ANATOMIA DELLA POLITICA ITALIANA ATTRAVERSO L’ECONOMIA: DAL SECONDO DOPOGUERRA A BERLUSCONI

 

 

 

 

 

Per fare una ragionamento serio sull’Italia bisogna partire dal fatto che la borghesia italiana, sotto l’egida della monarchia dei Savoia ha unificato il paese e costruito lo Stato italiano eliminando le altre monarchie presenti nella penisola non toccando però il Vaticano. Questo fatto facilitò la conservazione nel nostro paese di altri centri di potere, a partire dalle organizzazioni criminali che avevano una base territoriale (mafia, camorra, n’drangheta).

Dal Concordato (1929) fino alla fine della seconda guerra mondiale il Vaticano aveva condiviso con la monarchia dei Savoia la direzione del paese. Quando quest’ultima fu travolta dalla complicità con il fascismo, il Vaticano divenne il governo di fatto, occulto, irresponsabile e in ultima istanza la direzione ufficiale del paese.

Un altro aspetto determinante per capire la vita politica italiana è quello che fu chiamato “regime democristiano”, si affermò grazie alla forza degli imperialisti USA (che comunque si impiantarono stabilmente in Italia anche con proprie strutture: agenzie spionistiche, basi militari ecc.), alla disperazione della borghesia italiana debilitata dalla sconfitta del fascismo e alla convergenza delle organizzazioni criminali. Ma soprattutto il PCI, anziché guidare la classe operaia e le masse popolari a continuare la lotta per instaurare un nuovo ordinamento sociale conforme ai loro interessi, presentò il nuovo regime come un regime democratico fondato sulla volontà popolare, accettò di fare della costituente e della redazione della Costituzione il terreno principale dello scontro tra le classi oppresse e le classi dominanti (che così guadagnarono tempo per consolidare le proprie posizioni di forza fino a poter disattendere le promesse e gli impegni scritti nella Costituzione, che quindi restarono lettera morta salvo quelli imposti con dure lotte da parte della classe operaia), liquidò via via la forza politica e militare che la classe operaia e le masse popolari avevano raggiunto con la lotta partigiana culminata nella Resistenza contro i Nazifascisti (1943-1945).

Il Vaticano oltre a governo di fatto del nostro paese, ha propri interessi particolari di tipo economico, contrapposti a quelli di altri gruppi dominanti (è infatti al centro di una rete mondiale di proprietà immobiliari, di speculazioni finanziarie, di banche e assicurazioni ecc.), persegue in Italia (e nel mondo) obiettivi legati alla sua egemonia ideologica e morale sulle masse popolari.

Il caso Calvi-Ambrosiano fece emergere in modo chiaro e significativo che la Chiesa Cattolica, più che una grande forza morale, è un elemento centrale nella creazione e nello scioglimento di alleanze finanziarie, bancarie e industriali; ieri in base ad ambigue contiguità, oggi in base alla doppia loyalty di banchieri e governatori centrali rispetto a realtà come l’Opus Dei.

   A partire dalla vicenda Calvi-Ambrosiano, l’alleanza tra Chiesa Cattolica e grande capitale bisogna considerarlo come un dato storicamente acquisito.

   Si potrebbe prendere come esempio di quest’alleanza analizzare i legami tra il Vaticano e il mondo bancario. Per capire questi complessi rapporti non si può prescindere dalle origini dello Ior.

Lo Ior ha come antenato la Commissione Ad pias causas, istituita nel 1887 da Leone XIII al fine di convertire le offerte dei fedeli in un fondo facilmente smobilizzabile. La prima riforma delle finanze vaticane risale al 1908, quando su iniziativa di Papa Pio X l’istituto assume il nome di Commissione amministratrice delle Opere di Religione. Ma è soprattutto con Mussolini che decollano le fortune economiche del Vaticano, in particolare quando il duce risolve la cosiddetta “questione romana”, ossia la decisione di annettere gran parte delle proprietà pontificie presa nel 1870 dal Regno d’Italia. Da allora lo Stato garantirà al Vaticano la sovranità nel suo territorio e un sussidio di 3.250.000 lire annue. Ma all’indomani dei Patti Lateranensi del 1929 l’Italia, oltre a riconoscere il nuovo Stato denominato Città del Vaticano l’esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importanti, predispone un risarcimento per i “danni” finanziari subiti dallo Stato pontificio in seguito alla fine del potere temporale. L’art. 1 lo quantificava nella “somma di 750 milioni di lire e di ulteriori azioni di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire”.[1]

Per gestire questo immenso patrimonio papa Pio XI istituisce l’Amministrazione speciale per le Opere di Religione, che affida a un laico esperto, l’ingegner Bernardino Nogara, un abile banchiere proveniente dalla Comit, membro della delegazione che, dopo la prima guerra mondiale, negoziò il trattato di pace e, successivamente, delegato alla Banca Commerciale di Istanbul. Grazie alla sua abilità, Nogara trasformò l’Amministrazione in un impero edilizio, industriale e finanziario. Le condizioni che il banchiere pose a Pio XI per accettare l’incarico di gestire pose a Pio XI per accettare l’incarico di gestire il patrimonio del Vaticano erano due: “1. Qualsiasi investimento che scelgo di fare deve essere completamente libero da qualsiasi considerazione religiosa o dottrinale; 2. Devo essere libero di investire i soldi del Vaticano in ogni parte del mondo”.[2]

Il Papa accettò e si apri così la strada alle speculazioni monetarie ed altre operazioni di mercato nella Borsa valori, compreso l’acquisto di azioni della società che svolgevano attività in netto contrasto con l’insegnamento cristiano: “Prodotti come bombe, carri armati, pistole e contraccettivi potevano essere condannati dal pulpito, ma le azioni che Nogara comprava aiutarono a riempire le casseforti di San Pietro”.[3]

Nogara rilevò l’Italgas fornitore unico in molte città italiane, e fece entrare nel consiglio di amministrazione, come rappresentante del Vaticano, l’avvocato Franco Pacelli, fratello del cardinale Eugenio che poco dopo diventerà papa e assumerà il nome di Pio XII. Grazie alla gestione di Nogara, il Banco di Roma, il Banco di Santo Spirito e la Cassa di Risparmio di Roma entrarono a far parte dell’ambito di influenza del Vaticano.

Quando nel 1935, Mussolini ebbe bisogno di armi per la guerra di Etiopia, una considerevole quantità fu fornita da una fabbrica di munizioni che Nogara aveva acquisito per il Vaticano.

Il 27 giugno 1942 Pio XII decide di cambiare nome all’Amministrazione speciale per le Opere di Religione che diventa Istituto per le Opere di Religione (IOR). Nasce così un ente bancario dotato di un’autonoma personalità giuridica e che si dedicherà non soltanto al compito di raccogliere beni per la Santa Sede, ma anche a quello di amministrare il denaro e la proprietà ceduti o affidati all’Istituto stesso da persone fisiche o giuridiche per opere religiose o di “carità cristiana”.

Il 31 dicembre 1942 il ministro delle Finanze del governo italiano Paolo Thaon di Revel, emise una circolare in cui si affermava che la Santa Sede era esonerata dal pagare le imposte sui dividendi azionari.

Nogara continuò a lavorare per accrescere le risorse del Vaticano. Già dai primi del XIX secolo i Rothschild di Londra e di Parigi trattavano con il Vaticano, ma con la gestione Nogara gli affari e i partener bancari aumentarono vertiginosamente: Credit Suisse, Hambros Bank, Morgan Guarantee Trust, The Banker Truts di New York (di cui Nogara si serviva quando voleva comprare e vendere titoli a Wall Street), Chase Manhattan, Continental Illinois National Bank. E Nogara assicurò al Vaticano partecipazioni in società che operavano nei settori più diversi: alimentare, assicurativo, acciaio, meccanica, cemento e beni immobili. Un susseguirsi di successi finanziari senza precedenti per il Vaticano.

 

PARTE PRIMA

 

IL SISTEMA POLITICO ITALIANO NEGLI ANNI DLLA RICOSTRUZIONE E DEL MIRACOLO ECONOMICO (1945-1970). FONDAMENTO E NATURA DEL COSIDDETTO CONSOCIATIVISMO DC-PCI

 

 

 

Spesso e volentieri in molta pubblicistica di sinistra e di estrema sinistra la DC è stata rappresentata come una partito clientelare e per certi versi arcaico, molto più un peso per lo sviluppo economico che non un elemento fondamentale dello sviluppo stesso, il cui merito andrebbe all’economia cresciuta malgrado la DC.

Indubbiamente in queste analisi c’è una parte di verità, ma trascura l’elemento fondamentale della natura della DC come un grande partito conservatore di massa, che ha saputo interpretare le esigenze dello sviluppo capitalistico e la necessità di coniugare insieme sviluppo economico e consenso sociale. Per capire cosa sia un moderno partito conservatore di massa bisogna partire da un brano avveniristico di Marx che scriveva nel 1862, a proposito dello sviluppo dei ceti medi: “…in seguito al macchinismo in generale, allo sviluppo della forza produttiva degli operai, il reddito netto, il profitto e la rendita crescono a tal punto, che la borghesia ha bisogno di più servidorame di prima (…) Questa progressiva trasformazione di una parte degli operai in servitori è una bella prospettiva. Egualmente consolante per essi, è sapere che in seguito all’accrescimento del prodotto netto, al lavoro improduttivo si aprono nuove sfere, che vivono del loro prodotto, ed il cui interesse più o meno rivaleggia nel loto sfruttamento, con quello delle classi direttamente sfruttatrici”.[4]

Da questa analisi derivano alcuni corollari: la classe dominante può allearsi con i ceti medi e con l’aristocrazia operaia (che si considera come status sociale assimilabile al ceto medio) rendendoli compartecipi in certa misura dello sfruttamento del lavoro operaio: la marcia dei 40.000 a Torino evidenziava come i quadri FIAT si sentissero molto più vicini al padrone che non agli operai. Questa politica delle alleanze, però necessita di strumenti operativi per essere realizzata e cioè del partito conservatore di massa, il che è tanto più vero nel XX secolo poiché il suffragio universale si è generalizzato. Nascono allora i grandi partiti di centro come la DC italiana e tedesca, che sono dichiaratamente interclassisti, si rivolgono cioè a tutte le classi sociali, per quanto accettino sia in maniera implicita che esplicita come orizzonte organico il capitalismo. I politologi le definiranno “partiti pigliatutto” che si rivolgono cioè a tutte le classi e a tutto l’elettorato. Questi partiti, però, nel secondo dopoguerra non erano meramente conservatori, ma propugnavano riforme, necessarie ad avere il consenso di ampi strati sociali e questo li avvicina alle socialdemocrazie. De Gasperi dirà che la DC è un partito di centro che guarda verso sinistra e ciò non valido solo per la DC italiana. Il piano Beveridge, che è il simbolo del riformismo postbellico, fu realizzato dai laburisti inglesi, ma fu concepito da un lord liberale e fu sottoscritto da un gruppo di 36 deputati tories che si definivano “tories reformers[5] evidentemente, da un punto di vita logico formale essere conservatori e nello stesso tempo riformatori poteva parere strano se non tiene conto dell’esperienza della grande crisi e della sfida comunista, ovvero dell’avanzata della Rivoluzione Proletaria Mondiale che proprio nel secondo dopoguerra raggiungeva l’equilibrio strategico (formazione del campo socialista, rivoluzione in Cina, avanzata delle lotte di liberazione nazionale), che imponeva al Capitale di modernizzarsi salvando il profitto e allargando il consenso sociale al sistema, anche perché i salari e i consumi erano necessari ad impedire che si formasse una forbice troppo larga tra investimenti e consumi che portasse a un altro 1929.

In Germania la DC di Adenauer accettò le tesi di un economista liberale (Roepke) che sosteneva la necessità di un’economia sociale di mercato, il cui mercato dovesse realizzare i fini sociali, come il pieno impiego, ed in cui il potere politico poteva intervenire tutte le volte in cui il mercato funzionava male e si allontanava dalla realizzazione dei fini “sociali”[6] di cui sopra; in Inghilterra i conservatori tornati al governo nel 1951, non annullarono ma conservarono le riforme dei laburisti come fecero negli USA i repubblicano tornati al potere nel 1952 e che non toccarono il welfare state realizzato negli anni di Roosevelt, anzi la tassazione progressiva raggiunse il suo picco nel 1957 (con il 91% di aliquota massima) quando alla Casa Bianca c’è un vecchio un vecchio generale repubblicano diventato Presidente degli USA.

E il tanto sbandierato riformismo della socialdemocrazia? Un giudizio storico sulla natura e sui limiti della socialdemocrazia non può non partire con una riflessione sul bilancio di questo movimento politico.

Ciò che distingueva i partiti dalla Seconda Internazionale – per la maggior parte di loro tacitamente sino alla Prima guerra mondiale, in modo del tutto esplicito in seguito – era la strategia che essi invocavano per raggiungere il socialismo. Il vero socialismo, sostenevano, può essere realizzato solo attraverso un processo politico graduale, pacifico e costituzionale.

Ebbene questa, strategia non ha mai avuto nessuna applicazione. La socialdemocrazia, subordinando ogni tipo di attività politica a quella elettorale, è stata spinta a contrastare o a soffocare il libero sviluppo di ogni iniziativa o ascesa popolare tutte le volte che questa rischiava di intralciare i suoi calcoli e la sua routine parlamentare.

E se guardiamo le esperienze dei governi socialdemocratici, esse si rilevarono profondamente e radicalmente diverse, rispetto alle loro teorizzazioni sui “passaggi graduali e pacifici al socialismo”. Fra le due guerre mondiali si limitarono a effettuare riforme sociali di minor peso e a prodursi in inefficaci tentativi di far rispettare l’ortodossia finanziare neoclassica. Una politica meno convenzionale fu attuata in Svezia per mantenere i livelli di occupazione, ma senza arrivare a creare un settore pubblico. Fino al 1939 in tutta l’Europa settentrionale non vi alcun governo socialdemocratico che nazionalizzasse anche una sola compagnia. Fu solo dopo la Seconda guerra mondiale che la socialdemocrazia cominciò ad adottare la teoria keynesiana: la manovra di una domanda anticiclica avrebbe provveduto a ristabilire il tasso di profitto per il Capitale e, simultaneamente a elevare il reale livello di vita delle masse, grazie all’espansione dei consumi interni provocata da uno Stato apparentemente neutrale. Lo “Stato del benessere” sostituisce la socializzazione come reale principio delle politiche socialdemocratiche: un completamento, non un’alternativa al capitalismo.

Nel trentennio che succedette alla seconda guerra mondiale ci fu un boom economico senza precedenti, esso creò le premesse materiali per i governi socialdemocratici di attuare il pieno impiego e promuovere i servizi sociali nei propri paesi. La proprietà pubblica fu circoscritta alle industrie deficitarie, destinate a provvedere a buon mercato l’accumulazione privata: un’economia marginale piuttosto che un’economia mista, che avrebbe potuto essere evitata quasi del tutto nel paese di maggior successo della socialdemocrazia nordica, la Svezia.

Il capitalismo usciva, allo stesso tempo, migliorato e rafforzato da questi governi socialdemocratici. La presenza di governi socialdemocratici al timone dello Stato non rappresentò il motivo determinante del relativo miglioramento delle condizioni di vita delle masse nei paesi capitalisti avanzati in quegli anni. Trasformazioni ben maggiori di questi livelli di vita si ebbero in Giappone o in Spagna, sotto governi conservatori e fascisti, piuttosto che in Gran Bretagna o in Norvegia, sotto governi laburisti: ciò che fu decisivo era il tasso di crescita globale del capitalismo nazionale preso in considerazione. Il keynesismo fu un invenzione del liberalismo borghese, non della socialdemocrazia, e avrebbe potuto essere usato da qualunque regime borghese a prescindere dalla sua forma politica (la sua prima importante applicazione la si ebbe da parte di Shacht, nella Germania nazista). Ciò che viceversa riuscì invece a realizzarsi in questi anni la socialdemocrazia fu, innanzi tutto, l’edificazione di quello, come si diceva prima, che fu definito “Stato del benessere” con autentiche conquiste materiali per la classe operaia – assistenza sanitaria, alloggi, educazione, pensioni – che non avevano equivalenti nei paesi a capitalismo avanzato senza una presenza socialdemocratica: USA e Giappone in testa. In secondo luogo, la socialdemocrazia riuscì a mantenere – anche quando più si sforzava di essere un Volkspartei (partito del popolo) nazionale – il senso di una separata identità di classe all’interno dei ranghi della classe operaia, in contrapposizione al capitale. Detto questo, bisogna dire che i risultati della socialdemocrazia sono stati caratterizzati da una costante mediocrità e conformismo. Nessun partito socialdemocratico è mai riuscito a creare un settore pubblico vasto quanto quello creato dal Partido Revolucionario Institucional (PRI) in Messico o a redistribuire il reddito come il peronismo in Argentina.

Tornando al riformismo della DC si può dire che, interpretò in Italia l’esigenza di una svolta europeista che fu un elemento fondamentale per il miracolo italiano. In Italia come in Europa, i grandi gruppi industriali che si sviluppavano sulla scia dello sforzo di ricostruzione che esige enormi risorse, avvertono i confini nazionali come un limite e quindi si mira ad allargare gli spazi economici e commerciali. In Europa nascono la CECA, l’Euratom ed il MEC (1957) e gli uomini della DC italiana e tedesca sono all’avanguardia del processo (De Gasperi, Fanfani e Adenauer), e i monopoli italiani (FIAT in testa) sono tutti dichiaratamente europeisti: non si può immaginare il boom dell’auto e dell’industria italiana senza l’europeismo ed il piano autostradale che ne fu la proiezione all’interno. Questa scelta mise in difficoltà i settori non competitivi ed arretrati come le PMI (Piccole e Medie Imprese) e il Mezzogiorno e s’intervenne con leggi di sostegno verso le PMI (la legge 59 del 1959) o anche con i mezzi correttivi ma efficaci, come la tolleranza verso l’evasione fiscale da parte di quello che viene definito “il popolo delle partite IVA”. Scrive in proposito Arvedo Forni: “Gli evasori medi hanno un peso diverso la loro influenza è generalmente politica si esercita nelle elezioni e nei rapporti politici di gruppo o locali (…) Il partito “populista” di massa (in senso elettoralistico e passivo) ha individuato la possibilità di mantenere la propria popolarità attraverso la tolleranza dell’evasione, lo Stato diventa così indifferente verso l’evasione degli strati intermedi…”.[7]

Bisogna rilevare che questa tolleranza non ha solo il significato di uno scambio politico, voto contro evasione, ma è stato anche un sostegno economico consistentissimo per i redditi di capitale, di cui godono tendenzialmente tutti i capitalisti, dai grandissimi ai piccoli e medi imprenditori.

Quanto poi al Mezzogiorno la DC inaugurerà una nuova politica che non risolverà la “questione meridionale” ma permetterà al Sud di passare da un sottosviluppo stagnante a un “sottosviluppo dinamico”, in cui il PIL pro-capite cresce notevolmente anche se a ritmi inferiori al Centro-Nord.[8]

Non meno rilevante è la politica nel campo dell’occupazione dove il mercato del lavoro verrà tenuto in piedi grazie alla crescita dell’occupazione nella Pubblica Amministrazione, che non è un fenomeno solo clientelare come si dice superficialmente, ma una tendenza propria del capitalismo dei paesi avanzati: in USA il piano di riassorbimento dei 5,3 milioni di lavoratori “liberati” dall’automazione, sempre in USA il 25% dei posti di lavoratori creati nel periodo 1950-65 è nella Pubblica Amministrazione,[9] tale tendenza si accentua tra il 1958 e il 1963, quando ben 2,8 milioni di posti di lavoro su 4,3 milioni vennero creati nel settore pubblico e semipubblico;[10] in Giappone nel periodo 1948-1968 la produttività dell’industria crescerà del 100% e negli uffici pubblici solo del 4%,[11] ciò significa che negli uffici (terziario pubblico e privato) si opera con criteri labour intensive che controbilanciava il carattere capital intensive dell’industria.

Ma è tutto il capitalismo avanzato che si muove in questa direzione: i ricercatori dell’ILO parlando di un settore (quello della Pubblica Amministrazione) fuori mercato perché non corrisponde ad una logica di profitto ed assume anche in presenza di crisi, fungendo da spugna della disoccupazione, ciò fino alla recessione del 1973-1975 inclusa.[12] In Italia avviene lo stesso come si diceva prima: in particolare negli anni ’70, che sono anni di crisi e di esplosione della disoccupazione, la Pubblica Amministrazione aumenta i suoi dipendenti del 15,5% (da 3.078.000 a 3.558.000) nel periodo 1973-77.

A questo aumento dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche ha corrisposto un aumento del credito alla Pubblica Amministrazione da parte dei capitalisti. Così una parte del plusvalore “si valorizza” due volte:

 

  • Una volta perché crea le condizioni della realizzazione del capitale-merce in cui si trova imprigionato (la Pubblica Amministrazione compera merci dai capitalisti) e da cui uscirebbe con difficoltà perché la mancanza di lucrose possibilità di investimento per il nuovo capitale nella sua interezza comporta anche che non esista un mercato quantitativamente adeguato per il capitale-merce. Infatti il valore prodotto (quello conservato e il nuovo) è prodotto come capitale-merce. Infatti tutto il valore prodotto (quello conservato e il nuovo) è prodotto come capitale-merce e può realizzarsi se trova dei compratori (capitalisti e no) e i compratori capitalisti esistono in misura adeguata solo se tutto il nuovo valore può essere investito con profitto (e solo in questo caso che il capitalista dà inizio a un nuovo ciclo Danaro – (Mezzi di produzione, materie prime e forza-lavoro)…Produzione…Nuove Merci-Più Danaro (D’-M’…P…M’’-D’’) la cui prima fase D’-M’ coincide con l’ultima fase del ciclo precedente M-D solo rovesciata). L’espressione “si valorizza” è tra virgolette perché va intesa con grano salis. Si tratta propriamente della realizzazione (trasformazione in denaro) senza della quale però la valorizzazione (aumento del valore) compiuta nella fase di produzione è avvenuta invano, anzi con distruzione del capitale.
  • Una seconda volta perché, imprestandosi alla Pubblica Amministrazione, una quota di plusvalore crea le condizioni per partecipare (come settore specifico di capitale) alla spartizione del plusvalore che sarà prodotto nel ciclo successivo e quindi in qualche modo diventa capitale e si valorizza, percependo gli interessi pagati dalle Pubbliche Autorità sul debito pubblico.

 

Il gonfiamento della spesa pubblica viene determinato, quanto al suo effettivo venire all’esistenza, alle dimensioni che assume (armamento, istruzione, pensioni, servizi sanitari, prebende e sinecure, burocrazia, servizi di repressione, guerra ecc.) dai concreti movimenti politici.

Chi ha una visione impressionista della politica economica, ritiene che le politiche dei governi borghesi nell’ultimo periodo è stato quello della “riduzione della spesa pubblica” e perciò parla di neoliberismo. Costoro dovrebbero riflettere (come tutti quelli che la pensano come loro) che alla fine della fiera l’unica riduzione della spesa pubblica attuata è quella inerente ai settori adibiti al trasferimento di reddito (istruzione, sanità, previdenza sociale, assistenza pubblica, tariffe dei servizi pubblici) a danno delle masse popolari, mentre la spesa pubblica destinata ad altri settori aumenta.

Dopo che a causa della crisi, comincia a diminuire la spesa pubblica destinata alla Pubblica Amministrazione (e in particolare ai servizi destinati alle masse popolari), quella che fu chiamata “crisi fiscale dello Stato”, è in sostanza il venir meno la funzione di spugna da parte della Pubblica Amministrazione che causerà il peggioramento della situazione occupazionale.

