BREVI NOTE DI ECONOMIA POLITICA MARXISTA

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          

PARTE I

 

Prima di parlare di economia bisogna patire dalla paleontologia[1]: circa 10 milioni di anni fa per ragioni geologiche e climatiche, alcuni gruppi di primati[2] abituati a vivere soprattutto sugli alberi si ritrovano in tempi geologicamente brevi a vivere nelle savane, a causa di una deforestazione progressiva.                                                                                                             Erano abituati a rifugiarsi per evitare di farsi mangiare dai grandi carnivori e si nutrivano essenzialmente di frutta e altri vegetali.

Gli alberi erano insufficienti per nutrirli e dovevano sempre spesso cercare a terra i vegetali; così la nuova situazione cominciò progressivamente a esporli sempre più all’assalto dei carnivori. I gruppi che riuscirono a difendersi meglio furono quelli più numerosi che adottarono un atteggiamento collaborativo: mentre una parte raccoglieva, un’altra badava ai piccoli e un’altra ancora faceva da sentinella in caso di pericolo. I gruppi che non furono sofficemente collaborativi dovettero soccombere.

Scrive Engels su L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato che in quel periodo dovette formarsi l’orda.

I gruppi pre-umani cominciarono per un lungo periodo a vivere in “isole comunistiche” dove tutti collaboravano nei vari modi alla raccolta del cibo, alla difesa ecc. in altre parole alla riproduzione del gruppo stesso, tutti i membri del gruppo avevano diritto al cibo secondo i loro bisogni (e non solo al cibo): poiché tutti i maschi in qualche modo erano necessari alla sopravvivenza del gruppo, tutti avevano diritto di accoppiarsi con tutte le femmine quando entravano in estro; di conseguenza non si sapeva a quale maschio appartenesse un figlio e tutti i grandi proteggevano tutti i loro potenziali figli. L’orda era quindi molto unita e solida, per cui questi gruppi sopravvissuti ai cambiamenti avvenuti (in Africa centrale ma molto probabilmente potrebbe non essere stato solo lì) riuscirono anche a moltiplicarsi meglio di altri. Non entriamo nella dinamica delle ragioni e dei modi per cui a un certo punto questi gruppi di nomadi quando diventavano troppo numerosi si scindevano per cercare altri territori. Presubilmente, col tempo, i gruppi aumentarono sia come numero sia come grandezza del gruppo stesso, e si diffusero su zone più ampie. Ovviamente vi furono anche tanti gruppi che si estinsero.

Questa situazione di comunismo primitivo in cui non c’era sfruttamento di una parte del gruppo su un’altra, in cui ognuno dava al gruppo secondo le sue capacità e otteneva secondo i suoi bisogni, perdurò per molti milioni di anni.

Infatti, anche gli antropologhi borghesi devono riconoscere che dai resti fossili di questo lungo periodo non risultano, nonostante la ricchezza di reperti soprattutto di alcuni sotto-periodi,[3] alcune tracce di battaglie tra questi gruppi. Inizialmente, fino a circa mezzo milione di anni fa, questi erano soprattutto gruppi di raccoglitori erbivori, d’indole pacifica come lo sono quasi tutti gli animali erbivori. Ma anche quando cominciarono a praticare la caccia, non c’era nessun motivo per scontrarsi con altri gruppi umani.

I gruppi, nel loro percorso nomade si spostavano lentamente da un luogo all’altro seguendo le variazioni del clima, della flora commestibile e della fauna cacciabile. Se due gruppi si ritrovavano a un certo a occupare entrambi uno stesso territorio di caccia, non avevano difficoltà a spostarsi evitando un’eventuale guerra. Infatti, i territori di caccia erano molto vasti e i gruppi umani pochi.

E soprattutto non c’era nessun motivo per impiegare moltissime energie e rischiare la morte in battaglia. In questo lungo periodo, durato almeno 6 milioni di anni, ogni gruppo riusciva a stento a badare alla propria sopravvivenza, nessuno riusciva a produrre né tantomeno sapeva conservare, dei surplus di cibo o altro che occorresse a sopravvivere che potesse oggetto del depredamento da parte di altri gruppi.

In poche parole, anche quando il livello di tecnologia cominciò a fornire efficaci armi e strategie di caccia, non c’era motivo di usarle contro altri umani, che erano certo molto più difficili da cacciare degli animali, e dai quali non si poteva ricavare nulla oltre il nudo corpo.

La situazione cominciò a cambiare circa 10 mila anni fa col la scoperta e soprattutto la diffusione (almeno in alcune zone, soprattutto nella striscia che va dall’Africa settentrionale alla Cina meridionale) dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame, che i reperti e gli studi indicano si siano sviluppati a partire da quel tempo, almeno nelle zone predette.

Infatti, la pratica dell’agricoltura e dell’allevamento permise un salto improvviso (si parla sempre di tempi storici ovviamente), nella capacità produttiva (e riproduttiva) delle società umane che iniziarono a praticarla: unite alla capacità di conservare i cibi e alla possibilità di restare nello stesso luogo senza doversi spostare per seguire piante e animali, fornirono agli uomini molto più cibo di prima, la possibilità, avendo più tempo e non dovendosi spostare, di costruire abitazioni che proteggessero meglio freddo e dalle intemperie; e quindi di vivere meglio e di riprodursi di più. Cosicché molti gruppi umani aumentavano rapidamente di numero e i territori, in relazione non erano più tanto vasti: un motivo di discordia fra le varie società.

Ma il motivo principale fu un altro: per la prima volta nella storia ci si rese conto che ad esempio un gruppo umano di 100 persone poteva, sfruttando l’allevamento e l’agricoltura, stabilmente produrre per molto più di 100 persone, ad esempio per 110. Se allora si tenevano schiave queste persone, da esse si poteva ricavare di che poter vivere gratis per 10 persone del gruppo che le teneva schiave. Lo sfruttamento schiavistico e il servaggio della gleba (che in Europa) furono successivi, ma che probabilmente nascono entrambi insieme come forme di sfruttamento) si sviluppano proprio a partire da questa accelerazione nello sviluppo delle forze produttive umane dovuto all’applicazione dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame.

È questo, secondo il marxismo, il primo punto nodale della (prei) storia umana, dell’evoluzione umana. Da questo punto in poi le società umane sono uscite dal comunismo primitivo e si sono divise in classi: classi dominanti e sfruttatrici e classi sfruttate. Insieme alle classi è nato lo Stato come strumento sia per conquistare il dominio su altri popoli, altre società, sia soprattutto per mantenerlo senza dover continuamente guerreggiare, ma per “vivere in pace” come condizione per imporre le proprie leggi e per consentire quindi di poter sfruttare in pace le classi o i popoli più deboli.

Secondo gli storici questo periodo coincide col neolitico cui seguono l’età del bronzo, del rame e del ferro. Secondo le datazioni adottate da Engels questo avviene lunghissimo periodo dello stato selvaggio (da 6-7 milioni di anni fa fino a circa 25 anni fa) verso la fine del periodo delle barbarie (da circa 25 mila anni fa a 8-10 mila anni fa) e l’inizio del periodo della Civiltà.

Certo è che anche i reperti fossili e altri studi mostrano in questa epoca l’inizio degli attriti tra i gruppi umani e all’interno dei gruppi stessi, almeno nelle zone predette dove ormai l’allevamento del bestiame e l’agricoltura erano diventati il modo di produzione dominante, dopo aver soppiantato quasi completamente i modi di produzione precedenti (cioè prima solo raccolta di vegetali e frutta, poi caccia e pesca, con la raccolta che progressivamente perdeva di importanza e la caccia e pesca, a seconda dei luoghi, che ne acquistava).

Cominciano a diffondersi, su zone sempre più vaste, le società divise in classi, le guerre per sottomettere altri popoli, per renderli schiavi o servi o per depredarli: l’eden, il paradiso terrestre di cui parla la Bibbia è finito – almeno in quelle zone che si affacciano alla civiltà e in quelle vicine – e si sviluppa l’epoca delle società divise in classi che dura tuttora.[4]

Proprio la “natura buona, collaborativa, sociale, comunistica” degli esseri umani, dopo milioni di anni di armonia con loro stessi e con la natura, li ha portati, paradossalmente (è questa è la dialettica della storia) verso una società che scoraggia gli atteggiamenti di bontà, di collaborazione vera, di sincera condivisione dei frutti del lavoro. E si è giunti così a teorizzare la grande panzana dell’<uomo cattivo ed egoista per natura>, quando tutta la società odierna scoraggia e punisce atteggiamenti spontanei di bontà, generosità, sincerità, vera e spontanea collaborazione con gli altri… che sono in realtà la nostra più vera ma nascosta, natura.

Marx, con Engels, diceva che era il livello delle forze produttive a determinare i rapporti di produzione in una società; e i rapporti di produzione cioè la struttura economica a determinare la sovrastruttura: mentalità, ideologie, leggi, usi e costumi della società. E questa è stata una fondamentale scoperta scientifica.

Lo sviluppo delle forze produttive, una volta che salta al livello dell’agricoltura, allevamento, determina rapporti di produzione nuovi, crea una società non più egualitaria ma divisa in classi, e questa divisione comporta lo stravolgimento di tutta la sovrastruttura: cambia radicalmente i rapporti tra gli uomini, gli usi e i costumi, le leggi, la mentalità, i valori.

Il marxismo prevede un secondo punto nodale, ma quando?

Il primo punto nodale si era avuto quando i gruppi umani raggiunsero la potenzialità di produrre, col lavoro, nettamente di più di quello che bastava alla propria sopravvivenza. Il secondo per Marx si sarebbe raggiunto quando la specie avrebbe potuto produrre tutto quello che bastava a una decente sopravvivenza con un tempo di lavoro tendenzialmente piccolissimo (ed esempio mezz’ora al giorno per individuo adulto) in modo da poter produrre tantissimo tempo libero per ognuno.

   Bene, quella potenzialità, con l’elettronica, l’informatica e la robotica, ormai si è già raggiunta: siamo già nel secondo punto nodale ormai da alcuni decenni.

   Quindi lo sviluppo delle forze produttive ormai raggiunto dovrebbe tendere a far cambiare i rapporti di produzione. Ma questo, dopo aver raggiunto il primo punto nodale, è avvenuto in un tempo storicamente breve ma comunque di alcuni millenni; e soprattutto con sconvolgimenti epocali, lotte aspre, resistenze dei popoli o dei settori destinati a essere classe sfruttata. I tempi storici dà allora si sono molto accelerati, ma comunque si dovrà aspettare anni o decenni, e ci si dovrà aspettare una strenua resistenza da parte delle classi sfruttatrici, che non moleranno spontaneamente i loro privilegi nemmeno davanti alla chiara prospettiva di guerre nucleari o di disastri ambientali generalizzati che potrebbero distruggere tutti … e anche loro.

Fatta questa premessa storica torniamo all’economia.

Dopo il primo punto nodale, le forme di sfruttamento furono dapprima molto aperte: lo schiavo sapeva di esserlo, era “naturale” per la mentalità di allora che, se si sopraffaceva militarmente un popolo, si potessero prendere gli schiavi, e se il proprio popolo era sopraffatto, si diventava schiavi. Il servo legato alla terra sapeva di appartenere a essa e a chi ne era padrone, riteneva naturale in tempo di guerra, prestare servizio presso il nobile che difendeva da altri nobili anche la terra su cui lavorava, e riteneva di avere il diritto di essere difeso. Le classi sociali erano chiare nella mente di tutti ed erano accettate come si accettava il destino delle calamità naturali.

Ma con la crisi di queste società, con uno sfruttamento aperto sempre più intollerabile, con la perdita del ruolo storico delle classi dominanti, e le rivoluzioni che ne seguirono (a cominciare dalla rivoluzione americana contro la nobiltà inglese e la rivoluzione francese), con la crescita della coscienza da parte delle persone di avere diritto a “libertà, uguaglianza e fraternità”, sorse l’esigenza, da parte delle classi sfruttatrici, di occultare il più possibile lo sfruttamento che prese altre forme più nascoste. Alla fine prese la forma capitalistica: gli individui erano formalmente, giuridicamente, uguali: formalmente non esistevano più le diverse classi, prima invece apertamente riconosciute per legge.

Anche i rapporti tra gli individui dovevano essere quindi, almeno giuridicamente, improntati all’uguaglianza giuridica e alla libertà formale. Nessun individuo poteva più costringerne un altro, in nome di una presunta nobiltà e in cambio della difesa dai nemici non più esercitata, a servirlo o a lavorare per lui. Se una persona lavorava per un’altra, questo doveva essere una libera scelta, un patto tra uguali davanti alla legge.

Ma come si fa a costringere, di fatto, una persona, ad accettare lo sfruttamento da parte di un’altra, se sono entrambi liberi?

