IMPERIALISMO E DEMOCRAZIA NELL’ATTUALE FASE DI DECOMPOSIZIONE DEL CAPITALISMO

 

 

Nel secondo dopoguerra l’imperialismo USA non si limitò a impiegare il meglio delle sue forze contro l’Unione Sovietica, il Movimento Comunista Internazionale e le forze progressiste nel mondo (o comunque contro chi Stato o movimento politico che si opponesse al suo dominio) ma lavorò per spegnere le resistenze interne al campo imperialista occidentale, come ad esempio, il gollismo francese.

Tutto questo nasce dal fatto che l’imperialismo più forte domina imponendo le sue scelte economiche agli altri paesi (compreso gli imperialisMi minori) e creando del personale tecnico (giornalisti, magistrati, politici, militari ecc.) al suo servizio.

La lotta contro il Movimento Comunista Internazionale inizia per l’imperialismo dalla manipolazione del consenso.

LA GUERRA PSICOLOGICA

 

È nel campo della manipolazione che entrano in campo gli specialisti delle operazioni psicologiche o manovre psicologiche (in inglese PSYOPS Psychological Operations). Esse sono un metodo utilizzato non solo dalle istituzioni militari ma anche da quelle politiche e dalle aziende, che si può definire come un complesso di attività psicologiche messe in atto mediante l’uso programmato delle comunicazioni, pianificate in tempo di pace, di crisi o di guerra, dirette verso gruppi o obiettivi “amici”, neutrali o nemici (governi, organizzazioni, gruppi o individui) al fine di influenzarne i comportamenti, che incidono sul conseguimento di obiettivi politici e militari.

 

E dentro questo quadro che assumono un ruolo sempre più importante per la conquista dei cuori e della psiche dei popoli i miti, che sono da sempre la forza che muove le volontà collettive dei popoli. Sarebbe ingenuo attribuire questo comportamento a scarsa capacità razionale dei popoli, o a naturale limitatezza delle masse o alla propensione dell’opinione pubblica verso le leggende piuttosto che verso la verità e dunque a bere tutto quello che si propinano. Il fatto che la borghesia, che ha alle spalle una lunga storia di rivoluzioni contro il mondo feudale e contro l’oscurantismo religioso ha imparato a sue spese che non è la verità e la coscienza intellettuale a muovere le grandi masse, bensì i miti, quelle vere e proprie leve che s’imprimono profondamente nella psiche collettiva per incarnare speranze e muovere le volontà ad agire.

 

I miti sono tali che, una volta penetrati in profondità nelle coscienze, costituiscono una forza difficilmente scardinabile. Quello dell’11 settembre 2001 è a tutti gli effetti, un mito, realizzato con le più sofisticate e tecnologicamente collaudate tecniche di comunicazione mediatica, che ha imbastito menzogne e confusione con briciole di verità, sensazionalismo e paura, esorcismo ed emotività, ripetute fino alla nausea, anche quando i fatti le abbiano smentite. Che, poi, nel tempo, infatti, la costruzione si sia rivelata un colabrodo, non ha più importanza: quel che conta è la prima impressione, quella che muove il consenso e la volontà delle masse. In quella zona della psiche che gli psicologi chiamano inconscio, non si distingue un’idea o un’immagine vera da una falsa. Le impressioni e gli effetti sono ugualmente reali e per lo più sono previsti da chi manipola e trasmette le informazioni e i messaggi. E vale la nota massima behaviorista del ministro nazista della propaganda J. Goebbels: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Che però non è un detto originale, essendo che già in Hegel la sua formulazione filosofica[1] e soprattutto dal medico e fisico francese Gustave Le Bon, che ha fatto scuola osservando le tecniche di manipolazione mediatica, già nel 1895, quando di comunicazione di massa non erano neppure all’alba di tale sviluppo: “L’affermazione pure e semplice, svincolata da ogni ragionamento e da ogni prova, costituisce un mezzo sicuro per far penetrare un’idea nello spirito delle folle. Quanto più l’affermazione è concisa, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorità (…) Tuttavia (l’affermazione) acquista una reale influenza soltanto se viene ripetuta di continuo, il più possibile, se sempre negli stessi termini. Napoleone diceva che esiste una sola figura retorica seria, la ripetizione. Ciò che si afferma finisce, grazie alla ripetizione, col penetrare nelle menti al punto da essere accettata come verità dimostrata (…) La cosa ripetuta finisce con l’incrostarsi nelle regioni profonde dell’inconscio, in cui si elaborano i moventi delle nostre azioni. Così si spiega la forza straordinaria della pubblicità”.[2]

Le scienze delle comunicazioni, il cui sviluppo è stato pilotato dalla CIA dagli anni ’50, hanno costituito uno strumento essenziale della guerra psicologica condotta contro il Movimento Comunista Internazionale, i paesi socialisti e tutti quei paesi che resistevano al dominio U.S.A.

Gli specialisti del comportamento hanno contribuito a raccogliere informazioni sugli avversari dell’imperialismo U.S.A., a elaborare la propaganda, a prevenire i movimenti di liberazione fino a consigliare gli esperti della tortura.

   Quest’alleanza fra mondo scientifico e quello politico è tuttora operante in tutti i paesi imperialisti.

In un documento dell’esercito degli Stati Uniti redatto nel 1948, riprendendo Sun Tsu definisce così la guerra psicologica: Questa impiega mezzi fisici o etici, oltre alle tecniche militari ortodosse, tendenti a:

A – Distruggere la volontà e la capacità di combattere del nemico.

B –   Privarlo del sostegno dei suoi alleati.

C – Accrescere in seno alle nostre truppe e in quello dei nostri alleati la volontà di vincere.

   La guerra psicologica impiega qualsiasi arma in grado di influenzare la volontà del nemico. Le armi sono psicologiche solamente per l’effetto che producono e non in ragione della natura delle armi stesse. Quindi, in un quadro di guerra psicologica, la propaganda palese (bianca), segreta (nera), o grigia – sovversione, sabotaggio, operazioni speciali, guerriglia spionaggio, pressioni politiche, culturali, economiche e razziali – sono considerate armi utilizzabili

Per realizzare questo programma che i servizi segreti reclutano nelle università gli specialisti di scienze del comportamento”.

I media occidentali (seguiti dalla varia forze politica di destra, centro, sinistra ed estrema sinistra) hanno spacciato i colpi di Stato in Serbia (2000), Georgia (2003), Ucraina (2004) come rivoluzioni. Lo fanno per ingannare la gente. Il problema è che questa interpretazione si è associata molta estrema sinistra che si considera “rivoluzionaria”.

