SULLA CRISI ATTUALE: IL CAPITALISMO VERSO IL SUO CROLLO FINALE O CI TROVIAMO DI FRONTE ALLA SUA DECOMPOSIZIONE?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La crisi attuale (con relativi fallimenti bancari, salvataggi ecc.) ha origine dalla sovrapproduzione assoluta di capitali, vale a dire che c’è capitale in eccesso per il quale non vi è possibilità di valorizzazione ovvero di impiego redditizio.

Marx aveva previsto la sovrapproduzione di capitale: “la sovrapproduzione assoluta di capitale non è una sovrapproduzione assoluta in generale, una sovrapproduzione di mezzi di produzione. Essa è solo una sovrapproduzione di mezzi di produzione, in quanto questi operano come capitale e devono, perciò, in proporzione al valore accresciuto che deriva dall’aumento della loro massa, valorizzare questo valore, creare un valore supplementare.

   E tuttavia si tratterebbe sempre di sovrapproduzione, perché sarebbe incapace di utilizzare il lavoro a quel grado di sfruttamento che è richiesto dallo sviluppo “sano”, “normale” del processo capitalistico di produzione a quel grado di sfruttamento che accresce se non altro la massa di profitto parallelamente alla massa accresciuta del capitale impiegato e non impiegato e non consente che il saggio del profitto diminuisce nella stessa misura il capitale cresce, o che la diminuisca nella stessa misura in cui il capitale cresce, o che la diminuzione del saggio di profitto sia più rapida dell’aumento di capitale.

   Sovrapproduzione di capitale non è altro che sovrapproduzione di mezzi di produzione – mezzi di produzione e sussistenza – che possono operare come capitale, ossia essere impiegati allo sfruttamento degli operai ad un grado determinato, poiché la diminuzione del grado di sfruttamento al di sotto di un livello determinato, poiché la diminuzione del grado di sfruttamento al di sotto di un livello determinato provoca delle perturbazioni e delle paralisi nel processo capitalistico di produzione, crisi, distruzioni di capitali” (Marx, Il Capitale, libro 3°, cap. 15).

Parlare di sovrapproduzione di merci significa offrire una giustificazione al capitalismo; infatti, se ne dedurrebbe, che con una certa “regolazione”, le cose potrebbero andare meglio “per tutti”. Invece, analizzando la struttura della crisi, e la sua base, il capitale nel suo divenire nel capitalismo multinazionale a dominanza finanziaria, ove alle guerre mondiali cicliche precedenti si sostituisce il ricorso sistematico alla guerra di sistemi, in cui il capitalismo occidentale pretende di esportare il proprio modello economico per giustificare una rapina sempre crescente di materie prime strategiche.

La speculazione, che politici, economisti borghesi e giornalisti “specializzati” attribuiscono la causa dei guai per l’economia, sono in realtà un fenomeno complementare alla sovrapproduzione assoluta di capitale. Diceva a proposito Grossman: “L’esportazione di capitali all’estero e la speculazione all’interno del paese sono fenomeni paralleli che hanno la medesima radice (…) La speculazione è un mezzo per sostituire l’insufficiente valorizzazione dell’attività produttiva con dei guadagni che derivano dalle perdite di quotazione delle azioni di larghe masse di piccoli capitalisti, di quella che viene considerata la “mano debole”, ed è, per questo, un poderoso mezzo di concentrazione del capitale monetario”. (Grossman, Il crollo del capitalismo).

Se guardiamo lo sviluppo del capitalismo dal dopoguerra fino ad oggi, ci sono numerose conferme a questa tesi.

Il venire meno della redditività dell’investimento “normale” ha spinto il sistema capitalistico verso una più spiccata finanziarizzazione dell’economia. È così che masse crescenti di capitali sono mantenute in forma liquida; capitali erratici enormi, fuori dal controllo delle banche centrali e degli organismi internazionali, che si valorizzano i capitali più deboli, senza che ovviamente si crei nuova ricchezza. Da d-m-d’ si passa d-d’.

 

SVILUPPO E CRISI DEL CAPITALE A PARTIRE DAL SECONDO DOPOGUERRA

 

 

I tre decenni successivi al secondo conflitto mondiale, definiti “i trenta gloriosi” da Jean Fourastiè, [1] furono per il capitale mondiale un periodo di straordinario sviluppo. Tra il 1950 e il 1973, nei dodici paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (OCSE, creata nel 1961), il tasso di crescita fu mediamente del 4,9% contro il 2,9% del 1900-1913 e il 2% del periodo 1913-1945, portando il tasso di disoccupazione al 3,5% complessivo. Il volume del commercio mondiale raggiunse nel 1973 il 500% di quello precedente il “venerdì nero” che aveva bruscamente interrotto gli “anni ruggenti”.[2] La produzione di manufatti del 1970 era dieci volte più alta che nel 1950.[3]

Certo, a un’analisi dettagliata, il periodo si dimostra non indenne da fasi di rallentamento o anche di recessione, però blande e di breve durata. Nel complesso, senza ombra di dubbio, la capacità di ripresa del capitalismo dopo un periodo fatto da prima guerra mondiale, crisi del ’29, seconda guerra mondiale, stupì persino i suoi apologeti,[4] ormai convertiti tutti alle dottrine keinessiane di incentivazione del deficit di bilancio e pronti a giurare che il welfare state fosse una componente essenziale dello sviluppo del sistema.

I vari manuali di storia ed economia hanno continuamente detto che furono le politiche economiche keinessiane (in particolare negli USA con le politiche attuate dal New Deal) che posero fine alla “grande depressione” degli anni ’30. Ora, se veramente queste politiche vi hanno posto fine, sarebbe provato che i governi possono con politiche economiche adeguate, porre fine e quindi dirigere il movimento economico delle società borghesi. I trent’anni di sviluppo economico successivi alla seconda guerra mondiale sembravano confermarlo.

In realtà l’Europa e tutto il mondo capitalista uscirono dalla depressione degli anni ’30 solo in seguito allo scatenarsi della seconda guerra mondiale. Certo se si considera la seconda guerra mondiale, come una parentesi di follia scatenata dal demonio all’improvviso senza premesse negli anni precedenti e conseguenze in quelli successivi, acquista verosimiglianza la tesi che le politiche economiche degli Stati, illuminati dalle dottrine Keynes e seguaci, dirigevano felicemente il processo economico.

Questo trentennio di sviluppo fu alimentato da uno straordinario aumento della produttività e del capitale costante rispetto al capitale variabile, tutto ciò sembrava smentire l’ottimismo dei rivoluzionari degli anni ’20 e ’30 che avevano pensato di trovarsi nella fase terminale della vita del regime borghese. Lo sviluppo economico del dopoguerra, rendeva evidente che le interpretazioni semplicistiche del “crollo” avevano fatto il loro tempo: per esempio era difficile sostenere come la Luxemburg[5] che il capitalismo poteva sopravvivere solo a patto di espandersi verso l’esterno, distruggendo le economie precapitalistiche.

È vero che malgrado la cosiddetta[6] decolonizzazione molte aree del mondo erano ancora ben lontane dalla produzione moderna, ma era d’altra parte vero che il mercato capitalistico si era complessivamente espanso molto di più in profondità, all’interno del ristretto numero dei paesi metropolitani, creando una serie di muovi bisogni, di nuovi consumi, di nuovi stili di vita: i 40 milioni di automobili del 1948 erano divenuti nel 1971, a livello mondiale 250. Nel 1946 iniziava l’era della televisione (il primo modello risale al 1933), quella della plastica nel 1957. Degli anni ’40 sono anche le prime lavatrici. Intanto i progressi nel campo medico (la penicillina è del 1928) portano a un considerevole aumento della vita media (17 anni tra il 1930 e il 1962),[7] cui si sommano gli effetti del “baby boom”. In relazione alla crescita di quella che verrà definita “società dei consumi”, gli adolescenti diventano una componente stabile del mercato, un target, e i giovani in generale un elemento essenziale della cosiddetta “opinione pubblica”. Intanto anche l’istruzione si massificava, e nuovi stili di vita, testimoniati dall’enorme consumo della nuova musica urbana di massa, si diffondevano.

La stessa struttura della popolazione attiva si era modificata radicalmente: ora nei grandi paesi industriali gli addetti all’agricoltura erano scesi ovunque il 10% del totale,[8] controbilanciati in un primo momento da un aumento degli addetti nell’industria, ma in seguito da uno straordinario incremento nel settore dei servizi. Ora le donne assumevano un ruolo mai visto prima nella vita economica (tra il 1940 e il 1980) le lavoratrici americane passarono dal 14 a più del 50% della popolazione femminile, a fine millennio ormai giunti al 71%.[9]

Complessivamente, il secondo dopoguerra vide la potente affermazione di quella fase della produzione capitalistica che è stata chiamata taylorismo o fordismo. In senso stretto, si trattò dell’analisi minuziosa e scientifica del processo di produzione industriale, reso possibile dalla meccanizzazione, concretatisi dalla grande fabbrica e nel sistema della catena di montaggio. In senso più ampio, tale sistema comportava tutta un’organizzazione della vita sociale che fosse funzionale al modo di produzione così congegnato. I grandi vantaggi della fabbrica fordista, per essere mantenuti, richiedevano grandi concentrazioni residenziali di braccia disponibili, servizi quali trasporti, asili e mense che risolvessero alcune incombenze sociali e famigliari delle maestranze, sincronizzare dei tempi sociali a quelli dell’utilizzo degli impianti. La rigidità degli impianti industriali quanto all’utilizzo della forza lavoro, che doveva essere mantenuta costantemente al di sopra di un certo livello minimo, richiedeva l’impianto di una macchina di assistenza sociale riguardante la malattia e l’infortunio nonché la temporanea mancanza di lavoro (si pensi ai sussidi di disoccupazione o, in Italia, all’istituto della Cassa integrazione guadagni).

Tali trasformazioni, mentre confermavano l’estendersi delle condizioni di lavoratori salariati a strati sempre più ampi di popolazione,[10] liquidavano le interpretazioni volgari del marxismo, spesso assunte per buone proprio dai suoi avversari per poterlo smentire. Innanzitutto quella per cui nel suo corso il regime del capitale avrebbe accresciuto in assoluto la miseria delle classi lavoratrici. In realtà Marx, nel formulare la sua legge della miseria crescente aveva inteso dimostrare che, pur storicamente aumentando in termini assoluti, il consumo, la quota di ricchezza destinata al proletariato decresceva a paragone della ricchezza generale prodotta. Miseria relativa dunque, non da raffrontare all’andamento dei profitti, i quali tendono a diminuire in percentuale del capitale complessivo, e ai valori complessivamente prodotti.

La crescita esponenziale del settore dei servizi, d’altronde, anche se questo divenne chiaro a tutti solo dopo la recessione del ‘73-75, quando la percentuale di occupati nell’industria sul totale cominciò inesorabilmente a calare, metteva in crisi un’altra idea volgare, l’identificazione della “tuta blu” con il proletariato e la classe operaia, visione che stava alla base di tanto operaismo da quattro soldi. Diveniva inevitabilmente riconoscere che non solo ormai nelle ferrovie e nelle poste, ma anche negli ospedali, nelle scuole, nei supermercati, negli asili, crescevano categorie di lavoratori che, anche quando non direttamente produttive, concorrevano però a valorizzare il capitale ed erano remunerate sulla base della stessa legge del salario che presiedeva al calcolo del valore della forza lavoro produttiva. Per questi motivi queste categorie appartenevano al proletariato. Settore di proletariato che negli anni ’60 e ’70 fecero ingresso nelle lotte sindacali, quivi talvolta più aspre di quelle degli impianti industriali, dove la maggiore tradizione sindacale consentiva un più stretto controllo della conflittualità da parte dei sindacati tradizionali, addomesticati dal regime capitalista, o addirittura sempre di più, secondo il modello fascista, integrati nell’apparato sindacale, ovvero, secondo quello socialdemocratico, inseriti in un sistema di “cogestione dell’azienda”.

Nella sua fase, che possiamo definire “liberista” del capitalismo, Stato, partiti sindacati, classi sociali sono largamente “indipendenti” gli uni rispetto agli altri, nel senso che possono muoversi con una relativa reciproca autonomia. La linea di direzione obbligata è data dalla necessità di infrangere totalmente i vecchi rapporti pre-borghesi, ma, entro gli spazi creati dall’ascesa rivoluzionaria prima e dalla stabilizzazione conservatrice poi del capitalismo, sono inscrivibili le varie spinte proletarie, cui è affidato il compito dialettico di “negazione della negazione”, di rottura delle forme pre-borghesi assieme al seppellimento della borghesia stessa.

L’autonomia del sindacato dal regime borghese negli anni della Seconda Internazionale è stata dentro dei limiti ben precisi: tale autonomia è reale e a un senso ben preciso poiché non esiste un vincolo obbligatorio a senso unico (nelle forme e nei contenuti) tra azione sindacale e interessi capitalistici, e anzi la lotta sindacale promuove nel proletariato un’estensione di forza organizzata indipendente e una coscienza di questa forza. Ma ciò non significa affatto che il sindacato, in quanto tale, sia in questa fase rivoluzionario. I sindacati non sono mai stati tali “in sé”.

Non sono certo le rivendicazioni immediate di classe a qualificare il carattere rivoluzionario del Movimento Operaio, ma la funzione che l’organizzazione immediata è costretta a svolgere in relazione a condizioni oggettive che spezzino il legame di “cointeressanza” borghesia-proletariato e, con ciò, la pestifera influenza ideologica esercitata dall’aristocrazia operaia: il che comporta in ogni caso ci sia la presenza di un influente Partito Comunista in grado di dirigere la lotta immediata e gli organismi specifici di essa.

Dopo la prima guerra mondiale in Italia prima e in seguito in Germania la forma fascista nasce come risposta alla necessità del capitale non solo di avere uno strumento adeguato per combattere la rivoluzione proletaria che si stava sviluppando con il successo della rivoluzione proletaria in Russia, ma anche dalla necessità di centralizzare al massimo le proprie forze: in presenza di una crisi economica, politica e sociale e dell’effervescenza delle forze proletarie. Il sindacalismo riformista è visto come un pericolo, non in sé, per presunte velleità rivoluzionarie, ma per il ponte che si potrebbe concretamente creare nel corso di un processo rivoluzionario tra l’organizzazione di massa che svolge in quel momento la lotta immediata e il partito rivoluzionario al di sopra della buona volontà collaborazionista dei riformisti. Resta, però, anche per il fascismo, che la funzione di mediazione e di tramite nei confronti della classe operaia siano affidati allo Stato. Il sindacalismo fascista diventa di Stato con una precisa contropartita: che lo Stato si faccia a sua volta, riformatore sociale corporativo “al di sopra delle parti”. Il riformismo e il nazional-socialismo fascisti attraggono ex dirigenti sindacali riformisti, in Italia ad esempio lo scioglimento della CGIL non passa solamente con la violenza borghese diretta, ma anche con l’adesione al nuovo regime di parte della vecchia burocrazia sindacale riformista. Alla fine con l’inserimento del sindacato nello Stato, venendo meno i margini di mediazione istituzionale, esso diventa una branca dell’amministrazione pubblica, una sorta di filiale del Ministero del Lavoro.

Formalmente diversa è la via che lo Stato prende nei confronti del sindacato nei paesi democratici (borghesi). Qui non si ha coazione aperta, ma, in realtà, la libera attività sindacale diviene sempre più nella sostanza, dipendente dalle esigenze del capitalismo nazionale e internazionale, tanto da porre il tema dell’istituzionalizzazione e programmazione della crescita del potere sindacale con quella del proprio capitalismo nazionale.

Alla classe operaia si chiede – per altre vie – ciò che il fascismo chiede ai proletari sottomessi al suo gioco, di farsi responsabili esecutori responsabili degli interessi nazionali “di tutto il popolo”; di ubbidire alle leggi impersonali del capitale, di legarsi al processo di concentrazione e centralizzazione del capitale. I due metodi (dittatoriale fascista o democratico) non si oppongono quanto al fondo e danno anzi luogo a curiose osmosi, cui l’esempio tedesco è ricco d’insegnamenti. In Germani, Bismarck nel 1878 aveva tentato la via della repressione del movimento socialista con le leggi eccezionali, ma nello stesso tempo, adottò una certa politica di apertura sociale (creazione di un sistema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie, pensioni di vecchiaia ecc.). Nel 1890 la classe dirigente borghese doveva, però trovare più proficua la linea dell’inserimento legale del Movimento Operaio nello Stato: ne sarà premiata nel 1914 col passaggio politico e sindacale al più spietato socialsciovinsimo borghese. Grazie ai servizi a essa resi, la borghesia tedesca ufficializza per legge le confederazioni sindacali e rende obbligatorie, in tutte le aziende, con più di 50 addetti, quelle commissioni operaie la cui costituzione era rimasta fino ad allora facoltativa. Il 15 novembre del 1918 viene creata una “comunità del lavoro” l’accordo sulla quale sostiene: “Riconoscendo che la ricostruzione della nostra economia nazionale esige la concentrazione di tutte le forze economiche e spirituali, come pure la collaborazione fiduciosa di tutti, e compenetrate delle responsabilità che ciò impone, le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori si uniscono in una comunità di lavoro”. La democrazia borghese (in vesti socialdemocratiche) anticipa qui il corporativismo fascista, con la differenza che il collaborazionismo sindacale si presenta come “una conquista della classe”. Se poi la borghesia tedesca passerà ai metodi del nazismo, non sarà per un ripudio del principio in cui si fonda la “comunità del lavoro”, ma per l’insufficienza della sua tenuta di controllo sulla classe, per il pericolo di un rovesciamento dialettico della cinghia di trasmissione sindacale ad opera dell’elemento rivoluzionario della classe, del Partito Comunista.

Nonostante la straordinaria floridezza economica di quelli che furono definiti “gli anni doro” le contraddizioni del capitalismo sembravano affievolite. Ma non era così. Mentre nei ghetti americani si sviluppa il movimento nero composto in gran parte da proletari, i grandi cambiamenti sociali innescati dallo stesso sviluppo verso la fine degli anni ’60 diedero l’avvio a movimenti peculiari: gli studenti e i giovani americani dettero il segnale di partenza a un movimento internazionale che sintetizzava una serie di spinte sociali e culturali: l’opposizione alla guerra del Vietnam, una critica ai valori tradizionali della società e delle cultura occidentale, la rivendicazione dell’estensione del diritto all’istruzione, della parità fra le razze ed i sessi, una reazione contro la dequalificazione dei titoli di studio e del lavoro intellettuale.

Nell’insieme queste rivendicazioni e questi movimenti, anche quando facevano uso di una fraseologia che era presa in prestito dal Movimento Operaio, rimanevano sul terreno di una radicalizzazione democratica compatibile a una società capitalistica matura, con i suoi bisogni di estendere l’istruzione, di sfruttare forza-lavoro indipendentemente dalla razza e dal sesso, in un quadro dunque di eguaglianza giuridica. E, in effetti, il movimento, anche se non ha fatto, come pretendeva “la rivoluzione”, ha indubbiamente soddisfatto una parte dei presupposti: l’allargamento dell’istruzione, l’accesso delle classi medie istruite ad alcuni ruoli nel campo dell’istruzione, della politica, del giornalismo, la riforma del codice di famiglia, la liberalizzazione dei costumi sessuali, il diritto al divorzio e all’aborto. L’accusa che spesso è rivolta ai leader di questi movimenti, di aver rinnegato il proprio passato per inserirsi nelle leve del potere, non tiene conto della natura piccolo borghese di questi movimenti.

A cavallo tra gli anni ’60 e ’70 ci fu un risveglio della lotta operaia, nonostante si stata prevalentemente di un carattere tradunionista e sostanzialmente sotto il controllo delle organizzazioni sindacali riformiste, rappresentò un fenomeno storicamente importante, che interessò larga parte dell’Europa. Secondo lo storico inglese R. Lumley, lo sciopero generale del maggio ’68 in Francia fu la prima mobilitazione operaia della storia quanto a numero di ore di lavoro, mentre l’autunno caldo italiano ne fu la terza, dopo lo sciopero generale del 1926 in Gran Bretagna.[11] La lotta di classe di quegli anni, smentiva l’illusione che il capitalismo potesse assicurare una perenne pace sociale, era la conferma dell’ineluttabilità futura dello scontro tra classe operaia e capitale, permetteva al proletariato di accedere per proprio conto a parte del benessere sociale e della ricchezza generale, consolidando quella condizioni di vita che sembrava tipica del proletariato occidentale e che per molti anni è sparsa irrinunciabile: garanzia del posto del lavoro, leggi di tutela dei diritti sindacali, salari relativamente elevati, assistenza medica e ferie pagate così via.

L’asprezza dello scontro di classe contro le vecchie forme di potere da un lato, e col padronato dall’altro, permise il recupero (certamente minoritario) di un legame con le esperienze rivoluzionarie passate (pensiamo solamente al recupero della tematica dei Consigli operai come base e fondamento del potere proletario) però i movimenti sociali degli anni ’60 e ’70 finirono per favorire il ricambio delle dirigenze politiche e sindacali, una maggiore capacità da parte del sistema di gestire “democraticamente” il potere, una modernizzazione della società borghese tale da renderla definitivamente matura.

La classe operaia scavalcando le dirigenze sindacali e politiche tradizionali, dette vita specifiche forme organizzative (che però non erano una novità, ma è stato un riallacciare un filo rosso che si era spezzato con i momenti più alti della lotta di classe del passato) quali i consigli di fabbrica. Certo in questo periodo, a causa di quel filo rosso spezzato ci furono molto spontaneismo e operaismo, dove la lotta contro partiti e sindacati riformisti, opportunisti era confusa con la lotta contro partiti e sindacati tout court, riprendendo le vecchie suggestioni dell’anarco-sindacalismo e de consigliarismo degli anni ’20.

Un’altra lezione interessante di quel periodo è la capacità di recupero allora mostrata dai sindacati ufficiali, che proprio grazie ai movimenti di quegli anni che li misero in discussione, seppero rinnovare e rigenerare le proprie strutture e dirigenze.

Certo è il radicalismo politico sorto negli anni ’60 rimase sempre un fenomeno minoritario; esso non fu tuttavia marginale, e una quota importante dei proletari e dei giovani allora era convinta di trovarsi alla vigilia della rivoluzione proletaria. A favorire questo convincimento fu l’impatto psicologico, culturale e politico dei movimenti di liberazione nazionale che dal secondo dopoguerra si svilupparono in tutti in tutti e tre i continenti.

Nella visione di Lenin e del II° Congresso dell’Internazionale Comunista, i movimenti nazionalisti-rivoluzionari delle colonie e semicolonie sarebbero stati i naturali alleati del proletariato occidentale nella lotta contro l’imperialismo mondiale. La classe operaia, poiché punta più avanzata di questa lotta, poneva la propria candidatura a questa guida: nei paesi avanzati lottando per il potere proletario e contro la politica imperialistica della propria borghesia, in quelli arretrati combattendo assieme ai rivoluzionari borghesi contro il dispotismo precapitalistico e il colonialismo, per la rivoluzione democratica e, ove possibile, per quella operaia e contadina. Unendo i propri sforzi a quelle dei paesi avanzati in marcia verso il socialismo, anche quelle arretrati avrebbero potuto così sperare in un rapido superamento della fase borghese della rivoluzione.

Condizione di quest’audace strategia era, da un lato che ai movimenti democratici e antimperialisti dei paesi arretrati non fosse concessa una patente comunista che era appannaggio della classe operaia, dall’altra che la minoranza proletaria di questi paesi mantenesse – com’era stata in Russia –la propria totale indipendenza, pronta a rivolgere le armi contro le proprie borghesie nazionali non appena raggiunto gli obiettivi comuni.

Il prevalere del revisionismo all’interno del Movimento Comunista Internazionale annullò completamente questa visione strategica unitaria. Delle rivoluzioni coloniali solo in alcuni paesi (come la Cina) si cominciò dopo la rivoluzione di Nuova Democrazia ad avviarsi verso il socialismo, mentre in molti altri paesi per via dell’influenza del revisionismo il processo democratico fu moderato (magari si utilizzavano iconografie e miti socialisti sui generis, pensiamo al “socialismo arabo”, al “socialismo africano”).

Ciò malgrado questi movimenti costituissero il fenomeno più rivoluzionario del XX secolo dopo l’ottobre rosso del ’17, poiché costituivano il secondo filone della Rivoluzione Proletaria Mondiale.[12]

Questa importanza nasce dal fatto che l’imperialismo, non è una determinata politica, ma è l’esito storico del processo di accentramento (che è un concetto dialettico: in un polo significa ipertrofia e dall’altro spoliazione) del capitale ed in quanto tale inasprisce al massimo grado le diseguaglianze tra le classi, le nazioni e gli Stati.