Il segreto (ed è quello che è avvenuto storicamente) è stato quello di privare la gran massa delle persone dei mezzi con cui produrre quello che occorreva per riprodurre la sua vita: i marxisti mezzi di produzione. All’epoca in cui l’industria era poco sviluppata tale mezzo, era soprattutto la terra in cui poter esercitare autonomamente l’agricoltura e l’allevamento.

Marx spiega, negli ultimi capitoli del primo libro del Capitale, com’è avvenuto in Inghilterra questo processo di espropriazione nel corso di alcune centinaia di anni, dopo il crollo della società basata sul servaggio.

Fatto sta che gran parte della società, in varie zone del mondo (prima in Europa e in America) si è ritrovata senza i mezzi di produzione (non solo la terra e gli attrezzi ma anche delle conoscenze) che servivano al proprio sostentamento; ed è stato costretto a sottoscrivere, per poter vivere , un contratto che legalmente, per legge la borghese, appariva un contratto tra eguali; eguali che liberamente sceglievano, l’uno, fornito delle attrezzature necessarie (terra, capannoni, attrezzi, materie prime, ecc.) di acquistare e l’altro (che disponeva solo della propria energia lavorativa) di vendere, la propria capacità lavorativa per un dato tempo, dietro un compenso per il quale si accordavano. Proprio, come abitualmente, uno poteva acquistare un pezzo di pane o di un litro di latte da un altro, dietro pagamento di un compenso.

Così, quando gli economisti borghesi iniziarono a parlare di produzione e dei fattori e dei fattori che contribuivano alla produzione, indicarono come tali il Capitale e il Lavoro. Il capitalista metteva a disposizione i mezzi di produzione e il lavoratore, la sua capacità di lavorare; così che, dopo aver prodotto e venduto, ognuno aveva diritto a una parte: il capitalista al profitto e il lavoratore ai salari, come da accordi in precedenza presi.

Questa finzione giuridica ed economica nascondeva tutto il lungo processo di espropriazione così come storicamente accaduto, e non andava a indagare sul perché, pochi avessero la proprietà della maggior parte dei mezzi di produzione e molti non ne avessero affatto o quasi; e che quindi per vivere fossero costretti a stringere con qualcuno dei pochi, un “patto spontaneo”.

Quando gli economisti borghesi classici fanno l’analisi delle voci che contribuiscono a formare il prezzo di una merce, affermano che una parte del prezzo è dovuta al lavoro fatto dagli operai e una parte è dovuta ai mezzi di produzione e alle materie prima consumate dai capitalisti.

In seguito ci si è allontanati ancora di più dalla verità affermando che il prezzo di una merce sui vari mercati si formava a partire dalla domanda e dall’offerta di tale merce, per cui se era una merce troppo richiesta il prezzo cresceva, mentre se erano pochi quelli che la chiedevano il prezzo scendeva: “la legge della domanda e dell’offerta”. In tempi più recenti questa legge economica borghese è stata “raggiustata” sotto il nome di “legge dell’utilità marginale” la quale dice in pratica che il prezzo è determinato dall’utilità che ha nel momento in cui viene venduta, quella singola unità di merce. In poche parole, se è poco utile alla società (perché ce ne sono già tante unità) il prezzo scende, e viceversa.

 

PARTE II

 

La parte finale del gigantesco lavoro di Marx nel campo dell’economia politica fu finalizzata in buona parte a dimostrare l’inevitabile crollo per il sistema capitalistico mondiale (che è sistema economico, sociale e politico) a causa del modificarsi di fattori puramente economici; fattori economici che fanno da molla per la conseguente, determinante modifica di fattori sociali e politici.

In altre parole il suo lavoro fu finalizzato a dimostrare l’inevitabilità per il capitalismo, a un dato livello di sviluppo, di una crisi economica strutturale, cioè profondissima, prolungatissima e generalizzata all’intero sistema economico mondiale; crisi strutturale cui il capitale può uscire solo con le distruzioni sempre più immani della natura, dei mezzi produttivi, delle merci e della forza-lavoro; e di conseguenza la possibilità reale, in tale fase, di fare la rivoluzione comunista.

Il che non significa inevitabilità della vittoria della rivoluzione ma l’inevitabile scelta obbligata, per la specie umana, tra distruzione del capitalismo e quindi costruzione del comunismo, oppure barbarie; oggi visto il livello di sviluppo avanzatissimo delle forze produttive-distruttive, si potrebbe dire: scelta tra comunismo e sicura distruzione di tutta la specie umana.

In altre parole, in campo storico-filosofico Marx ed Engels avevano mostrato che i sistemi economici (da cui erano determinati quelli sociali e politici) che, di fatto, si erano avvicendati nel corso dell’evoluzione e della storia umana, nascevano, si sviluppavano, e poi crollavano, perché le forze produttive (per intendersi, lo sviluppo scientifico – tecnologico insieme soprattutto all’intelligenza e alla cultura umana che lo produce e dialetticamente ne è il prodotto) che ogni dato sistema determina a sviluppare, a un certo stadio del loro sviluppo entravano in contrasto con i rapporti di produzione (cioè con i rapporti di proprietà, con le leggi vigenti; in generale con i rapporti tra chi gestiva in ultima analisi i mezzi produttivi e chi no); entravano cioè in contrasto con lo stesso sistema economico che le aveva sviluppate, per potersi ulteriormente sviluppare, avevano la necessità di abbatterlo e, fin ad ora lo avevano lo avevano sempre abbattuto.

Nel corso dell’evoluzione umana ciò si è verificato più volte: con il Comunismo primitivo, che è durato milioni di anni, e in seguito con lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame, si sviluppa lo schiavismo (o in zone in cui la densità di popolazione era più bassa, dal modo di produzione che viene definito asiatico – ma si potrebbe definire anche azteco, incaico ecc. – dove il centro dell’economia erano i villaggi contadini, e che presentava ancora caratteri comunistici, ma anche servili).

Con lo schiavismo iniziò la divisione in classi della società e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; esso viene soppiantato in Europa, dalla cosiddetta forma feudale che sostanzialmente fu il dominio dei grandi proprietari terrieri e fu dovuta a un arretramento delle forze produttive seguito al crollo dell’impero romano, ma che poi fu messo in crisi da un ulteriore sviluppo delle forze produttive in agricoltura e soprattutto dall’espansione dei commerci e dell’arricchimento dovuto allo sfruttamento schiavistico delle colonie americane.

   La forma feudale cominciò a essere ad essere soppiantata a partire dal XVI secolo (per l’Europa) prima da una forma capitalistica mercantile e poi, con lo sviluppo del commercio mondiale e quindi del mercati dei prodotti di manifattura e della prima rozza industria, dal pieno capitalismo.

   La lotta tra i resti del feudalesimo e capitalismo si è protratta per alcune centinaia di anni, anche se oggi non resta in pratica nessuna zona della Terra dominata da modi di produzione precedenti: da almeno un secolo, la forma capitalistica è quella pienamente dominante.

Riassumendo: già la storia mostrava (tranne agli stupidi o a chi non voleva vedere) che nessun sistema è eterno.

   Ad analizzarla in profondità, con gli occhi del filosofo materialista, Marx ed Engels individuarono nelle cause economiche, cioè nello sviluppo delle forze produttive sui rapporti di produzione, il motivo fondamentale del crollo dei sistemi sociali (che il marxismo chiama correttamente modi di produzione) precedenti.

   Doveva essere così anche per il capitalismo! Ma per poter individuare con precisione e determinatezza i fattori che avrebbero causato il crollo, Marx si rese conto che era necessario non solo studiare l’economia politica borghese (cioè la scienza borghese che studiava i rapporti tra i vari fattori economici e produttivi del modo di produzione capitalistico) ma creare una nuova, una vera (cioè veramente scientifica) scienza economica del modo di produzione capitalistico; una nuova economia con nuove variabili economiche, perché quelle borghesi non si prestavano ad uno studio più approfondito, anzi a un certo livello non riuscivano più a spiegare la realtà in modo esatto, e contribuivano a confondere le idee. Nuovi concetti quindi, e di conseguenza nuove variabili e un modo diverso di affrontare i problemi.

La forma feudale cominciò a essere soppiantata dai 500 ai 200 anni fa, per l’Europa, prima da una forma protocapitalista mercantile e poi, con lo sviluppo del commercio mondiale e quindi dei mercati dei prodotti di manifattura e della prima rozza industria.

Buona parte del 1° e del 2° libro del Capitale, così, sono impegnati a illustrare e a giustificare l’introduzione di questi nuovi concetti e variabili. Mostrando l’erroneità e l’incapacità di andare oltre l’apparenza dei concetti e delle (conseguenti) variabili borghesi di allora (e di oggi). Marx quindi prese ciò che di esatto e di scientifico c’era nell’economia borghese del suo tempo, ma si rese conto che non poteva solo modificare l’economia borghese, bensì dovette crearne una nuova: la borghesia e gli economisti suoi borghesi servi (inconsapevoli o no) pur intravedendo alcuni fenomeni e leggi, non avrebbero mai potuto (e oggi meno che mai), costruire una teoria economia che pronosticasse inevitabilmente la fine della loro società.

Nel famoso 1° libro del Capitale, Marx spiega che l’operaio è sfruttato oggettivamente dal capitalista, anche se, apparentemente (cioè secondo il diritto borghese) il loro “rapporto di scambio” appare paritario.

Per dimostrare ciò Marx perfeziona e porta alle sue logiche conseguenze la legge del valore già in precedenza intuita dagli economisti borghesi. Tale legge, infatti, era stata scoperta, anche se non sviluppata nelle sue conseguenze dagli economisti borghesi, che sono definiti “classici”, precedenti a Marx: Adam Smith e soprattutto Ricardo. Dopo che Marx ne ebbe tratto conseguenze nefaste per il capitalismo essa è stata rinnegata dalle scuole economiche borghesi posteriori e sostituita dalla falsa legge dell’utilità marginale (ma solo per rimuovere il problema e non occuparsene più); però la validità della legge ricardiana non diminuisce di un millesimo solo per il fatto che ai borghesi non fa comodo o non piace guardare in faccia alla realtà, allo stesso modo di come appare subito falsa la legge dell’utilità marginale a chi si propone davvero di osservare la realtà economica con spirito scientifico.

Uno strumento utile per approfondire sulla legge del valore, è il libro di Marx Prezzo, salario e profitto. Tale legge dice che: “il valore di qualsiasi merce è sempre dato dal tempo sociale medio impiegato per produrla, col livello tecnico medio relativo a quel dato periodo storico”.

Per capirne intuitivamente la validità possiamo fare questo ragionamento: sappiamo per esperienza (fissando un dato periodo per esempio un mese) il prezzo medio a cui potrò comprare, in qualsiasi parte del mondo, date merci nuove: ad esempio per uno stuzzicadenti è circa 1 centesimo di euro, per un accendino economico è circa 1 euro, per un tavolo di media qualità è circa 100 euro, per un auto utilitaria è circa 10.000 euro, per una palazzina di 5 appartamenti medi in una città media è intorno a un milione di euro, un aereo di guerra moderno costa intorno ai 100 milioni di euro.

Da cosa dipendono, principalmente questi prezzi?

Ricardo risponderebbe (fissando un dato livello medio di sviluppo della tecnologia) che per produrre uno stuzzicadenti si impiega solo un quinto di secondo, per produrre un accendino si impiegano circa 20 secondi, cioè cento volte più tempo; per produrre un tavolo si impiega si impiega poco più di mezz’ora, cioè circa 2000 secondi; cioè 100 volte più tempo più tempo che un accendino; per produrre un’utilitaria si impiegano circa 50 ore, cioè circa 6 giorni di lavoro: più o meno 100 volte in più che per costruire un tavolo; per costruire una palazzina occorrono 600 giorni di lavoro, cioè circa due anni e mezzo a 20 giorni di lavoro effettivo al mese (che ad esempio se ci lavorano 5 operai si riducono a 600/5 = 20 129 giorni ossia 6 mesi), e cioè occorre un tempo 100 volte maggiore che per produrre un’utilitaria; per produrre un aereo da guerra moderno, tenendo conto anche del tempo speso per ricerche varie, occorre un tempo 100 volte maggiore che per la palazzina. E tutto questo indipendentemente dal fatto che una palazzina è sempre più o meno utile a tutti per abitare, mentre un aereo da guerra può essere dannoso per molti!

Sappiamo per esperienza che il prezzo di una merce può in alcuni casi, a seconda della maggiore o minore prezzo di una merce, a seconda della maggiore o minore domanda, oscillare di una percentuale anche notevole, a volte anche raddoppiare o triplicare ma mai nessuno avrà trovato uno stuzzicadenti costare come un accendino (cioè 100 volte di più) o un accendino non di lusso costare come un tavolo medio, o un tavolo non di lusso costare come un’auto utilitaria ecc.

E questo per la semplice ragione che i tempi di lavoro (non solo medi) per produrre queste merci sono incomparabilmente diversi.

