DA BERNSTEIN A GROSSMAN: IL DIBATTITO SULLA CRISI NEL MOVIMENTO OPERAIO EUROPEO DALLA FINE DEL SECOLO XIX AL PRIMO DOPOGUERRA

                                                                                                               

 

Se si esamina il dibattito promosso dai revisionisti alla fine del secolo XIX° si nota che è fondamentalmente sul terreno economico che si è data battaglia contro il marxismo. I revisionisti avevano sviluppato le vecchie concezioni del socialismo utopistico che avevano fatto parte delle tradizioni del movimento operaio e che non erano mai state completamente abbandonate. D’altra parte, le idee economiche di Marx hanno inciso, più di tutti gli altri aspetti della sua analisi, tra gli intellettuali e tra gli accademici, dando origine a una specie di pensiero ibrido che aveva poco a che fare con quello delle sue origini, tutto ciò ha reso straordinariamente difficile la lotta contro il revisionismo nell’Economia Politica e di conseguenza è proprio, dove revisionisti avevano le radici più salde. Il revisionismo è nato e si è consolidato tra la fine secolo XIX° e l’inizio del secolo XX°. Questo fu un periodo di sviluppo economico rapido, pacifico e tranquillo del capitalismo[1] che passava proprio in questo periodo alla fase imperialista. Le idee del revisionismo si fondano su quasi trent’anni di sviluppo e di espansione economica senza precedenti. Questo permetteva ai revisionisti di dimostrare la capacità del capitalismo di svilupparsi all’infinito le sue forze produttive[2] e che le crisi e contraddizioni saranno definitivamente eliminate attraverso una continua “rivoluzione scientifico-tecnologica”. In sostanza il capitalismo diventa un modo di produzione eterno, dotato di una capacità espansiva illimitata. Il marxismo ha dimostrato scientificamente che il capitalismo, come tutte le formazioni economico-sociali esistite (comunismo primitivo, schiavista, asiatico, feudale), ha un termine al quale dovrà inesorabilmente giungere, spinto dalle sue stesse contraddizioni interne insieme all’azione rivoluzionaria del proletariato (perciò dall’insieme dei fattori soggettivi e oggettivi). Esistono, pertanto, due teorie sulla crisi del capitalismo: la prima, quella borghese e revisionista, che nega l’esistenza della crisi, o la considera una mera oscillazione ciclica, destinata a correggere delle disfunzioni e a permettere di continuare indefinitamente lo sviluppo delle forze produttive; la seconda è quella marxista che si caratterizza per aver analizzato i meccanismi oggettivi tanto d’espansione che di distruzione del capitalismo.

 

 ROMANTICISMO ECONOMICO E SOCIALISMO UTOPISTICO

 

 

Marx raggruppava in quattro categorie gli economisti. In primo luogo, i “fatalisti” che, a loro volta, si dividono in altre due categorie, i classici e i romantici. I classici (Smith[3] e Ricardo[4]) che rappresentano la borghesia in ascesa e dimostrano che il capitalismo è un modo di produzione superiore al feudalesimo, al quale deve subentrare inevitabilmente. Al contrario i romantici, il cui massimo esponente fu l’economista svizzero Sismondi,[5] mostrano il lato negativo del capitalismo, i suoi difetti, le sue miserie e di conseguenza più o meno coscientemente hanno lo sguardo rivolto al passato, verso un feudalesimo visto come società armonica. Le altre due categorie quella umanitaria e quella filantropica, propria dei socialisti utopisti[6] come Saint – Simon,[7] Fourier[8] e Owen,[9] confondono la scienza con la morale. I classici ponevano l’accento sulla produzione; i romantici e gli altri sul consumo. Ma, tuttavia queste correnti avevano un punto in comune: pensavano che la produzione si reggesse su leggi “naturali” eterne, indipendenti dalla volontà degli uomini, mentre il consumo e la distribuzione erano “artificiali”, modificabile purché su di essi intervenissero gli uomini. Il grande contributo di Marx alla scienza economica è consistito proprio nel dimostrare che tutte queste leggi (tanto quella della produzione come quella della distribuzione) non sono naturali bensì sociali e, di conseguenza, storiche: perciò non solo si potevano modificare, ma si sarebbero modificate.

 

Marx si considerava l’erede dei primi economisti, vale a dire degli economisti classici, mentre tacciò di utopisti tutti gli altri, specialmente quelli che confondevano la realtà economica con i loro desideri.

 

Sismondi, agli inizi del secolo XIX°, espose vivacemente nelle sue opere tutti i difetti del capitalismo, ottenendo grande influenza tra gli utopisti, come Proudhon in Francia[10] e Rodbertus in Germania.[11] Per gli utopisti, la lotta di classe tra la borghesia e il proletariato è soppiantata da un conflitto puramente quantitativo: la disuguaglianza tra ricchi e poveri; il capitalismo non è, per loro, un sistema di produzione che si basa sullo sfruttamento della forza-lavoro, ma su una ingiusta ripartizione della ricchezza. Gli utopisti pongono l’accento che il plusvalore non è altro che lavoro non retribuito, ma da ciò arrivano solo a rivendicare una migliore redistribuzione, una ripartizione più equa. Questo è anche il punto di partenza della teoria del sottoconsumo, che Sismondi adottò ricavandola dai fisiocrati:[12] poiché i capitalisti non consumano tutto il plusvalore e ne accumulano una parte, l’offerta supera la domanda, la produzione cresce più del consumo. Il fatto di non ottenere in forma di salario una parte maggiore del valore creato dal lavoro, comprime la capacità d’acquisto del mercato che non è in grado di assorbire tutta la produzione. La pauperazione del proletariato è alla base delle tesi romantiche e utopistiche: bisogna migliorare la distribuzione, elevare il livello di vita della classe operaia per ampliare il mercato ed evitare le crisi.

 

I romantici descrivono il capitalismo non come un sistema economico destinato ad accumulare e produrre plusvalore, ma come un sistema destinato a soddisfare i bisogni sociali mediante la produzione di merci, la loro distribuzione e la loro vendita. Sostituiscono con una contraddizione secondaria, quella principale, quella che si attua fra il processo di lavoro e il processo di valorizzazione, con una contraddizione secondaria, quella che avviene fra la produzione e il consumo o, per dirla in altre parole, con la contraddizione produzione-mercato, produzione-realizzazione- circolazione, produzione-distribuzione. Da qui derivano tutte le teorie del sottoconsumo, della contrazione dei mercati e delle difficoltà di realizzazione. Per Marx la vera scienza dell’economia politica comincia là dove l’analisi teorica si sposta dalla circolazione al processo di produzione. Ma per i romantici la borghesia investe il suo denaro non con il fine di ottenere un utile, non per valorizzare il suo capitale, ma per fornire un servizio al consumatore, per produrre le merci che esso richiede. Le loro idee si fondano sulla presunta dipendenza della produzione dal mercato e dalla circolazione. Queste idee determinarono un regresso verso il vecchio mercantilismo.[13] Secondo Sismondi, il capitalismo restringe il mercato interno per effetto del depauperamento, della iniqua distribuzione della ricchezza. Per evitare la sovrapproduzione ed estendere il mercato bisogna migliorare la distribuzione, evitare le ingiustizie ed elevare il livello di vita del proletariato. Sismondi diceva di differenziarsi da Smith perché questi non era interventista, mentre egli rivendicava il controllo, la regolamentazione, la pianificazione centrata sulla distribuzione.

 

Sismondi si distinse per la difesa della piccola distribuzione e per il fatto di porre in primo piano il consumo, al posto della produzione. Da qui ad affermare che la produzione è determinata dal consumo il passo era breve e Sismondi insieme a tutti i suoi seguaci non esitarono a compierlo, fondando così su una base totalmente erronea le loro teorie sul sottoconsumo. L’Economia Politica cominciava a subire una svolta, assumendo il peggio dei fisiocrati (il sottoconsumo) e il peggio dei mercantilisti (la massima preoccupazione per i mercati). Al contrario per Marx ed Engels, nella contraddizione tra la produzione e il consumo, la produzione è l’aspetto dominante: “La distribuzione, in linea generale, dipende sempre dalla situazione della produzione e dello scambio in una società determinata, così come dei precedenti storici di detta società, di modo che, quando conosciamo questi ultimi, posiamo dedurre con precisione la forma di distribuzione che esiste nella società stessa” (Engels, Anti-Dühring). Certamente il capitalismo è unità dialettica di produzione e consumo; però è soprattutto unità tra il processo di lavoro e il processo di valorizzazione. All’interno stesso della produzione capitalista si sviluppa una contraddizione tra il processo di lavoro e il processo di valorizzazione, di cui la valorizzazione è il processo dominante. Questa è stata una delle questioni che maggiormente i revisionisti hanno travisato del pensiero di Marx, promuovendo nuove varianti di mercantilismo. Le tracce di questo tipo di concezioni neomercantilistiche arrivano fino al XX° secolo, quando un economista come Sweezy[14] scriveva: “Il processo di produzione è, deve continuare ad essere, indipendentemente dalla sua forma storica, un processo destinato a produrre beni per il consumo umano. Qualsiasi tentativo di allontanarsi da questo fatto fondamentale rappresenta una fuga dalla realtà” (Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Einaudi 1951). Per Sweezy: “la crisi non è l’effetto ma piuttosto la causa di un deficit della domanda effettiva. La difficoltà, di conseguenza, non risiede per niente nella insufficienza dei mercati, bensì in una insoddisfacente (dal punto di vista capitalista) distribuzione delle entrate tra coloro che percepiscono salari e coloro che percepiscono plusvalore” (Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Einaudi 1951). Egli vincola la produzione al consumo. Per Marx: “La produzione di plusvalore è il fine propulsore della produzione capitalista il livello della ricchezza non si misura con la grandezza assoluta della produzione, ma con la grandezza relativa del prodotto eccedente. Il motivo propulsore e la finalità determinante del processo di produzione capitalista consistono, innanzitutto, nell’ottenere la maggior valorizzazione del capitale, vale a dire nel far sì che esso renda il maggior plusvalore possibile e che, pertanto, il capitalista possa sfruttare con la maggior intensità possibile la forza-lavoro” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1° Capitolo 7°).

 

La contraddizione economica fondamentale del capitalismo, può situarsi unicamente all’interno del processo lavorativo e di valorizzazione, e non tra la produzione e il mercato. La differenza tra il capitalismo e i precedenti modi di produzione si fonda precisamente sul fatto che, mentre i precedenti modi di produzione si basavano sulla mera circolazione di merci M-D-M, il capitalismo si basa sulla circolazione D-M-D’, dove D’=D+^D. Marx lo spiegava in questo modo: “Il ciclo M-D-M parte dal polo di una merce e si conclude nel polo di un’altra merce, che esca dalla circolazione ed entra nell’orbita del consumo. Il suo fine ultimo è il consumo, il soddisfacimento dei bisogni o, detto in altri termini, il valore d’uso. Al contrario, il ciclo D-M-D’ parte dal polo del denaro per ritornare, alla fine, allo stesso polo. Il suo motivo propulsore è la sua finalità determinante è, pertanto, il valore di scambio” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1°, Capitolo 4°).

 

Il capitalismo, pertanto, non è fondamentalmente un sistema di produzione di valori d’uso, un sistema di soddisfacimento dei bisogni, bensì un sistema di valorizzazione, di creazione di valore di scambio e di plusvalore.

Le posizioni di Sismondi sul sottoconsumo erano simmetriche a quelle di Malthus.[15] Per Malthus la produzione cresce in progressione aritmetica, mentre la popolazione cresce in progressione geometrica. Questo squilibrio tra produzione e consumo è quello che, secondo Malthus, giustifica l’esistenza di settori sociali intermedi, che non sono né borghesia né proletariato e che, con il loro sperpero, assorbono la sovrapproduzione capitalista. Malthus rovescia il problema: la causa della miseria sta nel fatto che la produzione non basta per tutti perché esiste sovrappopolazione. Le posizioni di Malthus si riallacciavano alla legge dei rendimenti decrescenti della terra di Smith e di Ricardo. Questa legge prevedeva l’incremento costante dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime, rispetto alle quali, i salari diminuivano, il che a sua volta provocava l’impoverimento della classe operaia e il peggioramento sistematico del suo livello di vita con il trascorrere del tempo. Per questa via il sottoconsumo di Sismondi coincide con il sotto consumismo dei malthusiani: “E’ da questa teoria di Malthus che nasce tutta questa concezione sulla necessità che esista e si sviluppi senza sosta il consumo improduttivo, concezione che trova uno zelante propagandista in questo apostolo della sovrappopolazione per mancanza di mezzi di sostentamento” (K. Marx, Teorie del Plusvalore, Tomo II°).

 

Malthus non fornì alcun apporto originale all’Economia Politica, così che Marx ne Il Capitale quasi non si preoccupa di discutere le sue tesi, si limita a porre l’accento la continuità delle tesi Malthus con quelle di Sismondi e alla sua teoria del sottoconsumo. Marx dimostrò che i limiti della produzione non erano naturali bensì sociali, perché derivano dai rapporti di produzione capitalisti. Per Marx non esiste un eccesso assoluto di forza lavoro ma solo un eccesso relativo, che chiama esercito industriale di riserva, che è indispensabile ai fini dell’accumulazione: “La produzione di una popolazione relativamente in eccesso, cioè in eccesso in rapporto alle necessità medie di sfruttamento del capitale, è una condizione di vita dell’industria moderna (…) Alla produzione capitalista non basta, nemmeno, la quantità di forza lavoro disponibile che le procura la crescita naturale della popolazione. Essa ha bisogno, per potersi sviluppare con disinvoltura, di un esercito industriale di riserva libero da questo vincolo naturale” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1°, Capitolo 23°).

 

Per dimostrarlo Marx espone il caso dell’Irlanda a metà del secolo XIX° che a causa della carestia del 1846 e dell’emigrazione di massa dei decenni successivi, perse un terzo della popolazione, retrocedendo di oltre quarant’anni. Tuttavia, ciò non intaccò né il capitale globale del paese né la sovrappopolazione relativa. La popolazione era scesa da otto a cinque milioni e, nonostante tutto, il lavoro scarseggiava e le paghe giornaliere erano diminuite. Si dimostra così che il capitalismo non può funzionare senza un esercito industriale di riserva e senza miseria, che il pauperismo non è la causa della crisi del capitalismo, ma, invece, è condizione indispensabile per il suo buon funzionamento.

Tutte le impostazioni economiche del romanticismo e dei suoi epigoni hanno la stessa natura classista, benché alcune volte pongano l’accento sulla piccola proprietà contadina e altre volte sulla piccola borghesia urbana. La piccola borghesia ha sempre considerato se stessa come il prototipo dell’umanità; per questo tutte le variazioni ideologiche derivanti da essa si presentano come liberatrici di tutta l’umanità. Il capitalismo manda in rovina la piccola proprietà, e i suoi paladini devono difenderla cercando di far fare marcia indietro alla storia.

 

 

LE POSIZIONI ECONOMICHE DEI REVISIONISTI

 

 

Le idee economiche del romanticismo ebbero una straordinaria influenza sul movimento operaio del secolo XIX° perché sottolineava la miseria che il capitalismo causava tra le masse lavoratrici.

 

Il revisionismo si sviluppò in seno alla socialdemocrazia tedesca che, verso la fine del secolo XIX° e l’inizio del secolo XX° costituiva la parte più importante del movimento operaio internazionale.

 

Il Partito Socialdemocratico tedesco (Sozialdemockratische Parti Deutschlands – SPD) nasce come partito a dimensione nazionale nel maggio 1875, dalla fusione tra l’Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi (Allgemeinen Deutschen Arbeiterverein – ADAV) di Lassale[16] e il Partito Operaio Socialdemocratico (Sozialdemokratischer Arbeiterpartei – SDAP) di Bebel[17] e Liebknecht.[18] Tra questi due partiti c’erano diverse impostazioni. L’ADAV seguendo l’impostazione di Lassalle sulla “Legge bronzea del salario”, secondo la quale i capitalisti pagano gli operai un salario minimo appena sufficiente alla soddisfazione dei bisogni primari necessaria per il mantenimento della mano d’opera, riteneva superflua l’organizzazione sindacale ritenendo invece primario la formazione di associazioni produttive a credito statale. Per questi motivi uno dei primi obiettivi politici dell’ADAV (e in seguito della socialdemocrazia tedesca fino al 1919) era la sostituzione del suffragio prussiano a tre classi con il suffragio universale, come premessa per ottenere la democratizzazione dello Stato. Lo SDAP invece lavorava per la creazione di un forte movimento sindacale. L’ADAV, dopo la morte Lassalle e sotto l’influsso delle lotte operaie che cominciarono a svilupparsi dalla metà degli anni ’60 del secolo XIX° cambiò posizione rispetto alla costruzione di organizzazioni sindacali, si arrivò così alla fondazione di due unioni nazionali sindacali, da cui scaturì negli anni a seguire importanti impulsi al superamento della divisione del movimento operaio tedesco.