Già dalla prima metà degli anni ’60, cominciava a indebolirsi la posizione economica degli USA.

Questo fatto era determinato da un lato dalla concorrenza della Germania e del Gippone,[13] dall’altro dal formarsi, attraverso lo sfruttamento dei propri operai, una massa enorme di capitali (gli “eurodollari”) che non erano reinvestiti nel ciclo produttivo ma che cercavano altre fonti di guadagno fuori dalla produzione.

La formazione del cosiddetto mercato finanziario degli eurodollari, nato da un surplus di dollari Usa depositati all’estero alla metà degli anni ’60…questo mercato è cresciuto dai 50 mld di dollari del ’87, avvicinandosi alla quantità di denaro presente negli Stati Uniti. Il volume degli eurodollari è cresciuto ad un asso di circa il 25% annuo di circa il 25% annuo negli anni ’70, rispetto ad un momento delle liquidità del 10% negli Usa e rispetto ad una crescita del volume del commercio estero del 4%” (Harvey, La crisi della modernità, 1997).

Tali capitali erano depositati in dollari di proprietà di capitalisti non residenti negli USA (risultati generalmente da pagamenti in dollari di esportazione negli USA), depositi che erano raccolti e gestiti da banche situate fuori dagli USA; essi potevano spostarsi da una moneta (ad esempio la sterlina) all’altra (ad esempio i franchi svizzeri) senza dover sostare alle regole del sistema monetario, creditizio e finanziario dei singoli Stati.

Questi capitali con i loro spostamenti alla ricerca di guadagni speculativi sui cambi tra le monete, vanificarono le manovre di credito del governo USA sul finire degli anni ’60 e misero definitivamente in crisi tracciato nel 1944 a Bretton Woods.

Il sistema che si era creato a Bretton Woods dagli Stati imperialisti vincitori era basato:

 

  • Sulla convertibilità del dollaro in oro a prezzo fisso.
  • Sulla convertibilità a cambio fisso tra le monete e il dollaro.
  • Sull’azione congiunta tra le autorità monetarie dei maggiori paesi imperialisti.

 

Il sistema di Bretton Woods dalla fine degli anni ’50 aveva iniziato a diventare una camicia sempre più stretta per il movimento economico reale delle società borghesi.

Il declinare del tasso di profitto spingeva naturalmente ogni capitalista a ridurre i costi, ad aumentare i prezzi di vendita come mezzo con cui ogni singola frazione di capitale manteneva o aumentava il suo profitto.

La struttura monopolistica dell’economia, i sistemi di regolamentazione e gli interventi pubblici nell’economia creavano un terreno favorevole al dispiegarsi di questa spinta perché anche se non la impedivano del tutto, ostacolavano però l’entrata in campo di nuovi concorrenti che puntassero sulla vendita a prezzi stracciati.

Per il dispiegarsi di questa occorreva la creazione di nuovi mezzi di pagamento.

A questo provvederanno i rapporti monetari instaurati da Bretton Woods. Essi:

 

  • Conferivano un significato puramente nominale al contenuto aureo delle monete diverse dal dollaro e quindi alla loro convertibilità diretta in una merce con un valore proprio: le rispettive Banche Centrali erano tenute solo a mantenere stabile il cambio con il dollaro, non convertirlo in oro e con un’altra merce.
  • Limitava anche il significato del contenuto aureo del dollaro: le autorità monetarie USA erano tenute a cambiare i dollari carta in oro su richiesta delle Banche Centrali.

 

Nel 1971, gravati da un enorme deficit della bilancia dei pagamenti (conseguente al loro indebolimento sui mercati internazionali e al deficit dello Stato amplificato dalla guerra del Vietnam), gli USA decretarono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro (di fatto sospesa da tempo), allo scopo di: promuovere la svalutazione del dollaro e, di conseguenza, un alleggerimento automatico del deficit del bilancio dei pagamenti: far riacquistare competitività alle merci americane, facendo gravare l’inflazione sugli altri paesi capitalisti; indurre una parziale svalorizzazione delle riserve in dollari dei paesi concorrenti e degli eurodollari.

Il deprezzamento del dollaro spinse i possessori di grandi capitali monetari (ovvero i capitalisti finanziari) a cercare di garantirsi contro il rischio di possibili perdite attraverso l’acquisto di materie prime, inducendo un generale rialzo dei prezzi, che aprì la strada all’impennata del prezzo del petrolio del dicembre 1973.

Tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974 il prezzo del petrolio si quadruplicò.

Il prezzo del petrolio aveva avuto una storia relativamente tranquilla dalla seconda metà del XIX secolo fino ai primi metà degli anni ’70 del secolo scorso, quando i 6 paesi dell’OPEC[14] fecero raddoppiare il prezzo del petrolio, portandolo a superare i 10 dollari a barile. L’aumento del costo del petrolio significava da un lato, una fetta più grossa per gli “sceicchi” (ovvero la casta semifeudale dominante nei paesi arabi, per lo più legata all’imperialismo USA) e dall’altra costi di produzione maggiore per gli europei e i giapponesi, più dipendenti dalle importazioni petrolifere che non gli USA (le cui merci guadagnarono, di fatto, competitività sul mercato mondiale). Dall’altro lato, la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere attuata da alcuni paesi arabi (quali la Libia e l’Algeria) e l’embargo selettivo sull’export di petrolio attuato verso gli USA e i paesi europei sostenitori di Israele, le borghesia arabe iniziarono a scrollarsi di dosso, il sistema di saccheggio impostogli dall’imperialismo. Si manifestava così, pure a questo livello, la forza del moto rivoluzionario d’Asia, e d’Africa che la rivoluzione iraniana del 1979 ravvivò.[15]

L’aumento del prezzo del petrolio (quintuplicato in due anni, poi raddoppiato nei successivi 8-9 anni) concorse con il ciclo mondiale delle lotte operaie del periodo 1968-72 ad accrescere i costi di produzione dei capitalisti europei e giapponesi proprio nel momento in cui finiva il trentennio di sviluppo e aumentava di più il bisogno del capitale ad abbassare i costi di produzione.

Iniziò così una fase di profonda ristrutturazione dell’economia capitalistica su scala mondiale che si sviluppò su due linee: con la ristrutturazione degli impianti produttivi (con l’introduzione di macchinari più sofisticati e il “decentramento produttivo” nelle metropoli imperialiste e con massicci trasferimenti verso i paesi di “nuova industrializzazione”) e con la ristrutturazione dei meccanismi della finanza mondiale.

Questa ristrutturazione finanziaria marciò su due binari paralleli:

 

  • La riduzione dell’indebitamento delle imprese nei confronti delle banche, che ebbe come conseguenza la riduzione del pluralismo dei centri di potere economico.
  • La ricapitalizzazione, cioè la possibilità di accrescere il capitale proprio senza ricorrere al credito.

 

Un terreno dove il capitale trovò sfogo (ossia il mezzo per valorizzassi furono gli enormi trasferimenti di capitali verso il cosiddetto “Terzo Mondo”, il cui indebitamento nei confronti dei paesi imperialisti crebbe a dismisura. Tutto ciò provocò in questi paesi:

 

  • Dove ci sono state rivoluzioni riuscite (come l’Algeria) grazie al movimento di massa operaio e contadino, a vincere l’imperialismo e a cominciare a creare un mercato nazionale, per via dei prestiti della finanza internazionale, s’impedì la crescita di un’accumulazione interna. Lo sfruttamento imperialista, in questo caso, assunse la forma di prestiti a paesi formalmente indipendenti.
  • La dipendenza economica portò all’eliminazione delle misure statali di protezione sociale (controllo dei prezzi dei beni di prima necessità, prestazioni sociali ecc.).
  • Di subordinare in ogni paese le attività economiche al mercato capitalistico internazionale.
  • Di devastare su grande scala e in modo irreversibile le primitive strutture agricole esistenti.

 

Questa nuova colonizzazione dei paesi dipendenti è stata facilitata dal fatto che la classe che detiene il potere in questi paesi, è in gran parte la borghesia compradora, cioè la frazione più direttamente legata agli interessi del capitale straniero e che non può utilizzare a suo piacimento i prestiti erogati. Una conseguenza grandiosa di questa nuova ondata di colonizzazione fu l’avvio dell’emigrazione di massa della popolazione delle campagne: dapprima nelle città dei propri paesi e poi nei paesi imperialisti. L’invadenza dei capitali distruggeva per varie vie l’economia agricola primitiva, in largo misura di autosussistenza, cui era dedita la maggioranza della popolazione. Questa si riversava nelle città e poi nell’emigrazione in cerca di una vita migliore o semplicemente per sopravvivere. Le attività economiche (agricole, industriali ecc.) che il capitale creava, richiedono una manodopera inferiore rispetto a quelle privata delle proprie tradizionali fonti di sussistenza.

Anche nell’URSS e agli altri paesi del cosiddetto “blocco socialista” furono erogati prestiti, che grazie a essi questi paesi s’inserirono a pieno titolo nel mercato capitalistico mondiale.

Un altro terreno di sfogo furono le sottoscrizioni dei titoli del Debito Pubblico degli Stati delle metropoli imperialiste.[16]

Le economie dei paesi OCSE subirono una seconda battuta di arresto nel 1980-81 a causa di un nuovo aumento del prezzo del petrolio, reclamato dalle borghesie nazionali dell’OPEC per contrastare la contrazione delle loro economie, nel quadro di una nuova flessione dell’economia USA manifestatasi già all’inizio del 1979. A metà del 1982 iniziò una fase di ripresa, sostenuta dalla riorganizzazione del sistema finanziario e del sistema internazionale delle Borse, che vide nel 1987 il sorpasso di Tokyo su New York come centro finanziario mondiale (soprattutto per i capitali d’investimento all’estero), e che culminò con il crollo della borsa di New York nell’ottobre dello stesso anno (conseguite alla “bolla speculativa”, ovvero alla sopravvalutazione fittizia delle aziende quotate rispetto alla loro effettiva capacità di generare profitti nel ciclo produttivo).

Dall’inizio degli anni ’90 l’economia europea ha marciato a passo ridotto, mentre la disoccupazione – già accresciuta negli anni ’80 diventa strutturale (ossia un fatto permanente). L’economia giapponese ha conosciuto la più grande crisi degli ultimi 50 anni e il sistema bancario è rientrato in crisi, proprio per essersi sbilanciato troppo con investimenti a rischio nei paesi del Sud-Est asiatico, in cerca di sbocchi per l’enorme massa di capitali amministrati.

Negli USA subito dopo la prima guerra del Golfo (1991), è iniziata una fase di relativa crescita dell’economia basata sulla comprensione dei salari, l’aumento dell’orario di lavoro e la riduzione dello “Stato sociale”. Nel 1997 si è verificata la crisi finanziaria del Sud-Est asiatico (promossa dal ritiro dei capitali giapponesi a seguito della svalutazione dello yen rispetto al dollaro) cui sono succedute nel 1998 le crisi finanziarie della Russia e del Brasile; a essere ha fatto seguito nel 1999 la guerra della NATO nei Balcani, che permise agli USA – attraverso le commesse militari – di contrastare temporaneamente il rallentamento dell’economia che si preannunciava.

Tutti questi fatti sono legati da un unico filo conduttore nel senso che sotto i cicli di crisi citati c’è un unico stesso “meccanismo generatore” e che questo “motore della crisi” è stato prodotto dalle contraddizioni stesse dello sviluppo capitalistico degli anni ’50 e ’60.

I vari incontri dei paesi imperialisti, noti come G (G8, G20) e così via, dimostrano l’inconsistenza dei governi imperialisti di governare l’economia capitalista.

 

 

 

 

 

 

CRISI DI SOVRAPPRODUZIONE ASSOLUTA DI CAPITALE

 

 

In che cosa consiste la crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale?

Considerando il ciclo di valorizzazione del capitale complessivo, cioè il percorso attraverso il quale il capitale di una data grandezza, facendo degli operai, si trasforma in un capitale di grandezza maggiore.

Il capitale C si valorizza producendo un plusvalore PV. Ora il nuovo valore (C+PV) deve a sua volta nuovamente valorizzarsi. Ciò richiede o nuove iniziative (sviluppo in estensione) o una crescita della composizione organica nei vecchi campi di applicazione del capitale, sulla base della crescita della composizione tecnica (sviluppo intensivo). Il nuovo capitale C’ = (C+V) deve quindi valorizzarsi producendo nuovo plusvalore PV’. Se il nuovo capitale C’ si impiega a una più alta composizione tecnica e organica, occorre esaminare come va la produzione di plusvalore. Si possono avere situazioni profondamente diverse. Consideriamo le seguenti:

 

 

c v pv p
100 50 50 200 p’=33,3% s=100%
165 15 25 225 p’=12,5% s=166%
170 30 50 250 p’=25% s=166%
162,5 37,5 62,5 262,5 p’=31,2% s=166%
155 45 75 275 p’=37,5% s=166%

 

 

c = capitale costante – v = capitale variabile   –   c+v = capitale complessivo –

pv = plusvalore estorto – p’ = saggio percentuale di profitto = 100 pv/(c+v) – p = capitale complessivo del plusvalore = 100/(pv/v) – s = saggio percentuale di plusvalore (i numeri impiegati sono solo numeri esemplificativi).

 

Il primo caso è il primo ciclo di valorizzazione, quello che consideriamo già avvenuto e concluso. Gli altri casi sono tutti e quattro possibili casi di secondo ciclo di valorizzazione, tutti con un capitale complessivo di 200 e diverse composizioni organiche.

Supponiamo che nel primo caso il capitale abbia impiegato 10 operai che hanno lavorato 5 ore come lavoro necessario e 5 come pluslavoro.

Il secondo caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 4 operai che lavorano ore 3+3/4 come lavoro necessario e 6+1/4 come pluslavoro.

Il terzo caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 10 operai che lavorano ore 3+3/4 come lavoro necessario e 6+1/4 come pluslavoro.

Il quarto caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 12 operai che lavorano ore 3+3/4 come lavoro necessario e 6+1/4 come pluslavoro.

Se la nuova composizione organica porta ad un ciclo di valorizzazione come nel quarto caso, nessun problema; aumentano saggio di profitto, saggio del plusvalore e massa del pluslavoro.

Se la nuova composizione organica porta a un ciclo di valorizzazione come nel terzo caso, i problemi nascono dal fatto che il saggio di profitto diminuisce. Ma stante la massa del plusvalore aumenta, tutti il nuovo valore viene usato come capitale. La concorrenza tra capitali aumenta.

Se la nuova composizione organica portasse a un ciclo di valorizzazione come nel terzo caso o peggio come nel secondo, il valore prodotto nel primo ciclo, C+PV, non può essere impiegato tutto come capitale nel successivo ciclo di valorizzazione. Nessun capitalista accetterà di impiegare un capitale maggiore per ricavare una massa di plusvalore minore. Ovviamente qui parliamo delle condizioni di valorizzazione del capitale complessivo.

Qui si riscontra sovrapproduzione di capitale: è stato prodotto (nel ciclo precedete) più valore di quanto ne possa essere impiegato.

Questo ragionamento ci aiuta a capire perché in un certo momento dello sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra (e precisamente dalla metà degli anni ’70) è divenuto impossibile per i capitali più concentrati (quelli con una massa enorme di macchinari in rapporto ai lavoratori impiegati), investire ulteriormente ricavando un tasso di profitto superiore a quello ottenuto precedentemente con un capitale minore.

Di conseguenza, da un lato è stato avviato un poderoso processo di trasferimento delle lavorazioni in paesi a minore industrializzazione nell’intento di alzare il profitto; dall’alto lato, una parte dell’enorme massa di capitali prodotto in circa 30 anni di sviluppo capitalistico (ovvero di sfruttamento operaio) non ha potuto trovare impieghi remunerativi adeguati, nel ciclo produttivo, per gli appetiti capitalisti ed ha cominciato, ad “agitarsi” girovagando in tutto il globo in cerca delle occasioni migliori: fossero le materie prime o gli interessi sui prestiti a breve termine o i differenziali tra i cambi delle valute.

Con l’arrivo della Thatcher (1979) e dei Reagan (1980) alla guida dei governi inglese e americano, anche se il sostegno finanziario all’economia rimaneva forte, il monetarismo divenne la dottrina ufficiale del capitalismo. Abbandonata la politica di svalutazione del dollaro tesa a stimolare le esportazioni, dall’1,72% del 1980 il tasso d’interesse il tasso di interesse americano fu portato al 15% nel 1981 con il risultato che il cambio del dollaro raddoppiò rispetto al marco, contribuendo a creare una “minirecessione economica” intono al 1982.

Di pari passo, come si diceva prima, è cresciuto a dismisura l’indebitamento del cosiddetto “Terzo Mondo” verso cui è confluita, attraverso l’intermediazione del sistema finanziario internazionale, una parte significativa di capitali in eccedenza in cerca di valorizzazione. La massa di capitali in cerca di adeguata valorizzazione sui mercati internazionali rappresenta l’aspetto specifico della crisi (anche se non mancano gli aspetti classici della sovrapproduzione di merci, della disoccupazione, nel sottoimpiego delle capacità produttive).

Combinato con questo principale, campo di sfogo del capitale in eccesso, vi furono altri campi di sfogo ausiliari e complementari, tra cui particolarmente importante è stata la privatizzazione nei paesi imperialisti dei settori economici pubblici e dei servizi sociali. Non è un caso che nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 cominciarono ad avviarsi le cosiddette politiche neoliberiste. Ed è sempre in questo periodo, che prende corpo la controffensiva dei paesi imperialisti tesa a ridurre la rendita petrolifera e il potere politico ed economico dell’OPEC.

Ed è in questo quadro che scoppia la prima guerra del Golfo (1991), con essa si sviluppa la tendenza alla guerra imperialista contro i popoli oppressi del sud del mondo. Approfittando del vantaggio tattico determinato dal crollo del revisionismo dei paesi dell’Est e di fronte alle prime avanguardie dell’offensiva strategica della Rivoluzione Proletaria Mondiale (Perù, Filippine ecc.), l’imperialismo USA scatena un’offensiva controrivoluzionaria generale.

Una delle conseguenze della crisi fu che per tutto il mondo del lavoro dei paesi occidentali fu innanzitutto la fine del pieno impiego. Come si diceva prima la disoccupazione divenne un elemento strutturale delle economie capitalistiche.

La classe operaia occidentale si trovò ad affrontare questa situazione inquadrata in organizzazioni che da una parte avevano una lunga tradizione di collaborazione di classe con lo Stato borghese e dall’altra, nel corso dell’ondata di lotta di classe del anni ’60 e ’70, avevano conseguito una credibilità ed un rafforzamento considerevoli. Tradita dai propri dirigenti, la classe operaia occidentale andò incontro a gravi sconfitte, come ad esempio nel 1980 degli operai della Fiat in Italia, nel 1981 con i controllori di volo americani e nel 1984 ai minatori inglesi. Anche i paesi dell’Est coinvolti anche loro nella crisi generale, si svilupparono le lotte operaie, come nel 1980 in Polonia.

Nello stesso tempo la crisi finanziaria si abbatté nei mercati nella forma dell’impossibilità di molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo (in particolare dell’America Latina) e dell’Est Europa di far fronte agli enormi deficit accumulati (spesso in dollari rivalutati) verso i paesi creditori. Ciò trascinò con sé un peggioramento dei conti delle banche americane e il fallimento di alcune di esse.

Per non strangolare l’attività, la ricetta fu: diminuzione della spesa pubblica, particolarmente quella dedicata al welfare state, detassazione dei redditi elevati e dei capitali, deregulation dei movimenti di quest’ultimi. Gli stimoli alla domanda così creati si concretizzarono, in un enorme deficit della bilancia commerciale americana, cui corrispondeva per a un saldo attivo della bilancia dei pagamenti a causa dei bonds americani, ed a una crescita esponenziale del commercio dei titoli, sia obbligazionari che, sempre più, azionari. Da maggiore paese creditore del mondo, gli Stati Uniti divennero il maggiore debitore. Malgrado i vantaggi sul fronte delle esportazioni, le economie europee e giapponese, minacciate da un deflusso di capitali, dovettero agire a loro volta con la costruzione della moneta unica europea, che ha significato l’adozione delle stesse politiche economiche del capitalismo anglosassone. A partire dei primi anni ’80 in tutti i paesi a capitalismo avanzato si è assistito a una spettacolare diminuzione dell’inflazione.

Nel 1985 a Washington, partendo dal fatto che il dollaro era troppo forte, decise una graduale riduzione dei tassi d’interesse. Il dollaro non calò tuttavia in modo netto, e la tendenza generale della bilancia commerciale americana non mutò.

A partire dalla rima metà degli anni ’70, come si diceva prima, ci fu una profonda ristrutturazione produttiva. Una parte delle produzioni “pesanti”, come quelle a basso contenuto tecnologico, vennero in parte spostate nei paesi dipendenti, nelle metropoli imperialiste, grazie all’informatica e alle nuove tecnologie informatiche, al passaggio dalla meccanizzazione all’automazione, si vennero privilegiando in modo sempre più marcato le cosiddette produzioni leggere ad elevata intensità di Know-how, in altre parole di capitale costante-tecnlogia, ma con minor consumo di materie prime, energia e forza lavoro, ivi compresa quella addetta alla progettazione, alla contabilità e all’amministrazione, sempre più informatizzata. Ad esempio il peso di Microsoft e Intel nella borsa americana è ormai superiore a quello della General Motors, la più grande industria mondiale, ma ben diverso è il numero degli addetti (48.100 contro 721.000). In totale, i primi venti giganti dell’informatica USA occupano 128.400 dipendenti nemmeno metà di quelli della seconda industria automobilistica americana, la Ford (325.000). la più grande delle aziende non informatiche, la Southwest Airlines conta “appena” 15.200 dipendenti.

Tutto ciò conferma la tesi esposta da Marx e Engels nel Manifesto del partito comunista, quando si afferma che “La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque i rapporti sociali”.

Macchine utensili altamente tecnologizzate, microelettronica, robotica, software e computer, telecomunicazioni, scienza dei materiali, biotecnologie, aviazione e trasporti sono divenuti i settori trainanti dell’economia capitalista avanzata, [17] con il fiorire di nuove zone industriali non più caratterizzate dal gigantismo degli impianti, ma da una rete di più piccole unità periferiche sparse nel territorio (si potrebbe di una “fabbrica diffusa”),[18] con il grandeggiare della produzione di merci “immateriali” quali programmi informatici, le telecomunicazioni, le manipolazioni genetiche, prodotte dal lavoro umano il cui valore umano di mercato dipende assai più dalle ore spese in progettazione e ricerca che non dal costo materiale.

Queste trasformazioni sembravano smentire le tesi sostenute dal marxismo e da quello che viene definito il suo rozzo materialismo. La prevalenza del “lavoro mentale” sembrava mandare gambe in aria la teoria del valore-lavoro. In realtà quelle che sono andate in soffitta sono le interpretazioni volgari, meccanicistiche e rozze del marxismo. Eppure Marx l’aveva detto: il valore non è una proprietà fisica della merce, ma il rapporto sociale determinato dallo scambio dei prodotti del lavoro umano nell’ambito dell’anarchia mercantile; il lavoro umano nell’ambito del mercato crea valore indipendentemente dalla forma d’uso in cui si concreta.

