per l’enorme massa di capitali amministrati.

   Negli USA subito dopo la prima guerra del Golfo (1991), è iniziata una fase di relativa crescita dell’economia basata sulla comprensione dei salari, l’aumento dell’orario di lavoro e la riduzione dello “Stato sociale”. Nel 1997 si è verificata la crisi finanziaria del Sud-Est asiatico (promossa dal ritiro dei capitali giapponesi a seguito della svalutazione dello yen rispetto al dollaro) cui sono succedute nel 1998 le crisi finanziarie della Russia e del Brasile; a essere ha fatto seguito nel 1999 la guerra della NATO nei Balcani, che permise agli USA – attraverso le commesse militari – di contrastare temporaneamente il rallentamento dell’economia che si preannunciava.

   Tutti questi fatti sono legati da un unico filo conduttore nel senso che sotto i cicli di crisi citati c’è un unico stesso “meccanismo generatore” e che questo “motore della crisi” è stato prodotto dalle contraddizioni stesse dello sviluppo capitalistico degli anni ’50 e ’60.

   I vari incontri dei paesi imperialisti, noti come G (G8, G20) e così via, dimostrano l’inconsistenza dei governi imperialisti di governare l’economia capitalista.

L’INIZIATIVA SINDACALE

   L’azione sindacale verso le multinazionali che si è venuta precisando dalla fine degli anni ’60 sconta come si è visto prima, profonde carenze su questi temi, concentrandosi invece sugli aspetti puramente rivendicativi. Nel 1969 alla Saint Gobain l’Icf[42] decide di affrontare la contemporanea scadenza contrattuale in Italia, Rft e Usa costituendo un Comitato di coordinamento tra i rappresentanti di dodici aziende del gruppo i quali decidono di non firmare alcun contratto senza l’accordo del Comitato stesso, in modo da esercitare una pressione complessiva per soluzioni più avanzate ovunque; e ciò avviene per l’Italia da parte dei lavoratori tedeschi, e da entrambi per quelli americani. La solidarietà a una azienda in sciopero da parte delle altre dello stesso gruppo giunge fino al rifiuto di effettuare straordinari e produzioni compensative dell’attività bloccata, come alla Fesco di Vancouver per la lotta a Tokio riel 1968 o alla Pirelli per quella in Germania nel 1970. Informazioni sui progetti produttivi di un gruppo spesso rafforzano la lotta contro minacce di chiusura/trasferimento di attività produttive, come per la filiale di Colonia della Honeywell-Bull. Contro le violazioni dei diritti sindacali si hanno anche interventi incisivi, come nel ’69 con lo sciopero alla Nolan di Milano e di Genova in sostegno di quello alla Nbc negli Usa, l’azione alla Peugeot contro i mille sospesi nella filiale argentina, le analoghe pressioni alla Cynamid, e così via. Il boicottaggio dell’uva californiana per sostenere il diritto all’organizzazione dei braccianti messicani negato dalla Ifpaaw resta l’esempio di boicottaggio più rilevante sia per l’obiettivo che per la mobilitazione e il risultato.[43]

   Queste lotte si inseriscono all’interno della forte crescita di iniziative nelle multinazionali che partono dai primi Consigli di gruppo nel 1966 alla Gin, Ford e Crysler-Simca, seguiti via via da quelli alla Ge Westinghouse, Harvester, Massey-Fergusson. Nel dicembre 1969 la Conferenza europea dei lavoratori dell’automobile fissa 12 punti (dalle 40 ore ai diritti sindacali) per un’azione coordinata di settore secondo la linea dell’Ig Metall contrapposta a quena di gruppo dell’Uaw[44] alla Philips (350 mila dipendenti di cui 285 mila in tredici paesi europei con 90 mila in Olanda) il Consiglio mondiale costituito nel 1967 riesce a impedire la chiusura della fabbrica di Berlino e nella sua Seconda Conferenza (giugno 1969) fissa otto punti (dai salari alla informazione/discussione sulle misure di ristrutturazione) per trattative centralizzate su basi “di comprensione”, linea che entra in crisi nell’ottobre del ’70 di fronte a misure di trasferimenti che suscita reazioni di base di vario tipo, assunte in un’incisiva azione/contrattazione sindacale. Tra il ’69 e il ’70 scioperi paralleli si hanno alla Ford di Gran Bretagna, Rft e Belgio ottenendo positivi accordi. Dal ’71 comincia ii triennio caldo: uno sciopero alla Mayaid della Rhóne-Poulenc viene sostenuto da azioni nel gruppo che obbligano l’azienda a cedere. Cosi avviene nella Bp, Michelin, Flg, Hoeschest, Crysler, Leyland, Ford per lotte in India, Turchia, Fiji, Iran, Spagna, Malta, Senegal, Cile, Venezuela. In Canada un’azione comune dei sindacati americani e canadesi dell’auto impone l’uguaglianza dei salari impedendo in pari tempo ii trasferimento di produzioni negli Usa. Lo sciopero alla Philips in Cile prevale con l’intervento della Metall Nvv in Olanda. La Conferenza dei lavoratori dell’industria elettrica ed elettronica (Fism-Imf, Londra dicembre 1972) decide di sostenere tre grosse lotte in corso in aziende Itt, Westinghouse e Zanussi rispettivamente in Francia, Belgio, Rft e Italia. Azioni coordinate sull’organizzazione del lavoro si hanno nel ’73 alla Skf svedese e italiana, alla Harvester francese e tedesca, alla Solvay belga, francese e italiana, e nei vari gruppi dell’auto, dove peraltro si sono scontrate a lungo la linea americana per l’azione di gruppo e quella tedesca di settore. Rilevanti sono le azioni contro le minacce di licenziamento come i 6.000 fatti rientrare alla Akzo di Brema accettando contenimenti produttivi nelle altre aziende, o i 2.500 alla Zanussi mutati in riaddestramenti per lo sviluppo produttivo diversificato nelle vare filiali. A un livello particolarmente avanzato giungono le lotte alla PirelliDunlop, alla Michelin e alla Fiat-Seat sui problemi dell’organizzazione del lavoro e degli indirizzi produttivi, registrando peraltro poi cadute e contraccolpi. È proprio questa esperienza che fornisce elementi di approfondimento di valore generale su cui torneremo dopo un breve cenno alle posizioni assunte in quel periodo dalle centrali internazionali e dalla Cgil.

    La FSM, nel Documento di orientamento per il Congresso di Varna del 1973, sottolinea i pericoli di azioni sindacali verso le multinazionali e di interventi di “organismi interstatali come il Mec” che “non mettano in causa la realtà drammatica dello sfruttamento monopolistico a livello nazionale e internazionale”. Questo documento, elude, tuttavia la ricerca di obiettivi tesi a introdurre nei vari assetti modifiche strutturali e diversi meccanismi di sviluppo, alle denunce si passa solamente a un approccio meramente rivendicativo. Si dice infatti in quel documento che in “una situazione in cui le lotte operaie si sviluppano e si estendono su obiettivi rivendicativi immediati ai quali si associa sempre più l’aspirazione a profondi cambiamenti democratici, l’internazionalizzazione della produzione e la crescita delle imprese monopolistiche multinazionali portano i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali a dover far fronte a nuovi problemi. Confrontati con lo sviluppo delle imprese multinazionali, i lavoratori si trovano nella necessità di organizzare le loro lotte a livello dell’azienda in cui lavorano e, nello stesso tempo, di ricercare il coordinamento fra tutte le aziende dell’impresa a livello internazionale per opporsi uniti alio sfruttatore comune”. Precisato che le lotte aziendali e di categoria “mantengono tutta la loro importanza assumendo contenuti e forme diversificati”, la FSM non le riconduce al tipo di strategia più volte accennata, né ad una pressione in tal senso sullo Stato. È questa emarginazione dello Stato, quale momento (attivo e contraddittorio) del modo di produzione capitalistico nella fase attuale, che porta la FSM, come si diceva prima, ad una continua oscillazione tra denunce di principio ed enfasi posta sulle azioni rivendicative nelle quali si possono cogliere basi di unità d’azione. Una linea con la quale fin dal V Congresso (Mosca, 1960) e dalle conferenze del Comitato antimonopolistico si è scontrata la Cgil che puntava invece sol potere di contrattazione su tutti gli aspetti del rapporto di lavoro per attaccare la tendenza dei grandi gruppi  a decisioni unilaterali, vedendovi un terreno unificante di azioni radicate nei vari contesti, capaci di incidere sui meccanismi di accumulazione di quei gruppi e di risalire ad obiettivi di sviluppo interno e di rapporto esterno contrapposti alle loro scelte.

