UN ALTRO MODO DI AFFRONTARE IL PROBLEMA DEI RIFIUTI

Attualmente con l’esplodere del problema dei rifiuti a Napoli (ma potrebbe benissimo esplodere anche in altre città italiane) si escogitano risposte di tutti i tipi. Quella prevalente è quella che si potrebbe benissimo definire repressivo/affaristico è quella che allontana ogni vera soluzione al problema. Non aiuta neanche quelli che si limitano a dire che dicono che ci vuole la raccolta differenziata. Tutti evitano il nocciolo del problema: che il modo di produzione capitalistico esige una produzione continua di merci a prescindere dalla loro utilità e dalla durata.

Quello che si descrive nasce dalle esperienze vissute da un intellettuale italiana in Cina, Maria Antonietta Maciocchi, a prescindere dai lidi successivi che si è collocata, vale sempre la pena di vedere come in un paese socialista che stava lottando per cercare di costruire un modo diverso e alternativo a quello capitalista affrontava questo problema.

 

Trasformare e utilizzare tutti i rifiuti.

 

   L’industrializzazione, che poggia sulle capacità di ogni singolo di produrre energia, si applica anche a reimpiegare all’infinito quella rigenerazione mediante i propri sforzi, per cui il rinnovamento tecnologico è Cina anche il prolungamento ad oltranza della vita delle macchine già esistenti, di ogni ordine e tipo. Un altro dei principi politici della produzione industriale è la cosiddetta utilizzazione integrale per cui, osservando i processi produttivi grandi e piccoli, in Cina viene fatto di pensare che il principio di Lavoiser – “Nulla si crea, nulla si distrugge” – sia stato dalla chimica trasferito all’industria, in grandi e piccole fabbriche, dove si opera una laboriosissima rivalutazione dei rifiuti industriali. “Nella fabbricazione di un prodotto, le risorse sono parzialmente trasformate in questo prodotto, e il resto diventa ‘rifiuto’”, il 6 febbraio 1971. “La questione è di sapere come considerare questi rifiuti. Dal punto di vista metafisico, il rifiuto non può essere utilizzato e deve essere gettato. Dal punto di vista materialista dialettico, quel che è rifiuto e quel che non lo è sono termini relativi. Nessuna cosa al mondo è un rifiuto in assoluto …Dopo essere stato trasformato e utilizzato, il materiale di rifiuto può diventare un prodotto, del materiale utile.

   In una Comune di Canton, dai vapori di una fornace di calcio, abbiamo visto estrarre carbonato di calcio, che serve alla farmacopea e alla fabbricazione di dentifrici.

   L’esempio più clamoroso è quello che abbiamo colto nella cartiera di Canton, dove lavorano tremila operai. La riutilizzazione dei residui industriali è tipica. Mao la visitò nel ’56, lesse il diario della fabbrica, e ascoltò le proposte degli operai sul modo di reimpiegare i rifiuti. Nella cartiera ho visto affissa una foto di Mao, in maniche di camicia, collo sbottonato, larghi pantaloni stretti da una cinturina, che sta chiacchierando con un operaio a fianco di una macchina. Nella cartiera viene adottato il principio di fare la rivoluzione seguendo le regole della parsimonia e di sviluppare l’utilizzazione dei residui industriali attraverso l’impiego di tecniche sintetiche. Altra foto di Mao, davanti a un carretto colmo di rifiuti che egli indica col dito, mentre sta parlando, evidentemente di questo, agli operai. In conclusione, nella cartiera hanno cominciato ad utilizzare i residui di carta per fabbricare nuova carta: ci dicono di aver risparmiato 400 metri cubi di legno eguali a 200 tonnellate di carta l’anno. Utilizzando, poi, i residui delle fibre di legno e l’acqua occorsa alla lavorazione della carta ne hanno tratto: resina di pino, acido solforico che serve a fibre artificiali, e ora stanno sperimentando in un nuovo reparto l’estrazione di alcol dai rifiuti liquidi. Le fibre di legno residue vengono ora trasportate da un canale sotterraneo verso la nuova lavorazione. Dalla tagliatrice, i ritagli di carta sono spediti subito verso una caldaia in ebollizione, e se ne trarrà in seguito carta da imballaggio. Facendo bollire l’acqua utilizzata nella cartiera, e mettendovi sostanze chimiche, la depurano e ne traggono poi polvere di vaniglia. Ci spiegano che gli operai hanno appreso a fondo non solo la strada per eliminare i rifiuti contro l’inquinamento, ma la loro riutilizzazione benefica. La linea cinese del rifiuto dello schema dell’accumulazione capitalista, perseguito nel mondo industrializzato, e del carattere oppressivo della tecnica, che ne discende, può sembrare in contraddizione con quelle terribili immagini che sono davanti ai nostri occhi, gli uomini-traino, che a torso nudo trasportano enormi tronchi come a Nanchino, tirando con le corregge massicci veicoli. Può sembrare in contraddizione con la penuria di trattori, e con gli aratri a chiodo, tirati dal bufalo. Con l’irrigazione di immense estensioni ancora fatta a mano, con i secchi e il bilanciere. Al contrario. Essa rientra nella scelta di un paese giovane, che ha compiuto due rivoluzioni socialiste nella sua storia, che ha fatto, si può dire, la più lunga rivoluzione socialista del mondo, per toccare nuovi traguardi di edificazione economica assai impegnativi. Essa ha affrontato, a priori, il problema dell’organizzazione del lavoro non come un paese sottosviluppato, ma con un colossale sforzo collettivo, in cui ognuno ha la sua parte, per sottrarsi alle debolezze e alle contraddizioni dell’arretratezza, una delle quali sta nella subordinazione al mondo tecnico sviluppato. Dal punto di vista economico, un paese del Terzo mondo come la Cina non aveva scelta più giusta da compiere che fondarsi su una fondamentale risorsa, il capitale umano. La collaborazione, o la cooperazione economica tradizionali, seguendo l’altra linea, antagonista a quella di Mao, sarebbero diventate subordinazione. Un test negativo è stato perfino un determinato tipo di rapporti con gli stessi paesi socialisti: il ritiro dei tecnici sovietici e la rottura unilaterale dei contratti da parte dell’URSS ha fatto rischiare la Cina la catastrofe. Scegliere una strada sbagliata diversa da quella affrontata da Mao, probabilmente avrebbe significato  la sconfitta politica, e messo in discussione lo stesso avvenire rivoluzionario della Cina. Sarebbe sorta una classe di tecnocrati, ricreando l’antica divisione tra ricchi e poveri. Si sarebbe smembrata e dilaniata, contrapponendo città e campagna, anche quella unità del paese, pupilla degli occhi della Cina, immensa conquista della liberazione.

 

Maria Antonietta Maciocchi – Dalla Cina Dopo la rivoluzione culturale – Feltrinelli

 

 

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~ di marcos61 su luglio 4, 2011.

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