COSTITUZIONE, MODIFICHE ISTITUZIONALI E LOTTA DI CLASSE

 

 

 

L’appuntamento referendario che si terrà a ottobre inerente alle “riforme”[1] costituzionali volute del Governo Renzi, deve indurre i comunisti e le masse popolari a una riflessione su quello che sta avvenendo a livello istituzionale, che può apparire lontano dai mille problemi che travagliano quotidianamente i lavoratori, nella realtà in maniera più o meno indiretta saranno loro a subirne le conseguenze.

Ora per capire cosa ci sta dietro a questa manomissione della Costituzione italiana, è perché essa rappresenta allo stato attuale un’anomalia. La Borghesia Imperialista vuole eliminare le conquiste che i lavoratori dal secondo dopoguerra, con dure lotte, avevano ottenuto, per collocare l’Italia nella piena “normalità” della nuova fase capitalistica mondiale, caratterizzata dalla crisi generale del capitalismo (dal 2008 entrata nella sua fase terminale), dalla mondializzazione del Modo di Produzione Capitalista, dall’accentuarsi di tutte le sue contraddizioni (contraddizione imperialismo/popoli oppressi, borghesia/classe operaie e tra potenze imperialiste).

Questa fase esige il superamento di ogni barriera di protezione nazionale.[2] l’abolizione dell’intervento statale nell’economia in modo che ogni impresa possa essere a disposizione del capitale multinazionale, senza i vincoli imposti dagli Stati.

L’Unione Europea, non è nata dall’impulso dei popoli europei dopo una quasi millenaria storia di guerre intestine,[3] ma sotto il segno del capitale, ed è stata costruita in funzione dei bisogni di espansione capitalistica, da una Borghesia Imperialista che si potrebbe chiamare benissimo europea. La costruzione dell’Unione Europea richiedeva l’armonizzazione delle legislazioni nazionali con quella europea,                                                                              la conformazione di tutti i paesi aderenti al modello suggellato dal trattato di Maastricht del 1991, che è stato imposto ai nuovi entrati nella UE (maggio 2004, gennaio 2007), 10 dei quali erano stati per oltre un quarantennio repubbliche socialiste sovietiche nell’URSS (le repubbliche baltiche), o Democrazie Popolari, anche con la stesura di costituzioni scritte dopo il 1990-91 – con l’apporto determinante di “consiglieri” e di “esperti” inviati da Bruxelles – secondo di dettami della UE, al di là qualche concessione alle tradizioni e alla storia peculiare di quei paesi. Se si vuole capire qual è la costituzione ideale per l’UE, basta guardare queste nuove costituzioni dei paesi ex socialisti ammessi al club europeo. Dal punto di vista sociale, sono costituzioni proprietarie, santificanti la proprietà privata e la cosiddetta “libera impresa” (in altre parole la libertà delle aziende capitaliste di non avere come si suole dire “lacci e lacciuoli” nella loro attività finalizzata a far profitti).

In alcune casi, si tratta di costituzioni antinazionali, che devolvono al capitale multinazionale la direzione e la gestione della propria economia. Il lavoro, i lavoratori in esse sono del tutti assente. Dal punto di vista della forma di governo, esse sono sostanzialmente presidenzialistiche o semipresidenzialistiche, i poteri dei parlamenti sono fortemente ridimensionati rispetto a quelli del capo del governo o del presidente della repubblica. I sistemi elettorali sono maggioritari, o con forti sbarramenti. Non si prevedono, in prospettiva, forme di partecipazione effettivamente democratica alle decisioni politiche.

La costituzione italiana è dunque un’anomalia che la Borghesia Imperialista europea chiede di sanare al più presto. È una costituzione stonata nel coro neo liberista europeo. Del resto, il Parlamento italiano, approvando sia il trattato di Maastricht, che la moneta unica e la legislazione europea ha già, ceduto, in contrasto con la Costituzione, un bel pezzo si sovranità alla Borghesia Imperialista europea (e non solo a questa, se pensiamo ai trattati NATO e la presenza di basi militari USA/NATO, li ha ceduti anche alla Borghesia Imperialista USA). Sono cambiate le funzioni della Banca d’Italia, che è diventata una diramazione periferica della BCE e dipende dalle decisioni di quest’ultima. La presenza dello Stato nazionale, in economia è annullata, e lo Stato non può intervenire a salvaguardia delle imprese nazionali.

Diversamente da quanto è stato continuamente detto dai fautori dell’ammodernamento della Costituzione, tutto questo viene presentata come un’esigenza tecnica di adeguare alcune norme ai nuovi tempi. Questa è una motivazione menzognera che nasconde il fatto che le costituzioni non sono un fatto meramente tecnico, esse rispecchiano i rapporti tra le classi, e possono avere sia un segno progressivo che regressivo. Nessun mutamento è neutro, indifferente al contesto sociale e alla lotta di classe. Nel campo della sinistra marxista antirevisionista, il terreno costituzionale è stato spesso trascurato considerandolo un terreno essenzialmente istituzionale e sovrastrutturale, delegando questo terreno ai revisionisti/riformisti, causando così la separazione, della lotta per l’attuazione della Costituzione dal contesto socio-politico. Una delle conseguenze di quest’atteggiamento è che la lotta per difesa e l’attuazione della Costituzione sono rimaste un terreno per costituzionalisti, dove le masse popolari sono rimaste estranee.