Marx concluse così che il prezzo di ogni merce oscillava intorno al suo valore di scambio o valore che dipendeva, anzi era rappresentato, dal tempo di lavoro che mediamente si impiegava a produrla in un dato periodo (cioè per dare medio di sviluppo delle forze produttive), a prescindere dalla quantità di danaro che mediamente si spendeva per comprarla. Quindi anche Marx, con Ricardo, individuò il tempo di lavoro sociale medio di una merce, al dato livello di sviluppo delle forze produttive di quel momento, come la misura quantitativa del valore di quella merce in quel momento.

   Ma la logica conseguenza della legge del valore, a cui giunse solo Marx, fu l’applicazione di tale legge anche all’operaio salariato, che, al di la della finzione giuridica del “patto tra eguali”, con il detentore dei mezzi di produzione, viene trattato a tutti gli effetti come una merce, la merce forza-lavoro. Marx mette luce infatti che il capitalista utilizza per la produzione un dato tempo di lavoro fatto ad esempio mensilmente dall’operaio, ma gli da certo una quantità di danaro corrispondente a quanto ricava dalla vendita di tutto quello che l’operaio gli ha prodotto mensilmente, gli paga invece solo quanto basta per la produzione mensile della merce forza-lavoro, cioè della capacità dell’operaio di lavorare; paga cioè più o meno quanto basta all’operaio per sopravvivere per un mese (insieme alla famiglia): è questo il valore che serve alla riproduzione della sua forza-lavoro (e alla riproduzione della forza-lavoro dei figli, futuri operai).

   Ma nelle ore di lavoro che l’operaio fa in un mese, pur tenendo conto dell’usura dei macchinari e delle materie prime e semilavorate il cui valore entra nelle merci che egli produce, egli produce normalmente, mediamente, una quantità di valori d’uso che il capitalista vende di solito ad un prezzo nettamente superiore al salario che egli eroga all’operaio per quel mese. Marx dimostra quindi l’estrazione, per opera del capitalista, del pluslavoro, cioè del lavoro non pagato (e quindi del plusvalore) dal lavoro dell’operaio; e la conseguente possibilità, proprio per questa autentica truffa legalizzata dai capitalisti, dell’accumulazione di capitale.

Per capirlo meglio facciamo un esempio “moderno”: già prima del 2000 si calcolava che ogni operaio Fiat produceva mediamente oltre 60 automobili; ora, pur supponendo che oggi la produttività non sia aumentata, e ponendo il prezzo di ogni auto a 10 mila euro, ogni operaio produceva per 600.000 euro annui. Pur supponendo, esagerando di molto, che addirittura l’80% di tale cifra sia consumata in spese per usura dei macchinari e consumo di materie prime e semilavorati che servono a produrre le auto, restano pure sempre 120.000 euro annui prodotti come valore aggiunto dal singolo operaio Fiat. Il salario lordo di un operaio Fiat potrebbe arrivare a 2000 euro mensili al massimo, che fanno 24 mila euro annui, come “prezzo” per riprodurre la forza-lavoro dell’operaio. Restano quasi 100 mila euro di plusvalore di cui si appropria il capitalista gratis.

La notorietà del primo libro del Capitale è dovuta proprio alla dimostrazione dello sfruttamento operaio, cioè alla dimostrazione che il capitalista utilizza il lavoro operaio ma, trattandolo come merce, paga solo la merce forza-lavoro.

Al punto che l’economia borghese dopo Marx, per negare lo sfruttamento operaio, ha praticamente rinnegato la legge del valore da essa stessa scoperta e, come già detto oggi molte scuole stimano il valore di una merce (che spesso confondono col prezzo) per mezzo della legge dell’Utilità Marginale.

Tale legge dice in poche parole che il prezzo (che essa confonde col il valore) di una merce in un dato mercato, dipende dall’utilità che ha avuto per gli ultimi acquirenti o che avrebbe il successivo acquirente. Ma questo concetto è molto soggettivo: due persone di cui una ritiene una data merce molto utile e l’altra poco utile, se la vogliono, comunque pagano sullo stesso mercato lo stesso prezzo, ad esempio un auto acquistata da un operaio che non ne ha altre, per andare al lavoro è certo molto più utile per lui che per un professionista agiato che ha già 3 auto e la compra come quarta, per utilizzarla ad esempio solo nel traffico di città; ma entrambi la pagano, sullo stesso mercato, ma oggi anche sui mercati lontani, circa lo stesso prezzo. Un contadino che abita in una zona isolata e senza vie asfaltate, e un benestante che compra lo stesso fuoristrada solo per farsi notare dagli amici, lo pagano lo stesso prezzo. Una persona che acquista un’enciclopedia per averla come base per le sue ricerche culturali e un cafone arricchito che l’acquista solo per tenerla in bella vista su un mobile, la pagano lo stesso prezzo. Un poveraccio che mangia un panino il giorno e un ghiottone che per gusto ne mangia molti, e gli fanno anche male, pagano lo stesso tipo di panino allo steso prezzo, ma per il primo il panino è vitale, per il secondo è addirittura dannoso; e di esempi se ne possono farne davvero tanti.

A volte i libri di economia borghesi affermano che il prezzo si forma per effetto del gioco della domanda e dell’offerta; certo domanda ed offerta possono giocare sulla variazione dei prezzi dei prezzi, ma non sulla loro formazione. Marx in Prezzo, salario e profitto spiega chiaramente che, se in una zona una merce è cara cosicché si vende ad un prezzo più altro che altrove, ben presto, in quella zona, molti capitali iniziano a essere impiegati per produrla dato che i profitti sono più alti in quel settore; quindi aumenta la quantità della merce in quella merce in quella zona ed il rapporto domanda-offerta ritorna in linea a quello delle altre merci non rare. Oggi che i mercati sono mondiali e che le merci anche se prodotte lontano, possono distribuirsi dappertutto velocemente, il problema del riequilibrio non sussiste nemmeno più, o quasi: se in una zona manca una merce, tempo pochi giorni e tale rarità di solito di solito scomparirà.

Nel 2° libro del Capitale Marx analizza i cicli di riproduzione, semplice e allargata, per iniziare a capire il processo di accumulazione del capitale; qui analizza anche le cause delle crisi congiunturali del capitalismo, che ai suoi tempi erano più accentuate di oggi, poiché mancavano i massicci interventi regolatori degli Stati sui mercati, erano dovute in parte a problemi di circolazione (non che allora uno Stato non proteggesse e non cercasse di organizzare il proprio capitale nazionale).

È, però solo in alcuni capitoli del 3° libro del Capitale che Marx raccoglie il frutto “di fondo” di tutto il lavoro precedente, avendo la possibilità di affrontare, a partire dalle basi costruite nei libri precedenti, il problema dell’avvento di crisi economiche non congiunturali, crisi dovute, a dispetto delle apparenze, a problemi di produzione e non di circolazione o di altro.

È in tale libro che Marx formula quella che giustamente si ritiene giustamente la legge più importante dell’economia marxista, nonostante oggi, molti sedicenti marxisti la mettano in dubbio, perché è quella che descrive il destino inevitabile del capitale quando il processo è portato alle sue estreme conseguenze. Essa richiede come premessa la validità della legge del valore, ed è la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.

Di Marx è conosciuto ed accettato dai sedicenti economisti “marxisti non ortodossi”, che in realtà sono spesso e volentieri dei riformisti sotto mentite spoglie, di solito il 1° Libro del (tutt’al più anche il più anche il 2°) ; e ciò non per la presunta incompletezza degli altri due, ma perché i borghesi coerenti (in altre parole quelli che sono psicologicamente incoerenti) possono accettare tutti i difetti del sistema capitalistico – sistema che si può riformare quanto si vuole – ma non la sua fine; si accettano le premesse ed alcune loro conseguenze, ma non le logiche, estreme e fondamentali conseguenze del discorso che Marx inizia col 1° libro.

In verità tali estremi conseguenze, ammesse da Marx in più di un’occasione nel corso del suo lavoro anche prima di trarle, non possono risultare convincenti se non si è capito in cosa consiste l’approccio scientifico marxiano, il metodo che fa dell’economia politica una vera scienza esatta, cioè una disciplina che addotta realmente il metodo scientifico, come già adottato dalla fisica, dalla chimica, ecc. nelle quali discipline però c’è il grande vantaggio di potere fare degli esperimenti completi e ripetibili per poter verificare una teoria.

Per fare un paragone: nella fisica, la “Meccanica di Newton” descrive il moto dei corpi in modo in sostanza esatto e completo, finché si tratta di corpi che non sono nelle vicinanze di grandi masse o che non lo sono essi stessi (ad esempio la Terra ha una massa piccola paragonabile a delle stelle e non crea problemi alla “Meccanica di Newton”) e finché le velocità di questi corpi sono abbastanza più piccole di quella della luce.

Certo, per oggetti meno grandi e/o molto veloci, la “Meccanica di Newton” non dà più risultati in accordo cli esperimenti, e non serve più; allo stesso modo, se la specie umana avrà superato il modo di modo di produzione capitalistico l’analisi di Marx sull’economia capitalistica non servirà più.

Toniamo adesso a parlare dei “marxisti non ortodossi”.

Accettando  le premesse ma non le conseguenze della teoria di Marx, essi in realtà rinnegano tutta la teoria allo stesso modo di quando in un problema di matematica si sbaglia anche una sola operazione e non si ottiene alla fine il risultato esatto; e infatti la storia ci ha mostrato che chi ne ha rinnegato punti importanti è poi giunto percorrendo tutto un percorso a ritroso, a rinnegare anche alcune premesse e poi a rinnegarle tutte, e con loro il marxismo.

Bisogna sviluppare ulteriormente la teoria (sia nel campo economico sia in quello politico e sociale) senza rinnegare le conclusioni di Marx.

In campo economico, il merito di aver sviluppato ulteriormente la teoria si può attribuire a pochissimi economisti comunisti; a parte alcune intuizioni parziali di Rosa Luxemburg soprattutto nei suoi libri L’accumulazione del capitale e L’anticritica, uno che ha proseguito coerentemente il metodo di Marx in economia fu il polacco Henryk Grossmann, con i suoi lavori: Saggi sulla teoria della crisi e soprattutto Il crollo del Capitalismo del 1929.

Rosa Luxemburg per aver prognosticato l’inevitabilità del crollo del capitalismo (anche se da lei attribuito a cause che non sono in realtà quelle principali) fu tacciata ingiustamente di catastrofismo dai capi revisionisti della Seconda Internazionale; che erano dei teorici che vedevano un capitalismo che tendeva a svilupparsi all’infinito e che puntavano a migliorare in esso, progressivamente, le condizioni operaie.

Grossmann fu invece ingiustamente tacciato di meccanicismo anche da alcuni comunisti, che pensavano che egli prevedesse un crollo automatico del capitalismo, senza l’intervento del proletariato, cosa che era ben lungi dalla visione di Grossmann.

Nei suoi lavori, oltre a mostrare il metodo seguito da Marx, tra l’altro commentando tipo “guida alla lettura” vari passe del Capitale egli ha anche il merito di aver tentato di portare tale metodo alle sue estreme conseguenze, andando oltre la legge della diminuzione tendenziale e mostrando matematicamente variazioni delle variabili marxiane fino a che esse assumono i valori che caratterizzano il crollo.

Grossmann spiega quindi in modo più esplicito di quanto aveva fatto Marx stesso il come e il perché di varie ipotesi semplificatrici e del procedimento soprattutto alla diminuzione tendenziale del saggio generale di profitto, e oltre con uso più massiccio del linguaggio matematico.

Ma tutto ciò partendo sempre dalla legge del valore.

   È importante qui sottolineare che, infatti, è la legge del valore che ci fornisce una “unità di misura” che permette di quantizzare quelli che, senza tale legge, sono concetti solo quantitativi dell’economia marxiana:

   Vediamo subito di quali concetti si tratta.

Concetti quantizzabili dell’economia marxiana per mezzo della legge del valore: capitale costante c, capitale variabile v, plusvalore o massa di plusvalore pv, plusvalore assoluto e plusvalore relativo, saggio di plusvalore pv/v, saggio di profitto pv/(c+v), composizione organica c/v, valore del lavoro morto c, valore del lavoro vivo v+pv, valore di una merce c+v+pv, capitale totale c+v.

Il capitalista investe c+v e alla fine del ciclo produttivo ricava dalla vendita c+v+pv; infatti, egli paga agli operai una quantità v in salari, ma essi, nel processo produttivo, aggiungono alle merci prodotte un valore v+pv, mentre il valore c dei mezzi di produzione usurati ecc. passa invariato da tali mezzi di produzione nelle merci prodotte; cosicché spendendo c+v, il capitalista produce (e vende) merci per un valore c+v+pv.

