LA GUERRA NEL CYBERSPAZIO E’ UN ASPETTO DI UN CONFLITTO CHE SERVE AGLI USA PER MANTENERE IL LORO DOMINIO

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   Huawei è un gigante industriale cinese di Shenzhen che tende senza mascherarlo a una posizione di monopolio delle reti mobili di quinta generazione.

  Il governo degli Stati Uniti nel 2018 ha fatto arrestare in Canada Meng Wanzou, figlia del fondatore dell’azienda e direttore finanziario di quest’ultima[1]. L’accusa è di aver violato l’embargo contro l’Iran, ma anche di aver volontariamente lasciato aperte, nei suoi prodotti, delle porte (backdoor) accessibili allo spionaggio e al controllo delle persone. Stati Uniti, Australia e Giappone hanno già congelato le attività dell’azienda sul loro territorio,[2] il Regno Unito lo farà fra poco. Germania, India e Brasile hanno già espresso parere favorevole. Sembra che tecnicamente la faccenda delle backdoor sia una bufala: molto patriotticamente tutti spiano tutti e quindi lo fa anche la Cina, che ha un’antica tradizione di pirateria nel campo dei brevetti, del software e delle metodologie. Ma Huawei nega; e qualcuno, invocando la libertà di commercio, incomincia a temere sanzioni selettive sul mercato mondiale. In realtà gli errori “involontari” in campo telematico sono così diffusi che se anche un produttore “sbagliasse” di proposito non aggiungerebbe granché al panorama della guerra informatica (bisognerebbe travestire l’errore volontario da errore involontario, ecc.). Ma non è una questione di libertà commerciale: il mondo delle reti è pervaso dal lavoro non più legato alla legge del valore e migliaia di smanettoni producono sia programmi-spia che antidoti gratuiti. Programmi che le aziende usano, ovviamente. La cosiddetta privacy fa fremere i visceri solo a sprovveduti moralisti, mentre la guerra sul fronte del cyberspazio incomincia a diffondersi con estrema virulenza.

   Dopo l’attacco dell’11 settembre gli Stati Uniti hanno chiamato a raccolta il mondo intero per combattere il cosiddetto terrorismo internazionale. Nei fatti hanno scatenato da soli una campagna militare contro l’Afghanistan e un’operazione globale di spionaggio. L’attacco sul suolo americano, preso a sé è certamente “terrorismo”[3], così come preso a sé l’attacco all’Afghanistan è certamenteguerra imperialista[4] . Di qui alcune teorizzazioni sui cosiddetti conflitti asimmetrici. Sarebbe asimmetrico l’attacco terroristico che mostra quanto sia vulnerabile il gigante imperialista; sarebbe asimmetrica l’azione di guerra della potente “Amerika” contro le masse islamiche oppresse[5].

   Per riuscire a comprendere il nesso fra terrorismo, guerra e oppressione, occorre collocare i fatti recenti nel corso storico dell’imperialismo. Attacchi all’America che hanno scatenato crociate conseguenti per la “libertà” e la giustizia si sono già manifestati in mille varianti. Quello odierno quindi non è che uno dei capitoli della guerra generale che gli Stati Uniti hanno condotto per mantenere l’egemonia sul mondo. Essi perseguono da un secolo questo risultato, da quando si lanciarono contro la Spagna affacciandosi sul Pacifico (1898), da quando intervennero in Europa nel 1917 e nel 1941, fino alle guerre di Corea, del Vietnam, del Golfo e dei Balcani, per limitarci a parlare delle guerre visibili, condotte con le armi e non con la semplice potenza economica.

   Nella Guerra del Golfo, guerra guerreggiata ed economica si saldarono chiaramente. L’invasione irachena del Kuwait fu affrontata dagli Stati Uniti in modo da poterla utilizzare nell’ambito della loro guerra più vasta. La guerra dell’informazione aveva insistito sul fatto che l’espansionismo panarabo di Saddam Hussein avrebbe messo in pericolo non solo Israele e l’Arabia Saudita ma il Medio Oriente con tutto il petrolio del suo sottosuolo. Non era vero, ma la guerra permise agli americani di insediarsi stabilmente nell’area petrolifera con basi militari, mezzi ingenti e migliaia di soldati. Non per nulla il “diabolico Saddam” era stato lasciato dov’era; ed è ancora lì. Il controllo del petrolio e dei flussi finanziari che ne derivano è guerra soprattutto contro chi non beneficia né del controllo né dei flussi, cioè contro Europa e Giappone.

