CERVELLO: INDIVIDUATE LE AREE DELLA PERCEZIONE SPAZIALE CORPO

   Come un esperto burattinaio, il cervello da quale “filo tirare” per fa muovere il corpo in cui è ospitato.

   Uno studio pubblicato nella rivista Journal off Neuroscience, che ha prima firma quella di Corrado Corradi Dell’Acqua, neuroscienziato della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste (Sissa).  Lo studio, è nato dalla collaborazione tra questa scuola di Trieste, l’Institute off Neuroscience and Medicine di Julich (Germania) e l’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico E. Medea di San Vito al Tagliamento (PN), si è avvalso di tecniche di neuro-immagine[1]  per identificare quali aree del cervello si attivano nel cervello nella percezione spaziale del corpo, ossia quelle aree che ci permettono di collocare nello spazio sia il che quello delle altre persone. Ebbene, dai risultati è emerso che ad attivarsi è la corteccia somatesensoriale secondaria e il solco intraparietale, due aree di cui si conosce ancora poco (almeno ufficialmente). Mentre il solco intraparietale è risultato più volte essere coinvolte in diverse attività cerebrali, per la corteccia somatesensoriale secondaria, che è situata lateralmente alla corteccia somatesensoriale primaria,[2]  si tratta di una novità assoluta.

   Utilizzando la risonanza magnetica, i neuroscienziati hanno osservato che la corteccia somatesensoriale secondaria si attivava anche in assenza di stimoli tattili, ma ciò quando i soggetti compievano giudizi legati sulla posizione spaziale del proprio corpo, una posizione spaziale intrinseca che permette al nostro cervello di capire la collocazione di una parte del corpo rispetto al resto.

   Dice Corrado “Abbiano preso in prestito dalla psicologia sperimentale dei paradigmi di rotazione mentale e li abbiamo usati in un esperimento, che ha visto coinvolto 20 persone di sesso maschile e destinati, abbiamo chiesto loro, dopo avergli mostrato la foto di una mano, di dirci se la mano fosse destra o sinistra e ne abbiamo poi misurato la risposta cerebrale. In questo modo siamo riusciti a individuare le due aree coinvolte”.

   Questa scoperta può avere implicazioni in numerosi ambiti: dalla riabilitazione alla robotica.

   Personalmente ritengo, che quello che quando viene ufficialmente rilevata una scoperta, in realtà viene detta solo una parte. Comunque, se si conoscono le parti del cervello che sviluppano la percezione, possiamo immaginare anche potenzialmente sviluppi per un controllo della persona.


[1]  Le tecniche di neuroimmagini  sono tecniche diagnostiche cerebrali non invasive che permettono la diagnostica dei processi fisiologici e patologie mediante immagini. Esse si possono suddividere in tecniche “morfologiche – strutturali” e in quelle “funzionali”. Tra le prime, la TAC (tomografia computerizzata) e la RM (risonanza magnetica), consentono di operare una diagnosi differenziale rispetto alle forme di demenza secondaria a patologie strutturali del sistema nervoso, quali lesioni su base vascolare (ictus ed ematomi), encefaliti, neoplasie, ecc. Inoltre permettono di osservare possibili alterazioni anatomiche tipiche ma non esclusive della demenza  di Alzheimer. Le seconde, ovvero la SPECT (tomografia ad emissione di singoli fotoni) e la PET (tomografia ad emissione di positroni) permettono di studiare il metabolismo cerebrale. Esiste un rapporto tra attività cerebrale e metabolismo, in quanto ogni attività nervosa richiede l’energia necessaria. Con le metodiche di neuroimaging  funzionale è possibile osservare le aree che hanno un metabolismo alterato, e, nel caso della demenza di Alzheimer, sono osservabili tipiche alterazioni del metabolismo cerebrale che possono orientare verso la corretta diagnosi della malattia.

[2] Analogamente agli altri sistemi sensoriali, i livelli più complessi dell’elaborazione  somestetica  avvengono nella corteccia cerebrale.

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~ di marcos61 su aprile 22, 2009.

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