APPLICAZIONI MILITARI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE







   La cosiddetta “globalizzazione” (termine con il quale, mistificandolo, si vuole definire il processo di mondializzazione capitalista) ricorda molto da vicino quello che Metastasio diceva dell’Araba Fenice: “Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Unica differenza è che non è tanto il dove, ma il come: tutti dicono che essa ha cambiato il mondo, ma nessuno saprebbe dire come. La ragione non sta tanto nell’inadeguatezza dei contemporanei, quanto piuttosto nella velocità e ampiezza dei mutamenti in atto. In trent’anni abbiamo assistito nella velocità e ampiezza dei mutamenti in atto. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a un succedersi di processi come mai era accaduto prima: dalla fine dell’ordine bipolare (USA-URSS) al naufragio del progetto monopolare americano, dall’emergere del cosiddetto[1] terrorismo islamico all’ondata di migrazioni , dalla crescita del prodotto lodo mondiale al mutamento climatico, dagli sviluppi della tecnologia sempre più rapidi all’emergere di nuovi colossi dell’economia mondiale come Cina e India, dal moltiplicarsi delle crisi a una pressione demografica senza precedenti. La percezione umana dei fenomeni è sempre in ritardo su di essi, soprattutto quando sono particolarmente complessi e ampi, e questo è normale, ma nel nostro caso questo di vario è cresciuto in mosto esponenziale, con il succedersi sempre più rapido dei processi inseguiti a fatica del pensiero umano. Ormai quello che nelle metropoli imperialiste viene definito “uomo comune” sente di non avere parole adatte a denominare quel che si sta vivendo, il linguaggio usato è povero e logoro, si usano parole che significano altro: impero, nazioni, classi, democrazia, crescita, debito ecc. che nella realtà indicano realtà molto più complesse e cui spesso sfugge la visione di insieme.

   A partire dal 2007 con l’accentuarsi della crisi del capitalismo si acuiscono tutte le contraddizioni (contraddizione borghesia/classe operaia, contraddizione imperialismo/popoli[2] oppressi e contraddizione tra paesi imperialisti.

   Dentro questo quadro dell’accentuazione di tutte le contraddizioni, la lotta per la superiorità tecnologica gioca un ruolo fondamentale nella disputa per l’egemonia mondiale tra Stati Uniti, Cina e Russia, dove l’intelligenza artificiale (IA), l’apprendimento automatico e la guida autonoma sono diventati campi strategici per la supremazia in guerra Ottenendo il controllo della tecnologia, viene definita la capacità egemonica dei capitali e degli Stati, essendo uno strumento essenziale della concorrenza. In questo modo la ricerca della superiorità nell’intelligenza artificiale sta alimentando una corsa agli armamenti in cui si cerca di sviluppare applicazioni tecnologiche che conferiscano un vantaggio sugli avversari e concorrenti in vari settori bellici (Hoadley, 2019: 34).

   La prima definizione di intelligenza artificiale fu coniata da John McCarthy nel 1956, che a partire da un progetto chiamato Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence cercò di sviluppare alcuni concetti intorno a quelle che lui e i suoi collaboratori consideravano essere thinking machines o macchine pensanti. Attualmente le definizioni si concentrano sul fatto che l’IA è un sottocampo informatico che cerca di imparare come le macchine possano imitare l’intelligenza umana (Marr, 2018). In questo senso l’intelligenza artificiale è la ricerca di compiti generalmente riservati alla cognizione umana, come riconoscere modelli, prevedere risultati e prendere decisioni complesse (Lee, 2018a).