Inoltre il plusvalore pv viene diviso in tre parti: ac (parte reinvestita in capitale costante, per cui esso, al ciclo successivo non sarà più c ma sarà c+ac), av (parte reinvestita in capitale variabile, per cui esso, al ciclo successivo non sarà più v ma v+av), ed il rimanente k.

Quindi pv = ac + av + k.

Questa parte k merita una discussione più dettagliata; k è ciò che rimane dopo che il capitale (individuale o complessivo sociale è lo stesso, dipende da quale prendiamo in considerazione nell’analisi) ha reinvestito: c è diventato c+ac, v è diventato v+av, resta solo k. Allora k non è destinato alla produzione, almeno relativamente al capitale preso in esame; come viene impiegato?

Per il momento diciamo solamente che, poiché il saggio di profitto è il rapporto tra profitto ottenuto e capitale investito, la sua diminuzione generalizzata preoccupa i capitalisti perché è il segno che si abbassa pv in relazione al che si investe nella produzione e se il pv è basso, tende ad esserlo k, una parte del quale serve certamente al livello di vita del capitalista.

 

 

PARTE III

 

 

Vediamo ora più in dettaglio come viene impiegato k

Distinguiamo due casi:

 

 

1° k relativo ad un qualsiasi capitale individuale.

– Una parte serve all’acquisto di generi di consumo e/o di lusso da parte del

proprietario (o dei proprietari) del capitale individuale; che serve al

mantenimento del livello di vita del (o dei) capitalista/i industriale/i.

–        Un’altra parte serve per il consumo. E quindi il mantenimento del livello di vita degli intermediari, i commercianti.

–        Un’altra parte perviene allo Stato borghese attraverso vari canali, ad esso lo distribuisce in parte a tutta una serie di strati sociali (esercito, polizie varie, giudici, ecc.) che lo impiegano per il loro consumo; oppure lo spende nella costruzione di strutture pubbliche (caserme, tribunali, scuole ed uffici vari); insomma tale parte contribuisce al mantenimento dello Stato borghese che (come spiega benissimo Lenin in Stato e rivoluzione) mentre appare a prima vista, come un ente neutrale rispetto alla lotta tra proletariato e borghesia, non è altro che il mezzo con cui la borghesia perpetua nel tempo le condizioni del suo dominio. Di questa parte, inoltre, molto può pervenire (trami contributi di vario tipo) di nuovo alle industrie – soprattutto le grandi industrie – dove può essere può essere reinvestito produttivamente o in altro modo.

–        Un’altra parte perviene in modo indiretto ad altri strati parassitari (professionisti in genere ecc.) essenzialmente attraverso gli operai, che sono costretti a pagare più del dovuto certi servizi (per esempio: visite mediche, consulenze di avvocati ecc.). Un’altra parte può pervenire per vari canali (borsa, holding, banche, rendite, ecc.) ad altri capitali individuali che possono poi usarla in vario modo: reinvestirla produttivamente, consumarla ecc.

2°       k relativo all’intero capitale complessivo sociale.

Qui, come sempre le cose si semplificano; infatti, dell’intero k:

–        Una parte serve al mantenimento del livello di vita di tutta la sottoclasse dei capitalisti industriali; cioè per il loro consumo.

–        Una parte serve per il consumo della sottoclasse dei capitalisti finanziari, degli speculatori, dei redditieri, insomma dei capitalisti non inseriti direttamente nella produzione.

–        Una parte serve per il consumo dei ceti parassitari non propriamente capitalisti; essi non detengono proprietà legale di capitale, ma sono essenziali per il mantenimento della società capitalista (naturalmente una singola persona può anche impersonare più d’una di queste figure, allo stesso modo in cui, sempre più, un capitale individuale può essere costituito da molte parti, cioè posseduto anche da molte persone; il caso più classico oggi, ben descritto da Lenin nel suo libro L’imperialismo è quello del capitalismo finanziario che possiede parti della proprietà di industrie e banche).

 

 

Notiamo che parlando del capitale complessivo sociale, le parti di k le quali, attraverso lo Stato, le banche, o altri canali, sono reinvestite in capitali individuali, generalmente diversi da quello di provenienza, in realtà non sono impiegate per il consumo, ma spesso per la produzione, per cui non dovremmo non considerarle in k.

 

Naturalmente qui abbiamo voluto dare un’idea come è complessa l’identificazione delle parti che compongono k, la cui partizione, d’altronde, può variare (a livello quantitativo) lungo lo sviluppo storico del capitalismo, è importante però, anche in questo caso, stringere l’essenza del significato k. A tale scopo applicando alcune ipotesi semplificanti scompare la parte di k destinata a sostenere la circolazione delle merci e la parte destinata a mantenere i ceti parassitari; k appare così per quello che è in primo luogo; la parte di plusvalore indispensabile per la riproduzione della classe dei capitalisti industriali, e quindi la parte indispensabile per la riproduzione del modo di produzione capitalistico.

 

La suddivisione del plusvalore nelle tra parti ac, av, k più che nel Capitale, viene presentata in maniera dettagliata (cioè matematica) nell’opera di Grossmann, ed è inserita nell’importantissimo sforzo da lui fatto per rendere più facile lo studio del Capitale di Marx.

 

I concetti già esposti, in particolare le variabili economiche quantizzabili e perciò rappresentabili in forma matematica, possono essere applicati, secondo gli scopi da raggiungere, sia al capitale complessivo di una nazione, oppure di dell’intera società, sia a un generico, singolo capitale individuale (cioè sia il capitale di un singolo capitalista, che quello di un gruppo di capitalisti, basta che abbia interessi di valorizzazione propri, cioè distinti ed in concorrenza con gli interessi di altri capitali).

 

I più importanti di essi sono, ovviamente, il saggio di profitto pv/(c+v), il saggio di plusvalore pv/v e la composizione organica c/v.

 

Del primo abbiamo già illustrato il significato e motivato e motivato perché la sua diminuzione preoccupati i capitalisti.

 

Vediamo che significato ha il secondo: pv/v.

 

Ogni ciclo produttivo v+pv è il valore che l’operaio aggiunge nella produzione al capitale costante c (mezzi di produzione usurati, materie prime e semilavorate, ed energia consumate nel ciclo produttivo in esame). Quindi, il capitale C = c+v è il valore che il capitalista investe nella produzione, mentre C’ =c+p+v è il valore che ricava dopo la produzione e la vendita completa di quanto prodotto. Gli operai, pagati v, hanno aggiunto nella produzione un valore v+pv; di cui però pv non gli è pagato. Quindi pv/v è il rapporto tra il valore tra il valore pagato e il valore non pagato, e viene per questo chiamato saggio di sfruttamento. Se un operaio lavora 8 ore al giorno lui, giornalmente v= 2 ore, v+pv= 8 ore, pv=8-2=6 ore. Il saggio di sfruttamento è: pv/v=6/2=3. Esso afferma quindi, in questo esempio, che l’operaio lavora 3 volte in più per il capitalista di quanto lavori per lui.

Però il plusvalore ottenuto dal capitalista sarà pari al pv solo se il capitalista vende tutta la merce che ha prodotto, e se la vende quando il livello medio generale della tecnica applicata alla produzione è pari a quella c’era quando ha investito il capitale C.

   Altrimenti, se il capitalista non vende tutto, oppure se trascorre molto tempo dall’investimento di C fino alla vendita, pur restando quello del saggio di sfruttamento (poiché gli operai lavorano giornalmente sempre 8 ore ma vengono pagati per 2) egli ricaverà dalla vendita meno del previsto. Quindi, tolte le spese, otterrà un plusvalore minore di quanto si aspetta. Spesso pv/v viene detto anche saggio di plusvalore, ma questo, per quanto appena detto, non ci sembra molto corretto proprio per il ragionamento precedente ma ormai i termini si usano come sinonimi nella storiografia marxista.

 

Veniamo ora alla composizione organica c/v. Essa è il rapporto tra il capitale costante c ed il capitale variabile v; nemmeno la stragrande maggioranza degli economisti borghesi mette in dubbio che la composizione media sociale c/v aumenti col passare del tempo man mano che i miglioramenti tecnici si diffondono nei vari rami produttivi. È, infatti, evidente a tutti, che in qualsiasi campo produttivo, col passare del tempo, un sempre minor numero di lavoratori mette in moto un numero sempre maggiore di macchine sempre più gigantesche e costose. Da quando, solo due secoli fa, le fabbriche erano piene di operai le fabbriche che lavoravano di solito con poche macchine, semplici e piccole, oggi le fabbriche sono piene di macchinari robotizzati che spesso pochi operai bastano a controllarle. Quindi l’aumento continuo di c/v in tutti i rami produttivi non lo mette in dubbio nessuno.

 

Però ci anche tra quelli che si ritengono, che pur riconoscendo tutto questo, hanno in difficoltà a riconoscere la legge della caduta tendenzialmente del saggio di profitto (come Sweezy)[5] argomentando la caduta del saggio dei profitto può essere invalidatoa dal corrispondete incremento del plusvalore relativo e sarebbe dunque arbitrario presupporre la prevalenza di uno dei due elementi.

 

In sostanza, essendo il saggio di profitto dato p’=pv/(c+v), dividendo sia numeratore che denominatore per v sappiamo che p’ non cambia numericamente. Facendo quest’operazione avremo a numeratore pv/c, cioè il saggio di plusvalore; mentre a denominatore avremo (c+v)/v cioè il saggio di plusvalore; mentre a denominatore avremo (c+v)/v cioè (c+v)+1. Quando la composizione organica è alta c/v è molto maggiore di 1 e quindi quest’ultimo si trascura; così a denominatore rimane solo c/v cioè la composizione organica. Allora possiamo dire che: ad alte composizioni organiche, il saggio di profitto può essere espresso come il rapporto tra il saggio di plusvalore diviso per la composizione organica. Certo si potrebbe obiettare che pure se la composizione organica cresce col tempo, non è detto che il saggio di profitto decresca se il saggio di plusvalore a numeratore cresce abbastanza rapidamente. Ora si tratta di una critica infondata, bisogna ricordarsi che lo stesso incremento di plusvalore relativo va incontro a difficoltà crescenti, tanto più forti quanto è ridotta la parte della giornata lavorativa che rappresenta il lavoro necessario in rapporto a quella che rappresenta il tempo di plusvalore. Diceva a proposito Marx: “…quanto più grande è il plusvalore del capitale prima della produttività (…) o, in altri termini, quanto più è già ridotta di giornata lavorativa che costituisce l’equivalente dell’operaio, che esprime cioè il lavoro necessario, tanto più si riduce l’aumento del plusvalore che il capitale ottiene dall’aumento della produttività. Il suo plusvalore aumenta, ma in proporzione sempre più piccola rispetto allo sviluppo della produttività”.[6]

 

Le parole di Marx sono chiare. Facciamo un esempio numerico per essere più chiari possibile. Prendiamo il singolo operaio medio, supponiamo per semplicità dei ritmi medi e un orario di lavoro medio di 9 ore giornaliere; questo vuol dire che il valore aggiunto v+pv è pari a 9 (si misura in ore di lavoro medio sociale). in queste 9 ore l’operaio trasforma in merci nuove una parte del macchinario (il cui valore passa invariato nelle merci prodotte) e una quantità di materie prime e semilavorate (il cui valore passa invariato nelle merci prodotte), e cioè, complessivamente, di capitale costante pari a c. se non è chiaro che anche il valore del macchinario passa nelle merci prodotte, facciamo un sotto-esempio: supponiamo che ad esempio che la vita media di un macchinario sia di tre anni e che si lavora 300 giorni all’anno; in tutto quindi il macchinario lavorerà 900 giorni. Allora, in prima approssimazione, ogni giorno la novecentesima parte del valore dell’intero macchinario passa, invariata, nelle merci con esso prodotte quel giorno. Diciamo in prima approssimazione perché bisognerebbe anche tenere conto della continua svalutazione del macchinario, ma per ora non lo facciamo. Torniamo all’esempio numerico per chiarire le parole di Marx. È evidente a tutti, che, nelle stesse 9 ore giornaliere, l’operaio un secolo fa trasformava una quantità di macchinario, materie prime e semilavorate molto inferiore a mezzo secolo fa; e mezzo secolo fa molto inferiore ad oggi. Cioè, a parità, di v+pv, che nel nostro esempio è pari a 9 ore giornaliere, col passare degli anni e dei decenni, col progredire cioè della tecnica produttiva egli trasforma un capitale e di valore sempre più grande (per quanto il valore non aumenti rapidamente quanto la massa).