   Bisogna dire che la FSM per una corretta valutazione storica, esercitò nei primi dieci anni di vita, un’influenza determinante nei paesi coloniali o semicoloniali, in particolare in Asia e in Africa.

   Per un’esatta valutazione della sua opera a tale riguardo, va tenuto presente che la fondazione della FSM era stato un avvenimento molto importante non solo dal punto di vista sindacale. La sua creazione poté svolgere un ruolo primario nella vita internazionale dei popoli, perché scaturiva da grandi vicende storiche dove incorporava un periodo di lotte, nel corso dei quali i lavoratori delle colonie e quelli dei paesi assoggettati dal fascismo avevano cercato, di costruire grandi organismi unitari e fortemente rappresentativi, atti a contribuire seriamente alle lotte di indipendenza nei rispettivi paesi.

   Un esempio significativo fu la spinta che la FSM fece per l’indipendenza dell’India, attraverso i sindacati indiani che sentirono di contare sull’appoggio dei lavoratori organizzati di tutto il mondo.

    Nella Cisl internazionale il discorso resta centrato sulla contrattazione salariale, anche di fronte alle strozzature nello sviluppo manifestatesi con l’esplodere delle multinazionali. La struttura centralizzata di queste esaspera la tendenza padronale a decisioni unilaterali utilizzando la mobilità internazionale dei lavoratori e introducendo contenuti nel rapporto di lavoro che erano ritenute soddisfacenti per i dipendenti, come alla Ibm.[45] L’ondata contestatrice del ’68-69 investe anche questo processo alienante. Le organizzazioni aderenti alla Cisl internazionale, dopo aver a lungo esaltato gli interventi dei gruppi esteri come fattori di dinamicità, passano ora a denunciare le aspre strozzature da essi derivate, per contrattarne gli effetti sul salario e il lavoro dei dipendenti. Nel 1970, alla Conferenza economica del Tuc (Trades Union Congress) promossa dalle mozioni dei fonditori del 1968 e dei chimici del 1969, Victor Feather, segretario generale, sottolinea che, di fronte alla “crescita di grandi concentrazioni” e ai “drastici effetti sull’occupazione emergenti dai cambiamenti strutturali e tecnologici dell’industria”, i mutamenti “interessanti i lavoratori devono essere negoziati”; tuttavia l’impegno resta centrato sugli aspetti rivendicativi tradizionali e sui presunti effetti benefici della razionalizzazione. È vero che nella Risoluzione sulle società multinazionali approvata dalla Cisi internazionale nell’ottobre del ’69 sembrava di più vasto respiro. Diceva infatti: “Le multinazionali minacciano i sindacati col loro forzo di minare i sistemi di relazioni industriali; restringere ii diritto dei lavoratori di organizzarsi in difesa dei loro interessi, un diritto spesso negato da esse come parte di una sistematica politica antisindacale; limitare il loro diritto a realizzare una coordinata contrattazione collettiva a qualsiasi livello appropriato; sfruttare il diverso costo internazionale del lavoro per gonfiare i profitti (…). Le multinazionali minacciano la sovranità nazionale attaccando le programmazioni democratiche di sviluppo nazionale tese alla piena utilizzazione delle potenzialità sociali cd economiche nei paesi interessati; trasferendo arbitrariamente le attività produttive e i centri di ricerca da un paese all’altro senza riguardo albo sviluppo globale e complessivo;  evadendo le tasse mediante trasferimenti interni a prezzi artificiali tra sussidiarie di uno stesso gruppo; attuando restrizioni in certi paesi sulle opportunità di produzione e di esportazione che colpiscono la bilancia dei pagamenti; introducendo competizioni tra paesi ospiti mediante esenzioni fiscali, pubblici finanziamenti e altre concessioni”. In realtà, affidando alle Unioni internazionali di categoria “Il primo gruppo di problemi (…) mentre ii secondo è soprattutto di responsabilità della Cisl”, si accentua la separazione tra i due momenti e si concentra l’impegno d’azione essenzialmente sui temi rivendicativi. Su di essi del resto insiste Heribert Maier, segretario dell’Unione internazionale degli impiegati e dei tecnici (Fiet), nella conferenza tenuta a Oslo nel 1970 sotto l’egida del Bit: “Il problema che è centrale per la sfida rappresentata dalle società multinazionali ai sindacati è quello del restringimento del campo di contrattazione collettiva e la perdita di sostanza delle relazioni industriali nel contesto nazionale. La centralizzazione nei centri internazionali delle decisioni di investimento e conseguentemente delle decisioni concernenti l’occupazione e le condizioni di lavoro, che è caratteristica delle società multinazionali, è una potenziale causa di conflitto tra il movimento sindacale e tali compagnie”.

   Nell’ottobre 1973 a Londra Daniel Benedict, segretario dell’Unione internazionale dei metallurgici (Imf), indica nella “grande e crescente flessibilità” delle multinazionali il loro maggior pericolo per i sindacati: flessibilità nella scelta dei prodotti, nelle operazioni finanziarie, nella dislocazione delle produzioni, tutto questo però veniva visto sempre con l’ottica “contrattualistica”. Alla Conferenza mondiale sindacale sulle multinazionali indetta dalla Cutch (Confederazione sindacale unitaria cilena) a Santiago nell’aprile 1973, Daniel Gallin, segretario dell’Unione internazionale degli alimentaristi (Iuf), insiste sui peggiori trattamenti dei lavoratori nei paesi in “via di sviluppo”: “Dobbiamo impedire alle società multinazionali di usare quelle differenze per dividere i lavoratori e mettere un gruppo di lavoratori contro labro, per esempio trasferendo la produzione da un paese all’altro; creando disoccupazione nei paesi industrializzati mentre pagano la produzione dello stesso prodotto in un paese sottosviluppato con una paga miserevole, o annettendo un paese sottosviluppato contro labro promuovendo una sorta d’asta al ribasso in cui ogni paese offre la forza-lavoro meno cara e più docile, garantita se necessario da legislazioni antisindacali”. Si precisa cosi il limite di un’azione che punta sulle condizioni sindacali e salariali secondo parametri eurocentrici, eludendo i nodi dello sviluppo squilibrato che colpiscono i paesi emergenti.

    Per quanto riguarda la Cgil, infine, il convegno di Torino del 30-31 marzo 1973 costituisce il primo sforzo organico che essa compie per una analisi del fenomeno e per la definizione di una linea d’azione sindacale verso le multinazionali. Ricco di riflessioni e di dati tanto sui processi di concentrazione capitalistica a livello nazionale e internazionale quanto sulle lotte sindacali nei vari gruppi, il Convegno si ferma tuttavia, nel suo insieme, agli aspetti quantitativi di tali processi, finendo per eludere il ruolo specifico assunto dalle multinazionali nei mutamenti intercorsi durante gli anni ’60 nei settori strategici dello sviluppo e nella divisione internazionale del lavoro. Nonostante gli spunti presenti nelle relazioni e le insistenze di alcuni interventi, il Convegno finisce per non cogliere il nesso dialettico esistente tra le concentrazioni monopolistiche nei nuovi settori strategici e l’insieme del processo produttivo dei vari paesi; tra l’ingigantirsi delle capacità di dominio/profitto delle prime e la dinamica anche espansiva del secondo con le sue intime matrici strutturali di squilibri e di strozzature. Quindi, l’analisi e la linea d’azione non vengono centrati sulle contraddizioni dell’assetto capitalistico ai vari livelli, sulle loro basi strutturali, sullo scontro per nuovi indirizzi produttivi nei vari contesti, sul ruolo dello Stato. L’impegno di lotta verso le multinazionali non punta su tale ruolo per operare spostamenti nell’asse produttivo e trasformazioni nell’assetto strutturale del paese che consentano di contrapporre all’azione delle multinazionali una strategia di sviluppo alternativo cui subordinare tale azione. Non aver raccolto le sollecitazioni su questi temi, contenute nelle relazioni e in alcuni interventi, porta di fato il Convegno ad enfatizzare ii potere dominante delle multinazionali, senza contrapporvi una più vasta strategia tesa a ribaltare contro di esse le contraddizioni e spinte operanti nei vari paesi, a impegnare il potere statale in tal senso, ad aprire vasti campi di azione e di alleanza alla lotta operaia, cominciando da nodi scottanti come quello petrolifero in discussione fin dagli anni ’60 o quello minerario affrontato nelle Conferenze minerarie del ’72-73. L’impegno di mobilitazione nazionale e internazionale su cui il Convegno insiste, colmando un vuoto nel movimento sindacale italiano, non salda con quella azione strategica di più vasto respiro la denuncia dello strapotere delle multinazionali, la richiesta di misure statali “di garanzia”, la ricerca di intese sindacali per rivendicazioni di gruppo sul salario e sull’organizzazione del lavoro, sul potere di contrattazione e di intervento.