 

Per chiarirsi, questi cosiddetti “rivoluzionari” col parlare di masse e apparati in modo astratto nascondono la natura della rivoluzione se democratica borghese o socialista, non dicono quale classe sta dirigendo rivoluzione.

Una delle caratteristiche di queste cosiddette “rivoluzioni” è l’uso dei media.

Il controllo dei media è importante per il capovolgimento di un regime. I media costruiscono una realtà virtuale, il controllo di questa realtà è uno strumento di potere, perciò non è un caso che nel colpo di Stato classico, la prima cosa che s’impadronivano i golpisti era la radio.

C’è una ripugnanza da parte di molte persone affiorare l’idea che gli avvenienti politici siano deliberatamente manipolati.

L’ideologia di questi manipolatori ha origine da una certa impostazione di Freud sugli impulsi istintuali. Freud riteneva che giacché l’organizzazione sociale per esistere debba piegare e utilizzare gli istinti erotici (e distruttori) del singolo, il prezzo della civiltà è la repressione e il suo disagio è la nevrosi.

Questa tesi fu esposta nella prima forma in Totem e Tabù, strettamente legata alla difesa dell’autorità come personificazione dell’esigenza repressiva. Un decennio più tardi, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Freud insisteva nuovamente sull’importanza dei moventi irrazionali che legano le masse all’autorità “paterna” dei capi e riprendeva il tema della derivazione delle forme societarie più vaste dal nucleo patricentrico naturale delle famiglie (Con questo libro era teorizzata in forma compiuta la riduzione della politica a inganni dell’inconscio e nasceva una concezione scettica, psicologizzante e antipolitica dei rapporti sociali che doveva in seguito, essere fertile di risultati: si pensi come, con una coscienza ben maggiore dei propri fini, la scienza psico-sociale americana ha riscoperto che voltando la politica in psicologia si riesce a far sì che tutte le vacche diventino nere).

Le diversificazioni delle informazioni derivata dai media, è pura apparenza, nasconde un’estrema povertà delle fonti originali. Le informazioni sugli avvenimenti provengono spesso da un’unica fonte, di solito da un’agenzia di stampa, e anche coloro deputati alla diffusione delle informazioni come la BBC, si accontentano di riciclare le informazioni ricevute da queste agenzie, presentandole come farina del loro sacco.

I corrispondenti della BBC spesso stanno nelle loro camere di albergo quando spediscono i loro dispacci, leggendo per gli studi di Londra le informazioni che sono state loro trasmesse da colleghi in Inghilterra, che a loro volta le hanno ricevute da agenzie di stampa.

Un altro aspetto che spiega la ripugnanza a credere alla manipolazione dei media è legato al sentimento di onniscienza che la nostra epoca di mezzi di comunicazione di massa ama assecondare: criticare le informazioni della stampa è come dire alle persone che sono credulone, e questo messaggio non è gradevole da ricevere.

Il primo teorico importante in questa materia è stato il nipote di Freud, Edward Bernays, che scriveva nella sua opera Propaganda, apparsa nel 1928, come fosse del tutto naturale e giustificato che i governi plasmassero l’opinione pubblica per fini politici.[3]

Il primo capitolo porta il titolo rivelatore: Organizzare il caos.

Per Bernays, la manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse è un elemento importante delle società democratiche. Coloro che manipolano i meccanismi segreti della società costituiscono un governo invisibile, che rappresenta il potere effettivo. Noi siamo eterodiretti, i nostri pensieri sono condizionati, i nostri gusti sono costruiti ad arte, le nostre idee sono suggerite essenzialmente da uomini di cui non abbiamo mai inteso a parlare. È la conseguenza logica della maniera in cui la nostra società “democratica” è strutturata.

Un gran numero di esseri umani deve cooperare per vivere insieme in una società che funzioni bene. In quasi tutti gli atti della nostra vita quotidiana, che si tratti della sfera politica, di affari, dei nostri comportamenti sociali o delle nostre concezioni etiche, noi siamo dominati da un numero relativamente ridotto da persone che conoscono i processi mentali e le caratteristiche sociali delle masse. Sono queste persone che controllano l’opinione pubblica.

Per Bernays, molto spesso questi membri del governo invisibile non conoscono essi stessi chi sono gli altri membri. La propaganda è il solo mezzo per impedire all’opinione pubblica di sprofondare nel caos.

Bernays ha continuato a lavorare su quest’argomento dopo la guerra e nel 1947 ha pubblicato La costruzione del consenso, titolo al quale Edward Herman e Noam Chomsky hanno fatto riferimento quando pubblicato la loro opera La fabbrica del consenso.[4]

Il rapporto con Freud è decisivo perché la psicologia è uno strumento capitale per influenzare l’opinione pubblica.

Secondo Fleischmann e Howard Cutler (che avevano collaborato con la La fabbrica del consenso), ogni leader politico deve fare appello alle emozioni umane primarie al fine di manipolare le opinioni.

L’istinto di conservazione, l’ambizione, l’orgoglio, la bramosia, l’amore per la famiglia e per i bambini, il patriottismo, lo spirito d’imitazione, il desiderio di comando, il gusto dell’azione, così come per altri bisogni, sono le materie psicologiche che ciascun leader deve prendere in considerazione nei suoi tentativi per conquistare l’opinione pubblica alle sue idee.

 

Nel libro La CIA e la Guerra fredda culturale si spiega in maniera molto dettagliata come, all‘inizio della cosiddetta Guerra fredda, gli statunitensi e i britannici dettero inizio a un‘importante operazione clandestina destinata a finanziare intellettuali anticomunisti.

L‘elemento fondamentale è che la CIA si concentrò la sua attenzione su alcune personalità della sinistra soprattutto su trotskisti. Un gran numero di queste persone divennero in seguito neoconservatori di primo piano: Irving Kristol, Sidney Hook e Lionel Trilling.

Le origini di sinistra, e specificamente trotskiste, mantengono una relazione particolare con le operazioni clandestine, poiché le operazioni della CIA erano di influenzare gli oppositori di sinistra al comunismo, vale a dire i trotskisti. Molto semplicemente, l‘idea della CIA era che gli anticomunisti di destra non avevano alcun bisogno di essere influenzati.

Scriveva a proposito Saunders: “L‘obiettivo di sostenere gruppi di sinistra, non era né di distruggere né di dominare questi gruppi, ma piuttosto di mantenere con loro una discreta prossimità e di dirigere il loro pensiero, di procurare loro un modo di liberarsi dalle loro inibizioni inconsce e, al limite, di opporsi alle loro azioni nel caso in cui fossero diventati eccessivamente …radicali“.

Le modalità attraverso cui questa influenza di sinistra fece sentire i propri effetti furono molteplici e variegate.