 

Quindi, parlando sempre di valori medi sociali, il rapporto c/(v+pv) cresce anno dopo anno, decennio dopo decennio; ad un certo punto c sarà molto maggiore di v+pv e quindi, a maggior ragione, anche molto maggiore di v; e cioè ritroviamo che la composizione organica c/v cresce anno dopo anno, decennio dopo decennio che passa. Ma, tornando al tentativo di chiarire le parole di Marx, possiamo dire che, inversamente, il rapporto (v+pv)/c decresce decennio dopo decennio che passa. Ora, anche se il saggio di sfruttamento aumenta moltissimo, in modo tale che pv diventa molto maggiore di v, la loro somma v+pv è sempre e comunque 9 ore. Supponiamo allora che inizialmente sia v pari a 2 e pv pari a 7; raddoppiando la produttività si può ridurre v a 1 e pv cresce a 8; infatti raddoppiare la produttività sociale significa dimezzare il tempo medio per produrre tutte le merci, e quindi anche le merci-beni di consumo di sopravvivenza dell’operaio.

 

Ma continuiamo: raddoppiando ancora la produttività si riduce v a 0,5, e pv sale a 8.5; raddoppiandolo ancora si riduce v a 0,25 e pv sale a 8,75; raddoppiandola ancora si riduce v a 0,125 e pv sale a 8,875; raddoppiandola ancora si riduce v a 0,025 e pv sale a 8,75; raddoppiandola ancora si riduce v a 0.0625 e pv sale a 8,9375, raddoppiandola ancora si riduce v a 0,03125 e pv sale a 8,96975 ma il massimo in cui può tendere pv è 9 e non può mai superare tale valore. Mentre quando si raddoppia la produttività, in una giornata lavorativa un solo operaio normalmente trasformerà in merci una quantità di materie prime, macchine ecc. sempre maggiore. Ammettiamo che inizialmente il valore c che un operaio trasforma giornalmente sia pari a 11 ed ogni volta che raddoppia la produttività aumenti anche solo di 1.

Allora inizialmente avremo: p’=pv/(c+v))=7/11=0,636

Poi avremo: p’=8/12=8,12=0,666

Poi avremo p’=8,5/13=0,654

Poi avremo p’=8,75/14=0,625

Poi avremo p’=8,875/15=0,592

Poi avremo p’=8,9375/16=0,559

Poi avremo p’=8,9675/17=0,528 approssimando, d’ora in poi pv, per eccesso a 9 avremo:     p’=9/18=0,500

Poi avremo: p’=9/19=0,474

Poi avremo: p’=9/20=0,450

Poi avremo: p’=9/91=0,429

Poi avremo: p’:9/22=0,409

Poi avremo: p’:9/23=0,391

Poi avremo: p’:9/24=0,375

Poi avremo: p’:9/25=0,360

Poi avremo: p’9/26=0,346

Poi avremo: p’/27=0,333

Poi avremo: p’/28=0,321

Poi avremo: p’/29=0,310

Poi avremo: p’/30=0,300

Poi avremo: p’/31=0,290

Poi avremo: p’/32=0,281

 

Da questo esempio si vede bene che, dopo un’iniziale fase di salita, il saggio di profitto scende inesorabilmente. Marx fece bene notare come il capitalismo sia affamato d’incrementi di produttività. Spiegare il perché è più complesso; in parte perché senza di essi non può estrarre altro plusvalore relativo dagli operai, anche se tali incrementi sono in realtà sempre più inefficaci. Ma la spiegazione completa richiederebbe una analisi più matematica che qui possiamo solo descriverla a parole: i primi capitalisti che adottano una innovazione, essendo “più produttivi degli altri” producono, a parità di capitale investito, più unità di merci degli altri. Possono così portarle sul mercato e vendere ogni unità circa allo stesso prezzo degli altri (o un po’ di meno per sbaragliare la concorrenza) ottenendo un maggiore profitto degli altri; questo almeno fino a quando moli altri non innovano anche loro; a quel punto o profitti superiori alla media scompaiono ma intanto si è guadagnato più dei concorrenti. Quindi puntare a profitti “più elevati che sia possibile” significa in realtà, per il capitale individuale, tendere ad innovare quanto più è possibile; quindi essere affamati di incrementi di produttività.

 

 

PARTE IV

 

 

Molte sono le obiezioni degli economisti borghesi alla legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto, da quando anche prima degli inizi del 1900, il revisionismo, per cause oggettive dello sviluppo capitalistico, iniziò ad allignare e si sviluppò all’interno stesso dei partiti proletari; spesso infatti le obiezioni più pericolose provenivano dall’interno stesso dei teorici sedicenti marxisti che iniziavano a teorizzare un capitalismo che si potesse sempre sviluppare, ed insieme ad esso anche il benessere dei lavoratori.

 

Tali teorici furono controbattuti nella prima metà del ‘900, da Lenin, e da Rosa Luxemburg (che dovettero restaurare i punti più importanti del marxismo distorti da Bernstein, Kautsky, e dagli altri revisionisti), poi da Grossmann e da altri teorici (pochi) che hanno controbattuto le successive obiezioni provenienti sempre dall’interno dei “marxisti” (in realtà revisionisti).

 

Questi revisionisti si travestirono, spesso e volentieri, da “marxisti” (che agirono in buona o cattiva fede non ha nessuna importanza) che accettavano alcune scoperte di Marx, alcune parti della sua teoria ; ma rigettarono la legge più importante, perché decreta l’inevitabile declino e crollo del sistema capitalistico; e, con essa, hanno in effetti rigettato tutto il marxismo.

 

Infatti, accettare ad esempio la legge del valore perfezionata da Marx, porta come logica il dover accettare anche la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto; ma chi, pur dicendosi marxisti è intriso di spirito borghese non può, pur accettando la legge del valore, accettare come logica conseguenza l’alternativa che Rosa Luxemburg sintetizzò così: “socialismo o barbarie”.

 

I revisionisti obiettano che non ci sono dati empirici che dimostrino che a lunga scadenza ci fosse qualche apprezzabile aumento della composizione organica del capitale.

 

Questa affermazione è completamente falsa. Prima di dare una risposta a quest’obiezione bisogna chiarire che non si riferisce alla composizione tecnica del capitale, ma al rapporto di valore; infatti, in c, per Marx, è compreso il valore di tutti gli elementi costanti del capitale (cioè tutti quegli elementi che trasferiscono senza modifiche il valore che hanno nel momento che sono consumati, nelle merci che con essi producono; essi sono: impianti, macchinari, materie prime e semilavorati, energia, ricerche scientifiche e tecnologiche ecc.); mentre in v è compreso il valore di tutti gli elementi variabili del capitale (cioè tutti quegli elementi che, nella produzione, producono più valore di quanto loro ne hanno sul mercato capitalistico; e c’è un solo elemento con questa caratteristica: la forza lavoro dell’operaio). Quindi con il rapporto c/v Marx indica sempre un rapporto di valori, e non di “masse”, cioè di valori d’uso. Per questo rapporto tra valori c/v Marx per primo, e dopo di lui altri marxisti, hanno ampiamente dimostrato a livello teorico, logico che esso deve aumentare col procedere dei cicli di ammodernamento.

 

Per quanto riguarda i dati empirici, c’è da dire che Marx ha ampiamente dimostrato anche con dati empirici, già al suo tempo, l’aumento della composizione organica; si potrebbe obiettare che oggi siamo nel XXI secolo, al post-moderno, al post-capitalismo, che sono passati più di 150 anni dai dati di Marx. L’unica cosa che si può rispondere a quest’obiezione è che solo un imbecille o una persona che non vuole vedere una realtà scomoda si sognerebbe, oggi ancor di più dei tempi di Marx, di negare che, in una qualsiasi attività produttiva, la quantità di danaro spesa in macchinari, impianti, ricerche ecc. sia aumentata di decennio in decennio rispetto alla quantità di danaro spesa per pagare spesa per pagare gli operai che questi macchinari ed impianti devono utilizzare per produrre.

 

Lo dicono, infatti, i capitalisti stessi, che premono sempre sui loro servi accondiscendenti che governano gli stati nazionali, per avere denaro con cui finanziare i giganteschi investimenti produttivi e le relative ricerche scientifiche finalizzate a innovazioni o miglioramenti dei mezzi di produzione. Quante volte questi “dei in terra” investono centinaia di milioni di euro per “creare” poche decine di posti di lavoro, i cui salari di una intera vita quasi sempre ammontano a molto meno di decimo di tutto il denaro investito!

 

Inoltre vari studiosi di orientamento economico marxista hanno continuato a raccogliere che confermano l’aumento, anche dopo Marx, della composizione organica.

 

Molti economisti “marxisti” come Sweezy ritengono che per la caduta del saggio di profitto quello che conta è la velocità con la quale composizione organica di capitale cresce rispetto alla velocità con cui può aumentare il saggio s/v. In sostanza secondo questa tesi, quando i capitalisti introducono macchine e riducono l’impiego di manodopera, può anche darsi che aumenti la composizione organica di capitale, ma ciò può essere bilanciato dall’aumento della produttività del lavoro dei (ridotti) operai impiegati nella produzione, allora p’ può anche aumentare smentendo la legge di Marx.

 

Sulla questione dell’abbassamento del saggio generale di profitto, se vogliamo guardare i dati empirici, vista l’esagerata attenzione verso di essi da parte degli economisti borghesi e dei falsi marxisti  (e la loro poca attenzione verso la costruzione di teorie economiche generali corrette), anche a questo livello si può facilmente dimostrare l’abbassamento del saggio di profitto.

 

Infatti, prendendo le statistiche (in parte fatte dagli stessi borghesi poi riprese anche da comunisti) sul prodotto interno lordo (PIL) dei vari paesi del mondo capitalista, e facendo per ogni anno una somma sulle varie nazioni, otteniamo il PIL mondiale; facendo la differenza del PIL mondiale di anni consecutivi, diviso ancora per il PIL mondiale si ottiene l’incremento relativo del PIL mondiale. Ciò equivarrebbe grossomodo a considerare tutto il capitale mondiale in azione, e vedere in un anno di quanto si è incrementato; cioè, annualmente, l’incremento del PIL mondiale, diviso il PIL mondiale stesso, darebbe la stima del saggio generale di profitto. Orbene, calcolando questa stima anno per anno, si noterebbe certo, poiché sarebbe macroscopico, un fatto singolare: nei periodi seguenti a guerre di una certa estensione geografica, e, soprattutto, di una certa portata distruttiva (ad esempio la seconda guerra mondiale), la stima di cui prima, partendo da valori bassi, comincia ad alzarsi nel corso degli anni, per giungere ad un certo punto fino a valori “a due cifre”, cioè superiori al 10% (si produce e si consuma. Anche produttivamente, una quantità di merci che ogni anno è oltre il 10% in più dell’anno precedente: chi non ha mai sentito parlare del boom degli anni ’60?).

 

Dopo questa parabola scendente inizia però una fase che discende sempre più rapidamente, da un certo punto in poi, fino a che la stima di cui prima scende di nuovo a valori inferiori al 5% (come è stato da dopo il 2.000) e poi a valori ancora più bassi.

 

Man mano che la stima continua a scendere, s’intensificano: il protezionismo tra le nazioni, le guerre economiche, i confronti militari prima su territori “non propri”, fino ad una guerra generale do portata distruttrice superiore alla precedente; e ciò a prescindere dalla volontà del singoli individuo capitalista, se pur potente.

 

Anche i dati empirici, sul lungo periodo (trend su vari decenni) mostrano grossomodo questa parabola ascendente e poi discendente del valore di p’ (stimato col PIL, in riferimento alle nazioni più industrializzate); e queste fasi discendenti, nel loro punto più basso, sono state finora “risolte” dal capitale solo con un netto crollo causato da una guerra spaventosa e globale (in parte la prima e soprattutto la seconda guerra mondiale) che ha ridimensionato il capitale mondiale stesso, riuscendo così a riavviare il motore dell’accumulazione ; che finirà puntualmente per incepparsi di nuovo.

 

Ora affrontiamo il problema del saggio di profitto da un punto di vista teorico. Certo, guardando astrattamente la formula del saggio generale di profitto elaborate da molti economisti sedicenti “marxisti” le cose stanno come dicono loro. Ma, stando alla formula astratta, ogni variabile in essa c, v, pv, ecc. potrebbe configurarsi in modo più strano di questo mondo; la formula esprime solo una relazione tra le variabili, ma non i vincoli oggettivi che legano tra loro le variabili nella realtà concreta.

 

Ciò che conta è se, in relazione al comportamento del meccanismo fondamentale del capitalismo, può effettivamente accadere in via logica, teorica che pv/v aumenti rapidamente di c/v.

 

La risposta a questo problema lo si da che da un certo punto in poi, nel succedersi dei cicli di ammodernamento del capitale complessivo che fanno parte del ciclo generale, storico, dell’accumulazione capitalistica (tipo ad esempio quello cominciato nel secondo dopoguerra), il saggio di profitto finale di qualsiasi ciclo deve per forza essere minore di quello iniziale (p’t < p’o); e quindi, nel succedersi dei cicli di ammodernamento il saggio generale di profitto deve continuamente decrescere. Di conseguenza: nella formula elaborata da Sweezy: p’ = (pv/v)7/c/v) deve accadere che pv/v, almeno da un certo punto in poi, non può aumentare più rapidamente di c/v.

