SULLA CRISI ATTUALE: VERSO IL CROLLO DEL CAPITALISMO?

 

 

 

 

 

 

La crisi attuale (con relativi fallimenti bancari, salvataggi ecc.) ha origine dalla sovrapproduzione assoluta di capitali, vale a dire che c’è del capitale in eccesso per il quale non vi è possibilità di valorizzazione, ovvero di impiego redditizio.

Marx aveva previsto la sovrapproduzione di capitale: “…la sovrapproduzione assoluta di capitale non è una sovrapproduzione assoluta di mezzi di produzione. Essa è solo una sovrapproduzione di mezzi di produzione, in quanto questi operano come capitale e devono, perciò, in proporzione al valore accresciuto che deriva dall’aumento della loro massa, valorizzare questo valore, creare un valore supplementare.

   E tuttavia si tratterebbe sempre di sovrapproduzione, perché sarebbe incapace di utilizzare il lavoro a quel grado di sfruttamento che è richiesto dallo sviluppo “sano”, “normale” del processo capitalistico di produzione a quel grado di sfruttamento che accresce se non altro la massa di profitto parallelamente alla massa accresciuta del capitale impiegato e non consente che il saggio del profitto disunisca nella stessa misura in cui il capitale cresce, o che la diminuzione del saggio di profitto sia più rapida dell’aumento di capitale.

Sovrapproduzione di capitale non è altro che sovrapproduzione di mezzi di produzione – mezzi di lavoro e di sussistenza – che possono operare come capitale, ossia essere impiegati allo sfruttamento degli operai ad un grado determinato, poiché la diminuzione del grado di sfruttamento al di sotto di un livello determinato provoca delle perturbazioni e delle paralisi nel processo capitalistico di produzione, crisi, distruzioni di capitali.” (Marx, Il Capitale, libro 3°, cap. 15).

La speculazione, che politici, economisti borghesi e giornalisti “specializzati” attribuiscono la causa dei guai per l’economia,è in realtà un fenomeno complementare alla sovrapproduzione assoluta di capitale.

E se guardiamo lo sviluppo del capitalismo dal dopoguerra fino ad oggi, ci sono numerose conferme a questa tesi.

Il venir meno della redditività dell’investimento “normale” ha spinto il sistema capitalistico verso una più spiccata finanziarizzazione dell’economia. È così che masse crescenti di capitali vengono mantenute in forma liquida; capitali erratici enormi, fuori dal controllo delle banche centrali e degli organismi internazionali, che si valorizzano fagocitando i capitali più deboli, senza che ovviamente in questo processo si crei nuova ricchezza. Da d-m-d’ si passa a d-d’.

 

 

 

 

 

Sviluppo e crisi del capitale a partire dal secondo dopoguerra

 

  

I tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale, definiti i “trenta gloriosi” da Jeane Fourastiè,[1] furono per il capitalismo un periodo di straordinario sviluppo. Tra il 1950 e il 1973, nei dodici paesi dell’OCSE, il tasso di crescita fu mediamente del 4,9% annuo contro il 2,9% del periodo 1900/1913 e il 2 % del periodo 1913-1945, portando il tasso di disoccupazione al 3,5% complessivo. Il volume del commercio mondiale raggiunse nel 1973 il 500% di quello precedente il “venerdì nero” che aveva bruscamente interrotto gli “anni ruggenti”.[2] La produzione di manufatti del 1970 era dieci volte più alta che nel 1950.[3]

Certo, ad un’analisi dettagliata, il periodo si dimostra non indenne da fasi di rallentamento o anche di recessione, che erano però blande e di breve durata. Nel complesso, senza ombra di dubbio, la capacità di ripresa del capitalismo dopo la “grande depressione” del 1929 stupì persino i suoi apologeti, [4] gran parte dei quali erano convertiti alle dottrine keynesiane di incentivazione del deficit di bilancio e pronti a giurare che il welfare state (che nel secondo dopoguerra arrivò a una compiuta realizzazione in gran parte dei paesi imperialisti) fosse una componente essenziale dello sviluppo e della stabilità del sistema.

I vari manuali di storia e economia hanno detto che furono le politiche economiche keynesiane (in particolare negli USA con le politiche attuate dal New Deal) che posero fine alla “grande depressione” degli anni ’30. Ora, se veramente queste politiche vi hanno posto fine, sarebbe provato che i governi possono con politiche economiche adeguate, porre fine e quindi anche a impedire le crisi e quindi dirigere il movimento economico delle società borghesi. I trent’anni disviluppo economico successivi alla seconda guerra mondiale sembravano confermarlo.

In realtà, l’Europa e tutto il mondo capitalista uscirono definitivamente dalla depressione degli anni ’30 solo in seguito allo scatenarsi della seconda guerra mondiale. Certo se si considera la seconda guerra mondiale, come una parentesi di follia scatenata dal demonio senza premesse negli anni precedenti conseguenze negli anni successivi, acquista verosimiglianza la tesi che le politiche economiche degli stati, illuminati dalle dottrine di Keynes e seguaci, dirigevano felicemente il processo economico.

Questo trentennio di sviluppo fu alimentato da uno straordinario aumento della produttività e del capitale costante rispetto al capitale variabile, tutto ciò sembrava smentire l’ottimismo dei rivoluzionari degli anni ’20 e ’30 che avevano pensato di trovarsi nella fase terminale della vita del regime borghese. Lo sviluppo economico del dopoguerra, rendeva evidente che le interpretazioni sempliciste del “crollo” del capitalismo avevano fatto il loto tempo: per esempio era difficile sostenere, come la Luxemburg, che il capitalismo poteva sopravvivere solo a patto di espandersi verso l’esterno, distruggendo le economie precapitalistiche.

È vero che malgrado la decolonizzazione molte aree del mondo erano ben lontane dalla produzione industriale, ma era d’altra parte vero che il mercato capitalistico si era complessivamente espanso molto più in profondità, all’interno del ristretto numero dei paesi metropolitani, creando una serie di nuovi bisogni, di nuovi consumi, di nuovi stili di vita: i 40 milioni di automobili del 1948 erano divenuti nel 1971, a livello mondiale 250. Nel 1946 iniziava l’era della televisione (il primo modello risale al 1933), quello della plastica nel 1957. Degli anni ’40 sono anche le prime lavatrici. Intanto i progressi nel campo medico (la penicillina è del 1928) portavano a un considerevole aumento della vita media (17 anni tra il 1930 e il 1969), cui si sommavano gli effetti del baby boom. In relazione a questa crescita di quella che fu definita “società dei consumi”, gli adolescenti divennero una componente stabile del mercato, un target, e i giovani in generali una componente della cosiddetta “opinione pubblica”. Intanto l’istruzione si “massificava”, e si diffondevano nuovi stili di vita, come ad esempio la musica urbana di massa

La stessa struttura della popolazione attiva si era modificata radicalmente: ora nei grandi paesi industriali gli addetti all’agricoltura erano scesi ovunque sotto il 10% del totale,[5] controbilanciati, dapprima da un aumento degli addetti nell’industria, ma successivamente da uno straordinario incremento dei servizi. Ora le donne assumevano un ruolo mai visto prima nella vita economica (tra il 1940 e il 1980 le lavoratrici americane passarono dal 14 al più 50% della popolazione femminile, a fine millennio siamo ormai giunti al 71%.

Complessivamente, il secondo dopoguerra vide la potente affermazione di quella fase della produzione capitalistica che è stata chiamata “taylorismo” o “fordismo”. In senso stretto, si trattò dell’analisi minuziosa e scientifica del processo di produzione industriale, reso possibile dalla meccanizzazione, concretizzatosi nella grande fabbrica e nel sistema della catena di montaggio. In senso più ampio, tale sistema comportava tutta un’organizzazione della vita sociale che fosse funzionale al modo di produzione così congegnato. I grandi vantaggi della fabbrica fordista, per essere mantenuti, richiedevano grandi concentrazioni residenziali di braccia disponibili, servizi quali trasporti, asili e mense che risolvessero alcune incombenze sociali e famigliari delle maestranze, sincronizzazione dei tempi sociali a quelli dell’utilizzo degli impianti. La rigidità degli impianti industriali quanto all’utilizzo della forza lavoro, che doveva essere mantenuta costantemente al di sopra di un certo livello minimo, richiedeva l’impianto di una macchina di assistenza sociale.

Tali trasformazioni, mentre confermavano l’estendersi della condizione di lavoratori salariati a strati sempre più ampi della popolazione,[6] liquidavano le interpretazioni volgari del marxismo, spesso assunte per buone proprio dai suoi avversari per poterlo smentire. Innanzitutto quella per cui nel suo corso il regime del capitale avrebbe accresciuto in assoluto la miseria della classi lavoratrici. In realtà Marx, nel formulare la sua legge della miseria crescente aveva inteso dimostrare che, pur storicamente aumentando in termini assoluti, il consumo, la quota di ricchezza destinata al proletariato decresceva a paragone della ricchezza generale prodotta. Miseria relativa dunque, e non assoluta, da non raffrontare all’andamento dei profitti, i quali tendono a diminuire in percentuale del capitale complessivo, e ai valori complessivamente prodotti.

Malgrado la straordinaria floridezza economica di quelli che furono definiti “gli anni doro” le contraddizioni del capitalismo sembravano affievolite. Ma non era così. Mentre nei ghetti americani si sviluppava il movimento nero composto in gran parte da proletari, i grandi cambiamenti sociali innescati dallo stesso sviluppo verso la fine degli anni ’60 in movimenti peculiari: gli studenti e i giovani americani dettero il segnale di partenza a un movimento internazionale che sintetizzava una serie di spinte sociali e culturali: l’opposizione alla guerra del Vietnam, una critica ai valori tradizionali della società e della cultura occidentale, la rivendicazione dell’estensione e dell’allungamento del diritto all’istruzione, della parità fra le razze ed i sessi, una reazione contro la dequalificazione dei titoli di studio e del lavoro intellettuale.

Nell’insieme queste rivendicazioni e questi movimenti, anche quando facevano uso di una fraseologia che era presa in prestito dalla tradizione del movimento operaio, rimanevano sul terreno di una radicalizzazione democratica compatibile ad una società capitalistica matura, con i suoi bisogni di estendere l’istruzione, di sfruttare la forza lavoro indipendentemente dalla razza e dal sesso, in un quadro dunque di eguaglianza giuridica. Ed in effetti il movimento, anche se non ha fatto, come pretendeva di voler fare, “la rivoluzione”, ha indubbiamente soddisfatto una parte dei presupposti: l’allargamento dell’istruzione, l’accesso delle classi medie istruite ad alcuni ruoli nel campo dell’istruzione, della politica, del giornalismo, la riforma del codice di famiglia, la liberalizzazione dei costumi sessuali, il diritto al divorzio e all’aborto. L’accusa che spesso viene rivolta ai leaders di questi movimenti, di aver rinnegato il proprio passato per inserirsi nelle leve del potere, non tiene conto della natura piccolo borghese di questi movimenti.

A cavallo tra gli anni ’60 e ’70 ci fu un risveglio della lotta operaia, benché di carattere prevalentemente tradunionista e sostanzialmente sotto il controllo delle organizzazioni sindacali riformiste, rappresentò un fenomeno storicamente importante, che interessò larga parte dell’Europa. Secondo lo storico inglese R. Lumley, lo sciopero generale del maggio ’68 in Francia fu la prima mobilitazione operaia della storia quanto a numero di ore di lavoro mentre l’autunno caldo italiano ne fu la terza, dopo lo sciopero generale del 1926 in Gran Bretagna.[7] La lotta della classe operaia di quegli anni, mentre smentiva l’illusione che il capitalismo potesse assicurare una perenne pace sociale, era la conferma dell’ineluttabilità futura dello scontro tra classe operaia e capitale, permetteva al proletariato di accedere per proprio conto a parte del benessere sociale e della ricchezza generale, consolidando quella condizione di vita che sembrava tipica del proletariato occidentale e che per molti anni è parsa irrinunciabile: garanzia del posto di lavoro, leggi di tutela dei diritti sindacali, salari relativamente elevati, assistenza medica e ferie pagate e così via.

L’asprezza dello scontro contro le vecchie forme del potere da un lato, e col padronato dall’altro, permisero il recupero (certamente minoritario) di un legame con le esperienze rivoluzionarie passate del movimento operaio, però i movimenti sociali degli anni ’60 e ’70 finirono per favorire il ricambio delle dirigenze politiche e sindacali, una maggiore capacità da parte del sistema di gestire “democraticamente “il potere, una modernizzazione della società borghese tale da renderla definitivamente matura.

La classe operaia scavalcando le dirigenze sindacali e politiche, dette vita a specifiche forme organizzative, come i consigli di fabbrica.

Una lezione di questo periodo è la capacità di recupero mostrata dai sindacati ufficiali, che proprio grazie ai movimenti che in quegli anni li misero in discussione seppero rigenerare le proprie strutture e rinnovare le proprie dirigenze.

Già dalla prima metà degli anni ’60, cominciava a indebolirsi la posizione economica degli U.S.A.

Questo fatto era determinato da un lato dalla concorrenza della Germania e del Giappone, dall’altro si veniva formando, attraverso lo sfruttamento dei propri operai, una massa enorme di capitali (gli “eurodollari”) che non venivano reinvestiti nel ciclo produttivo ma che cercavano altre fonti di guadagno fuori dalla produzione.

La formazione del cosiddetto mercato finanziario degli eurodollari, nato da un surplus di dollari Usa depositati all’estero alla metà degli anni ’60 … questo mercato è cresciuto dai 50 mld di dollari del ’73 ai 2000 mld di dollari del ’87, avvicinandosi alla quantità di denaro presente negli Stati Uniti. Il volume degli eurodollari è cresciuto ad un tasso di circa il 25% annuo negli anni ’70, rispetto ad un aumento della liquidità del 10% negli Usa e rispetto ad una crescita del volume del commercio estero del 4%”. (Harvey, La crisi della modernità, 1997).

Tali capitali erano depositati in dollari di proprietà di capitalisti non residenti negli U.S.A. (risultanti generalmente da pagamenti in dollari di esportazione negli U.S.A.), depositi che erano raccolti e gestiti da banche situate fuori dagli U.S.A.; essi potevano spostarsi da una moneta (ad. es. la sterlina) all’altra (ad. es. i franchi svizzeri) senza dover sostare alle regole del sistema monetario, creditizio e finanziario dei singoli Stati.

Questi capitali con i loro spostamenti alla ricerca di guadagni speculativi sui cambi tra le monete, vanificarono le manovre di credito del governo USA sul finire degli anni ’60 e misero definitivamente in crisi il sistema monetario internazionale tracciato nel 1944 a Bretton Woods.

Il sistema che si era creato a Bretton Woods dagli Stati imperialisti vincitori era basato:

  • sulla convertibilità del dollaro in oro a prezzo fisso;
  • sulla convertibilità a cambio fisso tra le monete e il dollaro;
  • sull’azione congiunta tra le autorità monetarie dei maggiori paesi imperialisti.

Il sistema di Bretton Woods dalla fine degli anni ’50 aveva iniziato a diventare una camicia sempre più stretta per il movimento economico reale delle società borghesi.

Il declinare del tasso di profitto spingeva naturalmente ogni capitalista a ridurre i costi, ad aumentare i prezzi di vendita come mezzo con cui ogni singola frazione di capitale manteneva o aumentava il suo profitto.

La struttura monopolista dell’economia, i sistemi di regolamentazione e gli interventi pubblici nell’economia creavano un terreno favorevole al dispiegarsi di questa spinta perché anche se non la impedivano del tutto, ostacolavano però l’entrata in campo di nuovi concorrenti che puntassero sulla vendita a prezzi stracciati.

Per il dispiegarsi di questa spinta occorreva la creazione dei mezzi di pagamento.

A questo provvederanno i rapporti monetari instaurati dagli accordi di Bretton Woods. Essi:

  • conferivano un significato puramente nominale al contenuto aureo delle monete diverse dal dollaro e quindi alla loro convertibilità diretta in una merce con un valore proprio: le rispettive Banche Centrali erano tenute solo a mantenere stabile il cambio con il dollaro, non convertirlo in oro o con un’altra merce;
  • limitava anche il significato economico del contenuto aureo del dollaro: le autorità monetarie U.S.A erano tenute a cambiare i dollari-carta in oro su richiesta delle Banche Centrali.

Nel 1971, gravati da un enorme deficit della bilancia dei pagamenti (conseguente al loro indebolimento sui mercati internazionali e al deficit dello Stato amplificato dalla guerra in Vietnam), gli Usa decretarono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro (di fatto sospesa da tempo), allo scopo di: promuovere la svalutazione del dollaro e, di conseguenza, un alleggerimento automatico del deficit di bilancia dei pagamenti; far riacquistare competitività alle merci americane, facendo gravare l’inflazione sugli altri paesi capitalisti; indurre una parziale svalorizzazione delle riserve in dollari dei paesi concorrenti e degli stessi eurodollari.

Il deprezzamento del dollaro spinse i possessori di grandi capitali monetari (ovvero i capitalisti finanziari) a cercare di garantirsi contro il rischio di possibili perdite attraverso l’acquisto di materie prime, inducendo un generale rialzo dei prezzi, che aprì la strada all’impennata del prezzo del petrolio del dicembre 1973.

Tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974 il prezzo del petrolio si quadruplicò. Il prezzo del petrolio aveva avuto una storia relativamente tranquilla dalla seconda età del XIX secolo fino ai primi anni ’70 del secolo scorso, quando i 6 paesi dell’OPEC[8] raddoppiarono il prezzo medio del petrolio, portandolo a superare i 10 dollari a barile. L’aumento del costo del barile significava da un lato, una fetta più grossa per gli “sceicchi” (ovvero la casta semifeudale dominante nei paesi arabi, per lo più legata all’imperialismo U.S.A.) e dall’altra costi di produzione maggiori per gli europei e i giapponesi, più dipendenti dalle importazioni petrolifere che non gli U.S.A. (le cui merci guadagnarono in fatto competitività nella concorrenza sul mercato mondiale). L’aumento del prezzo del petrolio (quintuplicato in due anni poi raddoppiato nei successivi 8-9 anni) concorse con il ciclo mondiale delle lotte operaie del periodo 1969-72 ad accrescere i costi di produzione dei capitalisti europei e giapponesi nel momento in cui finiva un trentennio di sviluppo e aumentava il bisogno del capitale ad abbassare i costi di produzione.

Iniziò cosi una fase di profonda ristrutturazione dell’economia capitalistica su scala mondiale che si sviluppò su due linee: la ristrutturazione degli impianti produttivi (con l’introduzione di macchinari più sofisticati e il “decentramento produttivo” nelle metropoli imperialiste e con massicci trasferimenti verso i paesi di “nuova industrializzazione”) e la ristrutturazione dei meccanismi della finanza mondiale

Questa ristrutturazione finanziaria marciò su due binari paralleli:

  • la riduzione dell’indebitamento delle imprese nei confronti delle banche, che ebbe come conseguenza la riduzione del pluralismo dei centri di potere economico,
  • la ricapitalizzazione, cioè la possibilità di accrescere il proprio capitale senza ricorre al credito.

Un terreno dove il capitale trovò sfogo (ossia il mezzo per valorizzarsi) furono gli enormi trasferimenti di capitali verso il cosiddetto “Terzo Mondo”, il cui indebitamento nei confronti dei paesi imperialisti crebbe a dismisura. Tutto ciò provocò in questi paesi:

  • dove ci sono state rivoluzioni borghesi riuscite (come l’Algeria) nelle quali si era riuscito, grazie al movimento di massa operaio e contadino, a vincere l’imperialismo e a cominciare a creare un mercato nazionale, per via dei prestiti della finanza internazionale, s’impedì la crescita di un’accumulazione interna. Lo scrutamento imperialista, in questo caso, assunse la forma di prestiti a paesi formalmente indipendenti;
  • la dipendenza economica portò all’eliminazione delle misure statali di protezione sociale (controllo dei prezzi dei beni di prima necessità, prestazioni sociali ecc.);
  • di subordinare su grande scala e in modo irreversibile le primitive strutture agricole esistenti.