Dalla metà degli anni ’70 la crisi provocò una profonda modifica della struttura produttiva, rendendo obsoleti gli strumenti statistici con cui erano valutati lo stato di salute dell’economia. Se si prendesse come parametro per stabilire lo stato di sviluppo di un paese, la produzione di acciaio e quante tute blu ci sono in un paese, l’URSS prima del crollo del 1991, aveva ancora la produzione di acciaio tra la più alta del mondo, sarebbe da considerare come il paese più avanzato. Nello stesso tempo, se si considerasse che soltanto le merci pesanti possono produrre plusvalore e valore, e tenendo conto della diminuzione del proletariato industriale in tutte le metropoli imperialiste, il capitalismo sarebbe dovuto essere trascinato nella polvere poiché era in atto una diminuzione non slo del saggio, ma anche della massa di profitto. È vero, invece, che accanto a numerose attività improduttive o addirittura parassitarie rese possibili dall’elevato saggio di plusvalore della società moderna (commercio, intermediazione, banche, assicurazioni, finanza, ecc.), nella categoria “servizi” – che secondo alcune stime negli USA comprende ormai il 75% e in Italia il 64% della popolazione attiva[19] – si cela realtà (in particolare quelle legate alla produzione di processi cognitivi e tecnologici, al turismo, ai trasporti, alle comunicazioni, ecc.) attività produttive in senso capitalistico poiché a prescindere dalla sua forma, è il lavoro che crea valore e plusvalore, inoltre, sotto la voce “servizi”, la statistica borghese contabilizza attività che fino a ieri a pieno titolo erano considerate industriali. A testimonianza di ciò l’Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, dice: ““’L’espansione del settore dei servizi attribuita in primo luogo alla ristrutturazione del settore industriale avvenuta dopo la crisi petrolifera del 1973-74. Per effetto della riorganizzazione del processo di ristrutturazione del settore industriale avvenuta dopo la crisi petrolifera del 1973-74. Per effetto della riorganizzazione del processo di produzione allora intrapresa, le industrie manifatturiere hanno fatto ricorso sempre più massicciamente all’outsourcing, ossia al trasferimento delle loro attività non essenziali a fornitori di servizi esterni. Di conseguenza, il settore dei servizi ha assunto un ruolo considerevole nella competitività globale delle industrie manifatturiere. In effetti, la capacità di un prodotto di essere concorrenziale dipende da una vasta gamma di servizi: già prima dell’avvio del processo di produzione entrano in gioco servizi nella forma di studi di fattibilità, di ricerche di mercato, di design del prodotto ecc. Servizi quali il controllo di qualità, il leasing di attrezzature, la manutenzione e le riparazioni costituiscono parte integrante del processo di produzione. Nella fase di finale, poi, i servizi svolgono un ruolo fondamentale non soltanto nel campo della pubblicità, dei trasporti e della distribuzione del prodotto, ma altresì in quelli dell’assistenza ai clienti (ad esempio, manutenzione e formazione del cliente). Infine, i servizi in materia di software, di contabilità, di consulenza nella gestione, di formazione, di telecomunicazione, di assicurazione e di intermediazione finanziaria sono tutti fondamentali per il buon funzionamento di un’impresa”.[20]

L’informatizzazione del processo produttivo e distributivo delle merci ha reso inoltre possibile la riduzione dei costi fissi (ad es. quelli dovuti alle scorte ed al magazzinaggio), con innegabili effetti positivi sul saggio di profitto indotti dal minor esborso di capitale anticipato. Sul luogo di lavoro tale processo è stato accompagnato dalla progressiva limitazione delle produzione fordista legata alla catena di montaggio nell’ambito dei grandi impianti industriali, e dall’estensione in sempre nuovi settori del toyotismo, ossia della produzione a squadre composte da lavoratori polivalenti cointeressati al raggiungimento di determinati obiettivi e standard quantitativi (la famosa “qualità totale”), col risultato di una maggiore saturazione del tempo di lavoro per addetto. I nuovi ritmi di lavoro implicati nella produzione a isole da un canto, la volontà di accelerare la rotazione del capitale dall’altro, suggerivano ora una ristrutturazione dell’orario di lavoro che permettesse il funzionamento degli impianti per tutte el 24 ore del giorno e ove fosse possibile addirittura per tutti i sette giorni della settimana. Pertanto in un numero sempre più grande di branche industriali si sono introdotti quattro turni giornalieri di 6 ore e in seguito soluzioni ancora più spinte, a orario variabile a secondo delle esigenze e dei cicli del mercato (orario flessibile), come alla Volkswagen tedesca o nel tessile italiano questi metodi potevano d’altra parte ormai essere introdotti anche in settori sempre più ampi dei servizi (ad es. nei supermercati). Qui il segreto di una contemporanea e di forme di riduzione dell’orario di lavoro e di un allungamento complessivo delle ore lavorate in alcuni paesi e settori, come gli Stati Uniti, dove sono passate dalle 1.883 del 1980 alle 1.996 del 1997.[21]

Nel complesso la produzione flessibile così articolata ha consentito un indubbio recupero dei tassi di profitto aziendali mantenendo strutturalmente ampio l’esercito industriale di riserva e contribuendo così a tenere depressi i salari, ossia anche per questa via ad aumentare il plusvalore estorto ai lavoratori. Essa sì è accompagnata a una ristrutturazione ma sarebbe meglio dire a una deregolamentazione complessiva del mercato del lavoro, con la progressiva riduzione dell’area di un lavoro “garantito”, e la crescita di contratti temporanei, precari, flessibili e di nuove figure proletarie come i proletari interinali, quelli con contratti di formazione, e così in Germania e in Italia nel 1999 costituivano un terzo del totale della forza lavoro,[22] ma tra i nuovi assunti a questa data arriva fino al 50%.

Questa deregolamentazione del mercato del lavoro ha un suo corrispettivo nella politica salariale delle imprese e nell’evoluzione della contrattazione collettiva: in tutti i paesi capitalisti avanzati si è assistito alla crescita della parte flessibile del salario, ossia alla riduzione della quota salariale contrattata centralmente e alla crescita invece della sua parte legata alla produzione, a contratti aziendali che attuano i riconoscimenti individui; nel medesimo tempo sono diminuite le sfere di competenza della contrattazione aziendale.[23]

A livello sociale, la crisi del fordismo porta con sé la riduzione di quel complesso intreccio di servizi sociali che, erano funzionali di quel sistema estramente rigido, ciò che ha consentito quella parziale dismissione del welfare state.

Le ragioni del declino del Movimento Operaio occidentale non è stato solamente quello di essere egemonizzato dal riformismo collaborazionista, ma anche dal processo di trasformazione della classe operaia fordista. Il Movimento Operaio occidentale pur avendo, pur avendo avuto dalla prima guerra mondiale imperialista la sua tradizione classista e rivoluzionaria, aveva mantenuto, come frutto delle lotte passate, una presenza relativamente forte nei luoghi di lavoro, e in alcuni paesi (come l’Italia e la Francia) si era rafforzato negli anni ’60 e ’70. Una dopo l’altra, le grandi organizzazioni sindacali si sono trasformate in istituzioni burocratiche addette alla difesa del “cittadino lavoratore”, ancor più strettamente integrate allo Stato borghese e diminuendo la loro presenza sui luoghi di lavoro fino a entrare in stato comatoso.

Fino alla fine degli anni ’70, una quota crescente dei lavoratori dipendenti delle metropoli imperialiste era iscritta ai sindacati. Dal 1979, la proporzione dei lavoratori iscritti è diminuita.

Negli Stati Uniti ad esempio, già a metà degli anni ’90 “le iscrizioni ai sindacati sono scese all’11-12% dell’intera forza lavoro salariata, mentre negli anni cinquanta erano intorno ad un terzo dell’intera forza lavoro”.[24]

In Gran Bretagna nel periodo che va tra la fine degli anni ’70 e il 2000 la diminuzione è stata del 40%.[25] In Germania è stata del 30%, in Italia le iscrizioni sono diminuite di un terzo e in Francia (che già partiva da un tasso di partecipazione sindacale molto basso) della metà. In paesi come la Germania e la Gran Bretagna, la sindacalizzazione è molto più forte nel settore pubblico che in quello privato.

I dati sull’iscrizione al sindacato possono sovrastimare il declino delle organizzazioni sindacali: se è vero che nei paesi dell’OCSE il tasso medio di sindacalizzazione è diminuito dal 46% al 36%, la quota dei lavoratori soggetti a contratti negoziati collettivamente dai sindacati è diminuita solo dal 67% al 64%, in alcuni paesi c’è stato un aumento della copertura contrattuale (in Francia, dall’80% al 90% e, in Olanda, dal 70% all’80%), questo aumento della copertura contrattuale c’è stata anche in paesi come l’Australia dove la gli iscritti al sindacato sono diminuiti di più della metà.

Le modalità della contrattazione salariale variano enormemente da paese a paese. In Gran Bretagna, la contrattazione salariale avviene quasi esclusivamente a livello di azienda o di singolo impianto produttivo, è frammentata e non c’è quasi mai da parte del sindacato un coordinamento, i contratti collettivi non sono difendibili e non c’è nessuna tradizione di “obblighi di non belligeranza” nel periodo di durata degli accordi. In Finlandia, la negoziazione è concentrata a livello nazionale fra organizzazioni padronali e sindacati, c’è un forte coordinamento fra loro; i contratti collettivi hanno valore legale e sono vincolanti per tutto il periodo di validità. La tendenza generale è verso una decentralizzazione della contrattazione: nei primi anni ’70, dei 19 paesi OCSE erano solo 6 quelli che avevano un sistema di contrattazione relativamente decentrato (principalmente o prevalentemente aziendale), mentre in 7 i contratti centralizzati erano di importanza dominante o prevalente (con la residua negoziazione settoriale). Alla fine degli anni ’90 le iscrizioni ai sindacati sono scese all’11/12% dell’intera forza lavoro salariata, mentre negli anni ’50 erano intorno a un terzo dell’intera forza lavoro.

Le condizioni di vita del proletariato è peggiorata non solo nei paesi dipendenti dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia, ma anche nelle metropoli imperialiste. Se prendiamo come esempio gli Stati Uniti, le cui performance economiche hanno preso nei giornali degli anni ’90 il posto occupato dal Giappone negli anni ’70 e ’80; quello che veniva definito il “miracolo americano” rivela un divario crescente fra un ristretto numero di ricchi e di “nuovi ricchi” e un crescente numero di poveri e di “nuovi poveri”. Se nel 1977 il 5% più ricco delle famiglie americane si appropriava del 16,8% del reddito complessivo, nel 1994 ne godeva il 21%. Al contrario il 20% più povero dei nuclei familiari ha visto nel medesimo arco di tempo passare la sua parte dal 4,1% al 3,6%. Nello stesso periodo anche il 20% immediatamente successivo dei redditi familiari è sceso dal 10,2% all’8,9%. Alla fine degli anni ’90 una volta aggiunti gli interventi dell’assistenza pubblica, il 40% più povero delle famiglie USA deteneva il 16;2% del reddito contro il 44,1% del più ricco 20%.[26] Verso la fine degli anni ’90, per mantenere il loro livello di vita, gli americani dovevano lavorare in media 24 ore in più all’anno, con pesanti riflessi sulla vita familiare e sociale.[27]

Parallelamente, la società americana ha visto la crescere la delinquenza a livelli sconosciuti in precedenza. Dal 1975 al 1995 la popolazione carceraria è cresciuta di sei volte: nel 1998 essa riguardava ormai un milione e ottocentomila persone.[28]

negli anni ’90 e nei primi anni del nuovo secolo il capitale in eccesso ha trovato principalmente sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” o meglio nella mondializzazione del Modo di Produzione Capitalistico (formazione di un unico sistema capitalista mondiale, esteso a tutti i paesi, che è andato ben oltre la fase della internazionalizzazione del MPC – anni ’70 – in cui ai paesi semicoloniali si sono aggiunti gli e paesi cosiddetti “socialisti” o che ancora si definiscono tali come la Cina, nel ruolo di fornitura di materie prime e semilavorati e di produzione di manufatti a bassi salari e senza alti costi relativi alla sicurezza ed alla protezione dell’inquinamento) nelle fusioni e aggregazioni che crearono grandi imprese produttive mondiali[29] nell’ulteriore sviluppo della finanziarizzazione e della speculazione.

Questo processo di accumulazione capitalista (e del relativo allargamento del proletariato) ha avuto un carattere mondiale, diseguale e combinato. Alcuni paesi ne restavano fuori, o a lato, come se fossero elementi a sé stanti e non invece parte integrante di un tutto unico, di un’unica divisione del lavoro in via di una formidabile ristrutturazione, che vedeva l’ascesa delle piccole tigri asiatiche,[30] della Cina e di altri paesi emergenti, l’enorme ampliamento del mercato del lavoro planetario, le trasformazioni in corso in campo tecnologico, produttivo, organizzativo come risposta del capitale globale (quello vecchio e quello nuovo) alla propria crisi.

Il rilancio produttivo dell’ultimo trentennio (stentato in Occidente, poderoso, in larga parte dell’Asia) è stato trainato dalla formazione di un mercato internazionale dei capitali sempre più integrato e deregolamentato pre mano dei grandi stati.

Dall’avvio di questa nuova fase – l’ultima del capitalismo, quella della mondializzazione del MPC, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Cong).

I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1996-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995,

+ 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2006 + 47,2%, questo gigantesco afflusso di capitali ha creato come si diceva prima una mondializzazione industriale.

Con un forte aumento dei reparti produttivi collocati in Asia, in America Latina. Nel periodo tra il 1982 e il 2007 i dipendenti delle filiali all’estero delle multinazionali sono balzati d 21 milioni e mezzo e 81 milioni e 615.000.

Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è al di fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone.

Nella sola Cina vi sono attualmente 100 milioni di lavoratori dell’industria, 50 milioni di addetti all’edilizia, 6 milioni di minatori, 20-25 milioni di lavoratori dei trasportatori. Dal 1996 al 2006 la totalità della crescita occupazionale industriale mondiale si è realizzata fuori dai paesi OCSE.

Nei primi 5 anni del XXI secolo Brasile, Cina, Russia e India hanno creato 22 milioni di nuovi posti di lavoro l’anno complessivamente 110 milioni (molti dei quali nell’industria). Questi addetti all’industria lavorano in media 9-10 ore al giorno, se non di più. La grande maggioranza di loro riceve paghe, nettamente inferiori alla media mondiale dei salari industriali degli anni ’70. Questa tendenza di fondo è in atto anche per i lavoratori dei paesi imperialisti, statunitensi in testa, che sempre in questo periodo hanno visto venire meno le garanzie occupazionali e il salario ridotto sempre più all’osso.

Questa fase della cosiddetta “globalizzazione” è stata caratterizzata da una riduzione del costo medio della forza-lavoro su scala mondiale, realizzata in misura non secondaria con l’immissione massiccia di forza-lavoro femminile, e, insieme per l’effetto di una forte crescita della produttività del lavoro, specie nei paesi di nuova industrializzazione. Con una formula sintetica si può dire: la massa degli operai (e anche dei tecnici) dell’industria di oggi lavora a orari di fine ottocento (o che comunque si stanno allungando di continuo), con salari da inizio novecento e una produttività da era informatica, o quasi. Questo rilancio capitalistico si è avvalso, infatti, sia dell’estensione della meccanizzazione e della robotizzazione dei processi produttivi alle imprese produttive dei nuovi continenti, che di una nuova rivoluzione tecnica informatica e digitale capace di abbattere i costi di una serie di operazioni amministrative delle aziende, dalla contabilità agli acquisti, dagli inventari alla gestione dei subappalti, dalle comunicazioni esterne a quelle interne. Per non parlare, poi, di quanto si sono ridotti, grazie alle nuove tecnologie, i costi della circolazione delle merci di una circolazioni delle merci fattasi quanto mai veloce, e quelli direttamente quanto mai veloce, e quelli direttamente al processo di produzione.

Bisogna fare delle dovute precisazioni sullo sviluppo industriale di paesi come la Cina.

Nel 1949, l’anno della vittoria della rivoluzione di Nuova Democrazia in Cina, l’industria più importante del paese era quella tessile (come l’Inghilterra della prima metà del XIX secolo). Fino alla metà degli anni 70, durante il periodo maoista, le esportazioni del tessile cinese sul mercato mondiale subirono, alla pari di tutte le altre esportazioni, una drastica riduzione.

Non si può comprendere l’evoluzione dello sviluppo economico della Repubblica Popolare della Cina se non se ne comprende l’evoluzione (ma sarebbe meglio dire l’involuzione) politica, in altre parole del blocco della transizione verso il comunismo e la restaurazione del capitalismo.

Come non si può comprendere tutti gli avvenimenti successivi se non si comprende la GRCP (Grande Rivoluzione Culturale Proletaria) con la quale i comunisti cinesi hanno accumulato un’esperienza nella trasformazione socialista della società e nella lotta contro la borghesia sotto la dittatura del proletariato, esperienza che è di grande utilità per i comunisti di tutto il mondo, come l’esperienza della Comune di Parigi del 1871 e della rivoluzione russa del 1905 lo fu nella prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale che si produsse nella prima metà del secolo scorso.

Lo studio dell’esperienza della GRCP ci aiuta a comprendere meglio in che modo, e per quali vie e con quali mezzi la borghesia cerca di impadronirsi del potere nei paesi socialisti, si oppone alla trasformazione socialista della società, cerca di ridare vigore ai residui della società capitalista (nei rapporti di produzione e nella sovrastruttura politica e culturale nella società) e di soffocare i germi di comunismo.

Durante la GRCP la destra del PCC (Partito Comunista Cinese) sosteneva che l’economia era in disordine e per questo occorreva andare a destra. Mentre la sinistra del PCC poneva l’accento sulla liberazione delle forze produttive da raggiungere mettendo in atto la trasformazione dei rapporti di produzione e nella sovrastruttura. Verso la metà degli anni ’70 la destra lanciò una potente offensiva per ristabilire nelle fabbriche alcune vecchie relazioni tra quadri e operai, e per riportare i lavoratori ai loro posti di lavoro allontanandoli dalle attività politiche che esercitavano nelle scuole, negli uffici statali e nelle istituzioni culturali.

Siate padroni delle banchine e non bestie da soma” replicarono i portuali di Shanghai, facendo comprendere che il centro della questione non è di sapere se bisogna o meno produrre, ma perché e per quale classe produrre.

Con la direzione e la sua posizione Mao aiutò il proletariato in questa battaglia per sconfiggere il “vento deviazionista di destra”. Egli criticò duramente e pubblicamente Teng Hsiao-ping e il suo programma di restaurazione del capitalismo mascherato sotto il pretesto della “modernizzazione” della Cina.

Dopo la morte di Mao il 9 settembre 1976, il 6 ottobre, alla vigilia di un’importante riunione di partito, i dirigenti della destra del partito e alcuni comandanti dell’esercito organizzano un colpo di Stato militare. I più vicini compagni di Mao nel partito, compresa Chiang Ching, sono arrestati. È la fine della GRCP, e per il momento, anche la fine della rivoluzione socialista in Cina. Ma non è e non sarà la fine della resistenza al potere borghese in Cina da parte di milioni di operai e di contadini che seguono sempre la linea di Mao. Il nuovo governo revisionista incontra una seria resistenza e deve mostrare i denti. In molte province la lotta armata rivoluzionaria fu aspra e prolungata. Secondo il governo le province di Anwhuei, Scechwan, Yunnan, Shansi e Kiangsi rimasero fuori controllo per un certo tempo.

Le riforme economiche attuate alla fine degli anni ’70, dopo la presa del potere dei revisionisti diedero nuovo slancio agli scambi economici con il resto del mondo; la parte della Cina negli scambi mondiali passò così dall’1% del 1980 a più dell’8% del 2008. Le esportazioni cinesi passarono da 14 miliardi di dollari del 1979 agli 1.218 del 2007. L’industria tessile e quella della confezione furono la prima beneficiaria di questo balzo; nel giro di qualche anno le esportazione del tessile cinese prese il posto di quelle degli altri paesi “in via di sviluppo” (capitalistico ovviamente) dove questa industria, abbandonata dai vecchi paesi capitalisti, si era largamente concentrata, per raggiungere il loro picco nel 1985. L’industria della confezione, che richiede più attività industriale, continuò a crescere e nel 1994 la Cina divenne il primo esportatore mondiale di abiti. Quell’anno i settori del tessile, della confezione, del cuoio, dei giocattoli ecc. rappresentava il 34% delle esportazioni cinesi, mentre i settori degli equipaggiamenti meccanici rappresentavano meno del 13%. Attualmente la Cina rimane ancora il primo esportatore mondiale del tessile e dell’abbigliamento (realizzando nel 2007 il 23% delle esportazioni mondiali del tessile e il 33% dell’abbigliamento), ma ormai gli apparati meccanici ed elettrici costituiscono circa il 60% delle sue esportazioni.

La Cina è ormai il primo produttore mondiale di elettrodomestici, di componenti elettroniche, di materiali di costruzione, il secondo produttore mondiale della chimica ecc. se poi si considera una produzione emblematica del capitalismo moderno, quella dei veicoli, ufficialmente considerata dalle autorità di Pechino come un “settore chiave”,[31] si costata che nel 2007 la Cina era il terzo produttore mondiale. Prendendo in considerazione tutte le categorie di veicoli (dalle utilitarie ai veicoli commerciali, dai camion alle auto di massima cilindrata) il Giappone era primo produttore al mondo con 11,6 milioni di veicoli (4 milioni dei quali di automobili vere e proprie), seguiti dagli Stati Uniti con 10,8 milioni (di 10 milioni di automobili), la Francia con 3 milioni (2,5 auto), il Brasile con 2,9 milioni (2,3 auto), la Spagna con 2,8 (2,2 auto), il Canada con 2,6 milioni (2,5 auto), l’India con 2,2, milioni (1,7 auto).

Dieci anni prima, la Cina non era che al decimo posto con 1,6 milioni di veicoli prodotti. Tuttavia, la prima impresa automobilistica cinese, la FAW, nel 2007 non era che la ventesima nella classifica mondiale dei produttori di automobili: è l’americana General Motors che produceva e vendeva la maggioranza dei veicoli in Cina, e i costruttori stranieri nel loro insieme detenevano il 70% del mercato.

Questo esempio illustra una caratteristica poco conosciuta dell’economia cinese attuale: il dominio del capitale straniero sui settori più dinamici e più produttivi dell’industria. Secondo un esperto del governo cinese, commentando con soddisfazione colorata di amaro la notizia che la Cina era diventata il primo esportatore mondiale, affermava che “circa l’80% dei prodotti ad alto contenuto tecnologico e il 75% dei prodotti elettronici esportati sono fabbricati in imprese a capitale straniero”.[32]

Le statistiche ufficiali cinesi illustrano chiaramente questo dominio.[33] Nel 1986 le imprese a capitale straniero erano all’origine del 5,6% delle importazioni e dell’1,8% delle esportazioni del paese; nel 2007 la percentuale era salita al 57,8% delle importazioni e al 57,1% delle esportazioni; nella sostanza più della metà del commercio estero cinese è in realtà opera delle filiali di aziende straniere! Ma non si tratta solo del commercio; nel 1990 le imprese a capitale straniero erano responsabili del 2% della produzione industriale cinese totale. Nel 2007 queste realizzano il 31% della produzione totale cinese. Senza dubbio questa percentuale è in diminuzione dopo il 2003, anno in cui si è avuto il record (il 36%); ma, considerando che una parte delle imprese a capitale puramente cinese sono in realtà sottomarche di imprese di imprese straniere, è incontestabile che l’industrializzazione e soprattutto il progresso del commercio estero cinese dipende da una parte significativa del capitale internazionale. Le imprese straniere assicurano, di fatto, il 40% del PIL cinese.

Nel corso degli ultimi decenni, le autorità di Pechino hanno deliberatamente fatto appello agli investimenti stranieri, prima nelle cosiddette “zone speciali”, poi in tutto il paese poiché la debolezza del capitalismo cinese non lasciava altra scelta.

Una caratteristica indicativa del commercio estero cinese sono i “processing export”, cioè l’esportazione di merci prodotte (o assemblate) a partire da parti staccate o componenti importate.

Più della metà del totale delle esportazioni fanno parte di questa categoria, e la sua percentuale sale dell’85% per le imprese a capitale straniero; questo tasso è nettamente più elevato per le esportazioni di materiale elettronico e per i beni strumentali che non per il tessile, l’acciaio o la chimica, settori questi ultimi in cui le imprese straniere sono poco presenti. Il capitalismo cinese non controlla quindi che parzialmente, i settori detti di “alta tecnologia”, le filiere di produzione di merci esportate in altri paesi.

I media hanno rilevato che la notizia secondo la quale l’economia della Cina avrebbe sorpassato quella del Giappone, non aveva suscitato alcuna agitazione in questo paese. Non è soltanto che i capitalisti giapponesi sono attirati dal mercato cinese, ma è anche e forse soprattutto perché la delocalizzazione di una parte della loro produzione in questo paese ha rappresentato per molti di loro, una vera e propria bombola di ossigeno. I bassi costi di produzione, a cominciare dalla manodopera, ha loro permesso di trovare una scappatoia all’abbattimento dei loro tassi di profitto. Scriveva un quotidiano finanziario “la possibilità di assemblare i loro prodotti in Cina grazie ai bassi costi esistenti ha dato un nuovo ossigeno a molte compagnie giapponesi”.[34]

Dopo l’inizio degli anni ’90, il flusso d’investimenti diretti in Cina, favorito da sollecitazioni governative, ha conosciuto una forte progressione, al punto che il paese è diventato la seconda destinazione degli investimenti esteri mondiali, dopo gli Stati Uniti. Quasi il 70% di questi investimenti sono stati indirizzati nell’industria e un po’ meno del 25% nel settore immobiliare (che è da qualche anno il secondo motore della crescita economica cinese). I primi investitori sono, secondo le statistiche ufficiali; Hong Kong, i paradisi fiscali, il Giappone, gli USA, Taiwan e la Corea del Sud. Hong Kong e i paradisi fiscali (isole Vergini, isole Caiman ecc.) sono delle aree protette e utilizzate dai capitalisti di altri paesi o dagli stessi capitalisti cinesi.