 

Il Programma di Gotha approvato dal congresso di riunificazione, fu duramente criticato duramente da Marx.

 

Il partito unificato fu sottoposto a dura prova dalla legislazione antisocialista di Bismarck[19] iniziata nel 1878 e finita nel 1890, anno della caduta di Bismarck.

Il partito nel periodo della semiclandestinità (la legge prevedeva il divieto di riunione, di manifestazioni pubbliche, la chiusura di giornali e alcuni sindacati furono sciolti, ma il partito poteva partecipare alle elezioni) sviluppò un robusto apparato per distribuire le proprie pubblicazioni.

 

Gli iscritti alla SPD che alla fine della legislazione antisocialista erano più di 50.000, erano diventati 384.327 nel 1905-1906, e 1.085.905 (per il 90% operai) nel 1913-1914. Gli iscritti ai sindacati passarono da 277.659 a 2.483.661 nel 1914.

 

Il partito nel 1890 ebbe 1.427.298 voti con 35 deputati eletti, nel 1912 (le ultime elezioni in Germania prima dello scoppio della guerra) passò a 4.250.000 voti con 110 deputati eletti. Questa progressione dei risultati elettorali era la base materiale della convinzione di un’ascesa irresistibile e lineare del partito operaio verso la maggioranza assoluta e il potere.

 

I dirigenti della SPD avevano un’enorme autorità ideologica e politica davanti alle altre organizzazioni operaie europee. Uno di loro, E. Bernstein,[20] che aveva collaborato con Engels, alla morte di quest’ultimo diede via allo sviluppo di nuove concezioni ideologiche, politiche ed economiche che egli stesso definì revisioniste. La sua opera più importante Le premesse del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, apparve nel 1899 con l’esplicito proposito di criticare e modificare determinate concezioni di Marx ed Engels.

 

La diffusione delle concezioni revisioniste all’interno della socialdemocrazia tedesca fu favorita dal lassalismo diffuso al suo interno. Come si diceva prima Marx criticò duramente il programma di Ghota, dove s’identificava il fondamento della legge ferrea sui salari nei principi di Malthus. Sorsero correnti come quella che fu definita i “socialisti di cattedra”. Questa corrente voleva fondare una nuova teoria sociologica in cui si unisse la teoria dello sviluppo sociale, quella della conoscenza scientifica e la pratica politica: una sociologia che fosse una scienza dell’ethos, secondo l’insegnamento del romanticismo e di Fichte,[21] per cui il Volksgeist, ossia la volontà di una nazione, rappresenta la legge fondamentale del suo sviluppo sociale. Cercarono, in pratica, di conciliare i conflitti di classe attraverso la mediazione dello Stato bismarckiano e l’abolizione del sistema della libera concorrenza. Si trattava di un socialismo senza rivoluzione, per uno Stato senza società civile autonoma.

 

Engels nel 1878 dette battaglia all’ideologia eclettica di Dühring.[22] L’Anti-Dühring ebbe una straordinaria influenza nella socialdemocrazia tedesca e in generale, in tutto il movimento operaio europeo. A partire da allora in apparenza, il marxismo sarà l’ideologia predominate nel movimento operaio europeo.

 

Ma come diceva Lenin: “La dialettica della storia è tale che il trionfo teorico del marxismo obbliga i suoi nemici a travestirsi da marxisti” (Lenin, I destini storici della dottrina di K. Marx). I revisionisti cominciarono a dare battaglia al marxismo al suo interno.

 

Per i revisionisti, il capitalismo non è più quel modo di produzione dominato dall’anarchia di cui parlava Marx, ma un sistema economico organizzato cioè capace di regolare meccanicamente il proprio funzionamento al fine di ridurre al massimo i collassi. L’idea che il capitalismo fosse un modo di produzione anarchico era molto radicata nel movimento operaio e quest’anarchia era identificata con la concorrenza, con il capitalismo premonopolista. Quando i socialdemocratici cominciarono prendere in considerazione i monopoli, lo era per dimostrare che il capitalismo ha introdotto razionalità nell’anarchia, che esso è capace di pianificare efficacemente la produzione, la distribuzione, l’accumulazione e il consumo, così da poter evitare distorsioni rilevanti: i monopoli, scrisse Hilferding[23]sono in grado di abolire completamente le crisi, poiché possono regolare la produzione e adattare in ogni momento l’offerta alla domanda” (Hilferding, Il capitalismo finanziario). Il capitalismo concorrenziale portava all’anarchia e alle crisi, ma il capitalismo monopolista regola e attenua la crisi. Nella nuova fase del capitalismo non c’è alcun limite alla monopolizzazione crescente dell’economia, in modo che se Kautsky[24] parlò di “ultraimperialismo”, Hilferding a sua volta, esporrà la sua teoria del “cartello generale”, una specie d’istanza suprema in grado di regolare coscientemente tutte le sfere dell’economia: sparisce la divisione del lavoro, cessa la speculazione alla fine, il capitalismo cessa di essere capitalismo.

 

A dispetto di tutto ciò, bisogna ricordarsi che anarchia non significa caos, perché la concorrenza è retta da leggi che sono indipendenti dalla volontà degli stessi capitalisti. Quando i revisionisti parlano di controllo e regolamentazione del capitalismo si riferiscono, naturalmente alla possibilità dello Stato di intervenire sul funzionamento del mercato. Essi si ricollegano a due loro predecessori: a Sismondi che fu il primo a rivendicare questo interventismo dello Stato contro il liberismo di Smith, e a Lassalle che vuole attribuire allo Stato dei poteri demiurgici, sopra le classi. I revisionisti tedeschi, pertanto, innestano l’interventismo economico di Sismondi con la concezione dello Stato di Lassalle come ente hegeliano, portatore di una razionalità universale, che deve elevare il livello di vita delle masse mutando la distribuzione del prodotto sociale e frenando le crisi di sovrapproduzione. Lo Stato, sarebbe in grado di pianificare perché non è parte del sistema economico, ma sta al di sopra di esso, è indipendente da esso: la questione di chi pianifichi e regoli, diceva Hilferding è una questione di potere, il capitale finanziario significa creazione di controllo sociale sulla produzione, cosa che facilita molto il superamento del capitalismo. Non appena il capitale finanziario avrà messo sotto il proprio controllo i settori più importanti della produzione, basta che la società si appropri del capitale finanziario mediante il suo organo esecutivo cosciente, lo Stato, conquistato dal proletariato, per poter disporre immediatamente dei più importanti settori della produzione” (Hilferding, Il capitale finanziario).

 

Tuttavia, né lo Stato capitalista né i monopoli possono modificare le leggi di funzionamento del sistema economico perché entrambi sono parte integrante di queste stesse leggi, le leggi della concorrenza che conducono inesorabilmente alla sua negazione, al monopolio: il quale, a sua volta, è retto anch’esso da leggi economiche. Pertanto, sono queste leggi che si impongono tanto alla concorrenza come al monopolio, per cui l’idea di un capitalismo regolamentato e pianificato è assurda. Il monopolio non può controllare il funzionamento dell’economia capitalista, così come non la poteva controllare neppure il suo precedente, cioè la concorrenza; non solo esso non può sovrapporsi alle leggi oggettive, ma è anzi soggetto a queste stesse leggi. Il capitalismo non cessa di essere capitalismo perché giunge alla sua fase monopolista, per cui nel corso di questa nuova fase restano in vigore le stesse leggi economiche della fase della concorrenza. Il revisionismo ha sempre voluto fa credere che sono sorti “nuovi” fenomeni economici che Marx ed Engels non avevano potuto prendere in considerazione e che hanno cambiato la sostanza del capitalismo. Per loro il monopolismo sarebbe stato l’anticamera del socialismo, che il capitalismo non sarebbe crollato ma che avrebbe dato luogo a una diversa fase, quasi socialista, e con ciò avrebbe permesso una transizione pacifica e democratica dal capitalismo al socialismo. In sostanza il capitalismo non cammina verso il suo crollo ma verso il socialismo. Il monopolismo sarebbe una specie di socialismo con proprietà privata: bastava eliminare questa per ritrovarsi senz’altro nel socialismo.

 

Niente di più falso di queste loro tesi. Marx ed Engels, quando analizzarono come la concorrenza capitalista nasce dialetticamente, dalla distruzione dei monopoli feudali e come, a un nuovo livello di sviluppo, il monopolio riappare: “La concorrenza è stata generata dal monopolio feudale. Così, alle sue origini, la concorrenza è stata la negazione del monopolio e non il monopolio la negazione della concorrenza. Quindi il monopolio moderno non costituisce una semplice antitesi; è, al contrario la vera sintesi” (Marx, Miseria della filosofia). Questa, sintesi è dinamica, è contraddizione: il monopolio produce la concorrenza, la concorrenza produce il monopolio. I monopolisti si fanno la concorrenza. I concorrenti diventano monopolisti (…). La sintesi è tale che il monopolio non può reggersi se non passando continuamente attraverso la lotta concorrenziale (Marx, Miseria della filosofia).

Quella monopolista non è una fase diversa dal capitalismo concorrenziale, ma solamente una fase superiore all’interno dello stesso capitalismo. Conseguenza nessuna delle leggi del capitalismo si modifica in questa nuova tappa. In sostanza i monopoli acuiscono e intensificano la concorrenza.

 

Marx mise in relazione la rinascita dei monopoli in regime capitalista con la concentrazione del capitale, che è un modo di rafforzare la sua accumulazione. Se si concentrano masse di capitale sempre maggiori in pochissime mani, la concentrazione diventa una sorta di espropriazione di capitali diversi al fine di costituire grandi masse di capitale sotto una stessa direzione. L’accumulazione di capitale determina un processo di dispersione dei capitali: al crescere della massa di capitale, cresce anche il numero dei capitalisti contrapposti come produttori di merci, indipendenti gli uni dagli altri e in concorrenza reciproca. I nuovi capitali pertanto creano nuovi capitali indipendenti; ma a fronte di questo fenomeno di dispersione, sorge il fenomeno opposto di attrazione: i capitali già esistenti si concentrano in pochissime mani, alcuni capitalisti espropriano altri capitalisti, i grandi capitali divorano quelli piccoli senza che, necessariamente, si crei nuovo capitale. Marx evidenziò come la concentrazione del capitale è uno strumento molto più potente, e che i suoi meccanismi più importanti sono il credito e le società per azioni. La concentrazione consiste in una redistribuzione del capitale già esistente e non esige accumulazione, in quanto le basta la riproduzione semplice. Tuttavia, la concentrazione permette di ampliare la grandezza delle operazioni, di costituire potenti consorzi economici, il che è indispensabile man mano che il capitale costante cresce e si espande, poiché cresce sempre di più il suo volume minimo necessario per trarre profitto da un’impresa.

 

La concentrazione del capitale è una conseguenza della concorrenza, nella quale i più deboli soccombono e sono assorbiti da quelli più forti. I capitali si spiazzano a vicenda. Molti si distruggono e i pochi che sopravvivono vedono rafforzata la loro pozione.

 

Per i revisionisti basta abbandonare il liberismo economico e intervenire sul sistema economico perché il capitalismo non crolli. L’interventismo, il controllo e la regolamentazione dimostrano che si tratta di un modo di produzione eterno, “naturale” e immutabile. I revisionisti mantengono una visione statica del capitalismo, il cui le contraddizioni e gli squilibri non trovano più spazio. Mentre per Engels l’Economia Politica ha natura essenzialmente storica, per i revisionisti (come tutti i borghesi) concepiscono le leggi economiche su cui il capitalismo si regge indipendenti dall’influenza del tempo.

 

Tutta una serie di posizioni di Bernstein divennero le argomentazioni chiave dei revisionisti. La prima di queste è la scomparsa delle crisi, giacché Bernstein, pur continuando a riconoscerne la possibilità, pensa che in futuro si andranno attenuando fino a sparire, grazie al controllo delle fluttuazioni economiche. La seconda, sono le classi medie, il loro crescente protagonismo che, a suo indizio, la piccola produzione mantiene nel capitalismo, grazie al credito e alle società anonime che “democratizzano” il capitalismo e fanno partecipe dei suoi benefici tutta la popolazione. Su questo punto Bernstein non è d’accordo con Hilferding e con le sue teorie sul capitale finanziario, rifiutandosi di riconoscere il ruolo che cominciava a svolgere i grandi monopoli ed evidenziando al contrario una presunta redistribuzione della proprietà. D’altro lato, in questo periodo, tra la fine del secolo XIX° e l’inizio del secolo XX° in alcuni paesi imperialisti come l’Inghilterra e la Germania ci fu un miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia, fatto che dimostrerebbe che Marx era in errore quando affermava al contrario, che il proletariato avrebbe sperimentato un processo di pauperizzazione crescente. Da qui, parte l’idea che la società si stava incamminando verso una progressiva democratizzazione, che deve essere approfondita includendovi non solo l’ambito politico ma anche quello economico, aspetto questo in cui i revisionisti moderni non hanno innovato proprio nulla.

 

I revisionisti s’impegnarono, in due battaglie fondamentali: quella di trasferire le cause della crisi dal momento della produzione, dove Marx le aveva collocate, al momento della circolazione, alludendo a crisi di realizzazione, di sottoconsumo e di squilibrio e inoltre quella di opporsi a ciò che una volta si chiamava la Zusammenbruchstheorie ovvero la teoria del crollo, che costituì il nucleo centrale della polemica da parte dei revisionisti fino al 1914. La sostanza del dibattito era: se il capitalismo non crolla, non si doveva sostituirlo con il socialismo, bensì dirigerlo, controllarlo, regolarlo a propria discrezione: compito della socialdemocrazia avrebbe dovuto essere quello di gestire il capitale, vincere le elezioni.

 

L’importanza del dibattito sul “crollo del capitalismo” stava nelle conseguenze politiche che ne derivavano per il movimento operaio e in particolare per l’unità tra il momento oggettivo e quello soggettivo nel processo rivoluzionario. La legge sul crollo collocava il processo rivoluzionario verso il socialismo su un fondamento oggettivo: la rovina del capitalismo, mentre i revisionisti volevano fondarlo su dei fattori puramente soggettivi. I revisionisti sostituirono Marx con Kant:[25] la rivoluzione non era più una necessità bensì una possibilità.

 

I revisionisti concepiscono il sottoconsumo non come una conseguenza della crisi bensì come la sua causa e, pertanto non trovano contraddizione tra il processo di produzione e quello di valorizzazione, per cui il capitalismo come modo di produzione è inesauribile. Crisi e recessioni, sono dovute, in sostanza a fattori esterni, che si pongono al di fuori della produzione in nessun caso, lo porteranno al crollo. Il revisionismo ammette solo il sottoconsumo che a sua volta, trova il proprio rimedio nelle ricette keynesiane della domanda effettiva e dello sperpero. Il prototipo più ingenuo di questo tipo di concezioni fu il libro del genero di Marx, P. Lafargue.[26] Il diritto alla pigrizia pubblicato nel 1883, dove il sottoconsumo è l’asse centrale delle sue riflessioni economiche. Con questo tipo di concezioni, si passa a teorizzare che la piccola borghesia è un settore sociale in crescita che, con il suo arricchimento, può evitare la contrazione dei mercati.

 

L’idea di crollo appare ripetutamente nelle opere di Marx che sul primo libro de Il Capitale scrive: “Man mano che progressivamente diminuisce il numero dei magnati capitalisti che usurpano e monopolizzano questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, dell’oppressione, della schiavizzazione, della degradazione, dello sfruttamento; ma cresce anche la ribellione della classe operaia, che è sempre più numerosa e più disciplinata, più unita e più organizzata per effetto del meccanismo stesso con cui funziona il processo di produzione capitalista. Il monopolio del capitale si converte in una morsa che strangola il modo produzione che è cresciuto con esso e grazie ad esso. La concentrazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro arrivano a un punto tale da diventare incompatibili con il loro involucro capitalista. Questo salta in aria e finisce in pezzi. L’ora della proprietà privata capitalista è suonata. Gli espropriatori vengono espropriati” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1°, capitolo 24).

 

Questa citazione (e se ne potrebbero citare altre) sintetizza bene come Marx concepisce la natura storica e transitoria del modo di produzione capitalista. Bernstein definì l’analisi di Marx sul crollo del capitalismo come meccanicistica e fatalista, saltando così la natura dialettica del pensiero di Marx. Bernstein cercava di deviare il processo rivoluzionario su un versante puramente soggettivo. In sostanza rompeva l’unità dialettica tra l’oggettivo e il soggettivo nel processo rivoluzionario e in seguito pone l’accento sull’aspetto soggettivo, etico, della lotta di classe.

