FIAT, MASSONERIA E SINDACATO

 

 

 

   I sindacalisti, sono ritenuti in grado di orientare o promuovere i conflitti in fabbrica (e in tutti gli altri luoghi di lavoro) e di cogliere prima di altri gli umori dei lavoratori, per questo motivo sono una delle categorie più “corteggiate”, da parte di chi agisce per la conservazione dell’ordine costituito. In alcuni casi sono usati dalle questure come informatori. In altri, i referenti all’interno dei sindacati si dimostrano utilissimi per operazioni ad alto livello politico. Come all’inizio degli anni ’70, quella di impedire una riunificazione tra CGIL-CISL-UIL. I motivi veri erano che il padronato non poteva certamente vedere di buon occhio un sindacato unito in fabbrica che in quel contesto storico appariva “non regolabile”.

    Il giornalista Roberto Fabiani, nella sua cronistoria dei massoni in Italia, aveva raccontato che nel 1972 il Gran Maestro del Grande Oriente, Lino Salvini, aveva convocato a Firenze tutti i sindacalisti iniziati alla massoneria, per valutare quali iniziative si potevano mettere in campo per bloccare l’unificazione.[1] Quello stesso obiettivo rappresentava uno dei punti fondamentali del Piano di rinascita democratica, che esprimeva i progetti politici della P2. Anzi, tanta era l’importanza di quel risultato che , nel piano s’ipotizzava anche un “costo aggiuntivo da 5 a 10 miliardi”.[2] Se quei soldi di cui parla nel progetto di Gelli siano stati spesi o meno, non è dato di sapere.[3] Certamente, però, in quegli anni i massoni del Grande Oriente d’Italia ricevettero 210 milioni da Gianni Agnelli e 450 milioni da Confindustria.

   Fiat e Confidustria, notoriamente, non sono enti di beneficenza. Ed è molto verosimile – anche se la certezza processuale non è stata raggiunta – che quei finanziamenti siano arrivati alla massoneria in virtù della sua opera antisindacale.

  Testimonianze in tal senso sono venute da un alto dignitario del Grande Oriente d’Italia, Ferdinando  Accornero  che, interrogato nel 1981 dal giudice istruttore Rosario Minna, aveva raccontato: “Che l’avvocato Agnelli avesse dato 70 milioni all’anno  per anni a Salvini era voce di dominio pubblico nella massoneria di quegli anni così pure della Gran Loggia io avevo raccolto voce che la Confindustria aveva dato 150 milioni l’anno a Salvini (…) Le voci erano accompagnate da un’altra voce e cioè che Salvini si era adoperato contro una unificazione sindacale”.[4] Le stesse cose furono ribadite, sempre negli stessi termini, dal Grande Oratore, Carlo Gentile: “In quel periodo sentii dire la Confindustria aveva fatto un grosso regalo a Salvini perché Salvini aveva impedito l’unificazione sindacale”.[5]

   Le voci che circolavano nelle stanze del Grande Oriente d’Italia furono solo in parte confermate da Gianni Agnelli, che ammise di aver ricevuto Salvini su richiesta di un ex membro del consiglio di amministrazione della FIAT e di aver effettivamente che venisse  disposto che venisse dato un contributo alla massoneria, ma solo per aiutare il GOd’I. Ma solo per aiutare il GOd’I che era in fase di riorganizzazione dopo aver ottenuto il riconoscimento dalla Loggia Madre d’Inghilterra. Non c’erano secondo Agnelli altri fini, egli disse a proposito: “Escludo nella maniera più assoluta che il contributo da me dato alla massoneria fosse finalizzato a mettere ordine in un partito o impedire l’unità sindacale”.[6] Non si comprende come mai, però un aiuto finanziario dato senza nulla in cambio fosse stato versato attraverso una serie di assegni circolari firmati da un inesistente Ugo Bossi[7] dietro il quale in realtà c’era Luciano Macchia funzionario del gruppo, “peraltro poi confessi sul punto”.[8]

   La vicenda dei finanziamenti degli industriali al Grande Oriente d’Italia, presenta ancora oggi degli aspetti non chiariti appieno. Una cosa è certa, dimostra in maniera evidente e palpabile che all’interno del sindacato ci sono dei “quadri” al servizio del padronato che sono disponibili a farsi promotori di manovre e operazioni che andavano contro gli interessi proprio di quei lavoratori che, in teoria, avrebbero dovuto rappresentare.