   Le lotte alla Pirelli-Dunlop, alla Fiat-Seat e alla Michelin confermano come stia nel potere di contrattazione sui vari aspetti del rapporto di lavoro l’obiettivo unificante dell’azione sindacale nelle multinazionali. Fanno però anche emergere quanto difficile sia la sua saldatura con la battaglia per diversi indirizzi di sviluppo. Emblematica è in particolare la lotta alla Michelin, un gruppo francese che è transnazionale sin all’inizio del XX secolo (Tormo-Dora è del 1906), che comprende quarantacinque aziende in undici paesi con 130 mila dipendenti, che (imperniata sulla roccaforte di Clerrnont Ferrand e su due Holdings in Svizzera e alle Bermude) è capace di 5,5 miliardi di franchi di fatturato di cui 2/3 fuori della Francia. È il quinto tra i giganti della gomma, terzo per pneumatici, il primo per l’incremento del fatturato; è “famoso per la sua segretezza ma anche per il suo atteggiamento antisindacale” (L’impero Michelin, speciale’ a cura di Paolo Pistoi, in Nuovasocietà, anno secondo, n. 19, 15 ottobre 1973). Impegnato in continue innovazioni scientifico-tecnologiche, già nel 1948 getta sul mercato il pneumatico X a tele metalliche per le auto e nel 1950 per i veicoli pesanti: un prodotto di lunga durata che consentì prezzi più alti, elevati profitti, massicce accumulazioni, ingenti investimenti, vaste penetrazioni nei mercati europei e americani o nel Terzo Mondo. Consentì inoltre di praticare salari pin elevati utilizzandoli per instaurare sistemi estremamente subordinati sia per la struttura del salario e delle altre voci (qualifiche, premi, ecc.) e sia per il potere accentrato di operare decisioni unilaterali.

   Nel 1962 a Torino questo sistema subisce il primo assalto diretto, dopo essersi consolidato con la caduta sindacale degli anni ’50 che aveva annullato in Europa le conquiste di controllo operaio del dopoguerra. Richieste qualificanti (orario, ritmi, qualifiche, salute, ecc.) vengono sostenute da scioperi articolati (un’ora per reparto) quando Michelin rifiuta di trattare. Alla serrata di venticinque giorni risponde uno sciopero (articolato) di settantacinque, culminato nell’accerchiamento dell’azienda in modo che “nulla entri od esca”, fino a imporre l’accordo. Questo prevedeva le 46 ore settimanali, affermando per la prima volta quella linea di attacco all’organizzazione capitalistica del lavoro su cui s’impernia il risveglio sindacale del ’62-63. Su questa linea di contrattazione di elementi qualificanti nei processi tecnologici in corso, riprende il movimento in grandi fabbriche italiane e cresce la tensione anche in aziende del gruppo in Francia e in Gran Bretagna. Nel 1968 un secondo scossone investe la Michelin: ventuno giorni di occupazione a Clermont Ferrand che si concludono col riconoscimento dei diritti sindacali contestati. Intanto in Italia, se il risveglio del 1962-63 non era riuscito a far valere diversi indirizzi di sviluppo nella programmazione e nei processi reali per cui subisce la crisi del ’64-65 coi relativi contraccolpi della fusione Montedison e delle intese Eni-Esso, il rilancio della lotta con la battaglia per le pensioni e sulle zone salariali si riversa nel grande movimento del ’69-70 per la contrattazione articolata e le riforme sociali.

  Il nuovo attacco alla Michelin matura in questo quadro: non si limita a un raccordo tra normali scadenze contrattuali, come avverrà alla Saint-Gobain nel 1969, ma punta a costruire una lotta articolata sulla linea prima accennata. il 6 novembre 1968 a Pavia i sindacati Cgil e Cgt propongono agli altri sindacati italiani e francesi di convocare assieme una conferenza internazionale: Force Ouvrière rifiuta, la CFDT tace, CISL e UIL accettano. L’invito della Filcea (Sindacato dei chimici della CGIL) ai tre sindacati francesi trova di nuovo ii rifiuto di Force ouvrière e l’astensione della Cfdt, per cui Cisi e Uil si ritirano. Il 19-20 aprile 1969 a Clermont Ferrand la conferenza è solo Cgil-Cgt. Essa dà vita a un comitato aperto agli altri sindacati sia italo-francesi che europei. Sotto la spinta della lotta unitaria in Italia, il 20-21 settembre dello stesso anno si riuniscono a Torino la Cgt e la Filcea costituendo un nuovo comitato incaricato di promuovere una conferenza unitaria europea. Le difficoltà in Francia rallentano l’iniziativa e l’Icf convoca nel giugno 1971 tutte le affiliate Michelin per costituire un proprio Consiglio mondiale. Questo si limita però a promuovere mere azioni di solidarietà dimostrative o formali, come il rifiuto dello straordinario a Karlsruhe (pneumatici) in sostegno dello sciopero a Bassars (gomma sintetica). La svolta viene da Torino-Dora il 20 ottobre 1972 con ventiquattro ore di sciopero seguite da scioperi articolati per ottenere un controllo degli investimenti e garanzie di occupazione e riqualificazione con salario garantito in caso di ristrutturazione. È una dilatazione del potere di contrattazione posta ancora sul tappeto in Italia, che viene così riversata su una multinazionale tra le più dure in un momento per essa cruciale. Infatti, i successi della Michelin hanno spinto la Ceat a cercare innovazioni tecnologiche coi nuovi complessi a Settimo (1959-60) e Anagni (1961-62), e la Pirelli a realizzare costi più bassi con lavoro più duro e salari inferiori nel nuovo impianto di Settimo (1962). La Michelin ha risposto creando i nuovi stabilimenti a Torino-Stura, Cuneo e Alessandria per attuarvi più avanzate tecnologie con una classe operaia nuova, più docile. Ai piani di ristrutturazione di Torino-Dora però i lavoratori rispondono con le richieste citate e con una lotta che dura dodici mesi di scioperi articolati sostenuti da azioni convergenti neue altre aziende italiane.

   Nel marzo 1973 si tiene a Cuneo una grande manifestazione cui il Consiglio di fabbrica unitario invita Cfdt e Cgt; solo la CGT accetta. Il Consiglio mondiale della Icf tenta una diversione: il 26-27 dello stesso mese convoca una riunione dei sindacati Michelin degli undici paesi. Ad essa la Cfdt invita la Cgt; Cisi e Uil invitano la Cgil. La riunione però risulta finalizzata ad “ottenere un incontro” di vertice “per negoziare soprattutto gli investimenti in questo o quel punto e il libero esercizio del diritto sindacale”; non accoglie invece la proposta della Fulc per un sostegno attivo alla lotta in corso in Italia con una manifestazione internazionale a Clermont Ferrand organizzata dalla Cgt e Cfdt “con la partecipazione dei lavoratori italiani e di rappresentanti del Consiglio mondiale”. Il 27 marzo 1973 a Parigi Cgt e Cgil in un loro comunicato criticano tale rifiuto e precisano che “l’azione internazionale non può passare attraverso delle illusorie conversazioni con la direzione internazionale della Michelin ma deve passare attraverso l’azione coordinata su degli obiettivi comuni concreti e la realizzazione di azioni solidali coi lavoratori in lotta”. (Comunicato stampa Cgil-Cgt, Roma-Parigi, 28 marzo 1973).

