ACUNE SPIEGAZIONI SULLA CRISI ODIERNA

Nel 2007 la crisi generale del Modo di Produzione Capitalista è entrata nella sua fase terminale; a meno di essere in malafede tutti devono ammettere la grave crisi la crisi mondiale; ci sono governanti che dicono (da autentici illusionisti) che occorreranno pochi anni per uscirne, altri, più realisti, molti anni. I proletari e il resto delle masse popolari registrano dappertutto un enorme aumento del lavoro precario e sottopagato, che nei paesi dipendenti del Tricontinente si aggiunge alle miserevoli condizioni di vita.

Ormai anche nelle nazioni imperialiste, nella scuola, nella sanità, nei trasporti ecc. dove era ancora presente un certo interventismo statale, si registra una accelerazione dei tagli alla spesa sociale e una speculare tendenza alla privatizzazione; con la conseguenza di un ulteriore aumento dei carichi di lavoro ed ulteriore precarietà per i lavoratori, soprattutto i più giovani; però per questi ultimi i disagi non sono, il sostegno alle volte, proprio immediati, avendo alle spalle sia il sostegno delle famiglie che a volte la proprietà come la casa, in precedenza acquistate.

L’incremento del PIL di alcune nazioni industrializzate, che negli anni ‘55-’75 era, per alcuni paesi, a due cifre; già da circa 30 anni era iniziato a rallentare e oggi è a livelli che mediamente rasentano lo zero (se non si dà retta alle statistiche ufficiali che lo manipolano facendolo crescere artificiosamente di qualche punto).

Per non parlare delle nazioni del Tricontinente che sono fortemente indebitate, dove spesso sono devastate da guerre e inquinamenti; e le cui ricchezze vengono spesso depredate dalle nazioni imperialiste, ma anche le nazioni BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), anche se hanno avuto nel recente passato tassi di sviluppo superiori a quelli degli altri paesi, intorno al 5% in media, ormai se la vedono brutta. Infatti, a causa della sopraggiunta depressione economica mondiale, si è avuto un deprezzamento delle materie prime, di cui erano in massima parte esportatori, ed il rallentamento delle esportazioni di manufatti molto competitivi sui mercati per il basso costo della forza lavoro; per cui sono entrati in crisi anche i BRICS.

I crack finanziari delle borse sono solo gli indicatori delle difficoltà economiche die rispettivi apparati produttivi e rischiano alla lunga di coinvolgere tutte, come in un gioco di Domino, in una bancarotta globale; produttiva e finanziaria del sistema.

   Le ricette per uscirne – cioè per rianimare, almeno per un certo tempo, i titoli nelle varie borse – proposte dai vari istituti finanziari come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) o dai vari guru dell’economia sono tutte di lacrime e sangue per i lavoratori in tutto il mondo. Infatti, la disoccupazione globale, soprattutto giovanile, e la sottoccupazione aumentano da decenni, ormai non solo nei paesi cosiddetti poveri (eufemismo per mascherare la dipendenza dall’imperialismo), e non certo per l’aumento della popolazione: non possono più nasconderle nemmeno con le statistiche più manipolate. Inoltre, quasi metà della popolazione mondiale vive con meno di 2-3 euro al giorno. Anche nei paesi imperialisti i poveri crescono

incessantemente, ad esempio negli USA vi sono ormai 45 milioni di poveri ufficiali che ricevono buoni pasto dal Governo USA, su circa 250 milioni di abitanti.

Molti economisti e giornalisti borghesi si propongono a dare una spiegazione a questo andamento catastrofico dell’economia; ma tutti devono obtorto collo riconoscere i dati oggettivi sopra esposti.

I politici si sbracciano per convincerci – possiamo prendere come esempio il caso greco – che “stiamo tutti nella stessa barca” e che quindi “tutti dobbiamo contribuire ai sacrifici per risolvere la crisi e non farla affondare”; sembrano (in apparenza ovviamente) dimenticarsi che per gli armatori greci la barca galleggia sempre: non pagano quasi tasse e hanno una flotta commerciale che è una delle più mondo!

Di fatto, quindi, i sacrifici sono stati, sono fatti, e saranno imposti in futuro, non solo in Italia, o in Grecia, ma dappertutto.

