VERSO UN FUTURO DA CYBORG?

 

 

Immagino che molti appassionati di fumetti, come Iron Man, che negli anni ’60 furoreggiava, non potevano immaginare che stessero anticipando il futuro. All’epoca con la cosiddetta guerra fredda, ci fu un esplosione nello sviluppo della tecnologia, che ha avuto le sue conseguenze nella vita civile a partire dagli anni ’90, basta pensare a Internet.

Adesso, volenti o no, questa tecnologia entra nella nostra vista.

Un esempio lampante è che una società svedese che si chiama Epicenter, sta installando impianti di microchip ai propri dipendenti fin dal 2015.[1] Che rivoluziona il modo di identificarsi sul lavoro e nella vita pubblica, ma è anche un modo di essere identificati.

Il chip Rfid serve come badge e per interagire con macchine dell’azienda, e rappresenta una svolta che in parte può aprire la possibilità di trasformare gli uomini in cyborg. Epicenter lavora e fa soldi ospitando non poche delle migliaia di aziende di information technology e startup che sono il motore della veloce crescita svedese e dei record di occupazione giovanile: in pochi anni hanno fatto aumentare di oltre 400.000 persone la capitale del regno delle tre corone.    Ufficialmente, dovrebbe funzionare su base “volontaria”: solo chi vuole, [2]tra i circa duemila dipendenti, in maggioranza giovani, delle aziende che lavorano nel complesso di Epicenter, si sottopone all´intervento indolore che dovrebbe cambiargli la vita, poiché dovrebbe dare nuove possibilità di fare con la mano quanto di solito si fa esibendo un documento d’identità o una carta di credito, e al tempo stesso si diventa potenzialmente reperibili ovunque. Una siringa con un microago inietta in pochi secondi, tra il pollice e l’indice, un microchip non più grande di un chicco di riso. Da quel momento, si è un’altra persona: col microchip puoi timbrare il cartellino, aprire porte, azionare stampanti e computer, far la spesa pagando avvicinando la mano a un lettore.    Siamo comunque ai deliri, se la notizia fosse vera. Nella sostanza, il chip è diventato talmente popolare che chi lavora nella sede di Epicenter ha preso la nuova abitudine di festeggiare con party ogni nuovo volontario che ha scelto di impiantarsi il chip nella mano.[3]

Tutto deve essere visto dentro un quadro che vede aumentare il controllo dei dipendenti dentro le aziende.

Nel 2008 Microsoft ha sviluppato un progetto che è un Grande Fratello dedicato ai padroni: un complesso sistema informatico che servirà a controllare (e quasi radiografare) i dipendenti al lavoro negli uffici.[4] Il progetto della Microsoft è già depositato all’ufficio brevetti americano ed è in attesa d’approvazione. Nel frattempo, il quotidiano britannico Times è riuscito a dargli uno sguardo. E ha anticipato un inquietante scenario che potrebbe sembrare fantascientifico.

Grazie ad un programma di ultima generazione, ogni impiegato sarà monitorato attraverso l’uso dei PC da scrivania, dei portatili e dei telefonini. Ma non solo, grazie ad alcuni sensori wireless, il cervellone centrale acquisirà anche dati come temperatura, sudorazione, pressione del sangue e anche le espressioni facciali dei lavoratori. I progettisti dicono che tutto ciò servirà a “aiutare i dipendenti sotto stress”. Tra i timori c’è che questo software sia la via maestra per licenziare i dipendenti, poiché non controlla solamente il “benessere psicofisico”, ma anche competenza e produttività dei dipendenti.

 

QUALI SONO LE ESIGENZE DEL CAPITALISMO?

 

Sotto il modo di produzione capitalista, il regime di fabbrica (e degli altri ambienti di lavoro) non è solo caratterizzato dalla questione del tempo ma anche dall’organizzazione del lavoro: ovvero che i tempi siano rigidamente calcolati, che ci si rechi a lavorare alla stessa ora, ecc. Esso distrugge i tempi naturali e individuali propri dei precedenti modi di produzione.

L’attuale fase è caratterizzata dal fatto che i regimi di orario e di organizzazione del lavoro cambiano non per iniziativa della classe operaia ma per iniziativa borghese. “A partire dei primi anni ’80 il modello standard di orario comincia entrare in crisi. Innanzitutto si assiste, all’interno del settore industriale, a forti e diffusi investimenti in tecnologie dell’automazione (…) Il fine è quello di ricorre al potenziale di flessibilità delle tecnologie informatiche per ridurre il ruolo organizzativo e il peso economico della forza lavoro nel processo produttivo, per ridurre i costi di produzione, per aumentare la qualità dei prodotti. Tuttavia, pesanti investimenti tecnologici risultano remunerativi solo alla condizione che aumenti la durata di funzionamento degli impianti e che vengano introdotti, di conseguenza, orari di lavoro articolati su più turni” (G. Cerrutti, Il tempo di lavoro tra fordismo e postfordismo: dall’orario di lavoro standard all’orario variabile – Centro di ricerche Giuseppe di Vittorio, Pisa Biblioteca Franco Serrantini).

