ESISTE UN QUARTO LIVELLO?

 

 

PREMESSA

 

   La realtà spesso e volentieri supera la fantasia. Dopo anni di indagini e studi, ormai è certo che esistono rapporti più o meno stretti, tra mafia, politica, servizi segreti, Massoneria, alta finanza e terrorismo internazionale.

   Nel 1979 Assim Akkaia racconta al dirigente della Squadra Mobile di Milano Enzo Portaccio[i] che la città di Trento costituisce il punto di congiunzione tra la mafia turca e quella siciliana. Gli alberghi Karinali e Romagna di questa città, erano appartenenti al trentino di origine altoatesina Karl Koefler che era collegato a Milano con i grandi trafficanti di armi e con la mafia che, tramite Angelo Marai e Leonardo Crimi.

   Gli alberghi che appartenevano a Koefler fungevano come centro di smistamento di morfina base e di eroina pura destinati alle raffinerie siciliane e quindi al mercato italiano e statunitense. Le indagini, che iniziarono nel 1980, condussero alla scoperta di 200 kg di tali sostanze nelle zone di Trento, Bolzano e Verona importate da un’organizzazione che in due anni aveva portato in Italia almeno 4.000 kg di sostanze stupefacenti.

   Questa massiccia importazione di sostanze stupefacenti, bisogna vederla dentro la dinamica che vide negli anni ’70, passare la direzione della commercializzazione delle sostanze stupefacenti nelle mani di Cosa Nostra siciliana. [ii] La Sicilia divenne in quegli anni il maggiore laboratorio di produzione delle sostanze stupefacenti.

 

Le trasformazioni di cosa nostra negli anni ‘80

 

 

   Cosa Nostra siciliana conquistò in questo periodo una posizione di semimonopolio mondiale nel traffico degli stupefacenti. La conquista di tale posizione fu dovuta ad una serie di condizioni. Una di queste è che essendo il blocco “socialista” guidato dai revisionisti fuori dal mercato illegale del crimine (pur essendo per via dei forti debiti contratti con le istituzioni finanziarie imperialiste integrato nel mercato mondiale capitalista), le mafie occidentali non dovevano fare i conti nel mercato criminale con competitori globali quali le mafie euroasiatiche: all’epoca la mafia russa era pressoché inesistente, e la mafia cinese, allora era incubata nelle comunità etniche d’origine come le Triadi in Cina e a Hong Kong.

   Tra le mafie occidentali, quella siciliana mette in campo la risorsa strategica dell’alleanza con la mafia americana, nel cui ambito le famiglie d’origine siciliana avevano occupato posizioni di predominanza. Dopo lo smantellamento dell’asse turco-marsigliese nel campo del traffico internazionale degli stupefacenti a seguito della Task Force voluta dal presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e diretta da Henry Kissinger, sarà appunto Cosa Nostra siciliana a conquistare in questo campo posizioni di semimonopolio.

   Alla fine degli anni ’70 le famiglie siciliane mediante accordi con i fornitori turchi e asiatici monopolizzano l’acquisto di morfina base prodotta nei Paesi orientali. La morfina viene trasformata in eroina nei laboratori impiantati in Sicilia con un grado di purezza elevatissimo che la rende particolarmente appetibile. L’eroina prodotta viene trasferita negli Stati Uniti dove la stessa organizzazione siculo-americana provvede a distribuirla a volte cedendola ad altre organizzazioni criminali, a volte smerciandola direttamente al minuto.

   Il monopolio si estende anche al mercato europeo, con l’eccezione di alcuni settori settentrionali che vengono lasciati alla mafia turca.

   I miliardi così guadagnati vengono riciclati l’intervento di famiglie create appositamente nei Paesi del Sud America, del Canada, dell’Inghilterra, della Svizzera.

   Così Cosa Nostra si mondializza. Unendo i punti corrispondenti ai territori  di produzione base (Oriente) a quelli di trasformazione del prodotto base (Sicilia) a quelli di smercio del prodotto finale (Nord America ed Europa) a quella del riciclaggio del capitale lucrato (Svizzera, Inghilterra, Florida, Aruba, Antille Olandesi, Canada, Venezuela, Brasile, Liechtenstein ecc.), si estendono i confini planetari del mondo della criminalità mafiosa siciliana dalla fine degli anni ’70 sino fine degli anni ’80.

   Le quantità prodotte e commercializzate sono di livello industriale. La morfina base acquistata a 13.000 dollari al chilogrammo viene rivenduta negli Stati Uniti a 110.000 dollari chilogrammi.

   Operando un calcolo globale sulla base della capacità produttività dei laboratori della morfina in eroina individuati nella prima metà degli anni ’80 (in media circa 200 Kg al mese per ogni laboratorio), di altri indici obiettivi (quali per esempio le quantità di anidride ascetica – ben 4.229 Kg nei soli primi sei mesi del 1982) delle dichiarazioni dei collaboratori, si perviene alla stima di un fatturato globale decennale di svariate migliaia di miliardi di dollari.[iii]

   Così Cosa Nostra entra nel club del capitalismo finanziario mondiale: sono gli anni Sindona, di Calvi, di Gelli, dello scandalo IOR.

   L’ingresso nel capitalismo finanziario internazionale comporta anche l’ingresso ufficiale di Cosa Nostra in alcuni circoli esclusivi del potere occulto nazionale e internazionale: in quegli anni alcuni capi della mafia siciliana entrano per esempio nella massoneria intessendo una ragnatela di rapporti, anche con esponenti dei servizi segreti nazionali e internazionali, entrando così nei sancta sanctorum del potere reale.

   Il culmine di questa parabola viene raggiunto, quando Cosa Nostra dopo aver conquistato posizioni di quasi monopolio nel settore dell’eroina in Italia, nel Nord America e in Europa, divenendo fornitrice e grossista per altre organizzazioni come la Camorra e la ’ndrangheta, tenta di conquistare il monopolio nel settore della commercializzazione della cocaina in Europa e in Italia.

   Nell’ottobre del 1987 nell’isola di Aruba la Cosa Nostra siciliana e il cartello colombiano di Medellin stipulano infatti un accordo commerciale di portata dirompente. L’accordo prevede lo scambio di eroina europea, monopolizzata da Cosa Nostra, con la cocaina prodotta in Colombia.

   Lo sviluppo del capitalismo commerciale di Cosa Nostra interagisce con il colpo di Stato con il quale i corleonesi conquistano il vertice dell’organizzazione inaugurando una stagione senza precedenti nella storia della mafia.

   Fino ad allora Cosa Nostra si articolava come una federazione di famiglie mafiose ciascuna delle quali aveva il proprio territorio e sceglieva i propri quadri di commando: il capofamiglia, i capidecina. In alcune famiglie, come quella della di Santa Maria del Gesù, i capi venivano eletti.

   Questa articolazione determinava una frammentazione del potere tra le varie famiglie che si rifletteva anche sul piano dei rapporti di forza globali tra la struttura militare (dove la base di massa era di provenienza popolare) e quei settori del sistema mafioso che facevano parte della classe dirigente: politici, imprenditori, finanzieri, professionisti, amministratori pubblici.

   I colletti bianchi si rapportavano non con l’intera organizzazione ma, di volta in volta con i componenti di questa o quella famiglia. Dietro il colletto bianco si proiettava l’ombra lunga dell’establishment di cui faceva parte per il suo stato sociale, dietro il mafioso militare l’ombra corta della singola famiglia di cui era membro.

   Inoltre il colletto bianco particolarmente addentro a una singola famiglia godeva della protezione di quella famiglia al pari di uno dei suoi membri. Se il componente di un’altra famiglia gli avesse fatto uno sgarbo o avesse provato a intimidirlo, avrebbe creato un incidente diplomatico suscettibile di un conflitto e sarebbe stato possibile di deferimento alla Commissione per violazione delle regole. Esisteva dunque un sistema di pesi e contrappesi, un bilanciamento tra le varie signorie territoriali delle famiglie mafiose che impediva una concentrazione del potere in unico vertice.

   Il colpo di Stato dei Corleonesi mediante lo sterminio di tutti i loro antagonisti interni, che venne definita la “seconda guerra di mafia” che scoppiò nel 1978 e finì circa nel 1983, provocò oltre 1060 omicidi.

   Esso determinò una rivoluzione nel gruppo dirigente della struttura militare di Cosa Nostra e dei suoi rapporti con la classe dirigente politica e economica, ivi compresa quella sua componente (la borghesia mafiosa) che faceva parte del sistema mafioso.

  Riina e i suoi infatti, pur lasciando formalmente inalterato il sistema di regole precedente, trasformano la struttura federale di Cosa Nostra in una dittatura, in una piramide controllata da un unico gruppo di comando che dal vertice dispone di tutte le risorse militari e relazionali con le varie famiglie in maniera ferrea e può decidere senza doversi più misurare con gli equilibri interni dei vari capimandamento o con poteri di veto di capi dissidenti.

   In tal modo i corleonesi vengono a disporre di un’enorme concentrazione di potere in termini di risorse finanziarie e militari che squilibra il rapporto con i mondi superiori i cui esponenti i cui esponenti si trovano a confrontarsi non più con singole famiglie mafiose dal potere limitato e controbilanciato da quello di altre famiglie, ma con un enorme monolite, una macchina da guerra nelle mani di Riina e dei suoi. La cultura della mediazione affinata negli anni viene soppiantata da una rozza cultura della prevaricazione.

   Questa ascesa dei corleonesi è stata favorita da aiuti esterni da Cosa Nostra, da servizi segreti o da qualcuno in grado di influenzarli. Questa presa di potere ha avuto senza dubbio delle ripercussioni nelle diverse logge massoniche che in quegli anni erano sorte in Sicilia e collegavano mafiosi e imprenditori.

   Un ipotesi da tenere in considerazione è che ci sia un collegamento tra l’ascesa dei corleonesi, lo sterminio dei loro rivali e la bancarotta di Sindona.[iv]

   Michele Sindona si era specializzato nell’esportazione di capitali e nel funzionamento dei paradisi fiscali, la sua spregiudicatezza nelle operazioni di Borsa gli permise di accumulare rapidamente una considerevole fortuna economica. Nel 1957 la famiglia della mafia americana dei Gambino gli affidò la gestione dei profitti dei loro traffici di droga. Nel giro di un anno, Sindona comprò la sua prima banca, la Banca privata finanziaria. Sindona fu in contatto con il cardinal Montini, arcivescovo di Milano che poi divenne papa con il nome di Paolo VI. Nel 1969 Michele Sindona inizio i suoi rapporti con lo IOR la banca vaticana: enormi capitali vennero spostati dalla banche di Sindona, attraverso il Vaticano, vero le banche svizzere. Sindona divenne il terminale finanziario anche delle famiglie mafiose palermitane. La sua ascesa sembrò non incontrare ostacoli fino al 1971 quando fallì la sua operazione sulla finanziaria Bastoggi, che incontrò l’opposizione di Enrico Cuccia, il fondatore di Medioanca.

   Nel 1972 Sindona conquistò il controllo della Franklin National Bank di Long Island, una delle prime venti banche statunitensi. Nel 1974 venne salutato come il “salvatore della lira” da Giulio Andreotti, ma nell’aprile dello stesso anno un rapido calo del mercato azionario provocò il crollo di Sindona. I profitti della Franklin National Bank persero il 98% rispetto a quelli all’anno precedente, Sindona fu così costretto a uscire dalla maggior parte delle banche che controllava. L’8 ottobre la banca di Sindona venne dichiarata insolvente per frode e cattiva gestione.

   Sindona riciclava i proventi del traffico di droga del gruppo Bontade-Badalamenti-Inzerillo-Gambino, famiglie che erano determinate a recuperare il loro denaro e per questo motivo aiutarono il finanziere per settanta giorni nel suo finto rapimento in Sicilia dal 2 ottobre al 16 ottobre 1979.

   Sindona è stato un finanziatore del golpe Borghese, dall’inchiesta di Salvini risulta che una delle centrali dei finanziamenti USA al fascismo italiano era la Continental Illinois Bank di Cicero, Illinois che concentrava enormi capitali provenienti in massima parte dall’industria bellica statunitense. La Continental (come anche la Gulf and Western, che amministrava il capitale della mafia americana) forniva la copertura finanziaria alla Banca privata finanziaria, della quale si serve Sindona per la gigantesca operazione di trasferimento di medie industrie italiane sotto il controllo del capitale americano, che era iniziato nel 1968.

   Perciò una delle ipotesi sull’ascesa dei corleonesi è che sia stata favorita da chi avesse interesse allo sterminio dei creditori di Sindona, in altre parole dello stermino della vecchia guardia mafiosa che aveva investito negli affari di Sindona.

   Se si guarda la sequenza degli avvenimenti, questa tesi appare plausibile.

   Nel 1970 si ha il tentato golpe Borghese, nel 1971 e 1972 ci furono i primi rapimenti ad opera dei corleonesi, nel 1974 inizia il crollo di Sindona, nel 1975 viene arrestato a New York Sindona (ma fu subito scarcerato), nel 1977 iniziano a circolari notizie di un elenco di 500 persone che tramite lui avevano esportato capitali fuori dall’Italia, nel 1978 inizia la mattanza della vecchia guardia mafiosa, nel 1979 viene ucciso Ambrosoli il liquidatore della Banca privata finanziaria, ai primi dell’agosto 1979 inizia il falso rapimento di Sindona che termina il 16 ottobre quando viene ricoverato in Ospedale. In concomitanza con le uccisioni dei mafiosi delle vecchie famiglie mafiose, iniziò lo sterminio degli investigatori che si stavano occupando dei flussi finanziari di Cosa Nostra. Infatti, vennero uccisi tutti coloro che stavano indagando sugli investimenti di Cosa Nostra. Furono omicidi commessi dai corleonesi ma che non riguardavano i loro traffici, bensì quelli dei loro predecessori.

   L’11 luglio 1979 fu ucciso Ambrosoli, il 21 luglio 1979 l’investigatore della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano. Ambrosoli e Giuliano si erano in precedenza incontrati a Milano, perché l’investigatore indagando su flussi finanziari dei traffici di Cosa Nostra aveva intravisto il ruolo di Sindona in questi traffici.

   Delle indagini di Giuliano si sarebbe dovuto occupare Cesare Terranova appena tornato di magistratura dopo alcuni anni da deputato indipendente eletto nelle liste del PCI. Il 25 settembre 1979 fu ucciso insieme al maresciallo Lenin Mancuso.

   Le indagini di Boris Giuliano furono riprese dal procuratore Costa. Il 6 agosto 1980 Costa fu ucciso a Palermo.

   Le sue indagini furono studiate da Pio la Torre, deputato del PCI. Il 30 aprile 1982 Pio la Torre fu ucciso a Palermo.

  Il prefetto Dalla Chiesa venne inviato a Palermo e annunciò che non avrebbe risparmiato nessuno nelle sue indagini. Il 3 settembre 1982 Dalla Chiesa fu ucciso a Palermo.

   Il magistrato Rocco Chinnici iniziò a raccogliere il materiale che diede poi il via al maxiprocesso e il 29 luglio 1983 fu ucciso.

   Giovanni Falcone e Paolo Borsellino svolsero il ruolo dell’accusa in quel processo e nel 1992 furono uccisi entrambi.

   Dunque se dietro la discesa dei corleonesi ci fosse il tentativo da parte di un soggetto esterno a Cosa Nostra di eliminare le tracce di un investimento dei capitali mafiosi e nello stesso tempo l’eliminazione degli stessi mafiosi creditori di questo investimento.

  Ma in cosa poteva consistere questi investimenti? Tanto da fare una macelleria per eliminare qualsiasi traccia.

   Proviamo formulare delle ipotesi.

   Uno dei capitoli più controversi nella battaglia di Wojtyla contro il blocco “socialista” è quello dei finanziamenti segreti fatti arrivare a Solidarnosc.

   Nel biennio 1980-1981 tramite il suo presidente Roberto Calvi, inizia a versare capitali enormi al sindacato di Walesa. Tutto questo è avvenuto nel più assoluto segreto.

   Insieme a Roberto Calvi, deus ex macchina dell’intera operazione è Marcinkus, l’anima nera dello IOR, la banca del Vaticano. Con Roberto Calvi, Marcinkus imbastisce una rete d società fantasma nei paradisi fiscali di mezzo mondo, dove arrivano fiumi di soldi. Forte della benedizione vaticana, Calvi allaccia relazioni con Sindona, e il giro della P2. Quando nel 1981 viene condannato per reati valutari, e finisce in carcere a Lodi (dove tenterà il suicidio) il banchiere ha un problema che gli toglieva il sonno: deve restituire decine di milioni di dollari al mafioso Pipo Calò e alla banda della Magliana. Lo IOR negli anni ’70 e ’80 diventa uno strumento del riciclaggio di denaro mafioso. Questi soldi sono utilizzati per contrastare il blocco “socialista” nell’Est europeo e impedire ogni avanzata delle forze comuniste e progressiste nell’America Latina.[v]

   Se si analizza il ruolo del Banco Ambrosiano ha avuto sul piano internazionale, si vede che con una serie di proprie banche il Banco ha finanziato tutti i regimi di destra e autoritari in America Latina.

   Il Banco ha finanziato l’acquisto di armi, molto spesso di industrie italiane, per l’Argentina, per il Nicaragua e tutti i Paesi governati da regimi di destra. In Cile si costituì una finanziaria insieme con Pinochet. In Nicaragua, quando Somoza entrò in crisi, il Banco di Managua, che faceva capo al Banco Ambrosiano, dirottò centinaia di milioni di dollari per sostenere il dittatore.

   In sostanza il Banco Ambrosiano è stato uno strumento dell’intervento politico del Vaticano in accordo con l’imperialismo USA.

   Il retroterra del buco dell’Ambrosiano sta appunto nel finanziamento di questi regimi.[vi] Ottocento milioni di dollari, su un buco di milleduecento, furono dirottati all’estero sulle finanziarie sudamericane del Banco Ambrosiano.

   Bisogna tenere conto che il “caso Calvi” avviene proprio in cui in Italia si chiude la fase del compromesso storico e si apre quella della riconversione politica, che punta non più al coinvolgimento del PCI ma al suo isolamento. Siamo nel 1980-81, dove si apre una nuova fase del capitalismo italiano attraverso il rilancio della finanza, della borsa, dell’autofinanziamento e dell’attività abnorme di speculazione finanziaria da parte dei grandi gruppi.

   Proprio in questo periodo, Calvi era riuscito a mettere assieme circa il 25% delle società quotate in borsa, le più ricche, quelle che fanno gola. Ad esempio, le compagnie di assicurazioni: attraverso l’alleanza con Pesenti e Bonomi, Calvi contava sulle Toro e sulla Ras. Era riuscito a mettere assieme la più grande banca privata italiana con la fusione tra il Banco Ambrosiano, la Banca Cattolica del Veneto e il Credito Varesino; a mettere le mani sull’informazione. Aveva capito, che il gioco in borsa si conduce attraverso messaggi da lanciare ai risparmiatori sui giornali e attraverso l’orientamento del risparmio fatto dalle banche e delle compagnie di assicurazione, che raccolgono grandi liquidità e poi le giocano in borsa. Proprio quando il capitalismo italiano tende a lanciarsi in questo senso, Calvi diventa un personaggio ingombrante, un personaggio che gioca pesante. E chi subentra a Calvi? Agnelli, che acquista la Toro, Rizzoli e il Corriere della Sera tornano nelle sue mani, che nel frattempo acquista pure la quota di maggioranza del Banco Ambrosiano.

   Vediamo adesso le conseguenze che l’ascesa dei corleonesi ha comportato nel settore dell’economia.

   La novità è che nel settore degli appalti pubblici, i capi dell’organizzazione decidono di non limitarsi più a taglieggiare a valle le imprese aggiudicatrici ma di entrare direttamente nella cabina di comando nella quale fino allora i vertici politici e imprenditoriali regionali e nazionali avevano monopolizzato la manipolazione dei grandi appalti.

   Cosa Nostra pretende e ottiene di sedere con i propri uomini al tavolo delle trattative di vertice; partecipa alle operazioni di pianificazioni e a volte arriva a imporre a politici e imprenditori le proprie condizioni con la minaccia di morte o lo strumento del ricatto.

   In questo nuovo sistema, i politici continuano a svolgere il ruolo di sempre occupandosi dei finanziamenti, mentre Cosa Nostra pianifica una turnazione nell’aggiudicare le gare di appalto che garantisce a quasi tutti gli imprenditori che contano l’aggiudicazione a rotazione degli appalti pubblici. Questo sistema consente di azzerare la concorrenza tra imprenditori nelle gare d’appalto e di predeterminare l’aggiudicazione tramite offerte concordate con ribassi minimi. Il maggior guadagno conseguito risparmiando sul ribasso d’asta è destinato a finanziare la percentuale di tangente destinato ai politici pari al 2%, quella di Cosa Nostra, pari a un altro 2% e quella riservata agli organi di controllo, pari allo 0,50%.

   Questo meccanismo coinvolgeva per ogni gara manipolata circa 50 persone in media tra politici, imprenditori, mafiosi, professionisti, pubblici amministratori, funzionari, soggetti inseriti negli enti di controllo. Se si moltiplica questo dato numerico per centinaia e migliaia di gare d’appalto, si ha la proiezione macrosistemica del fenomeno.

   Questo modello oltre che in Sicilia prese piede anche in Campania e in Calabria.

   Un altro indice di mutamento del mutamento dei rapporti di forza tra mafia militare e i vertici politici emerge dalla decisione di Cosa Nostra, in occasione delle elezioni politiche nazionali del 1987, di dare una “lezione” alla DC, da sempre il partito di riferimento dell’organizzazione e della cui politica i vertici mafiosi erano insoddisfatti.

   I corleonesi ordinarono di dirottare il consenso elettorale pilotato dall’organizzazione verso il PSI e il Partito Radicale che in quel periodo si erano fatti portatori di una linea politica fortemente critica nei confronti della magistratura, sfociata nella campagna per la promozione di un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati.

   Nei quartieri popolari di Palermo la DC registra un vistoso calo consensi che si riversano sul PSI e sui radicali. Il partito del garofano a Palermo passa dal 9,8% al 16,4%. I radicali, che sino allora in città quasi non esistevano, raccolgono il 2,3% dei voti.

 

Missili a Comiso e la militarizzione della Sicilia

 

   All’inizio degli anni ’80 in Sicilia si assisté allo sviluppo di tre gravi fenomeni, oltre al terrorismo mafioso, ci fu l’installazione dei missili nucleari e la militarizzazione a tappeto.

