FIAT: RISTRUTTURAZIONE INDUSTRIALE E CAPITALE FINANZIARIO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ vulgata comune per capitalisti, giornalisti prezzolati, e “sinistri” vari che le ristrutturazioni nel settore dell’auto (e nell’industria in generale) siano necessarie per uscire dalla crisi.

C’è da chiedergli a questi signori, come mai la FIAT che negli anni 80 aveva ristrutturato è ancora adesso in crisi? Che nel 1990 era al 15° posto tra i maggiori gruppi industriali, nel 2005 passa al 33°.

 

 

 

 

 

 

 

 

TABELLE COMPARATIVE

MAGGIORI GRUPPI INDUSTRIALI 2005-1990

 

 

 

 

2005 1990
N. Gruppo Nazione Fatturato N. Gruppo Nazione Fatturato  
1 BP Inghilterra 224 1 GM Usa 79  
2 Exxon Mobil Usa 219 2 Shell G.B.-Olanda 66  
3 Shell Usa 211 3 Exxon Usa 66  
4 GM USA 152 4 Ford Usa 57  
5 Daimler Chrysler Germania 139 5 Toyota Giappone 50  
6 Toyota Giappone 136 6 Ibm Usa 42  
7 Ford Usa 135 7 Iri Italia 41  
8 GE Usa 120 8 Ge Usa 38  
9 Total Francia 120 9 Bp Inghilterra 37  
10 Chevron Usa 116 10 Dailmer Germania 36  
11 Conoco Philips Usa 96 11 Mobil Usa 36  
12 Volkswagen Germania 87 12 Hitachi Giappone 36  
13 Nippon TNT Giappone 79 13 Matsushita Giappone 31  
14 Siemens Germania 72 14 Philip Morris Usa

 

31  
15 Ibm Usa

 

71 15 Fiat Italia 29  
16 Hitachi Giappone 66 16 Volkswagen Germania 29  
17 Matsushita Giappone 64 17 Siemens Germania 28  
18 Honda Giappone 63 18 Samsung Sud Corea 28  
19 HP Usa

 

63 19 Nissan Giappone 27  
20 Nissan Giappone 63 20 Unilever G.B.- Olanda 26  
21 Sino pec Cina 59 21 Eni Italia 26  
22 Eni Italia 58 22 DuPont Usa 24  
23 Deutsche Telekom Germania 57 23 Texano Usa 24  
24 Verizon com.. Usa 56 24 Chevron Usa 23  
25 Samsung Sud Corea 56 25 Elf Aquitaine Francia 23  
26 State Grid Cina 56 26 Nestlè Svizzera 23  
27 Nestlè Svizzera 56 27 Toshiba Giappone 21  
28 Peugeot Francia 55 28 Honda Giappone 19  
29 China NP Cina 53 29 Philips Olanda 19  
30 Sony Giappone 52 30 Renault Francia 19  
31 Pemex Messico 50 31 Crisler Usa 19  
32 Vodafone Inghilterra 49 32 Boeing Usa 18  
33 Fiat Italia 47 33 Abb Svizzera 18  
                 

 

 

La stampa si è consumata sugli “errori” della Fiat: internazionalizzazione in ritardo da parte della Fiat, assenza di una politica industriale e così via. L’unica spiegazione che i vari “esperti” non tengono conto (o fanno finta) è che la Fiat aveva da tempo fatto la scelta di uscire dal settore dell’auto, perché questo settore presentava una concorrenza internazionale che non riusciva a reggere, e i profitti ricavabili avevano un’entità inferiore a quella di altri settori. Questa scelta vista da un punto di vista capitalistico, ha una sua logica.

Nel 1990 la quota Fiat nel mercato italiano era del 52% (con Lancia e Alfa) nel 2002 è al 31%. In Europa è passata dal 14% all’8%. Un calo che percorre tutti gli anni ’90.

La Fiat aveva 130.000 dipendenti nel 1980, calati a 90.000 a metà degli anni ’80, poi a 50.000 all’inizio degli anni ’90 (con 12.000 quadri e impiegati buttati fuori tra il 1993 e il 1994) per arrivare ai 36.000 nel 2002. Tutto ciò corrisponde alla scelta ben precisa di mantenere l’azienda in una china di “produttiva decadenza”: di non investire, ma ridurre le spese all’osso, un’operazione di “spolpamento” dell’azienda per ricavarne risorse da gettare altrove, tutto questo finché dura. Operazione del resto nella quale la Fiat è esperta: ha fatto così con l’Alfa Romeo “acquistata” (nei fatti regalata dallo Stato) nel 1986 pur di non vederla cedere alla Ford e l’ha progressivamente smantellata, lo stesso era accaduto con Lancia e Innocenti.

Secondo Eurobusiness (citato da Ezio Mauro su La Repubblica del 18 ottobre): “negli ultimi sei anni Volkswagen ha speso 21 miliardi di euro per studiare i nuovi modelli, Renault 10,4 Bmw 10, Fiat appena 4,5”.

Mentre disinveste nel settore dell’Auto, la Fiat acquisiva altrove. Facciamo degli esempi: nel 1999 acquista Case, Kobelco e Pico e nel 2001 entra nel settore elettrico alla grande. La Montedison controllata dalla Fiat per il 24,6% diventa la seconda azienda del comparto dopo l’Enel.

Per avere il quadro completo della situazione, non bisogna dimenticare l’affacciarsi nel mercato mondiale dell’automobile da un paio di decenni di paesi come la Cina, l’India, l’Iran e del Brasile che hanno registrato un aumento della produzione (o di una “tenuta” come il Brasile che ha perso solo l’1%) assorbita soprattutto dai propri mercati interni che hanno continuato a svilupparsi.

La produzione automobilistica mondiale (auto, veicoli commerciali e camion) nel 1999 era di 56 mln 259mila, nel 2009 è stata di 61 mln 715mila, quindi ha registrato il 9,69% di incremento, ma questo incremento è dovuto in grandissima parte allo sviluppo produttivo dei paesi capitalistici più giovani, come Cina, India, Brasile e Iran; incremento assorbito, come si diceva, soprattutto dai propri mercati interni; mentre i paesi che tradizionalmente producono ed esportano in tutto il mondo i propri veicoli a motore in nel decennio che va dal 1999 al 2009 hanno subito un pesante decremento.

 

 

 

 

SITUAZIONE DELLA PRODUZIONE AUTOMOBILISTICA A LIVELLO MONDIALE  TRA IL 1999 E IL 2009 (,LN UNITA’)

 

Paese 1999 2009
USA 13.025 5.709
Giappone 9.895 7.935
Germania 5.688 5.210
Francia 3.180 2.048
Canada 3.059 1.491
Spagna 2.852 2.170
Sud Corea 2.843 3.513
Regno Unito 1.974 1.090
Cina 1.830 13.791
Italia 1.701 0.843
Messico 1.550 1.561
Brasile 1.351 3.183
Russia 1.170 0.772
Belgio 1.017 0.537
India 0.818 2.633
Polonia 0.575 0.884
Rep. Ceca 0.373 0.975
Taiwan 0.353 0.226
Tailandia 0.322 0.999
Sud Africa 0.317 0.373
Argentina 0.304 0.513
Turchia 0.298 0.870
Malaysia 0.254 0.489
Svezia 0.251 0.156
Slovenia 0.118 0.213
Iran 0.119 1.395
Romania 0.107 0.296

 

 

È visibile il tracollo delle potenze industriali del blocco occidentale, in particolare degli USA che hanno perso il 56% di produzione, il Giappone che ha perso il 19,8%, il Regno Unito il 44,7%, l’Italia il 50,4%, il Canada il 51,2%, la Francia il 35,6%; mentre è altrettanto evidente il balzo della Cina che ha più sestuplicato la propria potenzialità industriale portandosi agli stessi livelli produttivi del settore che avevano dieci anni prima gli USA, seguita dall’India che ha triplicato la sua produzione di dieci anni prima, l’Iran che nel 1999 aveva una produzione molto limitata, in dieci anni più che decuplicata, il Brasile con una produzione più che raddoppiata.

Questo sviluppo industriale di paesi come la Cina, l’India cominciato negli anni ’90 è una conseguenza è una conseguenza dell’eccesso di capitale che ha trovato come sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” in altre parole nella creazione di un unico sistema capitalistico in cui ai paesi semicoloniali si sono aggiunti gli ex paesi cosiddetti “socialisti” o che si definiscono come tali come la Cina, nel ruolo di fornitura di materie prime e di semilavorati e di produzione di manufatti a bassi salari e senza alti costi relativi alla sicurezza e alla protezione dell’inquinamento.