   Decidono di convocare ugualmente la manifestazione a Clermont Ferrand “in base alla richiesta del Comitato di coordinamento italiano”. II 17- 18 maggio 1973 a Clermont Ferrand si riunisce ii Comitato Fulc-Cgt; vi partecipa anche la Tgwu, il potente sindacato inglese dei trasporti. Cambia con ciò tutto II quadro unitario e internazionale. Viene fissata una “piattaforma di azione comune” comprendente: informazioni sui piani di investimento e le nuove produzioni; garanzie dell’impiego e del salario acquisito in caso di trasferimenti produttivi; riduzione dell’orario di lavoro, limitazione dei ritmi, controllo dell’igiene e della sicurezza, ecc. Su questa piattaforma il 18 giugno ha luogo a Clermont Ferrand una manifestazione di massa francese-italiana-inglese: la prima nella storia. La Cgt la definisce in un volantino “un événement exceptionnel”, rilevando che “per la prima volta una piattaforma viene firmata contemporaneamente in tre paesi e in tre lingue dai lavoratori sfruttati dallo stesso padrone”.

   In settembre confluiscono movimenti diventati incalzanti nei vari paesi. Il 1 0 giugno entrano in sciopero in Spagna tremila lavoratori di Lasarte contro il licenziamento di cinque operai, e a Clermont Ferrand si decide un’azione articolata per impedire afflussi di produzione nell’area spagnola; nei mesi successivi l’agitazione continua. In Gran Bretagna il 10 agosto una riunione di delegati delle sei aziende inglesi chiede un incontro con la Michelin sui problemi occupazionali, i programmi di razionalizzazione e di investimento, i sistemi salariali arbitrari. Al rifiuto padronale si risponde con un giorno di sciopero a settimana, sospeso dopo quattro volte per l’annuncio delle trattative mentre i lavoratori italiani e francesi si dichiarano pronti per azioni di sostegno. In Francia il 5 settembre la Cgt invia alla Direzione una lettera che alla piattaforma di maggio aggiunge la riforma del sistema di salario, “la pensione a 60 anni come in Italia” e “le 40 ore settimanali con tutti i sabati liberi come in Germania, in Gran Bretagna e in Italia”; l’8 il Comitato Cgt propone “una giornata d’azione con scioperi” in tutte le aziende francesi per l’ultima settimana di settembre. In Italia la lotta continua a Torino e si sviluppa l’azione in altre aziende su piattaforme proprie, come a Trento e Fossano ormai in lotta da qualche mese. La seconda riunione del Comitato di coordinamento Tgwu-Fulc-Cgt tenuta a Stoke-on-Trent il 19-20 settembre decide per fine settembre una giornata comune di sciopero che raccolga e rilanci “gli scioperi simultanei e le dimostrazioni sviluppatesi in settembre in Francia, in Italia, in Gran Bretagna e in Irlanda”. Lo sciopero europeo avviene. Il 26 settembre a Stoke, dove rovescia la lunga pressione paternalistica di alti salari della Michelin coinvolgendo le altre cinque aziende del gruppo. Il 28 a Clermont Ferrand, dove si conquista l’unità Cgt-Cfdt. Il 27 a TorMo, dove dodici mesi di lotta culminano in una occupazione di fabbrica, sostenuta dalle lotte delle fabbriche del gruppo e da una assemblea aperta cui partecipa il ministro del Lavoro in risposta al rifiuto della Michelin agli inviti ministeriali a trattare. Il 28 settembre 1973 viene firmato l’accordo che “fissa il futuro programma di occupazione garantendo qualifiche e salari, e accettando di eliminare alcune disparità salariali tra aziende del gruppo”. La Direzione è stata costretta “a fare quello che ha sempre rifiutato di fare, negoziare coisindacati a nome di tutto il gruppo”. La Michelin ha dovuto rinunciare a un suo “principio basilare” che anche in un paese dai sindacati storicamente forti come la Gran Bretagna “non è mai stato violato in 66 anni di vita del gruppo”, quello di “non negoziare con gli operai fuori dai cancelli”. II successo di Torino da nuovo slancio al movimento e rafforza nel Comitato Tgam-Fulc-Cgt da poco estesosi alla Cfdt. Il 5-7 ottobre l’assemblea dei delegati della Fulc riconosce che l’accordo del 28 settembre è stato frutto anche degli scioperi coordinati in Gran Bretagna e in Francia, e assicura piena solidarietà alla lotta dei lavoratori francesi e inglesi. Tuttavia, completata la pressione rivendicativa in Gran Bretagna e in Francia, l’azione coordinata entra in una impasse. Certo, il Comitato continua nei suoi sforzi di coordinamento e di promozione unitari delle lotte fino alla vasta azione di sostegno nel ’75 alla lotta in Spagna. Certo, esso propone al comitato Pirelli-Dunlop di promuovere una riunione dei sindacati europei nel settore degli pneumatici per giungere poi ad una nel settore gomma, ed invia in effetti il 12 febbraio 1975 una lettera ai sindacati di tale settore proponendo la riunione per il 4-5 aprile in relazione ai problemi scatenati dalla crisi mondiale dell’automobile. Proprio questo sbocco, però, fa riflettere sulle difficoltà incontrate per portare avanti le lotte del 1973. Limiti di articolazione nelle diverse realtà aziendali-nazionali sono stati rilevati dai sindacati subito dopo l’accordo del 1973 proponendo di “recuperarli con una strategia unitaria sia sui contenuti che nei momenti di lotta del gruppo (…) se si vuole gettare le basi per una linea che raccolga l’assieme della multinazionale Michelin”. (Documento della Fulc a conclusione dell’assemblea dei delegati, Genova, 4-5 ottobre 1973.)

   Ma il vero nodo sono le difficoltà unitarie emerse (proprio mentre si superavano quelle formali con l’entrata della Cgil nella Ces)[46] per estendere l’azione coordinata a nuovi paesi e per passare a contenuti più avanzati indispensabili per evitare un riflusso della lotta. La riflessione su questo nodo investe anche le altre due lotte che segnano l’attacco del ’72-73 alle multinazionali. L’azione alla Fiat-Seat segue una logica particolare data la condizione della Seat in Spagna; supera tuttavia solidarismi tradizionali trovando momenti di lotta comune su obiettivi rivendicativi che investono tanto l’assetto socioeconomico quanto il contesto istituzionale (fascista) in un paese già denso di tensioni. La lotta alla Pirelli-Dunlop si collega pus direttamente a quella della Michelin, precedendone anzi i momenti pili caldi 5. 11 caso della Pirelli-Dunlop

   La fusione tra la Pirelli e la Dunlop si era tradotta nell’annuncio di 8.000 unità esuberanti in Gran Bretagna e di 1.000 in Italia dove immediata era stata la reazione sindacale alle prime voci di ristrutturazione. Nene aziende Dunlop, invece, una risposta rapida era resa difficile dalla molteplicità di sindacati di mestiere presenti in ciascuno: Tgwu, Gmwu, Auew, Nusmw, Nraw, Astms, Cawu, Data, ecc.

   Una serie di incontri tra Consigli di fabbrica porta alla costituzione di un Comitato internazionale di coordinamento la cui prima riunione nel febbraio 1972 a Liverpool decide una giornata di lotta internazionale contro le pesanti riduzioni di orario alla Dunlop e per diversi indirizzi negli investimenti e nella produzione. Gli incontri di marzo in Gran Bretagna e di aprile a Firenze fissano lo sciopero per il 9 giugno. La risposta è massiccia: anche se solo bi-nazionale, essa investe gran parte del gruppo. Le azioni sindacali nei due paesi si rafforzano e il Comitato si allarga: alla riunione del 24-25 novembre 1972 a Milano partecipano sindacati di Gran Bretagna, Italia, Francia e Spagna. Vi si affrontano anche i problemi presenti in paesi emergenti come il Brasile o in paesi europei come la Grecia e la Turchia o la Spagna: oltre che sulla mancanza dei diritti sindacali e sulla pesantezza degli orari e dei ritmi congiunti a bassi salari, nel documento finale si insiste sul fatto che “i superprofitti realizzati in questo modo non rimangono a stimolare lo sviluppo dei paesi in questione”.

   In parallelo si affrontano le questioni dei cottimi, dell’orario e dell’ambiente nelle aziende europee; gli impegni in sostegno della lotta dei lavoratori spagnoli per la libera; i pericoli di nuove ristrutturazioni per la ventilata fusione col gruppo giapponese Sumitorno o per i ritardi nella ricerca scientifica e nel rinnovamento produttivo. Le vare questioni, però, restano appunto parallele e non si saldano in una strategia complessiva di sviluppo diverso i cui problemi diventano scottanti con l’avvicinarsi della crisi petrolifera.

