ONG COME STRUMENTO DELL’IMPERIALISMO

 

 

Il dibattito sull’immigrazione ha fatto emergere un dibattito sul ruolo delle ONG.

Formalmente le ONG (Organizzazioni Non Governative) sono organizzazioni senza fini di lucro che come dice il nome non dovrebbero essere dipendenti dagli Stati. Di solito sono finanziati da donazioni o da elargizioni da dei filantropi (Soros ha acquisito la sua fama di filantropo per le sue “generose” elargizioni a ONG di tutti i tipi).

Molte di queste ONG si sono specializzate nella cosiddetta “cooperazione allo sviluppo” che dovrebbero lavorare per far uscire dal sottosviluppo i cosiddetti “paesi sottosviluppati” in particolare quelli africani.

Per capire maggiormente le dinamiche attuali che hanno visto la presenza delle ONG in Africa (come negli paesi dipendenti), tanto che si potrebbe dire che non esiste un solo distretto del continente africano in cui non abbiano una sede, bisogna partire dal fatto che durante immediatamente successivo  all’indipendenza, in Africa predominò quello che veniva definito “neocolonialismo”, caratterizzato dal una parvenza di sovranità politica e una mancanza di indipendenza economica (mentre sarebbe più corretto dire che  i paesi africani passarono dal rango di colonie a quelli di semicolonie) mentre l’epoca attuale è cateterizzata da una vera e propria ricolonizzazione.

La ricolonizzazione ha la sua origine dal fatto che dalla metà degli anni ’70 del XX secolo il Modo di Produzione Capitalista è entrato in crisi.

Iniziò così una fase di profonda ristrutturazione dell’economia capitalistica su scala mondiale che si sviluppò su due linee: la ristrutturazione degli impianti produttivi (con l’introduzione di macchinari più sofisticati e il “decentramento produttivo” nelle metropoli imperialiste e con massicci trasferimenti verso i paesi di “nuova industrializzazione”) e la ristrutturazione dei meccanismi della finanza mondiale

Questa ristrutturazione finanziaria marciò su due binari paralleli:

  1. La riduzione dell’indebitamento delle imprese nei confronti delle banche, che ebbe come conseguenza la riduzione del pluralismo dei centri di potere economico,
  2. La ricapitalizzazione, cioè la possibilità di accrescere il proprio capitale senza ricorre al credito.
  3.    Un terreno dove il capitale trovò sfogo (ossia il mezzo per valorizzarsi) furono gli enormi trasferimenti di capitali verso il cosiddetto “Terzo Mondo”, il cui indebitamento nei confronti dei paesi imperialisti crebbe a dismisura. Tutto ciò provocò in questi paesi:
  1. Dove ci sono state rivoluzioni riuscite (come l’Algeria) dove si è riuscito, grazie al movimento di massa operaio e contadino, a vincere l’imperialismo e a cominciare a creare un mercato nazionale, per via dei prestiti della finanza internazionale, s’impedì la crescita di un’accumulazione interna. Lo sfruttamento imperialista, in questo caso, assunse la forma di prestiti a paesi formalmente indipendenti;
  2. La dipendenza economica portò all’eliminazione delle misure statali di protezione sociale (controllo dei prezzi dei beni di prima necessità, prestazioni sociali ecc.);
  3. Di subordinare su grande scala e in modo irreversibile le primitive strutture agricole esistenti.   Questa nuova colonizzazione dei paesi cosiddetti del “Terzo mondo” è stata facilitata dal fatto che la classe che detiene il potere in questi paesi, è in gran parte la borghesia compradora, cioè la frazione di borghesia strettamente legata agli interessi del capitale straniero e che non può utilizzare a suo piacimento i prestiti erogati. Una conseguenza grandiosa di questa nuova ondata di colonizzazione fu l’avvio dell’emigrazione di massa dalla campagne: dapprima nelle città dei propri paesi e poi nei paesi imperialisti. L’invadenza dei capitali distruggeva per varie vie l’economia agricola primitiva, in larga misura di autosussistenza. A cui era dedita la maggioranza della popolazione. Questa si riversava nelle città e poi nell’emigrazione in cerca di una vita migliore o semplicemente per sopravvivere. Le attività economiche (agricole, industriali ecc.) che il capitale creava, necessitavano di una manodopera inferiore rispetto a quella che privata delle proprie tradizionali fonti di sussistenza.
  4.    Questo processo di ricolonizzazione si muove su tre fronti complementari.
  1. Negli ultimi anni, la strategia degli USA in Africa ha puntato, all’intensificazione dei rapporti diplomatici e militari. Dal 1997 al 2000 l’Acri (African Crisis Response Inziative), organismo promosso e legato agli USA ho organizzato la formazione di battaglioni costituiti da un minimo di 800 fino a 1.000 uomini in Senegal, Uganda, Malagui, Mali, Ghana Benin e in Costa d’Avorio,[1] lanciando programmi di “semplice” assistenza militare e civile. Nel 2002 l’Acri è stata trasformata in African Operation Training Assistance (Acota) con compiti di addestramento di unità sul modello delle forze speciali occidentali da impiegare in ambienti “ostili” questi squadroni della morte incaricati di ristabilire la pace imperialista, devono essere pronti ad affrontare ogni pericolo. Nel 2004 il Mali, il Ciad, il Niger, l’Algeria con la partecipazione “indiretta” degli USA hanno condotto delle operazioni militari nel Sael contro il gruppo Salafista per la Predicazione e il Combattimento decapitandone l’organizzazione (tattica appresa dagli israeliani). Grazie a questi programmi oggi paesi come Mali, Niger, Senegal, Marocco, Algeria, Ciad, Tunisia, Egitto, Kenya hanno al loro interno una presenza militare statunitense importante che ha il compito di bloccare la penetrazione dell’islamismo politico radicale nell’Africa Nera; controllare le infrastrutture e i siti d’estrazione delle risorse petrolifere e minerarie e le vie di comunicazione e influenzare o meglio dirigere le scelte politiche di questi stessi stati.
  2. Rafforzamento della “cooperazione” (leggi dipendenza) dei paesi africani con l’imperialismo occidentale.
  3. Bisogna tenere conto che l’Africa Occidentale è geograficamente meno lontana dagli USA ed è al momento – meno incandescente del Medio Oriente.
  4. Nel 2008, ci fu la creazione dell’United States Africa (USAFRICOM o AFRICOM, traducibile in italiano comando africano degli Stati Uniti) responsabile per le relazioni e le operazioni militari USA che si svolgono in tutto il continente africano ad esclusione dell’Egitto.