A partire da questa fase del capitalismo, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi detti “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Kong).

I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1986-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2000 + 46 47,2%. Questo gigantesco afflusso di capitali ha creato una mondializzazione della produzione industriale.

Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è al di fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone.

Gli Stati Uniti rimangono certamente ancora la più grande potenza industriale (nel 2008 erano il 24% del totale mondiale) mentre la Cina sempre in questo periodo si situava al 18% (dopo essersi posizionata al 6% nel 1995, al 10% nel 2000, al 13% nel 2005).

Detto, questo bisogna sottolineare una caratteristica poco conosciuta ma molto importante dell’economia cinese attuale: il dominio del capitale straniero sui settori più dinamici e più produttivi dell’industria. Secondo un esperto del governo cinese, commentando la notizia che la Cina era diventata il primo esportatore mondiale: “circa l’83% dei prodotti ad alto contenuto tecnologico e il 75% dei prodotti elettronici esportati sono fabbricati in imprese a capitale straniero”.

Le statistiche ufficiali cinesi illustrano chiaramente questo dominio. Nel 1986 le imprese a capitale straniero erano all’origine del 5,6% delle importazioni e dell’1,8% delle esportazioni del paese; nel 2007 la percentuale era salita al 57,8% delle importazioni e al 57,1% delle esportazioni; più della metà del commercio estero cinese è in realtà opera delle filiali di aziende straniere. Nel 1990 le imprese a capitale straniero erano responsabili del 2% della produzione totale cinese. Senza dubbio questa percentuale è in diminuzione dopo il 2003, ma, considerando che una parte delle imprese cinesi sono in realtà delle sottomarche di imprese straniere, è incontestabile che l’industrializzazione e soprattutto il progresso del commercio estero cinese dipende per una parte significativa del capitale internazionale. Le imprese straniere assicurano di fatto il 40% del PIL cinese.

Una caratteristica delle esportazioni cinesi è che la metà delle esportazioni fanno parte dei “processing export”, cioè l’esportazione di merci prodotte (o assemblate) a partire da parti staccate o componenti importate. Questa percentuale sale all’85% per le imprese a capitale straniero; questo tasso è nettamente più elevato per le esportazioni di materiale elettronico e per i beni strumentali che non per il tessile, l’acciaio o la chimica, settori questi ultimi in cui le imprese straniere sono poco presenti. Il capitalismo cinese non controlla quindi che parzialmente, e quasi per niente nei settori detti di alta tecnologia, le filiere di produzione di merci sono esportate in altri paesi. Le imprese a capitale straniero v’importano componenti e parti staccate dai paesi asiatici vicini, per farvi produrre a basso costo da operai cinesi, merci che poi sono esportate verso i paesi capitalistici sviluppati, compresi quelli da cui sono usciti questi capitali.

 

CAMBIAMENTO DEL SISTEMA CONTRATTUALE FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’90

 

Dal punto di vista operaio questo periodo degli anni ‘80 e ’90 vede la fine del sistema contrattuale rivendicativo nato nel periodo delle lotte operaie ’68-’69.

La struttura contrattuale e salariale di questo sistema era strettamente determinata dalle valutazioni che il mondo del lavoro esprimeva (contrattazione come immediata espressione del quadro dei bisogni che i lavoratori esprimono). Questo sistema contrattuale si è potuto affermare grazie alla liquidazione del modello contrattuale corporativo che era sopravvissuto al periodo fascista, con l’abolizione delle gabbie salariali, e con la conquista del contratto nazionale di categoria, con una forte contrattazione che ha portato alla scala mobile come strumento di tutela automatica, e una diffusa contrattazione decentrata aziendale. Una struttura salariale quindi ordinata attorno ad una forte tutela del potere d’acquisto dei salari (scala mobile, automatismi, indicizzazioni).

In definitiva la struttura salariale andatasi a formare nelle lotte dal dopoguerra ai primi anni ‘70 era organizzata attorno alle seguenti voci:

1)  Retribuzione base (minimi tabellari – scala mobile – indennità di mantenimento).

2)  Retribuzione di anzianità. Rappresentava la quota d’incremento salariale, comunque garantita in rapporto all’anzianità di lavoro presso la ditta, in percentuale sullo stipendio. Gli scatti di anzianità, introdotti nel periodo fascista per premiare la fedeltà all’azienda, si trasformano con la contrattazione degli anni ’60 come elemento del salario professionale secondo l’assunto che con l’anzianità di lavoro si consolidava e valorizzava l’esperienza professionale all’interno dell’azienda. Il valore di questa quota di salario era tutelato da rivalutazioni automatiche a ogni inizio di anno ed era quindi costantemente aggiornato.

3)  Retribuzione di produttività. Era il risultato di una redistribuzione degli incrementi di produttività realizzata. Il loro riconoscimento avveniva attraverso la contrazione aziendale che era:

A riparto. Quando tutti i lavoratori usufruivano di questa redistribuzione, o sotto forma di salario – (premi di produzione) o sotto forma di maggiore occupazione con nuove assunzioni, oppure ancora con una riduzione dell’orario di lavoro.

Ad incentivo. Quando a fruirne, sono solo quei lavoratori che hanno partecipato direttamente all’incremento di produttività (Cottimo, straordinario, premi di obiettivo o produttività).

Le lotte di questo periodo andavano nella direzione del ridimensionamento dei riconoscimenti “ad incentivo” a favore del sistema “a riparto”.

4)  Retribuzione di merito. Era elargita dall’impresa ai singoli lavoratori (superminimi, assegni ad personam ecc.). Anche questa forma di erogazione salariale fu ridotta in questo periodo.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, questo sistema contrattuale entra in crisi.

Il 1980 è, infatti, caratterizzato da un massiccio ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni, anche speciale, dalla chiusura di aziende o rami di aziende, dalle pesanti ristrutturazioni e razionalizzazioni dei grandi gruppi (i 35 giorni alla FIAT sono il fatto più indicativo di queste ristrutturazioni), tutto questo ha immediati riflessi anche sulla strategia sindacale di CGIL-CISL-UIL, che, di fronte alla crisi mostra ancor più chiaramente la loro visione “realista” (ovvero alla loro subalternità alle compatibilità padronali).

L’inizio degli anni ’80 è caratterizzato dal collasso delle forme negoziali che si erano affermate con l’autunno caldo. La contrattazione aziendale è sfuggita al controllo sindacale. Nelle fabbriche forti, la pressione della base spinge a una contrattazione quasi unicamente salariale, mentre si arena nelle aziende investite dalla Cassa Integrazione Guadagni e dalla riduzione degli organici.

Nei grandi gruppi tutta la strategia (che era una bandiera della sinistra sindacale) del controllo e del condizionamento delle scelte aziendali, va a farsi benedire, perché alla fine il sindacato arriva ad accettare il punto di vista della necessità di razionalizzazione dell’impresa (razionalizzazione delle attività, riduzione dei costi e dell’occupazione, rallentamento delle dinamica rivendicativa e sua subordinazione alle esigenze della ristrutturazione).

CGIL-CISL-UIL a partire dall’assemblea dell’EUR del 1978 furono la punta di diamante nella demolizione del sistema contrattuale rivendicativo.

I passaggi fondamentali del cambiamento del sistema contrattuale sono stati:

1)  Nel gennaio del 1977 un accordo interconfederale, poi trasformato in legge dello Stato, elimina dal calcolo per l’indennità di liquidazione la contingenza che sarebbe maturata a partire dal febbraio 1977.

2)   I rinnovi contrattuali del 1979 furono fortemente influenzati dalle forti ristrutturazioni nei grandi gruppi. In molte piattaforme contrattuali accanto alla linea egualitaria (formalmente riconfermata) si fa strada la preoccupazione di rispondere alle categorie professionalizzate. Il risultato è che tutto l’aumento salariale viene riparametrato. In molti contratti si accetta la deindicizzazione degli scatti di anzianità.

3)  L’accordo Scotti del 1983. Con questo accordo sono ridotte le voci del paniere per il calcolo del costo della vita. La copertura della scala mobile scende così dal 73% al 63%.

4)  Con il Decreto Legge dell’14.12.1984 e la successiva legge del 12 giugno 1984 n. 219 si stabilisce che i punti di variazione dell’indennità di contingenza non possono essere più di 2 alla scadenza del 1° febbraio e non più di 2 a quella del 1° maggio. Si tratta del primo vero intervento legislativo di predeterminazione salariale.

