IL MARXISMO E LA MORTE

 

 

La morte è la fine della vita. Questa frase si trova ripetuta neri dizionari, si legge nei dizionari, fa parte di un lessico diffuso e popolare. La morte è pure indicata come la cessazione assoluta dell’essere vivente.

Sulla morte, evento serio e ineludibile, l’umanità ha portato da sempre la sua riflessione per cercare di capire, orientarsi, assumere atteggiamenti, prendere decisioni. Un materiale copiosissimo si è così accumulato nel tempo, partendo da molte versanti, compreso quello che si richiama al marxismo. Bisogna riconoscere che tra i marxisti (più che di Marx) c’è stata una interpretazione della morte che si raccordava con il materialismo settecentesco. Ciò è dipeso dal fatto che, a livello interpretativo generale, a lungo si è identificato ogni aspetto della realtà con la materia, anche se gli individui venivano risolti nella materia universale, ma nella specie umana nel perenne avvicendarsi delle generazioni con il conseguente sperato e auspicato avvento alla fine di una generazione felice e riconciliata fine di una generazione felice e riconciliata.

Una lettura delle opere di Marx può e deve portare a un’interpretazione diversa e particolarmente feconda della morte. L’avvio di questa interpretazione può essere lo scritto di Marx che ha per titolo per la critica della filosofia del diritto di Hegel.  Nella Introduzione, senza evocare in termini espliciti la morte, Marx sostiene che è “compito della storia, una volta scomparso l’al di là della verità quello di ristabilire la verità dell’al di qua”. Con il corso letteralmente molto prezioso a una espressione antica, Marx qualifica la sfera dell’al di qua come una “valle di lacrime”. Già come nel mondo antico, in particolare la cultura greca, che Marx conosceva benissimo e apprezzava molto, negli esponenti più inclini al pessimismo, come ad esempio Empedocle,[1] aveva definito questo mondo come un “campo di sventura”.

Ma è nel contesto giudaico-cristiano che la concezione di questo mondo, dell’al di qua, come una valle di lacrime trova la sua ampia e significativa diffusione. Nel salmo biblico 83 v 7 si parla di un passaggio, un transitare per la valle del pianto, ma è soprattutto in una delle preghiere più antiche e recitante nella chiesa cattolica che il termine e la tematica si ripropongono.

Nel “salve regina” i fedeli invocano Maria “gementi e piangenti” (gementes et flentes) in questa valle di lacrime. Dall’alto, dall’al di là, appunto, si aspetta se non proprio la liberazione, almeno il conforto misericordioso.

Non manca certo nel mondo religioso e segnatamente cristiano l’impegno per alleviare i dolori che gravano sulla umanità in quella valle di lacrime. Già il filosofo Kierkegaard scriveva che la persona seria e riflessiva comprende davanti alla morte, paragonabile alla notte, “che la vita è il giorno” e che “se non si può lavorare di notte, si può operare di giorno”.  Così riguardata, scrive sempre il filosofo danese “la morte diventa una sorgente di energia pari a nessun altra, essa rende vigilanti come niente altro… il pensiero della morte esercita un benefico impulso… fa nascere una tensione, come in un arco che si tende”.[2] Vero è questa tensione, capace di vincere le diseguaglianze, deve terminare per Kierkegaard su un piano prettamente religioso. Resta su un piano prettamente religioso. Resta pur sempre valido il messaggio che la morte può e deve spingere a operare, a non restare inermi, ad accontentarsi, per così dire, della uguaglianza che si attua nella tomba, la quale per altro, segnala e comporta fino all’ultimo in superfice differenze e disparità, come conclamano i mausolei da una parte e dall’altra le nude tombe dei poveri. Quindi con la morte “tutto è finito” ma per altro verso tutto può ricominciare.

Anche in tempi a noi più vicini, una personalità eminente del mondo eminente del mondo cattolico, come il cardinal Martini, che ricordava che “troppo spesso ai mali dell’umanità e non siamo attenti e non siamo attenti al fratello che ci vive accanto, uscio a uscio”.[3]

Si potrebbe obiettare che ai mali dell’umanità non si pensa mai troppo e soprattutto da parte della Chiesa Cattolica che certamente non sempre denuncia e soprattutto opera contro i mail dell’umanità, anzi ci sguazza e si arricchisce nel senso pecuniario del termine.

Nella realtà, spesso e volentieri nell’ambito religioso, più che una spinta e un impegno la morte viene accettata liberatorio in sé e per sé, un passaggio insomma che introduce nel mondo dell’al di là, dove si crede ci sia la vera e perenne vita.

Ambrogio vescovo di Milano, in tempi non facili diceva ai fedeli nelle chiese “con la morte non si perde la vita, ma si passa a cose migliori (ad meloria transfeertur)”.