Senza dubbio, l’importanza del capitale straniero in Cina è transitorio; i capitalisti stranieri di lamentano sistematicamente che dopo aver investito in Cina si ritrovano dopo qualche anno di fronte ai concorrenti cinesi per le merci che producono. Essi sono nella situazione dei capitalisti britannici del XVIII secolo che hanno finanziato ed equipaggiato i loro concorrenti, o dei capitalisti americani che dopo l’ultima guerra mondiale, hanno finanziato il risollevamento degli imperialisti europei d giapponesi.

Negli ultimi tre decenni il capitale transnazionale è ulteriormente penetrato in agricoltura. Le società che producono macchine agricole, fertilizzanti, sementi, medicinali per il bestiame e le piante, le banche, le corporations della raccolta e commercializzazione dei cereali e degli altri prodotti agricoli, le imprese dell’agroalimentare e quelle della grande distribuzione, hanno stretto in una morsa di ferro i piccoli produttori agricoli “indipendenti”. E li hanno trasformati, quali fossero i loro titoli formali di proprietà sulla terra in un enorme esercito di proletari e semi-proletari di sempre più dominata dal mercato mondiale e dalle forze dominanti.

 

 

CRISI GENERALE DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTA

 

 

L’attuale crisi mondiale è cominciata come si diceva prima nella metà degli anni ’70 negli USA, e si è estesa negli altri paesi capitalisti più avanzati e poi attraverso l’esportazione di capitali e l’industrializzazione accelerata, in tutto il mondo, contribuendo tra l’altro al crollo del cosiddetto “blocco socialista”.[35]

Si può dire tranquillamente che ci troviamo davanti a una crisi generale del capitalismo.

Cosa si deve intendere per crisi generale del capitalismo? La crisi è generale perché non riguarda solo alcuni aspetti, ma il complesso del modo di produzione capitalista.

La “società”, intesa come luogo possibile delle relazioni e dei rapporti sociali, nonostante l’indubbio progresso, nonostante l’ampliamento enorme della sovrastruttura nel campo sociale, della salute, della cultura, né è sconvolta. Gli stessi paesi più ricchi, di cui l’Italia, è parte, sono profondamente destrutturati e la gran parte delle conquiste e dei miglioramenti avutisi negli anni della crescita postbellica sono state erose e distrutte da decisioni politiche pilotate dai capitalisti che hanno ricevuto enormi aiuti senza corrispondere alcun effettivo passo in avanti alla società. Si è andata creando una casta allargata, un’area sociale che sta attorno alla Borghesia Imperialista, molto vasta, ovviamente minoritaria ma profondamente costosa anche per gli stessi bilanci istituzionali. Questo ha generato delle politiche di profonda erosione e d’inquinamento mafioso delle amministrazioni e delle loro politiche, e un altrettanto vasto sistema di camuffamento, legittimazione e gestione delle stesse. Nessuno può negare la crisi. Si tratta di una crisi economica, quindi di una crisi politica e di una crisi culturale. La crisi economica non può trovare una soluzione in campo economico, a differenza di quanto credono i riformisti che si affannano a proporre misure economiche quali “meno orario a parità di salario”, “lavori socialmente utili”, “maggior competitività”, “meno concorrenza”, ecc.; per evitare il crollo del sistema.

E questo sta avvenendo nonostante Italia si sia sperimentata più che altrove la politica concertativa dei sindacati di regime, e il contenimento del costo del lavoro, tutto questo non offre nessun alibi ai capitalisti, che devono riconoscere (dopo aver ingoiato e arraffato tutto il paese conducendo anche alla distruzione generalizzata dell’ecosistema) di non avere “vie di fuga” se non la conquista di nuovi spazi economici, con la delocalizzazione. La stessa delocalizzazione lascia il tempo che corre, tra alcuni decenni al massimo non vi saranno più nemmeno questi paesi dove il costo del lavoro è un terzo di quelli dei paesi europei. E del resto l’Italia ora che ha un bilancio economico istituzionale “in attivo”, non può negare di avere un costo del lavoro tra i più bassi d’Europa. Dove hanno portato dunque le politiche dettate dalle teste d’uovo uscite dalla sinistra borghese nel loro aperto e dichiarato collaborazionismo con la Borghesia Imperialista in funzione antioperaia?

La crisi economica trapassa in crisi politica (le istituzioni esistenti non rispondono più alle esigenze della Borghesia Imperialista e i gruppi capitalisti lottano fra di loro per assumere il controllo dello Stato per cercare di trasformarlo in conformità dei propri scopi), e sociale-culturale (aumenta l’insicurezza per le masse, aumentano le tensioni e la violenza nei rapporti tra gli individui, le idee che si erano formate in precedenza si rivelano inadeguate e se ne manifestano nuove). Gli idealisti non hanno una visione unitaria, trattano la crisi politica e quella culturale in maniera separata da quella economica non vedendone i legami. Ora accampano che è colpa della “globalizzazione”, mentre all’inizio degli anni ’90 dichiaravano che eravamo di fronte nientemeno che alla “fine della storia”, e che si viveva “nella società migliore possibile”. Alcuni come Toni Negri in Empire paventava un mondo del tutto controllato e privo di contraddizioni possibili. Si riscopre un elemento, che erroneamente in passato era fatto passare come foriero di progresso: la pubblicità. Essa è nella realtà uno dei maggiori costi sociali, che sono fatti ricadere sui lavoratori, e che servono unicamente alle guerre intestine all’ambito capitalista.

A quelli che si sorprendono dell’attuale crisi, bisognerebbe farli leggere gli stralci di un intervista che Carlo De Benedetti rilasciò nel “lontano” 1998: “Quella che stiamo vivendo è la primi crisi finanziaria in un mercato globale. La diffusione delle tecnologie e la globalizzazione interagiscono in modo nuovo e senza precedenti. L’attività economica mondiale ha subito un tale rallentamento che è oggi corretto dire che l’economia globale è alle soglie della recessione …il rallentamento dell’attività economica degli Stati Uniti determina una fase di contrazione degli investimenti e di inizio della riduzione dell’occupazione. Di conseguenza si ridurranno i redditi e i consumi individuali… E poiché questi eccessi finanziari globali sono di gran lunga i maggiori che il mondo abbia mai visto, la mia tesi è che non possono che essere il presagio a una gravissima crisi globale. Ma la maggiore preoccupazione è quella di una crisi iniziata come finanziaria, e che già si è trasformata per i due terzi della popolazione mondiale in crisi economica, possa trasformarsi come altre volte nel passato, portare a crisi sociali e politiche”. (Intervista di Carlo De Benedetti su Il Sole – 24 ore del 23.10.1998).

Questa è una crisi di lunga durata. Da più di 30 anni e a ogni ciclo di crisi finanziaria (all’interno della crisi generale) produce nuovi dirompenti contraddizioni: gli sforzi di coordinamento internazionale, i salvataggi dei paesi in difficoltà (come nel 1994 il Messico, nel 1998 la Russia, il Brasile…) sono dei rimedi che affrontano la situazione contingente senza risolvere il problema di fondo che è sul versante del capitale, ed è rappresentato dall’impossibilità di riavviare il processo di accumulazione a un grado soddisfacente. Ma è la fine della cosiddetta “guerra fredda” che ha determinato un nuovo ed ancor più ingestibile stadio. Infatti, in precedenza il controllo dei mercati era maggiore, ed era maggiore la stabilità politica. Quello che era stato paventato, che il crollo del blocco “socialista” avrebbe determinato un enorme spazio economico si è rilevato un boomerang. Perciò il passaggio del capitale prevalentemente nazionale al capitale prevalentemente nazionale ha prodotto, invece, una maggiore concorrenza e sovrapproduzione, ed in definitiva ha bruciato e distrutto maggiori risorse (pensiamo all’acquisizione di 6 acciaierie di importanza in Italia, da parte di Thyssen Krupp, ed alla loro successiva chiusura, od alla eliminazione del settore petrolchimico, in Italia). Non solo: lo spostamento di produzioni in altri paesi, mantenendosi un capitale diverso, rappresenta un’estensione anziché una riduzione, del semicolonailismo, con un arretramento del progresso sociale, politico ed economico del proletariato e delle masse popolari su scala mondiale.

Crisi generale del Modo di Produzione Capitalistico significa crisi economica, sociale – culturale e politica, di lunga durata e mondiale. È in questo contesto che la teoria maoista sviluppata dal Partito Comunista del Perù (PCP)[36] della nuova grande ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale trova conferma, sia dalla tenuta ed estensione delle guerre popolari (anche se magari non in misura tale da dare già ora le prefigurazioni del prossimo futuro), sia dai fenomeni di rivolta che si sono estesi e strutturati all’interno dei paesi occidentali, nonostante un formidabile e paranoide sistema di controllo politico e sociale.

 

 

A PROPOSITO DI CAPITALE FINANZIARIO E SPECULAZIONE

 

 

Cerchiamo di vedere uno degli aspetti della crisi attuale.

Partiamo dal fatto che il capitale finanziario non è la causa o la forza motrice della crisi. Il gonfiamento (l’accrescimento rapido, tumultuoso e illimitato) del capitale finanziario è un effetto, una delle manifestazioni della crisi, come lo è la sovrapproduzione di merci e la sovrappopolazione.

Il capitale finanziario è una categoria tipica della fase imperialista. Lenin ha mostrato il ruolo dirigente, in questa fase del capitalismo, campo economico del capitale finanziario.

Con questo, non bisogna esagerare il ruolo delle banche[37] nell’economia, Lenin non parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario, bensì di fusione di queste due forme di capitale che egli denominò appunto capitale finanziario.

Marx dice a proposito: “Quando la produzione capitalista si sviluppa pienamente e diventa il modo di produzione fondamentale, il capitale usuraio si sottomette al capitale industriale e il capitale commerciale diventa un modo di essere del capitale industriale, una forma derivata dal suo processo di circolazione. Ma proprio per questo, entrambi devono arrendersi e assoggettarsi preventivamente al capitale industriale” (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II°).

Per Marx è la banca che s’indebolisce se perde i suoi legami con l’industria e il commercio. Il capitale può funzionare solo simultaneamente come capitale produttivo, capitale-merci e capitale-denaro. Ma in questa formula trinitaria è il capitale produttivo che svolge il ruolo più importante poiché può funzionare autonomamente, mentre gli altri costituiscono ciò che Marx chiama “capitale inattivo”.

Certi equivoci nascono dal fatto che per “finanza” il cosiddetto senso comune intende fondamentalmente la speculazione borsistica. La definizione di Lenin è come si è visto più ampia e lungimirante: infatti, se si approfondisce l’analisi dei bilanci delle grandi imprese che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scopre che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT, è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e del denaro in prestito delle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensioni degli USA, per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi di interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo di interesse, tendono a fondersi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale. Secondo lo studio della società di consulenza InterSecResearch, le azioni possedute da queste strutture su scala mondiale nel 1998 arrivavano a 11 miliardi di dollari. Il 10% circa dei portafogli dei fondi pensione statunitensi sono investiti fuori dagli USA, e sono diventati o protagonisti di primo piano delle fusioni e delle acquisizioni nel mondo. La General Motor, pur essendo una delle più grandi imprese del settore automobilistico del mondo, in realtà è un agglomerato in cui gli assetti finanziari costituiscono l’80% del suo bilancio aggregato, lo discorso vale per le imprese come Ford e Chrysler.

Riprendiamo il discorso su crisi e speculazione.

Con il crollo del 1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità dei rapporti che si era venuta a creare. Ma a differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così una mazzata finale, il sistema aveva creato nel frattempo delle “cinture protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori colpiti da tutti impedendo la propagazione dei fenomeni. Queste forme di gestione collettiva dell’economia per gestire la crisi, che già Marx ne parlava nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse).il capitolo del denaro. (Opere complete Vol. 29), nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo,[38] per questo motivo diventa un’esigenza da parte della borghesia creare in continuazione forme di gestione collettiva che costituissero una mediazione di questo contrasto, che cerchino di porre in qualche misura dei freni agli effetti più devastanti del fatto che i rapporti di produzione capitalisti sopravvivono. Queste forme di gestione collettiva sono: le società per azioni, le associazioni di capitalisti, i cartelli internazionali di settore, le banche centrali, le banche internazionali, i sistemi monetari internazionali, i sistemi monetari fiduciari, le politiche statali, gli enti economici pubblici, i contratti collettivi di lavoro, i sistemi assicurativi generali, i regolamenti pubblici dei rapporti economici, gli enti sopranazionali, il capitalismo monopolistico di Stato.

Ma permanendo lo stato di crisi, il capitale speculativo si ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire lo smantellamento di queste cinture preventiva.[39]

In tutti i paesi imperialisti, grazie anche al profondo declino del Movimento Comunista Internazionale determinato dalla prevalenza del revisionismo (ossia della politica borghese in seno al Movimento Comunista),[40] si adottarono tre misure nel campo delle politiche economiche e cercare di frenare il percorso della crisi.

La prima fu quella di sottrarre le banche centrali e in generale il sistema bancario (che facendo credito crea nuovo denaro) dall’autorità dei governi i quali almeno in qualche misura, rispondevano del loro operato ai partiti di massa che a loro volta dovevano tenere conto del loro elettorato popolare (che magari anche in maniera indiretta, nei momenti di radicalizzazione della lotta di classe, poteva essere influenzato in senso classista se non addirittura rivoluzionario, pensiamo a un associazione di lavoratori cattolici come le ACLI che nel 1969 sotto l’ influsso dell’autunno caldo nel 1969 rompe il collettarismo con la DC e l’anno dopo parla di “ipotesi socialista” guadagnando la sconfessione del Vaticano). La direzione delle banche centrali, del sistema bancario e più in generale del sistema monetario (le istituzioni che producono denaro, quelle che amministrano la circolazione fissando i criteri della concessione del credito e i tassi di interesse, le regole e le abitudini che presiedono alle relazioni tra loro) vennero affidate a uomini di fiducia della Borghesia Imperialista i sedicenti “tecnici” (come se la loro gestione fosse dettata da leggi di natura, indipendenti dagli interessi delle persone e classi coinvolte).

Nel nostro paese la separazione tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro fu conclusa nel febbraio 1981 dal governo Forlani (nella persona del Ministro del Tesoro Nino Andreatta un tecnocrate della Borghesia Imperialista esponente della cosiddetta “sinistra democristiana) e dall’allora Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Essi alla chetichella e del tutto illegalmente misero in vigore una decisione politica dalle implicazioni enormi ed eversiva anche della Costituzione del 1948.[41] Con questa decisione lo Stato non poteva più decidere quanta moneta la Banca d’Italia doveva creare perché lo Stato potesse far fronte ai suoi compiti in sede politica. Per far fronte a essi da allora lo Stato avrebbe dovuto far ricorso al mercato finanziario. Avrebbe cioè dovuto emettere e vendere titoli finanziari con cui chiedere in prestito alla “comunità internazionale” dei banchieri, delle società finanziarie, dei fondi di investimento, i soldi che eccedevano le sue entrate: cioè dei servizi pubblici, dei profitti delle imprese pubbliche, delle rendite dei beni demaniali.

In questo modo la “comunità finanziaria” otteneva quattro vantaggi.

 

  • Creava un campo proficuo di investimento per i suoi capitali che, stante la sovrapproduzione assoluta di capitale in corso nell’economia reale, aveva difficoltà a investire altrimenti. Era come si diceva prima l’epoca delle furiose pressioni del sistema imperialista mondiale sul “campo socialista” e sui paesi neocoloniali,[42] perché si indebitassero.
  • Creava un buon pretesto per premere, con la virtuosa motivazione di reperire denaro per la Pubblica Amministrazione, a favore delle privatizzazione del settore pubblico dell’economia e dei servizi pubblici che in questo modo diventano un altro campo di investimento del capitale. Privatizzazione che infatti in Italia partì alla grande sotto l’alta direzione di Romano Prodi all’epoca presidente dell’IRI (mentre il debito pubblico, anziché diminuire per i proventi delle privatizzazioni, continuava ad aumentare a gran velocità).
  • Allentava la pressione fiscale, mentre la spesa pubblica aumentava per le prestazioni crescenti che la “politica” (intesa come partiti, correnti, consorterie varie, lobbie di interessi, logge massoniche come la P2) imponeva alla Pubblica Amministrazione. Una delle varie per far fronte alle maggiori spese per la Pubblica Amministrazione era l’aumento delle imposte, delle tasse e dei contributi, ed era sempre viva la pressione per farli pagare, come d’altronde indica la Costituzione (e questo non solo in Italia, ma per effetto della prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale cominciata con la rivoluzione di ottobre del 1917 in Russia e sbocciata nel secondo dopoguerra con la costituzione di un campo socialista, principi analoghi alla Costituzione italiana erano iscritti nelle Costituzioni e nelle legislazioni di tutti i pesi retti a democrazia borghese) “ad ogni cittadino i proporzione al suo reddito”, con evidente danno per i capitalisti, il clero e le rispettive associazioni e attività economiche.
  • Poneva le premesse per la riduzione della spesa pubblica, cioè per contrastare con maggior argomenti le richieste che il movimento proletario e popolare di crescenti prestazioni della Pubblica Amministrazione per dare attuazione effettiva ai diritti (istruzione, igiene, sanità, pensioni, servizi vari ecc.) che dovevano essere universali stando alla coscienza che la solidarietà sociale che la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale aveva diffuso. Occorre ricordare che in tutti i paese imperialisti dopo la seconda guerra mondiale, Borghesia Imperialista, attraverso i revisioni moderni ha corrotto il Movimento Comunista trasformandolo da un movimento rivoluzionario in un movimento puramente rivendicativo nell’ambito della società capitalista. Per la Borghesia fu certamente un decisivo vantaggio politico, che però comportò un prezzo elevato da un punto di vista economico.

 

In sostanza, con la sottrazione del sistema bancario e monetario all’autorità del governo, in ogni paese imperialista i governi e in generale le autorità della Pubblica Amministrazione nazionale e locale divennero clienti del sistema finanziario. Per finanziare la spesa pubblica eccedente, le loro entrate, emettevano titoli di debito pubblico che vendevano alle banche e tramite queste al pubblico, privatizzando imprese e servizi pubblici e vendendo beni demaniali. Tutte queste privatizzazioni erano campi di investimento per i capitalisti.

Nel nostro paese è dal 1981 che il debito pubblico ha preso a gonfiarsi stabilmente e rapidamente: non perché lo Stato ha fornito più servizi pubblici, ma perché ha dovuto far fronte alla vecchia spesa e pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico e le commissioni alle banche e alle altre istituzioni finanziarie che li vendevano al pubblico. Per lo stesso motivo tutte le misure “per ridurre il debito pubblico e il deficit di bilancio annuale dello Stato” si sono tradotte in miseria crescente per le masse popolari, in taglio dei servizi, in ridistribuzione del reddito a favore dei ricchi ecc., ma il debito pubblico ha continuato a crescere: nel maggio 2011 il debito pubblico italiano era quasi di 1.900 miliardi di Euro, e dopo la “cura da cavallo” operata dal governo Monti è salito a quasi 2.050 miliardi di Euro.

La seconda misura fu l’abolizione delle leggi e dei regolamenti e la restrizione dell’autorità dei governi a proposito della circolazione internazionale delle merci e dei capitali di investimento (i cosiddetti investimenti diretti): i capitali usati per aprire nuove aziende o comperare aziende esistenti, (quindi non semplici partecipazioni azionarie al capitale, che rientrano nel capitale finanziario, ma le aziende stesse). Le potenze maggiori imposero agli altri paesi, pena sanzioni e altri trattamenti e condizioni “di minor favore” per il credito e il commercio accordi e patti del tipo World Trade Organisation (WTO) fino al Transatlantc Trade and Investement Partnership tra UE e USA. Questi accordi permettevano ai capitalisti di impiantare imprese nei paesi che preferivano e di esportare dove loro conveniva, limitando o abolendo le interferenze dei governi locali. A questo scopo fu creato e rafforzato un sistema di leggi e di corti a giurisdizione internazionale.

La terza misura fu l’abolizione delle leggi e dei regolamenti che limitavano la creazione di titoli finanziari e la loro circolazione internazionale e che in ogni paese le sottomettevano ad autorizzazioni dei rispettivi governi. Con misure varie veniva facilitata la collocazione delle aziende in Borsa, gli aumenti di capitali da parte delle aziende (l’emissione di nuove azioni e obbligazioni), la creazione di titoli finanziari di nuovo tipo, in particolare di tipo speculativo (relativi a derrate alimentari, a minerali, a quotazioni di titoli già in circolazione), l’acquisto e la vendita di titoli “allo scoperto” (cioè di titoli che il venditore non possiede ma che si impegna a consegnare alla scadenza fissata), l’emissione di titoli che assicuravano titoli già circolanti (titoli derivati), ecc. I titoli finanziari di tipo speculativo drenano i risparmi del ceto medio (commercianti, artigiani, impiegati di livelli superiore, tecnici ecc.), e dei lavoratori dipendenti (liquidazioni, pensioni, ecc.) arricchiscono alcuni capitalisti finanziari a danno di altri (coinvolgendo in questa ripartizione l’economia reale dato che il capitale delle aziende che producono beni e servizi è costituito in tutto o in parte da titoli finanziari e che spesso lo stesso capitalista è sia produttore di beni e servizi sia capitalista finanziario e i tracolli finanziari si riversano quindi sulle aziende). Nacque allora quella che Tremonti quando era ministro di Berlusconi declamava come “finanza creativa”. Simili titoli potevano essere comperati, venduti e quotati nelle Borse di vari paesi connesse in rete: ovviamente Walle Street (New York), la City di Londra, Francoforte e Parigi facevano la parte del leone. I paradisi fiscali fiorirono come mai prima. Le nuove tecniche bancarie e di comunicazione principalmente derivanti dall’informatica davano un efficace supporto dall’informatica davano un efficace supporto alle nuove libertà dei capitalisti.

Attraverso le tre misure illustrate, passo dopo passo cresceva la massa del capitale finanziario e le istituzioni finanziarie risucchiavano denaro dall’economia reale che è principalmente industriale, commerciale e monetarie (attività svolte sempre dentro le leggi che muovono l’economia capitalista): quindi esposta al risucchio[43] e aprivano ai capitali terreni più ampi d’investimento (sia nel campo dell’economia reale che in quello finanziario) nei singoli paesi e nel mondo. L’economia finanziaria offriva uno sbocco allo sbocco alla sovrapproduzione di capitale che manifestava nell’economia reale assorbendo da questa capitale che restando nell’economia reale avrebbe esasperato la concorrenza, la sovrapproduzione di merci, il consumismo, le rivendicazioni salariali e normative e altri fenomeni che l’avrebbero sconvolta. Nello stesso l’economia finanziaria alimentava l’economia reale con iniziative speculative (speculazione sulle materie prime con connesse nuove esplorazioni, sulle derrate alimentari, sulle grandi opere ecc.) e bolle di vario genere (bolle nel settore immobiliare, bolle nell’innovazione informatica, bolle nel commercio, ecc.). Come si diceva prima, in ogni azienda capitalista di un certo rilievo, il settore finanziario diventava parte indispensabile e rilevante del funzionamento aziendale.

Lo sviluppo su grande scala del capitale finanziario evitò che la crisi strutturale del capitalismo precipitasse già negli anni ’80 e ’90. L’acuirsi della crisi nell’economia reale capitalista avrebbe, su scala maggiore di quanto avvenga oggi, alimentato la lotta della classe operaia e delle masse popolari in genere.