Quest’interventismo americano in Africa si muove in contrasto con il decadente imperialismo francese e soprattutto contro l’emergente capitalismo cinese, che da parte sua ha giù acquisito giacimenti in Sudan, Gabon.

Tutto questo deve essere visto da una parte che con l’accentuarsi della crisi generale del Modo di Produzione Capitalista si ha come conseguenza della concorrenza tra le diverse frazioni di capitali e di consuetamente l’accentuazione fra i diversi imperialismi. Dall’altra con la mondializzazione del Modo di produzione Capitalista (che si è accentuata dopo l’89 con la cosiddetta globalizzazione) si hanno due fenomeni contradditori: l’aggressione ai popoli oppressi e impoveriti del popoli del Sud del mondo e dall’altra si ha che l’espansione in queste aree del Modo di Produzione Capitalista provoca la corsa all’accumulazione fra le nuove classi borghesi che nei paesi di giovane capitalismo si sviluppano.

Questo quadro non sarebbe completo se riferissimo soltanto le manovre dell’imperialismo e delle coalizioni borghesi che si contengono il campo africano devastando e distruggendo. In Tunisia mentre il presidente tunisino partecipava al vertice dei paesi arabi con Trump a Riyadh, le lotte che da mesi in Tunisia hanno preso di mira le stazioni di pompaggio del greggio e del gas si sono dovute misurare con repressione dell’esercito volta a rimuovere i blocchi che hanno costretto la chiusura di numerosi impianti. Centro delle proteste che rivendicano “occupazione e crescita” e reclamano la redistribuzione a beneficio della popolazione dei proventi degli idrocarburi con obbligo per le multinazionali di impiegare manodopera locale. Nella giorno dello sciopero generale indetto dal coordinamento dei manifestanti di El Kamurm la città di Tataouine è stata bloccata dai manifestanti. Le proteste si sono estese anche in altre province.

Dalla Primavera araba del dicembre 2010, iniziata proprio in Tunisia in seguito alla protesta estrema di Mohamed Bouazizi, le manifestazioni e gli scioperi non si sono mai fermati. Da allora nel Paese le condizioni di vita non sono migliorate: la disoccupazione ha raggiunto livelli estremi, specie tra i giovani, ed ampi strati di popolazione sono ridotti alla fame.