   Oggi la più grande potenza del mondo, per quanto ciò sia pazzesco e irrazionale, nel 2001 proclamò di essere entrata in guerra contro un individuo, i suoi seguaci e i Taliban, suoi ospiti malvagi. Una guerra alla scala mondiale per punire un diabolico atto di terrorismo organizzato da una specie di “Spectre”, come nei romanzi di Fleming. Solo poco per volta alla fine della fiera filtrò che la vera natura della guerra – dato che di guerra si è trattato -, ma ormai l’intera umanità si è stampata in mente la faccia del miliardario barbuto, ha raccolto il messaggio simbolico ed essenziale della guerra psicologica inventata a suo tempo da Goebbels.

   Guerra, dunque, e quindi anche “terrorismo”, dato che nella guerra moderna, come Churchill, Roosevelt e Hitler insegnarono, i bombardamenti terroristici sui civili sono pianificati. Guerra, spesso combattuta con la disparità di armi che gli stessi americani hanno conosciuto nella loro rivoluzione. È sbagliato immaginare che la guerra sia solo quella fra eserciti regolari. La teoria della guerra si applica nello stesso modo al rapporto fra guardie e ladri, allo sbarco in Normandia, alla lotta di classe, al gioco degli scacchi o ai sofisticati modelli di wargame moderni, come si impara da Sun Zu, von Clausewitz, Lenin e von Neumann.

   Lo stadio di sviluppo cui l’attuale capitalismo è giunto è sempre imperialismo, sia esso “americano”, “tedesco” o “giapponese”. Rispetto al passato nulla è cambiato dal punto di vista della ineliminabile concorrenza fra imperialismi; invece molto è cambiato dal punto di vista degli strumenti a disposizione per farsi la guerra. In un mondo dove impera il capitalistico motto “mors tua vita mea“, lottare contro i concorrenti è sempre un imperativo categorico, ma, quando si tratta di guerra, la potenza diventa un fattore determinante. Nessuno oggi può muovere guerra diretta agli Stati Uniti o meglio in una guerra regolare. Perciò la guerra prende altre forme consentite dai rapporti di forza. Per contro, non per malefica volontà di dominio, ma banalmente per non soccombere, gli Stati Uniti devono fare guerra preventiva, prima, molto prima che si coalizzi contro di essi una forza di guerra indiretta sufficiente a metterne in discussione l’egemonia economica e militare.

   Perciò, siccome la guerra generale è un inevitabile sbocco dei rapporti fra Stati, specialmente nell’epoca imperialistica, ecco che lo scontro assume forme specifiche, quelle appunto che si stanno dispiegando sotto i nostri occhi. Non è vero che siamo ad un cambio epocale, come non è vero che tutto è come prima. Siamo di fronte ad una grande potenza in crisi gravissima. Essa non tracolla solo perché può utilizzare mille strumenti di difesa e offesa al fine di accaparrarsi grandi quantità di plusvalore prodotte dal suo proletariato e, sempre più, da quello di altri paesi. Il suo sistema economico diventa così compenetrato in quello mondiale che non può sopportare la minima avvisaglia di rottura degli equilibri esistenti. Come tutti gli imperi, deve attaccare di continuo per impedire che forze avversarie si coalizzino fino ad assumere forza sufficiente.

   Il presidente degli Stati Uniti afferma che il suo paese non permetterà a nessuno, in qualsiasi parte del mondo, di mettere in discussione né l’egemonia né il modo di vita americani. Chi l’ha tentato sarà distrutto. Non è stato però l’attacco dell’11 settembre a produrre ex novo la dottrina militare di controllo globale e preventivo del pianeta: il Quadriennal Defense Report (rapporto di difesa quadriennale)[6] sulla strategia di guerra americana, redatto in precedenza, conteneva già tutte le “novità” che sembrano introdotte dai nuovi avvenimenti. C’è la “guerra asimmetrica” contro il nemico che non combatte ad armi pari, il progetto di un sistema permanente di spionaggio, i gruppi di commando, la guerra informatica, l’integrazione con la rete mondiale di basi militari da potenziare. Soprattutto c’è il concetto che la difesa del territorio degli Stati Uniti si realizza in ogni parte del pianeta.

   Il mondo capitalistico come sistema globale ormai a forte controllo americano evidentemente non basta a preservare dalle sorprese. I paesi d’Europa e il Giappone sono imperialismi locali, la cui unica possibilità di reazione autonoma è la manovra sotterranea coordinata per sfuggire al drenaggio di valore e alla posizione subordinata delle loro borghesie nazionali. D’altra parte, fra pochi anni, giganti come la Cina e l’India faranno la loro comparsa sui mercati come potenze economiche in grado di sfruttare tre miliardi di abitanti, e il consolidamento di una finanza petro-islamica sotto l’egida saudita è vista come minaccia.