LA CONTROFFENSIVA REAZIONARIA

 

Si può considerare il periodo che va dal 1968 al 1978 quello che ci fu una maggiore vitalità nell’applicazione della Costituzione poiché coincise con la grande stagione di lotte operaie che ci fu non solo in Italia ma in tutto il mondo capitalista. Questo decennio, nonostante errori strategici e tattici commessi dai protagonisti di allora, aveva consentito effettivi avanzamenti per tutto il proletariato: un esempio tra tutti è lo statuto dei lavoratori. Questo periodo sta ha dimostrare la fondatezza della tesi marxista che le riforme (in senso di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, e questo è sempre bene ribadirlo) sono il sottoprodotto di una lotta rivoluzionaria o comunque radicale da parte del proletariato. Questo periodo si chiudeva, però, con una progressiva messa all’angolo delle forze operaie e con l’avvio della controffensiva capitalista generalizzata a livello internazionale con il cosiddetto “neoliberismo” di Reagan e della Thatcher e nazionale, mentre rimaneva dopo il fallimento del compromesso storico la conventio ad excludendum verso il PCI (la dimostrazione lampante che la democrazia borghese non è veramente democratica poiché la Borghesia Imperialista decide chi ha dignità di governare o meno a prescindere dai consensi elettorali).

Questa controffensiva partiva da lontano. Le premesse dell’attacco organico alla Costituzione (soprattutto nella parte seconda) sono rintracciabili nella famosa, riunione della Commissione Trilaterale del 1975. Per i soci della Trilaterale la crescita della democrazia sociale tra gli ani che vanno dal 1968 al 1975, che traducendosi in un reale pluralismo e sociale a vantaggio delle masse popolari, pluralismo che gli intellettuali organici della Trilaterale chiamano frantumazione, perciò a fronte di questo sostiene la tesi che si era raggiunto il massimo di democrazia compatibile con il sistema capitalistico. Per difendere in maniera efficace il sistema, diventa ora prioritaria l’ideologia della “governabilità”. La traduzione italiana delle indicazioni della Trilaterale è costituita dal Piano della Loggia massonica P2, il cosiddetto Piano di rinascita democratica, fatto scoprire a bella posta nel giugno 1981 all’aeroporto di Fiumicino, in un doppiofondo di facilissima individuazione dalla figlia di Licio Gelli. Data di stesura è inizio 1976. Il Piano di rinascita democratica è molto attento per il momento, a proporre semplici “ritocchi” istituzionali, riguardanti le norme operative della Costituzione vigente (seconda parte), tali da salvaguardare, a parole, l’armonia dei principi del disegno originario (prima parte). È di particolare interesse, l’osservazione che la caratteristica fondamentale di questa seconda fase consiste nella formazione di due poli, entrambi moderati, liberal-conservatore l’uno e social-laburista l’altro, capaci di sostituire il dissolto sistema partitico, la cosiddetta “partitocrazia”, senza alcuna conflittualità di classe e senza alcuna ideologia (quella marxista ovviamente), per venire incontro alla cosiddetta “opinione pubblica”. Il Piano di rinascita democratica traccia un sistema politico borghese in netto contrasta con quello delineato dalla Costituzione: riduzione dei poteri del parlamento, presidenzialismo, legame diretto tra il capo e le masse (se si guardano gli atteggiamenti di Berlusconi e di Bossi, è evidente che il loro modello è quello del capo carismatico); limitazione del diritto di sciopero, criminalizzazione della conflittualità sociale. Sul piano ideologico, ma con forte valore politico, vi è la rottura con l’atto di nascita della Costituzione: la Resistenza.

A completare il quadro della profonda involuzione che paese subisce sul piano istituzionale e sociale, viene il protocollo d’intesa sul costo di lavoro, la politica dei redditi, siglato il 3 luglio 1993 da Governo, Confindustria e CGIL-CISL-UIL, che dopo l’abrogazione del meccanismo di scala mobile (persino nella versione rimaneggiata dopo l’attacco craxiano del 1984), costruisce un nuovo sistema contrattuale modellato sulle compatibilità del sistema (in sostanza gli aumenti salariali saranno effettuati non sull’inflazione reale ma su quella programmata). Dopo la svolta dell’EUR, che aveva portato il sindacato italiano a farsi carico delle compatibilità capitalistiche (la politica dei sacrifici), nel XII° Congresso della CGIL (1991, Rimini) nel suo Programma fondamentale si fa un’ulteriore pesantissima concessione agli interessi del Capitale. Il programma contiene “espliciti progetti di sovvertimento del sistema politico e costituzionale italiano, col superamento di una democrazia che si organizzi attraverso partiti-società e la centralità del parlamento (…) I vertici sindacali, in modo del tutto similare alla Lega e al Pds, condividono appieno il sovvertimento in atto del sistema democratico-costituzionale, convinti che il passaggio ad una Seconda Repubblica, tutta governativa, vada perseguito sostituendo corporativisticamente il sindacato ai partiti nel governo, così come avviene esplicitamente configurato nell’accordo del 3 luglio”.[4]

Il 3 agosto 1993 il parlamento approva la muova legge maggioritaria. È un sistema ibrido, in base al quale si applica il maggioritario a turno unico per 2/3 dei seggi, 472 alla camera e 238 al senato, mentre i restanti 158 e 77 sono assegnati con proporzionale. È così abbandonata l’autonomia del parlamento dal governo, come portato di un pluralismo reale, imperniato sul sistema proporzionale, che prima del 1993 era applicato a tutti i tipi di elezioni, escluse quelle riguardanti i piccoli comuni. Il 6 agosto 1993 la legge costituzionale n. 1 istituisce la Commissione parlamentare per le riforme istituzionali, prevedendo, unicamente per i progetti di dell’undicesima legislatura, un diverso procedimento, fra l’altro, l’obbligatoria sottomissione a referendum dei progetti dalla commissione.

