NEUROSCIENZE E UTILIZZAZIONE MILITARE DELLE TECNICHE DI POTENZIAMENTO UMANO

 

 

 

Non c’è aspetto del corpo umano che possa essere usato ai fini militari che non sia preso in considerazione dalla famigerata agenzia statunitense DARPA, per limitarsi agli studi resi pubblici e descritti in maniera trasparente, quelli insomma che non restano nascosti nelle pieghe del segreto di Stato.

Il DARPA è solo il più noto dei tanti istituti pubblici e privati americani che stanno sviluppando da tempo progetti di ricerche nel campo delle neuroscienze (e del loro utilizzo militare). Negli USA il National Research Council (NRC) ha emanato negli ultimi anni[1] almeno una decina di documenti con riferimenti diretti o indiretti a questi problemi e con scale di fattibilità previste nell’arco di vent’anni, accompagnate da accurate analisi dei possibili impieghi commerciali.

Si perseguono diversi intenti. Con la scusante della cosiddetta “sicurezza nazionale” s’intende perseguire l’egemonia mondiale dell’imperialismo USA e dentro questo quadro si vuole rafforza l’efficienza dell’esercito americano cercando di ridurre i rischi per i soldati e sfruttare le ricadute di queste ricerche sulla vita privata. Non bisogna mai dimenticare che le scoperte in campo militare non hanno escluso, anzi sono divenute indispensabili per le condizioni di vita della popolazione civile: dall’energia atomica al computer.

Internet è nata negli USA da un progetto militare, l’Arpanet. Come in molti altri progetti nel settore informatico, anche in questo caso era stato coinvolto il ministero della “Difesa” americano. Nell’ambito del progetto Arpanet furono messi in rete a scopo puramente militare quattro computer di università statunitensi. L’obiettivo, in caso di attacco missilistico con la conseguente distruzione di alcuni computer, era di poter continuare ad accedere a tutti i dati immagazzinati e ai software registrati attraverso i computer che erano stati risparmiati. Tutto questo accadeva nel 1969. Tre anni più tardi furono introdotte altre due innovazioni: l’FTP (File Transfer Protocol, protocollo di trasferimento dei file) e l’e-mail. Nel 1983 fu introdotto sul mercato l’odierno Internet, cui erano connessi solamente 390 calcolatore in tutto il mondo TCP/IP (Trasmission Control Protocol/Internet Protocol, protocollo di controllo della trasmissione/protocollo per Internet).[2] Infine nel 1990, il World wide Web fu sviluppato ulteriormente dal Centro europeo di ricerca sul nucleare di Ginevra (CERN), fino all’approdo, di lì a tre anni, del primo Browser web grafico.[3] Internet, che fino allora era stata utilizzata quasi esclusivamente a scopo militare e per la ricerca universitaria, cominciò ad ampliare il suo campo di azione e a dare spazio al settore del commercio.

Per capire come sia divenuta sempre più rilevante la connessione tra le applicazioni militari e ricerca scientifica, basta pensare al fatto che gli USA investono su ogni soldato, escludendo il salario, almeno un milione di dollari, per strutture, macchinari, servizi armamenti.[4]

Studi in corso o già in avanzata attuazione, fanno emergere che è previsto il potenziamento di tutti gli organi del corpo umano dalla vista all’udito, dall’olfatto al gusto al tatto, offrendo anche forme assolutamente nuove di collegamento tra questi organi. Ad esempio la creazione di una “lingua elettronica” che potrebbe essere usata come un sonar per esaminare l’ambiente circostante.[5]

Da una parte c’è la meccanica: l’utilizzazione di un esoscheletro dovrebbe consentire ai soldati di trasportare un carico di 100 chili e di correre per 10 – 15 chilometri l’ora. Dall’altra la farmacologia cellulare e molecolare: esperimenti avvenuti con successo sui topi, lasciano ipotizzare che sia possibile intervenire sul metabolismo per aumentare la resistenza e la velocità. Nuovi vaccini dovrebbero sviluppare le difese immunitarie, nuovi stimolanti biochimici dovrebbero migliorare le capacità fisiche e mentali. Ha già un nome, “nutraceutical”, la pillola con straordinari valori nutrizionali in fase in fase di sperimentazione nel Metabolic Dominance Program. Sono previste sostanze che bloccano in pochi secondi i dolori acuti, mentre l’uso della “fotobiomodulazione” servirà ad accelerare la guarigione delle ferite e a produrre una “cascata chimica” per arrestare in pochi minuti le emorragie. Particolarmente interessanti sono le attese della “telemedicina” che consentirà di tenere sotto controllo, attraverso sensori inseriti nelle uniformi o impianti nel corpo, temperatura, battiti cardiaci, respirazioni, pressione arteriosa, sudorazione, ossigeno nel sangue, stanchezza, peso, idratazione, valutando immediatamente le condizioni generali e l’eventuale gravità delle ferite, intervenendo, quando è possibile con le opportune terapie a distanza.