5)  A fronte della disdetta della scala mobile da parte della Confindustria nel 1985 si arriva nel 1986 a un accordo interconfederale, poi trasformato in legge, che riforma il sistema di indicizzazione dei salari, portandolo a cadenza semestrale e riducendo le voci della retribuzione sottoposte a tutela al solo minimo tabellare. La copertura della scala mobile scende dal 63% al 50%.

6)  Nel 1990 la Confindustria procede a una nuova disdetta della scala mobile. Il 31 luglio 1992 si arriva all’accordo Amato-Trentin che ha comportato non solo la definitiva scomparsa della scala mobile, ma bloccava (sia pur temporaneamente) la contrattazione aziendale. Cadevano così due dei tre pilastri su cui si poggiava la contrattazione sindacale del sistema contrattuale rivendicativo.

7)  Con l’accordo del luglio 1993 finisce il modello contrattuale rivendicativo. Sono definiti tre livelli:

1° Livello. Concertazione generale del limite salariale secondo l’inflazione programmata.

2° Livello Concertazione nazionale della quantità d’inflazione reale che i padroni possono scaricare sul salario.

3° Livello. Concertazione articolata della sottomissione dei lavoratori agli interessi dell’azienda.

Questi accordi che stavano dentro il quadro delle politiche dei redditi hanno comportato un ingabbiamento dei salari: da un lato hanno impedito che crescessero per lo meno seguendo gli incrementi di produttività, dall’altro li ha lasciati erodere da un’inflazione sempre superiore a quella rilevata dall’ISTAT.

Per quanto riguarda la ripartizione di salari e profitti: la quota concernente questi ultimi sul totale dell’economia è passata dal 28.4% del 1970 al 35,5% del 2002. Questa dinamica è strettamente legata alla lotta di classe.

E sempre in questo periodo (dalla fine degli anni 70 dall’inizio degli anni ’90) che si passa dai Consigli di fabbrica alle RSU.

Con le pesanti ristrutturazioni nei grandi gruppi industriali, si vede l’esplodere del ricorso alla Cassa Integrazione ordinaria e straordinaria, comprimendo così gli spazi contrattuali. Con l’avvio della politica dell’EUR si comincia ad attuare una politica tendente a svuotare gli spazi d’iniziativa categoriale e aziendale.

Con l’accordo Scotti del 1983, come già si diceva prima, s’impongono dei limiti alla contrattazione aziendale affermando che “la contrattazione a livello aziendale non potrà avere per oggetto materie già definite in altri livelli di contrattazione” e si comincia a predestinare i costi della contrattazione nazionale. In sostanza con quest’accordo diventa evidente come concertazione e centralizzazione della contrattazione collettiva va di pari passo.

Con l’inizio delle divisioni sindacali (accordo di San Valentino 1984) si accentua l’attacco ai Consigli di fabbrica/dei delegati. Il potere delle organizzazioni sindacali di nominare comunque delle proprie RSA (l’unica forma prevista e riconosciuta per legge), anche in presenza di istanze di base elette dai lavoratori, fu lo strumento principale con cui CISL e UIL mettevano in crisi le rappresentanze unitarie laddove queste, non si assoggettavano a rappresentare il loro volere. In alcuni casi i Consigli di fabbrica si scioglievano per la fuoriuscita di componenti che daranno vita alle RSA in base al diritto riconosciuto dall’art. 19 della legge 300, in altri casi la loro attività sarà semplicemente bloccata appunto grazie alla minaccia di uscire dai Consigli di fabbrica per nominare proprie RSA.

Tutto ciò comportò lo svuotamento dei Consigli di fabbrica.

Con i protocolli del luglio 1993, la contrattazione di secondo livello riguarda solamente le materie oggetto di rinvio del Contratto Collettivo Nazionale e ancora si legge nel testo dell’accordo che “la contrazione aziendale riguarda materie e istituti diversi e non ripetitivi rispetto a quelli retributivi con CCNL”. In sostanza la contrattazione aziendale deve sostenere un ruolo puramente “adattivo” poiché deve stare negli ambiti normativi prefissati dal CCNL.

Un assetto contrattuale di questo genere richiede necessariamente il controllo sulle strutture di base per evitare che la contrazione aziendale entri in conflitto con quanto le organizzazioni sindacali hanno pattuito a livello centralizzato. E’ in questione la “solvibilità del sindacato”, la dimostrazione del suo essere organicamente concertativo.

Lo pensano chiaramente anche i firmatari dell’intesa, quando nella parte dell’intesa relativa alla rappresentanza aziendale si trova espressamente affermato che “al fine di assicurare il necessario raccordo tra le organizzazioni stipulanti i contratti nazionali e le rappresentanze aziendali titolari delle deleghe assegnate dai medesimi, la composizione delle rappresentanze deriva per 2/3 dall’elezione da parte di tutti i lavoratori, e per 1/3 da designazione da parte delle organizzazioni stipulanti il CCNL, che hanno presentato liste in proporzione ai voti contenuti”.

 

 

LA CRISI FIAT NEL “SISTEMA ITALIA”

 

 

La crisi Fiat è il segnale di una difficoltà del sistema capitalistico italiano a reggere la concorrenza a livello internazionale: la Fiat, uno dei tre sgabelli dell’economia italiana (Medio Banca-Generali, Fiat, industrie statali) traballa, e il “sistema Italia” ha dei forti capogiri. L’intero sistema, infatti, se la passa male, non regge la competizione del mercato globale, il tanto invocato “piccolo e bello” non funziona più, tant’è che le piccole imprese chiudono (nel 2002 una ricerca della Confapi, parla di 60.000 piccole imprese sul punto di fallire), esistono pochi spazi per un recupero come sarebbe consentito in una fase di sviluppo e i capitalisti, alla ricerca di profitti spostano il capitale verso i settori, dove è più conveniente: l’accumulazione monetaria ha il sopravvento sull’investimento nella produzione.

E in questa situazione, che la Fiat dal 1990 ha quadruplicato la sua produzione fuori dall’Italia, subendo però le intemperanze della crisi argentina, brasiliana, turca ecc.

La crisi Fiat che si manifestò in maniera esplicita nel 2002 che mise in evidenza la debolezza dell’intero “sistema Italia” nella contesa internazionale.

A causa della crisi in atto, si accentua il fenomeno della concentrazione delle aziende, dove la Fiat è chiamata a confrontarsi con realtà imprenditoriali di eccezionale forza economica. Basti pensare che la General Motors, che tanta parte ha avuto nella vicenda Fiat, è una delle prime industrie nel mondo ed è sui suoi livelli che la Fiat era chiamata a confrontarsi. Il declino economico della Fiat sta all’interno della condizione negativa che coinvolge il” sistema Italia”, il quale ha la più bassa concentrazione di capitali rispetto ai paesi concorrenti: in Italia prevale la piccola industria, il commercio al dettaglio e i distretti organizzati della piccola produzione non riescono a reggere la concorrenza con gli altri colossi imperialisti.

L’unione delle piccole e medie industrie, in Italia non è giunta a un punto da poter contrastare l’azione centralizzata dei colossi multinazionali e talvolta non riesce neppure a reggere la competitività con paesi meno sviluppati capitalisticamente che beneficiano di un costo della manodopera più basso. Le imprese con più di 500 addetti in Italia nel 2001 solo il 15%, mentre nello stesso periodo in Germania rappresentano il 56% e in Francia il 43%. Inoltre, in Italia, le grandi imprese hanno anche una composizione organica del capitale più bassa che in altri paesi concorrenti: un’analisi di Mediobanca su 256 multinazionali dimostra che nel 2002 le 13 italiane hanno 189 miliardi di euro di attivo, in Francia in 23 producono un attivo 413 miliardi di euro, in Germania in 18 producono 677 miliardi di euro di attivo. Se si guarda gli investimenti per la ricerca, essi sono passati dal 5,8% nel ’99 al 3.7% di oggi, in particolare alla Fiat gli investimenti fatti in questi ultimi anni sono insufficienti: nel periodo che va dal 1997 al 2001, la Fiat ha speso 3,5 miliardi di euro in ricerca e sviluppo (pari al 2,8% dei ricavi) e 5,65 miliardi di investimenti fissi, mentre il gruppo Psa (Peugeot – Citroen) ha investito in ricerca 4,4 % di ricavati, e 9,4 miliardi di investimenti fissi. Se poi, guardiamo ai settori innovativi vediamo che dal 1991 al 200 il rapporto tra alcuni paesi è il seguente: la Germania è passata dal 12 al 15% dell’intero comparto produttivo; la Francia dal 20 al 25%; gli USA dal 20 al 25%, mentre l’Italia è rimasta stazionaria intorno all’8%. L’aumento della produttività italiana si è basato in questi anni più sull’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori che sull’investimento in macchinario.