   Lo scontro del ’72-73 si intreccia in realtà con il maturare di tale crisi, col suo impatto sulle strategie espansive dei grandi gruppi. Il loro sforzo di ricerca scientifica e di penetrazione nei vari mercati assume valenze di guerra tra gruppi in cui rischiano di restare coinvolte le politiche nazionali e le stesse pressioni operaie; ad esempio di fronte agli effetti della crisi dell’auto più gravi per la Pirelli le cui prime forniture alla FIAT coprono il 50% rispetto al 20% della Michelin, che prevale invece nei ricambi coi suoi prodotti a lunga durata. Con essi, conquista anzi nuovi mercati, anche negli Usa. Al pericolo di essere presi in un gioco di gruppo o anche nella difesa dell’auto, per un momento non sfugge nemmeno qualche dirigente della FLM: un esempio è dato dal comizio alla Fiat di A. Lettieri riportato sul Manifesto e ripreso, anche se con più cautela, nell’articolo sullo stesso giornale. Ma questo pericolo rende più evidente il vero nodo: una diversa strategia di sviluppo che sposti il ruolo dell’auto rispetto ad altri tipi di trasporto e a beni strumentali per l’agricoltura e per il riassetto territoriale, e che si ricolleghi a nuovi campi della petrolchimica e a nuovi rapporti con i paesi produttori (cd emergenti in genere). Basti pensare che nel suo stesso momento più alto (settembre ’73) la lotta alla Michelin si innesta nel disegno del gruppo di raddoppiare la produzione (centrata sull’auto) per il 1975; disegno fatto saltare dalla crisi petrolifera esplosa in ottobre, ma già contrastante con tendenze ed esigenze da tempo poste nel movimento sindacale e tuttavia rimaste estranee alla lotta. Quando la stretta risucchia le stesse spinte di lotta del ’73, si cerca la risposta costituendo dei coordinamenti per gli pneumatici e per la gomma nei quali si ripropone tuttavia a nuovi livelli il nodo irrisolto della strategia di sviluppo.

   I problemi di una diversa strategia di sviluppo non sono certo risolti dagli strumenti che la Cisl e la Ces (o la Cmt) mostrano di prediligere. Del resto, queste organizzazioni non ricevono stimoli di segno diverso da parte della Fsm, rimasta tuttora oscillante un’azione puramente propagandistica nei confronti delle multinazionali e azioni rivendicative tradizionali in cui trovare minimi comuni denominatori. Il Codice di condotta è strumento largamente privilegiato nella Cisi e nella Cmt, specie nel Tuac, il loro comitato congiunto in seno all’Ocse. Contraddittoriamente, si punta sulla negoziazione sindacale nelle multinazionali ritenendo lo Stato incapace di contrapporvisi, e poi si chiede ad esso — singolo o associato — di imporre a loro norme di comportamento. Si vuol coinvolgere i sindacati dei paesi in “via di sviluppo” nuove azioni sulle multinazionali, e si preme per un Codice Ocse teso di fatto ad evitare la concorrenza di quei paesi all’espansione produttiva dei paesi industrializzati. Si dimentica che nei paesi in “via di sviluppo” il bisogno di capitale per il decollo si intreccia con l’esigenza di evitarne il dominio, e che anche codici garantisti interessanti come quello “andino” risultano incapaci di reali coinvolgimenti di quei capitali in programmi autonomi di sviluppo, i quali restano il vero problema.

   Si dimentica che già nel 1966 governi come quello inglese o americano hanno, col sostegno dei sindacati, cercato di scoraggiare o almeno controllare i diretti investimenti all’estero dei propri gruppi, come l’Ici verso l’Olanda e la Rft o gli Usa ma soprattutto l’Iran e altri paesi in via di sviluppo. La Cisl, ostile a lungo alle nazionalizzazioni e al controllo dei monopoli, accetta il Codice Ocse in quanto “riconosce il diritto di realizzare contratti collettivi al livello appropriato della direzione dell’impresa compresa quella internazionale (…) la necessità della pubblicazione di informazioni appropriate sull’azienda internazionale nel suo insieme, l’interdizione di pratiche di corruzione e di cattiva condotta per ciò che concerne il diritto di associazione e di libera contrattazione collettiva, la condanna del ricatto di trasferire attività durante un conflitto industriale in corso”.

   Per il Tuac il Codice deve portare ai “nuovi protocolli e accordi internazionali” proposti dall’Ocse includendovi regole coattive. In compenso ii Tuac ne accetta la filosofia tesa, come dice l’Ocse nel giugno ’76, ad “accrescere la fiducia tra multinazionali e Stati” per “favorire il con tributo positivo che esse possono apportare al progresso economico e sociale”; per “dissipare incertezze e idee inesatte sulla loro azione”. Soprattutto, si garantiscono a quest’ultima gli stessi diritti delle società nazionali. Si rende così più difficile la scelta di misure di indirizzo e di controllo delle multinazionali su linee programmate di sviluppo.

   La partecipazione alle scelte aziendali e di gruppo è un altro strumento privilegiato dalla Cisl internazionale. Si cerca anzi una sorta di prova di indispensabilità delle soluzioni cogestionarie di fronte a questi mostri altrimenti inafferrabili. Si accentua cosi il pericolo di schematismi sulle formule e gli strumenti, anziché risalire alla linea strategica di sviluppo cui essi servono nei vari assetti storico-strutturali, come storicamente è stato provato dalle esperienze dei Consigli di gestione e dalla stessa battaglia per la cogestione. Non a caso le posizioni sindacali sulla partecipazione sono venute accavallandosi in Europa: in Gran Bretagna, J. Jones, segretario del potente sindacato dei trasporti, diventa favorevole al 50% di sindacalisti nei Consigli di amministrazione per “una estensione della contrattazione collettiva”; incertezze si intrecciano nella Ces sulla Società europea; progetti in Italia per legislazioni di sostegno si scontrano con una partecipazione conflittuale giunta alla conquista delle prime parti dei contratti sull’informazione/contrattazione degli investimenti; Levinson propone una partecipazione cogestionaria nel quadro di una negoziazione centralizzata cui affida la istituzione di un risparmio forzoso per operare una « divisione della proprietà » delle multinazionali; la Ig Metall, scottata dall’impotenza della cogestione nelle holdings e nelle multinazionali suggerisce “una convenzione internazionale per un controllo di fatto sulla politica finanziaria” di queste mediante un intervento cogestionario sull’emissione di azioni. Nella Conferenza internazionale del 1971 la CGIL si era comunque limitata a sottolineare “l’importanza che dovrebbe ricoprire un controllo democratico a tutti i livelli di direzione, in modo da sviluppare la democratizzazione della società multinazionale”. Il che o è una fuga in avanti, o copre inserimenti subalterni, o riconduce ai problemi di strategia dello sviluppo prima accennati. Che è il nodo non risolto nei vari dibattiti europei e italiani. della cogestione, del controllo sindacale degli investimenti, (vedere Sindacato e controllo dell’economia, Quaderni di Rassegna sindacale, a. XIV, n. 62-63, settembre-dicembre 1976). 

   La contrattazione sindacale centralizzata al vertice delle vare multinazionali è la tesi di fondo di Levinson e di tutta una corrente Cisl; una tesi che esalta le impostazioni rivendicazionistiche facendone ii veto contrappeso al potere delle multinazionali, e che esaspera la sottovalutazione dello Stato e delle sue politiche. Per Levinson, lo Stato “è diventato impotente e anacronistico” di fronte “alle decisioni prese senza controllo” dalle multinazionali che ne svuotano l’azione a vari livelli. Innanzitutto sul piano della fiscalità, con colossali trasferimenti “interni” verso le oasi fiscali; poi sul piano dell’inflazione, con investimenti incalzanti alimentati da riserve ingigantite da incessanti aumenti dei prezzi; sul piano della politica dei redditi, con manovre internazionali sui prezzi e massicci autofinanziamenti; sul piano monetario, con spostamenti speculativi di ingenti riserve e con ricorsi privilegiati agli eurodollari; sul piano della programmazione, con l’accaparramento delle risorse destinate a “rilanciare le attività » e a « lottare contro la disoccupazione”, e riversate invece dalle multinazionali nei propri processi espansivi ad elevati investimenti tecnologici intimamente tesi a “soppressioni di posti-lavoro”, specie nei settori di punta “dove i procedimenti tecnici e le attrezzature conoscono un tasso di rinnovamento straordinario”. Levinson esclude sia una capacità dello Stato democratico a mettere in moto meccanismi di sviluppo alternativi, sia una pressione sindacale in tal senso. Punta su una contrattazione tesa non alla “piena occupazione” ma al mantenimento del “pieno impiego”. Ritenendo la prima impossibile nella fase attuale e comunque non interessante per i lavoratori essendo il lavoro spesso penoso, punta a far comprendere negli investimenti il costo di licenziamenti vincolati al “mantenimento del pieno reddito”. È una linea di aristocrazia operaia estremizzata. Dice Levinson “Il vero miglioramento rivoluzionario della condizione dei lavoratori si produrrà se i salariati più favoriti sfruttano a fondo i vantaggi della loro situazione”. Sono i lavoratori delle multinazionali nei settori di punta “i soli capaci di spostare a lungo termine sotto il controllo dei lavoratori il sistema attuale sottoposto alta logica dei meccanismi economici serviti da una burocrazia di managers”.