Ma sul piano dell’economia reale capitalista, della struttura della società borghese che era ammalata di sovrapproduzione di capitale, lo sviluppo su grande scala del capitale finanziario fu un rimedio efficace, come sarebbe un rimedio efficace alla fatiscenza di un edificio, nei cui muri del piano terra si formano delle crepe e nelle cui fondamenta ci sono cedimenti (la crisi strutturale), costruire piani superiori e via via spostarsi a vivere in questi: prima o poi ti troverai travolto in una rovina ancora più disastrosa (quella che si è messa in moto nel 2008).

 

 

LA FASE TERMINALE DELLA CRISI

 

 

E’ errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti e di loro commessi. In secondo luogo, con la mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista e, il passaggio del capitale finanziario a ruolo guida del processo economico capitalista, la cosiddetta “globalizzazione”, la finanziarizzazione, la speculazione ha permesso alla borghesia, come si diceva prima, di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzarsi il loro capitale e accumulare e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli USA il monte salari è stato una percentuale decrescente del PIL) sono stati in una certa misura compensati dal credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato milioni di famiglie si sono indebitate, le imprese sono riuscite a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.

Si è trattato di un’autentica esplosione del credito al consumo attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso generalizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (persino anche a chi ha avuto problemi di pagamento!). Questo fenomeno si è diffuso dagli USA a tutti i paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie hanno sempre teso al risparmio), l’indebitamento delle famiglie occidentali è salito in pochi anni, in Spagna è salito al 120% del reddito mensile e in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stata evitata e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari USA e del crollo del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui all’origine sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

Le chiavi attorno a cui ruotò l’intero meccanismo furono essenzialmente quattro:

 

  • I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartorizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamati Morgtgagebaked Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli a debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso di interesse è agganciato al tasso di interesse interbancario (LIBORrate) – che servivano per acquistare le obbligazioni rischiose dalla “banca madre”, cartorizzarle nella forma di collateralizet debt obligation (Cdo) e rivenderle ad altre istituzioni bancarie, oppure a investitori come fondi pensione o hedge fund. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e i tassi di interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  • Colleteralized Debt Obligation (Cdo). La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine, oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  • Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente, sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista dell’ambiente dove operano, anche se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  • Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prelevare denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando profitti. Per quanto riguarda la bolla, l’inflazione dei prezzi immobiliari sta alla base della continua rivalutazione dei titoli cartolarizzati che ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi della commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma su pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare.

 

Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie informatiche (TIC): ma alla fine i forti incrementi di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale al lavoro.[44]

L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, dell’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, della finanziarizzazione dell’economia e di attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa in quanto avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% al 1% . Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi di interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto. Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

  • Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.
  • Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.
  • Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari. Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche – qui in Italia in questo quadro bisogna vedere il superamento della divisione tra fascismo/antifascismo).

 

 

UN FATTORE DIMENTICATO: IL RISVEGLIO DEL PROLETARIATO INTERNZIONALE

 

 

In tutto il mondo, l’antagonismo tra capitale e lavoro, tra padrone e operaio, tende a emergere e manifestarsi, anche in conseguenza dell’aumentata concorrenza intercapitalistica, che fa crescere lo sfruttamento e peggiorare la situazione complessiva dei lavoratori. I mass media non danno conto di queste notizie che ritengono “poco interessanti”, ma le condizioni in cui il genere umano riproduce la propria esistenza ripropongono in maniera incessante le manifestazioni della lotta di classe.

All’inizio degli anni ’90 si comincia a delineare i primi segni di una ripresa della combattività della classe operaia, in particolare attraverso la mobilitazione degli operai italiani contro le misure di austerità del governo Amato nel mese di settembre 1992. Queste mobilitazioni sono state seguite dalle manifestazioni dei minatori contro la chiusura delle miniere. Alla fine del 1993 ci sono stati nuovi movimenti di lotta in Italia, in Belgio, in Spagna e soprattutto in Germania con scioperi e manifestazioni in numerosi settori, in particolare nell’edilizia e in quello automobilistico.[45]

Nel 1995 in Francia, sull’onda di un conflitto nelle ferrovie e a seguito di un attacco alla protezione sociale dei lavoratori, si sviluppò un movimento con scioperi e assemblee generali. Nell’estate del 1998 ci fu un altro grande sciopero in Danimarca.[46]

Tutto questo sta dimostrando di una lenta ripresa della lotta di classe.

Caratteristiche di questa fase della lotta di classe è la riuscita degli scioperi, l’ampia partecipazione a essi, e la nascita in paesi come l’Italia del fenomeno del sindacalismo di base, che riassorbì solo in minima parte la combattività e il malcontento dei proletari nei confronti dei sindacati ufficiali.

Questa combattività si espresse in numerosi paesi:

 

  • Negli Stati Uniti, durante l’estate 1998, con gli scioperi di quasi 10.000 operai alla General Motors, quello di 70.000 operai della compagnia telefonica Bell Atlantic, quella dei lavoratori della sanità a New York, senza parlare dei violenti scontri con la polizia durante la manifestazione di 40.000 edili a New York.
  • In Gran Bretagna, con gli scioperi non ufficiali della sanità in Scozia, dei postali a Londra, così come i due scioperi degli elettrici nella capitale nella capitale che ha mostrato una chiara volontà di battersi nonostante l’opposizione della direzione sindacale.
  • In Grecia, dove gli scioperi tra gli insegnanti sono arrivati allo scontro con la polizia.
  • In Norvegia dove in autunno vi era stato uno sciopero paragonabile in ampiezza a quello della Danimarca.
  • In Francia, dove si sono sviluppate tutta una serie di lotte in vari settori, nella scuola, nella sanità, nelle poste e nei trasporti, in particolare lo sciopero degli autisti dei bus di Parigi dove i lavoratori hanno risposto sul loro terreno di classe. Era successo che ha fronte un terreno di aggressioni che subiscono (frutto della decomposizione della società), invece che la presenza della polizia degli autobus, ha rivendicato un aumento dei posti di lavoro.
  • In Belgio, con gli scioperi nell’industria automobilistica, nei trasporti e nelle comunicazioni.
  • Nel cosiddetto Terzo Mondo, con gli scioperi in Corea e in Zimbabwe dove uno sciopero generale è stato indetto per canalizzare la collera degli operai non solo contro le misure di austerità del governo, ma anche contro i sacrifici imposti dalla guerra nella Repubblica Democratica del Congo, questo sciopero ha coinciso con diserzioni in seno alle truppe.

 

Se ne potrebbero fare tanti di esempi, la borghesia ha risposto alla maggior parte di questi movimenti di lotta con la politica del black-out, della censura, del silenzio, a riprova del fatto che questi movimenti di lotta sono un sintomo di una crescente volontà di lottare da parte proletaria, che la borghesia non può certo incoraggiare.

In questa fase c’è un certo fiorire di sindacati di base (come in Belgio, Grecia o nello sciopero degli elettrici inglesi).

Nello stesso tempo si sviluppa la propaganda sulla democrazia (vittoria dei governi di Sinistra (o di Centro-sinistra come in Italia), l’affare Pinochet ecc., le mistificazioni sulla crisi (la critica alla mondializzazione, gli appelli a una sedicente “terza via” che utilizzerebbe lo Stato per tenere le redini di una “economia di mercato sociale”) e si sviluppano le calunnie contro la Rivoluzione di ottobre, i bolscevichi e il comunismo in genere.

L’inizio del XXI secolo anche se in maniera discontinua c’è una ripresa della lotta di classe.

L’Argentina è stata percorsa da una grandissima lotta operaia e proletaria in tutta la fase della crisi generale del paese nel 2001-02, con il movimento di occupazione delle fabbriche (Fabricas Occupadas), con i piqueteros e con una resistenza al peggioramento delle condizioni di vita e lavoro che permane tuttora.

Gli operai marittimi della Corsica nel 2005 hanno bloccato i trasporti marittimi da e per l’isola, per contrastare la ristrutturazione delle linee di navigazione e dei porti.

I lavoratori dei trasporti in Iran, tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, sono scesi in sciopero per ottenere la contrattazione collettiva (negata dal regime) e aumenti salariali, contro di loro si sono mossi i Consigli islamici (il sindacato di Stato iraniano) e c’è stata una forte repressione (700 scioperanti arrestati).

In Messico, alla fine del 2006 vi è stata la rivolta popolare e proletaria di Oxaca.

Nello Sri Lanka 2000 lavoratori che si occupano della costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, hanno scioperato alla fine del marzo 2008 per più di dieci giorni; vogliono ottenere un aumento salariale, una maggiore sicurezza sul lavoro e la riassunzione di 100 lavoratori licenziati senza giusta causa. L’azienda che gestisce il grande progetto ha rifiutato ogni colloquio per contrattare con i dipendenti e per reprimere la protesta li ha invece minacciati duramente, sostituendoli con lavoratori in nero e arrivando a intimare il licenziamento di 600 persone.

In Cambogia gli operai di una fabbrica di abbigliamento di proprietà di una ditta di Hong Kong hanno iniziato a scioperare nel gennaio 2008 per migliori condizioni di vita, gli esponenti più combattivi erano stati licenziati, e i compagni di lavoro continuano la protesta anche in loro solidarietà.

In Romania è stato proclamato uno sciopero illimitato alla Dacia, primo produttore automobilistico del paese, quest’azienda era stata acquistata dalla Renault nel 1999; i 130.000 operai lamentano condizioni di vita misere, e rivendicano un aumento salariale. La Romania è uno dei paesi in cui sono avvenute negli anni scorsi le più imponenti delocalizzazioni industriali, grazie al costo del lavoro che è uno dei più bassi d’Europa (i salari medi si aggirano ora attorno ai 150 euro mensili), ma l’azienda fa valere il fatto che i lavoratori della Dacia godono, rispetto agli altri, di condizioni favorevoli (pasto in mensa, vacanze pagate) e minaccia i lavoratori di trasferire la produzione in paesi come l’India o il Marocco dove i salari sono ancora più bassi. Ma per ora gli operai non intendono abbandonare la loro lotta, finché non otterranno un aumento salariale del 50%. Le tensioni in Romania sono però probabilmente destinate ad aumentare, nonostante la disoccupazione ufficiale sia molto bassa, infatti, i salari non permettono di sopravvivere e le condizioni di lavoro peggiorano continuamente. Il proletariato è dunque costretto sempre più a emigrare e sembra che a oggi circa il 10% della popolazione sia fuggita in altri paesi.

In Bolivia l’esercito boliviano ha tentato di respingere la popolazione che minacciava di occupare gli stabilimenti della compagnia Transredes, filiale boliviana del gruppo Shell, e quelli dell’Ashmore Energy International, per spingere il governo verso una reale nazionalizzazione del settore degli idrocarburi. Gli scontri sono avvenuti luogo nei pressi del giacimento di gas della città di Camiri nel sud est del paese. Secondo le fonti dell’ospedale di Camiri e del municipio i feriti sarebbero stati una decina. Gli abitanti di Camiri, storica capitale petrolifera boliviana, hanno quindi cercato di impadronirsi delle installazioni di gas della Transeredes. Il loro obiettivo era spingere il governo “socialista” di Morales a indirizzare verso la loro città le rendite dovute all’estrazione del petrolio anche al fine di allargare gli impianti esistenti. Già il 29 gennaio 2007 la città di Camiri era stato oggetto di un blocco stradale che ne aveva impedito ogni collegamento con le vicine Paraguay e Argentina. La stessa capitale provinciale, Santa Cruz, fu colpita da questo blocco dei rifornimenti e già in quel caso l’obiettivo dei manifestanti era una più seria nazionalizzazione del settore energetico. Il presidente Morales ha fissato al 30 aprile la data ultima che dovrebbe portare alla rinazionalizzazione delle filiali boliviane della British Petroleum (BP), della Repsol YPF (REP.MC) e dell’Ashmore Energy. Dall’inizio del luglio 2008 uno sciopero paralizza in Brasile l’estrazione di greggio nei giacimenti di petrolio di Campos della Petrobras. L’obiettivo della lotta è quello del riconoscimento come giornata retribuita quella impiegata dai lavoratori per rientrare dalle piattaforme alla terraferma dopo due settimane di turno.

In Egitto c’è stata la lotta dei lavoratori di Mahalla El Kubra, il maggiore complesso di filatura e tessitura del Nord Africa e del Medio Oriente, situato nel governatorato di Gharbeya, a nord del Cairo. Già protagonisti nel biennio 2006-2007 e all’inizio del 2008 di iniziative di protesta, i dipendenti della Misr Spinning and Weaving Company rivendicano l’adeguamento dei salari al costo della vita (a fine febbraio l’inflazione ha raggiunto il 12,5%) e condizioni di lavoro più sicure. A sostegno dei 27.000 operai e impiegati della fabbrica, sindacati e organizzazioni per la difesa dei diritti dei cittadini hanno rivolto un appello alla popolazione, affinché non si rechi al lavoro, si astenga dal fare acquisti, indossi abiti neri ed esponga a finestre e balconi la bandiera egiziana: lo sciopero, nelle intenzioni degli attivisti politici, dovrebbe assumere il valore e le dimensioni di una giornata di disobbedienza civile nei confronti delle autorità. Lo sciopero non è stato sostenuto dai Fratelli Musulmani, il maggiore movimento politico di opposizione al regime del presidente Hosni Mubarak. I Fratelli Mussulmani, in un comunicato ufficiale della Guida suprema Mohammed Mahdi Akef hanno espresso il proprio sostegno morale agli operai tessili, ma non hanno mai partecipato a nessuna manifestazione.

Negli U.S.A. il 1° maggio 2008, l’ILWU (il sindacato dei portuali) ha indetto uno sciopero contro la guerra in Iraq e in Afghanistan. Quello dei portuali è uno dei sindacati più militanti e radicali del movimento operaio U.S.A, dai tempi dei violenti scioperi a San Francisco negli anni ’30 e ‘40; perfino nel maccartismo l’Ilwu era in grado di organizzare scioperi come quello degli scaricatori di ananas e zucchero alle Hawaii nel 1953; negli anni ’70 fu tra le prime formazioni contro la guerra del Vietnam. Oggi è fra i fautori d’iniziative come la marcia di 30 km sul porto di Los Angeles in collaborazione con i sindacati degli attori e degli insegnanti, contro il precariato, per la sicurezza del lavoro e a favore di riforme che tutelino l’ambiente (il porto di Long Beach è fra le infrastrutture più inquinanti).

In Indonesia gli operai si stanno riorganizzando dopo la violenta repressione appoggiata dai paesi imperialisti, con l’Indonesian Front for Labour Struggle (FNPBI).

Dal luglio 2007 in Polonia gli operai della FIAT si stanno mobilitando e organizzando per ottenere aumenti salariali e contrastare lo sfruttamento cui sono sottoposti per la produzione della 600. Lotte che si sviluppano in contrasto con Solidarnosc che è da tempo un sindacato di regime.

Nell’ex Repubblica Federativa Jugoslava gli operai della Zavasta si sono mobilitati contro i licenziamenti tra l’agosto e settembre del 2007, a seguito della mancata erogazione della cassa integrazione da parte dello Stato.

In Turchia, dove gli operai della Tuzla hanno scioperato il 27 e 28 febbraio 2008 contro gli omicidi sul lavoro. Per questa lotta 75 di essi sono stati arrestati, torturati dalla polizia e rilasciati dopo la pressione esercitata da 5000 manifestanti.

Per quanto riguarda l’Italia, nel 2003/04, gli autoferrotranvieri hanno ripetutamente violato la legge antisciopero. Rivendicando consistenti aumenti salariali, fuori e contro la concertazione di C.G.I.L. – CISL – U.I.L. e nel 2004 gli operai di Melfi sono scesi in sciopero, rivendicando parità di salario a parità di lavoro nel gruppo FIAT e contrastando il modello di rapporti nella fabbrica improntato allo strapotere padronale e alla flessibilità totale. Oltre a queste lotte va segnalata la mobilitazione contro i licenziamenti FIAT, le mobilitazioni contro la “riforma” delle pensioni e del mercato del lavoro (legge Biagi) ecc.

Queste lotte non costituiscono certo un movimento di lotta dispiegata e potente, ma sono un’avvisaglia di un possibile movimento contro l’accettazione delle compatibilità capitalistiche e fanno emergere settori di lavoratori che sono sempre più disponibili ad allargare il fronte della resistenza all’attacco borghese. In questo quadro il percorso istituzionale/elettorale rappresenta sempre meno un’opzione politica per settori consistenti di lavoratori.

Nel 2007 con l’accentuarsi della crisi la contraddizione capitale/classe operaia, si sviluppa ulteriormente, soprattutto in paesi come la Cina, quelli dell’Est Europa e dell’America Latina, dove si sono sviluppate lotte e rivolte operaie che, sono state nascoste o trascurate dai media.

Secondo dati ufficiali del governo cinese, le proteste di massa sono aumentate da 10.000 episodi, che coinvolgevano 730.000 manifestanti nel 1993, a 60.000 episodi, che coinvolgevano più di 3 milioni di persone nel 2003. Molti osservatori hanno liquidato le crescenti proteste operaie in Cina come localizzate apolitiche, attivismo “cellulare” (Lee 2007). Non così il governo cinese, oltre alla repressione delle proteste (che s’innestavano con un’escalation dei conflitti sociali sul diritto alla terra e sul degrado ambientale nelle aree rurali), con la paura dell’ingovernabilità della Cina se si fosse continuato con il modello di sviluppo degli anni ’90, tra il 2003 e il 2005 cominciò a spostare l’attenzione sulla promozione di un “nuovo modello di sviluppo” che puntasse a ridurre le disuguaglianze fra le classi e le regioni. Davanti a quest’ondata di agitazioni che rischiava di perturbare l’ordine sociale, persino il sindacato ufficiale (Acftu) modificò nel 2003 il suo statuto per “rendere prioritario la difesa dei diritti dei lavoratori” (Chan, Kwan 2003).

Nel 2007 diventava anche chiaro che i cambiamenti stavano andando oltre il piano retorico. La manifestazione concreta più importante fu la nuova Legge sui contratti di lavoro, entrata in vigore il 1° gennaio 2008. La legge, rafforza la sicurezza del lavoro, ponendo restrizioni significative al diritto dei padroni di assumere e licenziare i lavoratori senza giusta causa. Nel maggio del 2008 una nuova Legge sull’arbitrato consente ai lavoratori di rivolgersi gratuitamente ai tribunali contro i padroni. Nel 2006 l’Acftu, di fronte al rifiuto della WalMart di permettere l’ingresso dei sindacati ufficiali nei suoi empori in Cina, iniziò una mobilitazione di base dei lavoratori, che fu vittoriosa (Business 2006 –Magazine).

Questo meraviglioso risveglio del proletariato cinese non è stato senza conseguenze, per quanto riguarda il capitale. Secondo il Wall Street Journal,[47] il cambiamento della struttura dei costi nel Guandong “sta producendo effetti in tutto il mondo”, poiché i padroni investono in “nuove zone più interne della Cina” e/o si dirigono verso “paesi più poveri, con livelli salariali più bassi” come il Vietnam e il Bangladesh. Ma, là dove va il capitale, si trascina inevitabilmente il conflitto di classe. Nella stampa di Taiwan si trovano resoconti di una “esplosione di scioperi” in Vietnam, che ha colpito le aziende di proprietà straniera nel 2007 e 2008. Si dice che cresca il disagio tra gli uomini di affari di Taiwan (che sono uno dei gruppi più importanti di investitori) che vedono la situazione degli scioperi “peggiorare sempre di più” (Lianhe-News 2008). Benvenuta vecchia talpa. La crescita media dei salari in Cina, nell’ultimo biennio è stata circa del 20%, certamente inferiore rispetto alla crescita della produzione che della produttività, ma certamente eccessivo rispetto alle attese degli investitori occidentali.

Anche l’est europeo, con la ripresa delle lotte operaie, è finito di essere l’Eldorado di molti padroni occidentali (italiani e padani in primo luogo). Lavoratori, agricoltori e studenti hanno protestato a metà gennaio del 2009 dimostrando davanti alle sedi dei Parlamenti e si sono scontrati con la polizia a Riga in Lettonia, a Vilnius in Lituania e Sofia in Bulgaria.

In Lettonia e Lituania, i sindacati, i partiti politici di opposizione e altre organizzazioni hanno indetto manifestazioni.

In Bulgaria, organizzazioni degli agricoltori, realtà associative e partiti di opposizione al governo di destra, hanno invitato ad agire. La mancanza di riscaldamento in Bulgaria ha suscitato le proteste del 14 gennaio. La contesa tra Ucraina e Russia, da cui la Bulgaria si rifornisce di gas, ha causato la penuria di combustibile.

I politici e i media filo-capitalisti affermavano recisamente nel 1990 che il rovesciamento di quello che era considerato “socialismo” in questi paesi e la fine dell’Unione Sovietica avrebbe migliorato e illuminato ogni cosa. Invece, la recessione internazionale capitalista ha colpito l’Europa centrale e orientale altrettanto duramente che il resto del mondo, poiché le economie di questi paesi sono le più dipendenti dal capitale straniero. (Journal des Finances, Gen. 17).

Per vedere gli effetti della recessione, basta guardare alla Lettonia. Il prodotto interno lordo del paese è diminuito del 4,6 per cento nel terzo trimestre del 2008 e di circa l’8 per cento nel quarto trimestre. Alcuni economisti prevedono che in Lettonia il tasso di disoccupazione entro la fine del 2009 potrebbe raggiungere il 20 per cento. Invece di ritirare le truppe dall’Afghanistan, ha stabilito di accrescere il contingente entro il 2010 (Baltic News Service, Gen. 17).

In un’intervista sul sito Web lettone Chas, Peteris Krigers, a capo dell’Association of Latvian Free Trade Unions, ha spiegato il motivo della protesta del 13 gennaio a Riga: “Oggi nei sindacati c’è maggior preoccupazione riguardo l’economia nazionale: per lo sviluppo della produzione, il pagamento degli stipendi, la conformità con le leggi sul diritto del lavoro, ecc … Inoltre la maggior parte delle politiche adottate in materia dal governo prima di Natale non sono conformi alla Costituzione e alla legislazione sul lavoro lettone.”(BBC Worldwide Monitoring).

In Lettonia, 126 manifestanti sono stati arrestati e alcuni sono rimasti feriti. Alcune auto della polizia sono state distrutte o notevolmente danneggiate. Si può vedere sul video disponibile su YouTube che i manifestanti, non solo giovani e maschi, hanno fronteggiato per ore la polizia nella città vecchia di Riga, vicino al Parlamento.

In Lituania il 16 gennaio, 82 persone sono state arrestate e vi sono stati dei feriti. Il regime lituano pianifica di tagliare gli stipendi nel pubblico impiego del 15 per cento e ridurre i pagamenti della previdenza sociale. L’imposta sul “valore aggiunto” (IVA) è aumentata dal 18 al 19 per cento, accrescendo il costo del cibo, ed è stato eliminato il tasso più favorevole del 5 per cento sui beni di prima necessità (in vigore su alcuni alimenti e medicine).

Secondo il ministro degli Interni bulgaro Mikhail Mikhov, 3.000 persone hanno preso parte alla manifestazione del 14 gennaio. La polizia ne ha arrestato 150. All’incirca 14 poliziotti sono rimasti feriti e cinque loro auto sono state danneggiate “in un duro scontro con la polizia”. Il sindaco di Sofia ha proclamato l’allarme bomba quando sono stati esplosi dei petardi, e la polizia ha usato questo pretesto per caricare e disperdere la folla.

Anche in America Latina c’è stata una forte ripresa della lotta di classe, e non solo in Argentina[48] e in Bolivia (pensiamo ai minatori, che sono storicamente la sezione più combattiva della classe operaia boliviana). Pensiamo agli incontri latino-americani delle fabbriche recuperate dai lavoratori, che si sono tenuti nel 2005 a Caracas (Venezuela) e nel 2006 a Joinville (2006). Si sono trattati d’incontri che si possono definire storici, perché si sono incontrati per la prima volta a livello continentale gli operai coinvolti nelle occupazioni di fabbriche, confrontando le rispettive esperienze e cercare di trarre delle conclusioni politiche dalla loro lotta.[49]

Di fronte al caos che investe la società borghese su tutti i piani – economico, politico e anche ambientale (come si è potuto vedere in Giappone nel 2011) – solo il proletariato può portare ad una trasformazione radicale della società. La crisi insolubile dell’economia capitalista, le convulsioni crescenti che la caratterizzano, costituisce le condizioni oggettive di questa trasformazione. E ciò da una parte obbligando il proletariato a sviluppare le sue lotte di fronte agli attacchi che egli subisce da parte della classe sfruttatrice. Dall’altra permettendogli di comprendere che queste lotte assumono tutto il loro significato come momenti di preparazione verso lotte più impegnative.