 

BREVI NOTE SUL “TERREMOTO POLITICO” IN ITALIA

 

 

Con l’inizio, dalla metà degli anni ’70, della crisi generale del capitalismo, la combinazione di sfruttamento con la beneficenza e l’elemosina e il rispetto più o meno approssimativo delle conquiste e dei diritti strappati dai lavoratori, diventava incompatibile con le misure necessarie per far fronte alla crisi assieme gruppi imperialisti degli altri paesi: privatizzazioni, esternalizzazioni, delocalizzazioni, finanziarizzazione, speculazione finanziaria, globalizzazione. Incomincia così la crisi del regime DC e la fase della sua putrefazione (di disfacimento, di tentativi di adattamento, correzione e aggiustamento delle vecchie istituzioni).

Questa crisi del regime DC ha attraversato varie tappe .

La prima è stata quella dei governi di “solidarietà nazionale” (1976-1979) che hanno avuto principalmente il compito di liquidare le Brigate Rosse e le altre Organizzazioni Comuniste Combattenti poiché poteva essere l’embrione della costruzione di una formazione politica che si muoveva in senso rivoluzionario e imporre alle masse i primi sacrifici. Riuscirono a raggiungere il primo per via della deviazione militarista (l’illusione che la potenza di fuoco sostituisse la mobilitazione delle masse, il dimenticare che sono le masse a fare la storia), mentre raggiunsero il secondo solo parzialmente (svolta dell’EUR), provocando la rottura nel PCI tra la corrente migliorista (Napolitano, Lama) che spingevano verso un esplicita affermazione socialdemocratica del PCI e il grosso del partito in cui i revisionisti moderni (Berlinguer, Ingrao) coltivavano ancora l’illusione della “via democratica al socialismo”, del cosiddetto “eurocomunismo”.

La seconda tappa è quella costituita dai governi del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani, 1982-1992), in cui il PSI di Craxi ebbe un ruolo centrale. In questa fase la Mafia entra pesantemente nel mondo finanziario e industriale italiano. Si sviluppa una nuova combinazione tra Vaticano e potere politico con il rinnovo del Concordato (1984). Sono gli anni in cui Craxi lancia l’attacco (aperto con il decreto di San Valentino de1984 che sterilizza la scala mobile) alle conquiste economiche e sociali e ai diritti strappati dai lavoratori alla borghesia. E in questa fase che il PCI che da partito revisionista, che proclamava di lottare per il socialismo (senza esserne conseguente) si trasforma in partito della sinistra borghese (con la cosiddetta “questione morale” in cui Berlinguer candidava il PCI governare poiché quello con le “mani pulite” e perciò aveva la credibilità ad assumere la guida del paese per poterlo “risanare”).

La terza tappa è quella costituita dai cosiddetti governi “tecnici” (1992-1994), che in piena fase di instabilità politica succeduta alla fine dei governi del CAF che erano stati travolti per via extraelettorale e extraparlamentare con l’operazione Tangentopoli-Mani Pulite, hanno, con i governi extraelettorali (Amato 1992-93 e Ciampi 1993-94) hanno aperto un attacco frontale alle conquiste dei lavoratori con le manovre “lacrime e sangue” (attacco alle pensioni, aumenti di ticket e tariffe, privatizzazioni, ecc.) e l’asservimento dei sindacati confederali alle politiche padronali (concertazione).

La quarta fase è stata quella del cosiddetto bipolarismo tra Centro-destra e Centro-sinistra che viene anche definita in maniera semplicistica come “berlusconismo” (1994-2011). In questo periodo le intenzioni dei suoi promotori (una parte della Borghesia Imperialista italiana, tra cui Agnelli, De Benedetti, Mediobianca e Confindustria e come intellettuale organico Scalfari), l’assetto politico che avrebbe dovuto sorgere dopo Tangentopoli si sarebbe dovuto incentrare sull’ex PCI, che nel frattempo Occhetto aveva liquidato formalmente e trasformato in PDS, a questo si opposero una parte del vecchio establishment, tra cui la Mafia: con le stragi dei primi anni ’90, imposero una soluzione conforme ai loro interessi o almeno compatibile con essi. L’accordo trovato consistette nella discesa in campo politico di Berlusconi, che come fiduciaria della borghesia nera e mafiosa, aveva fino allora manovrato il PSI di Craxi, e nella sua investitura a capo del governo.

Il fenomeno politico chiamato berlusconomismo è durato per quasi vent’anni, Berlusconi ha governato in alternanza con Amato, D’Alema e Prodi. Tutti i governi che si sono succeduti di Centro-destra come di Centro-sinistra hanno attuato quello che si può benissimo dire le politiche del “programma unico” della Borghesia Imperialista (eliminazione delle conquiste di quello che rimaneva delle conquiste dei lavoratori, lotta accanita per conquistare un ruolo di primo piano negli affari mondiali, nella spartizione dei profitti estorti ai lavoratori e ai popoli oppressi, repressione del movimento di resistenza popolare).

In questo periodo si è aggravata l’opera di elusione, aggiramento e violazione della Costituzione che il regime democristiano aveva condotto per decenni e, contemporaneamente è andata avanti la fascistizzazione della società con cui la parte più reazionaria e criminale della borghesia e del Vaticano utilizza le vecchie e nuove organizzazioni fasciste (Forza Nuova, Casa Pound, ecc.) per vedere quale tra esse sia quella capace di mobilitare al servizio della borghesia la parte più arretrata o più disperata e abbrutita delle masse popolari per farne un accozzaglia di mercenari pronti a tutto, contro il resto delle masse popolari e contro gli altri paesi.

