CRISI E ARMAMENTI

 

 

Dopo il crack della Borsa del 1929, si potenziò l’intervento dello Stato nell’economia sia negli U.S.A. che in Europa.

 

Questa tendenza dell’intervento statale nella direzione dell’economia diventa permanente e sempre più massiccio; si afferma così in tutti i paesi la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale.

 

Questa tendenza al capitalismo di stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta una novità rispetto al capitalismo classico, anzi né è l’estrema conseguenza. E’ un chiaro esempio della decadenza del capitalismo. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali ecc. non sorgono, come conseguenze della prosperità economica, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo d’industria, il controllo dello Stato nell’economia nazionale serve a impedire, attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni. E il primo grande impulso all’estensione dell’intervento statale è stato dato dall’economia di guerra durante la prima guerra mondiale imperialista.

 

Ci sono, però, motivi più profondi che hanno fatto sorgere queste forme di gestione collettiva dell’economia, esse nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto dal carattere collettivo delle forze produttive con i rapporti di produzione. Per far fronte a questo contrasto, la borghesia crea istituzioni e procedure, che sono delle mediazioni di esso. Esempio di queste istituzioni e procedure sono le banche centrali, il denaro fiduciario, la contrattazione collettiva del lavoro salariato, la politica economica dello Stato.

 

E’ nel periodo successivo alla crisi del ’29, che nei circoli accademici anglo-americani, con testa Keynes, si affermò l’idea di dare un governo all’economia capitalista. Idea non nuova, giacché si riprendevano le tesi del “capitalismo organizzato” di ideologi borghesi quali Sombart, Liefaman, Schulze-Gaevenitz e riprese poi dai teorici della Seconda Internazionale quale Kautsky e Hilferding. Queste posizioni erano state favorite dal fatto che nel periodo 1870/1914 ci fu un lungo periodo di assenza di guerra fra i paesi imperialisti. I teorici del “capitalismo organizzato” sostenevano che nella società borghese “moderna” si riduceva progressivamente il campo delle leggi economiche operanti e si ampliava in modo straordinario quello della regolamentazione cosciente dell’attività economica per opera delle banche. Queste teorie del “capitalismo organizzato” naufragarono nelle trincee della prima guerra mondiale imperialista, ma, come si diceva prima, furono riprese nel periodo della grande depressione dell’inizio degli anni ‘30.

 

Keynes sosteneva che la stagnazione era dovuta alla mancanza d’investimenti produttivi da parte degli industriali; per questo, come via di uscita dalla crisi, propugnava l’aumento della spesa pubblica, anche in condizioni di deficit statale, al fine di sostenere la domanda totale per i beni d’investimento e consumo: manovrando questa domanda e mettendo degli “incentivi a spendere” si poteva mantenere un livello di produzione che limitasse la disoccupazione.

 

Il presidente degli Stati Uniti, F.D. Roosevelt, grazie anche alla spinta delle lotte prodotte dalla crisi di enormi masse di lavoratori e di disoccupati, varò un grande piano d’investimenti per l’espansione e l’ammodernamento delle infrastrutture, nell’intento di sostenere la domanda globale e riavviare il ciclo espansivo dell’economia. Queste misure si rilevarono, di fatti insufficienti a sconfiggere la crisi. Gli U.S.A. e tutto il mondo capitalistico uscirono dalla crisi solo in seguito alle immani distruzioni operate dalla seconda guerra mondiale imperialista.

 

Se si esamina la dinamica degli avvenimenti politici che si sono succeduti dalla crisi del ‘29, si nota che il mondo è stato scosso da eventi di grande e significativa portata. Si inizia con la caduta della monarchia spagnola (aprile 1931) all’avvento di Hitler in Germania (gennaio 1933) all’apertura delle campagne militari dell’imperialismo giapponese in Cina fino alla guerra di Etiopia (1935) e alla guerra civile spagnola (1936-1939).

 

La borghesia come risposta alla crisi e per salvare l’ordinamento capitalista, attraverso lo Stato (che è il comitato di affari della borghesia), ha sviluppato l’industria delle armi, mettendo in crisi la pace mondiale e favorendo l’ascesa del fascismo.

 

Un’acuta analisi di M. Kalecki, contenuta in un articolo presentato alla Marshall Society di Cambridge nel 1942, egli diceva: “Durante la grande depressione degli anni ’30, in tutti i Paesi tranne che nella Germania nazista, si è registrata la netta opposizione nel mondo degli affari contro ogni esperimento tendente ad utilizzare la spesa pubblica per espandere l’occupazione (…) ma se durante le fasi recessive, il massimo desiderio degli imprenditori è quello di subentrare presto una fase di veloce espansione: perché dunque non accettano di buon grado il boom “artificiale” che il Governo è in grado di offrire?

   Le ragioni possono venire distinte in tre categorie: (1) l’avversione per l’interferenza statale, in quanto, tale nel campo dell’occupazione, (2) l’avversione per il tipo di orientamenti impressi alla spesa pubblica (investimenti pubblici, sostegno ai consumi, (3) l’avversione per i mutamenti sociali derivanti dal perdurare della piena occupazione (…) in un regime di piena occupazione permanente, la minaccia del licenziamento perderebbe tutta la sua efficacia di misura disciplinare. La posizione sociale del padrone non avrebbe più dei contorni netti, mentre i lavoratori acquisterebbero una maggiore coscienza di classe (…). Una delle più importanti funzioni del fascismo, nella forma che attualmente riveste nel sistema nazista, consiste nel rimuovere le obiezioni dei capitalisti contro il pieno impiego. L’avversione per la spesa pubblica, sia sotto dorma di investimenti pubblici che di sussidi al consumo, viene superata concentrando la spesa negli armamenti.

 

   Il fatto che gli armamenti costituiscono la spina dorsale della politica fascista per la piena occupazione, viene ad esercitare una profonda influenza sul piano economico. Un riarmo su larga scala non può prescindere dall’espansione delle forze armate e dalla predisposizione di piani per una guerra di conquista, ciò che, per competizione, induce al riarmo anche gli altri paesi. Questo fa sì che l’obiettivo principale della spesa cessi gradualmente di essere il pieno impiego per identificarsi con la garanzia di massimi risultati nel campo degli armamenti.

 

Un” economia degli armamenti” implica, in particolare dei consumatori assai più limitati di quanto dovrebbero essere in una situazione di pieno impiego.

 

Il sistema fascista esordisce sopprimendo la disoccupazione, si sviluppa determinando una “economia degli armamenti” dominata dalla penuria, e sfocia inevitabilmente nella guerra”.[1]

 

L’ordine hitleriano era riuscito ad aprire ai capitalisti tedeschi colpiti dalla grande recessione vaste prospettive di profitti. Un mese dopo l’ascesa al potere, Hitler rivolgeva una nota di politica industriale alla Federazione Tedesca dell’industria Automobilistica presieduta da F. Porsche. I provvedimenti contenuti in questa nota prevedevano la costruzione di infrastrutture, agevolazioni fiscali e sovvenzioni all’esportazione, la messa a disposizione di manodopera e di materie prime a basso costo, oltre che di crediti rilevanti.

 

Decine di migliaia di imprese approfittarono del grande sviluppo dell’industria degli armamenti, dell’esproprio della borghesia ebraica e dai saccheggi della Wermacht. Parallelamente la nuova legislazione del lavoro significò la distruzione delle istituzioni della classe operaia edificate in oltre un secolo di lotte.

 

IL SECONDO DOPOGUERRA

 

Nell’immediato dopoguerra, anche grazie al Piano Marshall che permise di investire i capitali eccedenti americani nella ricostruzione delle industrie europee dalla guerra, l’economia americana era una macchina che filava a tutto vapore: “Con la fine del conflitto, l’economia americana si venne a trovare nella spiacevole situazione del tuffatore che spiccata, la corsa sul trampolino, si accorge che non c’è più acqua nella piscina. Era necessario riconvertire, cioè passare alla produzione di pace; era soprattutto necessario che la spesa privata, compressa durante tutto il conflitto, aumentasse in breve tempo in misura sufficiente per permetter alle industrie belliche di non ridurre il ritmo produttivo e con esso l’occupazione; tutto ciò mentre il ritorno dei giovani alla vita civile poneva il problema di trovare loro un lavoro.