Molte delle lotte indicative che si sono sviluppate in questi ultimi anni sono nate come risposta agli attacchi portati avanti direttamente dai governi in applicazione dei piani di “risanamento dei conti pubblici”.

Questa risposta molto timida, particolarmente là dove questi piani di austerità hanno preso le forme più violente, in paesi per esempio come la Spagna e la Grecia, dove, tuttavia, la classe operaia aveva dato prova nel recente passato di una combattività relativamente importante, in un certo modo sembra che la brutalità stessa degli attacchi provochi un sentimento d’impotenza nei ranghi operai, tanto più che questi attacchi sono condotti da governi di sinistra. Paradossalmente sono proprio dove questi attacchi sembrano meno violenti, come in Francia, che la combattività operaia si è espressa più massicciamente, con il movimento contro la riforma delle pensioni dell’autunno 2010.

Allo stesso tempo i movimenti più di massa che si siano conosciuti non sono venuti dalle metropoli imperialiste, ma dai paesi della periferia del capitalismo, particolarmente in un certo numero di paesi del mondo arabo, e specificamente la Tunisia e l’Egitto dove, alla fine, dopo aver tentato di soffocarli con una feroce repressione, l’imperialismo e le borghesie locali sono stati costretti a licenziare i dittatori del posto. Questi movimenti non erano delle lotte operaie classiche come ce n’erano state in questi paesi in un recente passato (le lotte di Gafsa in Tunisia nel 2008, e come si è visto prima con gli scioperi nell’industria tessile in Egitto, durante l’estate del 2007, che ricevettero la solidarietà attiva da parte di numerosi altri settori). Infatti, hanno preso spesso la forma di rivolte sociali in cui si trovano associati ogni sorta di settore della società: lavoratori del settore pubblico e privato, disoccupati, ma anche dei piccoli commercianti, degli artigiani, liberi professionisti, ecc. E’ per questo che il proletariato, il più delle volte, non è comparso direttamente in maniera distinta (come è apparso, per esempio, in Egitto verso la fine delle rivolte), ancor meno assumendo il ruolo dirigente. Tuttavia, all’origine di questi movimenti (cosa che si rifletteva in molte delle rivendicazioni portate avanti) fondamentalmente ci sono le stesse cause delle lotte operaie negli altri paesi: l’aggravamento considerevole della crisi, la miseria crescente che questa provoca all’interno di tutta la popolazione non sfruttatrice. E se in generale il proletariato non è apparso direttamente come la classe dirigente in questi movimenti, la sua impronta era ben presente in questi paesi un peso notevole, particolarmente attraverso la solidarietà che si è manifestata nelle rivolte. Tutto questo sta ha dimostrare che il movimento della classe operaia mondiale nell’avvenire sarà costituito non solo dallo sviluppo delle lotte di massa nei paesi centrali dell’Europa occidentale, ma anche dalle lotte che si sviluppano nelle periferie del mondo. Lo sviluppo di un collegamento a livello internazionale tra i vari settori del proletariato che cominciano a muoversi, deve essere un terreno di lavoro per i comunisti, più che mai necessario.

Nei paesi imperialisti si è sviluppato negli ultimi tempi da parte delle masse popolari un rifiuto delle elezioni. Lo sviluppo della crisi porta, a una maggiore acutizzazione della lotta fra le differenti frazioni della Borghesia Imperialista in tutti questi paesi che porta ad accentuare le politiche antipopolari. Perciò le elezioni rivestono un ruolo ancora cruciale per il rinnovo delle autorità in questi Stati, dagli USA alla Russia, i quali sono tutti immersi nel processo centralizzazione, assoluta del potere.

La tendenza da parte delle masse popolari a opporsi alla Borghesia Imperialista non è solamente riscontrabile nel crescente rifiuto delle tornate elettorali ma anche in proteste massicce come a Genova e Göteborg nel 2001.

Questa tendenza si esprime alcune volte in forma aperta, come nell’autunno 2005 in Francia, nel 2008 in Grecia e nel 2011 in Gran Bretagna. Qui si sono espresse da parte delle masse proletarie e sottoproletarie forme di lotta che andavano dalla resistenza contro la polizia, all’assalto contro i commissariati, tanto che l’organizzazione dello Stato per un breve periodo di tempo perse il controllo di alcune zone metropolitane. In sostanza (certo in maniera non dichiarata) si sono espressi due poteri, quello dello Stato borghese, e quello disorganizzato dei proletari (che erano prevalentemente giovani) che hanno spinto verso l’organizzazione spontanea per esercitare il diritto alla ribellione contro il sistema.[50]

Questo risveglio del proletariato mondiale non è senza conseguenze per il capitale, esso produce l’effetto, che il capitale di fronte alla prospettiva di una limatura o di una decurtazione, dei favolosi extra-profitti che aveva ottenuto nel periodo precedente, dirotta altrove, soprattutto sui mercati internazionali, grosse masse di liquidi. Alla ricerca famelica di ritorni immediati sempre più alti.

 

 

IL CAPITALISMO VERSO IL CROLLO?

 

 

Nel primo trimestre 2009 le 390 imprese più grandi che ci sono al mondo vedono calare i loro profitti del 75% e il fatturato del 26% su base annua.[51]

La crisi incide nei consumi della maggior parte della popolazione. All’inizio del 2009 negli USA 32,2 milioni di persone fanno la spesa con i buoni governativi, se poi si guardassero i consumi più indicativi (case e auto) si scopre che negli USA 12 milioni di persone vivono in coabitazione e le richieste in tal senso crescono, mentre 14 milioni di abitazioni sono vuote.[52] Quanto all’auto essa ha avuto diversi sostegni per opera di vari governi, ma la più grande fabbrica russa licenzia, nel 2009 27.000 dipendenti, la FIAT nel terzo trimestre del 2009, accusa su base annua un calo del 15,9% del proprio fatturato, e lo stesso avviene per il gruppo PSA francese, sia pure in maniera più contenuta.

Nel 2009 negli USA Chrysler e GM sono decotte e l’industria dell’auto lavora al 51,2% delle proprie capacità produttive contro il 54,5% del 2008. Ma è tutta l’industria SUA come quella degli altri paesi imperialisti che lavora con una capacità utilizzata al 70%.

Le banche sono in ginocchio: le perdite ufficiali sono di 1717,4 miliardi di dollari (1167,5 SUA, 567,1 Europa 48,2 Asia), tuttavia il Fondo Monetario Internazionale ammonisce che la metà delle perdite bancarie sono occultate con giochi di bilancio,[53] il che significa che le cifre prima indicate vanno raddoppiate, sfiorando i 3.500 miliardi di dollari.

Non meno mostruosa è la crescita dell’indebitamento pubblico, le previsioni sono catastrofiche ad esempio per il 2010 è prevista per gli USA una crescita del debito del 97/5% (rapporto debito federale-PIL). In realtà non si conoscono le cifre esatte dell’indebitamento totale, c’è chi parla di 80-90 miliardi di dollari d’indebitamento mondiale.[54]

 

 

 

La burla della lotta ai paradisi fiscali

 

Chi pagherà questa massa enorme di debiti che sta franando? Esiste una consistente riserva inutilizzata: i capitali in giacenza presso i paradisi fiscali, che secondo alcune stime sarebbero qualcosa come 33 miliardi di dollari.[55] Se un improbabile San Francesco convertisse gli evasori (capitalisti che falsano i bilanci, politici corrotti, mafiosi ecc.) a dare i loro capitali occultati per riparare il buco nero che sta divorando l’economia mondiale, si potrebbe ottenere una cifra pari a 1/7 del volume del debito globale (dico potrebbe perché con le cifre bisogna essere prudenti e quelle ufficiali sono di molto inferiori alla realtà). Poco per riparare il debito. Poiché di un San Francesco non se ne intravede l’ombra, gli evasori professionali continuano con il loro tipico atteggiamento: sottoscrivono i bonds del debito pubblico in cambio d’interessi favorevoli e di benevolenza verso l’evasione fiscale, altrimenti nulla.[56] E i governi lo sanno bene, poiché le posizioni contro i paradisi fiscali sono in realtà un’autentica burla, del fumo negli occhi.

Il capitalismo è in un culo di sacco, per distruggere il debito dovrebbe attuare una politica iperinflazionistica come quella attuata nella Germania del 1923, quando i prezzi crescevano di ora in ora, se non di minuto in minuto, dove un fascio di broccoli costava 50 milioni di marchi, e il cambio sul dollaro del 23.11.1923 arrivò a 4.200 marchi per dollaro. Questa inflazione permise di azzerare i vecchi debiti: si poteva rimborsare il mutuo fatto per acquistare una casa con una somma che, al momento dell’estinzione, bastava ad acquistare un paio di scarpe. L’economia tedesca però era ferma: le industrie erano ferme, la moneta non valeva più nulla (si ritornava allo scambio in natura), sicché il governo dovette cambiare, radicalmente, la politica inerente, la stampa selvaggia di carta moneta; i vecchi marchi furono ritirati dal mercato con un tasso di cambio del genere: una monetina d’oro da un marco contro mille miliardi di carta straccia.

In altre parole per distruggere il debito si rischia di distruggere l’apparato produttivo, in sostanza di creare un deserto.[57]

Torniamo alla cosiddetta lotta ai paradisi fiscali e all’evasione. Perché cosiddetta? Perché burla? Se Obama volesse veramente combattere l’evasione fiscale, non avrebbe bisogno di spingersi sulle montagne svizzere, gli basterebbe varcare il Deleware ed entrare nel territorio di uno Stato della Federazione amerikana di cui egli è presidente, che è uno dei paradisi fiscali dei più illustri al mondo, le cui performance umiliano Svizzera e Lussemburgo, e senza dimenticare Puerto Rico che è un protettorato USA di diritto, e di Panama che è un di fatto un protettorato USA. Questo discorso vale anche per gli altri paesi imperialisti che tuonano contro lo scandalo dei paradisi fiscali, ma proteggono da decenni, i propri paradisi fiscali.[58] Come Macao e Hong Kong sono un’emanazione della Cina, Monaco è un protettorato francese, l’Andorra è un protettorato franco-spagnolo, San Marino è un’isola in terra italiana. I comunicati che i vari paesi imperialisti contro i paradisi fiscali, sono delle autentiche buffonate, perché basterebbe che i singoli paesi (USA, Inghilterra, Francia, Cina in testa), prendessero misure concrete (e serie) sui loro paradisi fiscali, quelli cioè che si trovano nel loro territorio o nella loro orbita. Così non avviene. L’iniziativa di Obama contro la Svizzera in realtà mirava a colpire la Svizzera per favorire i paradisi fiscali USA. In sostanza un atto concorrenziale, volto a convincere gli evasori amerikani a tornare in patria, dove potranno continuare a evadere ma patriotticamente.

Ma quanto vale o pesa l’evasione fiscale? Prendiamo le cifre ufficiali (da prendere sempre con le molle): per l’OCSE vale 7000 miliardi di dollari,[59] per il governo USA siamo a 7300 miliardi, per Guerra, numero uno dell’OCSE, siamo a 11 miliardi (così corregge al rialzo la stima della propria organizzazione). Come si vede sono cifre enormi ma assolutamente approssimative, perché indicano in genere il volume del capitale che giacciono nei cosiddetti paradisi fiscali in un momento dato, ma il fatto è che queste somme sono capitali che vanno investiti, il compito dei paradisi è di occultare, e reinvestire i capitali con un continuo movimento di andirivieni.

In Italia, negli anni ‘70 il Ministero delle Finanze riteneva che 1/3 del reddito italiano fosse occultato,[60] poco male nella vicina Francia, che ha fama di grande efficienza burocratica, ciò avveniva negli anni ’60. A questo bisogna aggiungere la massa enorme dei profitti creati dalle attività criminali: l’industria del crimine è valutata dall’ONU come un’industria che vale il 5% almeno del PIL mondiale e questo significa evasione necessaria: questo reddito deriva dal commercio della droga, dallo sfruttamento della prostituzione, dal commercio dei lavoratori clandestini ecc.

Analogo discorso vale per il lavoro nero: in Italia Confindustria e ISTAT (che portano dati da prendere sempre con le molle) stimano al 15% del PIL,[61]e a livello mondiale l’OCSE ha stimato che il 60% dei lavoratori al mondo (1,8 miliardi) lavora in nero.

Torniamo alla cosiddetta lotta all’evasione fiscale lanciata da Obama. Il contenzioso contro la Svizzera, volta a ottenere informazioni sui conti di 52.000 correntisti americani ottenne il risultato che furono consegnati o rivelati solo 4450 conti. L’amministrazione Obama spacciò questo risultato come una vittoria, ma d’altronde questo non deve meravigliare, poiché è consuetudine dei tutti politici borghesi chiamare vittorie le sconfitte.

Un’altra cosa da rilevare è che nei paradisi fiscali non sembrano per nulla impressionati dagli squilli di guerra che squillano contro di loro; dopo il G20 di Londra, il presidente della Liberia, un altro notissimo paradiso fiscale, dice che “non cambia nulla e non cambierà niente” e che continueranno a collaborare come prima con gli USA (che sono il loro protettore).[62]

Se poi si andasse a vedere i conti occultati in Svizzera e che furono rivelati, quello che viene fuori è che sono intestati a prestanome poco consistenti da punto di vista patrimoniale, ma dietro ci sono autentici colossi. Ma questo in realtà è solo un aspetto secondario del problema, perché gli USA sono essi stessi un paradiso fiscale (non solo il Delaware), perciò la manovra di Obama è in realtà un atto di concorrenza tra paradisi fiscali. Abbiamo parlato prima del Delaware. Si scoprirà che in questo piccolissimo Stato, hanno sede un milione di società tra cui 250 delle 500 più grandi classificate da Fortune; in un palazzo della capitale di questo statale hanno sede 200 mila società,[63] che fa rendere ridicolo il “primato” mondiale delle Cayman nelle quali un palazzo ospitava solo 18.000 società; il motivo di ciò è molto semplice, nel Deleware non si pagano imposte sui profitti societari e il libro dei soci è impenetrabile sicché il 56% delle società quotate a New York hanno sede nel piccolo Stato,[64] tutto questo di chi alla faccia a sinistra dice che negli Stati Uniti c’è una feroce lotta all’evasione fiscale.

 

 

 

 

La crisi bancaria

 

 

Enorme è stato l’impegno a sostegno dei salvataggi bancari, valutabili in termini di trilioni di dollari in aiuti diretti e indiretti. Le banche sembrerebbero “risanate”. Sembrano appunto. Nel 2008 negli USA il numero dei fallimenti furono 25, nel 2009 (fino all’inizio di novembre) 124, cui si devono aggiungere 522 banche in serie difficoltà

Ma non è tutto: un settore importante su cui il sistema finanziario si regge, è quello dei fondi pensione per via dei loro immensi patrimoni. Questi alla fine del 2009, dichiarano di non poter garantire il vecchio livello delle pensioni (che fondamentale per il livello consumi negli USA) se non trovano una “piccola” somma di 2000 miliardi che al momento manca.[65]

Perciò si può tranquillamente dire che la crisi bancaria non è passata. La politica dei salvataggi può solo tamponare la situazione.

 

 

 

 

Inconsistenza delle politiche economiche

 

I vari incontri dei paesi imperialisti, noti come G (G8, G20 e cosi via) dimostrano l’inconsistenza delle tesi che è possibile governare l’economia capitalista e dell’estinzione delle contraddizioni fra i vari paesi capitalisti.

Dopo la Seconda guerra mondiale imperialista, gli USA hanno assicurato la persistenza o il ristabilimento del dominio delle classi borghesi nella parte continentale dell’Europa Occidentale, in Giappone e in buona parte delle colonie e delle semicolonie.

Gli USA aiutarono la borghesia dei singoli paesi a ricostruire i propri Stati. Essa pose tuttavia dei limiti alla sovranità d alcuni nuovi Stati (l’Italia in primis), assicurandosi vari strumenti di controllo della loro attività e d’intervento in essi.

Nei 45 anni che seguirono la fine del conflitto, i conflitti tra questi Stati e gli USA non hanno avuto un ruolo rilevante nello sviluppo del movimento economico e politico, con delle eccezioni come ad esempio le tensioni con gli Stati della borghesia francese e inglese in occasione della campagna di Suez del 1956.

Questo non significa che è finita l’epoca dei conflitti fra Stati imperialisti. Finché gli affari sono andati bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppata felicemente (e ciò è stato fino all’inizio degli anni ’70), non si sono sviluppare contraddizioni antagoniste tra Stati imperialisti, né potevano svilupparsi se è vero che esse sono la trasposizione in campo politico di contrasti antagonisti tra gruppi capitalisti in campo economico. Il problema sorge quando dalla metà degli anni ’70 comincia la crisi. E da questo momento che la lotta da parte degli Stati Uniti per la difesa dell’ordine internazionale (quello che certa pubblicistica ha spacciato per “nuovo ordine internazionale”) si mostra alla fine per quello che è effettivamente: lotta per difendere gli interessi dei capitalisti USA e delle condizioni che favorivano la stabilità politica all’interno degli USA, cioè del dominio di classe sulla popolazione americana. Questo obiettivo lo raggiunge anche a scapito degli affari della borghesia degli altri paesi, diventando quindi un fattore d’instabilità politica.

Né i capitalisti operanti in altri paesi possono concorrere a determinare la volontà dello Stato USA al pari dei loro concorrenti americani:

  • Benché vi sia una discreta ressa di esponenti della borghesia imperialista di altri paesi a installarsi negli USA, a inserirsi nel mondo economico e politico USA: pensiamo solamente ai defunti Onassis e Sindona;
  • Benché molti gruppi capitalisti di altri paesi organizzino correntemente gruppi pressione (lobbies)[66] per orientare l’attività dello Stato federale USA e partecipano, di fatto, attivamente a determinare l’orientamento.

Man mano che le difficoltà dell’accumulazione di capitale, c’è il tentativo da parte di una frazione della borghesia imperialista mondiale di imporre un’unica disciplina a tutta la borghesia imperialista cercando di costruire attorno allo Stato USA il proprio Stato sovranazionale. Questo tentativo è favorito dal fatto che negli anni trascorsi dopo la seconda guerra mondiale imperialista, si è formato un vasto strato di borghesia imperialista internazionale, legata alle multinazionali, con uno strato di personale dirigente cresciuto al suo servizio.

Già sono stati collaudati numerosi organismi sovrastali (monetari, finanziari, commerciali), che sono, come si diceva in precedenza, un tentativo di gestione collettiva che deve mediare il contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo. Attraverso questi organismi uno strato di borghesia imperialista internazionale tenta di esercitare una vasta egemonia.

Parimenti si è formato un personale politico, militare e culturale borghese internazionale. Di conseguenza ci sono le basi materiali per il formarsi di un unico Stato, ma la realizzazione di un processo del genere, quando la crisi economica avanza e si aggrava, difficilmente si realizzerebbe in maniera pacifica, senza che gli interessi borghesi lesi dal processo si facciano forti di tutte le rivendicazioni e i pregiudizi nazionali e locali.[67]

Tutto questo è importante, per comprendere le dinamiche che avvengono a livello di politica economica, internazionale e l’inseguire falsi obiettivi, come l’andare a contestare le varie riunioni come il G8 dove si riuniscono i principali briganti imperialisti. In realtà, queste riunioni non sono un embrione di governo mondiale dell’economia, ma sono un mascheramento delle reciproche impotenze dei vari paesi imperialisti a governare la crisi.

Quando nel 2009 si riunirono i vari briganti imperialisti a Londra, essi misero sul piatto della bilancia 5.000 miliardi di dollari d’interventi, ma al TG2 della sera del 02.04.2009 Federico Rampini, giornalista di Repubblica, fa notare che questa è solo la somma dei diversi provvedimenti decisi dai singoli governi, senza alcun coordinamento globale, ognuno agisce per contro proprio, non esiste nessuna politica economica mondiale dei vari paesi che partecipano ai vari G. Sintomatico, è quello che avviene nel campo degli ammortizzatori sociali: USA e Canada lasciano scoperti (senza alcuna tutela cioè) il 57% dei lavoratori, che diventano il 93% in Brasile, l’84% in Cina, il 77% in Giappone, il 40% nel Regno Unito, il 18% in Francia e il 13% in Germania (fonte ILO),[68] come si vede, si va da una copertura quasi totale come in Francia e in Germania a una marginale ò pressoché assente in Cina, Giappone e Brasile.

Ma è poi vero che i miliardi spesi sono 5000? Proprio nei giorni del G20 di Londra, Il Sole 24 Ore pubblica una mappa analitica e aggiornata degli interventi compiuti dai vari governi dal settembre 2008 al marzo 2009 e la cifra è sconcertante: 22-23 mila miliardi di dollari, contro gli 80 che costò il New Deal e i 500 del costo della seconda guerra mondiale imperialista,[69] la metà di questa cifra o quasi è impegnata solo dal governo USA (amministrazioni Bush e Obama) e larghissima parte di essi, in USA e nel mondo, è destinato alle banche.

   Raffrontando queste cifre risulta che:

 

  • La spesa della seconda guerra mondiale imperialista abbraccia un arco di 6 anni, qui siamo in presenza di 6-7 mesi;
  • La spesa militare nella seconda guerra mondiale imperialista rilanciò l’economia USA, infatti, nel 1941 il PIL era di poco superiore al 1929 e s’impenna negli anni susseguenti raddoppiando quasi mentre nel 1943-44 la percentuale del PIL della spesa militare era pari al 44,6%. Adesso invece si spende molto di più ma l’economia non sembra reagire positivamente.

 

   Che queste cifre non siano arrivate alla stampa “popolare” è evidente: l’enormità della cifra significa che siamo vicini al si salvi chi può.

 

 

 

IL CAPITALISMO VERSO LA DECOMPOSIZIONE

 

Negli anni ’80 c’è stato il passaggio per il Modo di Produzione Capitalista dalla decadenza alla sua decomposizione.

Tutti i modi di produzione del passato hanno conosciuto un periodo di ascendenza e un periodo di decadenza. Il primo periodo corrisponde a un pieno adeguamento dei rapporti di produzione dominanti con il livello dello sviluppo delle forze produttive della società; il secondo esprime il fatto che questi rapporti di produzione sono divenuti troppo stretti per contenere questo sviluppo.

Tuttavia è sbagliato affermare che il capitalismo segue le tracce dei modi di produzione che l’hanno preceduto. È importante porre l’accento le differenze fondamentali tra la decadenza capitalista e quella delle società del passato:

 

  • Il capitalismo è la prima società della storia che si estende a livello mondiale, che abbia sottomesso alle proprie leggi tutto il pianeta, per questo fatto, la decadenza di questo di produzione influisce su tutta la società umana.
  • Mentre nelle società del passato, i nuovi rapporti di produzione che erano chiamati a soppiantare i vecchi ormai superati, potevano svilupparsi all’interno della stessa società (cosa che poteva in un certo modo, limitare gli effetti e l’ampiezza della decadenza), la società comunista, la sola che possa succedere al capitalismo, non può svilupparsi al suo interno; non esiste non esiste alcuna possibilità di una qualunque rigenerazione di questa società in assenza di un rovesciamento del potere della classe borghese e dell’estirpazione dei rapporti di produzione capitalistici.
  • Come si diceva prima la crisi che dura dalla metà degli anni ’70, non è solo economica, ma anche politica e culturale.
  • Il fenomeno dell’ipertrofia statale, in altre parole quella di un assorbimento della società civile da parte dello Stato (che è lo Stato della Borghesia Imperialista). Il fenomeno dell’accentuazione del controllo sociale, contro di ciò che è definita “devianza”. Non c’è da meravigliarsi in questa fase lo sviluppo della psichiatria, degli strumenti elettronici di controllo e delle cosiddette armi “non letali”. In merito a queste ultime, pensiamo solamente al Taser, arma che fa uso dell’elettricità per far contrarre i muscoli. Ebbene l’uso di quest’arma “non letale”, secondo la denuncia di organizzazione certamente non rivoluzionaria come Amnesty International, ha provocato la morte negli USA dal 2001 al 2008, di 334 persone. E l’ONU nel novembre del 2007 ha equiparato l’uso del Taser a una forma di tortura.
  • Anche se i periodi di decadenza del passato sono stati marcati da conflitti bellici questi non erano neanche comparabili alle guerre mondiali che, per due volta, hanno devastato il mondo.