BREVE ELENCO DELLE SPIEGAZIONI PIU’ COMUNI SULLA CRISI IN ATTO

Facciamo un breve elenco, certamente parziale, delle spiegazioni più comuni (da parte di economisti e mass media) sulla crisi in atto: a partire da quelle più superficiali, fino a quelle corrette in modo parziale, ed in generale comunque, secondo il nostro modesto parere, false:

 

  1. Ci sono troppi politici con i soldi della collettività, spesso li rubano, spesso prendono tangenti (alcuni aggiungono: da tanti anni).
  2. I commercianti (con riferimento soprattutto ai piccoli) non pagano le tasse, frodano lo Stato cioè la collettività (anche qui spesso si aggiunge: da tanti anni).
  3. Perché lo Stato fa troppo assistenzialismo… da tanti anni; quindi dobbiamo privatizzare scuola, sanità, pensioni… (tesi liberista istituzionalmente dominante). Aggiungono: proprio dalla fine degli anni ’60 ci fu la diffusione della spesa pubblica cioè della scuola accessibile anche ai meno ricchi; proprio per questo la situazione è peggiorata.
  4. Questa è una crisi si sottoconsumo: la gente non compra più e quindi, di conseguenza non si produce più come prima; bisogna aumentare l’assistenza alle famiglie per spingerle a consumare di più (tesi keynesiana, proposta anche da molti “rivoluzionari”, “antagonisti”).
  5. Questa è una crisi finanziaria: è colpa delle banche che non prestano più soldi alle industrie e queste non possono produrre, quindi di conseguenza c’è la crisi produttiva.

La prima e la seconda risposte sono le tesi più grossolane e facili da controbattere: in Italia i politici venivano pagati molto e prendevano notevoli tangenti anche negli anni ’60 quando il PIL cresceva a due cifre; ed anche allora i commercianti, soprattutto i grossi, non pagavano le tasse. Eppure allora non generava crisi. Certo

c’è sempre qualcuno che aggiunge poiché è da tanti anni che dura questa situazione (punti 1, 2 e 3) siamo arrivati alla crisi.

Che poi si suggerisce di controllare i piccoli commercianti che non fanno lo scontrino, cos’è questo se non aizzare a una guerra fra poveri? Mentre i ricchi se la ridono.

Torniamo a dare una risposta ai punti 1, 2 e 3.

I politici corrotti ci sono sempre stati, anche dal dopoguerra fino al 2000 ed hanno sempre avuto il consenso popolare (sempre più relativo a partire dall’esplosione della crisi, pensiamo ai livelli di astensionismo elettorale negli USA). Perché proprio ora la cosa non funziona più?

Ma soprattutto, per il punto 3 si può ribattere che, se assistenzialismo c’è stato, quello che ha sempre coinvolto le somme di gran lunga più grosse è stato l’assistenzialismo statale a favore dei ceti miliardari (sia in Euro che in Dollari): banchieri, industriali, grossi commercianti; ed a favore del capitalismo in generale.

Un caso indicativo è quello della FIAT; negli anni ‘80-’83 aveva mediamente 25 mila miliardi di lire annue in regalo dallo Stato italiano; quindi almeno 10 milioni di Euro di oggi. Ed il peggio che non erano regali in denaro, ma intitoli di debito, per cui lo Stato pagava anche una buona percentuale annua di interessi, ora, si potrebbe ipotizzare che se i ragli alla FIAT fossero stati della stessa entità a partire dal dopoguerra, si potrebbe dare una spiegazione di parte del debito accumulato (almeno il 40% di esso). E tenendo conto che in Italia di grossa industria non c’è stata solo la FIAT.

Tutti gli Stati imperialisti hanno sempre aiutato, sia in forme aperte che occulte, le imprese nazionali più grosse, soprattutto quelle a carattere multinazionale, a “farsi largo” sui mercati nazionali e internazionali; hanno impiegato somme enormi, che sono il motivo principale dei debiti statali; lo stesso dicasi per le grandi banche, soprattutto ultimamente. Uno dei trucchi più usati è stato quello di indebitarsi proprio verso i gruppi finanziari (industriali e bancari) che si volevano aiutare, in modo che lo Stato dovesse pagare anno dopo anno dopo interessi.