   La Sicilia ha sempre avuto una centralità strategica, per il suo essere collocata al centro del bacino del Mediteranno, sia dal punto di vista militare che in quello commerciale.

   Durante la seconda guerra mondiale in previsione dello sbarco in Sicilia, il servizio segreto militare degli Stati Uniti reclutò diversi esponenti della mafia italo-americana ai quali fu affidato il compito di informare i servizi sulla situazione siciliana e di preparare il terreno e il personale politico per amministrare l’isola una volta conquistata.

   Il boss Lucky Luciano – alias Salvatore Lucania – che era che era detenuto nel penitenziario statunitense di Dannemora, fu contattato da ufficiali del NIS il servizio segreto dell’US Navy. In cambio della sua collaborazione Lucky Luciano chiese che a guerra finita gli fosse concessa la libertà sulla parola. I patti furono rispettati, egli (che aveva una condanna a trent’anni di reclusione) fu liberato nel 1946.

   Torniamo negli anni ’80, in questo periodo il Mediterraneo non era più un mare americano ma un mare in tempesta.  Al centro della tensione c’è la lotta del popolo palestinese contro il sionismo. Ma oltre alle guerre arabo-israeliane (1948-49, 1956, 1967 e 1973) c’è la guerra civile in Libano e il relativo intervento bellico israeliano, la questione cipriota e la lotta di liberazione del Polisario nel Sahara occidentale. C’erano i sintomi dell’offensiva rivoluzionaria, tendenza che si ebbe con la rivoluzione iraniana del 1979, dove fu centrale il ruolo della classe operaia e come controtendenza si ebbe l’aggressione da parte dell’Iraq e la controrivoluzione islamica.

   Per completare il quadro della situazione nell’area bisogna ricordare i travagli interni nella Jugoslavia (in particolare nel Kossovo), il colpo di Stato in Turchia nel 1980, l’assassinio di Sadat nel 1981, in Tunisia dove nel gennaio 1984 ci furono i tumulti per il pane, in Marocco ci fu l’assassinio del generale Dlimi a seguito di un complotto antimonarchico, in Spagna c’era la guerriglia dei baschi e dei GRAPO e in Corsica ci fu un susseguirsi di attentati.

   A questo crogiolo di tensioni e di conflitti le grandi potenze hanno reagito passando da una strategia basata sulla proliferazioni di basi e punti di appoggio a una nuova strategia basata sulla limitazione delle basi permanenti a pochi paesi considerati sicuri e sul continuo potenziamento della presenza delle flotte navali e dell’arsenale nucleare di cui erano dotate.[vii]

   Questa risposta delle grandi potenze deve essere inquadrata nella controffensiva da parte dell’imperialismo che ci fu negli anni ’80 (offensiva che sarà esplicita nel 1991 con la prima guerra del golfo) nei confronti dell’avanzamento che tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 della classe operaia e dei movimenti rivoluzionari del Tricontinente.

   Le misure più importanti applicate furono orientate in tre direzioni.

1)    Continuare la guerra fredda con il riarmo ideologico del progetto borghese (passare dalla lotta difensiva interna caratterizzata dalla creazione dello Stato “sociale”, alla lotta offensiva interna: postmodernismo, nuovo individualismo e contendere lo spazio occupato dal Movimento Comunista Internazionale e dai movimenti antimperialisti utilizzando la penetrazione dei nuovi mezzi di comunicazione di massa (cinema, musica, televisione, ecc.).

2)    Superamento nei paesi imperialisti dello Stato sociale.

3)    Riprendere il controllo dell’orientamento delle politiche dei paesi dipendenti e controllati. Per questo sono applicati le misure più diverse: i colpi di Stato (America Latina, Africa), l’attacco contro il sistema delle Nazioni Unite, concentrando il potere nel Consiglio di Sicurezza e provocando la crisi finanziaria degli organismi vincolati al Nuovo Economiche internazionale (NOE), come l’UNCTAD o l’UNESCO; vince il dogma della stabilità politico economica globale, divenuto elemento prioritario della politica di controllo, di dominio imposto nel mondo anche attraverso organismi politici-economici internazionali (WTO, BM, BEI, OCSE, WTO ecc.).

   Si sviluppa in tutti i paesi imperialisti, il keynesismo militare. Negli Stati Uniti la corsa agli armamenti fa parte del sistema di accumulazione capitalista, in altre parole esso assorbe gran parte delle spese pubbliche anche se chi ne beneficia non sono imprese pubbliche, essa è servita indirettamente al funzionamento del sistema capitalistico dal punto di vista dell’accumulazione, poiché, attraverso la via militare, si è riusciti a trasformare l’impegno militare in produzione di beni e servizi per la distribuzione universale. Gli investimenti militari sono stati finanziati con il bilancio pubblico e il Pentagono era l’unità economica pianificata più grande del mondo. Gli USA sono consapevoli che senza egemonia militare non potrebbero imporre al mondo il finanziamento dei loro deficit, che gli consente di mantenere in maniera del tutto artificiale, senza alcun stabile e strutturale retroterra in alcun sistema macroeconomico.

   La strategia reaganiana rivolta al Mediterraneo si articolava in tre direzioni principali:

1)    Gli accordi di cooperazione con Israele. Il 30.11.1981 gli Stati Uniti e Israele sottoscrivono un accordo di cooperazione strategica allo scopo di “scoraggiare qualsiasi minaccia proveniente dall’URSS nella regione”. Le clausole specificamente militari dell’accordo sono sempre rimase segrete.

2)    La costituzione della Rapid deployment force (Rdf). La Rdf rappresenta il compimento di un progetto lanciato da Carter fin dal 1977. Nella metà degli anni ’80 era composta da 230.000 uomini e dal 1983 il suo quartier generale era costituito c/o il Centcom (Comando centrale americani) in Florida. La Rdf ha l’obiettivo di proiettare la forza militare americana nel più breve tempo possibile a più di 10.000 Km di distanza.

3)    Ruolo dell’Italia. L’Italia in questo contesto è destinata a svolgere un ruolo da protagonista grazie alla sua posizione geostrategica. Un esempio: è di questo periodo lo spostamento del comando delle forze navali americane in Europa da Londra a Napoli, dove si è andato ad unire al comando NATO del sud Europa. Il ministro della “difesa” italiano dell’epoca il “socialista”[viii] Lagorio mette in discussione il “vecchio modello di difesa”, basato essenzialmente sulla “soglia di Gorizia”. La nuova “minaccia” viene dal Sud.

   Il primo episodio di tale impostazione della politica italiana è stato l’impegno italiano a garantire la “neutralità” di Malta. L’accordo del 15 settembre 1980 contiene l’impegno dell’Italia di intervenire anche militarmente in caso di “violazione della sovranità di Malta”. Quest’accordo nasceva dalla richiesta di Malta di essere sostenuta nella vertenza in atto con la Libia sul diritto di ricerca d’idrocarburi nella zona di mare di Medina.  L’accordo è viziato da un’assurdità esplicita: come può un paese come l’Italia che è integrato in un’alleanza militare la NATO ad impegnarsi a garantire la neutralità di un paese?.

   Il 1982 vede l’inaugurarsi l’era delle spedizioni italiane in Medio oriente. La prima è collegata all’attuazione degli impegni di Camp David tra USA, Israele e Egitto. Il governo italiano decide di contribuire con tre dragamine e un contingente militare alla Forza multinazionale da inviare nel Sinai e autorizza che il quartier generale sia insediato a Roma. Non passano tre mesi e l’invasione – scattata nel 1982 – fornisce l’occasione per ripetere in grande l’invio di forze militari NATO nella regione, al di fuori della cornice dell’ONU e con il pretesto del mantenimento della stabilità dell’area. Francia, Gran Bretagna, USA e Italia inviano dei contingenti di truppe che s’impegnano ad impedire l’ingresso delle truppe israeliane a Beirut. Ma proprio sotto gli occhi di tutto il mondo ci fu l’orrenda strage di Sbarra e Chitarra da parte degli israeliani. Con il passare dei mesi, il carattere della Forza Multinazionale appare in maniera evidente che il suo reale scopo non è certo quello di garantire la pace, ma di essere lo strumento d’intervento militare della NATO al di fuori dei confini dell’Alleanza Atlantica per sostenere il governo di destra di Beirut e combattere le opposizioni mussulmane e le forze della resistenza palestinese.

   In pieno agosto 1984 il governo egiziano si rivolge a Francia, Gran Bretagna, USA e Italia per lo sminamento di alcuni tratti del Mar Rosso.

   Nell’agosto del 1981 ci fu la notizia che a Comiso sarebbe dovuta essere installati 112 micidiali missili Cruise. Per quale ragione fu scelta la Sicilia e in particolare Comiso? La risposta sta nella carta geografica. Prendendo come ipotetico bersaglio dei Cruise quella parte dell’Unione Sovietica sulla quale sono piazzate le rampe degli SS-20, Comiso appare una delle zone di lancio più lontane. Se però il bersaglio si trovasse sull’Africa settentrionale e nel Mediterraneo, la Sicilia sarebbe la zona di lancio ideale. Perciò la scelta della Sicilia è una chiara espressione della volontà di allagare la volontà verso il sud il raggio di azione della NATO.

   In Sicilia si è andato concentrando un dispositivo militare impressionante. Ci sono missili atomici, aerei americani e italiani che possono essere armati con bombe nucleari, gli aerei radar più avanzati del mondo e i caccia più moderni di cui disponga l’aeronautica italiana; poi 20.000 ettari furono destinati a un enorme poligono di tiro. Dalle installazioni maggiori (Comiso, Sigonella, Trapani, i Nebroidi) alle decine di base secondarie; non c’è deposito, installazione radar, pista di aeroporto che non siano interessati dal processo di “ampliamento” e “ammodernamento”.

   Contro l’installazione dei missili a Comiso si sviluppò in Sicilia, in Italia e in tutta l’Europa occidentale, un forte movimento di lotta. Ci furono parecchie iniziative che avevano l’obiettivo di bloccare o almeno di ostacolare i lavori all’interno della pace. A Comiso si tenne il meeting internazionale contro i Cruise (Imac). Questo movimento in Sicilia s’impegnò non solo contro l’installazione dei missili a Comiso, ma anche contro i nuovi annunciati casi di militarizzazione: da Centuripe ai Nebrodi. Il progetto colossale poligono dei Nebrodi, che alcuni considerano il paravento di un’area di dispersione privilegiata dei Cruise di Comiso, dà l’occasione per realizzare un’unità di azione tra i militanti del movimento contro l’installazione dei missili e le popolazioni locali.

   Allora c’è un possibile nesso tra aumento del terrorismo mafioso e installazione dei missili e militarizzazione dell’isola?

   Torniamo a Sindona quale fu il vero scopo della sua fuga in Sicilia? Il bancarottiere e i suoi complici mafiosi e massoni hanno dato tante spiegazioni, molto frammentarie e poco convincenti. Si ha ragione a credere che Sindona e il suo clan venne in Sicilia ha compiere, in cambio di non si sa quali vantaggi personali, una missione politica criminale: comprare l’appoggio e il sostegno armato dei più potenti gruppi di Cosa Nostra a un progetto reazionario, destabilizzante (per poi stabilizzare in senso conservatore) e dichiaratamente anticomunista da attuare in Sicilia. Sindona doveva garantire con il “prestigio” che la sua persona aveva in questi ambienti quest’alleanza. Mandanti e ispiratori sarebbero stati settori del Partito Repubblicano, esponenti del pentagono e della CIA.

   Guarda caso al processo di New York Sindona ha esibito lettere di esponenti del Pentagono[ix] presentandole come le credenziali, l’avallo preventivo dato da autorevoli ambienti statunitensi a progetto di Colpo di Stato in Sicilia. Ovviamente i giudici americani, come in altre occasioni del genere, non hanno voluto approfondire questa pista, che rischiava di portare molto ma molto in alto.

   A quanto si diceva sopra del ruolo di finanziatore di progetti politici e economici di Sindona, si può aggiungere quello che diceva il rapporto che fu presentato al Congresso degli Stati Uniti dal deputato Pike” “Sindona fu un elemento chiave nella distribuzione di milioni di dollari della Cia a partiti italiani di centro e di destra; parte di questi soldi servirono a finanziare il fallito colpo di Stato fascista del dicembre 1970”.[x]

   Dopo la visita di Sindona la violenza mafiosa a Palermo fece un salto di qualità, assumendo connotazioni inedite, tanto che per definirle fu coniato il termine di “terrorismo mafioso”. A Palermo si registrò un’agghiacciante sequenza di assassini: vittime furono fatto assolutamente nuovo, personalità politiche, magistrati funzionari di polizia; i grandi delitti di Palermo decapitarono in breve tempo tutti i vertici politici e istituzionali.

 

L’inchiesta di Carlo palermo

 

 

   L’inchiesta di Carlo Palermo si svolse in contemporanea con quella che stava conducendo il giudice Giovanni Falcone e che aveva portato allo smascheramento delle raffinerie di Trabia e Carini che erano fornite dalla stessa organizzazione trentina. Queste indagini si estesero in Austria, Germania, Svizzera, Jugoslavia, Bulgaria, Turchia, portò all’individuazione dell’intreccio che c’era fra traffici di armi e petrolio tra l’Italia e la Libia e a un collegamento tra servizi segreti italiani, americani e orientali, insomma un’autentica rete d’interessi economici e politici parallela e occulta di fianco a quelli ufficiali.

   Questo traffico di eroina che stava indagando Palermo agli inizi del 1980, era proveniente dalla Turchia dove l’eroina era prodotta, e arrivava in Italia passando per l’Austria oppure dalla Jugoslavia. La droga era rilavorata in Italia e distribuita in tutti i paesi occidentali dalla mafia siculo – statunitense. Molto spesso la droga era scambiata con armamenti, in connessione con servizi segreti, industrie belliche, finanzieri, partiti e governi.

   I capi della mafia turca Abuzer Ugurlu e Beker Celenk (entrambi padrini dell’attentatore del papa, Alì Agca) dirigevano i loro traffici dalla capitale bulgara Sofia. Entrambi, per agire in tranquillità, fungevano da informatori per i servizi dell’Est e dell’Ovest, erano come si dice in gergo spionistico agenti doppi.

   Al trasporto della droga via terra provvedevano Karafa Mehmet Alì (che con una dozzina di autotrasportatori jugoslavi, raggiungeva le piazze di Trento, Verona e Milano) e un dirigente della narcotici turca, su auto della polizia. Al trasporto via mare, che raggiungeva gli USA, provvedeva l’armatore Mehemet Cantas con la società panamense Sutas. Del trasporto di eroina negli USA via mare si occupava anche l’altro capomafia Cil Huseyn. L’armatore Cantas, per gestire meglio i propri traffici, si era trasferito a Los Angeles, dove era in contatto con Cosa Nostra siciliana

   In Germania agiva il trafficante di armi turco Tegmen Herten, agente della DEA (agenzia antidroga statunitense) residente a Monaco di Baviera, trattava ogni tipo di armamenti in accordo coi servizi tedeschi e la NATO. In Germania veniva anche riciclato il denaro sporco, Francesco Coll e Rodolfo Corti trasportavano la valuta da Bolzano verso la Dresdmer Bank di Monaco di Baviera.  A Zurigo trafficava in armi con agenti dei servizi italiani, il finanziere Hans Kunz, che fu tra gli organizzatori dell’ultimo viaggio di Roberto Calvi.

   Nell’area mediorientale, sotto la copertura della società svizzera Petroso, trafficava in droga e armi, Hassan Rifaat, assieme ad alcuni agenti dei servizi siriani. Trafficante di armi e di droga sull’asse Berlino – Varsavia era il turco-siriano Derki Badi.

   Nel 1980 due giornalisti italiani, Italo Toni (redattore dei Diari) e Gabriella De Palo (di Paese Sera), scomparivano a Beirut. i corpi non sono mai stati trovati e sulla loro sorte in Italia vige tuttora il segreto di Stato. Gabriella si era distinta per una serie di inchieste sul traffico d’armi mentre Italo era esperto di problematiche del Terzo Mondo e dei movimenti di liberazione.

   I due erano andati in Medio Oriente per indagare sulla politica mediorientale dei governi italiani e sul traffico di armi favorito dai servizi segreti italiani. Già Graziella aveva scritto un articolo[xi] si era occupato di questo tema accennando il ruolo di ufficiali dei servizi segreti.[xii]

   Nella scomparsa dei giornalisti, c’è l’ombra della P2. Era iscritto alla P2 il colonnello Stefano Giovannone capo centro del SISMI a Beirut che fu indagato di aver favorito il sequestro dei giornalisti, era iscritto alla P2 il generale Santovito direttore del SISMI incriminato assieme a Giovannone.

   Ma il vero centro del traffico di armi e di droga è stato proprio l’Italia. Le richieste di ogni tipo di armamenti, dalle pistole alle tecnologie, pervenivano da ogni parte del mondo assieme a grandi quantità e di cocaina. Le contrattazioni internazionali tra i trafficanti avvenivano in Bulgaria all’hotel Giapponese di Sofia e all’Hotel Marmara di Monaco di Baviera. È sorprendente il numero delle società italiane che erano presenti all’epoca in Bulgaria: 776 contro le 800 che operavano con l’intera URSS[xiii]

   In Italia a Bolzano nella villa di Herbert Hoberhofer “eroe” sudtirolese, in realtà era un informatore del Guardia di Finanza, sul finire del 1979, furono ritrovati 130 Kg di eroina.

   Nella provincia di Verona, responsabile del traffico era Giorgio Malon. Ma il vero capozona del traffico di armi e di droga era però Karl Kofler che come si diceva all’inizio era collegato a Cosa Nostra. 

   Kofler era un testimone importante, disposto a parlare molto e, puntualmente, benne eliminato nel carcere di Trento, benché era sottoposto a una stretta sorveglianza.

   Kofler diede al giudice Palermo il nome di una società milanese, la Stiban che, guarda caso aveva sede in una palazzina di proprietà del Banco Ambrosiano e nella quale abitava il vicepresidente del Banco, Rosone. Nella perquisizione della Stiban, venne fuori una quantità enorme di materiale: ordini, offerte, richieste di armamenti provenienti da tutto il mondo. Molte delle operazioni si avvalevano della consulenza finanziaria del Banco Ambrosiano. Socio maggioritario della Stiban era un siriano residente da molti anni in Italia, Henry Arsan. Arsan si rivelò essere uno dei maggiori trafficanti d’armi del mondo, in combutta, manco a dirlo, con agenti dei servizi segreti italiani.

   Arsan era anche un grande trafficante di droga e disponeva di due navi acquistate dalla società panamense Sutas dell’armatore e trafficante turco Cantas. Nel colo 1981, Arsan fece arrivare a Milano 4.100 chili di eroina purissima, sufficiente per oltre 100.000 dosi che, distribuita sul mercato, fruttò circa 400 miliardi di lire. Eppure, nel 1981, la Criminalpol conosceva benissimo Arsan: egli era anche un agente della DEA statunitense. La Criminalpol fu informata di questo nel 1977 dal responsabile dell’agenzia antidroga Tom Angioletti, sia pure con cinque anni di ritardo, da quando, nel 1972 era diventato un loto informatore.

   Nel 1983 le indagini condotte da Palermo sulle connessioni tra i servizi segreti italiani e i vari tipi di traffici, approdano a documenti riguardanti Bettino Craxi, da poco Presidente del Consiglio, in rapporto alle forniture militari all’Argentina in cambio dell’appalto per i lavori della metropolitana di Buenos Aires. Nel giugno 1984 c’è la richiesta del giudice trentino di aprire un processo contro lo stesso Craxi ed altri ministri ed esponenti del PSI (Lagorio, De Michelis, Pilliteri, Mach di Palmstein, Rezzonico, Larini). Successivamente il 20 novembre 1984 le Sezioni Unite della Cassazione, accusano il giudice Palermo e alcuni suoi colleghi che avevano pubblicamente espresso solidarietà nei suoi confronti non di essere più “attendibili” ed “imparziali”, spostano a Venezia tutte le inchieste condotte dallo stesso Palermo: oltre 300.000 carte processuali che sono il frutto di tre anni di lavoro.

   È interessante sapere che fine fecero molte di queste carte.

   Il 10.11.1996 Carlo Palermo manda al Ministro di Giustizia una missiva che diceva: “Egregio Signor Ministro,

il 30 ottobre scorso, su richiesta del Sostituto Procuratore Paola Fortuna di Torre Annunziata, ho collaborato, a Venezia, alla ricerca di alcuni atti processuali facenti parti del fascicolo relativo al procedimento penale da me istruito a Trento in qualità di giudice istruttore negli anni 1980.84, e successivamente definito con sentenza del Tribunale di Venezia.

   Nell’occasione – presente era un sottufficiale dei Carabinieri di Torre Annunziata, e (all’inizio) il Sost. Proc. di Venezia dott. Foladelli, che ci ha condotto sul posto – è stato possibile constatare che quel fascicolo, in origine era di circa 300.000 pagine processuali tutte chiuse in faldoni catalogati, si trovava invece, di fatto mancante di almeno “2/3 dell’originale. Le carte residue si trovavano ammucchiate per terra e in scatoloni aperti, con evidenti specifiche mancanze di atti originali”.[xiv]

  Nel 1985, su sua specifica richiesta, Palermo prese servizio presso la Procura di Trapani. Una delle sue prime inchieste a Trapani fu quella della fornitura alla Libia di tre containers contenenti materiali elettronico rigenerato alla Libia. Il 2 aprile 1985 a Pizzolungo un autobomba destinata al giudice Palermo uccise due gemelline di sei anni e la loro madre. Circa un mese più tardi viene scoperta ad Alcamo, in provincia di Trapani, il più grande laboratorio di Morfina base d’Europa, appartenente a Cosa Nostra e rifornito dalla stessa organizzazione operante a Trento. Nel 1986, quando Palermo era a Roma come funzionario del Ministero della Giustizia, venne perquisito il Centro studi Salvatore Scontrino. Al suo vertice era un certo Gianni Grimaudo, ex prete,professore di filosofia. Nel Centro si nascondevano numerose logge massoniche, di cui molte con nomi di origine egizia: Iside, Iside 2 (riservata ai non residenti), Osiride.

   Il Circolo Scontrino fu probabilmente meta di visite di Licio Gelli, dai documenti sequestrati fu possibile desumere l’esistenza di una settima loggia, la C, probabilmente collegata alla P2: la loggia C entrò in funzione l’8 maggio 1981, subito dopo, cioè, che era stata scoperta il 17 aprile 1981, la lista degli appartenenti alla P2 nella Villa Wanda di Castiglion Finocchi.