Nel caso delle neuroscienze[6] sono allo studio sostanze per ridurre la sensazione di fame, di stanchezza, di dolore, di paura e, in generale, per condizionare le emozioni eliminando le inibizioni, cancellando i ricordi dolorosi[7] aumentando le capacità mnemoniche. In questo campo, attraverso l’interfaccia con i computer, non aumenterà solo la sensibilità per tutti quei particolari che in genere sfuggono alla percezione sensoriale e che invece saranno segnalati da particolari sensori, ma la connessione Wireless consentirà di creare una memoria estesa per mantenere attiva l’attenzione, per evitare dimenticanze, per controllare le emozioni, per favorire e verificare i processi decisionali, per trasmettere e ricevere informazioni in una di “telepatia sintetica”. Si sperimentano fasci di microonde per trasmettere e catturare i flussi mentali, influenzare e controllare il comportamento. L’aumento delle capacità cognitive dovrebbe consentire, qualora fosse necessario e in casi estremi, ai soldati di restare operativi per 18-20 ore al giorno, sette giorni a settimana, per periodi ininterrotti di 12-15 mesi, mantenendo sempre la lucidità e la prontezza di spirito. Significativamente un programma del DARPA si chiama Persistence in Combat, un nome che significa di soldati sempre pronti a combattere come dei robot. Un accurato progetto del NRC, Opportunities in Neuroscience for Future Army Applicacations, suggerisce, inoltre, di impiegare sistematicamente i risultati delle neuroscienze alla selezione dei militari, all’affidamento delle funzioni, all’addestramento, all’assunzione delle decisioni. Ancora le neuroscienze stanno alla base di armi che non colpiscono solo il corpo, ma la mente, alterando i sensi e inibendo i centri nervosi dei soldati nemici.

L’altra faccia della medaglia del rapporto uomo-computer è il rapporto computer-uomo. L’utilizzazione massiccia dei droni ci pone di fronte al fatto dell’utilizzazione di macchine che non solo uccidono, ma che sono in grado di prendere delle decisioni. Le neuroscienze incontrano la robotica proprio nello studio della conoscenza e della riproducibilità dei meccanismi cerebrali. Reverse engineering, il programma d’ingegnerizzazione del cervello che nel gennaio del 2013 Obama e la CEE hanno annunciato di voler finanziare, si propone di decifrare e mappare i percorsi neurali sul modello di quanto è avvenuto con il geoma. Il possibile risultato sarà di costruire macchine sempre più “sensibili” e sempre più efficaci nel dare la morte.

 

 

CHIEDAMOCI COSA STA ACCADENDO

 

 

Si sta cercando soltanto di trasferire sugli esseri umani il massimo delle potenzialità consentite dalla natura? Si sta mettendo in atto solamente una piccola “spintarella” all’evoluzione per far emergere quelle particolari caratteristiche che si sono già rivelate in delfini, giraffe, gechi e leopardi? Sono questi che bisogna tenendo conto che le sfaccettature sono diverse molte delle quali inquietanti. Certamente un farmaco che arrestasse le emorragie, è molto difficile che ci sarebbero delle obiezioni se si verrebbe fuori che è il prodotto di ricerche militari. Come non è il potenziamento della singola qualità psicofisica a destare dei problemi. Due studiosi Savulescu e Bostrom[8] distinguono tra approccio “downwards” e approccio “upwards”. Il modello “downwards” muove “dal basso”, per analizzare il problema su una scala molto limitata, disaggregando e contestualizzando le singole prospettive, individuando i soggetti e gli interessi in gioco, cercando un equilibrio tra rischi e vantaggi. Il modello upwards” muove “dall’alto” esaminando il ruolo che il potenziamento in quanto tale, in quanto alterazione tendenzialmente senza limiti predefiniti delle capacità fisiche o mentali, potrà svolgere nella costruzione dell’identità umana.

È innegabile che l’utilizzazione militare delle tecnologie di potenziamento si ponga nella prospettiva “upwards”: lo scopo non è tanto aiutare questo o quel soldato, ma costruire supersoldati, sempre più efficienti, sempre più distanti, particolare dopo particolare, dai limiti dalla natura umana. È questa distanza a porre i maggiori problemi etici assieme al modo in cui si realizza, al modo in cui si passa dalla cattedra al bunker.[9]

I quesiti si pongono su come avviene la sperimentazione, come devono essere valutate i risultati o su quali devono essere i parametri per valutare i risultati di tali ricerche.

È necessario, quindi, avere un quadro approssimativo di quanto sta avvenendo proprio perché sta avvenendo: e questo è tutt’altra cosa rispetto a un facile sensazionalismo giornalistico. Alcune forme semplici di potenziamento sono note da tempo. Ad esempio l’uso massiccio delle anfetamine. Possiamo prendere come esempio il programma di chirurgia refrattiva con il laser (Warfighter Refractive Surgery) praticato dalle forze armate americane su più di 1.000 piloti dell’aeronautica e su oltre 230.000 soldati per ottenere una sorta di “ultravista”, così acuta da consentire di scorgere una mosca distante nove metri. Un altro esempio è la somministrazione senza consenso informato ai militari del vaccino contro il botulino e contro l’antrace, della piridostigmina e della serotonina.

Per questi motivi ritengo sia importante capire e porsi le domande sulle possibili implicazioni inerenti l’utilizzo di questa tecnologia, usata per motivi non pacifici, sulla morale, sul diritto e sul potere. Non ci si deve dimenticare che l’applicazione militare delle ricerche scientifiche avviene nel più assoluto segreto. Quello che si sa avviene normalmente per contraddizioni del sistema, come gli scandali (e non è un caso che il famigerato MK-ULTRA che venne fuori sotto l’emozione dello scandalo del caso Watergate) oppure per fughe di notizie.[10]

Attualmente, in apparenza parrebbe vigere una maggiore trasparenza, poiché molti programmi sull’uso militare delle tecnologie di potenziamento umano sono accessibili in via internet. Sembrerebbe (in apparenza e questo lo ripeto per evitare equivoci) un maggior coinvolgimento dell’opinione pubblica nell’elaborazione dei futuri scenari della tecnica e della condizione dei militari.

Un altro punto da riflettere è la stretta connessione tra sviluppo della scienza e armamenti. Che non è una cosa nuova. La storia ci ha sempre mostrato come ogni aumento della conoscenza si sia tradotto in sempre più raffinati strumenti di morte.

