COOPERATIVE NELLA LOGISTICA

Per cominciare un discorso sulle cooperative nella logistica, bisogna partire dalla genesi della creazione del movimento cooperativo e della cambiamento dei fini che ha avuto.

La cooperazione ebbe inizio con la rivoluzione industriale del XVIII secolo, che aveva comportato lo sviluppo della forza produttiva del lavoro. Il macchinario usato aveva il compito di ridurre le merci più a buon mercato e ad abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio usa per se stesso, e prolungare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio dà gratuitamente al capitalista: un mezzo per aumentare la produzione di plusvalore relativo.1°

Contemporaneamente, a questo sviluppo delle forze produttive, le condizioni di vita e di lavoro dei proletari sono disastrose: donne e bambini anche piccolissimi sono sottoposti a un bestiale sfruttamento in fabbrica, dilaga tra le masse popolari il triplice flagello della malaria, della pellagra e della tubercolosi, anch’esse provocate e aggravate dalla rivoluzione industriale e dal costante processo di urbanizzazione.

Verso la metà del XIX secolo si comincia a tollerare in Italia la formazione delle prime associazioni di mutuo soccorso. Esse sono la prima forma di organizzazione operaia moderna. Il loro compito istituzionale è l’assistenza esercitata per mezzo della solidarietà (i soci versano una quota e ricevono un sussidio d’invalidità) ma la loro attività si estende anche all’assistenza morale, all’educazione ed all’istruzione.

E indubbio che la mutualità volontaria presenta per il sistema sociale borghese dei vantaggi di cui la borghesia liberale non tarda ad accorgersi. Essa incita al risparmio, alla temperanza e all’affezione al lavoro. La società di mutuo soccorso, a scopi come

si diceva prima essenzialmente mutualistici e assistenziali, perciò il curare soltanto, il riparare la forza lavoro. La cura serve a restituire la forza lavoro danneggiata quell’uso che il capitale deve farne. Ma, nonostante questo, la società di mutuo soccorso, si distingue nettamente da ogni istituzione assistenziale di tipo tradizionale, anzitutto per il suo carattere associativo, nel quale si afferma il principio con il quale i lavoratori possono elevare le loro condizioni morali e materiali con le loro stesse forze unite e solidali, il secondo motivo è per il loto carattere prevalentemente laico. E i lavoratori di queste associazioni non si limitano a curarsi le malattie e fare attività

assistenziale, ma parlano anche di condizioni di vita e lavoro. Nel 1848-49 si ebbero i primi tentativi di costituire società di resistenza, cioè di difesa contro i padroni e per esercitare lo sciopero.

A questi primi tentativi di formare società di resistenza, i pubblici poteri rispondono con un’altalena di permissività e repressione, con una lunga serie di limitazioni. Si richiede che le mutue abbiano una forma interclassista, non facciano in nessun modo politica, non raccolgano un numero eccessivo di soci, vi facciano parte comunque i “soci onorari” (intellettuali borghesi appartenenti a quelle che venivano definite le professioni liberali: avvocati, medici, ingegneri e perfino qualche sacerdote), che aiutano a far quadrare i bilanci e intanto controllano la situazione.

BREVI CENNI STORICI SULLE ORIGINI SULLA COOPERAZIONE IN ITALIA

Accanto alla mutualità e alla resistenza si cominciò ad avviare la cooperazione. In Italia la cooperazione mise radici in una situazione di contrasti e scontri di classe già aggravatisi, si presentò subito come organizzazione di lotta dei lavoratori contro gli industriali e gli agrari.

Come negli altri paesi, l’accumulazione originaria del capitale in Italia, avvenne mediante l’espropriazione in massa dei contadini. La riduzione del numero delle aziende agricole, il trasferimento degli ex contadini crearono il mercato interno. L’industria, essenzialmente manifatturiera di tipo artigianale, incominciò a ristrutturarsi con l’introduzione di macchine. Negli anni sessante e settanta del XIX secolo, si ebbe lo sviluppo della grande produzione di fabbrica, frenato, però, dalla ristrettezza del mercato. Apparve la disoccupazione. Una parte di disoccupati trovò una via d’uscita nell’emigrazione; un’altra, unendosi nelle cooperative.

Un’altra peculiarità del movimento cooperativo italiano consiste nel fatto che esso sorse su basi politiche e ideologiche diverse. All’inizio esso si formò e si sviluppò per opera dei circoli democratici, che concepivano le cooperative come una scuola d’iniziativa individuale, come uno strumento di collaborazione di classe.

Di pari passo si sviluppò il movimento cooperativo cattolico, che ebbe l’appoggio delle autorità ecclesiastiche, soprattutto tra i contadini. Centro del movimento cooperativo cattolico divenne il Veneto.

L’altro ramo del movimento cooperativo, quello dei repubblicani si radicò nella parte centrale del paese – in particolare nell’Emilia Romagna – soprattutto tra gli artigiani che lo sviluppo del capitalismo mandava in rovina.

Le prime cooperative apparvero in Piemonte. Nel 1854, per attenuare le conseguenze di una grave carestia agricola e di un pauroso aumento del costo della vita, a Torino, città in cui si sviluppava l’industria, fu aperto un “magazzino di previdenza”, che divenne la prima cooperativa di consumo in Italia.