Questa rivoluzione dei regimi di orario è in stretta relazione con quel cambiamento del modo di produzione che è definito toyotismo o post-fordismo, nato in Giappone. Il toyotismo è caratterizzato dal maggior utilizzo degli impianti unito a una maggiore intensità del lavoro. La “produzione intelligente” basata dall’informatizzazione (la stessa che permetterebbe, secondo gli ideologi del sistema, di far accedere al “salariato medio” di accedere a un livello decisionale minimo) svaluta e rende superfluo il lavoro di molti quadri intermedi (ragionieri, periti), sostituiti (o in cerche occasioni proletarizzati) dal ricorso massiccio ai computer. In secondo luogo l’aumento dei ritmi e della responsabilizzazione porta con sé un notevole aumento dello stress psicofisico del lavoratore medio.

Si nota spesso delle tendenze che sembrano contraddittorie: la presenza simultanea di riduzione e di aumento dell’orario di lavoro.

Queste tendenze sono determinate dal fatto dalla necessità del capitale di reagire alla caduta del saggio di profitto.

Perciò si ha: a) Aumento del plusvalore assoluto, prolungando il tempo di lavoro, perciò del pluslavoro ottenendo un plusvalore corrispondente. Costringendo l’operaio a lavorare per altre ore senza un aumento di orario, il padrone otterrà ore in più di plusvalore ottenendo di conseguenza un plusvalore maggiore. Per queste ragioni i padroni si oppongono a ogni richiesta di diminuzione di orari di lavoro che non comportino perdite salariali. b) Plusvalore relativo. Che si ottiene con l’accorciamento del lavoro necessario, della trasformazione del tempo del lavoro necessario in pluslavoro; l’aumento del pluslavoro non è dovuto dall’aumento dell’orario di lavoro, bensì dalla diminuzione del tempo in cui l’operaio lavora per riprodurre il proprio salario. In sostanza si ottiene intensificando i ritmi di lavoro, con l’ausilio di nuove tecnologie.

 

 

 

 

 

 

 

 

LE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE

 

 

Andando ad analizzare in modo specifico il problema delle “macchine”[5] all’interno della società capitalista, ci si pone di fronte ad una serie di problemi. La soluzione di questi non può che essere una società che non sia fondata sullo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente.

L’uso capitalistico delle macchine non affranca l’uomo dalla fatica fisica; ovvero, se ciò da un lato corrisponde a realtà lo è solo in modo incidentale e non e certo l’obiettivo che si prefigge il capitale (aumento continuo del profitto: tendenza a ridurre il tempo di lavoro necessario e ad aumentare il plusvalore.

Marx dice che il presupposto storico dell’introduzione di macchinario, di tecnologia, nel processo produttivo, è la concentrazione di manodopera, vale a dire che a un certo punto dello sviluppo del capitale, corrisponde un maggior numero di sfruttamento, un allungamento del tempo di plus-lavoro; quindi l’invenzione e la tecnologia sono fenomeni immanenti dei quali il capitale deve necessariamente uso.

È evidente che l’uso delle macchine rappresenti una necessità storica del capitale e l’avanzamento tecnologico, l’aumento del pluslavoro e della produttività segue di pari passo i meccanismi della crisi capitalistica e il suo conseguente acuirsi.

Il capitalismo adotta nuove metodologie di produzione, perché esse gli danno garanzia di maggior profitto a breve termine. Ma proprio qui, secondo Marx, si annida il problema maggiore. Il punto è che le conseguenze immediate per il singolo capitalista sono del tutto diverse dalle conseguenze dalle conseguenze ultime per la società capitalistica e per i capitalisti complessivamente.