Di questo nanismo non soffre solo la pletora delle piccole e medie imprese, dei laboratori artigianali e delle botteghe e bottegucce, ma anche una buona parte della grande impresa. Prima di tutti la Fiat, che nel concentratissimo spazio dei produttori mondiali di automobili non è riuscita a occupare stabilmente nessuno dei segmenti strategici. L’apertura del mercato italiano, un tempo protetto e monopolizzato dall’industria nazionale per eccellenza, quella che determinava la costruzione di autostrade e l’arretratezza degli altri sistemi di trasporto, ha determinato in pochissimi anni la perdita di notevoli quote di mercato a favore di Toyota, Nissan, Ford, Peugeot, Renault.

La crisi, paradossalmente, ha accentuato la tendenza al nanismo industriale: le Pmi (piccole e medie imprese sotto i 50 addetti) che nel 1970 erano giunte a occupare il 42% della forza lavoro, nel 1981 erano al 48% per toccare nel 1991 la vetta del 56%. Nel 2004 c’erano solo 3 multinazionali di dimensioni paragonabili alle omologhe europee (Fiat, Eni, Telecom). Negli anni ’80 e ancora negli anni ’90 il fenomeno veniva propagandato (anche da certa sinistra “radicale” e “antagonista”) come un elemento di dinamismo e vivacità. Stucchevoli elogi della creatività e dell’operosità italiana emergevano tra le righe di numerosi studi sui distretti industriali e sulle “tre Italie”. La tesi era che in alcune zone d’Italia (nord est, Emilia Romagna, Toscana) si era costituito una combinazione dei fattori produttivi con la “solidarietà sociale”. La “cultura solidaristica cattolica” e il “cooperativismo di matrice comunista”, e la forza di istituzioni radicate quali la famiglia, le parrocchie e le case del popolo rendevano possibile, a parere di questi studiosi, una produzione innovativa, efficiente, in un contesto di coesione sociale.

Uno dei personaggi che ha contribuito a sinistra a decantare il fenomeno delle piccole e medie imprese è senza dubbio Aldo Bonomi. Nel suo libro Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia (1997, Einaudi, Torino) afferma che “nuovo” capitalismo, abbia trasformato, in stretta connessione con le dinamiche della cosiddetta globalizzazione, la struttura sociale di intere aree del paese: fino a ridisegnarne la fisionomia e le forme stesse di lavoro. Dove le contraddizioni non sono più tra classi ma tra territori e sistemi produttivi, dove ci sono aree alpine e pedemontane attivamente attraversate dalla “globalizzazione” mentre altre si caratterizzano come “zone tristi”, escluse dalla “modernizzazione”.

A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, per gli studiosi ispirati dalla “scuola di regolazione”, la piccola impresa italiana era, per loro, all’avanguardia nel processo di adattamento in un periodo di incertezza, pronta per recepire le nuove tecnologie che consentono alta produttività e versatilità.

La realtà era, come sempre, molto prosaica: la crisi continuava a spingere ex operai e detentori di piccolissimi capitali verso l’avventura della piccola impresa, che si fondava sull’evasione fiscale e contributiva (favorendo così a essere un baluardo del regime democristiano), sulla possibilità di licenziare senza giusta causa e sulla consolidata politica delle svalutazioni competitive. Quest’ultimo elemento, che ha favorito i settori che producevano per l’esportazione, è stato cancellato dall’ingresso nell’Euro. Il complesso di questi tre vantaggi rendeva plausibile l’avventura imprenditoriale anche per esperienze fragilissime. Il vero asso nella manica dei piccoli capitalisti italiani era il basso costo della forza lavoro: mentre la grande impresa cercava di erodere i salari dei lavoratori tramite l’inflazione e la politica dei redditi concertata con i sindacati e la sinistra, i piccoli imprenditori offrivano lavoro ai nuovi disoccupati a salari decisamente inferiori. Un nuovo capitolo dei distretti italiani è stato scritto sotto il governo D’Alema, con i patti d’area e il consolidamento dei distretti di Puglia e Basilicata.

La perdita di quote di mercato è dovuta alle modeste dimensioni delle aziende e se pensiamo che l’80% degli investimenti sono fatti dalle grandi aziende, sono prevedibili le difficoltà incontrate dall’imperialismo italiano con l’accentuarsi della contesa internazionale.

 

 

QUOTA DI MERCATO DELL ESPORTAZIONI ITALIANE SULLE ESPORTAZIONI MONDIALI

 

1991 4,9
1998 4,5
1999 4,1
2000 3,8

 

QUOTA DI MERCATO DELLE PRIME 237 MULTINAZIONALI PER PAESE DI ORIGINE (1998)

 

Usa 34,1
Giappone 18,8
Germania 15,5
Francia 8,1
Regno Unito 8,1
Svizzera 3,6
Italia 3

 

L’inserimento dell’economia italiana nel mercato europeo (con la moneta unica) l’ha preservata maggiormente dagli scossoni determinati dalla crisi, ma anche esasperato le tensioni interne. I grandi gruppi, non solo perdono le battaglie economiche a livello europeo e mondiale ma si trovano anche a scontrarsi con i gruppi industriali di nuova formazione dei paesi più arretrati dal punto di vista capitalistico.

Fino al 1999 le oscillazioni della lira permettevano all’Italia margini di recupero che oggi non sono più possibili: la quota di export mondiale nei vari paesi e la tendenza al livellamento si fa più forte. Il capitalismo italiano, per recuperare competitività, deve abbassare ancora di più i salari, intensificare il lavoro, ridurre la manodopera a favore di investimenti più elevati in macchinari e materie prime, riformare la propria “macchina” burocratica statale per renderla più agile alla propria penetrazione nei mercati internazionali. Contro i lavoratori viene accentuata una politica di lacrime e sangue; la crisi innalza il livello dello scontro sociale. Non è un caso che livello politico si vede il passaggio da una democrazia “liberale” a una più blindata, con l’uso di metodi di gestione del potere statale più apertamente repressivi e autoritari.

Ormai è dalla metà degli anni ’70 che il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva permetteva ad alcune frange di lavoratori di avere delle briciole dei sovrapprofitti imperialistici; miseria e povertà endemica stanno diventando un fenomeno fisiologico nella società in cui viviamo.

Il capitalismo italiano può reagire a questo declino solo operando sul piano internazionale per essere presente sui mercati in modo più competitivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CRISI FIAT

 

 

In questo contesto la Fiat per non scomparire completamente dal settore dell’auto, deve fare ingenti investimenti a favore dello sviluppo tecnologico del prodotto e nel contempo fare degli accordi con gli altri gruppi industriali.

Le scelte della Fiat sono state determinate non solo dalla situazione del mercato dell’auto, ma dalla crisi generale in atto. Questi fattori l’hanno spinta come si diceva prima a spostare il capitale verso settori che rendono di più (imprese editoriali, una compagnia di assicurazione, due grandi quotidiani, la Cinzano, la casa vinicola Château Margaux, l’Unicem che fa cementi, la Bernardo, i carburanti Weber, gli alberghi del Sestrière, autostrade, ospedali, il traforo del San Bernardo ecc) e nell’investimento speculativo. Quando poi fa un accordo con la General Motors, il reale obiettivo di Agnelli era di vendersi al meglio a uno dei suoi concorrenti. Era riuscito all’epoca a inserire nell’accordo l’opzione Put, secondo la quale nel 2004 la stessa Fiat aveva la possibilità di scegliere di vendere a General Motors l’intero comparto, senza che General Motors possa chiedere di anticipare l’acquisto rispetto alla scadenza stabilita né tantomeno rifiutare l’acquisto. Una clausola così favorevole per la Fiat era stata possibile solo perché in quella fase non erano visibili i segnali della crisi che si è conclamata, ma in seguito la G.M. metterà in discussione quell’accordo.

Ma perché la GM scelse la Fiat? Senz’altro all’epoca della conclusione dell’accordo le condizioni congiunturali erano più favorevoli; perché, avendo una politica di intervento forte sulle grosse cilindrate; poteva contare sulla tradizione Fiat nel mercato delle piccole e medie cilindrate.