La quinta tappa di decomposizione del regime politico italiano è quello del governo Monti (2011-2013). L’entrata, nel 2008, della fase terminale della crisi generale del capitalismo, segna la fine politica di Berlusconi (che si era dimostrato incapace di tenere assieme il paese e farlo marciare almeno come gli altri paesi imperialisti). Con un autentico colpo di mano, le classi dominanti italiane e internazionali, avvalendosi della collaborazione di Napolitano e in stretta collaborazione con le istituzione europee, ha messo assieme un gruppo di professionisti che hanno la loro fiducia per formare un governo più autorevole tra la Borghesia Imperialista italiana e internazionale, un governo più forte, capace di imporre alle masse popolari sacrifici voluti dalla comunità internazionale di speculatori e guerrafondai che Berlusconi non riusciva a imporre. Il pagamento del debito pubblico (interessi e rate), il pareggio tra entrate e uscite dello Stato e degli enti locali (Fiscal Compact e Patto di stabilità), l’aumento dell’imposizione fiscale indiretta (IMU, IVA, revisione catasto) che sempre prevale sulla imposizione fiscale diretta prescritta espressamente dalla Costituzione, l’abolizione dell’autonomia locale (riduzione dei trasferimenti finanziari dal governo centrale agli enti locali, creazione della Tesoreria Unica, Patto di Stabilità), la privatizzazione dei servizi dei servizi pubblici e dei beni comuni, (in violazione del referendum del 2011), l’aumento delle tariffe, bollette e ticket, l’abolizione dei diritti dei diritti dei lavoratori (riforma del lavoro, art. 18, abolizione delle pensioni di anzianità e riduzione delle pensioni di vecchiaia, innalzamento dell’età della pensione, riduzione del diritto di sciopero), la liberalizzazione dei servizi (aprendoli all’attività del capitale finanziario) che erano nelle mani di lavoratori autonomi sono il modo il cui il governo Monti-Napolitano ha eseguito le istruzioni dell’UE, della BCE, del FMI e delle altre istituzioni del sistema imperialista mondiale.

Mentre il governo Berlusconi era nato ancora come governo, elettorale, il governo Monti (e in seguito quello di Renzi) ha dovuto fare a meno della convalida elettorale e ha esautorato le istituzioni rappresentative della Repubblica italiana.

In questo periodo la Borghesia Imperialista italiana era divisa negli orientamenti politici. Nella fase berlusconiana caratterizzata dall’alternanza tra i governi di Centro-destra e Centro-sinistra, si ebbe l’alternanza alla direzione di Confindustria tra il “berlusconiano” D’Amato e il criptoprodiano Montezemolo. Questa divisione all’interno della Borghesia Imperialista italiana, era anche (pur con tutte le sfumature) segno evidente suo ondeggiare tra i blocchi imperialisti di USA e UE.

In questa fase per i fautori del maggioritario assoluto, non andava bene la presenza di una percentuale di proporzionale. Per questo motivo Segni, supportato dal gruppo dirigente DS (compresi quanti, come Folena e Salvi, lasceranno negli anni successivi il partito da posizioni di “sinistra”) avvierà l’opera di cancellazione della quota proporzionale nell’elezione della Camera dei deputati.

Nel 2001, a fine legislatura, il Centro-sinistra approva il nuovo titolo V con soli 4 voti di scarto, varando uno pseudofederalismo che ha dato ruolo preferenziale alle imprese anche nelle funzioni pubbliche e di “stato sociale” e non solo nella produzione di beni. L’obiettivo di questa controriforma costituzionale è quella di creare le premesse dell’introduzione del modello istituzionale USA, con la Camera degli stati o delle regioni. Il Centro-sinistra, per dimostrare l’esistenza di un largo sostegno ai contenuti della controriforma, nonostante l’esiguità del voto, chiede il referendum previsto dal secondo comma dell’art. 138 della Costituzione. Sono stabiliti così due precedenti pericolosi:

 

  • L’approvazione di una legge costituzionale a colpi di maggioranza.
  • La trasformazione del referendum art. 138 da oppositivo a confermativo-plebiscitario.

 

 

Il 7 ottobre 2001 al referendum confermativo delle modifiche al Titolo V della Costituzione, sul 34% di votanti il sì ottenuto da tutto il Centro-sinistra, compreso il PdCI, con l’opposizione del PRC, ottiene 10.348.419 voti (64,2%, mentre il no ottiene 5.819.187 (35,8%).

Il governo Berlusconi trova così la strada spianata per riscrivere la Costituzione. Ma, nonostante l’acerba contesa verbale e ideologica sul davanti della scena, entrambi gli schieramenti, si muovono verso obiettivi sostanzialmente simili.

 

L’INFINITA TRANSIZIONE COSTITUZIONALE ITALIANA: ALLA RICERCA DEL BIPOLARISMO MAGGIORITARIO

 

 

 

Fermata il 26 giugno 2006 il disegno di revisione costituzionale di Berlusconi con una buona partecipazione referendaria, riparte l’offensiva anticostituzionale.

Il 24 aprile 2007 inizia la campagna di raccolta di firme per un nuovo referendum elettorale che si propone di consegnare il premio di maggioranza, dia alla Camera che al Senato, alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi, e di innalzare le soglie di sbarramento, per cui, per ottenere rappresentanza parlamentare, le liste debbono comunque raggiungere un consenso del 4% alla Camera alla Camera e 8% al Senato.

Secondo i promotori, il sistema elettorale risultante dal referendum spingerà gli attuali soggetti politici a perseguire, sin dalla fase pre-elettorale, nella costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche e incentivando la riaggregazione nel sistema politico. Si potrà aprire, per l’Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica. La frammentazione si ridurrà drasticamente. Non essendoci più le coalizioni scomparirà quello che si può definire l’attuale schizofrenia tra identità collettive della coalizione (sempre più labili) e identità dei singoli partiti (altrettanto labili) nella coalizione. Sulla scheda dovrebbe apparire un solo simbolo, un solo nome ed una sola lista per ciascuna aggregazione che si candidi ad ottenere il premio di maggioranza. Le componenti politiche di ciascuna lista non potranno rivendicare un proprio diritto all’autonomia perché, di fronte agli elettori si presentati come schieramento unico, una cosa sola.