 

Le conseguenze teoriche finali di queste impostazioni diviene in sostanza l’interclassismo. Se la rivoluzione è un problema etico, in essa non deve intervenire solo, né principalmente il proletariato, ma tutti quelli che sono coscienti delle disuguaglianze del capitalismo. La lotta di classe sfuma e trasferisce l’asse della critica dal momento dello sfruttamento a quella distribuzione definita ingiusta.

 

KAUTSKY LA LOTTA AL REVISIONISMO DAL PUNTO DI VISTA DEL “MARXISMO ORTODOSSO”.

 

Gli attacchi di Bernstein scatenarono una forte polemica dentro la socialdemocrazia tedesca. Il dibattito principalmente si concentrò sulle sue posizioni politiche, mentre su quelle economiche restarono in secondo piano. Questo dibattito coinvolse essenzialmente i dirigenti e gli intellettuali del partito. La SPD, in realtà era ancorata alle concezioni lassalliane, e dopo la fine delle leggi antisocialiste, i dirigenti del Partito volevano evitare ulteriori persecuzioni. Nel 1891 (quando la SPD aveva in corso l’elaborazione del Programma di Erfurt) Engels pubblicò di sua iniziativa la Critica del programma di Gotha che Marx aveva scritto nel 1875, ma che i dirigenti della SPD, cui Marx l’aveva diretta, avevano tenuto segreta per scrupoli legalitari, per non incorrere nei rigori della legge dello Stato tedesco.

 

L’esempio più significativo delle pozioni teoriche e pratiche della socialdemocrazia tedesca si impersona in Kautsky. Egli fu uno dei primi a contrastare il revisionismo e a difendere una presunta “ortodossia” del marxismo.

 

Kautsky, aveva una posizione che si poteva definire centrista. Non condivideva la teoria del crollo (che era il punto centrale della polemica di Bernstein) ma non condivideva neppure la teoria della vitalità illimitata del capitalismo. Per dimostrare la sua tesi fece ricorso a una singolare versione sottoconsumista. Sosteneva che la situazione che rendeva inevitabile il trionfo del socialismo, fosse l’eccesso di produzione che non trovava sbocco nei mercati.

 

Il sottoconsumo non lo concepisce come una mera oscillazione ciclica di natura congiunturale, ma come un collasso definitivo di tutto il sistema capitalista mondiale. Il capitalismo non potrebbe sopravvivere a fronte di una sovrapproduzione cronica.

Kautsky differenzia due tipi di crisi: quelle congiunturali e quelle strutturali. Solo quest’ultime sono le crisi per antonomasia.

 

Kautsky come Bernstein, rompe l’unità dialettica tra oggettivo e soggettivo nella rivoluzione. Nonostante alluda sia all’aspetto soggettivo (la lotta di classe) che a quello oggettivo (il sottoconsumo come limite estremo del capitalismo), nell’esposizione i due aspetti contrari non appaiono uniti ma separati; i fattori economici coesistono con gli altri fattori ed entrambi sembrano indipendenti gli uni dagli altri, di modo che altri fattori possono anticipare nel tempo quelli economici e, pertanto, sorgere in margine ad essi.

 

LA LEGGE DEI MERCATI DI SAY.

 

L’esposizione del pensiero economico revisionista non sarebbe completa senza descrivere un’altra teoria revisionista che si sviluppò sul terreno del dibattito economico, che si opponeva alle tesi sottoconsumiste. Si tratta delle posizioni delineate e sostenute da Tugan Baranovski[27] e da Hilferding. In contrasto con i sottoconsumisti, queste impostazioni che si riallacciavano direttamente ai classici, in particolare a Ricardo, che non riconosceva nessuna forma di sovrapproduzione, né di merci, né di capitale. Le impostazioni che si caratterizzavano per il fatto di negare la sovrapproduzione assumono la difesa della “legge dei mercati di Say”,[28] ossia della corrispondenza tra la produzione e il consumo. Non può esserci sottoconsumo perché ogni produzione genera il proprio consumo. La prima esposizione di questa tesi la fece l’economista russo T. Baranovski, nel 1894, nella sua opera Studi sulla teoria e la storia della crisi industriale in Inghilterra, che tradotta in tedesco nel 1901, ebbe un grande successo dentro la socialdemocrazia. A differenza dei sottoconsumisti, costoro non partivano dalla domanda bensì dall’offerta, dalla produzione e pensavano che il capitalismo non avesse come scopo il soddisfacimento dei bisogni bensì la realizzazione di plusvalore. T. Baranovski interpretava Marx in questo senso: la produzione può svilupparsi indipendentemente dal consumo e, di conseguenza, il capitalismo può progredire indefinitamente senza pericolo di crisi. Le equazioni esposte da Marx nel libro secondo de Il Capitale dimostravano l’illimitata capacità di crescita dei mercati e di conseguenza negava qualsiasi possibilità di sovrapproduzione.

 

Ciò che trascuravano era che le condizioni di sfruttamento diretto e quelle della sua realizzazione non sono identiche, poiché la capacità di consumo della società capitalista, a differenza della sua capacità di produzione, è limitata dalla spinta all’accumulazione che la riduce a un minimo suscettibile di variazioni solo entro limiti molto ristretti. Per esempio: se il settore destinato a produrre mezzi di produzione si sviluppa più rapidamente di quello che produce beni di consumo, non significa che il settore dei beni di consumo non si sviluppi in assoluto, si sviluppa; anche se più lentamente dell’altro. L’accumulazione amplifica sia il settore che produce mezzi di produzione che il settore che produce beni di consumo. La sovrapproduzione di beni di consumo esiste proprio perché la produzione è slegata dal consumo, è così si dà il via a una produzione per un mercato anonimo: “La discordanza tra il processo immediato di produzione e il processo di circolazione fa sì che di nuovo si sviluppi e si approfondisca la possibilità di crisi, che già si manifesta nella semplice metamorfosi della merce. La crisi esiste dal momento in cui questi processi non si fondono, ma anzi si rendono indipendenti l’uno di fronte all’altro”. (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II°).

 

Il consumo dipende dall’accumulazione. L’accumulazione determina tanto il salario dei lavoratori come lo stesso consumo dei capitalisti perché amplifica sia il volume del capitale costante che quello del capitale variabile. Le teorie di Turgan Baranovski e di Hilferding, basandosi sulla legge di Say, negano la sovrapproduzione e si riassumono nell’idea della “produzione per la produzione”.

 

Ma non esiste la produzione per la produzione stessa. Il plusvalore ha un triplice destino: una parte è destinata al consumo improduttivo della borghesia; un’altra ad aumentare il capitale variabile, cioè i salari e solo una terza è destinata all’incremento del capitale costante, cioè del settore che produce mezzi di produzione. Una tesi molto diffusa nell’economia politica borghese, è quella di non considerare né il consumo improduttivo dei capitalisti né quello degli operai come parte dell’accumulazione capitalista, bensì come parte del costo di produzione. Secondo questo punto di vista, ciò che essi chiamano risparmio è destinato unicamente ad essere investito in mezzi di produzione. Procedendo su questa via, è facile cadere nella tesi di considerare i salari come variabile indipendente e di ridurre il risparmio ad un residuo. Nella contraddizione tra produzione e consumo, è la produzione che svolge il ruolo dominante: la produzione anticipa il mercato, l’offerta non attende la domanda, il consumo non determina la produzione. Il capitalismo apre, effettivamente, una breccia tra la produzione e il consumo, ma proprio in ciò consiste il profitto e l’accumulazione. Lo sviluppo del settore destinato alla produzione di beni di consumo svolge, tuttavia, un ruolo fondamentale nel capitalismo, perché è quello che incide sui salari, cioè sul prezzo della forza-lavoro. L’innalzamento del livello di vita della classe operaia fa parte dello sviluppo di questo settore di imprese. Da ciò deriva che determinate conclusioni dei sottoconsumisti sul pauperismo siano prive di fondamento, ma nello stesso tempo, ciò non significa che non via sia pauperismo, cioè che le condizioni di vita della classe operaia non peggiorino con lo sviluppo del capitalismo.

 

Le previsioni di Marx sulla proletarizzazione e l’impoverimento crescente della classe operaia si sono rilevate esatte poiché rispondono alle leggi inesorabili del capitalismo. In una ricerca dell’IRES CGIL del 2004 (Salari, inflazione e produttività in Italia e in Europa, settembre 2004) quantifica la riduzione del potere di acquisto complessivo in tre anni (2002-2004) in € 1.380 sulla base dell’inflazione prevista nel 2004 del 2,8%. Dalle tasche dei lavoratori mancano pertanto 21-22 miliardi di €. Una conseguenza dell’impoverimento è l’aumento dell’acquisto a credito: il risparmio delle famiglie si è dimezzato in 30 anni, passando dal 18% all’8% e contemporaneamente aumenta l’indebitamento, con la crescita degli acquisti a credito che nel 2004 sono aumentati del 14% raggiungendo il 3,9% del P.I.L.

 

Se si calcola i disoccupati in diversi paesi, secondo dati ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), presi dal sito http://laborsta.ilo.org (che hanno il limite di essere basate su dati ufficiali e quindi largamente non descrittivi della realtà di ciascun paese esaminato), il divario tra il 1970 e il 2003 risulta: in Italia nel 1970 erano 1.111.000 disoccupati, nel 2003 passano a 2.06.000; in Francia nel 1970 erano 510.000 disoccupati, nel 2003 passano a 2.640.000; in Giappone nel 2003 erano 590.000 disoccupati, nel 2003 passano a 3.500.000; negli U.S.A. nel 1970 erano 4.093.000 disoccupati, che passavano a 8.774.000.

 

Però, non si può spiegare la crisi di sovrapproduzione in atto in base al pauperismo crescente, poiché esso dà impulso alla crescita dell’accumulazione capitalista, che si troverebbe in difficoltà se sparissero i bassi salari e l’esercito industriale di riserva: La misura di questa produzione in eccesso è data dal capitale stesso, dal livello esistente delle condizioni di produzione e dallo smisurato istinto di arricchimento e di capitalizzazione dei capitalisti; non è data in alcun modo dal consumo, che è di per sé limitato, che è di per sé limitato, poiché la maggioranza della popolazione, formata dalla popolazione operaia, può aumentare i suoi consumi solo entro limiti molto ristretti (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II).

 

LA LOTTA CONTRO IL REVISIONISMO DA PARTE DI ROSA LUXEMBURG.

 

La Luxemburg[29] si oppose ai revisionisti, partendo da una concezione sottoconsumista. Questo dimostra quanto le teorie sottoconsumiste erano molto radicate nel movimento operaio e socialista. Certo non si può inquadrare la Luxemburg tra i riformisti (che ha sempre combattuto), ma non riuscì a porre le basi di una teoria rivoluzionaria che riuscisse a depurare Marx dai romantici e dagli utopisti.

 

Nella sua opera Riformismo o rivoluzione, scritta nel 1899, la Luxemburg si oppone ai revisionisti eredi di Kant, Proudhon e di Lassalle, mentre è d’accordo con la legge del crollo, poiché, secondo lei, il collasso inevitabile del capitalismo è la pietra miliare del socialismo scientifico, che poco a poco dovrà imporsi su tutti gli errori utopisti e piccolo-borghesi che l’hanno preceduto. Ritiene, inoltre che la legge del crollo inevitabile del capitalismo faccia parte della tradizione teorica della socialdemocrazia tedesca e che, separandosi da essa, Bernstein l’abbia tradita. La socialdemocrazia aveva sempre pensato che si sarebbe arrivati al socialismo con una crisi generale e catastrofica, a causa della quale il capitalismo si sarebbe estinto da solo, vittima delle sue stesse contraddizioni.

 

La Luxemburg cerca di dimostrare l’incapacità del capitalismo di sopravvivere come modo di produzione ma prese in considerazione delle contraddizioni secondarie che non hanno questa potenzialità. Mette sullo stesso piano la contraddizione tra la socializzazione delle forze produttive e la privatizzazione dell’appropriazione e la contraddizione tra produzione e consumo. Critica Bernstein perché sostiene la possibilità da parte del capitalismo di superare le proprie crisi, quando, secondo lei, l’eliminazione delle crisi presuppone il superamento della contraddizione tra produzione e scambio. Questa sua posizione, è identica à quella di Kautsky: il capitalismo sparirà in conseguenza della crisi di sottoconsumo. Come Kautsky, trasferisce la contraddizione nell’ambito della circolazione. Secondo lei non ci sarebbe crisi se la produzione coincidesse con il mercato, se questo avesse una capacità di espansione illimitata. Sostituisce la contraddizione produzione-valorizzazione con quella produzione-mercato.

 

La sua opera posteriore L’accumulazione del capitale (1913), suscitò una viva e violenta polemica reazione da parte dei dirigenti della socialdemocrazia tedesca.

 

L’irritazione da parte dei dirigenti della socialdemocrazia tedesca era causata dall’avvicinarsi della guerra imperialista, e la legge del crollo poteva avere interpretazioni troppo pericolose, per un partito, dove da tempo vigeva la separazione tra una teoria “ortodossa” del marxismo e una pratica riformista, pronto a sostenere il proprio imperialismo come alla fine accade nel 1914. In L’accumulazione del capitale, la Luxemburg amplifica le tesi di Riformismo e rivoluzione: per lei il consumo determina la produzione; poiché i capitalisti non consumano tutto il plusvalore, quest’accumulazione genera sottoconsumo che non trova sbocchi perché manca di domanda solvibile; questo sottoconsumo si può solo compensare con le vendite sul mercato estero, in aree che vivono al margine del capitalismo; pertanto il capitalismo è un sistema economico che può funzionare soltanto se coesiste con regioni precapitaliste, perché la sua produzione non trova acquirenti né tra gli operai né tra i capitalisti (poiché questi consumano solo la parte di plusvalore che non accumulano); una volta che il capitalismo si sarà esteso tanto da non disporre più regioni vergini in condizioni precapitaliste e non ci sono soggetti terzi (le altre classi sociali che stanno tra capitalisti e classe operaia) che completino la domanda, avverrà il crollo. La causa del crollo, pertanto, è la mancanza di domanda, la limitatezza dei mercati.

 

Per lei la coesistenza tra modo di produzione capitalista e quelli precapitalistici non avviene necessariamente fuori dalle frontiere, perché è possibile anche l’espansione interna quando esistono regioni non ancora raggiunte dal capitalismo. Il problema sorge, poiché questi mercati precapitalisti (sia, interni che esterni) si esauriscono, il capitalismo crolla inesorabilmente. In realtà ciò che dimostra la Luxemburg, è l’impossibilità del capitalismo a svilupparsi all’infinito non il suo crollo.

 

La Luxemburg parte dalla domanda, dal consumo e colloca i problemi economici nella fase della realizzazione. Basterebbe un’espansione della domanda e del mercato perché si possa procedere con l’accumulazione. Pertanto la Luxemburg, paradossalmente, criticando il revisionismo, in realtà prende posizione, alla fine, per una delle due correnti teoriche del revisionismo: quella di Kautsky (in opposizione alle tesi di Hilferding e di T. Baranovski che difendevano la legge di Say).

 

Queste tesi della Luxemburg, avevano origine dal fatto che essa partiva dagli schemi di riproduzione capitalista del Libro II° de Il Capitale e di prenderli per un modello di funzionamento del capitalismo. Ma questi schemi partono dall’ipotesi che non esiste il mercato estero e pertanto non si può pretendere di dimostrare, a partire da essi, che il mercato estero è indispensabile. D’altro canto, nei suddetti schemi Marx ipotizza anche che le merci si scambino in base al loro valore e che quindi non esistano trasferimenti occulti mediante i prezzi di produzione (caratteristica tipica del commercio internazionale).

 

D’altronde la Luxemburg riafferma che il capitalismo è un sistema mosso dalla logica del profitto e non della mera produzione di merci, difende la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e del crollo del capitalismo, che si arriverà, secondo la Luxemburg, per due vie: sia per l’espansione capitalista che comprime sempre di più i settori non capitalisti e, di conseguenza, impedisce l’accumulazione, sia perché, senza attendere quel momento, il proletariato si solleverà e la farà finita con il capitalismo.

Un importante contributo della Luxemburg sta nell’analisi delle differenze fra le crisi iniziali del capitalismo, che li giudica come un frutto della sua crescita infantile, e le crisi di decadenza (che non erano ancora sopraggiunte ma che ci si doveva aspettare). Le prime derivano dalla fase di espansione del capitalismo, mentre quelle future saranno crisi d’invecchiamento e di putrefazione. Questo apporto, che in seguito Lenin svilupperà, è esposto per la prima volta dalla Luxemburg, che, però, collega sempre al mercato: l’espansione è espansione del mercato e non della produzione, i limiti sono del mercato e non della produzione stessa, il capitalismo non è in grado di espandersi illimitatamente proprio per questi limiti del mercato, le crisi appaiono come crisi commerciali, sino ad arrivare ad affermare, che sotto il capitalismo, lo scambio domina la produzione. La Luxemburg critica Bernstein e la sua teoria della “ingiusta distribuzione” della ricchezza, ma la sostituisce con un’altra equivalente, non conclude che è il sistema di produzione che condiziona il mercato.