Al sistema pensionistico-previdenziale sono fioccate le accuse di clientelismo (ed è vero), ma è una verità molto parziale. Nella realtà si tratta di sussidi di disoccupazione mascherati che hanno permesso a larga parte della popolazione di sbarcare il lunario. In sostegno rilevante infatti il numero dei pensionati è passato da 11,1 milioni contro 18,8 di occupati del 1968 a 16,3 milioni di pensionati contro 19 milioni nel 1975. In tutto questo periodo furono create 23 milioni in più contro ogni nuovo occupato.

Clientelismo certo ma anche sostegno all’economia: il miracolo è finito, la crisi esplode pesantemente e il numero delle pensioni si impenna. Keynes diceva che occorre pagare un reddito anche a lavoratori che fanno buchi a terra per poi riempirli che è un modo di dire che l’assistenzialismo è di gran lunga preferibile al nullismo, consistente nel sedersi sulla riva del fiume in attesa che arrivi la ripresa economia che risolva spontaneamente i problemi sul tappeto, come fece il presidente Hoover nel 1929-32 con risultati non proprio felici. La DC utilizzò in modo improprio il sistema previdenziale per realizzare una sorte di “reddito di cittadinanza” mascherato per milioni di italiani, non si chiese loro di fare buche per terra per poi riempirle, ma disse a loro che erano ciechi anche se vedevano, che erano storpi anche se potevano correre una maratona, o che soffrivano di postumi per un’operazione alla prostata anche se erano donne (la cosiddetta prostata femminile).

Sulla DC non vanno dati giudizi moralisti: nel capitalismo l’evasione fiscale, la corruzione e il clientelismo sono fenomeni normali.

I successi della politica economica della DC permisero di ampliare il consenso sociale al sistema capitalista: nacquero sindacati diversi dalla CGIL e alternativi a essa, il PSI al Congresso del PSI (1955) lanciò la politica del dialogo con i cattolici confermata a Venezia (1957) mentre l’anno prima Nenni e Saragat riprendono i contatti: sono le prove del governo del Centro-Sinistra degli anni ’60 che isolerà il PCI. Da tale isolamento il PCI tentò di uscire con manovre assurde e spregiudicate come il milazzismo in Sicilia e cioè l’appoggio alla giunta Milazzo, dirigente della DC locale che aveva creato un suo partito e che governò con l’appoggio dei monarco-fascisti (notoriamente contigui alla Mafia) e della sinistra. Una soluzione disperata per uscire dall’isolamento che finì presto nel nulla come era prevedibile, ma che era il segno di quanto fosse egemonica e espansiva la politica della DC che grazie, al successo del miracolo economico era in grado di isolare e neutralizzare il PCI. [13]

 

LA POLITICA ECONOMICA DEL PCI (1945-1970)

 

 

Come premessa indispensabile per capire la politica economica del PCI, bisogna partire dal fatto che esso è stato uno dei partiti più importanti della corrente del revisionismo storico che divenne a partire del 1956 (XX Congresso del PCUS) egemone nel Movimento Comunista Internazionale e nei paesi socialisti. Nei paesi socialisti essa sosteneva lo sviluppo dei residui elementi di economia mercantile, la liquidazione degli elementi di comunismo, l’integrazione dei paesi socialisti nel sistema imperialista mondiale. Nei partiti comunisti che non erano al potere essa sosteneva la via pacifica e parlamentare al socialismo come unica via universale al socialismo, si opponeva all’accumulazione delle forze proletarie e si opponeva all’internazionalismo proletario.

Sarebbe sbagliato definire il revisionismo come un effetto di uno sbaglio, di un peccato, di un errore, del tradimento di individui isolati, esso è il prodotto sociale di un’intera epoca storica.

Il marxismo – leninismo – maoismo, è uno strumento importante per capire l’affermarsi del revisionismo moderno, in particolare attraverso l’analisi della lotta fra le due linee nel partito e quella della lotta di classe che continua nella società socialista.

Il Movimento Comunista ha sempre condotto in tutta la sua storia la lotta tra le due linee, a partire da Marx-Engels nella Lega dei Comunisti, nella Prima Internazionale e nella Seconda Internazionale,[14] e arrivando a Lenin e Stalin nel POSDR, nella Seconda Internazionale e nella Terza Internazionale.[15] Il problema è che il Movimento Comunista Internazionale non aveva una coscienza chiara di tale lotte.

   Questa premessa indispensabile, serve a far capire come mai il PCI alla politica economica della DC che risultava vincente, non seppe altro che contrapporre una modesta politica socialdemocratica che mirava ad ottenere alcuni limitati vantaggi ai settori di masse popolari su cui il PCI rivolgeva in prevalenza: un po’ più di salario e di pensioni, un po’ più di occupazione, il 60% del prodotto del mezzadro invece del 50% ecc.,[16] senza però mettere in discussione il carattere capitalistico degli anni della ricostruzione, anche se si chiederà in un primo tempo la nazionalizzazione dei grandi gruppi monopolisti, richiesta che poi nei documenti e nelle proposte del PCI successive verrà tacitamente abbandonata. Il quadro capitalistico è comunque accettato fin dai primi documenti del 1945: in uno di essi, intitolato emblematicamente Ricostruire Togliatti dice esplicitamente che non dobbiamo fare come in Russia: “Se dicessimo di volere fare oggi un piano economico generale come condizione per la ricostruzione, sono convinto che porremmo una rivendicazione che noi stessi non saremmo in grado di realizzare. Voglio dire che, anche se fossimo oggi al potere da soli faremmo appello per la ricostruzione dell’iniziativa privata perché sappiamo che vi sono compiti a cui sentiamo che la società italiana non è ancora matura”. E ancora: “L’obiezione più radicale che è stata fatta a questa nostra linea è quella del compagno che ha detto noi siamo degli utopisti perché crediamo che sia possibile in una società capitalistica imporre una politica di solidarietà nazionale. E questo in linea di astratta dottrina è giusto, ma in pratica grandi risultati si possono ottenere purché lo si voglia”.[17]

Quali sono questi grandi risultati non è chiaro, si accenna solo a “limitare l’assoluta libertà speculativa” dell’imprenditore privato come sarebbe avvenuto in Inghilterra negli anni di guerra, che è rimasta pur sempre un paese capitalista. In sintesi il PCI accetta il capitalismo e l’iniziativa privata ritenuta indispensabile alla ricostruzione del Paese.[18]

In sostanza un riformismo estremamente cauto, privo di grosse idee e vago sulle soluzioni.

Nel corso degli anni la linea del PCI si arricchirà della parola d’ordine della “pianificazione democratica” che, si badi, è sempre la pianificazione o programmazione di una società che rimane capitalistica, dirà infatti Enrico Berlinguer: “Noi non vogliamo seguire i modelli del socialismo sinora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia uno spazio e consensi, un ruolo importante”.[19]

Scalfari intervistando Berlinguer osserva che questa è una posizione socialdemocratica e Berlinguer non lo nega, ma dice che mentre la socialdemocrazia fa gli interessi degli operai nel capitalismo il PCI pensa anche agli strati sociali emarginati,[20] tuttavia Berlinguer non nega anzi ammette implicitamente un elemento comune di fondo con la socialdemocrazia: il collocarsi cioè all’interno del sistema capitalistico che è accettato.

Ma l’impostazione del PCI sulla programmazione democratica risulta chiara nel documento di critica al piano Pierraccini che si colloca in un’ottica tutta interna a quella del piano Pierraccini e cioè l’ottica di una programmazione indicativa del tutto priva di strumenti per operare; infatti nel documento approvato dalla direzione del PCI nel 1966 si chiede semplicemente alle grandi SPA di comunicare agli organi delle programmazione i propri piani di investimento, ma esse rimangono sovrane nelle scelte che intendono operare, si parla inoltre di controllo sui monopoli senza indicare concretamente come realizzare questo controllo posto che dalla fine del XIX secolo in poi in tutte le leggi antimonopolio sono clamorosamente fallite.

Quando poi il PCI passa dalle indicazioni generiche ai progetti di legge concreti, partorisce un progetto sulla programmazione comprensoriale indicativo ed inconsistente ed un progetto sulla riforma delle Partecipazioni Statali farraginoso ed impraticabile.[21]

In altre parole il PCI vorrebbe programmare il capitalismo ma non sa come fare e propone velleitariamente una programmazione che colpisca sprechi, parassitismo e rendite, ma non il profitto, dimenticando (volutamente) che profitto e rendita sono inscindibilmente legati connessi nel capitalismo per cui è impossibile colpire l’una senza colpire l’altro.

   Inoltre il PCI non affronta, nei suoi documenti il problema di come possa programmarsi un capitalismo integrato in un area sovranazionale attraverso provvedimenti essenzialmente nazionali, problema posto drammaticamente dalla dichiarazione di Guido Carli del 1971. A tal proposito sul problema della MEC e dell’integrazione dell’Italia in uno spazio economico sovranazionale il PCI è del tutto disarmato: prima si oppone all’entrata italiana nella MEC, poi chiede la sospensione dei trattati europei, poi una diversa politica europea che si opponga alla politica delle multinazionali per la quale propone un’alleanza con tutte le forze democratiche, senza chiarire né gli obiettivi né le modalità attuative di una simile alleanza.

Anche nel campo delle relazioni industriali il PCI è assente o carente: le grandi lotte che dal ’68 in poi scuotono la struttura della fabbrica capitalistica sono sostanzialmente ignorate nell’antologia dei documenti del PCI. C’è un progetto di Statuto dei lavoratori, dove il contenuto ad una logica di difesa dei diritti individuali dei lavoratori, cosa che in mancanza di un’organizzazione sindacale forte all’interno delle aziende, può essere vanificata dai capitalisti, bisognava rafforzare perciò gli strumenti di autotutela collettiva dei lavoratori sul posto di lavoro che avvenne ma essenzialmente perché prevalse la spinta delle lotte operaie che imposero al parlamento una legge che fu la più avanzata dell’occidente capitalistico.

In sostanza il riformismo del PCI fu quanto mai minimalista si possa dire. Il PCI dal 1945 fu un partito essenzialmente parlamentare, con l’eccezione delle lotte che furono negli anni ’50 (contro la smobilitazione industriale, la legge truffa, l’entra nel Patto Atlantico ecc.). Le grandi vittorie ottenute dopo il 1968 (come lo Statuto dei lavoratori) avvengono al fuori del PCI e in un primo tempo al di fuori del sindacato, il movimento dei delegati operai nasce infatti, al di fuori del movimento operaio ufficiale ed in forte critica nei suoi confronti.

Una delle giustificazione del moderatismo che hanno portato i dirigenti (e in seguito i vari intellettuali organici) è che per via degli accordi di Yalta, l’Italia era nell’area assegnata all’America, che eravamo un paese a sovranità limitata. Ora nessuno osa negare questo: basi militari, Gladio ecc. Gli USA hanno sempre interferito: in Grecia contro la guerriglia comunista, il regime di Arbenz in Guatemala che stava conducendo una profonda riforma agraria fu abbattuto, e il golpe in Cile nel 1973, l’aggressione nel Vietnam ecc.

A smentire la tesi dei revisionisti del PCI, mettiamo a confronto come operò Mao e il Partito Comunista Cinese (PCC) con quella del PCI nel secondo dopoguerra. Nel gennaio 1949 ci fu uno scambio di telegrammi fra Stalin e Mao.[22]  Vi si legge che Chiang Kai-shek che stava per essere sopraffatto dall’Esercito Popolare di Liberazione guidato dal PCC, chiedeva la mediazione di Urss, Inghilterra, Francia e USA per iniziare trattative “di pace” con i comunisti. Chiaramente si trattava di un inganno, la trattativa serviva a Chiang Kai-shek e agli USA a guadagnare tempo in vista una riorganizzazione che avrebbe consentito all’esercito di Chiang di scatenare una nuova offensiva con armi e munizioni USA (come poi avvenne). Tuttavia Stalin, sarebbe stato inclino a fare da mediatore per strappare a bloccare a Chiang Kai-shek la maschera di fautore di pace. Mao gli rispose che accettare come mediatori “di pace” potenze straniere, in particolare gli USA “susciterebbe grande sconcerto nel popolo cinese, nei partiti democratici, nelle organizzazioni popolari, in alcuni settori dell’Esercito Popolare di Liberazione e persino nei militanti del Partito comunista”. Quindi alla fine si fece non come suggeriva Stalin ma come decise il PCC. Togliatti, invece, con sua svolta di Salerno suscitò un grande sconcerto nel PCI, fra il popolo che combatteva armi alla mano contro i nazifascisti e finanche nei partiti della sinistra borghese.

C’erano gli americani hanno sempre detto i revisionisti per non fare la rivoluzione in Italia, ma come l’esperienza storica ha dimostrato ogni rivoluzione che avviene nel mondo ha sempre avuto a che fare con gli Stati Uniti che è la principale forza controrivoluzionaria. In Cina alla fine della seconda guerra mondiale c’erano aeroporti militari USA, in territorio cinese e basi navali e navi di guerra USA fin dentro allo Yang Tse Kiang, c’erano armi, danaro, aerei, istruttori militari USA, bombe al Napalm e chimiche, carri armati e artiglieria pesante, assistenza tecnologica di grande livello per tenere le linee ferroviarie e costruirne di nuovo per trasportare le truppe del Kuomintang, ma alla fine gli americani e Chiang furono gettati a mare e si andarono a rifugiare a Taiwan. E in Vietnam? Dopo che i vietnamiti scacciarono definitivamente gli invasori francesi nella storica battaglia di Dien Bien Fu, subentrarono gli americani che per 15 anni fecero la più sporca criminale delle guerre della nostra epoca massacrando i popoli vietnamiti, cambogiani e laotiani con bombe al napalm, bombe al grappolo, mine antiuomo e con armi chimiche e batteriologiche distruttive di esseri umani e di terre coltivabili. Ma alla fine dopo 15 anni di massacri dovettero abbandonare ignominiosamente Saigon facendo la ressa sotto i loro elicotteri per darsi a una fuga disordinata e precipitosa. La lezione da trarre e che gli americani ci saranno sempre finché l’imperialismo USA non verrà distrutto.

Anche il ragionamento che c’era stata Yalta non regge. Yalta fu un compromesso che ratificò i rapporti di forza che si erano stabiliti in quel momento fra l’URSS e il Movimento Comunista con i paesi imperialisti.

Ma questa alleanza tra le potenze imperialiste occidentali e l’URSS non poteva sopravvivere oltre le circostanze politiche e militari che l’avevano determina (la guerra contro la Germania nazista). I Partiti Comunisti dei paesi occidentali non seppero comprendere il mutamento della situazione internazionale. Molti Partiti Comunisti caddero vittima dell’illusione costituzionale e si lasciarono strappare senza una decisa resistenza le posizioni conquistate nel governo e nel paese. Questi limiti e errori furono messi in luce dal rapporto che fece Zdanov il 30/09/1947 alla riunione di fondazione dell’Ufficio di Informazioni fra i Partiti Comunisti e Operai (Cominform) quando criticò le illusioni parlamentariste del PCI e del PCF.

Mao a proposito del rapporto che ci avrebbe dovuto essere tra la politica estera che deve attuare uno Stato socialista (con i relativi e inevitabili compromessi) e la lotta per la pace dei Partiti Comunisti nei singoli paesi, nell’aprile 1946 scrisse un articolo in cui nell’esprimere alcuni giudizi sulla situazione internazionale, diceva che era possibile un accordo con i paesi imperialisti mediante negoziati pacifici e giungere al necessario compromesso su alcune questioni (compreso questioni importanti). Egli sosteneva che “tale compromesso può solo essere il risultato delle risolute, efficaci, lotte di tutte le forze democratiche del mondo contro le forze reazionarie degli Stati Uniti, Inghilterra e Francia”. Ma Mao aggiungeva “Tale compromesso non richiede che i popoli del mondo capitalistico facciano lo stesso e giungano a compromessi in patria. I popoli di quei paesi continueranno a condurre differenti lotte conformemente alle differenti condizioni”.

 

SULLA COSIDDETTA CONSOCIAZIONE DC-PCI

 

 

La cosiddetta consociazione tra DC che esercita il potere e il PCI che gestisce l’opposizione è stata criticata a vario titolo. Si è detto che in Italia c’era una democrazia bloccata perché mancava l’alternanza dei ruoli e cioè la possibilità per l’opposizione di diventare governo. In realtà questa alternanza è una caratteristica normale ma non essenziale delle democrazie liberali: la socialdemocrazia svedese ha avuto una longevità al potere non inferiore a quella della DC italiana e nessuno lo critica per questo, così come nessuno ha criticato Roosevelt per aver vinto quattro volte di seguito le elezioni presidenziali americane. La lezione da trarre sta nel fatto che la validità di un sistema politico si valuta dal funzionamento e dai risultati: l’Italia del periodo 1945-80 è il paese della ricostruzione capitalistica e del miracolo economico, in cui la DC ha avuto un ruolo centrale e fondamentale, non si vede perché il PCI avrebbe dovuto sostituirla al governo in omaggio al principio astratto dell’alternanza.

L’altra critica, in voga negli anni ’70 era quello della confusione dei ruoli: un politologo ha rilevato, analizzando la produzione legislativa del periodo 1948-68 che spesso i provvedimenti proposti dall’opposizione erano approvati dalla DC e viceversa, inoltre era frequentissimo lo scambio di emendamenti tra governo e opposizione.[23] Ciò avrebbe determinato un’incertezza su chi governasse veramente, questa obiezione avrebbe avuto senso se il PCI avesse fatto veramente una politica alternativa al sistema, siccome, però, il PCI il sistema lo accettava in pieno e la sua logica aveva moltissimi punti di contatto con quella della DC, non si vede per quale motivo non ci dovesse essere uno scambio a livello di produzione legislativo. Ciò che viene considerato un elemento di debolezza in realtà era un elemento di forza perché era la DC che egemonizzava il PCI. Inoltre nelle democrazie liberali è normale una contrattazione tra governo e opposizione: negli USA è normale che nelle elezioni di mezzo il partito del presidente perso il controllo di uno dei rami del Congresso per cui tra l’amministrazione e l’opposizione si crea una sorta di contrattazione permanente. Non si capisce poi per quale motivo una democrazia borghese liberale in cui vi sia un dialogo tra governo e opposizione sia più debole di una democrazia borghese liberale in cui vi sia un conflitto permanente tra chi governa e chi si oppone.

La verità è che negli anni che vanno al 1945 al 1970 il sistema politico italiano ha funzionato e ciò che è stato anche nella difficilissima legislatura del 1953-58, che presentava un parlamento ingovernabile sulla carta, ma in cui la DC spostandosi ora a destra, ora leggermente a sinistra riuscì a governare compiendo scelte importantissime dai trattati di Roma al riassetto delle Partecipazioni Statali, il che significa che quando hai un’ipotesi di sviluppo puoi governare.

 

 

LA FINE DEL MIRACOLO ECONOMICO E L’INIZIO DELLA PUTREFAZIONE DEL REGIME DC

 

 

Negli anni ’70, con l’inizio della crisi generale del capitalismo, la combinazione dello sfruttamento con la beneficenza e l’elemosina e il rispetto più o meno approssimativo delle conquiste e dei diritti dei lavoratori diventano incompatibili con le misure necessarie per far fronte alla crisi assieme ai gruppi imperialisti degli altri paesi, in sostanza si tratta di attuare tutta una serie di provvedimenti quali: privatizzazioni, esternalizzazioni, delocalizzazioni, speculazione finanziaria. Incomincia così la crisi del regime DC.

Nel 1970 comincia ad esplodere il debito pubblico, nell’estate di quell’anno viene varato un Decreto Legge, che passerà alla storia col nome di “decretone”, che contiene le prime misure per attuare una politica economica che vada verso l’austerità. Ma di lì a poco la decelerazione delle economie capitalistiche si fa mondiale: il tasso di crescita medio annuo dei paesi dell’OCSE scende al 5,2% del periodo 1961 -69 al 3,9% del 1970-79, al 2,6% del 1980-89, al 2,1% del 1990-96.

Poi nel 1973 arriva la famosa crisi del petrolio con una pesantissima recessione industriale ed il riemergere della disoccupazione di massa accompagnata da un’inflazione a due cifre: da noi in Italia fatta base 100 i prezzi del 1972 siamo 259 nel 1978, tale inflazione colpisce pesantemente i redditi fissi, infatti la scala mobile (ora un ricordo) opera in ritardo e con una copertura parziale,[24] non solo ma la crescita monetaria dei salari pure inadeguata fa scatenare aliquote progressive dell’IRPEF riducendo ancor più il salario netto reale. Esplode anche da noi la disoccupazione: nel 1976 l’ISTAT rileva 18,6 milioni di occupati, un terzo della popolazione totale, cifra molto bassa; a quell’epoca il tasso di attività era dato dal rapporto tra occupati e popolazione totale (adesso si valuta la percentuale di occupati sulla popolazione in età di lavoro) e con quel criterio il Giappone negli anni del miracolo lavorava poco meno della metà della popolazione totale. Nel 1977, però, avviene una fatto strano, si potrebbe dire “miracoloso” gli occupati, rispetto al 1976, crescono di un milione mentre i disoccupati crescono di 600.000 unità, nello stesso anno avremmo, dunque, un aumento degli occupati da boom ed un aumento dei disoccupati da crisi. La cosa però si spiega agevolmente: l’aumento dei disoccupati è reale, l’aumento dei disoccupati è dovuto al fatto che l’ISTAT ha cambiato i criteri di valutazione e ha considerato occupati persone che lavoravano in modo occasionale e saltuario e che in precedenza erano considerati disoccupati.[25] È questo un caso emblematico di come ormai le statistiche sul lavoro in Italia e nel mondo, cerchino di risolvere il problema della disoccupazione nascondendolo; la cosa poi è aggravata dal fatto che in Italia come altrove, la sottoccupazione e/o il lavoro nero si diffondono sempre di più in quegli anni.[26]

Una situazione disastrosa complessiva per lo Stato della Borghesia Imperialista italiana, scosso da lotte operaie quanto mai estese, il malcontento esplode anche a livello elettorale: nel 1975 il PCI sfonda raggiungendo alle amministrative generali il 32,4% dei voti, scriverà Celso Ghini (era il massimo esperto elettorale del PCI): “Il 15 giugno gli elettorali con la loro scheda hanno voluto dire basta ai maneggioni della politica, ai profittatori della politica, hanno voluto dire che bisogna cambiare radicalmente e presto”.[27]

La legislatura agonizza e verrà sciolta in anticipo, ma nel 1976, se il PCI arriva al 34,4%, la DC risale la china e si arriva all’unità nazionale, prima grazie all’astensione del PCI poi col suo voto favorevole. Siamo entrati nella fase dei “governi di solidarietà nazionale” che si assumevano a livello istituzionale (a differenza del periodo della cosiddetta “strategia della tensione” dove prevaleva l’elemento golpista e stragista della borghesia) il compito repressivo nei confronti dell’autonomia proletaria espressa dai movimenti lotta che partivano dalla grandi fabbriche, della lotta armata portata avanti dalle BR e dalle altre OCC e imporre alle masse i primi sacrifici. Per combattere l’inflazione Lama, leader PCI della CGIL, proporrà, sostenuto dal suo partito, la svolta dell’EUR e cioè una moderazione salariale estrema (anche aumenti mensili di 6.000 lire) che porterà come conseguenza il crollo dei salari sul aggiunto dell’industria dal 70,6% del 1975 al 62,2% del 1980.[28] Più che moderazione salariale si ha un suicidio salariale aggravato anche dalle concessioni fatte sulla scala mobile (i punti di contingenza salariale scattati dopo il 1977 non verranno conteggiati nell’indennità di liquidazione): si spera che la moderazione sindacale favorisca gli investimenti e l’occupazione ma non si otterrà nulla. Il perché è evidente in Italia come nel resto del mondo, il capitalismo può aumentare la produzione senza aumentare l’occupazione sicché la moderazione salariale non ottiene alcun posto di lavoro ma serve solo ad aumentare i profitti delle aziende. Non meno fallimentare è la lotta contro l’inflazione: proprio in quel periodo in sede europea una commissione di saggi presieduta dall’economista belga Maldague (di cui fa parte l’italiano – e democristiano – Prof. Archibugi) elabora un rapporto che fa carico dell’inflazione le Imprese Multinazionali in rapporto alle quali si proporne una politica riformista dura e incisiva. [29] La risposta della CEE è indicativa: si cerca di nascondere il rapporto ad un cassetto, da cui però qualcuno lo tirerà fuori, sarebbe una sponda per il PCI se volesse davvero realizzare una politica antimonopolista che predica del 1945, ma nessuno lo farà.[30]

Il fatto è che il PCI era totalmente subalterno alle logiche del Capitale e questa subalternità appare evidente in questo articolo di Giorgio Napolitano autorevolissimo esponente dell’ala migliorista del PCI: “…se si vogliono creare le condizioni per un rilancio del processo di accumulazione a livello di imprese bisogna operare per un forte spostamento di risorse dai consumi agli investimenti ed anche favorire un maggiore aumento della produttività da utilizzare fondamentalmente per l’allargamento della base produttiva e dell’occupazione e non per un ulteriore aumento dei salari reali dei già occupati[31]

Si potrebbe dire che quella di Napolitano era la posizione del maggior esponente dell’ala migliorista del PCI, perciò ristretta nell’ambito della destra tradizionale di tale partito, ma affermare ciò non è giusto: la linea che esprimeva Napolitano in quest’articolo era quella di tutto il PCI e della CGIL, che si espresse concretamente nella produzione legislativa del periodo 1976-1979 che fu realizzata con i voti determinanti del PCI, le conseguenze di tale politica furono: valanghe di miliardi alle imprese e nulla per l’occupazione e per la difesa del salario. Così il piano agricolo prevede una pioggia di 7.000 miliardi di finanziamenti e quello ferroviario 1.600 miliardi di commesse, mentre la legge per la riconversione industriale prevede, per le imprese che si riconvertono, sostegni consistenti e la possibilità di contrarre l’occupazione precedente anche del 20%. In tema di occupazione un solo intervento di rilievo: nel 1977 l’ISTAT rileva che la disoccupazione giovanile è al 22% e si vara una legge per il sostegno alle assunzioni di giovani, che sarà un colossale e prevedibile flop, prevedibile perché non ha senso ridurre notevolmente il costo dei nuovi assunti per qualche anno (usando la leva fiscale) in un momento in cui il capitale può aumentare la produzione senza aumentare l’occupazione, anzi contraendola, può ciò risparmiare completamente, grazie alla tecnologia, il costo di nuovi assunti.