 

Negli anni dell’immediato dopoguerra, 1945-48, l’economia americana fu convertita alla produzione civile senza problemi. Non avendo subito danni fisici durante la guerra, gli Stati Uniti raggiunsero un livello di prosperità molto elevato. La domanda dei consumatori, spinta anche dall’aumento del numero delle famiglie, dovuto al ritorno dei soldati, era molto forte, particolarmente per i beni che non erano di denaro liquido. La domanda delle imprese per investimenti era stata molto scarsa durante la guerra, in modo che anche nel settore industriale vi era una forte domanda arretrata”.[2]

 

La guerra di Corea (1950-1953), nell’immediato dopoguerra portò a una “forbice” nell’apparato industriale USA tra l’industria bellica completamente dipendente dalla spesa statale e le industrie escluse dai contratti per le spese militari. Durante la presidenza Eisenhower lo stanziamento per le spese militari era di 40 miliardi di dollari; alla fine del suo mandato Eisenhower denunciò: “…nei Consigli dello Stato, occorre guardarsi dall’acquisizione di autorità non delegata, ricercata con malizia, da parte del complesso militare – industriale. Le possibilità di un tragico spostamento di potere esistono e sono destinate a perdurare”. Fu Eisenhower a coniare il termine “complesso militare – industriale”. È stato stimato che negli Stati Uniti nel 1958 le spese destinate a ciò che eufemisticamente è chiamata “difesa” ammontavano a più dell’11% del prodotto nazionale loro, e che nel Regno Unito essi si avvicinavano all.8%, cifre che, in ciascuno dei due paesi, sono pressappoco uguali al volume degli investimenti industriali produttivi. Ciò significa che arrestando questa corsa al riarmo si potrebbe grosso modo raddoppiare la capacità produttiva del sistema industriale, senza per questo imporre alcun sacrifico straordinario né creare delle pressioni inflazionistiche maggiori di quelle sperimentate in passato. E anche se una simile politica viene ufficialmente ripudiata, appare assai evidente che l’amministrazione degli Stati Uniti fa affidamento sull’intensificazione delle spese militari come correttivo contro ogni minaccia di recessione”.

In sostanza lo Stato della borghesia imperialista americana – reduce dalla crisi del ‘29 e da una guerra mondiale – capì abbastanza rapidamente la funzione anticiclica della produzione bellica, in altre parole la possibilità di contrastare i rallentamenti ciclici usando gli investimenti militari come volano per l’intera economica.

 

 

LE CRISI AMERICANE DEGLI ANNI ’60 E ’70

 

 

Gli Stati Uniti si trovano in crisi da molto tempo prima che gli europei se ne rendessero conto. Kennedy fu eletto presidente sulla base di una piattaforma bellicista. Appena eletto denunciò la crisi nel suo messaggio inaugurale del 1961: “L’attuale stato delle nostra economia è preoccupante. Assumo l’ufficio sulla scia di recessione, tre anni e mezzo di economia fiacca, di sette anni di sviluppo ridotto, e di nove anni di caduta del reddito agricolo…A parte un breve periodo nel 1958, la disoccupazione registrata è la più alta della nostra storia. Dei cinque milioni e mezzo di americani che sono senza lavoro, più di un milione sono in cerca di un posto da più di quattro mesi… In breve l’economia americana è nei guai. Il più ricco paese industrializzato del mondo è quello che ha il minor tasso di sviluppo economico”.

 

Negli anni ‘60 vi fu un grande aumento della produzione negli USA. La politica adottata fu quella del “burro e cannoni” cioè iniziare la guerra del Vietnam, finanziare la corsa per la conquista dello spazio e nello stesso tempo finanziare alcune spese sociali. Tutto questo portò a un aumento vertiginoso della spesa pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Principali dati dell’economia americana dal 1960 al 1971 – Medie annue dei trienni, in miliardi di dollari

 

 

Spesa pubblica Investimenti privati
Trienni Totale Militare Non Militare Diretti Di portafoglio  
1960-62 108,1 48,1 60,0 0,15 0,8  
1963-65 129,4 50,3 79,1 2,6 0,8  
1966-69 178,8 70,5 108,3 3,3 1,0  
1969-71 221,3 74,9 146,4 4,2 1,2  

 

 

 

L’incremento della spesa statale degli anni ‘60 sfociò negli anni ‘70 nel deficit pubblico. Così testimoniava davanti al Sottocomitato sulla Finanza Internazionale e sulle Risorse della Commissione Finanze del Senato Americano, membro del Consiglio Dewen Danne, membro del Consiglio dei Governatori del Federal Reserve System il 30 maggio 1973: “L’anno scorso (il 1972) come sapete abbiamo avuto un deficit commerciale di 7 miliardi di dollari e un deficit delle partite correnti e dei movimenti di capitale di lungo termine di più di 9 miliardi di dollari”.

 

Inoltre, la maggior produttività dell’Europa e del Giappone[3] rispetto agli USA negli anni ‘50 e ‘60 modificò profondamente i rapporti di forza fra i paesi capitalisti e portò alla disgregazione del sistema monetario stabilito nel 1944 a Bretton Wood. Nel 1971, gli USA gravati da un enorme deficit della bilancia dei pagamenti[4] decretarono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro (di fatto sospesa da tempo), allo scopo di promuovere la svalutazione del dollaro e, di conseguenza, un alleggerimento automatico del deficit della bilancia dei pagamenti per far riacquistare competitività alle merci americane, facendo gravare l’inflazione sugli altri paesi capitalisti, indurre una parziale valorizzazione delle riserve in dollari dei paesi concorrenti e degli eurodollari.[5]

 

 

LA CORSA AL RIARMO NEGLI ANNI ’80’

 

 

Il manifestarsi della crisi capitalistica dalla metà degli anni ’70 comportò un aumento dell’aggressività dell’imperialismo americano, in particolare, nei confronti del cosiddetto “campo socialista” e dei paesi che tentavano di liberarsi dal gioco imperialista (Angola, Nicaragua ecc.).

 

Gli anni ’80 furono caratterizzati da un enorme spesa militare da parte degli USA. L’amministrazione Reagan spese per un totale di 2.200 miliardi di dollari per il settore militare, e nel 1984 superò il bilancio militare del 1969, l’anno di massima spesa per la Guerra del Vietnam. Mai sino allora il bilancio militare statunitense aveva registrato un aumento del 50% in periodo di pace.

 

Circa il 50% dei fondi destinati dal Pentagono all’acquisto di armamenti, erano andati ai 20 maggiori contrattisti, che avevano monopolizzato la produzione dei più dei più importanti sistemi. Si era così consolidato ulteriormente il monopolio che i colossi dell’industria avevano costruito negli ultimi decenni.

 

Alcuni esempi: la General Dynamics aveva ricevuto il contratto per la produzione dei cacciabombardieri F-111 nel 1962, quando era stata cancellata la produzione dei B.58 e, una volta terminata la produzione dei F-111, aveva ricevuto nel 1974 il contratto per la costruzione dei cacciabombardieri F.14.

 

Alla McDonnel Douglas, una volta cessata la produzione dei F-14, era andata nella 1970 il contratto per la produzione dei F-15. Alla Lockheed il contratto per gli aerei di trasporto C.54, una volta cessata la produzione dei C.141. Inoltre, la Lockheed per trent’anni aveva fornito alla Marina tutti i missili balistici dei sottomarini dai Polaris ai Poseidon, dai Trident I ai Trident II.

 

I costi principali sistemi d’arma avevano continuato a crescere, superando le previsioni di bilancio. Il bombardiere Stealth B-2, prodotto dalla Northorop, aveva raggiunto il costo di circa 600 miliardi di dollari (all. incirca 700 miliardi di lire dell’epoca) e l’Aeronautica ne chiedeva 172 per un costo, complessivo di 75 miliardi di dollari. Rilevava la rivista Time del 27/02/88 in un servizio intitolato Il pentagono in vendita: “Spendendo 160 miliardi di dollari l’anno in colossali forniture il Dipartimento della Difesa statunitense è divenuto la più grande e importante impresa d’affari del mondo”.

 

Nel 1983 fu varato il programma denominato Iniziativa di Difesa Strategica (S.D.I.). Originalmente tale progetto prevedeva la realizzazione di un complesso sistema a tre stadi, noto come “scudo spaziale” capace di intercettare i missili balistici intercontinentali (I.C.B.M. = Intercontinental Ballistic Missile) con base di lancio a terra con base di lancio a terra e i missili balistici con base di lancio sottomarina (S.L.B.M. = Submarine Launche Missile) e le loro testate nucleari, durante tutte le fasi della loro traiettoria.

 

L’architettura della SDI prevedeva una serie di piattaforme, dotate di vari tipi di sensori e armi, e sistemi d’intercettazione con base a terra: alcune piattaforme avrebbero avuto la funzione di identificare e tracciare i missili in fase di lancio, elaborare con i computer di bordo i dati per la loro intercettazione; altre, la funzione di distruggere i missili, nella prima e seconda fase, con armi a energia diretta (raggi X, fasci di particelle neutre); altre, la funzione di distruggere i veicoli di rientro, nella terza e quarta fase, con armi a energia cinetica (missili intercettori con guida terminale, lanciati da piattaforme orbitanti o da rampe a terra).