   Ma non è l’Islam che fa paura agli Stati Uniti: l’Arabia Saudita, loro fedele alleato, è il covo dei massimi sponsorizzatori di guerriglie islamiche in tutto il mondo. Gli Stati Uniti sanno che è storicamente fallito ogni tentativo di panislamismo; quello che li spaventa è la formazione di forze centrifughe e indipendenti, in grado di far saltare il sistema globale che permette l’americanway of life.[7] È questo che si ripete ossessivamente a Washington dall’11 settembre. Perché una diversa ripartizione delle risorse e del plusvalore mondiale fra le borghesie concorrenti è l’incubo di ogni guerra imperialistica.

   Un altro incubo è l’eventuale da parte delle nazioni dipendenti delle proprie risorse.

   Un esempio concreto è il conflitto intorno al greggio ed alle materie prime in genere. Esso è un grande scontro tra tutte le classi del sistema imperialista, a cui i lavoratori sono profondamente interessata, in quanto l’indebolimento della presa imperialista sul cosiddetto “Terzo Mondo” è condizione lì del costituirsi fisico e dell’irrobustimento politico della classe operaia entro lo slancio “nazionale” del giovane industrialismo, qui della ripresa di combattività del proletariato che la pace sociale immobilizza a rimorchio della borghesia social-democratica. Non risulta, del resto, che le nazionalizzazioni delle risorse petrolifere avvenute nel mondo arabo islamico nel secondo dopoguerra siano state effetto di tranquille (o perfino agitate) tavole rotonde tra rentiers o di normali mercanteggiamenti tra le parti in causa. Sono avvenute di norma, senza che questo conferisca loro alcun carattere socialista, a seguito di rivoluzioni o insorgenze popolari aventi a bersaglio e le corrotte cosche latifondiste semi-feudali e le multinazionali imperialiste, ed il processo di rivoluzionamento borghese del mondo arabo-islamico che dalle vicende del petrolio è inseparabile, ha avuto durature conseguenze destabilizzanti sull’Europa e sull’intero Occidente (a cominciare dal ‘68/’69 e dalla crisi economica cominciata nella metà degli anni ‘70).

  L’esperienza storica mostra come le classi sfruttate arabo-islamiche abbiano preso parte a pieno alla contesa intorno al petrolio, non consentendo alle vecchie e nuove classi proprietarie locali di confiscare per sé gli accresciuti introiti. La lotta antimperialista di massa è stata sempre (a partire, nel mondo dal Messico 1917-1938, e per il Medio Oriente dalla stessa tiepida “rivoluzione costituzionale” di Mossadeq in Iran 1951-1953) parte costituente e determinante dello scontro di classe, internazionale e locale insieme per la ripartizione della rendita petrolifera. Il movimento delle nazionalizzazioni più radicali è stato tutt’uno con la scesa in campo degli sfruttati arabi e medio-orientali (mirabili esempi sono stati la detronizzazione per via insurrezionale della monarchia hashemita in Iraq nel 1958, la guerra di liberazione nazionale algerina (1954-1961 ed è stato dallo stato uscito dalla lotta di liberazione che nel 1971 nazionalizzò il petrolio),  la “rivoluzione dall’alto” e però non senza una forte ondata di lotte anche operaie in Libia ? del movimento nazional-rivoluzionario palestinese ? etc.) e più ancora lo sono state le congiunture (1973, 1979, 1990) in cui si è materializzata la spinta al rialzo del prezzo del petrolio, momenti centrali della fase di trapasso dal primo al secondo tempo della rivoluzione democratico-borghese nel mondo arabo-islamico.

   Le masse lavoratrici medio-orientali tengono giustamente per fermo che dal prezzo del petrolio stracciato hanno solo da perdere, mentre la conquista di un pur parziale controllo delle quantità e dei prezzi del petrolio strappata conflittualmente all’imperialismo dei paesi esportatori può ridondare a loro concreto vantaggio, alla condizione di far valere con la lotta antiborghese le proprie necessità.