Questa nuova colonizzazione dei paesi cosiddetti del “Terzo mondo” (che sarebbe meglio definire paesi dipendenti) è stata facilitata dal fatto che la classe che detiene il potere in questi paesi, è in gran parte la borghesia compradora, cioè la frazione di borghesia strettamente legata agli interessi del capitale straniero e che non può utilizzare a suo piacimento i prestiti erogati. Una conseguenza grandiosa di questa nuova ondata di colonizzazione fu l’avvio dell’emigrazione di massa dalla campagne: dapprima nelle città dei propri paesi e poi nei paesi imperialisti. L’invadenza dei capitali distruggeva per varie vie l’economia agricola primitiva, in larga misura di auto sussistenza. a cui era dedita la maggioranza della popolazione. Questa si riversava nelle città e poi nell’emigrazione in cerca di una vita migliore o semplicemente per sopravvivere. Le attività economiche (agricole, industriali ecc.) che il capitale creava, necessitavano di una manodopera inferiore rispetto a quella che privata delle proprie tradizionali fonti di sussistenza.

Anche all’URSS e agli altri paesi del cosiddetto “blocco socialista” furono erogati prestiti, grazie ad essi questi paesi si inseriscono a pieno titolo nel mercato capitalistico mondiale.

Le economie dei paesi Ocse subirono una seconda battuta d’arresto nel ’80-’81 a causa di un nuovo aumento de prezzo del petrolio, reclamato dalle borghesie nazionali dell’Opec per contrastare la contrazione delle loro economie, nel quadro di una nuova flessione dell’economia USA manifestatasi già all’inizio del ’79. A metà del 1982 iniziò una fase di ripresa, sostenuta dalla riorganizzazione del sistema finanziario e del circuito internazionale delle Borse, che vide nel 1987 il sorpasso di Tokio su New York come centro finanziario mondiale (soprattutto per i capitali d’investimento all’estero), e che culminò con il crollo della borsa di New York nell’ottobre dello stesso anno (conseguente alla “bolla speculativa”, ovvero alla sopravalutazione fittizia delle azioni delle aziende quotate rispetto alla loro effettiva capacità di generare profitti nel ciclo produttivo).

Dall’inizio degli anni ’90 l’economia europea ha marciato a passo ridotto, mentre la disoccupazione – già accresciuta negli anni ’80 diventava “strutturale” (ossia un fatto permanente).

L’economia giapponese proprio per essersi sbilanciato troppo con investimenti a rischio nei paesi dei Sud-Est asiatico, in cerca di sbocchi per l’enorme massa di capitali amministrati.

Negli U.S.A. subito dopo la prima guerra del Golfo (1991) è iniziata una fame di relativa crescita dell’economia basata sulla comprensione dei salari, l’aumento dell’orario di lavoro e la riduzione dello “stato sociale”. Nel 1997 si è verificata la crisi finanziaria del Sud-Est asiatico (promossa dal ritiro dei capitali giapponesi a seguito della svalutazione dello yen rispetto al dollaro) a cui sono succedute nel 1998 le crisi finanziarie della Russia e del Brasile; a esse ha fatto seguito nel 1999 la guerra della Nato nei Balcani, che permise agli U.S.A. – attraverso le commesse militari – di contrastare temporaneamente il rallentamento dell’economia che si preannunciava.

Tutte questi fatti sono legati fra di loro da un unico filo conduttore nel senso che sotto i successivi cicli di crisi citati c’è un unico stesso “meccanismo generatore” e che questore “motore della crisi” è stato prodotto dalle contraddizioni stesse dello sviluppo capitalistico degli anni ’50 e ’60.

 

 

Crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale

 

 

In che cosa consiste la crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale?

Considerando il ciclo di valorizzazione del captale complessivo, cioè il percorso attraverso il quale un capitale di data grandezza, facendo lavorare degli operai, si trasforma in un capitale di grandezza maggiore.

Il capitale C si valorizza producendo un plusvalore PV. Ora il nuovo valore (C + PV) deve a sua volta nuovamente valorizzarsi. Ciò richiede o nuove iniziative (sviluppo in estensione) o una crescita della composizione organica nei vecchi campi di applicazione del capitale, sulla base della crescita della composizione tecnica (sviluppo intensivo). Il nuovo capitale C’ = (C + V) deve quindi valorizzarsi producendo un nuovo plusvalore PV’. Se il nuovo capitale C’ si impiega a una più alta composizione tecnica e organica, occorre esaminare come va la produzione di plusvalore. Si possono avere situazioni profondamente diverse. Consideriamo le seguenti (usando, per rappresentare i cicli di valorizzazione usate da Marx nel Capitale, libro 1, terza sezione).

 

c v pv p
100  + 50  + 50  = 200 p’ = 33,3% s = 100%
165  + 15  + 25  = 225 p’= 12,5% s = 166%
170  + 30  + 50  = 250 P’ = 25% s = 166%
162,5 + 37,5 + 62,5 = 262,5 P’ = 31,2 s = 166%
155  + 45    + 75   = 275 P’ = 37,5 s = 166%

 

c     =    capitale costante

v      =   capitale variabile

c + v =     capitale complessivo

pv     =     plusvalore estorto

p’     =     saggio percentuale di profitto = 100 pv/(c +)

p       =     capitale complessivo a fine ciclo

s       =     saggio percentuale del plusvalore = 100 (pv/v)

(i numeri sono impiegati sono solo numeri esemplificativi)

 

Il primo caso è il primo ciclo di valorizzazione, quello che consideriamo già avvenuto e concluso. Gli altri casi sono tutti e quattro possibili casi di secondo ciclo di valorizzazione, tutti con un capitale complessivo di 200 e diverse composizioni organiche.

Supponiamo che nel primo caso il capitale abbia impiegato 10 operai che hanno lavorato 5 ore come lavoro necessario e 5 come pluslavoro.

Il secondo caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 4 operai che lavorano ore 3 +3/4 come lavoro necessario e 6 + 1/4 come pluslavoro.

Il terzo caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 10 operai che lavorano ore 3 + 3/4 come lavoro necessario e 6 + 1/4 come pluslavoro.

Il quarto caso può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 12 operai che lavorano ore 3 + 3/4 come lavoro necessario e 6 + 1/4 come pluslavoro.

Se la nuova composizione organica porta ad un ciclo di valorizzazione come nel quarto caso, nessun problema; aumentano saggio del profitto saggio del plusvalore e massa del plusvalore.

Se la nuova composizione organica porta a un ciclo di valorizzazione come nel terzo caso, nascono problemi dal fatto che il saggio del profitto diminuisce. Ma stante la massa del plusvalore aumenta, tutto il nuovo valore viene usato come capitale. La concorrenza tra capitali si accentua.

Se la nuova composizione organica portasse a un ciclo di valorizzazione come nel terzo caso o peggio come nel secondo, il valore prodotto nel primo ciclo, C + PV, non può impiegarsi tutto come capitale nel successivo ciclo di valorizzazione. Nessun capitalista accetterà di impiegare un capitale maggiore per ricavare una massa di plusvalore minore. Ovviamente qui parliamo delle condizioni di valorizzazione del capitale complessivo.

Qui si riscontra sovrapproduzione di capitale: è stato prodotto (nel ciclo precedente) più valore di quanto ne possa essere impiegato come nel ciclo successivo.

Questo ragionamento ci aiuta a capire perché in un certo momento dello sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra (dalla metà degli anni ‘70) è divenuto impossibile per i capitali più concentrati (quelli con una massa enorme di macchinari in rapporto ai lavoratori impiegati) investire ulteriormente ricavando un tasso di profitto superiore a quello ottenuto precedentemente con un capitale minore.

Di conseguenza, da un lato è stato avviato un poderoso processo di trasferimento delle lavorazioni più mature e standardizzate in paesi a minore industrializzazione nell’intento di alzare i profitti; dall’altro lato, una parte dell’enorme massa dei capitali prodotti in circa 30 anni di sviluppo capitalistico (ovvero di sfruttamento operaio) non ha potuto trovare impieghi remunerativi adeguati, nel ciclo produttivo, per gli appetiti capitalisti ed ha cominciato, per così dire, ad “agitarsi” girovagando per tutto il globo in cerca di delle occasioni migliori: fossero le materie prime o gli interessi sui prestiti a breve termine o i differenziali tra i cambi delle valute.

Con l’arrivo della Thatcher (1979) e di Reagan (1980) alla guida dei governi inglese e americano, anche se il sostegno finanziario all’economia rimaneva forte, il monetarismo divenne la dottrina ufficiale del capitalismo. Abbandonatala politica di svalutazione del dollaro tesa a stimolare le esportazioni, dal 1,72% del 1980 il tasso di interesse americano fu portato al 15% del 1981 col risultato che il cambio del dollaro raddoppiò rispetto al marco, contribuendo a una “mini recessione economica” intorno al 1982.

Di pari passo, come si diceva prima, è cresciuto a dismisura l’indebitamento dei paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” verso cui è confluita, attraverso l’intermediazione del sistema finanziario internazionale, una parte significativa dei capitali in eccedenza in cerca di valorizzazione. La massa dei capitali in cerca di adeguata valorizzazione sui mercati internazionali rappresenta l’aspetto specifico della crisi (anche se non mancano gli aspetti classici della sovrapproduzione di merci, della disoccupazione, nel sottoimpiego delle capacità produttive).

Combinato con questo principale, campo di sfogo del capitale in eccesso, vi furono altri campi di sfogo ausiliari e complementari, tra cui particolarmente importante è stata la privatizzazione nei paesi imperialisti dei settori economici pubblici e dei servizi sociali. Non è un caso che nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 cominciarono ad avviarsi le cosiddette politiche neoliberiste. Ed è sempre in questo periodo, che prese corpo la controffensiva dei paesi imperialisti tesa a ridurre la rendita petrolifera e il potere politico ed economico dell’OPEC.

Una delle conseguenze delle crisi per tutto il mondo del lavoro dei paesi occidentali fu innanzitutto la fine del pieno impiego. Come si diceva prima la disoccupazione divenne un elemento strutturale delle economie capitalistiche.

 

tasso di disoccupazione nei principali paesi industriali

(*:stime ocse; ^:previsioni ocse)

 

1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998* 1999^
U.S.A 5,6

6,8756,96,15,65,44,94,65,0Giappone2,12,12,22,52,93,13,43,44,24,6Germania6,26,77,78,89,69,410,311,411,210,8Francia8.99,410,411,712,211,512,312,411,911,3Italia9,18,68,810,211,312,012,112,312,011,8Regno Unito5,98,210,210,39,48,68,06,96,87,2Canada8,210,411,211,210.49,59.79,28,68,3

 

 

 

 

La classe operaia occidentale si trovò ad affrontare questa situazione inquadrata in organizzazioni che da una parte avevano una lunga tradizione di collaborazione di classe con lo Stato borghese e dall’altra, nel corso dell’ondata di lotta di classe degli anni ’60 e ‘ 70, avevano conseguito una credibilità ed un rafforzamento considerevoli. Tradita dai propri dirigenti, la classe operaia occidentale andò incontro a gravi sconfitte, come ad esempio avvenne nel 1980 gli operai della Fiat in Italia, nel 1981 i controllori di volo americani e nel 1984 ai minatori inglesi. Anche i paesi dell’Est coinvolti anche loro nella crisi generale, si svilupparono le lotte operaie, come nel 1980 in Polonia.

. Nello stesso tempo la crisi finanziaria si abbatté nei mercati nella forma dell’impossibilità di molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo (in particolare dell’America Latina) e dell’Est Europa di far fronte agli enormi deficit accumulati (spesso in dollari rivalutati) verso i paesi creditori. Ciò trascinò con sé un peggioramento dei conti della banche americane e il fallimento di alcune si esse.

Per non strangolare l’attività, la ricetta fu: diminuzione della spesa pubblica, particolarmente quella dedicata al welfare state, detassazione dei redditi elevati e dei capitali, deregulation dei movimenti di quest’ultimi. Gli stimoli alla domanda così creati si concretizzarono, in un enorme deficit della bilancia commerciale americana, cui corrispondeva per a un saldo attivo della bilancia dei pagamenti a causa dei pagamenti a causa dei capitali attirati nelle piazze finanziarie americane dall’elevata remunerazione dei bonds americani, ed una crescita esponenziale del commercio dei titoli, sia obbligazionari che, sempre più, azionari. Da maggiore paese creditore del mondo, gli Stati Uniti divennero il maggiore debitore. Malgrado i vantaggi sul fronte delle esportazioni, le economie europea e giapponese, minacciate da un deflusso di capitali, dovettero agire a loro volta al rialzo dei propri tassi di interesse. Gli europei si sono sforzati di rispondere alla dittatura dollaro con la costruzione della moneta, che ha significato l’adozione delle stesse politiche economiche del capitalismo anglosassone. A partire dei primi anni ’80 i paesi in tutti i paesi a capitalismo avanzato si è assistito ad una spettacolare diminuzione dell’inflazione.

Nel 1985 Washington, partendo dal fatto che dollaro era troppo forte decise una graduale riduzione dei tassi di interesse. Il dollaro non calò tuttavia non calò tuttavia in modo netto, e la tendenza generale della bilancia commerciale americana non mutò.

A partire dalla metà degli anni ’70 come di diceva prima ci fu una profonda ristrutturazione produttiva. Una parte delle produzioni “pesanti”, come quelle a basso contenuto tecnologico, vennero in parte spostate in parte nei paesi dipendenti, nelle metropoli imperialiste, grazie all’informatica e alle nuove tecnologie informatiche, grazie al passaggio dalla meccanizzazione all’automazione, si vennero privilegiando in modo sempre più marcato le cosiddette produzioni leggere ad elevata intensità di know-how, in altre parole di capitale costante costante-tecnologia, ma con minor consumo di materie prime, energia e forza lavoro, ivi compresa quella addetta alla progettazione, alla contabilità e all’amministrazione, sempre più informatizzata. Ad esempio il peso di il peso di Microsoft e Intel nella borsa americana è ormai superiore a quello della General Motors, la più grande industria mondiale, ma ben diverso è il numero degli addetti (48.100 contro 721.000). In totale, i primi venti giganti dell’informatica USA occupano 128.400 dipendenti nemmeno metà di quelli della seconda industria automobilista americana, la Ford (325.000). La più grande delle nuove aziende non informatiche, la Southwest Airlines conta “appena” 15.200 dipendenti.

Tutto ciò conferma le tesi esposta da Marx e Engels nel Manifesto del partito comunista, quando si afferma che “La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, i rapporti si produzione, dunque i rapporti sociali”.

Macchine utensili altamente tecnologizzate, microelettronica, robotica, software, software e computer, telecomunicazioni, scienza dei materiali, biotecnologie, aviazione e trasporti sono divenuti i settori trainanti dell’economia capitalistica avanzata,[9] con il fiorire di nuove zone industriali non più caratterizzate dal gigantismo degli impianti, ma da una rete di più piccole unità periferiche sparse nel territorio (si può dire una “fabbrica diffusa”)[10] con il grandeggiare della produzione di merci “immateriali” quali programmi informatici, le telecomunicazioni, le manipolazione genetiche, prodotte dal lavoro umano il cui valore di mercato dipende assai più dalle ore di lavoro spese in progettazione e ricerca che non dal costo del lavoro materiale.

Queste trasformazioni sembravano smentire le tesi sostenute dal marxismo e dal quello viene definito il suo rozzo materialismo. La prevalenza del “lavoro mentale” sembrava mandare gambe in aria la teoria del valore-lavoro. In realtà quelle che sono andate in soffitta sono interpretazioni volgari, meccanicistiche e rozze del marxismo. Eppure Marx l’aveva detto: il valore non è una proprietà fisica della merce, ma il rapporto sociale determinato lo scambio dei prodotti del lavoro umano nell’ambito dell’anarchia mercantile; il lavoro umano nell’ambito del mercato crea valore indipendentemente dalla forma d’uso in cui si concreta

   Dalla metà degli anni ’70 la crisi provocò una profonda modifica della struttura produttiva, rendendo obsoleti gli strumenti statistici con cui si erano valutati lo stato di salute dell’economia. Se si prendesse come parametro per stabilire lo stato di sviluppo di un paese, la produzione di acciaio e quante tute blu ci sono in un paese (o il “muso nero” del muratore), l’URSS che prima del crollo del 1991, aveva ancora la produzione di acciaio tra le più alta del mondo, sarebbe da considerare come il paese più avanzato. Nello stesso tempo, se si considerasse che soltanto le merci pesanti possono produrre plusvalore e valore, e tenendo conto della diminuzione del proletariato industriale in tutte le metropoli imperialiste, il capitalismo sarebbe dovuto essere trascinato nella polvere poiché era in atto la diminuzione non solo del saggio, ma anche della massa di profitto. È vero invece che accanto a numerose attività improduttive o addirittura parassitarie rese possibili dall’elevato saggio di plusvalore della società moderna (commercio, intermediazione, banche, assicurazioni, finanza, lavori domestici ecc.), nella categoria “servizi” – che secondo alcune stime negli USA comprende ormai il 75 e in Italia il 64% della popolazione attiva[11]cela in realtà (in particolare quelle legate alla produzione di processi cognitivi e tecnologici, al turismo, ai trasporti, alle comunicazioni, ecc) produttive nel senso capitalistico poiché è a prescindere dalla sua forma, è il lavoro che crea valore e plusvalore. Inoltre, sotto la voce “servizi”, la statistica borghese contabilizza attività fino a ieri a pieno titoli considerate industriali. A testimonianza di ciò l’Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, dice: “L’espansione del settore dei servizi attribuita in primo luogo alla ristrutturazione del settore industriale avvenuta dopo la crisi petrolifera del 1973-74. Per effetto della riorganizzazione del processo di produzione allora intrapresa, le industrie manifatturiere hanno fatto ricorso sempre più massicciamente all’outsourcing, ossia la trasferimento delle loro attività non essenziali a fornitori di servizi esterni. Di conseguenza, il settore dei servizi ha assunto un ruolo considerevole nella competitività globale delle industrie manifatturiere. In effetti, la capacità di un prodotto di essere concorrenziale dipende da una vasta gamma di servizi: già prima dell’avvio del processo di produzione entrano in gioco servizi nella forma di studi di fattibilità, di ricerche di mercato di design del prodotto ecc. Servizi quali il controllo di qualità, il leasing di attrezzature, la manutenzione e le riparazioni costituiscono parte integrante del processo di produzione. Nella fase finale, poi, i servizi svolgono un ruolo fondamentale non soltanto nel campo della pubblicità, dei trasporti e della distribuzione del prodotto, ma altresì’ in quelli dell’assistenza ai clienti (ad esempio, manutenzione e formazione del cliente). Infine, i servizi in materia di software, di contabilità, di consulenza nella gestione, di formazione, di telecomunicazione, di assicurazione e di intermediazione finanziaria sono tutti fondamentali per il buon funzionamento di un’impresa”.[12]

L’informatizzazione del processo produttivo e distributivo delle merci ha reso inoltre possibile la riduzione dei costi fissi (ad es. quelli dovuti alle scorte ed al magazzinaggio), con innegabili effetti positivi sul saggio di profitto indotti dal minor esborso di capitale anticipato. Sul luogo di lavoro tale processo è stato accompagnato dalla progressiva limitazione della produzione fordista legata alla catena di montaggio nell’ambito di grandi impianti industriali, e dall’estensione in sempre nuovi settori del toyotismo, ossia della produzione a squadre composte da lavoratori polivalenti cointeressati al raggiungimento di determinati obbiettivi e standard quantitativi (la famosa “qualità totale”), col risultato di una maggiore saturazione del tempo di lavoro per addetto. I nuovi ritmi di lavoro implicati dalla produzione a isole da un canto, la volontà di accelerare la rotazione del capitale dall’altro, suggerivano ora una ristrutturazione dell’orario di lavoro che permettesse il funzionamento degli impianti per tutte le 24 ore del giorno e ove fosse possibile addirittura per tutti i sette giorni della settimana. Pertanto in un numero sempre più grande di branche industriali si sono introdotti quatto turni giornalieri di 6 ore e in seguito soluzioni ancora più spinte, a orario avariabile a secondo le esigenze e dei cicli del mercato (orario flessibile), come alla Volkswagen tedesca o nel tessile italiano questi metodi potevano d’altra parte ormai essere introdotti anche in settori sempre più ampi dei servizi (ad. es. nei supermercati. Qui il segreto di una contemporanea e di forme di riduzione dell’orario di lavoro e di un allungamento complessivo delle ore lavorate in alcuni paesi e settori, come gli Stati Uniti, dove sono passate dalle 1883 del 1980 alle 1996 del 1997.[13]

Nel complesso la produzione flessibile così articolata ha consentito un indubbio recupero dei tassi di profitto aziendali mantenendo strutturalmente ampio l’esercito industriale di riserva e contribuendo così a tenere depressi i salari, ossia anche per questa via ad aumentare il plusvalore estorto ai lavoratori. Essa si è accompagnata ad un ristrutturazione ma sarebbe meglio dire a una deregolamentazione complessiva del mercato del lavoro, con la progressiva riduzione dell’area di lavoro “garantito”, e la crescita di contratti temporanei, precari, flessibili e di nuove figure proletarie come i lavoratori interinali, quelli con contratti di formazione, e così via. In Germania e in Italia nel 1999 costituivano un terzo del totale della forza lavoro,[14] ma tra i nuovi assunti a questa data arriva fino al 50%.