 

Da parte di molti scienziati e esperti di questioni strategiche, si metteva in evidenza che uno stato in possesso di uno “scudo spaziale”, anche se imperfetto, avrebbe potuto lanciare un attacco nucleare di sorpresa, sapendo che lo “scudo” sarebbe stato in grado di neutralizzare uno scoordinato colpo di rappresaglia. Inoltre, le armi ad energia cinetica, che apparivano le più fattibili per uno spiegamento a breve termine rispetto a quelle a energia diretta, avrebbero potuto essere usate per distruggere i satelliti militari dell’avversario che, “accecato”, sarebbe stato più vulnerabile in un attacco nucleare.

 

I circa 300 satelliti attivi, dei 170 sono militari[6] svolgono importantissime funzioni militari e civili: tra quelle militari vi sono la raccolta di informazioni, le comunicazioni, l’allarme precoce contro un attacco ecc.

 

Costituiscono quindi un sistema nevralgico di primaria importanza. Le prime armi anti-satellite (ASAT = Anti-Satellite) sono state costruite e sperimentate negli Stati Uniti nel 1959, quelle sovietiche nel 1969; da allora i programmi ASAT sono proseguiti.

 

 

 

 

 

LE CONSEGUENZE ECONOMICHE E SOCIALI DELLA POLITICA DI RIARMO NEGLI ANNI ’80

 

 

Uno degli effetti della spesa militare sull’economia statunitense negli anni ‘80 è stato il fenomeno del rigonfiamento artificiale dei costi: essendo divenuto il Dipartimento della Difesa uno dei principali acquirenti di macchine utensili e uno dei maggiori promotori di ricerca e sviluppo, la sua disponibilità di mezzi di pagamento aveva contagiato l’intera industria delle macchine utensili, inducendo una lievitazione dei prezzi del settore, con la conseguenza di una perdita di competitività, una minore propensione agli investimenti e la perdita di posti di lavoro nell’industria.[7]

 

Con un deficit del bilancio federale che alla metà degli anni ’80 superava già i 100 miliardi di dollari annui, l’amministrazione Reagan ricorse ai mercati finanziari internazionali e, per attirare negli USA capitali stranieri, operò un elevamento dei tassi di interesse: questo richiamò negli USA capitali crescenti, soprattutto europei e giapponesi, ma la maggiore domanda di dollari sui mercati valutari faceva salire la quotazione della moneta statunitense, con la conseguenza che molti prodotti statunitensi, come le macchine utensili, tessili e agricole divenivano meno competitivi. Dato che per le stesse aziende statunitensi diveniva più conveniente importare tali prodotti, il deficit della bilancia commerciale degli Stati Uniti cresceva fino a superare i 150 miliardi di dollari annui poco dopo la metà degli anni ‘80. Il peso della crisi ricadeva su ampi settori dell’economia interna. L’industria manifatturiera perdeva nel periodo 1980-85 2.300.000 posti di lavoro (International Herald Tribune 10.06.85), 93.000 aziende agricole – informava il Dipartimento dell’Agricoltura (The Associated Press dell’11/03/85) erano insolventi o sull’orlo del fallimento e ciò provocava il fallimento di centinaia di banche agricole. Ampi strati della popolazione, colpiti dalla crisi economica e dal taglio della spesa pubblica, vedevano peggiorare la loro situazione, mentre aumentava il numero dei disoccupati, dei senzatetto, degli emarginati.

 

Documentava la rivista Time del 10.10.88: “Dal 1977 al 1988 il reddito delle famiglie che costituivano il 20 per cento più povero della popolazione, calcolata al netto dell’inflazione, è calato di oltre il 10 per cento. Il numero di persone che vivono sotto la linea di povertà. Sceso dai 40 milioni del 1960 ai 23 milioni scarsi nel 1973, è risalito a 35 milioni nel 1983, restando da allora tale livello. Nel frattempo, per l.1 per cento più ricco di tutte le famiglie, il reddito è salito vertiginosamente dal ‘74, da 174.000 dollari a 304.000 dollari l’anno”. Dice il democratico californiano George Miller, membro del Congresso e Presidente del comitato che si occupa dei problemi delle famiglie: “Stiamo creando qualcosa che somiglia a un manubrio per il sollevamento dei pesi: i poveri sono più poveri e c’è né sempre di più. I ricchi sono più ricchi e c’è né sempre di più. E la classe media? Dato che una parte cade in povertà un’altra si arricchisce, essa si sta restringendo

 

Il deficit di bilancio da 150 a oltre 150 miliardi di dollari annui (Neesweek, 15/10/90), il debito federale è arrivato nel 1990 a 12.409 dollari per abitante rispetto ai 3.889 dollari di dieci anni prima (Time del 15/10/90), un indebitamento pubblico e privato complessivo tale da rendere il debito pro-capite statunitense 70 volte maggiore di quello del Terzo Mondo. Scriveva W. Pfaff sul Los Angeles Times del 30/11/91: “L’indebitamento e il relativo declino della competitività degli Stati Uniti diminuiscono la capacità di leadership. La leadership globale degli Stati Uniti oggi si basa fondamentalmente sulla loro potenza militare”.

 

 

IL COMMERCIO MONDIALE DELLE ARMI

 

 

Verso la fine degli anni ‘60, la Guerra del Vietnam e l’insieme degli impegni mondiali presero a gravare in maniera sempre più pesante sulle risorse degli Stati Uniti, dando il loro contributo all’inflazione e al disavanzo della bilancia dei pagamenti. In questo contesto vendere armi all’estero e venderne il più possibile, si configurò come il tentativo di “scaricare” all’estero una parte delle difficoltà interne dell’economia americana, tentativo che non poteva non essere favorito dal consolidamento delle economie dell’Europa e del Giappone e dal rapido arricchimento, dopo il 1973, dei paesi produttori di petrolio del Medio Oriente. Così alla fine degli anni ‘60 il Pentagono prese a impegnarsi in un’aggressiva politica di vendite militari all’estero.

 

A metà degli anni ‘60 il ricavato delle vendite di armi era sul miliardo di dollari annui, a metà degli anni ‘70 era salito sui 10 miliardi di dollari annui, nel 1980 aveva raggiunto i 15 miliardi di dollari annui. Se il contributo alla riduzione del disavanzo della bilancia dei pagamenti fu uno dei motivi che indussero gli USA a prendere l’iniziativa della vendita di armi, esistevano agli inizi degli anni ‘70 altri motivi. Le imprese produttrici si trovavano in quel periodo con una notevole capacità in eccesso per effetto dell’imponente domanda di armi verificatosi durante la Guerra del Vietnam; grazie ad essa, infatti, sia l’occupazione sia la capacità produttiva militare si erano espanse rapidamente. Ma quando, verso la fine della guerra, quella domanda diminuì rapidamente, le imprese impegnate nella produzione militare riuscirono a ridurre l’occupazione, ma non ridussero la capacità produttiva.

 

Nell’ambito della crescente instabilità internazionale, tutti i principali paesi del Medio Oriente utilizzarono i maggiori introiti per acquistare armi nell’intento di costituirsi come potenza militare regionale. I dati parlano chiaro: nel 1991 l’Arabia Saudita ha chiesto di poter acquistare armamenti dagli Stati Uniti per 20 miliardi di dollari. Contemporaneamente Israele ha rivendicato una maggiore assistenza militare da parte statunitense. L’Egitto, dal canto suo ha subordinato il suo appoggio militare all’operazione “Tempesta del Deserto” a una fornitura statunitense per un valore di 6 miliardi di dollari. Tutto questo ha reso effervescente il mercato clandestino delle armi e alimentato gli scambi petrolio-armi realizzati a livello internazionale sfruttando le triangolazioni finanziarie e commerciali.

 

Di fatto, il meccanismo petrolio-armi si era già attivato da molto tempo. Del resto, molte importanti banche probabilmente evitano il tracollo anche grazie a questi meccanismi; infatti, la “stabilità istituzionale” di molte banche sembra discutibile, quando esaminando i crediti concessi a paesi del Terzo Mondo. Se si confrontano i loro prestiti con il loro capitale, si vede che nel 1984 tutte le nove maggiori banche statunitensi avevano collocato prestiti a paesi quali il Messico, il Brasile, l’Argentina e il Venezuela per un ammontare superiore al loro capitale netto.

 

Solamente una di esse le supera, la britannica Lyods, che nel 1984 aveva impegnato in prestiti a questi quattro debitori il 165% del suo capitale, mentre la Midland le batteva tutte con un vertiginoso 205%.

