LA BORGHESIA AMERICANA E’ IN CRISI DI ASTINENZA BELLICA?

 

 

 

Quando il 7 aprile 2017 Trump face attaccare la base militare siriana di Shayrat, i bagliori dei missili hanno illuminato, più che la situazione militare della Siria, resa oscura da notizie false provenienti da ogni dove, la scena politica american e quella dei satelliti europei.

Sono rimasti sorpresi quei politici che avevano visto in Trump l’artefice di una politica che rompesse con il militarismo dei Bush, dei Clinton e di Obama.

Sembra superata la figura di un Trump isolazionista, protezionista[1], antiglobalizzazione, uno che mira agli affari e non alla guerra. Ma non bisogna mai dimenticare che l’isolazionismo non fu mai una politica di pace da parte degli USA, fu un relativo distacco dalla scena europea per concentrarsi sull’imperialismo rivale nel Pacifico, il Giappone, contro cui gli USA si prepararono industrialmente, psicologicamente ed infine anche militarmente. Il protezionismo prevede blocchi, controlli, pattugliamenti di navi militari, interruzioni delle rotte marittime, terrestri e aeree, essere contro la globalizzazione, per il borghese vuol dire erigere muti, reticolati.

Ci sono tanti interrogativi sulla vera politica militare di Trump, quello che riteniamo assurdo è sostenere la tesi del il giornalista Thierry Meyssan in un articolo dal titolo incredibile che titolava: Donald Trump smantella l’organizzazione dell’imperialismo statunitense[2]  solo perché Trump in Memorandum per l’organizzazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale prevedeva l’esclusione della CIA da tale consiglio, salvo i casi in cui la questione trattata lo richiedesse. In seguito Trump si è rimangiato questa dichiarazione, detto questo, è da sciocchi affermare o parlare di “tradimento” effettuato da Trump, come quello di “smantellare” con un decreto l’organizzazione dell’imperialismo USA. L’imperialismo è un’escrescenza del capitalismo: “…l’imperialismo e il capitalismo finanziario sono una sovrastruttura del capitalismo. Se ne demolisce la cima, apparirà il vecchio capitalismo”.[3]

La seconda guerra mondiale demolì l’apparato imperialistico di Germania Giappone e Italia, che fu ben presto ricostruito in funzione della cosiddetta guerra fredda, sotto controllo USA. Per distruggere l’apparato imperialistico USA ci vorrebbe una terribile sconfitta o una rivoluzione. Escludere la CIA dal Consiglio di Sicurezza sarebbe al massimo un passo verso l’accentramento dei poteri nella persona del presidente. La questione messa in risalto dall’attacco missilistico è un’altra: la classe dominante USA (e non solo questa ovviamente) trova la sua unità nella guerra. Non appena si profila una tregua, ecco che scoppia la rissa; appaiono i dossier (veri o inventati, poco importa), le minacce di impeachment. Ogni tanto qualche personaggio in buona salute fino al giorno prima, muore all’improvviso di infarto, o ha un incidente stradale. Quando però inizia un’operazione bellica anche assurda sul piano militare, ma non su quello politico, come questa che si è svolta contro la Siria, in cui si avverte prima. In modo da effettuare lo sgombero, e la maggior parte dei missili vanno fuori bersaglio, tutto si aggiusta, e la maggior parte dei missili vanno fuori bersaglio, tutto si aggiusta, purché la spesa sia ingente; alla faccia del contribuente americano, che deve sborsare. La borghesia americana può dimenticare le enorme divisioni solo con operazioni belliche. Come il drogato, che ha bisogno della sua dose, così le società di classe hanno bisogno di sacrifici umani, come per i romani i ribelli di Spartaco crocifissi o il pollice verso per i gladiatori perdenti, così l’imperialismo cui occorrono le periodiche stragi di popoli o la repressione di proletari e diseredati nelle metropoli.

Una sinistra fasulla parla di keinesismo militare. Nella realtà, le spese militari, se arricchiscono certe industrie, ne sacrificano molte altre, favoriscono la centralizzazione, sottopongono “l’economia nazionale” al potere congiunto del capitale finanziario e dello Sato.

La produzione di plusvalore diminuisce sempre di più per l’impiego per l’impiego nelle attività militari di una gran parte delle forza lavoro, ma i profitti della grande borghesia crescono a scapito di quelli delle media e piccola borghesia.