Questa deregolamentazione del mercato del lavoro ha un suo corrispettivo nella politica salariale delle imprese e nell’evoluzione della contrattazione collettiva: in tutti i paesi capitalisti avanzati si è assistito alla crescita della parte flessibile del salario, ossia alla riduzione della quota salariale contrattata centralmente ed alla crescita invece della sua parte legata alla produzione, a contratti aziendali che attuano i riconoscimenti individuali; nel medesimo tempo sono diminuite le sfere di competenza della contrattazione collettiva.[15]

A livello sociale, la crisi del fordismo porta con sé la riduzione dei quel complesso intreccio di servizi sociali che, erano funzionali di quel sistema essenzialmente rigido ciò che ha consentito quella parziale dismissione del welfare state.

Le ragioni del declino del movimento operaio occidentali non è stato solamente quello di essere egemonizzato dal riformismo collaborazionista, ma anche dal processo di trasformazione della classe operaia fordista a quella post-fordista. Il movimento operaio occidentale pur avendo nella sua maggioranza a partire dalla prima guerra mondiale imperialista la sua tradizione classista e rivoluzionaria, aveva mantenuto, come frutto delle lotte passate, una presenza relativamente forte nei luoghi di lavoro, e in alcuni paesi (come l’Italia e la Francia) si era rafforzato negli anni ’60 e ’70. Una dopo l’altra, le grandi organizzazioni sindacali si sono trasformate in istituzioni burocratiche addette alla difesa del “cittadino lavoratore” ancor più strettamente integrato allo Stato borghese e assottigliando sui luoghi di lavoro fino ad entrare in stato comatoso.

Fino alla fine degli anni settanta, una quota crescente dei lavoratori dipendenti delle metropoli imperialiste era iscritta ai sindacati. Dal 1979, la proporzione dei lavoratori iscritti è diminuita.

In Gran Bretagna[16] nel periodo che va tra la fine degli anni 70 e il 2000 la diminuzione è stata del 40%. In Germani è stata del 30%, in Italia le iscrizioni sono diminuite di un terzo e in Francia (che già partiva da un tasso di partecipazione sindacale molto basso) della metà. In paesi come la Germania e la Gran Bretagna la sindacalizzazione è molto più forte nel settore pubblico che in quello privato.

I dati sull’iscrizione al sindacato possono sovrastimare il declino delle organizzazioni sindacali: se è vero che nei paesi dell’OCSE il tasso medio di sindacalizzazione è diminuito dal 47% al 36%, la quota dei lavoratori soggetti a contratti negoziati collettivamente dai sindacati è diminuita solo dal 67% al 64%, in alcuni paesi c’è stato un aumento della copertura contrattuale (in Francia, dall’80% al 90% e, in Olanda, dal 70% all’80%), questa copertura contrattuale c’è stata in paesi come l’Australia dove la diminuzione degli iscritti al sindacato è diminuita più della metà.

Negli Stati Uniti già a metà degli anni ‘90 le iscrizioni ai sindacati sono scese all’11-12% dell’intera forza lavoro salariata

Le modalità della contrattazione salariale variano enormemente da paese a paese. In Gran Bretagna, la contrattazione salariale avviene quasi esclusivamente a livello di azienda o di singolo impianto produttivo è frammentata e non ha quasi coordinamento da parte del sindacato; i contratti collettivi non sono difendibili legalmente e non c’è una tradizione di “obblighi di non belligeranza” nel periodo di durata degli accordi. In Finlandia, le negoziazione è concentrata a livello nazionale fra organizzazioni padronali e sindacati, fortemente coordinate fra di loro; i contratti collettivi hanno valore legale e sono vincolanti per tutto il periodo di validità. La tendenza generale è verso una decentralizzazione della contrattazione: nei primi anni settanta, dei 19 paesi OCSE erano solo 6 quelli che avevano un sistema di contrattazione relativamente decentrato (principalmente o prevalentemente aziendale), mentre in 7 i contratti centralizzati erano di importanza dominante o prevalente (con la residua negoziazione settoriale). Alla fine degli anni novanta, i paesi che privilegiavano la contrattazione decentrata erano saliti a 10. Negli Stati Uniti negli anni ’90 le iscrizioni ai sindacati sono scese all’11/12% dell’intera forza lavoro salariata, mentre negli anni ’50 erano intorno ad un terzo dell’intera forza lavoro.

Le condizioni di vita del proletariato è peggiorata non solo nei paesi dipendenti dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia ma anche nelle metropoli imperialiste. Se prendiamo come esempio gli Stati Uniti, le cui performance economiche hanno preso nei giornali degli anni ’90 il posto occupato dal Giappone negli anni ’70 e ’80: quello che veniva definito “miracolo americano” rivela un divario crescente fra un ristretto numero di ricchi e di “nuovi ricchi” e un crescente numero di poveri e di “nuovi ricchi”. Se nel 1977 il 5% più ricco delle famiglie americane si appropriava del 16.8% del reddito complessivo, nel 1994 ne godeva il 21%. Al contrario il 20% più povero dei nuclei familiari ha visto nel medesimo arco di tempo passare la sua parte del 4,1% al 3,6%. Nello stesso periodo di tempo anche il 20% immediatamente successivo dei redditi familiari è sceso dal 10,2 all’8,9%. Alla fine degli anni ’90 una volta aggiunti gli interventi dell’assistenza pubblica, il 40% più povero delle famiglie USA deteneva il 16,2% del reddito contro il 44,1% del più ricco 20%.[17] Verso la fine degli anni ’90, per mantenere il loro livello di vita, gli americani dovevano lavorare in media 24 ore in più all’anno, con pesanti riflessi sulla vita famigliare e sociale.[18]

Parallelamente, la società americana ha visto crescere la delinquenza a livelli sconosciuti in precedenza. 1975 al 1995, e di conseguenza la popolazione carceraria è cresciuta di sei volte: nel 1998 essa riguardava ormai un milione e ottocentomila persone.[19]

 

 

 

 

Negli anni ’90 e nei primi anni del XXI secolo, il capitale in eccesso ha trovato principalmente sfogo nella cosiddetta “globalizzazione” o meglio nella mondializzazione del modo di produzione capitalista, nelle fusioni e aggregazioni che crearono gradi imprese produttive mondiali,[20] nell’ulteriore sviluppo della finanziarizzazione e della speculazione.

Questo processo di accumulazione capitalista (e del relativo allargamento del proletariato) ha avuto un carattere mondiale, diseguale e combinato. Ne restavano fuori, o a lato, come se fossero elementi a sé stanti e non invece parti integranti di un tutto unico, di un’unica divisione del lavoro in via di una formidabile ristrutturazione, l’ascesa delle piccole tigri asiatiche,[21] della Cina e di altri paesi emergenti, l’enorme ampliamento del mercato del lavoro planetario, le trasformazioni in corso in campo tecnologico, produttivo, organizzativo come risposta del capitale globale (quello vecchio e quello novo) alla propria crisi.

Il rilancio produttivo dell’ultimo trentennio (stentato in Occidente, poderoso, invece, in larga parte dell’Asia) è stato trainato dalla formazione di un mercato internazionale dei capitali sempre più integrato e deregolamentato per mano dei grandi stati.

A partire dall’avvio di questa fase di sviluppo della cosiddetta “globalizzazione”, gli investimenti diretti verso l’estero sono passati dai 58 miliardi di dollari del 1982 agli 1.883 miliardi di dollari del 2007, 500 dei quali nei paesi detti “in via di sviluppo” (140 nella sola Cina inclusa Hong Kong).

I tassi di crescita sono stati: + 23,6% nel periodo 1986-1990, + 22,1% nel periodo 1991-1995, + 39,9% nel periodo 1996-2000 e nel 2006 + 47,2%. Questo gigantesco afflusso di capitali ha creato una mondializzazione della produzione industriale.

Con un forte aumento dei reparti produttivi collocati in Asia, in America Latina. Due soli dati testimoniano questo processo: nel periodo tra il 1982 e il 2007 i dipendenti delle filiali all’estero delle multinazionali sono passati da 21 milioni e mezzo a 81 milioni e 615.000; al 2008 l’export cinese è pari al 40% del suo Pil (e il suo commercio con l’estero al 70%).

Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la collocazione del proletariato industriale mondiale, che, nel 2008 la grande maggioranza degli operai addetti all’industria sono al di fuori degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone.

Nella sola Cina vi sono attualmente 100 milioni di lavoratori dell’industria, 50 milioni di addetti all’edilizia, 6 milioni di minatori, 20-25 milioni di lavoratori dei trasporti. Dal 1996 al 2006 la totalità della crescita dell’occupazione industriale mondiale si è realizzata fuori dai paesi dell’OCSE.

Nei primi 5 anni del XXI secolo Brasile, Cina, Russia e India hanno creato 22 milioni di nuovi posti di lavoro l’anno, complessivamente 110 milioni (molti nell’industria). Questi addetti all’industria lavorano in media 9-10 ore al giorno, se non di più. La grande maggioranza di loro riceve paghe, nettamente inferiori alla media mondiale dei salari industriali degli anni ‘70. Questa tendenza è in atto anche per i lavoratori dei paesi imperialisti, statunitensi in testa, che sempre in questo periodo hanno visto venere meno le garanzie occupazionali e il salario ridotto sempre più all’osso.

Questa fase della cosiddetta “globalizzazione” è stata caratterizzata da una riduzione del costo medio della forza-lavoro su scala mondiale, realizzata in misura non secondaria con l’immissione massiccia di forza-lavoro femminile, e, insieme per effetto di una forte crescita della produttività del lavoro, specie nei paesi di nuova industrializzazione. Con una formula sintetica si può dire: la massa degli operai (e dei tecnici) dell’industria di oggi lavora ad orari da fine ottocento (o che comunque si stanno allungando di continuo), con salari da inizio novecento e una produttività da era informatica, o quasi. Questo rilancio capitalistico si è avvalso, infatti, sia dell’estensione della meccanizzazione e della robotizzazione dei processi produttivi alle imprese produttive dei nuovi continenti, che di una nuova rivoluzione tecnica informatica e digitale capace di abbattere i costi di una serie di operazioni di operazioni amministrative delle aziende, dalla contabilità agli acquisti, dagli inventari alla gestione dei sub-appalti, dalle comunicazioni esterne a quelle interne. Per non parlare, poi, di quanto si sono ridotti, grazie alle nuove tecnologie, i costi di circolazione delle merci di una circolazione delle merci fattasi quanto mai veloce, e quelli direttamente inerenti al processo di produzione.

Bisogna fare delle dovute precisazioni sullo sviluppo industriale di paesi come la Cina.

Quando nel 1949 le armate di Mao presero pechino, l’industria tessile che era quella più importante della Cina (come in Inghilterra nella prima metà del XIX secolo). Durante il periodo maoista le esportazioni del tessile cinese sul mercato mondiale subirono, alla pari di tutte le altre esportazioni, una drastica riduzione.

Le riforme economiche della fine degli anni ’70 diedero nuovo slancio agli scambi economici con il resto del mondo; la parte della Cina negli scambi mondiali passò così dall’1% del 1980 al più dell’8% del 2008. Le esportazioni cinesi passarono dai 14 miliardi di dollari del 1979 agli 1.218 miliardi del 2007. L’industria tessile e quella della confezione furono la prima beneficiaria di questo balzo; nel giro di qualche annoi le esportazioni del tessile cinese prese, il posto di quelle di quelle degli altri paesi in “via di sviluppo” (capitalistico ovviamente) dove questa industria, abbandonata dai vecchi paesi capitalisti, si era largamente concentrata, per raggiungere il loro picco nel 1985. L’industria della confezione, che richiede più attività industriale, continuò a crescere e nel 1994 la Cina divenne il primo esportatore mondiale degli abiti. Quell’anno i settori del tessile, della confezione, del cuoio, dei giocattoli ecc. rappresentava più del 34% delle esportazioni cinesi, mentre i settori degli equipaggiamenti meccanici rappresentavano meno del 13%. Oggi la Cina rimane sempre il primo esportatore mondiale del tessile e dell’abbigliamento (realizzando nel 2007 il 23% delle esportazioni mondiali e il 33% delle esportazioni mondiali dell’abbigliamento), ma ormai gli apparati meccanici ed elettrici costituiscono circa il 60% delle sue esportazioni.

La Cina è ormai il primo produttore mondiale di elettrodomestici, di componenti elettroniche, di materiali di costruzione, il secondo produttore mondiale della chimica ecc. se poi si considera una produzione emblematica del capitalismo moderno, quella dei veicoli, ufficialmente considerata dalle autorità di Pecchino come un “settore-chiave”,[22] si costata che nel 2007 la Cina era il terzo produttore mondiale. Prendendo in considerazioni tutte le categorie di veicoli (dalle utilitarie ai veicoli commerciali, dai camion alle auto di massima cilindrata) il Giappone era il primo produttore al mondo con 11,6 milioni di veicoli (4 milioni dei quali di automobili vere e proprie), seguiti dagli Stati uniti con 10,8 milioni (di cui 10 milioni di automobili), la Francia con 3 milioni (2,5 auto), il Brasile con 2,9 milioni (2,3 auto), la Spagna con 2,8 milioni (2,2 auto), il Canada con 2,6 milioni (1,3 auto), l’India con 2,2 milioni (1,7 auto).

Dieci anni prima, la Cina non era che al decimo posto con 1,6 milioni di veicoli prodotti. Tuttavia, la prima impresa automobilistica cinese, la FAW, nel 2007 non era che la ventesima nella classifica nella classifica mondiale dei produttori d’automobili: è l’americana General Motors che produceva e vendeva la maggioranza dei veicoli in Cina, e i costruttori stranieri nel loro insieme detenevano il 70% del mercato.

Questo esempio illustra una caratteristica poco conosciuta ma molto importante dell’economia cinese attuale: il dominio del capitale straniero sui settori più dinamici e più produttivi dell’industria. Secondo un esperto del governo cinese, commentando con soddisfazione colorata di amaro la notizia che la Cina era diventata il primo esportatore mondiale, “circa l’83% dei prodotti ad alto contenuto tecnologico e il 75% dei prodotti elettronici esportati sono fabbricati in imprese a capitale straniero”.[23]

Le statistiche ufficiali cinesi illustrano chiaramente questo dominio.[24] Nel 1986 le imprese a capitale straniero erano all’origine del 5,6% delle importazioni e dell’1,8% delle esportazioni del paese; nel 2007 la percentuale era salita al 57,8% delle importazioni e al 57,1% delle esportazioni; più della metà del commercio estero cinese è in realtà opera delle filiali di azione straniere! Ma non si tratta solo del commercio; nel 1990 le imprese a capitale straniero erano responsabili del 2% della produzione industriale cinese totale. Nel 2007 queste realizzavano il 31% della produzione totale cinese. Senza dubbio questa percentuale è diminuzione dopo il 2003. Anno in cui si è avuto un record (il 36%); ma, considerando che una parte delle imprese a capitale puramente cinese sono in realtà sottomarche di imprese straniere, è incontestabile che l’industrializzazione e soprattutto il progresso del commercio estero cinese dipende da una parte significativa dal capitale internazionale. Le imprese straniere assicurano, di fatto, il 40% del PIL cinese.

Nel corso degli ultimi decenni, le autorità di Pechino hanno deliberatamente fatto appello agli investimenti stranieri, prima nelle cosiddette “zone speciali”, poi in tutto il paese, al fine di decollare la crescita economica dato che la debolezza del capitalismo indigeno non lasciava altra scelta.

Una caratteristica indicativa del commercio estero cinese sono i “processing exports”, cioè l’esportazione di merci prodotte (o assemblate) a partire da parti staccate o componenti importate.

Più della metà del totale delle esportazioni fanno parte di questa categoria, e la sua percentuale sale dlel’85% per le imprese a capitale straniero; questo tasso è nettamente più elevato per le esportazioni di materiale elettronico e per i beni strumentali che non per il tessile, l’acciaio o la chimica, settori questi ultimi in cui le imprese straniere sono poco presenti. Il capitalismo cinese non controlla quindi che parzialmente, e quasi per niente nei settori detti di “alta tecnologia”, le filiere di produzione di merci esportate in altri paesi.

I media hanno rilevato che la notizia secondo la quale l’economia della Cina avrebbe sorpassato quella del Giappone, non aveva suscitato alcuna agitazione in questo paese. Non è soltanto perché i capitalisti giapponesi sono attirati dal mercato cinese, ma anche e forse soprattutto perché la delocalizzazione di una parte della loro produzione in questo paese ha rappresentato per molti di loro, una vera e propria bombola d’ossigeno. I bassi costi della produzione, a cominciare dalla manodopera, ha loro permesso di trovare una scappatoia all’abbattimento dei loro tassi di profitto. Scriva un quotidiano finanziario “la possibilità di assemblare i loro prodotti in Cina grazie ai bassi tassi costi esistenti ha dato un nuovo ossigeno a molte compagnie giapponesi”.[25]

Dopo l’inizio degli anni ‘90, il flusso di investimenti diretti stranieri in Cina, favorito da sollecitazioni governative, ha conosciuto una forte progressione, al punto che il paese è diventato la seconda destinazione degli investimenti esteri mondiali, dopo gli Stati Uniti. Quasi il 70% di questi investimenti sono stati indirizzati nell’industria e un po’ meno del 25% nell’immobiliare (che è da qualche anno il secondo motore della crescita economica cinese). I primi investitori sono, secondo le statistiche ufficiali, Hon Kong, i paradisi fiscali, il Giappone, gli Stati Uniti, Taiwan e la Corea del Sud. Hon Kong e i paradisi fiscali (isole vergini, Isole Caiman ecc.) sono dei collegamenti protetti utilizzati dai capitalisti di altri paesi o dagli stessi capitalisti cinesi.

Senza dubbio, l’importanza del capitale straniero in Cina non è che transitorio; i capitalisti stranieri si lamentano sistematicamente che dopo aver investito in Cina si ritrovano in qualche anno di fronte ai concorrenti cinesi per le merci che loro producono. Essi sono nella situazione dei capitalisti britannici del XVIII secolo che hanno finanziato ed equipaggiato i loro concorrenti, o dei capitalisti americani che dopo l’ultima guerra mondiale, hanno finanziato il risollevamento degli imperialisti europei e giapponesi.