Nel 1937 Walter Benjamin scriveva un’analisi lucidissima sui cambiamenti che la tecnica stava introducendo nella società nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Non a caso metteva un’epigrafe al proprio scritto, un’osservazione di Paul Valéry: “né la materia né lo spazio, né il tempo non sono più, da vent’anni in qua, ciò che erano da sempre”. L’oggetto del saggio è l’arte o meglio il modo di osservare l’opera d’arte, o meglio ancora il modo in cui il pubblico è indotto entrare a contatto con l’arte e in particolare con quelle arti definite “nuove” profondamente condizionate dalla tecnica, come la fotografia, la radio e il cinema. In Appendice si trovano poche ma intense pagine dedicate al problema del potere, a quella forma di potere che è il fascismo, che per Benjamin esprimeva in tutta la sua estensione tanto il rapporto tra le nuove forme di rappresentazione (cinema e radio) e il condizionamento delle masse quanto il rapporto tra tecnologia e violenza sull’uomo. All’interno di queste riflessioni osserva che “dall’angolo visuale della tecnica, essa si formula come segue: soltanto la guerra permette di mobilitare tutti i mezzi tecnici attuali, previa conservazione dei mezzi di proprietà”.[11]

Secondo Benjamin, quindi, la mistica fascista risponde all’esigenza capitalistica di sviluppare la tecnologia in tutta l’ampiezza senza cambiare minimamente i rapporti di produzione. A differenza del marxismo dove in quegli anni lo sviluppo della tecnologia lo vedeva come aiuto alla costruzione della società socialista, il fascismo intende mobilitare anch’esso i processi scientifici e produttivi, ma a esclusivo vantaggio di chi drtiene il potere, ovvero alla borghesia. Solo la guerra consente l’impiego dei mezzi estremi e spaventosi a difesa dello status quo.

Questa considerazione fatta da Benjamin deve indurre a riflettere che l’impiego militare delle tecnologie di potenziamento prospetta cambiamenti radicali dell’identità umana, ma l’obiettivo effettivo è alla fin fine quello di non cambiare nulla, dal punto di vista della società. È assurdo pensare, e non per pacifismo (cultura che non mi appartiene) pensare che un modo per fare la guerra possa produrre una società migliore. Questo mio ragionamento è rafforzato dal fatto che questi progetti fuoriescono dall’ambito strettamente militare e coinvolgono scienziati, forze produttive e imprese. Una mobilitazione così massiccia dei settori più rilevanti della società, una mobilitazione difficilmente realizzabile senza chiamare in gioco la cosiddetta “sicurezza nazionale”, muove da una prospettiva di violenza. Una violenza mistificata fatta in nome della “democrazia”, dei “diritti umani”, che è “umanitaria”, che nella realtà è violenza fatta per conto del Capitale.

 

 

LA NECROETICA

 

 

L’etica si occupa del vivere del bene. La bioetica si occupa anche del morire bene. L’etica e la bioetica, assieme, si trovano ad affrontare ora il problema dell’uccidere bene. L’etica e la bioetica assieme vanno a pensate alla luce della necroetica, dall’etica di uno Stato che non fa solo “natività” (cioè della vita umana) il fondamento della propria sovranità,[12] ma plasma anche l’identità umana sulle potenzialità omicide.

Il problema è emerso, soprattutto, attraverso la polemica sull’uso sempre più massiccio dei droni. In questo caso è stato opportunamente fatto notare come la valutazione della legittimità etica dell’impiego dei droni non può prescindere dal radicale cambiamento nella logica del combattimento che si viene a determinare. Si crea così un’evidente asimmetria che modifica tutti i tradizionali parametri del diritto di guerra, perché chi uccide, non può essere ucciso, tutto questo non può che significare lo spostamento da un etica del combattimento a un’etica dell’esecuzione.   I droni portano fino alle estreme conseguenze l’indifferenza verso un nemico che non è “sul nostro stesso piano”, non ha volto. Inseguire un nemico, per un drone, significa registrare un impulso elettrico, identificare un’utenza telefonica o una macchia su una mappa. Allo stesso modo, questa dimensione virtuale del nemico, trasformato in un algoritmo che attiva altri algoritmi, impone un controllo sistematico e continuo di qualsiasi immagine e comunicazione che circoli per il mondo. Un controllo condotto, a priori, su tutto e su tutti, al di fuori di qualsiasi specifica situazione di belligeranza e di qualsiasi legittimazione giuridica. Gli algoritmi non distinguono tra un nemico belligerante in un conflitto definito “regolare” e un guerrigliero che è definito “terrorista” e che si muove dentro un territorio occupato: riconoscono un imput, reagiscono a un feedback. La guerra diventa totale, globale e infinita a misura di un potere onnipresente e pervasivo.

Questo discorso si collega con l’entrata massiccia della realtà virtuale nel militare.