   Attorno a Trapani, località da sempre considerata una delle più tranquille province siciliane, si sviluppò, dunque un importantissimo centro di convergenze occulte, nazionali e internazionali.

   Nel Centro studi trapanese esistevano precisi e importanti riferimenti dell’Ordine dei cavalieri templari, soppresso dalla Chiesa nel XIII secolo.

   Nelle logge trapanesi, era stato presente negli anni’80 un certo Pietro Tranchida, personaggio molto importante all’interno della Massoneria e “autentico” Templare. A Tranchida vennero sequestrate nel 1986 alcune agende. Tra i vari appunti annotati in quella del 1981, in corrispondenza della pagina “14 gennaio”, era scritto: “personalità da ospitare – Parenti, Gelli e Salvini”: e, in corrispondenza della pagina “21 gennaio”: “Cardinale Parenti in piazza san Callisto”.

   Tranchida sostenne che la seconda annotazione faceva riferimento a un incontro tra alcuni componenti la loggia (Grimaudo, Torregrossa, Fundarò) in Piazza San Calisto di Roma luogo in cui ha sede il Sacro Concistoro, assemblea che riunisce i cardinali della Chiesa Cattolica. Tranchida affermò che in realtà Grimaudo non aveva mai interrotto i suoi rapporti con il Vaticano, nonostante avesse subito un processo canonico di inquisizione: “La Chiesa di Roma – precisò – aveva sempre interesse ad avere degli infiltrati nella massoneria e nella Chiesa ortodossa”.[xv]

   In un altro documento, scritto a mano dal Tranchida, conteneva il verbale di un “Sacro concistoro”, ovvero della riunione – avvenuta nella sede trapanese -, definita con l’identica terminologia lessicale del supremo collegio composto dai cardinali (da cui all’incontro del 21 gennaio in Roma, citato nell’agenda).

   Da questo verbale si apprende che in quella riunione – avvenuta il 5 maggio 1981 – figurava all’ordine del giorno: “la costituzione di una loggia segreta”. Anche su questa vicenda Tranchida non fornì soddisfacenti spiegazioni, riconducendo il tutto a irrilevanti questioni elettorali siciliane.

 In realtà, nel periodo intercorrente dal gennaio al maggio 1981 qualcosa era successo: il 17 marzo era stata scoperta, dopo una strana soffiata, la loggia P2. In quell’occasione, qualcuno ipotizzò che sarebbe stato lo stesso Gelli a far rinvenire la lista di 982 nominativi per sollevare un polverone nel distrarre gli inquirenti da altri fatti, per continuare a mantenere un altissimo potere di ricatto nei confronti dei “fratelli” non compresi nell’elenco. [xvi]

 In sostanza, la fondazione a Trapani della nuova loggia C, avrebbe potuto rappresentare, per qualche aspetto, la continuazione della P2, ormai scoperta.

   Va ricordato che la raffineria di Alcamo era gestita dai boss trapanesi Calabrò e Asaro: entrambi risultarono vicini a quelle logge massoniche.

   Dai documenti sequestrati emersero rapporti tra la loggia trapanese e personaggi bulgari, in particolare tra Grimaudo e il diplomatico bulgaro a Roma Vladimir Kostantinov.

  Furono rivenute tracce di una serie di viaggi di una delegazione della stessa loggia trapanese a Sofia, che come si è visto prima era uno dei crocevia dei traffici internazionali di armi e droga.

    Per completare il quadro della situazione di Trapani, bisogna parlare della presenza nel trapanese del Centro Scorpione che faceva capo alla struttura Gladio. Dal 1987 a capo del Centro Scorpione c’era il maresciallo Vincenzo Li Causi.

   Li Causi è un personaggio estremamente interessante ed emblematico del modo di operare dei servizi segreti. Nato a Partanna nel 1952, sia arruola nei Carabinieri ed entra nel SID (Servizio Informazioni Difesa) giovanissimo, a 22 anni. Nel 1975 entra a far parte degli addestratori di Gladio. Frequenta i corsi del Consubin, il reparto della Marina.

   Secondo l’ex ammiraglio Falco Accame, già presidente della Commissione Difesa della Camera e responsabile dell’Associazione nazionale per le vittime militari. Li Causi faceva parte della struttura dell’OSSI (Operatori Speciali Servizi Italiani; il nucleo di cui ammette l’esistenza l’ex direttore del SISMI, ammiraglio Fulvio Martini),[xvii] la struttura segretissima di Gladio che eseguiva operazioni di guerra “non ortodossa”.

   La prima operazione importante di Li Causi sarebbe stata quello di seguire Abu Abbas.

   La seconda missione importante è la collaborazione con il generale Inzerilli (responsabile dal 1974 al 1986 di Gladio) nelle attività investigative per il ritrovamento di Dozier.

   Il terzo incarico di rilievo è affidato a Li Causi all’inizio del 1987. Una missione che lo porta lontano, in Perù. Ufficialmente, l’agente del SISMI è stato incaricato dell’addestramento delle guardie del corpo del presidente peruviano Alan Garcia. In questa missione Li Causi porta con sé, oltre a tecnici esperti, armi e apparecchiature tecnologiche sofisticate come ponti radio e sensori radio. Il senatore Massimo Brutti, nella sua relazione alla Commissione di controllo sui servizi segreti del 6 maggio 2003 definisce “del tutto clandestina”, Brutti afferma che “l’operazione – a cura della Stay behind – era stata direttamente ordinata dal presidente del Consiglio Craxi[xviii] ed era costata un miliardo”.[xix]

Ci sono delle versioni che sostengono che l’addestramento delle guardie peruviane sarebbe stato una copertura. Li Causi avrebbe capeggiato una squadretta di uomini specializzati che dovevano portare a buon fine il recupero di un’ingente somma del tesoro segreto di Calvi.[xx]

   Il primo di ottobre 1987 lo ritroviamo alla guida del Centro Scorpione. Ufficialmente questo centro è il punto di riferimento di Gladio in Sicilia, in funzione antimafia e antiterrorismo. In realtà questo centro si occupa delle operazioni più segrete e occulte, in particolare verso il Nord Africa e il Corno d’Africa. [xxi]

Il Centro Scorpione dispone di una piccola pista d’atterraggio a San Vito Lo Capo. Ma viene rimesso in funzione un piccolo vecchio aeroporto militare, ufficialmente dismesso: la base di Trapani Milo. Tale pista verrebbe riattivata temporaneamente all’occorrenza, e, utilizzata sia dagli italiani che per operazioni Nato e americane.

   C’è un particolare molto importante: nei pressi del Centro Scorpione si trova una delle sedi della comunità Saman, quella di Mauro Rostagno. Rostagno sarà ucciso il 26 settembre 1988, in circostanze mai chiarite (siamo alle solite). Fra i moventi ci potrebbe essere un filmato scomparso, dove si sarebbe visto un aereo militare italiano che scarica aiuti alimentari e carica nel velivolo casse di materiale bellico, probabilmente dirette in Somalia.  Dopo la morte di Rostagno diventa leader della comunità di Saman Francesco Cardella, uomo che aveva una solida amicizia con Craxi e che manco a dirlo intratteneva rapporti con la Somalia.

   Li Causi lascia l’incarico di Trapani ufficialmente a fine novembre del 1990. In realtà, risulta che rimane in Sicilia fino alla metà del 1991. Due ani dopo è in Somalia (ma non è la prima volta nel Paese africano; in precedenza vi si era recato per brevi missioni) dove fu ucciso nel corso di un agguato.

 

jihad contro l’occidente?

 

   Tutti i principali mezzi di comunicazione ci bombardano quasi quotidianamente soprattutto dopo l’11 settembre 2011, sulla guerra “contro il terrorismo”, della guerra che i fondamentalisti stanno conducendo contro i “nemici dell’Islam”. Quello che si tace, ma sarebbe per correttezza dire si mette in sotto tono, sono notizie dei collegamenti ci sono tra mafia e fondamentalisti islamici.

   Diventa interessante quello che dice Antonino Giuffrè, fino al 2002 uno dei principali componenti della cupola di Bernardo Provenzano: “Allo stato attuale Trapani e in particolare il paese di Castellammare del Golfo rappresentano una delle zone più forti della mafia, non solo perché meno colpita dalle Forze dell’ordine, ma soprattutto perché punto non solo di traffici normali, come droga e armi, ma anche luogo dove si incontrano alcune componenti che girano attorno alla mafia. È un punto di incontro della massoneria, ma anche per i servizi segreti deviati”.[xxii]

   Giuffrè afferma che il “ministero degli esteri” della mafia è tenuta da Matteo Messina Denaro, che in fatto di traffici non chiude le porte a nessuno e per questo “vi sono relazioni fra la mafia e i terroristi del mondo arabo. Quando gli interessi dei mafiosi convergono, vengono le alleanze”.

   E non ci sono solo i traffici di armi, ma anche quello di stupefacenti, dell’immigrazione clandestina. Tutto questo è avvenuto con la complicità e la convivenza di persone che sono nell’alto livello delle istituzioni, ma soprattutto della coincidenza fra gli interessi dell’industria bellica e gli interessi economici dello Stato (o meglio, lo Stato diventa il braccio armato dell’industria bellica). Tutto ciò ha creato un giro di tangenti e fondi occulti, sotto l’equivoco nome delle intermediazioni o delle consulenze, pagate avvalendosi di una miriade di operatori esteri, banche di comodo, paradisi fiscali, che offrivano l’efficacia garanzia dell’anonimato e dell’omertà.

  Di recente è emerso il ruolo di paesi come l’Afganistan, la Siria e il Libano in particolare, in relazione a traffico di armi e di stupefacenti. È stato, infatti, tramite soggetti provenienti dalla Siria e dal Libano operanti in Europa che si sono allacciati con entrambi i paesi rapporti che si possono tranquillamente definire criminali (armi e doga) che successivamente si sono ramificati negli ambienti dell’economia italiana.[xxiii]    

   La Siria è pienamente coinvolta nel traffico di stupefacenti in collegamento con il Libano, è il più grande coltivatore di cannabis del mondo.  Nella valle della Bekaa e in Siria ci sono centri per la lavorazione dell’eroina proveniente dall’Iran, dall’Afganistan, dal Pakistan e dalla Turchia oltre che dalle proprie produzioni di oppio. La maggior parte di queste produzioni è protetta dai servizi segreti militari e dalle forze armate sia del Libano sia della Siria, che si sarebbero arricchite con questi traffici, investendo i profitti in Europa occidentale e negli Stati Uniti.

   Ci sono stati degli accordi tra Damasco e il cartello colombiano di Medellin dal momento che la prima non era più in grado di soddisfare i bisogni di cocaina dell’Europa occidentale. L’accordo fu che in cambio dell’estratto di coca la Siria forniva esperti ed equipaggiamenti militari.

 

 

Banche armate: dalla Nugan Bank alla bcci

 

 

   Il 5 luglio 1991scattò in Europa il più grosso blitz contro un istituto di credito, la Banca di credito e commercio internazionale (Bcci), furono chiusi numerosi sportelli.

   Lo scandalo era iniziato negli Stati Uniti nel 1989, quando la filiale di Miami era stata indagata per aver riciclato denaro proveniente dal traffico di droga. Un tribunale di Tampa (Florida) aveva condannato sette dirigenti dell’istituto per traffico di stupefacenti e aveva indicato nella Bcci la banca personale di Manuel Noriega.

   Successivamente, dopo vari tentativi di tenere il caso sotto controllo, cominciarono ad emergere implicazioni di servizi segreti (in particolare della CIA), traffici di armi e di componenti per bombe atomiche per conto del Pakistan, Iraq e Argentina.

   La banca era nata con l’uomo d’affari pachistano Agha Assan Abedi, protetto   dall’allora dittatore Zia. Tra i fondatori vi furono cinque principi sauditi, quattro sceicchi, la Bank of America, l’Unione delle Banche Svizzere (Ubs) e il finanziere saudita Gaith Pharaon che usò la banca per alcune delle più spregiudicate avventure finanziarie in tutto il mondo, tentando in Italia anche la scalata della Montedison.

   Sin dalle prime dell’inchiesta sulla Bcci, condotta in vari paesi, dagli Stati Uniti a Hong Kong, da Londra a Zurigo, si appurò che l’istituto era implicato nei più loschi traffici di armi, droga e terrorismo, in convivenze con Noriega, con il trafficante di droga di Hong Kong Lauw Kin-Men (correntista con 25 milioni di dollari).

   La Bcci aveva seguito una linea di sviluppo tipica dei servizi segreti: quello di mettere a disposizione dei clienti  dei “servizi speciali”.

   Questa strutturazione era evidenziata dalla presenza di un alto numero di ex funzionari dei servizi segreti e di terroristi, collocati all’interno dell’organigramma della banca in posizioni gestionali e spesso in stretto collegamento con operatori dei servizi segreti dei paesi imperialisti e in particolare quelli americani.

   L’organizzazione e la struttura della Bcci presentava profonde analogie con quella di un altro istituto di credito privato, la Nugan Hand Bank di Sidney, che aveva cessato di operare nel 1980.

   L’origine della Nugan Hand Bank ha origine dalle attività dei servizi segreti USA contro la rivoluzione cubana.

   Nel tardo 1959, l’allora vice presidente degli Stati Uniti Nixon, con la diretta partecipazione e cooperazione del Direttore della CIA Allen Dullas, si assunse la direzione e il reclutamento di cubani di destra espatriati a Miami e fece istituire due basi segrete di addestramento militare, una a sud di Miami, e l’altra in Guatemala. L’addestramento era effettuato da agenti della CIA, l’obiettivo di quest’operazione era di infiltrare segretamente questi cubani a Cuba, dove avrebbero dovuto animare centri di guerriglia contro il governo rivoluzionario cubano. Tali forze avrebbero dovuto attuare attacchi terroristi alle infrastrutture economiche di Cuba, rendendo difficile la gestione dell’economia.

   Per l’avvio di questo programma Nixon contattò segretamente nei primi mesi del 1960 Robert Maheu, capo del personale e direttore de facto del miliardario impero finanziario di Howard Hughes, per partecipare a un incontro segreto che si tenne nel 1960 in Florida[xxiv] con due uomini che rappresentavano il mafioso dell’Avana don Santo Trafficante. Questi possedeva all’Avana un favoloso Casinò, un Hotel e un’organizzazione di sfruttamento della prostituzione, ma nel 1959 aveva seguito la sorte di Battista, che era un suo socio di affari.

  In quest’incontro si convenne che l’Operazione 40 (quella con i cubani di destra, che tra l’altro non era stata autorizzata del Congresso) sarebbe stata integrata da una sub operazione “privata” all’interno della prima, che sarebbe stata direttamente diretta da Santo Trafficante. Compito di quest’unità era quello di assassinare Fidel Castro, suo fratello Raul Castro, e altri cinque leaders cubani. I membri di quest’operazione erano addestrati in Messico, il gruppo era composto da mafiosi legati a Santo Trafficante e da cubani legati a Battista. Il nome che si diede a questo gruppo era Shooter Team.

   Quando Kennedy divenne presidente della repubblica, fu ragguagliato dell’Operazione 40, ma non risulta che fu informato dell’esistenza dello Shooter Team. Tra il gennaio e l’aprile del 1961, la strategia di infiltrazione con azioni di guerriglia dell’Operazione 40 fu trasformata in un piano di invasione militare di Cuba. L’invasione, condotta da uomini dell’Operazione 40, fallì disastrosamente nell’aprile del 1961.

 Nel 1961 Robert Kennedy riaggregò i resti dispersi dell’Operazione 40 e riprese l’iniziale strategia di infiltrazione capillare e dei raids di guerriglia all’interno di Cuba. L’Operazione 40 fu ribattezzata Operazione Mongoose. Questa guerra segreta fu condotta all’Amministrazione Kennedy dal giugno 1961 al novembre 1963. Supervisione di quest’operazione era Theodore Shackley, il suo vice era Thomas Clines. Questa operazione, funzionava in società con Santo Trafficante e aveva la sua base in alcuni edifici del campus universitario dell’Università di Miami.

    Nel 1963, diversi partecipanti a quest’operazione furono arrestati per spaccio di droga. Questo ricorso a criminali legati a Battista e a Trafficante cominciò a porre “problemi di controllo”. Ma nonostante questo il programma continuò.

   Nel 1965 l’Operazione Mongoose fu chiusa, Shackley e Clines furono trasferiti nel Laos, come responsabili delle operazioni della CIA in questo paese.

   Shackley e Clines fornirono segretamente aiuti aerei a Van Pao capo della popolazione locale Hmong, che era impegnato a controllare una parte del commercio di oppio del Laos. Durante il 1965, i concorrenti di Van Pao nel traffico di oppio furono assassinati. Nello stesso tempo fu portato avanti un addestramento degli Hmong, che dovevano essere usati nelle azioni di “guerra non convenzionale”. Quest’attività includeva anche l’assassinio politico. Queste operazioni iniziarono nel 1966, erano segretamente finanziate da Van Pao.

   Nel 1964 fu costituito a Saigon, un gruppo per operazioni speciali. Questo gruppo era stato creato per un’operazione militare multi-uso, nota come “Special Operations Group” del Comando di Assistenza del Vietnam. Questo gruppo, tra gli altri compiti, controllava le attività segrete di assassini politici dell’unità segreta degli Hmong; comunque il gruppo operava, di fatto, sotto la supervisione di Shackley e di Clines. Dal 1966 al 1968, il comando dello Special Operations Group fu del generale John K. Singlaub.

  Dal 1965 al 1975, lo Special Operations Group, mediante l’unità segreta degli Hmong, finanziata dai profitti del traffico di oppio di Van Pao, assassinò segretamente oltre 100.000 sindaci di villaggio non combattenti, contabili, impiegati e altri funzionari nel Laos, in Cambogia e in Tailandia.

   Nel 1968 ci fu un incontro a Saigon tra Santo Trafficante e Van Pao, dove si accordarono per l’esportazione di eroina negli Stati Uniti. Santo Trafficante divenne il primo importatore e distributore di eroina del Sud Est asiatico in America. I profitti di Van Pao, di conseguenza aumentarono ed egli erogò il suo contributo finanziario al progetto di assassinio politico e di guerra non convenzionale del gruppo segreto degli Hmong.

   Nel 1972 Shackley e Clines, furono trasferiti negli Stati Uniti, dove divennero responsabili delle operazioni CIA nell’emisfero occidentale. Questa divisione della CIA diresse le operazioni in America Latina.

   Con questo ruolo, diressero le operazioni in Cile contro il presidente Allende che fu deposto e assassinato nel settembre 1973.

 Poco prima del rovesciamento del governo socialista cileno, il duetto divennero responsabili per le operazioni in Asia orientale.

   In questo ruolo, dal 1974 al 1975 diressero nel Vietnam il progetto Phoenix che attuò la missione segreta di assassinio di membri del mondo economico e politico vietnamita, con lo scopo di paralizzare questa nazione dopo il totale ritiro degli americani dal Vietnam. Il progetto Phoenix, in tutto il corso, eseguì in Vietnam l’assassinio di circa 60.000 sindaci di villaggio, tesorieri, insegnanti ed altri funzionari amministrativi.

   Il progetto Phoenix fu finanziato dalle ingenti somme di denaro provenienti dai traffici di oppio di Van Pao.

   Il denaro proveniente da questi traffici era amministrato da Shackley e Clines tramite un ufficiale di Marina USA di stanza nell’ufficio delle Operazioni Navali di Saigon, Richard Armitage.

   Il denaro eccedente a quello che viene speso in Vietnam venne segretamente fuori dal Vietnam e portato in Australia, dove fu depositato in un conto bancario personale e segreto presso la Nugan Hand Bank di Sidney. Questa banca ben presto fu sotto il controllo del gruppo degli agenti CIA che facevano capo a Shackley e Clines.

   In quello stesso periodo tra il 1973 e il 1975, Shackley e Clines fecero che sì che migliaia di tonnellate di armi di armi, munizioni ed esplosivi USA fossero segretamente trasportati in segreto in Tailandia.

   Dopo l’evacuazione degli americani dal Vietnam Shackley e Clines furono inviati in Iran.

   In Iran Armitage (l’amministratore dei fondi di Van Pao destinati alle operazioni segrete), tra il maggio e l’agosto 1975, creò una base finanziaria segreta per depositare i fondi provenienti dai traffici di droga di Van Pao nel Sud Est asiatico. Scopo di questa base era il finanziamento di operazioni nere (non autorizzate ufficialmente dalla CIA) all’interno dell’Iran. Tali operazioni consistevano nel ricercare, individuare ad assassinare militanti e simpatizzanti comunisti e socialisti.

   La Nugan Hand Bank, negli anni ’70, operò a livello internazionale come polmone finanziario del traffico di eroina e armi, agendo non solo nel Sud-Est asiatico, ma anche in altre aree, dalla Libia di Gheddafi al Nicaragua di Somoza. Sin tanto che, nel 1980 dopo la scoperta delle sue connessioni con i traffici di droga e armi, fallì: uno dei suoi fondatori, Frank Nugan, morì suicida. 

  Quando il Congresso degli Stati Uniti approvò il Boland Amendment nel tardo 1983 con il quale ordinò alla CIA e alla Casa Bianca di interrompere ogni aiuto ai aiuto ai Contras che stavano svolgendo una guerra controrivoluzionaria contro il governo sandinista. Fu riattivato il Secret Team (ovvero il gruppo di intervento per operazioni sporche di Shackley e Clines) per effettuare forniture militari ai Contras. Ma non ci fu solo questo, quando il governo USA decise tra il 1985 e il 1986, di effettuare un vendita segreta all’Iran, essi usarono sempre il Secret Team per condurre questa operazione.

   Il Secret Team acquistava le attrezzature militari del Pentagono a prezzi di fabbrica e le rivendeva all’Iran a prezzi di mercato. I profitti in eccedenza ricavati dalla vendita furono riversati tramite la Lake Resource, Inc., Compagnie de Services Fiduciaires, nel conto, in Grand Cayman, a nome della CSF Investments, dove il Secret Team teneva in deposito i fondi che adoperava per finanziare la guerra dei Contras contro il Nicaragua sandinista.

   A questo bisogna aggiungere il traffico di cocaina colombiana fornita dai cartelli di Escoban e Ochoa, verso gli Stati Uniti, dove i profitti servivano a finanziare i Contras.

   Torniamo adesso a parlare della Bcci. Nel giro di un anno della sua fondazione nel 1971, aprì sei uffici, a Londra, a Lussemburgo, a Beirut e negli Emirati arabi del Golfo. Si trovò in breve ad avere 146 filiali in 32 paesi, di cui 45 filiali nel Regno Unito dove divenne la più potente banca straniera.