Gli Stati Uniti erano decisi a fornire di se stessi un‘immagine progressista che contrastava con quella dell’Unione Sovietica “reazionaria“.

Ad esempio negli ambienti musicali statunitensi, Nicolas Nabokov (il cugino dell‘autore di Lolita) era uno dei principali esponenti del Congresso per la libertà della Cultura.

Nel 1954, la CIA aveva finanziato un festival della musica a Roma nel corso del quale l‘amore “autoritario” di Stalin per i compositori russi come Rimski-Korsakov e Tchaikovski era contrastato dalla musica moderna non ortodossa ispirata dal dodecafonismo di Schoenerbert. Per Nabokov, promuovere una musica che eliminava in modo eclatante le gerarchie naturali, era lanciare un chiaro messaggio politico.

Un altro “progressista“, il pittore Jackson Pollock, ex comunista, fu allo stesso modo sostenuto dalla CIA. I suoi imbrattamenti erano considerati come la rappresentazione dell‘ideologia americana di libertà contrapposta all‘autoritarismo del realismo socialista.[5]

Questa commissione fra cultura e politica fu incoraggiata apertamente da un organismo della CIA che portava un nome molto orwelliano, l‘Ufficio di Strategia Piscologica (PSB).

Nel 1956, quest’organizzazione sostenne una tournée europea della Metropolitan Opera (Met) che aveva lo scopo politico di incoraggiare il multiculturalismo.

   Ritornando ai giorni nostri, tutto ciò significa che la plateale distorsione della verità e la sistematica manipolazione delle fonti d’informazione sono parte integrante della pianificazione bellica. In seguito all’11/9, il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld ha creato l’Office of Strategic Influence (OSI), in altre parole l'”Ufficio della Disinformazione”, com’è stato etichettato dai suoi critici: “Il Dipartimento della Difesa ha detto che avevano bisogno di farlo, e stavano realmente per impiantare storie che erano false in paesi stranieri – come sforzo per influenzare l’opinione pubblica mondiale”. [6] Ma, all’improvviso, l’OSI veniva formalmente sciolta sotto la spinta di pressioni politiche e di “fastidiosi” articoli dei media, “i cui scopi erano deliberatamente tendenziosi rispetto alla necessità di portare avanti gli interessi Americani

 

   Pochi mesi dopo che l’OSI fu sciolto tra le polemiche (febbraio 2002) il New York Times confermava che la campagna di disinformazione procedeva a pieno ritmo e che il Pentagono stava: “...considerando di emanare una direttiva segreta ai militari americani per condurre operazioni coperte mirate ad influenzare l’opinione pubblica ed i politici nei paesi amici e nelle nazioni neutrali …” La proposta ha acceso un aspra battaglia nell’amministrazione Bush sul fatto se i militari dovessero eseguire missioni segrete di propaganda in nazioni amiche come la Germania… “La lotta – ha dichiarato un funzionario del Pentagono – verte sul sistema di comunicazioni strategiche per la nostra nazione, sul messaggio che noi vogliamo inviare per influenzare a lungo termine, e come costruirlo. Noi possediamo le strutture, le capacità e l’addestramento idonei per influenzare la pubblica opinione delle nazioni amiche e neutrali. Noi possiamo fare questo e farla franca!“.[7]

 

Per sostenere l’agenda di guerra queste “realtà fabbricate”, introdotte giorno dopo giorno nella catena dell’informazione di massa, devono diventare verità indelebili, che formino parte di un ampio consenso politico e dei media. A questo riguardo, i media ufficiali, sebbene agiscano indipendentemente dall’apparato militare e d’intelligence, sono uno strumento di questo sistema tendente a un autentico totalitarismo. In stretto collegamento con il Pentagono e la CIA, anche il Dipartimento di Stato ha istituito una sua unità civile di propaganda, guidata diretta dalla Sottosegretaria di Stato per le Relazioni e gli Affari Pubblici Charlotte Beers, una figura potente nell’industria pubblicitaria. Lavorando a stretto contatto con il Pentagono, la Beers è stata nominata a capo dell’unità di propaganda del Dipartimento di Stato immediatamente dopo l’11/9. Il suo mandato consisteva nel “contrapporsi e neutralizzare l’anti-Americanismo esterno.”[8] Il suo ufficio al Dipartimento di Stato deve: “‘assicurare che le pubbliche relazioni (di coinvolgimento, di informazione e guida, di influenza sulle comunicazioni internazionali importanti), vengano praticate in armonia con gli affari pubblici (con sfera di estensione al di là degli Statunitensi) e con la diplomazia tradizionale, per dare impulso agli interessi e alla sicurezza degli USA e produrre la base morale per la leadership Americana nel mondo.” [9]

 

Influenzare l’opinione pubblica è diventato uno negli obiettivi strategici dei vari Stati. Ma cosa è l’opinione pubblica? Walter Lippmann[10] nel 1922 la definì nel seguente modo: “Le immagini che gli esseri umani hanno nella testa, le immagini di se stessi, degli altri, dei propri scopi e obiettivi, delle proprie relazioni, rappresentano le loro opinioni pubbliche. Queste immagini, quando vengono gestite da gruppi di persone o da persone che agiscono in nome di gruppi, diventano Opinione Pubblica, con le iniziali maiuscole”.[11]

 

Lippmann, che fu il primo a tradurre in inglese le opere di Sigmund Freud, sarebbe divenuto uno dei più influenti commentatori politici. Aveva trascorso gli anni della prima guerra mondiale al Quartier Generale di Propaganda e Guerra Psicologica di Wellington House, fuori Londra, in un gruppo di cui faceva parte anche il nipote di Freud, Eduard Bernays.[12] Il libro di Lippmann, L’Opinione Pubblica, pubblicato un anno dopo l’uscita de La psicologia di massa di Freud, che trattava temi simili. E’ tramite i media, scrive Lippmann, che la maggior parte delle persone elabora quelle “immagini nella testa”, il che garantisce ai media “un potere spaventoso”.

