IBERNAZIONE ARTIFICIALE

 

 

In tanti film di fantascienza come il famoso 2001 odissea nello spazio ci sono scene dove le persone chiudevano gli occhi sperimentando così un progressivo intorpidimento di membra e mente, e svegliarsi settimane, mesi o addirittura anni dopo più vive e fresche che mai. Queste scene trattavano di quel fenomeno che gli scienziati chiamano ibernazione (e i profani letargo). Si tratta nella sostanza quella condizione caratterizzata da una riduzione estrema del metabolismo e della temperatura corporea, che consente di sopravvivere a periodi più o meno lunghi di assenza di risorse. Una sorta di austerity fisiologica, insomma una sorta di metabolismo della temperatura corporea, che consente di sopravvivere a periodi più o meno prolungati di assenza di risorse. Questo che si potrebbe definire un superpotere che molti mammiferi – scoiatoli, marmotte, topi, orsi – possiedono e attuano spontaneamente. Che diversi scienziati in tutto il mondo cercano di replicare, estendendo artificialmente a specie non ibernanti. Obiettivo ultimo, gli esseri umani. A occuparsi del tema, in Italia è l’equipe di Matteo Cerri,[1] neuroscienziato, dell’Università di Bologna e collaboratore dell’Agenzia Spaziale Europea.

Per capire bene il discorso che si sta facendo bisogna cercare di comprendere cosa si deve intendere per ibernazione. Essa è un processo naturale popolarmente noto come letargo, che consente all’organismo di alcuni mammiferi di avvicinarsi a uno stato fisiologico molto vicino alla morte. Nel corpo di chi va in ibernazione si registra un notevole abbassamento della temperatura e una drastica riduzione della respirazione, del battito cardiaco e del metabolismo: in questo modo è possibile diminuire significativamente il consumo di energia e sopravvivere a lunghi periodi in cui ci sono poche risorse a disposizione. Un po’ quello che accade a un computer che, per risparmiare carica della batteria quando non è collegato alla rete elettrica, entra in stand-by. L’aspetto interessante è che si tratta probabilmente di una caratteristica ancestrale, cioè condivisa da tutti i mammiferi: si può ipotizzare che tutti i mammiferi siano dotati del gruppo di geni che predispone e consente di affrontare lo status di ibernazione.

Non bisogna confondere l’ibernazione, dal punto di vista cerebrale, con il sonno e l’anestesia, nei quali il cervello esprime una cosiddetta attività a onde lente: i neuroni della corteccia cerebrale, sostanzialmente, sincronizzano, ossia perdono la capacità di effettuare più operazioni diverse nello stesso momento. Durante lo stato di ibernazione, invece, i neuroni mantengono desincronizzazione, ma il ritmo delle operazioni risulta dilatato. Un’altra caratteristica che è stata osservata è che i neuroni tendono progressivamente a disconnettersi, per poi ricostruire al risveglio le connessioni interrotte e recuperare la plasticità precedente. Dal punto di vista biochimico, nel cervello degli animali ibernati si osserva la cosiddetta iperfosforilazione della proteina, un fenomeno che avviene anche nel cervello di chi soffre del morbo di Alzheimer. Tutte queste modificazioni ritornano poi rapidamente alla normalità poco dopo il risveglio.

L’ibernazione degli esseri umani, oltre ai problematiche etiche e morali, pone alcuni quesiti. Il primo fra tutti, capire quanto può durare questo status: teoricamente sembrerebbe che non ci siano limiti, ma non si conoscono eventuali effetti collaterali che potrebbero comparire dopo lunghi periodi di ibernazione. Un altro aspetto delicato riguarda il risveglio: ufficialmente si sa molto poco dei meccanismi che il cervello mette in atto per indurre l’uscita dal torpore.

Le possibili applicazioni dell’ibernazione possono essere nel campo della chirurgia utilizzabile negli interventi più complessi, per permettere agli organi di sopravvivere anche in considerazioni di scarsa disponibilità di ossigeno. Oppure – ma è un ipotesi molto lontana per quanto io sappia – utilizzarla per i pazienti in attesa di trapianti. È certamente utilizzabile nel campo della ricerca spaziale: la possibilità di indurre l’ibernazione negli astronauti consentirebbe di affrontare lunghi viaggi spaziali aggirando il problema delle scorte di cibo e della schermatura dai raggi cosmici nocivi, da cui l’ibernazione costituisce una sorte di protezione.

[1] https://www.google.it/search?source=hp&q=matteo+cerri+ibernazione&oq=Matteo+Cerri%2C++&gs_l=psy-ab.1.1.0l7j0i22i30k1l3.2604.10515.0.13342.9.6.3.0.0.0.85.464.6.6.0….0…1.1.64.psy-ab..0.9.565…0i131k1.0.Ca1jsqVUgmE

http://www.repubblica.it/scienze/2016/11/19/news/matteo_cerri_ma_nessuno_si_illuda_tornare_in_vita_dopo_anni_e_un_ipotesi_irrealizzabile_-152338847/

~ di marcos61 su ottobre 4, 2017.

Una Risposta to “IBERNAZIONE ARTIFICIALE”

  1. Per chi sta nelle stesse mie condizioni, cioé avere microchips nel corpo dal 1991, potrebbe essere una soluzione, nella speranza che si trovi una legge o un qualcosa che faccia finire le torture a noi cavie umane !!!!!

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