  L’istituto si divise in due società diverse, una con sede a Lussemburgo, l’altra nelle isole Cayman.

   La Bcci riusciva a conquistare nuovi clienti muovendosi nella tradizione dell’antica città di Lahore.

   Gli uomini della Bcci si procuravano nelle antiche città d’oriente bellissime donne giovani per i loro clienti.

   I clienti della Bcci avevano tutti una grande passione per l’esotismo.

   Nell’imponente hacienda del padrino colombiano della droga, Pablo Escobar, appena fuori Medellin, c’era uno zoo esotico che accoglieva tra l’altro di cacatua del valore di 14.000 dollari ciascuno e un canguro ammaestrato capace di giocare a calcio. 

 In Pakistan Abedi era visto come un grande benefattore: forniva posti di lavoro, borse di studio, cure mediche ai poveri e (importante in un paese mussulmano) consentiva ai mussulmani privi di mezzi di compiere il loro pellegrinaggio alla Mecca.

  Abedi riuscì a far entrare l’istituto negli Stati Uniti grazie a figure chiave a Washington, come Clark Clifford (ex segretario alla “Difesa” [xxv] e figura di spicco del Partito Democratico), che fece poi da avvocato, e Bert Lance, responsabile del Bilancio con Jimmy Carter.

  La Bcci acquistò quattro banche negli USA, la più grande delle quali, la Financial General (FG), era anche la più importante di Washington e deteneva i conti personali delle persone più importanti della capitale: successivamente prese il nome di First American.

   Tra i prestanome della banca, vi erano numerosi suoi azionisti, come il saudita Gaith Pharaon e Kamal Adham, capo dei servizi segreti militari dell’Arabia Saudita. Il primo provvedeva agli agganci nel mondo degli affari; il secondo curava i rapporti con Washington.

   Nel 1976, la Bcci aprì a Ginevra la Banque de Commerce et de Placements (Bcp), che avrebbe svolto un ruolo essenziale in operazioni sui cambi collegate a transazioni petrolifere.

Nel 1977 il generale Zia rovesciò Bhutto e prese il potere in Pakistan. Il suo regime permise agli associati della Bcci di acquistare il grosso dei pozzi pachistani di petrolio. Il 4 ottobre 1978 veniva costituita una società, l’Italfinanze, che mise insieme intorno a interessi petroliferi operatori pachistani e italiani.

   A partire del 1979 ci furono una serie di avvenimenti che propiziò un più stretto legame tra i servizi segreti americani e i governi del Medio Oriente.

   Il primo fu il rovesciamento nel 1979 dello Scià Reza Pahalavi, che era un  fedele alleato di Washington nella regione. Il secondo fu l’invasione da parte dell’URSS dell’Afganistan e il terzo lo scoppio della guerra fra Iraq e Iran.

   La Bcci con i suoi stretti legami con Washington e Riyadh, ovviamente fu coinvolta profondamente in queste vicende. Il Pakistan cercò aiuti finanziari nei paesi arabi per far fronte alla minaccia dell’URSS. Il generale Zia volò immediatamente in Arabia per battere cassa e si recò successivamente negli Stati Uniti. Insieme con il governo pachistano, la CIA s’impegnò in una campagna di sostegno ai ribelli afgani e fu in quest’operazione che la Bcci emerse ancora una volta, e sempre più chiaramente, come uno strumento di collegamento dei servizi.

  La Bcci aveva agito in diverse operazioni segrete per conto dei sauditi: denari aveva raggiunto l’UNITA angolano e Noriega a Panama. In seguito fu utilizzata dal National Security Council, per la compravendita di armi nel progetto Iran-Contras e la stessa CIA usufruiva regolarmente dei conti della Bcci di Monte Carlo. Grazie all’impegno della banca, i sauditi erano riusciti a impossessarsi dei missili cinesi Silkworm e l’istituto fungeva addirittura da intermediario negli acquisti di armi delle agenzie di spionaggio israeliane e occidentali.

   Con il coinvolgimento della Bcci, si creò all’interno della banca un istituto bancario occulto. La sua sede era Karachi, città della quale la rete svolgeva il ruolo di operatore finanziario per tutte le esigenze della CIA. Con i suoi 15.000 dipendenti agiva con le stesse modalità della Mafia, ed era un’organizzazione profondamente integrata: finanziava e promuoveva la compravendita occulta di armi fra diversi paesi, effettuava spedizioni con una flotta di sua proprietà, le assicurava con una sua agenzia e forniva la manodopera per garantire la sicurezza lungo il percorso. I funzionari della Bcci in Pakistan sapevano chi corrompere, quando e come farlo. Alla metà degli anni ’80 questa rete nera controllava il porto di Karachi e gestiva tutte le operazioni doganali delle spedizioni della CIA dirette in Afghanistan, comprese le indispensabili tangenti per l’ISI (il servizio segreto pakistano). Era suo compito anche assicurarsi che le armi e le altre attrezzature militari fossero scaricate prima possibili.

   Con il procedere del conflitto, i costi continuavano a lievitare lungo la pipeline che alimentava i mujaheddin il denaro non bastava mai, e per questa ragione l’ISI e la CIA cominciarono a cercare altre fonti di finanziamento. Una che si dimostrò accessibile fu il contrabbando di droga. L’Afghanistan era un importante produttore d’oppio, ma riforniva solo i piccoli mercati delle regioni circostanti; l’ISI si assunse dunque il compito di aumentare la produzione, di lavorare l’oppio e di contrabbandare l’eroina sui mercati occidentali. Ai mujaheddin che avanzavano e conquistavano nuove regioni fu detto di imporre una tassa sull’oppio per finanziare la guerra. Per pagarla i contadini piantavano più papaveri, e i narcotrafficanti iraniani, che si erano trasferiti in Afghanistan dopo la rivoluzione iraniana, concedevano a loro degli anticipi sul valore del raccolto, mettendo inoltre a disposizione le competenze necessarie per raffinare l’oppio in eroina. In meno di due anni la produzione di papavero conobbe una crescita considerevole, e in breve alla tradizionale economia agricola se ne sostituì una fondata sulla droga. Con l’aiuto dell’ISI, i mujaheddin aprirono centinaia di raffinerie per la produzione di eroina. Nello stesso periodo la zona di confine tra il Pakistan e l’Afghanistan divenne il maggiore centro mondiale di produzione dell’eroina, che finì nelle strade americane, soddisfacendo il 60% della domanda di narcotici degli Stati Uniti. Si è calcolato che i profitti oscillassero fra i cento e i duecento miliardi di dollari all’anno.[xxvi]

   La strada preferita dai contrabbandieri passava dal Pakistan: l’ISI utilizzava l’esercito pakistano per trasportare la droga, mentre la Bcci forniva l’appoggio finanziario e logistico a tutta l’operazione. Gran parte dell’eroina era venduta e consumata nel Nord America. Nel 1991 la produzione annua nell’area tribale controllata dai mujaheddin aveva raggiunto la sorprendente cifra di 70 tonnellate di eroina di primissima qualità, con un aumento del 35% rispetto l’anno precedente.

   I principali finanziatori di questa jihad anti russa furono gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Lo scopo principale da parte degli americani era quello di infliggere un colpo mortale all’Unione Sovietica. Già nel 1983, i russi si erano resi conto dell’errore commesso e stavano meditando di ritirarsi, e nel 1985, quando Gorbaciov salì al potere, il Politburo del PCUS era favorevole a uscire dal conflitto nel giro di un anno. L’amministrazione americana, invece, intensificò lo scontro, la CIA propose addirittura che l’ISI portasse la guerra oltre i confini dell’Afghanistan, fin nelle regioni dell’Asia centrale. In pratica, nel 1986 fu l’incremento degli aiuti americani che impedì ai russi di abbandonare l’Afghanistan.

   Nel frattempo, però, l’ufficio del Servizio doganale USA di Tampa (Florida) iniziò l’operazione C-Chase, un’investigazione segreta tesa a identificare i riciclatori del denaro derivante dalla droga: un agente doganale aprì il conto presso la filiale della Bcci di Tampa. Poco dopo tramite alcuni funzionari della banca, iniziò un’operazione di riciclaggio di denaro proveniente dai traffici di droga.

   Fu l’inizio della fine per la Bcci: un trafficante confessò agli inquirenti che lui e Noriega utilizzavano la Bcci per i propri traffici.

   Il 4 febbraio 1988 un giuria federale accusò Noriega di traffico di stupefacenti, di riciclaggio di denaro, di aver fornito assistenza ai maggiori trafficanti di droga, di aver versato milioni di dollari di tangenti. Durante il periodo dell’incriminazione, la Bcci aiutò Noriega a nascondere 23 milioni di dollari in conti bancari europei.

   La Bcci, quell’epoca, aveva 417 uffici in 73 paesi e 1.300.000 clienti, con un attivo totale di 20,6 miliardi di dollari. Era diventata la settima banca privata del mondo.

 Nell’agosto 1989, l’FBI fece un’incursione nella filiale di Atlanta della BNL italiana e “scoprì” che aveva prestato bilioni di dollari all’Iraq. In seguito si “scoprirono” i rapporti che erano intercorsi tra la BNL e la Bcci.[xxvii]

   Il 20 dicembre 1989 le truppe americane invasero Panama. Il 3 gennaio 1990 Noriega si arrese. Fu chiamato in giudizio il giorno dopo alla Corte federale di Miami. Il 5 febbraio successivo un giudice federale di Tampa accolse la dichiarazione di colpevolezza della Bcci e applicò una sanzione di circa 14 milioni di dollari.

  Nell’ottobre 1990, Abedi e Naqvi furono obbligati a dimettersi dalla banca. Il Dipartimento della “Giustizia” Amerikano annunciò la messa in stato d’accusa del precedente manager della filiale di Atlanta (Georgia – USA) che fu accusato di frode in connessione con i prestiti della BNL all’Iraq.

   Il 5 luglio 1991, la Commissione d’inchiesta formata da Stati Uniti, Gran Bretagna, Lussemburgo, isole Cayman, Spagna, Svizzera, e Francia sospese l’attività della Bcci. Nelle settimane successive seguirono nuove rivelazioni con notizie precise sui legami con i servizi segreti e sui collegamenti con il terrorismo.

   Negli anni 1991-92, il liquidatore della Bcci dichiarò la banca responsabile dei reati contestati dagli USA e convenne di confiscare tutti gli utili USA della banca, per un valore stimato in 550 milioni.

   Per comprendere l’incredibile sviluppo internazionale della banca è necessario tenere conto del fatto che, fin dalla metà degli anni ’70, grazie alla sovrabbondanza di petrolio si era sviluppata una produzione sfrenata nei paesi arabi produttori. Si creò così una triangolazione: le metropoli imperialiste cercano di trarre profitto dal riciclaggio dei petroldollari con la vendita di qualsiasi prodotto verso i paesi dipendenti, mentre i leader di questi paesi cercano di mantenere fondi nazionali/personali nei paesi imperialisti. Di conseguenza, la stessa necessità di assicurare un flusso di liquidi vero le metropoli imperialiste determinò un’accelerazione dei finanziamenti.

  I governi dei paesi imperialisti, soprattutto quello di Washington incoraggiarono le banche ad aiutare questo processo finanziario attraverso un pompaggio di denaro verso i paesi dipendenti, sotto forma di prestiti aggiuntivi che servivano ad assicurare una liquidità valutaria.

   In sostanza le banche dei paesi imperialisti avevano la funzione di salvare i fondi che gli stessi leader dei paesi dipendenti avevano sottratto ai loro paesi, per poi riprestarli nuovamente. In questa situazione, l’economia dei paesi dipendenti cominciò a mostrare il collasso. Con la crisi che cominciava a mostrare i suoi primi effetti, le banche dei paesi imperialisti soprattutto quelle degli Stati Uniti presero le distanze.

   Come si vede l’imperiamo non rende nemmeno i borghesi delle diverse nazioni uguali fra di loro, ma confina quelli dei paesi periferici ad una condizione di paria, cui è concesso pure di arricchirsi, o di mandarsi i propri figli in prestigiosi college internazionali, ma a condizione di aprire completamente le porte ai voleri e alle esigenze del grande capitale internazionale, a svendere completamente il proprio paese. In caso contrario sono destinati a subirne la distruzione, la rimozione manu militare dei loro governi.

 

Fine della cosiddetta guerra fredda e la lotta alla mafia

 

   Uno dei fattori determinanti che portò non solo a porre fine alle attività della Bcci, ma anche a combattere le varie organizzazioni mafiose all’interno dei vari paesi imperialisti, fu senza dubbio la fine della cosiddetta guerra ferra con la fine del “blocco socialista” e del revisionismo moderno che governava questi paesi.

   Questo fato determinò una modifica degli equilibri internazionali, determinando per quanto riguarda l’Italia una serie di effetti a catena che sconvolsero gli equilibri interni del sistema politico.

   Uno degli effetti della caduta del muro è stata l’apertura dei territori dei Paesi dell’Est all’economia del mercato illegale, e la conseguente tumultuosa crescita, della mafia russa e delle altre mafie euroasiatiche. Mafie che nel crollo delle vecchie strutture statali conquistano le leve di comando di alcuni centri nevralgici, presentandosi nel mercato illegale della droga come nuovi competitori globali che occupano progressivamente tutti i posti in precedenza occupati dalla mafia occidentali, riducendo e poi annullando la posizione monopolista che era stata conquistata dalla mafia siculo – occidentale.

   Il secondo effetto è quello di una riformulazione delle gerarchie di priorità nell’agenda politica degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali.

  La fine del “pericolo rosso” tra gli obiettivi che mettono al primo posto c’è la lotta alla droga. In precedenza in funzione anticomunista ci fu l’utilizzo della criminalità mafiosa.  Ma l’inarrestabile diffusione di massa degli stupefacenti (soprattutto cocaina) nelle midlle class statunitense (in sostanza nella base di massa e di consenso del sistema statunitense) viene ritenuta un pericolo che rischia di tarlare la stessa società statunitense.

   Ci sono numerose testimonianze che possono suffragare questa tesi. In occasione del processo a carico contro Andreotti, Mino Martinazzoli ha dichiarato che nel corso degli incontri che lui ha avuto in qualità di Ministro della Giustizia con esponenti qualificati del governo americano, costoro gli avevano anticipato che in previsione del crollo del regime politico vigente in URSS, il governo americano aveva posto tra le priorità assolute la lotta al traffico di droga e alla criminalità mafiosa.

   Per dimostrare tale volontà politica gli era stato proposto che l’ambasciatore statunitense a Roma fosse presente alla prima udienza del maxiprocesso,[xxviii] proposta che Martinazzoli declinò perché riteneva che in tal modo si rischiava di caricare il processo di un’eccessiva valenza politica simbolica.[xxix]

   Deponendo come teste nello stesso dibattimento, l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli dichiarò che il governo USA sollecitò ripetutamente quello italiano ad approvare una legge per incentivare il fenomeno dei collaboratori di giustizia, che nell’esperienza statunitense aveva dato ottimi risultati.

  Lo steso ministro ha ricordato che dopo la caduta del muro di Berlino il cancelliere tedesco Kohl subordinò pubblicamente l’ingresso dell’Italia nell’Unione Europea al varo di una rigorosa normativa antimafia, per scongiurare il pericolo che in seguito dell’abbattimento della barriere doganali le organizzazioni mafiose invadessero gli altri paesi europei.

  Analoghe pressioni vennero formulate da alcuni vertici politici europei.

  In questo contesto sembra cambiare tutto. La grossa borghesia , che in precedenza era stata silenziosa nei confronti della criminalità mafiosa, in questo periodo prende posizione.

   Cesare Romiti, in un audizione dinanzi a una Commissione parlamentare, denuncia che fino a quando nel Meridione d’Italia la criminalità mafiosa avrà il sopravvento non sarà realistico varare un programma di sviluppo industriale in questa parte del Paese.

   Per la mafia le tre ricadute principali del crollo del muro sono state:

1)    La fine del monopolio nel traffico di stupefacenti internazionale.

2)    La fine della tolleranza (e della collaborazione nascosta) da parte dei poteri pubblici.

3)    L’inizio della fine della parentesi corleonese.

  Dopo la condanna delle famiglie Gambino di New York e dei Caruana e Cuntrera in Canada, la condanna di John Gotti, l’ultimo grande padrino plenipotenziario, sembra segnare l’ingresso della mafia siculo-americana in un cono d’ombra.

   In Italia questa tendenza di lotta alla mafia si connetteva con una classe dirigente che era sempre più insofferente delle pretese egemoniche della mafia militare.

   Un conto era avere a che fare con personaggi come Bontade e Badalamenti, che sapevano stare alloro posto, che agivano nell’ombra, rispettosi delle gerarchie sociali esistenti e si facevano garanti di una gestione del disordine (omicidi e intimidazioni) funzionale al mantenimento dell’ordine reale fondato sui privilegi dei pochi e sulla sopraffazione dei più. Altro affare era invece chi doveva subire soggetti come i corleonesi che non solo con la loro violenza omicida avevano trasformato Palermo in un Far West, facendo accendere i riflettori dei media nazionali e internazionali sulla Sicilia, ma soprattutto non sembravano accettare la propria minorità sociale e ambivano addirittura nelle loro ambizioni a un avanzamento del loro ruolo sociale e politico, insensibili alle ragioni di carattere politico generale che potevano a volte rendere impraticabile da parte dei referenti politici dell’organizzazione opporsi apertamente all’emanazione di leggi antimafia.

   In sostanza all’interno della classe dirigente, si stavano creando i presupposti di una volontà politica di risposta globale alla mafia.

   Il primo segnale di tale nuova volontà politica si manifesta con l’appoggio incondizionato dato dal ministro della Giustizia Martinazzoli e da quello degli Interni Oscar Luigi Scalfaro al Pool di Palermo nella gestione del maxiprocesso. Grazie all’impulso di Scalfaro viene costruita nell’arco di pochi mesi con procedura di urgenza l’aula bunker dell’Ucciardone che consente la celebrazione del processo a carico di 459 imputati.

   Leoluca Orlando era stato uno dei politici più vicini a Piersanti Mattarella e aveva vissuto da vicino la sua progressiva emarginazione. Qualche anno dopo l’omicidio, egli crea una frattura all’interno della classe dirigente denunciando pubblicamente l’omertà culturale e politica che aveva sino allora celato come quello della mafia come un affare di famiglia all’interno della classe dirigente che poteva trovare soluzione politica solo rompendo un unanimismo di facciata dietro il quale si celavano insieme alle vittime anche i carnefici e i loro protettori. La sua denuncia pubblica che la mafia era dentro le istituzioni e il suo indice puntato contro Lima e Andreotti come i massimi referenti politici e protettori della mafia crea uno scandalo politico che non ha precedenti, sparigliando i giochi politici.

  Ma uomini come Scalfaro e Orlando possono aprire una breccia anche perché accanto a loro cominciano ad affiancarsi potenti allearsi: gli Stati Uniti e alcuni Paesi dell’Unione Europea.

   Il rapporto tra determinati settori della classe dirigente e la struttura mafiosa entra in uno stato di fibrillazione che raggiunge l’apice quando nel gennaio 1992 quando la Corte di Cassazione conferma l’impianto accusatorio e le condanne del maxiprocesso.

   La sentenza del maxiprocesso deve molto a quello che fu detto impropriamente il “teorema Buscetta”.

   La collaborazione di Tommaso Buscetta nel 1984 aveva contribuito a svelare l’organizzazione interna della mafia militare e aveva consentito di ricondurre la responsabilità di molti omicidi ai componenti dell’organo di vertice (la Commissione) che deliberava sugli affari di interesse generale quali l’esecuzione di omicidi eccedenti.

   La vera sfida del maxiprocesso stava nel fatto che per la prima volta si incastrano i generali di Cosa Nostra i quali erano fino a quel momento erano sempre rimasti immuni dal rischio di ergastoli, che ricadeva solo sugli esecutori materiali. Non era mai stato possibile infatti ipotizzare e dimostrare che i killer avevano agito su mandato di un unico organo deliberativo centrale.

Dietro le quinte del maxiprocesso, la segreta interlocuzione con i referenti politici non riguarda in realtà la sorte dei killer, abbandonati al loro destino, né quella degli altri uomini d’onore incriminati per associazione mafiosa e per reati minori, ma solo l’affossamento del cosiddetto “teorema Buscetta”.

 Così come accade spesso nelle guerre, la truppa è carne da cannone, i soldati sono massa fungibile, i generali non rischiano mai in prima persona e quando le cose volgono al peggio sono i primi a lasciare il campo di battaglia e firmare armistizi per mettersi al sicuro. L’armistizio era: si salvino i quadri dirigenti e si sacrifichino i quadri inferiori.

   Quando alcuni esponenti della base di Cosa Nostra, si resero conto che i capi erano in realtà interessati solo alla propria impunità, organizzano un colpo di Stato contro il vertice corleonese per imporre una nuova dirigenza più sensibili ai destini e agli interessi dei soldati. È il colpo di Stato organizzato da Vincenzo Puccio, detenuto all’interno del carcere dell’Ucciardone. Il piano prevedeva la fuga dal carcere e il successivo omicidio di Riina e soci.

   Il piano dei congiurati viene scoperto grazie anche ad alcune spie interne e tutti i vengono ferocemente assassinati dentro e fuori al carcere.

   Questa vicenda poco nota dimostra le difficoltà di Riina nel gestire la partita del maxiprocesso, coniugando interessi dei quadri dirigenti dell’organizzazione, interessi dei quadri militari e interessi dei referenti politici.

 Da questi ultimi durante tutti i gradi del processo, Riina riceve il messaggio che occorre pazientare, che i mutati equilibri politici non consentono di prendere di petto in sede politica il maxiprocesso e impediscono un’opposizione aperta un’opposizione aperta e incisiva contro le nuove leggi antimafia approvate.

 Il messaggio è che occorre stringere i denti, che la partita non si gioca sulla scena politica ma nella camera di consiglio della Cassazione dove, stando a quanto promettevano i messaggeri, il collegio presieduto da Carnevale alla fine avrebbe annullato la sentenza del maxiprocesso.

   Su questo difficile equilibrio Riina si era giocato la propria credibilità, già messa a repentaglio dalla rivolta di Puccio.

   Quando la Corte di Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso, Riina e suoi, vivono questa sentenza come un tradimento, da parte di coloro che per anni avevano assicurato che occorreva pazientare e che alla fine tutto sarebbe stato risolto ed aggiustato in Cassazione.

   Con l’assassinio di Lima, Ignazio Salvo e la programmazione di altri omicidi, la mafia militare voleva ricontrattare la propria impunità con una prova di forza.