 

Il successo delle teorie sottoconsumiste posteriori, specialmente negli ambiti accademici anglosassoni, si fonda precisamente sul fatto che la Luxemburg le era rifornite di un involucro rivoluzionario; altrimenti, sarebbero rimaste rinchiuse nell’ambito della socialdemocrazia e del sindacalismo riformista, poiché il loro ruolo consisteva nel dimostrare la necessità di aumentare i salari reali dei lavoratori per stimolare la domanda e uscire dalla crisi. L’opera della Luxemburg, ebbe un’influenza sui suoi posteri perché, dal 1907 al 1914 insegnò economia politica alla scuola di partito di Berlino, influenzando una gran quantità di intellettuali europei. Le sue opere contribuirono alla diffusione dell’ideologia del sottoconsumismo, tra certi settori intellettuali della “nuova sinistra” negli anni sessanta/settanta.

 

LE POSIZIONI DI BUCHARIN.

 

Bucharin[30] per un certo periodo fu considerato l’economista ufficiale del Partito e i suoi scritti ebbero una certa risonanza grazie ai suoi interventi nei dibattiti nell’Internazionale Comunista. Le sue opere più famose sono: L’economia mondiale e l’imperialismo scritto nel 1914 e L’imperialismo e l’accumulazione del capitale scritto nel 1925 per confutare le tesi della Luxemburg.

 

Bucharin sostiene anche lui tesi sottoconsumiste e la sua critica alla Luxemburg si basa sul fatto che la produzione ha come destinatario finale il consumo, che tra i due momenti c’è una connessione oggettiva, che c’è tra loro una mutua dipendenza, che il volume della produzione è determinato dal livello della domanda. La contraddizione tra il valore d’uso e il valore di scambio della merce appare nella contraddizione tra produzione di plusvalore, che tende ad un’espansione senza limiti, e il limitato potere d’acquisto delle masse che realizzano il valore della loro forza-lavoro. Questa contraddizione trova la sua soluzione nelle crisi. Il potere di acquisto del proletariato tende a diminuire sempre di più a causa di una distribuzione della ricchezza che tende a ridurre i salari al livello al minimo vitale, Bucharin così aderisce alla legge bronzea dei salari di Lassale. In una sua nota opera di divulgazione, Bucharin scrive: “Cosa sono le crisi? Ecco come si sviluppa il loro processo. Un bel giorno risulta che si sono prodotte alcune merci in quantità eccessiva. I prezzi si abbassano e, ciò nonostante, non si trova chi le compri. Tutti i magazzini sono stracolmi. Una gran quantità di operai sono ridotti a tali condizioni di miseria che non riescono a comprare nemmeno quel poco che consumavano in altri tempi. Allora cominciano le catastrofi” (Bucharin, L’ABC del comunismo, 1919).

 

Il suo pensiero è contraddittorio: da una parte è un sottoconsumista, ma quanto al resto egli segue fedelmente le tesi Hilferding.

 

Egli sostiene, che i movimenti migratori internazionali abbiano la loro origine nelle differenze tra i livelli di salario esistenti nei diversi paesi, differenze che essi devono livellare, proprio come si livella il saggio di profitto per mezzo del commercio internazionale.

 

Seguendo Hilferding alla lettera, egli ritiene che sia la differenza tra i saggi di profitto (e, pertanto, la differenza nella composizione organica del capitale) che provoca l’esportazione dei capitali. Pertanto, concepisce, la sovrapproduzione di capitali non in senso assoluto, ma in senso relativo: in un dato paese il capitale risulta eccedente ed esportabile solo in rapporto all’utile che può ottenere in paragone a quello che otterrebbe in un altro paese. Questo principio lo eleva nientemeno a categoria di legge generale del modo di produzione capitalista.

 

Bucharin esagera il potere delle banche, secondo lui, il capitale bancario prevale progressivamente su quello industriale, operando come organizzatore dell’attività industriale, cosicché non si può creare nessun monopolio senza l’intervento delle banche. Questa influenza delle banche contribuisce a superare il caos del mercato concorrenziale e tende a creare un gigantesco monopolio onnicomprensivo, quel superimperialismo di cui parlava Kautsky: Le diverse sfere del processo di concentrazione e di organizzazione si stimolano a vicenda e determinano una forte tendenza alla trasformazione di tutta l’economia nazionale in una gigantesca impresa concertata sotto l’egida dei magnati della finanza e dello Stato capitalista, alla trasformazione di un’economia che monopolizza il mercato mondiale e che arriva ad essere la condizione necessaria della produzione organizzata nella sua forma superiore non più capitalista (Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo) Nel VI° Congresso dell’Internazionale Comunista (1928) Bucharin prese espressamente le difese di Hilferding per sostenere questa tesi, che contraddiceva quanto sosteneva Marx: “Quando la produzione capitalista si sviluppa pienamente e diventa il modo di produzione fondamentale, il capitale usuraio si sottomette al capitale industriale e il capitale commerciale diventa un modo di essere del capitale industriale, una forma derivata dal suo processo di circolazione. Ma proprio per questo, entrambi devono arrendersi e assoggettarsi preventivamente al capitale industriale (K. Marx, Teorie sul Plusvalore, tomo II° ). Neppure Lenin parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario bensì della fusione di queste due forme di capitale, che egli denominò capitale finanziario.

 

Per Marx è la banca che s’indebolisce se perde i suoi legami con l’industria e il commercio. Il capitale può funzionare solo simultaneamente come capitale produttivo, capitale-merci e capitale-denaro, senza che nessuna di queste due forme possa assorbire le altre. Ma in questa formula trinitaria è il capitale produttivo che svolge il ruolo più importante poiché che può funzionare autonomamente, mentre gli altri costituiscono ciò che Marx chiamava “capitale inattivo”. Questi capitali inattivi (e in particolare il capitale-denaro e il capitale-bancario) non possono “allontanarsi” dal capitale produttivo né operare nel vuoto, ma devono avvicinarsi ad esso, fondersi con esso. Il movimento D – D’non è che una formula abbreviata, feticista del movimento D-M-D’, che concentra in un solo atto il processo di produzione e quello di circolazione.

 

Certi equivoci, nascono dal fatto che per “finanza” si intende fondamentalmente speculazione borsistica. La definizione di Lenin è più lungimirante: infatti, se si approfondisce l’analisi dei bilanci delle grandi imprese che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scopre che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Facciamo degli esempi. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT; è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e dal denaro in prestito dalle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensione degli USA, per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse tendono a fondersi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale.

 

Seguendo la linea di Hilferding, Bucharin sostiene che dalla fine del secolo XIX° il capitalismo sperimentò un chiaro processo di crescente organizzazione che modificò seriamente il libero gioco delle forze della concorrenza. Secondo, Bucharin, il processo di concentrazione e di crescente monopolizzazione è lineare; il volume e la dimensione delle imprese cresce sempre fino ad arrivare ad un unico consorzio identificato con lo Stato, che come conseguenza sposta la concorrenza quasi completamente nell’ambito della concorrenza internazionale. In questo contesto operano due tendenze: la prima, l’internazionalizzazione, che porta verso un’organizzazione capitalista mondiale; la seconda, nazionalista, che obbliga a chiudere le frontiere. La concorrenza capitalista ormai esiste solo a livello internazionale, dove si manifesta come una lotta dei gruppi nazionali tra di loro.

Bucharin è decisamente contrario alla legge del crollo del capitalismo, poiché ritiene che il futuro del capitalismo sia determinato dal rapporto tra le forze sociali in lotta. Alla fine Bucharin prende solamente in considerazione il fattore soggettivo, per cui la rivoluzione torna a trasformarsi in un imperativo categorico kantiano, in sostanza, diventa alla fine un problema di ordine esclusivamente morale.

 

Queste critiche alle concezioni economiche della Luxemburg e di Bucharin, nulla tolgono del loro ruolo importante nel movimento comunista internazionale. Le battaglie contro il revisionismo della Luxemburg rimangono delle pietre miliari nella storia del movimento operaio, come per Bucharin il suo ruolo di dirigente bolscevico e dell’Internazionale Comunista. Queste critiche devono servire a capire i limiti del movimento comunista.

 

LA  LOTTA CONTRO IL REVISIONISMO DI LENIN

 

Lenin impostò la battaglia contro le concezioni dei revisionisti sul terreno politico, ideologico, e organizzativo. Quest’opera di Lenin è ben conosciuta ed è stata divulgata in tutto il movimento comunista internazionale.

 

Le prime opere economiche di Lenin erano contro i populisti,[31] T. Baranovski, Bulgakov[32] e Struve,[33] gli ultimi due erano della corrente dei “marxisti legali”, un’anticipazione russa di quello che sarebbe stato in seguito il revisionismo nella socialdemocrazia tedesca.

 

Il suo primo scritto Nuovi spostamenti economici nella vita contadina, terminato nel 1893 ma pubblicato solo nel 1923, fu proprio contro i populisti, poiché si occupava dell’obscina, la tradizionale comunità rurale russa che populisti la vedevano come la cellula della futura società; Lenin osserva che in essa si producono differenze di classe, poiché una piccola minoranza riesce ad accumulare una maggiore quantità di terra, mentre la maggioranza dei contadini s’impoverisce; questi ultimi, costretti al lavoro salariato acquisiscono in compenso mezzi a loro prima sconosciuti, favorendo così la disgregazione dell’economia naturale e il sorgere di un’economia di mercato, favorendo così lo sviluppo del capitalismo.

 

Nel 1894 scrisse il breve saggio Che cosa sono “Gli amici del popolo” e come lottano contro in socialdemocratici, dove affermava la superiorità scientifica del marxismo e rimproverando i populisti di soggettivismo sociologico: “Le condizioni storiche che avevano dato ai nostri soggettivisti il materiale per la loro teoria consistevano e consistono tuttora in rapporti antagonistici e hanno generato l’espropriazione del produttore (in pratica la trasformazione del piccolo contadino e dell’artigiano in lavoratore salariato). Non riuscendo a capire questi rapporti antagonistici, non riuscendo a trovare in loro elementi sociali che possano riscuotere l’adesione degli individui isolati, i soggettivisti si sono limitati a costruire teorie che consolino questi individui isolati, affermando che in realtà la storia è stata fatta da loro” (Lenin, Chi sono “Gli amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici). I populisti non si rendevano conto delle trasformazioni che erano avvenute nella realtà della Russia, né colsero così le contraddizioni dello sviluppo della società russa, né le contraddizioni dello stesso capitalismo.

 

Indubbiamente, nella lotta contro l’economicismo, l’opera più famosa è stata il saggio Che Fare? composto tra il maggio 1901 e il febbraio 1902, riprendeva il titolo di un noto romanzo dello scrittore russo N. C. Cernysevskij,[34] che aveva affascinato più di una generazione di rivoluzionari russi.

 

L'”economismo” era una corrente della socialdemocrazia russa. La sua essenza politica si riassumeva nel programma: “Agli operai la lotta economica, ai liberali la lotta politica”. La sua principale base teorica era il cosiddetto “marxismo legale” o “struvismo”, il quale “ammetteva” un “marxismo” completamente epurato da qualsiasi rivoluzionarismo e adattato alle esigenze della borghesia liberale. Riferendosi alla scarsa evoluzione delle masse operaie in Russia, e desiderando “andare con la massa”, gli “economisti” limitavano i compiti e lo slancio del movimento operaio alla lotta economica e all’appoggio politico al liberalismo, non ponendosi nessun compito politico indipendente e nessun compito rivoluzionario.

 

Quando nella socialdemocrazia tedesca sembrava in apparenza essere battuto il revisionismo, Lenin non insisté sulle questioni economiche perché nel 1903, nel corso del II° Congresso del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo) tenuto prima a Bruxelles e poi a Londra, sopraggiunse la scissione nel Partito che si divise tra bolscevichi (maggioritari) e menscevichi (minoritari). Da quel momento Lenin dovette trasferire il dibattito sul terreno politico, strategico e ideologico e solo molto superficialmente entrò nelle questioni economiche. Basta leggere La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (1918) o Stato e rivoluzione (1917) per rendersi conto di quali erano le questioni più importanti che allora Lenin dovette affrontare nella sua lotta contro il revisionismo.

 

Le posizioni di Lenin, in seguito, furono travisate, dal revisionismo del movimento comunista internazionale. Umberto Cerroni,[35] un’intellettuale del P.C.I. arriva a dire nel suo libro La teoria della crisi sociale in Marx, falsificare il pensiero di Marx, Lenin, Kautsky e della Luxemburg. Secondo Cerroni la teoria del crollo fu respinta da Kautsky, dalla Luxemburg e da Lenin. Tutti i suoi sforzi sono diretti a dimostrare che Lenin si oppose tanto all’idea di un collasso quanto all’idea della sovrapproduzione, e quindi intendeva il processo rivoluzionario come un fenomeno esclusivamente soggettivo. Il capitalismo sarebbe stato abbattuto dalla crescente coscienza e organizzazione del proletariato. Secondo Cerroni, la crisi economica è solo uno dei tanti aspetti della crisi sociale, sulla quale incidono fattori giuridici, politici e morali, poiché Marx non aveva una concezione meccanicistica della crisi capitalista.

 

Lenin difese apertamente le idee economiche di Marx, sosteneva che capitalismo marcia verso la bancarotta, intesa sia nel senso di una serie di crisi politiche ed economiche isolate che in quello del crollo definitivo di tutto il regime capitalista. Non si tratta soltanto di difficoltà di realizzazione, di squilibri o di contrazione dei mercati, ma dell’incapacità del capitalismo di sopravvivere come sistema economico di produzione e di valorizzazione, poiché l’accumulazione incontra un limite che, una volta raggiunto, impedisce la riproduzione del sistema. I populisti russi negavano che il capitalismo potesse svilupparsi in Russia, ma Lenin seppe chiarire che la situazione in Germania e in Russia, era diversa: il primo era un paese maturo, dove il capitalismo aveva sviluppato le sue forze produttive ed era sul punto di entrare nella fase imperialista, mentre in Russia la sua penetrazione era ancora molto debole. Per questo la situazione in Germania doveva essere analizzata soprattutto in base al Libro III° de Il Capitale (Il processo complessivo della produzione capitalistica), mentre per lo studio della situazione economica della Russia si dovevano adottare gli schemi di riproduzione del Libro II° (Il processo di circolazione del capitale). Nel primo caso bisognava parlare della crisi del capitalismo e nel secondo caso del suo sviluppo. Questo è significato del Libro II°: dimostrare la circolazione del capitale e la possibilità di realizzazione all’interno di un paese, illustrare il passaggio dall’economia naturale all’economia mercantile (In polemica con la Luxemburg, questi schemi comprendono tutto l’insieme economico, quindi anche le “colonie precapitalistiche”, del resto il commercio internazionale non è che… commercio. Lenin, a memoria, si riferisce alla riproduzione allargata).

 

Gli schemi del Libro II° si basano sull’idea di equilibrio e, pertanto, hanno una portata assai limitata: bisogna metterli in relazione con l’analisi marxista delle tendenze del capitale nel suo insieme e, specialmente, con la tendenza decrescente del saggio di profitto, di cui si parla nel Libro III°. Le due ipotesi più importanti consistono nel fatto che, a questo livello di analisi, Marx continua a ipotizzare che, il sistema economico sia chiuso al commercio internazionale e che le merci si vendano in base al loro valore, che quindi i saggi di profitto dei due settori non si siano ancora eguagliati e non vi siano trasferimenti di valore da un settore all’altro e inoltre che circoli solo moneta metallica.

 

Si può dire che mentre nel Libro II° si parla dell’equilibrio a breve termine, nel Libro III° si parla delle tendenze, degli squilibri a lungo termine e soprattutto, della caduta del saggio di profitto. Se non si tiene conto di questo, gli schemi di riproduzione del Libro II° non servono nel modo più assoluto a capire i meccanismi di accumulazione e di riproduzione.

 

Quanto alla sovrapproduzione; Lenin criticò le concezioni di Sismondi al riguardo, poiché il sottoconsumo è esistito sotto i regimi economici più diversi, mentre le crisi costituiscono il tratto distintivo del capitalismo. Non sottrae la diagnosi delle crisi dall’ambito della produzione, le situa nella contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione,[36] tra il carattere socializzato delle forze produttive e quello privato dei rapporti di produzione.[37] Non nega l’importanza del sottoconsumo, della contraddizione tra produzione e consumo, ma non lo mette sullo stesso piano della contraddizione delle forze produttive e i rapporti di produzione: la prima è una contraddizione secondaria rispetto alla seconda.