Molti altri richiami si potrebbero fare, soprattutto quelli che sottintendono una specie di rassegnazione di fronte alla morte: atteggiamento questo maturato sovente sulla base di sforzi per un cambiamento risultati vani, una rassegnazione risultata poi risultata funzionale al mantenimento delle diseguaglianze e perciò alimentata e sostenuta delle classi dominanti.

Il messaggio di Marx punta decisamente sull’al di qua. Nella valle di lacrime bisogna operare perché l’essere umano non sia “un essere, derelitto, spregiato”. Se così avviene, come di fatto avviene, non c’è già in atto un processo di morte? Nella valle di lacrime il capitalismo consuma il dramma che porta alla disumanità che si può definire una mortalità prolungata. Nel Capitale Marx analizza in pagine che hanno il sapore moderno dell’inchiesta, della situazione di lavora e per questo incontra la morta. Nei distretti ceramieri inglesi la vita dei lavoratori, denunciavano i medici inglesi dell’epoca è straordinariamente breve, i lavoratori del settore vasai “vivono per poco tempo; relazioni e indagini sulle fabbriche inglesi parlano di diffuse sofferenze corporali e morti precoci della popolazione operaia. Situazioni di tempi andati e lontani? Non pare proprio se si guarda alla mortalità sul lavoro dei tempi nostri, in Italia e nel mondo intero. Di fronte ai guasti e alle tragedie di morte e sofferenze, imputabili al sistema capitalista, si impone per i comunisti un impegno politico di alto profilo.

   Parlare di morte dunque deve diventare rivoluzionario.

 

 

 

 

BREVI NOTE SUL SACRIFICIO

 

Il sacrifico è considerato l’antibisogno per eccellenza (perché c’è rinuncia, privazione), è caratterizzato e si distingue per l’autorepressione dei bisogni dovuto a una scelta soggettiva di coscienza.

Il sacrificio è una forza molto potente della Storia: le stupide teorie clericali e borghesi sul “naturale” egoismo umano hanno sempre dimenticato, rimosso gli immensi sacrifici sopportati coscientemente, nel corso dello sviluppo del genere umano, da masse enormi per il soddisfacimento dei loro bisogni ed ideali: rivoluzioni, guerre di liberazione nazionale, guerre civili, le guerre giuste come quella condotta dall’URSS nella lotta mortale contro il nazifascismo. Altre forme di sacrificio si trova nel sacrificio quotidiano, grigio ma non per questo meno eroico dello schiavo cristiano che andavano incontro al martirio della croce inflittogli dai suoi padroni e dallo Stato Romano schiavista; nel sacrificio quotidiano del militante comunista durante il fascismo e il nazismo in Italia e in Germania. Le tendenze verso l’egoismo, l’autoconservazione propria e dei suoi discendenti, verso l’indifferenza si sono sempre scontrate in ogni uomo con la tendenza (che è reale) all’altruismo, al sacrificio per gli altri.

Di esempi concreti di sacrifici sofferti sono innumerevoli: pensiamo all’eroico comunista torinese Dante Di Nanni. Ferito in un azione dei GAP è circondato dai nazifascisti dove muore combattendo infliggendo pesanti perdite al nemico. Ma Dante era un ragazzo di 17 anni, che indubbiamente come tutti i ragazzi della sua età voleva vivere, ma che era costretto a lottare “soprattutto perché, se oggi non facessimo nulla non ci sarebbe ma un domani da cui cominciare a cambiare veramente le cose”.[4]

Vogliamo adesso esporre una tesi che potrebbe essere presa per assurda: che nella stragrande maggior parte degli esseri l’altruismo è più forte delle tendenze egoistiche. Che questo altruismo può a volte assumere forme corporative, ma sempre altruismo è. L’esperienza pratica offre miliardi di esempi: la priorità data ai figli, ai discendenti dalla grande maggioranza dei genitori. Se si trattasse di scegliere nei casi tra la propria vita e quella dei figli la maggioranza dei genitori (specie se madri, ma non solo) saprebbero cosa scegliere. L’imprenditore avarissimo ma che nella vita privata ma che cede ad ogni pretesa dei rapitori del figlio/a.

 

 

 

 

 

[1] Empedocle di Agrigento. Nei suoi frammenti si trova l’espressione “ates leimon” che si può tradurre “prato o campo di sciagure, pena, danno, disgrazia, rovina”.

 

[2] Discorso Sur une tombe.

 

[3] Lettera pastorale alla diocesi di Milano del 1983.

 

[4] Giovanni Pesce, Senza Tregua, Feltrinelli.

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~ di marcos61 su aprile 3, 2017.

Una Risposta to “IL MARXISMO E LA MORTE”

  1. il marxismo è vita

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