 

In risposta alla tesi degli economisti come Sweezy possiamo fare alcune dimostrazioni sulla discesa di p’.

 

Diamo per scontata la legge del valore e poniamoci in una situazione in cui lo sviluppo delle forze produttive è arrivato a un livello così alto da tendere alla completa automazione.

 

Si parte dalla formula del saggio di profitto, semplificata per c > > v, il ché, nelle condizioni nette, sappiamo che è certamente corretto: p’= /(c+v)/(c/v)=(pv/v)*(v/c). Si ritorna quindi alla questione: può il saggio di plusvalore aumentare più velocemente della composizione organica? Si potrebbe dire come Mandel[7] che è impossibile. Infatti, sia il valore v sia il plusvalore pv sono aggiunti, nella produzione, dall’operaio. Nella completa automazione v diventerà pari a zero (cioè il capitalista non paga più salari perché non ha più operai), però anche pv diventa pari a zero (il capitalista non può estrarre più plusvalore dagli operai facendoli lavorare più tempo di quello che occorre per riprodurre il valore della forza-lavoro da essi spesa nella produzione; perché non ha più operai).

 

Invece non c’è limite all’aumento di c perché anche nella completa automazione i macchinari sono indispensabili, essi sono una data massa di valori d’uso ed hanno certo un valore non nullo perché non sono certo stati prodotti (dagli operai appena prima della completa automazione) in un tempo nullo. Naturalmente qui parliamo del caso teorico di completa automazione raggiunta in tutti i rami produttivi: appena raggiunta questa completa e generalizzata automazione avremo: p’=(pv/v)*(v/c)=(pv=0/v=0)*(v=0/c)=(pv=0)/c=0/c . Poiché la variabile v è propria la stessa, la semplificazione dell’ultimo passaggio si può sempre fare anche quando v raggiunge il valore zero; matematicamente si dice che sono “infinitesimi dello stesso ordine”, cioè raggiungere lo zero con la stessa velocità, essendo la medesima variabile.

 

Sarebbe stato comunque ancora più semplice partire dalla formula di Marx: p’=pv/(c+v) poiché, appena raggiunta l’automazione completa e generalizzata, è v=0 e quindi anche pv=0 per quanto detto prima; ma è c>0 si ha: p’=pv/(c+v)=0/(c+0)=0/c=0

 

Diamo ora una più semplice e veloce dimostrazione teorica dell’abbassamento inevitabile del saggio di profitto da un certo punto in poi: ragionando a livello globale (in valore, non in valore d’uso), nel rapporto pv/C ottenuto in un ciclo produttivo (esempio di durata annuale), la quantità di pv può essere grande al massimo quanto le ore di lavoro fatte da tutti gli operai del globo, supponendo per assurdo (sempre per metterci nel caso più favorevole per il capitale) che essi lavorino gratis, e che il capitalismo abbia coinvolto, come di fatto tende, la stragrande maggioranza degli uomini del globo nel lavoro salariato (sempre per metterci nel caso più favorevole al capitale), allora questa massa di plusvalore, pur enorme, ha un limite che chiameremo pvmax.

 

Infatti, la Terra non può ospitare infiniti uomini (anzi nella realtà ha sempre più difficoltà a ospitarne altri).

 

Invece, ciclo dopo ciclo C si accresce, ma non può mettere in moto che un numero finito di uomini (ed inoltre, andando verso la completa automazione ne metterebbe in moto sempre di meno); è comunque un numero che non può accrescersi con la velocità con cui cresce il capitale. Quindi non può crescere con tale velocità nemmeno la massa del plusvalore pv che da tali uomini si può estrarre come ore di lavoro non pagate. Quindi C cresce con una velocità che, ad un certo punto, per i limiti esposti, pv non può più sostenere; per cui    da quel punto in poi pv/C tende a decrescere.

 

L’argomentazione in realtà presente dei problemi, poiché c’è continuamente una svalorizzazione di C; in primo luogo perché, col progresso tecnologico, una data massa di mezzi di produzione o di merci di consumo, col passare del tempo racchiudono (rappresentano) una quantità sempre minore di ore di lavoro medio sociale; in secondo luogo a causa di rotture accidentali o addirittura distruzioni.

 

Si potrebbe quindi pensare che, diminuendo, ad esempio da un anno all’altro, il valore di C a C’ dove C’ < C per effetto della svalorizzazione degli elementi fissi del capitale (e delle merci prodotte e ancora non vendute, ma questo è un problema di circolazione) invece di avere alla fine dell’anno pv/C avremo pv/C’>pv/C.

 

In realtà quest’obiezione è errata perché all’inizio (ad esempio dell’anno) il capitale investito nella produzione era C e non C’; ora, dopo la produzione, si avrà (alla fine dell’anno) un capitale, che non è C + pv ma, a causa della svalorizzazione, esso è C’ + pv che è minore della quantità C – c’. Allora è evidente che il reale plusvalore non è pv ma e pv – (C – C’); infatti: sarebbe stato comunque ancora più semplice partire direttamente dalla formula di Marx: p’ = pv/(c+v) poiché, appena raggiunta l’automazione completa è v=0 e quindi anche pv=0 per quanto detto prima; ma è c>0 e si ha p’=pv/((c+v)=0/(c+0)=0/c= 0.

 

Diamo ora una più semplice e veloce dimostrazione teorica dell’abbattimento inevitabile del saggio di profitto da un certo punto di vista in poi: ragionando a livello globale (in valore), nel rapporto pv/C ottenuto in un ciclo produttivo (per esempio di durata annuale), la quantità di pv può essere grande al massimo quanto le ore di lavoro fatte da tutti gli operai del globo; supponendo per assurdo (sempre per metterci nel caso più favorevole per il capitale) che essi lavorino gratis, e che il capitalismo abbia coinvolto, come di fatto tende, la stragrande maggioranza degli uomini del globo nel lavoro salariato, allora questa massa di plusvalore, pur enorme, è però finita, ha un limite finito che chiameremo pvmas.

 

Infatti, la terra non può ospitare infiniti uomini. Invece ciclo dopo ciclo il capitale C si accresce, ma non può mettere in moto che un numero finito di uomini (ed, inoltre, andando verso la completa automazione ne metterebbe in moto sempre meno); è comunque un numero che non può accrescersi con la velocità con cui cresce il capitale. Quindi non può crescere con tale velocità nemmeno la massa di plusvalore pv che da tali uomini si può estrarre come ore di lavoro non pagate. Quindi C cresce con una velocità che, ad un certo punto, per i limiti esposti, pv non può più sostenere; per cui da quel punto in poi pv/C tende a decrescere.

 

L’argomentazione in realtà presenta dei problemi, poiché c’è continuamente una svalorizzazione di C; in primo luogo perché, col progresso tecnologico, una data massa di mezzi di produzione o di merci di consumo, col passare del tempo racchiude (rappresentano) una quantità sempre minore di ore di lavoro medio sociale; in secondo luogo a causa di rotture accidentali o addirittura distruzioni.

 

Si potrebbe pensare quindi che, diminuendo, ad esempio da un anno all’altro, il valore di C a C’ dove C’< C per effetto della svalorizzazione degli elementi fissi del capitale (e delle merci prodotto e ancora non vendute) invece di avere alla fine dell’anno pv/C avremo pv/C’>pv/C.

 

In realtà quest’obiezione è errata perché all’inizio dell’inizio (per esempio dell’anno) il capitale investito nella produzione era C e non C’; ora, dopo la produzione, si avrà (a fine anno) un capitale che non è C + pv ma, a causa della svalorizzazione , esso è C’ + pv che è minore della quantità C – C’. allora è evidente che il reale plusvalore non è pv ma è pv – (C – C’); infatti:

C’+ pv= C’+ pv+ C- C= C + pv – (C – C’). Cioè il capitale C di partenza è stato aumentato non di pv ma di pv – (C – C’), e cioè di quantità minore di pv. Quindi il saggio di profitto si abbassa ulteriormente quando una parte del capitale svalorizza. È chiaro che il nostro discorso è relativo al valore.

 

La dimostrazione della diminuzione di p’ è quindi corretta e ha il pregio della brevità e della chiarezza; inoltre non è necessario modificare l’ipotesi – caso migliore per il capitale – che “tutto ciò che è prodotto, è venduto e non ci sono problemi di circolazione”.

 

Si può quindi dimostrare che, da un certo punto in poi del ciclo di accumulazione, per il capitale complessivo sociale, è inevitabile una tendenza all’abbassamento del saggio di profitto, anche senza il presupporre il fenomeno il fenomeno della saturazione dei mercati; anche se questa saturazione avviene, eccome, nella realtà. Anzi, questa saturazione avviene molto prima che il processo dell’abbassamento del saggio si approfondisca verso i limiti estremi (e questa evidenza che colse la Luxemburg) anche se in realtà ne è un effetto.

 

Infatti, nel disperato tentativo di alzare i profitti, il capitale deve innovare sempre più e quindi questo tende a far aumentare l’offerta dei valori d’uso sui mercati, molto più di quanto ne servano (e procura anche uno sfruttamento progressivamente sempre più dissennato della natura, sia per reperire sempre più materie prime che per abbassare i costi di produzione con materiali inquinanti e inquinando l’ambiente).

 

 

PARTE V

 

 

Un’altra obiezione che i borghesi muovevano alla legge di Marx della diminuzione del saggio generale di profitto, almeno prima del 2008, è che l’economia ed i profitti delle nazioni “più industrializzate “oggi, se pur non sono quelli dei favolosi anni ’60 si mantengono comunque su certi livelli; anzi, alcuni settori di punta del privato, alcune grosse industrie, società, holding, o multinazionali, fanno profitti molto alti. Insomma, l’obiezione era del tipo: “non bisogna lamentarsi, perché assieme alle aziende, anche gli operai, delle nostre nazioni stanno bene”.

 

A parte il fatto che oggi, anche nelle nazioni imperialiste, per gli operai non può certo dire che se la passano bene (anzi tutto il contrario), la risposta genera a questa obiezione è che bisogna tenere presente che in una stima del saggio di profitto bisogna fare una “media ponderata su tutti i capitali delle nazioni comprese nel sistema capitalistico internazionale”. Ora, una media che si abbassa nel tempo, ancor più se su lunghi periodi (da quando comincia la fase decrescente del ciclo generale fino alle sue estreme conseguenze di barbarie, oggi sarebbe probabilmente fino alla distruzione totale della specie e oltre), ancor più se non linearmente e meccanicamente, non esclude che dei singoli componenti di questa media possano addirittura aumentare anche per periodi non brevi; basta che gli altri componenti tendano ad abbassarsi in modo tale da compensare l’effetto. È ciò che succede nell’economia capitalistica: la tendenza alla concentrazione e alla centralizzazione del capitale non è un fenomeno relativo solo alle singole imprese o società, ma anche a gruppi a gruppi di imprese e/o società considerate come un tutto; in particolare è relativo agli stati nazionali visti come “gruppo di imprese e società (anche multinazionali), di capitali, con interessi diversi da quelle di un’altra nazione”, come borghesia nazionale. Oggi è relativo anche ad aree valutarie con interessi con interessi contrapposti: USA, Europa, per dire Dollaro, Euro, Yuan. Questo fenomeno, l’imperialismo, caratteristico già del capitalismo dei primordi ma sviluppatosi notevolmente lungo l’ultimo secolo passato, è una controtendenza all’abbassamento del saggio di profitto, forse la più efficace: anche se, come tutte le controtendenze, potrà solo ritardare il “crollo” economico globale ma non evitarlo.

 

L’imperialismo costituisce (dinamicamente, nel senso che le situazioni non sono totalmente stabili nel tempo, soprattutto in tempi di crisi profonda) un gruppo di nazioni più forti a livello produttivo, tecnologico e militare, che schiaccia sempre più sotto il proprio pugno il resto delle nazioni del mondo: poche nazioni si spartiscono (sempre conflittualmente, soprattutto nelle fasi di profitti molto bassi), in zone d’influenza; e cioè in zone dove opprimere e sfruttare in primo luogo in modo sempre più bestiale inumano, la forza-lavoro locale; in cui saccheggiare fino all’ossa le risorse locali; in cui togliere quasi tutti i guadagni alla borghesia locale per farli affluire nei capitali metropolitani.

 

Gli Stati o gruppi-aree imperialiste, oggi, sono gli USA in primo luogo, ma subito dopo Europa seguita dal Giappone e a molta distanza dal Canada; altri Stati (oggi sarebbero i BRICS, in particolare Cina e Russia) stanno crescendo e quindi aspirano a un loro ruolo crescente, ma per il momento cercano di sviluppare un capitalismo non molto subordinato all’Occidente, per non essere schiacciati dal capitale finanziario occidentale.

