DRONI “SOFT”

 

   Molto Probabilmente siamo vicini a scoprire al “mistero” dei droni visti in alcune città italiane, tra le quali Roma.

Premessa indispensabile a questo discorso, d’ora in poi dovremo abituarci all’assalto dei droni nella nostra vita di tutti i giorni. Il problema sorge dal fatto che le regole sono ancora in embrione mentre i pericoli di un’invasione fuori controllo sono sempre più tangibili e realistici. I rischi connessi al loro utilizzo vanno dall’incidente dovuto a una caduta accidentale, causata magari dall’imperizia del proprietario, fino all’invasione della privacy. E non esistono, tra l’altro, polizze assicurative capaci di coprire tutti i potenziali pericoli dell’uso di massa di questi giocattoli volanti.

Alcune indicazioni sul futuro che ci attende, le ha per la prima volta raccolte la Marsh, società che si occupa di gestione dei rischi.[1] L’utilizzo di questi mezzi per scopi civili sta crescendo in maniera esponenziale e si prevede un vero e proprio boom, con un giro di affari per il settore pari a 82 miliardi di dollari, entro 10 anni. Nello stesso periodo un mezzo volante su dieci non sarà più pilotato da uomini. Motivo in più per correre ai ripari e prepararsi a un cielo popolato da ufo (nel senso di oggetti volanti che la maggior parte della popolazione non ha idea minimamente di chi sono e a quali scopi abbiano) che sono capaci di seguire i comandi dettati da terra.

Ma nuvole di droni pronte a invadere le città, rischiano di complicare la quotidianità dello spazio sopra le nostre teste fino a diventare, in alcuni casi, un pericolo. L’ottimismo iniziale, la visione da bambini alle prese con un nuovo gioco, l’approccio da nerd al fenomeno, segna il passo. La sveglia l’ha suonata un ingegnere indiano che ha candidamente ammesso di aver creato il primo “virus” in grado di prendere il comando di un drone.[2] Un malware – denominato Maldrone[3] – capace di hackerare il mezzo cambiandone la destinazione o facendolo sparire dalla vista del legittimo proprietario. O peggio, prendendone i comandi per dirigerlo su obiettivi sensibili. Fino, magari, ad essere utilizzato come un’arma letale quasi impossibile da neutralizzare.

Per il momento il mondo dei droni è ancora vincolato a norme che ne limitano la diffusione: nel nostro Paese è possibile utilizzarli fino al limite dei 25 chilogrammi di peso mentre a un passo da noi, in Francia, questo tetto è elevato fino ai 150 chili sia per i voli a vista che per quelli da remoto. L’Icao,[4] l’autorità internazionale per l’aviazione civile, sta lavorando a delle linee guida generali alle quali dovranno adeguarsi i Paesi aderenti all’organizzazione entro il 2018. E l’Easa,[5] l’agenzia europea per l’aviazione civile, ha pubblicato uno studio che di fatto anticipa queste norme.    L’Easa, in particolare, distingue tre livelli di operatività: il primo denominato Open, è riservato ad azioni con droni a basso rischio. In questo caso non sarà necessario richiedere permessi alle autorità aeronautiche. I limiti previsti sono: massimo 500 metri di ampiezza delle operazioni e altezza massima di 150 metri. Sarà però vietato l’uso in aree a rischio sicurezza o nei dintorni degli aeroporti. Il secondo livello messo a punto è stato soprannominato Specific, e sarà riservato a operazioni più rischiose per le persone. Queste attività dovranno essere preventivamente autorizzate dalle autorità aeronautiche. Infine il livello più alto e quindi quello per il quale sarà più difficile accedere è il Certified che riguarderà tutti i movimenti più rischiosi, paragonabili per questo a quelli che oggi rientrano nei voli “guidati” e quindi guidati direttamente dall’uomo. In questi casi occorrerà ottenere preventivamente una speciale certificazione che, di fatto, associa la possibilità di utilizzo dei droni più grandi e complessi a quella di un vero e proprio aereo con pilota a bordo.

E in effetti, non ci sono stati solo dei voli a bassa quota che hanno spaventato le persone a terra, ma alcuni sono caduti.

Il 29 giugno 2014, una folla di giovani spensierati e contenti, affolla il porto di Rimini, per la consueta manifestazione del Molo Strate. Luci e musica riempiono la serata, ma non solo, il ronzio tipico di un drone riesce a farsi sentire sopra alla testa dei giovani, alla migliaia di giovani che non pensano altro che a divertirsi, forse qualcuno fuma e qualcun altro sicuramente beve, perché è proprio con una bottiglia che il drone che stava riprendendo sicuramente troppo da vicino l’evento viene colpito e precipita al suolo. [6]

Uno scenario incredibile, non si capisce se sia più incosciente chi lancia la bottiglia in aria cercando e poi riuscendo a colpire il velivolo a pilotaggio remoto o chi svolge “professionalmente” il proprio lavoro.

I droni sono un potenziale business: il giro d’affari in Italia è già di 350 milioni di euro, un valore tale che, suddiviso per ogni azienda coinvolta, si traduce in un fatturato medio di 700 mila euro, con le aziende più grandi da 500 mila euro l’anno concentrate essenzialmente nel Centro Italia. Non parliamo tuttavia dei soli modelli a quattro o più eliche, sono numerosi anche i modelli terrestri e acquatici, utili in situazioni di pericolo come pericoli frane, valanghe e perfino disinnesco di ordigni. Quelli d’acqua sono impiegati invece per il monitoraggio delle acque, come fa la stessa Arpa in Umbria per il controllo della salute del lago Trasimeno. Queste due varianti rappresentano al momento quasi il 10 percento dei droni totali ma sono in crescita.[7]

Tra tutte le aziende impegnate nel settore, il 53% si occupano della produzione e assemblaggio, il restante 47% è invece impegnato nella produzione di componentistica e distribuzione.

In sostanza questa proliferazione dell’uso dei droni in tutti i campi (industriale, poliziesco e per puro divertimento) non può non preoccupare. Nn solo per l’invadenza ma anche per i possibili incidenti.

Anche il presidente di Roma Drone Conference, Luciano Castro, è preoccupato: “Con l’eccesso sregolato di droni in volo, sta crescendo in Italia il rischio che prima o poi succeda davvero qualcosa di brutto”, [8] e continua “C’è un paradosso da una parte il settore dei droni è floridissimo e mostra un’effervescenza industriale. Dall’altra c’è tanto “sommerso”, ad esempio nei filmini aerei dei matrimoni, che penalizza chi sta nelle regole e l’illegalità diffusa nuoce alla sicurezza”. C’è qui l’utopia di un capitalismo “regolato” dove l’etica va d’accordo con gli affari. Luciano Castro sembra dimentica che la legge fondamentale nella nostra economia è quella del massimo profitto e tutto il resto è relativo.

 

 

[1] http://italy.marsh.com/

 

[2] http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/06/29/news/droni_mania-117132428/

 

[3] http://securityaffairs.co/wordpress/32767/hacking/maldrone-malware-for-drones.html

 

[4] http://www.icao.int/Pages/default.aspx

 

[5] https://www.easa.europa.eu/

 

[6] http://www.dronezine.it/10357/una-inchiesta-aperta-dalla-procura-per-il-drone-precipitato-sulla-folla/

 

[7] http://www.hdblog.it/2015/09/24/Mercato–droni-in-Italia-350-milioni-euro/

 

[8] L.G., Droni “soft” per voli sulla folla, Metro, giovedì’ 29 ottobre 2015.

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~ di marcos61 su ottobre 29, 2015.

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