   In questo quadro in cui, per esempio, l’industria tessile è “matematicamente destinata a sparire”, quasi che lo spostamento di vaste produzioni di essa verso i paesi in via di sviluppo non venisse largamente egemonizzata da multinazionali verticalizzate, si collocano le tre fasi di azione multinazionale proposte da Levinson: “La prima é quella della presa di coscienza: si organizza il sostegno internazionale ai lavoratori di una impresa in lotta sul piano locale. In un secondo tempo si coordinano sul piano internazionale le contrattazioni collettive che si svolgono nei vari paesi. Infine, terza tappa, si esigono delle contrattazioni collettive multinazionali che devono sfociare nella democrazia industriale nelle aziende e nella partecipazione effettiva dei lavoratori al potere di decisione a tutti i livelli”. La conclusione è chiara: una “organizzazione dell’azione sindacale al livello dell’impresa”, centralizzata come la negoziazione rivolta ad un intervento cogestionario nel cuore della multinazionale. La risposta venuta dalla lotta Michelin, come si è visto, e da quella Pirelli-Dunlop. La centralizzazione, in effetti, indebolisce la capacità di risposta nei vari contesti, di attacco alle diverse condizioni di profitto, di raccordo con altre forze sindacali (e non), di generalizzazione delle conquiste per una minore subordinazione delle stesse punte privilegiate. Levinson sembra contraddirsi quando chiede alio Stato una “politica di espansione pianificata” per non “cadere in una crescita non controllata e non diretta” ripetendo “errori passati”. In realtà, egli chiede allo Stato tutele ecologiche, risparmi di risorse rare, riduzioni del consumismo e soprattutto “miglioramenti dei servizi pubblici come la sanità, la casa, la formazione, l’ambiente”. Tutto è visto però in funzione dei gruppi privati: l’intervento pubblico fornisce ciò che “le politiche della libera impresa non forniscono o guastano” e assicura “la creazione di nuova occupazione”, mentre l’impresa privata si ristruttura col sostegno pubblico espellendo manodopera. È su questa linea che si chiede alla CEE di “riadattare le regole” sulle multinazionali “per assicurarsi che esse non ignorino gli obiettivi nazionali e comunitari”. E tuttavia per questa strada, pure distorta, in qualche modo i nodi dello Stato e della strategia di sviluppo si ripropongono anche a Levinson. A questo nodo torna dunque il discorso. Senza affrontarlo l’azione sindacale può anche esplodere in lotte comuni esaltanti nei momenti di boom per poi ricadere nelle situazioni difficili: comunque non sfugge a profonde contraddizioni sui problemi dello sviluppo nazionale e degli squilibri internazionali. Non attacca a fondo il ruolo delle multinazionali in entrambi i tipi di problemi. La questione dei paesi “in via di sviluppo” diventa qualificante per un’azione sindacale di questo tipo, dato il drenaggio di reddito operatovi dalle economie industrializzate e dalle multinazionali. Sostenere, come fa la Ces, la necessita di “integrare le multinazionali in un nuovo ordine internazionale perché servano nei fatti il progresso economico e sociale” chiedendo per ciò “strumenti di controllo internazionale veramente efficaci”, ha poco senso per le economie industrializzate senza definire le scelte strategiche di cui si è detto; diventa mistificatorio per i paesi “in via di sviluppo” se non si attaccano gli squilibri che li danneggiano operando profonde modifiche nelle strutture produttive e nei rapporti esterni. La stessa pressione per imporre nelle aziende delle multinazionali nei paesi emergenti il rispetto dei diritti e dei salari sollecita una coscienza operaia che può scuotere tutto il tessuto socioeconomico del paese, ma può anche restare chiusa in sé senza collegarsi ad obiettivi di trasformazione economica e sociale: al limite può favorire la cattura delle maestranze negli avamposti oligopolistici e nella filosofia dualistica dell’economia. Inoltre quella pressione, mentre contesta basi di profitto e di manovra delle multinazionali destinate a riversarsi sulle economie metropolitane, può tendere di fatto a salvaguardare in queste certe attività produttive finendo al limite per contrapporsi all’industrializzazione dei paesi in via di sviluppo, se insiste su trattamenti sindacali troppo simili a quelli di paesi (europei o nordamericani) comunque diversi, e ravvicinati in situazioni dai fattori distanti e divaricanti senza affrontarne le matrici; se non risponde alle loro nuove esigenze di sviluppo. Si tratta di sfuggire alla tentazione di misure protezioniste nelle metropoli per evitare spostamenti naturali secondo la legge del ciclo del prodotto, come sta avvenendo nella Cee per i tessili. Si tratta di trovare terreni di azione comune con le parti avanzate presenti nei paesi in via di sviluppo per processi di nazionalizzazione delle risorse-chiave e di riforme agrarie a vasto respiro; processi collegati a programmi di sviluppo interno autonomo e a rapporti di cooperazione con la programmazione per cui si battono i sindacati con un forte orientamento classista presente nei paesi industrializzati.

    Per affrontare l’argomento della cooperazione con le componenti avanzate nei paesi dipendenti bisogna ragionare su un evento storico molto importante nel secondo dopoguerra: la cosiddetta decolonizzazione.

   Usiamo il termine cosiddetta per quanto riguarda la decolonizzazione avviata dai paesi colonialisti dopo la Seconda guerra mondiale, perché essa non fu un frutto spontaneo o un gesto unilaterale da parte dei paesi colonialisti. Essa fu sottoprodotto del grande magma sociale, prodotto da avvenimenti come la caduta di Mukden nelle mani dell’Armata Rossa Cinese nel 1948, come la rivolta del Madagascar contro il colonialismo francese costata decine di migliaia di morti ai malgasci, la cacciata della monarchia in Egitto, la lotta di liberazione algerina che diede un carattere rivoluzionario a questo movimento anticoloniale (anche se in gran parte dei movimenti politici che guidavano la lotta, avevano posizioni nazionaliste borghesi). L’importanza di questi processi rivoluzionari dei paesi del Tricontinente, è confermato dal loro prolungamento nelle metropoli imperialiste, la talpa della rivoluzione dentro un processo di radicalizzazione della lotta di classe fece una apparizione premonitrice sia in Belgio, sulla scia del movimento di Lumumba nel Congo, che nel maggio 1968 in Francia in seguito al crollo della potenza coloniale francese e in Portogallo nel 1974 in seguito alla lotta antimperialista dell’Angola, del Mozambico e della Guinea.