Diceva Marx: “…non esiste un capitalista il quale applichi di buon grado un nuovo metodo di produzione quando questo, pur essendo assai più produttivo ed aumentando considerevolmente il saggio di plusvalore, provoca una diminuzione del saggio di profitto. Ma un tal metodo di produzione fa diminuire il prezzo delle merci. Il capitalista vende in un primo tempo le merci al di sopra del loro prezzo di produzione, e forse al di sopra del loro valore; egli intasca la differenza fra il costo di produzione ed il prezzo di mercato delle altre merci prodotti a costi di produzione più elevati e può fare questo perché il tempo medio necessario alla produzione di tali merci è superiore al tempo di lavoro inerente al muovo metodo di produzione. Il suo metodo di produzione è superiore alla media sociale: ma la concorrenza non tarda a generalizzarlo ed a sottometterlo alla legge comune. Ha allora inizio la diminuzione del saggio di profitto – che può manifestarsi in un primo momento nella sfera di produzione capitalista, per poi livellarsi al saggio del profitto delle altre sfere – senza che – tutto ciò dipenda minimante della volontà del capitalista”.[6]

Il saggio di profitto ha quindi difficoltà a rimanere a livelli elevati oppure ad aumentare, tanto più se prendiamo la classe capitalistica nel suo insieme. Ed è per questo che Marx ha più volte parlato di tendenza alla caduta del saggio profitto.

 

CONTROLLO SOCIALE

 

La produzione di plusvalore assoluto, in altre parole il prolungamento della giornata lavorativa oltre il limite della riproduzione del valore giornaliero della forza-lavoro, è la base su cui s’è consolidato il modo di produzione capitalistico. Prima il capitale comincia a espandersi, appropriandosi totalmente del momento produttivo. Quindi assorbe il tipo di produzione esistente, senza però cambiarne ancora le caratteristiche: questa fase si suole dire di “dominio formale”, poiché il volto della produzione e soprattutto dei rapporti sociali non è ancora stato mutato dallo sfruttamento.

Solo più tardi si creeranno le condizioni adatte all’estrazione di plusvalore relativo: la giornata lavorativa sarà divisa in tempo di lavoro necessario e in pluslavoro, il secondo sarà sempre più allungato a discapito del primo, attraverso accorgimenti che riducano il tempo di lavoro occorrente per produrre l’equivalente del salario. Ciò comporterà maggior produttività, attraverso l’introduzione delle macchine nei cicli di produzione, minor costo dei mezzi di sopravvivenza degli operai ecc.

Il periodo in cui si afferma la produzione di plusvalore relativo coincide con la fase in cui il capitale, dopo essersi impadronito del modo di produzione esistente, lo elabora e lo trasforma ha secondo dei suoi bisogni. Questo meccanismo naturalmente non comprende soltanto l’aspetto economico, strutturale, ma si avvierà ad abbracciare l’intero vivere sociale dell’umanità, coinvolgendo e piegando tutte le attività sociali, culturali, ideologiche: in una parola, il capitale aumenta assume il “dominio reale” della società.

Questo dominio si concretizza non soltanto da un punto di vista economico, ma anche sociale, data la necessità, da parte del capitale, di costruire una rete di controllo sociale che, a tutti i livelli, garantisca la circolazione delle merci, la proprietà privata, lo sfruttamento. Quindi il passaggio dal plusvalore assoluto a quello relativo è stato un processo storico-evolutivo dell’economia capitalistica, che ha consentito la creazione del Sistema Capitalistico.

In questo tipo di società sono continuamente proiettate merci e bisogni, che oggettivamente addormentano la coscienza delle classi sfruttate, le quali cominciano a perdere le loro caratterizzazioni sociali e culturali.

Dominio reale significa quindi non soltanto sfruttamento, ma anche emanazione di cultura, di valori, di modelli, che arrivano a riprodursi attraverso lo stesso proletariato, il quale incomincia a intensificarsi con essi. Il vivere sociale assume un aspetto e un’attività nel complesso speculare ai movimenti strutturali del capitale e il proletariato, attraverso l’infiltrazione di merce-ideologia e il conseguente innalzamento del tenore di vita, perde gradatamente quelle caratteristiche di soggetto antagonista, arrivando a esprimere una concezione della vita non contradditori nei confronti dei bisogni strutturali del capitale.

È chiaro che non è eliminata invece la contraddizione oggettiva tra forze produttive e rapporti di produzione, tra chi sfrutta e chi è sfruttato, ma diciamo che lo sfruttamento in qualche maniera viene “occultato” in un corpo sociale complesso ma che nello stesso tempo ha una sua omogeneità ideologica e che quindi tutte le contraddizioni, compreso lo sfruttamento, sono inserite in una serie di rapporti che non consentono una divisione netta di classe e di culture: struttura e sovrastrutture tendono confondersi.