 

Uno delle critiche di Lenin a Sismondi, ai populisti ed a tutti i sottoconsumisti consisteva nel dire che essi prendevano in considerazione soltanto il consumo improduttivo, il consumo personale, mentre anche il mercato dei mezzi di produzione è consumo (consumo produttivo) ed entra a far parte della sfera della circolazione. Questa concezione partiva dal fatto che Sismondi non corresse l’impostazione di Smith che suddivideva la produzione unicamente tra capitale variabile e plusvalore, senza tener conto del capitale costante. Da ciò derivava la concezione secondo la quale il capitalismo è un meccanismo economico rivolto al consumo, è da ciò, derivano tutte le teorie del sottoconsumo. Invece è proprio questo mercato del capitale costante, dei mezzi di produzione che con lo sviluppo del capitalismo va acquistando un’importanza sempre maggiore, rispetto al consumo improduttivo. Di modo che una parte della piccola borghesia rurale va in rovina e si scinde in borghesia rurale e proletariato rurale, questo fenomeno di proletarizzazione contribuisce, per un verso, a liberare mano d’opera per l’industria e, per l’altro, a promuovere il mercato dei mezzi di produzione. Uno degli aspetti dell’accumulazione originaria del capitale consiste proprio in un’espropriazione della piccola proprietà rurale e in una concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione, che si converte in capitale, tutto ciò non riduce il mercato interno, anzi lo crea.

 

Lenin analizza la contraddizione tra la produzione e il mercato dal punto di vista cruciale dell’accumulazione e di come questi comporti una crescita dei bisogni di tutta la produzione, compreso il proletariato. Pertanto l’accumulazione deve incrementare il settore produttivo destinato a fabbricare beni di consumo; una parte della produzione non può che destinarsi all’incremento del capitale variabile. Questa è la chiave per analizzare il problema della pauperazione della classe operaia: il settore destinato alla produzione di mezzi di produzione cresce più rapidamente di quello destinato alla produzione di beni di consumo, ma ciò non significa che quest’ultimo non cresca in assoluto.

 

Un altro dei postulati defenestrati da Lenin è quello che ritiene necessaria la presenza di terzi e del mercato internazionale per garantire l’esistenza del capitalismo. Esigenza, questa sostenuta sia dai populisti in Russia che dalla Luxemburg in Germania.

 

Nel 1910 Hilferding pubblica Il capitale finanziario in cui mette in relazione i monopoli con la possibilità di disciplinare il capitalismo ed evitare le crisi, scartando radicalmente qualsiasi possibilità di collasso del sistema. Lenin criticò queste concezioni: L’affermazione riformista borghese che il capitalismo monopolista di Stato non è più capitalismo, che può già chiamarsi “socialismo di stato”, ed altre cose del genere, è fra tutti l’errore più diffuso. Naturalmente, i trust non programmano, non hanno programmato finora né possono programmare una pianificazione completa. Ma in quanto sono loro che tracciano i loro piani, in quanto sono i magnati del capitale che calcolano in anticipano il volume della produzione su scala nazionale o anche internazionale, in quanto sono loro che regolano la produzione in modo pianificato, seguitiamo ad essere, nonostante tutto, nel capitalismo. Certo in una sua fase particolare, ma indubbiamente nel capitalismo. La prossimità di un simile capitalismo al socialismo deve rappresentare per i veri rappresentanti del proletariato, un argomento a favore della vicinanza, della probabilità, della possibilità e dell’urgenza della rivoluzione socialista; ma in nessun modo deve essere un argomento che giustifichi la tolleranza verso coloro che negano questa rivoluzione e verso coloro che abbelliscono il capitalismo, come fanno tutti i riformisti(Lenin, Stato e rivoluzione). In un’altra sua opera annotta: “Allo stesso tempo, i monopoli, che derivano dalla libera concorrenza, non la eliminano, in quanto esistono al di sopra di essa e al pari di essa, generando così contraddizioni, attriti e conflitti particolarmente aspri ed acuti (…) . Il monopolio non può mai eliminare la concorrenza dal mercato mondiale in modo completo e per un periodo di tempo abbastanza lungo” (Lenin, L’imperialismo).

 

Lenin dice chiaramente che l’imperialismo tende ad aumentare tutte le contraddizioni, che esse portano il capitalismo alla sua crisi generale. E questa tendenza al collasso è l’unica che permette di spiegare questa crescente acutizzazione di tute le contraddizioni sotto il regime dei monopoli, così come il fermento delle condizioni soggettive della rivoluzione. Il materialismo insegna che le condizioni soggettive non spuntano dal nulla ma corrispondono a una situazione oggettiva, di modo che risulterebbe impossibile una loro crescita se il capitalismo potesse svilupparsi indefinitamente e le sue contraddizioni si attenuassero con il trascorrere del tempo, come pretendevano i revisionisti. La crisi generale del capitalismo significa precisamente che la bancarotta del sistema economico si estende al sistema politico, giuridico, ideologico e istituzionale: che non vi è nessuna sfera che si salva dalla degenerazione capitalista. Cercare di frenare questa crisi generale diventa sempre più difficile perché, quantitativamente e qualitativamente, gli antagonismi diventano sempre più grandi. Anche ciò dipende che l’imperialismo sia un sistema di corruzione di una parte dei lavoratori, di creazione di un’aristocrazia operaia complice delle manovre dei capitalisti. Con le crescenti difficoltà del capitale, i capitalisti necessitano di ausiliari fedeli dentro le file operaie: riformisti, sindacati gialli ecc. L’esistenza di questo settore traditore e corrotto tra i lavoratori non è tanto un sintomo di debolezza o di mancanza di coscienza del movimento operaio ma un chiaro sintomo di crisi del capitalismo nel suo insieme, che è costretto a cercare alleati nelle classi antagoniste rispetto al sistema.

 

Lenin non pensava il dominio borghese nella fase imperialista possa democratizzarsi, ma proprio il contrario: “la svolta dalla democrazia alla reazione politica rappresenta la sovrastruttura politica della nuova economia, del capitalismo monopolista (l’imperialismo è capitalismo monopolista). La democrazia corrisponde alla libera concorrenza. La reazione corrisponde al monopolio (…). L’imperialismo è in contraddizione, in contraddizione logica con tutta la democrazia politica in generale (…). La sostituzione della libera concorrenza con i monopoli ostacola ancora di più la realizzazione di qualunque libertà politica” (Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’economicismo imperialistico, 1916).

 

EUGEN VARGA.

 

Eugen Varga[38] fu l’economista e il ministro delle finanze del governo rivoluzionario ungherese del 1919, dopo la cui sconfitta dovette emigrare a Mosca, dove rimase per il resto della sua vita. Svolse anche un ruolo di spicco nei Congressi dell’Internazionale Comunista.

 

Caratteristica degli scritti di Varga (che sarà di tutti gli economisti sovietici) era quella di ripetere determinate citazioni tratte dagli scritti di Marx e di Lenin, per dimostrare un attaccamento formale a quei testi. Le opere di Varga e i Manuali sovietici si limiteranno a svolgere un lavoro puramente descrittivo sui fenomeni del capitalismo contemporaneo. Quasi a voler dire che nell’Economia Politica, tutto era già stato scritto e non restava altro da fare che attualizzare statisticamente gli studi di Marx e di Lenin. In sostanza si trattava di un comodo “aggiornamento” dei vecchi testi con i nuovi dati.

Tuttavia a differenza degli economisti sovietici, Varga conservava ancora alcuni stralci della teoria del crollo e scriveva: “La dottrina di Marx relativa alle crisi è indissolubilmente legata alla sua analisi del carattere storicamente temporaneo del capitalismo e del suo inevitabile crollo rivoluzionario per effetto della lotta del proletariato (…). Chi rinnega la teoria del crollo, deve necessariamente ripudiare o falsificare in maniera opportunistica la sua teoria della crisi” (Varga, La crise èconomique, sociale, politique, Bureau d’Editions, 1935, Paris).

Del resto Varga e i sovietici riprendono anche loro la teoria del sottoconsumo. Varga distingue la produzione (che chiama potere d’acquisto della società) dal potere di consumo (i salari operai più il plusvalore dei capitalisti che non è destinato all’accumulazione) e ritiene che l’abisso tra queste due quantità aumenti progressivamente; la contraddizione tra una produzione socializzata e un’appropriazione privatizzata si manifesta in questa divergenza crescente tra l’espansione della produzione di merci e la limitatezza del consumo. E il monopolismo aggrava il problema del sottoconsumo poiché riduce la capacità di consumo dei mercati.

I Manuali d’Economia dei sovietici hanno ripetuto fino alla nausea quest’idea delle difficoltà di realizzazione e di vendita delle merci. Rumiantsev ad esempio dice: “Le crisi di sovrapproduzione di distinguono per un considerevole aggravarsi delle difficoltà di vendita del prodotto” (Rumiantsev, Economia Politica Capitalismo, Manuale, Mosca 1980).

Attraverso questi Manuali “marxisti” d’economia il sottoconsumo è attecchito come la mala erba, alla fine, la conseguenza è stata che non vi è partito che si definisce “comunista” che non proponga, come ricetta, l’aumento dei salari e il sostegno della domanda per uscire dalla crisi economica e che non cessi di denunciare l’eclatante contrasto tra questo sottoconsumismo e lo “sperpero economico” che il capitalismo scatena. Ciò nonostante, la realtà segue un’altra rotta e non vi è crisi che non abbia come conseguenza una forte caduta dei salari e della domanda di beni di consumo come via d’uscita (la retorica dei sacrifici). I sottoconsumisti inoltre continuano a non spiegare la sovrapproduzione di capitale-denaro cioè del profitto già realizzato.

Varga, annota particolari interessanti, che però non sviluppa. Così, per esempio, egli individua correttamente la natura dei cicli economici che non mette in relazione con il sottoconsumo ma con l’accumulazione, che considera un processo dialettico. Così, nella sua opera, si determina una dualità irresolubile: la crisi pare che non abbia legami con il ciclo economico; sembra che entrambi camminino in parallelo la prima legata al sottoconsumo e il secondo legato all’accumulazione.

 

Le teorie vecchie e nuove del sottoconsumo non possono fornire alcun contributo all’analisi della crisi del capitalismo. La sovrapproduzione non è la causa della crisi ma la sua conseguenza, non è una sovrapproduzione che riguarda i beni di consumo ma una sovrapproduzione di capitale. La sua causa sta nell’insufficiente valorizzazione del capitale.[39] L’analisi degli economisti sovietici è confusa ed è ambigua, Rumiantsev diceva che l’essenza della crisi “sta nel fatto che la quantità di merci prodotte nella società risulta superiore alla domanda solvibile e non trova sbocchi. Di conseguenza, una certa parte della produzione cede il passo un periodo di recessione. Questa eccedenza di merci prodotte rispetto alla domanda evidenzia, nella società, la sovrapproduzione di capitale, l’eccessiva espansione della produzione, dovuta alla sete di guadagno, in rapporto al volume della domanda solvibile possibile nelle condizioni date in ciascun caso concreto”  (Economia, Politica, Capitalismo, Mosca, 1980).

Gli economisti sovietici ammettevano soltanto la sovrapproduzione relativa e non alludono alla sovrapproduzione assoluta. Varga fa dire a Marx che accumulazione significa una sovrapproduzione relativa continua mentre gli economisti sovietici dicevano che fu Lenin a sottolineare la relatività della sovrapproduzione dei capitali. Gli economisti sovietici scaricavano tutti i mali del capitalismo sui monopoli, attribuivano a loro la responsabilità della sovrapproduzione, ma ciò non è vero perché la sovrapproduzione si manifestava anche nella fase premonopolista del capitalismo.   Gli economisti del Partito Comunista Francese adottarono una posizione intermedia[40] riconoscono i due tipi di sovrapproduzione, quella assoluta e quella relativa. Definiscono sovrapproduzione assoluta quella in cui il capitale aggiuntivo non aggiunge alcun utile a quello già esistente, mentre definiscono sovrapproduzione relativa quella in cui il capitale aggiuntivo non riesce ad ottenere il saggio medio di profitto. Gli economisti del Partito Comunista Francese prendevano in considerazione due fattori: il primo era l’intervento dello Stato nell’economia e il funzionamento delle imprese pubbliche, la maggior parte operava (prima delle privatizzazioni) in perdita o con utili al di sotto del saggio medio di profitto e il secondo è l’esistenza di determinate piccole attività di tipo familiare che operano al di sotto dei margini di profitto correnti e che rappresentano sacche di disoccupazione occulta. Tuttavia quest’impostazione è di tipo statico e considera il saggio di profitto come qualcosa di fisso e non in continuo movimento. Una considerazione dinamica spiegherebbe come mai una stessa impresa in un determinato momento ottenga utili al di sopra del saggio medio di profitto e, in seguito al di sotto di esso, senza che nessuna delle due situazioni cambi sostanzialmente la sua condizione, poiché essa continuerebbe a funzionare mentre il capitale accumulato continuerebbe a produrre utili. A volte la sovrapproduzione di manifesta in presenza di un saggio di profitto al di sopra del saggio generale e, altre volte, quando il saggio individuale di profitto sta al di sotto di quello generale. La sovrapproduzione relativa non riesce a spiegarci com’è possibile che si determini esportazione di capitali tra paesi con saggi di profitto similari. “Ciò che interessa al capitalista non è tanto un numero astratto, il mero indice, il saggio generale, bensì la massa totale dell’utile in rapporto al capitale accumulato: per Marx il flusso del capitale ovvero la sua accumulazione “si sviluppano in proporzione all’ammontare che esso ha già raggiunto e non in proporzione al livello del saggio di profitto (Marx, Il Capitale, Libro III°, Capitolo 15).

 

LA SOVRAPRODUZIONE ASSOLUTA DI CAPITALE: HENRYK GROSSMAN

 

Fu l’economista polacco Henry Grossman[41] che, basandosi sugli studi di Marx, dopo la morte di Lenin formò il contributo più importante all’Economia Politica. La sua opera La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, apparsa nel 1929, costituisce un apporto decisivo al materialismo storico, un apporto decisivo al materialismo storico, un apporto che si è cercato di farlo passare sotto silenzio.  Grossman è, senza dubbio, un economista “maledetto”. Di tutto il gruppo di economisti polacchi che cominciarono a scrivere nel periodo tra le due guerre (Moszkowska, Kalecki, Lange, Rosdolsky) è l’unico che, non solo si non si basa sulla Luxemburg, ma che la critica, e con lei critica tutte le teorie sottoconsumiste. Grossman parte dai postulati marxisti sul valore, che pone al stesso della sua analisi, per dimostrare la tendenza inesorabile del capitalismo verso il tracollo. Ma Grossman non si limita a ripetere ciò che Marx aveva detto, ma sottolinea determinati aspetti trascurati precedentemente da altri economisti marxisti, come ad esempio: il valore d’uso, il consumo improduttivo dei capitalisti ecc. Grossman, infine, fornisce importanti contributi all’analisi economica in campi che, sino a quel momento, erano rimasti inesplorati. Fu il primo ad analizzare il processo di elaborazione e la struttura logico-dialettica de Il Capitale. Gli studi di Grossman non ebbero seguaci e non poterono creare una scuola.

 

Grossman concepisce il capitalismo non come un sistema di produzione di valori d’uso, un sistema diretto al soddisfacimento dei bisogni così caro ai sottoconsumisti, bensì come un sistema di valorizzazione, di creazione di valore, di valore di scambio e di plusvalore. Per Grossman la produzione è determinata dalle necessità di valorizzazione, di accumulazione e non dalla domanda dei consumatori. L’unità dialettica tra il processo di produzione e il processo di valorizzazione è l’espressione economica della contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Il capitale sviluppa le forze produttive per creare plusvalore, per accrescere il suo volume, il che accresce la composizione organica del capitale; i mezzi di produzione crescono più velocemente di chi deve valorizzarli, cioè della forza lavoro. Il capitale sperimenta allora l’effetto di due tendenze contraddittorie, una diretta a ridurre il capitale variabile e l’altra diretta ad accrescere il plusvalore; ciò significa che vi è sempre più capitale costante da valorizzare con meno capitale variabile, che vi è una parte sempre più importante della produzione che non si trasforma in reddito consumabile ma che può solo funzionare come capitale. Lo sviluppo stesso delle forze produttive fa sì che una massa crescente di capitale accumulato non venga remunerata con una massa maggiore di plusvalore, ma anzi con una massa minore. In sostanza l’evoluzione delle forze produttive determinata dal capitale stesso nel costo del suo stesso sviluppo storico, una volta, raggiunta una certa fase di sviluppo, annulla l’autovalorizzazione del capitale.