   Tuttavia va notato che si tratta di una tecnologia che elabora una grande quantità di informazioni su un settore specifico al fine di prendere una decisione in un determinato caso sulla base di un obiettivo particolare. Cioè, l’intelligenza artificiale funziona su domini unici, quindi non è in grado di generalizzare le informazioni o avere buon senso. Pertanto, dove l’IA può avere difficoltà è quando incontra una situazione al di là della sua esperienza o del modello appreso, dal momento che potrebbe avere difficoltà a pensare oltre il suo database o la sua programmazione. Inoltre, l’IA ha bisogno di un obiettivo per funzionare, quindi diventa necessario mantenere una collaborazione tra uomo e macchina per svolgere i propri compiti. In questo modello di lavoro di squadra, gli esseri umani determinano gli obiettivi e forniscono creatività, mentre l’IA fornisce esperienza autodidatta, capacità prognostiche ed efficacia (Cain, 2017: 33). Per raggiungere il loro obiettivo, è necessario utilizzare algoritmi che consentano ai computer di percepire e interpretare il mondo per prendere decisioni da soli. Questo risultato è stato ottenuto grazie allo sviluppo dell’apprendimento profondo, un modello ispirato al cervello umano, in cui le reti di sistema sono programmate da esseri umani, da grandi quantità di dati catalogati. In questo modo usano ciò che hanno appreso per selezionare matematicamente determinati dati, riconoscere modelli all’interno della grande quantità di informazioni e sviluppare compiti in modo più efficiente (Lee, 2018). Per svolgere la loro analisi, sono necessari grandi set di dati per programmarli e una grande capacità computazionale per elaborarli, in modo che le informazioni, la creazione di infrastrutture e lo sviluppo di algoritmi diventino fattori strategici per la guerra (The Economist, 2018a). 

   In questo senso un considerevole gruppo di esperti sottolinea che l’IA ha il potenziale per cambiare la natura stessa della guerra (The Economist, 2018a). I sostenitori di questa posizione sostengono che il mondo è passato dall’era industriale della guerra, all’era dell’informazione in cui la raccolta, l’analisi e la diffusione dei dati saranno l’aspetto più importante nelle operazioni di combattimento (Hoadley, 2019: 35). Nel tentativo di mantenere la superiorità tecnologica, diventa rilevante la capacità di raccogliere e interpretare le informazioni in tempo reale, laddove la supremazia in questo campo si traduce in potenza di combattimento, da una migliore reazione a qualsiasi situazione che può essere affrontata (Ceceña, 2006: 18a). È così che Stati Uniti, Cina e Russia hanno iniziato a sviluppare progressi nell’intelligenza artificiale con applicazioni militari.     



   Nel 2014, il Pentagono ha annunciato la Third Offset Strategy, che cerca di riguadagnare un vantaggio militare sfruttando una serie di tecnologie, tra cui intelligenza artificiale, sistemi autonomi, robotica e big data, attraverso i quali agire in modo più veloce ed efficace (The Economist, 2018b). Al contrario nel 2017 la Cina ha lanciato il suo Piano di sviluppo d’intelligenza artificiale di nuova generazione, che incorpora l’IA come tecnologia trasformativa che sosterrà le potenze economiche e militari, usando una strategia di fusione militare-civile. Da parte sua, Vladimir Putin ha stabilito che l’intelligenza artificiale è il futuro e chiunque diventerà il leader in questo ambito diventerà il sovrano del mondo (The Economist, 2018a). Sebbene gli Stati Uniti abbiano un notevole vantaggio tecnologico, la Cina sta cominciando a posizionarsi come un vero concorrente di fronte ai progressi degli Stati Uniti, mentre la Russia continua a rimanere indietro in questa disputa.

   Pertanto, l’IA viene incorporata nella guerra attraverso applicazioni relative alle operazioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione, nonché nei processi logistici e decisionali, operazioni di cyberspazio e informazione, comando e controllo, veicoli semi-autonomi e autonomi e sistemi di armi letali autonomi ((LAWS l’acronimo inglese) (Hoadley, 2019: 9). Inoltre, il potenziale impatto che l’IA avrà sul futuro della guerra sarà funzione di diversi fattori, tra cui il tasso di investimento commerciale, la spinta a competere con i rivali internazionali, la capacità della comunità di ricerca di avanzare nel campo dell’IA, l’atteggiamento generale dell’esercito nei confronti della sua applicazione nelle operazioni di guerra e lo sviluppo di concetti specifici da utilizzare in combattimento (Hoadley, 2019: 34).