Durante il periodo della solidarietà nazionale non ci fu nessun provvedimento contro l’evasione fiscale, contro la corruzione, per tentare di programmare l’economia come da lustri il PCI dice di voler fare ecc. Tutto ciò è una resa totale alla destra economica nella speranza, arrivino nuovi posti di lavoro, investimenti senza chiedere alcuna contropartita, arrivino nuovi posti di lavoro.

È un panorama disastroso ed un involuzione anche rispetto alla vecchia politica socialdemocratica di estrema moderazione. Nella realtà il PCI è il battistrada di una involuzione che riguarda tutta la socialdemocrazia europea: il canto del cigno di quest’ultima fu il programma comune delle sinistre in Francia, con le sue massicce nazionalizzazioni ed il forte dirigismo statale che proponeva, ciò che creò un certo imbarazzo del PCI.[32]

Tuttavia il riformismo della sinistra francese rientrò rapidamente dopo pochi mesi di governo e nei decenni successivi varie istituzioni capitalistiche come l’OCSE rilevarono la caduta dei salari come quota del PIL dei paesi industriali avanzati, caduta che è generale. Dalla metà degli anni’70 con l’inizio della crisi generale di sovrapproduzione di capitale, tutti gli Stati capitalisti hanno, più o meno consapevolmente, reagito con un aumento della spesa pubblica e lasciando libero corso all’inflazione con una politica del credito che attribuiva profitto monetari anche a fronte di inesistenti profitti reali.

 

Indici economici (Fonte: OCDE Statistiques Rétrospectives 1960-1982, pp. 44,64, 78)

Periodo   ‘60/78 ‘68/73 ‘73/79 ‘79/82
Prodotto Interno Lordo (PIL) (aumento percentuale medio in termini reali)  

USA

CEE

Giappone

OCDE

 

4,5

4,4

10,5

5,1

 

 

 

3,3

4,8

8,8

2,7

 

2,6

2,4

3,6

2,7

 

 

0,1

0.4

4,1

0,9

Spesa pubblica complessiva (percentuale del PIL, media annuale)  

USA

CEE

Giappone

OCDE

 

28,8

34,9

19,0

29,0

 

31,7

39,0

20,4

32,9

 

33,7

45,7

28,5

37,7

 

35,9

49,7

33,8

41,2

Indice dei prezzi implicito del PIL (aumento percentuale medio annuale  

USA

CEE

Giappone

OCDE

 

2,4

3,6

5,2

3,2

 

5,1

6,8

6,9

6,1

 

7,6

9,7

7,8

8,8

 

8,4

10.4

2,4

8,9

 

 

 

Man mano che tale atteggiamento si è rivelato inutile ai fini della ripresa economica e sono emerse le conseguenze negative di quell’atteggiamento, è scomparsa ogni parvenza di una sistematica politica economica anticrisi.

Mitterrand nel 1981 era andato al potere in Francia annunciando una politica anticrisi composta da nazionalizzazioni, assunzioni nella pubblica amministrazione, investimenti pubblici, miglioramenti dei sistemi di sicurezza sociale con aumenti dei redditi più bassi e conseguente aumento della domanda dei redditi più bassi: cioè un assortimento di misure di riforma della distribuzione del reddito e di spesa pubblica che servono quando le cose vanno comunque bene. Nel giro di pochi mesi abbandonò tutto sotto il peso del deficit della bilancia dei paganti, e dalla fuga di capitali.

Alla fine, le uniche politiche economiche praticate concretamente dai vari governi dei paesi capitalisti (con più o meno forza, con mezzi maggiori o minori, da posizioni di partenza più o meno favorevoli) consistono in riduzioni delle prestazioni di sicurezza sociale (pensioni di vecchiaia e invalidità, assegni familiari, assistenza sanitaria, indennità ecc.) e nel contemporaneo aumento della quota pagata dalle trattenute su salari e pensioni e dai tikets.

È evidente che in questa situazione partiti come il PCI o le socialdemocrazie europee strutturati per ottenere vantaggi per la classe operaia all’interno del sistema capitalista, che non viene rimesso in discussione da loro, sono spiazzati dalla portata di questa crisi: il ricatto sul mercato del lavoro di ottenere alcunché, i rapporti di forza non lo permettono più, il mercato del lavoro diventa sempre più un mercato del compratore (il Capitale) e non del venditore. La crisi generale di sovrapproduzione capitale pone all’ordine del giorno il problema dell’alternativa al sistema capitalista, ma ovviamente, partiti che sono organizzati per operare all’interno del sistema, per contrattare la vendita della forza lavoro (delegata ai propri sindacati) o per ottenere consensi elettorali attraverso una prassi parlamentare tradizionale, che non hanno l’organizzazione, l’esperienza, la pratica, il personale e la conseguente cultura per essere alternativi al sistema: se ti organizzi per gestire bene il Comune di Bologna o per avere voto dei commercianti bolognesi non può essere alternativo o rivoluzionario, se ti organizzi per certe cose non puoi fare cose del tutto opposte. Tutte le socialdemocrazie organizzate per gestire riformisticamente il sistema, vanno in crisi quando il sistema capitalista diventa ingestibile, poiché non sanno fare altro, per prassi e organizzazione che gestisce il sistema stesso.

Il PCI è il primo partito socialdemocratico che si arrende a questa realtà e se ne può agevolmente comprendere il motivo: l’Italia è il primo paese in cui finisce il miracolo e anche il più debole del capitalismo avanzato, da noi i margini di riformismo si bruciano prima e più rapidamente che altrove: nel 1990-91 il rapporto debito-PIL sfondò il muro del 100% e bisognerà attendere il 2011 perché questa cifra sia raggiunta nella media del paesi OCSE. Il PCI, come si dive prima, è all’avanguardia dell’involuzione socialdemocrazie occidentali e si trasforma nella sostanza in partito liberal-conservatore di massa, ma non nel senso dei partiti degli anni ’50 che avevano forte componenti riformiste, ma nel senso dei partiti conservatori dell’era di Reagan e della Thatcher, per i quali occorre sacrificare il salario all’accumulazione e al profitto per sostenere l’economia ciò che porta a un sostegno dei profitti senza alcun vantaggio in termini di occupazione.

 

PARTE SECONDA

DC E PSI GALLEGGIANO SUL POTERE

 

 

 

Nel giugno 1979 si hanno nuove elezioni anticipate. Il PCI pagherà lo scotto della sua subalternità al Capitale perdendo 4 punti (dal 34,4 al 30,4%) e si ritroverà sospinto all’opposizione, non serve più per governare a DC e PSI, nel frattempo il ciclo delle lotte operaie iniziato nel 1968 volge al termine e nel 1980 con i 35 giorni della FIAT ha il colpo di grazia.

In questa fase c’è il cambiamento del sistema contrattuale rivendicativo nato nel periodo delle lotte operaie degli anni ’70.

A smorzare la carica politica delle lotte operaie la ebbero non solo i vecchi burocrati sindacali del PCI e della DC, ma sopratutto i più giovani esponenti del rinnovamento dei vertici sindacali provenienti dalla sinistra cattolica, dal PCI e dal PSIUP, che in questo periodo erano assimilabili a una specie di anarcosindacalismo. In genere erano iscritti a un partito, ma erano tutti pronti a giurare sull’autonomia del sindacato, e disposti a lasciare le redini sciolte all’estremismo e al localismo delle lotte di reparto, pur di mantenere il controllo delle lotte contrattuali, più direttamente politiche. Sono loro che riescono ad arginare il movimento dei consigli dei delegati, estendendolo per svuotarlo della sua carica potenzialmente politica (nel 1970 a fronte di più di 100 consigli nati dal basso c’erano 1500 organizzati direttamente dal sindacato). Sono sempre stati questi nuovi quadri sindacali imbevuti di un di una forma caricaturale di anarcosindacalismo a pilotare i nuovi quadri di base inesperti verso il terreno della frammentazione e dello scontro locale, lasciando, di fatto, a loro quello politico generale. Il leader più indicativo che questa sinistra sindacale è stato Bruno Trentin, che in diversi casi ha fatto riferimento all’austro marxismo, e, in effetti, l’idea di ridurre i consigli a strutture di base del rinnovamento del sindacato e della stessa democrazia borghese evitandone la generalizzazione e la proiezione nazionale (cioè il dualismo del potere) era stata formulata da Otto Bauer e da Max Adler nel 1918-1919, e messa in pratica in Austria e in Germania per evitare ”il pericolo” di uno sbocco rivoluzionario.

Perciò, è necessaria molta cautela circa le frequenti asserzioni sulla “mutazione genetica” del sindacato, visto di più in chiave istituzionale, come le Confederazioni (CGIL-CISL-UIL); asserzioni che da un lato tendono ad accreditare il vecchio modello pansidacalista ovvero di un tradeunionismo più o meno“radicale” (in questo c’è il mito della FLM degli anni ’70), dall’altro oscurano le differenze reali, cospicue, che sussistono tra le Confederazioni.

L’egemonia riformista nel Movimento Operaio, soprattutto nei periodi come l’attuale caratterizzato dalla crisi generale del capitalismo, comporta l’incapacità di difesa elementare sia degli interessi dei lavoratori come classe, sia della stessa autonomia del sindacato rispetto ai padroni e al loro Stato.[33]

In altri termini, sotto il controllo riformista, il sindacato alla fine si riduce a “polizia economica del capitale”.

Come dimostra infiniti episodi, nella misura in cui la burocrazia sindacale s’inserisce, di fatto, nell’apparato statale, essa calpesta sistematicamente ogni regola di democrazia sindacale, comprese quelle parziali e contraddittorie che essa stessa ha proclamato.[34]

Il caso italiano è paradigmatico del rapporto che esiste tra crisi del capitalismo e subalternità sindacale.

Il ruolo affidato nell’ambito della divisione del lavoro all’Italia alla fine degli anni ‘70, porta il capitalismo italiano a iniziare nelle grandi imprese una profonda fase di ristrutturazione industriale, che ha portato all’esternalizzazione delle attività produttive e dei servizi. Tutto ciò è servito a disarticolare l’organizzazione operaia e a ridurre i salari, creando un esercito di contoterzisti spesso monocliente.[35]

Le esigenze della ristrutturazione industriale, portano allo sviluppo di un terziario che interagisce e si integra con le altre attività produttive, soprattutto quelle industriali.

Dal 1976 al 1991 si ha: una diminuzione degli occupati nell’agricoltura che diminuisce da 3.200.000 a 1.820.000; una diminuzione degli occupati nell’industria mentre gli occupati dei servizi crescono del 50%. Per questi ultimi in base alla loro collocazione nei rapporti di produzione, bisogna vedere quanti di loro si possono collocare nel proletariato e quanti nei cosiddetti “ceti medi”.[36]

Sarebbe un errore considerare lo sviluppo in questo periodo dei cosiddetti “ceti medi, abbia portato a una sorta di “società del terziario” o “postindustriale”. Nella società capitalista, oltre alla borghesia e alla classe operaia che sono le due classi fondamentali nel rapporto di produzione capitalistico, hanno continuato a sussistere e a prodursi varie classi intermedie, smentendo apparentemente le tesi della polarizzazione della società in due classi contrapposte e la sussunzione dell’intera società nel capitale. Ma le classi intermedie nella società attuale, esistono, e si riproducono nel contesto generale determinato dal capitale, non hanno un’autonomia economica, vivono di riflesso alla vita del capitale e occupano gli spazi che il capitale lascia liberi. I piccoli commercianti si allargano o si riproducono di numero in funzione del ciclo del capitale e dell’interesse dei capitalisti a investire o meno nel campo del commercio al dettaglio; gli artigiani e i professionisti crescono o diminuiscono di numero in base al movimento di centralizzazione o decentralizzazione del capitale ecc. Alcune di queste classi si espandono in nuovi campi di attività creati dal movimento del capitale (basti pensare al settore del turismo). Sono rare e marginali le attività economiche veramente autonome ossia che non risentano in maniera determinante dell’andamento del ciclo di valorizzazione di valorizzazione del capitale e non sono subordinate a esso.

In questo periodo nascono forme di occupazione tra le più svariate: contratti a tempo determinato, contratti di formazione, apertura di agenzie di lavoro interinale ecc. L’Istat classifica un insieme di figure finora marginalmente conosciute quali:

1)      Gli irregolari: lavoratori dipendenti pienamente occupati, ma non registrati nei libri paga del datore di lavoro.

1)      Gli occupati non dichiarati: persone che, svolgendo un’attività insufficiente o insoddisfacente, si dichiarano disoccupati.

2)      Gli stranieri: coloro che non sono in regola con il permesso di soggiorno.

3)      I lavoratori che svolgono un secondo lavoro.

Contribuiscono, ad aggravare il fenomeno della disoccupazione, le grandi masse d’immigrati che affluiscono in Italia. Infatti, mentre in questi anni si riduce drasticamente il fenomeno di emigrazione all’estero, al contempo cresce in maniera esponenziale quello delle emigrazioni. Molti immigrati pur in possesso del permesso di soggiorno esercitano anche attività lavorative non regolari. Questi trovano occupazione nel Centro-Nord nel settore industriale e nei servizi, mentre nel meridione agricolo, lo trovano in prevalenza con lavori di tipo stagionale.

Si crea così una nuova struttura del mercato del lavoro tramite marginalizzazione, precarizzazione ed espulsione dei soggetti economici non compatibili.

E’ in questa fase che la burocrazia sindacale riformista si trasforma in un’appendice funzionale ai progetti di ristrutturazione della società determinati dalla borghesia. Un appendice che però deve mantenere aperti spazi e prospettive a quelle sacche di iscritti e simpatizzanti, specie nella CGIL, che ancora credono nella necessità del conflitto sociale; da qui la necessità, sporadica, di funzionare l’ipotesi di piazza attraverso lo spauracchio dello sciopero, con due aspetti che riveleranno tragici:

1)    Ridimensionare l’uso dello sciopero, già delegittimato dalle norme di autoregolamentazione (vero bavaglio dissenso organizzato).

1)    Normalizzare gli strumenti di condivisione delle politiche economiche e sociali con governo e padronato.

   La conseguenza logica di queste politiche sarà la linea dell’EUR che comportò il contenimento delle rivendicazioni, le “compatibilità necessarie” per meglio affrontare meglio la crisi, una pratica che alla fine produrrà una profonda amputazione della democrazia nel sindacato.

Vediamo adesso come è avvenuto il cambiamento del sistema contrattuale rivendicativo. Nel sistema “contrattuale rivendicativo” la struttura contrattuale e salariale era determinata dalla contrattazione all’interno delle aziende che era all’epoca influenzata dai bisogni che i lavoratori esprimevano. Ciò si è potuto determinare grazie alla liquidazione del modello contrattuale corporativo, con l’abolizione delle gabbie salariali e con la conquista del contratto nazionale di categoria, con una contrattazione confederale che aveva portato la scala mobile come strumento di tutela automatica delle retribuzioni dall’inflazione e come si diceva prima allo sviluppo di una diffusa contrattazione decentrata. Una struttura salariale quindi ordinata attorno ad una forte tutela del potere d’acquisto dei salari (scala mobile, automatismi, indicizzazioni) e a una forte iniziativa contrattuale – categoriale (nazionale ogni due anni e aziendale ogni anno) sui temi legati alla ripartizione della produttività e della ricchezza prodotta (non solo salariali ma anche occupazionali e di controllo dell’organizzazione del lavoro).

In definitiva la struttura salariale andatasi a formare nelle lotte dal dopoguerra ai primi anni ‘70 era organizzata attorno alle seguenti voci:

1)    Retribuzione base (minimi tabellari – scala mobile – indennità di mantenimento).

1)    Retribuzione di anzianità. Rappresentava la quota d’incremento salariale, comunque garantita in rapporto all’anzianità di lavoro presso la ditta, in percentuale sullo stipendio. Gli scatti di anzianità, introdotti nel periodo fascista per premiare la fedeltà all’azienda, si trasformano con la contrattazione degli anni ’60 come elemento del salario professionale secondo l’assunto che con l’anzianità di lavoro si consolidava e valorizzava l’esperienza professionale all’interno dell’azienda. Il valore di questa quota di salario era tutelato da rivalutazioni automatiche a ogni inizio di anno ed era quindi costantemente aggiornato.

2)    Retribuzione di produttività. Era il risultato di una redistribuzione degli incrementi di produttività realizzata. Il loro riconoscimento avveniva attraverso la contrazione aziendale che era:

A riparto. Quando tutti i lavoratori usufruivano di questa redistribuzione, o sotto forma di salario – (premi di produzione) o sotto forma di maggiore occupazione con nuove assunzioni, oppure ancora con una riduzione dell’orario di lavoro.

Ad incentivo. Quando a fruirne, sono solo quei lavoratori che hanno partecipato direttamente all’incremento di produttività (Cottimo, straordinario, premi di obiettivo o produttività).

Le lotte di questo periodo andavano nella direzione del ridimensionamento dei riconoscimenti “ad incentivo” a favore del sistema “a riparto”.

3)    Retribuzione di merito. Era elargita dall’impresa ai singoli lavoratori (superminimi, assegni ad personam ecc.). Anche questa forma di erogazione salariale fu ridotta in questo periodo.

Con l’avvio della crisi economica cominciata dalla metà degli anni ’70 e con l’avvio della “politica dell’EUR”, questo modello entra in crisi e viene man mano smantellato. E’ dai rinnovi contrattuali del ‘75-’76 che entra nel dibattito sindacale la questione del “costo del lavoro”. Comincia così il periodo del cosiddetto “realismo sindacale” dove il sindacato si riconosce nei problemi posti dalla “razionalità economica” prodotta dalla crisi. Questo avveniva con una versione “di sinistra”, apparentemente diversa da quella proposta dai padroni, dove settori del sindacato (in particolare la CISL di Carniti) ponevano il problema di come far partecipare i lavoratori alla soluzione della crisi.

I passaggi fondamentali del cambiamento del sistema contrattuale sono stati.

1)    Nel gennaio del 1977 un accordo interconfederale, poi trasformato in legge dello Stato, elimina dal calcolo per l’indennità di liquidazione la contingenza che sarebbe maturata a partire dal febbraio 1977.

1)    I rinnovi contrattuali del 1979 furono fortemente influenzati dalle forti ristrutturazioni nei grandi gruppi. In molte piattaforme contrattuali accanto alla linea egualitaria (formalmente riconfermata) si fa strada la preoccupazione di rispondere alle categorie professionalizzate. Il risultato è che tutto l’aumento salariale viene riparametrato. In molti contratti si accetta la deindicizzazione degli scatti di anzianità.

2)    L’accordo Scotti del 1983. Con questo accorso sono ridotte le voci del paniere per il calcolo del costo della vita. La copertura della scala mobile scende così dal 73% al 63%.

3)    Con il Decreto Legge dell’14.12.1984 e la successiva legge del 12 giugno 1984 n. 219 si stabilisce che i punti di variazione dell’indennità di contingenza non possono essere più di 2 alla scadenza del 1° febbraio e non più di 2 a quella del 1° maggio. Si tratta del primo vero intervento legislativo di predeterminazione salariale.

4)    A fronte della disdetta della scala mobile da parte della Confindustria nel 1985 si arriva nel 1986 ad un accordo interconfederale, poi trasformato in legge, che riforma il sistema di indicizzazione dei salari, portandolo a cadenza semestrale e riducendo le voci della retribuzione sottoposte a tutela al solo minimo tabellare. La copertura della scala mobile scende dal 63% al 50%.

5)    Nel 1990 la Confindustria procede ad una nuova disdetta della scala mobile. Il 31 luglio 1992 si arriva all’accordo Amato-Trentin che ha comportato non solo la definitiva scomparsa della scala mobile, ma bloccava (sia pur temporaneamente) la contrattazione aziendale. Cadevano così due dei tre pilastri su cui si poggiava la contrattazione sindacale del sistema contrattuale rivendicativo.

6)    Con l’accordo del luglio 1993 finisce il modello contrattuale rivendicativo. Vengono definiti tre livelli:

1° Livello. Concertazione generale del limite salariale secondo l’inflazione programmata.

2° Livello Concertazione nazionale della quantità di inflazione reale che i padroni possono caricare sul salario.

3° Livello. Concertazione articolata della sottomissione dei lavoratori agli interessi dell’azienda.

Questi accordi che stavano dentro il quadro delle politiche dei redditi hanno comportato un ingabbiamento dei salari: da un lato hanno impedito che crescessero per lo meno seguendo gli incrementi di produttività, dall’altro li ha lasciati erodere da un’inflazione sempre superiore a quella rilevata dall’ISTAT.

Per quanto riguarda la ripartizione di salari e profitti: la quota concernente questi ultimi sul totale dell’economia è passata dal 28.4% del 1970 al 35,5% del 2002. Questa dinamica è strettamente legata alla lotta di classe.

E sempre in questo periodo (dalla fine degli anni 70 dall’inizio degli anni ’90) che si passa dai Consigli di fabbrica alle RSU.

A partire dalla metà degli anni ’70 cominciano le pesanti ristrutturazioni nei grandi gruppi industriali, si vede l’esplodere del ricorso alla Cassa Integrazione ordinaria e straordinaria, comprimendo così gli spazi contrattuali. Con l’avvio della politica dell’EUR si comincia ad attuare una politica tendente a svuotare gli spazi di iniziativa categoriale e aziendale.

Con l’accordo Scotti del 1983, come già si diceva prima, si impongono dei limiti alla contrattazione aziendale affermando che “la contrattazione a livello aziendale non potrà avere per oggetto materie già definite in altri livelli di contrattazione” e si comincia a predestinare i costi della contrattazione nazionale. In sostanza con questo accordo diventa evidente come concertazione e centralizzazione della contrattazione collettiva vanno di pari passo.