 

La crisi del capitalismo non deriva, allora, dal pauperismo delle masse operaie, né dalla domanda insufficiente, né dal consumo ridotto, bensì dall’insufficiente valorizzazione o, il che è lo stesso, dalla sovraccumulazione, dall’eccesso di capitale: la produzione precipita per grandi sacche di capitale (sia sotto forma di denaro che di merci) che non si riproducono produttivamente. È un processo dialettico nel quale le stesse cause che creano la prosperità portano alla depressione, perché lo sviluppo delle forze produttive riduce la fonte del plusvalore, che non è altro che il lavoro produttivo e ostacola la valorizzazione e l’accumulazione del capitale. Essa è l’espressione della contraddizione tra il carattere collettivo (che è l’aspetto principale delle forze produttive nella fase capitalista del modo di produzione capitalistico) che ha raggiunto le forze produttive[42] e il carattere capitalista dei rapporti di produzione.

 

   Di conseguenza; Grossman difende tenacemente la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto[43] e critica i sottoconsumisti e i loro tentativi di far dipendere la produzione dal livello della domanda e del consumo. Secondo Grossman la produzione è la variabile indipendente e da essa dipendono le grandezze della circolazione. Il capitalismo crolla per le sue stesse contraddizioni interne. In opposizione a tutti i revisionisti, Grossman fu il più ardente difensore della teoria del crollo che, nella sua esposizione, non presenta alcuna traccia di meccanicismo, né di automatismo, né di catastrofismo: il crollo si manifesta nel corso di contraddizioni cicliche periodiche e non in modo continuativo: “La tendenza al crollo, in quanto naturale “tendenza di base” del sistema capitalista, si scompone in una serie di cicli, in apparenza indipendenti tra loro, dove la tendenza al crollo si evidenzia solo periodicamente di tanto in tanto (…) La teoria marxiana costituisce perciò il presupposto e il fondamento necessario della sua teoria delle crisi, perché la crisi, secondo Marx, rappresenta solo una tendenza al crollo momentaneamente interrotta e non ancora giunta alla sua piena estensione, ossia interrotta da fasi che rappresentano una deviazione passeggera della “linea tendenziale che il capitalismo persegue.

 

   “Ma nonostante tutte le interruzioni periodiche e le attenuazioni della tendenza al crollo, col progredire della accumulazione capitalistica, il meccanismo globale marcia necessariamente verso la sua fine, poiché con la crescita assoluta dell’accumulazione di capitale diventa gradualmente sempre più difficile la valorizzazione del capitale prodotto (…). Se queste controtendenze finiranno per indebolirsi o per paralizzarsi (…) allora la tendenza al crollo prenderà il sopravvento e si imporrà nella sua validità assoluta come “crisi finale”.

 

  “Non è necessario che la legge del crollo si imponga. La sua realizzazione assoluta potrebbe essere interrotta da tendenze contrastanti. In questo modo il crollo assoluto si trasformerebbe in una crisi transitoria, dopo la quale il processo di accumulazione potrebbe riprendere su base diversa” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

Per Grossman il problema non sta nel chiedersi se il capitalismo prima o poi crollerà, ma nel sapere perché finora non è ancora crollato. Per risolvere quest’interrogativo, egli passa ad analizzare dettagliamene tutte le controtendenze al crollo, sia quelle già segnalate da Marx, sia delle altre che egli prende in considerazione. Partendo sempre dal fatto che lo sviluppo storico precede sempre verso una maggiore acutizzazione delle contraddizioni all’interno del modo di produzione capitalistico. L’acutizzazione delle contraddizioni sviluppa la coscienza di classe, l’elemento soggettivo: “Malgrado la sua inevitabile necessità oggettiva, il crollo è soggetto in buona misura all’influenza esercitata dalle forze vive delle classi in lotta, lasciando in questo modo un certo margine alla partecipazione attiva delle classi” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

 

Accusato di essere un meccanicista. Grossman replica[44] che il capitalismo può essere abbattuto solo per mezzo della lotta di classe operaia, ma che questa non è sufficiente. Non bastano solo le condizioni soggettive ma ci vogliono anche quelle oggettive. Che tra elementi oggettivi e soggettivi ci sono rapporti dialettici. In sostanza la teoria del crollo non esclude un intervento attivo della classe operaia, ma si propone in quali condizioni può sorgere una situazione rivoluzionaria.

 

Un altro aspetto del pensiero economico marxista difeso da Grossman è quello della pauperizzazione del proletariato sotto il capitalismo. Egli critica il fatto che s’identifichi il principio stabilito da Marx secondo il quale il salario si determina con la quantità di beni necessaria alla riproduzione della forza – lavoro, con il minimo indispensabile al sostentamento quotidiano del lavoratore. Per Grossman il salario non è costante, ma varia in funzione dell’intensità del lavoro, di modo che se, da un lato, la crescente produttività tende a ridurre il salario, dall’altro l’aumento d’intensità del lavoro spinge verso l’incremento dei salari reali. L’aumento dell’intensità del lavoro, pertanto, aumenta il costo di riproduzione della forza-lavoro e, con esso, i salari. Ebbene, da un certo di sviluppo, la logica dell’accumulazione opera in senso contrario espellendo forza-lavoro e riducendo i salari. Cosicché la tendenza all’aumento dei salari non può avere continuità a causa dell’accumulazione che esige, da un certo momento, una riduzione dei salari e un drastico peggioramento delle condizioni di vita della classe operaia. Una delle controtendenze cui Grossman dedica una speciale attenzione è quella della popolazione. Partendo sempre dalla legge del valore, Grossman ricorda che la massa di plusvalore è direttamente proporzionale al numero di operai impiegati nella produzione che, di conseguenza, un modo di incrementare questa massa è quello di incrementare la popolazione lavoratrice. Egli ritiene che né l’emigrazione dalla campagna alla città né l’incorporazione della donna nel processo produttivo della donna nel processo produttivo siano sufficienti ad appagare la sete di profitti del capitale. Il problema della popolazione è cambiato dall’epoca di Malthus e, perciò il significato dell’esercito industriale di riserva è ora un altro: “Ciò che differenzia l’epoca attuale da quella maltusiana è l’opposizione tra la fase iniziale e la fase tardiva dell’accumulazione del capitale, l’opposizione tra il ritmo lento dell’accumulazione ai suoi inizi (per cui l’esercito di riserva è una conseguenza dell’insufficiente accumulazione del capitale) e il ritmo accelerato dell’accumulazione giunta ad un livello più alto dello sviluppo capitalista (per cui l’esercito di riserva è una conseguenza della sovraccumulazione)” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

Grossman, vede nell’esigenza della borghesia di avere una sovrappopolazione, una  delle radici del colonialismo[45]  e ci offre una spiegazione dei nessi tra colonialismo e popolazione nel corso della storia, a partire dalla conquista dell’America latina a partire del 1492: mentre nelle metropoli la mano d’opera va verso l’esercito di riserva, nelle colonie si crea una scarsità cronica di mano d’opera; nascono così le grandi ondate migratorie verso le colonie, si scatena contemporaneamente il commercio degli schiavi. Il malthusianismo appare transitoriamente, secondo quanto afferma Grossman, proprio in questo passaggio da una situazione di deficit forza-lavoro dovuto ad uno stadio precoce dell’accumulazione a un altro sempre di deficit ma dovuto questa volta alla sovraccumulazione.

 

Grossman considera il commercio internazionale e l’esportazione di capitali, controtendenze rispetto alla caduta del saggio di profitto. Il commercio internazionale consiste in uno scambio internazionale che dà origine ad un drenaggio di valore dalle colonie e semicolonie ai centri imperialisti per via del divario tra il valore delle merci e il loro costo di produzione. I paesi imperialisti trovano, in questo modo, fonti addizionali di plusvalore da accumulare. I paesi imperialisti trovano, in questo modo, fonti addizionali di plusvalore da accumulare. L’assicurarsi l’approvvigionamento  di materie prime a basso prezzo è un motivo dello scatenarsi di una lotta senza quartiere in quanto ha un’importanza crescente nel costo del capitale costante e pertanto nella configurazione del saggio di profitto. Ma non solo: La lotta competitiva degli stati capitalisti cominciò, innanzi tutto, come lotta per il controllo delle materie prime, perché qui le possibilità di profitti monopolisti erano maggiori. Tuttavia, questa non è l’unica ragione. Il controllo sulle materie prime porta al controllo sull’industria in generale” (Grossman, Il crollo del capitalismo).

 

Grossman si preoccupa anche dei rapporti interimperialistici, poiché la concorrenza tra le grandi potenze imperialiste andava acquistando un’importanza sempre maggiore. Commerciare con un paese arretrato, a bassa composizione organica di capitale, è redditizio solo finché sussiste quel ritardo tecnologico che consente il drenaggio occulto di valore a favore dei paesi imperialisti. Il commercio tra paesi a composizione organica del capitale similare non offre questi vantaggi, mentre l’esportazione di capitali tra di loro si può una fonte addizionale di plusvalore che pone un freno alla crisi si sovraccumulazione. E una delle caratteristiche dell’imperialismo caratterizzarsi più per l’esportazione dei capitali che per quello delle merci. Grossman a differenza di Hilferding, di Bucharin, di Varga e dei Manuali sovietici che affermavano che il capitale veniva investito all’estero a causa di un saggio di profitto più elevato rispetto a quello del paese d’origine, sosteneva che tutto aveva origine nella sovraccumulazione. La sovraccumulazione fa sì che grandi masse di merci non si realizzano sul mercato e grandi somme di denaro non trovano impiego redditizio all’interno del paese. Non è che il saggio di profitto all’estero sia superiore, ma che all’interno non vi è alcun tipo di impiego redditizio, che si tratta di un capitale eccedente, inattivo. In sostanza quello che si trova d’avanti è una sovraccumulazione di capitale, vale a dire un capitale in eccesso per il quale non vi è possibilità di valorizzazione, ovvero di impiego redditizio. La borghesia si avvia a trasformarsi in una classe che vive di rendita, parassitaria.

 

  Grossman colloca la speculazione come un fenomeno complementare della sovraccumulazione: “L’esportazione di capitali all’estero e la speculazione all’interno del paese sono fenomeni paralleli che hanno la medesima radice (…) La speculazione è un mezzo per sostituire l’insufficiente valorizzazione dell’attività produttiva con dei guadagni che derivano dalle perdite di quotazione delle azioni di larghe masse di piccoli capitalisti, di quella che viene considerata la “mano debole”, ed è, per questo, un poderoso mezzo di concentrazione del capitale monetario (Grossman, Il crollo del capitalismo).

 

E se guardiamo la situazione attuale vediamo che il venir meno della redditività dell’investimento “normale” ha spinto il sistema capitalistico verso una più spiccata finanziarizzazione dell’economia. E’ così che masse crescenti di capitali vengono mantenute in forma liquida; capitali erratici enormi, fuori dal controllo delle banche centrali e degli organismi internazionali, che si valorizzano fagocitando i capitali più deboli, senza che ovviamente in questo processo si crei nuova ricchezza. Da d-m-d’ si passa a d-d’.

 

Con il crollo del 1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità di tutti i rapporti che si era venuta a creare. Ma à differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così mazzata finale, il sistema aveva creato delle “cinture protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori del mercato colpiti da tutti agli altri, impedendo la propagazione dei fenomeni.

Ma permanendo lo stato di crisi, il capitale speculativo si ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire proprio lo smantella mento di quelle cinture protettive. Il risultato è stato è che in nessun paese esiste più una separazione fra credito di esercizio a breve e finanziamento a lungo termine delle imprese industriali; è venuta meno la divisione fra banche d’affari e banche commerciali; vi è totale commistione fra istituti di credito, sono nati e si sono sviluppati i cosiddetti hedge-funds, specializzati nella speculazione sui derivati, si è estesa in modo sconvolgente la speculazione delle banche in conto proprio con la propensione degli istituti di credito a finanziare le attività speculative.

Attività speculativa e ruolo delle banche sono fattori chiave per comprendere l’attuale situazione di crisi capitalista. se prendiamo come esempio il caso Parmalat, questo fatto non deve essere interpretato come le avventure di un furbone in un  paese come l’Italia dove non ci sono “regole”, ma (e questo discorso vale per tutte le imprese capitaliste) non vi era solo una gestione speculativa delle eccellenze valutarie, cioè del capitale monetario temporaneamente inattivo, ma i profitti generati nel normale processo produttivo erano totalmente al servizio dell’attività speculativa, diventata sotto ogni punto di vista il vero business dell’azienda.

 

Per questo Grossman si oppone alle tesi Hilferding sulla diminuzione della speculazione come conseguenza della regolamentazione monopolista e dove il capitale finanziario è concepito come capitale bancario applicato all’industria, contrappone la definizione leninista di fusione del capitale industriale con quello bancario e di stretta connessione di entrambi con il potere dello Stato.

 

   Grossman affronta la teoria del “superimperialismo ”di Kautsky e l’idea di Hilferding di una corporazione unica, capace di conglobare e di gestire un capitalismo “organizzato” e senza crisi, e lo fa partendo da un’idea semplice: il capitalismo non esiste senza valore di scambio e questo, a sua volta, esige una molteplicità di produttori indipendenti che si scambiano le loro merci, di modo che si scambiano reciprocamente le loro merci, di modo che questi produttori indipendenti venissero inghiottiti da un gigantesco monopolio, sparirebbe il valore di scambio e il capitalismo. Un economia capitalista non può essere pianificata.

 

CONCLUSIONI

 

Marx dedicò la maggior parte della sua vita allo studio dell’Economia Politica[46] e Il Capitale è la sua opera più conosciuta. In questo mio lavoro, mi sono limitato di arrivare alle soglie della Seconda guerra mondiale imperialista. Non abbiamo citato nemmeno tutti gli economisti del campo marxista che hanno affrontato la problematica delle crisi economiche del capitalismo. Parlo della teoria dei cicli lunghi dell’economista russo Nikolai Dmitrievich Kondratiev (1892-1938).  Quello che vogliamo evidenziare, è la prevalenza all’interno del movimento operaio delle teorie sottoconsumiste. Se si fa una ricerca tra gli ambiti che si definiscono comunisti, rivoluzionari, di sinistra ecc. troveremo tutta la cantilena relativa al sottoconsumo: domanda solvibile, difficoltà di realizzazione, spreco, saturazione dei mercati. Il capitalismo diventa o qualcosa di eterno, oppure l’anticamera del socialismo.  La realtà dimostra, l’infondatezza di tutte le tesi sottoconsumiste. Quando c’è crisi si riduce il consumo non lo si aumenta, i capitalisti riducono i lavoratori che impiegano nella produzione e abbassano i salari. I sottoconsumisti approfittano il fatto che una delle manifestazioni più evidenti della crisi è la sovrapproduzione; ma la sovrapproduzione non è sottoconsumo. Se poi si suddivide la sovrapproduzione in sovrapproduzione di merci e sovrapproduzione di capitali, la confusione aumenta. In quanto i sottoconsumisti identificano le merci con i beni di consumo, come d’altronde sbagliano le concezioni “ortodosse” che identificano le merci solamente nei mezzi di produzione. Per Marx: “la merce è in primo luogo un oggetto esterno, una cosa che mediante le sue qualità, soddisfa bisogni umani di qualsiasi tipo. La natura di questi bisogni, per esempio il fatto che provengono dallo stomaco che provengono dalla fantasia non cambia nulla” (K. Marx, Il Capitale, Libro 1° Cap. 1).

In realtà la sovrapproduzione di merci è una conseguenza, della sovrapproduzione di capitale. Astraendo dagli effettivi rapporti di produzione, la società potrebbe consumare tutto, anzi potrebbe consumare una quantità di beni e servizi maggiore di quello che oggi produce.

Ma in certe determinate situazioni, nel rispetto del rapporto di produzione capitalista, non può consumare nell’ambito di questo rapporto consumare tutti quei beni e servizi che vengono prodotti o potrebbe produrre, quindi è il rapporto di produzione capitalista che impone che la produzione sia minore della produzione possibile. Ma nello stesso tempo, ogni frazione di capitale deve per sua natura crescere: ciò provoca lo sconvolgimento generale della società stessa. Il sistema capitalista impedisce che la società possa consumare tutti i beni e servizi che produce proprio perché non può investire nel nuovo ciclo produttivo tutto il capitale che alla fine del ciclo produttivo appena terminato esiste nella forma di merci, pena la produzione di un plusvalore minore o eguale a quello prodotto, ma con un capitale minore, nel ciclo appena terminato. La sovrapproduzione di merci è la prima manifestazione della crisi generale sovrapproduzione di capitale, è uno dei segni più eclatanti e diretti della crisi, salvo che nei settori in cui i capitalisti riescono con accordi di cartello e con il monopolio a limitare la produzione. Tutte le soluzioni proposte di soluzione della crisi con la creazione da parte dello Stato (con una politica di lavori pubblici e di investimenti pubblici) di una domanda aggiuntiva di merci, sono illusorie e inefficaci, in quanto la crisi non ha origine dalla scarsa domanda delle merci.[47] La sovrapproduzione di merci, pur arrestata per un momento, si ricrea o la crisi si manifesta in altri modi. L’aumento della spesa pubblica e degli investimenti pubblici, possono essere una rivendicazione difensiva dei lavoratori, ma obiettivo centrale deve essere la reale causa della crisi, l’abolizione del modo di produzione capitalista.