   In questo modo, dallo sviluppo e dall’implementazione di questa tecnologia, uno Stato sarà in grado di ottenere un vantaggio informativo e temporaneo con il quale avrà una migliore comprensione dei fattori che influenzano un ambiente strategico e sarà in grado di generare risposte quasi istantaneamente contro le operazioni dei suoi avversari. La capacità di automatizzare l’analisi dei dati su più domini consentirà di accorciare il processo decisionale e faciliterà la capacità di risposta ad eventi in cui gli umani non possono reagire abbastanza rapidamente, come nel caso di un attacco informatico o dispiegamento di missili supersonici. In particolare nella guerra cibernetica, i sistemi di intelligenza artificiale vengono utilizzati in base alla ricerca di vulnerabilità nella rete per attaccare, in modo che la progettazione di software con capacità di autonomia possa imparare dagli attacchi per avvisare i pianificatori quando le ipotesi non sono più valide o se esiste un’opportunità per migliorare i piani e generare una risposta migliore (The Economist, 2018a).

   I veicoli semi-autonomi e autonomi sono un altro campo in cui l’IA può essere applicata in guerra, dove i veicoli possono percepire l’ambiente, riconoscere gli ostacoli, unire i dati, pianificare la navigazione, comunicare con altri veicoli, interferire con le minacce elettroniche e portare armi (Hoadley, 2019: 12-13). Allo stesso modo, l’uso dell’intelligenza artificiale in questo settore ha introdotto contemporaneamente il dispiegamento di veicoli autonomi, comunemente noto come swarm o sciame, al fine di sopraffare le difese del nemico e generare una maggiore coordinazione, intelligenza e velocità in guerra (The Economist, 2018a).

Nel caso di sistemi d’arma letale autonomi o di “robot Killer”, l’IA consentirà la creazione di sistemi in grado di identificare un bersaglio e prendere decisioni indipendenti sull’attacco e la distruzione di quel nemico. Tuttavia la sua applicazione ha presentato importanti problemi etici, legali, politici e pratici in cui si mette in discussione l’autonomia di questa innovazione e la sua capacità di uccidere.

  Tutti questi progetti inerenti l’I.A. le grandi compagnie multinazionali tecnologiche, come la “Quattro Grandi” occidentali (GAFA: Google, Amazon, Facebook, Apple) o le corrispettive “Quatto Grandi” orientali (BATX: Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi), hanno investito ingenti quantità di denaro in grandi progetti, ma anche altri di eccellenza tecnologica  ed un certo numero di strutture industriali definite “ad alta tecnologica” (e delle quali sono state volutamente divulgate solo le finalità commerciali). Al riguardo, non si non menzionare il Giappone, da sempre affascinato dalla realizzazione di robot con fattezze antropomorfe, che stanno realizzando una vasta gamma di modelli di modelli per le più disparate esigenze, dai più evidenti “pupazzirobot (gli Animatroni) dai più sofisticati ed impressionanti Androidi (con fattezza da uomo) e Ginoidi (con fattezze da donna) creati dal prof. Hiroshi Ishiguro-

   Per quanto riguarda invece il settore militare, si fa risalire la cosiddetta “Corsa all’Intelligenza Artificiale con finalità belliche” all’anno 2010, anno in cui si era sostanzialmente materializzato un gruppo formato da 6 Nazioni in competizione, ovvero Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Cina, Corea del Sud e Israele, a cui si sono poi aggiunti anche il Giappone, l’Olanda, l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti… per quel che se ne può sapere al momento. Di fatto, il Ministero della Difesa U.S.A., per riunire le proprie capacità tecnico-militari in ambito “I.A.” e per contrastare i notevoli progressi raggiunti dagli altri Paesi, ha costituito in data 27 giugno 2018, per una sua piena operatività dal 1°gennaio 2019, il “Centro Interforze per l’Intelligenza Artificiale” (JAIC – Joint Artificial Intelligence Center).

   L’idea di poter inviare in battaglia mezzi privi di presenza umana a bordo o di poter impiegare robot umanoidi (ovvero gli Androidi) al posto dei soldati in carne ed ossa non è certamente nuova. Naturalmente si è ancora lontani dal poter creare delle infaticabili macchine da guerra per sostituire o rimpiazzare gli umani in prima linea o in attività belliche ad elevato rischio. In ogni caso un grosso balzo in avanti è avvenuto quando è stato deciso di elevare il livello tecnologico dei Droni (tecnicamente chiamati “Vehicles”), ovvero quei mezzi costruiti per poter essere impiegati, a seconda della propria specifica tipologia, in attività militari in cielo, in terra, o in mare (ma anche sotto la superficie del mare) e in grado di operare senza uomini a bordo (per l’appunto “Unmanned”).