 Dentro questo quadro si sviluppa la possibilità di uno sforzo comune in tale direzione è stata dimostrata dalle Conferenze dei sindacati petroliferi del Mediterraneo che proposero un attacco coordinato di fondo alle grandi multinazionali del petrolio, sia prima della crisi (1968) che dopo (1975). Ne è emersa l’importanza anche della lotta salariale in sé e per risalire a questioni di fondo, come nel ’63 alla Raffineria di Algeri sfociata nella nazionalizzazione. Si è posta soprattutto l’esigenza di una pressione sindacale sull’Opec e sui vari paesi produttori per misure sui prezzi capaci di intaccare il meccanismo di accumulazione e di profitto delle Compagnie, imponendo in pari tempo nei paesi europei misure tese ad impedirne rivalse e speculazioni: di una pressione soprattutto per iniziative di nazionalizzazione (e persino per le misure ibride possibili in Iran o in Arabia Saudita) che colpissero le basi strutturali del dominio delle Compagnie stesse, esigendo nei paesi europei misure analoghe (a partire dal ruolo del settore pubblico) da impegnare in rapporti diretti di cooperazione nello sviluppo coi paesi produttori. Proposte concrete in tal senso erano venute sia dall’Algeria già nel ’65 e poi ne! ’71-73, sia dall’Iraq e dalla Libia negli ultimi anni, cioè da paesi che hanno nazionalizzato. Un discorso analogo è stato sviluppato dai sindacati nella Conferenza mineraria nazionale sostenendo — in contrasto con la Montedison e le multinazionali dei vari settori — un raccordo dinamico tra un piano di sviluppo minerario nel paese e un approvvigionamento basato su rapporti diretti tra Stati coi paesi produttori, nel senso prima accennato. Per esempio, si possono sfruttare i giacimenti di leuciti in Campania e nel Lazio adottando il metodo per trame allumina approvato dalla Cee ma bloccato dalla Montedison in funzione delle sue intese coi grandi trusts del settore per lo sfruttamento di Bouké (Guinea) o per le manovre della Alusuisse alla Sava: su quelle basi si può dare ben altro respiro alla iniziativa delle Partecipazioni statali nelle leghe leggere. Gli esempi potrebbero continuare, configurando campi concreti d’azione sindacale per alternative o condizionamenti reali alle vare multinazionali. Va comunque sottolineato che si precisarlo in quella direzione terreni d’azione essenziali per alcune politiche nazionali di fondo, a partire da quella energetica e da quella siderurgica. 


[1] Tra il 20 e il 21 luglio 1919, in diversi paesi europei migliaia di persone si mobilitarono contro i dettati imposti dal trattato di pace firmato a Versailles dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale e in nome della solidarietà tra i popoli, per la difesa delle rivoluzioni in Russia e in Ungheria e contro il sostegno degli eserciti “bianchi” offerto dall’Intesa.

   Erano stati alcuni dirigenti socialisti e laburisti italiani, francesi e britannici a promuovere l’agitazione.

   In Italia l’iniziativa si concretizzò in uno sciopero generale, che assunse grande rilievo e cadde in un momento critico per la vita del paese, tanto da spingere il governo a modificare aspetti essenziali della politica estera.

   Ma la capacità di reazione mostrata da Nitti e dalle forze contrarie a uno sciopero definito “politico”, la mancata partecipazione di alcune importanti categorie di lavoratori e di alcuni sindacati, l’assenza di una mobilitazione altrettanto significativa in Francia e Gran Bretagna trasformarono quella grande dimostrazione di forza in una sostanziale sconfitta politica per tutti coloro che l’avevano sostenuta.

   Con questa immagine fallimentare, ma solo parzialmente vera, la storia dello “scioperissimo” è giunta fino ai giorni nostri, tanto da diventare un tipico esempio degli errori del massimalismo durante il cosiddetto “biennio rosso”.

   In realtà, le cose furono assai più complesse. Rileggendo fonti d’archivio e periodici, memorie e pubblicazioni ufficiali, ci accorgiamo infatti che lo sciopero ebbe un notevole successo nell’Europa centrale e balcanica, oltre che in Italia; in Inghilterra non si scioperò, ma ci furono manifestazioni, e in Francia fu proprio in reazione all’annullamento dello sciopero che scoppiarono tumulti annonari.

  Per quanto parziale, e ritenuto insoddisfacente dai promotori, quello del 1919 riuscì ad essere il primo sciopero internazionale del “secolo breve”, con una mobilitazione politica nelle piazze europee capace di coinvolgere diverse migliaia di persone. https://www.infoaut.org/storia-di-classe/21-luglio-1919-lo-scioperissimo

G. M. Serrati, Lo sciopero generale internazionale, in L’Avanti, 20. 22 luglio

[2] Tipiche le nazionalizzazioni della industria siderurgica e del carbone attuate in Gran Bretagna dai laburisti, o quella della Renault, del carbone e dell’elettricità (più un settore petrolifero) realizzate in Francia dal Governo di unità nazionale. In Italia nazionalizzazioni e sviluppo dell’industria pubblica vennero richieste già nel Congresso costitutivo della CGIL (Napoli, gennaio 1945).

[3] Alla prima Conferenza del Cominform del 1947 furono criticati i partiti comunisti d’Italia e di Francia per la loro linea politica che fu definita legalitaria e parlamentarista.

[4] Programmi di riforme da agitare tra le masse per attuarle dopo il mutamento di potere restano le piattaforme di nazionalizzazioni rilanciate dalla CGT col 35° Congresso. In pari tempo, si punta piuttosto con lotte dure della difesa del salario come lo scontro tra minatori e truppe di Moch al Pas-Calais nel ’50.

[5] È la confederazione mondiale dei sindacati cristiani.

[6] Lo sciopero dei metalmeccanici dello Schleswig-Holstein per richieste salariali in pendenza di contratto viene condannato nel 1957 dal tribunale con una forte multa alla Ig Metall, creando ulteriori remore ad azioni rivendicative articolate.

[7] Mozioni presentate al Congresso delle TUC nel 1963 e 1964. Asset è il sindacato dei tecnici-dirigenti collocato su posizioni di sinistra nel TUC e il Datata è il sindacato dei disegnatori.

[8] La Confederazione confessionale.

[9] La Confederazione socialista.

[10] La Confederazione socialdemocratica nata nel 1947 da una scissione.

[11] La Confederazione confessionale.

[12] Document sur les nationalisations annesso al Documento di orientamento generale, 37° Congresso, Vitry, 1970.

[13] La posizione della Cgil sul Mercato Comune Europeo, risoluzione del C.E. del 19.7.1957 in Rassegna Sindacale, 31.7.1957.

[14] Indagine sulle materie prime, promossa dall’ONU e pubblicata nel 1949, il Rapporto Paley viene presentato al Congresso su questa fase tracciando una strategia di controllo dei giacimenti da sfruttare e delle riserve.

[15] La vicenda di Mossadeq è emblematica l’assenza di intervento dei sindacati europei pur di fronte a un attacco all’assetto petrolifero-energetico-chimico che costituiva uno degli assi del dominio oligopolistico e del modello di sviluppo avviatosi in quegli anni.

[16] Nel 1951 il MNR – partito politico boliviano di un nazionalismo di stampo peronista – vinse le elezioni, avendo l’appoggio dei minatori, degli operai delle industrie, degli studenti e di ex militari. Il 9 aprile 1952 ci fu un golpe militare, che dopo tre giorni di scontri di strada con la partecipazione di tutte le forze popolari, trasformò un’insurrezione vittoriosa che non solo costrinse il MNR stesso a mettere in atto le sue promesse elettorali quali la riforma agraria, la nazionalizzazione delle miniere e il suffragio universale – in Bolivia vigeva il voto “qualificato”, vale a dire che potevano votare ed essere eletti solo i maggiorenni che avessero un “patrimonio” e sapessero leggere e scrivere, in questo modo il 90% della popolazione era esclusa – si convertì in rivoluzione. L’esercito venne ridotto e sostituito dalle milizie armate dei lavoratori e degli studenti.

[17]  È il principale sindacato algerino, istituito il 24 febbraio 1956 con l’obiettivo di mobilitare il lavoro algerino contro gli interessi coloniali e capitalisti francesi. Fu bandito poco dopo, nel maggio del 1956.

[18] L’Unione dei lavoratori marocchina è il più antico centro sindacale nazionale del Marocco. È stata fondata nel 1955. Con un abbonamento di 306.000 l’UMT rappresenta i lavoratori sia nel settore privato che in quello pubblico dell’economia.

[19] La conquista del fifty-fifty avviene nel 1947 in Venezuela ad opera del governo democratico che fu rovesciato poco dopo da un muovo golpe. La conquista non può essere annullata: anzi viene ottenuta dai paesi del Medio Oriente che “giocano” nello scontro tra “sorelle” americane e anglo-olandesi. La resistenza di queste ultime in Iran contro le rivendicazioni iraniane di avere una maggiore quota dei profitti inerenti al petrolio scatena il movimento di Mossadeq per la nazionalizzazione.