Ad esempio se si vuole regalare 10 milioni alla FIAT; lo Stato cosa fa? Ovviamente la FIAT dirà che senza quei soldi dovrà licenziare migliaia di operai o che l’Italia perderà di competitività. Allora lo Stato si mette d’accordo con gli azionisti FIAT: emette titoli per 10 milioni che compreranno gli azionisti FIAT stessi, dando allo Stato 10 milioni di Euro liquidi (non occorre che li diano fisicamente); lo Stato regala poi quei soldi alla FIAT e il trucco è bell’è fatto! Infatti ogni anno lo Stato pagherà su quei titoli di debito, prima qualche mezzo milione di euro all’anno e così dopo 20 anni la cifra si è almeno triplicata.

Non parliamo poi delle spese militari e delle altre commesse statali alle grosse industrie nazionali (quelle che di solito dirigono le politiche statali) per rifornire esercito, scuola, sanità, uffici pubblici ecc.: una pletora di armi micidiali e costosissime, strutture, impianti, strumenti e attrezzature di laboratorio, macchinari: tutta roba affittata o comprata profumatamente dallo Stato o dai suoi corrotti enti più o meno locali; a prezzi rispetto ai quali un privato per la stessa merce non pagherebbe

cantieri aperte da decenni a causa degli appalti e dei sotto-appalti mafiosi, mentre i prezzi delle “riparazioni” lievitavano di varie volte rispetto alle spese iniziali previste.

Tutto fa capire che, rispetto a questi aiuti dati, per decenni al grosso e medio capitale da parte degli Stati, le paghe dei politici hanno dimensioni mille volte minori; ma anche le tangenti che prendono dai grandi capitalisti fanno la figura delle cenerentole; ma fa la figura delle cenerentola anche la spesa sociale destinata alle masse popolari.

Inoltre: perché, in altre nazioni dove corruzione dei politici, evasione fiscale, assistenzialismo verso i ceto meno ricchi, non assumono forme così forti come in Italia, la crisi a volte morde anche di più ciò avviene perché essa non dipende da queste cause, alcune delle quali, forse, oggi, possono solo contribuire un poco ad aggravarla; mentre per il passato hanno avuto lo scopo di oliare il meccanismo capitalistico e tacitare i brontolii sociali.

Quindi le cause della crisi non si possono ricercare nelle prime 3 spiegazioni.

Passiamo quindi alle spiegazioni un po’ meno banali esposte nei punti 4 e 5.

Alla tesi keynesiana, contenuta nel punto 4, si può obiettare che i dati dicono che solo nel 2010 nelle nazioni più industrializzate, è iniziato ad esserci un calo delle vendite delle merci. Fino a circa il 2010 i consumi mondiali complessivi, pur se lentamente, crescevano ancora.

Anche se è pur vero che i mercati si sono quasi saturati dagli anni ’90, le vendite potevano ancora aumentare (e sono di fatto aumentate anno dopo anno dal dopoguerra al 2010); mentre i mercati tendevano sempre più a saturarsi, perché, pur aumentando i consumi, l’offerta aumentava più velocemente del consumo; e quando si sono saturati (intorno al 1995-2000) il consumo poteva ancora aumentare, am a quel punto l’offerta non poteva crescere molto più velocemente del consumo, cioè della domanda; infatti, i capitalisti sapevano di non poter più forzare il mercato ad allargarsi ulteriormente, prevedendo che gran parte della merce immessa non si sarebbe venduta.

In altre parole, il cosiddetto sottoconsumo (anche nelle nazioni ricche) è un fenomeno rilevato solo negli ultimi 4 o 5 anni, e non può quindi spiegare come invece si è arrivati alla crisi del 2007; esso ne è semplicemente una conseguenza.

Al punto 5 si può obiettare: da almeno 100 anni sono le stesse persone fisiche che hanno la proprietà o la disponibilità delle banche, ad essere anche i padroni delle grosse e medie industrie; allora cosa fa questa gente che non danno soldi a se stessi? E perché?

E soprattutto: se le industrie potessero garantire alle banche un buon profitto sui prestiti, perché le banche non dovrebbero prestare i soldi alle industrie? Evidentemente le industrie, in genere, non possono più fare profitti tali da garantire alle banche gli interessi che esse si aspettano dai prestiti; ma anche chi ha industrie e banche non trova conveniente impiegare i soldi (suoi o dei clienti) depositati nelle banche per investirli nelle proprie industrie, nonostante i bassissimi tassi di interesse correnti, visto che non ci sono più prospettive di buoni profitti da realizzare.

Facciamo un passo indietro per capire meglio le dinamiche della crisi.