Non bisogna essere dei geni per intuire che i più grandi sforzi economici per avviluppare attrezzature e sistemi virtuali sono stati fatti dalle più grandi organizzazioni militari del mondo, e non a caso. I costi per sostenere le prove e gli addestramenti militari reali sono talmente alti da giustificare senza dubbio anche un costo esorbitante per costruire attrezzature virtuali, ed è per questo che ufficialmente la prima stazione completamente virtuale e funzionante fu costruita dal direttore del centro ricerche sulla Realtà Virtuale dell’Air Force degli USA: Thomas Funess III.[13]

Lo stesso Funess più tardi divenne direttore dell’Hit Lab dell’Università di Washington, ovvero della Human Interface Technology Laboratory, una sorta di consorzio di compagnie come la Microsoft Corporation e la Boeing che cominciò le sue ricerche per risolvere un caso di “incomunicabilità” piuttosto interessante. Era, infatti, necessario fare dei cambiamenti alla baia e al porto di Seattle ma i progettisti e i tecnici coinvolti, provenendo da nazioni completamente diverse, avevano grandi problemi a capirsi con le lingue, così grazie a una sofisticatissima stazione virtuale cambiamenti e trasformazioni al porto senza muoversi dal centro ricerche. Bastava allargare o stringere virtualmente baia e porto per vedere immediatamente gli effetti del cambiamento, e questo dava la possibilità di non far discutere ore e ore i tecnici per poi magari non capirsi, bastava guardare il risultato per sapere se la proposta di ognuno era da considerarsi interessante o meno.

Anche la NASA ha tratto benefici dai sistemi virtuali poiché grazie a questo tipo di realtà è possibile addestrare in modo molto più realistico i futuri astronauti, ma non solo; la NASA ha anche apportato studi su una grande novità in campo virtuale: la telepresenza.

Per quanto possa sembrare banale, la telepresenza rappresenta invece un esempio di quanto in avanti è l’utilizzo della tecnologia virtuale per lo sviluppo delle potenzialità umane. La telepresenza dà l’opportunità a chi la vive quella che si potrebbe definire il “dono dell’ubiquità”; si è in un posto e simultaneamente se ne sta vivendo un altro.

Tecnicamente un sistema di telepresenza comprende un caschetto virtuale (si tratta di un casco collegata a un visore stereoscopico e a una cuffia stereofonica) collegato a una telecamera con due obiettivi (una per ogni occhio) posta nel luogo in cui si vuole virtualmente la propria presenza.

Indossando il casco, un individuo può vedere ciò che in quel momento stanno inquadrando i due obiettivi delle telecamere posta in un altro luogo. Ovviamente gli obiettivi sono due poiché rappresentano i nostri due occhi: l’obiettivo sinistro manda l’immagine all’occhio sinistro, e quello destro manda l’immagine all’occhio destro. Due sono anche i microfoni posti vicino agli obiettivi delle telecamere, in una posizione identica a quella che hanno le orecchie rispetto agli occhi. In questo modo anche i suoni possono essere uditi in modo stereofonico, poiché nel caschetto oltre ai piccoli visori sono collegate anche delle cuffie.

Muovendo la testa, inclinandola, girandola, si muove anche la struttura sulla quale è posta la telecamera e, chi vive l’esperienza ha la sensazione di trovarsi in quel luogo. Potreste per esempio montare un sistema di telepresenza in ufficio, e voi da casa, indossando il caschetto riuscireste a vedere e sentire ciò che sta accadendo sul luogo di lavoro.

Ovviamente la NASA si è spinta un po’ più in là, al posto di creare una struttura in grado solo di far vedere e sentire a distanza, ha concepito una sorta di automa capace di eseguire anche dei movimenti. Proviamo a pensare alle ricerche nello spazio: quanto costerebbe spedire uno o più astronauti in orbita con il compito di esplorare pianeti e simili? Molto, moltissimo, e un’esperienza simile, per quanto straordinaria può essere vissuta da un numero ristrettissimo d’individui, due o tre al massimo, e tutti addestrati allo scopo da anni. Con un sistema di telepresenza evoluto, invece, teoricamente chiunque può essere in grado di vivere una vera e propria esplorazione spaziale; è sufficiente mandare in orbita un robot dotato delle parti essenziali (per esempio delle rotelle per muoversi, un braccio meccanico per prendere e usare gli oggetti e ovviamente la telecamera e i microfoni) e, da terra, indossare il caschetto ed eventualmente un DataGlove (un guanto collegato a dei sensori che rilevano e trasmettono i movimenti della mano). In questo modo ci si può muovere liberamente nello spazio, si possono prendere e analizzare oggetti e si può vivere davvero un’esperienza a metà tra il virtuale e il reale. Si riflettesse un attimo, s’intuirebbe, infatti, che, a differenza di tutti i sistemi virtuali, la telepresenza ha in sé un fattore assolutamente nuovo: il virtuale-reale. Malgrado, infatti, l’esperienza fatta con un sistema a distanza possa ritenersi a tutti gli effetti virtuale poiché chi la vive non si trova effettivamente in quel determinato posto, ciò che è visto è assolutamente reale, e non costruzione ed elaborazione da una parte del computer. In questo senso quindi la realtà virtuale piò permettere di conoscere anche ciò che è invece assolutamente reale, senza passare attraverso una ricostruzione computerizzata della realtà, ricostruzione che per quanto possa sembrare realistica, rappresenta comunque un mondo che non esiste.[14]

Torniamo al discorso del rapporto tra virtuale e militare.

Partecipare alle operazioni belliche attraverso il virtuale rischia di cambiare non solo il modo in cui le persone considerano l’obiettivo ma anche il modo i cui considerano se stesse, ed è per questo che, nelle comunità on line, hanno identità fittizie e sperimentano comportamenti che non adotterebbero mai nella vita reale. I ricercatori sostengono che questa di “esternalizzazione” conduca a un vero e proprio sdoppiamento: persone normali e gentili si creano dei doppi psichici di commettere atti che la loro normale identità non avrebbe mai consentito. Un tenente colonello dell’Air Forse USA che ha guidato un’operazione con un Predator, ha notato come lo scenario virtuale renda molto facile all’operatore del drone dimenticare “che non siamo divinità calate dall’alto dei cieli e che ci sono esseri umani da ambo le parti”.[15] Nelle stanze operative dei droni, il linguaggio e l’euforia della sala giochi non è per niente un’eccezione, è la norma.