   Partendo quindi dai Droni, adeguatamente implementati con la I.A., si sono potuti creare dei nuovi dispositivi in grado di poter prendere una decisione e di agire in un modo totalmente autonomo, ovvero in modo indipendente da un eventuale controllo umano remoto. I nuovi robot con finalità belliche presentano ormai una vasta gamma di tipologie che spaziano da costosissimi prototipi con fattezze androidi a dispositivi robotizzati terrestri, aerei, di superficie e subacquei che potrebbero già essere facilmente realizzati su vasta scala industriale. Alcune applicazioni della “robotica militare” forniscono già da ora delle prestazioni tattiche di estremo rilievo ma, essendo ad alta classifica di segretezza, non vengono ovviamente pienamente divulgate. In termini generali, tuttavia, si può affermare che i robot militari totalmente autonomi (senza controllo, con controllo opzionale o con controllo limitato solo all’azione di fuoco) presentano quattro principali configurazioni:

  • Da normale drone (veicoli, velivoli natanti di varie dimensioni con differenti capacità operative);
  • Da robot umanoide (con fattezze umane, in grado di effettuare un “percorso di guerra”, affrontando ostacoli, correndo, saltando e sparando a dei bersagli);
  • Da robot animaloide (con fattezze animali come squali, razze, tonni per la sorveglianza subacquea oppure gatti selvatici, bisonti e muli per il trasporto sia di carichi pesanti come mortai, casse di munizioni, apparecchiature che di carichi più delicati come i feriti);
  • Con la forma ritenuta più funzionale per l’assolvimento della specifica missione (es. la “sfera per ricognizione anfibia”, in grado di flottare sulla superficie del mare, di muoversi verso terra e di rotolare sulla spiaggia e su basse dune).

   Al momento i robot realizzati per finalità militari possono assolvere diversi compiti e compiere varie missioni quali: sorveglianza, sorveglianza armata, vigilanza, ricognizione, pattugliamento, rastrellamento, trasporto logistico, “avvicinatori” di truppe, evacuazione di truppe e feriti, inutilizzazione di ordigni esplosivi, sminamento, attività di protezione delle forze operative, attività di controllo, attività di difesa delle installazioni nonché, quando necessario o previsto, l’ingaggio del nemico con le armi da fuoco.

   Tra i tanti, merita una particolare menzione il Sentry Gun/Killer Robot “SGR-A1” della Hanwha Aerospace (ex Samsung Techwin), proficuamente impiegato in Corea del Sud per il controllo del confine lungo la zona demilitarizzata. E’ un robot fisso (ma pare esista anche una versione mobile non pubblicizzata) dotato di molti sensori integrati (infrarossi, camera termica, intensificatore di luce…) in grado di individuare eventuali intrusi sia di giorno che di notte nel settore assegnato, impartire ordini agli sconosciuti, eseguire le procedure di riconoscimento e, se necessario, (a seguito di autorizzazione da parte della centrale operativa da cui dipende) aprire il fuoco con una mitragliatrice Daewoo K3 (cal. 5.56x45mm.) e/o con un lanciagranate multiplo Milkor MGL (cal. 40x51mm). In buona sostanza il fatto di rendere totalmente autonomo l’impiego delle armi da parte di un robot non è più un problema tecnologico ma quasi eminentemente etico. Emergono così gli aspetti politici, legali, morali e filosofici al contorno della questione che fanno inevitabilmente scaturire una serie di domande:

  • Si può impiegare un robot intelligente in battaglia e fargli decidere, in piena autonomia, se aprire il fuoco, ed uccidere, basandosi unicamente sui parametri, sui criteri etici, sulle regole di ingaggio, sulle leggi di guerra e sulle leggi di diritto umanitario immagazzinate in una sua memoria di riferimento?
  • Quali azioni sono ipotizzabili per non incorrere in crimini di guerra e sino a che punto è autorizzabile l’uso letale della forza?
  • In caso di reazione ad una minaccia, il suo processo decisionale deve privilegiare una reazione immediata o una reazione deliberata?
  • Quali criteri possono essere impiegati affinché sia possibile poter discriminare, da parte del robot, un essere umano “combattente” da un essere umano “non combattente”?
  • In caso di cattura, il robot potrebbe essere riprogrammabile dal nemico o da organizzazioni terroristiche?
  • In caso di cattura, il robot può capire di essere stato catturato ed autodistruggersi per evitare di essere “riprodotto e perfezionato” dal nemico attraverso la “reverse engineering”?
  • È ipotizzabile prevedere che il robot, per l’appunto “non umano” (e quindi con scarsa possibilità di fare appello ad un senso di umanità), possa essere dotato di un software che agisca da “moderatore etico e morale” (come stabilito dalle “3 leggi della robotica” formulate da Asimov)?
  • In quali teatri operativi ed in quali tipologie di missioni potrebbero essere impiegati come “assetti pregiati” al posto dei militari?[3]

   Queste sono delle risposte per un dibattito che non deve riguardare una ristretta cerchia di cosiddetti “addetti ai lavori”, ma le masse.

   Si può ipotizzare che uno dei motivi principali dello sviluppo di queste tecnologie ai fini militari e repressivi è che le classi dominanti si trovano sul groppo un mondo in rivolta.

   Il mondo è in rivolta non perché ci sono i “complotti”, gli agitatori, i “cattivi maestri”, ecc. ma per il semplice motivo che quando le condizioni economiche peggiorano, quando i governi non riescono a sfamare le popolazioni, allora scattano inevitabilmente le rivolte e le manifestazioni.

   Dalla rivolta delle banlieue del 2005 si è passati attraverso alla rivolta che fu definita “Primavera araba”, agli indignados in Spagna e poi ad Occupy Wall Street negli USA.

   Occupy Wall Street deve essere visto nel quadro del più importante movimento di agitazione negli USA da quattro decenni. Lo attesta la sua diffusione a 1.000 città in alcune settimane. La valanga di rivendicazioni ha manifestato improvvisamente la miseria sociale ed economica di 40 anni, in gran parte sofferta passivamente, con scoppi occasionali di resistenza.

   Alla radice di tutto ciò c’è la realtà di ciò che il movimento rappresenta: il rifiuto di una società che accantona un numero sempre maggiore di persone nel mucchio di scarto.

   La realtà delle occupazioni in 1.000 città sfidano ogni facile generalizzazione. I mezzi di informazioni hanno tentato di illustrare il cuore del movimento come giovane, bianco, di disoccupati e della “classe media”. In ogni caso nelle fasi iniziali, in diverse città (specie quando la massa del 2 novembre si diresse sul porto di Oakland), gruppi significativi di afroamericani e Latino, come le persone più anziane, hanno esteso il movimento in molti luoghi al di là del nucleo iniziale.

   Di recente si è aperta ad Hong Kong una nuova stagione di rivolta globale. La protesta, nata in difesa dell’autonomia dell’ex colonia britannica è subito trascesa in qualcosa d’altro, vedendo in prima linea una generazione di giovani senza riserve e senza futuro. Il movimento, funziona a rete, è mobile evita le trappole tese dalla polizia, e porta avanti azioni dirompenti come l’occupazione del Parlamento, il blocco delle stazioni della metropolitana e quello dell’aeroporto internazionale, costringendo i sindacati ad accordarsi e ad indire scioperi.

   In Francia i Gilet Gialli continuano a mobilitarsi, scontrandosi con la polizia e obbligando, anche i questo caso, i sindacati ad accodarsi al movimento.

   In Africa e Medio Oriente, invece, la collera sociale non si è mai sopita, negli ultimi tempi, significativi di non si è mai sopita: negli ultimi tempi, significativi movimenti, di piazza sorti in Marocco, Algeria, Tunisia, Sudan e Iran, dove la scintilla è stata il raddoppio del prezzo delle uova. In Iraq la rivolta contro il carovita ha lasciato sul terreno un centinaio di morti e variate migliaia di feriti, in Giordania lo sciopero degli insegnati ha bloccato quasi tutte le scuole del regno hashemita, e in Libano è sorto un movimento in reazione ad una tassa sulle telefonate via Whatsapp: mentre o rivoltosi a scendere per le strade e organizzare uno sciopero generale, l’esercito libanese interveniva per riaprire i principali snodi stradali bloccati da manifestarsi.