[20] Incontri Mediterranei. Il° Convegno Internazione sull’energia, marzo 1968: L’associazione cooperativa e i sindacati, a cura di S. Levrero (vedere anche: Per una nuova politica del petrolio, in Notiziario Economico della Cgil, maggio 1971).

[21] Relazione sui prezzi energetici sfavorevoli ai paesi europei, Ceca, 1952.

[22] Prima Conferenza mondiale sull’applicazione pacifica dell’energia nucleare indetta dall’ONU a Ginevra nell’agosto 1955, dopo il lancio del programma “Atomo per la pace” col discorso di Eisenhower all’ONU nel dicembre 1953; Seconda Conferenza Mondiale sull’applicazione pacifica dell’energia nucleare (Ginevra 1958).

[23] È stata un’azienda francese di ricerca, estrazione, raffinazione e distribuzione del petrolio che nel 2000 si è fusa con il gruppo Total Fina e ha formato l’azienda TotalElfFina, divenuto Total nel 2003.

[24] Incontri Mediterranei, I° Convegno Internazionale sull’energia, Roma ottobre 1964: comunicazione della Cgil, “I problemi dell’energia e del petrolio: la posizione dei sindacati”, a cura di S. Levrero, A. Trespidi, S. Trogi.

[25] È uno dei più grandi sindacati nazionali francesi. Conta il maggior numero di iscritti, e alle elezioni sindacali è secondo dietro alla CGT.

   La CFDT fu creata nel 1964 quando la maggioranza dei membri del sindacato cristiano Confédération Française des Travailleurs Chrétiens (CFTC) decise di rendere aconfessionale il sindacato. La minoranza si scisse, mantenendo il nome di CFTC.

[26] J. Auger, L’Affaire Bull Cfdt, Cfdt 1962 (ciclost.), La lotta degli elettromeccanici.

[27] Erpet – Società degli Economisti, Convegno sullo sviluppo della piccola e media industria nelle regioni italiane, Relazione del prof. S. Lombardini sul Piemonte, Firenze, 10-12 giugno 1977.

[28] P. Griffone, Il capitale finanziario in Italia, Torino, Einaudi, 1945.

[29] Commissione Esecutiva della Cee, Memorandum sulla politica industriale, presentato dal Commissario Paliano di Colonna nel 1969 e discusso nel Ces e nel Consiglio nel 1970. Il 20-22 aprile 1972 si tiene a Vienna la Conferenza Industria e Società.

[30] Istituto Gramsci, Tendenze del Capitalismo europeo, Atti del Convegno tenuto a Roma il 25-27 giugno 1965 (vedere la comunicazione su Sindacati e problemi della politica dei redditi e delle politiche economiche dell’Europa capitalistica).

[31] Nonché produzioni avanzate per consumi e servizi sociali.

[32] La concentrazione quantitativa degli investimenti americani nei paesi europei veniva assolutizzata su una linea di “difesa nazionale” ancora nel 1973 dalla CGT (La Cgt et les Societés multinationales) e nel 1971 da Economie et Politique (Ph, Herzog, Nouveau developpements etc. cit). Nella CGIL la stessa tesi era stata ripresa come prova di incapacità/abbandono dello sviluppo del Terzo Mondo da A. Lettieri in “La funzione dei sindacati in Africa di fronte al neocolonialismo”, in Quaderni di Rassegna n. 4, dicembre 1963: vi si contrapponeva S. Levrero, “Il neocolonialismo è l’avversario comune dei sindacati dei paesi europei e dei paesi sottosviluppati”, in Quaderni di Rassegna n. 5, marzo 1964) la tesi di una tendenza più dialettica tesa a realizzare nei paesi dipendenti momenti di sviluppo anche rilevanti ma subalterni – processi in cui intervenire per introdurvi soluzioni alternative. Questa tendenza è sfociata dal 1968/70 in spostamenti crescenti nel commercio internazionale (vedere V. Luciano e V. Agostini, L’Italia nella divisione internazionale del lavoro, in Politica Internazionale, dicembre 1976) egemonizzati dalle Multinazionali. A questo punto i sindacati americani (ma non solo essi, vedere M. De Bock, Santiago, in Syndicat, gennaio 1972) si chiudono in difesa del “loro” lavoro del loro salario (Le multinazionali, in Steel Labor e Viewpoint) magari con punte protezionistiche (Offensive du protectionisme ouvirer: les syndicats americains partent en guerre contre les firmes multinationales, in l’L’Expansion, aprile 1072). Con la crisi petrolifera tale posizione tende a generalizzarsi, seppure per via diverse. L’AFL-CIO appoggia la legge Burke-Hopke presentata al Congresso nel 1971 per nuove regole commerciali protezionistiche.

[33] Vedere G. Albanese, P. Carniti, S. Levrero: risposte a Ch. Levinson in Tempi Moderni, n. 5.

[34] Le due Conferenze di Algeri e di Lima furono tenute in prepara<ione della II e III Unctad di New Dehli nel 1968 e di Santiago del Cile nel 1972,

[35]  Memorandum Colonna alla politica industriale della CEE, Sulle iniziative pubbliche a sostegno delle concentrazioni private, vedere Fortune. Aspetti della concentrazione capitalista in Europa, marzo 1970.

[36] A essere precisi la formula corretta per definire i rapporti giuridici non era che la proprietà giuridica faceva capo direttamente allo Stato, ma esso era presente con le azioni. E ad essere precisi fi il governo Adenauer a proporre un vasto programma di denazionalizzazioni, vendendo nel 1961 la maggioranza delle azioni che deteneva in Volkswagen, tramite offerta pubblica di vendita. Ma alla prima crisi di borsa fu costretto a salvare molti investitori rinunciando al programma di privatizzazione.

[37] Questo periodo fu testimone della crescita di una borghesia di Stato. Questo periodo fu testimone della crescita di una borghesia di Stato. Ci fu la crescita, di numerosi funzionari statali, scelti in gran parte secondo principi della lottizzazione anche per i ruoli più bassi.

[38] Vedere atti della Conferenza di Algeri in Petrolio sindacati all’attacco, a cura di G.B.A. Trepidi, Editrice sindacale italiana, Roma 1969).

[39] L’OPEC è la sigla dell’organismo che raggruppa i paesi esportatori di petrolio. Fondata nel 1960 a Baghdad da Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait e Venezuela. In seguito, vi hanno aderito paesi.

[40] In Iran, il proletariato è stato la forza decisiva e la spina dorsale della rivoluzione. Non solo, ma è stata, sebbene sconfitta un passaggio importante per la Rivoluzione Proletaria Internazionale, non bisogna scordare che i lavoratori crearono gli shoraz, strutture consigliari assimilabili ai Soviet.         

[41] Il debito pubblico dei paesi imperialisti arrivò proprio in questo periodo, cifre strabilianti da rendere la vita difficile ai governi e alle autorità monetarie, che erano in difficoltà a effettuare delle manovre congiunturali di politica economica.

[42] Federazione Internazionale Lavoratori Chimici.

[43] PROPOSTE N. 57, Sindacato e società multinazionali.

[44] La International Union, United Automobile, Aerospace and Agricultural Implement Workers of America (trad. Unione Internazionale, Lavoratori Uniti dell’Automobilistico, Aerospaziale e dei macchinari Agricoli d’America), meglio conosciuta come United Automobile Workers (UAW), è un sindacato americano che ha la sede a Detroit che rappresenta i lavoratori negli Stati Uniti, Porto Rico e in Canada.

[45] Diceva la rivista Sinistra Proletaria a proposito dell’IBM che era definita come industria della guerra: “Il ruolo della IBM come industria della guerra non è certo accidentale né tanto meno saltuario. Infatti, per prevenire questa possibilità e garantirsi una fetta di mercato estremamente interessante la IBM all’interno della sua organizzazione ha istituito una divisione che ha lo specifico incarico di risolvere i problemi relativi alle applicazioni per gli enti governativi e della difesa: il Federal System Division” (La mondializzazione del capitale imperialistico e del suo modo di produzione, SINISTRA PROLETARIA, N. 1-2, settembre-ottobre 1970).

[46] Nello stesso anno dell’adesione alla CES (1973) da parte della CGIL, a Varna in Bulgaria si svolse l’VIII Congresso della FSM decise di passare da affiliata ad associata alla FSM con solo voto consultivo. In seguito nel 1978 uscì definitamente dalla FSM.


~ di marcos61 su giugno 8, 2020.

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