Le politiche economiche che in ambito borghese per uscire dalla crisi si possono riassumere in due interventi: il primo, aumentare il saggio di profitto, e il secondo distruggere e svalutare il capitale in funzione per sostituirlo con il capitale che si trova momentaneamente inattivo. Per aumentare il saggio di profitto bisogna aumentare il saggio di plusvalore, cioè lo sfruttamento dei lavoratori, con licenziamenti, riduzione dei salati, aumentando i ritmi di lavoro, eliminando i diritti sociali ecc. La distruzione fisica e la svalutazione del capitale vecchio di presenta in numerose forme: ammortizzazione accelerata, riconversione, intervento pubblico nell’economia, distruzione dei capitali più deboli ecc.

Un altro strumento di politica economica che gli economisti borghesi e revisionisti non prestano importanza e attenzione è la guerra. La guerra ha sempre avuto un importanza che ha sempre per il modo di produzione capitalistico per uscire dalle crisi.

Le guerre permettono di distruggere capitali e rigenerare una nuova fase di accumulazione ed espansione. L’obiettivo della borghesia dominante rimane sempre il profitto e non la distruzione di capitali, quindi è la guerra funzionale allo sviluppo e non il contrario, sviluppo che perciò non può che affermarsi in periodo di pace borghese.

 

Molti manuali di storia economica sostengono, ancora oggi che le politiche Keynesiane hanno posto fine alla “Grande depressione” degli anni 30. Le politiche attuate da presidente USA F.D. Roosevelt, sotto la spinta delle lotte di enormi masse di lavoratori e di disoccupati prodotti dalla crisi,[48] varò un grande piano di investimenti per l’espansione e l’ammodernamento delle strutture nell’intento di sostenere e riavviare il ciclo espansivo dell’economia.[49] Queste misure si rilevarono, di fatto, insufficienti a sconfiggere la crisi. Gli USA e tutto il mondo capitalistico uscirono dalla crisi solo in seguito alle immani distruzioni operate dalla Seconda Guerra Mondiale Imperialista.

Infatti, se si esamina la dinamica degli avvenimenti politici che si sono succeduti a partire dalla crisi del ’29 in avanti si nota che il mondo è stato scosso da eventi di grande e significativa portata. Si inizia con la rivoluzione spagnola che portò alla caduta della monarchia (aprile 1931) all’avvento di Hitler in Germania (gennaio 1933), all’apertura delle campagne militari dell’imperialismo giapponese in Cina fino alla guerra di Etiopia e alla guerra civile (e rivoluzione) spagnola (1936-1939).

 

INDICI ATTIVITA’ ECONOMICHE U.S.A.

(miliardi di dollari a prezzi correnti )*

 

Anno 1929 1930 1933 1935 1940 1945
Redditi da lavoro dipendente 51,1 46,8 29,5 37,3 52,1 123,1
Redditi da lavoro autonomo 15,0 11,9 5,9 10,7 13,0 31,8
Rendita 4,9 4,4 2,2 1,8 2,7 4,6
Profitti delle società 9,0 5,8 -1,7 2,5 8,6 19,0
Interessi netti 4,7 4,9 4,1 4,1 3,8 2,2
Totale reddito nazionale 84,8 73,8 39,9 56,4 79,7 2,2
Spese per consumi privati 77,3 69,9 45,8   71,1 119,5
Investimenti lordi privati 16,2 10,2 1,4   13,1 10,6
Esportazione netta di beni e servizi 1,1 1,0 0,4   71,1 -0,5
Acquisti governativi di beni e servizi 8,8 9,5 8,2   14,2 88,8
P.N.L. 100,4 90,7 8,2   14,2 88,8

 

* Fonte USS: Statical Abstracts 1982

 

 

 

   Nel tentativo di salvare l’ordinamento capitalistico, lo Stato Borghese, questo comitato d’affari della borghesia imperialista, cercando di uscire dalla crisi del 1929-1933 attraverso l’intervento statale ha sviluppato l’industria delle armi, mettendo in crisi la pace mondiale e favorendo l’ascesa del fascismo e del nazismo. L’ordine hitleriano era riuscito ad aprire ai capitalisti tedeschi colpiti dalla grande recessione vaste prospettive di profitti. Un mese dopo l’ascesa al potere, Hitler rivolgeva una nota di politica industriale alla Federazione Tedesca dell’Industria Automobilistica presieduta da F. Porsche. I provvedimenti contenuti in questa nota prevedevano la costruzione rapida di infrastrutture fiscali e sovvenzioni all’esportazione, la messa a disposizione di manodopera[50] e di materie prime a basso costo, oltre che di crediti rilevanti. Decine di migliaia di imprese approfittarono del grande sviluppo dell’industria bellica, dell’esproprio della borghesia ebraica e dei saccheggi della Wermacht. Parallelamente la nuova legislazione del lavoro significò la liquidazione delle istituzioni della classe operaia edificate in oltre un secolo di lotte. La politica economica della Germania nazista (come quella degli altri paesi imperialisti) è stata una variante del Capitalismo Monopolista di Stato.[51]. Tutti i fenomeni economici e ancor più le crisi devono essere visti e compresi con la prospettiva del crollo del capitalismo. Questo crollo sarà la conseguenza delle contraddizioni interne del capitalismo e non da fattori esterni al sistema stesso. In particolare, la contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive (che nell’attuale fase imperialista sono collettive) e i rapporti di produzione che ne impediscono lo sviluppo. Le forze produttive costituiscono, pertanto, il fattore dinamico, mentre i rapporti di produzione per il loro carattere privato hanno finito per diventare un pesante fardello che ostacola qualsiasi progetto economico e sociale. E, all’interno delle forze produttive è il proletariato, l’elemento più importante e più energico che mobilita e spinge in avanti il corso della storia.

Nel corso del duro cammino dell’abbattimento del modo di produzione capitalista e la costruzione di una nuova società senza classi sociali, si forgerà l’unità dell’elemento oggettivo e di quello soggettivo del processo rivoluzionario, e qui si verificherà il passaggio tra il crollo e la rivoluzione. Il capitalismo non è un modo di produzione indefinito, e nemmeno un modo di produzione che ci avvicina al socialismo;[52] la rivoluzione proletaria è un fenomeno essenzialmente cosciente e soggettivo che matura in mezzo alle rovine del capitalismo agonizzante. Il versante soggettivo non à meno necessario di quello oggettivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] In Europa tra il 1870 (fine della guerra franco-prussiana) e il 1914 ci fu un’assenza di conflitti tra i vari paesi imperialisti europei. Le Guerre Balcaniche nell’Europa sud-orientale, nel corso elle quali gli Stati componenti la Lega Balcanica (Bulgaria, Montenegro, Serbia, e Grecia) contro l’Impero Ottomano, dapprima conquistarono agli ottomani la Macedonia e poi si scontrarono tra loro per la spartizione delle terre conquistate, si svolsero in una zona considerata periferica.

 

[2] Per forze produttive bisogna intendere: la capacità lavorativa umana (forza lavoro), l’esperienza e la conoscenza impiegata nel processo impiegato, gli utensili, le macchine, gli impianti e le installazioni che i lavoratori usano nel processo produttivo.

 

 

[3] Adam Smith (1723-1790). Economista e filosofo scozzese, che gettò le basi dell’economia politica liberista.

 

[4] David Ricardo (1772-1790). Economista britannico, considerato uno dei massimi esponenti della scuola classica.

 

[5] Jeane Charles Léonard de Sismondi (1773-1843). Scrittore e economista svizzero. Fu un contestatore del laisser faire e un assertore dell’intervento governativo per “regolare il progresso del benessere”.

 

[6] Il socialismo utopistico è la prima corrente del moderno pensiero socialista, sviluppatasi tra il XVIII ° e il XIX° secolo in Europa. Il termine fu introdotto da Marx per distinguere tale corrente utopistica dal socialismo scientifico, basato invece su un’analisi scientifica della realtà sociale.

 

[7] Claude – Henri de Rouvroy conte di Saint – Simon (1760-1825). Filosofo francese. E’ considerato il fondatore del socialismo francese: partecipò alla guerra d’indipendenza americana, combattendo agli ordini di La Fayette. Teorico della “filosofia positiva” e di un approccio scientifico ai problemi sociali e politici, mirò all’avvento di una nuova società orientata a migliorare le condizioni del proletariato. Alla sua morte si sviluppò un movimento politico-religioso, basato sulle sue idee, chiamato Sansimonismo.

 

[8] François Marie Charles Fourier (1772-1837). Filosofo francese, che ispirò la fondazione della comunità comunista chiamata La Réunion sorta presso l’attuale Dallas in Texas, oltre a diverse altre comunità negli Stati Uniti d’America. Le radici del suo pensiero, sono da ricercarsi nell’illuminismo e in particolare in Jean-Jacques Rousseau. Questo pensiero ritiene importante la parità tra uomo e donna. Inoltre aveva sviluppato un metodo pedagogico, che avrebbe dovuto favorire lo sviluppo libero e creativo dei bambini, tramite la scoperta dei loro istinti individuali. Fourier pensava che lo sviluppo dell’umanità si trovava all’epoca tra il quarto periodo (le barbarie) e il quinto (la civiltà). A questi periodi seguiranno, poi, l’armonia. Il pensiero di Fourier affermava che attenzione e cooperazione erano i segreti del successo sociale e, che una società i cui membri cooperassero realmente avrebbe potuto vedere un immenso miglioramento della propria produttività. I lavoratori sarebbero stati ricompensati per la loro opera secondo il loro contributo, con un bonus per chi avesse scelto un lavoro negletto (come la nettezza urbana), dai più. Questa comunità, da lui denominate falangi, sarebbero state basate su strutture di abitazioni comuni chiamate falansteri.

 

[9] Robert Owen (1771-1858). Imprenditore e sindacalista gallese. Questo paradosso, nasce dal fatto, che nel periodo in cui Owen sviluppa la sua attività, l’antagonismo fra classe operaia e borghesia non era ancora diventato la contraddizione principale, perché in Europa, la rivoluzione borghese non era ancor stata completata. Owen è considerato uno dei primi socialisti. Il suo pensiero riformatore, imbevuto di ideali illuministi e umanitari, era improntato sulla convinzione che l’ambiente esercitasse un’influenza decisiva sulla formazione del carattere e che il sistema industriale del suo tempo avessero in sé le risorse al meglio senza bisogno di un eccessivo sfruttamento dei lavoratori o dell’esasperazione della concorrenza. Owen possedeva uno stabilimento a New Lanark in Scozia, dove, fra il 1800 e il 1825 mise in pratica le sue idee. New Lanark divenne una specie di industria modello, con alti salari e assistenza agli operai anche fuori dalla fabbrica.

 

[10] Pierre-Josep Proudhon (1809-1865). Filosofo francese. Pur appartenendo a una famiglia povera, ha potuto studiare grazie all’appoggio della madre C. Simonin. Ipotizzò una forma di anarchia, dove lo Stato non esisteva ed erano gli individui a decidere l’organizzazione politica e sociale. Proudhon è considerato il padre del federalismo integrale. Nella Célébration du Dimanche definì la proprietà privata come l’ultimo dei falsi dei in quanto ostacolo all’eguaglianza fra gli uomini, cioè alla giustizia. In Che cos’è la proprietà? scrisse la sua famosa frase, apprezzata anche da Marx: “la proprietà è un furto!”. In realtà ciò che Proudhon vuole combattere è soltanto la proprietà come mezzo di sfruttamento di altri uomini: i mezzi di produzione e la casa da abitare devono appartenere a chi li adopera, finché li adopera (“la casa è di chi li abita” dirà più tardi un famosissimo canto anarchico). Nella sua forma di governo ideale, egli rifiuta la presenza di uno Stato perché considerato un’istituzione assurda, finalizzata semplicemente allo sfruttamento del lavoro altrui da parte degli uomini. Egli rifiuta ogni tipo di potere al di sopra dell’individuo, ivi compreso Dio, che in ambito religioso, è esattamente come lo Stato in ambito politico e la proprietà in ambito economico: istituzioni illegittime finalizzate al controllo di altri uomini e del loro sfruttamento. Per altri versi Proudhon fu un conservatore, ad esempio si dichiarò favorevole alla sottomissione della donna all’uomo e si scagliò contro quello che venivano definite perversioni sessuali come l’omosessualità.

 

[11] Johann Karl Rodbertus (1805-1875). Economista tedesco. Di orientamento nazionalista e monarchico, propugnò l’instaurazione di una sorte di socialismo nel quale lo Stato avrebbe dovuto fissare il prezzo del lavoro e dei beni di consumo e istituire un sistema di scambi basato sull’emissione di buoni-salario e sul monopolio statale del commercio dei beni di consumo.

 

[12] Il termine deriva dalle parole greche physis (natura) e kratein (dominare) e nella letteratura economica è usato per indicare un gruppo di economisti francesi della seconda metà del secolo XVIII° secolo, più noti come sostenitori dell’economia agricola e del libero commercio. I fisiocrati si opposero a tutti quei vincoli e regolamenti che la società feudale aveva costituito, e in particolare propugnarono l’abolizione di tutte quelle norme che ostacolavano il commercio dei prodotti agricoli. Secondo la dottrina di Quensney (1698-1774), esposta nel suo Tableau èconomique, l’agricoltura è l’unico settore in grado di fornire un prodotto netto, mentre il settore manifatturiero non fa che conservare nei suoi prodotti il valore dei mezzi di produzione. Per Marx, il merito dei fisiocrati fu di creare l’analisi economica sulla produzione e non sulla circolazione, come avevano fatto i mercantilisti.

 

[13] Il mercantilismo fu una politica economica che prevalse in Europa dal XVI° al XVIII° secolo, basata sul concetto che la potenza di una nazione sia accresciuta dalla prevalenza delle esportazioni sulle importazioni. Nelle società europee di quei secoli, dietro gli aspetti di uniformità del mercantilismo, furono attuate differenti politiche a secondo della specializzazione economica (agricola, manifatturiera, commerciale) e all’idea di ricchezza (oro, popolazione, bilancia commerciale). Il mercantilismo si è dimostrato una forza persistente nel campo dell’economia, anche sotto il nome di protezionismo.

 

[14] Paul Marlor Sweezy (1910-2004). Economista statunitense, noto soprattutto per il suo saggio Il capitale monopolistico tradotto nel 1968.

 

[15] Malthus Thomas (1766-1834). Economista inglese che divenne famoso per il suo scritto Saggio sulla popolazione, nel quale sviluppò l’idea secondo cui la popolazione mondiale cresce più velocemente della produzione dei mezzi di sussistenza. Engels in una lettera a Danielson nota come in realtà debba per forza avvenire l’opposto: perché la popolazione possa crescere, i mezzi di sussistenza devono già esistere. Marx definì il libro di Malthus come “una calunnia sulla razza umana”.

 

 

[16] Ferdinand Lassale (1825-1864). Scrittore politico e agitatore tedesco. Di inclinazione democratica, passò al socialismo. Prese parte attiva alla rivoluzione del 1848-49 e conobbe Marx ed Engels, con i quali ebbe uno scambio epistolare fino al 1862. Inizialmente discepolo di Marx successivamente ebbe forti divergenze su diverse questioni anche teoriche (come ad esempio sulla “legge bronzea del salario”). Nel 1863 fondò l’Associazione generale degli operai tedeschi. Intrattenne rapporti politici con Bismarck.

 

[17] Bebel August (1863-1913). Esponente del movimento operaio tedesco. Prese parte alla fondazione della Prima Internazionale. Eletto deputato nel 1867 per il Partito Operaio Socialdemocratico, fu condannato a due anni di fortezza nel 1871 con l’accusa di alto tradimento per essersi rifiutato di votare i crediti di guerra. Fu uno degli artefici della riunificazione con i lassalliani nel 1875 e della fondazione della Seconda Internazionale nel 1889. Scrisse La donna e il socialismo una delle opere più popolari negli ambienti socialisti.