Cooperative di produzione e lavoro operavano a Bologna (tipografi e falegnami), a Genova (calzolai e gioiellieri), a Milano (muratori), a Napoli (tessili).

Nel 1885 la Società di mutuo soccorso Archimede di Milano decise di unire tutte le cooperative del paese in un’unica organizzazione. Fu lanciato un appello, al quale risposero 200 cooperative e 130 di esse inviò i loro rappresentanti a Milano. Così il 10 ottobre 1886, fu fondata la Federazione nazionale delle cooperative, che in seguito cambio nome e divenne la Lega nazionale delle cooperative e mutue (Lncm).

Nel 1919, sotto l’egida del Vaticano, fu creata un’organizzazione nazionale per le cooperative cattoliche.

Con la formazione, nel 1892, del Partito dei lavoratori italiani (in seguito Partito socialista italiano), la cooperazione di orientamento socialista divenne la base del movimento cooperativo si per numero delle società organizzate sia per l’influenza politica esercitata nel paese.

All’interno del PSI ci fu una polemica ininterrotta, tra chi accusava la cooperazione di coprire gli interessi dei capitalisti e quelli che vedevano nella cooperazione gli embrioni del nuovo orientamento sociale, i germogli del socialismo.

Nel 1921, alla vigilia dell’instaurazione della dittatura fascista, la principale organizzazione – la Lega nazionale delle cooperative – contava 8.200; la Confederazione delle cooperative 7.500; la terza organizzazione – quella di orientamento repubblicano – 4.000 cooperative. Inoltre esistevano molte società che non facevano parte di nessun centro nazionale. Secondo dati ufficiali, nel paese esistevano complessivamente 25.000 cooperative.

Il fascismo giungendo al potere assestò i primi duri colpi alle organizzazioni operaie e alle cooperative che a queste erano strettamente legate. Le squadracce in camicia nera devastarono e incendiavano le cooperative. I beni venivano in aste truccate dai sostenitori del regime. Alla testa delle cooperative sopravvissute furono posti sostenitori del regime.

La Lega delle cooperative fu sciolta nel 1925 e nel 1926 il movimento cooperativo fu distrutto giuridicamente. Fu creata la Direzione nazionale fascista della cooperazione.

Nel 1945 lo sviluppo del movimento cooperativo ebbe essenzialmente come rifermento la Lega nazionale delle cooperative e mutue. Alla Lega fanno parte la maggior, le maggiori società e aziende che operano in vari settori dell’economia in tutto il territorio nazionale. Spetta alla Lega la parte preponderante nel commercio cooperativo, incluso quello con l’estero, la Lega si è conquistata una stabile posizione nel mercato internazionale.

LA COOPERAZIONE DA MUTUALITÀ A “IMPRESA SOCIALE”

Per quanto riguarda la legislazione sulle cooperative, il parlamento approva la legge Basevi (14 dicembre 1947) che, con le successive modificazioni formalizza la costituzione delle cooperative e regola i loro comportamenti economici sul mercato, ma impone a esse delle restrizioni e vieta la distribuzione dei dividendi in maniera superiore ai corsi obbligazionari correnti e la distribuzione delle riserve, i soci.

La Lega delle cooperative, sotto l’influenza togliattiana, viene concepita come “scuola di socialismo” in connessione con l’attività del PCI.

Il progetto economico che muoveva queste “aziende capitalistiche collettive” era quello di collegare gli interessi della classe operaia a quella dei ceti medi produttivi, in coesistenza e in concorrenza con le imprese pubbliche e private.

Al XXIV Congresso della Lega, l’allora presidente Giulio Cerretti parlò di un ampio fronte degli alleati e dei partner della cooperazione che non si militasse agli operai, ma si allargasse ai piccoli e medi imprenditori e ai commercianti.

La finalità era la trasformazione graduale in senso riformista del modello economico e sociale italiano: concretamente le cooperative aggirano come soggetti più flessibili, più economici e più efficienti, integrati con leggi di mercato stabilite dalle imprese pubbliche e private, in base alle regole del credito e del sistema finanziario di un capitalismo dove la produzione e concorrenza tra capitali su scala mondiale.

L’oggetto sociale delle imprese cooperative era prevalentemente l’agricoltura, la distribuzione delle merci, l’edilizia, i servizi e le prestazioni di lavoro.

Esse, dagli sessanta, iniziano a investire in settori commerciali e in aree geografiche specifiche, integrando e coordinando la rete delle loro imprese e delle loro risorse, anche a seguito dei nuovi rapporti politici venutosi a creare dopo il primo governo di centro-sinistra. Dal 1963 al 1967, anche per la favorevole congiuntura governativa determinata dalla presenza del PSI all’interno del governo nazionale, le cooperative di produzione e lavoro, i consorzi agricoli e di consumo, garantiscono l’occupazione a 1.723.764 soci-lavoratori e sviluppano un giro di affari di 619 miliardi di lire.

Negli anni ’70, per la forma organizzativa adattabile (gruppi di lavoro flessibili, motivati, solidali e con un conflitto controllato) e con un costo di lavoro contenuto, dovuto ad agevolazioni contributive e a vantaggi fiscali sull’imposta sui redditi, si ampliano le attività delle imprese consorziate con la Lega delle cooperative per i grandi lavori pubblici, mentre iniziano a consolidarsi le relazioni commerciali e le intermediazioni a favore delle imprese italiane pubbliche e private verso i paesi dell’Europa dell’est.2°

La Lega teorizza la partecipazione dei soci-lavoratori alla gestione delle attività sociali, alla definizione degli obiettivi economici e alla ripartizione degli utili.