   Anche il continente sudamericano è scosso dalle proteste: prima gli scioperi in Argentina, poi le manifestazioni antigovernative ad Haiti, quelle contro la privatizzatone del sistema sanitario ed educativa in Honduras o contro i tagli all’istruzione all’industrializzazione in Brasile, e quello dell’Ecuador, durante le quali gli indigeni hanno fatto istruzione nell’Assemblea nazionale a Quito costringendo il governo a scappare dalla capitale. E poi anche in Cile, con 1,2 milioni di persone

Contro l’aumento dei biglietti, dove si sono mobilitati anche i sindacati portuali e minerari in occasione dello sciopero di 24 ore, e dove in seguito ai saccheggi dei supermercati il governo ha dispiegato l’esercito per le strade dichiarando il coprifuoco. Una misura analoga è stata anche dall’Uruguay che con la riforma “Vivir sin miedo” ha decretato la militarizzazione delle piazze provocando immediate reazioni collera. In tutti questi casi, la borghesia ha toccato con mano che l’assedio dei servizi senza riserve alle cittadelle del capitalismo può sovente trasformarsi in saccheggio ed espropri generalizzati.

   Ogni lotta popolare si sprigiona d specifiche cause: le misure economiche imposte dal FMI, i rincari, nuove tasse e sacrifici, la distruzione di quello che rimane del Welfare State, la corruzione dilagante, la repressione poliziesca e giudiziari, i colpi di Stato.

   Una risposta di questi movimenti è che si sviluppano nello stesso momento.

   La risposta va ricercata nelle conseguenze a lungo termine dell’accentuazione della crisi economica in atto dal 2008e nelle politiche neoliberiste e austerità applicate a livello internazionale, che si sommano agli effetti del rallentamento economico che colpisce sia i paesi imperialisti, sia numerosi paesi dipendenti con effetti particolarmente gravi per questi ultimi.

   In situazioni di povertà dilagante e disoccupazione di massa, le misure antipopolari prese dai governi borghesi rappresentano quelle gocce che fanno traboccare il vaso ed esplodere la protesta sociale.

   L’accentuarsi della crisi costringe le classi dominanti ad approfondire l’offensiva reazionaria: ulteriore aggravamento delle condizioni di vita e di lavoro per milioni di lavoratori, brutale repressione, uso dell’esercito contro le mobilitazioni popolari, restrizioni delle libertà democratiche, golpe.

   Il sistema capitalista sta lottando per sopravvivere e i suoi rappresentanti dichiarano guerra alle masse popolari delle metropoli imperialiste e ai popoli oppressi.

   La Borghesia Imperialista (la frazione dominante della borghesia) spinge il mondo in uno stadio più grave della crisi generale del sistema, che a diverse facce: economica, sociale, politica, morale, culturale, ambientale. La Borghesia Imperialista non p in grado di superare le sue contraddizioni con mezzi con mezzi ordinari e pacifici.

   Di qui il ricorso all’estrema destra, al fascismo per deviare le proteste e scatenare attacchi sempre più profondi ai lavoratori, per rapinare sfruttati e pensioni, distruggere i servizi sociali, decapitare le organizzazioni di classe, procedere, a tappe forzate nella trasformazione reazionaria dello Stato per metterlo completamente ed esclusivamente al servizio dei monopoli finanziari.


[1] Metto cosiddetto poiché molte di queste organizzazioni sono eterodirette.

[2] La contraddizione imperialismo/popoli oppressi si sta fondendo con la contraddizione fondamentale borghesia/classe operaia, poiché la classe operaia si è allargata a livello mondiale.

[3] http://www.difesaonline.it/evidenza/approfondimenti/intelligenza-artificiale-i-campi-di-battaglia-e-la-sicurezza

~ di marcos61 su dicembre 7, 2019.

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