 

Il Tavistock Center creato subito dopo la prima guerra mondiale sotto il patronato del Duca George di Kent (1902-42), diretta da John Rawlings Rees, si mise a studiare gli effetti della psicosi bellica e la sua capacità di produrre il collasso della personalità individuale. Dal loro lavoro emerse una tesi terribile: grazie all’uso del terrore, l’uomo può essere ridotto a uno stato infantile e sottomesso, in cui le sue capacità di ragionamento sono annebbiate e in cui il suo responso emotivo a vari stimoli e situazioni diventa prevedibile o, nei termini usati dal Tavistock, “sagomabile”. Controllando i livelli di ansietà è possibile produrre una condizione similare in ampi gruppi di persone, il cui comportamento potrà così essere controllato e manipolato dalle forze oligarchiche per cui il Tavistock lavorava.[13]

Essendo i mass media in grado di raggiungere grandi quantità di persone con messaggi programmati o controllati, ciò rappresenta la chiave per la creazione di “ambienti controllati” per il lavaggio del cervello. Come mostravano le ricerche del Tavistock, la cosa importante era che le vittime del lavaggio del cervello di massa non si rendessero conto di trovarsi in un ambiente controllato; pertanto doveva esserci un ampio numero di fonti d’informazione, i cui messaggi dovevano essere leggermente diversi, così da mascherare la sensazione di un controllo dall’esterno. Quando possibile, i messaggi dovevano essere offerti e rinforzati attraverso l’”intrattenimento”, che avrebbe potuto essere consumato senza apparente coercizione, in modo da dare alla vittima l’impressione di stare scegliendo di propria volontà tra diverse opzioni e programmi.

Nel suo libro, Lippmann osserva che la gente è più che disposta a ridurre problemi complessi in formule semplicistiche e a formare la propria opinione secondo ciò che credono che gli altri intorno a loro credano; la verità non ha nulla a che fare con le loro considerazioni. L’apparenza di notizia fornita dai media conferisce un’aura di realtà a queste favole: se non fossero reali, allora perché mai sarebbero state riportate? Pensa l’individuo medio secondo Lippmann. Le persone la cui fama è costruita dai media, come le star del cinema, possono diventare “opinion leaders”, con il potere di influire sull’opinione pubblica quanto le personalità politiche.

 

Se la gente pensasse troppo a questo procedimento, il giocattolo potrebbe rompersi; ma Lippmann scrive: “La massa di individui completamente illetterati, dalla mente debole, rozzamente nevrotici, sottosviluppati e frustrati è assai considerevole; molto più considerevole, vi è ragione di ritenere, di quanto generalmente si creda. Così viene fatto circolare un vasto richiamo al popolo tra persone che, sul piano mentale, sono bambini o selvaggi, le cui vite sono un pantano di menomazioni, persone la cui vitalità è esaurita, gente ammutolita e gente la cui esperienza non ha mai contemplato alcun elemento del problema in discussione”. [14]

Nell’affermare di scorgere una progressione verso forme mediatiche che riducono sempre più lo spazio di pensiero, Lippmann si meraviglia del potere che la nascente industria di Hollywood manifesta nel forgiare la pubblica opinione. Le parole, o anche un’immagine statica, richiedono che la persona compia uno sforzo per crearsi un’”immagine mentale”. Ma con un film: “Tutto il processo di osservare, descrivere, riportare e poi immaginare è già stato compiuto per voi. Senza compiere una fatica maggiore di quella necessaria per restare svegli, il risultato di cui la vostra immaginazione è alla continua ricerca vi viene srotolato sullo schermo”. E’ significativo che come esempio del potere del cinema egli utilizzi il film propagandistico Nascita di una nazione, girato da D. W. Griffith a favore del Ku Klux Klan; nessun americano, scrive Lippmann, potrà mai più sentir nominare il Ku Klux Klan “senza vedere quei cavalieri bianchi”. L’opinione popolare, osserva Lippmann, è determinata in ultima analisi dai desideri e dalle aspirazioni di una “elìte sociale”. Questa elìte, egli afferma, è: “Un ambiente sociale potente, socialmente elevato, di successo, ricco, urbano, che ha natura internazionale, è diffuso in tutto l’emisfero occidentale e, per molti versi, ha il proprio centro a Londra. Conta fra i propri membri le persone più influenti del mondo e racchiude in sé gli ambienti diplomatici, quelli dell’alta finanza, i livelli più alti dell’esercito e della marina, alcuni principi della Chiesa, i proprietari dei grandi giornali, le loro mogli, madri e figlie che detengono lo scettro dell’invito. E’ allo stesso tempo un grande circolo di discussione e un vero e proprio ambiente sociale”. Con un atteggiamento tipicamente elitario, Lippmann conclude che il coordinamento dell’opinione pubblica manca di precisione. Se si vuole raggiungere l’obiettivo di una “Grande Società” in un mondo unitario, allora “la pubblica opinione deve essere creata per la stampa, non dalla stampa”. Non è sufficiente affidarsi ai capricci di “un ambiente sociale superiore” per manipolare le “immagini nella testa delle persone”; questo lavoro “può essere gestito solo da una classe di individui specializzati” che operi attraverso “centrali d’intelligence”.[15]

 

Mentre Lippmann scriveva il suo libro, la radio, che è il primo mass media tecnologico a entrare nelle case, stava assumendo sempre maggior rilievo. A differenza dei film, che erano visti nei cinema da grandi gruppi di persone, la radio offriva un’esperienza individualizzata all’interno della propria casa, avente per fulcro la famiglia. Nel 1937, su 32 milioni di famiglie americane, 27,5 milioni possedevano un apparecchio radiofonico, più di quante possedessero un’automobile, il telefono o perfino l’elettricità.

In quello stesso anno la Rockefeller Foundation finanziò un progetto per studiare gli effetti che la radio produceva sulla popolazione. [16] A essere reclutati per quello che sarà poi conosciuto come Radio Research Project, con quartier generale all’Università di Princeton, per lavorare su questo studio ci furono delle personalità come Hadley Cantril e Gordon Allport, che diventeranno elementi chiave delle operazioni del Tavistock americano. A capo del progetto c’era Paul Lazerfeld; i suoi assistenti alla direzione erano Cantril e Allport, con Frank Stanton, che sarebbe poi diventato capo del settore informazione della CBS, e più tardi il suo presidente, e capo del consiglio di amministrazione della RAND Corporation. Il progetto fu preceduto da un lavoro teoretico realizzato in precedenza studiando la psicosi e la propaganda di guerra, e dal lavoro di Walter Benjamin e Theodor Adorno, della Scuola di Francoforte. Questo lavoro preliminare era incentrato sulla tesi che i mass media potessero essere usati per indurre stati mentali regressivi, atomizzare gli individui e generare un incremento dell’instabilità. Queste condizioni mentali indotte furono poi definite dal Tavistock col termine di stati “brainwashed”, e il processo d’induzione che a essi conduceva fu chiamato “brainwashing”, cioè “lavaggio del cervello”.