G.M., del resto, tradizionalmente ha fondato il proprio successo sulle fusioni, in cui controlla la filiera di produzione anziché direttamente la proprietà, come ha fatto negli Usa con la Cadillac, Chevrolet, Buick, Pontiac e Oldsmobile. Neppure il tanto declamato vento nipponico ha scosso le dinamiche del comparto motoristico mondiale: di tutti i nuovi colossi giapponesi solo la Toyota è finora sopravvissuta nella lotta con alcuni concorrenti Usa ed europei.

Il capitale, mosso dalla molla del profitto, non guarda in faccia a nessuno e fa accordi con chi gli conviene: la Deutsche Bank, presente in Fiat con una quota del 10% ha appoggiato l’operazione con la G.M. pur avendo una quota analoga del capitale della DaimlerChrysler, uno dei principali competitori di G.M.

Perciò è fuorviante quando certa sinistra parla di trovare una “soluzione nazionale” per “salvare l’italianità della Fiat” dentro il quadro dei rapporti di produzione capitalisti. Per rendere attuative, proposte come quelle che propongono per salvare la Fiat (come altre aziende) bisogna trovare delle aziende che siano in accordo con le banche, dentro un quadro delle compatibilità capitalistiche, aziende così “salvate”, non potranno a meno di affrontare la crisi suon di ristrutturazioni, per reggere la concorrenza o appetibili se cercano degli acquirenti.

A dimostrazione di questo basta analizzare qualche dato economico: la G.M. nel periodo dell’accordo con la Fiat aveva un rapporto per addetto di 900.000.000 di Lire e un prodotto per addetto pari a 22,5 unità. La Fiat arrivava soltanto ai 420.000.000 di fatturato per addetto e a 12,5 unità di prodotto. Dati alla mano la G.M. una volta acquisito il gruppo Fiat (come avrebbe fatto qualsiasi altro “salvatore” del gruppo), per cercare livelli di profitto adeguati non poteva non portare un attacco feroce alla classe operaia.

 

L’ITALIA VA ALLA GUERRA

 

 

Il fatto che non solo il settore dell’auto sia in crisi profonda ma quasi tutti i settori soffrono della concorrenza internazionale, accentua le difficoltà dell’Italia anche nella competizione con i due maggiori partner europei Germania e Francia.

Siccome l’epicentro della presenza del capitalismo italiano è nell’Europa Centrale/ Occidentale e si estende verso i Balcani e il Mediterraneo, la stagnazione dell’economia impone a esso di giocare un più forte ruolo in queste aree. Per questo l’imperialismo italiano ha visto nella guerra l’opportunità per trarre, all’ombra del grande fratello USA, maggiori profitti.

L’Italia, oltre ad essere presente nel settore dell’estrazione del petrolio in Medio Oriente è anche il secondo partner, dopo la Germania, in Russia (lo scambio commerciale nel 2001 era di 9,9 miliardi di dollari, con investimenti di 1,9 miliardi di dollari) con l’ENI che fa la parte del leone: Berlusconi all’ombra di Bush sperava di giocare un ruolo, nella connessione della zona ricca di petrolio del Mar Nero con il Mediterraneo e l’Europa Centro occidentale. I Balcani, inoltre possono rappresentare il ponte tra la Turchia e il resto d’Europa e hanno una funzione di transito del petrolio verso essa (i corridoi del petrolio più importanti sono: la pipeline Costanza-Omisalj-Trieste, l’oleodotto Burgas-Alexandroupolis, lo Yambo Burgas-Sofia-Skopje-Durazzo-Valona).

L’imperialismo italiano può inoltre giocare un ruolo nell’integrazione regionale dello spazio Nord Africano e nel Medio Oriente (ha una forte presenza in Libia, la carta di Gheddafi poteva essere utilizzata verso l’Africa, giacché è uno dei maggiori leader dell’Unione Africana). Per tutte queste ragioni, Berlusconi cerca di dimostrare che l’Italia e un partner affidabile per l’imperialismo USA.

E’ fuori da ogni dubbio che l’interesse strategico dell’imperialismo italiano si concentrano intorno alla politica dei due “forni” e, quindi la disponibilità a costruire un’Europa forte, ma anche di essere a fianco con gli USA in Afghanistan, in Iraq.  Questa politica poteva consentire dei vantaggi che gli derivavano dal rapporto con il nucleo di potenza europeo, giocato dalla Francia e Germania.

Perdendo colpi non solo nel settore dell’auto, ma anche nella chimica fine, nell’informatica, nelle telecomunicazioni, nell’elettronica, e nel settore bancario, l’Italia poteva riconquistare qualche punto in competitività solo se trae vantaggio dalla guerra e lo investe nei settori tecnologicamente avanzati. Mentre la Francia e la Germania cercano di far blocco per controbilanciare lo strapotere degli Stati Uniti. L’Italia si mette l’elmetto e va alla guerra a fianco dell’imperialismo USA per garantirsi, a breve scadenza, dei vantaggi per rigiuocarli, poi, nel rapporto con i partner europei

   Berlusconi faceva “l’americano”, perché i settori della borghesia che contano in Italia sono a favore della guerra scatenata sii vari fronti, per trarne vantaggio nelle aree d’intervento e nel rapporto interimperialistico europeo.

 

 

RIPRENDIAMO IL DISCORSO SUL “SISTEMA ITALIA”

 

 

Facciamo un passo indietro. Come si detto prima uno dei motivi del declino industriale dell’Italia è il suo nanismo industriale. Ma questo è una risposta parziale.

In Italia, che nel medioevo era il baricentro del commercio mondiale, i rapporti sociali capitalisti sono fioriti in largo anticipo rispetto al resto dell’Europa. Ma un complesso di circostanze politiche e geografiche, non ultima la presenza del Vaticano, ha fatto sì che il suo territorio rimanesse fino al 1870 frammentato in tanti piccoli potentati locali. Priva di quell’insostituibile leva dell’accumulazione capitalistica che è lo Stato nazionale, la precoce borghesia italiana è rimasta indietro a lungo compressa tra le grandi forze semi-feudali decadenti e le grandi nazioni borghesi emergenti. La tardiva nascita dello Stato nazionale è avvenuta all’insegna di un duplice compromesso originario: verso le potenze straniere di volta elette a tutrici delle “legittime rivendicazioni” italiche, e verso le classi proprietarie del centro-sud (e la Chiesa cattolica), disposte a mettersi sotto padrone “indigeno”, a condizione però di assicurarsi un ritorno in termini di rendita, un prudente gradualismo delle trasformazioni sociali e una bella fetta di potere politico-amministrativo. Questo compromesso, è stato pagato dal proletariato e dalle masse contadine con lo sfruttamento più duro, i miseri salari, l’emigrazione in massa e un seguito di regimi politici violentemente anti-proletari d’Europa (è in Italia, non si dimentichi, che la borghesia ha generare il fascismo).

Questo compromesso ebbe delle conseguenze deleterie per lo stesso sviluppo capitalistico nazionale, che rimase molto squilibrato. Mancando di una riserva coloniale esterna da cui succhiare profitti e nella quale fosse possibile riversare la produzione eccedente, la classe borghese ha favorito la crescita dell’industria del nord attraverso il blocco delle forze produttive esistenti nel Sud all’atto dell’unità. Il sottosviluppo del Sud è stato la precondizione dello sviluppo complessivo molto diseguale, del capitale nazionale.

Pur con questo handicap, l’Italia, grazie ai più spregiudicanti commerci diplomatici, alle aggressioni coloniali in Africa e alla “fortunata” (per le classi dominanti) partecipazione alla prima guerra mondiale, ha fatto all’inizio del XX secolo il suo ingresso nel pugno degli Stati imperialisti che sfruttano e opprimono i lavoratori si tutto il mondo.

Ci sono stati due momenti che l’imperialismo italiano è stato vicino alla meta di sedersi con pari diritti insieme agli altri predoni imperialisti. La prima, negli anni ’30 con il fascismo giunto all’apice della sua forza, dopo aver distrutto le organizzazioni di classe del proletariato e schiacciato la rivolta delle popolazioni libiche ed etiopi. La seconda, nella seconda metà degli anni ’80, nell’era di Craxi, in una congiuntura di apparente normalizzazione sia del fronte sociale interno (feroce repressione del movimento di classe) che nel proprio “spazio vitale” in Medio Oriente.