 

Gli imperialisti scaricano la loro crisi sulle nazioni da loro oppresse e sfruttate; cioè cercano di mantenere i loro profitti a spese dei profitti ottenuti sfruttando le risorse e gli operai delle nazioni dominate; per far questo i meccanismi di sfruttamento sono vari:

 

1) Quello degli interessi sui debiti contratti da queste nazioni nel tentativo di

iniziare o migliorare la loro industrializzazione: organizzazioni finanziarie degli

imperialisti come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, danno

prestiti agli Stati arretrati, di solito a condizioni che portano le economie dei

dei paesi dipendenti allo sfacelo e alla subordinazione politica perché gli alti

interessi non potranno mai essere pagati.

2) Lo sfruttamento diretto della forza-lavoro locale per mezzo di multinazionali che

rilevano industrie locali in difficoltà o ne impianto di nuove; oppure lo

sfruttamento della forza-lavoro che, per sopravvivere, emigra dalle nazioni

dipendenti alle metropoli imperialiste, essa viene usata anche come ricatto nei

confronti della forza-lavoro metropolitana per indurla a non pretendere troppo e

a subire gli attacchi padronali.

3) Facendo leva soprattutto sulla subordinazione politica degli Stati dipendenti alle

metropoli imperialiste ottenuta con l’indebitamento, l’imperialismo organizza

una divisione internazionale del lavoro che impone alle nazioni dipendenti

quanto, come e    soprattutto cosa produrre. In questa divisione le nazioni

dipendenti dovranno  produrre, di solito, merci a bassa tecnologia che si

potrebbero produrre dappertutto, oppure prodotti agricoli e materie prime

caratteristiche del luogo.

4) Le nazioni imperialiste si riservano invece per loro l’arma finanziaria; e, nella sfera

produttiva, si riservano le produzioni a più alto contenuto di tecnologia e la

ricerca di punta, in gran parte finalizzata alla produzione bellica. Tutte cose cioè

che he permettono di dominare militarmente ed economicamente le altre azioni.

Attraverso questo dominio esso gli Stati imperialisti attuano lo scambio ineguale,

cioè di farsi pagare al di sopra del loro valore i prodotti di alta tecnologia, militari

o meno che siano, puntando sul fatto che i paesi dipendenti non possono

comprarli altrove; mentre al contempo i paesi imperialisti pagano al di sotto del

loro valore i prodotti di bassa tecnologia e i prodotti agricoli e minerari ai paesi

dipendenti, puntando sul fatto che possono comprare quelle merci di più di un

produttore. Negli ultimi anni addirittura molta della produzione a tecnologia

media, che poi è il grosso della merce che si produce, è stata delegata a paesi

non imperialisti per risparmiare soprattutto sul costo della forza-lavoro.

 

L’analisi della fase discendente del ciclo economico che va dall’ultimo dopoguerra a oggi, mostra chiaramente che la produzione e l’economia in generale, col passar del tempo, sta andando “bene” solo in un numero più ristretto di nazioni, ed anche qui ciò è possibile solo/soprattutto per la spremitura (delle risorse, dei profitti e della forza lavoro) sempre più accentuata delle rimanenti nazioni del mondo e oggi ormai, anche in parte dei proletari locali.

 

 

 

 

 

BREVI NOTE SULL’IMPERIALISMO ODIERNO

 

 

 

Fare un’analisi oggettiva e di classe sull’imperialismo odierno è oggi, molto più difficile che ai tempi degli scritti di Lenin del 1916. A quei tempi i dati con cui suffragare le proprie le proprie analisi erano disponibili e veritieri. Oggi, al contrario, la difficoltà principale risiede nel reperire dati attendibili e soprattutto non manipolati. In sostanza, come hanno dimostrato i casi di Snowden[8] e Assange[9] i dati reali, anche quelli economici rilevanti, in quanto sensibili, vengono occultati o manipolati e si possono realmente reperire solo facendo ricorso a potentissimi apparati di spionaggio elettronico.

 

Un esempio per tutti, di come le stime economiche non siano univoche ma cambino a secondo delle fonti e degli interessi che le forniscono. Se si va sull’enciclopedia Wikipedia e si digita la dicitura “stati per P.I.L.”[10] per ogni singolo stato appaiono tre stime diverse: uno del F.M.I., uno della Banca Mondiale e uno …della CIA!

 

Ovviamente noi non disponendo di apparati di intercettazione elettronica adottiamo nel nostro lavoro il metodo di analisi storica e di stretta analisi di dati e fatti per via indiretta.

 

Per spiegare i cambiamenti avvenuti rispetto ai tempi di Lenin molti analisti e teorici dell’imperialismo fanno ricorso alla categoria di capitale transnazionale.

 

In sostanza, nel passato il capitale finanziario partendo dalla base nazionale dei singoli Stati e, sempre supportato dallo Stato, proiettandosi su scala internazionale finiva per assumere una nuova forma; ciò per ovviare in questo modo alla caduta del saggio di profitto che incominciava a manifestarsi nel mercato metropolitano. Attualmente, secondo analisti e teorici dell’imperialismo come Screpanti[11] questo fenomeno sarebbe in parte venuto meno o avrebbe del tutto cambiato forma, in quanto il capitalismo sarebbe approdato ormai ad una nuova forma: la forma transazionale.

 

   Non si può negare che questa teorizzazione non abbia un fondo di verità, in cui rispetto al passato, certamente i singoli capitali, soprattutto quelli che si basano sullo sfruttamento massiccio della forza lavoro e dell’energia, hanno assunto consensualmente delle forme di autonomia molto ampie dagli Stati di appartenenza, ma da qui a concludere che in questa forma di mutazione i singoli Stati abbiano abdicato ad ogni forma di tutela o abbiano perso ogni funzione regolatrice sui capitali nazionali considerati strategici ce ne corre. Riportiamo a tale proposito la definizione di impresa transazionale tratta dal lessico Treccani: “Secondo la definizione comunemente accettata dell’UNCTAD (United Nations conference on trade and development), l’impresa t. (transnational o anche multinational corporations) è una società di capitali che opera in più di due distinti paesi e che ha il controllo di almeno una filiale all’estero, giustificata dal possesso di un minimo del 10% del suo capitale: si tratta quindi di una società che organizza la produzione su scala internazionale attraverso la realizzazione di investimenti diretti (v. investimento diretto estero) consistenti nell’acquisto di imprese estere o porzioni di esse (equity investment) o tramite forme di relazioni non azionarie (non-equity investment) che possono configurarsi in contratti di fornitura di parti o componenti, contratti di subappalto, franchising, contratti di gestione, contratti di build, operate and transfer e così via. Le imprese t. rappresentano dunque il motore principale del processo di globalizzazione economica che ha portato all’affermazione di un sistema di produzione su scala internazionale organizzato su reti globali (global production networks) che localizzano le diverse fasi del ciclo produttivo in paesi differenti in funzione di convenienze localizzative connesse alla presenza di centri di ricerca, alla disponibilità di competenze produttive o a costi più bassi della manodopera. Secondo una rilevazione dell’UNCTAD aggiornata al 2009, le imprese t. che operano in tutto il mondo sono oltre 82.000 e controllano circa 810.000 filiali, con un volume di produzione totale corrispondente a circa un terzo del prodotto interno lordo mondiale. Le filiali estere realizzano oltre un terzo delle esportazioni mondiali e occupano circa 77 milioni di persone. Rispetto al 2000 il numero delle imprese t. è all’incirca raddoppiato, mentre quello delle filiali è aumentato di quasi quattro volte. La crescita delle filiali a un tasso due volte superiore a quello delle case madri si spiega con l’affermarsi di una tendenza alle fusioni societarie, sintomo di un accentramento del potere economico nelle mani di gruppi sempre più ristretti. Infatti, per quanto il numero assoluto di imprese t. sia complessivamente alto, bisogna considerare che un’impresa t. non equivale, di per sé, a un’impresa di grandi dimensioni. Nel novero complessivo sono infatti incluse, proprio a causa del criterio classificatorio definito dall’UNCTAD, anche molte cosiddette micromultinazionali: piccole e medie imprese che fino a tempi recenti avevano vocazione fortemente locale, ma che la competizione globale ha spinto a investire sempre più in paesi stranieri. Va inoltre aggiunto che con l’avvento delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, numerose piccole società, soprattutto dedicate al settore terziario (in particolare gli studi professionali di medici, avvocati, architetti, ecc.), hanno organizzato la propria attività su base multinazionale. La differenza tra le micromultinazionali e le grandi imprese t. è molto rilevante, infatti sono soltanto le prime a essere cresciute in numero, a fronte della contrazione delle seconde: un fenomeno importante, che tuttavia statistiche come quelle dell’UNCTAD, per quanto utili, faticano a mettere in luce come sarebbe opportuno. Uno studio realizzato dal Politecnico federale di Zurigo (The network of global corporate control, 2011) ha infatti permesso di stabilire l’esistenza di un nucleo di appena 147 imprese che, attraverso meccanismi di partecipazioni proprietarie reciproche, mantiene il controllo del 40% della produzione di tutte le imprese t. mondiali, denotando una struttura del mercato globale caratterizzata da condizioni di elevata concentrazione oligopolistica[12]

Prima considerazione: se fosse vera che la forma avrebbe eliminato ogni contrasto tra i capitali nazionali presi nella loro interezza, non si capirebbe, cosa che orami è quotidianamente sotto gli occhi di tutti, il continuo accentuarsi della concorrenza di carattere economico a livello internazionale, accompagnata da un incrudirsi di confronti politici, sia tra Stati alleati che sta Stati contrapposti.

Non si capirebbe inoltre come mai l’Italia è il secondo paese nel mondo per rimpatri produttivi, alle spalle ci sono gli Stati Uniti[13] che lo stanno facendo per quelle lavorazioni molto energivore, in quanto la produzione di energia degli scisti bituminosi ha reso di nuovo conveniente produrre in patria questi prodotti. Quindi questa forma di transnazionalizzazione del capitale (in questo caso delocalizzazione produttiva verso paesi dove la forza lavoro e/o l’energia costano meno e/o le leggi sono più permissive in materia di sicurezza o di altre spese aggiuntive) sarebbe, per alcuni paesi, attualmente, addirittura in una fase di inversione. Un breve scritto di Dino Erba[14] del luglio 2014 afferma addirittura che tale tendenza sia operante a livello internazionale già prima del 2008. Ne riportiamo un breve estratto: “Finalmente, anche il corrierone ha scoperto il reshoring, ovvero il rientro delle imprese italiane delocalizzate in Paesi “emergenti”, in particolare la Cina. Il fenomeno del reshoring è ormai massiccio – è in corso almeno dal 2008 – e riguarda oltre all’Italia i principali paesi industrializzati, a partire da Usa e Germania… Le delocalizzazioni furono stimolate da motivi molto contingenti (e di meschino orizzonte): bassi salari, assoluta flessibilità del lavoro e favorevoli condizioni normative, soprattutto in campo fiscale. In poche parole: molto sfruttamento e poche tasse… Passato il primo entusiasmo, saltarono fuori le magagne: le infrastrutture, dai trasporti alle telecomunicazioni, sono del tutte carenti. Magari c’è anche da far i conti con le mafie locali… Bisogna poi considerare la qualità del lavoro, o meglio il know-how, che non si improvvisa dall’oggi al domani, è il frutto di decenni, se non di secoli, di una diffusa attività industriale”.[15]

Da notare che gli USA hanno delocalizzato soltanto lavorazioni per prodotti di bassa e media tecnologia, cioè quelli ad alta intensità di mano d’opera, non certo quelli di alta tecnologia che poiché considerati strategici, rimangono saldamente in patria.

Se poi facciamo un rapido excursus storico, possiamo osservare che anche nel passato, nonostante la prevalenza dei capitali in forma nazionale, ci sono stati in importanti compagnie commerciali degli intrecci e dei rapporti di capitali provenienti da diversi Stati. Tutto questo a vantaggio di un più rapido sviluppo dei commerci e per favorire una più forte crescita dei profitti. Ciò non impediva che queste parziali alleanze commerciali e finanziarie, nel caso di guerre, avessero termine e si ritornasse a far prevalere, in ultima analisi, gli interessi degli Stati, cioè del capitale nazionale complessivo.

Che cosa significano questi precedenti storici?

Che le forme di collaborazione finanziarie e commerciali non escludono la possibilità di confronti militari anche tra gli Stati i cui capitali hanno intrecciato, in precedenza forme di collaborazione abbastanza strette e proficue.

Così come il geloso possesso di carte nautiche attendibili, già dall’epoca colombiana, era paragonabile al possesso era paragonabile al possesso di dati reali e concreti, la cui segretezza poteva assomigliare, mutatis mutandis, al possesso dei dati reali odierni.