Nel dibattito di quegli anni alcuni dirigenti della Lega osservano lo sviluppo di comportamenti non più mutualistici presso varie imprese associate, ormai orientate all’efficienza produttiva e al risultato economico, che escludono dai processi decisionali i soci-lavoratori, applicando i criteri della divisione del lavoro come qualunque impresa capitalistica.

Di fatto le imprese cooperative s’impongono come concorrenti e/o si offrono come terziste alle società private e pubbliche, in particolare nel settore dei servizi e delle infrastrutture, occupando il cosiddetto “terzo settore” produttivo, a fianco delle aziende di stato e private e con esse integrate nel sistema economico nazionale, condividendone il modello di accumulazione capitalistico.

Alla Conferenza nazionale delle cooperazione del 1977, che ribadisce il ruolo istituzionale e l’indirizzo imprenditoriale delle imprese cooperative, l’allora presidente del consiglio G. Andreotti interviene a quel convegno e dice che: “La cooperazione è un fenomeno vivo. In 25 anni le cooperative sono passate da 14.000 a 64.000… In una società che lamenta l’alto costo del denaro, una presenza maggiore delle Casse di Credito cooperativo sarebbe certo giovevole” (Storia della cooperazione – Einaudi – 1987 – pag. 791).

Le cooperative che ricevono il riconoscimento e il plauso delle istituzioni, affinano la propria organizzazione, strutturandosi in holding, distinte per tipologia di servizi e di produzione, privilegiando la strategia della competizione e della verticalizzazione del comando d’impresa, allontanandosi dai principi comunistici e ideali, che avevano ispirato una parte della storia della cooperazione.

Le società cooperative, in particolare quelle del lavoro e di servizi si intermodulano con le imprese private e dello stato, offrendo ad esse prestazioni a costi contenuti e manodopera più docile e adattabile, più efficiente e produttiva.

L’organizzazione dell’impresa cooperativa assume i modelli dei tempi e dei metodi dell’impresa capitalista, facendo valere le regole del profitto e del comando d’impresa sui soci-lavoratori, ormai regolati da obblighi del tutto simili a quelle dei lavoratori subordinati: mentre le strategie dei singoli dipartimenti e delle varie aziende sono prestabilite dalla direzione della Lega, al fine di garantire competitività sui mercati nazionali e internazionali.

L’introduzione di tecniche a base informatica, l’automazione della produzione e la riorganizzazione della forza-lavoro all’interno delle aziende, il ricorso da parte delle imprese ad appalti esterni, per taluni segmenti di produzione e di servizi, introducono elementi di conflitto tra lavoratori, le loro organizzazioni sindacali e le cooperative, le quali partecipano a queste ristrutturazioni dell’organizzazione del lavoro, con i propri soci-lavoratori, più economici e più elastici.

La Lega comprende, sin dagli inizi degli anni ’80, le trasformazioni dei processi di accumulazione e coglie il corso della cosiddetta terziarizzazione, ovvero l’estromissione dalle grandi aziende di settori di produzione e/o di gestione, le cui attività sono poi reintrodotte come appalti di somministrazione di beni e servizi mediante contratti con imprese, microimprese e cooperative.

La Lega usufruisce di una posizione privilegiata di osservazione, sia come soggetto imprenditore integrato nei rapporti di produzione vigenti, sia come associazione connessa al movimento sindacale e ai partiti di sinistra, che leggono e interpretano i mutamenti in corso.

In più, oltre all’incremento delle partecipazioni ai grandi appalti pubblici il movimento cooperativo è il luogo di sperimentazione di nuovi modelli di impresa e contrattazione con il sindacato e di relazioni tra le controparti.

Dal 1993, sia per le trasformazioni e la riorganizzazione del sistema di produzione, sia a seguito delle inchieste della Magistratura sui lavori commissionati dallo Stato, dalle aziende pubbliche, dalle amministrazioni locali, come sulle altre società (Italimpresit-Fiat, FF.SS., sistemi di depurazione consortili delle acque, centri commerciali ecc.), che ha portato a una forte riduzione della spesa pubblica e dei costi negli appalti, da parte soprattuto da parte delle amministrazioni locali in crisi di liquidità.

Anche a seguito a mutamenti sostanziali del quadro legislativo di quegli anni, che norma le finalità economiche delle imprese mutualistiche, le cooperative si configurano sempre di più in aziende tese al raggiungimento del profitto.

Infatti, la legge 72 del 119 marzo 1983 permette che le cooperative possano “costituire o partecipare a società di capitali” e, soprattuto, la legge 59/1992 garantisce loro di conseguire obbiettivi di lucro, come l’elevamento delle quote azionarie per socio e l’introduzione del socio sovventore e del socio titolare di azioni (questi due nuovi soggetti non sono vincolati a partecipare all’attività solidaristica della cooperativa mediante lavoro proprio, ma usufruiscono di remunerazione esclusivamente per le quote di capitale da loro investito).

La Lega delle Cooperative ha riposto le proprie aspettative in nuovi mercati del lavoro, secondo quanto stabilito dall’accodo del luglio 1993 tra sindacati confederali, Confindustria e Governo in materia di lavoro interinale.

Nel giugno del 1995, la Lega delle Cooperative propone un progetto per la costituzione di un’Agenzia Nazionale che assicuri alle imprese la fornitura di lavoro temporaneo, e sollecita il legislatore, i partiti e il sindacato che le attuali norme italiane (in particolare la disapplicata e l’interposizione illecita di manodopera, contro il vecchio e nuovo caporalato) siano abolite, al fine di proporre nuove regole per un mercato di lavoro liberalizzato e conseguentemente intervenire come imprenditore della forza-lavoro a prestito.

Il giro di affari previsto è interessante, anche partendo dal fatto che l’Italia ha sempre avuto un ampio mercato sommerso di lavoro irregolare, cui le imprese già da anni hanno sempre attinto.

Nel giugno 1996, presso la società di mutuo soccorso dei ferrovieri milanesi, viene formalmente presentata alla presidenza della Lega delle Cooperative della Lombardia, l’agenzia nazionale di collocamento privato Obiettivo Lavoro s.r.l., che ambisce di coniugare solidarietà e competizione, nel pieno rispetto delle regole del mercato capitalistico.

L’obiettivo è di essere dentro il nuovo business del mercato del lavoro con fini lucrativi e fuoriuscire dalle nicchie in cui si erano fino allora collocate le imprese cooperative, costituire un network di offerta su scala nazionale.

Questa impresa fruisce delle sinergie con il movimento cooperativo e sindacale confederale,3° le cui conoscenze permettono a essa di elaborare analisi più adeguate sui fabbisogni di lavoro temporaneo per società cooperative, imprese private ed enti pubblici e offrire a questi soggetti una consulenza che sappia selezionare la forza-lavoro la più adeguata, modulabile sulle necessità temporanee e di localizzazione, e rispondere all’organizzazione produttiva di destinazione.

Obiettivo Lavoro ha come scopo favorire la flessibilità richiesta dalle imprese, che incontrano le resistenze dei propri lavoratori ad applicare forme duttili di sfruttamento del lavoro: poiché la flessibilità, la modularità, la temporalità (sostituzioni, incrementi del mercato, gestione plasmabile del personale, ecc.) sono imperative categorici per le imprese … e incubi per i lavoratori.

Saranno i soggetti deboli dal punto di vista della propria forza contrattuale (lavoratori in mobilità, disoccupati temporanei e cronici, giovani alla ricerca di una prima occupazione, casalinghe, studenti, immigrati ecc.) a costituire la massa fluttuante di lavoratori utilizzabili da Obiettivo Lavoro (e delle altre agenzie di lavoro interinale), per essere integrati nel sistema delle imprese che hanno avviato processi di esternalizzazione e di alleggerimento dei propri organici.

Ovviamente la Lega delle Cooperative non è la sola ad essere rimasta affascinata dal giro di affari che produce l’intermediazione del lavoro temporaneo. Anche la Compagnia delle Opere (che raggruppa le attività economiche di CL) con le sue molteplici imprese cooperative, che attirano l’attenzione di alcuni istituti di credito, si è da tempo buttato in questo affare.

IMPRESA SOCIALE?

Le cooperative si definiscono imprese “sociali” in quanto la partecipazione a esse, dovrebbe garantire a tutti i suoi partecipanti una contribuzione non solo economica, ma un beneficio etico, il cui fine è un lavoro socialmente utile e la equa ripartizione delle opportunità del lavoro elastico e flessibile e del reinvestimento degli utili, con un superamento del conflitto e il coinvolgimento collettivo nella missione dell’impresa.

La costituzione di collocamenti privati di forza-lavoro (a fianco delle operazioni di smantellamento dello Stato “sociale”4° quale la sanità, l’assistenza agli anziani, il recupero dei tossicodipendenti, la previdenza integrativa concessa alle assicurazioni private, tra cui anche l’UNIPOL)5° questo processo introduce servizi a pagamento e conduce a una forte deresponsabilizzazione delle funzioni pubbliche al di fuori del campo di controllo dell’amministrazione statale, in un’area privata fortemente esposta a orientamenti particolaristici e all’influenza dei partiti politici e del clientelismo.

Questo depotenziamento del welfare state, non solo rappresenta un vantaggio economico per la pubblica amministrazione che espelle così forza-lavoro e offre opportunità ai vari soggetti economici privati (in Regione Lombardia cooperative si sono inserite a fornire i servizi di portineria, del centralino e dei servizi che svolgevano i commessi) ma fa ricadere sull’utenza dei servizi i costi supplementari dei servizi esternalizzati e non garantisce standard di qualità per le eventuali prestazioni insufficienti.

La cosiddetta impresa “non profit” è per lo Stato uno strumento ideale per avviare i vari progetti di privatizzazione dei servizi pubblici, alleggerire le imposizioni fiscali sui profitti d’impresa.

Tutto questo è dentro un quadro, dove il capitalismo nella fase post fordista, ha introdotto nuove forme d’organizzazione del lavoro, ridimensionato fortemente le grosse aziende sono utilizzate una nuova leva di forza lavoro più mobile e più duttile.

Le cooperative di lavoro e le agenzie di lavoro interinale che forniscono lavoro temporaneo, sono dentro questo quadro di rottura della rigidità imposta dalla classe operaia, che vincolava le imprese con la sua presenza conflittuale.

Le politiche concertative governo-padronato-sindacato confederale hanno a partire degli anni ‘90 introdotti hanno concorso alla frammentazione del proletariato in differenti tipologie di prestazioni di lavoro.

La nuova classe lavoratrice è espulsa dai processi di produzione, delocalizzata sul territorio (appalti a imprese terziste, telelavoro), distinta per via legislativa tra una varietà di contratti di lavoro coesistenti (esternalizzazioni, cooperative, appalto di manodopera, formazione lavoro, tempo determinato, part time, interinale, autonomo ecc), sottoposta a tempi e ritmi di lavoro variabili (flussi di produzione intermittenti, aumento della quantità delle ore), non garantita dalle pattuizioni contrattuali e dalle leggi in materia di lavoro (modelli organizzativi variabili, figure professionali multifunzionali, aumenti salariali differiti e/o ridotti unilateralmente, violazione delle norme sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro ecc.)

In sostanza il ruolo delle cooperative, di queste cosiddette imprese “sociali”, è quello di sottomettere alle esigenze del controllo del capitale ogni interstizio e segmento produttivo.

BREVE INTRODUZIONE AL CONTESTO

La crisi attuale (con relativi fallimenti bancari, salvataggi ecc.) ha origine dalla sovrapproduzione assoluta di capitali, vale a dire che c’è del capitale in eccesso per il quale non vi è possibilità di valorizzazione, ovvero d’impiego redditizio.

La speculazione, che politici, economisti borghesi e giornalisti “specializzati” attribuiscono la causa dei guai per l’economia, sono in realtà un fenomeno complementare alla sovrapproduzione assoluta di capitale.

E se guardiamo lo sviluppo del capitalismo dal dopoguerra fino ad oggi, ci sono numerose conferme a questa tesi.

Il venir meno della redditività dell’investimento “normale” ha spinto il sistema capitalistico verso una più spiccata finanziarizzazione dell’economia. È così che masse crescenti di capitali sono mantenute in forma liquida; capitali erratici enormi, fuori dal controllo delle banche centrali e degli organismi internazionali, che si valorizzano fagocitando i capitali più deboli, senza che ovviamente in questo processo si crei nuova ricchezza. Da d-m-d’ si passa a d-d’.

Iniziò cosi una fase di profonda ristrutturazione dell’economia capitalistica su scala mondiale che si sviluppò su due linee: la ristrutturazione degli impianti produttivi (con l’introduzione di macchinari più sofisticati e il “decentramento produttivo” nelle metropoli imperialiste e con massicci trasferimenti verso i paesi di “nuova industrializzazione”) e la ristrutturazione dei meccanismi della finanza mondiale.

Questa ristrutturazione finanziaria marciò su due binari paralleli:

1) la riduzione dell’indebitamento delle imprese nei confronti delle banche, che ebbe come conseguenza la riduzione del pluralismo dei centri di potere economico,

2) la ricapitalizzazione, cioè la possibilità di accrescere il proprio capitale senza ricorre al credito.

Un terreno dove il capitale trovò sfogo (ossia il mezzo per valorizzarsi) furono gli enormi trasferimenti di capitali verso il cosiddetto “Terzo Mondo”, il cui indebitamento nei confronti dei paesi imperialisti crebbe a dismisura.

Combinato con questo principale, campo di sfogo del capitale in eccesso, vi furono altri campi di sfogo ausiliari e complementari, tra cui particolarmente importante è stata la privatizzazione nei paesi imperialisti dei settori economici pubblici e dei servizi sociali. Non è un caso che nel periodo che va dalla fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 cominciò ad avviarsi le cosiddette politiche neoliberiste.

Queste dinamiche hanno comportato una ricollocazione dell’Italia all’interno della divisione internazionale del lavoro: nella nuova filiera produttiva come conseguenza della delocalizzazione produttiva, il ruolo ora associabile al nostro paese è soprattutto quello dell’assemblaggio più o meno complesso, della logistica e della commercializzazione di merci e manufatti prodotti altrove (oltre alla produzione di beni di lusso di nicchia per le élites mondiali: il famoso made in Italy, nonostante anche in questo settore, soprattutto nel comparto tessile, spesso sia soltanto il “marchio” ad essere aggiunto a vestiti confezionati in tutto o in parte fuori dai confini nazionali).

Tutto questo non significa certo la scomparsa della produzione industriale in Italia (Taranto ne è un esempio rappresentativo), né sposare le teorie che individuano e limitano la centralità dello scontro solo sulle forme della precarietà intellettuale estremamente marginale, deviando così da una prospettiva di classe.

L’INDUSTRIA DEL TRASPORTO, UNA BRANCA IMPORTANTE DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE

Per approfondire il discorso bisogna fare un breve accenno all’importanza dell’industria del trasporto.

Sotto il termine “servizi” o “terziario”, la pubblicistica borghese, tende a mascherare branche di produzione industriale che non si concretizza in un materiale nuovo.

“L’effetto utile prodotto è legato in maniera indissolubile al processo del trasporto, cioè al processo di produzione dell’industria dei trasporti. Persone e merci viaggiano nello stesso tempo del mezzo di trasporto, di cui il viaggio, il movimento nello spazio, costituiscono precisamente il processo di produzione da esso operato. L’effetto utile è consumabile unicamente durante il processo di produzione; esso non esiste come oggetto d’uso distinto da questo processo, che solo dopo essere stato prodotto operi come articolo di commercio, circoli come merce. Il valore di scambio di questo effetto utile è però determinato, come quello di ogni altra merce, dal valore degli elementi di produzione in esso consumati (forza-lavoro e mezzi di produzione) più il plusvalore che il pluslavoro degli operai impiegati nell’industria dei trasporti ha creato. Anche in relazione al suo consumo, questo effetto utile si comporta in tutto come le altre merci. Se viene consumato individualmente, il suo valore scompare con il consumo; se viene consumato produttivamente, in modo che esso sia uno stadio di produzione della merce che viene trasportata, il suo valore viene trasferito alla merce stessa come valore addizionale. La formula per l’industria del trasporto sarebbe quindi

L

D – M < … P – D’

Pm

poiché viene pagato e consumato, il processo di produzione stesso, non un prodotto da esso separabile” (K. Marx, Il Capitale, Libro II °, Cap. 1).

Nell’industria dei trasporti, il processo di produzione di questa merce particolare, il cui effetto utile è il trasferimento, implica l’acquisto di forza-lavoro che rende operanti i mezzi di produzione. Questi mezzi di produzione comprendono i camion, i treni, vagoni, aerei, navi e tutti i combustibili necessari, come pure le strade, ferrovie e tutte le infrastrutture senza le quali il trasferimento non potrebbe aver luogo.

Dunque ne deriva che gli operai che rendono operanti i mezzi di produzione dell’industria del trasporto creano plusvalore che viene accaparrato dal proprietario dei mezzi di produzione di questa industria. Questo, indipendentemente dalla natura dell’oggetto trasportato, sia si tratti di una persona che viaggia per suo piacere o di una merce in corso di produzione o che va a essere messa sul mercato dal capitalista industriale per essere venduta.

IL SETTORE DELLA LOGISTICA, DEI TRASPORTI E DELLE COMUNICAZIONI IN ITALIA

Se si guardano l’Italia settentrionale e l’area metropolitana milanese in particolare (che non è limitabile ai soli confini provinciali, ma che si estende a sud sino al piacentino e a est e ovest, rispettivamente, al novarese e al Veneto): circa il 30% del totale nazionale degli spazi in uso agli operatori logistici è, infatti, ivi allocato.7°

Nonostante l’attuale già alta concentrazione nelle aree disponibili, questo territorio ha comunque un alto potenziale di attrazione per un successivo sviluppo del comparto: sono in costruzione opere di collegamento stradale (Tangenziale Esterna Milanese e BRE.BE.MI) che hanno quale finalità sostanziale l’incremento dei poli e quindi la riduzione dei tempi di trasporto.

Peraltro non è un caso che quest’intera area geografica si collochi all’incrocio di due corridori commerciali di grande valenza strategica per il trasporto merci (su gomma e su ferrovia): il corridoio n. 1 che dovrebbe unire Berlino a Palermo passando per il Brennero e il n. 5 da Lisbona a Kiev (un tratto ferroviario di quest’ultimo sta investendo la Val Susa e contro il quale sta resistendo la popolazione del territorio).

In Lombardia, in una definizione economica comprensiva di un triangolo fino a Pavia e lodi, questo settore occupa almeno 100.000 dipendenti regolari, più altrettanti in nero. Ripartiti su più di 4.000 imprese (erano 700 nel 2000).

Molti di questi dipendenti lo sono rispetto a una stessa multinazionale operante su diversi siti sparsi per l’Italia. Così la GLS, una holding internazionale delle Poste Inglesi che fornisce servizi di corriere espresso in trentasei paesi europei, ha 14 siti e di 1.100 dipendenti diretti, mentre la New- Ardo di Pavia – finita sotto inchieste giudiziarie per l’intreccio con capitali mafiosi – impiegava fino a 4.000 operai al nero, oltre le centinaia diretti.

COOPERATIVE NELLA LOGISTICA

L’utilizzo delle cooperative in questo settore rappresenta la forma giuridica e imprenditoriale perfetta per il settore del traposto e della logistica:

1) sono più competitive per un sistema che predilige, dal lato della committenza, l’appalto al ribasso per comprimere i costi fissi (e per liberare capitali da dedicare esclusivamente all’attività principale) e il disimpegno dalla gestione (non solo strettamente economica) di un ampio settore di forza lavoro, delle relazioni sindacali con questa;

2) sono appetibili per via della previsione legale di una serie di agevolazioni fiscali (e di costi di gestione particolarmente esigui);

3) sono l’ideale per costruire quel sistema di scatole cinesi che, nella catena di appalti e sub-appalti, permette di rendere più liquida e labile la responsabilità nei confronti dei propri dipendenti (o meglio socio-lavoratori): sono, infatti, all’ordine del giorno liquidazioni, fallimenti o vere proprie “sparizioni” di cooperative, immediatamente sostituite da altre (in cui negli organi dirigenziali sono spesso sempre gli stessi), che lasciano una pesante eredità di retribuzioni e contributi non versati;

4) inoltre, la legge concede un’ulteriore serie di vantaggi: dalla previsione della possibilità di prevedere regolamenti interni le cui norme possono derogare anche alle garanzie minime previste dalla contrattazione collettiva di settore; alla possibile gradualità nel pagamento di alcuni istituti contrattuali (sono stati firmati, infatti, nel corso degli anni da CGIL, CISL e UIL una serie di accordi in deroga al CCNL di riferimento che permettono alle cooperative del settore della logistica di versare in misura ridotta la tredicesima e la quattordicesima mensilità, le ferie e Tfr); all’esclusione legale, delle garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori per i procedimenti disciplinari e, dall’altro, dall’applicazione delle sanzioni di cui all’art. 18 (ovviamente prima della controriforma Fornero) e alla confusione, anche giurisprudenziale, circa le norme di tutela che bisognerebbe applicare, grazie al fatto del doppio rapporto che s’instaura tra lavoratore e cooperativa (di lavoro subordinato e di associazione alla cooperativa).

In queste cooperative lavorano in prevalenza (se non totalmente) lavoratori immigrati, che sono sottoposti al ricatto permanente, facilitato e agevolata dalla legislazione in materia di immigrazione.

In queste cooperative8° i presidenti agirano le leggi e contratti, e i servizi ispettivi arrivano sempre “troppo tardi”. Questo avviene in tutte le regioni d’Italia (anche nella “rossa” Emilia), dove i prestanome e i caporali sono una folta schiera, che come, gli avvoltoi si aggirano sulla forza lavoro immigrata, disposta a tutto pur di lavorare. Nelle cooperative è facile evader e il fisco e far risultare in busta paga le tante ore di straordinario sotto la voce “trasferta Italia”, per non applicare la tassazione.

Questa illegalità consente alla mafia, ndrangheta e camorra di infiltrarsi con il denaro sporco nelle cooperative e nelle aziende committenti.

Un esempio tra i tanti: nel maggio 2008 la guardia di finanza di Pavia scopre fatture false per oltre 118 milioni di euro, in un consorzio di 22 cooperative che impiegano 3.900 lavoratori.

È un sistema in cui non solo i servizi ispettivi sono inesistenti o complici con i padroni, ma in cui CGIL, CISL e UIL sono della partita con i padroni e non di rado i padroni sono ex sindacalisti.

LOTTE NELLA LOGISTICA

Nel comparto della logistica a partire del 2008 si sono sviluppate dei conflitti operai di notevole importanza e dimensione, prima alla DHL di Corteolona (PV) e in seguito a Origgio (VA). Queste lotte hanno edotto sulla situazione in cui vive l’immigrato: basta che si lamenti perché non gli hanno pagato le ore lavorate o perché non vuole fare il lavoro in una situazione di poca sicurezza, che subito parte la contestazione nei suoi riguardi, che di solito suona così: “Attesa la gravità lei viene immediatamente sospeso dal lavoro e dalla retribuzione, ed è invitato ad esporre eventuali ragioni di difesa per iscritto entro 10 giorni dalla data di ricevimento della presente”, segue immediatamente una raccomandata, che dice “Sulla base di tali considerazioni il Consiglio di Amministrazione ha deliberato la sua esclusione dalla società e la risoluzione contestuale del rapporto mutualistico di lavoro con delibera..”.

A Origgio, dopo 7 scioperi di 12 ore ciascuno, dal mese di giugno 2008, con blocco delle merci, il 21 dicembre del 2088 le cooperative Leonardo e Giava (180 lavoratori) cedono e nell’accordo stipulato con SLAI COBAS (il sindacato che conduceva la lotta) non solo rientra il lavoratore licenziato, ma si ottiene un aumento salariale, s’impone che sia una commissione composta anche da lavoratori a organizzare i turni e distribuire l’orario di lavoro in maniera equa e, cosa di estrema importanza, si mina il sistema di comando in azienda, ottenendo l’allentamento di tre caporeparti particolarmente invisi ai lavoratori.

La lotta di Origgio si propaga, si allarga al magazzino della Bennet di Turate (CO) e via via in alcuni importanti centri logistici delle province di Varese, Pavia, Cremona, Como, Piacenza.

Queste lotte mostrano le porcherie che prima sono state descritte, ma l’aspetto più importante è il protagonismo in prima persona dei lavoratori immigrati che organizzandosi in comitati di lotta, insieme a militanti di alcune realtà politiche sociali, che attuano forme dure di lotta come i picchetti (con i blocchi di camion in ingresso e/o in uscita e dei crumiri), al rallentamento dei ritmi di lavoro imposti. Fattore caratteristico di queste lotte è la presenza di lavoratori di altre cooperative, che si danno appuntamento di fronte a un magazzino per dare mano forte alla lotta.

Queste lotte non hanno solo una portata economica (a Turate in due tornate contrattuali, svoltesi in 6 mesi, i lavoratori ottengono 450€ di aumenti salariali, sovvertendo gli accordi e territoriali siglati dalle associazioni padronali con CGIL, CISL e UIL), ma assumono un significato politico più vasto: mettono in discussione il comando in azienda, accrescono il livello di unità tra i lavoratori, sviluppano la coscienza sul fatto che è possibile mantenere le conquiste in azienda estendendo l’organizzazione sindacale e facendosi promotori di iniziative politiche per consolidare i rapporti di forza in questa guerra che i padroni scatenano contro loro.

Queste lotte hanno scoperchiato un contenitore quello della logistica lombarda, e rischiano di far emergere i “miasmi maleodoranti” di questo settore, dove il capitale accumula profitti elevati e dove i soggetti padronali interagiscono con i soggetti meno presentabili e delinquenziali del sistema. Un esempio lineare di ciò, è quello che emerse dall’inchiesta della polizia e della guardia di finanza nel 2010, che vide coinvolto Morgan Fumagalli , il padrone della Morgan Facility Management SPA, il quale aveva nel suo libro paga l’ex direttore dell’Ufficio del Lavoro di Piacenza Alfonso Filosa, il segretario della CISL Gianni Salerno e un altro sindacalista della CISL, Giorgio Canterelli. In sostanza Morgan Fumagalli “subappaltava i lavori a cooperative compiacenti. Solo nel piacentino, il giro di affari annuo è stato stimato intorno ai due milioni di euro. Cifra raggiunta grazie al super sfruttamento dei lavoratori, condito con l’evasione fiscale e previdenziale, assicurata da un sistema di “scatole cinesi” attraverso le vecchie cooperative e ne apriva di nuove secondo la necessità..Ritorno al passato? No, al futuro! Tutta la faccenda rivela quello stretto legame tra lavoro schiavistico e speculazione finanziaria, che è l’aspetto tipico dell’attuale fase economica e che la crisi sta solo portando alle sue estreme conseguenze. Le cooperative della logistica dimostrano, in modo esemplare, che oggi lo sfruttamento degli operai viene esasperato, in quanto è l’unica fonte da cui ricavare la ricchezza, ovvero il plusvalore. Non ci sono cazzi: è solo il plusvalore estorto agli operai che tiene in piedi tutta la baracca capitalista. Per quanto traballante, questa baracca assicura privilegi a una folta schiera di sfruttatori e faccendieri. Si capisce allora che, per mantenere i propri privilegi, costoro sono disposti a tutto, pur di sottomettere gli operai e farli lavorare nelle più bestiali condizioni”.9°

In queste lotte c’è stato un rafforzamento delle posizioni dei lavoratori di queste aziende, dunque un riposizionamento parziale dei rapporti di forza. Si è attivato un processo di sintesi di nuovi quadri del movimento operaio. Ma questi processi (assieme altri analoghi) vanno nella direzione di rafforzare e rendere possibile quel salto di quantità e qualità che potrebbe aprire la strada a nuova stagione di lotte economiche e politiche.

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1° Il plusvalore relativo è il plusvalore che deriva dall’accorciamento del tempo di lavoro necessario e del corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa.

2° L’intermediazione era fatta per conto del PCI, per via della sua politica di sostegno delle aziende capitaliste italiane “Più volte il compagno Pajetta ha insistito con il compagno Zhivkov perché la Bulgaria prenda in considerazione l’idea di approvvigionare il paese con i prodotti Fiat. Allo scopo propone la creazione di una società mista attraverso il movimento cooperativo” (incontro di G. Pajetta con il leader bulgaro Todor Zhivkov, 10 settembre 1977 – brano tratto dalla Stampa, 25 novembre 1991). In sostanza facevano i piazzisti di Agnelli.

3° Soci fondatori di Obiettivo Lavoro sono in primis le tre grandi filiere della cosiddetta economia “sociale”: Legacoop come si diceva prima,, Compagnia delle Opere (che raggruppa le imprese che fanno riferimento a CL), Confcooperative (cooperative cattoliche); insieme ad esse Cisl, Uil e numerosi altri soggetti tra i quali Confederazione Nazionale dell’Artigianato, Confesercenti, le Ascom di Confcommercio (le Acli si aggiungeranno poi nel 2000). Il primo presidente del consiglio di amministrazione è stato Giuseppe Cova ex segretario della Federazione Nazionale dello Spettacolo CGIL.

4° Metto sociale tra virgolette, in quanto lo Stato borghese avendo come classe dominante la borghesia appunto non può essere sociale. Le riforme in realtà sono un sottoprodotto della lotta rivoluzionaria del proletariato.

5° CGIL-CISL-UIL, sono presenti nell’UNIPOL, che “gestisce 16 mandati sui 43 fondi collettivi che risultavano autorizzati dalla Covip al 30 giugno dello scorso anno” (IlSole24ore).

6° Non è un caso che i lavori delle infrastrutture spesso è lo Stato che se ne accolla, scaricando così i costi sulla comunità (e dunque ai lavoratori) e i benefici ai capitalisti.

7° Molti dei dati sono stati estrapolati dal lavoro effettuato dai compagni del Centro Sociale Vittoria di Milano: Riflessioni per la definizione di un percorso più organico di conflitto e di autorganizzazione nel settore della logistica e nelle cooperative. http://www.csavittoria.org

8° In queste cooperative il concetto delle cooperazione e mutualità sono parole senso, che dono utilizzate al solo scopo di pagare meno tasse delle aziende concorrenti.

9° Passaggi di un commento articolo di Dino Erba sulla questione.

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~ di marcos61 su febbraio 6, 2013.

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