Bisogna tenere conto che nel periodo di declino del Modo di Produzione Capitalista crescono i settori improduttivi e le spese militari costituiscono uno di questi.

Il fine del capitale è la propria autovalorizzazione, quel processo che comincia con  lo sfruttamento del lavoro vivo – estrazione del plusvalore – e termina con l’accrescimento di questo plusvalore in nuovo capitale.

Il capitale non è sinonimo di ricchezza accumulata, anche se è anche questo. La sua caratteristica specifica risiede:

  • Nella sua capacità di estorcere plusvalore.
  • Nell’accrescimento del capitale.

 

 

Il capitale è prima di tutto un rapporto sociale.

   Ora, le armi hanno questa particolarità enorme di possedere un valore d’uso che in alcun caso permette loro di entrare sotto una qualsiasi forma nel processo di produzione. Se una tonnellata di ferro o una macchina a vapore, in quanto mezzi o oggetti di lavoro, possono funzionare come capitale sotto forma di capitale costante, le armi non possono che distruggere o arrugginire.

Le armi essendo vendute, sono trasformate in denaro e con la somma ottenuta il capitalista venditore può acquistare dei mezzi di produzione o di sussistenza. Ma esse non diventano per questo capitale. L’acquirente di armi paga con del capitale e riceve in cambio un bene (di consumo) che non potrà mai diventarlo. Ciò che il capitale globale guadagna nella persona del venditore di cannoni, lo perde nella persona dell’acquirente di armi. Il risultato globale dell’operazione è nullo.

Il fatto che il capitale come globalità, non viva che sotto una forma parcellizzata non implica che non esista. Il fatto che non possa esistere per se stesso, cioè con una coscienza collettiva ed unificata non cambia niente al problema. Il capitale globale è sempre una somma di capitali antagonisti. Esistono delle leggi generali che agiscono unicamente a livello globale, con fenomeni propri (guerre mondiali, crisi mondiali) che si impongono a ciascuna delle sue frazioni e sui quali alcuna frazione ha presa reale. Nel capitalismo, la produzione del capitale si è da lungo tempo esteso a tutto il pianeta. Una qualunque merce può contenere oggi lavoro e materie prime provenienti dai quatto angoli del mondo. In un tale stato di cose, prima di tutto la realtà del capitale globale che determina la realtà la realtà di ciascuna delle sue parti e non l’inverso. Vogliamo far presente che quando parliamo di capitale globale non intendiamo per niente ad approcciarsi anche in maniera indiretta con la tesi dell’ultraimperialismo.

Tornado al discorso sulle spese militari come improduttive si potrebbe obiettare che la borghesia USA nelle guerre mondiali si è arricchita. Ebbene, bisogna tenere conto che gli USA in entrambi i conflitti mondiali vi sono entrati in ritardo, vendendo per anni prodotti e armi ai belligeranti, poi si sono impadroniti dei capitali tedeschi in America Latina, hanno ricattato la stessa Inghilterra imponendole la cessione per quattro soldi delle proprie imprese in America latina, e hanno arraffato brevetti importantissimi della Germania sconfitta. Queste sono le ruberie più clamorose.

Non è quindi il keinesismo di guerra che spiega la febbre bellica degli USA. Si, tratta, invece, di una malattia mortale, che porterebbe alla guerra civile, se la tensione non fosse trasferito all’estero. E il malcapitato può essere chiunque. La piccola e innocua Grenada, Noriega, Saddam, beniamino degli USA finché combatteva la Repubblica Islamica d’Iran; in Afghanistan, prima Najibullah, poi i suoi nemici talebani, la Libia, la Siria, lo Yemen, la Somalia…Dovunque la borghesia americana ha bisogno di lanciare missili, di far girare droni a caccia di “terroristi” (veri o presunti), a costo di bombardare il deserto, come un pugile suonato che quando sente il gong, si mette a picchiare il primo che capita.

 

  

 

  

[1] Pensiamo ai dazi sull’acciaio.

 

[2] http://www.voltairenet.org/article195149.html

 

[3] Leni, VIII Congresso del PC(b)R, Rapporto sul programma del Partito, 19 marzo 1919.

 

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~ di marcos61 su giugno 11, 2018.

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