Nel 1938, quando era a capo della sezione “musica” del Radio Research Project”, Adorno scrisse che gli ascoltatori di programmi musicali radiofonici: “fluttuano tra l’oblio completo e improvvisi tuffi nella coscienza. Ascoltano in modo atomizzato e dissociano ciò che sentono… Non sono bambini, ma sono infantili; il loro stato primitivo non è quello di chi non è sviluppato, ma quello di chi ha subìto un ritardo mentale provocato da un’azione violenta”. Le scoperte del Radio Research Project, pubblicate nel 1939, confermarono la tesi di Adorno sul “ritardo mentale indotto” e servirono da manuale per i programmi di lavaggio del cervello. Studiando i drammi radiofonici a puntate, comunemente noti come “soap opera” (poiché molti di essi erano sponsorizzati da ditte produttrici di sapone), Herta Hertzog scoprì che la loro popolarità non poteva essere attribuita a nessuna caratteristica socio-economica degli ascoltatori, ma piuttosto al format seriale in sé, che induceva ad un ascolto abitudinario. La forza che la serializzazione possiede nel produrre il lavaggio del cervello è stata riconosciuta dai programmatori del cinema e della TV; ancora oggi le “soap” pomeridiane sono quelle che generano maggiore assuefazione televisiva, con il 70% delle donne americane sopra i 18 anni che guardano ogni giorno almeno due di questi programmi.

Un’altra indagine del Radio Research Project si occupò degli effetti prodotti nel 1938 dalla lettura radiofonica de La guerra dei mondi di H. G. Wells da parte di Orson Welles, in cui si simulava un’invasione marziana. Il 25% degli ascoltatori del programma, che era stato presentato come se si trattasse di un notiziario, credette davvero che fosse in corso un’invasione, generando il panico nazionale; e questo nonostante i chiari e ripetuti avvertimenti che si trattava di un programma di fiction. I ricercatori del Radio Project scoprirono che molte persone non avevano creduto all’invasione marziana, ma avevano pensato che fosse in corso un’invasione da parte della Germania. Questo, come i ricercatori riferirono, dipendeva dal fatto che il programma era stato presentato nel format del “notiziario”, che in precedenza era stato utilizzato per fornire il resoconto della crisi bellica che si prospettava a seguito della Conferenza di Monaco. Gli ascoltatori avevano reagito al format, non al contenuto del programma.

I ricercatori dimostrarono così che la radio aveva già condizionato a tal punto le menti dei suoi ascoltatori, le aveva rese così frammentate e irriflessive, che nella ripetizione del format stava la chiave della popolarità.

Una lezione da trarre è che non bisogna mai dimenticare che la stragrande maggioranza delle informazioni ci perviene dal nemico di classe, ed è volutamente fals: è consegnata prer frastornare i lavoratori e le classi sfruttate in modo che, invece di lottare per i loro interessi immediati e storici, si strasformano in docili esecutori di una politica di sfruttamento e di guerra.

 

IMPERIALISMO E DEMOCRAZIA

 

 

 

Lenin spiegò (in polemica con R. Luxemburg e Bucharin) che i monopoli anziché alla libertà, portano allo sfruttamento di una parte sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera delle nazioni ricche e potenti: queste sono le caratteristiche fondamentali dell’imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente.

 

In questo modo la Borghesia Imperialista, da un lato deruba i popoli coloniali e semicoloniali delle loro risorse impedendogli di autodeterminarsi con le rivoluzioni democratiche (ed anticoloniali), dall’altro a causa dell’esportazione dei capitali, sfibra il tessuto industriale del proprio Stato nazionale ponendo le basi per lo smantellamento di questo.

 

Dal secondo dopoguerra, in Italia, il PCI revisionista di Togliatti, ha rappresentato non solo l’aristocrazia operaia italiana, ma anche l’anello di congiuntura tra le borghesie filo-atlantiche italiane e le borghesie nere burocratiche (figlie del fascismo e del capitalismo monopolistico degli anni ’30).

 

Tutto questo (non dimenticando il ruolo determinante favorevole ciclo economico del secondo dopoguerra), ha permesso al blocco governativo di gestire il conflitto di classe ricorrendo allo Stato “sociale” (che nei fatti in Italia divenne uno Stato assistenziale/clientelare).

 

Da un punto di vista politico e militare, a poco a poco tutti i paesi europei sono stati integrati nella NATO, ossia nel sistema di comando americano (e sionista).

Caduto il blocco dell’Est a guida revisionista (in sostanza l’aperta e dichiarata restaurazione del capitalismo) la situazione ha subito successivi cambiamenti:

 

 

  • L’imperialismo più forte opera per trasformare gli Stati europei in cinghie di trasmissione delle sue direttive.
  • La politica degli Stati è dettata da organizzazioni sopranazionali come il FMI, la BCE, la Trilaterale (che sono uno strumento da parte della frazione dominante della Borghesia Imperialista). [17]
  • Un ruolo importante nell’orientamento delle politiche degli Stati lo hanno organismi come il Rotary e le grandi massonerie anglosassoni e sioniste.
  • Le borghesie nazionali partoriscono un personale politico di tecnici totalmente alieno alla società civile (inteso, nel senso borghese come un amalgama di più classi sociali).

 

I meccanismi della riproduzione capitalista quindi portano:

 

  • A una nuova modifica della soprastruttura dello Stato capitalistico.
  • Ad una fase ulteriore, più brutale del neocolonialismo.

 

 

Ora se analizziamo le dinamiche in atto nelle metropoli imperialiste, si nota che la forma politica in atto è una democrazia autoritaria che non è propriamente fascista, ma contiene in sé elementi propri del fascismo.

 

Gli organi classici delle democrazie liberali di rappresentanza popolare sono svuotati, mentre gli esecutivi, da un lato, centralizzano nelle loro mani un potere immenso in materia di repressione e sospensione delle libertà civili e politiche, mentre in materia economica e sociale ratificano le direttive del FMI (debito pubblico, liberalizzazioni, investimenti nell’industria bellica).

 

Se prendiamo come un esempio di questa dinamica in un paese come l’Italia si nota in maniera evidente che alla subordinazione del capitalismo italiano, segue progressiva militarizzazione della società civile.

 

Su questo secondo punto bisogna distinguere due piani:

 

  • L’abolizione delle libertà democratiche da parte dello Stato imperialistico.
  • E come abbiamo visto prima l’utilizzo della guerra psicologica attraverso l’utilizzo dei mass-media.

 

La privatizzazione delle squadre (post) fasciste di polizia (fino ad arrivare – cosa già USA e Israele già fanno – alla privatizzazione degli eserciti) rende la politica repressiva sempre più incontrollata e arbitraria: questo, necessariamente, è da collegare alle politiche nel campo sociale ultraliberiste che rendono reiette ampie fasce sociali (distruzione degli ammortizzatori sociali, dei servizi pubblici, e di qualsiasi forma di sostegno e sussidio).

 

IMPERIALISMO, STATI NAZIONALI E DEMOCRAZIA

 

 

Il controllo militare del mondo serve agli USA per garantire la sopravvivenza alla sua Borghesia Imperialista.

