A CHE SERVE DARE INFORMAZIONI PERSONALI?

A CHE SERVE LA RACCOGLIERE DATI PERSONALI?

 

   È normale che il cittadino nutra un certo fastidio nei confronti della burocrazia tradizionale, quando questa fa perdere del tempo o costringe a ragionamenti astrusi o è legata al pagamento di “gabelle”. Egli vive con antipatia il rapporto col sistema visibile, che ficca il naso nei suoi interessi per il tramite delle proprie procedure e dei propri funzionari.

   Occorreva rendere invisibili procedure e funzionari per non pesare sulla suscettibilità dei cittadini. La tecnologia informatica ha reso possibile tutto ciò: via i funzionati, via i moduli; anche se comportamentali. Dal dato anagrafico emerge la possibilità dell’individualizzazione della persona come oggetto da sorvegliare; mentre il dato comportamentale apre le porte alla costruzione di un vero e proprio profilo; fatto di abitudini, di tendenze, di opinioni ecc.

   Oggi è possibile, automaticamente aggregare i dati che sono trasmessi, anche senza volere, dall’individuo stesso, fare dei dossier. E tutto questo senza avere un numero elevato di sorveglianti.

   A raccogliere i dati provvedono sia agenzie private, le quali agiscono soprattutto (ma non solo) nel settore del marketing, sia strutture pubbliche di vario genere. Di tali dati, anche se coperti da un formale impegno di riservatezza, esiste un mercato che oscilla tra il lecito e l’illecito. Ciò che conta è l’accaparramento di nuove informazioni, attorno a una figura bersaglio, il cittadino, identificato da un codice (codice fiscale) che egli è chiamato dichiarare sempre più spesso (in farmacia è usato spesso allentando i cittadini con gli sgravi fiscali).

   È con riferimento al codice fiscale e alle caratteristiche anagrafiche a esso abbinate che si rende evidente un profilo personale, che gli addetti ai lavori chiamano data-immagine, per similitudine al data-base normalmente contenuto e gestito dal computer.

   Come si costruisce un data-immagine? Una volta raggiunta la disponibilità dell’individuo a identificarsi col proprio codice e a dichiararlo apertamente per il tramite di moduli, carte magnetiche e quant’altro può contenere gli estremi, è l’individuo stesso a lasciare dietro di sé una scia d’informazioni, desumibili a ogni transazione (acquisto, prelievo, telefonata, ingresso in autostrada, visita medica, reclamo, abbonamento, espressione di preferenza ecc.). I computer raccolgono il tutto e allestiscono banche dati che all’occorrenza si scambiano (più o meno legalmente) in modo incoccato. Il tutto senza che i diretti interessati, vale a dire i cittadini bersaglio, ne siano a conoscenza. A questi ultimi non è dato a sapere, per esempio quanto il data-immagine virtualmente costituito corrisponda oppure al no al soggetto reale, cioè a loro stessi.

   L’immagine virtuale, costruita e continuamente aggiornata dal computer, acquista una specie di vita autonoma. Il fatto potrebbe tornare utile se qualcuno ha qualcosa da nascondere; se cosciente di essere sorvegliato perciò è impegnato ad addomesticare le tracce rilevate dal sistema. Mentre, per la maggior parte delle persone che sono all’oscuro o ritengono di non avere preoccupazioni di sorta, questo sistema si comporta in modo “lecito”.

   Il computer elabora freddamente soggetti/oggetti disincantati: modelli approssimati e passibili di forti distorsioni rispetto all’individuo originale, di cui sarebbe comunque arduo elaborare un affidabile modello artificiale. I soggetti bersagli (per es. chi va fare gli acquisti in un supermercato) divengono decisamente più visibili rispetto a chi li osserva, monitorandoli in modo costante e approfondito.

   Finché si rimane nell’ambito commerciale, dove il data-immagine è utilizzato per mirare in modo perfezionato il consumatore, sollecitandolo nei suoi gusti personali, la cosa anche invadente, fastidiosa e deleteria si mantiene nell’ambito del consumismo portato alle estreme conseguenze. Con questo, non bisogna sottovalutare l’invadenza nell’ambito degli acquisti l’invadenza di queste tecnologie, dopo che nel 2003 l’italiana Benetton ha dichiarato di volere introdurre una tecnologia di rilevamento con “etichetta intelligente” negli indumenti venduti nei propri negozi (e che questo potrebbe diventare una tendenza nell’industria dei rivenditori al dettaglio). In sostanza gli indumenti Benetton conteranno un’etichetta ID d’identificazione sa radiofrequenza. Il RFID comunicherà la propria posizione alla rete di distribuzione computerizzata delle Benetton, consentendo al rivenditore di appurare con una sola occhiata le giacenze di magazzino e di prendere velocemente, anche automaticamente le decisioni sui rifornimenti. Un’etichetta RFID potrebbe essere programmata per consentire informazioni sulla persona che ha acquistato un indumento: consentendo così a una rete di vendita al dettaglio di pendere nota ogni volta che quel capo di vestiario è stato indossato in un negozio. Come non è da trascurare, che la Food and Drug Administration (Fda) l’organismo governativo statunitense che si occupa dei farmaci, con la scusante che ci sono molti farmaci contraffati acquistati in via internet, intende inserire chip di dimensioni microscopiche in un prodotto (articolo di Gabriele de Palma, Il Manifesto, 5 ottobre 2003). Quello che deve preoccupare è che il data-immagine potrebbe essere sufficiente a un organo di polizia, dei servizi segreti o a organizzazioni mafiose per reprimere il dissenso politico/sociale, far rientrare qualsiasi individuo che sia dentro questa data-immagine un “sospetto” categoriale, in relazione al fatto di rispondere a determinate caratteristiche comportamentali. L’utilizzo del sistema tecnologicamente avanzato consente di trarre conclusioni, di esprimere giudizi e di assumere decisioni sulla base del data-immagine.

   Bisognerebbe riflettere, prima di fornire e dare il consenso a fornire i propri dati personali (compreso il codice fiscale).

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~ di marcos61 su maggio 26, 2009.

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