Se si guardano le vicende italiane dal punto di vista della Borghesia Imperialista Italiana, Craxi non era un millantatore quando rivendicava i successi conseguiti dall’Italia, sotto i suoi governi. A metà degli anni ’80 l’Italia aveva la 5° capacità di produzione industriale del mondo. Una quota del 7% delle esportazioni mondiali. Un 5° posto per le riserve di oro e il 6° per quelle monetarie. Il quarto, nella graduatoria delle esportazioni di macchinari, di macchine utensili e di armi. La settima quota di partecipazione nel FMI e così via. Fintantoché l’internazionalizzazione del capitale è andata avanti sull’onda della crescita del volume degli scambi di merci e l’espansione dell’attività internazionale delle imprese non è stata affidata principalmente alla speculazione dei mercati finanziari, il capitale made in Italy ha tenuto botta ai diretti concorrenti.

Ma, quando la gara inter-imperialistica si è sviluppata sempre di più sul terreno della centralizzazione finanziaria, delle joint-venture, delle acquisizioni, delle fusioni, delle incorporazioni, nell’ambito di un mercato azionario, monetario e finanziario unificato e “liberalizzato” su scala mondiale, è emersa l’inadeguatezza di un modello di crescita ancora troppo tributario delle esportazioni di merci. Nel capitalismo decadente decisivo è la finanza, cioè l’attività di raccolta e di esportazione dei capitali liquidi e non la produzione di beni e l’industria in sé per sé (e l’export delle merci) né tantomeno la produzione di beni socialmente utili. E’ il paradosso che nell’attuale fase di crisi generale del Modo di Produzione Capitalista si perde quota non perché si è troppo parassitari, ma troppo poco.

   Tutto questo rende attuale l’analisi che fece Lenin ne L’imperialismo. Uno dei punti che rappresentava il contrassegno del passaggio del capitalismo alla fase imperialista è il formarsi, attraverso la fusione del capitale bancario con quello industriale. Infatti, se si guarda l’analisi dei bilanci delle grandi imprese a livello mondiale che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scopre che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Se prendiamo come esempio i fondi pensione negli Stati Uniti, essi detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili. La speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse, tendono a fondersi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo su scala mondiale.

E’, così, più che mai d’attualità l’importanza sempre maggiore dell’esportazione di capitale in confronto all’esportazione di merci.

   Tenendo conto di questo si comprende come, già dalla metà degli anni ’70 molte società italiane a carattere industriale si sono trasformate in finanziarie (Cir, Ferruzzi, Gemina, Sogefi).

Nonostante l’accelerazione degli investimenti all’estero, le imprese italiane non sono riuscite a ridurre il loro gap d’internazionalizzazione del capitale. Ai grandi gruppi industriali privati sono andate buche tutte le più impegnative proiezioni all’estero (da quella di Gardini sul mercato della soia a Chicago, a quella di De Benedetti verso la Société Generale de Belgique). A nessuno di essi (Fiat, Olivetti, Ferruzzi ecc.) è riuscita il salto da multinazionale a vera e propria “global company”. Quanto alle indebitate holding di stato, sono state da anni obbligate a dismettere invece che acquisire.

La borsa di Milano non è riuscita a entrare nel Gotha delle borse mondiali. Anzi, in ambito CEE il valore delle transazioni effettuate alla borsa meneghina è sceso dal 6% del 1985 al 3% del 1990. La speculazione borsistica nostrana, per non restare tagliata fuori dal vortice dei mercati finanziari mondiali, ha dovuto traslocare un pezzo (quello più moderno e sofisticato dei futures sui titoli pubblici) nella City londinese. Il sistema bancario italiano, a causa della frammentazione e del suo relativo scarso dinamismo fuori dai confini internazionali, è rimasto anch’esso escluso dalla piramide bancaria mondiale.

Ovviamente, il processo di concentrazione/centralizzazione del capitale nazionale è rimasto tutt’altro che fermo (pensiamo alla creazione dei gruppi bancari Intesa Sanpaolo e Unicredit SpA).

Per decenni i grossi capitalisti hanno intascato guadagni da favola rovesciando sullo Stato le proprie perdite, e partecipando (e facendo partecipare via via anche ad altri strati borghesi) all’alienazione dello Stato in modo da ripianare le proprie perdite. Questa formula magica, si ruppe a causa della crisi e della relativa stagnazione, il debito pubblico si era ingigantito a dismisura (dal 1983 al 1993 aumentò del 400%), si è trasformato – più che negli altri paesi imperialisti, affetti anch’essi dalla medesima malattia – in un fattore d’instabilità economica, sociale e politica.

Il capitalismo italiano si trova quindi in una morsa costituita “in alto” dagli stati finanziariamente e militarmente forti, e in “basso” dai paesi esportatori emergenti, dove i salari sono da dieci a venti, o più, volte inferiori a quelli europei.

 

IL DEBITO PUBBLICO IN ITALIA

(IN MILIONI DI EURO)

 

1992 1997 2004 2007 2009 2010
107,7 118,1 103,8 103,5 115,8 118,2

 

 

Diciotto anni di macelleria sociale per tornare peggio che la punto di partenza.

 

IL DEBITO NEGLI ALTRI STATI CAPITALISTI

 

  2007 2010
Giappone 187,8 193,5
Stati Uniti 62,2 84.5
Francia 63,8 83,6
Gran Bretagna 44,7 79,1
Germania 65,0 78,0

 

 

Il settore auto (e la fiat) nella crisi: fallimento o salvataggio?IL SETTORE DELL’AUTO (E LA FIAT) NELLA CRISI: FALLIMENTO O SALVATAGGIO?

 

La crisi finanziaria del 2008 ha condotto l’industria dell’auto mondiale in una crisi profonda, pur avendo avuto il sostegno dei governi. Nel 2009 la più grande fabbrica russa licenzia 27.000 dipendenti, la Fiat nel terzo trimestre nello stesso anno la base annua del proprio fatturato è del 15,9% e lo stesso avviene per il gruppo PSA francese, sia pure in maniera contenuta.

Negli USA Chrysler e GM sono decotte e l’industria dell’auto lavora al 51,2% delle proprie capacità produttive contro il 54,5% del 2008, ma è tutta l’industria dei paesi capitalisti avanzati che lavora con una capacità attorno al 70%.

I piani di aiuto finanziario alle aziende prevedono lacrime e sangue per i lavoratori. La proposta presentata al Congresso dalla GM prevedeva: il progressivo passaggio all’auto ad alta efficienza energetica e al motore ibrido, il taglio agli stipendi dei dirigenti, ma soprattutto una diminuzione drastica della forza lavoro, il taglio delle coperture sociali di cui godono al momento i lavoratori, l’allungamento e intensificazione dell’orario di lavoro in modo da portare il costo del lavoro pari a quello registrato nelle fabbriche Toyota.

L’ingresso dello Stato nel sostegno al capitale di alcune grandi banche negli USA (come negli altri paesi imperialisti) non è caratterizzato dal segno delle nazionalizzazioni, né delle seminazionalizzazioni poiché l’acquisto di alcuni pacchetti azionari da parte dello Stato non è di tal entità da fargli prendere in mano questi istituti finanziari, e perché le azioni acquistate (temporaneamente) dal Tesoro non hanno diritto di voto.

Da dove verranno fuori i quattrini che serviranno a finanziarie questa gigantesca operazione di salvataggio?

Non certo da una tassazione progressiva delle ricchezze, come sognano e s’illudono i riformisti vecchi nuovi, ma dai miliardi di ore di lavoro non pagate che dovranno essere rapinate ai lavoratori per ripianare i buchi di bilancio delle società di borsa, banca, imprese.

Il risanamento e il rilancio del capitalismo, all’insegna del nuovo protagonismo dello Stato, passa i per licenziamenti di massa. La Citigroup per avere aiuti dallo Stato, effettuerà 50.000 licenziamenti. Ai licenziamenti di massa, si affiancherà l’assalto definitivo di quello che è rimasto dello “stato sociale”. L’abbattimento violento delle spese sociali, incluse le più essenziali e irrinunciabili (vedi il decreto Gelmini), che dovranno, serve a far venire fuori i fondi di sostegno alle banche e alle imprese.

Nonostante la valanga di quattrini riversata verso le banche, assicurazioni e imprese, l’occupazione nei paesi capitalisti è fortemente diminuita: 8 milioni di posti di lavoro tagliati negli Stati Uniti, dal dicembre 2007 fino al primo trimestre del 2010, 4,6 milioni tagliati in Europa nel 2009. In Italia alla fine del 2010 sono stati bruciati almeno un altro milione e mezzo di posti di lavoro e la tendenza si è accentuata enormemente. Contemporaneamente si è sviluppato il deficit e aumentato il debito degli Stati.

