GOM SISDE ROS COSTITUISCONO UN SERVIZIO SEGRETO PARALLERO

Nelle carceri c’è stata un’inchiesta aperta dalla Procura di Roma che ha visto indagati alti magistrati e agenti. Le
indagini nascevano in un’inchiesta precedente su mafiosi incarcerati. I GOM avevano ostacolato questa inchiesta.

In questa inchiesta si scopre il tentativo di orientare le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia da parte di “strani personaggi”. Tra gli avvicinati c’è il pentito Nino Giuffrè che aveva fatto il nome di politici importanti e del loro collegamento con Cosa Nostra.

Ora i magistrati vogliono sapere se gli uomini del GOM abbiano segnalato all’esterno i nomi di chi stava pensando di pentirsi. Anche l’ufficio di Pio Pompa (lo stesso personaggio che sarà coinvolto nello scandalo Telecom) dirigente del
SISMI nel novembre del 2002 redige per il SISMI un appunto su Giuffrè.[1] Stando al SISMI attorno a Giuffrè si stava organizzando “la verosimile predisposizione di un ulteriore iniziativa mediatico-giudiziaria in pregiudizio del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi e dell’Onorevole Dell’Utri”.[2]

Per questi motivi l’ufficio di Pompa comincia a monitorare i magistrati che avevano a che fare con i mafiosi che si dissociavano. Nel 1996 tre senatori meridionali del CCD avevano presentato un progetto di legge sulla dissociazione dei mafiosi, che consisteva che dopo un periodo di “riabilitazione” il mafioso riacquistava la libertà e conserva il patrimonio.

Uno degli aspetti chiave dell’inchiesta è la genesi e la gestione del pentimento di Giuffrè. Quest’inchiesta punta anche all’ufficio ispettivo delle carceri diretto all’epoca da Silvio Leopardi. Quest’ufficio, era formato da 71 agenti di polizia penitenziaria più
una lunga lista di consulenti, aveva il compito di tenere d’occhio i detenuti in 41 bis.

In sostanza emerge l’esistenza di un servizio segreto parallelo nelle carceri italiane, dotato di sofisticati macchinari per le intercettazioni telefoniche e ambientali messi a disposizione dal Sisde diretto dal generale Mori (già responsabile del
Ros).  Mori ha spiegato ai magistrati come la collaborazione con l’ufficio ispettivo sia avvenuta attraverso canali
istituzionali. Che cosa abbia fatto esattamente nelle carceri il GOM non fu mai chiarito.

Che il ROS operi come una polizia politica a difesa di certi equilibri esistenti è evidente dall’operato di Mori: dalla mancata perquisizione dell’abitazione di Riina al mancato arresto di Provenzano nel ’95. Quando il pentito Di Maggio accusa Andreotti dei
rapporti con Cosa Nostra, è arrestato nel 1997 con l’accusa di aver partecipato a una faida nel suo paese. Il pentito era sotto protezione dei carabinieri ai quali era “sfuggito” per ordire omicidi ed estorsioni. Il bello (o brutto ha secondo dei punti di vista) sta nel fatto che due dei suoi complici eranoconfidenti del Ros. E chiaro che con un “accusatore” del genere l’intero processo si smonta.

I pm capitolini Maria Monteleone ed Erminio Amelio hanno chiesto il rinvio a giudizio nei confronti di Salvatore Leopardi ex magistrato ed ex capo del servizio ispettivo del Dap, Giacinto Siciliano, ex direttore del carcere di Sulmona, attuale direttore
del carcere di Opera a Milano, di un ispettore della polizia penitenziaria e di un dirigente amministrativo del Dap con la qualifica di direttore di carcere.[3]

I reati sono di falso per soppressione, falso materiale commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici, falsità ideologica, rivelazione del segreto di ufficio, omessa denuncia di reati, rivelazione di segreto d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio in relazione ad un procedimento penale.

Sicuramente c’è dell’altro molto è stato nascondere, come la tortura attraverso strumenti
tecnologici in carcere e nella società.

 


[1]
Nicola Biondo, Sigfrido Ranucci, IL PATTO,
Chiarilettere.

[2]                                   c.s.
p. 225

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~ di marcos61 su maggio 28, 2011.

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