Del resto l’imperialismo-colonialismo degli Stati, ha storicamente avuto origine proprio da compagnie private: la Compagnia delle Indie Orientali per l’Inghilterra e la Compagnia unita delle Indie orientali per l’Olanda. Sono queste compagnie che si sono assunti il compito e l’onere di fare da battistrada per la penetrazione del proprio capitalismo nazionale. Gli Stati sono subentrati solo in un secondo momento, quando la penetrazione territoriale di queste compagnie era diventata, da un lato, troppo ampia e dispendiosa per essere gestita e garantita da capitali esclusivamente privati, dall’altro per proteggere questi ampi possedimenti territoriali dagli imperialismi coloniali concorrenti.[16]

Questo lo diciamo a coloro, e sono molti, che criticano l’analisi di Lenin sull’imperialismo accusandola di avere un’impronta eccessivamente bellicista, in quanto il capitalismo nella sua forma moderna transnazionale avrebbe risolto la sua contraddizione di generatore di contrasti violenti tra i singoli Stati per approdare ad un forma di indistinta melassa irenica in cui gli Stati hanno ormai perso ogni funzione di gestori e garanti di specifici interessi nazionali complessivi, oppure avrebbero assunto una forma esclusiva di contrasto capitalistico tra Nord e Sud del mondo e tra capitale e lavoro.

Noi riteniamo che tutto questo sia una verità parziale; e che, anzi, oggi soprattutto sia sempre meno vero. L’essenza di fondo descritta da Lenin nel 1916 permane invariata, il famoso e decantato capitalismo nella sua forma transnazionale non sono altro che dei giganteschi tentacoli oligopolistici estesi su tutto il mondo che però non escludono la concorrenza tra i singoli capitali nazionali nei settori chiave con degenerazioni conflittuali, per il momento per il momento solo economiche, ma nel futuro non possiamo escludere possono arrivare anche a scontri bellici. La testa della piovra insomma, permangono negli Stati forti.

Ci si potrà obiettare che le forme di “partecipazione proprietarie reciproche” tra i vari capitali scongiurano e scongiureranno i confronti militari che si sono avuti nel passato, ma abbiamo dimostrato che questo non è dimostrato che questo non è stato vero nel passato e ci apprestiamo a dimostrare che lo sarà anche per il futuro.

Secondo noi la transnazionalità della forma capitale garantisce un proseguimento del ciclo capitalistico in modo pacifico solo finché questo non trova un inceppo a causa delle proprie contraddizioni (cioè nei periodi come quello attuale delle crisi profonde e globali); come ampiamente dimostrato nel passato da Marx.

Così si spiega, a nostro avviso, la lunga fase di un periodo di pace durato cinquant’anni in Europa tra i paesi più avanzati, negli anni del capitalismo affluente. Questo periodo di pace ha incominciato a essere turbato dalle nostre parti con la guerra dei Balcani della 1991-1999 e ora dalla guerra in Ucraina. Queste guerre sono state e sono il sintomo di una malattia-crisi che va sempre più aggravando.

Oggi il capitalismo, anche quello transnazionale, è in crisi, checché ne dica i vari apologeti: fomenta e causa guerre sempre più difficilmente controllabili. Queste dalle periferie dell’Africa dove avevano assunto la forma di guerre endemiche, si sono avvicinate sempre di più ai centri nevralgici degli Stati imperialisti. Nella cosiddetta era del capitale transnazionale trionfante possiamo citare numerosi episodi (purtroppo solo quelli a nostra conoscenza, ma saranno certamente molti di più) che dimostrano la volontà dei singoli Stati imperialisti, soprattutto quelli più forti, di mettere sotto controllo i capitali nazionali e internazionali in nome degli interessi complessivi della propria nazione.

L’origine di queste crisi ha alla base un paradosso. Da un lato i vari capitali per crescere più rapidamente cercano di emanciparsi da un’appartenenza strettamente territoriale assumendo la forma transnazionale, sia per il capitale costante, sia per il capitale variabile e questo modo di operare potrebbe, in teoria, eliminare del tutto i contrasti bellici limitandoli a contrasti di natura esclusivamente economica, come avviene oggi su scala nazionale. Dall’altro lato, però, la persistenza e la volontà dei vari Stati, delle singole borghesie imperialiste e dei loro apparati, di tenere sotto controllo i capitali, sia propri che altrui, causa una degenerazione ed un incrudimento dei conflitti che conduce inevitabilmente alla guerra.

Anche in questo caso Marx ed Engels erano stati preveggenti. I rapporti di produzione, storicamente determinati, che ancora oggi conservano una forma esclusivamente nazionale, entrando in conflitto con la base produttiva che ha assunto ormai transnazionale, causando la crisi.

Quando i contrasti tra i grandi capitali in crisi superano certi limiti, la tendenza a risolverli su base extra-economica diventa sempre più forte – anche due parrucchieri in concorrenza atroce sono tentati di prendersi a pugni. Comincia a cioè a diventare possibile anche il confronto, non solo massmediatico, spionistico ma anche militare. Però le forze armate, storicamente, sono organizzate generalmente per Stati nazionali; quindi il sorge il bisogno di poter influenzare le decisioni militari dello Stato; ma di quale Stato se non quello di origine multinazionale? I legami sono molteplici, dalla lingua alle amicizie, alle frequentazioni, ai patrimoni d’origine dei proprietari del capitale; lo Stato nazionale è certo il più suscettibile di essere influenzato da chi è potente. Ma soprattutto ciò si connette alla tendenza naturale dello Stato a difendere i capitali originali in esso, pena, maggiori difficoltà dello Stato stesso.

Si cerca di ovviare a tutto ciò attraverso l’attivazione di organismi di regolamentazione e di controllo politici, ma anche militari, internazionali o sovranazionali (ONU, FMI, BRI, BCE, UE, WTO, OCSE, CSCE, NATO ecc.) e la stipula di trattati internazionali che prevedono la creazione di aree di libero scambio di beni e servizi ma i risultati sono scarsi o controversi, in quanto in quelle sedi o con quei trattati i singoli Stati nazionali, soprattutto quelli più forti, cercano di far prevalere esclusivamente i loro interessi a scapito di degli altri Stati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

[1] La paleontologia (dal greco παλαiός palaiòs «antico», ὄντος òntos «essere» e λόγος lògos «studio», letteralmente «studio dell’essere antico») è la branca delle scienze naturali che studia, attraverso i fossili, gli esseri vissuti nel passato geologico e i loro ambienti di vita. È documentata la presenza di organismi viventi sin dall’era precambriana, 3.8 miliardi di anni fa, tramite il ritrovamento di resti fossili.

La disciplina è nata nel XVII e nel XVIII secolo come risultato delle intuizioni di Niccolò Stenone sulla natura dei fossili e sulla stratigrafia; nonché dal lavoro sull’anatomia comparata di George Cuvier; poi si è sviluppata rapidamente nel XIX secolo. La paleontologia si situa a metà strada tra biologia e geologia, e mostra talora un confine difficile da delineare con l’archeologia. Originariamente nata come scienza di tipo storico, cercando di spiegare le cause della variazione delle forme viventi, tramite induzione legata alle osservazioni qualitative sui campioni fossili e le loro variazioni nel corso del tempo geologico, le modificazioni dei paleoambienti di vita e della paleogeografia, senza poter condurre esperimenti per osservarne gli effetti, si è sviluppata al punto che nel XXI secolo utilizza anche tecniche prelevate da varie discipline scientifiche, incluse biochimica, matematica e ingegneria, che le premettono di condurre anche ricerche e simulazioni di tipo sperimentale. Con l’aumento del suo ambito scientifico, la paleontologia ha sviluppato discipline specializzate e oggi viene suddivisa essenzialmente in: parte generale e parte sistematica; la prima riguarda, tra le varie branche, i processi di fossilizzazione, la paleoecologia, la biostratigrafia e la paleobiogeografia, che sono in relazione con l’andamento climatico delle epoche passate, la seconda la descrizione e la tassonomia dei fossili.

 

[2] I primati (sing. primate) (Primates Linnaeus, 1758) (dal latino primus, “il migliore”) costituiscono un ordine di Mammiferi placecentati comprendenti i tarsi, i lemuri, le scimmie e l’uomo moderno. Escludendo l’uomo, che è una specie cosmopolita, oggi sono diffusi in America meridionale e centrale, Africa, Europa (Gibilterra), ed in Asia.

[3] le ere geologiche si suddividono in periodi e in sotto periodi. Facciamo un esempio: nel periodo Adeano che è quello che va dalla formazione gassosa che diede origine al nostro pianeta, fino a che esso condensandosi e raffreddandosi diede origine ad un corpo solido. L’Adeano è anche chiamato il periodo o epoca pregeologico, il termine “Adeano” significa anche “infernale” appunto poiché in quell’epoca il nostro pianeta era una palla di fuoco. La crosta terrestre si formò in seguito al progressivo raffreddamento del pianeta. Il periodo si suddivide in altri 3 sotto periodi: il Criptico, il Nettariano e l’Imbriano.

Il periodo Adeano ha avuto diversi sotto periodi:

1° Il sotto periodo Criptico che va da 4,5 a 4,1 miliardi di anni fa in quel periodo non vi era ancora formazione rocciosa.

2° I sotto periodi Nettariano e Imbriano che derivano i loro nomi dai Mari lunari, il Mare Nectaris e il Mare Imbrium perché le rocce di quei mari si formarono durante questi sottoperiodi geologici.

 

[4] In questo senso – il paradiso perduto come metafora del passaggio a una società divisa in classi – la Bibbia è un valido documento storico.

[5] Paul Marlor Sweezy (1910 – 2004). E’ stato un marxista ed economista statunitense, noto in Italia soprattutto per il suo saggio Il capitale monopolistico, tradotto nel 1968.

[6] Karl Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Ed. La Nuova Italia, 1978, Vol. 1 p. 338.

[7] Ernest Mandel (1923 – 1995). Economista belga. Cresciuto ad Anversa, è stato uno dei più importanti teorici trotskisti.

[8] Edward Joseph Snowden (1983). E’ un informatico statunitense. Ex tecnico della CIA e fino al 10 giugno 2013 collaboratore della Booz Allen Hamilton (azienda di tecnologia informatica consulente della NSA, è noto per aver rivelato pubblicamente dettagli di diversi programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico, fino ad allora tenuti segreti. Attraverso la collaborazione con Glenn Greenwald, giornalista del The Guardian che ha pubblicato una serie di denunce sulla base di sue rivelazioni avvenute nel giugno 2013, Snowden ha rivelato diverse informazioni su programmi di intelligence secretati, tra cui il programma di intercettazione telefonica tra Stati Uniti ed Unione europea riguardante i metadati delle comunicazioni, il PRISM, Tempora e programmi di sorveglianza Internet. Snowden ha affermato che le rivelazioni costituiscono uno sforzo “per informare il pubblico su ciò che viene fatto in loro nome e quello che è fatto contro di loro”. Le rivelazioni di Snowden riguardano alcune fra le violazioni più significative della storia della NSA. Matthew M. Aid, uno storico di intelligence di Washington ha affermato che le sue rivelazioni hanno “confermato i sospetti di lunga data che la sorveglianza della NSA negli Stati Uniti è più invasiva di quanto pensavamo“. Il 14 giugno 2013 i procuratori federali degli Stati Uniti hanno presentato a Snowden una denuncia, resa pubblica il 21 giugno, con accuse di furto di proprietà del governo, comunicazione non autorizzata di informazioni della difesa nazionale e comunicazione volontaria di informazioni segrete con una persona non autorizzata. Le ultime due accuse sono sottoposte alla legislazione sullo spionaggio.

 

[9] Julian Paul Assange (1971). Giornalista, programmatore e attivista australiano, noto principalmente per la sua collaborazione al sito WikiLeaks, del quale è co-fondatore e caporedatore.

[10] http://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_PIL_(nominale)

[11] Ernesto Screpanti (1948) è un docente italiano, professore di Economia Politica all’Università degli Studi di Siena. Ha svolto ricerca nell’ambito del programma scientifico “ripensare il marxismo”, lavorando da una parte al tentativo di adeguare l’analisi marxista alla realtà del capitalismo contemporaneo, dall’altra a quello di “liberare Marx di ogni residuo di metafisica hegeliana, etica kantiana e determinismo economico”, in sostanza di revisionarlo da cima a fondo.

 

[12] http://www.treccani.it/enciclopedia/impresa-transnazionale_(Lessico-del-XXI-Secolo)

[13] A. Farulli su Greenreport del 03.07.14 da “studi realizzati dal professor Fratocchi e dal suo gruppo di ricerca Uni Club MoRe Back Reshoring.

[14] Storico italiano contemporaneo vicino alle posizioni della sinistra comunista.

[15] http://jadawin4atheia.wordpress.com/2014/07/18/a-volte-ritornano

[16] D. H. Headrick, Il Predominio dell’occidente, p. 81-84.

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~ di marcos61 su giugno 22, 2016.

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