   In Italia la Borghesia Imperialista, le forze politiche che hanno governato l’Italia dalla fine della secondo conflitto mondiale, assieme  ai servizi segreti americani, hanno attivato in rigido sistema di controllo (e di provocazione) nei confronti, in particolar modo, dei comunisti e delle forze di sinistra, dei sindacati e più avanti verso l’associazionismo popolare  e perfino verso settori della magistratura.

   Un caso significativo è rappresentato dalla FIAT, un’azienda-istituzione che, ha avuto a disposizione un vero e proprio servizio segreto privati attraverso il quale sono stati schedati  354.077 lavoratori. Molto di più, in termini quantitativi, di quanto fosse riuscito a fare lo stesso SIFAR del generale De Lorenzo.

 

 

 

Le schedature fiat

 

   Valletta, amministratore delegato della FIAT dal 1939 era stato condannato a morte dal CLN piemontese a morte come collaborazionista. Quando nell’Aprile 1945 un reparto della Squadre di azione patriotica[9] si presentò nella villa in cui sapevano, si era rifugiato, vi trovò il colonello Stevens dell’esercito inglese, che esibì un documento che esibì un documento che metteva valletta sotto protezione dell’esercito britannico “per benemerenze recate alla causa alleata”.[10]

   Accantonato il processo per collaborazionismo intentato a lui, a Giovanni Agnelli senior e a Giancarlo Camerana, Valletta rientrò in fabbrica come amministratore delegato il 16 febbraio 1946.

    Evitata dunque la fucilazione, Valletta continuò il suo lavoro alla FIAT, avvalendosi ben presto del contributo di Luigi Cavallo, il provocatore per eccellenza che era riuscito a infiltrarsi nel PCI dalla Resistenza fino al 1949, anno della sua espulsione. Nel 1954 Cavallo entrò a far parte della neonata organizzazione anticomunista Pace e libertà, fondata da Edgardo Sogno, grazie anche ai finanziamenti della FIAT, della Pirelli e dell’ambasciata americana, tramite la sua la sua associazione culturale Usis[11]. Del gruppo farà parte un altro provocatore per eccellenza, Gianfranco Bertoli, il sedicente anarchico, informatore del SIFAR, che nel maggio 1973 gettò una bomba alla questura di Milano provocando una strage.[12] L’organizzazione di Sogno era collegata ai francesi di Paix et libertè, guidati da Jean Paul David, ufficialmente ex funzionario NATO, è in realtà un personaggio organico dei servizi segreti occidentali, egli aveva un programma molto ambizioso, come quello di schedare tutti i comunisti che lavorano nelle aziende pubbliche e nelle fabbriche. L’attività principale di Paix et libertè, era essenzialmente antioperaia, Sogno e Cavallo, nella loro battaglia anticomunista, furono impegnati da sempre a promuovere sindacati gialli e ostacolare le rivendicazioni dei lavoratori. Un compito nel quale furono aiutati a Edward Philp Scicluna, già responsabile del settore sindacale dell’amministrazione militare alleata, messa in piedi nell’immediato dopoguerra.[13]  Nel 1952, in occasione di uno sciopero dei tranvieri di Torino, Pace e Libertà organizzò alcune squadre di volontari, perché garantissero  il regolare servizio; nello stesso periodo i dirigenti del gruppo finanziato dagli industriali ingaggiarono 300 disoccupati milanesi e li condussero in alcune cascine della provincia di Bergamo perché lavorassero al posto degli addetti alla mungitura che avevano aderito a uno sciopero della CGIL.[14] Alla FIAT intanto la repressione antioperaia, spalleggiata da Pace e Libertà, era molto evidente: migliaia di dipendenti comunisti o iscritti alla CGIL venivano licenziati, mentre in fabbrica era stato creato un reparto confino, la OSR (Officina Sussidiaria Ricambi) ribattezzata Officina Stella Rossa, a testimonianza del fatto che lì finivano esclusivamente i lavoratori troppo politicizzati. Non solo: alla vigilia del Natale 1955 Edoardo Arrighi, capo del sindacato giallo, aveva favorito il licenziamento di 370 operai della sezione lingotto, tutti iscritti alla FIOM.[15] Tra coloro che rimase senza lavoro c’era Giovanni Patuasso, poi morto suicida e diventato uno dei simboli della tragedia operaia di quegli anni.

   Le attività di Cavallo a favore della FIAT e delle altre industrie, erano, appoggiate dallo stesso SIFAR e in particolare dal colonello Renzo Rocca, capo dell’ufficio REI. Una testimonianza inequivocabile di questo legame fu raccolta all’inizio degli anni ’70 dal pretore Guariniello, che aveva interrogato l’ex agente del SIFAR Vittorio Avallone e aveva potuto apprendere che il servizio segreto appoggiava le attività di Sogno.[16]  Del resto Cavallo si era dimostrato un ottimo collaboratore per il SIFAR. Instancabile Agitprop della reazione, aveva fornito un indispensabile aiuto al colonello Rocca, per arruolare civili ed ex repubblichini in previsione di un possibile colpo di Stato.

  Gruppi paramilitari organizzati, naturalmente, anche grazie ai finanziamenti di FIAT e Confindustria, come aveva testimoniato il senatore Ferruccio Parri davanti alla commissione Alessi: “…per quanto riguarda questi nuclei d’azione, già preparati, tenuti pronti, finanziati sempre, mi rincresce, principalmente da Valletta e allestiti per appoggiare possibili azioni…”.[17]

    I rapporti tra FIAT e SIFAR, tra Valletta e il colonello Rocca e la disponibilità a finanziare le attività eversive e golpiste, non possono essere spiegate solamente con esigenze di tipo internazionale che semmai rappresentano la giustificazione ideologica (e un alibi). Lo scandalo delle schedature generalizzate ha rappresentato solamente la continuazione di pratica di arbitrio e illegalità che la FIAT era abituata da decenni, il cui scopo era l’impedire agli operai di organizzarsi in maniera autonoma rispetto ai voleri del padronato.

   Per i lavoratori e i sindacati non era certo un mistero, il fatto che all’interno della FIAT esistesse un servizio di spionaggio attraverso il quale l’azienda controllava tutti coloro che avessero un rapporto di lavoro.  Già all’inizio del 1970 era stato scoperto il doppio gioco di Salvatore Cieli, operaio dell’azienda, infiltrato negli ambienti di Lotta Continua e informatore per conto della FIAT, dei carabinieri e della polizia.[18]

   L’ufficio Servizi Generali della FIAT funzionava come un autentico servizio segreto e la sua articolazione era diventata ancora più capillare dopo l’arrivo, nel 1967, del colonello Cellerino. Il funzionario diede un nuovo impulso alle attività informative e, da cinque, fece salire a ventotto il numero degli “accertatori”, tutti ex sottoufficiali di polizia e dei carabinieri, che avevano il compito di raccogliere per le schedature. Ma il nucleo investigativo della FIAT traeva la forza dai rapporti che continuavano ad essere mantenuti con il SID, con i SIOS, cioè gli uffici informativi delle forze armate e, naturalmente con polizia e carabinieri, che tramettevano tranquillamente – e a volte dietro compenso – ogni dato che fosse loro richiesto. In sostanza la FIAT aveva la capacità di avere a sua disposizione gli apparati dello Stato.

 

 

 


[1] Roberto Fabiani, I massoni in Italia, i libri dell’Espresso, Roma 1978 p.124.

 

[2] Memorandum sulla situazione politica italiana. Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. VII, tomo I, p. 194.  

 

[3] È certo comunque che dei finanziamenti non ufficiali andarono ai sindacati per indirizzarne la linea politica.  Pensiamo i 370 milioni che Bettino Craxi avrebbe passato a Ottaviano Del Turco. Ora che la CGIL suddivisa in correnti politiche abbia ricevuto dei finanziamenti è il mistero di Pulcinella. Molto probabilmente i finanziamenti del Psi sono serviti a influenzare i comportamenti della componente socialista, soprattutto in due momenti cruciali assai distanti fra loro, come l’ accordo di San Valentino dell’ 84 e l’ accordo del 31 luglio del ‘ 92, ambedue legati alla rovente questione della scala mobile.

 

[4] Memorandum sulla situazione politica italiana. Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. VI, tomo XI, p. 482.

 

[5]                                                C.S. p. 485

 

[6]                                                C.s. p- 488

 

[7] Sarà un caso ma Ugo Bossi era un luogotenente del boss di Milano F. Turatello. Entrambi furono coinvolti nel sequestro Del Martino (1977) e nel tentativo di mediazione per “salvare” Moro.

 

[8] Memorandum sulla situazione politica italiana. Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. III, tomo I, p. 661.

 

[9] Le Squadre di azione patriottica (SAP) erano i gruppi di combattimento partigiani. Formate nell’estate 1944 come formazioni di circa 15-20 uomini ciascuna, nascono per espandere la partecipazione popolare alla lotta, lo dimostra la composizione numerica maggiore, relativamente ai combattenti in riferimento ai GAP (Gruppi di Azione Patriottica). Il numero di componenti delle SAP non poteva portare ad una struttura così coesa come quella del GAP, rendendo più carenti le ferree regole di clandestinità ed esponendo, quindi, maggiormente il fianco a delazioni. All’inizio svolgono azioni di sabotaggio, fiancheggiando i GAP e le Brigate partigiane, divengono in seguito formazioni con un alto profilo militare fino alla quasi indistinguibilità con i GAP (questo è in relazione anche all’evolversi sotto il profilo strettamente militare ed organizzativo della lotta partigiana).

 

[10] Giorgio Amendola, Lettere da Milano, Roma, Editori Riuniti, 1973, p. 577.

 

[11] Tra le note riservate al ministero dell’Interno nel marzo 1974 si parla di un finanziamento di 3 milioni concesso dall’Usis a Pace e Libertà per sostenere la lotta anticomunista. Cfr. Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. III, tomo IV (parte seconda), p. 220.

 

[12] Gianfranco Bertoli per arrivare a dichiararsi “anarchico individualista” fu sottoposto a un processo di condizionamento e di lavaggio del cervello. Digilio ex agente della CIA e membro di Ordine Nuovo veneto, imputato nel processo per la strage di Piazza Fontana, racconta: “Mi ricordo che Neami stava facendo con Bertoli una specie di lavaggio del cervello su cosa avrebbe dovuto dire se fosse stato arrestato; se ciò fosse avvenuto avrebbe dovuto dire che era un anarchico, che si era procurato da solo la bomba in Israele, che aveva fatto tutto da solo essendo anarchico individualista. Neami si comportava duramente con Bertoli quando non gli dava le risposte esatte.. Bertoli fumava e beveva molto. In effetti gli piaceva molto bere e finiva con l’ubriacarsi a tavola. Annegava le sue malinconie

nell’alcol. Appresi che lo avevano convinto con la promessa di un po’ di soldi…Neami cercava di rafforzare i suoi propositi stuzzicando la sua vanità, dicendo che dovevano sarebbe stato un eroe e che tutti avrebbero parlato di lui.” (Gianni Barbaceto – IL GRANDE VECCHIO – BUR). Non so se ci si rende conto di quello che stava dicendo Digilio, si parla della programmazione di un individuo per uccidere e confessare il delitto, una sorta di candidato manciuriano.

 

[13] Cfr. Gianni Flamini, Il partito del golpe, vol. I, Ferrara, Bovolenta editore 1981, p. 101.

 

[14] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, vol. III, tomo IV (parte seconda), p. 218 e sgg.

 

[15] Cfr. Diego Novelli, Dossier Fiat, p. 233 e sgg.

 

[16] Bisognerebbe smettere parlare di servizi “deviati”. Quando le deviazioni durano decenni significa solamente che c’è una scelta politica di fondo. L’unico obiettivo serio e realmente democratico è l’abolizione dei servizi segreti.

 

[17] Commissione parlamentare d’inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964, Relazione Terracini, p. 165.

 

[18] Cfr. Giancarlo De Paolo-Aldo Gianulli (a cura di), La strage di Stato. Vent’anni dopo, cit. 107, 108.

~ di marcos61 su settembre 6, 2013.

7 Risposte to “FIAT, MASSONERIA E SINDACATO”

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