 

La differenza tra l’ampiezza e la profondità della decadenza capitalista e quelle della decadenza del passato, non può essere ridotta a una semplice questione di quantità. La società capitalista è la prima a minacciare la sopravvivenza stessa dell’umanità, la prima che possa distruggere la specie umana (armamenti nucleari, biologici e chimici, crisi ambientale ecc.).

Non bisogna confondere decadenza e decomposizione.

La fase della decomposizione non si presenta solo come quella caratterizzata dal controllo sociale e dalla crisi permanente. Nella misura in cui le contraddizioni e manifestazioni della decadenza del capitalismo, che una dopo l’altra, marcano i diversi momenti di questa decadenza, la fase della decomposizione appare come quella risultante dell’accumulazione di tutte queste caratteristiche di un sistema moribondo, quella che chiude degnamente l’agonia di un modo di produzione condannato dalla storia.

Essa costituisce l’ultima tappa del ciclo infernale di crisi (secondo conflitto mondiale) – ricostruzione e ripresa del capitalismo (i 30 anni succeduti dalla fine del conflitto) nuova crisi con convulsioni, che caratterizzano il XX secolo, la società e le differenti classi:

 

  • Due guerre mondiali che hanno lasciato esangui la maggior parte dei principali paesi.
  • Un’ondata rivoluzionaria che ha fatto tremare la borghesia mondiale e che è sfociata in una controrivoluzione che ha assunto forme atroci (fascismo e nazismo) o ciniche (democrazie borghesi).
  • Il ritorno di un impoverimento a livello mondiale, di una miseria delle masse proletarie, che sembrava ormai dimenticata.

 

L’attuale crisi apre di nuovo la prospettiva dell’alternativa storica tra guerra mondiale o scontri di classe generalizzati. Ma a differenza degli anni ’30, quando il proletariato subiva la cappa di piombo della sconfitta degli anni ’20 (sconfitta della rivoluzione proletaria in Europa determinata anche dal ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia e dal fascismo in Italia) e ’30 (nazismo in Germania, guerra e rivoluzione in Spagna), la radicalizzazione della lotta di classe a partire del 1968 nei paesi imperialisti ha mostrato che la borghesia non aveva più mani libere per scatenare un’ennesima guerra mondiale. Allo stesso tempo, se il proletariato ha già la forza di impedire una tale conclusione, esso non ha ancora trovato quella di rovesciare il capitalismo, e questo a causa del ritardo nello sviluppo della sua coscienza determinata dalla rottura provocato dal diffondersi del revisionismo nel Movimento Comunista Internazionale.

In una situazione in cui le due classi fondamentali e antagoniste della società si confrontano senza riuscire a imporre la loro risposta decisiva, a storia non può attendere fermandosi. Mentre le contraddizioni del capitalismo in crisi non fanno che aggravarsi, l’impossibilità da parte della borghesia di offrire la minima prospettiva per l’insieme della società, unita al fatto che in questo periodo non è ancora riuscito ad affermare la sua prospettiva di cambiamento della società, nell’immediato non può che sfociare in un fenomeno di decomposizione generalizzata, d’incancrenimento della società.

Nessun modo di produzione è capace di vivere e svilupparsi, assicurare la coesione sociale, se non è capace di presentare una prospettiva all’insieme della società da esso dominata. Nell’attuale fase caratterizzata dall’impedimento da parte dei rapporti di produzione capitalisti allo sviluppo delle forze produttive ormai collettive, si determina una fase di decadenza e della successiva di decomposizione.

Manifestazioni evidenti della decomposizione della società capitalista sono:

 

  • Le moltiplicazioni di carestie che avvengono nei paesi definiti “Terzo Mondo” mentre nei paesi “avanzati” sono distrutti stock di prodotti agricoli oppure ci sono abbandonati superfici considerevoli di terre fertili.
  • La trasformazione di questo “Terzo Mondo” in un’immensa bidonville in cui centinaia di milioni di esseri umani sopravvivono come topi nelle fogne.
  • Lo sviluppo di questo fenomeno nei paesi “avanzati” in cui il numero dei senzatetto e di quelli privi di ogni mezzo di sostenimento continua ad accrescersi.
  • Le catastrofi “accidentali” che si moltiplicano (aerei che precipitano, treni che si trasformano in casse da morto).
  • Gli effetti sempre più devastanti sul piano umano, sociale ed economico delle catastrofi “naturali” (inondazioni, siccità, terremoti, cicloni) di fronte alle quali gli esseri umani sembrano più disarmati laddove la tecnologia continua progredire ed esistono oggi tutti i mezzi per realizzare le opportune protezioni (dighe, sistemi di irrigazione, abitazioni antisismiche e resistenti alle tempeste…), mentre poi, sono chiuse le fabbriche che producono tali mezzi e licenziati i loro operai.
  • La degradazione dell’ambiente che raggiunge proporzioni assurde (acqua di rubinetto imbevibile, i fiumi ormai privi di vita, gli oceani pattumiera, l’aria delle città irrespirabile, …) e che minaccia l’equilibrio di tutto il pianeta con la scomparsa dell’Amazzonia (il “polmone verde della Terra), l’effetto serra e il buco dell’ozono.

 

Tutte queste calamità economiche e sociali, se sono in generale un’espressione della decadenza del capitalismo, per il grado di accumulazione e l’ampiezza raggiunta costituiscono la manifestazione dello sprofondamento in uno stallo completo del sistema che non ha alcun avvenire da proporre alla maggior parte della popolazione mondiale se non una barbarie al di là di ogni immaginazione. Un sistema in cui le politiche economiche, le ricerche, gli investimenti, tutto è realizzato sistematicamente a scapito dell’umanità e, pertanto, a scapito del futuro stesso del sistema stesso.

Ma le manifestazioni dell’assenza totale di prospettive della società attuale sono ancora più evidenti sul piano politico e ideologico:

 

  • L’incredibile corruzione che cresce e prospera nell’apparato politico, amministrativo e statale, il susseguirsi di scandali in tutti i paesi imperialisti.
  • L’aumento della criminalità, dell’insicurezza, della violenza urbana che coinvolgono sempre più i bambini che diventa preda dei pedofili.
  • Il flagello della droga, che è da tempo divenuto un fenomeno di massa, contribuendo pesantemente alla corruzione degli Stati e degli organi finanziari, che non risparmia nessuna parte del mondo colpendo in particolare i giovani, è un fenomeno che sempre meno la fuga nelle illusioni e sempre di più diventa una forma di suicidio.
  • Lo sviluppo del nichilismo, del suicidio dei giovani, della disperazione, dell’odio e del razzismo.
  • La proliferazione di sete, il rifiorire dl pensiero religioso anche nei paesi imperialisti, il rigetto del pensiero razionale, coerente, logico.
  • Il dilagare nei mezzi di comunicazione di massa di spettacoli di violenza, di orrore, di sangue, di massacri, finanche nelle trasmissioni e nei giornalini per i bambini.
  • La nullità e la venalità di ogni produzione “artistica”, di letteratura, di musica, di pittura o di architettura, che non sanno esprimere che l’angoscia, la disperazione, l’esplosione del pensiero, il niente.
  • Il “ciascuno per sé”, la marginalizzazione, l’atomizzazione degli individui, la distruzione dei rapporti familiari, l’esclusione delle persone anziane, l’annientamento dell’affetto e la sua sostituzione con la pornografia, lo sport commercializzato, il raduno di masse di giovani in un’isterica solitudine collettiva in occasione di concerti o in discoteche, sinistro sostituto di una solidarietà e di legami sociali completamente assenti.

 

Tutte queste manifestazioni della putrefazione sociale che oggi, a un livello mai visto nella storia, permea tutti i pori della società umana esprimono una sola cosa: non solo lo sfascio della società borghese, ma soprattutto l’annientamento di ogni principio di vita collettiva nel senso di una società priva del minimo progetto, della minima prospettiva, anche se a corto termine, anche se illusoria.

Tra le caratteristiche principali della decomposizione della società capitalista bisogna rilevare la difficoltà crescente della borghesia a controllare l’evoluzione della situazione sul piano politico. L’impasse storica in cui si trova imprigionato il Modo di Produzione Capitalista, i fallimenti delle diverse politiche economiche che si sono attuate, l’indebitamento generalizzato che ha permesso di sopravvivere l’economia mondiale, tutti questi elementi si ripercuotono su un apparato politico incapace di imporre alla società, e in particolare alla classe operaia, la disciplina e l’adesione richieste per mobilitare le forze e le energie verso a sola risposta storica che la borghesia possa offrire: la guerra.

Il crollo del “blocco socialista” dell’Est è una delle conseguenze della crisi mondiale del capitalismo; la forte centralizzazione e la statalizzazione completa dell’economia, la confusione tra l’apparato economico e quello politico, la mobilitazione di tutte le risorse verso la sfera militare, queste caratteristiche se sono adatte a un contesto di guerra, non lo è in una fase di accentuazione della crisi.

Per capire quello che è accaduto nei primi paesi socialisti, bisogna partire dal fatto che la società socialista non è una società senza classi e contraddizioni di classe, non è “una società unitaria che si può amministrare bene”, il cui potere politico è già diventato “l’amministrazione da parte dei produttori associati del loro lavoro e del prodotto di esso”. Queste concezioni facevano molto comodo ai revisionisti moderni, perché servivano a coprire il loro sporco lavoro di espansione delle forze borghesi, del confinare il proletariato in condizioni di assoggettamento politico e culturale e di sfruttamento economico.

Non si può e si deve dimenticare che la società socialista è uscita da quella capitalista, che essa è la prima fase della società comunista. Essa non è la società comunista. Essa porta inevitabilmente i segni della società capitalista.

Lo strumento principale che ci può aiutare gli avvenimenti che hanno portato il crollo del revisionismo moderno è il marxismo – leninismo – maoismo, in particolare l’analisi della lotta fra le due linee nel partito e quella della lotta di classe che continua nella società socialista.

Il Movimento Comunista ha sempre condotto in tutta la sua storia, la lotta tra le due linee, da Marx-Engels nella Lega dei Comunisti nella Prima Internazionale e nella Seconda Internazionale,[70] e arrivando a Lenin e Stalin nel POSDR, nella Seconda Internazionale e nella Terza Internazionale. Il problema è che il Movimento Comunista Internazionale non aveva una coscienza chiara di tali lotte.[71]

Un altro aspetto da tenere conto, è che finché permane la divisione della popolazione in classi sociali, la lotta per la loro estinzione governa, che se ne abbia o no la coscienza, la vita dei paesi socialisti.

Nell’U.R.S.S. e negli altri paesi socialisti, era stata eliminata per l’essenziale la proprietà privata dei mezzi di produzione, esistevano solo la proprietà pubblica e la proprietà cooperativa. Ma la capacità di lavoro era ancora proprietà privata degli individui (quindi era ancora applicato il principio “da ognuno secondo le sue possibilità”) e i rapporti tra gli individui nell’attività lavorativa mantenevano ancora buona parte delle caratteristiche ereditate dalla vecchia società. Nella distribuzione a sua volta sostanzialmente non era ancora applicato (né in generale lo poteva esserlo) il principio “a ognuno secondo il suo bisogno”. La distribuzione corrispondeva sostanzialmente ancora alla vecchia divisione delle classi e al sistema a essa connesso. Quindi la transizione dal capitalismo al comunismo aveva fatto solo un tratto di strada ed era a certe condizioni reversibile. E tenendo conto di questi aspetti si può individuare, dove era la borghesia nei paesi socialisti. Essa era costituita (e lo ancora adesso) da quei dirigenti del Partito, dello Stato e delle altre organizzazioni di massa che si opponevano ai passi in avanti e necessari verso il comunismo sia nei rapporti di produzione, sia nella sovrastruttura. Più precisamente erano quelli che si opponevano:

 

  • Alla cancellazione della divisione della popolazione tra dirigenti e diretti, lavoratori manuali e lavoratori intellettuali, tra uomini e donne, tra adulti e giovani, tra città e campagna, tra paesi, regioni e settori arretrati e paesi, regioni e settori avanzati.
  • Alla gestione collettiva delle forze produttive.
  • Alla distribuzione secondo il principio “a secondo i suoi bisogni”.

 

La definizione corretta di governo della borghesia, contrasta la vulgata che ingenera molti equivoci che l’U.R.S.S. fosse governata dalla burocrazia. Questa tesi, propagandata soprattutto dai trotzkisti, si riallaccia in realtà a quella della sociologia borghese, non coglie le radici di classe del revisionismo. Tutto si riduce a una denuncia “dei crimini si Stalin” e di una “usurpazione del potere” da parte della burocrazia, che sarebbe sufficiente eliminarla per restituire definitivamente e in modo definitivo al sistema sovietico un’impronta socialista.

Marx ne Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, affronta il problema della burocrazia : “(La rivoluzione) spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo riduce alla sua espressione più pura, lo isola, se lo pone di fronte come l’unico ostacolo, per contrastare contro di esso tutte le sue forze di distruzione…Questo potere esecutivo, con la sua enorme organizzazione burocratica e militare, col suo meccanismo statale complicato e artificiale, con un esercito di impiegati di mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo milione di soldati, questo spaventoso corpo parassitario che avvolge come un involucro il corpo della società francese e ne ostruisce tutti i pori”.

Tuttavia Marx, più oltre, precisa che: “E’ soltanto il secondo Bonaparte che lo Stato sembra essere diventato completamente indipendente”. Sembra indipendente, ma non lo è in quanto “il potere esecutivo, non è sospeso nel vuoto. Bonaparte rappresenta una classe, anzi la classe più numerosa della società francese, i contadini piccoli proprietari”. Per essere maggiormente chiaro Marx aggiunge che “(Bonaparte) è costretto a dar vita accanto alle classi reali della società, ad una casta artificiale”. Per Marx, quindi, la burocrazia è una casta artificiale, non una classe reale.

La tesi della burocrazia come classe, sottintende una concezione dello Stato come luogo neutrale di confronto-scontro fra le classi, e non come strumento della dittatura di una classe sull’altra, perciò è una concezione estranea al marxismo e non è un caso che è accolta tanto dai trotzkisti che dai revisionisti.

Per definire una classe, è importante stabilire di chi è la proprietà delle forze produttive, se ha o no la facoltà di disporne a proprio giudizio. Ora, nell’U.R.S.S. era la proprietà giuridica a detenere la proprietà dei mezzi di produzione (fatta eccezione per i settori dell’economia a proprietà collettiva e quelli, irrilevanti ancora a proprietà privata); perciò potrebbe apparire verosimile che la burocrazia, in quanto personificazione dello Stato, sia giuridicamente proprietaria dei mezzi di produzione tutta quanta. In realtà, tutto ciò è una pura mistificazione, poiché l’uguaglianza formale sotto il profilo della proprietà nasconde un’ineguaglianza sostanziale dal punto di vista della capacità (o della possibilità) di tradurre questa proprietà in possesso reale.

Dal punto di vista della disponibilità reale, solo una parte della burocrazia può disporre a piacimento dei mezzi di produzione.

Una parte della burocrazia, non la burocrazia “in quanto classe”, a meno che non si voglia cadere nell’assurdo che un usciere del Ministro dell’Istruzione abbia lo stesso potere di un manager.

In sostanza la borghesia si collocava all’interno della burocrazia (e cioè all’interno dell’apparato del partito e dello Stato), ed esercitava il proprio dominio attraverso la mediazione della burocrazia stessa.

C’è un aspetto da non trascurare in quest’analisi, in altre parole il carattere transitorio della fase socialista, dove la dittatura del proletariato esige l’esistenza di due apparati sociali distinti e articolati: il partito e le organizzazioni di massa e l’apparato dello Stato.

L’apparato dello Stato aveva aspetti simili a quelli che esistevano nei paesi capitalisti: un governo, una pubblica amministrazione, una magistratura con propri carceri e tribunali, forze armate statali, polizie. Queste istituzioni da una parte erano in larga parte influenzate e in vario modo combinate dalla struttura dell’apparato del partito che li permeava con le sue istanze e con i suoi commissari politici che li controllava (in U.R.S.S. negli anni ’20 quest’istanza di controllo dell’apparato statale era l’Ispezione Operaia). Dall’altra mantenevano la natura di corpi separati dal resto della società, costituiti da professionisti staccati dai normali collettivi di lavoro, vincolati da disciplina e gerarchie proprie e agivano non in base alla mobilitazione popolare ma alla forza e ai mezzi che direttamente disponevano e secondo direttive e ordini provenienti dall’alto. In sostanza esiste un rapporto tra il nuovo e il vecchio. Il vecchio era costituito da uno Stato che era ancora uno Stato nel senso tradizionale, ma non lo era più completamente perché in un certo senso era il “braccio secolare” delle strutture del primo tipo. Non è per niente un caso che nella prima fase dei paesi socialisti, uno dei passi in avanti per il comunismo fu la mobilitazione delle masse (attraverso il partito e le organizzazioni di massa) ad assumere compiti nella pubblica amministrazione e nella vita pubblica in generale (insieme al ruolo dirigente del partito della classe operaia e la creazione di un sistema di dittatura del proletariato). Mentre sotto la guida dei revisionisti, ci fu la fine delle campagne di mobilitazione delle masse ad assumere nuovi e più ampi compiti in campo economico, politico e culturale (assieme alle misure che tutelavano la natura di classe del partito (“partito di tutto il popolo”) e del sistema politico (“Stato di tutto il popolo”) e l’apertura del partito e degli apparati dello Stato agli esponenti delle classi privilegiate.

È stata la debolezza politica e ideologica della sinistra del Movimento Comunista Internazionale, dei compiti che bisognava avere nel periodo che va dal 1945/1975, che è stato un periodo di ripresa e sviluppo dell’accumulazione del capitale e quindi di ampliamento dell’apparato produttivo, di quali misure bisognava portare avanti in questo periodo, che ha favorito il successo del revisionismo.

Il movimento marxista-leninista degli anni ‘60/70 commise l’errore di privilegiare la critica che metteva sul piano della sovrastruttura (la politica e la cultura) e in secondo piano la struttura economica. Tutto ciò portò una critica idealistica ai revisionisti.

La presa del potere da parte dei revisionisti, con tutte le misure politiche prese, è stata l’inizio della restaurazione del Modo di Produzione Capitalistico. “L’esperienza storica ci dimostra inoltre che davanti alle vittorie che la dittatura del proletariato una dopo l’altra, la borghesia finge di accertare questa dittatura, ma in realtà continua a lavorare per la restaurazione della dittatura del proletariato. E precisamente ciò che hanno fatto Kruscev e Breznev. Essi non hanno cambiato il nome dei soviet, ne quello del partito di Lenin, né quello della repubblica socialista, ma sotto la copertura di questi nomi da essi conservati hanno svuotato la dittatura del proletariato del suo contenuto e ne hanno fatto una dittatura della borghesia monopolista contro i soviet, contro il partito di Lenin e contro la repubblica socialista”.[72]

Il Movimento Comunista Internazionale deve prendere coscienza della minaccia mortale che comporta la decomposizione. Non bisogna nascondere a se stessi l’estrema gravità della situazione mondiale. Inoltre sarebbe sbagliato ritenere che sia la decomposizione, sia anche un passaggio necessario verso la rivoluzione proletaria.

All’inizio la decomposizione ideologica colpisce evidentemente la classe capitalista stessa e per contraccolpo, gli strati di piccola borghesia che non hanno alcuna autonomia.

Solo il proletariato porta in sé una prospettiva per l’umanità e, in questo senso, è al suo interno che esiste la maggiore capacità a resistere a questa decomposizione. Tuttavia neanche lui è risparmiato, in particolare perché la piccola borghesia a contatto con esso vive ne, è il principale veicolo. I diversi elementi che costituiscono la forza del proletariato si scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione ideologica sono:

 

  • L’azione collettiva, la solidarietà, contro l’atomizzazione, il “ciascuno per sé”, “l’arrangiarsi individuale”.
  • Il bisogno di organizzazione contro la decomposizione sociale, la distruzione dei rapporti su cui poggia l’attuale società
  • La fiducia nell’avvenire e nelle sue forze continuamente minate dalla disperazione, dal nichilismo, dalla “mancanza di futuro”.
  • La coscienza, la lucidità, la lucidità, la coerenza e l’unità del pensiero, l’inclinazione per la teoria ha difficoltà ad affermarsi di fronte alla fuga nelle chimere, alla droga, alle sette, al misticismo, al rigetto della riflessione e alla distruzione del pensiero che caratterizza la nostra epoca.

 

Perciò è importante avere coscienza della posta in gioco nella situazione attuale, in particolare i pericoli mortali che la decomposizione fa correre all’umanità. Il proletariato deve essere determinato a continuare, sviluppare e unificare la propria lotta di classe.

Il crollo del blocco dell’Est si è imposto a un proletariato che non aveva raggiunto il livello necessario, per essere capace di reagire sul terreno della lotta di classe ad un avvenimento storico di tale portata.

L’enorme campagna ideologica mistificatoria che ha fatto seguito del blocco dell’Est sulla “morte del comunismo” che la Borghesia Internazionale ha sviluppato in quest’occasione ha avuto un impatto negativo sulla coscienza di classe, che è l’elemento fondamentale per la capacità della classe operaia di sviluppare una prospettiva, di mettere avanti uno scopo globale della lotta.

Il crollo del blocco dell’Est ha portato un colpo alla classe in due maniere:

 

  • Ha permesso alla borghesia di sviluppare tutta una serie di campagne sul tema della “morte del comunismo” e della “fine della lotta di classe” che ha profondamente intaccato la capacità della classe di situare le sue lotte nell’attesa della costruzione di una nuova società, ergendosi a forza autonoma e antagonista al capitale. La classe operaia non avendo giocato un ruolo negli avvenimenti del 1989-91, è stata intaccata profondamente il suo livello di fiducia in se stessa.
  • Nello stesso tempo il crollo del blocco dell’Est ha aperto le porte a tutte le forze della decomposizione che stavano alla sua origine sottoponendo sempre di più la classe alla putrida atmosfera del “ciascuno per sé”, alle influenze nefaste dei vari fondamentalismi religiosi, della criminalità organizzata, ecc. In più la borghesia è stata capace di rivolgere contro la classe operaia, le manifestazioni della decomposizione del suo sistema. Esempi tipici sono stati l’affare Dutroux in Belgio e Mani Pulite in Italia, dove le sporche pratiche delle cricche borghesi sono state usate come pretesto per trascinare le masse proletarie in una vasta campagna democratica per un “governo pulito”. L’utilizzazione della mistificazione democratica è diventata sempre più sistematica perché essa è allo stesso tempo la “logica conclusione della fine del comunismo” (ovviamente secondo la borghesia) e costituisce uno degli strumenti ideali per accrescere l’atomizzazione della classe (e favorire l’identificazione con lo Stato borghese). Le guerre provocate dalla decomposizione (come quella dell’ex Jugoslavia) hanno avuto l’effetto di aumentare il senso d’impotenza nel proletariato, il sentimento di vivere in un mondo crudele e irrazionale nel quale non c’è altra soluzione che quella di nascondere la testa nella sabbia.

 

La situazione dei disoccupati mostra con chiarezza i problemi che pongono oggi alla classe. Sotto il peso della decomposizione si è visto che è stato sempre più difficile per i disoccupati sviluppare proprie forme collettive di lotta e di organizzazione, essendo essi particolarmente vulnerabili agli effetti più distruttivi della decomposizione (atomizzazione, delinquenza, ecc). E questo è vero in particolare per i giovani disoccupati, che non hanno mai fatto l’esperienza lavorativa.

Allo stesso tempo questa influenza negativa è stata aggravata dalla tendenza del capitale a deindustrializzare i suoi settori tradizionali – siderurgia, tessile ecc.[73]– dove gli operai hanno una lunga esperienza di lotta di classe.

Nonostante, questi pericoli per la classe operaia di essere schiacciata in questo processo di decomposizione (pericoli che non possono e devono essere sottostimati), la capacità del proletariato di lottare, di reagire al declino del sistema capitalistico non è sparita, e di passare all’offensiva strategica.

 

 

 

 

CONCLUSIONI

 

L’attuale crisi è cominciata nella metà degli anni ’70 ed è una crisi generale del capitalismo.

La crisi è generale giacché non riguarda alcuni aspetti, ma il complesso della società. Come dicevo all’inizio si tratta di una crisi economica, quindi di una crisi politica e di una crisi generale.

Perciò all’ordine del giorno ci sono, da una parte, la soluzione borghese (la guerra) e dall’altra, la soluzione proletaria della crisi (la rivoluzione). Quello che si è aperto dalla metà degli anni ’70 è lo svilupparsi di un periodo storico determinato da guerre, profondi rivolgimenti e laceranti conflitti di classe su scala nazionale e internazionale e soprattutto creato le premesse fondamentali per una nuova ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

[1] J. Fourastiè, Les trente glorieuses, ou la révolution invisibile, Paris, Fayard, 1996.