 

Viceversa, la banca americana con il maggiore scoperto, la Manufactures Hannover, nel 1984 doveva farsi rimborsare dai maggiori debitori “solamente” il 173% del suo capitale.

 

Nel periodo compreso tra il 1980 e il 1989, i paesi arabi dell’OPEC hanno investito il 38% delle loro rendite di petroldollari nell’acquisto di armamenti per un totale di 426 miliardi di dollari. Il solo Iraq, nel decennio considerato, ha acquistato grandi sistemi d’arma per un ammontare di 25 miliardi di dollari, cifra che non computa gli acquisti iracheni di attrezzature militari di supporto, delle munizioni e delle piccole armi. Nel periodo 1971-1985 Iraq, Iran, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain hanno assorbito il 23,2% delle esportazioni totali dei maggiori sistemi d’arma verso i paesi del Terzo Mondo.

 

 

LA PRIMA GUERRA DEL GOLFO (1991)

 

 

Sono state diverse le cause che hanno scatenato la Guerra del Golfo del 1991. Una di queste è stata l’esigenza dell’imperialismo USA di riprendere sotto controllo l’Iraq, che cercava di diventare uno dei più grandi produttori mondiali di petrolio conquistando militarmente i pozzi di del Kuwait (cosa che gli avrebbe permesso di influire sul prezzo del mercato mondiale del petrolio).

 

Il prezzo del petrolio ha avuto una storia relativamente tranquilla dalla seconda metà dell’ottocento fino ai primi anni ‘70 del XX° secolo quando, i 6 paesi del Golfo membri del Golfo fecero raddoppiare il prezzo medio del greggio, portandolo a superare per la prima volta i 10 dollari a barile.

 

L’aumento del costo del barile significava da un lato, una fetta più grossa per gli “sceicchi” (ovvero la casta semifeudale dominante nei paesi arabi, per lo più legata all’imperialismo americano) e dall’altro, costi di produzione maggiore per gli europei e i giapponesi, più dipendenti dalle importazioni petrolifere che non gli U.S.A. (le cui merci guadagnarono, di fatto, in competitività nella concorrenza sul mercato mondiale). Intanto la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere attuata in alcuni paesi arabi (quali l’Algeria e la Libia) e l’embargo selettivo sull’export di petrolio attuato verso gli U.S.A. e i paesi europei sostenitori di Israele, le borghesie arabe iniziavano a scrollarsi di dosso, il sistema di saccheggio impostogli dall’imperialismo. Si manifestava così pure a questo livello la forza raggiunta dal moto nazionalrivoluzionario d’Asia e d’Africa che l’insurrezione iraniana del 1979 ravvivò.[8]

 

L’aumento del prezzo del petrolio (quintuplicato in due anni e poi raddoppiato nei successivi 8 – 9 anni) concorse con il ciclo mondiale delle lotte operaie del 1969-1972 ad accrescere i costi di produzione dei capitalisti europei e giapponesi nel momento in cui finiva un trentennio di sviluppo e più acuto diventava il bisogno del capitale ad abbassare i costi di produzione.

 

Nei 25 anni successivi al 1973, prese corpo la controffensiva dei paesi imperialisti tesa a ridurre la rendita petrolifera e il potere politico-economico dell’OPEC. Le conseguenze si sono viste: l’OPEC è stata in sostanza ridimensionata. L’Iraq è stato scagliato contro l’Iran. La Libia, il Sudan e la Siria sono stati continuamente sotto tiro. E infine nel 1991 arrivò la micidiale operazione contro l’Iraq.

 

La prima guerra del Golfo servì all’imperialismo U.S.A. a riprendere sotto controllo il costo del petrolio. Ed è esattamente quel che è successo dopo la distruzione dell’Iraq se è vero che in “termini reali in dollari del 1973, il prezzo medio del greggio OPEC è risultato, nei primi mesi del 1998 a 3,81 dollari a barile, è cioè circa un terzo soltanto di quello che era il suo prezzo storico del 1982 (9,87 dollari a barile). “Arabians Trends” dicembre 1998.) Se si considera che un barile e poco meno di 160 litri, questo vuol dire che il greggio, il primo motore dell’industria, dei trasporti e della vita urbana del mondo intero, viene attualmente a costare ai paesi imperialisti non più di 40/100 lire a litro.

 

Questa rapina è vitale per gli imperialisti americani (che sono i massimi consumatori mondiali di energia per usi industriali e domestici) perché consente loro, di conservare un livello di consumi interni altrimenti impossibile data la contrazione del potere d’acquisto dei salari. E. anche attraverso i proventi di questa rapina che i paesi imperialisti cercano di evitare la recessione, preservare la pace sociale[9] e finanziare gli eserciti che devono terrorizzare le masse sfruttate delle “periferie” mondiali.

 

Un’altra causa della Guerra del Golfo è stata rappresentata dalla necessità dell’imperialismo U.S.A. di controllare manu-militare il Golfo per indirizzare il flusso dei petroldollari verso il mercato finanziario americano. Gli U.S.A. possono così sottrarre ai paesi europei e ai giapponesi una notevole quantità di capitali finanziari, riequilibrando temporaneamente la loro disastrosa situazione debitoria dei partner europei e giapponesi.

 

La Guerra del Golfo stata la prima applicazione della teoria denominata M.I.C. (Mid Intensity Conflict). Questa teoria è nata con la fine della “Guerra Fredda” dalla necessità di mutare la dottrina strategica – tattica in conseguenza del crollo dell’U.R.S.S.

 

Il New York Times del 07/02/.90 riportava la notizia che il Sottosegretario alla Difesa Dick Cheney aveva predisposto un documento programmatico che stabiliva le regole dell’impiego del potenziale militare U.S.A. nel periodo 1992-1997: in tale documento si raccomandava di porre l’accento sull’eventualità di conflitti armati con potenze regionali quali Siria e l’Iraq. La dottrina del M.I.C. presuppone a livello militare l’impiego di forze di rapido intervento, armate dei nuovi mezzi, potenti e flessibili, risultato dell’applicazione della tecnologia avanzata ai mezzi di distruzione.

 

Questa dottrina ha imposto alle forze armate degli Stati Uniti una revisione della loro strategia, poiché esse erano preparate principalmente ad affrontare un conflitto ad Alta Intensità, ossia una guerra fra NATO e Patto di Varsavia, e secondariamente un conflitto a Bassa Intensità contro i movimenti di liberazione del Terzo Mondo (la strategia del conflitto a Bassa Intensità fu applicata nell’America Centrale degli anni ‘80 in Nicaragua, in Salvador e nel Guatemala).

 

E’ in questo periodo che assume crescente importanza, per la “presenza avanzata” statunitense, il fianco sud della NATO, in particolare la rete di basi nel meridione d’Italia, da Gioia del Colle a Taranto, da La Maddalena a Sigonella. Tale presenza, costituita da forze sia convenzionali che nucleari, sarebbe stata ulteriormente potenziata, come confermavano i Ministri della Difesa della Nato il 12 dicembre 1991. Venuta meno la “minaccia dell’Est” s’individuava ora la “minaccia dal Sud” per giustificare soprattutto il potenziamento del ruolo strategico del meridione d’Italia, naturale base di lancio e supporto degli interventi militari in Medio Oriente, Nord Africa e nei Balcani.

 

E in questo quadro che si inserisce il nuovo modello di difesa italiano, presentato nel novembre 1991. Tenendo conto della vulnerabilità dell’economia italiana, dipendente dall’importazione di materie prime e dall’approvvigionamento petrolifero, il nuovo modello di difesa passa dalla “Difesa avanzata” alla “Presenza avanzata con il compito aggiuntivo di “difendere gli interessi esterni e contribuire alla sicurezza internazionale” nelle aree di crisi.

 

Il nuovo modello di difesa richiede un esercito più professionale, con conseguente riduzione della leva, e nuovi armamenti: dai Tornado, dotati di nuove capacità d’interdizione dei sistemi di comunicazione e delle difese aeree nemiche, a una seconda miniportaerei con aerei a decollo verticale, idonea a operare in aree lontane.

 

Inoltre la guerra del Golfo è stata un banco di prova delle tecnologie della ricerca militare degli anni ‘80, pensiamo alle cosiddette “bombe intelligenti” o agli Scud e ai Patriot; infatti, essa ha contribuito a rilanciare l’iniziativa della Difesa Strategica S.D.I. (le cosiddette “Guerre Stellari”) dando nuovo impulso alla ricerca nel settore militare. La Guerra del Golfo, accrescendo la già enorme spesa militare di 300 miliardi di dollari annui e vanificando con il rilancio della produzione bellica i tagli previsti al bilancio della difesa, aggravò il deficit federale, a ulteriore scapito della spesa sociale e delle condizioni economiche delle fasce più povere della popolazione.

