CRIMINALITA’ ECONOMICA IN AUMENTO, COSA C’E’ VERAMENTE DIETRO

Un’azienda su quatto in Italia (23%) è stata vittima di crimini economici negli ultimi due anni (una su tre a livello mondiale).[1] A rivelarlo è PwC[2] nella Global Crime Survey che è una delle più ampie indagini che ci sono sul fenomeno del crimine economico. L’Italia, secondo questa quest’indagine è in atto un forte aumento delle frodi economico-finanziarie, cresciute in due anni. Nel nostro paese la categoria di frode più diffusa resta l’appropriazione indebita (65%), seguita dal cyber crimine (22%) e dalle frodi contabili. A subire il maggior numero di frodi sono le aziende del settore manifatturiero (67%), energia (43%), trasporto e logistica (40%), e servizi finanziari (28%).

C’è da chiedersi come mai? Dire la natura umana sarebbe (ed è effettivamente) una risposta banale.

Ma ci può aiutare a capire di più questo fenomeno se comprendiamo il rapporto che esiste tra capitale finanziario e l’economia reale capitalista. Con quest’ultima espressione si indica l’insieme delle attività con cui i capitalisti fanno produrre da lavoratori salariati beni e servizi per ricavarne, vendendoli, un profitto, che valorizza il loro capitale. Il capitale finanziario si distingue dal capitale impiegato nell’economica reale perché è capitale che cerca di senza impegnarsi direttamente nella produzione di beni  e servizi (le azioni e obbligazioni di società  dell’economia reale sono una frazione del capitale finanziario, ma attualmente sono una frazione non più dirigente di esso, sostituito in questo ruolo dal capitale speculativo).

La crescita del capitale finanziario fino a raggiungere le dimensioni attuali non casca dal cielo, né esce fuori dal cilindro di qualche sadico esponente della Borghesia Imperialista e non è frutto di un “complotto giudaico-massonico” (come si usa dire in ambienti fascisti e affini). Questa crescita ha origine dal fatto che dalla  metà degli anni ’70 nell’economia reale capitalista iniziarono a manifestarsi in misura crescente i sintomi della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale. In sostanza era divenuto impossibile per i capitali più concentrati (quelli con una massa enorme di macchinari in rapporto ai lavoratori impiegati) investire ulteriormente ricavando un tasso di profitto superiore a quello ottenuto in precedenza ottenuto con un capitale minore.

Di conseguenza, da un lato è stato avviato un poderoso processo di trasferimento delle lavorazioni più mature e standardizzate in paesi poco (o niente) industrializzati nell’intento di alzare i profitti; dall’altro lato, una parte dell’enorme massa dei capitali prodotti da circa 30 anni di sviluppo capitalistico (ovvero di sfruttamento operaio) non ha potuto trovare impieghi remunerativi adeguati, nel ciclo produttivo, per gli appetiti capitalisti ed ha cominciato, per così dire, ad “agitarsi” girovagando per tutto il globo in cerca di delle occasioni migliori: fossero le materie prime o gli interessi sui prestiti a breve termine o i differenziali tra i cambi delle valute.

Di pari passo, come si diceva prima, è cresciuto a dismisura l’indebitamento dei paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” verso cui è confluita, attraverso l’intermediazione del sistema finanziario internazionale, una parte significativa dei capitali in eccedenza in cerca di valorizzazione. La massa dei capitali in cerca di adeguata valorizzazione sui mercati internazionali rappresenta l’aspetto specifico della crisi (anche se non mancano gli aspetti cosiddetti classici della sovrapproduzione delle merci, della disoccupazione, del sottoimpiego delle capacità produttive).

È in questa fase che la combinazione di stagnazione e inflazione (stagflazione) divenne l’incubo di capitalisti, uomini d’affari, esponenti politici e professori. Contro questa crisi in tutti i paesi imperialisti presero su grande scala 3 serie di misure:

1)    Sottrarre le banche centrali e in generale il sistema bancario (che facendo credito crea nuovo denaro) all’autorità dei governi i quali misura, prima o poi, rispondevano ancora del loro operato. La direzione delle banche centrali, del sistema bancario e più in generale del sistema monetario (le istituzioni che producono denaro, quelle che amministrano la circolazione fissando i criteri della concessione di credito e i tassi di interesse, le regole e abitudini che presiedono alle relazioni tra di loro) vennero affidati a uomini di fiducia della Borghesia Imperialista, spacciati come tecnici come se la loro gestione fosse dettata da leggi di natura, indipendenti dagli interessi delle persone e delle classi coinvolte.

In Italia la separazione tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro fu

conclusa nel febbraio 1981 dal governo Forlani, nella persona del ministro

del Tesoro Nino Andreatta che era un’esponente della sinistra DC, e

dall’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi.[3]  Con

questa decisione (eversiva rispetto alla Costituzione) lo Stato italiano non

poteva più decidere quanta moneta la Banca d’Italia doveva creare perché

lo Stato potesse far fronte ai suoi compiti decisi in sede politica. Per far

fronti a essi da allora in avanti lo Stato italiano (come gli altri Stati) avrebbe

dovuto ricorrere al mercato finanziario. Avrebbe cioè dovuto emettere e

vendere titoli finanziari con cui chiedere in prestito a banchieri, società

finanziarie, fondi di investimento, i soldi che  eccedevano le sue entrate:

cioè eccedevano la somma del gettito di imposte, tasse, contributi, multe e

   ticket, delle tariffe sei sevizi pubblici, delle rendite dei beni demaniali.

In questo modo la congrega di banchieri, società finanziarie e titoli di

investimento otteneva quattro vantaggi.

  1. Creava un proficuo campo di investimenti per i suoi capitali che, stante la sovrapproduzione assoluta di capitale in corso nell’economia reale, avevano difficoltà ad essere investiti altrimenti. Questo era il periodo (fine anni ’70 e inizio anni ’80) delle furiose pressioni del sistema imperialista mondiale sui paesi “socialisti” e sui paesi neocoloniali (le vecchie colonie diventate paesi politicamente autonomi) perché si indebitassero.
  2. Creava un buon pretesto per premere, con la virtuosa motivazione di reperire denaro per la Pubblica Amministrazione, a favore della privatizzazione del settore pubblico dell’economia e dei servizi pubblici che in questo modo diventano un altro campo di investimento del capitale. Privatizzazione che in Italia partì presto alla grande sotto l’alta direzione di Romano Prodi che all’epoca era presidente dell’IRI (mentre il debito pubblico, anziché diminuire per i proventi delle privatizzazioni, continuava ad aumentare a gran velocità).
  3. Allentava, la pressione fiscale, il rischio che i membri nazionali di questa congrega fossero chiamati nel loro paese di residenza o d’attività a contribuire alla spesa pubblica. La spesa pubblica aumentava per le prestazioni crescenti che il ceto politica imponeva alla P.A.  Una delle vie per far fronte alle spese della P.A.  era l’aumento delle imposte, e dei contributi, ed era viva la pressione per darli pagare, come indicava la Costituzione.
  4. Poneva le premesse per esigere la riduzione della spesa pubblica, cioè per contrastare con maggiori argomenti le richieste delle organizzazioni popolari di crescenti prestazioni della P.A. per dare  per dare attuazione effettiva ai diritti (istruzione, sanità, prensioni, servizi sociali ecc.)che dovevano essere universali stando alla coscienza della solidarietà sociale che l’ondata rivoluzionaria generata dalla Rivoluzione di Ottobre e dalla creazione dei primi paesi socialisti aveva diffuso e la Costituzione del 1948, pur con evidenti contraddizioni nata dal fatto fu una mediazione tra esigenze proletarie rese forti dalla Resistenza e borghesi, aveva sanzionato. [4]

In sostanza con la sottrazione del sistema bancario all’autorità del governo, in ogni paesi imperialista i governi in generale e i vari enti pubblici in particolare (come Comuni, Province e Comuni) divennero clienti del sistema finanziario.[5] Per finanziare la spesa pubblica eccedente le loro entrate, emettevano titoli di debito pubblico che vendevano alle banche  e tramite queste a chi li intendeva acquistare, privatizzando imprese e servizi e vendevano beni demaniale. Erano altrettanti campi di investimento per i capitalisti.

Nel nostro paese è dal 1981 che il debito pubblico ha preso a gonfiarsi stabilmente e rapidamente non perché lo Stato ha fornito più sevizi pubblici ma perché ha dovuto far fronte alla vecchia spesa e pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico e le commissioni alle banche e alle altre istituzioni che li vendevano al pubblico. Per lo stesso motivo tutte le misure per ridurre il debito pubblico e il deficit del bilancio annuale dello Stato si sono tradotte in miseria crescente per le masse popolari, in taglio dei servizi, in redistribuzione del reddito a favore dei ricchi ecc. ma il debito pubblico italiano  ha continuato  a crescere. Come continua ancora oggi: nel maggio 2011 il debito pubblico italiano era di quasi 1.900 miliardi di euro, dopo la “cura di cavallo” del governo Monti è salito a quasi 2.5. miliardi di euro annuali.

2)    L’abolizione e la restrizione dell’dell’autorità dei governi a proposito delle circolazione internazionale delle merci e dei capitali d’investimento (i cosiddetti investimenti diretti): i capitali usati per aprire nuove aziende o comprare aziende esistenti (quindi non semplici partecipazioni azionarie al capitale, che rientrano nel capitale finanziario, ma le aziende stesse). Le potenze imperialiste agli altri paesi, pena sanzioni e altri trattamenti simili oppure impongono condizioni di “minor favore”  per il credito e il commercio, accordi e patti del tipo WTO.[6]   Questi accordi permettevano ai capitalisti di impiantare imprese nei paesi che preferivano esportare dove meglio loro conveniva, limitando o abolendo le interferenze dei governi locali. A questo scopo fu creato e rafforzato un sistema di leggi e di corti a giurisdizione internazionale.

3)  L’abolizione di leggi e regolamenti che limitavano i titoli finanziari e la loro circolazione internazionale che in ogni paese. Con il crollo della borsa del  1987 il sistema economico cade vittima dell’estrema instabilità dei rapporti che si era venuta a creare. A differenza del 1929, dove le classi dominanti strinsero i cordoni del credito e assettarono così una mazzata finale, il sistema aveva creato nel frattempo delle cinture “protettive”, che permise di circoscrivere i danni e isolare i settori colpiti da tutti gli altri, impedendo la propagazione dei fenomeni. Queste forme di gestione collettiva dell’economia per gestire la crisi, che già Marx ne parlava nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse), Il capitolo del denaro (Opere complete vol. 29), nascono dal fatto che la fase imperialista del capitalismo è caratterizzata dal contrasto tra la proprietà privata delle forze produttive con il loro carattere collettivo, per questo motivo diventa un’esigenza da parte della borghesia creare in continuazione forme di gestione collettiva che costituissero una mediazione di questo contrasto, che cerchino di porre in qualche misura dei freni agli effetti più devastanti dal fatto che i rapporti di produzione capitalisti sopravvivono. Queste forme di gestione collettiva sono: le società per azioni, le associazioni di capitalisti, i cartelli internazionali di settore, le banche centrali, le banche internazionali, i sistemi monetari internazionali, i sistemi monetari fiduciari, le politiche statali, gli enti economici pubblici, i contratti collettivi di lavoro, i sistemi assicurativi generali, i regolamenti pubblici dei rapporti economici, gli enti sopranazionali, il capitalismo monopolista di stato.    Ma permanendo lo stato di crisi, come si è visto, il capitale speculativo s’ingigantisce, ha come unica strada per cercare di evitare esplosioni ancora più violente la deregulation finanziaria, vale a dire proprio lo smantellamento di queste cinture protettive.[7] Il risultato è stato che in nessun paese, esiste più una separazione fra credito a esercizio breve e finanziamento a lungo termine delle imprese industriali; è venuta a meno la divisione fra banche d’affari e banche commerciali; vi è totale commistione fra istituti di credito, sono nati e si sono sviluppati hedge-funds, specializzati nella speculazione sui derivati, si è estesa in modo sconvolgente la speculazione delle banche in conto proprio con la propensione degli istituti di credito a finanziarie le attività speculative.  Attività speculative e ruolo delle banche sono fattori chiave per comprendere l’attuale situazione di crisi capitalista. Se prendiamo come esempio il caso Parmalat, quello che è successo non deve certo essere interpretato che tutto ciò che è accaduto sia dovuto alle avventure di un “furbone” in un  paese come l’Italia dove non ci sono “regole”. Quello che è accaduto (e questo discorso vale per tutti i paesi capitalisti) non è stato solamente una gestione speculativa delle eccedenze valutarie, cioè del capitale monetario temporaneamente inattivo, ma dal fatto che i profitti generati nel processo produttivo erano totalmente al servizio dell’attività speculativa, diventata sotto ogni punto di vista il vero business dell’azienda. Queste misure favorirono la collocazione delle aziende in Borsa, agli aumenti di capitale da parte delle aziende (l’emissione di nuove azioni e obbligazioni), la creazione di titoli finanziari di nuovo tipo, In particolare di tipo speculativo (relativi a derrate alimentari, a minerali, alle quotazioni di titoli già in circolazione), l’acquisto e la vendita di titoli allo scoperto (cioè di titoli che il venditore non possiede ma che si impegna a consegnare alla scadenza fissata), l’emissione di titoli che assicuravano  titoli già circolanti titoli derivati ecc.), ecc. I titoli finanziari di tipo speculativo drenano i risparmi del cosiddetto ceto medio (lo strato superiore delle masse popolari) e dei lavoratori in genere (delle liquidazioni per esempio)e arricchiscono alcuni capitalisti finanziari, a danno di altri (coinvolgendo in questa ripartizione anche l’economia reale dato che il capitale delle aziende che producono beni e servizi è costituito in tutto o in parte da titoli finanziari e che spesso lo stesso capitalista è sia produttore di beni e servizi sia capitalista finanziario e i “tracolli finanziari” si riversano quindi nelle aziende).[8]  Nacque allora quella che Tremonti quando era ministro del governo Berlusconi declamava come “finanza creativa”. Simili titoli potevano essere comperati, venduti e quotati nelle Borse di vari paesi connessi in rete: ovviamente Wall Street, la City londinese, Francoforte e Parigi facevano la parte del leone. I paradisi fiscali fiorirono come mai prima. Le nuove tecniche bancarie e di comunicazione principalmente quelle derivante dall’informatica davano un efficace supporto alle nuove libertà dei capitalisti.

 

Attraverso le tre serie di misure illustrate, passo dopo passo cresceva la massa del capitale finanziario e  le istituzioni finanziarie  risucchiavano denaro dall’economia reale, aprendo ai capitali terreni più ampi d’investimento (reale e finanziario) nei singoli paesi e nel mondo. L’economia finanziaria offriva uno sbocco alla sovrapproduzione di capitale che si manifestava  nell’economia reale assorbendo da questo. Nello stesso tempo l’economia finanziaria alimentava l’economia reale con iniziative speculative (speculazione sulle materie prime con connesse nuove esplorazioni, sulle derrate alimentari, sulle grandi opere ecc.) e bolle di vario genere (bolle nel settore immobiliare, bolle nell’innovazione informatica, bolle nel commercio ecc.). In ogni azienda capitalista di un certo rilievo, il settore finanziario diventava parte indispensabile e rilevante del funzionamento aziendale.

 

Questa crescita su grande scala del capitale finanziario evitò che negli anni ’80 e ’90 la crisi capitalista precipitasse, ma sul piano dell’economia reale capitalista, della struttura della società borghese che era ammalata di sovrapproduzione assoluta di capitale, lo sviluppo su grande scala del capitale finanziario fu un rimedio efficace come sarebbe efficace alla fatiscenza di un edificio, nei cui muri del piano terra si formano grandi crepe, nei cui muri del piano terra si formano grandi crepe e nelle cui fondamenta ci sono dei cedimenti, costruire piani superiori e via via spostarsi a vivere in questi: prima o poi ci si troverà travolti in una rovina ancora più disastrosa (quella che si è messa in moto nel 2008).

 

La morale di tutta questa storia è che il capitale finanziario ha salvato l’economia reale capitalista dalla crisi precoce (stagflazione) i cui era caduta negli anni ’70. Ma orma la sottopone a una pressione che rende impossibile la sua ordinaria riproduzione da un anno all’altro. Rende impossibile la riproduzione semplice (la ripetizione dell’attività economica allo stesso livello dell’anno precedente) e ancora meno possibile la riproduzione allargata (con un capitale maggiore e un prodotto maggiore). Infatti:

1)    Il capitale investito nell’economia reale è meno liquido (meno facilmente trasformabile in denaro) del capitale finanziario e i rapidi movimenti di questo sconvolgono il sistema monetario e quindi i prezzi delle varie parti del capitale investito nell’economia reale e rendono sempre più incerta ogni previsione.

2)    Le banche non fanno credito alle famiglie e alle imprese (stretta creditizia) perché il movimento finanziario offre prospettive di profitti maggiori e con scadenze ravvicinate, mentre la solvenza delle aziende è aleatoria (i crediti “in sofferenza” aumentano in ogni banca e ogni tanto bisogna scorporarli dal resto per tenere vita la banca).

3)    La speculazione incide sui prezzi delle materie prime e di altri prodotti, ne provoca continue variazioni che poco o nulla hanno a che fare con i problemi dell’economia reale (tecnologia, clima ecc.).

4)    I capitalisti smantellano l’apparato produttivo per investire in speculazioni di borsa: rischiose certo, ma come si dice “chi non risica non rosica”, tanto più che anche l’economia reale è sempre più sconvolta.

 

Dunque l’economia capitalista è costretta dalle leggi e dalle relazioni di proprietà e creditizie a contribuire a valorizzare il capitale finanziario pagando ogni anno profitti, interessi sul credito corrente  sul debito pubblico e privato, affitti, imposte e restituendo quote del debito pubblico e privato in scadenza. Il capitale impiegato nella produzione è schiacciato. Gli operai, in particolare quelli dei paesi imperialisti, sono spremuti (Marchionne ha rubato, con la complicità dei sindacati di regime, perfino i dieci minuti  di pausa). Le masse popolari sono via via immiserite. Per quanto forte sia la pressione per spremere l’economia reale questa non è in grado di dare tutto il denaro necessario e valorizzare tutto il capitale finanziario. Gli amministratori del capitale del capitale finanziario ricorrono quindi ad altri mezzi:

1)    Spremere masse popolari (riducendo salari e pensioni, aumentando tariffe e prezzi).

2)    Spogliare con procedure legali (fiscali e altre) e illegali (investimenti fallimentari e crolli di borsa) i proprietari di risparmio.

3)    Buttare a mare (far fallire) una parte dei possessori (le vittime sacrificali) di capitale finanziario (con crolli di borsa, fallimenti).

4)    Creare nuovo denaro (attraverso la FED, la BCE, con le banche centrali dei vari paesi imperialisti, Giappone in testa).

5)    Creare nuovi titoli finanziari (con la finanza creativa, le speculazioni e le bolle finanziarie).

Questo processo di valorizzazione del capitale ha bisogno che nei vari paesi ci siano autorità ligie alle istituzioni del sistema finanziario mondiale. I paesi che si sottraggono al gioco (dal Venezuela alla Corea del Nord, dall’Argentina alla Siria, da Cuba all’Iran, dalla Libia – quella vecchia ovviamente, dell’epoca di Gheddafi – alla Bolivia ecc. che sono messi al bando, colpiti da sanzioni economiche, da manovre di destabilizzazione politica, da aggressioni camuffate da guerre civili, “rivoluzioni” ecc.) e da aggressioni aperte da parte degli Stati imperialisti o per interposta persona ecc.[9]

 

Come pensano di uscirne da questo marasma le classi dirigenti?  Dal 2008 da quando la crisi è entrata nella sua fase acuta, la speculazione finanziaria, le banche, il debito pubblico, i paradisi fiscali, le istituzioni del sistema finanziario mondiale e le autorità che sostengono sono diventati il bersaglio contro cui periodicamente politicanti, preti, miliardari “dal volto umano”, gruppi che si richiamano al fascismo come Forza Nuova e CasaPound.  Nel campo di quello che è rimasto della sinistra borghese si fanno delle proposte che nella maggior parte dovrebbe portare alla regolamentazione del capitale finanziario, mantenendo però intatto l’attuale sistema di relazioni sociali. I più audaci s’illudono di poter attuare un capitalismo tutto produttivo.

 

Perciò il nemico diventa il capitalismo finanziario, quello speculativo, quello “cattivo” insomma contrapposto a quello “buono”, quello produttivo.

 

Perciò non c’è da meravigliarsi di questo terrorismo psicologico inerente il cyber crimine nei confronti delle “buone” aziende produttive.

 

Terrorismo psicologico creato dai giganteschi network planetari che, dando forma preventiva al flusso complessivo dell’informazione circolante sul pianeta, letteralmente creano la realtà osservabile degli accadimenti quotidiani e dunque preformano – ad arte, seguendo intenti predefiniti – il significato e financo la natura di quello che dovrà essere compreso dalla pubblica opinione. Perciò dopo il “terrorismo internazionale”, gli “Stati canaglia”, adesso c’è la speculazione e per ripiego il cyber crimine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Boom di crimini economici, Metro, 20 febbraio ’14.