In Egitto, dall’agosto 2017 nel distretto di Mahalla al-Kubra, dove si concentrano le aziende tessili, da sempre precursore dei movimenti egiziani è cominciata una mobilitazione generale. I lavoratori chiedono un salario adeguato ad un’inflazione al 33%. Il regime di al-Sisi rischia

Sono 17mila i lavoratori in sciopero a Mahalla al Kubra, centro tessile di proprietà statale nel Delta del Nilo, a 120 km a nord del Cairo.

Non bisogna scordarsi degli scioperi che a partire dal 2013 sono scoppiati in Sudafrica. Nel settembre di quell’anno circa 80 000 minatori scioperano per aumento fino al 60%, il sindacato minatori Si calcola che questo sciopero sia costato oltre $30mn/giorno di mancata produzione. L’industria aurifera sudafricana è il settore più importante dell’economia nazionale, il maggior datore di lavoro e produttore di valuta estera; è la 5a maggiore a livello internazionale, con il 6% della produzione totale; negli anni Settanta era la maggiore con il 68% della produzione totale mondiale; quella del platino sta riprendendosi dopo i forti scioperi dello scorso anno. Il 16 agosto 2012 la polizia ha ucciso 46 minatori del platino (34 nella sola miniera di Lonmin, a Marikana) in uno scontro con i lavoratori in sciopero proclamato dal sindacato AMCU, rivale di NUM, che accusa NUM di essere filo-governativo. I maggiori gruppi del settore sono AngloGold Ashanti, Gold Fields, Rand Uranium, Harmony Gold, Evander Gold, Sibanye Gold e Village Main Reef. La lotta si era acuita per le tensioni tra AMCU e NUM. Dopo la tragedia di Marikana si è rafforzato il sindacato Association for Mineworkers and Construction (AMCU), che ha ora superato come peso NUM nella miniera di Lonmin. AMCU chiede aumenti fino al 150%, dato che la struttura salariale è ferma al periodo apartheid. Sono continuati gli scioperi selvaggi di oltre 15000 lavoratori delle miniere di cromo a Glencore Xstrata, iniziati il 28 maggio 2013. A metà maggio di quest’anno si sono scioperi selvaggi dei minatori di Lonmin e Anglo-American Paltinum; oltre 10 000 lavoratori dell’abbigliamento scesi in sciopero nella provincia di KwaZulu-Natal, il 21 maggio. La crescita del PIL sudafricano è scesa dal 2,1% del 2012 allo 0,9% nel primo trimestre 2013, il minor tasso di crescita dal 2009.  Ad inizio maggio 2013 Lonmin aveva profitti semestrali di $54mn. Nonostante lamenti margini risicati. Il tasso di disoccupazione ufficiale sudafricano è del 25%. Nel 2012 per scioperi selvaggi sono state perse 17 290 552 ore; 99 scioperi registrati, di cui 45 selvaggi (ministero del Lavoro sudafricano).

 

RUOLO DELLE ONG

 

I vari Programmi di aggiustamento strutturale (PAS) che i vari cosiddetti tecnici del Fondo Monetario internazionale “suggeriscono” (nella realtà impongono) ai vari paesi africani hanno aumentato la povertà.

I PAS sono riusciti a sollevare nuove contraddizioni sociali, hanno peggiorato le già drammatiche condizioni delle masse popolari. I lavoratori spesso si sono ribellati, i funzionari pubblici non hanno visto diminuire paurosamente i loro posti di lavoro e i contadini – spinti a produrre di più – hanno ricevuto ancor meno denaro per i beni prodotti, a causa del calo dei prezzi mondiali dei prodotti agricoli.

Le politiche antipopolari determinate dall’applicazione dei PAS hanno determinato un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari di questi paesi. La riduzione della spesa pubblica ha colpito settori come la sanità, l’educazione, la previdenza sociale e la salute. Questa ha determinato un rafforzamento in questi paesi delle istituzioni coercitive per schiacciare scioperi e proteste popolari: polizia, servizi segreti e forze paramilitari. Lo stato africano così torna a un ruolo coloniale, diventa il cane di guardia dell’imperialismo.

Nelle metropoli imperialiste settori della borghesia liberale e del riformismo hanno cominciato a preoccuparsi per gli effetti destabilizzanti delle politiche di aggiustamento, con le quali erano, invece, d’accordo. In sostanza, erano alla ricerca di palliativi per alleviare il male, ma mai per curare la malattia. Dalla commissione di Willy Brandt agli inizi degli anni ’80, passando per le campagne della OXFAM per cancellare il debito estero, fino al programma della Banca Mondiale per mitigare gli effetti sociali dell’aggiustamento.