  In questo quadro, per gli Stati Uniti, trovare forme di alleanza subordinata, creare deterrenti contro eventuali rigurgiti di “sovranità nazionale”. L’attacco all’Afghanistan fa parte della strategia generale che ingloba gli “alleati” nella logica di sopravvivenza americana. Le bombe che sono cadute a Kabul sono come se cadessero a Berlino, Tokio, Pechino o Nuova Delhi. Che invece di un Saddam o di un Milosevic sotto le bombe ci sia questa volta un bin Laden non cambia nulla.

   Proprio per queste intrinseche debolezze l’imperialismo americano non deve essere considerato né imbattibile né eterno. Non siamo alla “fine della storia” ma certo ad una accelerazione dei processi storici. Possono verificarsi vittorie americane significative nel controllo del pianeta, ma solo in via transitoria. Qualsiasi sistema divenuto troppo complesso e incontrollabile può collassare.

   Le popolazioni dell’Afghanistan e dell’Iraq sono state vittime di massacri, come lo sono state quelle coreane, vietnamite, irachene, serbe, ecc., ma queste non sono state solo una guerra tra il mondo “ricco” e quello “povero” come da molte parti si legge. La guerra è stata anche guerre fra borghesie nazionali. La posta in gioco non è neppure soltanto l’enorme rendita da monopolio che deriva dal petrolio è soprattutto quello di impedire che il sistema vada verso la catastrofe, assicurare cioè la possibilità stessa di utilizzare ancora per l’avvenire quel petrolio nel ciclo industriale dello sfruttamento controllato dagli Stati Uniti e, in subordine, da Europa e Giappone


[1] https://www.repubblica.it/esteri/2018/12/06/news/huawei_arrestata_in_canada_meng_wanzhou_direttrice_finanziaria_e_figlia_del_fondatore-213519060/

[2] https://www.tio.ch/dal-mondo/attualita/1371163/google-huawei-e-l-inizio-di-una-guerra-fredda

[3] Metto tra virgolette poiché il termine terrorismo alla fine della fine della fiera è ambiguo se non capisce l’origine del termine. È bene ricordare che Robespierre giustificava Il metodo terroristico come una forma grazie alla quale la popolazione adottava comportamenti democratici. In effetti il termine terrorismo, nella sua accezione originale, si riferisce ad azioni commesse dal governo. Dunque, nel caso di Robespierre si tratta di terrore rivoluzionario, quando la borghesia era una classe rivoluzionaria.  Anni più tardi, nel 1871, lo Stato borghese applicò il terrore contro i partecipanti della Comune di Parigi, dove, solo nei primi giorni di repressione, furono uccise tra 20.000 e 30.000 persone, dando luogo a quello che probabilmente fu il primo genocidio per motivo ideologici della modernità. In questo caso la borghesia (almeno nei paesi europei) aveva cessato di essere una classe progressiva, perciò si tratta di terrore controrivoluzionario.

[4] Voglio precisare che per me l’imperialismo, è l’esito storico estremo, “ultimo” del processo di accentramento (concetto dialettico: ipertrofia ad un polo, spoliazione all’altro) del capitale ed in quanto tale inasprisce al massimo grado le diseguaglianze tra le classi, le nazioni e gli stati. È sbagliato ritenere che l’accesso al “club” ristretto dei paesi imperialisti  si sarebbe liberalizzato, democratizzato.  Si è forse invertito il tradizionale flusso degli investimenti internazionali che esporta “in periferia” i capitali metropolitani eccedenti per reimportarli al “centro” ingrassati di extra-profitti “coloured”? Il sistema bancario internazionale sta forse “riequilibrandosi” a favore del “Terzo Mondo”? Si è forse spostato verso “Sud” il centro di gravità della scienza e della tecnica mondiali? II tasso di sviluppo dell’industrialismo nei paesi ex-coloniali è forse riuscito e surclassare stabilmente (su scala generale) quello dei paesi più ricchi ed avanzati? Nelle sterminate campagne dei continenti dominati, alla disgregazione dei rapporti sociali arcaici e feudali s’è forse sostituita un’iperproduttiva agricoltura intensiva? Stanno forse germogliando dapperognidove, a nostro scorno, capitalismi nuovi “un pochino equilibrati”?

[5] Perciò deve essere visto nel quadro della contraddizione imperialismo/paesi oppressi.

[6] https://en.wikipedia.org/wiki/Quadrennial_Defense_Review

[7] American way of life (o anche American way, traducibili con “Stile di vita statunitense” e “All’americana”), termine che fa riferimento all’ethos nazionalista proprio degli Stati Uniti d’America, che intende aderire ai principi di Vita, libertà e ricerca della felicità.

~ di marcos61 su marzo 5, 2020.

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