 

Riferiva il corrispondente del Corriere della Sera in un articolo del 02/11/91 che titolava “Una situazione così pesante non si ripeteva dai tempi della Guerra del golfo”: “La settimana di lavoro è stata più corta perché la produzione ristagna, le richieste di sussidi di disoccupazione sono aumentate. La situazione è nera”.

 

In Francia i costi della guerra del Golfo erano calcolati dal giornale l’Expansion (Medicine et Guerre Nuclèare n. 2 1991) in: 3 – 6 miliardi di franchi quale costo dell’operazione Daguet ossia la partecipazione delle forze armate francesi all’Operazione Tempesta del Deserto, 5,5 miliardi quale perdita delle esportazioni verso il Kuwait e l’Iraq, 16 miliardi quale aggravio delle imposte petrolifere, 40 miliardi in seguito al mancato pagamento di debiti da parte dell’Iraq; 60 miliardi in seguito alla mancata esportazione di prodotti francesi nei paesi arabi: 50-100 miliardi in seguito al rallentamento della crescita del prodotto interno lordo.

 

Il totale dei costi sono stati calcolati circa tra i 175 e oltre i 227 miliardi di franchi, per compensare il deficit, il governo decideva una serie di tagli ai bilanci della Sanità, dell’Assistenza sociale, dell’Istruzione e altri per un ammontare valutato di 30 miliardi di franchi. L’unico a non essere intaccato è stato il bilancio della difesa, che era già forte ascesa con un incremento del 30% destinato alle forze nucleari.

 

 

LE SPESE MILITARI USA NEGLI ANNI ’90

 

 

Prevedo di rivedere la nostra politica sugli armamenti e di affrontare la questione con l’altro grande Paese venditore di armi nell’ambito di uno sforzo a lungo termine per ridurre la proliferazione delle armi”. Questa fu la promessa elettorale di Clinton in fatto di armi, a Guerra del Golfo appena conclusa.

 

Ma dopo un anno di presidenza Clinton, le vendite di armi erano, di fatto, già raddoppiate: il governo USA aveva ritenuto opportuno non contrastare il positivo effetto che la Guerra del Golfo aveva avuto sull’economia americana attraverso il rilancio delle commesse militari (in particolare per quanto riguardava il settore aerospaziale, l’elettronica, l’informatica ecc.).

 

Dal 1993 al 1997 il governo statunitense ha venduto, trattato o concesso armi per l’equivalente di 190 miliardi di dollari. Per riconoscenza, l’industria delle armi ha finanziato la campagna elettorale 1998 del Partito Democratico con una cifra che si aggira sui 2 milioni di dollari.

 

Le esportazioni mondiali di armamenti costituiscono una percentuale molto ridotta della produzione globale degli armamenti: meno del 3% della produzione di armi viene, infatti, esportata. Per le industrie militari U.S.A. (che pure raggiungono il 55% del totale mondiale) le esportazioni di armi rappresentano un affare minore – anche se non trascurabile – rispetto alle colossali commesse nazionali assicurate dal Pentagono. Le esportazioni di armi – al di là del valore economico – hanno comunque anche una valenza politica, nel senso che s’inseriscono nella strategia complessiva del governo U.S.A. per assicurare condizioni favorevoli ai profitti delle multinazionali americane su scala mondiale (ad esempio, sia l’amministrazione Bush S. sia, in seguito, l’amministrazione Clinton hanno ampiamente sfruttato il ruolo preponderante degli U.S.A. nella vittoria su Saddam Hussein per aumentare la quota di mercato delle compagnie americane in Medio Oriente a scapito delle compagnie francesi e inglesi).

 

Passando alle spese per la R&S (ricerca e sviluppo) militare, tra il 1992 e il 1995 gli U.S.A. hanno speso 162 miliardi di dollari, ossia il doppio di quanto spendono tutti gli altri stati (in altri termini, circa il 2/3 del totale mondiale). Tale cifra spiega e riassume il predominio mondiale militare degli U.S.A. a livello mondiale (relativa, poiché non ci si deve scordare la sconfitta U.S.A. nella guerra del Vietnam e il pantano iracheno in cui si erano cacciati gli U.S.A e i loro alleati).

 

Nel 1997, l.85% delle spese mondiali per la difesa era assicurata da 22 paesi “ad alto reddito”: a loro volta gli U.S.A. rappresentavano il 50% di quella percentuale (ovvero generavano il 42,5% delle spese militari mondiali).

 

Nei primi giorni del gennaio 1999, in un discorso per radio Clinton annunciò nuovi stanziamenti per le spese militari per 100 miliardi di dollari nell’arco di 6 anni (circa 170 miliardi di lire al cambio dell’epoca), dichiarando che le “forze armate meritano un riconoscimento per le complesse missioni con straordinaria precisione, come il recente bombardamento di Baghdad”.[10]

 

Si trattava del massimo incremento del bilancio del Pentagono dal 1991: il 24 marzo 1999 iniziò la guerra di aggressione degli imperialisti USA e europei nei confronti della Repubblica Federale Jugoslava.

 

I bombardamenti sulla Jugoslavia, compiuti quasi esclusivamente con materiali bellici americani; hanno comportato il consumo di circa la metà dell’arsenale NATO; conseguentemente, è iniziato un nuovo ciclo di commesse miliardarie (in dollari) per il complesso militare – industriale americano, che ha funzionato da volano per l’intera economia U.S.A. allontanando lo spettro del ristagno paventato dagli economisti borghesi per il secondo semestre del 1999.

 

 

CRISI ECONOMICA, NECESSITA’ DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA E RIARMO

 

 

Una delle conseguenze della crisi economica è l’esasperazione della concorrenza, per decidere chi debba fare le spese dell’eccedenza del capitale, essendo l’attuale crisi economica una crisi di sovrapproduzione di capitale. La causa di essa sta nel fatto che nell’ambito del modo di produzione capitalistico a un certo punto si crea un conflitto inconciliabile tra la produzione di plusvalore e la realizzazione del valore prodotto. I capitalisti dovrebbero investire tutto il plusvalore estorto, anche così facendo il tasso di profitto diminuisce o non aumenta. Se i profitti attesi non aumentano o diminuiscono, i capitalisti cessano l’accumulazione, con la conseguenza di non valorizzare tutto il plusvalore estorto. Diminuisce il capitale impegnato nella produzione e aumenta il capitale impegnato nella sfera finanziaria che diventa la parte più grande del capitale (si pensi che secondo stime correnti il mercato dei titoli aveva raggiunto nel 1994 i 14.000 miliardi di dollari U.S.A., ossia il doppio del P.I.L. che aveva all’epoca gli U.S.A.). La finanziarizzazione dell’economia tende a crescere e la crisi assume la veste di crisi finanziaria. I movimenti propri del sistema finanziario diventano essi stessi un ulteriore fattore di sconvolgimento del capitale impegnato nella produzione di merci e una via attraverso cui la crisi compie il suo cammino.

 

Ne deriva un’enorme accelerazione del processo di concentrazione di capitale che tentano di raggiungere la “massa critica” indispensabile per reggere lo scontro con i concorrenti. Tale processo, nel corso degli ultimi anni, ha trovato una proiezione nello sforzo di ciascuna grande potenza imperialistica di costituire aree economiche integrate, al cui interno si cerca di portar e al minimo la concorrenza tra i capitali, in modo da concentrare i propri sforzi nella lotta contro i concorrenti esterni. In tal senso si sono mossi gli U.S.A., che hanno cercato attraverso il Nafta di costituire un’area di libero scambio. Allo stesso modo il Giappone, il secondo grande polo imperialista, si muove da tempo per sottomettere alla propria influenza un’area del Pacifico dai confini sempre più ampi e che rappresenta un punto focale dello scontro interimperialistico.

 

Confrontarsi con queste due aree a dominanza giapponese e statunitense è divenuto impossibile senza gettare sul piatto della bilancia un potenziale economico del medesimo ordine di grandezza: i paesi europei, con la Germania in prima fila debbono quindi abbandonare ogni ambizione di contare nelle relazioni internazionali per la lotta per la supremazia se continueranno ad agire in ordine sparso senza avere, presi singolarmente, una capacità economica paragonabile a quella dei concorrenti. Dentro questo quadro dei rapporti mondiali sta quindi l’esigenza materiale dell’integrazione europea.