 

[18] Liebknecht Wilhelm (1826-1900). Esponente del movimento operaio tedesco. Fondatore assieme a Bebel del Partito Operaio Socialdemocratico e in seguito del partito nato dalla riunificazione con i lassalliani.

 

[19] Bismarck Otto von (1826-1898). Cancelliere prussiano che dominò la vita politica tedesca ed europea nel periodo 1862-1890. Autore delle leggi anti-socialiste.

 

[20] Bernstein Eduard (1850-1932). Socialdemocratico tedesco, caposcuola del revisionismo. Nel 1880 fu con Bebel a Londra per prendere contatto con Marx e Engels e da allora fu in corrispondenza con Engels del quale divenne collaboratore e intimo amico nei suoi ultimi anni di vita, tanto da essere da lui nominato suo esecutore letterario. Emigrato in Svizzera dopo l’approvazione delle leggi antisocialiste, fu direttore (1880-1889) del Sotsial-Demokrat ispirandosi alla guida di Engels. Espulso dalla Svizzera, si trasferì a Londra, pubblicò una seconda raccolta di articoli in un libro intitolato I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia.

 

[21] Johann Gottlieb Fichte (1726-1828). Filosofo tedesco, continuatore del pensiero di Kant e iniziatore dell’idealismo.

 

[22] Dühring Eugen (1833-1921). Intellettuale tedesco. Dal 1862 libero docente all’Università di Berlino.

 

[23] Hilferding Rudolf (1877-1941). Socialdemocratico tedesco di origine austriaca, fu redattore della Newe Zeit e del Vorwärts tra il 1907 e il 1915 e direttore dal 1918 al 1922 della Freiheit. Divenne dirigente dell’USPD (i socialdemocratici che si erano staccatisi dalla SPD in quanto avversi all’appoggio del partito allo sforzo bellico tedesco) e si schiererà a favore della riunificazione con la socialdemocrazia. Tornato all’interno della SPD fu deputato al Reichstag dal 1923 al 1929, ricoprendo a più riprese la carica di Ministro delle Finanze di governi borghesi. Fu tra i principali esperti di economia e finanza della socialdemocrazia (scrisse il Capitale finanziario, pubblicato nel 1910). Dopo il 1933 fuggì in Francia, dove i nazisti, invaso il paese, lo arrestarono. Ufficialmente morì in carcere suicida.

 

[24] Kautsky Karl (1854-1938). Socialdemocratico tedesco di origine ceca; uno dei più famosi teorici della Seconda Internazionale.

 

[25] Kant Immanuel (1724-1894). Filosofo tedesco. Il suo pensiero ebbe un’importanza eccezionale per la cultura filosofica e la cultura moderna. La sua opera più famosa è Critica della ragion pura. Decisivi i suoi scritti politici per la formulazione e l’evoluzione del liberalismo europeo.

 

[26] Lafargue Paul (1842-1911). Nato a Santiago (Cuba), da genitori misti. Da ragazzo si trasferì in Francia con la sua famiglia; qui prese a studiare medicina e si avvicinò per la prima alla politica, come seguace di Proudhon; dal 1861 cominciò ad appoggiare il movimento repubblicano, poi divenne uno dei leader della sinistra marxista del movimento operaio francese e co-fondatore del Partito operaio francese (1879). Fu membro della Prima Internazionale come segretario corrispondente per la Spagna dal 1866 al 1868 e cofondatore delle sezioni francesi, spagnola e portoghese. In questo modo divenne amico di Marx ed Engels, le cui posizioni teoriche prese a sostenere. Nel 1868 si sposò con Laura, la seconda figlia di Marx; i Lafargue iniziarono così decenni di vita e lavoro politico comune, supportati finanziariamente da Engels. Nel 1870-71 partecipò alle agitazioni operaie di Parigi e di Bordeaux; dopo la caduta della Comune fuggì in Spagna per poi trasferirsi definitivamente a Londra, dove fu condannato a un anno di carcere a seguito della sua attività politica. Lafargue lottò sempre contro il riformismo di Millerand (cioè contro l’entrata dei socialisti nei governi borghesi) e scrisse molto, seppur commettendo svariati errori, in difesa del marxismo rivoluzionario. Lafargue era un ottimo oratore ed ha scritto numerosi lavori sul marxismo rivoluzionario, incluso l’ironico e ben conosciuto Il diritto d’essere pigri e Evoluzione e proprietà. Nel 1911, l’ormai anziana coppia decise di suicidarsi, nella coscienza di non aver ormai più nulla da dare al movimento dei lavoratori cui avevano dedicato tutta la vita.

 

 

[27] Tugan Baranovski (1865-1919). Economista russo, seguace di Bernstein. Successivamente continuò a ritenersi socialista, ma rinnegò definitivamente il marxismo.

 

[28] Jeane Baptiste Say (1767-1832). Economista francese. Convinto liberista, all’inizio appoggiò la Rivoluzione francese. Salito al potere Napoleone, fu dapprima suo seguace, passò in seguito all’opposizione. Per le sue idee liberali, il suo Traité d’économie politique fu fatto sequestrare. Nel 1814 il governo insediato dalla Restaurazione lo incaricò di studiare l’organizzazione commerciale inglese. Nel 1815 fu nominato professore all’Università di Parigi. Eletto nel 1830 membro del Consiglio Generale della Senna, rinunciò nel 1831 a tale incarico per dedicarsi alla cattedra di Economia Politica, da lui fondata presso il College de France. Say fu uno degli ultimi rappresentanti in Francia della scuola classica.

 

 

[29] Rosa Luxemburg (1871-1919). Comunista polacca di origine ebraica.

 

 

[30] Bucharin Nikolai (1888-1939). Dirigente bolscevico, editore della Pravda e presidente del Komintern (1926-29). Durante la prima guerra mondiale venne in contatto con Trotskij a new York. Membro della frazione dei “comunisti di sinistra”, si oppose alla firma della pace di Brest-Litovsk, battendosi a favore di una continuazione della guerra in senso rivoluzionario. Nel 1923 formò con Zinoviev, Kamenev e Stalin, un “blocco anti trotzkista”. Anche quando Zinoviev, prese ad appoggiare Trotskij entrando far parte dell’Opposizione di “Sinistra”, Bucharin continuò ad appoggiare Stalin. La rottura tra i due avvenne all’epoca della collettivizzazione.

 

 

[31] Il populismo in Russia (la parola deriva da narodnicestvo, da narod, popolo) è stato un movimento politico e culturale nato in Russia attorno alla metà del XIX° secolo e alimentato da una visione sentimentalista e idealizzata delle masse popolari, in particolare quelle contadine. Fenomeno complesso, il populismo rappresentò da un lato la presa di coscienza, da parte di giovani intellettuali, dei gravi problemi economici, sociali, politici e morali che travagliavano la Russia ottocentesca, dall’altro il primo tentativo di fornire una soluzione nuova e adeguata a tali problemi. Due furono le correnti di pensiero che lo contraddistinsero: lo slavofilismo, che sosteneva l’idea che la civiltà occidentale fosse ormai corrotta e decadente e che solo le virtù del popolo russo (la fede ortodossa, l’umiltà, la pazienza di fronte alla sofferenza, la solidarietà avrebbero potuto salvare la Russia da un analogo destino e la corrente occidentalista, che al contrario riteneva l’occidente un modello non solo industriale o tecnologico, ma anche politico. Entrambe le correnti convergevano nell’individuare nell’obscina (termine usato in Russia per indicare le comunità contadine).

 

[32] Sergej N. Bulgakov (1871-1871). Economista e filosofo russo. Nel 1897 pubblica il suo primo libro: Sui mercati nella produzione capitalista e nel 1901 pubblicò Capitalismo e agricoltura sintesi della sua ricerca scientifica. Successivamente si convertì alla religione ortodossa.

 

[33] Struve P.B. (1870-1944). Economista e pubblicista russo, uno dei capi del partito dei Cadetti. Negli anni ’90 del XIX° secolo fu uno dei maggiori esponenti del marxismo legale.

 

[34] Cernysevskij Nikolaj Gavrilevic (1828-1898). Democratico rivoluzionario russo, scienziato e scrittore, autore del romanzo Che fare? da cui Lenin prese spunto per intitolare uno delle sue opere più importanti. Per il suo radicalismo scontò oltre venti anni di carcere, è stato uno dei più alti antesignani della socialdemocrazia russa.

 

[35] Umberto Cerroni (1926-2007). Ha studiato a Roma con Pilo Albertelli e si è laureato nel 1947 in Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza di Roma. Ha ottenuto nel 1964 la libera docenza in Filosofia del diritto e l’incarico di Storia delle dottrine economiche e Storia delle dottrine politiche nella Facoltà di Filosofia di Lecce. Nel 1971 è diventato professore di ruolo di Filosofia della politica e ha insegnato a Salerno e all’Istituto Orientale di Napoli. Dal 1976 insegna Scienza della politica nella Facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza di Roma. E’ stato membro del Comitato Centrale del PCI.

 

[36] Secondo Marx: “…nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forse produttive materiali” (Marx, Per la critica dell’economia politica). I rapporti di produzione comprendono tre elementi: la proprietà dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione, delle forze produttive; i rapporti tra gli uomini nel lavoro (nel processo lavorativo): lavoro manuale e lavoro intellettuale, lavoro esecutivo e lavoro di direzione, città e campagna ecc; la distribuzione del prodotto. I rapporti di produzione sono essenzialmente rapporti sociali, cioè da un lato condizionano tutta la società in cui sono “rapporti dominanti”, e dall’altro sono a loro volta influenzati, in diversa misura, da tutte le altre manifestazioni della vita sociale, ivi comprese quelle che Marx chiama le sovrastrutture giuridiche. Secondo la concezione materialistica della storia le diverse epoche, o fasi dello sviluppo, dell’umanità devono essere analizzate studiando il rapporto che intercorre tra il grado di sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione corrispondenti. Infatti, il solo modo in cui può concretamente realizzarsi il lavoro, e quindi il “ricambio organico tra l’uomo e la natura” consiste nel fatto che il lavoro stesso si attua all’interno di determinati rapporti di produzione e di una divisione sociale (del lavoro). Tuttavia, secondo Marx, in determinate condizioni storiche “questi rapporti, da forme delle forze produttive, si convertono in loro catene: allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale”.

 

[37] Le forze produttive moderne nell’ambito del capitalismo hanno reso i singoli lavoratori e le singole unità costitutive di un unico organismo economico, esse hanno ormai assunto un carattere collettivo. Il contrasto fra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalisti crea una contraddizione che solo lo sbocco rivoluzionario della lotta di classe può risolvere. Il dilemma “socialismo o barbarie” è quanto mai attuale, perché le distruzioni (sociali, ambientali ecc.) che nell’epoca attuale accompagnano lo sviluppo delle forze produttive, sono causate dell’ambito (sempre contradditorio) dei rapporti capitalisti.

 

 

[38] Eugen Varga (1879-1964). Economista ungherese, comunista.

 

[39] Nell’ambito dei rapporti di produzione capitalisti, il lavoro non può perdere il carattere servile e coercitivo di mezzo di valorizzazione del capitale. Infatti, il lavoratore non è in produzione principalmente per produrre dei beni e dei servizi, ma per produrre plusvalore: la legge che regola il suo rapporto col mondo del suo lavoro è la massima estorsione possibile di plusvalore. Il capitale è valore che si valorizza.

 

[40] AA.VV. Capitalismo Monopolistico di Stato. Trattato marxista di Economia Politica, Tomo I.

 

 

[41] Henry Grossman (1881-1950). Economista marxista polacco. Ha insegnato in varie università europee e americane. i suoi lavori più noti sono quelli sui precursori di Marx, del saggio del 1924 su Sismondi (tradotto in italiano con il titolo Sismondi e la critica del capitalismo, Bari 1972) agli articoli su Condorcet, Santi Simon, Steward e Jones, tutti pubblicati tra il 1934 e il 1948, e, dall’altro, le ricerche di approfondimento delle teorie marxiane che si concludono con Das Akkumulations – und Zusammebruchsgesetz des kapitalistichen pubblicata postuma nel 1967 (tradotto in italiano col titolo Il crollo del capitalismo. La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, Jaca Book, Milano 1977).

 

[42] Per accrescere la produttività del lavoro dei suoi operai, la borghesia ha dovuto rendere le forze produttive sempre più collettive, cioè tali che la quantità delle ricchezze prodotte dipendono sempre meno dalle capacità, qualità e caratteristiche del singolo lavoratore e dai suoi sforzi personali (la durata del suo lavoro, la sua intelligenza, la sua forza ecc.). Esse dipendono invece sempre più dall’insieme organizzato dei lavoratori, dal collettivo nell’ambito del quale l’individuo lavora, dalla combinazione dei vari collettivi di lavoratore, dal patrimonio scientifico e tecnico che la società impiega nella produzione. In conseguenza di ciò il lavoratore isolato è ridotto all’impotenza; egli può produrre solo se è inserito on un collettivo di produzione (azienda, unità produttiva) ma nello stesso tempo si sono create le condizioni perché crescano la produttività di lavoro.

 

[43] Dato lo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro, che comporta un aumento del capitale costante rispetto al capitale variabile, il saggio di plusvalore viene espresso da un saggio del profitto che tende a decrescere continuamente.

 

[44] Ensayos sobre la teoria de las crisis. Dialèctica y metodologia en El Capital, Pasado y Presente, México, 1979, pag. 250.

 

[45] D’altronde sin dall’inizio il colonialismo è stato per il capitalismo uno dei fattori dell’accumulazione primaria di capitale: “La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria” (Marx, Il Capitale, Capitolo 24°).

 

 

 

[46] Bisogna precisare che il marxismo non ha niente in comune con la caricature secondo cui Marx ridusse tutto all’economia. A questa palese assurdità hanno risposto molte volte gli stessi Marx e Engels, come seguente brano tratto dalla lettera di Engels a Bloch: “Secondo la concezione marxista della storia, la produzione e riproduzione della vita sociale è nella storia il momento in ultima istanza decisivo; di più nei io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta, insignificante, astratta e assurda” (La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, pag. 63).

 

[47] Come è altrettanto inefficace è la soluzione proposta (e attuata) dai reazionari: la riduzione della produzione con meno orario, meno salario e altre misure simili.

 

[48] Negli Stati Uniti tra il 1936 e il 1937 ci furono oltre mille occupazioni di fabbrica con la partecipazione di mezzo milione di lavoratori e 6912 scioperi che coinvolsero 1.861.000 lavoratori.

 

[49] Bisogna sottolineare che le differenti soluzioni politiche che il capitalismo assunse di fronte alla crisi degli anni ’30 (New Deal negli U.S.A., nazionalsocialismo in Germania) erano, caratterizzate dall’elemento comune dell’intervento dello Stato nell’economia.

 

[50] Tutte le maggiori aziende tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale Imperialista approfittarono della manodopera dei campi di concentramento per ridurre i costi di produzione. Ad esempio la I.G. Farben impiantò ad Auschwitz una fabbrica di gomma sintetica. Secondo la storica Anni Lacroix dai 12 ai 14 milioni di lavoratori stranieri in gran parte ebrei e prigionieri sono stati utilizzati dalle aziende tedesche.

 

[51] Il Capitalismo monopolista di Stato è un modello di capitalismo, dove il capitale investe nei rami della produzione dei grandi mezzi di produzione, di energia, e dei trasporti strategici è per lo più e a seconda delle circostanze, di proprietà o sotto il controllo dello Stato, che lo gestisce (in modo monopolistico) per conto della propria borghesia. E’ un sistema economico che permette di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Quando prevale il primo aspetto, si parla e si attuano nazionalizzazioni di un intero ramo (come ferrovie, elettricità) o l’intervento pubblico nelle aziende (come faceva tempo fa l’I.R.I.); quando prevale il secondo, si attuano dismissioni e privatizzazioni.

 

[52] Un conto è dire che sotto il capitalismo si creano le basi materiali, altro discorso sarebbe che il continuo sviluppo delle forze produttive avrebbe portato al socialismo senza traumi, o della concezione che prevalse in URSS prima e successivamente in Cina, dove l’avanzata del socialismo era fatta coincidere con l’aumento del P.I.L. e del capitale costante (più macchinari) in generale, e non con l’estinzione del lavoro salariato, della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, della divisione tra campagna e città, della natura di merce del prodotto del lavoro e dei lavoratori (che possono essere assunti e licenziati a discrezione delle esigenze aziendali, che sono costretti a vendere la loro forza lavoro ecc.). ora, in merito a quest’argomento, noi comunisti non abbiamo nulla a che fare col produttivismo demente, ma neanche con le nostalgie della “trazione animale” e della piccola produzione. Per noi ogni aumento della produttività va connesso, non con l’aumento della produzione, ma con la riduzione dell’orario di lavoro.

 

 

 

 

 

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~ di marcos61 su maggio 16, 2018.

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