   Ma c’è dell’altro: tra la fine del 1991 e gli inizi del 1992, Riina e i suoi, avuta la certezza che i vecchi referenti politici erano divenuti inidonei a garantire le protezioni e le impunità del passato, avevano deciso di varcare il Rubicone e di gettarsi nell’avventura. In questo periodo, con la crisi del regime democristiano (quello che venne definita “fine della prima Repubblica”), molti che avevano costruito il proprio potere e le proprie ricchezze sull’equilibrio armato tra USA e URSS cominciano a entrare in fibrillazione. Molti cominciavano a temere una storica resa dei conti, i più la fine dei lucrosi affari condotti con la complicità del potere, altri temevano la fuoriuscita di tutti gli scheletri degli armadi. Il che avrebbe significato la rovina e l’ergastolo per tanti che a vario titolo erano stati coinvolti a vario titolo in stragi, omicidi e affari sporchi di ogni genere. Nel suo pragmatismo, il vertice della struttura militare della mafia gioca la sua carte contemporaneamente su due terreni. Pronta a far rientrare l’organizzazione nell’ordine esistente, qualora il vecchio tramite la trattativa l’impunità per i suoi vertici, ma altrettanto pronta, se ciò non fosse stato praticabile, rovesciare quell’ordine dando il proprio contributo militare per instaurazione di un nuovo ordine progettato da diversi settori della classe dirigente e alla quale collabora pezzi di apparati dello Stato (servizi segreti in particolare).

1)    Destabilizzare politicamente il Paese mediante un’escalation progressiva di stragi da attuarsi nel corso del 1993 e da attribuire a fantomatici gruppi come la Falange Armata, sigla con la quale vennero rivendicato alcune azioni stragiste. Il terrore conseguente a quelle stragi anonime avrebbe generato panico nella pubblica opinione, accelerando il crollo del vecchio quadro politico, già prossimo al collasso a causa dei mutati equilibri internazionali sui cui si reggeva e di Tangentopoli.

2)    Disarticolare alcuni punti di resistenza istituzionale, come il ministero della Giustizia, retto da Claudio Martelli di cui si pianifica l’omicidio e la presidenza della Repubblica allora retta da Scalfaro, che doveva essere travolto nello scandalo dei fondi neri del SISDE.

3)    Azzerare alcuni vertici politici del vecchio sistema che, messi al corrente del piano e invitati a partecipare, si erano tirati indietro.

4)    Creare un nuovo soggetto politico finalizzato a dare vita a un quadro nazionale di alleanze per realizzare una riforma federale dello Stato. Tale nuovo soggetto doveva essere una Lega Meridionale, costruita sul modello della Lega Nord allora in piena ascesa. L’alleanza tra le due leghe avrebbe dato vita a una forza politica in grado di fare da ago della bilancia dei futuri equilibri e imporre una riforma federale dello Stato.

   Tale riforma si proponeva di disarticolare l’Italia in tre macroregioni, simili a Stati autonomi, con una propria polizia, una propria magistratura, un proprio sistema tributario. La macroregione del Nord si sarebbe liberata della “zavorra” di un Meridione considerato incapace di reggere la sfida dell’economia mondiale capitalista in aperta fase della “globalizzazione” e si sarebbe agganciato al carro d’Europa. Il Meridione sarebbe stato abbandonato alle mafie, con un economia autonoma particolare: quella criminale. Sarebbe stata un’economia tipica dei porti franchi: defiscalizzazione, case da gioco e paradiso offshore per tutti i capitali del mondo. La Sicilia si candidava a essere una sorta di Singapore del Mediterraneo.

   In questo quadro, Cosa Nostra avrebbe conseguito non solo l’impunità del passato, ma anche il controllo politico-economico della Sicilia.

   Questo progetto nella sua globalità era noto solo a pochi. Alcuni conoscevano solo la parte politica e non quella eversiva – stragista, altri, viceversa conoscevano solo quest’ultima e non quella politica.

  Così alcuni di coloro che si mobilitavano sul piano delle iniziative politiche non erano consapevoli che tali iniziative erano strumentali a un piano destabilizzazione dello Stato (in particolare a quanti si erano impegnati alla costituzione di movimenti leghisti nel Sud).

   Questo progetto fallì per vari motivi. La mano mafiosa delle stragi del 1993 venne subito individuata. Alcune stragi non vengono eseguite per banali incidenti tecnici. Ma soprattutto il vecchio quadro politico istituzionale invece di collassare mostrò i muscoli, dimostrando un grado reattività imprevista. Tutto ciò portò ad un abbandono della strategia terroristica. Alla fine prevalse la linea di coloro che propugnavano una soluzione politica incruenta e graduale.

 

Ruolo dei poteri occulti in Italia e negli altri paesi imperialisti

 

   Come abbiamo visto i poteri occulti sono una realtà ingombrante e insidiosa. Solo per limitarsi all’Italia le inchieste della magistratura e del Parlamento si sono occupate delle attività illecite dei servizi segreti, delle trame terroristiche, della Loggia P2, della mafia. È mancata una visione d’insieme del fenomeno, dovuto in parte dalla ripugnanza di molti studiosi ad occuparsi di un argomento sfuggente e altamente inquinato.

   Questa ripugnanza non è del tutto negativa, giustamente si vede la storia, quella con la S maiuscola, è fatta dai grandi movimenti con le varie ispirazioni ideali, religiosi e politici, si studia la loro natura di classe e non certo l’opera di una minoranza di cospiratori. La teoria della cospirazione ha origine nel pensiero controrivoluzionario dei tempi della rivoluzione francese. Dalla presunta congiura di pochi philophes illuministi, alla trama massonica sottesa a tutti i grandi avvenimenti storici, sino all’invenzione della cospirazione ebraica per il dominio del mondo, divulgata dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion, e fatta propria dal nazismo e dal fascismo. 

   Detto questo, non si può negare il ruolo che molti di questi che sono chiamati poteri occulti svolgono nelle società imperialiste. Prendere coscienza di questa realtà non significa modificare la propria concezione marxista della società e della storia, ma semplicemente tenere conto dei fatti, anche quelli più scomodi.

   È necessario innanzi tutto delimitare il campo della ricerca e definire i soggetti. Secondo Bobbio, la democrazia “è idealmente il governo del potere visibile, sotto il controllo della pubblica opinione”.[xxx]

   Di conseguenza, secondo Bobbio (e del pensiero liberale borghese) il problema dei poteri occulti non si pone neppure, o si pone in termini radicalmente diversi, poiché solamente negli stati assoluti d’ancien regime e nelle dittature, tutta l’attività di governo appartiene agli arcana imperii ed è coperta dal più geloso segreto.

   In realtà, tutta l’esperienza storica del Movimento Comunista testimonia la giustezza della tesi di Lenin, che la repubblica democratica è il miglior involucro politico possibile per il capitalismo, che gli apparati militari e burocratici si mantengono e si rafforzano a prescindere dai regimi politici, se il proletariato non riesce a spezzare la macchina dello Stato: “Questo potere esecutivo, con la sua enorme organizzazione burocratica e militare, col suo meccanismo statale complicato e artificiale, con un altro esercito di impiegati di mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo milione di soldati, questo spaventoso corpo parassitario che avvolge come un involucro il corpo della società francese e ne ostruisce tutti i pori, si costituì nel periodo della monarchia assoluta, al cadere del sistema feudale la cui caduta aiutò a rendere più rapida”.

   La prima rivoluzione francese sviluppò la centralizzazione “e in pari tempo dovette sviluppare l’ampiezza, gli attributi e gli strumenti del potere governativo. Napoleone portò alla perfezione questo meccanismo dello Stato”.

   “La repubblica parlamentare, infine, si vide costretta a rafforzare, nella sua lotta contro la rivoluzione, assieme alle misure di repressione, gli strumenti e la centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla

 “I partiti che successivamente lottarono per il potere considerano il possesso di questo enorme edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore”.[xxxi]

   Lo Stato borghese, anche quello formalmente più democratico riposa sulla separazione e sulla estraneità del potere delle masse. Nella società capitalista, la democrazia è sempre limitata dal ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico. La maggioranza della popolazione è esclusa dalla partecipazione alla vita politico-sociale. Tutti i meccanismi dello Stato borghese creano delle limitazioni che escludono le masse popolari dalla politica. Tutto ciò significa che se la socializzazione dei mezzi di produzione deve significare che la società emancipandosi dal dominio del capitale, diviene padrona di se e pone le forze produttive sotto il proprio controllo cosciente e condotto secondo un piano, la forma politica nella quale può compiersi quest’emancipazione economica del lavoro, non potrà che essere incentrata sull’iniziativa e l’autogoverno dei produttori.

   Torniamo a tentare di definire i poteri occulti. Nonostante la visione liberale afferma che la democrazia sia idealmente il governo del potere visibile, nella realtà l’esercizio concreto del potere comporta un’area opaca, ci sono momenti e funzioni coperti dal riserbo: segreti di ufficio, segreti militari. In una certa misura questa condizione vale anche per i partiti e le associazioni. Questo non significa che tutte le realtà politico e associative siano “poteri occulti” altrimenti questa definizione perderebbe ogni significato reale.

  I poteri occulti sono definiti da tre requisiti principali:

1)    Il segreto, che copre tutto o in parte i membri, le azioni e talvolta gli stessi fini e addirittura l’esistenza dell’organizzazione.

2)    Il perseguimento autonomo di fini propri di potere, diversi o contrari al potere ufficiale.

3)    Il carattere chiaramente illegale dell’attività, e della stessa organizzazione occulta.

   Seguendo questi ragionamenti si può individuare i principali poteri occulti operanti in Italia:

1)    I servizi segreti nazionali, in quanto assumono il carattere di corpi separati, sottratti a ogni controllo politico reale e i servizi segreti stranieri che hanno agito sul territorio italiano con metodi illegali e spesso anche senza l’autorizzazione del governo italiano.

2)    Le logge massoniche segrete, come la P2.

3)    La grande criminalità organizzata come la Mafia.

4)    Le organizzazioni terroristiche che hanno attuato la strategia della tensione (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale ecc.).

   Due aspetti è necessario rilevare subito:

1)    La dimensione internazionale nella quale operano e sono organicamente inseriti.

2)    Il complesso dei rapporti che li lega, pur conservando ciascuno la propria autonomia.

   In termini più generali si potrebbe osservare che i poteri occulti rappresentano in una certa misura il rovescio difficilmente eliminabile del regime democratico borghese. Quanto più si estendono democrazia di massa e le masse tentano di controllare la gestione del potere, tanto più aumenta la tentazione dei gruppi di potere di operare per vie traverse e coperte, per conseguire i propri fini, eludendo la volontà della maggioranza. Non è un caso che nell’analisi della Trilateral sulla situazione della democrazia nei paesi imperialisti riteneva che ha partire dagli anni ’60 c’era stata un’offensiva egualitaria e democratica, dove lo Stato aveva ampliato le sue funzioni ma diminuito le sue capacità di scelta. Tutto ciò era causato dal sovraccarico di domande economiche, politiche e sociali che lo Stato non poteva rispondere. Da qui l’obiettivo diventava il recupero della governabilità.

   Se si aggiunge in un paese come l’Italia, dove ci sono e hanno il sopravvento gli interessi particolari delle varie corporazioni (pensiamo a realtà come notai e avvocati dove il mestiere si tramandano da padre e figlio) e il sistema politico è travagliato da una crisi morale e politica profonda, questi poteri occulti trovano terreno fertile.

   In Italia si costituì nel secondo dopoguerra un autentico Sistema Criminale che occupò il paese

   L’esistenza di un Sistema Criminale potrebbe apparire il frutto di persone malate di complottismo, ma un pentito di mafia caduto nel dimenticatoio Vincenzo Calcara, sotto un altro, ne rilevò l’esistenza. Nel suo memoriale[xxxii] rivela che denunciò a Borsellino dell’evidenza delle cinque entità che occupano e influenzano la vita politica ed economica italiana: “L’unica persona che io ricordi all’esistenza di queste cinque Entità è stato Buscetta. Al di fuori di lui, nessun altro pentito ha voluto parlarne. In realtà, queste Entità possono essere pensate anch’esse come idee, forti e apparentemente indistruttibili. Per fare un esempio, è chiaro che l’idea di un palazzo è più importante del palazzo stesso: il palazzo può crollare, ma la sua idea non ne rimane scalfita. Quando si parla di Cosa Nostra e delle altre Entità ad essa collegate, bisogna tenere ben presente questo fatto: quello che conta è la qualità di queste idee.

   Quella nobile grande idea di cui parlavo può essere allora definita come un’Idea Madre che racchiude al suo interno tutte le cinque Idee rappresentate dalla cinque Entità. Eccole:

1)    Cosa Nostra.

2)    ‘Ndrangheta.

3)    Pezzi deviati delle istituzioni.

4)    Pezzi deviati della Massoneria.

5)    Pezzi deviati del Vaticano (un 10% direi)”.

   I poteri occulti, non sono un residuo di un passato feudale, essi sono un fenomeno nuovo, specifico dell’età contemporanea che si sviluppa soprattutto con l’evoluzione delle forme di conflitto che si sono manifestate a partire dagli anni ‘50/’60 del XX secolo. Accanto alla guerra convenzionale, combattuta dagli eserciti regolari, si è, infatti, generalizzato il ricorso a forme di conflitto a bassa intensità militare (come il terrorismo) ma con grande efficacia politica, che sono in grado di evitare o limitare il rischio di una guerra aperta tra le potenze.

   In una fase la condizione di belligeranza endemica tra le potenze, causa il logoramento delle regole tradizionali della guerra e dei rapporti fra gli Stati. È questo il terreno privilegiato in cui si dispiega l’azione occulta dei servizi segreti, assunti a ruolo di protagonisti.

   In questo contesto, l’Italia zona d’importanza strategica decisiva nell’area mediterranea, ma anche con gli equilibri politici molto precari, si potrebbe definire il “ventre molle” della NATO, è particolarmente esposta a questo tipo d’interventi, diventando uno dei principali campi di battaglia. Una guerra combattuta dai diversi servizi segreti, coinvolgendo altri poteri occulti, come la mafia. Precisiamo, qui non si tratta di immaginare una specie di cospirazione universale, o un’unica centrale che manovra come pezzi su una scacchiera tutti i poteri occulti. Ciascuno di questi pezzi ha una sua autonomia, persegue i propri fini, o almeno si sforza di farlo.

   Nei servizi segreti si possono distinguere tre funzioni fondamentali, alle quali corrispondono in genere tre diverse sezioni di lavoro:

1)    Analisi delle notizie e studio delle situazioni.

2)     Raccolta e controllo delle informazioni per mezzo delle reti di spionaggio e controspionaggio.

3)    Operazioni clandestine volte ad interferire nella politica di altre nazioni (o anche del proprio paese).

 Le forme di questa attività clandestina (Cover Action secondo la classificazione della CIA), sono molto differenziate, e possono andare dal semplice finanziamento di partiti politici, giornali e gruppi editoriali, alla manipolazione delle notizie, alla corruzione e ricatto di personalità politiche, sino alle cosiddette operazioni speciali. Queste costituiscono il tipo più brutale e diretto di intervento, come l’assassinio politico, l’organizzazione o l’uso strumentale di gruppi terroristi, l’impiego di formazioni paramilitari.

   È appunto sul terreno dell’azione clandestina e in particolare nelle operazioni speciali, che si determina la connessione tra servizi segreti, associazioni criminali e organizzazioni terroristiche. Di norma nessun servizio di una grande potenza imperialista, si lascerebbe coinvolgere direttamente con i propri agenti in questo genere di attività sporche, col rischio di farsi cogliere con le mani nel sacco. Nel caso che l’operazione sporca sia scoperta è, infatti, essenziale che il governo responsabile possa opporre una smentita plausibile ad ogni accusa o sospetto coinvolgimento in un’azione illegale.

   Ovviamente ci sono delle eccezioni, come nel caso di Abu Mar, l’egiziano che fu rapito a Milano il 17 febbraio 2003 in pieno giorno. Ma questo fatto nasce, come ha rivelato Luigi Malabarba (che quando era senatore fu membro del Copaco l’organismo di “controllo” parlamentare sui servizi segreti), è che la CIA e il suo Capocentro a Milano, Robert Seldom Lady alla questura di Milano sono di casa, e forniscono computer e strumentazione alla Digos nell’attività di collaborazione contro il cosiddetto “terrorismo islamista”.[xxxiii]  Questa circostanza è confermata dalla CIA e dallo stesso giudice Dambruoso. Questa commistione fra servizi segreti americani e polizia è affermata dal marocchino Daki. Daki, assolto due volte dal tribunale di Milano e successivamente espulso dall’Italia dal ministro Pisanu nel dicembre 2005, ha sostenuto che in quel periodo fu interrogato nell’ufficio di Dambruoso da americani che si dicevano dell’FBI, ma lui era convinto che appartenessero alla CIA. Un interrogatorio illegale, dove gli interroganti erano incappucciati.

  Per le operazioni clandestine, i servizi segreti, di norma ricorrono a persone e organizzazioni disposte ad agire, a volte inconsapevolmente, per conto di terzi. Secondo l’ex agente della CIA Victor Marchetti, la CIA impiega di preferenza agenti a contratto e mercenari.[xxxiv] Ma per operazioni più impegnative e di ampio respiro gli strumenti preferiti sono la criminalità organizzata e i gruppi terroristi. Le agenzie delle grandi potenze imperialiste possono giovarsi di un’altra risorsa: l’impiego come proprio braccio secolare, dei servizi segreti dei paesi subalterni, i quali spesso e volentieri non agiscono direttamente.

   L’Italia è uno dei casi più significativi di subappalto di lavori sporchi da parte dei servizi segreti della potenza dominante. Il direttore dei servizi segreti militari, da cui dipendeva la pianificazione Stay Behind (ovvero Gladio), da punto di vista istituzionale rispondeva al Presidente del Consiglio, oltre che al Ministro della “Difesa”, ma dal punto di vista effettivo, in quanto capo di Stay Behind era legato a una catena di comando esterna in ambito NATO che rispondeva ai capi dei vari servizi segreti americani. Egli aveva addirittura il potere di decidere se comunicare o meno l’esistenza della pianificazione al Presidente del Consiglio ed era colui che concedeva, di fronte agli alleati il nulla osta sicurezza allo stesso Presidente del Consiglio. Così il direttore del servizio segreto militare, che formalmente dipendeva dal Presidente del Consiglio, aveva il potere di bloccarne la nomina.

   Quando il SIFAR, in attuazione del piano Demagnetize, che aveva lo scopo di ridurre l’influenza comunista in Italia e in Francia con qualsiasi mezzo, per organizzare una rete paramilitare in grado di compiere le “azioni diversive” previste, ricorse a gruppi fascisti. Dall’altra parte della barricata erano i servizi bulgari e cecoslovacchi che operavano in Italia e negli altri paesi dell’area mediterranea per conto del KGB. A quanto risulta i servizi bulgari utilizzarono elementi della mafia turca.

    A volte può essere sufficiente indirizzare verso l’obiettivo prescelto alcuni delinquenti, senza che si rendano conto dei reali fini politici della loro azione. È questo il caso del sequestro di Guido De Martino (5 aprile 1977) da parte di malavitosi napoletani; una scelta incomprensibile per un rapimento a scopo d’estorsione, considerate le condizioni economiche della famiglia, che non era certamente multimiliardaria. Il rapimento guarda caso fu eseguito poco prima del congresso di Torino del PSI. La P2 e il SISMI tramite Carboni e Pazienza, tenevano legami diretti con la camorra e le bande di Turatello,[xxxv] Bergamelli. De Martino, interrogato dalla commissione P2, ha più volte fatto capire che il rilascio di suo figlio ha avuto come contropartita la sua rinuncia a tornare ad assumere il ruolo dirigente nel PSI. Egli ha affermato infatti: “il rapimento di mio figlio ha avuto lo stesso significato politico dell’assassinio dell’onorevole Moro”.[xxxvi]Il significato di questa frase, sta nel fatto che da allora De Martino, pur rimanendo deputato, ha rinunciato a rappresentare l’alternativa nel PSI a Bettino Craxi.

   Ma in genere le operazioni speciali richiedono rapporti più complessi e impegnativi con la criminalità e con le organizzazioni terroriste. In molti casi il metodo consiste nel reclutare o strumentalizzare singoli elementi, da impegnare nelle operazioni più sporche e rischiose, dopo averli sottoposti a lavaggi del cervello, condizionamenti del comportamento, che li trasformano in persone assolutamente indecifrabili. Un esempio qui in Italia è dato dal cosiddetto “anarchico” Gianfranco Brentoli,

    Carlo Diligo, il primo e vero pentito dello stragismo italiano [xxxvii]davanti al Giudice di Milano Antonio Lombardia che seguiva il procedimento inerente, la strage. Digilio dichiara: “Neami gli stava spiegando, con una specie di vero e proprio lavaggio del cervello, cosa avrebbe dovuto dire alla Polizia in caso di arresto e gli faceva ripetere le risposte che avrebbe dovuto dare e cioè che era un anarchico individualista e che si era procurato da solo, in Israele, la bomba per l’attentato.

Capii subito da Soffiati e Neami che Bertoli era un debole e mi dissero infatti che gli piaceva bere e lo avevano convinto anche con la promessa di un po’ di soldi.

Mi dissero che era che era già da parecchi giorni e che lo facevano bere e mangiare a sazietà.

Anch’io rimasi qualche giorno a dormire in Via Stella, su un vecchio divano, e in quei giorni, non in Via Stella, ma a Colgnola, vidi anche Minetto il quale era al corrente di cosa si stava preparando e aveva personalmente procurato i soldi per Bertoli tramite gli americani.

Non si trattava comunque di una grande somma, ma di pochi milioni e infatti si capiva subito, con un occhiata, che Bertoli poteva essere comprato per pochi soldi.

Neami dormiva con Bertoli, nella stanza da letto, per controllare i suoi eventuali colpi di testa, mentre io dormivo su un divano nel salotto e il divano era posto Neami dormiva con Bertoli, nella stanza da letto, per controllare vicino all’ingresso.

Ricordo che Bertoli fumava, beveva era scostante non legò con Neami gli stava spiegando, con una specie di vero e proprio lavaggio del cervello, cosa avrebbe dovuto dire alla Polizia in caso di arresto e gli faceva ripetere le risposte che avrebbe dovuto dare e cioè che era un anarchico individualista e che si era procurato da solo, in Israele, la bomba per l’attentato.

Capii subito da Soffiati e Neami che Bertoli era un debole e mi dissero infatti che gli piaceva bere e lo avevano convinto anche con la promessa di un po’ di soldi.

Mi dissero che era che era già da parecchi giorni e che lo facevano bere e mangiare a sazietà.

Anch’io rimasi qualche giorno a dormire in Via Stella, su un vecchio divano, e in quei giorni, non in Via Stella, ma a Colgnola, vidi anche Minetto il quale era al corrente di cosa si stava preparando e aveva personalmente procurato i soldi per Bertoli tramite gli americani.

Non si trattava comunque di una grande somma, ma di pochi milioni e infatti si capiva subito, con un occhiata, che Bertoli poteva essere comprato per pochi soldi.

Neami dormiva con Bertoli, nella stanza da letto, per controllare me faceva discorsi strani, diceva che comunque fosse andata egli sarebbe diventato un grand’uomo”.[xxxviii]

   Non so se ci si rende conto di quello che stava dicendo Digilio, egli parla della programmazione di un individuo per diventare un assassino e confessare un delitto, in sostanza della creazione di un candidato manciuriano.

   Negli USA, gli avvocati di Shirhan Sirhan, l’uomo che uccise R. Kennedy nel 1968, hanno chiesto che fosse rilasciato dalla prigione, sostenendo il fatto che fosse stato vittima del controllo mentale.[xxxix] Essi sostengono che nel processo contro il loro cliente che fu fatto nel 1969, furono ignoratele prove che vi fossero due tiratori presenti durante l’assassinio di R. Kennedy. Il team legale di Shirhan sostiene che:Anche se la programmazione/controllo mentale tramite ipnosi non è affatto nuova, il pubblico è ignorante riguardo il lato oscuro di questa pratica” perciò “La persona media non è a conoscenza che l’ipnosi può e viene usata per indurre una condotta anti sociale negli esseri umani”.  La CNN spiega che o dettagli che gli avvocati diShirhan avevano di recente scoperto le registrazioni audio che dimostrano che vennero sparati ben 13 colpi al momento dell’attentato a R. Kennedy:Gli avvocati sostengono inoltre che Sirhan  venne ipno-programmato per fungere da diversivo al vero assassino, il fatto che sia arabo avrebbe poi facilitato anche la propensione di colpevolezza. Sirhan  , 67 anni, è un palestinese cristiano nato a Gerusalemme che nel 1950 assieme alla famiglia emigrò negli States.

Sirhan  ‘fu un partecipante involontario dei crimini commessi in quanto venne sottoposto a sofisticate programmazioni ipnotiche e tecniche per impiantare memorie che lo resero incapace di controllare coscientemente i suoi pensieri e azioni al momento in cui i crimini vennero commessi”.

   Daniel Brown esperto di ipno-programmazione alla Harvard Medical School ha recentemente lavorato con Shirhan, dicendo di averlo aiutato con successo a ricordare l’assassinio.  Brown afferma che Shirhan nel 1969, a causa del controllo mentale, pensava di trovarsi in un poligono di tiro.

   Alcune di questi soggetti sottoposti a controllo mentale sono membri di sette esoteriche. Questo avvenne quando la CIA decise di spostare la sperimentazione del controllo mentale dai laboratori militari e accademici alla comunità esterna e al mondo delle sette del modello OTO.[xl] Una cerchia segreta di scienziati sperimentò da allora sui devoti dei vari culti e sette, e a volte si spinse fino a operare omicidi di massa nascondendoli come suicidi per ridurre al silenzio i soggetti coinvolti, come accade nel 1978 alle vittime del Tempio del sole con il più grande suicidio di massa della storia, a Jeonestown, o a quello dell’Ordine del Tempio Solare.[xli] 

   Le società occulte sono riservate e spesso molto irrazionali. Seguono un leader. Esistono all’orlo di una società che le ignora, perché la loro strana retorica religiosa risulta sgradevole.

   Nelle sette sataniche, dedite alla celebrazione di messe nere, nate per celebrare l’era nascente dell’Anticristo – come nel caso della Chiesa di Satana, nata negli Stati Uniti nel 1966 o il Tempio di Set, nato negli Stati Uniti nel 1974, ci sono personaggi promossi dalla CIA come Anton Szandor LaVey  e il Tenente Colonnello Miquel Aquino, figure carismatiche e perverse intente a manipolare l’occulto per sperimentazioni allucinanti, come quelle del progetto Monarch della CIA, che faceva parte del programma per il controllo mentale MK-ULTRA.

   Tra i fondatori della Chiesa di Satana ci fu il regista cinematografico e mago delle rockstar  Kenneth Anger, che era anche un nono grado dell’OTO californiano e discepolo di Crowley.

  In sostanza le sette come l’OTO sono uno strumento in mano ai servizi americani e ai loro scagnozzi dell’occulto. Per arrivare al controllo della setta, i servizi sono passati attraverso il discredito dei membri “non in linea”. All’interno di esse vengono attuate le sperimentazioni più perverse e immorali, grazie all’uso e abuso della religione.

   Queste sperimentazioni sono legate a frange religiose o occulte, come il Tempio Solare, sono legate in maniera quasi ossessiva alla famosa Stella Sirio,[xlii] quella “Stella fiammeggiante” che per la Massoneria diventa il più profondo e più sacro dei suoi simboli e una costante e strana presenza del culto Solare nei culti più oscuri e perversi degli ultimi decenni.

   La setta del Tempio Solare aveva tre convinzioni fondamentali:

1)    il mondo stava per finire;

2)    l’apocalisse verrà gestita da un gruppo di iniziati che vivono nella Loggia bianca di Sirio;

3)    che per essere degli eletti e arrivare a Sirio bisogna morire con un rituale che coinvolge il fuoco.

   Sirio è posta anche relazione ad alcuni esperimenti facenti parte del programma MK-ULTRA. Un ricercatore finlandese Martin Koski, in un libretto che si intitola La mia vita dipende da voi, parla di Sirio che viene evocata in un episodio di controllo mentale. Egli sosteneva di essere stato rapito e che i “dottori” che avevano operato su di lui dichiaravano di essere “alieni provenienti da Sirio”. Egli sosteneva che questi personaggi gli avevano impiantato uno schermo nella memoria per celare la loro identità e le loro intenzioni. Sulla base di testimonianze come questa, nei primi anni ’90 , trovò credito la teoria, sostenuta da un gruppo di ricercatori, che i cosiddetti rapimenti alieni, fossero una copertura per il programma MK-ULTRA.

   La Massoneria per la sua struttura settaria e per il carattere iniziatico costituisce il potere occulto per eccellenza, in quanto presente in profondità nelle istituzioni e nella classe dirigente, e avendo solidi e ramificati rapporti istituzionali. Lo spiritualismo esoterico e l’ideologia elitaria e cospirativa, largamente circostanti al suo interno, insieme con la pratica segreta e iniziatica, formano un contesto culturale omogeneo a quello del radicalismo di destra: un background nel quale massoneria e organizzazioni neonaziste e neofasciste s’incontrano spontaneamente, e che è il territorio naturale dei signori del potere occulto.

   E bene ricordare che la Massoneria ha conosciuto e attraversato esperienze complesse e contraddittorie. In contrasto, ma spesso in sincretismo con l’ispirazione illuminista, liberale, filantropica che la pubblicistica apologetica e quella ostile, per opposti motivi, hanno privilegiato, vive in essa un’anima aristocratica e reazionaria divenuta predominante. Da questa ebbe origine già nel Settecento la potente massoneria di rito scozzese, che faceva propria l’eredità di una certa tradizione torbida della tradizione esoterica rinascimentale. Fondamento, teorico, del rito scozzese è infatti il mito di una dottrina occulta sovrumana, venuta dalla notte dei tempi, riscoperta dai templari nelle rovine del tempio di Gerusalemme, e tramandata segretamente da ordini cavallereschi e confraternite segrete (Templari e i Rosa-Croce). La massoneria scozzese involta in questa nebbia esoterica, divenne ricettacolo di tendenze irrazionalistiche e misticheggianti, di riti misterici e pratiche occultiste. D’altra parte il moltiplicarsi degli alti gradi, secondo una complicata gerarchia articolata in numerosi gradi compartimentali, accentuava il carattere iniziatico della massoneria scozzese, trasformatasi in un temibile centro occulto, dominato da gruppi conservatori e reazionari e aperto agli intrighi di avventurieri  e impostori di ogni risma.[xliii]

   E in questa tradizione culturale e politica affonda le radici l’anima esoterica, occultista e conservatrice che resta tuttora una componente essenziale del mondo massonico, e ne ispira alcuni dei gruppi di potere più esclusivi, segreti e potenti. Ed è impressionante constatare che questo guazzabuglio di dottrine esoteriche e miti aristocratici e cavallereschi, che appartengono alla tradizione massonica, costituisce il fondamento ideologico del filone più estremo del radicalismo di destra: quello delle SS tedesche, del neonazismo europeo, di Julius Evola e dei suoi seguaci italiani di Ordine Nuovo, da Pino Rauti e Freda, da Paolo Signorelli a Mario Tuti.

   Questo è il contesto culturale e politico sotteso ai collegamenti politici e operativi tra un certo settore di Massoneria che si può benissimo definire nera (in particolare la Loggia P2) e le trame terroristiche e golpiste di destra. Non sorprende quindi di scoprire alcuni esponenti neofascisti tra i massoni. Dalla fine degli anni ’60 entrarono nella Massoneria, molti spiritualisti evoliani ed estremisti neri, tra i quali spiccano i nomi di Sandro Saccucci e di Loris Facchinetti, leader di Europa e Civiltà. Ed è significativo che esponenti dell’eversione nera affiliati alla Massoneria e giunti a controllare la casa editrice Atanor, specializzata in libri massonici ed esoterici, risultino implicati nell’inchiesta della magistratura romana sul covo-arsenale di Via Prenestina e sulla società pubblicitaria Adp, copertura di una centrale di supporto di organizzazioni terroristiche nere come i NAR (ma anche  a…Prima Linea). [xliv]

  Né può essere una coincidenza che in tutte le trame golpiste (dal tentativo di colpo si Stato del 1970 organizzato da Junio Valerio Borghese, quello progettato per l’agosto 1974, alla Rosa dei Venti) si ritrovino in ruoli chiave diversi affiliati alla Massoneria. Nel caso del golpe Borghese, non solo il suo braccio destro, Remo Orlandini, ma anche il generale Duilio Fanali, Salvatore Drago e Sandro Saccucci sono Massoni, ma è pure documentata l’adesione di una loggia del ceppo di Piazza del Gesù, si pure ritirata all’ultimo momento con una lettera del suo rappresentante Gavino Matta, che tuttavia parteciperà personalmente all’impresa abortita. [xlv]

  In questo contesto la Loggia P2 di Licio Gelli si configura con i suoi autentici caratteri di una sovrastruttura parallela e segreta di comando all’interno del mondo massonico, con fini di potere e di condizionamento politico, collegata con i servizi segreti e con altri gruppi di potere. Indubbiamente, una deviazione rispetto alla tradizione illuminista, liberale della Massoneria ufficiale, ma anche per converso interprete dell’anima reazionaria e oscurantista di essa. Non è un caso che un amico e apologeta di Licio Gelli, Pier Carpi (tra l’altro iscritto anche lui nella Loggia P2  dove era 3° grado), autore di un pamphlet in sua difesa, sia un cultore dell’esoterismo e un grande ammiratore di Réné Guenon (il pendant francese di Evola) autore di un libro sulle profezie di Giovanni XXIII, ove si dice che Angelo Roncalli avrebbe dettato per misteriosa ispirazione, congiunto in mistica catena con i fratelli della società segreta dei Rosa-Croce, alla quale sarebbe stato iniziato quando era nunzio in Turchia. [xlvi] Un libro pubblicato dalle Edizioni Mediteranee, specializzate in essoterismo, occultismo e opere di Julius Evola.

  La logica dell’intreccio e collaborazione tra i diversi poteri occulti è assai complessa, contorta e esoterica, e fondata in sostanza sul principio della reciproca utilità. La grande criminalità riceve dai servizi protezione e impunità, specie ai suoi più alti livelli colludenti con settori della classe politica e delle istituzioni, mentre il terrorismo rappresenta quanto meno un efficace diversivo, che impegna su un altro fronte le energie dello Stato. I servizi segreti trovano nella criminalità comune e nel terrorismo gli esecutori, spesso in parte inconsapevoli, delle operazioni clandestine, ma anche, partecipando a traffici illeciti come quello degli stupefacenti.

   Dal Sud Est asiatico all’America Latina si ripete, dunque, lo stesso copione: il narcotraffico è usato come un’arma per reprimere la lotta antimperialista e nello stesso tempo, per impedire che lo scontento dei giovani e dei proletari degli Stati Uniti si converta in una lotta organizzata contro il capitalismo e le sue istituzioni. Di esempi ce ne sono tanti, passando da Haiti, ove “i combattenti della libertà” erano finanziati attraverso il riciclaggio del narcotraffico, in Guatemala, in cui i vertici militari erano finanziati dai traffici di droga nel sud della Florida, e per la Jugoslavia, ove la Germania e poi gli USA diedero il loro contributo ad organizzare

finanziandolo con il narcotraffico, un movimento di guerriglia con il fine di destabilizzare la Jugoslavia.

 

   Il ruolo centrale dei servizi segreti statunitensi nell’organizzazione del narcotraffico non è una deviazione istituzionale. Il ruolo degli enti statunitensi come la DEA era quello di impedire l’afflusso di droghe differenti da quelle approvate dalla CIA.  La cosiddetta “lotta alla droga” promossa dagli USA è stata in realtà una copertura di politiche volte alla protezione e alla funzionalizzazione del narcotraffico alla politica dell’imperialismo statunitense nei paesi oppressi e nelle metropoli imperialiste.

 

   Questo problema non riguarda ovviamente solamente gli USA. Fu la Francia a prima a utilizzare i proventi del traffico di oppio per finanziare le operazioni coperte contro i popoli dell’Asia. Sino al 1954, il Laos e il resto dell’Indocina erano una colonia francese. E l’oppio aveva anche un compito di pacificazione all’interno della vita coloniale. Sulla base della distribuzione dell’oppio, lo Stato francese annichiliva la popolazione vietnamita già stremata dalla mancanza di cibo e dal lavoro nelle piantagioni e nelle miniere.

 

   L’alleanza tra servizi segreti dei paesi imperialisti e organizzazioni criminali, nasce dal fatto che sono alleati naturali. Essi, infatti, usano le stesse armi clandestine ed hanno lo stesso tipo di immoralità. Un’operazione illegale come un assassinio, un colpo di stato chi le fa? Mica quelli che vanno in ufficio tutti i giorni, né quelli che vanno a scuola. Al limite li utilizza per qualche rissa. No, si utilizza quelli che lo fanno come mestiere, e non hanno scrupoli.

 

   In ciascun paese, che non sia in preda a una guerra civile aperta e dichiarata, il campo dei poteri occulti è saldamenti tenuto da una realtà che si potrebbe definire un “governo invisibile” vale dall’insieme dei servizi segreti e delle altre funzioni di potere, che dietro le quinte e collegati ad essi, operano dall’interno delle istituzioni, in autonomia e talvolta in contrasto con esse.

 

Borghesia mafiosa crimine transazionale e capitalismo mondializzato

 

   Quando si parla di poteri occulti, soprattutto in un paese come l’Italia, non si può non parlare della Mafia e del suo ruolo non solo a livello criminale ma anche politico ed economico.

  Il termine di borghesia mafiosa è stato usato da tutta una serie di studiosi (il più famoso è senza dubbio Arlacchi) che erano preoccupati di un’eccessiva dilatazione dell’idea di mafia se non di una criminalizzazione della società siciliana, allarmati anche della riproposizione di schemi ideologici che erano considerati obsoleti.

   Essa fu contestata da altri studiosi (Pezzino e Centorrino) secondo cui se il concetto di aggregato mafioso si allarga ad intere classi sociali, non resta che sperare in un cambiamento generale della società. Se invece ci si limita di considerare la mafia come Cosa Nostra, cioè una struttura armata, ci si limita individuare il polo più debole del patto fra Mafia e istituzioni e poteri economici che hanno consentito alla prima di affermarsi.

  La prima analisi imperniata sul concetto di borghesia mafiosa ha dei precedenti remoti. Il precedente storico è dato dalle riflessioni di Leopoldo Franchetti (1847-1917), un economista e senatore del regno che nel 1876 realizza insieme con Sonnino una celebre inchiesta sulle condizioni politiche e amministrative della Sicilia. Il volume che è pubblicato al ritorno impone per la prima volta alla coscienza politica nazionale, l’esistenza della mafia che i viaggiatori hanno verificato dominare i rapporti sociali nelle campagne dell’isola, con un apporto al dibattito sulla Questione meridionale. Egli parlava di “facinorosi della classe media” che praticavano “l’industria della violenza” e sosteneva che tutti i capi della mafia erano “persone di condizione agiata” e che il capomafia, rispetto ai “facinorosi della classe infima” esecutori dei delitti, svolgeva “la parte del capitalista, dell’impresario e del direttore”.[xlvii]

  Negli anni ’70 Mario Mineo del Circolo Lenin di Palermo (che aderì nello stesso anno al Manifesto e successivamente fu uno dei fondatori della rivista Praxis)[xlviii] parlava di borghesia capitalistico-mafiosa come strato dominante della società siciliana, diffusa in tutta l’isola, Sicilia orientale compresa, e proponeva con 12 anni d’anticipo sulla legge antimafia l’esproprio della proprietà mafiosa. Questa tesi si scontrò con la disattenzione completa del Manifesto nazionale; non solo, ma suscitò le critiche dei militanti siciliani dello stesso gruppo, che consideravano la mafia un residuo arcaico già emarginato se non seppellito dallo sviluppo capitalistico e per la Sicilia orientale parlavano di una borghesia imprenditoriale che niente aveva a che fare con la mafia (dopo si sarebbe visto di che pasta erano fatta i Cavalieri di Catania).[xlix] Critiche radicali vennero da parte di Achille Occhetto, che era all’epoca segretario regionale del PCI, fortemente impegnato ad avviare il “patto autonomistico”, versione siciliana del compromesso storico, con i cosiddetti “ceti produttivi”, secondo cui il gruppo di Mineo vedeva dappertutto Mafia.

   Emanuele Maccaluso, storico dirigente del PCI siciliano (e della destra migliorista del PCI) riteneva che il concetto di borghesia mafiosa era “estremista” e rischiava di identificare la lotta contro la mafia con quella della borghesia (e perciò dargli un senso anticapitalista cosa che ovviamente Maccaluso e il PCI certamente non voleva), mistificando il concetto affermando che questa cultura antiborghese metteva insieme la sinistra radicale antimafiosa e la DC che esercitava il potere usando la mafia. E aggiunge “La borghesia siciliana nel dopoguerra tentò, usando l’autonomia regionale e i poteri dello statuto, l’emancipazione, ma venne schiacciata, negli anni del boom capitalistico, dalla grande industria del Nord, dalla” nuova classe” democristiana e dal radicalismo di sinistra”.[l] L’operazione di Maccaluso di mettere assieme sinistra radicale antimafiosa e DC collusa con la mafia, entrambi corresponsabili di aver sconfitto la borghesia siciliana non vuol dire altro che rinverdire l’atteggiamento dei dirigenti del PCI che criminalizzava ogni tentativo di opposizione alla linea dominante.

   Andando nei giorni nostri, oltre ad Arlacchi l’espressione di borghesia mafiosa è stata rilanciata da qualche magistrato (in particolare da Pietro Grasso e da Roberto Scarpinato), che nel corso delle indagini ha rilevato la presenza di soggetti del mondo imprenditoriale e professionale legati ai mafiosi e ne ha tratto l’idea che c’è una borghesia che si può definire mafiosa, per la conseguenza dei legami e la condivisione di interessi.

   Bisogna denotare due fenomeni che sono strettamente connessi alla borghesia mafiosa:

1)    Il ruolo della violenza privata e dell’illegalità nei processi di accumulazione e di formazione dei rapporti di dominio e di subalternità.

2)    Il sistema relazionale entro cui si muove i gruppi criminali e senza di loro non potrebbero agire o in ogni modo avere il ruolo che hanno avuto e continuano avere.

   Quando si afferma che la violenza e l’illegalità hanno avuto un ruolo decisivo nei processi di accumulazione e nei rapporti sociali bisogna fare riferimento a fasi storiche ben determinate: il passaggio da feudalesimo al capitalismo, l’affermazione del Modo di Produzione Capitalistico, la cosiddetta globalizzazione.

   Nello studio del processo di transizione dal feudalesimo al capitalismo bisogna vedere la Sicilia come una delle regioni tipica che si è sviluppata il fenomeno mafioso come una periferia anomala dove si sono visti fenomeni paramafiosi: l’impunità di delinquenti garantiti perché legati a soggetti di potere; reati con funzione accumulativa (come le estorsioni e l’abigeato) che implicano un dominio territoriale. Nella fase di affermazione del capitalismo la violenza mafiosa ha un ruolo fondamentale nel controllo della forza lavoro, con la repressione sanguinosa del movimento contadino, con le stragi (Portella delle Ginestre) e i delitti politico-mafiosi.

   Nell’attuale fasi di mondializzazione capitalistica, il crimine organizzato non è un intruso o marginale ma un protagonista dei processi economici in atto, che utilizza le occasioni offerte da processi di emarginazione dei quattro quinti della popolazione mondiale e dai processi di finanziarizzazione.

   Questo cosa significa? Che tutte le attività illegali, come il traffico di droghe e quelle legali (imprese, appalti ecc.) attribuiti a capi mafia come Riina e Provenzano, che sono quasi analfabeti, non sarebbero possibili, neppure a livello di ideazione senza la collaborazione di altri soggetti del mondo delle professioni, dell’imprenditoria e delle istituzioni.

   Nel contesto politico italiano attuale caratterizzato dall’inserimento della cosiddetta mafia sommersa che ha rinunciato (apparentemente) ai delitti eclatanti. Dove il modello di accumulazione, è caratterizzato dalla riduzione o dall’abolizione dei controlli. Di fronte a questo scenario ogni tipo di approccio formalistico – legalitario delle attività contro la mafia, è condannato a essere ininfluente. Se tutti si risolvesse nel rispetto delle leggi, a prescindere del loro contenuto, anche le leggi razziali di Hitler e di Mussolini dal punto di vista formale procedurale sono leggi a tutti gli effetti e anche le leggi ad personam di Berlusconi lo sono. Mentre sarebbero da escludere forme di lotta come l’occupazione delle terre attuate del movimento contadino.

   Vediamo adesso di accennare un inizio di un analisi sul rapporto che esiste tra il crimine transazionale e sul capitalismo mondializzato.