 

Nella concorrenza con l’imperialismo U.S.A., i paesi imperialisti europei si stanno dotando di mezzi adeguati per avere una voce in capitolo sulle questioni internazionali, soprattutto dopo la guerra contro la Jugoslavia, che è stata per i governi europei un vero e proprio schiaffo militare oltre che politico, perché lo strapotere della forza militare americana rispetto a quello europea è risultata schiacciante agli occhi dei vari governi europei che si sono accodati all’imperialismo U.S.A. nell’aggressione alla Jugoslavia.

 

Nel vertice di Helsinki che si tenne il 10 e 11 dicembre 1999, il Consiglio Europeo, prese, la decisione di creare un corpo d’armata totalmente europeo. Per permettere lo svilupparsi di questo progetto, occorre un incremento dei fondi destinati alla ricerca e allo sviluppo per l’ammodernamento degli eserciti.

 

Conseguentemente a queste decisioni e alla guerra contro la Jugoslavia, le maggiori industrie europee stanno facendo affari d’oro: il gruppo tedesco-statunitense Daimler Chrysler Areospace (DASA) e quello francese Areospatiale-Matai ha dato vita all’EDAS (European Astronautic Defense and Space) un colosso che vale un fatturato potenziale di oltre 25 miliardi di dollari, il primo in Europa e terzo al mondo. Poi c’è la costituzione di Astrium che rappresenta il matrimonio tra la stessa Dailmer e la franco-britannica Matra Marconi Euro, che dovrebbe operare nel comparto spaziale.

 

Il progetto Eurodifesa quindi è avviato dal punto di vista politico ed economico: il problema principale dal punto di vista militare è che gli europei devono fare salti mortali per raggiungere o quanto meno avvicinarsi agli standard di armamenti dell’esercito americano.

 

L’apparato bellico americano risulta sempre il più potente che c’è nel mondo: alla fine degli anni ‘90 possedeva 8.239 carri armati, 26.000 mezzi corazzati di vario tipo, 5.703 pezzi di artiglieria, 4905 aerei da combattimento, 2.157 elicotteri d’attacco, 234 navi da battaglia, una flotta che comprende 12 portaerei e 138 corazzate e incrociatori. A tutto bisogna aggiungere l’arsenale nucleare: 33.550 ordigni che possono essere lanciati dai sottomarini, dalle navi, dagli aerei o con i missili balistici.

 

Se si confrontano queste cifre con quelle dei paesi europei, risulta in maniera eclatante la supremazia americana, l’Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna possono mettere assieme: 6495 carri armati, 3.725 cannoni, 2032 aerei, 875 elicotteri e 486 navi.

 

LE STRATEGIE BELLICHE DEL PENTAGONO PER IL 21° SECOLO

 

 

Gli U.S.A. nel 2001 hanno speso 291,1 miliardi di dollari in spese militari. Il Pentagono fece sapere che però era ancora tropo poco, per la ricerca e la realizzazione di strumenti “difensivi” tecnologicamente avanzati ci sarebbero occorsi almeno 30 miliardi di dollari. Grazie all’11 settembre si spesero per R&S nel settore militare se ne spesero ben 52,7.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vediamo alcuni capitoli di spesa militare U.S.A. nel periodo 2001-2003:

Spesa per singola forza armata in miliardi di dollari:

 

  2001 2002 2003
U.S. Army 61,7 80,9 90,9
U.S. Navy 91,7 98,8 108,3
U.S. Air Force 85,2 94,3 107

 

Gli U.S.A. più di qualsiasi altro paese imperialista devono annualmente sostenere la loro guerra mondiale, per mantenere la loro egemonia. Dal Medio Oriente all’Asia, dall’Europa all’America Latina, allo spazio siderale, mantenere basi aeree e navali, soldati, satelliti militari, flotte navali, centri d’addestramento, missioni segrete e cover Action, radar e sistemi d’intercettazione, spie e microspie, richiede un grosso impegno affinché l’egemonia del dollaro sia preservata e imposta.

 

 

IL PROGRAMMA PER LA SUPREMAZIA MILITARE USA PER IL 21° SECOLO

 

 

Il programma Joint Vision 2010 (JV 2010) ha l’obiettivo di “stimolare le varie forze armate a ragionare in termine di dominio globale dallo spazio agli abissi del mare”.[11]  L’U.S. Army sta lavorando alla realizzazione del progetto Objective Force che in linea generale dovrebbe raggiungere l’obiettivo di proiettare e sostenere una brigata da combattimento in qualsiasi angolo del pianeta entro 4 giorni dall’ordine, una divisione in 5 giorni, 5 divisioni entro 30 giorni. Per fare ciò si punta a una “standardizzazione” delle varie unità eliminando le attuali distinzioni (peraltro presenti in tutti gli altri eserciti) tra unità leggere (parà, fanteria d’assalto, fanteria leggera, ecc.) e unità pesanti (corazzate d’artiglieria ecc.) con l’obiettivo di creare un nuovo esercito composto di divisioni identiche e autonome in grado di accorpare capacità di controllo e comando, comunicazione, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione, ma soprattutto con necessità logistiche enormemente ridotte grazie alla prevista riduzione del 50-70% del peso dei veicoli.

 

Buona parte degli investimenti è quindi rivolta alla realizzazione di questa prima fase di standardizzazione che dovrebbe portare al così detto Army XXI. Una seconda fase si protrarrà sino al 2025 per finire il progetto complessivo attraverso l’approntamento del cosiddetto Army After Next.

 

Per far ciò che riguarda l’U.S. Navy il sotto progetto di riferimento, è stato definito Forward From The Sea e prevede la realizzazione e mantenimento di cinque funzioni principali: controllo dei mari e supremazia marittima, capacità di proiezione dal mare verso terra, deterrenza strategica, capacità di trasporto strategica e presenza navale avanzata. In particolare è stato riconfermato il ruolo dei gruppi di battaglia che comprendono portaerei giacché sono delle vere e proprie basi aeree avanzate dalle quali svolgere tutte le operazioni del caso senza dover chiedere eventuali autorizzazioni di paesi alleati/allineati per l’utilizzo o l’accesso a basi situate in territorio extra-nazionale.

 

L’US Marine Corps e l’US Navy in particolare ritengono di vitale importanza raggiungere un buon livello nella dotazione e impiego di munizionamento così detto “intelligente” e lamentano una certa arretratezza sia nel campo dei sistemi d’arma che missilistici.

 

Da segnalare che il programma Urban Warrion che i Marines stanno approntando sistemando particolari tecniche di combattimento in ambiente urbano accompagnate da relative strumentazioni hi-tech come visori e sistemi di comunicazione integrati.

L’ambiente urbano-metropolitano è, infatti, considerato (anche dall’Esercito col suo programma Land Warrion XXI) l’ambiente principale delle guerre presenti e, soprattutto future.

 

Il programma dell’Aviazione (USAF) ha anch’esso un titolo non meno altisonante e guerrafondaio: Global Engagement: A Vision For The 21 st. Century (Ingaggio Globale: una visione per il 21° secolo). Facilmente prevedibile l’obiettivo: dominare il cielo e spazio in stretta integrazione con le altre armi.

 

 

LA MILITARIZZAZIONE DELLO SPAZIO.

 

 

Con il programma denominato National Missile Defense, affidato alla neo costituita Missile Defence Agency, che prevede la messa a punto nell’arco di 5 anni di 100 intercettatori atmosferici, 5 radar di allerta e un radar speciale, l’amministrazione Bush affossa gli accordi di non proliferazione nucleare, proseguendo la politica della precedente amministrazione Clinton che approvò, a suo tempo i capitoli di spesa per lo sviluppo del sistema anti-missile.

 

L’intenzione di creare una quarta forza arma spaziale completamente indipendente è strettamente connessa alla difesa anti-missile quindi è già costituita un’agenzia ad hoc, ma anche alla riorganizzazione stessa dell’aviazione come forza non più aerea ma appunto aero-spaziale. Un percorso obbligato; a loro tempo la marina e l’aviazione ebbero lo stesso tipo di genesi: diventarono armi indipendenti nel momento in cui diventò strategico il controllo dei rispettivi ambienti. La militarizzazione totale del pianeta sarà così compiuta: dalla terra al mare, dal mare all’aria, dall’aria allo spazio.

 

In occasione dell’approvazione del bilancio federale del 2000, l’amministrazione Clinton istituiva una commissione per l’organizzazione e la pianificazione della sicurezza spaziale degli Stati Uniti.[12] A presiedere tale commissione veniva posto (guarda che caso) Donald Rumsfeld, mentre 8 dei 12 membri erano generali in pensione.