L’eliminazione di composite e rissose coalizioni imporrebbe al sistema politico una sterzata opposta all’attuale frammentazione in liste e listini, minacce di scissioni e continue trattative tra i partiti, in sostanza si spera a una semplificazione.

Tutto l’asse del discorso intorno alla controriforme istituzionali ruota intorno ad una questione essenziale: la stabilità e governabilità del paese. In nome della governabilità occorre avere maggioranza parlamentari ampie, stabili e sicure. Per questo è necessario superare la frammentazione del sistema politico italiano, per questi motivi è dichiarata guerra al proporzionale, che ha il torto di ispirarsi al principio democratico “una testa un voto” su cui insorse la borghesia contro i privilegi feudali agli Stati Generali francesi del 1789, e il passaggio al maggioritario. Semplificazione della complessità, riduzione dello scontro politico a un sistema binario in cui si scontrano due poli, o, nel caso più spinto, sul modello americano, due partiti: bipartitismo.

Questa politica di rafforzamento degli esecutivi non è certo prerogativa dell’Italia ma di tutti i paesi imperialisti. La crisi economica ha determinato il prevalere a livello politico e istituzionale in tutti i paesi dell’Occidente e non solo in Italia, di politiche cosiddette neoliberiste e antipopolari. Ha portato gli esponenti della Borghesia Imperialista e i loro portavoce a trovare come soluzione alla difficoltà che hanno di governare alla vecchia maniera, di concentrare i poteri nelle mani dell’esecutivo e i poteri dell’esecutivo nelle mani di un individuo, di sottrarre le istituzioni alla verifica delle assemblee legislative, e le elezioni a loro volta sono ridotte ad esercitazioni demagogiche e pubblicitarie. Le misure che delegano poteri agli enti locali (regioni, comuni) sono tutte accompagnate da misure che rafforzano i poteri dei Presidenti di Giunta Regionale (pomposamente definiti all’americana Governatori) e i sindaci, indeboliscono i poteri delle assemblee elettive.

Questa situazione, in Italia è stata determinata oltre all’attacco delle destre anche dall’abbandono delle forze di sinistra dell’autonomia della lotta sociale e di classe del movimento operaio, per spostare il terreno sulle cosiddette “riforme istituzionali” e quindi, in tal senso coerentemente, spostare il terreno dal proporzionale (tanto più se puro e corretto) che pur con tutti i limiti e contraddizioni avvicinava le assemblee legislative a essere lo “specchio della società”, e perciò poteva favorire la dialettica sociale e il conflitto di classe a un sistema maggioritario dove il pluralismo degli interessi sono mortificati da una rappresentanza unica e per niente pluralistica, interclassista che favorisce quella separazione leghista in territori omogenei e cancella la natura sociale della rappresentanza e, dunque, anche la forma pubblico-sociale che dovrebbero avere le istituzioni se seguissero coerentemente il dettato costituzionale, a tutto vantaggio dello statalismo del capitale e dell’aziendalismo.

Sistema maggioritario e uninominale, elezione diretta del capo dello Stato, o del capo del governo (come quella dei Presidenti di Giunta regionale o sindaci), la privatizzazione del lavoro pubblico, la nomina di ministri non parlamentari (i cosiddetti “tecnici”), il federalismo, la concertazione, la “democrazia economica”, ecc. È tutte una varietà di formule e di soluzioni istituzionali “tecniche” e giuridiche che vanno in una sola direzione: quella dell’aziendalizzazione dello Stato con il governo dall’alto sempre e comunque, che cancella il sociale-territoriale, che quindi cancella anche il ruolo sociale di forze come il sindacato, tanto è vero che le forze conservatrici di destra e neoconservatrici di falsa “sinistra”, tutte queste cose le propongono legate tra loro.

La stessa trasformazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego in rapporto di tipo privato, punta non solo a cambiare il rapporto di lavoro, ma la natura dello Stato, perché si sostituisce il diritto pubblico con quello privato, si sostituisce la Costituzione con il Codice civile che è la diretta espressione dei caratteri tipici dell’impresa contenuti già nella Carta del lavoro del 1927. Cioè da un testo giudico che è quello cui ignorando la Costituzione, fanno riferimento da sempre la Confindustria e le imprese.

Diversamente dalla Confindustria e dalla borghesia che affidano a dei “tecnici” e prevalentemente ai giuristi il compito di individuare una varietà di soluzioni all’interno di una scelta sociale univoca che è quella del governo dall’alto, le forze di sinistra, quelle sindacali e sociali in genere, al contrario devono partire dalla natura sociale dei suoi scopi, alle teorie sociali e politiche di trasformazione, per identificare anche le strategie istituzionali più adeguate per il loro conseguimento, per motivare la ragione di soluzioni istituzionali che rispondano a logica di natura sociale e non puramente connesse all’ingegneria giuridica-istituzionale che interessa la strategia del capitale.

Insomma per identificare soluzioni che non siano tanto e non solo di ricambio del personale politico, come si sente da tanto tempo in maniera patetica da dirigenti politici di “sinistra” e sindacali, ma per la socializzazione del potere politico e le istituzioni statali, regionali e comunali che siano, cui i lavoratori sono interessati più di ogni altro.