Come già detto, dagli anni ’80 una produzione mondiale di merci sempre più grande veniva assorbita con sempre maggiore difficoltà dai mercati delle merci; anche se, di anno in anno, si comprava ancora più dell’anno precedente.

E i tassi di profitto industriali reali, già in discesa rispetto a quelli a due cifre degli anni ‘50-’70, calavano progressivamente: situazioni che diveniva sempre di più grave negli anni ’90: capitali sempre più grandi non riuscivano più ad ottenere profitti adeguati se investiti nella produzione.

Ma facciamo ancora un passo indietro storico.

Dopo il grande crack di borsa del 1929, i governi corsero ai ripari con leggi che, se non eliminavano, almeno regolamentavano di molto la speculazione di borsa delle banche e delle società finanziarie. Guarda caso, dopo il 1990 sia in America che in Europa questi impedimenti, rimasti in vigore per 60 anni (per esempio la separazione tra banche d’affari e commerciali) sono stati tolti.

Vari economisti[i] riportano che dopo il 1995 c’è stato un aumento abnorme della quantità di capitali che si sono riversati nella finanza: si ipotizza che attualmente i titoli di credito a spasso per il mondo sono stimati da 15 a 50 volte il PIL mondiale annuale (oltre centomila miliardi di dollari): per conferire loro un valore reale, altrimenti sono solo carta straccia, si dovrebbe lavorare gratis a livello mondiale, nel migliore dei casi prima riportato, almeno 15 anni.[ii] Insomma, visto che dopo gli anni ’90 i capitali non rendevano più se investiti nella produzione, i grandi capitalisti hanno forzato i loro governi a togliere tutti gli impedimenti che evitavano che essi si potessero riversare nella speculazione finanziaria.

Il capitalismo è stato insomma costretto a innescare le spirali speculativi (le famose bolle finanziarie di cui tanto si parla, ma di cui poco – a livello ufficiale ovviamente – si riesce a spiegare dopo il ’90 altrimenti il crollo del sistema ci sarebbe stato intorno al 1995. Invece per altri 15 anni circa i capitalisti hanno potuto fare profitti sui titoli.

Il capitale, per accumularsi, in questi anni ha sempre più abbandonato l’aspetto produttivo, descritto e sintetizzato da Marx nel Capitale, cioè il ciclo D-M-D’: il capitale si valorizza (aumenta in quantità e quindi in valore) attraverso la produzione e la vendita di una merce;  e ciò a favore di un ciclo economico completamente diverso, di natura esclusivamente finanziaria: D-D’: il capitale si valorizza (aumenta – apparentemente – in quantità e valore) in borsa senza passare più alcun tipo di produzione. Insomma, il danaro partorisce danaro aumentato, dal nulla, non producendo nulla, incredibile! Mentre anche strati di lavoratori, non ultimi quelli cinesi, si sono lasciati attrarre da questo strano gioco, pensando di arricchirsi investendo in borsa i loro risparmi frutto di uno sudato lavoro o di danaro preso in prestiti. Il risultato è stato: perdite dei loro soldi o debiti da ripagare con il loro lavoro futuro. Un impoverimento improvviso dopo aver pensato, per qualche tempo, di essere diventati ricchi. Altro aspetto diffuso per la prevalenza assunta in questi decenni dalla finanza: il poter comprare, sempre più diffuso, a debito ogni cosa (casa, auto, ecc.) facilitati dall’erogazione di prestiti facili anche persone con scarsissimo reddito, che difficilmente avrebbe potuto ripagare i crediti ottenuti: i cosiddetti mutui

sub-prime. A questo punto il crack del 2007 e la successiva depressione erano fenomeni facilmente inevitabili.

Per capire maggiormente il discorso che stiamo facendo, bisogna capire la differenza che passa tra un valore finanziario definito reale e un valore finanziario definito in sonno. Bisogna ricordarsi che per Marx il valore nasce ed è determinato da un fattore reale e concreto che è il lavoro. In pratica un bene un bene o un prodotto ha un valore commisurato alla quantità di lavoro sociale che è necessario per (ri)produrlo in un dato momento storico sotto forma di lavoro vivo in senso lato, materialmente o intellettuale; lavoro erogato dal lavoratore. Come indica la stesa etimologia del termine, un valore finanziario si può definire reale solo se è concretamente riscontrabile e ha un corrispondente di valore nella realtà, prodotto nel modo prima illustrato. Caratteristica questa che invece non possiede un valore fittizio. In sostanza, facendo l’esempio di una valuta: se essa ha un’adeguata copertura aurea o ha alle sue spalle un apparato economico-produttivo adeguato al suo lavoro ha un valore reale, in un dato istante di tempo, il valore di un’impresa con tutti i suoi macchinari, capannoni, materie prime, prodotti, brevetti, know how ecc. ha un valore reale.