 

Nel gennaio 2001, la commissione rendeva noti i risultati del suo lavoro. Lo spazio diventa definitivamente ambiente di interesse militare alla stessa stregua di terra, mare e cielo. Gli USA devono occuparlo ed acquisire la superiorità necessaria per impedire a qualsiasi altra potenza d’installarsi. Attraverso l’uso militare dello spazio possono conquistare per sé la supremazia illimitata in tutti gli altri ambienti.

 

La commissione rilevava che l’attuale situazione, dove l’interesse spaziale è frammentato per le singole forze armate, come per la marina che già ha suoi propri satelliti in orbita, genera o può generare doppioni nelle acquisizioni nonché incompatibilità dei vari mezzi e sistemi. Per questa ragione i compiti di occupare e “difendere” lo spazio dovrebbe essere assegnato ad un comando indipendente. Le ricerche e lo sviluppo dovrebbero arrivare a: a) aumentare le capacità di controllo e avvertimento in caso d’attacco; b) accrescere le misure protettive e difensive, i sistemi di prevenzione e neutralizzazione, le capacità di proiezione rapida di potenza; c) modernizzare le capacità di lancio (auspicandone la privatizzazione); d) lanciare un programma scientifico e ultravioletti, tecnologie che permettano la costruzione di veicoli da lancio riutilizzabili.

 

Dal punto di vista organizzativo la suddetta commissione ha elaborato dieci raccomandazioni:

1° L’arma spaziale sarà sottoposta all’autorità del presidente degli Stati Uniti;

2° Il presidente deve essere affiancato da un consiglio spaziale;

3° Deve essere formalizzato, all’intero del Consiglio di Sicurezza, un coordinamento tra le varie agenzie d’intelligence per la definizione delle attività spaziali;

4° Il segretario della difesa e il direttore della CIA si devono incontrare regolarmente per indirizzare la politica spaziale di sicurezza nazionale, i suoi obiettivi ecc.;

5° Deve essere designato un sotto segretario alla difesa spaziale che coadiuvi il segretario nelle questioni spaziali e di coordinamento con i servizi segreti;

6° Il comando spaziale deve essere distinto dai comandi delle altre armi:

7° I sistemi spaziali dovranno garantire la possibilità di svolgere operazioni indipendenti o a supporto d’interventi delle altre forze armate. Per far ciò sarà necessario costituire uno Space Corps. Nel breve periodo l’Air Force avrà il compito di formare ed equipaggiare queste forze spaziali. Nel lungo periodo tali unità potranno dipendere da un dipartimento militare per lo spazio indipendente.

8° Al sottosegretario dell.Air Force è affidata la direzione del National Reconnnaissance Office (agenzia che si occupa di rilevazioni di vario tipo utilizzando satelliti in orbita) e delle acquisizioni spaziali;

9° Il segretario della difesa e il direttore della CIA devono dirigere i processi di ricerca e sviluppo rivolti alla creazione di nuovi metodi per la raccolta delle informazioni;

10° Aumentare la visibilità delle spese e del personale coinvolti nel programma spaziale per migliorarne l’organizzazione.

 

 

LA RIVOLUZIONE NEGLI AFFARI MILITARI

 

 

Revolution of Military Affairs Information (RMA-Iwar) è il termine che definisce il complesso che staranno alla base delle strategie militari U.S.A.

 

L’impressione che si ricava è che la RMA parta non tanto da tecnologie date quanto dalla mutata situazione politica che induce gli strateghi a fornire un preciso indirizzo alla ricerca tecno-scientifica, seguendo il seguente schema mutate condizioni politiche, geopolitiche e strategiche —-> Rivoluzione negli affari militari —–> sviluppo nuove tecnologie necessarie a supportare la RMA.

 

Una conferma di questo schema è il fatto che la realizzazione della RMA e quindi, concretamente, della ristrutturazione delle Forze Armate è fissata nel medio – lungo periodo (2010-2025) e che molte tecnologie indicate sembrano uscite da un libro di fantascienza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella tabella[13] la RMA – Iwar è suddivisa in obiettivi in due principali stadi (2010 – 2020) attraverso specifiche tecnologie e dottrine.

 

 

 

OBIETTIVI 1° STADIO (entro 2010) 2°STADIO (entro 2025)
Ridurre rischio di perdite mediante: Piattaforme “Stand-Off”

 

Dominio dell’informazione

 

Difesa Anti-Missile

Robotica

 

Armi non letali

 

Psicotecnologie

 

Difesa cibernetica

Applicare gli sforzi su: Centro di gravità Sistemi interconnessi
Ottimizzare il coordinamento delle operazioni attraverso: Miglioramento sistemi C31

 

Tecnologia spaziale

Impiego di computer e GPS

 

Digitalizzazione del campo di battaglia

 

Uso di armi “intelligenti”

Microtecnologia

 

Nanotecnologia

 

Sistemi “brillanti”

Nuovi modelli organizzativi centrati su: Task Force

 

Combined Joint Task Force

 

Coalizioni ad hoc

Struttura uni-Forza Armata

 

Iperflessibilità

 

Per decifrare la tabella è necessario fornire una piccola legenda dei principali termini impiegati:

 

– Sistemi “Stand-Off”: sono i sistemi d’arma che possono essere lanciati da postazioni navali, terrestri e da aerei a grande distanza dall’obiettivo e quindi tendenzialmente irraggiungibili dal fuoco nemico. Ne sono un esempio i missili balistici, i Cruise, i missili aria-terra con autoguida sull’obiettivo.

– Psicotecnologia: “…Tecnologia che emula, estende ed amplifica le funzioni senso-motorie, psicologiche e cognitive della mente (…) In campo militare le psicotecnologie consentiranno ai Comandanti di manipolare oltre che le percezioni ed il credo dei propri soldati, anche quelle dell’avversario e dei media televisivi…”.

 

– Difesa Cibernetica: “…La cyberwar si prefigge due obiettivi. Il primo consiste nel paralizzare il ciclo decisionale dell’avversario mentre punta a sottomettere l’avversario senza combattere, mediante operazioni letali e non letali che possono comprendere il blocco di: (a) sistemi informativi; (b) reti informatiche; (c) borsa, sistemi bancari e delle telecomunicazioni; (d) trasporti di superficie e di controllo del traffico aereo; (e) della produzione e distribuzione di energia…”

 

– Centro di Gravità: “…Caratteristica capacità o località dalla quale il nemico o le forze amiche traggono la loro libertà di azione, la forza fisica o la volontà di combattere. Il Centro di Gravità quando attaccato ed eliminato, porta alla sconfitta del nemico oppure alla ricerca della pace attraverso negoziati. Esempi comprendono: la massa delle forze nemiche, la sua struttura di comando e controllo, il consenso dell’opinione pubblica, la volontà, la leadership, la struttura della coalizione. Con l’avvento delle reti informatiche, dei sistemi neurali artificiali e sistemi esperti, il concetto di Centro di Gravità verrà sostituito dai cosiddetti sistemi interconnessi…”.

 

– Sistemi Interconnessi: “…Si fonderanno sulle reti informatiche e dovrebbero garantire la sopravvivenza della rete stessa in quanto i nodi saranno distanti tra loro e sfrutteranno anche una autonoma capacità di riconfigurare il sistema…”

– Nanotecnologia: Tecnologia di miniaturizzazione spinta.

 

– Sistemi brillanti: “…L’evoluzione dei sistemi d’arma intelligenti, mediante l’implementazione delle nanotecnologie, sistemi esperti e reti neurali artificiali…”.

 

– Reti Neurali Artificiali: “…Nuova generazione della tecnologia della intelligenza artificiale che tende a emulare la fisiologia del cervello umano basato sulla connessione di neuroni biologici. Una Rete Neurale Artificiale è formata da un certo numero di nodi computerizzati collegati in una rete mediante interconnessioni flessibili (detti anche neurodi) …”.

 

Inoltre, entro il 2025, quindi con il secondo stadio della RMA, è previsto lo sviluppo di altri due tipi di guerra non indicati direttamente nella tabella: La Guerra Meteorologica e la Guerra Genomica.

 

Le Guerre meteorologiche “…prevedono l’utilizzo di prodotti chimici per provocare, in campo avversario, forti piogge e inondazioni. In tali casi l’avversario è impossibilitato a condurre qualsiasi tipo di operazione militare…”.[14]

 

La Guerra Genomica (in realtà i nord-americani usano il termine tedesco Genome Kampf…) è una “Guerra condotta nel campo della genetica. Si tratta di individuare, nella mappa dei geni (DNA) di un popolo/etnia, i punti deboli da attaccare mediante virus e batteri, frutto di biotecnologie. Gli effetti, che comprendono influenza, diarrea, infezioni e altro, potranno colpire più quel popolo che un altro.[15]

 

 

LE SPESE MILITARI USA

 

 

Tutto questo non deve fare credere a una sorta d’onnipotenza dell’imperialismo U.S.A., tutto questo in realtà nasconde una profonda debolezza a livello economico degli U.S.A. nei confronti degli altri paesi imperialisti.