Quello che si tratta di definire prima di tutto è la forma dello Stato e la forma del potere e non di partire dalla questione del governo per arrivare, con il federalismo, a proporre di moltiplicare la forma di governo fondata sul predominio dell’esecutivo sulla assemblea in tutti gli enti e organismi, arrivando così a ridistribuire centralismo e verticismo anziché democrazia e socialità nelle istituzioni. Questa è una forma di deconcentramento, che non è decentramento e, tanto meno, è autonomia dei poteri. Il federalismo, soprattutto oggi, è appunto un’operazione di semplice deconcentramento dei vertici, quando da parte nostra bisogna lottare per depotenziare i vertici con democrazia e autonomia.

Quando lo Stato vuole essere di “democrazia sociale” come definito dalla Costituzione antifascista, la forma di governo non può che essere quella fondata sulla democrazia consensuale, cioè sulla centralità del Parlamento e delle Assemblee elettive e perciò sul pluralismo sociale.

Perciò le riforme elettorali con soglie di sbarramento elettorale, premi di maggioranza, elezioni dirette del Sindaco e del presidente della regione, non solo non garantiscono il pluralismo sociale e la socialità delle istituzioni, ma potrebbero rivelarsi persino più pericolose. Se si prende come esempio storico la Costituzione di Weimar – cui mistificatoriamente è associata la Costituzione italiana – ha fatto la fine che ha fatto non tanto perché era troppo la parlamentare e assembleare, ma al contrario oltre alle responsabilità primaria della classi dominanti e delle forze politiche di governo, aveva una legge elettorale proporzionale che però era associata con la forma presidenziale delle istituzioni.

Quindi se si vuole avere uno Stato liberale e quindi autoritario, si torna ad avere, come nello Stato assoluto e nella Monarchia costituzionale, un Parlamento e della Assemblee elettive che dipendano dagli esecutivi, che a loro volta dipenderanno da un dictator, che può essere non solo un Presidente della Repubblica o un Presidente del Consiglio dei ministri, ma anche un Presidente di regione o un Sindaco elettivo, o un manager, di Azienda Ospedaliera, che sono tutte forme ispirate al presidenzialismo, rispetto a cui, quello che viene definito “federalismo” non è altro che una delle forme tecniche e funzionali a queste forme autoritario. E se le forme di potere di uno stato sono autoritarie, questo non diventa meno centralista e verticista se, anziché solo nello Stato centrale, s’introduce verticismo e centralismo anche nelle forme di governo di uno stato-membro, delle regioni e dei comuni, non meno che nei lander o comunque si chiami.

Della cosiddetta “anomalia italiana”, determinata dalla presenza di un forte movimento operaio, di una Costituzione avanzata, se ne è parlato nella Commissione Trilaterale che fu costituita da privati ma potenti e ricchi cittadini dell’Europa Occidentale, del Giappone e del Nord America, per sottolineare la maggior la minor governabilità da parte del governo che caratterizza il sistema democratico della costituzione parlamentare italiana rispetto a tutti gli altri sistemi politici dei paesi capitalisti avanzati, imperniati sul potere dall’alto delle forme di governo di tipo presidenzialista e maggioritario che, pur in una varietà di forme che vanno dall’elezione diretta del presidente dello Stato del sistema americano, al premierato inglese, al cancellierato tedesco e al presidenzialismo francese.

C’è stata nel nostro paese – e pochi lo sanno a livello di massa – la distinzione tra la Costituzione formale e la Costituzione materiale che è stata elaborata nel periodo fascista.[5] Questa cultura della costituzione materiale – e questo bisogna precisarlo – non ha niente a che fare con il marxismo, ma esprime per la cultura fascista e nazista la necessità di legittimarsi per rafforzare il potere dello Stato senza cambiare la Costituzione formale, tendendo materialmente conto della novità dal partito fascista come forza dominante portatrice di valori di società e non più solo di regole e delle forme precedenti, e perciò formalizzate, dal liberalismo.

Tutto ciò è servito nel secondo dopoguerra a teorizzare una totale correlazione tra il partito e lo Stato e una dipendenza degli organi dello Stato dal partito (inizialmente la DC e in seguito le altre formazioni politiche). Da qui l’identificazione degli interessi privati dei partiti con lo Stato e i poteri pubblici con tutti gli intrecci clientelari, la corruzione e le degenerazioni tangentizie che originati da un sistema di governo sorto e operante contro la Costituzione formale – attraverso la messa in pratica della costituzione materiale con un indirizzo politico del governo preminente dell’azione statale – sono attribuite alla Costituzione formale vigente e usate come motivazione per una revisione soprattutto nella Seconda Parte riguardante l’ordinamento della repubblica: non senza una diffusa e ipocrita propensione ad affermare che in tal modo e per tale via si attuerebbe l’adeguamento e il ricongiungimento della Costituzione formale alla costituzione materiale, proprio perché sarebbe divaricata a favore di quest’ultima.[6]

In questo modo il principio costituente del fascismo e del nazismo, vale a dire del primato dell’indirizzo di governo del partito unico, si è trasferito anche nel regime pluralistico parlamentare, ed è oggi il principio essenziale delle cosiddette “riforme istituzionali” a cui si richiamano tutti coloro che vogliono promuovere più o meno incisive revisioni costituzionali: il primato dell’azione dell’indirizzo politico del governo e della sua stabilità. E tutto questo è potuto avvenire senza che i giuristi e le forze politiche hanno mai potuto denunciare con forza il carattere illegale e anticostituzionale della costituzione materiale.

Quando la sinistra politica e sindacale rinunciò alla battaglia per l’applicazione della Costituzione, la strada di una necessaria innovazione della Pubblica Amministrazione anziché quella della riforma democratica e della socializzazione delle funzioni pubbliche e sociali è diventata solo quella della privatizzazione. Privatizzazioni che sono coerenti con la naturale imprenditoriale gerarchico-burocratico, quindi privatistica e non democratica della macchina dello Stato.

Dunque la costituzione materiale si può tranquillamente definire come costituzione proprietaria a cui cercano di attenersi i servitori e i rappresentanti, soprattutto quelli “tecnici”, degli interessi capitalistici, al di fuori e al di sopra della legalità democratico-costituzionale, che ritengono poco compatibile e persino pericolosa per gli interessi delle imprese capitalistiche e del dominio capitalistico.

Per questo motivo le forze di vera sinistra devono utilizzare una critica democratica alla crisi degenerativa nei confronti delle forme accentrate di come vengono fatte le decisioni da parte delle istituzioni e dei partiti, ma bisogna rifiutare la vecchia critica antidemocratica fondata sul giudizio della cosiddetta “partitocrazia”, che sfocia nel qualunquismo populistico reazionario.

Riassumendo, la Costituzione sancisce il passaggio dallo Stato liberal-corporativo fascista, a uno Stato, certamente non socialista, ma comunque di democrazia sociale, che condiziona a fini sociali il regime della proprietà e dell’impresa.

Ciò ispira le decisioni di economia pubblica e particolarmente del bilancio statale ai principi di democrazia sociale, utilizzando la fiscalità generale (le entrate) a favore dei ceti deboli con norme (le spese) riguardanti da un lato lo sviluppo produttivo e occupazionale, dall’altro lo sviluppo sociale e civile.

I risultati siano stati inferiori per i lavoratori, perché in Italia il blocco dominante che si esprimeva nel regime democristiano riuscì a deformare il modello costituzionale piegandolo alle sue esigenze di stabilizzazione sociale (clientelismo, ecc.), in relazione alle composizioni delle classi (una borghesia molto gracile rispetto ai suoi concorrenti europei, e dei ceti medi ipertrofici).

Negli anni ‘69-76 le forze politiche e sindacali della classe lavoratrice cercano di completare il modello sociale della Costituzione fino all’affermazione dello Stato sociale, nella teoria mediante la programmazione democratica dell’economia, nella pratica con la lotta per le riforme in materia di casa, sanità, ambiente, assistenza, previdenza, istruzione, cultura e formazione professionale, ricerca scientifica, trasporti, opere pubbliche ecc.

Nel ‘77 con il compromesso storico (politico e sindacale) Stammati e Pandolfi iniziano la destrutturazione dei risultati che si era riuscito a conquistare a prezzo di lotte durissime.

La Finanziaria, diventa la guida di tutta la politica legislativa, derogando il principio costituzionale del governo basato sulla democrazia sociale e lo sostituisce con il principio di economicità finanziaria della spesa pubblica ricavato dall’economia privata. Essa tende a garantire che l’iniziativa economica privata risponda solo al mercato.

Ogni anno, dal 1978[7] in poi, l’economicità finanziaria è il nuovo principio guida del “buon governo” della spesa pubblica e piega e comprime il modello sociale costituzionale.

Sul piano istituzionale ogni anno aumenta la subalternità del Parlamento alle “oggettive” linee che s’impone ai soggetti istituzionali della manovra finanziaria (il Tesoro) e della manovra monetaria e creditizia (la Banca d’Italia).

Sul piano materiale ogni anno le difficoltà di bilancio prodotte dalla crescita della spesa pubblica a favore delle imprese e della proprietà, sono affrontate emanando leggi finanziarie che riducono i diritti sociali.

La crisi, la concorrenza internazionale richiede che ogni “risorsa inefficiente” sia “liberata” per essere impiegata nella ricapitalizzazione.

Le frazioni capitalistiche dominanti e le istituzioni che governano e determinano le politiche economiche (Tesoro, Banca d’Italia) sono costrette ad accelerare l’instaurazione del “regime dei mercati”.

Da un lato procedono al riassetto capitalistico mediante la concentrazione dei capitali privati e le privatizzazioni, dall’altro accentuano la ridistribuzione del reddito a favore dell’impresa e della proprietà.

Dunque, con l’istituzione della legge finanziaria gli istituti di democrazia perdono il potere di imporre limiti sociali all’iniziativa economica privata e la politica di bilancio, specialmente nella sua parte riguardante l’impiego sociale di risorse sociali, viene subordinata ed orientata alle necessità dei mercati.

Si può dire tranquillamente che tutti i governi che si sono succeduti dagli anni ’90 (dal governo Amato) hanno proceduto secondo un’unica linea politica:

 

  • Usare in modo appropriato la legislazione finanziaria.
  • Trasferendo reddito dai salari ai profitti e alle rendite.
  • Distruggendo il sistema costituzionale dello Stato sociale che era un frutto delle dure lotte che i lavoratori italiani hanno condotto dal dopoguerra.
  • Instaurando al suo posto quello che può tranquillamente definire il regime dei mercati.

 

L’atto finale di questa primato della leva finanziaria è stato quando nell’aprile del 2012 il parlamento italiano ha definitivamente introdotto, come principio costituzionale nell’ordinamento giuridico italiano, il pareggio di bilancio (modificando gli artt. 81-117-119.97 della Costituzione italiana) con la legge costituzionale 20 aprile 2012 n. 1.

La norma è stata approvata sia dalla Camera dei Deputati e sia dal Senato della Repubblica a maggioranza dei due terzi nella seconda votazione precludendo così la possibilità di un referendum costituzionale dei cittadini. La riforma è stata approvata interamente da PD, PDL, Terzo Polo e Lega Nord.

 

QUALE CONTENUTO DARE AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

 

 

Nel gennaio 2016 la Camera e il Senato hanno approvato il Disegno di Legge (DDL) sulle “riforme” costituzionali (abolizione delle funzioni legislative del Senato e dell’eleggibilità dei senatori e altri provvedimenti finalizzati a un maggiore disciplina tra centri di potere, organismi e istituzioni dei vertici istituzionali) che, dopo l’approvazione definitiva alla Camera, sarà o meglio dovrebbe essere sottoposto come si diceva prima nell’ottobre 2016.

Questa campagna dovrebbe essere usata oltre a respingere le controriforme costituzionali, anche per cacciare il governo Renzi. Una vittoria del NO al referendum allargherebbe le contraddizioni nella maggioranza governativa.

Da qui bisognerebbe partire per sviluppare un movimento popolare di lotta che abbia come obbiettivo l’attuazione delle norme e dei principi progressisti della Costituzione che non sono mai stati attuati in tutto il dopoguerra. Applicare la Costituzione vuol dire espropriare le proprietà private abbandonate che non hanno utilità sociale (art. 43): ci sono milioni di metri quadrati di costruzioni fatiscenti, abbandonate (ma in certi casi sono anche nuove, invece) che possano essere presi in carico dalle amministrazioni locali e utilizzate per dare case, scuole, centri di aggregazione e di cultura, per dare spazi all’autorganizzazione del lavoro. Applicare la Costituzione significa che le organizzazioni operaie e dei lavoratori gestiscano loro le aziende (l’ILVA è un esempio) dove l’iniziativa economica è in lampante ed evidente contrasto con l’utilità sociale e reca danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41), applicare la Costituzione significa che i lavoratori non possono e non devono essere considerati come “risorsa umana” delle aziende, alla pari delle risorse energetiche, finanziarie. Applicare la Costituzione significa organizzarsi e mobilitarsi per dare contenuto pratico al diritto a una vita dignitosa (art. 36) per i tutti i cittadini, il diritto all’istruzione (articoli 33 e 34) e alla sanità (art. 32) pubbliche e gratuite. Applicare la Costituzione vuol dire organizzarsi e organizzare per l’autoriduzione di tasse e imposte ingiuste, a partire dal furto del canone RAI nella bolletta dell’energia elettrica. Applicare la Costituzione vuol dire mobilitare i soldati italiani a disobbedire agli ordini del governo e degli ufficiali traditori della Costituzione (art. 11).

In sostanza applicare la Costituzione significa iniziare una Resistenza in forma politica. Una Resistenza di massa, che vada oltre ghetti e orticelli, che vada oltre le stesse lotte che generosamente le masse popolari stanno attuando contro le degenerazioni più intollerabili delle politiche del regime (dalle lotte studentesche alle lotte contro la TAV, fino alle mille e mille lotte locali). Una lotta popolare che usi tutti gli strumenti di lotta necessari, per la riappropriazione dei beni passati in mano con le politiche di privatizzazione, per la requisizione e la rimessa in marcia degli stabilimenti e delle aree dismesse, per il controllo di massa delle amministrazioni locali facendo sì che i contributi fiscali siano utilizzati per la difesa e il rilancio del patrimonio pubblico immobiliare con l’imposizione del diritto gratuito alla casa per tutti i nuclei di lavoratori e di disoccupati, per un salario garantito ai disoccupati e per la revoca delle pensioni d’oro.

In una parola, questa Resistenza deve essere un passaggio per un effettivo inizio del rispetto pratico della Costituzione.

 

 

 

[1] Metto tra virgolette riforme poiché da anni vige uno stravolgimento del significato delle parole. Una volta riforma significava miglioramento – graduale quanto si vuole ma sempre miglioramento – delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, avanzamento democratico con l’allargamento del suffragio elettorale – pensiamo solamente al passaggio dal suffragio censitario, in sostanza votava chi aveva le possibilità economiche a quello universale – da un certo poi la stessa parola assume significati del tutto diversi.

 

[2] È così che il nazionalismo è demonizzato, operando una voluta tra nazionalismo imperialista, che animò l’espansionismo coloniale tra il XIX e il XX secolo, e il fascismo e il nazismo e quello che sorregge le lotte di liberazione nazionale come quello palestinese, irlandese o basco.

 

[3] Come l’altra favola che si racconta che dopo la seconda guerra mondiale ci sia stato un periodo ininterrotto di pace. Si dimentica la guerra di Algeria e il golpe di De Gaule nel 1958 (dove ci fu un inizio di guerra civile), le lotte di liberazione nazionale dei paesi baschi e dell’Irlanda, la rivoluzione in Grecia dopo la seconda guerra mondiale, e la guerre civile causata dall’aggressione imperialista nell’ex Jugoslavia.

[4] A. Ruggeri, La contraddizione, Roma, settembre-ottobre 1993, n. 38.

[5] È lo stesso giurista di regime, Sergio Panunzio, a costatare che la dottrina della costituzione materiale rappresenta l’allineamento della dottrina giuridica all’avvento delle forme di Stato e di governo proprie del regime fascista, come ha annotato Gramsci nei Quaderni del carcere (III, n. 15).

[6] Anche Licio Gelli, citando dal Piano P2, rileva che dopo il “restauro del libero gioco delle istituzioni fondamentali”, la “nascita di movimenti, l’uno sulla sinistra e l’altro sulla destra, fondati da altrettanti Club promotori composti da uomini politici ed esponenti della società civile e dopo nuove leggi elettorali non occorre rovesciare il sistema”, ma cambiarlo “ritoccando la Costituzione, visto il” contesto interno e internazionale ormai molto diverso da quello del 1946 (Piano di Rinascita democratica e intervista a L’Indipendente).

[7] Con le leggi 468 del 1978 (istituzione della legge finanziaria) e 362 del 1988 (aggiornamento della legge finanziaria)

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~ di marcos61 su giugno 24, 2016.

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