 

[2] PwC è un network internazionale leader nei servizi professionali alle imprese. È  un’organizzazione presente in 157 paesi, con oltre 184.000 professionisti impegnati a dare risposte  alle problematiche complesse delle aziende con cui lavora. In Italia sono circa 3.400 persone presenti in 21 città. PwC offre una vasta gamma di servizi in modo integrato e multidisciplinare. PwC abbina la conoscenza dei mercati locali a un’organizzazione di respiro globale. Vedere  http://www.pwc.com/it/it/careers/chisiamo.jhtml

 

[3] Una ricostruzione dell’evento è data Luigi Cavallaro, La congiura dei tecnici, http://www.sinistrainrete.info/politica-economica/2310-luigi-cavallaro-la-congiura-dei-tecnici.html

 

[4] Bisogna ricordarsi che la creazione di questo stato “sociale” (metto sociale tra virgolette poiché uno stato in cui la classe dominante è la Borghesia Imperialista non potrà mai avere finalità sociali se non costretto da dei rapporti di forza) avvenne in tutti i paesi imperialisti, come una risposta (ma sarebbe meglio dire che furono costretti) all’ondata rivoluzionaria che si era creata dopo la Rivoluzione di Ottobre. In sostanza la Borghesia Imperialista ha dovuto violentare la sua natura.

 

[5] Notizia dell’ASCA del 3 ottobre 2013: Allarme titoli tossici per i comuni italiani. ”Si stringe sempre piu’ la morsa, civile e penale, attorno alle banche che hanno piazzato titoli tossici agli enti locali, con contratti capestro e condizioni truffaldine, che non lasciano piu’ alibi o giustificazioni”. Così affermano in un loro comunicato le associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori. http://www.asca.it/news-Derivati__Adusbef__banche_a_enti_locali_titoli_tossici_per_23_mld-1320839.html

 

[6] In Italiano Organizzazione mondiale del commercio (OMC),  è un’organizzazione internazionale creata allo scopo di supervisionare numerosi accordi commerciali tra gli stati membri.. Vi aderiscono, al 3 marzo 2013, 159 Paesi cui si aggiungono 25 Paesi osservatori, che rappresentano circa il 97% del commercio mondiale di beni e servizi.

 

[7] Nel 1999 negli U.S.A. è stato abolito il Gloss Steagal Act introdotto da Roosevelt nel 1933 proprio perché oltre che separare le banche di affari da quelle commerciali, vietava a queste ultime l’emissione di titoli di debito garantito dai depositi dei risparmiatori limitando così la produzione incontrollata di capitale fittizio.

 

[8] Certi equivoci nascono dal fatto che per “finanza” s’intende fondamentalmente speculazione borsistica. La definizione di Lenin è molto, più ampia e più lungimirante: il capitale industriale che si fonde con quella bancario. Facciamo degli esempi. Il capitale produttivo, degli stabilimenti FIAT, è determinato non solo dalle partecipazioni azionarie della FIAT detenute dalle varie “finanziarie” del gruppo e dal denaro in prestito dalle banche, ma anche dalle azioni del gruppo FIAT detenute dalle banche, tutto ciò determina la formazione di un unico capitale finanziario. I fondi pensione negli USA, per esempio, detengono azioni e obbligazioni di grosse imprese, speculano sui cambi e sui tassi d’interesse, hanno quote investite in immobili: la speculazione, la produzione materiale e immateriale, il capitale bancario, la rendita immobiliare, il capitale produttivo d’interesse, tendono a fondarsi, a presentarsi come singoli aspetti di un gigantesco meccanismo di valorizzazione su scala mondiale. Secondo lo studio della società di consulenza InterSecResearch, le azioni possedute da queste strutture su scala mondiale nel 1998 arrivano a 11 miliardi di dollari. Il 10% circa dei portafogli dei fondi pensione statunitensi sono investiti fuori dagli USA e sono diventati protagonisti di primo piano delle fusioni e delle acquisizioni ovunque nel mondo. La General Motors, pur essendo una delle più grandi imprese del settore automobilistico del mondo, in realtà è un agglomerato in cui gli assetti finanziari costituiscono l’80% del suo bilancio aggregato, lo stesso discorso vale per le imprese come Ford e Chrysler.

 

[9] Per non parlare delle guerre popolari in atto, dove oltre alla repressione militare in atto dove è in atto una censura da parte dei grandi mezzi di informazioni internazionali in mano alla Borghesia Imperialista.

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~ di marcos61 su febbraio 27, 2014.

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