Tuttavia, il maggior impulso in questo ambito p stato dato da una sorta di religione, così si potrebbe definire l’onggismo. I nuovi catechisti si sono uniti al coro di chi gridava contro lo “Stato inefficiente”, il governo corrotto ecc. essi si potrebbero considerare i nuovi angeli della cosiddetta società civile. I rifugiati, le guerre civili e le altre calamità hanno creato delle necessità che reso indispensabile in mancanza di altro di questa industria umanitaria (e dei relativi profitti). Più calamità si presentano e meglio è per le ONG in questione in termini di visibilità, appello ai donanti che hanno come ritorno generose donazioni, espressi con assegni e carte VISA.

I governi africani sono ridotti alla fin fine a un ruolo di polizia antisommossa al soldo della Borghesia Imperialista, consegna alle ONG l’educazione, le scuole, l’acqua, la sanità, lo sviluppo rurale e le infrastrutture urbane. Le poche entrate provenienti dalle esportazioni nazionali possono ora venire rubate completamente senza alcun sotterfugio.

Le ONG hanno aumentato la loro importanza, diventando a volte dei sostituti dei governi. Hanno fatto sviluppare il mito che sono inserite in mezzo al popolo sofferente e per questo motivo sono nella migliore condizione per offrire alle masse popolari i servizi di cui anno bisogno. Negli anni ’80 il ruolo delle ONG era in piena sinergia all’offensiva controrivoluzionaria globale, guidata da Reagan e dalla Thatcher, per darle una copertura di “popolare” e di “sinistra”. In sintonia con la filosofia liberista dove il governo era “cattivo” e la cosiddetta civile di cui le ONG erano una espressione. Certo non fregava niente a nessuno tra la cosiddetta opinione pubblica dei paesi imperialisti che nella realtà queste organizzazioni fossero l’espressione del potere dei loro governi e soprattutto dell’establishment economico.

E in effetti, alcune tra le ONG più importanti la loro autorità è derivata dai rapporti che hanno con i loro governi. Ad esempio la Oxfam riceva dal governo britannico la maggior parte die fondi per le operazioni di emergenza. Action Aid amministra i progetti amministra i programmi della Overseas Development Agency inglese. La maggior parte del denaro per le attività delle ONG provengono da personaggi che si potrebbero essere definiti “” donatori buoni” provenienti magari dagli ambienti governativi.

Non c’è quindi niente di non governativo dietro le ONG, esse costituiscono il braccio vile dell’imperialismo o meglio lo strumento per dare l’illusione che ci possa essere una sorta “di via democratica allo sviluppo economico”.

Le ONG si sono trasformate in vacche sacre intoccabili. I loro difensori trascurano il “piccolo” fatto che non devono rendere conto alla comunità che “servono”. Se proprio rendono conto del loro operato, lo fanno nel loro paese. Le comunità dei paesi dipendenti dove operano non sono mari agenti attivi, ma solamente un ricettore passivo di carità.

Il rapporto diseguale con la comunità locale significa che le ONG occidentali si considerano migliori della loro controparte locale e questo alla fine della fiera le conferisce potere. Le comunità sono coscienti che se non accettano di cooperare, le ONG possono sempre rivolgersi ad altri luoghi più disponibili.

L’impatto a lungo termine della maggioranza delle attività delle ONG non crea né sviluppo né stimola l’autodipendenza fra le comunità dove operano. Si concentrano le risorse e le attività in operazioni di emergenza più che di lavoro per un autentico progresso (che significa sviluppare le proprie risorse). Questo fa sé che le ONG sperano (anche se ovviamente tutto c non viene dichiarato in maniera ufficiale) sperano nei disastri perché producono più denaro (parasafrando il titolo di un vecchio film con Alberto Sordi si poterebbe dire “Finché ci sono disastri c’è speranza”).

Poi c’è un aspetto da non trascurare: le ONG occidentali sono dirette bianchi.

 

AL SERVIZIO DELL’IMPERIALISMO

 

Le ONG sono strumento delle difesa degli interessi imperialisti. poiché offrono le motivazioni ideologiche per giustificare le azioni armate delle potenze imperialiste.

Negli anni ‘70’ la Francia, per sbarazzarsi di Jeane Bedel Bokassa che essa stessa aveva porto al potere nella Repubblica Centroafricana, sii appoggia su Amnesty International per scatenare una grossa campagna di denuncia del regime sanguinario. Sarà questa campagna a giustificare l’intervento della Francia e l’invio dei suoi paracadutisti che non dimenticheranno di portare con loro un nuovo presidente.