Negli ultimi tempi il capitale è ulteriormente penetrato in agricoltura. Le società che producono macchine agricole, fertilizzanti, sementi, medicinali per il bestiame e le piante, le banche, le corporations della raccolta e commercializzazione dei cereali e degli altri prodotti agricoli, le imprese dell’agroalimentare e quelle distribuzione, hanno stretto in una morsa di ferro i piccoli produttori agricoli “indipendenti”. E li hanno trasformati, quali fossero i loro titoli formali di proprietà sulla terra, in un enorme esercito di proletari e semiproletari di un agricoltura sempre più dominata dal mercato mondiale e dalle forze dominanti in esso.

 

 

 Crisi generale del modo di produzione capitalista

 

 

L’attuale crisi mondiale è cominciata come si diceva prima nella metà degli anni ’70 negli U.S.A., si è estesa negli paesi capitalisti più avanzati e poi (attraverso l’esportazione di capitali e l’industrializzazione accelerata) a tutto il mondo (contribuendo tra l’altro al crollo del cosiddetto blocco “socialista”).[26]

Si può dire tranquillamente che ci troviamo davanti a una crisi generale del capitalismo.

Cosa si deve intendere per crisi generale del capitalismo? La crisi è generale in quanto non riguarda solo alcuni aspetti, del modo di produzione capitalista. La “società”, intesa come luogo possibile delle relazioni e dei rapporti sociali, nonostante l’indubbio progresso, nonostante l’ampliamento enorme della sovrastruttura nel campo sociale, della salute, della cultura, ne è sconvolta. Gli stessi paesi più ricchi, di cui l’Italia è parte, sono profondamente destrutturati, e la gran parte delle conquiste e dei miglioramenti avutisi nel periodo della crescita postbellica, sono stare erose e distrutte da decisioni politiche pilotate dai capitalisti che hanno avuto ricevuto enormi aiuti senza corrispondere alcun effettivo passo in avanti alla società. Si è andata creando una casta allargata, un’area sociale che sta interno alla borghesia imperialista, estremamente vasta, e profondamene costosa anche per gli stessi bilanci istituzionali. Questo ha generato delle politiche di profonda erosione e di inquinamento mafioso delle amministrazioni e delle loro politiche, ed un altrettanto vasto sistema di camuffamento, legittimazione e “gestione” delle stesse. Nessuno può negare la crisi. Si tratta di una crisi economica, quindi di una crisi politica e di una crisi culturale. La crisi economica non può trovare una soluzione in campo economico, a differenza di quanto credono i riformisti che si affannano a proporre misure economiche quali “meno orario a pari salario”, “lavori socialmente utili”, “maggiore competitività”, “meno concorrenza” ecc.; per evitare il crollo del sistema. E questo sta avvenendo nonostante che in Italia si sia sperimentata più altrove la politica concertativa dei sindacati di regime, ed il contenimento del costo del lavoro non offra più alcun alibi ai capitalisti, che devono riconoscere di non avere più “vie di fuga” se non la conquista di nuovi spazi economici, con la delocalizzazione. La stessa delocalizzazione lascia il tempo che trova, tra alcuni decenni al massimo non vi saranno più nemmeno questi paesi dove il costo del lavoro è un terzo di quello dei paesi europei. E del resto l’Italia ora che ha un bilancio economico “in attivo”, non può neppure negare di avere un costo del lavoro tra i più bassi in Europa. Essa trapassa in crisi politica (le istituzioni esistenti non rispondono più alle esigenze del grande capitale e i gruppi capitalisti lottano gli uni contro gli altri per assumere il controllo dello Stato trasformandolo in conformità ai propri scopi) e sociale – culturale (aumenta l’insicurezza per le masse, aumentano le tensioni e la violenza nei rapporti tra gli individui, le idee formatesi prima diventano inadeguate e se ne manifestano di nuove). Gli idealisti, non hanno una visione unitaria, trattano le crisi politica e culturale non vedendone i legami che esse hanno con la crisi economica. Ora accampano che è colpa della “globalizzazione”, mentre pochi anni orsono affermavano che era in atto il “superamento della storia” che la società capitalista è la “società migliore possibile”. Alcuni addirittura paventano un mondo del tutto controllato e privo di contraddizioni possibili (Empire). Qui si riscopre un elemento di negazione del progresso, che erroneamente in passato si pensava ne fosse invece foriero: la pubblicità. La pubblicità infatti è metodica e non ha un fine sociale, ma solo quello di diffondere false e gratuite professionalità o di buon rapporto costo-beneficio di uno o dell’altro prodotto.

A quelli che si sorprendono dell’attuale crisi, bisognerebbe farli leggere gli stralci di un intervista che Carlo De Benedetti nel “lontano” 1998: “Quella che stiamo vivendo è la prima crisi finanziaria in un mercato globale. La diffusione delle tecnologie e la globalizzazione interagiscono in modo nuovo e senza precedenti. L’attività economica mondiale ha subito un tale rallentamento che è oggi corretto dire che l’economia globale è alle soglie della recessione… il rallentamento dell’attività economica negli Stati Uniti determina una fase di contrazione degli investimenti e di inizio della riduzione dell’occupazione. Di conseguenza si ridurranno i redditi e i consumi individuali…

   E poiché questi eccessi finanziari globali sono di gran lunga i maggiori che il mondo abbia mai visto, la mia tesi è che non possono che essere il presagio a una gravissima crisi globale. … Ma la maggiore preoccupazione è quella che una crisi iniziata come finanziaria, e che già si è trasformata per i due terzi della popolazione mondiale in crisi economica, possa trasformarsi come altre volte nel passato, portare e crisi sociali e politiche”. (Intervista di Carlo De Benedetti su Il Sole – 24 0re del 23.10.1998).

Questa è una crisi di lunga durata. Da più di 30 anni e a ogni nuovo ciclo di crisi finanziaria (all’interno della crisi generale) produce nuove dirompenti contraddizioni: gli sforzi di coordinamento internazionale, i salvataggi dei paesi in difficoltà (come nel 1994 il Messico, nel 1998 la Russia, il Brasile) pongono rimedi alla situazione contingente senza risolvere il problema di fondo che sul versante del capitale, è rappresentato dall’impossibilità di riavviare il processo di accumulazione a un grado soddisfacente.

Crisi generale del Modo di Produzione Capitalistico significa, crisi economica, sociale – culturale e politica, di lunga durata e mondiale.

 

 

Su capitale finanziario e speculazione

 

 

Cerchiamo di vedere uno degli aspetti dell’attuale crisi.

Partiamo dal fatto che il capitale finanziario non è la causa o la forma motrice della crisi. Il gonfiamento (l’accrescimento rapido, tumultuoso e illimitato) del capitale finanziario è un effetto, una delle manifestazioni della crisi, come lo è la sovrapproduzione di merci e la sovrappopolazione.

La tesi del predominio del capitale bancario su quello industriale, in passato era sostenuta da Hilferding e da Bucharin. Essi concentrarono la loro analisi economica nell’ambito della circolazione. Per i sostenitori di questa tesi era possibile creare illimitatamente fabbriche che producevano nuove fabbriche, mezzi di produzione producevano altri mezzi di produzione, senza prendere in considerazione il consumo, si vede l’accumulazione di capitale finanziario indipendentemente dalla produzione reale.

Il capitale finanziario è una categoria tipica della fase imperialista. Lenin ha mostrato il ruolo dirigente, in questa fase del capitalismo, in campo economico del capitale finanziario.

Con questo, non bisogna esagerare sul ruolo delle banche nell’economia,[27] Lenin non parlò mai di soggezione del capitale industriale al capitale bancario bensì della fusione di queste due forme di capitale che egli denominò appunto capitale finanziario.

Marx diceva a proposito: “Quando la produzione capitalista si sviluppa pienamente e diventa il modo di produzione fondamentale, il capitale usuraio si sottomette al capitale industriale e il capitale commerciale diventa un modo di essere del capitale industriale, una forma derivata dal suo processo di circolazione. Ma proprio per questo, entrambi devono arrendersi e assoggettarsi preventivamente al capitale industriale” (K. Marx, Teorie del plusvalore, Tomo II°).

Per Marx è la banca che si indebolisce se perde i suoi legami con l’industria e il commercio. Il capitale può funzionare solo simultaneamente come capitale produttivo, capitale-merci e capitale-denaro. Ma in questa formula trinitaria è il capitale produttivo che svolge il ruolo più importante poiché può funzionare autonomamente, mentre gli altri costituiscono ciò che Marx chiamava “capitale inattivo”.

I fenomeni finanziari cominciano ad avere un’importanza rilevante verso la fine del XIX secolo, e precisamente nella fase di transizione dal capitalismo concorrenziale al capitalismo monopolista, quando il brusco aumento di dimensioni delle imprese e del volume delle loro attività attribuisce un ruolo rilevante alle banche insieme al capitale industriale nel suo complesso. La scarsità di capitali è stata una caratteristica della fase iniziale del capitale monopolista; le banche ebbero allora una breve ma dorata fase di predominio sull’industria che consentì a quest’ultima di ampliare il volume della produzione e di erigere imprese più grandi. Ciò imponeva al capitale industriale grandi esborsi di denaro che solo la banca poteva finanziare. Si ebbe allora l’impressione che il capitale industriale si mettesse nelle mani delle banche, mentre in realtà gli utili straordinari ottenuti dai monopoli industriali non tardarono a superare questa momentanea situazione.

Certi equivoci nascono dal fatto che per “finanza” s’intende fondamentalmente speculazione borsistica. La definizione di Lenin è come abbiamo visto, più ampia e più lungimirante: il capitale industriale che si fonde con quella bancario. Facciamo degli esempi. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT, è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e dal denaro in prestito dalle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensione negli USA, per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse, tendono a fondarsi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale. Secondo lo studio della società di consulenza InterSecResearch, le azioni possedute da queste strutture su scala mondiale nel 1998 arrivano a 11 miliardi di dollari. Il 10% circa dei portafogli dei fondi pensione statunitensi sono investiti fuori dagli USA e sono diventati protagonisti di primo piano delle fusioni e delle acquisizioni ovunque nel mondo. La General Motors, pur essendo una delle più grandi imprese del settore automobilistico del mondo, in realtà è un agglomerato in cui gli assetti finanziari costituiscono l’80% del suo bilancio aggregato, lo stesso discorso vale per le imprese come Ford e Chrysler.

Tutto questo significa che attualmente ogni azienda non è più solo e principalmente un apparato produttivo (un gruppo organizzato di operai con determinate competenze (know how) con e relativi macchinari, attrezzature e canali commerciali e finanziari): è diventata principalmente un pacchetto di titoli finanziari (azioni e obbligazioni) che i suoi padroni e i suoi dirigenti collocano in Borsa, commerciando tramite le istituzioni finanziarie e il mercato finanziario. Questi titoli primari (rappresentativi della proprietà di aziende che producono merci) sono entrati in vario modo a comporre titoli finanziari derivati, a loro volta commercializzati sul mercato finanziario di tutto il mondo ed entrati a comporre titoli di seconda generazione e via così varie volte. La gestione e la sorte dell’azienda apparato produttivo sono diventati variabili dipendenti dal corso dei titoli primari e derivati, sono decise per pilotare il corso dei tioli e dipendono da esso. L’annuncia della riduzione di personale di un’azienda, della su delocalizzazione della sua chiusura, può fare la fortuna de detentori di titoli finanziari che la riguardano. Una massa crescente di denaro è diventato capitale, cioè denaro alla ricerca di moltiplicarsi, nel mercato dei titoli primari (azioni e obbligazioni di aziende che producono merci) e derivati.

Riprendiamo il discorso su crisi e speculazione. Con il crollo del 1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità dei rapporti che si era venuta a creare. A’ differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così una mazzata finale, il sistema aveva creato nel frattempo delle cinture “protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori colpiti da tutti gli altri, impedendo la propagazione dei fenomeni. Queste forme di gestione collettiva dell’economia per gestire la crisi, che già Marx ne parlava nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse). Il capitolo del denaro (Opere complete vol. 29), nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo, per questo motivo diventa un’esigenza da parte della borghesia creare in continuazione forme di gestione collettiva che costituissero una mediazione di questo contrasto, che cerchino di porre in qualche misura dei freni agli effetti più devastanti dal fatto che i rapporti di produzione capitalisti sopravvivono. Queste forme di gestione collettiva sono: le società per azioni, le associazioni di capitalisti, i cartelli internazionali di settore, le banche centrali, le banche internazionali, i sistemi monetari internazionali, i sistemi monetari fiduciari, le politiche statali, gli enti economici pubblici, i contratti collettivi di lavoro, i sistemi assicurativi generali, i regolamenti pubblici dei rapporti economici, gli enti sopranazionali, il capitalismo monopolista di stato.

Ma permanendo lo stato di crisi, il capitale speculativo s’ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire proprio lo smantellamento di queste cinture protettive.[28] Il risultato è stato che in nessun paese, esiste più una separazione fra credito a esercizio breve e finanziamento a lungo termine delle imprese industriali; è venuta a meno la divisione fra banche d’affari e banche commerciali; vi è totale commistione fra istituti di credito, sono nati e si sono sviluppati hedge-funds, specializzati nella speculazione sui derivati, si è estesa in modo sconvolgente la speculazione delle banche in conto proprio con la propensione degli istituti di credito a finanziarie le attività speculative.

Attività speculative e ruolo delle banche sono fattori chiave per comprendere l’attuale situazione di crisi capitalista. Se prendiamo come esempio il caso Parmalat, quello che è successo non deve certo essere interpretato che tutto ciò che è accaduto sia dovuto alle avventure di un “furbone” in un paese come l’Italia dove non ci sono “regole”. Quello che è accaduto (e questo discorso vale per tutti i paesi capitalisti) non è stato solamente una gestione speculativa delle eccedenze valutarie, cioè del capitale monetario temporaneamente inattivo, ma i profitti generati nel processo produttivo erano totalmente al servizio dell’attività speculativa, diventata sotto ogni punto di vista il vero businness dell’azienda.

 

 

 La fase terminale della crisi

 

 

E’ errato sostenere (come fanno i riformisti vecchi e nuovi) che l’attività economica complessiva è stata abbandonata alla libera iniziativa di tanti singoli individui. Al contrario la sua direzione è stata sempre più concentrata nelle mani di un ristretto numero di capitalisti. In secondo luogo con il passaggio del capitale finanziario al ruolo di guida del processo economico capitalista, la speculazione ha permesso alla borghesia di ritardare il collasso dell’economia. Con l’estorsione del plusvalore estorto ai lavoratori o con le plusvalenze delle compravendite di titoli, i capitalisti hanno soddisfatto il loro bisogno di valorizzare il loro capitale e accumulare. I bassi salari dei proletari (in tutti i paesi imperialisti compresi gli Stati Uniti dove il monte salari è stato una percentuale decrescente del PIL) sono stati in una certa misura compensati con il credito: grazie a ciò il potere di acquisto della popolazione è stato tenuto elevato, milioni di famiglie si sono indebitate, le imprese sono riuscite a vendere le merci prodotte e hanno investito tenendo alta la domanda di merci anche per questa via.

Si è trattato di un’autentica esplosione del credito attraverso l’uso generalizzato del pagamento a rate per ogni tipo di merce, delle carte di credito a rimborso rateizzato, nel proliferare come funghi di finanziarie che nei canali televisivi offrivano credito facile (anche a chi ha avuto problemi di pagamento). Fenomeno che si è diffuso dagli USA a tutti gli altri paesi occidentali, dove in paesi come l’Italia (dove tradizionalmente le famiglie tendono al risparmio) l’indebitamento delle famiglie è salito in pochi anni, in Spagna è salito al 120% del reddito mensile in Gran Bretagna è arrivato a essere riconosciuto come una patologia sociale.

Ma nonostante la droga creditizia messa in atto, il collasso delle attività produttrici di merci non è stata evitata e a causa della bolla immobiliare dei prestiti ipotecari USA e del crollo del prezzo dei titoli finanziari, si restringe il credito.

Bisogna considerare, inoltre, che la massiccia profusione di credito introdusse numerosi squilibri nel sistema poiché l’aumento del credito concesso non era accompagnato dalla crescita dei depositi liquidi atti a fronteggiare eventuali fallimenti dei debitori. Il problema nasce dal fatto è che questo sistema poggia sulla continua rivalutazione delle attività finanziarie, cui a monte sta il rientro dei debiti contratti e a valle la fruibilità dei prestiti fiduciari tra le istituzioni di credito. Poiché le passività tendono a essere molto più liquide delle attività (è più facile pagare un debito che riscuoterlo), l’assottigliamento dei depositi significa che in corrispondenza di una svalutazione degli assetti finanziari che intacchi la fiducia, le banche diventano particolarmente esposte al rischio d’insolvenza.

Le chiavi attorno cui ruoto l’interno meccanismo furono essenzialmente quatto:

  • I Veicoli d’Investimento Strutturato (Siv). Si presentano come una sorta di entità virtuali designate a condurre fuori bilancio le passività bancarie, cartolarizzarle e rivenderle. Per costruire una Siv, la “banca madre” acquista una quota consistente di obbligazioni garantite da mutui ipotecari, chiamate morgtgage-backed Securities (Mbs). La Siv, nel frattempo creata dalla banca, emette titoli di debito a breve termine detti assett-backed commercial paper – il cui tasso d’interesse è agganciato al tasso d’interesse interbancario (LIBOR rate) – che serviranno per acquistare le obbligazioni rischiose dalla banca madre, cartolarizzarle nella forma di collateralized debt obligation (Cdo) e rivenderle ad altre istituzioni bancarie oppure a investitori come fondi pensione o hedge funds. Per assicurare gli investitori circa la propria solvibilità, la banca madre attiva una linea di credito che dovrebbe garantire circa la solvibilità nel caso in cui la Siv venga a mancare della liquidità necessaria a onorare le proprie obbligazioni alla scadenza. Quando nell’estate del 2007, la curva dei rendimenti – ossia la relazione che lega i rendimenti dei titoli con maturità diverse alle rispettive maturità – s’invertirà e i tassi di interesse a lungo termine diventeranno più bassi di quelli interbancari a breve termine, la strategia di contrarre prestiti a breve termine (pagando bassi tassi di interesse) si rivelerà un boomerang per le banche madri, costrette ad accollarsi le perdite delle Siv.
  • Collateralized Debt Obligation (Cdo). La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie per pagare le cedole e rimborsare il capitale di titoli di debito, come obbligazioni a medio – lungo termine oppure carta commerciale a breve termine. Il prodotto cartoralizzato divenuto popolare con lo scoppio della crisi è il Cdo ossia un titolo contenente garanzie sul debito sottostante. Esso ha conosciuto una forte espansione dal 2002 al 2003, quando i bassi tassi di interesse hanno spinto gli investitori ad acquistare questi prodotti che offrivano la promessa di rendimenti ben più elevati.
  • Agenzie di rating. Sono società che esprimono un giudizio di merito, attribuendone un voto (rating), sia sull’emittente sia sul titolo stesso. Queste agenzie non hanno alcuna responsabilità sulla bontà del punteggio diffuso. Se il titolo fosse sopravvalutato, le agenzie non sarebbero soggette ad alcuna sanzione materiale, ma vedrebbero minata la loro “reputazione”. Tuttavia, data la natura monopolista in cui operano, se tutte le agenzie sopravalutassero i giudizi, nessuna sarebbe penalizzata.
  • Leva finanziaria. Essa è il rapporto fra il titolo dei debiti di un’impresa e il valore della stessa impresa sul mercato. Questa pratica è utilizzata dagli speculatori e consiste nel prendere a prestito capitali con i quali acquistare titoli che saranno venduti una volta rivalutati. Dato il basso costo del denaro, dal 2003 società finanziarie di tutti i tipi sono in grado di prendere denaro a prestito (a breve termine) per investirlo a lungo termine, generando alti profitti. Per quanto riguarda la bolla sub prime, l’inflazione dei prezzi immobiliari alla base della continua rivalutazione dei titoli cartoralizzati ha spinto le banche a indebitarsi pesantemente per acquistare Cdo, lucrando sulla differenza tra i tassi dei commercial papers emessi dalle Siv e i guadagni ottenuti, derivanti dall’avvenuto apprezzamento dei Cdo. In realtà, si è giunto al cosiddetto “effetto Ponzi” in cui la continua rivalutazione dei Cdo non era basata sui flussi di reddito sottostante, ma sulla pura assunzione che il prezzo del titolo sarebbe continuato ad aumentare.