Accanto a ciò va posto il discorso dei bisogni, cu cui può affermare che oggi il proletariato non esprime una serie di necessità “caratteristiche” del suo stato, ma che, a cominciare dal consumismo, i suoi bisogni sono stati pilotati ed indotti nella maniera più conveniente alla produzione, non il contrario, come sarebbe stato più logico e coerente.

Il capitale cerca in continuazione di “confondere” i bisogni primari con quelli superflui. Valori quali la libertà di vendere o non vendere la propria forza-lavoro, la stabilità di un reddito sufficiente a vivere in modo dignitoso, la possibilità d’abitare dove si vuole, poter concepire e allevare i propri figli quando e come si vuole, ecc., sono tutte necessità che oggi passano in secondo piano o sono addirittura ridicolizzate e negate da un ordine sociale che pone invece in risalto il consumismo, l’interclassismo, la desolidarizzazione.

Il controllo sociale, diretto o indiretto che sia, è attuato, in ultima analisi, sull’intero complesso sociale, articolandosi e strutturandosi secondo i bisogni e delle necessità: da quello operaio dalle merci, che coincide con l’avanzata tecnologica e culturale generale della società, a quello più specialistico dei sindacati riformisti che praticano la collaborazione di classe, che svolgono un’azione d’imbrigliamento e conduzione delle masse lavoratrici, a quello più propriamente repressivo e poliziesco, che seleziona e colpisce i soggetti con coscienza antagonista o deviante.

Il dominio reale capitalistico si configura oggi come totale, se lo inseriamo nel concetto di metropoli, vale a dire le attività sono, interconnesse, e nel quale il capitale opera, con l’aiuto delle nuove tecnologie, il suo tentativo di uscire dalla crisi.

La costruzione della “metropoli informatizzata” nelle menti degli intellettuali organici del Capitale, per gestire meglio il controllo sociale, dovrebbe servire a gestire la crisi senza che si introducono aspetti conflittuali, e in prospettiva, cercare di rimodellare i rapporti sociali e la cultura rispetto a mutate conduzioni produttive.

Certamente il controllo sociale aiutato dall’elettronica è più incisivo, veloce. L’informatica e la telematica cominciano a creare modelli di vita, di pensiero, di comportamento adatti a recepire le nuove tecnologie e i prodotti che ne scaturiranno.

 

CONCLUSIONI

 

Questo nuovo software e il chip inserito ai dipendenti, sono dei classici esempi, della scienza asservita alle logiche del capitale.

Alle esigenze di “flessibilità” e “qualità’ totale” da parte del capitale. Esigenze che sono sinonimo di divisione, all’interno della classe, fra lavoratori stabili e precari, fra squadre di lavoro che rispettano gli standard e quelle che non ce la fanno, fra lavoratori all’interno della squadra che deve auto controllarsi.

Perciò uno dei problemi è superare queste barriere che esistono all’interno della classe, per arrivare all’interno della lotta all’unità di classe.

In ogni caso uno degli obiettivi può essere una fortissima riduzione del lavoro senza flessibilità e lottare contro i controlli padronali all’interno delle aziende.

L’informatizzazione della società pone un problema di natura teorico-pratica, che sembra lontana, ma dalla quale non ci si può esimere a cercare di dare una risposta, in una società diversa, dove l’economia è basata sui bisogni delle masse ed è la classe a decidere cosa, come e per chi produrre, che fare dell’attuale apparato produttivo? La “macchina” non potrebbe riprodurre automaticamente il sistema ed i suoi valori d’uso, non si rischierebbe di sostituire il proprietario di esso e nient’altro?

 

 

[1] http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/04/07/news/il_dipendente-cyborg_un_chip_sottopelle_e_butti_carte_e_badge-162374446/

 

[2] Metto tra virgolette volontaria, perché non si dice cosa comporterebbe se un dipendente si rifiuterebbe a inserirsi il chip.

 

[3] http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/04/07/news/il_dipendente-cyborg_un_chip_sottopelle_e_butti_carte_e_badge-162374446/

 

[4] City Giovedì 17 gennaio 2008

 

[5] Metto tra virgolette macchine, perché questa definizione potrebbe indurre a pensare solamente il macchinario usato dentro gli stabilimenti.

 

[6] Marx, Il Capitale III libro.

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~ di marcos61 su giugno 6, 2017.

Una Risposta to “VERSO UN FUTURO DA CYBORG?”

  1. Grazie per l’articolo. Molto bello. Vorrei farti una domanda: “Per caso,  un cittadino innocente, che lo hanno addormentato, senza dargli informazioni e senza firmare nessun contratto, come puó togliersi gli RFID (microchips) dal proprio corpo?”. Ringraziando, cordiali saluti. 

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