  La criminalità organizzata opera a livello mondiale, ma questo non significa che esiste una sola organizzazione che si sia imposta su tutto il pianeta.

   In un documento della Conferenza ministeriale mondiale delle Nazioni Unite che si svolse a Napoli nel novembre 1994 si dava una definizione sulla criminalità organizzata transazionale. Secondo questa definizione la criminalità organizzata è il risultato dell’associarsi di più persone allo scopo di intraprendere un’attività criminale su una base più o meno durevole. In genere esse si dedicano alla criminalità d’impresa, cioè alla fornitura di beni e servizi illeciti, o di beni leciti acquisti con mezzi illeciti, come il furto o la truffa. In sostanza l’attività della criminalità organizzata rappresenterebbe un’estensione del mercato lecito nei terreni normalmente proibiti.[li]

   Le attività dei gruppi criminali per fornire beni e servizi illeciti richiedono un livello notevole di cooperazione e di organizzazione. Come ogni attività economica, quella criminale richiede competenze imprenditoriali una considerevole specializzazione e una capacità di coordinazione, con in più il ricorso alla violenza e alla corruzione per facilitare lo svolgimento delle attività.

   Quanto alle dimensioni delle organizzazioni criminali il documento registrava le diverse posizioni degli esperti: c’è chi concepiva la criminalità organizzata come un insieme di grandi organizzazioni gerarchiche, strutturate come le imprese tradizionali, e chi invece parla di strutture deboli, flessibili ed elastiche, configurando la criminalità come una rete di scambi sociali all’interno della collettività che come una struttura formale rigida.

   Il documento delle Nazioni Unite passando a considerare le organizzazioni criminali internazionali, usa il termine transazionale. Con questo termine si vuole indicare in genere il movimento di informazioni, di denaro, di beni, di persone attraverso le frontiere nazionali quando almeno uno degli attori non è governativo.

   Le organizzazioni criminali sono sempre implicate sempre di più in attività oltrefrontiera. La mondializzazione del commercio e della domanda dei consumatori di prodotti voluttuari fanno sì che le organizzazioni criminali passino da un’attività nazionale ad operazioni transazionali. Non tutte le organizzazioni criminali operano a questo livello, ma ci sono relazioni molto complesse tra il quadro locale e mondiale e la dimensione internazionale della criminalità ha assunto un’importanza senza precedenti. Le frontiere nazionali non hanno mai arrestato totalmente la fornitura di beni e servizi che non sono considerati leciti. Qui non si tratta del contrabbando che veniva effettuato per evitare di pagare le tasse e sfuggire alla dogana per i prodotti leciti,[lii] il traffico transazionale riguarda prodotti come gli stupefacenti, le armi, i rifiuti industriali, le persone umane e mira ad occupare altri mercati ed aggirare la repressione da parte degli Stati.

   Le organizzazioni criminali s’installano in regioni dove corrono rischi minori e forniscono beni e servizi illeciti dove i profitti sono più alti. Esse immettono i capitali ricavati dalle loro attività nel sistema finanziario mondiale, attraverso i paradisi fiscali e i centri bancari. Le organizzazioni criminali internazionali sono diventate soggetti di primo piano dell’attività economica mondiale e agenzie chiave delle industrie come la produzione e il traffico di droghe, diffuso a livello mondiale e i cui proventi superano il prodotto nazionale lordo di molti Stati.

  Le organizzazioni criminali internazionali hanno numerosi punti in comune con le multinazionali. In un certo modo si possono considerare come lo specchio delle multinazionali. Come queste hanno per obiettivo principale il profitto e cercano di aumentare al massimo la loro libertà di azione e ridurre al minimo i controlli.

   Quanto alle spiegazioni dell’escalation del crimine internazionale, il documento delle Nazioni Unite comincia con il dire che esso riflette la società contemporanea che è soggetta a continue e profonde trasformazioni. Ci si richiama all’interdipendenza crescente tra le nazioni alla facilità degli scambi e delle comunicazioni, la permeabilità delle frontiere, la mondializzazione delle reti finanziarie. La fine della cosiddetta guerra fredda ha facilitato l’introduzione nell’ex URSS e negli altri paesi dell’Est, di un capitalismo senza regole. In questi paesi, la confusione, il declino delle strutture istituzionali e dell’autorità, il risorgere di conflitti etnici hanno offerto nuove possibilità alle attività criminali che spesso servono a finanziarie il commercio di armi. La crescita dell’emigrazione favorisce l’espansione delle attività criminali.

   L’estensione del sistema finanziario mondiale consente alle organizzazioni criminali di trasferire i proventi delle loro attività rapidamente, facilmente e con una relativa impunità. Il riciclaggio dei capitali è solo uno degli aspetti di un problema più ampio: il sistema si evolve secondo le regole del Modo di Produzione Capitalistico e si evolve così rapidamente che le regole appena emanate sono già superate.

   La visione delle Nazioni Unite, che accoglie la visone imprenditoriale del crimine organizzato è riduttiva.

   La mafia siciliana, che costituisce ancora oggi l’esempio più famoso e noto di criminalità organizzata, è qualcosa di più complesso: l’aspetto economico è certamente rilevante e primario, ma esso s’inserisce in un insieme più vasto, ricco di implicazioni politico-istituzionali, culturali ecc.

   La mafia non è solo un impresa economica ma è anche un soggetto politico-istituzionale, essendo una sua caratteristica la signoria sul territorio; il fenomeno mafioso è la simbiosi tra crimine, accumulazione, potere, codice-culturale e consenso. Esso forma un blocco sociale interclassista, cementato da modelli comportamentali, la cui funzione dominante è svolta dalla borghesia mafiosa, formata da soggetti illegali (capimafia) e legali (politici, imprenditori, professionisti ecc.).

   L’estensione del modello mafioso a livello mondiale non significa che Cosa Nostra è una Spectre alla conquisa del pianeta. Significa che Cosa Nostra e le altri organizzazioni criminali storiche come le triadi cinesi e la yakusa giapponese, si sono sempre di più proiettate sul piano internazionali, senza abbandonare le loro radici, che si sono formati nuovi gruppi criminali, come i cartelli colombiani, la mafia russa e quella nigeriana, e che tutti questi gruppi presentano le linee fondamentali della mafia siciliana, cioè l’interazione crimine ricchezza-potere, assieme ad aspetti culturali specifici legati alla loro storia e al territorio in cui si sono formati.

   È bene precisare che fenomeni di tipo mafioso non si sono formati dovute il Modo di Produzione Capitalistico si è affermato. La mafia siciliana nei suoi prodromi e nei suoi primi sviluppi è assimilabile alle forme di accumulazione primitiva ma non tutte le forme di accumulazione originaria hanno prodotto mafie.

   Il motivo che in alcuni Stati non sono state prodotte mafie è che c’era il monopolio della violenza da parte dello Stato a garantire l’accumulazione del capitale. In Sicilia l’oligopolio della violenza, fondato sul condominio di autorità centrale e signori locali, ha avuto una parte fondamentale nell’evoluzione in mafia di quelli che prima definivo fenomeni paramafiosi, identificabili nelle forme di delinquenza garantita, cioè di criminalità impunita e nei crimini con finalità economica: estorsioni, abigeati.

   Schematicamente si può dire che nei processi di transizione dal feudalesimo al capitalismo nascono organizzazioni di tipo mafioso in aree circoscritte (mafia in Sicilia occidentale, triadi in Cina, la yakusa in Giappone); che il capitalismo maturo ha sviluppato tali fenomeni in presenza di determinate condizioni (immigrazione, mercati neri originati dal proibizionismo), mentre l’attuale capitalismo mondializzato acuisce le contraddizioni economiche e presenza convenienze che comportano l’estensione dell’accumulazione illegale e il proliferare di gruppi di tipo mafioso

   Gli aspetti più criminogeni dell’attuale fase del capitalismo stanno nell’aggravarsi degli squilibri territoriali e dei divari sociali, risultato della congiunzione di politiche neoliberiste e degli aggiustamenti strutturali; la liberalizzazione della circolazione dei capitali e l’ulteriore finanziarizzazione e opacizzazione del sistema finanziario.

   La liberalizzazione della circolazione del capitale e la creazione di grandi mercati regionali (Unione Europea, NAFTA in Nord America, APEC per l’area del pacifico) favoriscono la simbiosi tra capitale legale quello illegale e impiego delle tecnologie elettroniche rende sempre più difficile distinguere la natura dei capitali in trasferimento.

   Le misure antiriciclaggio, già adottate ameno formalmente o in programma, sono delle misure tampone inadeguate a fronteggiare la portata di tali fenomeni. Più esse rimangono sulla carta, o per la scarsa collaborazione delle banche e delle istituzioni finanziarie o per la natura delle convenzioni internazionali, che anche quando sono state firmate e ratificate stentano a trovare applicazione.

   Mentre l’economia capitalista valica tranquillamente le frontiere e impone tranquillamente il suo ruolino di marcia, il diritto penale internazionale su questi temi, anche limitato al quadro comunitario trova ancora continui intoppo. E ciò si spiega con il fatto che le politiche di liberalizzazione delle circolazione del capitale e di creazione dei grandi mercati regionali corrispondono agli interessi dei grandi gruppi finanziari-industriali, nel caso europeo in primo luogo di quelli tedeschi, protagonisti effettivi del nuovo imperialismo nella fase del capitalismo mondializzato.

   Quando si parla di riciclaggio l’attenzione va soprattutto ai cosiddetti paradisi fiscali, ma essi non sono isole sperse negli oceani, se non dal punto di vista geografico, ma stazioni di servizio del capitale. Non è un caso che molti di loro proliferano nelle vicinanze dell’Europa e degli Stati Uniti. Un esempio: il 30% delle 500 più importanti compagnie britanniche hanno società controllate nelle isole britanniche del Canale. [liii]

   I 500 miliardi di dollari annui cui ammonterebbero il giro d’affari del crimine, secondo le stime più caute, mentre altre stime danno cifre più elevate, sono il frutto di un accumulazione che si espande sia nelle aree periferiche sia in quelle centrali, che cavalca tutte le occasioni e le convenienze offerte tanto dell’aggravarsi del sottosviluppo che dalle contraddizioni sistemiche dello sviluppo capitalistico nell’attuale fase della sua mondializzazione. Lo sviluppo del crimine internazionale non rispecchia tanto il caos della giungla quanto il capitale nel suo complesso.

   Certamente la crescita dell’accumulazione illegale e il proliferare di gruppi criminali di tipo mafioso costituiscono una risposta alla crisi nelle zone dove le politiche che impongo le agenzie internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) e le dinamiche del capitalismo mondializzato smantellano gli apparati produttivi esistenti e impongono l’azzeramento delle attività economiche statali e dello Stato sociale. Ciò avviene in interi continenti come l’America Latina e l’Africa, in buona parte dell’Asia come pure nei Sud presenti all’interno delle metropoli imperialiste.

   Mentre nelle aree di crisi l’attività illegale è l’unica forma di accumulazione in buona salute e offre redditi di sussistenza a chi non ne ha altri, il grosso dei capitali illegali fluisce nelle roccaforti del capitalismo e nel circuito finanziario internazionale mondiale per le maggiori convenienze offerte dal’investimento in attività legali e dagli sbocchi economici speculativi. Tali fenomeni sono una risposta alla crisi dell’accumulazione capitalistica nel suo complesso e l’incremento di capitale mafioso, assieme a quella del capitale speculativo, è insieme manifestazione di tale crisi e forma del capitalismo realmente esistente. In sostanza, l’economia illegale non è solo la stampella di un accumulazione legale in crisi ma opera un’interazione tra legale e illegale dovuta alla fisiologia della crisi capitalistica, così come si manifesta in questa fase. Il mercato mondiale è una realtà pluridimensionale, ed economia legale, quella sommersa e quella illegale più che corpi estranei appaiono come scomparti in relazione funzionale tra loro. Si può tranquillamente dire che il Modo di Produzione Capitalistico nell’attuale fase della sua mondializzazione, attiva tutte le forme di accumulazione e l’accumulazione illegale presenta insieme i caratteri dell’accumulazione originaria (o di via criminale al capitalismo) nei luoghi periferici e per i soggetti sociali “ultimi arrivati” e di accumulazione deregolata (via criminale del capitalismo) che sfrutta tutta le convenienze offerte dal capitale per le contraddizioni sistemiche che esso presenta.

   Per questo motivo una lotta alla mafia che non sia anticapitalistica e affidata solamente agli apparati dello Stato borghese è inconsistente. Per lo stesso motivo chi si crede dentro una prospettiva rivoluzionaria anticapitalista e non mette dentro la lotta alla mafia, non va da nessuna parte.

 

 

 

Il quarto livello

 

   Tutto quello che si è descritto sopra, denota che c’è una traccia che accomuna i vari soggetti; trafficanti di droga, di armi, faccendieri, massoni, agenti, politici: le banche.

   Seguendo questa pista (ben celata dalle omertà di Stato) ci consentirebbe la comprensione delle interconnessioni occulte: potrebbe essere la chiave d’accesso al quarto livello, al centro direttivo delle componenti bancarie, finanziarie e politiche internazionali che gestiscono (al di là delle apparenze) il potere in un contesto soprastatuale, sarebbe meglio dire tentano di gestirlo e di condizionarlo secondo i propri criteri. È questo il livello che non può essere scoperto, perché dietro di esso si celano solo i nomi e gli interessi dei poteri diretti dello Stato: la chiave cui nessun profano è consentito ad avere.

   L’individuazione di queste componenti presenta ovviamente estreme difficoltà. L’analisi consente, comunque alcuni possibili sviluppi logici.

   Se prendiamo come esempio la mafia siciliana, abbiamo visto che come lìorgano dirigente è stata la Commissione, che per un certo periodo tra gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 nella posizione di preminenza come capo assoluto ha avuto Salvatore Riina.

   Quest’identificazione, a essere precisi, attiene a quello che è il braccio armato dell’organizzazione:

   Passando all’esame elle altre componenti – quelle del massimo livello – non si potrebbe tentare una medesima operazione di ricerca?

   Proviamo a domandarci: la componente reale, nella politica dei governi, è forse quella che si palesa nei patti politici, negli atti ufficiali, nei trattati internazionali, ove vengono siglate alleanze, accordi di non proliferazione nucleare, embarghi? Oppure va ricercata in quelle altre condotte – segrete – conosciute solo al massimo livello decisionale: forniture di armi ad un paese formalmente nemico partecipazione azionarie in società sconosciute o in banche estere, atti d’interferenza nella vita di altri paesi o di altre persone?

   Di esempi ce ne sono tanti: dai molteplici rapporti tra l’Italia e la Libia di Gheddafi, dalle forniture militari degli USA all’Iran e all’Iraq ecc. E in questo contesto che sono state messe in atto tutta una serie di coperture per fatti politicamente rilevanti: segreti di Stato, segreti NATO, depistaggi, archiviazioni ministeriali ecc.

   E non si ha la sensazione che il massimo potere possa spesso coincidere con il suo braccio militare? “Superservizi”, “cellule impazzite” “servizi deviati”; “menti raffinatissime”: tutti termini che indicano direttrici occulte, ma comunque gestori del potere reale e capaci di dare vita ad attività concrete che condizionano la vita politica e sociale del paese?.

   E le manifestazioni di questo potere non sono spesso accompagnate da episodi di natura violenta? Con talora stabilizzanti, altre volte destabilizzanti, secondo le esigenze del momento e secondo matrici e motivazioni normalmente non coincidenti con quelle affermate a livello ufficiale?.

   Non è stato forse così nelle stragi di Stato, nella partecipazione a strutture occulte o clandestine?

   Su questa linea, possiamo porci come esempio porci la domanda, qui in Italia dal 1945 chi ha comandato realmente? I “nostri” governanti? O, piuttosto le componenti americane? Con sostegni economici, ma anche con ricatti; con finanziamenti ai partiti ma anche con condizionamenti di scelte politiche, con accordi di favore ma anche con occupazione di potere, con declamazioni di pace, ma anche con attività occulte dirette a portare un popolo in pace in uno stato di guerra permanente.

   Seguendo questa logica, ci si pone un’altra domanda: se sono state le componenti americane a dirigere realmente la politica italiana, chi, a sua volta, le avrebbe dirette?

   Sarebbe sciocca e ingenua, la risposta che le avrebbe dirette il presidente degli Stati Uniti. Negli Stati Uniti chi gli poneva la stessa domanda William Cloen Skousen, che è al tempo stesso un professore della Brighan Young University, autore di un libro tradotto in Italia nel 1978 (Il capitalista nudo, a cura di S. Vaselli, Roma 1978) e un segugio,[liv] rispondeva: chi comanda realmente è il Council of Foreign Relation (Cfr), il Consiglio per le relazioni internazionali,[lv] un associazione costituita a Parigi nel 1919 da Edward Mandell House, un influente uomo d’affari texano, eminenza grigia che accompagnò il presidente Wilson alla Conferenza di pace, quando le nazioni vincitrici del primo macello mondiale imperialista si stavano spartendo il mondo.

   Dalla Conferenza di Parigi scaturirono il Trattato di Versailles, che poneva i presupposti di una nuova conflagrazione nel cuore dell’Europa, dove si creò la Società delle Nazioni (che i bolscevichi definirono un covo di briganti), incarnante l’idea di una specie di governo mondiale federativo; poi ripresa dopo il secondo macello mondiale con l’O.N.U.

   Il quartier genere del Cfr si trova presso l’Harold Pratt House, un edificio di quattro piani donato all’organizzazione dai Rockefeller (guarda caso), all’incrocio della 68° Strada nuovayorchese con l’elegante Park Avenue. E qui che vengono allevati i futuri alti funzionari e consiglieri governativi degli Stati Uniti, come H. Kissinger e Z. Brzezinski, solo per citare i più noti.

   Ma il CFR – ed è per ciò che il libro di Skousen è interessante – non sarebbe altro che l’emanazione più esterna di una società segreta che affonda le sue radici nell’Inghilterra vittoriana, e precisamente raccoltosi intorno a John Ruskin, un critico estetico, riformatore sociale e profeta politico, una personalità percorsa da una vena romantica che predicava in un linguaggio biblico e infuocato, l’avvento di una platonica Politeia, dove tutto, lavoro, modo di vestirsi, sposarsi e addirittura di procreare sarà regolato dallo Stato, o meglio dai sapienti che lo dovrebbero reggere. Ruskin non nutriva alcuna simpatia per gli ideali di libertà e di eguaglianza, era profondamente convinto della superiorità di alcuni uomini su altri.

   Non è un caso che queste idee si sviluppano nel XIX secolo quando si sviluppa il capitalismo. Proprio in questo periodo nascono nuove forme di controllo e di repressione, alimentate da specifici pregiudizi e appoggiate da apposite costruzioni culturali.

   E in questo periodo che si sviluppano interpretazioni arbitrarie della biologia che vorrebbero stabilire che alcuni popoli sono superiori e altri inferiori (razzismo) e che alcuni individui sono superiori e altri inferiori (eugenetica).

   Si comincia a teorizzare che i leaders sono geneticamente destinati a comandare e che ciò che vale per un individuo vale per un gruppo, un popolo, una nazione.

   Nel 1891 un gruppo di personaggi imbevuti di tali dottrine – tra i quali spicca Cecil Rhodes, il colonialista conquistatore del territorio africano che fu dato il nome di Rodesia – avrebbe costituito una società segreta caratterizzata da una fanatica vena di pan anglismo razzista; che aveva come scopo di imporre al mondo il predominio britannico, tale programma era animato da un afflato che spostava l’accento dalla nazione alla razza, postulava l’esigenza di un’alleanza tra le nazioni di razza anglosassone. Dopo la morte di Rhodes un’altra figura di proconsole sudafricano, lord Alfred Milner, organizza una cerchia esterna, la Round Table, che deve assicurare all’originaria società segreta, un ambiente di simpatia e di fattiva collaborazione. Nel 1914 funzionano gruppi della Round Table in Inghilterra, Sud Africa, Canada, Australia, Nuova Zelanda, India e Stati Uniti. Il coordinamento delle loro attività viene assicurato da un organo trimestrale, The Round Table, che esce completamente anonimo, allo stesso modo della rivista gesuiti La Civiltà Cattolica, analogia non casuale, se si pensa che la Compagnia di Gesù costituiva il modello organizzativo di Cecil Rhodes.

   Alla fine della prima guerra mondiale, quando ormai è chiaro che gli Stati Uniti sono destinati ad assumere un’importanza sempre maggiore più grande nel contesto mondiale, il gruppo americano della Round Table offre la piattaforma per la creazione della Cfr, assumendo il compito di contrastare la tendenza isolazionista dell’opinione pubblica: il grande business e i truts volevano mantenere l’apertura dei mercati mondiali. La sovrastruttura ideologica era data dalla teorizzazione da parte delle setta segreta originaria dell’egemonia planetaria della razza anglosassone.

   Da sempre il CFR formula le sue azioni sulla basi di scenari previsionali. Il caso storico più celebre ebbe luogo nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale. Il Bar and Pece Studiose Project, l’apposito gruppo di studio creato dal CFR ,[lvi] per valutare quali sarebbero state le conseguenze, per il business americano, di una vittoria dell’Asse.

   Il gruppo di studio si pose alcune domande preliminari. Su quanta parte delle risorse e del territorio mondiale gli USA dovevano avere il controllo diretto, per mantenere ed estendere il loro livello di potere? Quanto era autosufficiente il vasto spazio dominato dagli USA (costituito dai paesi dell’America Latina), confrontato con un’Europa egemonizzata dalla Germania?

   Per rispondere a queste domande, il CFR lanciò il più grandioso studio econometrico mai tentato fino allora. Il mondo fu diviso in settori d’influenza politica, e per ogni settore si calcolò la produzione e il commercio locali di materie prime e beni industriali. Fu introdotto nel quadro almeno il 95% di tutti gli scambi mondiali di materie prime e beni. Con queste, misurando le cifre dell’import e dell’export, si calcolò il grado di autosufficienza di ciascuna delle grandi regioni geo-politiche: il Wester hemisphere (gli USA e il suo giardino di casa), l’Impero Britannico, l’Europa continentale, l’area del Pacifico. Emerse che l’autosufficienza di dell’Europa continentale dominata dalla Germania sarebbe stata assai più alta di quelle delle due Americhe.[lvii] Nel Pacifico si ottenne lo stesso risultato: emerse che il Giappone come potenza minacciava i piani del CFR.