Questa bolla non è certamente esplosa per caso.

La New Economy, ha visto forti investimenti in nuove tecnologie infotelematiche (TIC): ma alla fine, i forti incrementi in termini di produttività non hanno compensato i costi della crescita dell’intensità del capitale, e quindi la sostituzione del capitale a lavoro.[29]

L’indebitamento delle famiglie come si diceva prima, era stato favorito dal basso costo del denaro che favorì una crescita dei processi di centralizzazione, dell’indebitamento delle imprese e appunto delle famiglie, della finanziarizzazione dell’economia e di attrazione degli investimenti dall’estero. Ne conseguì un boom d’investimenti nel settore delle società di nuove tecnologie infotelematiche, in particolare sulle giovani imprese legate a Internet; con la conseguente crescita fittizia della New Economy che alimentò gli ordini di computer, server, software, di cui molte imprese del settore manifatturiero erano forti utilizzatrici e le imprese produttrici di beni d’investimento in TIC avevano visto esplodere i loro profitti e accrescere i loro investimenti. Ma, a causa degli alti costi fissi e dei prezzi tirati verso il basso dalla facilità di entrata di nuove imprese nel settore della New Economy, queste ultime accumularono nuove perdite e quando cercavano di farsi rifinanziare (avendo molte di queste società forti perdite) la somma legge del profitto che regola l’economia capitalistica indusse i vari finanziatori a stringere i cordoni della borsa in quanto avevano preso atto della sopravvalutazione al loro riguardo e le più fragili videro presto cadere attività e valore borsistico. Si sgonfiò così il boom degli investimenti in TIC.

Dopo la fine della New Economy nel 2001 le autorità U.S.A. favorirono l’accesso facile al credito a milioni d’individui, in particolare per l’acquisto di case come abitazione principale o come seconda casa. Tra il gennaio 2001 e il giugno 2003 la Banca Centrale USA (FED) ridusse il tasso di sconto dal 6,5% al 1% . Su questa base le banche concedevano prestiti per costruire o acquistare case con ipoteca sulle case (senza bisogno di disporre già di una certa somma né di avere un reddito a garanzia del credito). I tassi di interesse calanti garantivano la crescita del prezzo delle case. Ad esempio chi investiva denaro comprando case da affittare, il prezzo delle case era conveniente finché la rata da pagare per il prestito contratto per comprarle restava inferiore all’affitto. Il prezzo cui era possibile vendere le case quindi saliva man mano che diminuiva il tasso d’interesse praticato dalla FED. La crescita del prezzo corrente delle case non copriva le ipoteche, ma consentiva di coprire nuovi prestiti. Il potere d’acquisto della popolazione USA era così gonfiato con l’indebitamento delle case.

Ma quando la FED, per far fronte al declino dell’imperialismo U.S.A. nel sistema finanziario mondiale (l’euro sta contrastando l’egemonia del dollaro, poiché molti paesi, per i loro scambi e i processi di regolamentazione delle partite correnti tra merci cominciano a preferire l’euro) nel 2007 riporta il tasso di sconto al 5,2% fa scoppiare la bolla nel settore edilizio USA e causa il collasso delle banche che avevano investito facendo prestiti ipotecari di cui i beneficiari non pagavano più le rate. Questo a sua volta ha causato il collasso delle istituzioni finanziarie che avevano investito in titoli derivati dai prestiti ipotecari che nessuna comprava più, perché gli alti interessi promessi non potevano più arrivare. Tutto questo, alla fine, provocò il collasso del credito, la riduzione della liquidità e del potere di acquisto. Diminuzione degli investimenti e del consumo determinano il collasso delle attività produttrici di merci.

Se si guarda il percorso storico della crisi, dagli anni ’80, si nota che le attività produttrici stavano in piedi grazie a investimenti e consumi determinati dalle attività finanziarie. Quando queste collassano anche le attività produttrici crollano.

Le autorità pubbliche di uno stato borghese, per rilanciare l’attività economica, le uniche cose che possono fare rimanendo dentro l’ambito delle compatibilità del sistema, sono:

  • Finanziare con pubblico denaro le imprese capitaliste.
  • Sostenere (sempre con pubblico denaro) il potere d’acquisto dei potenziali clienti delle imprese.
  • Appaltare a imprese capitalistiche lavori pubblici.

Per far fronte a questi interventi, le autorità chiedono denaro a prestito, proprio nel momento in cui le banche non solo non danno prestiti[30] ma sono anche loro alla ricerca di denaro perché ognuna di esse possiede titoli che non riesce a vendere. Infatti, chiedono denaro per non fallire e per non negare il denaro depositato sui conti correnti presso di loro. Si sta creando un processo per cui le banche centrali fanno crediti a interesse zero o quasi alle banche per non farle fallire, le stesse banche che dovrebbero fare prestiti allo Stato. Essendo a corto di liquidità lo fanno solo con alti interessi e pingui commissioni. Lo Stato così s’indebita sempre di più verso banche e istituzioni finanziarie, cioè verso i capitalisti che ne sono proprietari. Finché c’è fiducia che lo Stato possa mantenere i suoi impegni di pagare gli interessi e restituire i debiti, i titoli di debito pubblico diventano l’unico investimento finanziario sicuro per una crescente massa di denaro che così è disinvestita da altri settori.

Per far fronte alla crisi ogni Stato cerca di chiudere le proprie frontiere alle imprese straniere e forzare altri Stati ad aprire a loro. Quindi tutti i mezzi di pressione sono messi in opera. La competizione fra Stati e il protezionismo dilaga, come dilaga nazionalismo, fondamentalismo religioso, xenofobia, populismo, insomma tutte le ideologie che in mancanza di un’alternativa anticapitalista si diffondono tra i lavoratori e che sono usate dalle classi dominanti per ricompattare il paese (bisogno di creare un senso comune, di superare le divisioni politiche – qui in Italia in questo quadro bisogna vedere il superamento della divisione tra fascismo/antifascismo).

 

 Un fattore dimenticato: il risveglio del proletariato mondiale.

 

 

Apparentemente, in un primo tempo, e nonostante i colpi che piovono su di lui, il proletariato sembra assente.

Apparentemente, appunto in realtà se si dava a uno sguardo a quanto succede nel mondo, si vede, che, nascoste o trascurate dai media, lotte e rivolte operaie si sono sviluppate ovunque.

L’Argentina è stata percorsa da una grandissima lotta operaia e proletaria in tutta la fase della crisi generale del paese nel 2001-2022, con il movimento di occupazioni delle fabbriche (Fabricas Occupadas) con i piqueteros (Movimento Trabajadores Desocupados) e con una resistenza che permane tuttora, seppure non più a quei livelli di massa.

In Messico alla fine del 2006, vi è stata la rivolta popolare e proletaria di Oaxaca per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro, peggiorate costantemente dalla politica governativa.

Sempre in America Latina ci sono stati gli incontri latinoamericani delle fabbriche recuperate dai lavoratori, che si sono tenuti nel 2005 a Caracas (Venezuela) e nel 2006 a Joinville (2006). Si sono trattati di incontri che si possono definire storici, perché si sono incontrati per la prima volta a livello continentale gli operai coinvolti nelle occupazioni di fabbriche, confrontando le rispettive esperienze e cercare di trarre delle conclusioni politiche dalla loro lotta.

In Corea c’è stata una vasta ondata di agitazioni nel 2004 per i diritti sindacali e contro la guerra dell’Iraq.

In Iran tra la fine del 2005 e l’inizio del 2066, i lavoratori dei trasporti urbani di Teheran, si sono mossi contro i Consigli Islamici (il sindacato di Stato iraniano) e la repressione poliziesca (700 scioperanti arrestati) per ottenere la contrattazione collettiva (negata dal regime) e aumenti dei salari.

In Cina secondo dati ufficiali del governo cinese, le proteste di massa sono aumentate da 10.000 episodi, che coinvolgevano 730.000 manifestanti nel 1993, a 60.000 episodi, che coinvolgevano più di 3 milioni di persone nel 2003. Molti osservatori hanno liquidato le crescenti proteste operaie in Cina come localizzate apolitiche, attivismo “cellulare” (Lee 2007). Non così il governo cinese, che oltre alla repressione delle proteste (che si innestavano con un’escalation dei conflitti sociali sul diritto alla terra e sul degrado ambientale nelle aree rurali), con la paura dell’ingovernabilità della Cina se si fosse continuato con il modello di sviluppo degli anni ’90, tra il 2003 e il 2005 cominciò a spostare l’attenzione sulla promozione di un “nuovo modello di sviluppo” che puntasse a ridurre le disuguaglianze fra le classi e le regioni. Davanti a quest’ondata di agitazioni che rischiava di perturbare l’ordine sociale, persino il sindacato ufficiale (Acftu) modificò nel 2003 il suo statuto per “rendere prioritario la difesa dei diritti dei lavoratori” (Chan, Kwan 2003).

Nel 2007 diventava anche chiaro che i cambiamenti stavano andando oltre il piano retorico. La manifestazione concreta più importante fu la nuova Legge sui contratti di lavoro, entrata in vigore il 1° gennaio 2008. La legge, rafforza la sicurezza del lavoro, ponendo restrizioni significative al diritto dei padroni di assumere e licenziare i lavoratori senza giusta causa. Nel maggio del 2008 una nuova Legge sull’arbitrato consente ai lavoratori di rivolgersi gratuitamente ai tribunali contro i padroni. Nel 2006 l’Acftu, di fronte al rifiuto della WalMart di permettere l’ingresso dei sindacati ufficiali nei suoi empori in Cina, iniziò una mobilitazione di base dei lavoratori, che fu vittoriosa (Business 2006 –Magazine).

Questo meraviglioso risveglio del proletariato cinese non è stato senza conseguenze, per quanto riguarda il capitale. Secondo il Wall Street Journal, il cambiamento della struttura dei costi nel Guandong “sta producendo effetti in tutto il mondo”, poiché i padroni investono in “nuove zone più interne della Cina” e/o si dirigono verso “paesi più poveri, con livelli salariali più bassi” come il Vietnam e il Bangladesh. Ma, là dove va il capitale, si trascina inevitabilmente il conflitto di classe. Nella stampa di Taiwan si trovano resoconti di un “esplosione di scioperi” in Vietnam, che ha colpito le aziende di proprietà straniera nel 2007 e 2008. Si dice che cresca il disagio tra gli uomini di affari di Taiwan (che sono uno dei gruppi più importanti di investitori) che vedono la situazione degli scioperi “peggiorare sempre di più” (Lianhe-News 2008). Benvenuta vecchia talpa.

La crescita media dei salari in Cina, nell’ultimo biennio è stata circa del 20%, certamente inferiore rispetto alla crescita della produzione che della produttività, ma decisamente eccessivo rispetto alle attese degli investitori occidentali.

 

In Turchia, gli operai della Tuzla hanno scioperato il 27 e il 28 febbraio 2008 contro gli omicidi sul lavoro. Per questa lotta, 75 di essi sono stati arrestati, torturati dalla polizia e rilasciati dopo la pressione esercitata da 5.000 manifestati.

 

In Serbia gli operai della Zavasta si sono mobilitati per i salari contro i licenziamenti tra l’agosto e il settembre 2008, a seguito del mancato pagamento della cassa integrazione da parte dello Stato.

 

In Polonia nel luglio del 2008 gli operai della Fiat per ottenere aumenti salari e contrastare lo sfruttamento pesantissimo cui sono sottoposti per la produzione della 600, si sono mobilitati.

 

Gli operai marittimi della Corsica nel 2005 hanno bloccato i trasporti da e per l’isola, per contrastare la ristrutturazione delle linee di navigazione dell’isola.

 

Negli USA 1° maggio 2008 nella costa ovest hanno scioperato i portuali, bloccando i porti per fermare la guerra in Iraq e Afghanistan. Questo sciopero è stato indetto da un’assemblea dei lavoratori dei porti. Nell’assemblea c’era molta rabbia. Di quelli che hanno parlato a favore dello sciopero contro la guerra molti erano veterani del Vietnam: “L’unica strada è l’azione diretta: fermare il lavoro per fermare la guerra. L’hanno fatto i portuali francesi rifiutandosi di caricare le navi contro l’insurrezione anticoloniale in Marocco negli anni ’20 e conto la guerra indocinese nei ’50. Oggi tocca a noi”.  È impressionante il filorosso che lega la memoria storica della lotta di classe, e proprio da parte della classe operaia del maggiore paese imperialista, dove molti sostengono che sia totalmente integrata dentro il sistema.

In Italia gli autoferrotranvieri, nell’inverno del 2003, hanno ripetutamente violato la legge antisciopero, rivendicando consistenti aumenti salariali fuori e contro la concertazione CGIL-CISLUIL e le griglie di contenimento poste dalla contrattazione subordinata ai tassi di inflazione programma. Nel 2004 gli operai di Melfi sono scesi in sciopero rivendicando parità di salario a parità di lavoro nel gruppo Fiat e contrastando il modello di rapporti nella fabbrica improntato allo strapotere padronale, alla flessibilità totale e alla de contrattualizzazione.

Certo non voglio dare l’idea che il proletariato si mobiliti dappertutto e si tratterebbe “solamente” di collegare e coordinare a livello internazionale le sue lotte, ma che l’antagonismo tra capitale e lavoro, tra padrone e operaio, tende a emergere e a manifestarsi, anche in conseguenza dell’aumentata concorrenza intercapitalista, che fa crescere lo sfruttamento e peggiora la situazione complessiva dei lavoratori. I mass media non danno conto di queste notizie “poco interessanti”, ma le condizioni in cui il genere umano versa riproducono l’esistenza ripropongono incessantemente le manifestazioni della lotta di classe.

Va soprattutto sottolineato che queste lotte si sviluppano indipendentemente le une dalle altre, sono isolate, paese per paese, o addirittura all’interno dei rispettivi Stati. E in esse i lavoratori non si pongono in modo autonomo, limitandosi spesso alle sole rivendicazioni salariali e normative. Ciò deriva dal fatto che il proletariato nel suo complesso non ha una propria organizzazione autonoma dalla borghesia.

I movimenti in atto in Spagna, Israele e Grecia mostrano che il proletariato comincia a prepararsi a essere presente, a darsi i mezzi per vincere.

In questi tre movimenti si è manifestata la collera contro i politici e in generale contro la democrazia. Così come si è manifestata l’indignazione rispetto fatto che i borghesi e il loro personale politico siano sempre più ricchi e corrotti. Che la grande maggioranza della popolazione sia trattata come merce al servizio dei privilegi scandalosi della minoranza sfruttatrice, merce gettata nella spazzatura quando i “mercati non vanno più bene”.

Perciò non è un caso che in Spagna secondo alcuni sondaggi l’80% della popolazione appoggia questo movimento. Per questo gli Indignados rifiutano di dialogare con individui che ritengono (giustamente) non rappresentino più la popolazione ma le élite che finanziano le loro campagne elettorali. Per loro un partito vale l’altro.

Rabbia che si alimenta non solo per le retribuzioni dei politici ma anche come sono spesi i soldi pubblici. Pensiamo solamente al proliferare di fondazioni. Esse di moltiplicano, a nome di politici più o meno in carica, sono istituzioni che non risolvono certamente i mali economici della popolazione. Negli ultimi anni si è assistito al proliferare di think tank, termine altisonante sotto cui si nascondo le solite lobby delle oligarchie finanziarie, spesso finanziate dalle grandi multinazionali come la Monsanto. Da dove vengono i soldi che servono a gestire queste fondazioni? Dallo Stato, che ha dispetto di tutte le ideologie liberiste proclamate, come si è visto prima, non è per nulla meno presente nell’economia rispetto al passato, ai tempi del Welfare State. Piuttosto la sua partecipazione ha scopi diversi.

I soldi pubblici vengono spesso e volentieri sperperati attraverso un complesso sistema di appalti che distribuiscono denaro a società di comodo, gestite da amici, famigliari e compari delle élite politiche. In Italia e in Spagna la lista degli scandali immobiliari di questo tipo è lunghissima e ci vorrebbe un’enciclopedia per elencarla tutta. Il movimento israeliano 14 luglio denuncia la medesima speculazione e lo fa dando vita a una serie di tendopoli nelle piazze di Tel Aviv.

Lo Stato appalta anche le mansioni degli impiegati ministeriali, questa pratica è diffusa non solo in Spagna e in Italia, ma anche in Grecia e Portogallo.

È evidente che i sentimenti di parlare male dei politici non sono certo una novità. Com’è chiaro che questi sentimenti possono essere deviati verso vicoli ciechi reazionari o populisti.

Ma quello che c’è di nuovo è che riveste un’importanza significativa è che questi temi, a prescindere dalla volontà o dalla coscienza di chi vi partecipa, che questi movimenti mettono in questione la democrazia, lo Stato borghese e i suoi apparati di dominio, sono diventati oggetto di innumerevoli assemblee. Non si possono paragonare degli individui che rimuginano il loro disgusto da soli, atomizzati, passivi e rassegnati con individui che lo esprimono liberamente in assemblee. Al di là degli errori, delle confusioni, dei momenti di stallo che vi si esprimono inevitabilmente e che devono essere discussi con la massima pazienza, l’essenziale sta proprio nel fatto che i problemi siano posti pubblicamente, cosa che contiene in potenza un evidente inizio di politicizzazione delle grandi masse e di una messa in discussione di questa democrazia che ha reso tanti servizi al capitalismo lungo tutto l’ultimo secolo.

I movimenti in Spagna, Israele e Grecia, al di là di tutti i loro limiti, debolezze che contengono, forniscono per la loro stessa esistenza un rimedio efficace contro il cancro dello scetticismo.

Essi non sono, però un fulmine a cielo sereno, ma sono il risultato di una lenta condensazione di lotte (alcune delle quali ne citavo prima) che si sono sviluppate negli ultimi otto anni. Di lotte che come dicevo prima erano molto isolate, ignorate dai mass media. Nello stesso tempo ci fu uno sviluppo di minoranze internazionaliste alla ricerca di una coerenza rivoluzionaria, che si pongono tante questioni e cercano il contatto tra di loro, discutono, tracciano prospettive.

Nel 2006 ci furono due movimenti – la lotta contro il CPE in Francia e lo sciopero massiccio dei lavoratori di Vigo in Spagna – che nonostante la distanza, le differenze di condizioni e di età dei partecipanti, presentano tratti simili: assemblee generali, estensione ad altri settori, partecipazione di massa alle manifestazioni.

Nel caso del CPE si tratta di una lotta vittoriosa. Il CPE (Contrat Premier Emploi) è stato l’ennesimo tentativo governativo di attaccare e rimodellare il mercato del lavoro, per aggravare sensibilmente le condizioni del lavoro salariato. Il CPE intende instaurare una specie di arbitrio padronale: durante i primi due anni d’impiego è soppressa la giusta causa per motivare un licenziamento, cioè i padroni potranno licenziare senza motivazione e senza preavviso. Il salariato non avrà alcuna possibilità di ricorso. Ciò riguarderà i giovani, fino all’età di 26 anni. Tutto ciò, non è che un aggravamento di una precarizzazione che è già predominante (in Francia il peso del lavoro interinale concerne fino a un terzo della forza-lavoro nelle fabbriche e nei cantieri edili). Questa misura è stata sentita dalla gioventù in modo particolarmente offensivo.

Le lotte sono iniziate in alcune università, agli inizi di febbraio 2006. La svolta si è avuta con lo sgombero della Sorbonne di Paris, il 15 marzo: sgombero intervenuto il giorno dopo la sua occupazione da parte di alcune centinaia di studenti. Per rintracciare un intervento poliziesco dentro un’Università bisogna andare al maggio parigino del 1968.

Così si è scatenato lo scontro, è dilagata la protesta. A centinaia sono accorsi dalle altre Università della regione parigina e lo scontro con le forze di repressione è diventato costante. Così come si estende in tutto il paese, in tantissime città, e in modo particolare forte nei poli come Marseille, Lyon, Toulouse, Bordeaux, Rennes, Nantes.