Per avere un’idea più concreta di cosa sia una guerra virtuale basta andarsi a leggere il Report pubblicato dal giornale israeliano Haaretz il 6 marzo 2010, che racconta la giornata tipo di sei giovani soldatesse – tutte tra i 18 e i 20 anni d’età – sedute nel comfort delle loro operation room di fronte a diversi schermi che mostrano in diretta inquadrature in bianco e nei dei confini con Gaza. Come riporta Haaretz, le sei soldatesse guidate da un comandante donna sono membri di una unità d’élite dell’esercito israeliano e, nonostante la loro giovanissima età, attraverso le armi a guida remota vengono chiamate ad assumersi il ruolo di giudici e insiemi di esecutrici delle sentenza. Le ragazze osservano gli schermi dalle loro poltrone e in qualsiasi momento possono ordinare di aprire il fuoco per eliminare la piccola figura in bianco e nero che s’intravede. Se vogliono, le soldatesse possono perfino sentire il rumore dei pesanti spari automatici e vederne gli effetti attraverso una telecamera delle torri di vedetta che guardano il confine.

Tenendo conto che una gran parte delle vittime dei droni hanno fra gli 11 e i 16 anni, si potrebbe dire che la guerra dei droni si potrebbe configurare come “una guerra fra ragazzini”.

Tutto ciò non può che partire dalla considerazione che mentre la guerra diventa più virtuale, però, il virtuale diventa sempre più realistico creando un cortocircuito dagli aspetti estremamente inquietanti, soprattutto se si riflette sul fatto che i bambini seduti oggi davanti alle playstation potrebbero essere i piloti dei droni di domani. Se è vero che il cinema di guerra, strumento di propaganda per eccellenza, è abbandonato dai giovani ecco che i videogiochi sono pronti a occupare il suo posto. Il videogame più venduto nel 2009 è stato Call of Duty: Modern Warfare 2, ambientato in Afghanistan, versione aggiornata di un altro hit parade che nel 2007 aveva sbancato il mercato schierando gli USA contro una non meglio precisata nazione del Medio Oriente.

Le cifre da business sono da capogiro: il sequel del videogioco ha incassato quanto il colossal Avatar, con una vendita di cinque milioni di copie negli USA e in Gran Bretagna solo nel giorno del lancio e con incassi che hanno toccato i 310 milioni di dollari in ventiquattrore. Spesso il luogo è immaginario, ma le armi usate non lo sono per niente, così come sono chiaramente identificati i “buoni” (americani e britannici) e i “cattivi” (spesso e volentieri terroristi islamici).

L’ibridazione fra videogiochi e cinema, del resto, non è una novità. Medal of Honor, lanciato nei negozi il 12 ottobre 2010, è una rivisitazione del gioco prodotto nel 1999 da Steven Spielberg e dalla sua casa di produzione, la Dreamworks, mentre girava Salvate il soldato Ryan. Nella sua versione, l’undicesima della serie, l’ambientazione originale nella seconda guerra mondiale è stata abbandonata: siamo in Afghanistan e ai giocatori è chiesto di trasformarsi negli Avatar dei soldati al fronte poiché Medal of Honor riesce a trasmettere, come riportano i siti che presentano il gioco “una viscerale sensazione di combattimento”.[16]

Tra le conseguenze dell’uso massiccio dei droni non c’è solo la guerra è ovunque, ma alla fine della fiera scompare lo stesso campo di battaglia. Di conseguenza se la guerra è ovunque, lo è anche il potere, sospendendo alcuni diritti fondamentali come quelli della privacy.

La necroetica si collega ad alcuni degli aspetti più rilevanti del transumanesimo, quel cambiamento radicale della nostra identità che sembra l’approdo ideale di ogni forma di potenziamento.

Il transumanesimo si definisce come un supporto per il miglioramento della condizione umana attraverso la tecnologia, come l’eliminazione dell’invecchiamento e il potenziamento delle capacità intellettuali, fisiche o fisiologiche dell’uomo.

I transumanisti di norma sono favorevoli all’utilizzo delle tecnologie emergenti, incluse molte di quelle che attualmente sono ritenute controverse, come l’ingegneria genetica dell’uomo gli usi avanzati del computer e delle comunicazioni; e delle tecnologie che sostengono saranno certamente sviluppate in futuro come i viaggi nello spazio, i viaggi nel tempo, la nanotecnologia. Ritengono che l’intelligenza artificiale supererà quella umana. Tutto questo fa emergere qual è il desiderio dei transumanisti che è quello di raggiungere una dimensione che definiscono “postumana”. Un individuo postumano è uno che è stato sottoposto a un processo di potenziamento del corpo e di aumento delle capacità mentali tale da non poter più essere chiamato umano.

Ma al di là delle mistificazioni che vedrebbero questo tipo di ricerche come qualcosa di positivo. D’altronde ci sarebbe da interrogarsi nel sapere che potenti organismi come la Fondazione Rockefeller, la Carnegie Endowmen for International Peace e la Fondazione Macy vedono il transumanesimo secondo l’ottica di uno sviluppo del controllo sociale.[17] Il sogno dei membri di questi organismi si riassume nella possibilità di far funzionare le macchine come esseri umani e di trattare questi ultimi come esseri privi di anima, di sentimenti e di emozioni.