Uno degli elementi di politica economica per il “rilancio” della produzione industriale dell’auto in Italia, da parte del governo Berlusconi è stato quello di riproporre il vecchio metodo, già usato dai precedenti governi negli anni ’90: gli incentivi fiscali alla rottamazione per rinnovare il parco auto e sostenere il settore, il quale nel 2008 scivolava verso la caduta libera.

Com’era prevedibile gli incentivi sono stati solo una stampella che tamponava momentaneamente alcuni effetti della crisi (e neanche tutti) senza essere nei fatti nulla di risolutivo.

E’ dentro questo contesto di crisi avviene l’accordo tra Fiat e Chrysler. Quest’accordo è stato l’ennesima dimostrazione che il capitalismo nella sua fase imperialista, e con la crisi in corso, il capitale e la produzione tendono verso la concentrazione e la centralizzazione dei capitali.

Nel gennaio 2009 ci fu un preliminare di accordo che prevedeva l’ingresso del gruppo italiano nel gruppo Chrysler.  Fiat, Chrysler e Cerberus capital management (che detiene l’80% del capitale di Chrysler) nel preliminare dell’accordo stabiliscono, così, un’alleanza strategica globale. L’alleanza prevedeva, tra l’altro, che i due gruppi sfruttassero le rispettive reti di distribuzione.

Fiat ricevette una quota iniziale del 35% in base all’alleanza con la casa americana, che non contempla per la Fiat alcun investimento in contante nella Chrysler, né un impegno a finanziare Detroit nel futuro. Sarà però nel giugno 2009 che la Fiat diventerà l’holding predominate del gruppo.

Per capire come Marchionne (che è stato presentato come un genio dell’imprenditoria) è riuscito a fare quest’operazione, bisogna tenere conto che la Chrysler dal 2007 era un’azienda in bancarotta. Nel 2006 aveva perso 1,5 miliardi di dollari.  L’azienda tedesca Daimler-Benz (oggi Daimler AG) che nel 1988 aveva acquistato la casa automobilista, nel 2007 la cedette al fondo americano dei private equity Cerebus, i quali, quest’ultimi, per via delle restrizioni al credito dovute dalla crisi, alla fine saranno costretti a dismettere molte delle loro attività. Non bisogna dimenticare, che il 30 aprile 2009 Obama annunciò la bancarotta della Chrysler. Perciò l’azienda è stata sottoposta al Chapter 11, la norma del diritto fallimentare americano che consiste in una bancarotta controllata. La società è stata separata in una bad company con i relativi debiti e in new company cui sono stati conferiti personale, mezzi di produzione, brevetti clienti. Obama ha subordinato la concessione di un prestito-ponte a Chrysler, a un piano industriale e all’alleanza con la Fiat per portare negli USA automobili a basso consumo energetico, in grado di fare 20 km con un litro. I creditori e i fondi pensione che erano presenti nella vecchia società hanno presentato ricorso contro la fusione alla Corte Suprema, che ha rigettato le richieste. La Fiat che ha acquistato la Chrysler a costo zero, si è impegnata a condividere con la casa statunitense le proprie conoscenze tecniche e brevetti in materia di “motori verdi” e ridotti consumi energetici.

Non c’è dubbio visto gli avvenimenti successivi, che la chiusura degli stabilimenti italiani faceva parte degli accordi.

 

 

 

LE RISPOSTE POLITICHE DELLA BORGHESIA ITALIANA AL DECLINO INDUSTRIALE DELL’ITALIA

 

L’acutizzarsi della crisi e della concorrenza, fa aumentare lo scontro tra le stesse frazioni borghesi che sono impossibilitate a governare come nel passato e quindi spinge, versa la definizione di nuovi equilibri politici e sociali. La borghesia mette in atto delle spinte politiche per determinare un esecutivo più forte e meno condizionato dalla discussione parlamentare, cioè un fattore soggettivo adeguato a governare e a cercare di rendere più competitivo il sistema. E’ necessario, per la borghesia italiana operare profonde ristrutturazioni che richiedono un ridimensionamento della piccola e media produzione capitalistica, e contemporaneamente rinsaldare un nuovo blocco sociale intorno alla politica del grande capitale imperialistico italiano.

Ora, durante il periodo di quello che impropriamente è definita prima repubblica, il dominio di classe era indiretto: gli industriali, i banchieri, i capitalisti in generale, lasciavano il palcoscenico a politici di professione, anche perché un loro intervento diretto era sentito dall’opinione pubblica come un’intollerabile ingerenza. Ma il loro potere era incalcolabile. I profitti, la “libera impresa”, la difesa della proprietà, erano osannati, ma (a differenza della situazione attuale) l’attività della proprietà pubblica e privata – si sosteneva – doveva essere indirizzata a fini sociali. Ovviamente non era così, ma nessun borghese trovava opportuno sostenerlo apertamente.

La repubblica parlamentare, non solo negli anni ’70 e ’80 ma anche negli anni ’50 e ’60 fu accusata di debolezza, in realtà era fortissima. Il consenso era assicurato dai partiti, soprattutto da quelli principali, DC, PCI e PSI.

La DC era un vero Partito-Stato, con una rete di collegamento assicurata dalle associazioni cattoliche e dalla chiesa stessa. Il PCI era un partito gigante, che raggiunse nel 1947 circa 2.250.000 iscritti, e soprattutto aveva 200.000 quadri. Il PSI, pur non potendo competere quanto ad apparato col PCI, agli inizi degli anni ’60 aveva circa 700.000 iscritti.

Si pensava che il rapido succedersi dei governi fosse un segno di debolezza della repubblica parlamentare. In realtà la caduta dei vari governi permetteva alla DC di cambiare alleanze, scegliendo tra centrodestra e centrosinistra secondo le convenienze. I presidenti del consiglio rimossi sapevano che presto sarebbero presto ritornati alla ribalta, con qualche incarico importante. Uno dei riti più tipici della DC era la condanna del protagonismo personale in politica

Quando il regime DC cominciò alla fine degli anni ’70 entrare in crisi (il rapimento Moro fu la cartina di tornasole di questa crisi) si giocò la carta di riserva. Si cercò un uomo, estraneo alla bassa cucina politica, che aveva portato salvo in Francia Filippo Turati, che aveva conosciuto le galere fasciste ed era stato partigiano. Pertini condannò la repressione in Argentina (ma non quella che c’era in Italia) su cui i media tacevano, i fatti di Sabra e Chatila, combatté la P2, rompendo anche con alcuni politici del suo partito. Ma il potere politico reale rimase agli Andreotti, ai Forlani, ai Craxi e tutto continuò come prima.

   La crisi economica del capitalismo, il dissolvimento del “socialismo reale” che causò il dissolvimento dell’ordine internazionale fissato a Yalta, l’accentuarsi delle spinte imperialiste europee (che accentuò l’esportazione di capitali verso l’Europa orientale) e la partecipazione italiana alle guerre americane. Tutto ciò mette in crisi gli equilibri politici che c’erano in Italia dalla fine del secondo dopoguerra.

A tutto ciò bisogna aggiungere il dissolvere del blocco sociale che faceva riferimento alla DC da una parte e al PCI dall’altra. Le varie frazioni borghesi devono riorganizzare il proprio consenso, sia per impedire che le contraddizioni sociali si esprimano politicamente in modo indipendente, sia per non perdere terreno rispetto ai diretti concorrenti sul mercato mondiale. Non è un caso che in questo quadro si discuta di nuovi modelli elettorali e si modifichi il sistema di rappresentanza politica, con la creazione dei due poli di centro-destra e di centro-sinistra.

La creazione dei due poli di centro-destra e di centro-sinistra, nasce dall’esigenza della borghesia italiana di edificazione di una macchina statale rimessa a nuovo su basi non consociative.

Nell’attuale fase determinata dalla crisi, c’è un riformismo senza riforme e la sinistra borghese ha meno margini di manovra. Forze come il PD in Italia sono ormai a pieno titolo collocate su di una politica di “gestione del capitalismo in crisi” che ha assai poco di riformistico. Il processo di integrazione e subordinazione al quadro imperialista ha fatto passi da gigante dalle svolte dell’EUR (di CGIL-CISL-UIL), del compromesso storico (da parte del PCI). Questi partiti e sindacati che si dovrebbero essere collocati su di posizione di “equidistanza” tra capitale e lavoro, sono costretti, a fare ingoiare ogni rospo ai lavoratori per difendere le compatibilità capitalistiche e l’interesse del proprio capitale nazionale. Si muovono per sfornare soluzioni neoliberiste di gestione dell’imperialismo, sul piano economico-sociale e su quello politico, in cui il proletariato è a priori subordinato e piegato agli interessi del capitalismo, che nella sua forma istituzionale democratico parlamentare è visto come l’unico fine possibile. Qualsiasi ipotesi di trasformazione sociale è permanentemente bandita dall’orizzonte di queste forze.