E a questo punto entrano in campo le forze sindacali. L’interesse proletario a resistere a una tale legge è evidente, la pressione della base si è fatta sentire, le stesse burocrazie sindacali hanno di che perderci. Le varie “giornate d’azione” indette dai sindacati, si sono susseguite con successi di piazza sempre crescenti, dalla prima a febbraio con un milione di partecipanti, alle ultime con tre milioni. E poi una costante degli ultimi anni, il fatto che la resistenza proletaria preferisce l’utilizzo della piazza agli scioperi. Il successo è indiscutibile per estensione, tenuta, intensità. Oltre a tutto accade lo stesso fenomeno che si è dato in altre mobilitazioni analoghe negli ultimi anni: il vastissimo sostegno popolare fino allo “sciopero per procura”, cioè l’appoggio a lotta da parte di chi lottare non può (la gran massa de salariati delle piccole imprese, in particolare).

Ma un altro dato capitale, che la dice lunga sull’acutizzazione delle contraddizioni e dello scontro di classe, è l’estendersi della violenza di piazza.

C’è un dato che deve essere considerato: a misura che le lotte diventano sempre più drammatiche, per il loro contenuto, per la posta in gioco (e qui si parla ormai di masse di giovani che vedono nero quanto ad un loro futuro), le forme di lotta si radicalizzano. Le dimensioni degli arresti parlano chiaro: sicuramente oltre duemila, a significare l’ampiezza degli scontri.

Lunedì 10 aprile il primo ministro de Villepin capitola: ritiro delle misure principali del CPE. È una vittoria, chiara e forte. Le università restano in stato di agitazione e anche molti licei.

Un anno più tardi un embrione di sciopero di massa scoppia in Egitto a partire da una grande fabbrica tessile. Il 6 aprile 2008 si attua uno sciopero generale. Ci sono stati 2 morti e almeno 400 persone ferite e più di 800 arrestate. Epicentro delle lotte è la fabbrica della Ghazl al Mahalla, che con i suoi 27.000 operai è una delle industrie tessili più grandi del mondo. Gli operai erano scesi in piazza contro il caro prezzi (l’inflazione ufficialmente è al 12%, ma quella reale è almeno il doppio) e, per chiedere l’aumento dei salari. Lo sciopero non è stato sostenuto dalla Fratellanza musulmana, il maggiore movimento politico di opposizione al regime del presidente Hosni Mubarak. I Fratelli, in un comunicato ufficiale della Guida suprema Mohammed Mahdi Akef diedero il proprio sostegno morale agli operai tessili, ma chiarirono che non intendevano partecipare a nessuna manifestazione. Un duro colpo per gli organizzatori, privati così dell’appoggio di una forza anti-regime diffusa capillarmente sul territorio. E’ probabile secondo osservatori che la forte repressione in atto contro la Fratellanza a pochi giorni dalle elezioni amministrative dell’8 aprile, abbia spinto i vertici del movimento a evitare altre occasioni di conflitto con il governo. Ma sicuramente il motivo di fondo sta nella matura di classe dei movimenti islamici radicali, nella natura reazionaria della loro ideologia. Una lezione che vale per tutte: i proletari devono prima di tutto contare su se stessi e sul resto delle masse popolari sfruttate.

Alla fine del 2008 scoppia la rivolta della gioventù proletaria in Grecia, appoggiata da una parte del proletariato.

Nel giugno del 2009 c’è un esplosivo sciopero generalizzato nel sud della Cina.

Il proletariato di fronte alla crisi, comincia a lottare in maniera ben più decisa e, nel 2010, la Francia è scossa da movimenti di massa di protesta contro la riforma delle pensioni, movimenti nel corso dei quali fanno la loro comparsa tentativi di assemblee intercategoriali; i giovani inglesi si rivoltano in dicembre contro l’aumento brutale delle tasse scolastiche. L’anno 2011 vede le grandi rivolte sociali in Egitto e Tunisia. Successivamente c’è l’estensione del movimento di protesta (quello definito degli indignati) in Spagna, Grecia e Israele.

I movimenti più di massa che si sono sviluppati nell’ultimo periodo non sono cresciuti nei paesi capitalisticamente più avanzati, ma nei paesi alla periferia del capitalismo e in particolare in certi paesi arabi come la Tunisia e l’Egitto, dove alla fine dopo avere tentato di soffocarli con una feroce repressione, la borghesia è stata costretta a licenziare i dittatori del posto.

Queste rivolte che hanno scosso il Nord Africa e il Medio Oriente sono indubbiamente il frutto della crisi economica generale del capitalismo che ha prodotto in questi paesi un rialzo dei generi di prima necessità tale da rendere impossibile per queste masse la sopravvivenza.

Già nei decenni precedenti, ora in un paese, ora in un altro, vi sono state rivolte sociali per lo stesso motivo, ma mai delle dimensioni delle rivolte attuali. Basti a pensare che la Tunisia, dove si è formato il primo sindacato africano, l’UGTT, è stata scossa negli anni che vanno dal 1975 al 1977 da grandi scioperi e violenti scontri che per la prima volta dall’indipendenza, hanno messo a dura prova il governo “socialista” di Bourghiba tanto da indurlo, con il prezioso aiuto dell’imperialismo francese, a più che triplicare le risorse finanziarie per la polizia e l’esercito. Nella primavera del 1984 un’altra ondata di scioperi è stata repressa nel sangue con condanne per gli arrestati da 5 a 30 anni di prigione, ma ciò non ha fermato il movimento degli scioperi che è ripreso l’anno successivo. Il dispotismo sociale, abbinato alla repressione preventiva di ogni tipo di sciopero cui ha collaborato l’UGTT, riuscì a prevenire per un certo periodo ogni protesta operaia; ma dalla primavera del 2008, di fronte ad aumenti iperbolici dei prezzi dei generi alimentari e alla sempre più diffusa disoccupazione giovanile, ci furono scontri violentissimi con la polizia, fino a quelli del 2009 nel bacino di Gafsa, alle miniere di fosfati, dove la polizia torna a sparare. Questi avvenimenti preparano il terreno per le rivolte del 2010.

Negli anni ’70, in Egitto, paese economicamente disastrato a causa delle guerre contro Israele scoppiano dei veri e propri moti proletari come quelli del 1975 ripresentatisi sulla scena nel 1977. Protagonisti di tali moti furono contadini poveri e operai, che reagirono a un rialzo notevole dei prezzi dei generi di prima necessità e alla soppressione delle sovvenzioni statali al consumo primario. Commissariati di polizia, locali notturni, mezzi di trasporto, banche, residenze di lusso ecc. sono stati simboli del potere e dell’oppressione borghese del giovane capitalismo egiziano dati alle fiamme da masse ribellatasi alla fame, alla miseria, alla disoccupazione, alla corruzione, ai privilegi di una classe dominante che ostentava ricchezza e potenza.

Tra il 2004 e il 2010, l’Egitto ha conosciuto una lunghissima stagione di agitazioni operaie, scioperi occupazioni, tentativi di organizzazione immediata classista al di fuori e contro i sindacati ufficiali.

Le rivolte scoppiate in Nord Africa hanno preso forma di rivolte sociali in cui si trovavano associati ogni sorta di settore della società: lavoratori del settore pubblico e privato, disoccupati, ma anche dei piccoli commercianti, degli artigiani ecc. E’ per questo motivo che il proletariato non è comparso in prima persona direttamente, in maniera distinta (com’è apparso, per esempio, negli scioperi in Egitto verso la fine delle rivolte) ancor meno assumendo il ruolo di forza dirigente.

Anche se il proletariato non è apparso direttamente come classe a se stante questi movimenti, la sua impronta era ben presente in questi paesi, dove ha avuto un peso notevole, particolarmente attraverso la profonda solidarietà che si è manifestata nelle rivolte. In fin dei conti se borghesia egiziana e tunisina si è alla fine decisa di sbarazzarsi dei vecchi dittatori, spinta anche dai consigli degli USA, è in gran parte a causa della presenza della classe operaia in questi movimenti. In Libia, in negativo c’è stata l’involuzione di questa realtà: alla fine ci fu lo scontro militare fra cricche borghesi, dove gli sfruttati sono stati arruolati come carne da cannone. In questo paese una gran parte della classe operaia era costituita da lavoratori immigrati (in particolare da egiziani, tunisini, cinesi, africani sub sahariani, bengalesi) la cui reazione principale è stata quella di fuggire.

Senza dubbio la presenza del proletariato all’interno dei movimenti in Spagna, Grecia e Israele non è stata dominante. Esso era presente attraverso la partecipazione individuale dei lavoratori, che cercano di reagire alla situazione presente.

Ci sono dei tratti comuni nelle lotte che si sono sviluppare in Spagna, Grecia e Israele:

1)         L’entrata in lotta di nuove generazioni del proletariato.

2)         L’azione diretta delle masse: la lotta ha guadagnato la strada, le piazze sono state occupate.

3)         L’inizio della politicizzazione: grandi masse cominciano a interessarsi direttamente e attivamente delle grandi questioni della società.

4)         Le assemblee. Esse sono legate alla tradizione proletaria dei consigli operai del 1905 e 1917 in Russia, che si estesero in Germania e in altri paesi durante l’ondata rivoluzionaria del 1917-23. Essi riapparvero nel 1956 in Polonia e in Ungheria, nelle lotte operaie del ‘68/’69 in diversi paesi capitalisti.

I momenti di debolezza di questi movimenti sta nella presenza al loro interno di un’ala democratica. Questa spinge alla realizzazione di una “vera democrazia”, che ha favore di media e politici. Come comunisti internazionalisti bisogna combattere energicamente tutte le manifestazioni, le false misure, gli argomenti fallaci di questa tendenza.

Non bisogna trascurare l’influenza delle illusioni democratiche nella classe operaia. Ci sono diversi motivi del preservarsi di queste illusioni:

1)            Il peso all’interno di questi movimenti di strati sociali non proletari molto recettivi alle mistificazioni democratiche e all’interclassismo.

2)         La potenza delle illusioni democratiche ancora presenti nella classe operaia.

3)         La pressione della decomposizione sociale e ideologica sociale del capitalismo che favorisce la tendenza a cercare rifugio in un’entità “al di là delle classi e dei conflitti”, cioè lo Stato, che si presume potrebbe apportare un certo ordine.

Fino a quando il proletariato dubita delle proprie capacità, non recupera una propria identità, questa condizione creerà la tendenza al suo interno ad aggrapparsi a dei rami marci, alle misure di “riforme” (che in questa fase di crisi generale sono veramente pie illusioni) e di “democratizzazione della società”, anche se con tanti dubbi. Tutto questo, crea ancora dei margini di manovra per la borghesia che le permette di seminare divisione e demoralizzazione e di conseguenza di rendere più difficile al proletariato il recupero di quella fiducia in sé e di questa identità di classe.

Un’altra tendenza negativa presente nel proletariato è il peso dell’apoliticismo, che induce a credere che ogni opzione politica, comprese quelle che si richiamano al proletariato, non siano che menzogne che portano in sé la serpe del tradimento. Di questo approfittano le forze della borghesia che, occultando la propria identità imponendo la finzione di un intervento “in quanto liberi cittadini”, operano nei movimenti per prendere il controllo delle assemblee e sabotarle dall’interno.

Un altro pericolo, molto presente nei movimenti della Grecia e d’Israele (ma non solo in questi ovviamente) è quello del nazionalismo. Per molti proletari e piccoli borghesi colpiti dalla crisi, l’identità nazionale appare come un ultimo rifugio immaginario quando tutto il resto crolla rapidamente. Dietro parole d’ordine contro “il governo venduto allo straniero” o “sovranità nazionale”, le parole d’ordine di avere “nuove costituzioni” o “nuove regole” appaiono some soluzioni magiche e unificatrici.

Un’altra debolezza del proletariato sta nella paura e nella difficoltà ad assumere lo scontro di classe. L’angosciante minaccia della disoccupazione, la precarietà di massa, la crescente frammentazione degli impiegati divisi nello stesso posto di lavoro, in una rete di subappaltatori e attraverso un’incredibile varietà di modalità di assunzione, provocano un effetto intimidatorio e rendono più difficile il raggruppamento dei lavoratori per la lotta. Questa situazione non può certamente essere superata con appelli volontaristici alla mobilitazione, né tantomeno ammonendo i lavoratori per la loro supposta “vigliaccheria” o “servilismo”.

  I movimenti presenti sono solo il primo, timido e contradditorio passo perché il proletariato recuperi la fiducia in se stesso e la sua identità di classe, ma quest’obiettivo resta ancora lontano perché richiede lo sviluppo di lotte di massa su un terreno direttamente proletariato che metta in evidenza che la classe operaia, di fronte alla rovina del capitalismo, è capace di offrire un’alternativa rivoluzionaria agli strati sociali non sfruttatori.

   Ci sono degli embrioni di una potenziale coscienza internazionalista. Il movimento degli Indignati spagnoli, diceva che la sua fonte d’ispirazione era stata la Piazza Tahrir in Egitto, i dimostranti in Israele esibivano cartelli che dicevano: “Mubarak, Assad, Netanyahu: tutti uguali”, cosa che mostra non soltanto un inizio di coscienza di chi è il nemico ma una comprensione almeno embrionale del fatto che la loro lotta si fa con gli sfruttati di questi paesi e non contro di loro nell’ambito della difesa nazionale. A Jaffa, decine di manifestanti arabi ed ebrei portavano cartelli in ebraico e in arabo con la scritta “Arabi ed ebrei vogliono alloggi a prezzi accessibilici sono state proteste continue sia ebrei sia di arabi contro gli sfratti. A Tel Aviv, ci sono stati contatti con i residenti dei campi profughi nei territori occupati.

In sostanza in questi movimenti, sta emergendo una potenziale ala proletaria che è alla ricerca dell’autorganizzazione, della lotta intransigente a partire da posizione di classe.

 

 

IL CAPITALISMO VERSO IL CROLLO?

 

 

Nel primo trimestre 2009 le 390 imprese più grandi che ci sono al mondo vedono calare i loro profitti del 75% e il fatturato del 26% su base annua.[31]

La crisi incide nei consumi della maggior parte della popolazione. All’inizio del 2009 negli USA 32,2 milioni di persone fanno la spesa con i buoni governativi, se poi si guardassero i consumi più indicativi (case e auto) si scopre che negli USA 12 milioni di persone vivono in coabitazione e le richieste in tal senso crescono, mentre 14 milioni di abitazioni sono vuote.[32] Quanto all’auto essa ha avuto diversi sostegni per opera di vari governi, ma la più grande fabbrica russa licenzia, nel 2009 27.000 dipendenti, la FIAT nel terzo trimestre del 2009, accusa su base annua un calo del 15,9% del proprio fatturato, e lo stesso avviene per il gruppo PSA francese, sia pure in maniera più contenuta.

Nel 2009 negli USA Chrysler e GM sono decotte e l’industria dell’auto lavora al 51,2% delle proprie capacità produttive contro il 54,5% del 2008. Ma è tutta l’industria SUA come quella degli altri paesi imperialisti che lavora con una capacità utilizzata al 70%.

Le banche sono in ginocchio: le perdite ufficiali sono di 1717,4 miliardi di dollari (1167,5 SUA, 567,1 Europa 48,2 Asia), tuttavia il Fondo Monetario Internazionale ammonisce che la metà delle perdite bancarie sono occultate con giochi di bilancio,[33] il che significa che le cifre prima indicate vanno raddoppiate, sfiorando i 3.500 miliardi di dollari.

Non meno mostruosa è la crescita dell’indebitamento pubblico, le previsioni sono catastrofiche ad esempio per il 2010 è prevista per gli USA una crescita del debito del 97/5% (rapporto debito federale-PIL). In realtà non si conoscono le cifre esatte dell’indebitamento totale, c’è chi parla di 80-90 miliardi di dollari d’indebitamento mondiale.[34]

 

La burla della lotta ai paradisi fiscali

 

Chi pagherà questa massa enorme di debiti che sta franando? Esiste una consistente riserva inutilizzata: i capitali in giacenza presso i paradisi discali, che secondo alcune stime sarebbero qualcosa come 33 miliardi di dollari.[35] Se un improbabile San Francesco convertisse gli evasori (capitalisti che falsano i bilanci, politici corrotti, mafiosi ecc.) a dare i loro capitali occultati per riparare il buco nero che sta divorando l’economia mondiale, si potrebbe ottenere una cifra pari a 1/7 del volume del debito globale (dico potrebbe perché con le cifre bisogna essere prudenti e quelle ufficiali sono di molto inferiori alla realtà). Poco per riparare il debito. Poiché di un San Francesco non se ne intravede l’ombra, gli evasori professionali continuano con il loro tipico atteggiamento: sottoscrivono i bonds del debito pubblico in cambio d’interessi favorevoli e di benevolenza verso l’evasione fiscale, altrimenti nulla.[36] E i governi lo sanno bene, poiché le posizioni contro i paradisi fiscali sono in realtà un’autentica burla, del fumo negli occhi.

Il capitalismo è in un culo di sacco, per distruggere il debito dovrebbe attuare una politica iperinflazionistica come quella attuata nella Germania del 1923, quando i prezzi crescevano di ora in ora, se non di minuto in minuto, dove un fascio di broccoli costava 50 milioni di marchi, e il cambio sul dollaro del 23.11.1923 arrivò a 4.200 marchi per dollaro. Questa inflazione permise di azzerare i vecchi debiti: si poteva rimborsare il mutuo fatto per acquistare una casa con una somma che, al momento dell’estinzione, bastava ad acquistare un paio di scarpe. L’economia tedesca però era ferma: le industrie erano ferme, la moneta non valeva più nulla (si ritornava allo scambio in natura), sicché il governo dovette cambiare, radicalmente, la politica inerente, la stampa selvaggia di carta moneta; i vecchi marchi furono ritirati dal mercato con un tasso di cambio del genere: una monetina d’oro da un marco contro mille miliardi di carta straccia.

In altre parole per distruggere il debito si rischia di distruggere l’apparato produttivo, in sostanza di creare un deserto.[37]

Torniamo alla cosiddetta lotta ai paradisi fiscali e all’evasione. Perché cosiddetta? Perché burla? Se Obama volesse veramente combattere l’evasione fiscale, non avrebbe bisogno di spingersi sulle montagne svizzere, gli basterebbe varcare il Deleware ed entrare nel territorio di uno Stato della Federazione amerikana di cui egli è presidente, che è uno dei paradisi fiscali dei più illustri al mondo, le cui performance umiliano Svizzera e Lussemburgo, e senza dimenticare Puerto Rico che è un protettorato USA di diritto, e di Panama che è un di fatto un protettorato USA. Questo discorso vale anche per gli altri paesi imperialisti che tuonano contro lo scandalo dei paradisi fiscali, ma proteggono da decenni, i propri paradisi fiscali[38]. Come Macao e Hong Kong sono un’emanazione della Cina, Monaco è un protettorato francese, l’Andorra è un protettorato franco-spagnolo, San Marino è un’isola in terra italiana. I comunicati che i vari paesi imperialisti contro i paradisi fiscali, sono delle autentiche buffonate, perché basterebbe che i singoli paesi (USA, Inghilterra, Francia, Cina in testa), prendessero misure concrete (e serie) sui loro paradisi fiscali, quelli cioè che si trovano nel loro territorio o nella loro orbita. Così non avviene. L’iniziativa di Obama contro la Svizzera in realtà mirava a colpire la Svizzera per favorire i paradisi fiscali USA. In sostanza un atto concorrenziale, volto a convincere gli evasori amerikani a tornare in patria, dove potranno continuare a evadere ma patriotticamente.