Con l’inizio delle divisione sindacali (accordo di San Valentino 1984) si accentua l’attacco ai Consigli di fabbrica/dei delegati. Il potere delle organizzazioni sindacali di nominare comunque della proprie RSA (l’unica forma prevista e riconosciuta per legge), anche in presenza di istanze di base elette dai lavoratori, fu lo strumento principale con cui CISL e UIL mettevano in crisi le rappresentanze unitarie laddove queste non si assoggettavano a rappresentare il volere dell’organizzazione. In alcuni casi i Consigli di fabbrica si scioglievano per la fuoriuscita di componenti che daranno vita alle RSA in base al diritto riconosciuto dall’art. 19 della legge 300, in altri casi la loro attività sarà semplicemente bloccata appunto grazie alla minaccia di uscire dai Consigli di fabbrica per nominare proprie RSA.

Tutto ciò comportò lo svuotamento dei Consigli di fabbrica.

Con i protocolli del luglio 1993, la contrattazione di secondo livello riguarda solamente le materie oggetto di rinvio del Contratto Collettivo Nazionale e ancora si legge nel testo dell’accordo che “la contrazione aziendale riguarda materie e istituti diversi e non ripetitivi rispetto a quelli retributivi con CCNL”. In sostanza la contrattazione aziendale deve sostenere un ruolo puramente “adattivo” poiché deve stare negli ambiti normativi prefissati dal CCNL.

Un assetto contrattuale di questo genere richiede necessariamente il controllo sulle strutture di base per evitare che la contrazione aziendale entri in conflitto con quanto le organizzazioni sindacali hanno pattuito a livello centralizzato. E’ in questione la “solvibilità del sindacato”, la dimostrazione del suo essere organicamente concertativo.

Lo pensano chiaramente anche i firmatari dell’intesa, quando nella parte dell’intesa relativa alla rappresentanza aziendale si trova espressamente affermato che “al fine di assicurare il necessario raccordo tra le organizzazioni stipulanti i contratti nazionali e le rappresentanze aziendali titolari delle deleghe assegnate dai medesimi, la composizione delle rappresentanze deriva per 2/3 dall’elezione da parte di tutti i lavoratori, e per 1/3 da designazione da parte delle organizzazioni stipulanti il CCNL, che hanno presentato liste in proporzione ai voti contenuti”.

Negli anni ’80 DC e PSI tornano ai governi di centrosinistra in cui di sinistra c’è solo il nome: la crisi ha azzerato i margini di riformismo e si gestisce il capitalismo per quello che è: un sistema che si sviluppa sempre più debolmente, con un debito crescente, una disoccupazione alta ed un’inflazione che rimane elevata anche se, alla metà degli anni ’80 tornerà a una cifra. Corruzione ed evasione fiscale impazzano: scriverà Renzo Stefanelli su L’Unità che il fisco, stando alle dichiarazioni dei redditi conosce solo due categorie di ricchi e cioè i lavoratori e i pensionati.[37] Quanto alla corruzione basterà ricordare lo scempio della ricostruzione post-terremoto a Napoli nonché quello che emerse ad inizio degli anni ’90 sul sistema delle tangenti che era generalizzata e diffuso da lunghissimo tempo.

La DC di quel periodo sembra un altro partito rispetto a quella della ricostruzione e del miracolo economico, non che allora la corruzione non esistesse, al contrario, ma si accompagnava ad una politica di sviluppo, che veniva rappresentata da statisti come De Gasperi. Adesso la DC e il suo sistema di potere sono rappresentati da un uomo che è un finissimo politicante, privo però di una visione strategica, Giulio Andreotti, tattico senza strategia la cui visione delle politica si esprime in due battute quanto mai celebri: “Il potere logora che non c’è l’ha” e “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Galleggiare sul potere sempre e comunque, vivere alla giornata senza prospettive se non quella di rimanere incollati ad una poltrona; del resto prospettive di sviluppo il capitalismo non ne ha più e il PCI è confinato all’opposizione con il suo 30% dei consensi e non sa cosa fare, in un simile contesto è normale che fioriscano gli Andreotti.

C’è, però, nei confronti del PCI un fatto relativamente nuovo ereditato dagli anni ’70: Marco Caciagli rileva, in un’analisi molto documentata relativa al potere democristiano a Catania, che nel sottogoverno catanese avviene un mutamento negli anni ’70: prima vigeva il principio maggioritario, per cui chi vinceva prendeva tutto il piatto del sottogoverno, poi dagli anni ’70 verrà introdotto un principio proporzionale: anche l’opposizione (il PCI e la CGIL) avranno una fetta di potere rilevante.[38]

Questo fenomeno non era solo locale, il fatto che era la sinistra e il sindacato andavano tenuti buoni dopo lo sfondamento elettorale degli anni ’70 e le lotte operaie del ciclo 1968/80, e bisognava fornire al PCI e alla CGIL validi motivi per rimanere all’opposizione come forza “calma e responsabile”, la paura degli anni ’70 era stata rilevante. Inoltre, quando un uomo che veniva dalle Camere del lavoro toscane, come Arvedo Forni scriverà il suo libro-requisitoria contro l’evasione fiscale, è diventato il numero due dell’INPS, un gigantesco centro potere che in Italia che vale di più di molti ministeri, e nessuno è così ingenuo da pensare che si possa essere promossi dalle Camere del lavoro all’altissima burocrazia degli enti previdenziali per mero caso o per meriti che siano estranei alle valutazioni politiche. Non è certamente un caso che quando esplose “mani pulite” si vedrà il PCI divenuto PDS, essere dentro il sistema ossificato delle tangenti in Lombardia, regione guida del Paese in cui però il PCI è forza minoritaria, il che non gli impedisce di avere una notevole fetta di sottogoverno con relative percentuali di tangenti.

In sintesi per la DC di quel tempo, e per il PSI, la logica politica consiste nello gestire un capitalismo in crisi senza alcun prospettiva per il futuro tenendo il PCI all’opposizione e lasciandogli però una consistente fetta di sottogoverno anche al di là dei confini delle vecchie regioni rosse, al fine di garantirsi un’opposizione responsabile.

 

IL PCI ALLA RICERCA DI NUOVI SPAZI: LA “QUESTIONE MORALE”

 

 

Quanto al PCI, risospinto all’opposizione, cercherà nuovi spazi compiendo anche una isolatissima “sortita a sinistra” con il referendum contro il taglio di alcuni punti della scala mobile operata nel 1984 dal governo Craxi. Perderà sia pure di poco perché è difficile trasformarsi in difensori del salario dopo aver contribuito, nel triennio 1976-79, ad affossarlo, tuttavia nella politica economica del PCI non c’è nulla di nuovo, ci si limita a riproporre la vecchia parola d’ordine della programmazione democratica del capitalismo senza spiegare perché sia fallita e quali nodi vadano sciolti per realizzarla.

La novità, però, ci sono sul terreno della politica-politica con la proposta di una “alternativa democratica”, che mira a sostituire al governo la DC, affrontando il nodo dei nodi che per il PCI è la “questione morale” poiché la corruzione sarebbe la causa di tutti i mali italiani. Nel luglio 1981 Berlinguer rilascia a Scalfari una celebre intervista che ancora oggi è citata con ammirazione, esprimendo la nuova politica del PCI che si lascia alle spalle il compromesso storico come il PCI fece in occasione dell’abbandono del “milazzismo”.

Diceva Berlinguer a proposito della questione morale: “… i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia (…) La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sottoboss” (…) I partiti hanno occupato gli enti locali, gli enti previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali (…) Ho detto che hanno degenerato quale più quale meno, da questa funzione costituzionale loro propria, recando così danni gravissimi allo Stato e a se stessi. Ebbene il partito comunista italiano non li ha seguiti in questa degenerazione”.[39]

Tutti colpevoli tranne il PCI, ma sarà vero? Assolutamente no. Berlinguer parla delle occupazioni delle banche dimenticando (volutamente) di citare il caso di una grandissima banca (MPS) su cui il PCI ha una grandissima influenza; qualche mese prima dell’intervista in esame L’Unità pubblica un elenco di palazzinari romani, di petrolieri e uomini di spettacolo sospettati di evasione fiscale, ma dimentica di citare nell’elenco Alfio Marchini, grande palazzinaro romano e iscritto al PCI, costruttore tra l’altro del Bottegone. Inoltre Berlinguer tace sullo sciagurato periodo della solidarietà nazionale, in cui non fece nulla contro evasori e corrotti, così come tace sulla pratica che si delinea negli anni ’70 di cooptare il PCI nel sottogoverno. La vicenda di “Mani Pulite” è emblematica: il PCI-PDS finisce nella rete come tutti, uno dei massimi dirigenti del partito, Cervetti, viene travolto dalle inchieste e scompare dalla politica, era un dirigente che aveva fatto carriera sotto Berlinguer; Stefanini, tesoriere del partito, non sarà processato perché durante le indagini morirà di infarto; Donegaglia, uomo del PCI e della Lega delle cooperative collezionerà per la raccolta delle tangenti una trentina di procedimenti penali, per i giudici risulterà pacifico che dal 1987 al 1992 il PCI-PDS ricevette, per i lavori della metropolitana milanese, il 18,75% del totale delle mazzette.[40]

Ma verginità del PCI a parte, è tutta l’impostazione di Berlinguer che esprime un moralismo ignorante da curato di campagna. Ignorante (in apparenza) perché finge di ignorare che in tutta la storia del capitalismo la corruzione è una realtà plurisecolare e consolidata che non ha impedito, anzi ha accompagnato, lo sviluppo del capitalismo stesso; al più è stato un costo sopportabilissimo dello sviluppo e c’è addirittura la più importante corrente conservatrice della sociologia (i funzionalisti) che sostiene che la corruzione esiste perché è funzionale al sistema, il che è forse eccessivo ma è indubbio che corruzione e sviluppo possano a volte tranquillamente accompagnarsi.

In Inghilterra la corruzione è presente e documentata dal ‘700 almeno,[41] gli storici della rivoluzione industriale hanno evidenziato come l’evasione fiscale delle classi alte fosse normalissima in quel periodo,[42] in Germania abbiamo visto come a metà dell’800 si comportasse Krupp, ed il sociologo conservatore Max Weber osserva, parlando dei capitalisti afferma che anno “L’inclinazione a sacrificare possibilità economiche, soltanto per agire legalmente è naturalmente tenue”.[43] E ancora: “Le tasse sui prezzi, ad esempio, sono sempre state di precaria (…) Le elusioni di una legge sono spesso in campo economico, facilmente dissimulabili”.[44]

Corruzione e sviluppo capitalistico sono gemelli ed i guai dell’Italia non sono dovuti alla corruzione che c’è sempre stata anche negli anni del miracolo economico, ma coll’inizio della crisi economica, poi quando Berlinguer accenna al sistema del boss lo fa in maniera infelice, boss è una parola inglese anzi americana ed allude ad un sistema politico come quello USA dove si pratica lo spool sistem consistente nell’occupazione del potere ad opera di chi ha vinto le elezioni centrali o locali e che costituisce macchine politiche per la gestione clientelare del potere: questa espressione venne coniata nei primi decenni dell’800 da un soldataccio populista divenuto presidente degli Stati Uniti e che osservava che in politica come in guerra chi vinceva le battaglie saccheggiava le spoglie del nemico sconfitto.[45] Né questa logica è sempre negativa: Roosevelt sottomise la Corte Suprema, o meglio se la annesse, per impedire che essa continuasse a dichiarare incostituzionali le leggi che erano fondamentali per il New Deal, se non avesse vinto questa battaglia i riformisti non parlerebbero della grandezza dei Roosevelt e della sua politica,[46] da parte sua è normale che chi ha vinto le elezioni si assicuri da parte dell’apparato dello Stato una esecuzione delle proprie direttive politiche e che quindi tenda a mettere nei posti chiave dell’apparato stesso persone che diano garanzie di eseguire una politica che “legittimamente” vinto le elezioni.

Ma perché Berlinguer compie una scelta così inconsistente e vacua? La risposta è nell’interlocutore nascosto cui Berlinguer si rivolge, un vero e proprio convitto di pietra che non è citato nella famosa intervista ma è presente in essa: la Confindustria, che è il vero interlocutore cui Berlinguer si rivolge. Al massimo organo della classe dominante italiana Berlinguer dice che la DC va sostituita, che il PCI è pronto a farlo e che le colpe dei mali dell’Italia sono nella corruzione prodotta dalla DC: in sostanza Berlinguer chiede alla Confindustria di essere legittimato all’esercizio del potere e in cambio le offre una benevola assoluzione come compartecipe della corruzione che, dice Berlinguer, devasta   l’Italia. Berlinguer rimuove il fatto che il corrotto presume il corruttore del potere è colui che chiede al potere stesso dei favori in cambio di bustarelle o tangenti. Tra l’altro proprio mentre Berlinguer concede la sua intervista è cominciata a Napoli la pacchia della ricostruzione post-terremoto in cui il potere politico ha delle colpe ma gli uomini ma gli uomini della Confindustria non sono da meno. Lo stesso discorso vale per l’evasione fiscale che viene posta in essere dalle classi dominanti e da coloro che hanno capitali, è un tipico caso di “criminalità dei colletti bianchi”.

 

PARTE TERZA

 

 

 ESPLODE LA CRISI (1990-2008) CROLLO E RICOMPOSIZIONE DEL QUADRO POLITICO E LE RADICI DEL FENOMENO BERLUSCONI

 

 

Gli anni ’90 si presentano con un botto: tra il 1990 e il 1991 il rapporto debito pubblico-PIL sfonda il muro del 100%, anticipando di 20 anni la media OCSE del 2011. Nel 1992 si tengono le elezioni e tutti si attendono, alla vigilia delle stesse, il rinnovo elettorale del contratto del personale della scuola, che era un enorme serbatoio elettorale, ma non se ne farà nulla, malgrado sia Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, uomo da cui era legittimo attendersi una certa generosità elettorale. Comincia così la fine della carriera politica di Andreotti, il quale sopravvivrà imbalsamato per un altro ventennio e imparerà a sue spese che rimanere seduti sui problemi senza affrontarli, li fa incancrenire e che questo può determinare la fine di carriere politiche anche di uomini dotati di una estrema spregiudicatezza tattica, ma del tutto privi di strategia politica. Mentre il governo attua tutta una serie di provvedimenti antiproletari come l’abolizione della scala mobile, scopia la vicenda “Mani pulite”.

La decadenza politica di Andreotti era il segno evidente della profonda crisi del regime DC. Il regime democristiano, negli anni ’80 era nella sostanza un fatto anomalo o in ritardo a quello che era l’indirizzo prevalente negli altri Stati imperialisti (si veda ad esempio la dimensione e la continuità del ricorso all’indebitamento dello Stato e degli altri enti pubblici, lo spazio lasciato all’inflazione, il ritardo della svendita delle imprese pubbliche ecc.). Per sopravvivere continuare a raccogliere voti il regime DC faceva ricorso su scala sempre più vasta, man mano che la crisi economica avanzava, al clientelismo, con un enorme allargamento della spesa pubblica, nella forma specifica di aumento del debito pubblico e con il ricorso a tassi di interesse via via più alti onde invogliare i creditori italiani ed esteri. In concreto ciò introduceva un ulteriore elemento di rischio nel sistema finanziario italiano, europeo e mondiale, già sottoposto all’azione di grandi fattori di instabilità. A poco era valso il colpo inferto al regime DC con la separazione della Banca d’Italia dal Tesoro.[47] Il regime DC inoltre subiva la crisi politica indotta in tutti i regimi dei paesi imperialisti dalla crisi economica. Esso riusciva sempre meno a tenere assieme interessi sempre più divergenti tra loro e nello stesso tempo si sviluppano nel suo stesso seno forze centrifughe (Lega, Rete ecc.). I contrasti tra le correnti DC e i partiti alleati (PSI, PSDI, PRI, PLI) diventavano via via più acuti. Avventurieri come Gelli, Craxi, Berlusconi, i gruppi camorristi e le famiglie mafiose riuscivano a crearsi posizioni a crearsi posizioni da cui ricattare il grosso della DC. L’allegra gestione della finanza statale, impersonata, in quel periodo da Cirino Pomicino, faceva della finanza statale uno strumento per la produzione di nuove concentrazione di capitale che turbavano le vecchie. Alle vecchie ruberie e alle collaudate procedure di arricchimento privato con il pubblico denaro, si aggiungevano nuove sfacciate e provocatorie procedure “arraffa e fuggi”. La collusione sfacciata di esponenti della Mafia – che nel frattempo avevano imparato da Agnelli e dalla borghesia del Nord a operare nel campo della finanza e per questo motivo si erano trasformati da luogotenenti locali della grande borghesia del Nord in suoi concorrenti a livello internazionale – destava animosità e ritorsioni e spingeva alla trasformazione della concorrenza economica in guerra civile. I segni di tensione tra il trio Craxi, Andreotti, Forlani (il famigerato CAF) e parti consistenti della Borghesia Imperialista italiana ed estera erano via via cresciuti tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90: non soli il distacco tra il Tesoro e la Banca d’Italia, ma le schermaglie tra Andreotti e la Confindustria, la crisi di Sigonella,[48] lo scontro sulla Mondadori, sulla legge Mammì, sull’Enimont,[49] l’ambigua atteggiamento dell’Italia negli anni ’80 verso gli attacchi militari da parte degli USA contro la Libia.

La DC faceva acqua da tutte le parti e andava sostituita, la guerra tra le diverse fazioni borghesi rendeva difficile l’elaborazione di un ricambio politico. Non solo era difficile l’accordo, ma le barriere minuziosamente erette nel corso degli anni a difesa del regime DC diventavano ora un puntello contro quanti lo volevano sostituire, e di esse si avvalevano spregiudicamene quanti avevano alla sua continuità.[50] Tra i gruppi borghesi che concordavano che il regime DC andava sostituito ognuno voleva l’alternativa tagliata ai suoi interessi e impersonata dai suoi uomini. Il denominatore comune dei vari gruppi borghesi è l’attacco alle conquiste che la classe operaia ha strappato alla Borghesia Imperialista a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Ogni gruppo di capitalisti cerca di mobilitare le masse contro ogni soluzione che non rispettasse i suoi interessi, gridando che essa portava alla scontro sociale ed è uno strumento di strumentalizzazione della masse.

In mezzo a queste difficoltà e con questi condizionamenti, a cavallo del 1990, facilitata anche dal “crollo del muro di Berlino” e dal disfacimento dell’Unione Sovietica, una parte autorevole della Borghesia Imperialista, tra cui il gruppo Agnelli, il Gruppo De Benedetti Mediobanca di Cuccia, Confindustria e autorevoli gruppi di capitalisti esteri, nonostante le divergenze di interessi finì per mettere in cantiere un progetto di ricambio politico.

Il progetto si componeva di due passaggi fondamentali:

  • La liquidazione per via extraelettorale (essendo quella elettorale preclusa) ed extraparlamentare del ceto politico democristiano scatenando la Magistratura, e come per miracolo improvvisamente venne loro il “coraggio di applicare la legge” sull’estorsione, la corruzione e la collaborazione tra apparati statali e organizzazioni criminali. “Stranamente” nemmeno uno dei magistrati, poliziotti a altri “uomini di legge” che operavano nell’ambito della lotta contro la corruzione politica (Mani pulite) non fece la fine dei loro colleghi che avevano osato mettere il naso nelle operazioni del ceto politico democristiano (da Costa, Chinnici, Falcone, Borsellino ecc.). Ai magistrati che mordevano il freno, venne data a loro dai loro superiori dato via libera, appoggi, mezzi e protezione. Attorno ad essi e alle loro operazione si rinnovò (benché nella misura confacente con la diversa natura di classe dello scontro) quell’unione sacra che aveva che aveva permesso a magistrati e poliziotti ogni genere di prevaricazioni, illegalità e violenze (come le torture) nella lotta contro le Brigate Rosse e contro il movimento proletario. I maggiori esponenti del regime DC (Andreotti, Craxi, Forlani, Gava ecc.) vennero messe fuori gioco, con imputazioni e campagne tanto più pesanti quanto maggiori erano le rispettive resistenze.[51]
  • La presentazione agli elettori della carta di ricambio, costruita attorno all’ex PCI. La preparazione della soluzione di ricambio al CAF era iniziata con la liquidazione del “vecchio” PCI, la sua trasformazione nel “nuovo” PDS e la sua separazione parti meno omogenee al ruolo che il PDS doveva svolgere.[52] Queste parti vennero comunque raccolte in quel contenitore che era PRC (dove potevano essere tenute maggiormente sotto controllo). Occhetto legò a questa operazione le sue fortune politiche (ne pagherà con le dimissioni il fallimento). Attorno a lui si raccolsero con ruoli diversi gli uomini del vecchio regime che si allinearono all’operazione e si presentarono come “nuovi” (Spadolini, Segni, Ciampi, Scalfaro ecc.). Il nuovo governo doveva portare l’Italia in riga con le tendenze prevalenti negli altri grandi paesi imperialisti, approfittando della collaborazione delle “parti sociali” (ossia, in primo luogo, dei sindacati di regime) per imporre lacrime e sangue alle masse popolari. Lo sgambetto dell’aprile ’92 a Craxi (addolcito dalla nomina a capo del governo di un suo uomo: Amato), il referendum sulla legge elettorale (referendum Segni, 1993), la nomina di Ciampi a presidente del Consiglio dei ministri (1993) e le elezioni del marzo ’94 dovevano avviare il ricambio.

Le elezioni del 1994 furono vinte da Berlusconi (e in seguito quelle del 2001 e del 2008 con maggioranze oceaniche), ma anche quando è ricacciato all’opposizione condiziona pesantemente il governo; emblematico è quello che dichiarerà in parlamento Violante nel 2002: “L’onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni, quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui lo sa Letta (…) Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto d’interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi, nonostante le concessioni, e avessimo permesso che il fatturato di Mediaset aumentasse di 25 volte durante il centrosinistra”.

  • Uno dei motivi che Berlusconi vinse le elezioni del 1994 fu che tra le masse popolari la soluzione incentrato sul PCI/PDS, non sollevò un gran entusiasmo. Questa soluzione arrivava dopo anni di collaborazione del PCI col regime democristiano: dalla svota dell’EUR, alla politica di solidarietà nazionale, dalla collaborazione con la guerra sporca contro le Brigate Rosse e le altri organizzazioni combattenti e in generale contro il movimento proletario degli anni ’70 e dei primi anni ’80, alla collaborazione sindacale della normalizzazione alla FIAT e nelle altre fabbriche,[53] alla copertura politica con la giustificazione della “lotta al terrorismo“della pratica della tortura, ecc. Tutto ciò aveva già distrutto la partecipazione, l’entusiasmo, la mobilitazione, di migliaia di attivisti che erano, quelli ha, fino alla metà degli anni ’70, nonostante mille contraddizioni, avevano alimentato il seguito elettorale del vecchio PCI, Bertinotti e Cossutta fecero del loro meglio per abbellire la soluzione agli occhi dei lavoratori con sparate demagogiche (come quella di Bertinotti che volve far tassare i BOT), ma fare campagna elettorale assieme a noti organizzatori della cacciata degli operai dalle fabbriche (del tipo di Giugni) e promettere un rinnovamento della società a favore dei lavoratori e delle masse popolari in genere sotto la guida di individui del genere, era qualcosa che superava anche la fede disperata del lavoratore più convinto che l’andata al governo del partito (per vie elettorali) fosse la chiave di tutto.
  • Il fatto che Occhetto, anche durante la campagna elettorale abbia dovuto ancora a prosternarsi davanti agli uomini dell’alta finanza e della NATO per convincerli del bontà del progetto, anziché avere già in tasca il loro sostegno e dedicarsi completamente a fare promesse elettorali demagogiche che fossero alla pari di quelle di Berlusconi, tutto questo è una dimostrazione chiara della debolezza del progetto.

 

  • Tra la borghesia e la piccola borghesia la soluzione elaborata dalla parte dominante della Borghesia Imperialista incontra un’opposizione accanita, nutrita dai contrasti di interessi. Da tempo i piccoli capitalisti accusavano i grandi di fare affari a spese delle finanze pubbliche, di vivere di contributi, di agevolazioni e di stanziamenti pubblici. Questa opposizione trovò in Berlusconi il suo leader, ben fornito di mezzi di comunicazione e di esperti in manipolazione (e in particolare in quella elettorale). Egli ha unito sia quella parte del vecchio ceto politico che la nuova soluzione avrebbe sacrificato (i riciclati della nuova maggioranza governativa che faceva capo a Berlusconi), sarebbero i “perseguitati” di Mani Pulite, sia quelle forze che la soluzione progressista, per vari motivi, li avrebbe lasciato fuori (dai fascisti del MSI trasformatosi in due giorni in Alleanza Nazionale per rendersi “presentabili”, ai seguaci di Bossi).

 

  • L’anticomunismo alimentato per anni, neanche Agnelli poteva cancellare di colpo: vari capitalisti hanno percepito chiaramente che la vittoria del Polo progressista, avrebbe potuto suscitare attese, e “pretese” tra i lavoratori, non erano sicuri di poterli controllare, ritenevano che sul piano immediato avrebbe avuto dei problemi e hanno vissuto la campagna di Berlusconi come la loro campagna.

 

 

 

LE RAGIONI DEL SUCCESSO DI BERLUSCONI

 

Berlusconi ha influenzato per almeno un ventennio la politica italiana. Egli era entrato in politica per un motivo molto semplice (e in una certa sostanza banale), bisogna partire dal fatto che egli era un signore che esercita le sue attività televisive in un regime di duopolio imperfetto (con la RAI) e che ha fatto carriera con la protezione politica di Craxi, certamente un personaggio simile non può certo erigersi credibilmente a essere un leader di una presunta “rivoluzione liberale”. Del resto negli anni in cui ha governato tra il 2001 e il 2011 con maggioranze larghissime, questa fantomatica “rivoluzione” non l’ha fatta. Di ciò egli stesso è conscio e ne dà la colpa alla mancanza di potere attribuitagli dalla Costituzione o ai veti dei piccoli partiti. In realtà Berlusconi ha gli stessi poteri che avevano personaggi come De Gasperi e Fanfani che sono stati gli artefici a livello politico della ricostruzione capitalistica dell’Italia e del miracolo economico, quanto alla DC, aveva come alleati piccoli partiti che sapeva come controllarli e lo fece anche durante una legislatura difficilissima come quella del 1953-58.[54]

Giustificazioni inconsistenti a parte, il vero motivo che Berlusconi è sceso in campo è che un signore che esercita la sua attività come concessionario pubblico ha bisogno di coperture politiche, altrimenti il prezzo delle concessioni può salire o la concessione stessa può essere revocata; con Craxi Berlusconi era coperto, senza Craxi ha dovuto arrangiarsi da solo.[55] Ma quali sono i motivi di tanto successo che ha mandato in bestia la sinistra?

Sintomatico di questo atteggiamento dei “sinistri” (e borghesi) è quanto ha scritto E. Scalfari: “E’ la quinta volta che glielo promette e la colpa di chi gli impedisce questo meraviglioso regalo è dei magistrati e dei comunisti. Gli allocchi ci sono in tutto mondo, ma da noi purtroppo ce ne sono di più…”.[56] Questo giudizio da radical chic assomiglia un giudizio di un conservatore choc, poiché ricorda il giudizio del miliardario ultraconservatore Ross Perrot sui democratici USA e il cui successo elettorale era spiegato in modo molto semplice: “Il culo dell’asino è più intelligente di un democratico”. Del resto lo stesso Berlusconi in occasione delle elezioni del 2006 aveva detto che non credeva che la maggioranza degli italiani fosse così coglione da votare per i comunisti, sottinteso che chi li vota è un coglione. Forse l’intellettuale Scalfari non si rende conto che con questi giudizi egli si pone allo stesso livello di Perrot e di Berlusconi. Quello che non capisce (o molto probabilmente si rifiuta di capire) Scalfari è che il successo di un leader demagogico che si chiami Berlusconi, Mussolini o Hitler ha radici sociali. Berlusconi parla alla pancia del suo elettorato e la pancia, piaccia o no, è un organo nobile soprattutto in un mondo dove si ragiona in termini di profitto e di carriera come il nostro. L’elettorato di Berlusconi, il suo nocciolo duro, è rappresentato dal grande popolo delle partite IVA che rappresenta secondo molti calcoli il 28% del popolo italiano e che ossessionato dalle tasse tanto ossessionato che le evade largamente e che aveva trovato nella vecchia DC il proprio naturale protettore. Berlusconi intende avere il ruolo che aveva la DC e alle elezioni del 1994 si presenta con un programma di riforma fiscale articolata su due sole aliquote: il 22% ed il 33%, al di là di questo livello di tassazione diventa un “esproprio proletario”, il sottinteso è chiaro, l’evasione fiscale diventa qualcosa di simile alla disobbedienza civile. Per il grande popolo delle partite IVA queste posizioni sono musica per le proprie orecchie, certo Berlusconi non realizzerà il suo programma ma nel 1994 la sua permanenza al potere è stata molto breve e quando torna al potere in modo stabile e con larghe maggioranze, dopo il 2001, non manterrà per una seconda volta le proprie promesse, ma farà una serie di altre cose che per il suo elettorato sono altamente positive e giustificano l’affetto che gli viene portato. Berlusconi, infatti, ha abolito alcune tasse come l’ICI sulla prima casa, e poi l’INVIM e la tassa di successione, odiate dal popolo delle partite IVA, inoltre ha concesso dopo il 2001 un generosissimo condono tombale seguito da uno scudo non meno tombale (dovevi pagare il 61% e te la cavi con il 5%), poi il condono edilizio e poi, ancora, in occasione di una causa tra la Fininvest e il fisco per una bazzecola di 170-180 milioni di tasse che gli vengono richiesti dagli uffici fiscali, stabilisce con un Decreto Legge, che, quando nei primi due gradi di giudizio presso le commissioni tributarie vinci la causa, prima di passare al terzo grado di giudizio, la Cassazione (dove ci sono magistrati professionali) puoi risolvere tutto pagando il 5% sulla somma richiesta. Si potrebbe obiettare che quest’ultima norma è una norma “ad aziendam”, ma il fatto è che si applica a tutti quelli che si trovano nella stessa situazione in cui versano le aziende di Berlusconi e quindi si tratta di una beneficenza per tutti. Nel 2011 una ricerca fatta su dati ufficiali ha evidenziato come presso l’Agenzia delle Entrate giacessero titoli di credito esecutivi per 500 miliardi di Euro cumulatisi in una decina di anni e che non venivano riscosse.[57] Il dato veramente clamoroso (e scandaloso) è stato confermato dal rappresentante del Ministero dell’Economia e Finanza davanti alla Commissione finanze della Camera dopo le elezioni del 2013: dal 2000 al 2013 sono stati cumulati 800 miliardi di titoli esecutivi di questi sono stati riscossi solo 69 miliardi, altri miliardi sono inesigibili e sono in giacenza, in attesa di una ipotetica riscossione, 545 miliardi, di questi 452 miliardi sono concentrati su 120.409 contribuenti per cifre da 500.000 euro in su; il debito dunque è molto concentrato e ciò dovrebbe facilitare la sua riscossione, ma indipendentemente da questo nessuno ipotizzerebbe che un’azienda come le Assicurazioni Generali o la Fiat abbia 545 miliardi di crediti (più del PIL del continente come l’Africa) e non sappia riscuoterli. Ci troviamo davanti ad caso di incredibile benevolenza verso i grandi debitori del fisco, che sono evasori scoperti e accertati, e questa benevolenza che racconta veramente l’incredibile, si è formata in anni in cui Berlusconi ha governato (2001-2006 e 2008-2011), oppure era all’opposizione condizionando un governo delle maggioranze fragilissime (2006-2008), oppure partecipava alle maggioranze di governo (governo Monti e governo Letta).

Il popolo di Berlusconi sa che in tema di tasse e di evasione avrà in Berlusconi un interlocutore estremamente attento e benevolo e il fatto che Berlusconi sia stato accusato (e in seguito condannato in via definitiva) per frode fiscale, accresce i suoi meriti agli occhi del proprio popolo, in sostanza è uno dei nostri e ci capisce. In altre parole tra condoni, scudi, vertenze fiscali protratti all’infinito ed eventualmente transatte a condizioni favorevoli, per finire alle cartelle esecutive su cui si cumula la polvere, gli elettori Berlusconi sanno che con lui una soluzione può sempre trovarsi.[58]

Berlusconi dunque ha uno zoccolo duro su cui fare affidamento e che può allargarsi al grande numero degli scontenti della sinistra che può essere attratta da Berlusconi, perché l’attuale sinistra, o è solo di nome ma non di fatto, non ha mai avuto una politica alternativa reale a Berlusconi ed è in maniera spaventosa subalterna a lui.

Discorso largamente simile vale per la Lega che ha praticato parole d’ordine analoghe a quelle di Berlusconi contro lo Stato sprecone e tassatore con in più una accentuazione di carattere regionalistico, per cui l’alleanza Berlusconi-Bossi, sia pure con qualche frizione tattica, era la cosa più naturale e logica.

 

I MOTIVI DELLA PERDURANTE DEBOLEZZA DEL CENTRO SINISTRA

 

 

Col termine di Centro-Sinistra bisogna intendere alle varie forze (PDS, DS, Popolari, Margherita) che confluiranno nel PD un partito che è la somma delle nomenclature sopravvissute alla DC e del PCI. Una fusione tra morti poiché la vecchia DC gestiva il potere nello sviluppo, e il vecchio PCI gestiva l’opposizione nello sviluppo, essendo venuto meno lo sviluppo è venuto meno il fondamento di questi due partiti: nel PD confluirono i resti di due burocrazie politiche che cercano di sopravvivere salvando le proprie poltrone e senza alcun progetto serio. Il problema del Centro-Sinistra nasce da fatto che il suo elettorato è sostanzialmente diverso da quello di Berlusconi poiché è un elettorato di tartassati che pagano anche per gli evasori fiscali e che vorrebbero quindi una seria politica antievasione. Il fatto è che la DC e il PCI questa politica non l’hanno mai fatta e hanno sempre cercato il consenso dei ceti evasori, il cui potere in una situazione di mondializzazione dell’economica capitalista è cresciuta: se puoi trasferire enormi capitali con un click in Svizzera o in Lussemburgo, l’evasione fiscale diventa qualcosa di sostanzialmente imbattibile. Il Centro-Sinistra perciò nei momenti in cui si trova al governo con risicatissime maggioranze, si limita a maledire gli evasori non facendo niente di concreto contro di loro: la soluzione peggiore, irriti l’avversario e non lo ferisci. Emblematico della totale mancanza di politica della sinistra in campo economico, in un libro del signor Stefano Fassina, un personaggio che non varrebbe la pena di palarne, se non che è stato, prima di abbandonarlo, il responsabile economico del PD per cui le sue tesi dovrebbero esprimere quanto di “meglio” (si fa per dire ovviamente) ha prodotto questo partito in campo economico. A pag. 18 del suo libro Fassina dice che non esiste un solo capitalismo ma vari capitalismi,[59] il che è semplicemente assurdo in un in un mondo in cui, malgrado le peculiarità dei singoli paesi, esiste un sistema di vasi comunicanti che collega tra loro borse ed economie: la crisi generale che versa il capitalismo attraversa tutto il mondo, la disoccupazione è un fenomeno mondiale, i prezzi si formano sui mercati mondiali, l’evasione fiscale è un fenomeno mondiale, i movimenti di capitale sono mondiali ecc., in altre parole quello che accade a Pechino si ripercuote su Londra e viceversa. Negare questa realtà è assurdo e lo stesso che un sistema mondiale avrebbe bisogno di un governo mondiale. Ma come è possibile realizzare un governo mondiale? Fassina ritiene che il G20, che egli propone di ridurre a G18, possa essere la sede per realizzare tale governo dimenticando il “piccolo” fatto che negli ultimi lustri i vari G hanno prodotto documenti che, come ammetterà il premier inglese Cameron nella realtà sono stati un cimitero di documenti; bisognerebbe chiedersi che tutti i vari G siano stati tutti clamorosamente falliti e francamente pensare come fa Fassina di ridurre i paesi partecipanti è un cosa ridicola e nello stesso tempo di un’ingenuità desolante. Non meno inconsistente è l’esaltazione che fa Fassina dell’innovazione[60] dimenticando (volutamente) che l’innovazione nel capitalismo serve ad aumentare la produttività e a produrre di più con meno addetti, il che deprime l’occupazione.

Questo dà l’idea del livello del dibattito economico della sinistra ma anche il programma che il PD ha presentato per le elezioni del 2013 è semplicemente inconsistente e miserevole come è stato rilevato.[61]

Il PD non nulla da produrre e quando è stato il governo non ha fatto che proporre lacrime e sangue non diversamente dal Centro-Destra.

Non solo, la sinistra non ha fatto nulla contro l’evasione fiscale, ma il monte crediti insoluto chi è accumulato negli ultimi 12 anni è cresciuto è cresciuto negli anni del governo Prodi: da dati del Ministero dell’Economia e della Finanza citati prima emerge che nel 2007 su 71,6 miliardi di cartelle esecutive ne sono state riscosse sono 6,5 miliardi, nel 2010 col governo Berlusconi 5,6 miliardi riscossi contro 81,2 iscritti a ruolo, nel 2012 (governo Monti) 2,2 miliardi ricossi contro 84,3 miliardi a ruolo, come si vede le differenze tra Prodi e Berlusconi sono irrisorie, più rilevanti quelle con Monti, tendendo conto che quest’ultimo sia stato sostenuto dal PDL che dal PD, sicché tutti sono corresponsabili di questi pessimi risultati.

Contro l’evasione fiscale tutti sono impotenti e conviventi nello stesso tempo con una differenza che il PD e il Centro-Sinistra tollerano l’evasione ma tuonano contro essa, come del reto faceva il PCI. In altre parole mentre Berlusconi giustifica e coccola l’evasione, il PD e il Centro-Sinistra lo tollera ma l’insulta irritandola e fa cadere il peso delle stangate sul suo elettorato fatto da lavoratori dipendenti.

 

PARTE QUARTA

 

 

 

FIAT E CAPITALE FINANZIARIO

 

 

Non si può fare un resoconto storico sulla politica italiana attraverso l’evoluzione della economia se non si parla della FIAT e della sua crisi.

E’ vulgata comune per capitalisti, giornalisti prezzolati, e “sinistri” vari che le ristrutturazioni nel settore dell’auto (e nell’industria in generale) siano necessarie per uscire dalla crisi.

 

C’è da chiedergli a questi signori, come mai la FIAT che negli anni 80 aveva ristrutturato è ancora adesso in crisi? Che nel 1990 era al 15° posto tra i maggiori gruppi industriali, nel 2005 passa al 33°.

 

 

 

 

TABELLE COMPARATIVE

MAGGGIORI GRUPPI INDUSTRIALI  2005-1990

2005 1990
N. Gruppo Nazione Fatturato N. Gruppo Nazione Fatturato  
1 BP Inghilterra 224 1 GM Usa 79  
2 Exxon Mobil Usa 219 2 Shell G.B.-Olanda 66  
3 Shell Usa 211 3 Exxon Usa 66  
4 GM USA 152 4 Ford Usa 57  
5 Daimler Chrysler Germania 139 5 Toyota Giappone 50  
6 Toyota Giappone 136 6 Ibm Usa 42  
7 Ford Usa 135 7 Iri Italia 41  
8 GE Usa 120 8 Ge Usa 38  
9 Total Francia 120 9 Bp Inghilterra 37  
10 Chevron Usa 116 10 Dailmer Germania 36  
11 Conoco Philips Usa 96 11 Mobil Usa 36  
12 Volkswagen Germania 87 12 Hitachi Giappone 36  
13 Nippon TNT Giappone 79 13 Matsushita Giappone 31  
14 Siemens Germania 72 14 Philip Morris Usa

 

31  
15 Ibm Usa

 

71 15 Fiat Italia 29  
16 Hitachi Giappone 66 16 Volkswagen Germania 29  
17 Matsushita Giappone 64 17 Siemens Germania 28  
18 Honda Giappone 63 18 Samsung Sud Corea 28  
19 HP Usa

 

63 19 Nissan Giappone 27  
20 Nissan Giappone 63 20 Unilever G.B.- Olanda 26  
21 Sino pec Cina 59 21 Eni Italia 26  
22 Eni Italia 58 22 DuPont Usa 24  
23 Deutsche Telekom Germania 57 23 Texano Usa 24  
24 Verizon com. Usa 56 24 Chevron Usa 23  
25 Samsung Sud Corea 56 25 Elf Aquitaine Francia 23  
26 State Grid Cina 56 26 Nestlè Svizzera 23  
27 Nestlè Svizzera 56 27 Toshiba Giappone 21  
28 Peugeot Francia 55 28 Honda Giappone 19  
29 China NP Cina 53 29 Philips Olanda 19  
30 Sony Giappone 52 30 Renault Francia 19  
31 Pemex Messico 50 31 Crisler Usa 19  
32 Vodafone Inghilterra 49 32 Boeing Usa 18  
33 Fiat Italia 47 33 Abb Svizzera 18  
                 

 

 

La stampa si è consumata sugli “errori” della Fiat: globalizzazione in ritardo da parte della Fiat, assenza di una politica industriale e così via. L’unica spiegazione che i vari “esperti” non tengono conto (o fanno finta) è che la Fiat aveva da tempo fatto la scelta di uscire dal settore dell’auto, perché questo settore presentava una concorrenza internazionale che non riusciva a reggere, e i profitti ricavabili avevano un’entità inferiore a quella di altri settori. Questa scelta vista da un punto di vista capitalistico, ha una sua logica.

 

Nel 1990 la quota Fiat nel mercato italiano era del 52% (con Lancia e Alfa) nel 2002 è al 31%. In Europa è passata dal 14% all’8%. Un calo che percorre tutti gli anni ’90.

 

La Fiat aveva 130.000 dipendenti nel 1980, calati a 90.000 a metà degli anni ’80, poi a 50.000 all’inizio degli anni ’90 (con 12.000 quadri e impiegati buttati fuori tra il 1993 e il 1994) per arrivare ai 36.000 nel 2002. Tutto ciò corrisponde alla scelta ben precisa di mantenere l’azienda in una china di “produttiva decadenza”: di non investire, ma ridurre le spese all’osso, un’operazione di “spolpamento” dell’azienda per ricavarne risorse da gettare altrove, tutto questo finché dura. Operazione del resto nella quale la Fiat è esperta: ha fatto così con l’Alfa Romeo “acquistata” (nei fatti regalata dallo Stato) nel 1986 pur di non vederla cedere alla Ford e l’ha progressivamente smantellata, lo stesso era accaduto con Lancia e Innocenti.

 

Secondo Eurobusiness (citato da Ezio Mauro su La Repubblica del 18 ottobre): “negli ultimi sei anni Volkswagen ha speso 21 miliardi di euro per studiare i nuovi modelli, Renault 10,4 Bmw 10, Fiat appena 4,5”.

 

Mentre disinveste nel settore dell’Auto, la Fiat acquisiva altrove. Facciamo degli esempi: nel 1999 acquista Case, Kobelco e Pico e nel 2001 entra nel settore elettrico alla grande. La Montedison controllata dalla Fiat per il 24,6% diventa la seconda azienda del comparto dopo l’Enel.

 

Per avere il quadro completo della situazione, non bisogna dimenticare l’affacciarsi nel mercato mondiale dell’automobile da un paio di decenni di paesi come la Cina, l’India, l’Iran e del Brasile che hanno registrato un aumento della produzione (o di una “tenuta” come il Brasile che ha perso solo l’1%) assorbita soprattutto dai propri mercati interni che hanno continuato a svilupparsi.

 

La produzione automobilistica mondiale (auto, veicoli commerciali e camion) nel 1999 era di 56 mln 259mila, nel 2009 è stata di 61 mln 715mila, quindi ha registrato il 9,69% di incremento, ma questo incremento è dovuto in grandissima parte allo sviluppo produttivo dei paesi capitalistici più giovani, come Cina, India, Brasile e Iran; incremento assorbito, come si diceva, soprattutto dai propri mercati interni; mentre i paesi che tradizionalmente producono ed esportano in tutto il mondo i propri veicoli a motore in nel decennio che va dal 1999 al 2009 hanno subito un pesante decremento.

 

 

SITUAZIONE DELLA PRODUZIONE AUTOMOBILISTICA A LIVELLO MONDIALE TRA IL 1999 E IL 2009 (MLM UNITA’)

 

Paese 1999 2009
USA 13.025 5.709
Giappone 9.895 7.935
Germania 5.688 5.210
Francia 3.180 2.048
Canada 3.059 1.491
Spagna 2.852 2.170
Sud Corea 2.843 3.513
Regno Unito 1.974 1.090
Cina 1.830 13.791
Italia 1.701 0.843
Messico 1.550 1.561
Brasile 1.351 3.183
Russia 1.170 0.772
Belgio 1.017 0.537
India 0.818 2.633
Polonia 0.575 0.884
Rep. Ceca 0.373 0.975
Taiwan 0.353 0.226
Tailandia 0.322 0.999
Sud Africa 0.317 0.373
Argentina 0.304 0.513
Turchia 0.298 0.870
Malaysia 0.254 0.489
Svezia 0.251 0.156
Slovenia 0.118 0.213
Iran 0.119 1.395
Romania 0.107 0.296

 

 

È visibile il tracollo delle potenze industriali del blocco occidentale, in particolare degli USA che hanno perso il 56% di produzione, il Giappone che ha perso il 19,8%, il Regno Unito il 44,7%, l’Italia il 50,4%, il Canada il 51,2%, la Francia il 35,6%; mentre è altrettanto evidente il balzo della Cina che ha più sestuplicato la propria potenzialità industriale portandosi agli stessi livelli produttivi del settore che avevano dieci anni prima gli USA, seguita dall’India che ha triplicato la sua produzione di dieci anni prima, l’Iran che nel 1999 aveva una produzione molto limitata, in dieci anni più che decuplicata, il Brasile con una produzione più che raddoppiata.

 

Questo sviluppo industriale di paesi come la Cina, l’India cominciato negli anni ’90 è una conseguenza è una conseguenza dell’eccesso di capitale che ha trovato come sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” in altre parole nella creazione di un unico sistema capitalistico in cui ai paesi semicoloniali si sono aggiunti gli ex paesi cosiddetti “socialisti” o che si definiscono come tali come la Cina, nel ruolo di fornitura di materie prime e di semilavorati e di produzione di manufatti a bassi salari e senza alti costi relativi alla sicurezza e alla protezione dell’inquinamento.

 

A partire da questa fase del capitalismo, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.833 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi detti “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Kong).

I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1986-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2000 + 46 47,2%. Questo gigantesco afflusso di capitali ha creato una mondializzazione della produzione industriale.

 

Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria è al di fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone.

 

Gli Stati Uniti rimangono certamente ancora la più grande potenza industriale (nel 2008 erano il 24% del totale mondiale) mentre la Cina sempre in questo periodo si situava al 18% (dopo essersi posizionata al 6% nel 1995, al 10% nel 2000, al 13% nel 2005).

 

Detto, questo bisogna sottolineare una caratteristica poco conosciuta ma molto importante dell’economia cinese attuale: il dominio del capitale straniero sui settori più dinamici e più produttivi dell’industria. Secondo un esperto del governo cinese, commentando la notizia che la Cina era diventata il primo esportatore mondiale: “circa l’83% dei prodotti ad alto contenuto tecnologico e il 75% dei prodotti elettronici esportati sono fabbricati in imprese a capitale straniero”.

 

Le statistiche ufficiali cinesi illustrano chiaramente questo dominio. Nel 1986 le imprese a capitale straniero erano all’origine del 5,6% delle importazioni e dell’1,8% delle esportazioni del paese; nel 2007 la percentuale era salita al 57,8% delle importazioni e al 57,1% delle esportazioni; più della metà del commercio estero cinese è in realtà opera delle filiali di aziende straniere. Nel 1990 le imprese a capitale straniero erano responsabili del 2% della produzione totale cinese. Senza dubbio questa percentuale è in diminuzione dopo il 2003, ma, considerando che una parte delle imprese cinesi sono in realtà delle sottomarche di imprese straniere, è incontestabile che l’industrializzazione e soprattutto il progresso del commercio estero cinese dipende per una parte significativa del capitale internazionale. Le imprese straniere assicurano di fatto il 40% del PIL cinese.

 

Una caratteristica delle esportazioni cinesi è che la metà delle esportazioni fanno parte dei “processing export”, cioè l’esportazione di merci prodotte (o assemblate) a partire da parti staccate o componenti importate. Questa percentuale sale all’85% per le imprese a capitale straniero; questo tasso è nettamente più elevato per le esportazioni di materiale elettronico e per i beni strumentali che non per il tessile, l’acciaio o la chimica, settori questi ultimi in cui le imprese straniere sono poco presenti. Il capitalismo cinese non controlla quindi che parzialmente, e quasi per niente nei settori detti di alta tecnologia, le filiere di produzione di merci sono esportate in altri paesi. Le imprese a capitale straniero v’importano componenti e parti staccate dai paesi asiatici vicini, per farvi produrre a basso costo da operai cinesi, merci che poi sono esportate verso i paesi capitalistici sviluppati, compresi quelli da cui sono usciti questi capitali.

 

LA CRISI NEL “SISTEMA ITALIA”

 

 

La crisi Fiat è il segnale di una difficoltà del sistema capitalistico italiano a reggere la concorrenza a livello internazionale: la Fiat, uno dei tre sgabelli dell’economia italiana (Medio Banca-Generali, Fiat, industrie statali) traballa, e il “sistema Italia” ha dei forti capogiri. L’intero sistema, infatti, se la passa male, non regge la competizione del mercato globale, il tanto invocato “piccolo e bello” non funziona più, tant’è che le piccole imprese chiudono (nel 2002 una ricerca della Confapi, parla di 60.000 piccole imprese sul punto di fallire), esistono pochi spazi per un recupero come sarebbe consentito in una fase di sviluppo e i capitalisti, alla ricerca di profitti spostano il capitale verso i settori, dove è più conveniente: l’accumulazione monetaria ha il sopravvento sull’investimento nella produzione.

 

E in questa situazione, che la Fiat dal 1990 ha quadruplicato la sua produzione fuori dall’Italia, subendo però le intemperanze della crisi argentina, brasiliana, turca ecc.

 

La crisi Fiat che si manifestò in maniera esplicita nel 2002 dimostrò in evidenza la debolezza dell’intero “sistema Italia” nella contesa internazionale.

 

A causa della crisi in atto, si accentua il fenomeno della concentrazione delle aziende, dove la Fiat è chiamata a confrontarsi con realtà imprenditoriali di eccezionale forza economica. Basti pensare che la General Motors, che tanta parte ha avuto nella vicenda Fiat, è una delle prime industrie nel mondo ed è sui suoi livelli che la Fiat era chiamata a confrontarsi. Il declino economico della Fiat sta all’interno della condizione negativa che coinvolge il” sistema Italia”, il quale ha la più bassa concentrazione di capitali rispetto ai paesi concorrenti: in Italia prevale la piccola industria, il commercio al dettaglio e i distretti organizzati della piccola produzione non riescono a reggere la concorrenza con gli altri colossi imperialisti.

 

L’unione delle piccole e medie industrie, in Italia non è giunta a un punto da poter contrastare l’azione centralizzata dei colossi multinazionali e talvolta non riesce neppure a reggere la competitività con paesi meno sviluppati capitalisticamente che beneficiano di un costo della manodopera più basso. Le imprese con più di 500 addetti in Italia nel 2001 solo il 15%, mentre nello stesso periodo in Germania rappresentano il 56% e in Francia il 43%. Inoltre, in Italia, le grandi imprese hanno anche una composizione organica del capitale più bassa che in altri paesi concorrenti: un’analisi di Mediobanca su 256 multinazionali dimostra che nel 2002 le 13 italiane hanno 189 miliardi di euro di attivo, in Francia in 23 producono un attivo 413 miliardi di euro, in Germania in 18 producono 677 miliardi di euro di attivo. Se si guarda gli investimenti per la ricerca, essi sono passati dal 5,8% nel ’99 al 3.7% di oggi, in particolare alla Fiat gli investimenti fatti in questi ultimi anni sono insufficienti: nel periodo che va dal 1997 al 2001, la Fiat ha speso 3.5 miliardi di euro in ricerca e sviluppo (pari al 2,8% dei ricavi) e 5,65 miliardi di investimenti fissi, mentre il gruppo Psa (Peugeot – Citroen) ha investito in ricerca 4,4 % di ricavati, e 9,4 miliardi di investimenti fissi. Se poi, guardiamo ai settori innovativi vediamo che dal 1991 al 200 il rapporto tra alcuni paesi è il seguente: la Germania è passata dal 12 al 15% dell’intero comparto produttivo; la Francia dal 20 al 25%; gli USA dal 20 al 25%, mentre l’Italia è rimasta stazionaria intorno all’8%. L’aumento della produttività italiana si è basato in questi anni più sull’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori che sull’investimento in macchinario.

 

Di questo nanismo non soffre solo la pletora delle piccole e medie imprese, dei laboratori artigianali e delle botteghe e bottegucce, ma anche una buona parte della grande impresa. Prima di tutti la Fiat, che nel concentratissimo spazio dei produttori mondiali di automobili non è riuscita a occupare stabilmente nessuno dei segmenti strategici. L’apertura del mercato italiano, un tempo protetto e monopolizzato dall’industria nazionale per eccellenza, quella che determinava la costruzione di autostrade e l’arretratezza degli altri sistemi di trasporto, ha determinato in pochissimi anni la perdita di notevoli quote di mercato a favore di Toyota, Nissan, Ford, Peugeot, Renault.

 

La crisi, paradossalmente, ha accentuato la tendenza al nanismo industriale: le Pmi (piccole e medie imprese sotto i 50 addetti) che nel 1970 erano giunte a occupare il 42% della forza lavoro, nel 1981 erano al 48% per toccare nel 1991 la vetta del 56%. Nel 2004 c’erano solo 3 multinazionali di dimensioni paragonabili alle omologhe europee (Fiat, Eni, Telecom). Negli anni ’80 e ancora negli anni ’90 il fenomeno veniva propagandato (anche da certa sinistra “radicale” e “antagonista”) come un elemento di dinamismo e vivacità. Stucchevoli elogi della creatività e dell’operosità italiana emergevano tra le righe di numerosi studi sui distretti industriali e sulle “tre Italie”. La tesi era che in alcune zone d’Italia (nord est, Emilia Romagna, Toscana) si era costituito una combinazione tra dosaggio dei fattori produttivi e di “solidarietà sociale”. La “cultura solidaristica cattolica” e il “cooperativismo di matrice comunista”, e la forza di istituzioni radicate quali la famiglia, le parrocchie e le case del popolo rendevano possibile, a parere di questi studiosi, una produzione innovativa, efficiente, in un contesto di coesione sociale.

 

Uno dei personaggi che ha contribuito a sinistra a decantare il fenomeno delle piccole e medie imprese è senza dubbio Aldo Bonomi. Nel suo libro Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia (1997, Einaudi, Torino) afferma che il “nuovo” capitalismo, abbia trasformato, in stretta connessione con le dinamiche della cosiddetta globalizzazione, la struttura sociale di intere aree del paese: fino a ridisegnarne la fisionomia e le forme stesse di lavoro. Dove le contraddizioni non sono più tra classi ma tra territori e sistemi produttivi, dove ci sono aree alpine e pedemontane attivamente attraversate dalla “globalizzazione” mentre altre si caratterizzano come “zone tristi”, escluse dalla “modernizzazione”.

 

A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, per gli studiosi ispirati dalla “scuola di regolazione”, la piccola impresa italiana era, per loro, all’avanguardia nel processo di adattamento in un periodo di incertezza, pronta per recepire le nuove tecnologie che consentono alta produttività e versatilità.

 

La realtà era, come sempre, molto prosaica: la crisi continuava a spingere ex operai e detentori di piccolissimi capitali verso l’avventura della piccola impresa, che si fondava sull’evasione fiscale e contributiva (favorendo così a essere un baluardo del regime democristiano), sulla possibilità di licenziare senza giusta causa e sulla consolidata politica delle svalutazioni competitive. Quest’ultimo elemento, che ha favorito i settori che producevano per l’esportazione, è stato cancellato dall’ingresso nell’Euro. Il complesso di questi tre vantaggi rendeva plausibile l’avventura imprenditoriale anche per esperienze fragilissime. Il vero asso nella manica dei piccoli capitalisti italiani era il basso costo della forza lavoro: mentre la grande impresa cercava di erodere i salari dei lavoratori tramite l’inflazione e la politica dei redditi concertata con i sindacati e la sinistra, i piccoli imprenditori offrivano lavoro ai nuovi disoccupati a salari decisamente inferiori. Un nuovo capitolo dei distretti italiani è stato scritto sotto il governo D’Alema, con i patti d’area e il consolidamento dei distretti di Puglia e Basilicata.

 

La perdita di quote di mercato è dovuta alle modeste dimensioni delle aziende e se pensiamo che l’80% degli investimenti sono fatti dalle grandi aziende, sono prevedibili le difficoltà incontrate dall’imperialismo italiano con l’accentuarsi della contesa internazionale.

 

 

QUOTE DI MERCATO DELL ESPORTAZIONI ITALIANE SULLE ESPORTAZIONI MONDIALI

 

1991 4,9
1998 4,5
1999 4,1
2000 3,8

 

QUOTA DI MERCATO DELLE PRIME 237 MULTINAZIONALI PER PAESE DI ORIGINE (1998)

 

Usa 34,1
Giappone 18,8
Germania 15,5
Francia 8,1
Regno Unito 8,1
Svizzera 3,6
Italia 3

 

L’inserimento dell’economia italiana nel mercato europeo (con la moneta unica) l’ha preservata maggiormente dagli scossoni determinati dalla crisi, ma anche esasperato le tensioni interne. I grandi gruppi, non solo perdono le battaglie economiche a livello europeo e mondiale ma si trovano anche a scontrarsi con i gruppi industriali di nuova formazione dei paesi dei paesi più arretrati dal punto di vista capitalistico.

 

Fino al 1999 le oscillazioni della lira permettevano all’Italia margini di recupero che oggi non sono più possibili: la quota di export mondiale nei vari paesi e la tendenza al livellamento si fa più forte. Il capitalismo italiano, per recuperare competitività, deve abbassare ancora di più i salari, intensificare il lavoro, ridurre la manodopera a favore di investimenti più elevati in macchinari e materie prime, riformare la propria “macchina” burocratica statale per renderla più agile alla propria penetrazione nei mercati internazionali. Contro i lavoratori viene accentuata una politica di lacrime e sangue; la crisi innalza il livello dello scontro sociale. Non è un caso che livello politico si vede il passaggio da una democrazia “liberale” a una più blindata, con l’uso di metodi di gestione del potere statale più apertamente repressivi e autoritari.

 

Ormai è dalla metà degli anni ’70 che il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva permetteva ad alcune frange di lavoratori di avere delle briciole dei sovrapprofitti imperialistici; miseria e povertà endemica stanno diventando un fenomeno fisiologico nella società in cui viviamo.

 

Il capitalismo italiano può reagire a questo declino solo operando sul piano internazionale per essere presente sui mercati in modo più competitivo.

 

 LA CRISI FIAT

 

 

 

In questo contesto la Fiat per non scomparire completamente dal settore dell’auto, deve fare ingenti investimenti a favore dello sviluppo tecnologico del prodotto insieme a fare degli accordi con gli altri gruppi industriali.

 

Le scelte della Fiat sono state determinate non solo dalla situazione del mercato dell’auto, ma dalla crisi generale in atto. Questi fattori l’hanno spinta come si diceva prima a spostare il capitale verso settori che rendono di più (imprese editoriali, una compagnia di assicurazione, due grandi quotidiani, la Cinzano, la casa vinicola Château Margaux, l’Unicem che fa cementi, la Bernardo, i carburanti Weber, gli alberghi del Sestrière, autostrade, ospedali, il traforo del San Bernardo ecc) e nell’investimento speculativo. Quando poi fa un accordo con la General Motors, il reale obiettivo di Agnelli era di vendersi al meglio a uno dei suoi concorrenti. Era riuscito all’epoca a inserire nell’accordo l’opzione Put, secondo la quale nel 2004 la stessa Fiat aveva la possibilità di scegliere di vendere a General Motors l’intero comparto, senza che General Motors possa chiedere di anticipare l’acquisto rispetto alla scadenza stabilita né tantomeno rifiutare l’acquisto. Una clausola così favorevole per la Fiat era stata possibile solo perché in quella fase non erano visibili i segnali della crisi che si è conclamata, ma in seguito la G.M. metterà in discussione quell’accordo.

 

Ma perché la GM scelse la Fiat? Senz’altro all’epoca della conclusione dell’accordo le condizioni congiunturali erano più favorevoli; perché, avendo una politica di intervento forte sulle grosse cilindrate; poteva contare sulla tradizione Fiat nel mercato delle piccole e medie cilindrate.

 

G.M., del resto, tradizionalmente ha fondato il proprio successo sulle fusioni, in cui controlla la filiera di produzione anziché direttamente la proprietà, come ha fatto negli Usa con la Cadillac, Chevrolet, Buick, Pontiac e Oldsmobile. Neppure il tanto declamato vento nipponico ha scosso le dinamiche del comparto motoristico mondiale: di tutti i nuovi colossi giapponesi solo la Toyota è finora sopravvissuta nella lotta con alcuni concorrenti Usa ed europei.

 

Il capitale, mosso dalla molla del profitto, non guarda in faccia a nessuno e fa accordi con chi gli conviene: la Deutsche Bank, presente in Fiat con una quota del 10% ha appoggiato l’operazione con la G.M. pur avendo una quota analoga del capitale della DaimlerChrysler, uno dei principali competitori di G.M.

 

Perciò è fuorviante quando certa sinistra parla di trovare una “soluzione nazionale” per “salvare l’italianità della Fiat” dentro il quadro dei rapporti di produzione capitalisti. Per rendere attuative, proposte come quelle che propongono per salvare la Fiat (come altre aziende) bisogna trovare delle aziende che siano in accordo con le banche, dentro un quadro delle compatibilità capitalistiche, aziende così “salvate”, non potranno a meno di affrontare la crisi suon di ristrutturazioni, per reggere la concorrenza o appetibili se cercano degli acquirenti.

 

A dimostrazione di questo basta analizzare qualche dato economico: la G.M. nel periodo dell’accordo con la Fiat aveva un rapporto per addetto di 900.000.000 di Lire e un prodotto per addetto pari a 22,5 unità. La Fiat arrivava soltanto ai 420.000.000 di fatturato per addetto e a 12,5 unità di prodotto. Dati alla mano la G.M. una volta acquisito il gruppo Fiat (come avrebbe fatto qualsiasi altro “salvatore” del gruppo), per cercare livelli di profitto adeguati non poteva non portare un attacco feroce alla classe operaia.

 

 

 

 

L’ITALIA VA ALLA GUERRA

 

 

 

Il fatto che non solo il settore dell’auto sia in crisi profonda ma quasi tutti i settori soffrono della concorrenza internazionale, accentua le difficoltà dell’Italia anche nella competizione con i due maggiori partner europei Germania e Francia.

 

Siccome l’epicentro della presenza del capitalismo italiano è nell’Europa Centrale/ Occidentale e si estende verso i Balcani e il Mediterraneo, la stagnazione dell’economia impone a esso di giocare un più forte ruolo in queste aree. Per questo l’imperialismo italiano ha visto nella guerra l’opportunità per trarre, all’ombra del grande fratello USA, maggiori profitti.

 

L’Italia, oltre ad essere presente nel settore dell’estrazione del petrolio in Medio Oriente è anche il secondo partner, dopo la Germania, in Russia (lo scambio commerciale nel 2001 era di 9,9 miliardi di dollari, con investimenti di 1,9 miliardi di dollari) con l’ENI che fa la parte del leone: Berlusconi all’ombra di Bush sperava di giocare un ruolo, nella connessione della zona ricca di petrolio del Mar Nero con il Mediterraneo e l’Europa Centro occidentale. I Balcani, inoltre possono rappresentare il ponte tra la Turchia e il resto d’Europa e hanno una funzione di transito del petrolio verso essa (i corridoi del petrolio più importanti sono: la pipeline Costanza-Omisalj-Trieste, l’oleodotto Burgas-Alexandroupolis, lo Yambo Burgas-Sofia-Skopje-Durazzo-Valona).

 

L’imperialismo italiano può inoltre giocare un ruolo nell’integrazione regionale dello spazio Nord Africano e nel Medio Oriente (ha una forte presenza in Libia, la carta di Gheddafi poteva essere utilizzata verso l’Africa, giacché è uno dei maggiori leader dell’Unione Africana). Per tutte queste ragioni, Berlusconi cerca di dimostrare che l’Italia e un partner affidabile per l’imperialismo USA.

 

E’ fuori da ogni dubbio che l’interesse strategico dell’imperialismo italiano si concentrano intorno alla politica dei due “forni” e, quindi la disponibilità a costruire un’Europa forte, ma anche di essere a fianco con gli USA in Afghanistan, in Iraq. Questa politica poteva consentire dei vantaggi che gli derivavano dal rapporto con il nucleo di potenza europeo, giocato dalla Francia e Germania.

 

Perdendo colpi non solo nel settore dell’auto, ma anche nella chimica fine, nell’informatica, nelle telecomunicazioni, nell’elettronica, e nel settore bancario, l’Italia poteva riconquistare qualche punto in competitività solo se trae vantaggio dalla guerra e lo investe nei settori tecnologicamente avanzati. Mentre la Francia e la Germania cercano di far blocco per controbilanciare lo strapotere degli Stati Uniti. L’Italia si mette l’elmetto e va alla guerra a fianco dell’imperialismo USA per garantirsi, a breve scadenza, dei vantaggi per rigiuocarli, poi, nel rapporto con i partner europei.

 

   Berlusconi faceva “l’americano”, perché i settori della borghesia che contano in Italia sono a favore della guerra scatenata sui vari fronti, per trarne, così, vantaggio nelle aree d’intervento e nel rapporto interimperialistico europeo.

 

RIPRENDIAMO IL DISCORSO SUL “SISTEMA ITALIA”

 

Facciamo un passo indietro. Come si detto prima uno dei motivi del declino industriale dell’Italia è il suo nanismo industriale. Ma questo è una risposta parziale.

 

In Italia, che nel medioevo era il baricentro del commercio mondiale, i rapporti sociali capitalisti sono fioriti in largo anticipo rispetto al resto dell’Europa. Ma un complesso di circostanze politiche e geografiche, non ultima la presenza del Vaticano, ha fatto sì che il suo territorio rimanesse fino al 1870 frammentato in tanti piccoli potentati locali. Priva di quell’insostituibile leva dell’accumulazione capitalistica che è lo Stato nazionale, la precoce borghesia italiana è rimasta indietro a lungo compressa tra le grandi forze semi-feudali decadenti e le grandi nazioni borghesi emergenti. La tardiva nascita dello Stato nazionale è avvenuta all’insegna di un duplice compromesso originario: verso le potenze straniere di volta elette a tutrici delle “legittime rivendicazioni” italiche, e verso le classi proprietarie del centro-sud (e verso la Chiesa cattolica), disposte a mettersi sotto padrone “indigeno”, a condizione però di assicurarsi un ritorno in termini di rendita, un prudente gradualismo delle trasformazioni sociali e una bella fetta di potere politico-amministrativo. Questo compromesso, è stato pagato dal proletariato e dalle masse contadine con lo sfruttamento più duro, i miseri salari, l’emigrazione in massa e un seguito di regimi politici violentemente anti-proletari d’Europa (è in Italia, non si dimentichi, che la borghesia ha generato il fascismo).

 

Questo compromesso ebbe delle conseguenze deleterie per lo stesso sviluppo capitalistico nazionale, che rimase molto squilibrato. Mancando di una riserva coloniale esterna da cui succhiare profitti e nella quale fosse possibile riversare la produzione eccedente, la classe borghese ha favorito la crescita dell’industria del nord attraverso il blocco delle forze produttive esistenti nel Sud all’atto dell’unità. Il sottosviluppo del Sud è stato la precondizione dello sviluppo complessivo molto diseguale, del capitale nazionale.

 

Pur con questo handicap, l’Italia, grazie ai più spregiudicanti commerci diplomatici, alle aggressioni coloniali in Africa e alla “fortunata” (per le classi dominanti) partecipazione alla prima guerra mondiale, ha fatto all’inizio del XX secolo il suo ingresso nel pugno degli Stati imperialisti che sfruttano e opprimono i lavoratori e le masse popolari di tutto il mondo.

 

Ci sono stati due momenti che l’imperialismo italiano è stato vicino alla meta di sedersi con pari diritti insieme agli altri predoni imperialisti. La prima, negli anni ’30 con il fascismo giunto all’apice della sua forza, dopo aver distrutto le organizzazioni di classe del proletariato e schiacciato la rivolta delle popolazioni libiche ed etiopi. La seconda, nella seconda metà degli anni ’80, nell’era di Craxi, in una congiuntura di apparente normalizzazione sia del fronte sociale interno (feroce repressione del movimento di classe) che nel proprio “spazio vitale” in Medio Oriente.

 

Se si guardano le vicende italiane dal punto di vista della Borghesia Imperialista Italiana, Craxi non era un millantatore quando rivendicava i successi conseguiti dall’Italia, sotto i suoi governi. A metà degli anni ’80 l’Italia aveva la 5° capacità di produzione industriale del mondo. Una quota del 7% delle esportazioni mondiali. Un 5° posto per le riserve di oro e il 6° per quelle monetarie. Il quarto, nella graduatoria delle esportazioni di macchinari, di macchine utensili e di armi. La settima quota di partecipazione nel FMI e così via. Fintantoché l’internazionalizzazione del capitale è andata avanti sull’onda della crescita del volume degli scambi di merci e l’espansione dell’attività internazionale delle imprese non è stata affidata principalmente alla speculazione dei mercati finanziari, il capitale made in Italy ha tenuto botta ai diretti concorrenti.

 

Ma, quando la gara inter-imperialistica si è sviluppata sempre di più sul terreno della centralizzazione finanziaria, delle joint-venture, delle acquisizioni, delle fusioni, delle incorporazioni, nell’ambito di un mercato azionario, monetario e finanziario unificato e “liberalizzato” su scala mondiale, è emersa l’inadeguatezza di un modello di crescita ancora troppo tributario delle esportazioni di merci. Nel capitalismo decadente decisivo è la finanza, cioè l’attività di raccolta e di esportazione dei capitali liquidi e non la produzione di beni e l’industria in sé per sé (e l’export delle merci) né tantomeno la produzione di beni socialmente utili. E’ il paradosso che nell’attuale fase di crisi generale del Modo di Produzione Capitalista si perde quota non perché si è troppo parassitari, ma troppo poco.

 

   Tutto questo rende attuale l’analisi che fece Lenin ne L’imperialismo. Uno dei punti che rappresentava il contrassegno del passaggio del capitalismo alla fase imperialista è il formarsi, attraverso la fusione del capitale bancario con quello industriale. Infatti, se si guarda l’analisi dei bilanci delle grandi imprese a livello mondiale che nominalmente fanno parte del settore manifatturiero, si scopre che il peso delle attività finanziarie è ancora maggiore di quello che dicono le statistiche. Se prendiamo come esempio i fondi pensione negli Stati Uniti, essi detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili. La speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse, tendono a fondersi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo su scala mondiale.

 

E’, così, più che mai d’attualità l’importanza sempre maggiore dell’esportazione di capitale in confronto all’esportazione di merci.

 

   Tenendo conto di questo si comprende come, già dalla metà degli anni ’70 molte società italiane a carattere industriale si sono trasformate in finanziarie (Cir, Ferruzzi, Gemina, Sogefi).

 

Nonostante l’accelerazione degli investimenti all’estero, le imprese italiane non sono riuscite a ridurre il loro gap d’internazionalizzazione del capitale. Ai grandi gruppi industriali privati sono andate buche tutte le più impegnative proiezioni all’estero (da quella di Gardini sul mercato della soia a Chicago, a quella di De Benedetti verso la Société Generale de Belgique). A nessuno di essi (Fiat, Olivetti, Ferruzzi ecc.) è riuscita il salto da multinazionale a vera e propria “global company”. Quanto alle indebitate holding di Stato, sono state da anni obbligate a dismettere invece che acquisire.

 

La borsa di Milano non è riuscita a entrare nel Gotha delle borse mondiali. Anzi, in ambito CEE il valore delle transazioni effettuate alla borsa meneghina è sceso dal 6% del 1985 al 3% del 1990. La speculazione borsistica nostrana, per non restare tagliata fuori dal vortice dei mercati finanziari mondiali, ha dovuto traslocare un pezzo (quello più moderno e sofisticato dei futures sui titoli pubblici) nella City londinese. Il sistema bancario italiano, a causa della frammentazione e del suo relativo scarso dinamismo fuori dai confini internazionali, è rimasto anch’esso escluso dalla piramide bancaria mondiale.

 

Ovviamente, il processo di concentrazione/centralizzazione del capitale nazionale è rimasto tutt’altro che fermo (pensiamo alla creazione dei gruppi bancari Intesa Sanpaolo e Unicredit S.p.A.).

 

Per decenni i grossi capitalisti hanno intascato guadagni da favola rovesciando sullo Stato le proprie perdite, e partecipando (e facendo partecipare via via anche ad altri strati borghesi) all’alienazione dello Stato in modo da ripianare le proprie perdite. Questa formula magica, si ruppe a causa della crisi e della relativa stagnazione, il debito pubblico si era ingigantito a dismisura (dal 1983 al 1993 aumentò del 400%), si è trasformato – più che negli altri paesi imperialisti, affetti anch’essi dalla medesima malattia – in un fattore d’instabilità economica, sociale e politica.

Il capitalismo italiano si trova quindi in una morsa costituita “in alto” dagli stati finanziariamente e militarmente forti, e in “basso” dai paesi esportatori emergenti, dove i salari sono da dieci a venti, o più, volte inferiori a quelli europei.

 

 

IL DEBITO PUBBLICO IN ITALIA (IN MILIONI DI EURO)

 

1992 1997 2004 2007 2009 2010
107,7 118,1 103,8 103,5 115,8 118,2

 

DICIOTTO ANNI DI MACELLERIA SOCIALE PER TORNARE PERGGIO CHE AL PUNTO DI PARTENZA

 

IL DEBITO NEGLI ALTRI STATI CAPITALISTI

 

  2007 2010
Giappone 187,8 193,5
Stati Uniti 62,2 84.5
Francia 63,8 83,6
Gran Bretagna 44,7 79,1
Germania 65,0 78,0

 

IL SETTORE AUTO (E LA FIAT) NELLA CRISI: FALLIMENTO O SALVATAGGIO?

 

La crisi finanziaria del 2008 ha condotto l’industria dell’auto mondiale in una crisi profonda, pur avendo avuto sostegno dei governi. Nel 2009 la più grande fabbrica russa licenzia 27.000 dipendenti, la Fiat nel terzo trimestre nello stesso anno la base annua del proprio fatturato è del 15,9% e lo stesso avviene per il gruppo PSA francese, sia pure in maniera contenuta.

 

Negli USA Chrysler e GM sono decotte e l’industria dell’auto lavora al 51,2% delle proprie capacità produttive contro il 54,5% del 2008, ma è tutta l’industria dei paesi capitalisti avanzati che lavora con una capacità attorno al 70%.

 

I piani di aiuto finanziario alle aziende prevedono lacrime e sangue per i lavoratori. La proposta presentata al Congresso dalla GM prevedeva: il progressivo passaggio all’auto ad alta efficienza energetica e al motore ibrido, il taglio agli stipendi dei dirigenti, ma soprattutto una diminuzione drastica della forza lavoro, il taglio delle coperture sociali di cui godono al momento i lavoratori, l’allungamento e intensificazione dell’orario di lavoro in modo da portare il costo del lavoro pari a quello registrato nelle fabbriche Toyota.

 

L’ingresso dello Stato nel sostegno al capitale di alcune grandi banche negli USA (come negli altri paesi imperialisti) non è caratterizzato dal segno delle nazionalizzazioni, né delle seminazionalizzazioni poiché l’acquisto di alcuni pacchetti azionari da parte dello Stato non è di tal entità da fargli prendere in mano questi istituti finanziari, e perché le azioni acquistate (temporaneamente) dal Tesoro non hanno diritto di voto.

 

Da dove verranno fuori i quattrini che serviranno a finanziarie questa gigantesca operazione di salvataggio?

 

Non certo da una tassazione progressiva delle ricchezze, come sognano e s’illudono i riformisti vecchi nuovi, ma dai miliardi di ore di lavoro non pagate che dovranno essere rapinate ai lavoratori per ripianare i buchi di bilancio delle società di borsa, banca, imprese.

 

Il risanamento e il rilancio del capitalismo, all’insegna del nuovo protagonismo dello Stato, passa per i per licenziamenti di massa. La Citigroup per avere aiuti dallo Stato, effettuerà 50.000 licenziamenti. Ai licenziamenti di massa, si affiancherà l’assalto definitivo di quello che è rimasto dello “stato sociale”. L’abbattimento violento delle spese sociali, incluse le più essenziali e irrinunciabili (vedi il decreto Gelmini), che dovranno, serve a far venire fuori i fondi di sostegno alle banche e alle imprese.

 

Nonostante la valanga di quattrini riversata verso le banche, assicurazioni e imprese, l’occupazione nei paesi capitalisti è fortemente diminuita: 8 milioni di posti di lavoro tagliati negli Stati Uniti, dal dicembre 2007 fino al primo trimestre del 2010, 4,6 milioni tagliati in Europa nel 2009. In Italia alla fine del 2010 sono stati bruciati almeno un altro milione e mezzo di posti di lavoro e la tendenza si è accentuata enormemente. Contemporaneamente si è sviluppato il deficit e aumentato il debito degli Stati.

 

Uno degli elementi di politica economica per il “rilancio” della produzione industriale dell’auto in Italia, da parte del governo Berlusconi è stato quello di riproporre il vecchio metodo, già usato dai precedenti governi negli anni ’90: gli incentivi fiscali alla rottamazione per rinnovare il parco auto e sostenere il settore, il quale nel 2008 scivolava verso la caduta libera.

 

Com’era prevedibile gli incentivi sono stati solo una stampella che tamponava momentaneamente alcuni effetti della crisi (e neanche tutti) senza essere nei fatti nulla di risolutivo.

 

E’ dentro questo contesto di crisi avviene l’accordo tra Fiat e Chrysler. Quest’accordo è stato l’ennesima dimostrazione che il capitalismo nella sua fase imperialista, e con la crisi in corso, il capitale e la produzione tendono verso la concentrazione e la centralizzazione dei capitali.

 

Nel gennaio 2009 ci fu un preliminare di accordo che prevedeva l’ingresso del gruppo italiano nel gruppo Chrysler. Fiat, Chrysler e Cerberus capital management (che detiene l’80% del capitale di Chrysler) nel preliminare dell’accordo stabiliscono, così, un’alleanza strategica globale. L’alleanza prevedeva, tra l’altro, che i due gruppi sfruttassero le rispettive reti di distribuzione.

 

Fiat ricevette una quota iniziale del 35% in base all’alleanza con la casa americana, che non contempla per la Fiat alcun investimento in contante nella Chrysler, né un impegno a finanziare Detroit nel futuro. Sarà però nel giugno 2009 che la Fiat diventerà l’holding predominate del gruppo.

 

Per capire come Marchionne (che è stato presentato come un genio dell’imprenditoria) è riuscito a fare quest’operazione, bisogna tenere conto che la Chrysler dal 2007 era un’azienda in bancarotta. Nel 2006 aveva perso 1,5 miliardi di dollari. L’azienda tedesca Daimler-Benz (oggi Daimler AG) che nel 1988 aveva acquistato la casa automobilista, nel 2007 la cedette al fondo americano dei private equity Cerebus, i quali, quest’ultimi, per via delle restrizioni al credito dovute dalla crisi, alla fine saranno costretti a dismettere molte delle loro attività. Non bisogna dimenticare, che il 30 aprile 2009 Obama annunciò la bancarotta della Chrysler. Perciò l’azienda è stata sottoposta al Chapter 11, la norma del diritto fallimentare americano che consiste in una bancarotta controllata. La società è stata separata in una bad company con i relativi debiti e in new company cui sono stati conferiti personale, mezzi di produzione, brevetti clienti. Obama ha subordinato la concessione di un prestito-ponte a Chrysler, a un piano industriale e all’alleanza con la Fiat per portare negli USA automobili a basso consumo energetico, in grado di fare 20 km con un litro. I creditori e i fondi pensione che erano presenti nella vecchia società hanno presentato ricorso contro la fusione alla Corte Suprema, che ha rigettato le richieste. La Fiat che ha acquistato la Chrysler a costo zero, si è impegnata a condividere con la casa statunitense le proprie conoscenze tecniche e brevetti in materia di “motori verdi” e ridotti consumi energetici.

 

Non c’è dubbio visto gli avvenimenti successivi, che la chiusura degli stabilimenti italiani faceva parte degli accordi.

 

 

 

 

 

 

LE RISPOSTE POLITICHE DELLA BORGHESIA ITALIANA AL DECLINO INDUSTRIALE DELL’ITALIA

 

L’acutizzarsi della crisi e della concorrenza, fa aumentare lo scontro tra le stesse frazioni borghesi che sono impossibilitate a governare come nel passato e quindi spinge, versa la definizione di nuovi equilibri politici e sociali. La borghesia mette in atto delle spinte politiche per determinare un esecutivo più forte e meno condizionato dalla discussione parlamentare, cioè un fattore soggettivo adeguato a governare e a cercare di rendere più competitivo il sistema. E’ necessario, per la borghesia italiana operare profonde ristrutturazioni che richiedono un ridimensionamento della piccola e media produzione capitalistica, e contemporaneamente rinsaldare un nuovo blocco sociale intorno alla politica del grande capitale imperialistico italiano.

 

Ora, durante il periodo di quello che impropriamente è definita prima repubblica, il dominio di classe era indiretto: gli industriali, i banchieri, i capitalisti in generale, lasciavano il palcoscenico a politici di professione, anche perché un loro intervento diretto era sentito dall’opinione pubblica come un’intollerabile ingerenza. Ma il loro potere era incalcolabile. I profitti, la “libera impresa”, la difesa della proprietà, erano osannati, ma (a differenza della situazione attuale) l’attività della proprietà pubblica e privata – si sosteneva – doveva essere indirizzata a fini sociali. Ovviamente non era così, ma nessun borghese trovava opportuno sostenerlo apertamente.

 

La repubblica parlamentare, non solo negli anni ’70 e ’80 ma anche negli anni ’50 e ’60 fu accusata di debolezza, in realtà era fortissima. Il consenso era assicurato dai partiti, soprattutto da quelli principali, DC, PCI e PSI.

 

La DC era un vero Partito-Stato, con una rete di collegamento assicurata dalle associazioni cattoliche e dalla chiesa stessa. Il PCI era un partito gigante, che raggiunse nel 1947 circa 2.250.000 iscritti, e soprattutto aveva 200.000 quadri. Il PSI, pur non potendo competere quanto ad apparato col PCI, agli inizi degli anni ’60 aveva circa 700.000 iscritti.

 

Si pensava che il rapido succedersi dei governi fosse un segno di debolezza della repubblica parlamentare. In realtà la caduta dei vari governi permetteva alla DC di cambiare alleanze, scegliendo centrodestra e centrosinistra secondo le convenienze. I presidenti del consiglio rimossi sapevano che presto sarebbero presto ritornati alla ribalta, con qualche incarico importante. Uno dei riti più tipici della DC era la condanna del protagonismo personale in politica.

Quando il regime DC cominciò alla fine degli anni ’70 entrare in crisi (il rapimento Moro fu la cartina di tornasole di questa crisi) si giocò la carta di riserva. Si cercò un uomo, estraneo alla bassa cucina politica, che aveva portato salvo in Francia Filippo Turati, che aveva conosciuto le galere fasciste ed era stato partigiano. Pertini condannò la repressione in Argentina (ma non quella che c’era in Italia) su cui i media tacevano, i fatti di Sabra e Chatila, combatté la P2, rompendo anche con alcuni politici del suo partito. Ma il potere politico reale rimase agli Andreotti, ai Forlani, ai Craxi e tutto continuò come prima.

 

   La crisi economica del capitalismo, il dissolvimento del “socialismo reale” che causò il dissolvimento dell’ordine internazionale fissato a Yalta, l’accentuarsi delle spinte imperialiste europee (che accentuò l’esportazione di capitali verso l’Europa orientale) e la partecipazione italiana alle guerre americane. Tutto ciò mette in crisi gli equilibri politici che c’erano in Italia dalla fine del secondo dopoguerra.

 

A tutto ciò bisogna aggiungere il dissolvere del blocco sociale che faceva riferimento alla DC da una parte e al PCI dall’altra. Le varie frazioni borghesi devono riorganizzare il proprio consenso, sia per impedire che le contraddizioni sociali si esprimano politicamente in modo indipendente, sia per non perdere terreno rispetto ai diretti concorrenti sul mercato mondiale. Non è un caso che in questo quadro si discuta di nuovi modelli elettorali e si modifichi il sistema di rappresentanza politica, con la creazione dei due poli di centro-destra e di centro-sinistra.

 

La creazione dei due poli di Centro-Destra e di Centro-Sinistra, nasce dall’esigenza della borghesia italiana di edificazione di una macchina statale rimessa a nuovo su basi non consociative.

 

Nell’attuale fase determinata dalla crisi, c’è un riformismo senza riforme e la sinistra borghese ha meno margini di manovra. Forze come il PD in Italia sono ormai a pieno titolo collocate su di una politica di “gestione del capitalismo in crisi” che ha assai poco di riformistico. Il processo di integrazione e subordinazione al quadro imperialista ha fatto passi da gigante dalle svolte dell’EUR (di CGIL-CISL-UIL), del compromesso storico (da parte del PCI). Questi partiti e sindacati che si dovrebbero essere collocati su di posizione di “equidistanza” tra capitale e lavoro, sono costretti, a fare ingoiare ogni rospo ai lavoratori per difendere le compatibilità capitalistiche e l’interesse del proprio capitale nazionale. Si muovono per sfornare soluzioni neoliberiste di gestione dell’imperialismo, sul piano economico-sociale e su quello politico, in cui il proletariato è a priori subordinato e piegato agli interessi del capitalismo, che nella sua forma istituzionale democratico parlamentare è visto come l’unico fine possibile. Qualsiasi ipotesi di trasformazione sociale è permanentemente bandita dall’orizzonte di queste forze.

Una spia di questa situazione è linguaggio usato: il “riformismo” e la “modernità” di cui parlano e fanno sfoggio i dirigenti del PD, non sono altro che il loro esatto contrario, oltre che linguisticamente scorretto (ma mediaticamente efficace): significa in realtà la distruzione delle conquiste che negli anni del boom economico i lavoratori avevano conquistato.

 

A differenza degli schieramenti di Centro-Destra che conducono con modalità consociative e concertative coinvolgendo le strutture del sindacalismo istituzionale (che come CISL e UIL non si possono definire meramente tradunioniste, ma compiutamente collaborazioniste e impegnate a subordinate la vendita della forza lavoro a condizioni tali da essere per i capitalisti nelle attuali fasi di difficoltà) e mettendo in campo le ormai ridotte capacità di influenzamento del proletariato, che, infatti, in buona parte vota anche per il centro-destra.

 

Questo processo non è frutto di un “tradimento” politico e ideologico, ma l’espressione delle difficoltà crescenti ha il capitalismo, nella crisi, ad aumentare i salari, a elargire briciole a settori limitati a settori del proletariato, a garantire pezzi sempre più ampi del Welfare State (che comunque è stato sempre e comunque pagato dal plusvalore operaio. Le forze riformiste (non solo PD ma anche PRC, PdCI, l’ex Sinistra Critica) sono ormai forze compiutamente ed esclusivamente borghesi, sono quelle forze che maggiormente riescono a ridurre i salari, eliminare le pensioni, diffondere la precarietà. Per il loro lavoro di controllo sui lavoratori, i dirigenti di questi partiti e di questi sindacati hanno come premio di fine carriera, un posto negli enti di gestione pubblica, nei direttivi ministeriali o com’è successo bel 2006 a Bertinotti e Marini, avere la presidenza della Camera e del Senato.

 

In Italia questo passaggio si esprime non solo politicamente, ma anche economicamente quale compartecipazione diretta al meccanismo di sfruttamento del proletariato. Fu il governo D’Alema a introdurre in Italia il Bingo, i DS crearono delle società per gestire il Bingo (che fallirono e furono costrette a cercare i soldi per pagare i lavoratori interinali impiegati). La privatizzazione dei servizi sociali si lega al dilagare delle coop legate alla Lega delle Cooperative che assieme alla Compagnia delle Opere si spartiscono gli appalti che derivano da privatizzazioni ed esternalizzazioni, e impiegano i lavoratori precarizzati dal Pacchetto Treu e dalla Legge 30 (Biagi).

 

Quello che sta accadendo in Italia è il declino della repubblica parlamentare, come si era costruita nel secondo dopoguerra con il regime democristiano. Il nuovo assetto politico/istituzionale, nei desideri dei capitalisti dovrebbe aprire la strada a un’economia di mercato funzionante in modo “puro “ma senza i lacci e i laccioli imposti dal condizionamento riformista. Disboscare la selva dei corporativismi parziali a pro di un unico, supremo corporativismo nazionale. E da queste esigenze che sono avvenute le nuove regole elettorali maggioritarie, il rafforzamento dell’autonomia del governo da parlamento e – nel governo del Tesoro e della Banca d’Italia, la privatizzazione del pubblico impiego, il varo dell’esercito di mestiere ecc. In campo sindacale come si diceva prima, ci sono stati i famigerati accordi sindacali.

 

Con Tangentopoli la borghesia italiana ha cercato di portare a termine il licenziamento del vecchio personale politico di governo, il quale era incapace di autoriformarsi. La difficoltà sta nel fatto che portare avanti questi processi è necessaria una rappresentanza politica all’altezza del compito. Abbisogna di un partito borghese unitario, totalitario, con un forte senso degli interessi imperialistici nazionali, in grado di accentrare al massimo grado il potere politico, mettendo in riga le innumerevoli rappresentanze d’interessi borghesi settoriali, viziate da decenni di vacche grasse. Un partito capace di inquadrare la pletora piccolo-borghese, capace di catturare i proletari, dopo aver battuto e demoralizzato il proletariato, a una politica social-imperialista che dovrà essere più attiva che mai.

 

La Borghesia Imperialista italiana sa di non avere a propria disposizione tale partito e per questo continua a giuocare su due tavoli: sul condizionamento e la trasformazione delle nuove rappresentanze politiche a sé, e su quel che resta di presentabile delle vecchie espressioni di una fase storica definitivamente chiusa, ma la contraddizione della crisi ha reso difficile il compattamento delle frazioni piccolo borghesi intorno alla grande borghesia ed una soluzione politica adeguata all’affrontamento dei problemi, da qui l’evoluzione di un movimento, quello di Grillo, che ha saputo cavalcare il malcontento dei ceti intermedi in dissoluzione e anche di alcuni settori del proletariato.

 

La crisi generale del capitalismo genera una forte conflittualità politica. “Finché gli affari vanno bene la concorrenza (…) sviluppa un’azione di fratellanza nella classe capitalista, che in realtà si divide il bottino comune in rapporto al rischio di ciascuno. Allorché non si tratta più di dividere il guadagno bensì le perdite, ognuno cerca di poter ridurre quanto più possibile la propria parte di perdite e di riversala sulle spalle degli altri” (Marx, Il Capitale, Libro III, cap. 15). Ciò rende instabile in ogni paese il regime politico, rende ogni paese meno governabile con gli ordinamenti che fino a ieri funzionavano. I tentativi di sostituire pacificamente questi ordinamenti, che in Italia significa modificare la Costituzione, sono andati regolarmente in fumo. In realtà non si tratta di cambiare regole, ma di decidere quali capitali vanno sacrificati perché altri possono valorizzarsi e nessun capitalista è disposto a sacrificarsi.

 

 

 

IL PIANO DELLA FIAT

 

Il piano della Fiat consiste nello stanziamento di una notevole quantità di miliardi al fine dichiarato di rafforzare e rilanciare la produzione negli stabilimenti nazionali, stabilito che quello di Termini Imerese deve chiudere i battenti. Sul piatto la Fiat preventiva negli stabilimenti italiani il raddoppio della produzione d’auto in 5 anni, la possibilità di nuova occupazione per qualche migliaia di nuovi schiavi salariati. Dal buon esito dell’investimento si fa balenare per i lavoratori qualcosa in termini di recupero salariale.

 

La Fiat mette sul piatto della bilancia un mucchio di quattrini che chiedono di essere valorizzati, a certe determinate e ferree condizioni. Le condizioni sono di “massimizzare l’utilizzo degli impianti sfruttando al massimo ogni euro investito, in altre parole la classe operaia Fiat è chiamata brutalmente, in tutti gli stabilimenti, a piegare la schiena sotto cadenza di lavoro più intense e con il taglio delle pause: ogni euro investito deve e può fruttificare grazie al sudore degli operai.

 

Il ricatto della Fiat è palese: se le nuove regole di lavoro e normative non saranno approvate e sottoscritte dalle organizzazioni sindacali, essa porterà fuori dall’Italia la produzione, in altre galere di lavoro salariato, dove può, alle sue condizioni, valorizzarsi.

 

I sindacati, non solo non hanno contrastato questo piano (non solo CISL e UIL ma anche la CGIL e anche i “sinistri” della FIOM) ma hanno lavorato senza nessun pudore e stanno lavorando per il disarmo preventivo della classe operaia.

 

Quando il piano Fiat fu presentato, il 21 aprile, esso ha spiazzato completamente le organizzazioni sindacali mettendo letteralmente in un angolo la FIOM e la CGIL. L’elemento centrale della critica della FIOM che fece alla Fiat (e al governo) era quello di non difendere abbastanza o per niente la produzione nazionale.

 

Le richieste dell’azienda non si limitano all’aumento dei turni e delle ore di straordinario. Oltre ai 18 turni e alle 80 ore aggiuntive di straordinario in deroga al contratto nazionale e senza preavviso alla RSU; c’è la riduzione delle pause del 25%, lo spostamento della mensa a fine turno, la facoltà di variare il numero di vetture il numero nella giornata, nessun pagamento per i primi tre giorni di malattia, la formazione dei lavoratori durante il periodo di Cassa Integrazione Guadagni senza costi aggiuntivi per l’azienda e l’inserimento di queste norme in un nuovo contratto da sottoporre da sottoporre a tutti gli operai. Inoltre il sindacato che non rispetta tali accordi sarà sanzionato.

Sul referendum alla Fiat e sul dopo, si apre un capitolo di accentuazione delle pene operaie che sarà nostro compito analizzare.

 

PARTE QUINTA

 

 

LA MUTAZIONE DELL’ELETTORATO AZZURRO E IL DECLINO IRREVERSIBILE DEL CAVALIERE

 

 

Nel 2008 Berlusconi vince le elezioni com un maggioranza umiliante per il Centro-Sinistra e fa fuori Veltroni come Prodi e Rutelli, se fosse Toro Seduto la sua tenda sarebbe piena di scalpi dei suoi avversari stesi e umiliati. Poi nel 2011 lascia il governo sotto la spinta di uno “spread” che è arrivato a 550, di una impopolarità crescente, sinanche i suoi che senza di lui sono nessuno, alla fine lo mollano. Che cosa è successo?

 

Non certo un ritorno di fiamma del Centro-Sinistra che annega nella sua mediocrità, ma è accaduto che la crisi italiana, si è saldata con la crisi mondiale, che dal 2008 entra nel sua fase terminale e determina una situazione insostenibile: il nemico di Berlusconi non si chiama Veltroni, Prodi o Bertinotti, ma crisi generale del Modo di Produzione Capitalistico e sono cavoli amari. Il suo elettorato, che sino ad allora gli aveva chiesto di salvarlo dalle tasse, facendo ricadere il peso delle lacrime e del sangue sui “coglioni comunisti” (in altre parole sui lavoratori dipendenti), davanti a una situazione devastante gli chiede di intervenire. Il fatto è che lo sport di caricare tutto su salari, stipendi e pensioni sta bloccando i consumi, con l’economia italiana in caduta libera, i negozi sono vuoti e falliscono, non si vendono case e auto e tutto va a rotoli.

 

Sembra proprio che se i “coglioni comunisti” non consumano anche lor signori se la passano male.

 

Accade allora che le organizzazioni padronali, dalla Confindustria alla Confcommercio, scoprono che le tasse sul lavoro sono pesantissime e per questo motivo devono calare, assieme ovviamente a quelle delle imprese, dimenticando, il piccolo particolare, che le imprese evadono sfacciatamente. Ovviamente che il debito pubblico cali e che l’economia riprenda con tutti i costi che comporta. Naturalmente tutto va fatto tenendo i conti in ordine; come dire vogliono la botte piena, la moglie ubriaca e tanto che ci siamo con l’uva nella vigna.

Nel frattempo l’evasione fiscale rimane elevatissima e non si pagano nemmeno le cartelle esecutive: chi ha scassato i conti con la propria insultante evasione, chiede di ridurre le tasse, rilanciare l’economia e salvare gli equilibri di bilancio, richieste che tenendo conto di quello hanno fatto lor signori negli ultimi decenni sa di provocazione. Emblematico è quello che riferisce nel 2013 il quotidiano di Genova Il Secolo XIX delll’08/06/2013 sul rifiuto del governatore della Liguria Burlando che motivando il suo rifiuto di andare ad un convegno di industriali avrebbe detto: “non vado ad ascoltare chi da 20 anni non ha fatto un cazzo”.

 

Ciò non è del tutto esatto perché negli ultimi 20 anni (ed anche prima) qualcosa lor signori hanno fatto: tasse evase, soldi nei paradisi fiscali, imprese delocalizzate, cartelle esattoriali non pagate, tasche dei lavoratori dipendenti vuotate ecc. Burlando è l’unica personalità politica del PD e del Centro-Sinistra che ha risposto a lor signori come meriterebbero, il Centro-Sinistra dialoga e ascolta come sempre e del resto ha dialogato anche con Berlusconi, la capacità di indignarsi, questi signori l’hanno persa da tempo.

 

Il “popolo di Berlusconi” chiede al proprio leader di essere quello che non è mai stato, uno statista a livello di Roosevelt che affrontò la grande crisi; il guaio è che Berlusconi è un imprenditore entrato in politica solo per fare i fatti suoi e di quelli che lo circondano, e le persone che lo circondano sono personaggi come Verdini, Tremonti, la Santanchè, che non sono certo un trust di cervelli ma una corte dei miracoli in versione moderna, inoltre negli anni ’30 una via di uscita dalla crisi la si intravedeva attualmente non se vede neanche un’ombra sfocata. Uno studio della CGIA di Mestre ha evidenziato che questa crisi è stata, per l’economia italiana, peggiore di quella del 1929, il che significa la peggiore di sempre: nel periodo 1929/34 il PIL cala del 5,1% e gli investimenti del 12,8%, nel periodo 2007-2012 il calo del PIL è del 6,9% e quello degli investimenti del 27,6%, il che significa che Berlusconi ha dovuto confrontarsi con questa realtà.

 

Il poverino, affoga, lo “spread” si impenna, sicuramente manovrato, manovre che hanno successo sui mercati quando la sfiducia verso un governo sono a mille e nel caso di Berlusconi lo sono.

 

Berlusconi deve andarsene sostituito da un tecnico nominato senatore a vita che viene accolto come un liberatore, se non addirittura come il salvatore della patria.

Le elezioni del 2013 sanciscono la fine di Berlusconi: perderà 6,3 milioni di voti e 16 punti percentuali. La Lega lo appoggia solo a patto che sia chiaro che non è leader della coalizione, ma la stessa Lega passerà dall’8,3% dei voti al 4,1%.

 

 

 

 

IL MANCATO DECOLLO DEL DEL PDE E DEL NUOVO CENTRO

 

 

 

Berlusconi, è finito, ma il PD non vince e perde 3 milioni di voti, doveva limitarsi a fare l’avvoltoio cibandosi del cadavere del nemico ma neanche a questo è capace. Il problema vero per il PD come per tutti i partiti borghesi, sta nel fatto che il capitalismo attuale non ha vie di uscita, questo fatto favorisce l’emergere di una classe dirigente di incapaci e di mediocri, non si può essere all’altezza del compito quando il compito, cioè l’uscita dalla crisi è impraticabile, e questo accade anche a livello mondiale, dove di Roosevelt in giro non se ne vede neanche uno.

 

Analogo discorso per il nuovo centro di Monti, partito che ave l’obiettivo del 20% alle elezioni del 2013, calato al 15%, poi al 12% per finire ad un modesto 10% dei consensi elettorali, in un paese dove un terzo circa dell’elettorato non si esprime.

 

Il centro non decolla e non esalta e questo perché non c’è lo sviluppo (come per la DC del periodo 1945-75), se lo sviluppo è finito ci vogliono soluzioni radicali che vadano al di là di un sistema ingovernabile, cosa che va al di fuori delle possibilità di un economista ottocentesco e tradizionale che esprime la classe dirigente. Monti nel suo anno di governo ha fatto le stesse cose degli altri governi negli ultimi 20 anni: lacrime e sangue senza sviluppo, con provvedimenti a volte ridicoli come le S.r.l. costituite dai giovani con un solo euro di capitale, che avrebbero dovute aprire il mercato alla concorrenza con le multinazionali presenti in Italia, i cui Amministratori Delegati avranno passato notti insonni davanti al “nuovo pericolo” creato dal professor Monti: la situazione drammatica degli esodati lascerà un marco di vergogna al governo Monti.

 

L’unico ad averci guadagnato dalle sconfitte altrui è il M5Stelle, che ha un programma elettorale non meno penoso degli altri, con l’unica eccezione originale di un forte accento sull’economia verde. Il movimento non si pone come momento critico del capitalismo, ma del sistema politico italiano, qualificato come una realtà sordida e putrescente.

 

In Italia (come in altri paesi imperialisti d’altronde) la crisi produce un sistema politico ingovernabile gestito da omuncoli e mezze tacche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

[1] David Yallop, In nome di Dio, Pironti, Napoli 1997, pp. 98-100.

 

[2]                                                              C.s.

 

[3]                                                             C.s

 

[4] K. Marx, Storia delle teorie economiche, II Einaudi, Torino, 1955, p. 631.

 

[5] Vedere W. Beveridge, La libertà solidale, Donzelli, Roma, 2010, alle pp. VII.

 

[6] Metto tra virgolette sociale poiché parlare di mercato sociale è un controsenso essendo le finalità quelle del profitto.

 

[7] A. Forni, I fuorilegge del fisco, Ed. Riuniti, Roma, 1981.

 

[8] E. M. Capecelatro, A. Carlo, Contro la “questione meridionale”, Savelli, Roma, 1975, Terza edizione, pp. 157.

 

[9] A. Carlo, La società industriale decadente, Liguori, Napoli, 2001, Terza edizione, pp. 66 e 71.

 

[10] H. Magdoff, Problemi del capitalismo americano, Critica Marxista, n. 1, 1966, pp. 13 e pp. 27.

 

[11] A. Carlo, Studi sulla crisi della società industriale, Loffredo, Napoli, 1984 p. 110.

 

[12] I ricercatori dell’ILO parlano di un settore “fuori mercato” che non cioè non opera secondo una logica capitalistico-mercantile, ciò, non è del tutto esatto poiché la logica politica della politica dell’assunzione della Pubblica Amministrazione, pur essendo opposta a quelle delle imprese private, è funzionale e complementare a essa: siccome le imprese creano disoccupazione la Pubblica Amministrazione, per sostenere il mercato ed i consumi, opera assunzioni anche in fase di crisi, ciò che giova indirettamente anche alle imprese capitalistiche.

 

[13] La scelta del PCI fu assurda, poiché allo stesso tempo stava conducendo lotte molto dure contro la Mafia. Il limite di queste lotte stava nella loro impostazione della scissione tra capitalismo e Mafia, tesi assolutamente insostenibile poiché la criminalità organizzata economica, che come la Mafia siciliana può aver avuto origine nel periodo feudale, e una componente normale e strutturale del capitalismo. Inoltre, la scivolata tattica del PCI, che univa i suoi voti a quelli della destra monarco-fascista, non aiutava certo i sindacalisti che in quegli anni rischiavano la vita (50 morirono) nella lotta contro la Mafia stessa.

 

[14] Nella Seconda Internazionale questa lotta fu condotta da Engels, essendo Marx morto nel 1883.

 

[15] Con la lotta contro il revisionismo moderno, il Movimento Comunista Internazionale raggiunse una maggiore consapevolezza della lotta fra le due linee. E questo è uno dei motivi che il maoismo è la terza tappa del pensiero comunista.

 

[16] Vedere La politica economica italiana, 1943-75.Orientamenti e proposte dei comunisti, edito a cura della Sezione centrale scuole di partito del PCI, Roma, 1976, Seconda edizione, p. 26, si tratta di un’antologia di 40 documenti di politica economica approvati dalla direzione del PCI nel periodo 1945-75 con più alcuni articoli di Palmiro Togliatti.

 

[17] La politica economica italiana, 1943-75.Orientamenti e proposte dei comunisti, edito a cura della Sezione centrale scuole di partito del PCI, Roma, 1976, Seconda edizione, p. 26 La politica economica italiana, 1943-75.Orientamenti e proposte dei comunisti, edito a cura della Sezione centrale scuole di partito del PCI, Roma, 1976, Seconda edizione, pp. 10-11.

 

[18] Sempre in questa antologia Togliatti a pag. 15, esorta i sindacati a non essere solo organi conflittuali ma porsi problemi relativi alla produzione. Da notare, che si tratta di produzione capitalistica, sicché Togliatti esorta a collaborare con il Capitale per risolvere i problemi della produzione. Dunque, si tratta di un’esplicita collaborazione di classe, che è normale in partito socialdemocratico, strana per un partito che vorrebbe essere comunista.

 

[19] E. Berlinguer, La questione meridionale Aliberti, Roma-Reggio Emilia, 2012, p.36.

 

[20]                                                                      C.s. pp. 37-38.

 

[21] Per una critica a questi progetti vedere A. Carlo, Il capitalismo impianificabile, Liguori, Napoli, 1979, pp. 38 e seguenti.

 

[22] Che è possibile vedere sul sito http://piattaformacomunista.com/TELEGRAMMI.htm

 

[23] C. De Palma Sopravvivere senza governare, Il Mulino, Bologna, 1978.

 

[24] G. Chiaromonte, Quattro anni difficili, Ed. Riuniti, Roma 1984, p. 112.

 

[25] A. Carlo, Ricerche di sociologia negativa, Liguori, Napoli, 1994, pp. 134-5.

 

[26] A. Bulgarelli, L. Ricolfi, Le tendenze del lavoro in Italia: meno lavoro, meno lavoro stabile, più lavoro stabile, in Monthly Review, ed. It. N. 4, 1978, pp. 23, A. Carlo, Saggi di sociologia marxista, Cues Salerno, 1979, pp. 53,

 

[27] C. Ghini, Il terremoto del 14 giugno, Feltrinelli, Milano, 1976 p. 11.

 

[28] A. Carlo, Studi sulla crisi della società industriale, Loffredo, Napoli, 1984 p. 220 e 217.

 

[29] A. Carlo, La società industriale decadente, Liguori, Napoli, 2001, Terza edizione, pp. 128.

 

[30] In quegli anni venne pubblicato anche una ricerca del Prof. J. P. Mockers, L’inflation en France, Paris, 1975, in cui questo studioso di estrazione liberale faceva carico dell’inflazione alla politica dei monopoli e non alle lotte operaie. A quel tempo in Italia chiunque non sostenesse che le lotte operaie non causavano inflazione era guardato con sospetto come un evaso dal manicomio o come un “terrorista”.

 

[31] G. Napolitano, “Non tirarsi indietro” ma spingere a scelte coraggiose, Rinascita n. 30, 1978, p.8.

 

[32] Il programma comune delle sinistre francesi fu pubblicato in Italia, ad iniziativa di un gruppo di socialisti milanesi, vedere Un documento da studiare: il programma comune delle sinistre in Francia, Rivoluzione socialista, 30.04.1977, p. 22.

 

[33] La tematica dell’autonomia sindacale ha molteplici sfaccettature: da un punto di vista marxista, non si tratta dell’autonomia “dai partiti” (come vorrebbe una concezione sindacalista “pura”), ma dell’autonomia di classe, cioè dall’apparato economico, politico e istituzionale della borghesia. Anche su ciò la confusione a sinistra è enorme: si va chi sostiene che, essendo la CGIL in mano ad un “apparato ostile ai lavoratori”, bisogna comunque uscirne e auto organizzarsi (in questa visione l’autorganizzazione diventa il pensiero magico) a chi ritiene i sindacati burocratici siano comunque “non integrabili nello Stato borghese”. Si tratta dal mio punto di vista di opposte esagerazioni, che deformano la realtà ben più dialettica. Sindacati a guida riformista o reazionaria, possono condurre una politica non solo ispirata, ma direttamente determinata dall’apparato politico e statale borghese senza perciò diventare “corporazioni” con iscrizione obbligatoria e avere una direzione direttamente guidate dalla burocrazia statale borghese; così essi possono, di fatto, bloccare o prevenire la lotta anche in assenza di legislazioni formalmente negatrici dei diritti democratici dei lavoratori.

 

[34] Proprio il fatto che gli agenti della borghesia nell’organizzazione sindacale si rifiutino di risolvere le questioni anche elementari del movimento operaio sul terreno delle “regole democratiche” che formalmente accettano, mostra l’assurdità delle concezioni secondo le quali la borghesia accetterebbe di finire lo scontro con il proletariato nell’arena della democrazia, cedendo il potere a maggioranza parlamentari fatte dalle formazioni politiche che rappresenterebbero i lavoratori in ossequio alle regole costituzionali.

 

[35] Pioniere di questo modello fu la Benetton, che, prima ancora delocalizzare nei paesi dell’Est Europa, riorganizzò, la produzione affidandola a micro laboratori nel Nord-est, gestiti da suoi ex capireparto, trasformati in padroncini.

 

[36] E’ giusto definire le classi “quel gruppo di persone che si differenziano per il posto che occupano nel sistema storicamente determinato della produzione sociale, per i rapporti, per lo più sanzionati e fissati da leggi, con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro e quindi per il modo e la misura in cui usano la parte ricchezza sociale” (Lenin, La grande iniziativa, 1919)

 

[37] R. Stefanelli, Metà dei redditi non è dichiarato al fisco, L’Unità, 15.04.1981, p. 7.

 

[38] M. Caciagli, Democrazia cristiane a potere nel mezzogiorno, Guaraldi, Rimini-Firenze, 1977, pp. 297 sgg.

 

[39] E. Berlinguer, La questione morale, Aliberti, Roma- Reggio Emilia, 2012, pp. 28-29.

 

[40] G. Barbaceto, P. Gomez, M. Travaglio, Mani pulite, Ed. Riuniti, Roma, 2002, p. 45; il libro in questione è letteralmente infarcito quasi a ogni pagina di notizie relative a uomini del PCI o di organismi al PCI che sono nelle vicende di “Mani Pulite”.

 

[41] G. Galli, L’Italia sotterranea. Storia, politica, scandali. Laterza, Roma-Bari, 1983, p. 169 e seguenti

 

[42] A. Carlo, Economia, potere e cultura, p. 125.

 

[43] M. Weber, Economia e società, 1, Comunità, Milano, 1968, Seconda notizia, p. 334.

 

[44]                                                            C.s.

 

[45] G. Galli, L’Italia sotterranea. Storia, politica, scandali. Laterza, Roma-Bari, 1983, p. 169 e seguenti.

 

[46] Trascurando il fatto che negli Stati Uniti tra il 1936 e il 1937 ci furono oltre mille occupazioni di fabbriche con la partecipazione di mezzo milione di lavoratori e 6.912 scioperi che coinvolsero 1.861.000 lavoratori. Si vuole mascherare il fatto che le riforme sono in ultima istanza un sottoprodotto della lotta rivoluzionaria o comunque della radicalizzazione della lotta di classe.

 

[47] Nel luglio 1981 venne avviata la separazione della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro (il cosiddetto divorzio) la Banca d’Italia venne esonerata dall’obbligo di acquistare i BOT che il tesoro non riusciva a vendere ad altri, fermo restando la possibilità del Tesoro di finanziarie le sue pese indebitandosi col conto corrente che ha presso la banca d’Italia (rientrando ogni fine mese dallo scoperto). Nel gennaio del 1983 la Banca d’Italia rifiutò al Tesoro 8.000 miliardi che il Tesoro chiedeva.

 

[48] La crisi si Sigonella: nel 1985 il governo Craxi impedì al governo USA di arrestare nella base di Sigonella (Siracusa), il dirigente della resistenza palestinese che era accusato di essere responsabile del sequestro della nave di crociera Achille Lauro.

 

[49] Mondadori, Mammì, Enimont: lo scontro per la proprietà del gruppo editoriale Mondadori (vinse Berlusconi), lo scontro per il monopolio delle televisioni (vinse Berlusconi), lo contro per il possesso dell’industria chimica italiana (perse Gardini).

 

[50] In particolare si rivelava impossibile togliere alla DC il potere per via elettorale. Per quanto si facesse e per quanto ne combinasse, la DC vinceva le elezioni, grazie al meccanismo collaudato nei quarant’anni di governo. Le elezioni, le vinse anche nel 1992, quando il potere le venne tolto con l’operazione “Mani pulite”.

 

[51] I precedenti di eliminazione extra-legale ed extra-parlamentare di avversari politici, di governanti e di luogotenenti locali dell’imperialismo divenuti in seguito divenuti pericolosi e troppo esigenti abbondano: Brandt (RFT), Nixon e Kennedy (USA), Noriega (Panama), Diem (Vietnam del Sud), Syngman Rhee (Corea del Sud) ecc.

 

[52] Le tappe sono state, per sommi capi, la dimissione di Natta e l’elezione di Occhetto a segretario del PCI (1987), il 19° Congresso del PCI (1990), il 20° Congresso del PCI (1991 di scioglimento) e la fondazione del PDS con la conferma di Occhetto a segretario del PDS.

 

[53] La campagna di delazioni organizzata dal PCI alla fine degli anni ’70 nelle fabbriche del Nord contro le Organizzazioni Comuniste Combattenti (soprattutto le Brigate Rosse) e contro gli operai che si opponevano alla politica dei sacrifici, con la compilazione di compagni di lavoro ritenuti “sospetti”, ha lasciato uno strascico profondo. Tutto ciò nasceva dal fatto che settori di operai cominciavano ad accorgersi che la rinuncia a difendere i loro interessi non solo non è servita ai disoccupati – la linea dell’EUR imposta da CGIL-CISL-UIL ai lavoratori gli operai occupati avrebbero aiutato a diventare più competitivo contenendo le richieste salariali e aumentando la produzione, in cambio i padroni avrebbero riversato una parte dei profitti nelle aziende, creando nuovi posti di lavoro per i disoccupati – ma che gli investimenti produttivi hanno ridotto il numero degli occupati. Piccoli gruppi di operai cominciavano a mettere in discussione il sistema nel suo complesso, ponendo questo problema anche all’interno delle assemblee di fabbrica e riscuotendo sempre più consensi. Perciò padroni, il governo, i sindacati e i partiti decidono di stroncarli prendendo come pretesto la lotta al “terrorismo”. Questi gruppi di operai che nelle fabbriche continuano a lottare per i loro interessi contro i padroni e il governo riconoscendoli come i veri nemici degli operai, vengono estromessi dal sindacato, licenziati, repressi, intimiditi con continue perquisizioni domiciliari, e dove questo non bastasse, incarcerati. La lotta al “terrorismo” fu un pretesto per i padroni, i sindacati e i partiti per reprimere l’opposizione di classe in fabbrica.

 

[54] Dai diari di Ciampi, che egli ha ceduto ad un giornalista perché li commentasse e li illustrasse, risulta che nel periodo 2001-2006 vi furono notevoli conflitti con Berlusconi, che interferiva moltissimo nel campo della politica estera tentando di esautorare il ministro Ruggiero, arrivato con la benedizione di Giovanni Agnelli e di Kissinger, come è noto la cosa finì con le dimissioni di Ruggiero che venne sostituito con un lungo dello stesso Berlusconi che in linea col grosso della borghesia italiana si appiattì sulle posizioni di politica estera del suo caro amico G. W. Bush. U. Gentiloni, Contro scettici e disfattisti, Laterza, Roma-Bari, 2013, pag. 160 e seguenti.

 

[55] Non si dimentichi che nel 1985 alcuni pretori oscurarono le televisioni di Berlusconi, ma Craxi, allora Presidente del Consiglio, intervenne con un Decreto Legge che regolarizzò la posizione di Berlusconi, risolvendogli il problema.

 

[56] E, Scalfari, Un incubo di meno, La Repubblica, 31.03.2013, pp. 1 e 27, a p. 27.

 

[57] N. Penelope, Soldi rubati, Salani, 2011.

 

[58] Si potrebbe aggiungere i vantaggi che questi ceti hanno ottenuto al momento del cambio della Lira con l’Euro. Nicola Bozzo che nel 2001 era direttore dei vigili di Genova ricorda degli incontri in Prefettura per preparare le misure per garantire lo scorrimento del traffico viario attorno alla Zona Rossa, quella inviolabile. Questi incontri oltre a mettere a punto l’aspetto organizzativo per la città per il G8, avevano anche lo scopo di fronteggiare le eventuali speculazioni con il passaggio dell’Euro, e a tal fine era stato predisposto un piano di controlli a tappetto da parte dei carabinieri del Nas, della Guardia di finanza e dei vigili urbani. Queste misure saltarono dopo le elezioni del 2001. Alla richiesta di spiegazioni sui mancati incontri in merito all’Euro, da Roma fecero sapere che la linea del nuovo governo era per la massima “libertà di mercato”; fu quindi col silenzio-assenso delle autorità che scattò la corsa all’aumento dei prezzi, coi risultati noti. Camillo Arcuri, sragione di stato, bur, p. 108.

 

[59] S. Fassina, Il lavoro prima di tutto, Donzelli, Roma, p. 18.

 

[60]                                        C.s. p. 48

 

[61] S. Cesaratto, L’agenda che non c’è, note sul programma economico del centrosinistra, in MicroMega, n. 2, 2013, pp. 117 e seguenti.

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~ di marcos61 su agosto 22, 2016.

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