 

Questa politica a favorito il crescere all’interno degli USA ideologie razziste e colonialiste come quella di considerare il popolo americano come un “popolo eletto” (lo stesso processo avviene in Israele), che ha (ma sarebbe meglio dire crede di avere) il diritto conquistare lo spazio vitale , e dall’altro i cosiddetti “Stati canaglia” con le loro resistenze nazionali ridotte, dai media di regime, a terrorismo.

 

Questo progetto è dichiaratemene imperialistico e, ogni tentativo di decostruire in maniera mistificatrice questa categoria (come la teoria dell’Impero di Negri) si scontra con l’attualità dei fatti.

 

Gli USA possono essere definiti, prima di tutto come una ideocrazia: il concetto di Stato nazionale si fonde con l’ideologia dominante creando una religione civile americana.

 

La religione su cui si basa l’imperialismo USA è assolutamente pragmatica, va a braccetto con l’economia capitalista.

 

La cultura dominante statunitense è caratterizzata da due elementi molto rilevanti:

 

  • La riduzione della filosofia a empirismo.
  • La riduzione delle scienze umane all’economia (che non è mai economia politica).

 

 

   In questo l’ideologia del dominio yankee va a braccetto con il nucleo metafisico del nazismo; il progetto di Hitler e l’imperialismo a stelle e strisce mettono insieme messianismo e primato della razza, sciovinismo nazionalista e cosmopolitismo (che si ritrova nella teoria dello Scontro di civiltà di Samuel Huntington).

 

L’adozione di questo modello di capitalismo, per l’Europa, ha avuto deleteri: si è trattato – ed è stata la cosa più grave – di rompere con le grandi correnti filosofiche che hanno della filosofia (con un adeguato retroscena culturale) una prassi veritativa. Insomma, i presupposti inalienabili, per arrivare a Marx, Lenin, Gramsci. È questo il motivo, per cui negli USA esistono due partiti che rappresentano i medesimi interessi di classe; votare la sinistra (democratici) o la destra (repubblicani) non comporta nulla di concreto dato che entrambi i partiti seguono gli interessi della Borghesia Imperialista. Se in Europa, per via dello sviluppo della lotta di classe, lo Stato ha mediato fra le classi antagoniste (borghesia, proletariato e ceti medi), negli USA lo Stato è, senza mediazioni e in maniera esplicita, al servizio del Capitale. L’imperialismo americano si basa sull’imposizione a livello planetario di questo modello.

 

Uno degli obiettivi degli imperialisti con la cosidetta globalizzazione è quello di prendere/rubare ai popoli coloniali e semicoloniali le loro risorse; quindi, allo stato attuale, una lotta anticapitalista conseguente è legata allo sviluppo della contraddizione tra imperialismo e popoli oppressi.

 

Non solo nei paesi imperialisti occidentali ci sono dei monopoli, ma anche nelle periferie, alcuni sono pubblici, altri privati: in Russia, ad esempio, con Putin c’è un capitalismo corporativo, che si pone l’obiettivo di restituire allo Stato quel ruolo che era andato perso dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il governo dittatoriale di Eltsin. Nonostante ciò, il ruolo dello Stato nelle periferie è molto diverso rispetto a quello delle metropoli imperialiste; se nelle metropoli le oligarchie, dettano legge, nelle periferie le classi dominanti legate all’imperialismo occidentale godono di pochi consensi e potrebbero subire durissimi colpi se si sviluppassero processi rivoluzionari antimperialisti e anticapitalisti guidati da partiti comunisti e se si formassero blocchi egemonici nazionalpopolari (come è avvenuto in paesi come il Venezuela, o il Nepal).

 

Proviamo a sviluppare il rapporto che c’è tra l’ideologia democratica e il socialismo.

 

Il pensiero di Marx nasce in Occidente e si confronta con le problematiche classiche del capitalismo (polarizzazione delle ricchezze, nascita del proletariato industriale, prime rivolte operaie come il luddismo ecc.). Parlare di difesa della sovranità nazionale, dalla fine dell’ottocento – quando il capitalismo entrava nella sua fase imperialista – è sempre stato un non senso, perché sono i grandi Stati che privano quelli piccoli (coloniali e semicoloniali) delle loro risorse. I movimenti separatisti, se non agiscono in un prospettiva antimperialista, pongono solo problemi di confine, e spesso e volentieri sono appoggiati dall’imperialismo egemone per spappolare che perseguono un politica estera e interna autonoma. Così è stato in Unione Sovietica, in Jugoslavia e così gli Stati Uniti vorrebbero fare in Cina, dove la CIA sostiene economicamente (e militarmente) le mafie tibetane. Le cose cambiano radicalmente per i movimenti anticoloniali.

 

I movimenti anticoloniali (che nascono fra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento) lottavano per l’indipendenza nazionale, direttamente contro i maggiori Stati imperialisti (Francia e Inghilterra e Stati Uniti dopo). Più i colonizzatori aumentavano la repressione dimostrando la loro indisponibilità a fare concessioni politiche, più i colonizzati diventano battaglieri, ricorrendo alla lotta armata, formando movimenti di classe e, nel migliore dei casi producevano una cultura alternativa per avviare una decolonizzazione culturale (su ciò si sono delle pagine indicative nell’opera di Fanon I dannati della terra, dove descrive la letteratura di battaglia).

 

L’Imperialismo contemporaneo è tutto il contrario di ciò che aveva prospettato Toni Negri. Se è vero che l’economia mondiale tende a far sparire i confini nazionali, questo.

 

In linea teorica potrebbero mettere freno ai mercati. Per questo motivo, negli USA come si diceva prima, è in vigore una vera e propria religione laica del profitto.

 

Passiamo al problema delle tecnocrazie nelle metropoli imperialiste. Esse hanno in comune con le precedenti dittature fasciste e militari (come in Grecia nel 1967 e in Cile nel 1973) la difesa degli interessi capitalisti. Ma ci sono delle differenze importanti. La giunta militare in Grecia e Mussolini in Italia, avevano assunto il potere con la forza e la violenza, aveva messo al bando tutti i partiti all’opposizione, aveva schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti. All’attuale dittatura “tecnocratica” è consegnato il potere dalla Borghesia Imperialista con una forma di “transizione pacifica” almeno nella fase attuale. A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi hanno conservato le facciate elettorali, svuotano di contenuti e mutilate, come entità certificate e senza obiezioni per offrire una sorte di “pseudo-legittimazione”. Che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe dei cittadini che ci credono nel sistema (gli elettori). Infatti, non è un caso che dal primo giorno del governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti, organizzati in Italia denunciavano “il governo dei banchieri”, mentre in Grecia, lo slogan che ha salutato il fantoccio Papademos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”. Le dittature precedenti avevano iniziato il loro corso come Stati di polizia, che arrestavano tutti i loro oppositori prima di perseguire le loro politiche a favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro dei proletari, con il consenso parlamentare, e poi di fronte alla resistenza procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno Stato di polizia (partendo dall’attacco al diritto di sciopero), mettendo in pratica un governo da Stato di polizia incrementale.

 

Detto questo è bene riflettere su due esempi storici molto complesse, i quali, con eloquenza, rendono visibile il filo nero che lega fascismo e tecnocrazie.

 

  • Nel 1926, in Portogallo, una dittatura guidata dal generale Carmona mette fine alla repubblica. Il portafoglio delle finanze è offerto all’economista conservatore Antonio Salazar che lo lascia dopo tredici giorni. Nel 1928 Salazar rientra nel governo con pieni poteri e le sue ricette economiche contengono la spesa e riportano il bilancio dello Stato in attivo. Nel 1932 Salazar è nominato Presidente del Consiglio e promulga una nuova Costituzione in cui si teorizza un’Estado Novo (Stato Nuovo). È l’inizio del fascismo portoghese ispirato, alla dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Salazar rimase al potere fino al 1968, anno della sua morte, (la dittatura fino al 1974) e trasformò il Portogallo in uno Stato subordinato agli Stati Uniti. Il Portogallo, nel periodo 1928-1932 dai successi di un governo tecnico si è posto le basi per l’instaurazione di un regime fascista.
  • Nel 1985, in Bolivia, Victor Paz, dopo aver vinto le elezioni, fece proprio il programma di Banzer, il dittatore uscente, applicando le ricette liberiste dell’economista statunitense (ed ex keynesiano, e poi ammiratore del consulente di Pinochet, Milton Friedman) Jeffrey Sachs. Le conseguenze furono disastrose: l’industria di Stato fu svenduta alle multinazionali straniere, i salari diminuirono vertiginosamente (scesero dal 40% al 70%), la disoccupazione aumentò e, tutto questo, fu accompagnato da norme liberticide che davano pieni poteri alle forze dell’ordine nel reprimere i movimenti sociali. La Bolivia ebbe, con la benedizione di Washington, il suo Pinochet, questa volta a seguito di elezioni democratiche. In questo caso il ricorso all’autoritarismo è stato preceduto dalle elezioni democratiche; solo dopo le libertà civili sono state abolite. L’imperialismo non si affida più solamente a squadracce nere o a colonelli del tipo di quelli greci o latinoamericani, ma trova nei tecnici i migliori interpreti delle sue esigenze (cosa che fu sistematizzata nei documenti della Commissione Trilaterale). La Bolivia fece da cavia per una nuova forma di autoritarismo che cammina di pari passo con la democrazia formale.

 

Nel febbraio 1982 Margaret Thatcher descrisse l’economia cilena, sotto Pinochet un ottimo risultato acquisito. L’economista Von Hayek consigliò al Primo Ministro britannico di applicare le shock economy anche in Inghilterra ma ebbe questa risposta su cui vale la pena soffermarci: “Sono certa che converrà con me che, in Gran Bretagna, con le nostre istituzioni democratiche e la necessità che, in Gran Bretagna, con le nostre istituzioni democratiche e la necessità di un elevato margine di consenso, alcune misure adottate in Cile risulterebbe del tutto inaccessibili. La nostra riforma dovrà essere in linea con le tradizioni e la nostra Costituzione. A volte il processo sembrerà dolorosamente lento”.[18]

 

La shockterapia non applicabile allo stesso modo dei pasi coloniali e semicoloniali, in un paese dove il popolo è chiamato a pronunciarsi sul programma politico dei suoi governanti.

 

Le politiche imposte in America Latina erano molto difficili in Europa almeno, restando dentro il quadro di una normale democrazia borghese. Quindi gli economisti di Chicago, dovettero utilizzare, per i Paesi occidentali una strategia diversa.

 

Nel 1982 l’Inghilterra entrò in guerra contro l’Argentina governata dai militari per il controllo delle isole Falkland. L’operazione prese il nome di Operation Corporate quasi come fosse un preludio di quello che, da lì, Margaret Thatcher avrebbe fatto in patria.

 

Il conflitto armato con l’Argentina si concluse con la vittoria schiacciante dell’Inghilterra (una potenza imperialista, quindi, che surclassa un paese semicoloniale) e questo diede alla, ribattezzata lady di ferro, i consensi sufficienti per vincere le elezioni che si tennero in quello stesso anno.

 

Nel 1984 ci furono degli scioperi dei lavoratori delle miniere di carbone. La Tatcher sull’accaduto, lasciò queste dichiarazioni: “Nelle Falkland abbiamo dovuto combattere il nemico esterno, e ora dobbiamo affrontare il nemico interno, che è molto più difficile ma altrettanto pericoloso per la libertà[19]”.

 

I lavoratori britannici erano diventati nemici interni da sbaragliare a tutti i costi e in tutti i modi. Furono mandati ben 8.000 poliziotti in squadra antisomossa che provocarono oltre 700 feriti all’inizio (numero che poi salì a diverse migliaia).

 

La Tatcher stava combattendo una guerra per conto della Borghesia Imperialista inglese, una guerra di classe contro i lavoratori britannici (e nello stesso tempo guadagnare consenso elettorale).

 

   In un uscita che poi divenne famosa Milton Friedman affermò che “solo una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Quando quella crisi si manifesta, le azioni intraprese dipendono dalle idee che sono in circolo. Questo, io credo, è la nostra funzione basilare: sviluppare alternative a politiche esistenti, tenerle e a disposizione finchè il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile”. In questa frase c’è quella che per le nostre classi dominanti è la ragion d’essere delle tecnocrazie: il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile.

 

Quindi è necessario un governo che imponga l’austerità (che significa lacrime e sangue i ceti subalterni) in nome del mercato (eufemismo per dire capitalismo e le sue leggi oggettive) che è al di sopra di ogni cosa.

 

 

PROSPETTIVE

 

 

La compagna Ulrike Meinhof, al processo di Stammhein, il 21 agosto 1975 descrisse così la situazione del proletariato occidentale: “il proletariato nelle metropoli imperialiste organizzato schedato e controllato in tutte le manifestazione della sua vita, dal capitale attraverso gli apparati ideologici dello Stato, dei sindacati e dei partiti – non può costituirsi in classe per sé entro un quadro nazionale”. Sarebbe da aggiungere che se non si combatte lo sciovinismo, il razzismo e la xenofobia difficilmente, si raggiunge una coscienza di classe, che bisogna trasformare la realtà esistente. Ulrike continua “…nella completa compenetrazione di tutti i rapporti dell’imperialismo attraverso il mercato e del processo di statalizzazione della società, attraverso gli apparati statali repressivi ed ideologici non esiste nessun luogo e nessun tempo dove tu potresti dire qui io parto”. In sostanza la lotta contro il capitalismo può per noi comunisti che lottiamo in un paese imperialista cominciare nelle metropoli ma si allargare su scala internazionale.