Ma quanto vale o pesa l’evasione fiscale? Prendiamo le cifre ufficiali (da prendere sempre con le molle): per l’OCSE vale 7000 miliardi di dollari, [39] per il governo USA siamo a 7300 miliardi,[40] per Guerra, numero uno dell’OCSE, siamo a 11 miliardi (così corregge al rialzo la stima della propria organizzazione). Come si vede sono cifre enormi ma assolutamente approssimative, perché indicano in genere il volume del capitale che giacciono nei cosiddetti paradisi fiscali in un momento dato, ma il fatto è che queste somme sono capitali che vanno investiti, il compito dei paradisi è di occultare, e reinvestire i capitali con un continuo movimento di andirivieni.

In Italia, negli anni ‘70 il Ministero delle Finanze riteneva che 1/3 del reddito italiano fosse occultato,[41] poco male nella vicina Francia, che ha fama di grande efficienza burocratica, ciò avveniva negli anni ’60. A questo bisogna aggiungere la massa enorme dei profitti creati dalle attività criminali: l’industria del crimine è valutata dall’ONU come un’industria che vale il 5% almeno del PIL mondiale e questo significa evasione necessaria: questo reddito deriva dal commercio della droga, dallo sfruttamento della prostituzione, dal commercio dei lavoratori clandestini ecc.

Analogo discorso vale per il lavoro nero: in Italia Confindustria e Istat (che portano dati da prendere sempre con le molle) stimano al 15% del PIL.[42] e a livello mondiale l’OCSE ha stimato che il 60% dei lavoratori al mondo (1,8 miliardi) lavora in nero.

Torniamo alla cosiddetta lotta all’evasione fiscale lanciata da Obama. Il contenzioso contro la Svizzera, volta a ottenere informazioni sui conti di 52.000 correntisti americani ottenne il risultato che furono consegnati o rivelati solo 4450 conti. L’amministrazione Obama spacciò questo risultato come una vittoria, ma d’altronde questo non deve meravigliare, poiché è consuetudine dei tutti politici borghesi chiamare vittorie le sconfitte.

Un’altra cosa da rilevare è che nei paradisi fiscali non sembrano per nulla impressionati dagli squilli di guerra che squillano contro di loro; dopo il G20 di Londra, il presidente della Liberia, un altro notissimo paradiso fiscale, dice che “non cambia nulla e non cambierà niente” e che continueranno a collaborare come prima con gli USA (che sono il loro protettore).[43]

Se poi si andasse a vedere i conti occultati in Svizzera e che furono rivelati, quello che viene fuori è che sono intestati a prestanome poco consistenti da punto di vista patrimoniale, ma dietro ci sono autentici colossi. Ma questo in realtà è solo un aspetto secondario del problema, perché gli USA sono essi stessi un paradiso fiscale (non solo il Delaware), perciò la manovra di Obama è in realtà un atto di concorrenza tra paradisi fiscali. Abbiamo parlato prima del Delaware. Si scoprirà che in questo piccolissimo Stato, hanno sede un milione di società tra cui 250 delle 500 più grandi classificate da Fortune; in un palazzo della capitale di questo statale hanno sede 200 mila società,[44] che fa rendere ridicolo il “primato” mondiale delle Cayman nelle quali un palazzo ospitava solo 18.000 società; il motivo di ciò è molto semplice, nel Deleware non si pagano imposte sui profitti societari e il libro dei soci è impenetrabile sicché il 56% delle società quotate a New York hanno sede nel piccolo Stato,[45]tutto questo di chi alla faccia a sinistra dice che negli Stati Uniti c’è una feroce lotta all’evasione fiscale.

 

 

 

 

La crisi bancaria

 

 

Enorme è stato l’impegno a sostegno dei salvataggi bancari, valutabili in termini di trilioni di dollari in aiuti diretti e indiretti. Le banche sembrerebbero “risanate”. Sembrano appunto. Nel 2008 negli USA il numero dei fallimenti furono 25, nel 2009 (fino all’inizio di novembre) 124, cui si devono aggiungere 522 banche in serie difficoltà

Ma non è tutto: un settore importante su cui il sistema finanziario si regge, è quello dei fondi pensione per via dei loro immensi patrimoni. Questi alla fine del 2009, dichiarano di non poter garantire il vecchio livello delle pensioni (che fondamentale per il livello consumi negli USA) se non trovano una “piccola” somma di 2000 miliardi che al momento manca.[46]

Perciò si può tranquillamente dire che la crisi bancaria non è passata. La politica dei salvataggi può solo tamponare la situazione.

 

 

 

 

Inconsistenza delle politiche economiche

 

I vari incontri dei paesi imperialisti, noti come G (G8, G20 e cosi via) dimostrano l’inconsistenza delle tesi che è possibile governare l’economia capitalista e dell’estinzione delle contraddizioni fra i vari paesi capitalisti.

Dopo la Seconda guerra mondiale imperialista, gli USA hanno assicurato la persistenza o il ristabilimento del dominio delle classi borghesi nella parte continentale dell’Europa Occidentale, in Giappone e in buona parte delle colonie e delle semicolonie.

Gli USA aiutarono la borghesia dei singoli paesi a ricostruire i propri Stati. Essa pose tuttavia dei limiti alla sovranità d alcuni nuovi Stati (l’Italia in primis), assicurandosi vari strumenti di controllo della loro attività e d’intervento in essi.

Nei 45 anni che seguirono la fine del conflitto, i conflitti tra questi Stati e gli USA non hanno avuto un ruolo rilevante nello sviluppo del movimento economico e politico, con delle eccezioni come ad esempio le tensioni con gli Stati della borghesia francese e inglese in occasione della campagna di Suez del 1956.

Questo non significa che è finita l’epoca dei conflitti fra Stati imperialisti. Finché gli affari sono andati bene, finché l’accumulazione del capitale si è sviluppata felicemente (e ciò è stato fino all’inizio degli anni ’70), non si sono sviluppare contraddizioni antagoniste tra Stati imperialisti, né potevano svilupparsi se è vero che esse sono la trasposizione in campo politico di contrasti antagonisti tra gruppi capitalisti in campo economico. Il problema sorge quando dalla metà degli anni ’70 comincia la crisi. E da questo momento che la lotta da parte degli Stati Uniti per la difesa dell’ordine internazionale (quello che certa pubblicistica ha spacciato per “nuovo ordine internazionale”) si mostra alla fine per quello che è effettivamente: lotta per difendere gli interessi dei capitalisti USA e delle condizioni che favorivano la stabilità politica all’interno degli USA, cioè del dominio di classe sulla popolazione americana. Questo obiettivo lo raggiunge anche a scapito degli affari della borghesia degli altri paesi, diventando quindi un fattore d’instabilità politica.

Né i capitalisti operanti in altri paesi possono concorrere a determinare la volontà dello Stato USA al pari dei loro concorrenti americani:

  • benché vi sia una discreta ressa di esponenti della borghesia imperialista di altri paesi a installarsi negli USA, a inserirsi nel mondo economico e politico USA: pensiamo solamente ai defunti Onassis e Sindona;
  • benché molti gruppi capitalisti di altri paesi organizzino correntemente gruppi pressione (lobbies.)[47] per orientare l’attività dello Stato federale USA e partecipano, di fatto, attivamente a determinare l’orientamento.

Man mano che le difficoltà dell’accumulazione di capitale, c’è il tentativo da parte di una frazione della borghesia imperialista mondiale di imporre un’unica disciplina a tutta la borghesia imperialista cercando di costruire attorno allo Stato USA il proprio Stato sovrazionale. Questo tentativo è favorito dal fatto che negli anni trascorsi dopo la seconda guerra mondiale imperialista, si è formato un vasto strato di borghesia imperialista internazionale, legata alle multinazionali, con uno strato di personale dirigente cresciuto al suo servizio.

Già sono stati collaudati numerosi organismi sovrastali (monetari, finanziari, commerciali), che sono, come si diceva in precedenza, un tentativo di gestione collettiva che deve mediare il contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo. Attraverso questi organismi uno strato di borghesia imperialista internazionale tenta di esercitare una vasta egemonia.

Parimenti si è formato un personale politico, militare e culturale borghese internazionale. Di conseguenza ci sono le basi materiali per il formarsi di un unico Stato, ma la realizzazione di un processo del genere, quando la crisi economica avanza e si aggrava, difficilmente si realizzerebbe in maniera pacifica, senza che gli interessi borghesi lesi dal processo si facciano forti di tutte le rivendicazioni e i pregiudizi nazionali e locali.[48]

Tutto questo è importante, per comprendere le dinamiche che avvengono a livello di politica economica, internazionale e l’inseguire falsi obiettivi, come l’andare a contestare le varie riunioni come il G8 dove si riuniscono i principali briganti imperialisti. In realtà, queste riunioni non sono un embrione di governo mondiale dell’economia, ma sono un mascheramento delle reciproche impotenze dei vari paesi imperialisti a governare la crisi.

Quando nel 2009 si riunirono i vari briganti imperialisti a Londra, essi misero sul piatto della bilancia 5.000 miliardi di dollari d’interventi, ma al TG2 della sera del 02.04.2009 Federico Rampini, giornalista di Repubblica, fa notare che questa è solo la somma dei diversi provvedimenti decisi dai singoli governi, senza alcun coordinamento globale, ognuno agisce per contro proprio, non esiste nessuna politica economica mondiale dei vari paesi che partecipano ai vari G. Sintomatico, è quello che avviene nel campo degli ammortizzatori sociali: USA e Canada lasciano scoperti (senza alcuna tutela cioè) il 57% dei lavoratori, che diventano il 93% in Brasile, l’84% in Cina, il 77% in Giappone, il 40% nel Regno Unito, il 18% in Francia e il 13% in Germania (fonte ILO),[49]come si vede, si va da una copertura quasi totale come in Francia e in Germania a una marginale ò pressoché assente in Cina, Giappone e Brasile.

Ma è poi vero che i miliardi spesi sono 5000? Proprio nei giorni del G20 di Londra, Il Sole 24 Ore pubblica una mappa analitica e aggiornata degli interventi compiuti dai vari governi dal settembre 2008 al marzo 2009 e la cifra è sconcertante: 22-23 mila miliardi di dollari, contro gli 80 che costò il new deal e i 500 del costo della seconda guerra mondiale imperialista,[50]la metà di questa cifra o quasi è impegnata solo dal governo USA (amministrazioni Bush e Obama) e larghissima parte di essi, in USA e nel mondo, è destinato alle banche.

   Raffrontando queste cifre risulta che:

 

  • la spesa della seconda guerra mondiale imperialista abbraccia un arco di 6 anni, qui siamo in presenza di 6-7 mesi;
  • la spesa militare nella seconda guerra mondiale imperialista rilanciò l’economia USA, infatti, nel 1941 il PIL era di poco superiore al 1929 e s’impenna negli anni susseguenti raddoppiando quasi mentre nel 1943-44 la percentuale del PIL della spesa militare era pari al 44,6%. Adesso invece si spende molto di più ma l’economia non sembra reagire positivamente.

 

   Che queste cifre non siano arrivate alla stampa “popolare” è evidente: l’enormità della cifra significa che siamo vicini al si salvi chi può.

 

 

 

 

La teoria del crollo del capitalismo

L’attuale crisi, per la sua profondità ripropone con forza l’attualità della teoria del crollo del capitalismo.

Per cominciare, bisogna sfatare il luogo comune, diffuso nel Movimento Rivoluzionario secondo cui la teoria del crollo sarebbe una concezione “fatalista”, se non addirittura “attendista” del processo rivoluzionario e della stessa lotta di classe.

In altri termini secondo i suoi critici la teoria del crollo sosterrebbe mostrare che al modo di produzione capitalistico (MPC) a un certo stadio del proprio sviluppo, crollerebbe spontaneamente come fanno i castelli di carte.

Questa tesi (il crollo spontaneo e immediato del capitalismo) di conseguenza, giustificherebbe due posizioni, opposte tra di loro, ma entrambe controrivoluzionarie.

La prima sarebbe la posizione dei riformisti: se il crollo del capitalismo avviene “automaticamente”, è inutile fare delle rotture ma bisogna operare all’interno del sistema (magari attraverso la lotta parlamentare e la rivendicazione di “riforme di struttura”) tanto alla fine il comunismo s’imporrà spontaneamente!

La seconda invece, sostiene che la lotta politica e la lotta di classe più in generale sono inutili, ai rivoluzionari spetta il compito di stare in attesa che al momento giusto il crollo spontaneo del capitalismo decreterà la vittoria della rivoluzione e l’avvio del comunismo!

Queste posizioni, apparentemente contrastanti, anno una posizione in comune: la sfiducia nell’azione cosciente del proletariato e del lavoro dei comunisti nella dinamica storica che conduce al comunismo. In realtà i bersagli polemici alla teoria del crollo attribuiscono a lei implicazioni che non possiede e che le sono estranee.

È falso, innanzitutto, che la teoria del crollo, legittimi in qualche misura politiche di tipo riformista. Bernstein uno dei maggiori dirigenti e teorici della socialdemocrazia riformista, nega che il processo rivoluzionario si fondava su dati oggettivi. Per lui, la vittoria del socialismo non dipende “dalla immanente necessità economica”, bensì dalla “maturità intellettuale e morale della classe operaia”! I riformisti rifiutano la teoria del crollo, partendo dalla constatazione che lo sviluppo economico nel periodo, che andava dalla fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo aveva indubbiamente un andamento diverso rispetto a quello che molti marxisti si aspettavano (l’impoverimento della classe operaia), da questa situazione ricavavano la conclusione che il socialismo, piuttosto che dalla necessità economica, deve essere secondo una visione kantiana dedotto da un ideale etico, morale.

In conclusione, le posizioni riformiste nel movimento operaio nascono storicamente (e aspirano a giustificarsi teoricamente) con la pretesa dimostrazione, peraltro solamente empirica, che lo sviluppo dell’economia capitalista non precede verso la sua fine storica: se non era più possibile perché la realtà si muove in una dimensione diversa da quella prevista dal marxismo, fondare il socialismo sulla rivoluzione, si tratta di “costruirlo” grazie alla graduale e progressiva crescita della coscienza delle masse, e alle riforme.[51]

La critica alla teoria del crollo, poiché avrebbe una funzione “attendista”, che negando l’importanza dell’iniziativa soggettiva cosciente della classe nel processo rivoluzionario, in ultima analisi è l’ennesimo pretesto per esaltate la “libertà” a scapito della “necessità”, in altre parole la funzione della “coscienza rivoluzionaria” come “unico e vero motore” della storia. L’idea di un conflitto insanabile fra la necessità storica e il ruolo degli individui è, per usare le parole di Lenin “uno dei trastulli professati” del soggettivista e più in generale del piccolo borghese timoroso che possono essere posti limiti di qualche tipo alla propria “libertà personale”. In realtà il marxismo – di cui la teoria del crollo è parte integrante – non sottovaluta per nulla la coscienza e l’apprezzamento delle azioni compiute dagli uomini.

Al contrario, solo da un punto di vista di una concezione marxista è possibile comprendere perché e in quale condizione all’attività cosciente è assicurato il successo, quali sono cioè “le garanzie che quest’attività non rimanga affatto un atto isolato, sommerso in una marea di atti contrastanti”.[52] Più in particolare, la teoria del crollo, dimostrando che il socialismo rappresenta il prodotto necessario e inevitabile delle contraddizioni proprie del Modo di Produzione Capitalistico, confuta la tesi che la sua instaurazione dipenderebbe unicamente dalle idee degli individui o dai loro sforzi rivoluzionari. In sostanza la teorica del crollo non implica per niente che il capitalismo crolli “da sé” o “automaticamente”, o che occorre aspettare finché siano dapprima, le condizioni oggettive, per poi e soltanto allora, lasciar agire quelle soggettive. Una simile concezione meccanicista, dimentica che, se è vero che l’abbattimento del capitalismo comporta l’esistenza di condizioni che sfuggono al controllo delle classi dominanti e la creazione di situazioni rivoluzionarie alla presenza delle quali il proletariato può prevalere, dove la lotta di classe è in grado di influenzare sensibilmente la rapidità o meno con cui il Modo di Produzione Capitalistico lascerà definitivamente la scena della storia.

Un’ultima critica alla teoria del crollo le attribuisce la responsabilità di aver indotto e giustificato le tattiche insurrezionalitiche, in particolare del comunismo tedesco dopo la vittoria della rivoluzione di ottobre e il crollo degli imperi Hohenzollern (Germania) e degli Asburgo (Austria – Ungheria), nell’illusione di una fine ormai imminente del Modo di Produzione Capitalistico. Addirittura, in Germania si affermò la Teilaktion, o azione armata parziale contro lo Stato capitalistico. Questo tipo d’impostazione della lotta rivoluzionaria, nel 1920-21, era teorizzato da dirigenti comunisti tedeschi come Thalheimer e Fröhlich, e dal dirigente del Partito Comunista Ungherese Lukàs che in esilio a Vienna, dirigeva la rivista teorica di lingua tedesca Kommunimus. Questa teoria consisteva in tante azioni parziali, in una serie di attacchi armati contro lo Stato borghese, limitati negli obiettivi ma costanti nel tempo. Nasceva così la ben nota “teoria dell’offensiva rivoluzionaria”. Giacché l’epoca era rivoluzionaria, l’unica strategia corretta era quella offensiva. In questo caso, è evidente l’ingenuità di dedurre, da un’interpretazione errata e da un utilizzo scorretto della teoria del crollo, la dimostrazione della falsità o addirittura del “carattere controrivoluzionario” della teoria del crollo in quanto tale.

In realtà, la teoria del crollo non coincide con la teoria della crisi, pur essendone la base necessaria e il presupposto, ma persino la questione della dimostrazione teorica dell’imminente crollo del capitalismo non s’identifica con quella della pressione delle forme concrete e dei tempi in cui si manifesterà nella realtà, la morte del Modo di Produzione Capitalistico.

Nella teoria marxista del crollo il capitale non muore all’improvviso, né scompare tutto a un tratto, come fanno le bolle di sapone quando scoppiano.

“(…) il crollo del capitalismo vuol, dimostrare che; ad un determinato stato di sviluppo, il capitale entra in contraddizione con la propria natura, cioè si nega come tale (e se lo fa per un periodo di tempi muore)”.[53] Quando lo sviluppo delle forze produttive provocate dal capitale stesso nel suo sviluppo storico a un certo punto sopprime l’auto-variolizzazione invece di generalizzarla; il capitale non riuscendo più a valorizzarsi a essere “valore che valorizza”, cessa di essere capitale. Dice Marx: “Merce e denaro non sono in sé e per sé capitale. Merci e denaro non si trasformano che in date condizioni…per essere capitale devono valorizzarsi: il valore che scambio deve servire generare più valore di scambio. La grandezza di valore deve crescere, cioè il valore esistente deve non soltanto conservarsi ma produrre un incremento, un valore più grande, un plusvalore”.[54]

Fatte queste premesse, resta ancora da dimostrare l’inevitabilità del crollo del capitalismo.

E ciò che s’incarica di fare appunto, la teoria del crollo, muovendo dalla contraddizione fra valore d’uso e valore di scambio. Infatti, lo sviluppo delle forze produttive determina, da una parte, una produzione su scala sempre più ampia di valori d’uso e, contemporaneamente, una riduzione del tempo di lavoro necessario alla loro produzione, quindi del valore in esse incorporato. In breve: mentre il valore d’uso tende, teoricamente, all’infinito, il valore di scambio tende a zero.

Questa dinamica ha la sua espressione più propria nella legge fondamentale dello sviluppo capitalistico, vale a dire nella legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Nel capitalismo, infatti, il processo di accumulazione si attua mediante un aumento continuo della composizione organica del capitale. Quindi con una diminuzione tendenziale del saggio di profitto (il plusvalore, cioè, cresce sempre meno del capitale anticipato c+v).

Si giunge perciò, necessariamente a un certo momento del processo in cui, supponendo che tanto il plusvalore assoluto quanto quello relativo non possano più essere ampliati, la massa del plusvalore sociale, per quanto possa essersi accresciuta in termini assoluti, è diventata troppo piccola rispetto al capitale complessivo accumulato. Poiché essa non è sufficiente a valorizzare l’intera base produttiva, processo di riproduzione allargata deve interrompersi, e s’interrompe.