Una spia di questa situazione è linguaggio usato: il “riformismo” e la “modernità” di cui parlano e fanno sfoggio i dirigenti del PD, non sono altro che il loro esatto contrario, oltre che linguisticamente scorretto (ma mediaticamente efficace): significa in realtà la distruzione delle conquiste che negli anni del boom economico i lavoratori avevano conquistato.

A differenza degli schieramenti di centro-destra che conducono con modalità consociative e concertative coinvolgendo le strutture del sindacalismo istituzionale (che come CISL e UIL non si possono definire meramente tradunioniste, ma compiutamente collaborazioniste e impegnate a subordinate la vendita della forza lavoro a condizioni tali da essere per i capitalisti nelle attuali fasi di difficoltà) e mettendo in campo le ormai ridotte capacità di influenzamento del proletariato, che, infatti, in buona parte vota anche per il centro-destra.

Questo processo non è frutto di un “tradimento” politico e ideologico, ma l’espressione delle difficoltà crescenti ha il capitalismo, nella crisi, ad aumentare i salari, a elargire briciole a settori limitati a settori del proletariato, a garantire pezzi sempre più ampi del Welfare State (che comunque è stato sempre e comunque pagato dal plusvalore operaio. Le forze riformiste (non solo PD ma anche PRC, PCI, LEU) sono ormai forze compiutamente ed esclusivamente borghesi, sono quelle forze che maggiormente riescono a ridurre i salari, eliminare le pensioni, diffondere la precarietà. Per il loro lavoro di controllo sui lavoratori, i dirigenti di questi partiti e di questi sindacati hanno come premio di fine carriera, un posto negli enti di gestione pubblica, nei direttivi ministeriali o com’è successo bel 2006 a Bertinotti e Marini, avere la presidenza della Camera e del Senato.

In Italia questo passaggio si esprime non solo politicamente, ma anche economicamente quale compartecipazione diretta al meccanismo di sfruttamento del proletariato. Fu il governo D’Alema a introdurre in Italia il Bingo, i DS crearono delle società per gestire il Bingo (che fallirono e furono costrette a cercare i soldi per pagare i lavoratori interinali impiegati). La privatizzazione dei servizi sociali si lega al dilagare delle coop legate alla Lega delle Cooperative che assieme alla Compagnia delle Opere si spartiscono gli appalti che derivano da privatizzazioni ed esternalizzazioni, e impiegano i lavoratori precarizzati dal Pacchetto Treu e dalla Legge 30 (Biagi).

Quello che sta accadendo in Italia è il declino della repubblica parlamentare, come si era costruita nel secondo dopoguerra con il regime democristiano. Il nuovo assetto politico/istituzionale, nei desideri dei capitalisti dovrebbe aprire la strada a un’economia di mercato funzionante in modo “puro “ma senza i lacci e i laccioli imposti dal condizionamento riformista. Disboscare la selva dei corporativismi parziali a pro di un unico, supremo corporativismo nazionale. E da queste esigenze che sono avvenute le nuove regole elettorali maggioritarie, il rafforzamento dell’autonomia del governo da parlamento e – nel governo del Tesoro e della Banca d’Italia, la privatizzazione del pubblico impiego, il varo dell’esercito di mestiere ecc. In campo sindacale come si diceva prima, ci sono stati i famigerati accordi sindacali.

Con Tangentopoli la borghesia italiana ha cercato di portare a termine il licenziamento del vecchio personale politico di governo, il quale era incapace di autoriformarsi. La difficoltà sta nel fatto che portare avanti questi processi è necessaria una rappresentanza politica all’altezza del compito. Abbisogna di un partito borghese unitario, totalitario, con un forte senso degli interessi imperialistici nazionali, in grado di accentrare al massimo grado il potere politico, mettendo in riga le innumerevoli rappresentanze d’interessi borghesi settoriali, viziate da decenni di vacche grasse. Un partito capace di inquadrare la pletora piccolo-borghese, capace di catturare i proletari, dopo aver battuto e demoralizzato il proletariato, a una politica social-imperialista che dovrà essere più attiva che mai.

La borghesia imperialista italiana sa di non avere a propria disposizione tale partito e per questo continua a giuocare su due tavoli: sul condizionamento e la trasformazione delle nuove rappresentanze politiche a sé, e su quel che resta di presentabile delle vecchie espressioni di una fase storica definitivamente chiusa, ma la contraddizione della crisi ha reso difficile il compattamento delle frazioni piccolo borghesi intorno alla grande borghesia ed una soluzione politica adeguata all’affrontamento dei problemi, da qui l’evoluzione di un movimento, quello di Grillo, che ha saputo cavalcare il malcontento dei ceti intermedi in dissoluzione e anche di alcuni settori  del proletariato.

La crisi generale del capitalismo genera una forte conflittualità politica. “Finché gli affari vanno bene la concorrenza (…) sviluppa un’azione di fratellanza nella classe capitalista, che in realtà si divide il bottino comune in rapporto al rischio di ciascuno. Allorché non si tratta più di dividere il guadagno bensì le perdite, ognuno cerca di poter ridurre quanto più possibile la propria parte di perdite e di riversala sulle spalle degli altri” (Marx, Il Capitale, Libro III, cap. 15). Ciò rende instabile in ogni paese il regime politico, rende ogni paese meno governabile con gli ordinamenti che fino a ieri funzionavano. I tentativi di sostituire pacificamente questi ordinamenti, che in Italia significa modificare la Costituzione, sono andati regolarmente in fumo. In realtà non si tratta di cambiare regole, ma di decidere quali capitali vanno sacrificati perché altri possono valorizzarsi e nessun capitalista è disposto a sacrificarsi.).

 

 

 

 

IIL PIANO DELLA FIAT

 

Il piano della Fiat consiste nello stanziamento di una notevole quantità di miliardi al fine dichiarato di rafforzare e rilanciare la produzione negli stabilimenti nazionali, stabilito che quello di Termini Imerese deve chiudere i battenti. Sul piatto la Fiat preventiva negli stabilimenti italiani il raddoppio della produzione d’auto in 5 anni, la possibilità di nuova occupazione per qualche migliaia di nuovi schiavi salariati. Dal buon esito dell’investimento si fa balenare per i lavoratori qualcosa in termini di recupero salariale.

La Fiat mette sul piatto della bilancia un mucchio di quattrini che chiedono di essere valorizzati, a certe determinate e ferree condizioni. Le condizioni sono di “massimizzare l’utilizzo degli impianti sfruttando al massimo ogni euro investito, in altre parole la classe operaia Fiat è chiamata brutalmente, in tutti gli stabilimenti, a piegare la schiena sotto cadenza di lavoro più intense e con il taglio delle pause: ogni euro investito deve e può fruttificare grazie al sudore degli operai.

Il ricatto della Fiat è palese: se le nuove regole di lavoro e normative non saranno approvate e sottoscritte dalle organizzazioni sindacali, essa porterà fuori dall’Italia la produzione, in altre galere di lavoro salariato, dove può, alle sue condizioni, valorizzarsi.

I sindacati, non solo non hanno contrastato questo piano (non solo CISL e UIL ma anche la CGIL e anche i “sinistri” della FIOM) ma hanno lavorato senza nessun pudore e stanno lavorando per il disarmo preventivo della classe operaia.

Quando il piano Fiat fu presentato, il 21 aprile, esso ha spiazzato completamente le organizzazioni sindacali mettendo letteralmente in un angolo la FIOM e la CGIL. L’elemento centrale della critica della FIOM che fece alla Fiat (e al governo) era quello di non difendere abbastanza o per niente la produzione nazionale.

Le richieste dell’azienda non si limitano all’aumento dei turni e delle ore di straordinario. Oltre ai 18 turni e alle 80 ore aggiuntive di straordinario in deroga al contratto nazionale e senza preavviso alla RSU; c’è la riduzione delle pause del 25%, lo spostamento della mensa a fine turno, la facoltà di variare il numero di vetture il numero nella giornata, nessun pagamento per i primi tre giorni di malattia, la formazione dei lavoratori durante il periodo di Cassa Integrazione Guadagni senza costi aggiuntivi per l’azienda e l’inserimento di queste norme in un nuovo contratto da sottoporre da sottoporre a tutti gli operai. Inoltre il sindacato che non rispetta tali accordi sarà sanzionato.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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~ di marcos61 su agosto 9, 2018.

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