La necroetica aggiunge un ulteriore tassello a questo cambiamento. Insegna, infatti, a osservare il bios dalla parte della morte. Insegna a superare la logica “umanista” singolo corpo vivente ritenuta obsoleta. Se l’universo è energia pura, energia che si manifesta in infinite forme e strutture, la morte diventa solo un aspetto di questa energia. Non appare più la negazione della vita, ma un modo in cui la vita si trasforma. La necroetica conferma l’immagine foucaltiana del potere come “biopotere” sulla vita e sulla morte e intanto va oltre Foucault analizzando la morte in tutte le sue varianti come “eccedenza concettuale”, sintesi concettuale di flussi di energia.[18] Aerei e carri armati giustificavano l’esaltazione futurista della “metalizzazione” del corpo umano, ora ci troviamo alla “biologizzazione” del metallo o meglio alla capacità di dare corpo a qualsiasi forma di energia.

Da questi passaggi si può desumere i punti di contatto tra l’uso militare delle tecnologie di potenziamento e il trasumanesimo. Se prima il soldato era integralmente assimilato alla potenza di una nazione, ora si passa, addirittura, che non solo le armi ma anche il soldato diventa il prodotto di una scienza che sembra asservita a una logica di guerra: dagli strumenti ai progetti, dai soggetti ai progetti decisionali, amministrati dalla scienza e somministrati via internet. Si sta per avverare di Clausewitz: “la scienza deve dunque tramutarsi, mediante una assimilazione perfetta con lo spirito e con la vita, in un vero e proprio potere”.[19]

Era la presenza delle armi a dividere il militare dal civile. Il civile “potenziato” dalle armi diventava un militare, deposte le armi tornava a essere un civile. Se viene meno la differenza tra arma e corpo, se l’una è integrata nell’altro (supersoldato) o se si da un corpo alle armi (robot, droni), la frattura tra militare e civile sarà sempre più netta e irreversibile. Non essendo più possibile deporre le armi avremo un ipotetico futuro di supersoldati, che potrebbero diventare una sorta di “razza” a sé, radicalmente divisa dal resto dell’umanità. Certo, attualmente, questo rischio esiste in forma ipotetica. Ma non ritengo sballato ipotizzare che i supersoldati considerassero il resto dell’umanità come qualcosa di estraneo e quasi un oggetto fastidioso, l’algoritmo che attiva, per loro come un drone, l’impulso di uccidere. La morte come feedback, come atto necessario, asettico, indifferente, senza traumi o remore è il compimento della necroetica. Uccidere bene significa uccidere senza sapere di uccidere e senza temere di essere uccisi. Uccide bene il cacciatore e, infatti, la caccia è considerata, da molti uno sport. Quante volte lo Stato si è ingegnato a uccidere bene? Dalla ghigliottina alle camere a gas, le tentazioni della necroetica non sono mai state messe da parte.

Un altro modo per gestire la costruzione di questi “superuomini” potrebbe condurre a un potenziamento generalizzato che dai soldati riversi su qualsiasi cittadino ogni sorta di potenziamento di sviluppo tecnologico. Come i droni, saremmo tutti i potenziali soldati di una guerra perpetua, le sentinelle di un mondo senza confini, in cui ogni parte del nostro corpo è pronta a distruggere un nemico nascosto dovunque. Chiediamoci avremmo così dei supersoldati avulsi dalla società o una società di supersoldati? Se la prospettiva è questo avranno senso ancora i diritti umani? Quanto vi è di ancora umano in un supersoldato?

Anche se, attualmente, queste ipotesi sono estremamente lontane dalla realtà, questi interrogativi ci dovrebbero far capire come senza le domande “upwards” ogni valutazione “downwards” risulta viziata. Ora, se difficilmente sarà difficile negare l’utilità di un farmaco che arresti un’emorragia, ma il quesito reale è questo: potrà mai un soggetto che non sanguina capire chi sanguina? Un soggetto che non prova mai paura comprendere chi prova paura? E, più in generale, da una ricerca scientifica che nasce all’ombra della violenza insita nella guerra può derivare una società fondata sulla giustizia e meno violenta? Parliamo di necroetica proprio perché per la prima volta nella storia dell’umanità, ci troviamo davanti a una società che progetta esseri umani dalla capacità di dare la morte, non li indottrina, li addestra, li arma. Li costruisce. La tecnologia militare, dalle prime clave alle frecce, è stata sempre al servizio della morte. Ora però non si tratta di progettare un’arma, ma un essere umano. Chiediamoci, dunque, se dei soldati ideati per uccidere bene potranno essere riciclati per fini meno cruenti? Se nel passato dall’esercito al mercato, alle applicazioni terapeutiche, e tante altre applicazioni civili, nel futuro questo percorso sarà così lineare?

 

 

 NECROETICA E BIOETICA

 

 

La radicalità di certi sviluppi tecnologici impedisce la facile del qui e ora. Quando entra in gioco il destino dell’umanità o la sorte del mondo, il dovere dell’etica, la “mobilitazione dei sentimenti adeguati a ciò che possiamo immaginare”. Bisogna porsi la domanda su che cosa ci possiamo attendere da una tecnologia al servizio della necroetica. Ritengo personalmente che a fronte di questi sviluppi sia necessario un radicale ripensamento del modo di operare del potere esercitato dai militari e sui militari, e che solo una società realmente democratica (nel senso di un potere popolare, ovvero di un potere che non sia al servizio del Capitale ma espressione diretta delle masse popolari) possa operare questo ripensamento.