Ma il ruolo delle ONG non si limita a fornire alibi umanitari per colpire ad accompagnare i raid omicidi del “diritto di ingerenza” delle grandi potenze conflitti armati. Spesso la loro presenza ed il loro lavoro sul posto vanno ben oltre.

Non è un caso che l’India ha rifiutato l’aiuto internazionale dopo i disastri causati dallo tsunami del 26 dicembre 2004. Non è un caso se l’Indonesia, poco dopo, reclama la fuoriuscita delle ONG sul proprio territorio entro due mesi. Il motivo è che questi paesi sdanno bene che le ONG agiscono, anche senza scorta militare, come testa di ponte imperialista delle rispettive nazioni. Questa realtà è illustrata molto bene dalla serie di “rivoluzioni democratiche” o “colorate” avutesi nelle repubbliche del sud della Russia come quella che è avvenuta nel Kirghizistan.

Per aiutare il rovesciamento del governo che era malvisto dagli USA, cin si è serviti della potente rete di ONG che hanno diviso a scacchiera l’intero territorio. In ogni villaggio si contano da tre o quattro ONG locali, finanziate in gran parte da organizzazioni statali made in USA. Questa cosiddetta “rivoluzione” non ha avuto nulla di spontane0. Al contrario è stata preparata da questa rete di ONG.

Tutto questo dimostra che le ONG sono utili alla borghesia. Dagli anni ’70 costituiscono chiaramente un jolly organicamente legato ai dispositivi militari della classe dominante.

 

 

 

LE ONG ARRUOLATE DAL PARTITO DELLA GUERRA

 

Il governo di Berlino ha utilizzato la sua presidenza del Consiglio d’Europa, scaduta il 30 giugno 2017, per integrare le ONG nella politica militare europea. Ciò emerge dai documenti di lavoro della Fondazione Bertelsmann[2]. Le ONG sono associate ai servizi dello Stato da sovvenzioni economiche, ma non c’è solo questo: esse dovrebbero accompagnare le operazioni militari all’estero. Il che farebbe venire meno la distinzione tra le forze militari di occupazione e i membri delle organizzino di soccorso, in sostanza tra il militare e il civile. Ciò giustificherebbe gli attacchi crescenti contro i collaboratori delle ONG operanti nei territori occupati, che si concludono spesso con dei morti: 83 volte nel 2016. Si vuole utilizzare il pericolo crescente in corso per chi collabora con le ONG, per farle partecipare a un “sistema mondiale di informazione sulla sicurezza”. Esso servirebbe a mettere a disposizione dell’esercito, in modo sistematico, le informazioni captate tra i civili. Bisogna dire che alcune grosse ONG anno criticato questa possibile uso e strumentalizzazione da parte dell’esercito[3].

Durante la presidenza tedesca del Consiglio d’Europa, a Bruxelles si sono tenuti 5 incontri, con dirigenti delle ONG su come le loro organizzazioni potrebbero essere integrate nel più breve tempo possibile nella pianificazione e nelle realizzazione di missioni inerenti la Politica europea di sicurezza e di difesa (PESD). Da tempo, Bruxelles dispone di un comitato speciale per il ricongiungimento alle istituzioni delle ONG (Committe for th Civilian Aspects of Crisis management – Civ Com) esso ha il compito di analizzare gli “aspetti civili” della “gestione delle crisi” militari[4].

Alle ONG europee viene attribuito un ruolo decisivo nella creazione e trasformazione della politica e giustizia nei territorio attuali e futuri che sono oggetto di intervento da parte degli imperialismi europei. La CEE disporrebbe di una molteplicità di strumenti in materia politica, di sviluppo e di sicurezza (politicale, developmental and security tolls, per riformare i settori della “sicurezza” in seno agli stati coinvolti. Le ONG devono cooperare alle misure per la formazione del personale del personale e la formazione della “coscienza pubblica (awareness-raising); perché è unicamente in questo modo che possono essere create autorità giudiziarie e di polizia affidabili.[5]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]  Che è zona di influenza dell’imperialismo francese dove ha effettuato diversi interventi militari.

 

[2] http://www.voltairenet.org/article150356.html

 

[3] https://forum.termometropolitico.it/537868-come-l-imperialismo-arruola-le-ong.html

 

[4] European Peacebuilding Liaison office/Crisis Management Iniziative/bertelsmann Stiftung: Partners in Conflitc. EU and Cooperation, Federal Foreign Office, Berlin 20 – 21/06/07. Conference BacKrounf Papers.

 

[5]                                                                 C.s.

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~ di marcos61 su novembre 30, 2017.

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