 

[2] S. Guarracino, Storia degli ultimi cinquant’anni, Milano, Bruno Mondadori, 1999, pp. 135-140.

 

[3] Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1997, p. 307.

 

[4] Il “rapporto Mollis” premesso a uno studio della Chase Econometrics, affermava che nei primi anni ’70 che “il periodo di stabile crescita economica che va dal 1964 al 1973 sarà giudicato per quello che realmente è stato una aberrazione (citato da L. Maitan, La grande depressione (1929-32) e la recessione degli anni ’70, Roma, Savelli, 1976.

 

[5] R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Torino, Einaudi.

 

[6] Diciamo cosiddetta la decolonizzazione avviata dai paesi colonialisti dopo la seconda guerra mondiale, perché essa non fu un frutto spontaneo o un gesto unilaterale da parte dei paesi colonialisti. Essa fu sottoprodotto del grande magma sociale, prodotto da avvenimenti come la caduta di Mukden nelle mani dell’Armata Rosso Cinese nel 1948, come la rivolta del Madagascar contro il colonialismo francese costata decine di migliaia di morti ai malgasci, la cacciata della monarchia in Egitto, la lotta di liberazione algerina che diede un carattere rivoluzionario a questo movimento anticoloniale (anche se in gran parte dei movimenti politici che guidavano la lotta, avevano posizioni nazionaliste borghesi). L’importanza di questi processi rivoluzionari dei paesi del Tricontinente, è confermato dal loro prolungamento nelle metropoli imperialiste, la talpa della rivoluzione dentro un processo di radicalizzazione della lotta di classe fece una apparizione premonitrice sia in Belgio, sulla scia del movimento di Lumumba nel Congo, che nel maggio 1968 in Francia in seguito al crollo della potenza coloniale francese e in Portogallo nel 1974 in seguito alla lotta antimperialista dell’Angola, del Mozambico e della Guinea.

 

[7] Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1997, p. 306.

 

[8] A titolo di esempio, in Giappone la popolazione contadina è passata dal 52,4% del 1947 al 9% del 1985.

 

[9] Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1997, p. 365.

 

[10] Nell’estensione del lavoro salariato andrebbe fatta una distinzione tra classe operaia e il resto dei lavoratori dipendenti, la classe operaia si distingue dalla massa dei lavoratori dipendenti perché essa scambia la sua forza lavoro contro capitale, ciò a differenza dei dipendenti degli enti pubblici che scambiano la loro forza lavoro contro reddito (anche se il contenuto del loro lavoro potrebbe essere il medesimo). La differenza fondamentale tra le due situazioni sta nel fatto che per il lavoratore che scambia la sua forza lavoro contro capitale, la misura del suo scambio (il salario) e le forme dell’erogazione della sua capacità lavorativa sono determinate da leggi che si impongono anche al capitalista come necessarie e quindi socialmente oggettive.

[11] D. Giachetti e M. Scavino, La Fiat in mano agli operai – l’autunno caldo del 1969; Pisa, BSF Edizioni 1999, p. 7..

[12] E tutta l’esperienza storica che mostra che la lotta antimperialista di mass e sempre stata (dal Messico 1910-1938, e per il Medio Oriente la stessa tiepida “rivoluzione costituzionale “di Moaaqued in Iran 1951-53) parte costituente della lotta di classe internazionale e locale assieme alla lotta per la ripartizione della rendita petrolifera che non è stato un fatto che ha riguardato solamente gli sceicchi e i petrolieri. Il movimento delle nazionalizzazioni più radicali è stato tutt’uno con la scesa in campo degli sfruttati arabi e mediorientali (pensiamo alla detonazione per via in insurrezionale della monarchia hashemita in Iraq nel 1958, della guerra rivoluzionaria per la liberazione nazionale algerina 1954-1962, e anche la rivoluzione “dall’alto” libica del 1969 è avvenuta in un contesto di forti lotte operaie)e più ancora le congiunture inerenti al prezzo del petrolio (1973, 1979, 1990) sono state anche dei momenti centrali per la seconda fase della rivoluzione democratica antimperialista nel mondo arabo-islamico.

 

[13] La produttività degli USA calò dal 3,2% medio anno del 1946-1968 all’1,95          del 1968/1972 (e allo O,7% del 1972-1979), mentre l’Europa e il Giappone mantenevano tassi di sviluppo più alti di quelli americani. Le quote di mercato perse dagli USA (meno 23% rispetto agli anni ’60) sono state conquistate quasi per intero dalla Germania Federale e dal Giappone.

[14] L’OPEC è la sigla dell’organismo che raggruppa i paesi esportatori di petrolio. Fondata nel 1960 a Baghdad da Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait e Venezuela. In seguito vi hanno aderito paesi.

 

[15] In Iran, poi, il proletariato è stato la forza decisiva e la spina dorsale della rivoluzione. Non solo, ma è stata, sebbene sconfitta un passaggio importante per la Rivoluzione Proletaria Internazionale, non bisogna scordare che i lavoratori crearono gli shoraz, strutture consigliari simili assimilabili ai Soviet.

[16] Il debito pubblico dei paesi imperialisti arrivò proprio in questo periodo, cifre strabilianti da rendere la vita difficile ai governi e alle autorità monetarie, che erano in difficoltà a effettuare delle manovre congiunturali di politica economica.

[17] L. Thurow, Testa a testa, Usa, Europa e Giappone. La battaglia per la supremazia economica nel mondo, Milano, A. Mondadori, 1992.

 

[18] La Pirelli di li ha attivato un processo di produzione degli pneumatici in conformità a “minifabbriche”, in grado di produrre un pneumatico ogni tre minuti, con aumenti di produttività all’ordine del gell’80% e di efficienza degli impianti del23%. I consumi di energia sono ridotti al 25% e la redditività aumentata di oltre il 40%. Le lavorazioni passano da 14 a tre ed è possibile cambiare articolo secondo le richieste in 20 minuti. Le minifabbriche sono molto flessibili, collocabili in modo da modulare sul territorio secondo le esigenze del mercato di riferimento. Gli impianti tascabili occupano inferiori dell’80% rispetto a quelli tradizionali e possono perciò essere piazzati con facilità dove servono (S. Bologna, Pirelli, la rivoluzione in fabbrica, Corriere della Sera del 22.12.1999).

[19] The Economist, Il Mondo in cifre 2000, Internazionale, Roma, 1999.

[20] L’Europa in cifre 1999. Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, Il Sole 24 ore, 1999.

 

[21] M. Hunter, Tempo di vita, nuovo sogno americano, Le Monde diplomatique, 1999.

 

[22] A. Bonomi, Modello renano nel caos sociale, Corriere economia dell’08.11.2009.

[23] A. Sacchi, La contrattazione collettiva in Europa tra corporativismo conflittuale e corporativismo consociativo, altreragioni n. 7 1998.

 

[24] W. McTell, Dinamica della crisi politica della composizione di lasse negli Stati Uniti, altreragioni, n. 5 del 1996,

 

[25] Andrew Glyn, Capitalismo Scatenato, Globalizzazione, competitività e welfare, Francesco Brioschi Editore.

[26] E. N. Luttwak, La dittatura del capitalismo, Arnoldo Mondadori, 1999.

 

[27] M. Hunter, Tempo di vita, nuovo sogno americano, Milano, Le Monde diplomatique, novembre 1999.

 

[28] S. Guarracino, Il novecento e le sue storie, Milano, Bruno Mondadori, 1997.

 

[29] Secondo uno studio della Kpmg Corporate Finance, società di consulenza, ripreso da Le Monde diplomatique del 20.08.1999, nel corso del primo trimestre del 1999, sarebbero state effettuate circa 2500 operazioni di fusioni-acquisizioni per un ammontare di 411 miliardi di dollari di dollari con un rialzo del 68% rispetto al primo trimestre del 1998.

 

[30] Le tigri asiatiche sono il nome che è stato attribuito verso la fine degli anni ’90 principalmente a 4 paesi asiatici (Taiwan, Sud Corea, Singapore e Hong Kong) per via del loro ininterrotto sviluppo degli ultimi decenni, anche se questo termine si può riferire alla maggioranza dei mercati in rapida crescita nell’estremo oriente. Il termine Quattro Dragoni è stato spesso usato come sinonimo di tigri asiatiche e si riferisce alle stesse quattro nazioni. Alle quattro economie emergenti maggiori dell’area si sono affiancate le cosiddette tigri minori o piccole tigri ovvero altri quattro stati: Malesia, Indonesia, Thailandia e Filippine.

[31] Dal luglio 2008, il governo cinese ha deciso un aumento dei diritti di dogana sulle merci importate per stimolare i costruttori stranieri a sviluppare la loro produzione locale.

 

[32] http://french.peopledaily.comen/Economie/6864541.html

 

[33] le statistiche ufficiali cinesi sono consultabili online su www.fdi.gov.cn.

[34] Financial Times, 23/08/2010

 

[35] Questo blocco era profondamente integrato nel mercato mondiale. Prendiamo come esempio la Polonia. Secondo Business Week del 1981 la Polonia importò negli anni ’70 beni capitali per 10 miliardi di dollari. Questo enorme import di mezzi di produzione doveva sviluppare una produzione per il mercato interno e alimentare un crescente flusso di export di manufatti e di materie prime. Per sviluppare il nuovo apparato industriale, la Polonia aveva bisogno di essere finanziata dalla Russia o dalle banche. Ma la Russia non era in grado di farlo, al massimo poteva riciclare dei prestiti che riceveva dalla finanza occidentale. Il Newsweek del 4 gennaio 1981 fa ammontare il debito polacco a 26,3 miliardi di dollari. Il governo polacco era debitore a istituzioni pubbliche e private della Germania Federale (4,1), degli USA (3,1), della Francia (2,6), dell’Austria (1,8), della Gran Bretagna (1,8), del Brasile (1,5), dell’Italia (1,1), del Giappone (1,1), del Canada.

In molti paesi dell’Est nel decennio ’60 e ’70 si procedette a industrializzazioni poco meditate, senza valersi di economie in grande e i vantaggi che sarebbero potuto essere ottenuti se si fosse attuata una divisione del lavoro socialista. Per finanziare questa industrializzazione si è fatto ricorso all’indebitamento esterno con i paesi capitalisti in questo modo si è giunti a una situazione nella quale si sono variati dei veri piani di austerità tanto duri come quelli applicati nel cosiddetto Terzo Mondo dal Fondo Monetario Internazionale, che hanno suscitato il malcontento delle masse operaie e popolari.

Quando dalla metà degli anni ’70 con l’avvio della crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale, i capitali cercavano nuovi mercati per valorizzarsi, questo è stato uno degli elementi determinanti del crollo dei regimi revisionisti poiché la borghesia internazionale (ma anche quella russa presente negli apparati del partito e dello Stato), aveva bisogno di una sovrastruttura politica funzionale alla situazione economica in atto (bisognava privatizzare per creare maggiori campi per gli investitori di capitale).    

[36] L’esperienza del Partito Comunista del Perù (PCP) dal nostro punto di vista è importante per due motivi:

 

  • Perché lanciò nel 1980 la guerra popolare, a fronte dei pesanti arretramenti che stava subendo il Movimento Comunista Internazionale, soprattutto a causa della presa del potere dei revisionisti in Cina nel 1976, che da quel momento cessò di essere una Base Rossa per la Rivoluzione Proletaria Mondiale.
  • Il PCP ha fatto (e sta conducendo tuttora) una battaglia politica a livello internazionale sul riconoscimento del maoismo che terza tappa del pensiero comunista (la prima Marx ed Engels, la seconda Lenin e Stalin). Fu una battaglia lunga e tormentata che il PCP fece in maniera tenace e coerente. Nell’autunno del 1980, tredici Partiti e organizzazioni comuniste sottoscrissero una dichiarazione con la quale chiamavano i comunisti ad unirsi attorno a marxismo leninismo ed assumere il pensiero di Mao, senza però considerarlo una nuova tappa e senza dargli un valore universale, questa operazione fu condotta principalmente dal Partito Comunista Rivoluzionario degli USA (PCR degli USA). Nel 1982 il PCP fu il primo Partito Comunista che assunse il maoismo come terza e superiore tappa dell’ideologia del proletariato internazionale. Nel 1983 il PCR degli USA si legò al PCP e lo invitò a sottoscrivere la dichiarazione del 1980, il PCP non fu d’accordo perché non in questa dichiarazione non si considerava (in questi termini) il pensiero di Mao. Nel marzo 1984 si portò a termine la Seconda Conferenza di queste organizzazioni nella quale sci si accordò sulla formazione del Movimento Rivoluzionario Internazionalista (MRI) e fu approvata una dichiarazione congiunta nella quale si affermò della necessità di unirsi attorno al marxismo-leninismo-pensiero di Mao. Il PCP firma la dichiarazione, con osservazioni, la più importante è quella inerente alla validità generale della guerra popolare, espressione della teoria militare del proletariato che con Mao la classe ha plasmato in maniera completa. Il PCP continuò a sviluppare la lotta per il maoismo in seno al MRI, ed è così che nel 1993, tutto il MRI prese posizione per il marxismo-leninismo-maoismo come terza e superiore tappa del marxismo.

 

 

[37] Sarebbe come credere che attraverso le banche sia possibile governare l’economia capitalista.

[38] Per accrescere la produttività del lavoro dei suoi operai, la borghesia ha dovuto rendere le forze produttive sempre più collettive, cioè tali che la quantità e qualità delle ricchezze prodotte dipende sempre meno dalle capacità personali (la durata del lavoro, la sua intelligenza, la sua forza ecc.). Esse dipendono invece sempre di più dall’insieme organizzato dei lavoratori, dal collettivo nell’ambito del quale l’individuo lavora. Dalla combinazione dei vari collettivi di lavoratori, dal patrimonio scientifico e tecnico che la società impiega nella produzione. In conseguenza il lavoratore isolato può produrre solo se è inserito in un collettivo di produzione (azienda, unità produttiva) ma nello stesso tempo crescono le condizioni perché crescano la produttività del lavoro.

 

[39] Nel 1999 negli USA è stato abolito il Gloss Steagal Act introdotto da Roosevelt nel 1933 proprio perché, oltre che separare le attività delle banche di affari da quelle commerciali, vietava a queste ultime l’emissione dei titoli di debito garantito dai depositi dei risparmiatori limitando così la produzione incontrollata di capitale fittizio.

 

[40] In molti paesi imperialisti, c’è il passaggio di diversi partiti “comunisti” (capofila il PCI), dal revisionismo (ossia il parlare della “via graduale e pacifica al socialismo”) all’essere un partito della sinistra borghese (non si parla più di socialismo – che pur senza crederci ed attuare politiche che andassero in questa direzione, si proclamava che rimaneva ‘0biettivo, ma si pongono come obiettivi la “questione morale”, il rilancio della “democrazia”, l’accettazione della NATO ecc.).

[41] Una ricostruzione dell’evento è data da un’intervento di Luigi Cavallaro, La congiura dei tecnici – All’origine della crescita del debito pubblico nel nostro paese c’è il divorzio consumato negli anni Ottanta tra Banca d’Italia e governo dell’economia per ripristinare il comando del capitale sulla società – Un percorso di lettura su Il Manifesto di sabato 29 settembre 20012.

 

[42] Termine corretto per definire la stragrande maggioranza dei paesi che appartengono al cosiddetto “Terzo Mondo”, si tratta delle vecchie colonie che sono diventati paesi politicamente autonomi ma dipendenti da un punto di vista economico.

[43] Oggi in tutti i paesi imperialisti, i beni e i servizi sono prodotti quasi tutti come merci (l’economia di autosufficienza, l’economia solidale ecc. sono fenomeni del tutto marginali) e in larga parte sono prodotti da aziende capitaliste (quantitativamente la produzione di merci fatta da lavoratori autonomi copre una modesta parte benché non trascurabile dell’intera attività produttiva, ma per di più i lavoratori autonomi sono largamente dipendenti autonomi dall’economia capitalista e dalle pubbliche autorità per gli strumenti, le materie prime, la tecnologia, lo smercio e le regolamentazione).

Le aziende capitaliste sono a loro volta legate per loro natura al capitale finanziario: indirettamente tramite le imposte, le tasse, i contributi, le tariffe e le regole dettate dalle pubbliche autorità che devono far fronte alla gestione del Debito Pubblico (il “servizio del Debito”) e delle finanze pubbliche (quindi dipendono del capitale finanziario); direttamente tramite il mercato delle proprie azioni e obbligazioni e il sostegno del loro corso, tramite il credito bancario e i relativi interessi, assicurazioni e garanzie, tramite il reperimento di nuovi capitali in borsa, tramite la partecipazione delle aziende e dei loro proprietari al capitalista finanziario (il settore finanziario delle aziende), tramite il cambio della moneta, tramite le commesse e gli appalti e tramite altre relazioni del genere di quelle indicate. Inoltre l’investimento finanziario fa concorrenza all’investimento produttivo e lo condiziona da mille lati perché entrambi fanno parte alla stessa classe: la borghesia. Quindi una volta che il capitale finanziario ha conquistato il predominio, l’economia reale non è in grado di opporsi efficacemente alle sue pretese.

[44] Spinte dalla concorrenza le imprese se non volevano essere spazzate via hanno investito in nuove tecnologie e modernizzato il capitale produttivo, tutto ciò ha causato un aumento fortissimo dei costi.

[45] Questa lenta ripresa della lotta di classe, è stata utilizzata dai sindacati con la pratica consolidata del recupero/pompieraggio, da una parte per un recupero di un rapporto con i lavoratori e dall’altra per incrementare e sviluppare la loro legittimazione rispetto alla borghesia e al suo Stato.

 

[46] Partecipò un quarto del proletariato danese a questo sciopero.

[47] Cina: epicentro emergente del conflitto operaio mondiale? di Beverly E Lu Zhang, articolo tratto da La lunga accumulazione originaria a cura di Devi Sacchetto e Massimiliano Tomba.

[48] Pensiamo al movimento di occupazione delle imprese e della relativa gestione da parte dei lavoratori. Tale movimento raggiunse almeno 120 imprese. Per coordinare le attività a livello nazionale tali imprese sorse nel 2001 il Movimento Nazionale delle Imprese Recuperate (MNER), che raggruppa la maggior parte delle imprese occupate.

 

[49] Vedere Link http://www.marxismo.net/amlat/incontro_latinam_1005.html, http://www.marxismo.net/amlat/riun_cogeven1005.html

 

 

[50] Tutto questo a prescindere dalle lotte armate indipendentiste – prima delle varie tregue e proposte di trattativa – in Euskadi e delle altre nazionalità che si trovano dello Stato spagnolo, in Irlanda del nord ed in Corsica, delle azioni di guerriglia in Germania da parte delle Cellule antimperialiste e di altre formazioni anche dopo lo scioglimento della RAF, così come in Francia (Franchi tiratori partigiani, ed altre formazioni), in Italia (BR-PCC, NPR, FR, ecc.), in Spagna (GRAPO) ed in Grecia (17 novembre, Lotta Rivoluzionaria).

[51] G. Turani, Multinazionali l’anno orribile delle super-giganti, in La Repubblica Affari & Finanza, 22/06/09.

 

[52] M. Calabresi, Un tetto due famiglie. La casa al tempo della crisi, La Repubblica, 17.02.09.

 

[53] V. Puledda, Nascosta la metà delle perdite bancarie, in La Repubblica, 26.112009.

 

[54] M. Panara, Mercati, lo tsunami del debito , in La Repubblica Affari & Finanza, 09.02.2009.

[55] V. Rampini, Le dieci cose che non saranno più le stesse, Mondadori, Milano, 2009.

 

[56] Un’avvisaglia in tal senso c’è stata a Londra all’inizio del 2009, dove un’asta di bonds fallisce. L. Franceschini, USA e Inghilterra allarme debito, a Londra fallisce un’asta BOT, La Repubblica, 26.03.2009.

 

[57] E’ meccanicistico vedere la distruzione delle forze produttive come condizione della ripresa. Bordiga portò alle estreme conseguenze questa tesi osservando che i paesi che escono con le ossa rotta da una guerra sono favoriti nella ripresa. Come dirò più tarsi in questo mio intervento, ritengo che questa sia una tesi errata. C’è da rilevare che i “miracoli” dei tre paesi vinti nella seconda guerra mondiale imperialista (Italia, Germania, Giappone) sono impensabili senza la funzione di traino all’economia mondiale svolta in quel periodo dagli USA, che erano nel 1945, la metà dell’economia mondiale, e che non avevano subito distruzioni belliche. In altre parole senza un meccanismo di accumulazione che tiri non si riparte, e poiché in questo periodo non c’è, dovrebbero intervenire a favore della Borghesia Imperialista per il rilancio dell’accumulazione San Gennaro assieme alle madonne di Lourdes e di Fatima.

[58] F.G. STEVENS, in Appendice a GRACCHUS, Guerre fiscali, De Donato, Bari 1980.

 

[59] L. Iezzi, Evasione, riciclaggio, corruzione, così i centri offshore gonfiano la crisi, in La Repubblica, 23.02.2009.

 

[60] A. Carlo, Studi sulla crisi della società industriale, Loffredo, Napoli, 1984, pp. 169

 

[61] A. Carlo, L’economia mondiale.

[62] N. Francalacci, Liberia per gli italiani un paradiso fiscale, ne Il Venerdì di Repubblica 01.05.2009.

 

[63] C. Stagnaro, Viva i paradisi fiscali! in supplemento al n. 4 di Limes 2009.

 

[64] Le imprese troveranno negli USA il paradiso fiscale perduto?, ne Il Venerdì di Repubblica, 22.05.2009.

 

[65] Allarme fondi pensione USA, servono altri 200 miliardi, in Finanza & Mercati, 06.01.2010.

[66] La più famosa e influente è senza dubbio la lobbie sionista.

 

[67] Da vedere Tremonti sul video http://www.youtube.com/watch?v=I4e5BK_01YU dove parla di “illuminati” che gestiscono la globalizzazione creando guasti. Un’ipotesi è che gli interessi borghesi sacrificabili cominciano a lamentarsi per essere tagliati fuori.

 

[68] B. Ardù, E. GRION, Allarme OCSE.

[69] M. Marzocco, Un salvataggio da 23 mila miliardi, ne Il Sole 24 Ore, 22.03.2009.

 

[70] Nella Seconda Internazionale questa lotta fu condotta da Engels, essendo Marx morto nel 1883.

[71] Con la lotta contro il revisionismo moderno, il Movimento Comunista Internazionale raggiunse una maggiore consapevolezza della lotta fra le due linee. E questo è uno dei motivi che il maoismo è la terza tappa del pensiero comunista.

[72] LA DITTATURA COMPLETA SULLA BORGHESIA (aprile 1975). Opere di Mao Tse-Tung vol. 25, Ed. Rapporti Sociali.

[73] Ma anche non tradizionali come i call center, trasferiti in Nord Africa e in India.

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~ di marcos61 su ottobre 5, 2016.

2 Risposte to “SULLA CRISI ATTUALE: IL CAPITALISMO VERSO IL SUO CROLLO FINALE O CI TROVIAMO DI FRONTE ALLA SUA DECOMPOSIZIONE?”

  1. HO bisogno di farti valutare alcune cose oggetto di PROVA DIRETTA e di costruire una permanente collaborazione con te , vista la assonanza e integrazione quasi completa dei sistemi informativi, i tuoi più accurati in ambito “militare” e segreto .. scegli tu il canale sapendo che ho tutto a disposizione telegram compreso e che il mio cell è di pubblico dominio .. attendo

  2. Caro compagno vedi ciò che è sotto i nostri occhi non è tutto. Per esempio l’esportazione del modello capitalistico occidentale in America Latina nei ’50 e ’60, in Sud Est Asiatico nei ’70, ’80 e ’90, ora vede l’espansione in Africa ad opera …. della Cina !!! In realtà verso il crollo non si va senza una rivoluzione proletaria mondiale poiché con il ricatto della fame finché ci sono braccia per lavorare per nemmeno 100 euro al mese, si capisce che hanno profitto. Il tuo ragionamento analitico tuttavia è molto più serio e sottile e dimostriamo scientificamente che non c’è via di fuga alcuna per questo marcio sistema capitalistico che anche se fa oggi ricchi 1000 nuovi capitalisti, ne distrugge 10000 allo stesso momento.

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