Finora le sollecitudini divulgative del DARPA e degli altri enti, unite all’attenzione delle forze armate per l’opinione pubblica, si sono mosse sul piano “downwards”. Singoli progetti, piani di fattibilità, specifiche ricadute economiche e qualche paragrafo dedicato ai problemi etici. Il problema, però, non è certamente di dare spazio per l’etica (senza nessun cambiamento che vada in quel senso). È illusorio ritenere che la semplice presenza di comitati etici entro le forze armate sia la soluzione a questi problemi.[20] Tutto ciò ricorda i preti che benedicevano le bandiere prima della guerra. La sottoscrizione di un modulo di consenso informato non ha reso legittime le sperimentazioni svolte sui carcerati in Illinois negli anni ’30. Anche l’attuale espletamento di qualche pratica burocratica non rende meno approssimative le sperimentazioni che ormai avvengono sistematicamente nei paesi cosiddetti “in via sviluppo” (eufemismo per dire dipendenti dall’imperialismo) di farmaci che poi saranno messi in commercio nella parte più ricca del mondo. Non è certamente il parere di un Comitato etico a dare una patina morale a determinate attività.

Dal mio punto di vista uno dei compiti della bioetica dovrebbe essere quella di essere uno strumento contribuisca a cambiare la logica del potere. È quanto hanno cercato di evidenziare il processo di Norimberga, la Dichiarazione di Helsinki e l’affermazione dell’art. 2 della Convezione di Oviedo del 4 aprile 1992 che afferma: “l’interesse e il bene dell’essere umano debbono prevalere sul solo interesse della società e della scienza”. Formula riprodotta integralmente nell’art. 3 della Dichiarazione Universale sulla Bioetica e i diritti umani dell’UNESCO del 19 ottobre 2005. Cambiare la logica del potere significa eliminare qualsiasi spazio sottratto al controllo di moralità e di legalità (di un potere effettivamente democratico ovviamente): dal carcere passando per i laboratori di ricerca per arrivare alle caserme.

L’esercito non deve essere un ambito a sé rispetto al resto della società. Vaccinati, potenziati, monitorizzati, condizionati a distanza, i militari sono protetti per mezzo delle tecnologie e nello stesso tempo sono indifesi nei confronti delle tecnologie. Ci si preoccupa di tutto quello che può succedere loro in combattimento, ma non di quello che possono pensare e neppure della loro condizione nella vita civile, la sollecitudine per il corpo e la vita dei militari, di cui le tecnologie di potenziamento rappresentano il miglior guscio protettivo, si uniscono alla progressiva riduzione delle sfere di libertà. In nome del primato della sicurezza nazionale, sono molto numerose le limitazioni che subiscono nell’esercizio del diritto alla privacy, al consenso informato, al rifiuto dei trattamenti sanitari. La fedeltà assoluta al comando tende a eliminare, in un settore così delicato come la manipolazione dell’identità umana, qualsiasi forma di resistenza. Una passività che si estende anche agli “effetti vicini”: ad esempio negli USA i militari, oltre a dover accettare qualsiasi trattamento sanitario, non possono neppure agire in giudizio per gli eventuali danni subiti. Si continua ad applicare una sentenza degli anni ‘50[21] che preclude a ogni dipendente statale, di agire nei confronti del governo, di impiegati governativi, di terze parti esercenti lavori per conto del governo.

Cambiare la logica del potere usando la bioetica come strumento significa rifiutare l’idea che l’eccezionalità della guerra giustifica qualsiasi eccezione ai diritti fondamentali e induca la società ad accettare qualsiasi cosa.

D’altra parte, la cultura occidentale (alle parti più avanzate ovviamente non certo alla presunta origine “giudaico-cristiane) non riconosce un valore assoluto alle gerarchie militari. Il dovere di obbedienza dei soldati non riguarda, ad esempio, la sfera patrimoniale. Lo notava già Locke diversi secoli fa. Un sergente che può imporre a un soldato “di marciare verso la bocca di un cannone o di stare su una breccia in cui è quasi sicuro di trovare la morte, non può comandare a quel soldato di dargli anche soltanto un soldo del suo denaro”.[22] Se la sfera economica è così intangibile, perché in società che si definiscono democratiche non dovrebbe esserlo anche la sfera dei processi decisionali relativi all’integrità personali? Perché l’art. 3 della Dichiarazione dell’UNESCO sulla Bioetica e i diritti umani non dovrebbero applicarsi agli interventi di potenziamento sui militari? Il fatto che ogni militare debba essere disposto a dare e ricevere la morte non implica che sia legittima la violazione del suo diritto al consenso informato, a rifiutare un determinato trattamento sanitario, a non divenire oggetto di sperimentazioni lesive della dignità umana, a non subire alterazione della propria integrità psicofisica. Se non si riesce ad applicare ai militari questi diritti minimi e fondamentali, come possiamo pretendere di esercitare un controllo sui possibili effetti negativi delle tecniche di potenziamento sul resto della popolazione? Una volta accetta la logica dell’eccezione, saranno sempre maggiore i soggetti coinvolti nei possibili abusi. Il medico militare, nell’attuale condizione deve infrangere qualsiasi regola deontologica, mentre lo scienziato deve ignorare le condizioni in cui avvengono i propri esperimenti. Diventa, in questa situazione, difficile scorgere fin dove si estende l’eccezione. Ad esempio il divieto di trattamenti inumani per i prigionieri vale anche per chi è sempre meno umano? E la tortura è ancora un crimine, se applicata nei combattenti che sono stati progettati per sopportare elevati livelli di sofferenza fisica e mentale?

Proprio perché neuroscienze e potenziamento militare ci pongono di fronte a una tecnologia così straordinaria e così inquietante, così ricca di attese e così difficilmente prevedibile, diventa indispensabile eliminare tutte le zone d’ombra che si addensano sulla loro utilizzazione, a maggior ragione se ci si muove nel campo militare. Potremmo dire di avere raggiunto la maturità culturale per utilizzare queste tecnologie solo quando avremmo raggiunto la maturità etica e la consapevolezza politica necessarie per circoscrivere, anche dinanzi all’ipotesi di guerra (e in una fase di guerra permanente), l’integrale soggezione dei militari al potere dello Stato.