 

Perciò diventa strategico creare delle reti antimperialiste che si pongano l’obiettivo di:

 

  • Sostegno alle guerre popolari in atto come in Perù, India, Filippine, Bangladesh, Turchia,  ecc.
  • Sostegno alle resistenze antimperialiste come quella palestinese, libanese, irachena e

afgana.

  • Sostegno ai paesi aggrediti dall’imperialismo.
  • Sostegno delle lotte indipendentiste nei paesi europei: Corsica, paesi baschi, Irlanda del nord ecc.

 

Ma tutto questo è vano se contemporaneamente non si conduce una battaglia politica e ideologica contro il revisionismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Attraverso la ripetizione, ciò che inizialmente appariva come un accidente e possibile, diventa qualcosa di reale e consolidato (G.W.F. Hegel).

 

[2] Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, Milano 1982, pp. 111-112; il libro significativamente fu letto da chi aveva a che fare con i fenomeni politici e sociali di massa, da Mussolini a Lenin, oltre che dalle polizie di tutti paesi.

 

[3] Edward L. Bernays, Propaganda, 1928.

 

[4] Herman, Edward S. and Chomsky, Noam. Manufacturing Consent: the Political Economy of the Mass Media. New York: Pantheon Books, 1988, traduzione italiana La fabbrica del consenso, Marco Tropea Editore, 1998.

 

[5] Quest’alleanza con intellettuali provenienti dall‘esperienza comunista aveva preceduto la cosiddetta Guerra Fredda: il pittore di affreschi Messicano Diego Rivera fu patrocinato da A. B. Rockefeller, ma la loro collaborazione ebbe bruscamente termine quando Rivera si rifiutò di ritirare un ritratto di Lenin da una scena di massa dipinta sui muri del Rockefeller Center nel 1933.

 

[6] Intervista con Steve Adubato, Fox News, 26 Dicembre 2002.

 

[7] New York Time, 16 dicembre 2002.

 

[8] Sunday Times, Londra 5 gennaio 2003.

 

[9] http://www.state.gov/r/

 

[10] Walter Lippmann (1889 – 1974). Giornalista statunitense. Per 32 anni (dal 1931 al 1963) ha analizzato i fatti internazionali nella rubrica Today and Tomorrow dell’Herald Tribune di New York. Vinse due premi Pulitzer (nel 1958 e nel 1962).

 

[11] http://www.altrainformazione.it/wp/2009/07/11/come-gli-inglesi-utilizzano-i-media-per-la-guerra-psicologica-di-massa/

 

 

[12] Bernays è noto per aver elaborato la pubblicità di Madison Ave sfruttando le teorie freudiane di manipolazione psicologica.

 

[13] Tutta la teoria psicologica del Tavistock (come anche quella freudiana) muove dalla concezione dell’uomo come bestia dotata di pensiero. Il Tavistock sostiene che la creatività derivi unicamente da impulsi nevrotici o erotici sublimati e vede l’uomo come una lavagna su cui disegnare e ridisegnare le proprie “immagini”.

 

[14] http://www.altrainformazione.it/wp/2009/07/11/come-gli-inglesi-utilizzano-i-media-per-la-guerra-psicologica-di-massa/

 

[15] Si tratta di una concezione simile a quella espressa da Rees nel suo libro The Shaping of Psychiatry by War, in cui si parla della creazione di un gruppo elitario di psichiatri che dovranno garantire, a vantaggio dell’oligarchia dominante, la “salute mentale” del mondo.

 

[16] I nazisti avevano già ampiamente utilizzato la propaganda radiofonica per il lavaggio del cervello come elemento integrante dello Stato fascista. I loro metodi furono osservati e studiati dai ricercatori del Tavistock.

 

[17] Dalla fine della seconda guerra mondiale fino all’inizio della seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale (all’incirca alla metà degli anni ‘70) si ha la seconda fase e nel suo corso si ha.

– La temporanea ripresa dell’accumulazione del capitale a livello internazionale,

– Il “capitalismo dal volto umano” nei paesi imperialisti e la trasformazione delle colonie in neocoloniale (con il loro risvolto politico e culturale, il revisionismo moderno),

– E appunto nei paesi ancora dominati dalla borghesia, il grande sviluppo delle forme antitetiche dell’unità sociale che è la manifestazione, sono la manifestazione sul terreno del capitalismo del carattere collettivo raggiunto dalle forze produttive e dal processo produttivo.

 

[18] La citazione è tratta da Shock economy a pag. 151.

 

[19] Ovviamente la libertà che parla la Tatcher è quella dei capitalisti di agire come meglio gli aggrada per valorizzare il proprio capitale.

 

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~ di marcos61 su giugno 15, 2016.

3 Risposte to “IMPERIALISMO E DEMOCRAZIA NELL’ATTUALE FASE DI DECOMPOSIZIONE DEL CAPITALISMO”

  1. […] via IMPERIALISMO E DEMOCRAZIA NELL’ATTUALE FASE DI DECOMPOSIZIONE DEL CAPITALISMO — Marcos61’… […]

  2. Lo dico da trotskista, questo passaggio è verissimo: Nel libro La CIA e la Guerra fredda culturale si spiega in maniera molto dettagliata come, all‘inizio della cosiddetta Guerra fredda, gli statunitensi e i britannici dettero inizio a un‘importante operazione clandestina destinata a finanziare intellettuali anticomunisti. L‘elemento fondamentale è che la CIA si concentrò la sua attenzione su alcune personalità della sinistra soprattutto su trotskisti. Un gran numero di queste persone divennero in seguito neoconservatori di primo piano: Irving Kristol, Sidney Hook e Lionel Trilling.

    L’SWP fu fortemente infiltrato così come l’organizzazione di Healy in Uk e lo stesso pablismo puzza di etero-direzione. Dire che Trotsky c’entra nulla con i suoi epigoni è un’ovvietà la sua compagna non a caso si schierò con Peret e Munis immediatamente.

    (Ma visto che la storia si ripete, prima in tragedia ed in seguito in farsa: la mia storia personale probabilmente paga lo stesso dazio. Han cercato di farmi fuori letteralmente. E non è finita…)

  3. Dimenticavo… In Bolivia invece siamo in presenza di un trotskismo limpido e cristallino quello di Lora. E di chi nel 1952 la rivoluzione ha provato a farla davvero…

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