 

Un chiaro esempio della decadenza economica U.S.A. è il dollaro che è in continua picchiata. Quando nacque la moneta europea, occorreva 0,85 dollari per acquistare un euro. Oggi ne occorrono 1,32. Il destino della moneta americana appare dunque incerto: alle difficoltà interne degli U.S.A si aggiungono le prese di posizioni di vari paesi, specie quelli produttori di petroli, che diversificano le proprie riserve valutarie.

 

Il declino dei valori immobiliari americani (-24% in un anno) dà il colpo di grazia, poiché la massa delle costruzioni serve da garanzia per prestiti e mutui in un paese indebitatissimo. E questo peggiora le cose: con il dollaro svalutato, gli indebitati americani pagano già ben caro quello che importano, mentre gli europei riescono a pagare le forti importazioni di petrolio e gas. La Cina incomincia ad avere problemi a mantenere troppi dollari svalutati nelle proprie riserve, ma non può venderli per non provocare un terremoto monetario mondiale, con la diversificazione delle monete di conto altrui a favore dell’Euro, i paesi imperialisti europei non soffrono particolarmente per le loro esportazioni, m sono certo tentati di disfarsi delle riserve in dollari. Per evitare un possibile disastro monetario mondiale c’è chi propone una moneta continentale americana da contrapporre all’Euro, basata sull’area d’interscambio fra U.S.A., Canada e Messico (NAFTA).

 

Un altro esempio delle difficoltà economiche U.S.A. sta nella bilancia commerciale che non gode di buona salute, esempio: nel 2001 il 61% delle automobili negli Stati Uniti venivano dall’estero, come il 65% delle macchine per taglio dei metalli (Guerra S.p.A. Seymour Melman 2006).

 

La spesa militare degli Stati Uniti fa ovviamente parte del complesso delle spese sostenute dell’amministrazione pubblica, che, a differenza di un tempo quando la potenza militare americana era quasi insussistente, è per la maggior parte responsabilità del governo centrale ossia federale e solo per la minor parte delle amministrazioni locali (Stati, Contee, Municipi). Tuttavia questo accade in buona parte per l’esistenza della spesa militare e la conduzione della cosiddetta national defense, che assieme alla politica estera e alla politica monetaria è pertinenza esclusiva dell’amministrazione federale: nel campo della spesa civile il rapporto fra le due amministrazioni è quasi in equilibrio e negli ultimi vent’anni si muove a favore dei governi locali.

 

Lasciando da parte il periodo della seconda guerra mondiale, la spesa pubblica complessiva relativa (vale a dire in rapporto al Pil) tende ad aumentare dall’epoca della depressione fino all’inizio degli anni .80 (un picco del 36.5% è toccato nel 1983), resta più o meno costante fino al 1992, quindi diminuisce abbastanza celermente durante gli anni dell’amministrazione Clinton scendendo al 32.5% del 2000 per risalire in seguito con l’amministrazione Bush.

 

Il punto di svolta è all’inizio degli anni ’80, quando la spesa per servizi diventa il motore di tutta la spesa militare, e, il supporto al personale, rubrica che comprende il vero e proprio nucleo della privatizzazione delle guerre e il cui boom diviene impressionante dal 2000 in poi, diventa il motore della spesa per servizi. Lo spazio per accrescere la spesa per l’acquisizione di servizi in generale e per quella dei servizi di supporto in particolare viene ricavato sacrificando tutto il resto ossia riducendo l’esborso complessivo in salari e lo stock netto di capitale fisso del dipartimento della difesa, capitale fisso che consta naturalmente di Equipaggiamento composto di Aerei, Navi, Missili, Veicoli, Elettronica e Altro Equipaggiamento, e Strutture, fatte di Edifici Residenziali e Industriali e di Installazioni Militari.

 

ALCUNE OOSSERVAZIONI CONCLUSIVE

 

In sostanza più aumenta la crisi e più lo stato imperialista dominante (gli USA) diventa aggressivo per cercare di mantenere la sua supremazia- militare in funzione dei profitti della sua borghesia, più aumentano le tensioni tra i paesi imperialisti concorrenti per assicurarsi quote di profitto sui mercati mondiali e più la guerra commerciale tra gli imperialisti concorrenti tende a trasformarsi in guerra per la spartizione dei mercati mondiali.

 

La guerra rappresenta una valvola di sfogo per le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, poiché essa distrugge i mezzi di produzione (macchinari, uomini e valori capitale) eccedenti e, quindi con tali distruzioni apre la strada a un nuovo periodo di accumulazione capitalistica.

 

Attualmente, si è aperta una fase di contesa globale tra le varie potenze imperialiste che ha come posta in gioco una nuova divisione del mondo. Un segno concreto delle contraddizioni interimperialiste in atto, sta nel fatto che gli U.S.A. sono stati costretti a condurre la guerra contro l’Iraq nel 2003 in pratica da soli, con l’ausilio di un ristrettissimo numero di alleati (Gran Bretagna, Israele, Polonia, Italia).

 

 

 

[1] Kalecki M., Aspetti della piena occupazione, Celuc Libri,1975.

 

[2] O. Ekstein, Econimic Policy in the United States from 1949 to 1961. L’economista J. Robinson in Collected Economic Papers Vol. III° Pag. 103-112 in Oltre la piena occupazione: “I paradossi di Keynes – costruire delle piramidi, scavare delle buche nel terreno – vennero presi alla lettera.

 

[3] La produttività degli USA calò dal 3,2% medio annuo del 1946-1968 al 1,9% del 1968/1972 (e allo 0,7 del 1972-1979), mentre l’Europa e il Giappone mantenevano tassi di sviluppo più alti di quelli americani. Le quote di mercato perse dagli USA (meno 23% rispetto agli anni .60) sono state conquistate quasi per intero dalla Germania Federale e dal Giappone

 

 

[4] Conseguente al loro indebolimento sui mercati internazionali e al deficit dello Stato amplificato dalla guerra del Vietnam.

 

 

[5] Gli eurodollari erano i capitali europei che non venivano reinvestiti nel ciclo produttivo ma che cercavano altre fonti di guadagno fuori dalla produzione.

 

[6] Dati del 1991 tratti dal libro Tempesta del deserto di D. Bovet – M. Dinucci, edizioni ECP

 

[7] La lievitazione artificiale dei prezzi delle industri produttrici di macchine utensili non ha fatto altro, in realtà, che aggravare una situazione dipendente dalla più elevata composizione organica del capitale americano e dalla conseguente minore competitività delle merci americane rispetto ai concorrenti europei e giapponesi.

 

 

[8] Questo moto fa parte di un processo che ha visto il secolo XX° ricco di guerre e rivoluzioni da parte delle nazioni dipendenti contro il dominio dei paesi imperialisti. La lotta antimperialista è stata sempre (a partire dal Messico del 1911-1938, dalla “rivoluzione costituzionale di Mossadeq del 1951-1953 alla rivoluzione in Iran del 1979) parte costituente dello scontro di classe locale e in internazionale.

 

[9] Si è visto cosa è successo nell’estate del 2000, quando il greggio ha raggiunto i 37 dollari al barile, proteste in tutta Europa dalla Spagna Scandinavia, con blocchi dei porti (Barcellona), scioperi dei camionisti, dei pescatori ecc.

 

 

 

[10] A metà dicembre 1998, in una notte sulla capitale irachena furono scagliati dalle navi americane 290 missili Tomahawk, tanti quanti quelli scagliati durante la guerra del Golfo del 1991.

 

 

[11] Pietro Gianvanni, Il Bilancio 2001 del Pentagono, Panorama Difesa, maggio 2000.

 

[12] www.defenselink.mil/pubs/space20010111

 

[13] Pier Paolo Lunelli, La rivoluzione negli affari militari, Marzo – Aprile 2001

 

[14] Per quanto riguarda le guerre climatiche, vedere articolo di Michel Chossudovsky, Guerre climatiche: Haarp High Frequency Aural Research Program, su www.intermarx.com/ossinter/clima sul programma HAARP.

 

[15] Molto probabilmente il Progetto RMA su questo campo è la continuazione delle ricerche che negli anni ‘80, il governo Sudafricano (quello dell’apartheid) effettuò. Questo programma di guerra biologica, chiamato Project Coast, aveva l’obiettivo di mettere a punto un’arma genetica mirata alla popolazione nera. Stesse ricerche in questo campo, sono state effettuate anche in Israele

 

 

 

Annunci

~ di marcos61 su maggio 16, 2018.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: