E’ guerra, ma per che cosa?

Centinaia di attacchi aerei, vere e proprie battaglie navali, inseguimenti di sottomarini, e finanche la sperimentazione di sofisticate armi a comando remoto. È quanto avviene dal 5 febbraio nelle acque siciliane del Mar Ionio con l’esercitazione aeronavale denominata Pround Manta 2011 1 a cui partecipa 10 nazioni della NATO (Belgio, Canada, Germania, Grecia, Italia, Spagna, Turchia, Regno Unito e SUA) e delle forze aeree marittime (COMMARAIR) di Capodichino (Napoli), Pround Manta 2011 è la maggior esercitazione antisommergibile e lo sviluppo delle tattiche di contrasto di quelle che sono definiti “attività illecite” perpetrate via mare con particolare attenzione al “all’antiterrorismo”.2
È stato imponente lo schieramento di uomini e mezzi: all’esercitazione hanno partecipato otto unità navali, diciannove tra aerei ed elicotteri ASW e sei sottomarini. Uno delle novità di questi “giochi di guerra” della NATO al largo della Sicilia e rappresentato dalla sperimentazione di tre “sea gliders”, ovvero di veicoli autonomi sottomarini per la raccolta dei “dati ambientali tridimensionali” da utilizzare a supporto dei processi decisionali e di pianificazione dei comandi militari. A coordinare i test di questi sottomarini sono i tecnici del NATO Undersea Research Center (NURC) di La Spezia, il centro dipendente dal comando di Norflok, Virginia, che opera nel campo della ricerca e dello sviluppo di tecnologie necessarie alle operazioni navali NATO, con particolare enfasi alla guerra sottomarina e al “contrasto delle nuove minacce in ambiente marittimo da parte delle nazioni nemiche o di gruppi terroristici”.3
Perciò l’attacco contro la Libia era preordinata da tempo. Non c’è da meravigliarsi, le rivolte che partendo dalla Tunisia hanno in seguito investito l’Egitto, la Libia e tutto il Nord Africa (in Marocco ci sono state manifestazioni che i media non hanno dato risalto) e Vicino oriente, da parte delle masse arabe non solo contro i poteri interni ma anche quelli esterni. Una rivolta che a visto la mobilitazione prolungata di masse ogni giorno sempre più estese, battaglie di strada e la corrispondente organizzazione per poter respingere gli attacchi da parte degli apparati statali, gli scioperi dei lavoratori su rivendicazioni non solo economiche ma anche politiche. Una lotta che è contro il potere interno che è una longus manus del capitalismo internazionale.
Bisogna partire dal fatto che nelle aree assoggettate dall’imperialismo, la penetrazione del capitale straniero distrugge più o meno velocemente le vestigia del passato, i rapporti feudali, l’economia patriarcale contadina fondata sull’autoconsumo e sostituisce a tutto ciò la produzione per il mercato e lo sfruttamento salariale. Ma la disgregazione dei rapporti sociali precapitalistici indotta dal capitale delle metropoli imperialiste non elimina il sottosviluppo, bensì lo rende funzionale al dominio delle grandi potenze, avendo cura che tutta la struttura sociale e produttiva del paese controllato si modella sulle esigenze della valorizzazione del capitale del paese dominante.
Al dominio imperialistico non è quindi indispensabile l’assoggettamento militare delle nazioni periferiche, come avveniva nel periodo coloniale. La forma più consona al mantenimento del loro controllo è da tempo quella che prevede l’esistenza di Stati “sovrani” che, di fatto, dipendono internamente dalle metropoli imperialiste sul piano economico, finanziario e militare. A capo di questi apparati statali, completamente infeudati alle grandi potenze imperialiste, sta uno strato di borghesia che rappresenta un’oligarchia legata a doppio filo all’imperialismo, che blocca lo sviluppo di moderni rapporti di produzione e costringe il paese ad un endemico sottosviluppo. È uno strato borghese che trae linfa dalla compartecipazione ai traffici della finanza internazionale, verso cui dirotta le risorse economiche cui si appropria, siano esse legate al supersfruttamento del proletariato del loro paese grazie alla comprensione dei salari ben al di sotto del valore della riproduzione della forza-lavoro o all’appropriazione della rendita fondiaria, tanto dei prodotti agricoli quanto quello delle materie prime (come il petrolio). La nazionalizzazione dei giacimenti attuata in paesi come la Libia e l’Algeria, che è stato sicuramente una misura utile tagliare le unghie al capitale imperialistico, e ha consentito maggiori margini di manovra economica interna da parte delle classi dirigenti di questi paesi, non ha però scardinato la struttura dipendente di questi Stati. I settori borghesi se ne sono serviti per alimentare la corruzione interna e foraggiare l’apparato repressivo, facendo di nuovo affluire il grosso delle risorse sui mercati finanziari delle metropoli imperialiste.
E contro questa simbiosi fra classi dominanti locali e interessi delle grandi potenze imperialiste si è levata la rivolta delle masse arabe.
Ed è per ristabilire questa simbiosi che c’è l’intervento militare.
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1 http://www.resistenze.org/sito/os/dg/osdgbb15-008346.htm

2 Una volta si diceva che il patriottismo era il rifugio delle canaglie, della serie posso compiere atroci delitti ma se li compio per il “bene del paese”, tutto diventa legittimo, adesso è stato sostituito “dalla lotta al terrorismo”.

3 Basta chiamare “difesa” l’offesa e terrorista chi si oppone è il giochetto è fatto.

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~ di marcos61 su marzo 22, 2011.

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