L’art. 36 del Primo Protocollo addizionale alla Convenzione di Ginevra sulla protezione delle vittime conflitti internazionali, prevede la possibilità di limitare lo studio, l’acquisizione o l’adozione “di una nuova arma, di nuovi mezzi o metodi di guerra”. Si potrebbe cominciare a pensare alla manipolazione dell’integrità psicofisica del soldato come una “nuova arma” o come un “nuovo metodo di guerra” e spostare il problema dalla valutazione “downwards” della singola tecnologia alla preoccupazione “downwards” sugli effetti complessivi di queste tecnologie. È perché non considerare come suggerisce il Documento della Grenwall Foundation su Enhanced Wargighters: Risk, Ethics, and Policy[23] considerare i soldati potenziali “armi biologiche”, vietate dalla Biological and Toxin Weapons Convention entrata in vigore il 26 marzo 1975?

Teniamo conto che la biologia sintetica ha reso molto labile la linea di demarcazione tra naturale e artificiale. Diverse decisioni giudiziali ritengono, ormai da tempo, che vi sia nessuna differenza tra la brevettabilità di un virus e la brevettabilità di parti di un corpo umano. Perché queste interpretazioni non dovrebbero essere applicate anche all’impiego militare delle tecnologie di potenziamento? Se per il cosiddetto mercato cui sono destinati i brevetti, il corpo è una reazione biochimica, non potrebbe essere anche un “agente biologico” per le valutazioni relative alle tecnologie militari?

L’importanza della proposta di applicare la Convenzione sulle armi biologiche alle tecnologie di potenziamento ha il merito di richiamare l’attenzione sul fatto, che, se assumiamo fino in fondo sull’integrale manipolabilità di qualsiasi specie vivente, non c’è ragione “biologica” per escludere gli essere umani. Se un virus può essere letale, a maggior ragione lo può essere l’uomo.

Bisogna aprire un dibattito pubblico sul ruolo del medico, degli scienziati, del rapporto che esiste tra la manipolazione del corpo e la manipolazione di un virus. Nella sostanza si tratta di rilanciare la tematica vecchia ma sempre attuale sull’uso della scienza, e sulle sue applicazioni, del porsi le domande su per chi si fa ricerca, come la si fa e cosa ricercare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] NRC 2004, Capturing the Full Power of Biomaterials for Militay Medical Needs, Washington, DC, The National Academies Press – NRC 2009, Opportunities in Neuroscience for Future Army Applications, Washington, DC, The National Academies Press.

 

[2] Protocollo: mezzo convenzionale per la trasmissione dei dati.

 

[3] Programma utilizzato per la navigazione nei siti del World wide web.

 

[4] L. Shaughnessy, One Soldier, oner year: 850,000 and rising CNN Security Clearance. Accessed on 28 November .2012 http://security.blog.cnn.com/2012/02/28/one-soldier-one-year-85000-and-rising

 

[5] Lin 2013, Lin P. – Maxwell J. Mehlman – K. Abney, Ehhanced Warfighters: Risk, Ethies, and Policy, The Greenwall Foundation (edited by), http://ethies.calpoly.edu/greewall_report.pdf

 

[6] Moreno 2006, Jonathan D. Moreno, Mind wars: brain research and national defence, Dana Prece, Washington, (DC), 2006.

 

[7] Questo è un esempio emblematico come la scienza asservita al capitale elimini ogni scrupolo etico.

 

[8] Bostrom, Savuluescu 2009. Introduction in Human Enhancement, Oxford University Press, 2009, 19.

 

[9] J. Bardin 2012, From Bench to Bunker. How a 1960s discovery in neuroscience spawned a military project, in The Chronicle Review, July 9 2012.

 

[10] Le notizie che vengono dalle vittime di questi esperimenti sono censurate e ridicolizzate.

 

[11] Benjamin W., Das Kunstwerke im Zeittalter seiner Technischen Reproduzierbarkeit, 1937, in Scheiwften, 1955, Einaudi, 1966, p. 47.

 

[12] Agamben, Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, p.24

 

[13] Stefano Gallarini, la realtà virtuale, XENIA TASCABILI, Milano, 1994, p. 68.

 

[14]                                                 C.s. p. 72.

 

[15] Sabina Morandi, la guerra dei droni l’invasione degli uav aerei senza pilota e robot assasini segretamente prodotti da tutti i governi del mondo, CONIGLIO EDITORI, Roma, 2011, p. 73.

 

[16]                                   C.s.         p. 79.

 

[17] Daniel Estulin, transevolution l’era della decostruzione umana, Arianna Editrice, Bologna, 2015, p. 229.

 

[18] R. Braidotti, The Posthuman, DeriveApprodi, Roma 2014, p. 133-144.

 

[19] K. Von Clausewitz, Vom Kriege, 1832, BIT, 1995, Milano, 1995, p. 70.

 

[20] In Italia, si veda il Decreto legislativo del 24 febbraio 2012, n. 20.

 

[21] Feres, United States, 340 U.S. 135, 146 (1950).

 

[22] J. Locke, Two Treatises of Government, 1690, Utet, Torino, p. 355.

 

[23] Lin 2013, Lin P. – Maxwell J. Mehlman – K. Abney, Ehhanced Warfighters: Risk, Ethies, and Policy, The Greenwall Foundation (edited by), http://ethies.calpoly.edu/greewall_report.pdf

 

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~ di marcos61 su dicembre 12, 2016.

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