Cioè se ci sono beni reali che garantiscono, nel tempo, un valore presente e sottostante quando si presenta in borsa sotto l’aspetto cartaceo-informatico solo per agevolare gli scambi. Così come avviene per le valute monetarie anch’esse sotto forma generalmente cartacee per questioni di mera opportunità: per poter favorire e agevolare la circolazione ma non sono o non dovrebbero essere dei semplici pezzi di carta ma rappresentare lavoro umano.

Avviene invece che negli ultimi anni per porre rimedio alla crisi che l’accumulazione capitalistica sta attraversando e livello internazionale, le varie Banche centrali dei vari Stati (in Europa la BCE) stanno stampando a più non posso moneta sotto forma di titoli di credito garantiti dalle banche stesse, che non ha come corrispettivo alcun valore reale: il cosiddetto quantitative easing (QE).

Questo tipo di moneta creata dal nulla, concessa a tassi di interesse alle banche o agli organismi finanziari, entra in circolo sostenendo i valori di borsa, i titoli di Stato ecc. ma ha l’effetto perverso di annacquare moltissimo i valori reali precedentemente prodotti.

Serve però sia per sostenere le speculazione al rialzo delle varie azioni (bolle finanziarie) o titoli, sia per ristabilire i valori reali quando avviene una speculazione al ribasso operata dagli stessi organismi finanziari internazionali che in precedenza avevano operato per spingere in alto i valori delle azioni dei vari mercati borsistici internazionali facendoli diventare del tutto irreali e fittizi.

Quando quest’ultima evenienza accade ha come risultato la inevitabile tosature dei piccoli e medi risparmiatori che presi dal panico, vendono a poco i titoli acquistati in precedenza a caro prezzo, quando pensavano di diventare anch’essi ricchi investendo nelle borse sempre al rialzo.

Avviene così un fatto “paradossale”: i valori reali, frutto del lavoro reale e concreto di una vita, investiti in borsa da un piccolo risparmiatore vengono fagocitati attraverso un opera di svalorizzazione, dai valori fittizi creati in

precedenza dalla banche centrali; che a loro volta, così facendo, riescono a riempire di valore i loro titoli creati dal nulla.

Secondo molti economisti[i] anche nella normale attività di borsa (cioè senza speculazione) si tendono a creare, pur se nei decenni, enormi bolle di capitale fittizio, che prima o poi presentano il conto.

Ma torniamo ad occuparci sul perché queste spirali speculative creano o accelerano le bolle.

Si può dire che il sistema capitalistico è un vulcano della produzione che alla fine si arena nella palude del mercato.[ii]

Proviamo a confrontare queste tesi con i fatti storici dell’economica. Dal secondo dopoguerra al primo decennio del nuovo secolo, la produzione mondiale di veni materiali è aumentata in modo esponenziale; fino a che, oggi, il mercato non riesce più ad assorbirla.

Ma perché la produzione, nel capitalismo, è costretta ad essere un vulcano?

Per, cercare di dare una risposta a questa domanda, bisogna partire dal fatto che l’accumulazione capitalistica è soggetta alla legge delle diminuzione tendenziale del saggio generale di profitto scoperta da Marx.

Tale legge sostiene che a causa del funzionamento stesso del processo di produzione e accumulazione di capitale, i profitti ottenuti da una data quantità di capitale diventano alla lunga, decennio dopo decennio, sempre più bassi.

Come si intuisce, questa legge attribuisce le cause ultime, di fondo, delle crisi capitalistiche epocali, a problemi inerenti soprattutto alla sfera della produzione.

Certamente non è un caso che la Borghesia Imperialista, nel tentativo di proporre una visione armonica di se stesso, si muove su due aspetti: dal punto di visto ideologico, tende a boicottare la visone di Marx e a distorcerla; oltre a falsare i dati. Da un punto di vista materiale, per cercare di contrastare l’opera di questa legge, quando poteva (e oggi ancor di più), ha adottato vari mezzi per sfruttare maggiormente i lavoratori: aumento dell’orario di lavoro, abbassamento dei salari, aumento dei ritmi di lavoro, acquisto a costi bassissimi delle materie dai paesi dipendenti alle metropoli imperialiste ecc.

Tutti questi metodi però dei limiti intriseci; ad esempio non si possono aumentare orari o ritmi di lavoro di lavoro oltre un certo limite altrimenti chi lavoro oggi non ha la forza di farlo domani… e ciò è ancor più vero quando si utilizzano mezzi produttivi avanzati che costringono a ritmi elevati (che spingono il lavoratore, il produttore, a diventare un’appendice della macchina; da cui quindi dipendono anche i suoi ritmi); e quindi, questi metodi, pur venendo sempre più utilizzati, non lo possono spingersi all’infinito.

E questo è vero nonostante che oggi, e ancor più in futuro, con i disoccupati in aumento, si ha la possibilità (aumentando a dismisura orari e ritmi, peggiorando le condizioni ecc.) di poter consumare le energie di un lavoratore in pochi anni, data la facilità rimpiazzarlo: non si piò far lavorare un operaio più di 24 ore al giorno!

   C’è invece un unico mezzo per aumentare, almeno nel breve periodo, i profitti di chi lo applica, che sembra non avere limiti intrinseci: l’innovazione produttiva, cioè l’applicazione delle innovazioni della scienza e della tecnologia alla produzione, per

aumentare il più possibile la produttività: la storia ha dimostrato che una volta aumentata la produttività con miglioramenti tecnologici, la si può aumentarla ancora di più con altri miglioramenti tecnologici.

La spinta all’innovazione produttiva ha permesso enormi progressi scientifico-tecnologici, pur se pagati a duro prezzo dalla classe lavoratrice; essa ha periodicamente rilanciato l’accumulazione capitalistica, ma ci ha anche permesso di soddisfare, pur se spesso in modo distorto un numero crescente di bisogni.

Tutto questo anche Marx lo riconosce quando afferma che in Europa il capitalismo è un passo in avanti, sotto alcuni punti di vista, rispetto al feudalesimo; e questo resta vero anche se teniamo conto del fatto che una frazione non trascurabile dei bisogni sono ora sempre più indotti dal bombardamento pubblicitario dei mass-media: un altro prodotto del tentativo disperato di vendere e far profitti il più possibili (se non si vendono i prodotti, i profitti restano solo sulla carta).

Oggi però, questa tendenza sempre più accelerata ad accrescere la produttività e la produzione, finalizzata, nell’ambito di una concorrenza, ineliminabile all’interno del capitalismo, ad ottenere il massimo profitto possibile e, nel più breve tempo possibile, comincia a mostrare a tutti la faccia orrenda della medaglia.

Questo modo di produrre (per il profitto e non per i veri bisogni della società umana) ha portato:

 

  1. Alla produzione di una quantità enormi di merci, tanto enorme che il mercato, pur se crescesse ancora, non può più assorbire. Infatti (potrebbe parere quasi uno scherzo questo esempio che facciamo ma non lo è) oggi, per rilanciare la produzione ogni famiglia dovrebbe andare in giro con 5 automobili e comprarsi 5 televisori per ogni stanza di casa. È evidente che se pure se ogni famiglia italiana se lo potesse permettere, alla fine della fiera di tutta questa merce cosa ne farebbe? Sicuramente se ne dedurrebbe che non siamo di fronte a una crisi di sottoconsumo ma di sovrapproduzione. La crisi di sottoconsumo può esserne poi una conseguenza, ma con l’approfondirsi della crisi, quando una classe lavoratrice impoverita, soprattutto nei paesi dipendenti, non riesce nemmeno più a soddisfare bisogni primari.
  2. Ad uno sfruttamento più forsennato della natura: in una situazione in cui i profitti tendono ad essere bassi, se il capitalista non mette i filtri ai camini delle fabbriche, se mette materiali dannosi alla salute ma meno costosi nelle merci che produce (e ve ne sono a chili – in questo caso di materiale cancerogeno – anche in una normale automobile), se non bonifica le miniere dopo averle esaurite, se usa concimi chimici scadenti in agricoltura (e si potrebbe continuare all’infinito), certamente abbasserà i suoi costi immediati privati, e/o a volte potrebbe ottenere nell’immediato dei rendimenti maggiori; ma, alla lunga, ed è quello che è successo, ha aumentato a dismisura i costi sociali e ambientali. Oggi questo aspetto ecologico, viste le progressive devastazioni ambientali, è messo oggi in evidenza da tutta una genia di intellettuali e movimenti pseudo-ecologisti radical-borghesi che, alla fin fine, vorrebbero tutti la “botte piena” (una natura decontaminata) e la “moglie ubriaca” (restare nel modo di produzione capitalista, magari addomesticandone la natura, rendendolo un po’ più “umano”).
  3. Da un certo punto in poi ad un aumento progressivo, che oggi inizia ad essere devastante, della disoccupazione mondiale: il capitalismo non può prendere la strada dell’abbassamento generalizzato dell’orario a parità di salario. Anzi, l’aumento dell’esercito industriale di riserva preme e funge da arma di ricatto verso le “pretese” degli occupati, rendendo molto più difficili le lotte per conquiste salariali e normativi, e soprattutto delle condizioni di lavoro; che cominciano a devastare – al pari della natura – la vita stessa del lavoratore.

 

Un altro dato, fondamentale è quello consumo: secondo i dati ufficiali il consumo medio mondiale pro capite (cioè il relativo a un singolo individuo) nell’arco di quest’ultimo secolo è cresciuto di due o al massimo di tre volte; e non certo di quindici volte la produttività. Se un secolo fa impiegavano 15 ore per produrre un tavolo, oggi basta una sola; ma se un secolo consumavano un solo tavolo oggi ne consumiamo 3, e non 15. Il dato sul consumo tiene conto anche delle merci nuove che vengono inventate e prodotte continuamente per soddisfare nuovi bisogni.

Si può trarre facilmente la conclusione, che considerando un campione fisso di popolazione (es. 1000 persone), oggi si produce tutto quello che si consuma con un numero di ore di lavoro che è la quinta parte (o meno) di quelle che si impiegavano un secolo fa. O forse anche la decima parte. Tutto questo non considerando gli aumenti di produttività dei paesi come i BRICS, che sono stati nettamente superiori rispetto agli aumenti relativi ai paesi di vecchia industrializzazione.

Siamo coscienti che le stime di aumento di produttività tendono ad essere sempre per difetto perché gli aumenti qualitativi del valore d’uso di una merce non sono facilmente quantizzabili; ma ciò porta ad un analogo difetto di stima sul consumo.

Comunque, restando su stime prudenti, se l’orario di lavoro resta fisso, e tenendo conto dei ritmi, per produrre tutto quello che ci per vivere, se ad esempio un secolo fa, delle 1000 persone del campione ne lavoravano 500, oggi ne bastano 100 (o 50); oppure all’opposto si potrebbe far lavorare ancora 500 persone ma con un orario di lavoro che è 5 volte o 10 volte più piccolo. Queste le due vie estreme.

Quale strada ha di fatto preso lungo l’ultimo secolo il capitalismo? L’orario di lavoro non è per nulla diminuito per far lavorare tutti e meno. Quindi, finché si continuerà a produrre col sistema capitalistico, cioè per il profitto e non per i bisogni della società umana, i disoccupati e i sottoccupati ultrasfruttati, come i poveri tout court, sono inesorabilmente destinati ad aumentare al di là della preparazione culturale e delle capacità lavorative dei singoli: i lavoratori potrebbero diventare anche tutti degli Einstein, mai i posti (le ore) di lavoro sono quel che sonno e, capitalismo imperante, ormai e ci sarebbero più Einstein disoccupati, già oggi, quanti laureati, anche preparati, stanno a spasso o fanno lavori manuali!

Con questo non vogliamo certamente dire che sia buono rinunciare all’istruzione scolastica: depurata dall’ideologia dominante, essa è preziosa per una critica del mondo capitalistica.

 

 

[i] Come Loren Goldner autore del libro Il capitale fittizio e crisi del capitalismo, ed. Pon Sin Mor (TO). 2007.

 

[ii] Bordiga, Proprietà e capitale. Vulcano della produzione o palude del mercato? Marxismo e tempo storico, Gruppo della Sinistra Comunista, 1972.

[i] Come M. Donato docente dell’Università di Teramo.

 

[ii] Alla domanda retorica chi dovrebbe lavorare gratis, la risposta è semplice se non addirittura banale: i lavoratori del mondo ovviamente.

 

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~ di marcos61 su marzo 22, 2017.

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