Da questa descrizione molto schematica e sintetica emerge immediatamente che la teoria del crollo è, in realtà, anche una teoria della crisi, benché non coincida con essa, poiché, nell’economia capitalista, non si danno due processi separati, culminanti l’uno nella crisi e l’altra nel crollo finale, bensì un unico meccanismo di fondo.

Le crisi cicliche “parziali”, che hanno segnato e segnano la storia del Modo di Produzione Capitalistico sono, infatti, prodotte dalle stesse cause che determinano il collasso finale; cono cioè crolli del capitalismo in cui la dinamica della dissoluzione è stata (temporaneamente) arrestata e fatta regredire dalle tendenze contrastanti. Per Marx, la crisi rappresenta soltanto una tendenza al crollo momentaneamente interrotta e non pervenuta al pieno sviluppo, dunque una deviazione transitoria della linea di tendenza del capitalismo.

L’idea che la crisi, scoppiata alla metà degli anni ‘70, altro non sia, che una classica crisi ciclica, poiché tale destinata a sfociare in una guerra imperialista capace di risolvere realmente le difficoltà in cui si dibatte il capitalismo, è l’idea che la crisi economica attuale abbia le stesse caratteristiche, la stessa funzione e lo stesso significato delle crisi che, ad esempio, insorgono nell’età giovanile del capitalismo .

Il rifiuto (e l’incomprensione) della teoria marxista del crollo porta qui alla conclusione, tanto assurda quanto ingenua che… tutte le crisi di sovrapproduzione, per il fatto di essere tali, sono…. Uguali!

In realtà, la crisi generale che ha investito il Modo di Produzione Capitalistico a partire dalla metà degli anni ’70 non è identica, ad esempio, alla crisi economica, anch’essa mondiale, che si verificò nel 1847/48. E ciò non fosse altro perché mentre quest’ultima è insorta quando il capitalismo si trovava ancora nell’età giovanile, la crisi attuale lo coglie nella sua età senile, nell’età dell’imperialismo, nella fase dell’agonia del Modo di Produzione Capitalistico.

Respingendo la teoria del crollo e l’idea che il capitalismo come tutti i modi di produzione, che lo hanno preceduto, è destinato inevitabilmente a morire e a lasciare il posto a un Modo di Produzione superiore, ci si preclude la possibilità di comprendere che, la crisi in corso, per ampiezza, per durata (dalla metà degli anni ’70), per la fase storica in cui è insorta che non è come le altre crisi cicliche che si sono verificate nella storia del capitalismo, all’ordine del giorno non è soltanto una generica guerra imperialista, bensì un periodo di guerre e di rivoluzioni, dunque un periodo di guerre ricorrenti, destinato a culminare nello sfacelo definitivo del Modo di Produzione Capitalistico.

Affermare che tramite la guerra, il capitalismo può superare la crisi, infatti, vuol dire essere convinti che la guerra imperialista possa aprire una nuova fase di espansione e di sviluppo per il capitale. In realtà questa tesi, può essere vera, per singoli capitali (e comunque solo nel senso che la ripresa economica, fato il livello di sviluppo delle forze produttive storicamente acquisito, avrebbe una durata effimera e finirebbe per riproporre le contraddizioni a un grado ancora più elevato e concentrato), l’illusione che la crisi attuale debba seguire l’aumento e produrre gli effetti tipici delle crisi cicliche tradizionali e sfociare in una nuova epoca di espansione del Modo di Produzione Capitalistico, prescinde, quantomeno da tre considerazioni.

  • Allo sviluppo delle forze produttive è posto un limite assoluto. Questo, nasce dal fatto, che il capitalismo, in quanto epoca progressiva della storia umana, ha dato, prima della prima guerra mondiale imperialista, quanto di positivo poteva dare per il progresso dell’umanità. Le forze produttive possono sì, nell’ambito del rapporto di produzione capitalistico, continuare a svilupparsi quantitativamente a dismisura, ma non vi può essere più, nessun salto di qualità: la socializzazione crescente della produzione e del lavoro trova il suo limite nella mancanza di rinnovamento qualitativo dei rapporti di produzione esistenti, ed esige la loro distruzione.
  • La convinzione che la guerra imperialista, poiché strumento per la distruzione del capitale in eccesso, riesca a garantire al capitalismo uno sviluppo contradditorio ma pur sempre illimitato, è dal mio punto di vista, una visione errata, oltre che apologetica. Chi sostiene questa tesi, ignora (volutamente o meno) che le controtendenze alla caduta del saggio di profitto (e la guerra è una di tali controtendenze), pur essendo fattori che attenuano la tendenza allo sfacelo, rappresentano dialetticamente, nello stesso tempo, veicoli che conducono di nuovo e più rapidamente il Modo di Produzione Capitalistico nella direzione del crollo finale.
  • Se la guerra pur consentendo al capitalismo di eliminare il capitale in eccesso, la ripresa dell’accumulazione non avverrebbe da zero, bensì dal livello di accumulazione storicamente acquisito. Poi, bisogna saper distinguere quando si parla di guerra, la distinzione che passa tra guerra interimperialista cioè fra due o più paesi imperialisti e fra guerre contro paesi dipendenti del cosiddetto Terzo Mondo. Storicamente, nelle guerre interimperialiste, le forze produttive non sono distrutte allo stesso modo in tutti i paesi belligeranti, fino al punto che l’economia è eliminata (o meglio, le capacità produttive sono ulteriormente ridotte) soltanto nel paese (o nel gruppo dei paesi) che è stato sconfitto o sul cui territorio sono avvenute le operazioni belliche.[55] Nel paese vinto, l’accumulazione non riprende da zero, bensì dal livello raggiunto dal paese più sviluppato il quale riversa sul concorrente battuto il proprio capitale eccedente e la propria tecnologia.[56] D’altra parte, la guerra non è in grado di “ringiovanire” il capitalismo o di “rigeneralo” per un lungo periodo (e men che meno, per un’intera fase storica), ogni volta riportandolo ai livelli dell’accumulazione, perché la distruzione che essa provoca riguarda solo alcuni paesi o alcune aree, mentre le forze produttive negli altri paesi e nelle altre aree, hanno ormai raggiunto un livello tale di crescita che il crollo torna ben presto a riproporsi come conseguenza inevitabile.

Possiamo prendere come esempio la Germania del secondo dopoguerra (ma anche il Giappone e l’Italia), che benché semidistrutta, smembrata e vinta, ha impiegato meno di 30 anni (durante i quali, peraltro, il ciclo di crescita ha seguito un andamento analogo a quello delle economie uscite vittoriose dalla seconda guerra mondiale imperialista), per precipitare nuovamente, al pari degli altri paesi imperialisti, nella crisi economica.

 

Conclusioni

 

L’attuale crisi è cominciata nella metà degli anni ’70 ed è una crisi generale del capitalismo.

La crisi è generale giacché non riguarda alcuni aspetti, ma il complesso della società. Come dicevo all’inizio si tratta di una crisi economica, quindi di una crisi politica e di una crisi generale.

Perciò all’ordine del giorno ci sono, da una parte, la soluzione borghese (la guerra) e dall’altra, la soluzione proletaria della crisi (la rivoluzione). Quello che si è aperto dalla metà degli anni ’70 è lo svilupparsi di un periodo storico determinato da guerre, profondi rivolgimenti e laceranti conflitti di classe su scala nazionale e internazionale.

 

1 Oririeuse, ou la révolution invisible, Paris, Fayard, 1979.

 

[2] S, Guarracino, Storia degli ultimi cinquant’anni, Milano, Bruno Mondadori, 1999.

 

[3] E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1997.

 

[4] Il “rapporto Mollis” premesso a uno studio della Chase Econometrics, affermava che nei primi anni ’70 che “il periodo di stabile crescita economica che va dal 1954 al 1973 sarà giudicato per quello che realmente è stato una aberrazione” (Citato da L. Maitan, La grande depressione (1929-32) e la recessione degli anni 70, Roma, Savelli, 1976).

 

[5] In Giappone la popolazione contadina passò dal 52,4% del 1947 al 9% del 1985 e al 5% circa alla fine degli anni ‘90

(Il libro dei fatti 2000, Roma, Adnkronos Libri).

 

[6] Nell’estensione di lavoro salariato andrebbe fatta una distinzione tra classe operaia e il resto dei lavoratori dipendenti. La classe operaia si distingue tra la massa di lavoratori dipendenti perché essa scambia la sua forza lavoro contro capitale, ciò a differenza dei dipendenti degli enti pubblici che scambiano la loro forza lavoro contro reddito (anche se il contenuto del loro lavoro potrebbe essere il medesimo). La differenza fondamentale tra le due situazioni sta nel fatto che per il lavoratore che scambia la sua forza lavoro contro capitale, la misura del suo scambio (il salario) e le forme dell’erogazione della sua capacità lavorativa sono determinate da leggi che s’impongono anche al capitalista come necessarie e quindi sono leggi socialmente oggettive.

 

[7] D, Giachetti e M. Scavino, La Fiat in mano agli operai – l’autunno caldo del 1969, Pisa, BFS Edizioni, 1999.

 

[8] E’ la sigla dell’organismo che raggruppa i paesi esportatori di petrolio. Fondata nel 1960 a Baghdad da Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait e Venezuela.

 

[9] L. Thurow, Testa a testa. Usa, Europa e Giappone. La battaglia per la supremazia economica nel mondo, Milano, A. Mondadori, 1992.

 

[10] La Pirelli ha attivato un processo di produzione degli pneumatici in conformità a “minifabbriche”, in grado di produrre un pneumatico ogni tre minuti, con aumenti di produttività all’ordine dell’80% e di efficienza degli impianti del 23%. I consumi di energia sono ridotti del 25% e la redditività aumentata di oltre il 40%. Le lavorazioni passano da 14 a tre ed è possibile cambiare articolo secondo le richieste in 20 minuti. Le minifabbriche sono molto flessibili, collocabili in modo da modulare sul territorio secondo le esigenze del mercato di riferimento. Gli impianti tascabili occupano inferiori dell’80% rispetto a quelli tradizionali e possono perciò essere piazzati con facilità dove servono. (S. Bologna, Pirelli, la rivoluzione in fabbrica, Corriere della Sera del 22.12.1999).

 

[11] The Economist, Il mondo in cifre 2000, Internazionale, Roma, 1999.

 

[12] L’Europa in cifre 1999. Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, Il Sole 24 ore, 1999.

 

[13] M. Hunter, Tempo di vita, nuovo sogno americano, Le Monde diplomatique, 1999.

 

[14] A. Bonomi, Modello renano nel caos sociale, Corriere economia dell’08.11.1999.

 

[15] A. Sacchi, La contrattazione collettiva in Europa tra corporativismo conflittuale e corporativismo consociativo, Altreregioni n. 7 depm1998.

 

[16] Andrew Glyn, Capitalismo Scatenato, Globalizzazione, competitività e welfare, Francesco Brioschi Editore

 

 

[17] E. N. Luttwak, La dittatura del capitalismo, Milano, Arnoldo Mondadori, 1999.

 

[18] M. Hunter, Tempo di vita, nuovo sogno americano, Milano, Le Monde diplomatique, novembre 1999.

 

[19] S. Guarracino, Il novecento e le sue storie, Milano, Bruno Mondadori, 1997.

 

[20] Secondo uno studio della KPMG Corporate Finance, società di consulenza, ripreso da Le Monde Diplomatique del 20.08.1999, nel corso del primo trimestre del 1999, sarebbero state effettuate circa 2500 operazioni di fusioni-acquisizioni, per un ammontare di 411 miliardi di dollari con un rialzo del 68% rispetto al primo trimestre del 1998.

 

[21] Le tigri asiatiche è il nome che è stato attribuito verso la fine degli anni novanta principalmente a 4 paesi asiatici (Taiwan, Sud Corea, Singapore e Hon Kong) per via del loro ininterrotto sviluppo degli ultimi decenni, anche se questo termine si può riferire alla maggioranza dei mercati in rapida crescita nell’estremo oriente. Il termine di Quattro Dragoni è stato spesso usato come sinonimo di tigri asiatiche e si riferisce alle stesse quattro nazioni. Alle quattro economie emergenti maggiori dell’area erano affiancate le così dette “Tigri minori” o “piccole tigri” ovvero altri quattro stati: Malesia, Indonesia, Thailandia e Filippine.

 

[22] Dal luglio 2008, il governo cinese ha deciso un aumento dei diritti di dogana sulle merci importate per stimolare i costruttori stranieri a sviluppare la loro produzione locale.

 

[23] http://french.peopledaily.comcn/Economie/6864541.html

 

[24] Le statistiche ufficiali cinesi in materia sono consultabili on line su www.fdi.gov.cn.

 

[25] Finacial Times, 23/08/2010.

 

[26] Questo blocco era profondamente integrato nel mercato mondiale. Prendiamo come esempio la Polonia. Secondo Business Week del 1981 la Polonia importò negli anni ’70 beni capitali per 10 miliardi di dollari. Questo enorme import di mezzi di produzione doveva sviluppare una produzione per il mercato interno e alimentare un crescente flusso di export di manufatti e di materie prime. Per sviluppare il nuovo apparato industriale, la Polonia aveva bisogno di essere finanziata dalla Russia o dalle banche. Ma la Russia non era in grado di farlo, al massimo riciclare dei prestiti che riceveva dalla finanza occidentale. Il Newsweek del 4 gennaio 1981 fa ammontare il debito polacco a 26,3 miliardi di dollari. Il governo polacco era debitore a istituzioni pubbliche e private della Germania Federale (4,1), degli U.S.A. (3,1), della Francia (2,6), dell’Austria (1,8), della Gran Bretagna (1,8), del Brasile (1,5), dell’Italia (1,1), del Giappone (1,1), del Canada (1,0). Dalla metà degli anni ‘70 con l’avvio della crisi di sovrapproduzione di capitale, i capitali cercavano nuovi mercati per valorizzarsi. Questo è stato uno degli elementi determinanti che hanno determinato il crollo dei regimi dell’Est, poiché la borghesia, quella russa che quella internazionale avevano bisogno di una sovrastruttura politica funzionale alla situazione economica in atto (bisognava privatizzare per creare spazi maggiori per gli investimenti di capitale).

 

 

[27] Sarebbe credere che sia possibile attraverso le banche, il governo dell’economia capitalista.

 

[28] Nel 1999 negli U.S.A. è stato abolito il Gloss Steagal Act introdotto da Roosevelt nel 1933 proprio perché oltre che separare le banche di affari da quelle commerciali, vietava a queste ultime l’emissione di titoli di debito garantito dai depositi dei risparmiatori limitando così la produzione incontrollata di capitale fittizio.

 

[29] Spinte dalla concorrenza le imprese se non volevano essere spazzate via hanno investito in nuove tecnologie e modernizzato il capitale produttivo, tutto ciò ha causato un aumento fortissimo dei costi.

 

[30] D’altronde non possono confiscare il denaro ai capitalisti (essendo al loro servizio), né tantomeno aumentare le imposte ai lavoratori, perché diluirebbero il loro potere di acquisto già in calo, riducendo così la domanda di merci. Né tantomeno possono creare denaro d’autorità, poiché i prezzi aumenterebbero, il denaro perderebbe valore e così s’intaccherebbe gli interessi dei possessori di denaro.

 

 

[31] G. Turani, Multinazionali l’anno orribile dei super-giganti, in La Repubblica Affari & Finanza, 22/06/09

 

[32] M. Calabresi, Un tetto due famiglie. La casa al tempo della crisi, La Repubblica, 17.02.09.

 

[33] V. Puledda, Nascosta la metà delle perdite bancarie, in La Repubblica, 26.112009

 

[34] M. Panara, Mercati, lo tsunami del debito , in La Repubblica Affari & Finanza, 09.02.2009

 

 

[35] V. Rampini, Le dieci cose che non saranno più le stesse, Mondadori, Milano, 2009

 

[36] Un’avvisaglia in tal senso c’è stata a Londra all’inizio del 2009, dove un’asta di bonds fallisce. L. Franceschini, USA e Inghilterra allarme debito, a Londra fallisce un’asta BOT, La Repubblica, 26.03.2009

 

[37] E’ meccanicistico vedere la distruzione delle forze produttive come condizione della ripresa. Bordiga portò alle estreme conseguenze questa tesi osservando che i paesi che escono con le ossa rotta da una guerra sono favoriti nella ripresa. Come dirò più tarsi in questo mio intervento, ritengo che questa sia una tesi errata. C’è da rilevare che i “miracoli” dei tre paesi vinti nella seconda guerra mondiale imperialista (Italia, Germania, Giappone) sono impensabili senza la funzione di traino all’economia mondiale svolta in quel periodo dagli USA, che erano nel 1945, la metà dell’economia mondiale, e che non avevano subito distruzioni belliche. In altre parole senza un meccanismo di accumulazione che tiri non si riparte, e poiché in questo periodo non c’è, dovrebbero intervenire a favore della Borghesia Imperialista per il rilancio dell’accumulazione San Gennaro assieme alle madonne di Lourdes e di Fatima.

 

[38] F.G. STEVENS, in Appendice a GRACCHUS, Guerre fiscali, De Donato, Bari 1980

 

[39] L. Iezzi, Evasione, riciclaggio, corruzione, così i centri offshore gonfiano la crisi, in La Repubblica, 23.02.2009.

[41] A. Carlo, Studi sulla crisi della società industriale, Loffredo, Napoli, 1984, pp. 169

 

[42] A. Carlo, L’economia mondiale.

 

[43] N. Francalacci, Liberia per gli italiani un paradiso fiscale, ne Il Venerdì di Repubblica 01.05.2009.

 

[44] C. Stagnaro, Viva i paradisi fiscali! in supplemento al n. 4 di Limes 2009

 

[45] Le imprese troveranno negli USA il paradiso fiscale perduto?, ne Il Venerdì di Repubblica, 22.05.2009.

 

 

[46] Allarme fondi pensione USA, servono altri 200 miliardi, in Finanza & Mercati, 06.01.2010.

 

 

[47] La più famosa e influente è senza dubbio la lobbie sionista.

 

[48] Da vedere Tremonti sul video http://www.youtube.com/watch?v=I4e5BK_01YU dove parla di “illuminati” che gestiscono la globalizzazione creando guasti. Un’ipotesi è che gli interessi borghesi sacrificabili cominciano a lamentarsi per essere tagliati fuori.

 

[49] B. Ardù, E. GRION, Allarme OCSE.

 

[50] M. Marzocco, Un salvataggio da 23 mila miliardi, ne Il Sole 24 Ore, 22.03.2009.

 

 

[51] E’ interessante notare che i riformisti condividono l’ostilità per la teoria del crollo…con gli operaisti! Per questi ultimi, infatti, la vittoria del comunismo (poiché saltano il periodo di transizione caratterizzata dalla dittatura del proletariato) è affidata alla capacità soggettiva della classe operaia di distruggere il sistema capitalistico, capacità che solo il corso della storia può verificare concretamente. L’abbandono di una concezione materialistica di analisi conduce necessariamente, al riformismo, al soggettivismo, al radicalismo e al volontarismo. L’importanza della teoria del crollo sta nel fatto che dimostra il carattere transitorio del capitalismo.

 

[52] Lenin, Che cosa sono gli amici del popolo…

 

[53] Marx, Grundrisse Lineamenti fondamentali per la critica dell’economia politica

 

[54] Marx, Il Capitale, Libro VI° inedito, La Nuova Italia

 

[55] Pensiamo alla seconda guerra mondiale imperialista, la differenza che esiste alla fine del conflitto per quanto riguarda le forze produttive, tra l’Europa (sia nei paesi sconfitti sia in quelli vincitori) dove si è combattuto e gli U.S.A. dove non si sono svolte né battaglie né compiuti bombardamenti aerei.

 

[56] Un magistrale esempio è stato il Piano Marshall, dopo la seconda guerra mondiale imperialista. Esso consistette in forti stanziamenti economici (poco più di 17 miliardi di dollari in poco più di 4 anni) verso i paesi europei.

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~ di marcos61 su gennaio 12, 2015.

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