   La minaccia consisteva in questo: un’Europa sotto il dominio tedesco, con l’integrazione della tecnologia tedesca e delle risorse naturali russe, avrebbe costituito uno spazio economico concorrente non dipendente dalle importazioni americane. In Asia e nel Pacifico, l’integrazione tra potenza industriale giapponese e l’immensa dotazione di manodopera cinese avrebbe creato un altro spazio economico concorrente. Un rischio mortale per le società americane che vivevano importando materie prime da queste aree, ed esportandovi beni e capitali.

   Il Presidente Roosvelt e il suo entourage furono convinti da un rapporto del CFR ad entrare in guerra a fianco dell’Impero Britannico, che all’epoca era ancora una grossa potenza economica. Già da mesi, un gruppo di pressione appositamente creato dal CFR, il Centufuture Group , aveva indotto l’Amministrazione – ancora formalmente neutrale – a inviare cinquanta incrociatori alla Gran Bretagna in cambio di future basi su delle colonie britanniche.  

   È nell’ambito del CFR che nel 1972 sono venute le prime proposte di formazione della Commissione Trilateral. È sempre in questo ambito, nasce l’idea di una strategia verso il “campo socialista” e verso i partiti revisionisti basata sull’allentamento dei loro vincoli rispetto a Mosca. Questo sgretolamento si sarebbe basato sulla penetrazione commerciale occidentale e dal contagio ideologico rappresentato dagli eurocomunismi.

   L’indagine di Skousen è stata molto attenta al lato bancario, a prescindere dal quale sarebbe difficile comprendere l’influenza della setta pananglista sulla vita politica e intellettuale degli Stati Uniti.

   Dell’influenza del CFR nella vita politica degli Stati Uniti ne parla un intellettuale Carrol Quigley (1910-1977), che afferma di essere stato in contatto per quasi tutta la sua vita con questo centro di potere, di cui esalta i “fini umanitari” e di averne anche potuto esaminare per due anni gli archivi segreti. Egli ha pubblicato un libro di 1300 pagine, che s’intitola Tragedy and Hope, dove parla di questi suoi rapporti.

   Questo libro fu ritirato dalla circolazione dopo la pubblicazione del Capitalista nudo, e sul mercato fu immessa un’edizione economica, purgata delle parti più compromesse. 

   Con questo non intendo certo scadere nel complottismo, ma cercare di analizzare certe dinamiche che esistono nei paesi imperialisti a livello sovrastrutturale.

   Quando il Modo di Produzione Capitalista è entrato nella fase imperialista, con la concentrazione del capitale che si manifesta non solo nella concentrazione dell’offerta della merce, nell’accresciuta dimensione dell’impresa produttiva, ma anche nel dominio di una massa crescente di capitale, che può essere investito in imprese diverse, in produzioni diverse. Si attua così un potere economico che si accresce attraverso legami finanziari e personali. Non si può avere un’idea esatta della concentrazione della produzione, del capitale, del potere economico e delle conseguenze che ne derivano, se non si esamina il fenomeno anche sotto l’aspetto finanziario, se non si tiene presente la formazione di gruppi integrati aventi un’unica direzione finanziaria. Tanto più che questo è il fenomeno che è diventato dominante.

   Dal formarsi del capitale finanziario c’è il formarsi di un’oligarchia finanziaria che tende a dominare la vita sociale e politica e quindi lo Stato.

   I legami oggettivi di natura economica (soprattutto nella parte finanziaria) che si intessono tra i vari gruppi monopolisti, sono accompagnati da legami personali. Cioè questi legami oggettivi sono espressi naturalmente da persone da uomini che sono alla direzione dei gruppi produttivi/finanziari. Si verifica quindi uno scambio di dirigenti. Nei consigli di amministrazione delle varie industrie si ritrovano alla fine gli stessi nomi; uomini di banca si ritrovano nei consigli di amministrazione di industrie e viceversa.

   Nasce così un’oligarchia finanziaria, composta da questi capitalisti o qualche volta solo di dirigenti. Vi sono a livello mondiale nomi come: Rockefeller, Morgan, Ford, Krupp, Agnelli ecc., ma ogni paese ha le sue élite.

   Come dicevo prima, vi è indubbiamente una correlazione tra la teoria della “classe eletta”, che si sviluppò alla fine del secolo scorso e la base sociale costituita dal consolidarsi da questa oligarchia finanziaria.

   Così pure vi è una correlazione tra l’esigenza, in certi momenti, di una più stretta unione del capitale finanziario e la teoria del superuomo, del duce, del Führer.

   Il formarsi di questa élite non si esercita solamente nel campo della direzione economica, ma anche in quella ideologica con le associazioni culturali, le onorificenze (Cavalieri del lavoro) e circoli vari (Rotary Club ecc.). Questa élite lavora per permettere il passaggio del proprio dominio dalla sfera produttiva alla sovrastruttura. Essa cerca di dominare nella sfera sociale nella formazione dei quadri tecnici e intellettuali (Fondazione Rockefeller, Fondazione Agnelli ecc.) e l’opinione pubblica, con giornali, riviste, televisioni e gli altri strumenti di comunicazione di massa.

   Con il controllo dei media, si cerca di creare la base psicologica per il dominio dello Stato. Questa élite è cioè classe dirigente anche in senso politico, e nei regimi democratici borghesi, mantiene il suo dominio anche grazie all’influenza ideologica che esercita attraverso gli strumenti che si parlava prima, attraverso la scuola, attraverso il revisionismo e il riformismo.

Quando questi metodi non bastano a conservare il dominio e la lotta di classe si fa acuta, le libertà democratiche diventano fastidiose e queste élite cercano di sopprimerle. L’imperialismo è per sua natura dispotico e reazionario.  

 

 

 

   

 

 

 

 

 

  

 

 

 


[i] In seguito divenne direttore dell’INTERPOL.

 

[ii] Nell’ottobre del 1957, in una sala riservata dell’Hotel delle Palme, al centro di Palermo, i capi delle famiglie di Cosa Nostra venuti dagli Stati Uniti incontrarono i capi delle famiglie siciliane. Per quattro giorni, indisturbato dalle autorità italiane, si svolse il primo summit mondiale della mafia, dove si discusse di droga e sigarette e si posero le basi per gli assetti futuri dell’organizzazione. L’accordo fu che le famiglie mafiose siciliane avrebbero dovuto operare come fornitrici di droga alle consorelle americane che, gestivano il monopolio della commercializzazione negli Stati Uniti e nel Canada. Tutto questo durò appunto fino agli anni ’70.

 

[iii] Saverio Lodato, Roberto Scarpinato, il ritorno del principe la criminalità dei potenti in Italia, Chiarelettere.

 

[iv] Maurizio Torrealta, il quarto livello la prima inchiesta sul livello più alto della trattativa tra Stato e mafia. Da un elenco firmato da Vito Ciancimino, che li accusa di essere i grandi burattinai italiani, uomini delle istituzioni e dei Servizi su cui atti nessuno aveva ancora fatto chiarezza. BUR Rizzoli.

 

[v] Giacomo Galeazzi, Ferruccio Pinotti, wojtyla segreto la prima controinchiesta su Giovanni paolo II, Chiarelettere.

 

[vii] Uno dei motivi da parte dell’imperialismo USA della presenza diretta in quest’area è legata al peso crescente delle materie prime proveniente dai paesi del cosiddetto Terzo Mondo e dalla necessità di garantire sbocchi al riciclaggio dei petroldollari e ai propri prodotti.

 

[viii] Metto tra virgolette difesa e socialista, perché in un paese imperialista parlare di difesa è una barzelletta, mentre dare la potente di socialisti (anche riformisti) a personaggi che hanno condotto una politica filo imperialista e antipopolare è un altro non senso.

 

[ix] Paolo Gentiloni, Alberto Scampinato, Agostino Spataro, missili e mafia la Sicilia dopo Comiso, Editori Riuniti.

 

[x] Henrick Kruger Il grande colpo dell’eroina: droghe, spie e fascismo internazionale.

 

[xi] Gabriella De Polo, False vendite, spie, società fantasma: così diamo armi, Paese Sera, 21 marzo 1980.

 

[xii] Nell’articolo Gabriella aveva inserito un riferimento che chiama in causa il colonnello dei carabinieri e capocentro del SISMI Stefano Giovannone.

 

[xv] Carlo Palermo, il papa nel mirino Gli attentati al pontefice nel nome di Fatima, Editori Riuniti.

 

[xvi] Iscritto alla P2 risultò iscritto il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il suo nominativo non fu messo tra nominativi degli appartenenti della loggia furono resi pubblici. Quando Dalla Chiesa, andò a Palermo, portò con se le carte relative al sequestro Moro, che sparirono dopo la sua morte.

 

[xvii] Nel libro scritto da lui, Nome in codice Ulisse, BUR, Milano 2001, Fulvio Martini dedica agli OSSI un capitoletto, il 26, pp. 203-206.

 

 

[xviii] Quello che accomunava Craxi e Garcia dal punto di vista politico, era l’appartenenza all’Internazionale Socialista.

 

[xix] Una conferma della partecipazione di Li Causi all’Operazione Lima è data da un’esplicita ammissione dello stesso sottufficiale al Pubblico ministero presso il Tribunale di Trapani, Luca Pistorelli, in data 28 giugno 1993. Cfr. Giuseppe De Lutis.

 

[xx] Questa tesi è sostenuta dai giornalisti di Famiglia Cristiana, Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari in una loro inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi.

 

 

[xxi] Il Centro Scorpione aveva i contatti con le strutture Gladio all’estero che operava in Tunisia e in Nord Africa, a Gladio di cui è stata confermata l’esistenza nell’intervista rilasciata da Beppe Pisanu a Il Corriere della Sera del 2 aprile 1997. In questa intervista ricorda che la Gladio all’estero operava nei Balcani, nel Nord Africa e nel Corno d’Africa. Nel libro Nome in codice Ulisse Fulvio Martini ricorda il ruolo dei servizi segreti italiani per l’ascesa al potere di Ben Alì in Tunisia.

 

 

[xxii] Salvo Palazzolo, Trapani, tra mafia e servizi segreti deviati, Limes 2-2005.

 

[xxiii] Soprattutto quelli inerenti il capitale finanziario.

 

[xxiv] Bozze 88, edizioni Dedalo bimestrale maggio/giugno 1988 anno undicesimo, numero 3. 

[xxv] Metto sempre tra virgolette quando si parla di difesa negli USA come negli altri paesi imperialisti.

 

[xxvi] Loretta Napoleoni, Terrorismo S.p.A. il Saggiatore.

 

[xxvii] È doveroso mettere tra virgolette la parola scoperta. Ho un ricordo personale, circa un anno fa, durante una manifestazione, ebbi l’occasione di conoscere un ex funzionario della BNL in pensione. Egli mi assicurò che il cosiddetto scandalo di Atlanta, era nato dal fatto che gli americani nell’operazione di finanziamento all’Iraq, non dovevano comparire, la funzione della BNL fu in sostanza di intermediare in prima persona, senza che dovessero comparire gli istituti bancari ma soprattutto i servizi americani che stavano dietro questa operazione.

 

[xxviii] Saverio Lodato, Roberto Scarpinato, il ritorno del principe la criminalità dei potenti in Italia, Chiarelettere.

 

[xxix] La mafia doveva essere ridotta a un fatto di criminalità comune.

 

[xxx] N. Bobbio, Il potere invisibile, La Stampa 23 novembre 1980.

 

[xxxi] Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte.

 

[xxxiii] Luigi Malabarba, 2001-2006 segreti e bugie di stato “partito americano” e l’uccisione di Calipari, Edizioni Alegre.

 

[xxxiv] V. Marchetti – J. D. Marks, CIA, culto e mistica del servizio segreto, Garzanti.

 

[xxxv] Su questa faccenda ho un ricordo personale/familiare. Una mia cugina nel 1972, dopo che era morto suo marito si mise assieme ad uno della banda di Turatello, che si occupava di riciclare denaro. Quando fu arrestato nella casa di mia cugina, trovarono nell’abitazione denaro proveniente dal sequestro De Martino. Quando lui uscì dal carcere scomparve dalla circolazione.

 

[xxxvii] Digilio è nato a Roma nel 1937 ma veneziano d’adozione, s’iscrisse nei primi anni ’60 alla Facoltà di Economia e Commercio dell’università di Venezia, senza riuscire a terminare gli studi. Prima il servizio militare, poi la morte del padre Michelangelo, dopo un incidente stradale nel gennaio del 1967, lo portarono, è lui stesso a scriverlo in un memoriale, a contattare l’ambiente in cui il genitore si era inserito: la rete degli informatori italiani al servizio delle basi NATO nel Veneto. “Il mio primo reclutatore – disse – fu il capitano David Carret della Marina militare degli Stati Uniti di stanza a Verona che aveva già conosciuto mio padre”. Negli anni dell’università, entrò anche a far parte del Centro Studi Ordine Nuovo. Il primo nucleo di quest’organizzazione fu fondato a Venezia nell’aprile del 1957 da Giangastone Romani e Carlo Maria Maggi, per poi diramarsi nel Veneto. Gli anni immediatamente successivi furono quelli dei rapporti con l’OAS (l’”Organisation de l’Armée Secréte”), organizzazione promossa da settori dell’esercito francese e dall’estrema destra per contrastare l’indipendenza dell’Algeria, presto trasformatasi in un’internazionale nera. Ordine Nuovo ne favorì l’azione, allestendo nel nostro paese basi logistiche e rifugi coperti. Nel marzo del 1962, sempre a Venezia, si tenne uno dei raduni più importanti del neofascismo a livello internazionale, con il tentativo di realizzare ad un “Partito Nazionale Europeo”. Tra gli altri, a firmare il “Protocollo” d’intesa, il tedesco Adolf von Thadden, l’inglese Oswald Mosley, il belga Jean Thiriart e il conte italiano Alvise Loredan, un grande proprietario terriero veneto. http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2824&Class_ID=1001.

 

[xl] L’Ordo Templi Orientis (O.T.O.) (Ordine del Tempio d’Oriente) è un’organizzazione internazionale esoterica fondata intorno al 1905 dal noto occultista tedesco Theodor Reuss e Franz Hartman sulla falsa riga dei livelli massonici e delle capillari confraternite ermetiche che erano presenti in tutta Europa.  In realtà, le origini potrebbero risalire al 1895, quali espressioni delle correnti di pensiero di Karl Kellner (1851-1905). In origine l’O.T.O. era destinata ad essere modellata e associata, con tre gradi iniziatici successivi, ai sei gradi iniziatici della Massoneria. Tuttavia, sotto la guida di Aleister Crowley, l’O.T.O. fu poi riorganizzata intorno alla Legge di Thelema (i cui precetti fondamentali sono “Faiciò che vuoi sarà tutta la legge” e “Amore è la legge, amore sotto la volontà” promulgata da Crowley già nel 1904, con Il Libro della Legge. Similmente a molte organizzazioni esoteriche, l’O.T.O. è basata su un sistema iniziatico, con una serie di cerimonie che utilizzano un dramma rituale per stabilire legami fraterni e spirituali ed impartire dottrine filosofiche. L’O.T.O. comprende anche la Ecclesia Gnostica Catholica (E.G.C.) che è la ramificazione ecclesiastica dell’Ordine stesso.

 

 

[xli] Leo Lyon Zagami, Le confessioni di un illuminato, UNO EDITORI.

 

[xlii] Molte culture storiche hanno dato a Sirio dei forti significati simbolici, in particolare legati ai cani; in effetti, è spesso chiamata nei Paesi anglosassoni con l’appellativo “Stella del Cane”, ossia la stella più luminosa della costellazione del Cane Maggiore. Spesso appare anche legata al mito di Orione e al suo cane da caccia; gli antichi Greci credevano che le emanazioni di questa stella potessero avere degli effetti deleteri sui cani, rendendoli particolarmente irrequieti durante i caldi giorni dell’estate (i “Giorni del Cane”). L’eccessiva colorazione di questa stella spesso poteva essere messa in relazione con l’avvento di disastri naturali o di periodi particolarmente secchi e, in casi estremi, poteva infondere la rabbia nei cani, che poi veniva trasmessa agli uomini tramite i morsi, mietendo numerose vittime. I Romani chiamavano i giorni dell’inizio estate dies caniculares e la stella Canicula (“piccolo cane”). Nell’astronomia cinese la stella è conosciuta come la “stella del cane celestiale”  Più lontano ancora, molte tribù di nativi americani associavano Sirio con un canide; alcune indigeni del sud-ovest del Nord America indicavano questa stella come un cane che seguiva delle pecore di montagna, mentre i Piedi Neri la chiamavano “faccia di cane”. I Cherokee appaiavano Sirio ad Antares e le consideravano come due cani da guardia alle estremità di quello che chiamavano “percorso delle anime”. Le tribù del Nebraska facevano invece diverse associazioni, come la “stella-lupo” o la “stella-coyote”. Più a nord, gli Inuit dell’Alaska la chiamavano “Cane della Luna”. Altre culture in diverse parti del mondo associavano invece la stella ad un arco e delle frecce. Gli antichi cinesi immaginavano un ampio arco e una freccia lungo il cielo australe, formato dalle attuali costellazioni della Poppa e del Cane Maggiore; la freccia era puntata sul lupo rappresentato da Sirio. Una simile associazione è rappresentata nel tempio di Hathor di Dendera, in Egitto, dove la dea Satetha disegnato la sua freccia su Hathor (Sirio). Nella tarda cultura persiana la stella era similmente rappresentata come una freccia, ed era nota come Tir. Nel libro sacro dell’Islam, il Corano, Allah viene definito il “Signore di Sirio”..Il popolo dei Dogon è un gruppo etnico del Mali, in Africa Occidentale, noto per le loro conoscenze sulla stella Sirio che sarebbero da considerare impossibili senza l’uso di un telescopio. Come riportato nei libri Dio d’acqua. Incontri con Ogotemmêli e Le renard pâle di Marcel Griaule, questo popolo sarebbe stato al corrente della presenza di una compagna di Sirio (la “stella del fonio2) che orbita attorno ad essa con un periodo di cinquant’anni prima della sua scoperta da parte degli astronomi moderni. Questi affermano inoltre che ci sia pure una terza compagna oltre a Sirio A e Sirio B. Il libro di Robert Temple Il mistero di Sirio, edito nel 1976, accredita loro anche la conoscenza dei quattro satelliti di Giove scoperti da Galileo e degli anelli di Saturno. Tutto ciò è diventato così oggetto di controversie e, talvolta, di speculazioni. Secondo un articolo edito nel 1978 sulla rivista Skeptical Enquirer, potrebbe essersi trattato di una contaminazione culturale, o forse proprio ad opera degli stessi etnografi. Altri invece vedono queste spiegazioni fin troppo semplicistiche, create ad hoc per giustificare un mistero irrisolvibile secondo i dettami della scienza in vigore. È La questione resta dunque ancora aperta.

 

 

 

[xliii] Ovviamente non solo di questi, ma anche di persone che davanti alla crisi culturale in atto, cercano un senso e significato alla vita. La struttura settaria può offrire un ambito per questo tipo di persone. Mi ricordo che un mio collega che era associato alla Massoneria, la sua gratificazione maggiore era di scrivere sulla rivista Focus, su argomenti misticheggianti ed esoterici (era diventato uno specialista di argomenti come gli angeli). In maniera indiretta, cercò di farmi associare anche lui con un misto di minacce e blandizie. Quello che non tenne conto è la forza di una coscienza ideologica, della serie al massimo mi possono distruggere il cervello. Il fattore predominante di resistenza fu che mi parlò che andavano a fare delle riunioni dentro la base di Aviano, al mio stupore, lui quasi meravigliandosi mi affermò che cosa c’era di tanto scandaloso, che il giardiniere di Truman era il Gran Maestro perciò è un’organizzazione profondamente democratica. Devo dire che appena andato in pensione, andò in Friuli e morì quasi subito.

 

[xliv] C. Incerti, Camerati squadra e compasso, Panorama 18 maggio 1981.

 

[xlv] R. Fabiani, I massoni in Italia, Editoriale l’Espresso.

 

[xlvi] P. Carpi, Le profezie di Papa Giovanni, Roma, Ed. Mediterranee, 1976.

 

[xlviii] Nel gennaio del 1976 il gruppo palermitano del PDUP, che faceva parte Mineo, fondò la rivista Praxis che esprimeva una linea parzialmente divergente con quella del partito. Nell’ottobre del 1976 l’intercettazione da parte di un sostenitore di Magri di una lettera privata nella quale Mineo esprime critiche durissime verso l’esponente del Manifesto, porta all’espulsione dello stesso Mineo dal partito. Ne segue una scissione nella quale seguono Mineo, i gruppi di Palermo, Perugia, Roma e anche dei militanti di Torino, Salerno, Parma e qualche centro minore.

Il gruppo appoggia inizialmente il movimento del ’77 e conclusa l’esperienza dei gruppi della triplice (Avanguardia Operaia, Lotta Continua, PDUP ecc.) cui rimprovera un eccessivo opportunismo. Il gruppo ceca di favorire il coordinamento dell’Opposizione Operaia (Questa espressione designa il complesso movimento di organismi operai sorto negli anni della solidarietà nazionale, si può assumere il suo atto di nascita il 5 aprile 1977 quando, su convocazione di alcune decine di CdF milanesi, parecchie centinaia di delegati e diversi CdF di tutta Italia si riunirono nel teatro Lirico a Milano per protestare contro la linea sindacale dei sacrifici) fra il 1978 e il1980 tentando di dare un prospettiva politica al movimento di fabbrica.

 

[xlix]  I Quattro Cavalieri dell’apocalisse mafiosa è il nome che Giuseppe Fava attribuì ad un gruppo di imprenditori catanesi degli anni 70 e 80 composto da Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo che dominavano la quasi totalità degli aspetti economici della città. Questo nome fu usato per la prima volta dal giornalista sul primo editoriale della rivista I Siciliani nel 1983.

 

[l] Maccaluso Emanuele, Mafia senza identità. Cosa Nostra negli anni di Caselli, Marsilio, Venezia, 1999.

 

[lii] Il contrabbando delle sigarette ne è un classico esempio.

 

[liv] Skousen ha prestato servizio nella FBI per oltre quindici anni.

 

[lv] Gianni Vannoni, le società segrete dal Seicento al Novecento, Sansoni Editore.

 

[lvi] In questo gruppo di studio parteciparono personaggi come Allen Dulles che in seguito sarebbe diventato il capo della CIA.

 

[lvii] Laurence Shoup & William Minter: Shaping a new order: the Council on Foreign Relations blueprint for world hegemony, su Trilateralism, Boston, 1980. 

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~ di marcos61 su luglio 23, 2012.

Una Risposta to “ESISTE UN QUARTO LIVELLO?”

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